July 17, 2013, 5:29 pm
Oh, my. Brad Delong recalls to us Alan Greenspan’s lamentable 2010 op-ed on US debt and deficits. What’s notable about the piece is not just that Greenspan was wrong about everything that would happen over the next three years; he’s actually part of a substantial club on that point. Nor, I guess, is it notable that, to all appearances, he has learned nothing at all from his predictive failures — that the fact that he was wrong about everything, while the Keynesians got almost everything right, has made no dent in his faith that he has The Truth. Again, that makes him part of a substantial club.
Nor, even, does his piece gain all that much distinction by being paired with a later piece that contained an instant internet classic:
Today’s competitive markets, whether we seek to recognise it or not, are driven by an international version of Adam Smith’s “invisible hand” that is unredeemably opaque. With notably rare exceptions (2008, for example), the global “invisible hand” has created relatively stable exchange rates, interest rates, prices, and wage rates.
See the comments section of the linked piece for variations on the “notably rare exceptions” trope; e.g.,
“With notably rare exceptions, Newt Gingrich is a loyal and faithful husband.”
No, what really distinguishes Greenspan here are two things. First, his reaction to the fact that even in 2010 it was obvious that markets weren’t performing according to his predictions:
This is regrettable, because it is fostering a sense of complacency that can have dire consequences…
My analysis can’t be wrong, the markets are just misbehaving!
And, above all, the fact that for many years this guy was regarded as the Maestro, a man of almost supernatural wisdom and judgment.
Le profezie di Maestradamus[1]
Oh, Dio mio. Brad DeLong ci ricorda il deplorevole commento di Alan Greenspan del 2010 sul debito e i deficit degli Stati Uniti. Quello che è notevole di quell’articolo non è soltanto che egli abbia avuto torto su ogni cosa che sarebbe accaduta nei tre anni successivi; per quell’aspetto egli fa in effetti parte di una significativa comitiva. Né, io credo, sia notevole il fatto che egli non abbia appreso niente da tutte le sue fallite predizioni – che il fatto di aver avuto torto su ogni aspetto, mentre i Keynesiani hanno quasi avuto ragione su tutto, non abbia spostato di una virgola la sua fiducia di possedere La Verità. Anche in questo caso egli fa parte di un gruppo rilevante.
Il suo articolo non acquista neppure una particolare distinzione una volta che venga accoppiato ad un precedente pezzo che conteneva un fulminante classico di internet:
“I mercati competitivi odierni, che lo si voglia riconoscere o meno, sono guidati da un versione internazionale della “mano invisibile” di Adam Smith che è irrimediabilmente densa [2]. Con eccezioni notevolmente rare (il 2008, ad esempio) , la “mano invisibile” globale ha creato tassi di cambio, tassi di interesse, prezzi e salari relativamente stabili.”
Si veda la sezione dei commenti all’articolo in connessione per variazioni sul tema delle “notevolmente rare eccezioni”; ad esempio:
Con notevolmente rare eccezioni, Newt Gingrich [3] è un marito devoto e fedele.”
No, quello che in questo caso veramente distingue Greenspan, sono due cose. La prima, la sua reazione al fatto che anche nel 2010 è stato evidente che i mercati non si venivano comportando secondo le sue previsioni:
“Questo è deplorevole, perché sta incoraggiando un senso di compiacimento che può avere conseguenze terribili …”
La mia analisi non può essere sbagliata, sono solo i mercati che si comportano male!
E soprattutto il fatto che per molti anni questo individuo è stato considerato come il Maestro, un uomo di una saggezza e di una capacità di giudizio quasi soprannaturale.
[1] Il nome è adattato all’appellativo di “Maestro”, in italiano, con il quale ci si riferiva a Greenspan, almeno prima del disastro finanziario del 2008.
[2] Penso che il senso sia questo, di una realtà talmente ‘compatta’ da non consentire alcun dubbio. Naturalmente, la parte comica è quella relativa alle “notevolmente rare eccezioni”.
[3] Uomo politico repubblicano, ‘speaker’ della Camera dei Rappresentanti all’epoca di Clinton. E, a quanto pare, non irreprensibile nella vita coniugale.
luglio 17, 2013
July 17, 2013, 5:09 pm
News from New York: it looks as if insurance premiums on the individual market are going to plunge thanks to Obamacare. This shouldn’t come as a surprise; in fact, the New York experience perfectly illustrates why Obamacare had to look the way it does. And it also illustrates why conservatives should be terrified about this legislation, as it takes effect. Americans may have had a lot of misgivings in advance, thanks to vast, deliberately spread misinformation. But I agree with Matt Yglesias — unless the GOP finds even more ways to sabotage the plan, this thing is going to work, it’s going to be extremely popular, and it’s going to wreak havoc with conservative ideology.
To understand what’s happening in New York, you have to start with what almost everyone at least pretends to believe: Americans shouldn’t find it impossible to get health insurance because of pre-existing conditions that aren’t their fault. Two decades ago, New York tried to deal with this by imposing community rating: insurance is available to everyone, and the price doesn’t depend on your medical history.
The problem was that this created a death spiral: young, healthy people didn’t buy insurance, worsening the risk pool, driving up premiums, driving out more relatively healthy people, etc., until you were left with a rump of very ill people paying very high rates.
How do you deal with this? Well, ideally, Medicare for all. But since that wasn’t going to happen, you improve the risk pool by requiring everyone to buy insurance — the individual mandate. And since some people won’t be able to afford that, you also offer subsidies. Voila! ObamaRomneycare!
Where does the money for the subsidies come from? Partly by reducing corporate welfare: reducing overpayments for Medicare Advantage, reducing tax breaks for very generous insurance plans; partly with new taxes on the wealthy.
And while a few people will be hurt — young, healthy individuals too affluent to qualify for subsidies, wealthy taxpayers, etc. — a much larger number of people will be helped, some of them enormously.
Does this amount to “redistribution”? Well, yes — not as an end in itself, but yes, a lot of people will be made better off at the expense of an affluent few.
And Yglesias is right: there will be bobbles along the way, but this is going to become an immensely popular program. By the time Liz Cheney challenges Hillary Clinton’s reelection campaign, there will be signs at the rallies declaring “Don’t let the government get its hands on Obamacare!”
Conservatives are right to be hysterical about this: it’s an attack on everything they believe — and it’s going to make Americans’ lives better. What could be worse?
La riforma della assistenza sanitaria di Obama è il peggiore incubo della destra
Notizia da New York: sembra che i premi assicurativi sul mercato individuale stiano precipitando grazie alla riforma sanitaria di Obama. Non dovrebbe essere una sorpresa: di fatto, l’esperienza di New York illustra perfettamente le ragioni per le quali quella riforma doveva essere simile a quello che è. Ed illustra anche perché i conservatori dovrebbero essere terrorizzati da questa legislazione, nel momento un cui entra in funzione. Può darsi che gli americani abbiano una quantità di timori, grazie ad una cattiva informazione vasta e deliberatamente diffusa. Ma io sono d’accordo con Matt Yglesias – a meno che il Partito Repubblicano non trovi altri modi per sabotare il piano, questa cosa è destinata a funzionare, ad essere estremamente popolare, ed è destinata e gettare nello scompiglio l’ideologia conservatrice.
Per comprendere cosa sta succedendo a New York, si deve partire da quello che quasi tutti almeno fingono di credere: agli americani non dovrebbe risultare impossibile avere la assicurazione sanitaria a causa delle loro preesistenti condizioni di salute, che non sono una loro responsabilità. Due decenni orsono, New York cercò di misurarsi con questo problema imponendo la “valutazione comunitaria” [1]: la assicurazione è disponibile per tutti, a prescindere dalla propria storia sanitaria.
Il problema è stato che in questo modo si è creata una spirale fatale: i giovani e le persone in salute non acquistano la assicurazione, peggiorando gli equilibri del rischio complessivo, innalzando i premi, spingendo fuori dal sistema ancora di più le persone in relativamente buona salute, etc., finché non si resta con un gruppo superstite di persone molto malate che pagano aliquote molto elevate.
Come si può fare i conti con questa situazione? Ebbene, idealmente con Medicare per tutti. Ma, dal momento che questo non è destinato ad accadere [2], si può migliorare il rischio di sistema chiedendo a tutti di acquistare la assicurazione – il cosiddetto ‘mandato individuale’ [3]. E dal momento che alcune persone non potranno permetterselo, si offrono anche i sussidi. Voilà! Ecco la riforma di Obama, che è poi la stessa della precedente di Romney [4]!
Sa dove vengono i soldi per i sussidi? In parte dalla riduzione di forme di assistenza corporative: riducendo i costi eccessivi di Medicare Advantage [5], riducendo gli sgravi fiscali per programmi assicurativi molto generosi; in parte attraverso nuove tasse sui più ricchi.
E mentre un certo numero di persone saranno colpite – individui giovani ed in salute troppo benestanti per essere ammessi ai sussidi, contribuenti ricchi etc. – un numero molto più grande sarà aiutato, alcuni di loro in modo straordinario.
Questa corrisponde ad una “redistribuzione”? Ebbene, si – non come un fine in se stesso, ma è vero, un gran numero di persone staranno meglio a spese di pochi benestanti.
Ed Yglesias ha ragione: ci saranno alcuni strappi [6] lungo il percorso , ma questo è destinato a diventare un programma immensamente popolare. Allorquando Liz Cheney [7] sfiderà Hillary Clinton nella campagna per la rielezione, ci saranno cartelli alle manifestazioni con su scritto “Non permettiamo che il Governo metta le mani sulla riforma di Obama!”.
I conservatori hanno ragione ad essere isterici su tutto questo: è un attacco a tutto quello che credono, ed è destinato a migliorare la vita degli americani. Cosa ci potrebbe essere di peggio?
[1] Tecnicamente il criterio di valutazione ‘comunitaria’ significa che il ‘rischio’ delle cattive condizioni di salute individuali – che in genere colpisce i cittadini che, per effetto della loro cattiva salute, si vedono imporre polizze assicurative molto costose – non è più rilevante, perché il cosiddetto calcolo attuariale dei costi della assicurazione viene fatto sulla base delle condizioni di salute di una intera comunità, e non più delle singole persone.
[2] Perché, ha sostenuto più volte Krugman, pur essendo la soluzione di una generalizzazione di Medicare la più desiderabile – in pratica una sanità effettivamente universale e pubblica – essa è ostacolata dai cospicui interessi in campo. Ed obiettivamente si tratta di interessi con una notevole forza politica, non solo per le influenze lobbistiche del sistema assicurativo, ma perché quel sistema è in America un vera e propria ‘economia’.
[3] Ovvero, la “delega’ a tutti gli individui a partecipare ad una funzione di tutela collettiva della salute, facendo la loro parte con l’acquisto dell assicurazione. Salvo che chi non ha i mezzi per acquistarla, viene aiutato con sussidi del Governo Federale. Il termine ‘mandate’ (mandato, delega) può apparire un po’ singolare, ma è servito in una certa misura a superare una obiezione possibile di un principio costituzionale, secondo la quale agli individui non si può imporre alcun obbligo di comportamento verso se stessi, neppure in materia sanitaria, se non quando la condotta personale risulti lesiva della libertà altrui. Se ho ben compreso, in questo caso l’obbligo di essere assicurati è reso legalmente forte in quanto esprime una partecipazione indiscutibile degli individui a ad una funzione pubblica, come se fossero appunto ‘delegati’. Fatto sta che la Corte Suprema, che si temeva potesse far saltare l’intero impianto della Obamacare, alla fine lo ha approvato.
[4] Romney, che ha dovuto attaccare la riforma sanitaria nelle presidenziali del 2012, come Governatore del Massachusetts aveva in realtà approvata qualcosa di analogo, al livello del proprio Stato.
[5] Una ‘versione’ di Medicare di tipo più privatistico, ovvero con un ruolo maggiore delle assicurazioni. In sostanza, una versione apprezzabile per cittadini più benestanti.
[6] “Bobbles” non sono solo i ‘pom-pom’ …. Sono anche i movimenti irregolari che, ad esempio, fa un pezzo di sughero in un’acqua increspata (WordRefernce, English definition).
[7] La figlia conservatrice del famoso sodale di Bush Cheney.
luglio 16, 2013
July 16, 2013, 1:58 pm
Via David Atkins at Digby’s place, Bloomberg Businessweek has a great piece about how an Ayn Rand-loving hedge fund guy is driving Sears into the ground.
One quirk, by the way, is that he doesn’t meet with his division heads in person; it’s all by video link. And look, I’ve seen that movie — probably a Syfy original, but I don’t remember (better than Sharknado, anyway); clearly, this guy doesn’t even exist, he’s a computer-generated hologram being manipulated by an evil IT guy.
But back to the economics: Eddie Lampert’s big idea is that markets and competition rool, so he’s forcing the different parts of Sears to compete for resources just as if they were independent firms, with individual division profitability the only criterion for success. According to BB, it’s not going well; but they don’t get much into the broader issues.
The first issue that should pop into anyone’s head here is, if the different divisions of Sears have no common interests, if the best model is competition red in tooth and claw, why should Sears exist at all? Why not just break it up into units that have no reason not to compete?
For that matter, why should any large firm exist? Why not just have small firms, or maybe just individuals, who make deals for whatever they need?
Of course, that’s not how we do things. We may live in a market sea, but that sea is dotted with many islands that we call firms, some of them quite large, within which decisions are made not via markets but via hierarchy — even, you might say, via central planning. Clearly, there are some things you don’t want to leave up to the market — the market itself is telling us that, by creating those islands of planning and hierarchy.
Now, why exactly that’s true — why some things are better done through market mechanisms, while others are better done through at least a bit of command-and-control — is a deep issue. Oliver Williamson (pdf) got a Nobel for helping elucidate some aspects of that issue (although that may not mean much to you, considering some of the people who’ve gotten Nobels).
The thing is, however, that for a free-market true believer the recognition that some things are best not left up to markets should be a disturbing notion. If the limitations of markets in providing certain kinds of shared services are important enough to justify the creation of command-and-control entities with hundreds of thousands or even millions of workers, might there not even be some goods and services (*cough* health care *cough*) best provided by non-market means even at the level of the economy as a whole?
So in a way Eddie Lampert is being consistent: he’s putting his money (or actually his investors’ money) where his ideology is, and applying market-worship to the internal management of his own company.
Of course, the purity of the experiment is sort of spoiled by the likelihood that there isn’t actually any such person, that he’s just a hologram. But still.
John Galt e la teoria dell’impresa
Per il tramite di David Atkins sul blog Digby, vedo che Bloomberg Businessweek pubblica un gran pezzo su un personaggio degli hedge-fund amante di Ayn Rand [1], che sta spremendo SEARS [2].
Una (sua) mania, per inciso, è che non incontra i suoi capi reparto personalmente; fa tutto attraverso collegamenti video. E guardate, ho visto la ripresa – probabilmente un originale Syfy [3], ma non ricordo (meglio che Sharknado [4], comunque); è chiaro che questo personaggio neanche esiste, è un ologramma generato da un computer che viene manipolato da un malvagio personaggio del genere IT [5].
Ma torniamo all’economia. La grande idea di Eddie Lampert [6] è che i mercati e la competizione comandano [7], dunque egli sta costringendo le diverse parti di SEARS a competere per le risorse come se fossero aziende indipendenti, con la capacità delle divisioni singole di fare profitti come unico criterio per il successo. Secondo Bloomberg Businessweek non sta andando bene; ma essi non si interessano molto agli aspetti più generali.
Il primo tema che dovrebbe transitare un attimo nella testa di ognuno è, se le diverse divisioni di SEARS non hanno alcun comune interesse, se il miglior modello è una accesa competizione con le unghie ed i denti, perché dovrebbe esistere la SEARS? Perché frantumarla in unità che hanno la sola ragione di essere in competizione?
Per lo stesso motivo, perché dovrebbe esistere una qualsiasi grande impresa? Perché non aver soltanto piccole imprese, che fanno accordi per tutto quello di cui hanno bisogno?
Naturalmente, non è questo il modo in cui vanno le cose. E’ possibile che si viva in un mercato simile ad un mare, ma quel mare è cosparso di molte isole che noi chiamiamo imprese, alcune delle quali abbastanza ampie, all’interno delle quali le decisioni sono prese non attraverso i mercati ma per via gerarchica – si potrebbe dire persino attraverso una pianificazione centrale. Chiaramente, ci sono alcune cose che non bisogna lasciare al mercato – il mercato spesso ci dice quali, creando quelle isole di pianificazione e di gerarchia.
Ora, la ragione per la quale quanto ora detto è vero – perché alcune cose sono meccanismi che riescono meglio attraverso i mercati, mentre altre riescono meglio almeno attraverso un po’ di funzioni di comando-e-controllo – è un tema profondo. Oliver Williamson (disponibile in pdf) ha avuto il Nobel per aver contribuito ad illustrare alcuni aspetti di quella tematica (sebbene questo possa non interessarvi granché, considerati alcuni individui che hanno ottenuto il premio Nobel [8]).
Il punto, tuttavia, è che per un vero credente nel libero mercato, il riconoscere che ci siano cose che vanno nel migliore dei modi se non sono lasciate ai mercati, dovrebbe risultare un concetto fastidioso. Se le limitazioni dei mercati nel fornire certi generi di servizi condivisi sono abbastanza importanti da giustificare la creazione di entità di comando-e-controllo con centinaia di migliaia o persino milioni di lavoratori, non potrebbero esserci anche alcuni beni o servizi (ad esempio la assistenza sanitaria, colpetto di tosse!) che sono meglio forniti da strumenti non di mercato, persino al livello dell’economia nel suo complesso?
Dunque, in certo qual modo Eddie Lampert è stato coerente: sta mettendo il suo denaro (o in effetti il denaro dei suoi investitori) dove gli dice la sua ideologia, ed applica il culto del mercato alla gestione interna della propria impresa.
Naturalmente, la purezza dell’esperimento è un po’ viziata dalla probabilità che in effetti non si tratti di una persona e che egli sia soltanto un ologramma. Eppure …
[1] Come ormai è noto, Ayn Rand è una sorta di icona dei conservatori americani. Filosofa-scrittrice americana di origini russe (nacque nel 1905 a San Pietroburgo e morì a New York nel 1982), ispiratrice del pensiero “libertarian” – che non potremmo tradurre né con “libertario” né con “liberista”, perché probabilmente non può venirci in mente niente di paragonabile in Italia o in Europa – scrisse un libro di recente tornato molto in auge, “Atlas Shrugged”, nel quale si dipana una singolare storia di un imprenditore che entra in lotta contro un immaginario Stato totalitario burocratico, quasi come un eroe partigiano di una guerra di liberazione capitalistica. E quell’imprenditore si chiamava John Galt.
[2] Sears è una catena di Grande distribuzione statunitense fondata nel 1886 da Richard Warren Sears e Alvah Curtis Roebuck. È diventato il più grande dettagliante negli Stati Uniti dalla metà del ventesimo secolo (Wikipedia).
[3] Syf è un canale televisivo statunitense, lanciato il 24 settembre 1992, ed è specializzato nei generi fantascienza, paranormale, avventura, fantasy e horror. Dal 7 luglio 2009 il canale ha cambiato nome da Sci-Fi Channel a quello attuale
[4] Un recente film di squali, pare bruttissimo.
[5] Suppongo dal libro di Stephen King, dal quale numerose serie cinematografiche e televisive.
[6] Pare sia il nome dell’individuo che ha ora in mano la Sears.
[7] “Rool” è un equivalente di “rule” (UrbanDictionary).
[8] Evidentemente, il riferimento ironico è a se stesso.
luglio 16, 2013
July 16, 2013, 9:33 am
Bruce Bartlett’s latest has some interesting history from the 1930s that just so happens to bear on my mild chiding of Noah Smith (Smith has an answer that, frankly, I don’t understand — but he’s been such a good guy over time that I’m just going to let this one drop). Anyway, Bartlett focuses largely on the malign influence of Henry Hazlitt, who was among other things writing many editorials for the New York Times, always insisting that the answer to the Great Depression was to encourage big cuts in wages.
Hazlitt remains, by the way, a popular figure on the right. Once I was walking down the street near Capitol Hill and a man in a suit yelled at me, “Read Henry Hazlitt and learn some economics!” And Hazlitt’s continuing popularity should serve as some kind of lesson to those of us, like me or Matt O’Brien, who marvel at the continuing influence of inflation fearmongers; they’ve been wrong about everything for 5 years, so why do they still get treated as authority figures? Well, Hazlitt has been wrong about everything for more than 80 years, and is still regarded as a guru. Bad ideas, it appears, are extremely robust in the face of contrary evidence.
The thing is, by the time Hazlitt was penning those editorials demanding wage cuts, Keynes and Fisher had already said everything that needed to be said. Keynes in 1930:
[I]f a particular producer or a particular country cuts wages, then, so long as others do not follow suit, that producer or that country is able to get more of what trade is going. But if wages are cut all round, the purchasing power of the community as a whole is reduced by the same amount as the reduction of costs; and, again, no one is further forward.
And Fisher pointed out in 1933 that a general fall in wages and prices actually makes things worse, by making debtors poorer in real terms; true, creditors are made richer, but because debtors are more likely to cut spending than creditors are to increase it, the overall effect is to deepen the depression.
One implication of all this is what Gauti Eggerstsson and I (pdf) call the paradox of flexibility: making it easier for wages to fall, as Hazlitt demanded then and his modern acolytes demand now, doesn’t just redistribute income away from workers to the wealthy (funny how that happens); it actually worsens the economy as a whole.
One thing Noah Smith did get right, by the way, is his suggestion that Japanese wages are less sticky than in other advanced countries. There’s a fair bit of evidence to that effect, above all the fact that Japan is pretty much unique in having gone into actual deflation. The point, however, is that this is not a good thing in a country that is in a liquidity trap and suffering from a debt overhang: when it comes to wage and price flexibility, the situation in the economy has developed not necessarily to Japan’s advantage.
One place Bartlett goes a bit wrong, I’d argue, is in continuing to preach the Friedman line that all this could have been avoided if only the Fed had done its job; that’s a view that, I’d argue,has taken a real beating from recent events.But that’s going to have to wait for a later post.
Il paradosso della flessibilità
L’ultimo scritto di Bruce Bartlett contiene alcune interessanti storie degli anni Trenta che finiscono proprio col riguardare il mio leggero rimbrotto a Noah Smith (Smith ha una risposta che, francamente non capisco – ma egli è stata una persona così brava, nel corso del tempo, che sto proprio pensando di lasciar correre). In ogni caso, Bartlett si concentra ampiamente sulla malefica influenza di Henry Hazlitt, che tra le altre cose scrisse molti editoriali sul New York Times, e che sosteneva di continuo che la risposta alla Grande Depressione fosse incoraggiare grandi tagli salariali.
Hazlitt, come è naturale, resta un figura popolare a destra. Una volta stavo camminando lungo una strada vicino a Capitol Hill ed un uomo in giacca e cravatta mi gridò: “Leggi Henry Hazlitt e impara un po’ d’economia!” E la permanente popolarità di Hazlitt dovrebbe in qualche modo servire di lezione a quelli tra noi, come Matt O’Brien e il sottoscritto, che si meravigliano della perdurante influenza dei seminatori di paure di inflazione; hanno avuto torto su ogni cosa per cinque anni, perché devono ancora essere trattati come persone autorevoli? Ebbene, Hazlitt ha avuto torto su tutto per più di 80 anni, ed è ancora considerato come un guru. Pare che le cattive idee siano estremamente resistenti, a fronte di prove contrarie.
Il punto è che, al tempo in cui Hazlitt stava scrivendo i suoi editoriali che chiedevano tagli salariali, Keynes e Fisher avevano già detto tutto quello che andava detto. Keynes nel 1930:
“(S)e un particolare produttore od un particolare paese tagliano i salari, allora, per tutto il tempo in cui gli altri non fanno la stessa cosa, quel produttore o quel paese sarà capace di ottenere di più di quanto gli verrebbe dal commercio. Ma se i salari sono tagliati dappertutto, il potere di acquisto della comunità nel suo complesso è ridotto della stessa quantità della quale sono ridotti i costi; e, di nuovo, niente si è spostato”.
E Fisher metteva in evidenza nel 1933 che una caduta generale dei salari e dei prezzi avrebbe effettivamente peggiorato le cose, rendendo i debitori più poveri in termini reali; è vero, i creditori diventano più ricchi, ma poiché è più probabile che i debitori taglino le spese piuttosto che i creditori le accrescano, l’effetto generale è che la depressione si approfondisce.
Una implicazione di tutto questo è quello che Gauti Eggertsson ed il sottoscritto (disponibile in pdf) chiamiamo il paradosso della flessibilità: fare in modo che i salari cadano più facilmente, come chiedeva Hazlitt allora e come chiedono i suoi accoliti oggi, non solo redistribuisce il reddito dai lavoratori ai ricchi (e questo non è strano [1]); effettivamente peggiora l’economia nel suo complesso.
Una cosa che Noah Smith ha detto giusta, per inciso, è la sua intuizione che i salari giapponesi siano più vischiosi di quelli degli altri paesi avanzati. Ci sono un bel po’ di prove a questo fine, soprattutto il fatto che il Giappone sia quasi l’unico ad essere finito nella deflazione. Il punto, tuttavia, è che questa non è una buon cosa in un paese che si trova in una trappola di liquidità e soffre di eccesso di debito: quando quel paese giunge alla flessibilità [2] dei salari e dei prezzi, la situazione dell’economia non si è necessariamente sviluppata a vantaggio del Giappone.
Direi che Bartlett finisce in un punto sbagliato, quando continua a sostenere la linea di Friedman secondo la quale tutto questo avrebbe potuto essere evitato se la Fed avesse svolto bene il suo compito; direi che si tratta di un punto di vista che ha preso un bel colpo dagli avvenimenti recenti. Ma per questo si deve attendere il prossimo post.
[1] Letteralmente: “strano come questo accada”.
[2] Mi pare che il senso di questa espressione sia: quando non si può più evitare che i salari (normalmente ‘vischiosi’) divengano più flessibili (e dunque calino, in presenza di una disoccupazione elevata), nel frattempo le condizioni dell’economia non sono migliorate, in casi come quello del Giappone (dove quella flessibilità è apparentemente più difficile).
luglio 15, 2013
July 15, 2013, 3:55 pm
One of the frustrating things about macroeconomic discussion since the Great Recession struck is the prevalence of zombie fallacies — misconceptions that one imagines have been killed by logic or evidence, but just keep coming back to eat our brains. Often, maybe usually, politics is what’s keeping these zombies alive; or, if not exactly politics, the attempt of economists to defend their intellectual investments in failed theories.
Sometimes, however, the zombies manage to eat a brain or two simply because someone wasn’t paying attention. And I think this is what has just happened to the usually excellent Noah Smith.
Smith finds Japan’s persistent shortfall puzzling, because — he claims — this isn’t supposed to happen in New Keynesian models:
In a New Keynesian model, when there is a demand shortfall, unemployment is the result. The central bank can print money in order to combat the shortfall, which raises inflation and lowers unemployment. But if the central bank does nothing, prices will eventually adjust, and unemployment will go away. This New Keynesian model corresponds nicely to the simple AD-AS model that people learn in Econ 102.
In the words of Charlie Brown, aaugh!
People, we’ve been through this.
Yes, in a standard AS-AD or NK model, high unemployment leads to falling wages and prices, and this eventually restores full employment. But how does this happen? Not because making labor cheaper increases the quantity of labor demanded — Keynes understood that point perfectly long before he even wrote the General Theory:
Or again, if a particular producer or a particular country cuts wages, then, so long as others do not follow suit, that producer or that country is able to get more of what trade is going. But if wages are cut all round, the purchasing power of the community as a whole is reduced by the same amount as the reduction of costs; and, again, no one is further forward.
No, the only reason deflation “works” in the standard model is that it increases the real money supply, which leads to lower interest rates; in effect, it acts like an expansionary monetary policy.
But Japan has been in a liquidity trap during the whole period Smith looks at. Monetary expansion is ineffective unless it can raise expectations of future inflation. Deflation is definitely not going to help. In fact, by raising the real burden of debt, it makes things worse
A corollary is that while sticky wages are a real phenomenon — the evidence just keeps getting stronger — their importance has to be appreciated correctly. You need them to understand what we’re seeing, which is the failure of deflation to appear in the US now (and the slow pace of deflation in Japan). They are not, repeat NOT the reason either Japan or we have failed to recover.
How is it that this stuff — which is more or less where we came in – hasn’t gotten through?
Ancora sulla flessibilità del prezzo dei salari in un trappola di liquidità.
Una delle cose frustranti nel dibattito macroeconomico dallo scoppio della Grande Recessione è la prevalenza di errori zombie – idee sbagliate che uno immagina siano state liquidate dalla logica o dai fatti, ma tornano proprio indietro per mangiarti il cervello. Spesso, forse comunemente, la politica consiste nel tener vivi questi zombie; oppure, se non esattamente la politica, il tentativo degli economisti di difendere i loro investimenti intellettuali in teorie andate a male.
Talvolta, tuttavia, gli zombie minacciano di mangiare un cervello o due perché qualcuno non ha fatto attenzione. E penso che questo sia il caso del di solito eccellente Noah Smith.
Smith trova la crisi persistente del Giappone sconcertante; perché – sostiene, non è quello che si supponeva accadesse nei modelli neokeynesiani:
“In un modello neokeynesiano, quando c’è una caduta della domanda, la conseguenza è la disoccupazione. La banca centrale può stampare moneta allo scopo di combattere la caduta, la qualcosa aumenta l’inflazione e abbassa la disoccupazione. Ma se la banca centrale non fa niente, alla fine c’è una correzione per effetto dei prezzi, e la disoccupazione scompare. Questo modello neokeynesiano corrisponde in modo soddisfacente al semplice modello Domanda Aggregata/ Offerta Aggregata che le persone apprendono su semplici libri di testo”.
Come direbbe Charlie Brown: “aaugh!”.
Gente, ci siamo passati [1].
Si, in un modello standard DA/OA o in un modello neokeynesiano, l’elevata disoccupazione porta ad una caduta dei salari e dei prezzi, e questo alla fine ripristina la piena occupazione. Ma come accade questo? Non perché rendere il lavoro più conveniente aumenti la quantità richiesta di lavoro – Keynes comprese il punto perfettamente perfino molto tempo prima che scrivesse la Teoria Generale [2]:
“O ancora, se un particolare produttore od un particolare paese tagliano i salari, allora, per tutto il tempo in cui gli altri non fanno la stessa cosa, quel produttore o quel paese sarà capace di ottenere di più di quanto gli verrebbe dal commercio. Ma se i salari sono tagliati dappertutto, il potere di acquisto della comunità nel suo complesso è ridotto della stessa quantità della quale sono ridotti i costi; e, di nuovo, niente si è spostato”.
No, la sola ragione per la quale la deflazione “funziona” in un modello standard è che essa accresce l’offerta reale di moneta, il che porta a tassi di interesse più bassi; in effetti essa funziona come una politica monetaria espansiva.
Ma il Giappone è stato in una trappola di liquidità per l’intero periodo al quale Smith fa riferimento. L’espansione monetaria è inefficace a meno che essa non possa accrescere le aspettative di inflazione futura. La deflazione non è destinata in via definitiva ad essere d’aiuto. Di fatto, accrescendo il peso reale del debito, essa rende le cose peggiori.
Un corollario è che mentre la vischiosità dei salari è un fenomeno reale – le prove sono sempre più forti – la importanza di quel fenomeno deve essere apprezzata correttamente. C’è bisogno di capire quello che si osserva, ovvero il fatto che la deflazione non si sta materializzando oggi negli Stati Uniti (ed il ritmo comunque lento della deflazione in Giappone). Queste non sono affatto le ragioni per le quali sia il Giappone che noi stiamo mancando la ripresa.
Come è possibile che su questa roba – che più o meno è ciò in cui noi siamo stati rilevanti – non ci si sia intesi?
[1] Krugman si riferisce al fatto che aveva trattato la stessa questione in una polemica con Amity Shlaes nel novembre del 2008.
[2] Il riferimento è ad un articolo di Keynes dal titolo “La grande depressione del 1930”, che venne pubblicato appunto nel 1930.
luglio 15, 2013
July 15, 2013, 12:40 pm
Sorry about radio silence this AM — busy with errands, but also feeling the need for at least a mental vacation from all the ugliness. And I’m going to continue that vacation by posting about something with little or no relevance to current policy debates, but which I’ve been curious about and doing a bit of casual research about on the side.
I’ve long had a small bee in my bonnet about the line — which you hear all the time — that portrays long-distance travel, trade, and so on as something new. You know: back in the day people lived in the same place all their lives, they only did business with their immediate neighbors, each village was self-sufficient, but now we’re in a world of global globalizing globaloney and all that.
Obviously if you go back far enough the caricature was true. But we’ve had a lot of international migration and trade ever since steam engines and telegraphs came in. There has been a recent huge increase in the value of manufacturing trade, tied to vertical disintegration of production; but aside from that, to what extent is the world really getting smaller or flatter or whatever?
Well, there’s one trend we know about that runs completely counter to the usual perception: within the United States, at least, people are moving less — a lot less. Greg Kaplan and Sam Schulhofer-Wohl (pdf) say that interstate mobility has been cut in half over the past 20 years. And interestingly, they suggest that this is in part because regions have become more similar: increasingly, different parts of the country are producing the same kinds of things and employing the same kind of people, so that there’s less reason to move.
This story actually matches up with what the new economic geography literature says, which is that regional specialization peaked around a century ago and has been declining since. Once upon a time steel came from Pittsburgh, butchered hogs from Chicago, pencils from Pennsylvania, coats from North Dakota, and all that; nowadays we’re all cubicle rats doing whatever it is we do:
But here’s my question: if we’re all increasingly doing the same thing, shouldn’t we be doing less trade with each other? Now, we know that international trade has been rising fast. But is the same true of interregional trade within the United States?
Well, we don’t actually collect that kind of data (although the Canadians do; more on that in a minute). We do, however, have the Commodity Flow Survey, which measures total domestic shipments of stuff in general. What does this tell us? Well, it shows a slight decline over time in the ratio of shipments to GDP:
Meanwhile, Canada has actual data on interprovincial trade flows. Looking only at goods, to be more comparable to the US numbers, I get this:
It’s a smaller number, because a lot of those US shipments are short-distance and wouldn’t register as interprovincial trade. But again, a small decline rather than the big rise we see in international trade.
So what’s the moral of the story? Well, the world is flat, but America isn’t. Or actually, America is flat — more and more, it’s all the same, which gives us less reason to move and even less reason to ship stuff around.
And the growth of international trade in manufactured goods needs, perhaps, to be seen as something more special and less generic than often imagined. It’s not that there’s some inexorable force leading to stuff rattling around the globe; it’s that the combination of containerization and trade liberalization has made it possible to break up the value chain to take advantage of international wage differences.
As I said, no idea if there’s any policy relevance here; but I’m having a bit of fun.
L’America è piatta
Spiacente per il silenzio radio di questa mattina – occupato con varie commissioni, sento anche il bisogno di un’ultima vacanza mentale da tutte le brutture. E sono orientato a continuare questa vacanza pubblicando qualcosa con poca o piccola attinenza agli attuali dibattiti politici, ma di cui mi sono incuriosito, ed anche facendo un po’ di ricerca casuale su quel fronte.
Sono sempre stato un po’ fissato con la storiella – che si sente ripetere di continuo – che descrive il viaggio a lunga distanza, nel commercio ed in altro, come qualcosa di nuovo. Sapete: la gente un tempo viveva l’intera propria esistenza nello stesso posto, faceva i propri affari nelle proprie immediate vicinanze, ogni villaggio era autosufficiente, ma ora siamo nel mondo della fregatura [1] globale globalizzante e via di seguito.
Ovviamente, se si va abbastanza indietro nel tempo, quella rappresentazione era vera. Ma abbiamo avuto un bel po’ di migrazioni internazionali e di commerci da quando entrarono in scena le macchine a vapore ed il telegrafo. C’è stato un recente vasto incremento nel valore del commercio manifatturiero, collegato ad una disintegrazione verticale della produzione, ma, a parte quello, in quale misura il mondo sta effettivamente diventando più piccolo, più piatto o qualcosa del genere?
Ebbene, c’è una tendenza della quale sappiamo che va completamente contro la percezione comune: almeno all’interno degli Stati Uniti la gente si muove di meno – molto di meno. Greg Kaplan a Sam Schulhofer-Wohl (disponibile in pdf) dicono che la mobilità interstatale si è ridotta della metà nel corso degli ultimi 20 anni. Ed essi suggeriscono, in modo interessante, che questo in parte derivi dal fatto che le varie aree sono diventate più simili: in modo crescente, diverse parti del paese stanno producendo lo stesso genere di cose ed occupando lo stesso genere di persone, dunque ci sono meno ragioni per muoversi.
Questa storia effettivamente fa il pari con quello che dice la letteratura della nuova geografia economica, secondo la quale la specializzazione regionale ha avuto il suo picco un secolo fa e da allora sta declinando. Una volta l’acciaio veniva da Pittsburgh, la carne di maiale da Chicago, le matite dalla Pennsylvania, i cappotti dal Nord Dakota, e così via; ora siamo tutti topi in uno stanzino che fanno quello che facciamo, qualsiasi cosa sia:
Ma ecco la mia domanda: se stiamo sempre più facendo le stesse cose, non dovremmo avere meno commercio gli uni con gli altri? Ora, sappiamo che il commercio internazionale è cresciuto velocemente. Ma la stessa cosa è vera per il commercio interregionale all’interno degli Stati Uniti?
Ebbene, in effetti non sono dati che possiamo mettere assieme (sebbene il Canada lo faccia; ci vengo tra un attimo). Abbiamo, tuttavia, il Sondaggio sui flussi delle materia prime, che misura le spedizioni totali di ogni genere di oggetto all’interno del paese. Che cosa ci dice? Ebbene, esso mostra un leggero declino nel tempo della percentuale delle spedizioni sul PIL:
Nel frattempo, il Canada ha i dati effettivi sui flussi commerciali interprovinciali. Guardando solo ai beni, in modo da renderli maggiormente confrontabili con i dati degli Stati Uniti, ottengo questo:
Si tratta di un dato più piccolo, perché una buona quantità di quelle spedizioni degli Stati Uniti sono a corta distanza e non sarebbero registrate come commerci interprovinciali. Ma abbiamo ancora un piccolo declino, piuttosto che la grande crescita che osserviamo nel commercio internazionale.
Qual è dunque la morale della storia? Ebbene, il mondo è piatto, ma l’America non lo è. O meglio, in effetti l’America è piatta – sempre di più è interamente uguale a se stessa, che è il motivo per il quale abbiamo meno ragioni di muoverci e ragioni persino minori per spedire la roba in giro.
E la crescita del commercio internazionale nei beni manifatturieri ha bisogno, forse, di essere vista come qualcosa di più specialistico e di meno generico di quello che abbiamo spesso immaginato. Non c’è una qualche forza inesorabile che ci conduce a riempirci di oggetti sbattendoci in tutto il globo; si tratta della combinazione della containerizzazione e della liberalizzazione dei commerci che ha reso possibile interrompere la catena del valore in modo da avvantaggiarsi delle differenze salariali internazionali.
Come ho detto, non ho alcuna idea se in questo ci sia qualche rilevanza politica; però mi sto proprio divertendo.
[1] “Globaloney” è il titolo di un libro di successo di Michael Veseth. Secondo alcuni il senso sarebbe quello di “balla globale” etc.
luglio 14, 2013
July 14, 2013, 1:41 pm
In my last post I compared food stamp use with U6, a broad definition of unemployment — and I saw some commenters claiming that U6 is the “true” unemployment rate, even that I was for the first time admitting this fact.
Um, no. There is no “true” unemployment rate, just various indicators of the state of the labor market. Fortunately, these indicators pretty much move in tandem, so we’re not usually confused about whether the market is getting better or worse. But they do measure somewhat different things, and which one you want to look at depends on what questions you’re asking.
After all, what do we mean when we say someone is unemployed? We don’t just mean “not working”, because that applies to retirees, the disabled, playboys on yachts, etc.. We mean someone who wants to work but can’t find that work — a useful notion. But there’s some unavoidable fuzziness about both what it means to want to work and what it means to be unable to find work.
Suppose that I were to retire from the econ biz and take up origami, or something — but could still be tempted to come out and give lectures if offered million-dollar fees. Do I want to work or not? As a practical matter, no, since I don’t get offers in that range. But you could imagine a situation where the numbers were closer, and the question of whether I really want work is genuinely ambiguous.
What about being able to find work? Suppose you have an expensively acquired degree, and the only jobs out there are part-time gigs at minimum wage. You might not take those jobs; in that case, is it really true that you can’t find work? Alternatively, you might indeed take such a job; is it really right in that case to say that you did find work?
None of this is a counsel of despair; it just says that we have to develop practical measures that give us a good read on what is happening, even if they don’t correspond to the Platonic ideal of unemployment.
The usual measure, U3, measures your desire to work by asking whether you have been actively searching in the recent past; it measures your ability to find work by your taking a job, any job. Obviously this can deviate from the Platonic ideal in both directions: there could be people who could find work if they were willing to take the jobs on offer, and there could be people who want to work but aren’t actively searching because they know that at the moment there’s no point — or who are working, but only part-time because that’s all they can find.
U6 casts a wider net; it includes people who are working part-time but say they want full-time work, it includes people who aren’t actively searching but either were working recently or say that they aren’t looking for lack of opportunities. Again, this could clearly deviate from the Platonic ideal, but it’s a reasonable stab at the problem.
In practice, as I’ve suggested, these measures tell pretty much the same story about the ups and downs of the labor market:
So it’s not a big issue. However, when you’re looking at food stamps, you want a sense of how many Americans are in economic distress — and a broad measure like U6 comes closer to doing that than the narrow measure usually cited.
That’s all there is to it. No deep issues, just practical choices in a world where measurement is never perfect.
Non esiste il “vero” tasso disoccupazione
Nel mio ultimo post ho messo a confronto l’utilizzo dei buoni alimentari con lo U6, una ampia definizione di disoccupazione – ed ho visto alcuni commentatori sostenere che l’U6 sarebbe il vero tasso di disoccupazione, persino che era la prima volta che io riconoscevo questo fatto.
No, non credo. Non c’è un “vero” tasso di disoccupazione, solo vari indicatori delle condizioni del mercato del lavoro. Fortunatamente, questi indicatori il più delle volte si muovono in coppia, cosicché non ci confondiamo sul fatto che il mercato del lavoro stia andando meglio o peggio. Ma essi misurano per davvero in qualche modo cose diverse, e quello che si vuole vedere dipende dalle domande che si stanno ponendo.
Dopotutto, cosa significa quando diciamo che qualcuno è disoccupato? Non intendiamo che “non sta lavorando”, perché quello varrebbe per i pensionati, i disabili, i playboy sugli yachts, etc. Intendiamo qualcuno che vuole lavorare ma non trova lavoro – un concetto utile. Ma c’è una inevitabile vaghezza a proposito di quello che significa sia voler lavorare che essere incapaci di trovare lavoro.
Supponiamo che mi stia per ritirare dalla attività economica e mi occupi di origami, o qualcosa del genere – ma potrei ancora essere tentato di venir fuori e fare conferenze se mi offrissero parcella da un milione di dollari. Sono uno che vuole lavorare o no? In senso pratico no, dato che non ho offerte di quelle dimensioni. Ma si potrebbe immaginare una situazione nella quale i numeri fossero più vicini, e la domanda relativa alla mia volontà di lavorare diventerebbe genuinamente ambigua.
Cosa dire a proposito della capacità di trovare lavoro? Supponiamo di possedere una laurea costosamente ottenuta, e che i posti di lavoro in giro siano lavoretti a part-time con salari minimi. Potreste non accettare quei posti di lavoro: in quel caso, sarebbe effettivamente vero che non potete trovare lavoro? In alternativa, potreste accettare lavori del genere; sarebbe davvero giusto in quel caso dire che avete trovato lavoro?
Queste non sono in nessun caso ragioni per disperarsi: ci dicono soltanto che dobbiamo sviluppare misure pratiche che ci diano una buona lettura di quanto sta succedendo, anche se non corrispondono all’idea platonica di disoccupazione.
La misura consueta, U3, misura il vostro desiderio di lavorare chiedendovi se avete attivamente cercato lavoro nel recente passato; essa misura la vostra capacità di trovare lavoro accettando un posto, qualsiasi posto. Ovviamente, essa può deviare dall’idea platonica in entrambe le direzioni: ci potrebbero essere persone che potrebbero trovare lavoro se avessero voglia di accettare i posti in offerta, e ci potrebbero essere persone che vogliono lavorare ma non stanno attivamente cercando perché sanno che al momento non avrebbe senso – oppure ci sono persone che stanno lavorando, ma solo a part-time perché è quanto possono trovare.
La misurazione U6 getta una rete più ampia: essa comprende persone che stanno lavorando a part-time ma dicono di voler lavorare a tempo pieno, comprende persone che non stanno cercando attivamente ma o stavano lavorando di recente o dicono che non stanno cercando per mancanza di opportunità. Potrebbe essere anche questa una deviazione dall’idea platonica, ma è un ragionevole tentativo di rispondere al problema.
In pratica, come avevo suggerito, queste misure ci raccontano sostanzialmente la stessa storia sugli alti ed i bassi del mercato del lavoro:
Dunque, non è una grande questione. Tuttavia, quando si guarda ai buoni alimentari, si vuole avere la percezione di quanti americani siano in difficoltà economiche – ed una misura generale come la U6 è più vicina a fornirla che non le misurazioni più ristrette normalmente citate.
Questo è tutto a proposito di questa questione. Non ci sono tematiche profonde, solo scelte pratiche in un mondo nel quale le misure non sono mai perfette.
luglio 13, 2013
July 13, 2013, 6:08 pm
Or, you know, maybe people desperately need help:
SNAP participation is the percentage of the population receiving food stamps. U6 is the unemployment measure that includes the underemployed and those who aren’t currently searching because no jobs are available. SNAP participation normally follows U6 with a lag, and is in that sense behaving normally.
La marcia degli scrocconi ruminanti
O magari, sapete, può darsi che la gente abbia disperatamente bisogno d’aiuto:
La partecipazione allo SNAP [1] è la percentuale della popolazione che riceve aiuti alimentari. “U6” è la misura della disoccupazione che include i sottooccupati e coloro che non sono attualmente alla ricerca di lavoro perché non ci sono posti disponibili. La partecipazione allo SNAP normalmente segue la misura dello U6 con uno sfasamento, e in quel senso si sta comportando normalmente [2].
[1] Lo SNAP è il “Supplemental Nutrition Assistence Program”, ovvero il “Programma assistenziale di integrazione alimentare”. Il “Food Stamp” è l’altro termine con il quale si indica lo SNAP; fornisce aiuti finanziari per l’acquisto di cibo alle persone con redditi bassi o senza reddito che vivono negli Stati Uniti. E’ un programma di aiuti federale, amministrato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, ma i sussidi sono distribuiti dai singoli Stati. Interessante l’elenco degli aventi diritto; oltre ai residenti, tra gli stranieri vi si trovano categorie assai specifiche: i figli di immigrati con meno di 18 anni; gli immigrati ciechi o disabili che semplicemente hanno ricevuto sussidi per la loro disabilità; gli anziani immigrati che risiedono negli Stati Uniti dal 1996; gli Hmong, ovvero coloro che provengono dalle regioni alte del Laos e che diedero aiuti all’esercito americano durante la guerra nel Vietnam; i rifugiati e coloro ai quali è stato riconosciuto il diritto di asilo; cubani ed haitiani ….
“Food stamp” ha la forma di “buoni” (“coupons”) che imitano il denaro corrente (marroni da un dollaro, blu da 5 dollari e verdi da 10 dollari), anche se in pezzatura che è circa la metà delle corrispondenti banconote. Ma a partire dalla fine degli anni ’90 alcuni Stati sostituirono tali fogli con una carta di debito denominata Electronic Benefit Transfer (EBT). Possono essere utilizzati per generi alimentari commestibili, senza riguardo al valore nutrizionale. Ciononostante, a fianco degli aiuti esiste una serie di strumenti di educazione alimentare. Non possono essere utilizzati per acquistare cibi caldi o cibi provenienti da ristoranti “fast food”. Questa è l’immagine della presentazione del programma da parte del Dipartimento dell’Agricoltura.
[2] Giacché la linea arancione indica l’andamento della disoccupazione nella misura U6 – cioè inclusi i sottoccupati e coloro che non cercano lavoro perché non lo trovano – mentre quella blu indica l’andamento della partecipazione al programma degli aiuti alimentari.
luglio 13, 2013
July 13, 2013, 12:37 pm
The tale of Monetary Hawks Down continues to get ever more interesting, although it makes one ever less sanguine about human nature.
The story so far: back in 2009-2010, as the Fed greatly expanded its balance sheet, there was a real debate over consequences — with each side making falsifiable predictions. One side said that the Fed’s moves would be hugely inflationary; the other said that expanding the monetary base in a depressed economy that was, furthermore, in a liquidity trap wouldn’t be inflationary at all. Years have now passed, and reality has closely tracked the liquidity-trap view. Argument settled,right?
Ha.
For the most part, the inflationistas have quietly dropped the whole inflation thing, never admitting that they made a wrong prediction, and gone on to demanding the same thing as before — but with a new rationale, financial stability. A few have supplemented this strategy by spouting what appears to be gibberish.
But some have moved even further, vehemently denying that they ever said anything about inflation, that it was always about something else. A prime case in point is CNBC’s Rick Santelli, who flatly declared, “I never said it was about inflation.”
Of course, Business Insider went back to the tape, and found Santelli back when not only declaring “of course I’m talking about inflation”, but going the full Weimar.
Still, he’s still doing it, insisting that it was never about inflation, that
The real argument was that these programs create a boatload of foreign exchange volatility.
So, how’s that going? Here’s the dollar index, also showing the beginning of the Fed’s quantitative easing strategy (I don’t count the emergency lending during the height of the crisis — QE1 — which wasn’t all that controversial):
See how stable the dollar was before the Fed starting QE? See how much it has plunged since? Neither do I.
By the way, since someone will bring it up, that surge and decline in 2008-9 was the extreme period of the financial crisis, when everyone plowed into dollars out of fear, then pulled back as the crisis abated. The big story here is that the exchange rate has always been volatile, and that to the extent that there was a lot of dollar “debasement”, it took place during the Bush-Greenspan years when Fed policy was quite conventional.
I guess what gets me about all of this isn’t just the bad economics, it’s the stunning lack of menschlichkeit.
Pesce in barile, versione Rick Santelli
Il racconto sui Falchi Monetari In Panne continua ad essere sempre più interessante, sebbene mi renda sempre meno ottimista sul genere umano.
La storia sino a questo punto: nei passati 2009-2010, al momento in cui la Fed espanse notevolmente i suoi equilibri di bilancio, ci fu un dibattito reale sulle conseguenze – con entrambi gli schieramenti che avanzavano previsioni suscettibili di verifica. Una parte diceva che le iniziative della Fed sarebbero state grandemente inflazionistiche; l’altra diceva che l’espansione della base monetaria in una economia depressa che, per di più, era in una trappola di liquidità, non sarebbe stata affatto inflazionistica. Sono passati anni e la realtà ha seguito da vicino il punto di vista della trappola di liquidità. Problema risolto, dunque?
Per niente.
In larga maggioranza, gli inflazionisti hanno tranquillamente fatto cadere l’intera faccenda dell’inflazione, non ammettendo mai di aver formulato previsioni sbagliate, e sono tornati a chiedere le stesse cose – ma con un nuovo fondamento logico, la stabilità finanziaria. In pochi hanno integrato questa strategia blaterando cose che appaiono prive di senso.
Ma alcuni sono andati persino oltre, negando con energia di aver mai parlato di inflazione, e sostenendo che la questione era tutt’altra. Un esempio principale a proposito è stato quello di Rick Santelli della CNBC, che ha dichiarato senza alcuna incertezza: “Io non ho mai detto che ciò avesse a che fare con l’inflazione”.
Naturalmente, Business Insider è tornato alla registrazione, ed ha ritrovato che Santelli non solo dichiarava “naturalmente sto parlando di inflazione”, ma si riferiva addirittura a Weimar.
Eppure, egli continua a farlo, insistendo che la questione non riguardava l’inflazione, che:
“il vero argomento era che questi programmi creano un sacco di volatilità di valute straniere.”
Dunque, come sta andando? Ecco l’indice relativo al dollaro, che mostra anche l’inizio della strategia della “Facilitazione Quantitativa [1]” da parte della Fed (non considero i prestiti di emergenza durante il picco della crisi – la cosiddetta “Facilitazione Quantitativa” 1 – che non sono stati affatto oggetto di controversie):
Vedete come il dollaro fosse stabile prima che la Fed partisse con la “Facilitazione Quantitativa”? Vedete come è crollato a partire da quel momento? Beh, non lo vedo neanch’io.
Per inciso, dal momento che qualcuno lo tirerà fuori, quella salita e quel declino nel 2008-9 fu nel periodo estremo della crisi finanziaria, quando tutti correvano ai dollari per paura, e poi si ritrassero quando la crisi fu contenuta. La storia vera in questo caso è che il dollaro è sempre stato volatile, e che nella misura in cui c’è stata una importante “svalutazione” del dollaro, essa ebbe luogo durante gli anni di Bush e di Greenspan [2], quando la politica della Fed era abbastanza convenzionale.
Penso che quello che posso dedurre da tutto ciò non riguardi soltanto una cattiva economia, si tratta di uno stupefacente difetto di umanità.
[1] Per “Quantitative Easing” vedi le note sulla traduzione.
[2] Precedente Presidente della Federal Reserve.
luglio 13, 2013
July 13, 2013, 10:18 am
Following up a bit further on my earlier discussion. The French economy gets extraordinarily bad press in this country, and this attitude spills over into some allegedly serious economic analysis too. I don’t have time to dig up examples now, but not that long ago quite a few investment banks etc. were pegging France as the next crisis country, about to go the way of Italy or even Portugal any day now.
And there was actually a spike in French borrowing costs for a while. Here’s the France-Germany long-term interest differential:
You can see the surge from mid-2011 to mid-2012. In retrospect, however, it’s clear that this was a De Grauwian liquidity panic, arising from the fact that France didn’t have its own currency and that it wasn’t clear whether the ECB would act as a lender of last resort. Once the ECB sorta kinda indicated that it would, in fact, do its job, the panic subsided, and France is no longer under severe financial pressure.
True, there’s still a French premium, which may reflect some lingering solvency concerns. In reality, however, France does not have a large structural deficit. And while it has an aging population, the demographic problem is actually much less in France — with its relatively high fertility — than in the rest of Europe, Germany in particular.
But hasn’t the French economy performed poorly in the crisis? Yes, compared with the United States or Germany. But it’s not in the crisis camp, at all. Here’s a comparison:
Most people, I suspect, think of the Netherlands as being like Germany — doing fine thanks to stern fiscal virtue and all that — while those self-indulgent French slide into economic decline. Actually, France and the Netherlands have basically the same performance.
Just to be clear, I’m not saying that all is well with France. France is doing badly; so are we; so is almost everyone. The widespread notion that France is in big trouble is, however, not based on reality. And it’s hard to avoid the suspicion that it’s ultimately political: with their generous welfare state the French are supposed to be collapsing, so people assume that they are.
Ancora sulla non-così-miserabile Francia
Facendo ulteriormente seguito alla mia precedente esposizione. In questo paese, l’economia francese ha una pessima stampa, e questa attitudine trabocca sin dentro qualche seria analisi economica. Non ho tempo adesso di andare a tirar fuori esempi, ma non molto tempo fa numerose banche di investimento etc. venivano etichettando la Francia come il prossimo paese in crisi, vicino ad imboccare da un momento all’altro la strada dell’Italia o persino del Portogallo.
E c’è stato effettivamente un picco nei costi dell’indebitamento francese, per un certo periodo. Ecco qua l’andamento del differenziale degli interessi a lungo termine tra Francia e Germania:
Potete notare la risalita dalla metà del 2011 alla metà del 2012. Retrospettivamente, tuttavia, è chiaro che si è trattato di un panico di liquidità del genere analizzato da De Grauwe, provocato dal fatto che la Francia non aveva la propria moneta e non era chiaro se la BCE avrebbe agito come prestatore di ultima istanza. Una volta che la BCE in qualche modo ha dichiarato che nei fatti avrebbe corrisposto a quel compito, il panico si è placato e la Francia non è più sotto una grave pressione finanziaria.
E’ vero, sussiste una maggiorazione per la Francia, che può essere il riflesso di qualche persistente preoccupazione di solvibilità. In realtà, tuttavia, la Francia non ha un ampio deficit strutturale. E se ha una popolazione che invecchia, il problema demografico è in effetti molto minore in Francia – con la sua relativamente alta fertilità – che nel resto dell’Europa, Germania in particolare.
Ma l’economia francese non si è comportata modestamente nella crisi? Si, a confronto con gli Stati Uniti e la Germania. Ma essa non è affatto nel gruppo della crisi. Ecco un confronto [1]:
Ho il sospetto che gran parte delle persone pensino che l’Olanda sia simile alla Germania – che si comporta bene grazie ad una rigida virtuosità della finanza pubblica e cose del genere – mentre quegli autoindulgenti francesi starebbero scivolando in un declino economico. Effettivamente, Francia ed Olanda hanno fondamentalmente le stesse prestazioni.
Solo per chiarezza: non sto dicendo che tutto vada bene in Francia. La Francia non sta andando bene, come noi, come quasi tutti. Tuttavia, l’idea diffusa che la Francia fosse in un gran guaio non si basava sulla realtà. Ed è difficile evitare il sospetto che questo in ultima analisi dipendesse da un pregiudizio politico: con il loro generoso stato assistenziale si supponeva che la Francia stesse per collassare, per questo la gente lo considera scontato.
[1] Italia in rosso, Francia in blu, Olanda in grigio.
luglio 12, 2013
July 12, 2013, 8:41 am
I was on the Upper West Side yesterday, and you had to walk carefully to avoid the teeming masses of people trying to get you to sign up to get Eliot Spitzer on the ballot for comptroller. And it looks as if the effort succeeded.
So, is this absurd? I don’t think so.
Full disclosure: I happen to know and like Spitzer personally; also, at least some of the talks I’ve given at the 92nd Street Y were sponsored by the Spitzer family. So you can discount what I’m about to say appropriately.
So, first and stupid things first: the prostitute thing is embarrassing and painful to think about, but not a disqualification for public office. David Vitter is still in the Senate, and in internal LA Republican politics is apparently squashing the very pious Bobby Jindal like a bug.
A more important point is that Spitzer was,it turned out, temperamentally unsuited to the job of governor. He’s a bulldog who sinks his teeth into those he sees as wrongdoers and won’t let go. This worked for him as Attorney General, but got him nowhere in running the state.
The point, however, is that the office he’s now seeking is more like the AG position than the governor’s mansion. And it would give him,once again, a chance to tangle with the bad guys of Wall Street from a position of considerable influence.
I know that opinions differ about just how effective Spitzer’s confrontations were. But at least he tried — which is more than you can say about almost anyone else in our political life.Basically, the malefactors of great leverage were bailed out and went right back to being bad guys again, and everyone in public life pretended that nothing had happened.
That, I think, is why there’s a surprising reservoir of support for Spitzer; people remember him as someone who showed at least some of the righteous outrage that has been so wrongly absent from our national discourse.
It’s a useful reminder, and it’s why I regard his entry into the race, win or lose, as a good thing.
Spitzer [1]
Ieri ero nella Upper West Side, e si doveva procedere con una certa attenzione se si voleva evitare le sciamanti masse di individui che cercavano di farti firmare perché Eliot Spitzer possa partecipare alle elezioni per il ruolo di comptroller [2]. E sembra che il suo sforzo abbia successo.
Dunque, è una cosa assurda? Non la penso così.
Per una completa informazione: mi accade di conoscere e di avere personalmente simpatia per Spitzer; inoltre, alcuni dei colloqui che ho tenuto alla “Y della 92esima strada” [3] erano sponsorizzati dalla famiglia Spitzer. Così potete convenientemente fare una tara su quello che sto per dire.
Dunque, in primo luogo e partendo dalle stupidaggini: è penoso ed imbarazzante pensare alla storia della prostituta, ma non è una squalifica dagli uffici pubblici. David Vitter è ancora al Senato, e tra i repubblicani di Los Angeles la politica sta apparentemente schiacciando come un insetto il religiosissimo Bobby Jindal [4].
Un aspetto più importante è che Spitzer era, a quanto si apprende, come temperamento inadatto al ruolo di Governatore. E’ un cane da guardia che affonda i denti in coloro che considera malfattori e non li lascia più andare. Questo gli era utile nella funzione di Procuratore Generale, ma non lo ha portato da nessuna parte nel governo dello Stato.
Il punto, tuttavia, è che l’ufficio al quale si è ora indirizzato è più vicino alla posizione di procuratore generale che non di Governatore. E questo gli darebbe ancora una volta la possibilità di entrare in contrasto con i pessimi individui di Wall Street da una posizione di considerevole influenza.
So che esistono opinioni diverse a proposito di quanto Spitzer sia stato efficace in questi contrasti. Ma almeno ci ha provato – il che è più di quanto si possa dire per chiunque altro nella nostra vita politica. Fondamentalmente, i malfattori dei grandi indebitamenti sono stati messi in salvo e sono tornati ancora una volta al ruolo di cattivi soggetti, e tutti nella vita pubblica hanno preteso che non fosse successo niente.
La qualcosa, io penso, è la ragione per la quale c’è un sorprendente serbatoio di consenso per Spitzer; la gente lo ricorda come qualcuno che almeno ha mostrato un po’ della indignazione morale che è stata colpevolmente assente dal nostro dibattito nazionale.
E’ un ricordo utile, ed è la ragione per la quale io guardo alla sua scesa in campo, che vinca o perda, come una buona cosa.
[1] Eliot Spitzer, ex governatore di New York dimessosi cinque anni fa per uno scandalo legato alla prostituzione, torna nell’arena politica annunciando la sua candidatura a “comptroller” di New York City. Perché la candidatura sia valida, Spitzer deve raccogliere almeno 3.570 firme. Un compito che non sembra affatto difficile dato che l’ex governatore ha promesso di passare al setaccio l’elettorato della città. Figlio di un ricco imprenditore immobiliare, Spitzer ha dichiarato che autofinanzierà la sua campagna, rinunciando ai soldi pubblici. Il New York Times stima che la corsa costerà diversi milioni di dollari.
Quando Spitzer ricoprì la carica di procuratore generale fu definito da molti il cane da guardia di Wall Street (ma come si legge nel post, Krugman è di diverso avviso). Ora promette di trasformare l’ufficio del comptroller, quello che andrebbe a ricoprire nel caso di vittoria, in un’agenzia che non si limiti a tenere sotto controllo le condizioni finanziarie di New York City ma che svolga anche indagini sull’efficacia delle politiche del governo. Un compito che potrebbe mettere il democratico Spitzer in conflitto con il prossimo sindaco della città, chiunque esso sarà. L’attuale primo cittadino Michael Bloomberg termina il suo ultimo mandato in autunno (da America 24)
[2] “Comptroller” è una posizione pubblica, anche, come in questo caso, di carattere pubblico, in sostanza di controllo e supervisione della qualità della gestione finanziaria di una organizzazione. Suppongo come un specie di “collegio di revisori dei conti”, che però sono una persona sola e sono scelti passando da elezioni.
[3] Si tratta di un Centro culturale no-profit che ha sede a New York.
[4] Non si comprende perché Jindal – Governatore della Louisiana ed astro nascente repubblicano – venga citato in questo contesto, ovvero in relazione a comportamenti personali discutibili; forse fatti di cronaca …
luglio 12, 2013
July 12, 2013, 2:37 pm
The debate over monetary policy has grown increasingly surreal as time goes by. Initially, it was about a fairly straightforward and — crucially — falsifiable position: the claim by monetary hawks like Allan Meltzer and Martin Feldstein that quantitative easing would lead to a major acceleration of inflation. If that inflation had happened, I like to imagine that doves like me would have conceded that we got it wrong, and reconsidered our position.
But the inflationary explosion didn’t happen. So, did the hawks reconsider? No, they just came up with new reasons for the same policy position. It’s not about inflation, it’s about financial stability. Yeah, that’s the ticket!
OK, I think this represents bad logic — do we really feel that the real economy must suffer to control the irrational exuberance of Wall Street traders? I also believe that it represents bad behavior; aside from, of all people, Larry Kudlow, have any of the inflationistas admitted that they were wrong in round one?
But it turns out that even this wasn’t the end of the story. I don’t know whether the hawks are feeling that the financial stability story is wearing thin, or that it’s too hard to sell to some of their audiences, or what. But at this point John Taylor, at least — and I believe he’s not alone — has gone full Chewbacca defense.
For those not familiar with the term, it comes — like so many terms useful for contemporary economic discussion — from South Park, where the Johnny Cochrane character defends O.J. Simpson with a string of bizarre non sequiturs centering on everyone’s favorite Wookie.
I mean, if anyone can find a coherent argument in Taylor’s latest, please tell me. My quick summary: Current monetary policy is just like in the 1970s, except for the lack of inflation thing. It’s completely ineffective, which means that we must stop it immediately, or else this ineffectual policy will somehow have vastly negative effects on something or other (not clear what). But the trouble is that people think stopping it would be too costly, whereas in fact it would have no cost, as illustrated by the really bad things that just happened when the Fed indicated that it might indeed stop the policy.
Also, the sluggishness of the recovery somehow proves that money has been too loose.
I have to admit that at this point the arguments against quantitative easing have become unanswerable — because they’ve become incomprehensible, and there’s nothing to answer.
Il dibattito monetario: in scena Chewbacca [1]
Il dibattito sulla politica monetaria diventa sempre più surreale col passare del tempo. Inizialmente, riguardava una posizione abbastanza lineare e – fondamentalmente – suscettibile di verifica: la pretesa da parte dei ‘falchi’ monetaristi Allan Meltzer e Martin Feldstein che la ‘facilitazione quantitativa’ [2] comportasse una importante accelerazione dell’inflazione. Se quella inflazione ci fosse stata, penso che le ‘colombe’ come me avrebbero ammesso di aver avuto torto, e riconsiderato la loro posizione.
Ma l’esplosione inflazionistica non c’è stata. Dunque, lo hanno ammesso i ‘falchi’? No, sono solo venuti fuori con altre ragioni a sostegno della stessa posizione politica. Il punto non è l’inflazione, è la stabilità finanziaria. Si, questa va a pennello!
Diciamolo, penso che questa rappresenti una cattiva logica – dobbiamo proprio sentire che l’economia reale è al punto di soffrire per controllare l’irrazionale esuberanza degli operatori di Wall Street? Penso anche che rappresenti un pessimo comportamento; a parte, tra tutti, Larry Kudlow, qualcuno tra gli inflazionisti ha ammesso di aver avuto torto nel primo round?
Ma viene fuori che c’è anche altro. Io non so se i ‘falchi’ si stanno accorgendo che il racconto della stabilità finanziaria è un po’ frusto, o che è troppo difficile darlo in pasto al loro pubblico, o qualcosa del genere. Ma a questo punto almeno John Taylor – e non credo che sia solo – è passato direttamente alla tecnica difensiva Chewbacca.
Per coloro che non fossero al corrente di questa espressione, essa deriva – come molti termini utili del dibattito economico odierno – da South Park, dove il personaggio di Johnny Cochrane difende O. J. Simpson con una serie di bizzarre incongruità centrate sul personaggio prediletto da tutti Wookie.
Voglio dire, se qualcuno può trovare un argomento coerente in quest’ultimo Taylor, per favore me lo dica. Una mia rapida sintesi: l’attuale politica monetaria è proprio simile a quella degli anni ’70, a parte la faccenda della mancata inflazione. E’ completamente inefficace, il che significa che dobbiamo interromperla immediatamente, altrimenti questa politica inefficace avrà in qualche modo vasti effetti negativi su qualcosa o su qualcos’altro (non è chiaro che cosa). Ma il guaio è che la gente pensa che interromperla sarebbe troppo costoso, mentre di fatto non avrebbe alcun costo, come è illustrato delle cose del tutto negative che sono appena accadute al momento in cui la Fed ha indicato che essa poteva in effetti fermare quella politica [3].
Inoltre, l’indolenza della ripresa in qualche modo conferma che la politica monetaria è stata troppo facile.
Devo ammettere che a questo punto è diventato impossibile replicare agli argomenti contro la ‘Facilitazione quantitativa” – perché sono diventati incomprensibili, e non c’è niente da rispondere.
[1] “Chewbacca” è una espressione desunta dai cartoni di South Park. Sarebbe un sorta di tattica usata in un dibattimento giudiziario in una di quelle storielle. La tattica, a quanto capisco, consisterebbe nel confondere l’intero procedimento facendo un ricorso sistematico alle balle più strampalate, sino al punto di confondere completamente la giuria. Questa è la scenetta in oggetto, nella quale l’avvocato Cochran sostiene, alla fine del dibattimento, che il suo assistito in realtà è residente in un altro pianeta. La pubblica accusa reagisce dicendo “Dannazione …. Sta usando la tecnica difensiva Chewbacca!”.
[2] Per “Quantitative easing” vedi le note sulla traduzione.
[3] Il senso, è chiaro, è paradossale: gli ‘inflazionisti’ sostengono che non ci sarebbero costi, ma il solo parlarne da parte della Fed ha provocato un innalzamento dei tassi a lungo termine, nonché del costo dei mutui, che già danneggia la ripresa dell’edilizia.
luglio 12, 2013
July 12, 2013, 8:19 am
Update: a hint for all those readers demanding data for other countries: those things with blue lines underneath are hyperlinks, and in this case lead you right to the full dataset.
Roger Cohen has a nice piece making, impressionistically, a point I’ve been meaning to make quantitatively: things are not as bad in France as a lot of Anglo-Saxon reporting would have you believe. Yes, the French seem morose; but the French always seem morose. Just because they aren’t have-a-nice-day types doesn’t tell you much about the state of either their society or their economy.
And although you’d never know it from anything you read here, in some ways the French economy is still doing better than ours.
Dean Baker touched on one aspect the other day: youth unemployment. Yes, the unemployment rate among young French people is much higher than the rate here. But as Dean points out, the fraction of young people who are unemployed is about the same here and there. How is that possible? Because many fewer French college students have to seek work, thanks to vastly more generous scholarships.
But there’s an even more striking comparison — one I learned from Dean. Let’s not look at unemployment rates, which can be distorted in the way we’ve just seen. Instead, look at employment rates — the fraction of the population that has a job. And break it down by age (pdf):
Young French are much less likely to be working, as we’ve already mentioned. So are older French, because of policies that made early retirement financially attractive. But in prime working years, surprise! The French employment picture, at least as of late last year, was significantly better than ours.
And bear in mind that this is in a system where there is much less misery if, as it so happens, you don’t have a job.
Put it this way: right now, there is a lot less actual misery in France than there is here. Don’t let those morose faces fool you.
“Les (non tanto) Miserables”
Aggiornamento: un accenno per tutti quei lettori che chiedono dati sugli altri paesi: queste cosine con le righe blu sottostanti sono collegamenti intertestuali, e in questo caso vi portano dritti ai dati completi.
Roger Cohen scrive un bel pezzo, rendendo in modo impressionistico un aspetto che avevo intenzione di esporre in termini quantitativi: le cose non sono così cattive in Francia come una quantità di resoconti anglosassoni vorrebbero farci credere. E’ vero, la Francia sembra cupa; ma i francesi sembrano sempre cupi. Il solo fatto che siano individui con le cose che gli vanno di traverso non vi dice molto delle condizioni della loro società e della loro economia.
E per quanto non l’abbiate mai saputo da quanto leggete qua, in qualche modo l’economia francese sta facendo meglio delle nostre.
Dean Baker è intervenuto su un aspetto l’altro giorno: la disoccupazione giovanile. E’ vero, il tasso di disoccupazione tra i giovani francesi è molto più alto che da noi. Ma come mette in evidenza Dean, la percentuale di giovani che sono disoccupati è grosso modo la stessa, là e qua. Come è possibile? Perché molti meno studenti universitari francesi devono cercar lavoro, grazie alle notevolmente più generose borse di studio.
Ma c’è un confronto persino più impressionante, che ho appreso da Dean. Non guardate ai tassi di disoccupazione, che possono essere distorti per la ragione che ho appena detto. Guardate, invece, ai tassi di occupazione – la parte della popolazione che ha un lavoro. E disaggregatela secondo l’età (disponibile in pdf):
I giovani francesi è molto meno probabile che lavorino, come ho già ricordato. Lo stesso vale per i francesi più anziani, a causa delle politiche che rendono i pensionamenti precoci finanziariamente attraenti. Ma, negli anni della principale età lavorativa [1], sorpresa! Il quadro della occupazione francese, almeno quella dell’ultimo anno, era significativamente migliore del nostro.
E tenete a mente che questo accade in un sistema nel quale c’è molta meno miseria, se vi succede di non avere un posto di lavoro.
Mettiamola così: in questo momento, c’è molta meno effettiva miseria in Francia che qua da noi. Non consentite che quelle facce cupe vi prendano in giro.
[1] Ovvero, nella popolazione tra i 25 ed i 54 anni. Per questo traduco “prime working age” come “principale età lavorativa”; perché quegli non sono gli anni della “prima età lavorativa” (evidentemente, sulla cinquantina, non si è alla “prima esperienza”). Sono gli anni dove si concentra la “principale” esperienza lavorativa delle persone.
luglio 11, 2013
July 11, 2013, 7:39 am
A couple of days ago I pointed out that there is a big problem with the notion of “libertarian populism”, which is supposed to rally GOP support among “downscale” whites. Namely, a large part of the GOP agenda these days involves tearing down the social safety net — read the blistering Times editorial on North Carolina — and strange to say, downscale whites actually make use of that net.
I pointed out in the original post that a solid majority of the recipients of unemployment benefits are white. Readers have now directed me to better data on food stamps, from the American Community Survey. These show that in 2011, nationally, 48.7 percent of food stamp recipients were white. In swing states the number was higher: for example, 65 percent in Ohio.
Oh, and what about Medicaid, our other big means-tested program? According to the Census data, in 2011 there were 51 million people on Medicaid; 67 percent of them were white.
The point, again, is that it’s going to be hard to sell a libertarian program as populist when the core of that program is a direct assault on programs that help the very people who will supposedly be rallied by the new slogan.
Ancora di più sui bianchi e le reti della sicurezza
Un paio di giorni fa misi in evidenza che c’era un grande problema nell’idea di “populismo libertario”, che si è supposto possa far recuperare al Partito Repubblicano il sostegno dei “ridimensionati” bianchi. In particolare, una larga parte della agenda del Partito Repubblicano di questi tempi riguarda la demolizione della rete della sicurezza sociale – si veda lo scottante editoriale del Times sul North Carolina – e. strano a dirsi, i “ridimensionati” bianchi effettivamente fanno uso di quella rete.
Ho sottolineato nel post iniziale che una solida maggioranza dei fruitori dei sussidi di disoccupazione sono bianchi. I lettori mi hanno ora indirizzato a dati migliori sulle tessere alimentari, a cura dell’ American Community Survey. Questi mostrano che nel 2011, nazionalmente, il 48,7 per cento dei fruitori delle tessere alimentari erano bianchi. Negli Stati “swing” [1] il numero era più alto: per esempio, era il 65 per cento nell’Ohio.
Che dire poi di Medicaid, altro nostro grande programma che si basa sulla verifica del reddito? Secondo i dati del Censimento, nel 2011 c’erano a carico di Medicaid 51 milioni di persone; il 67 per cento di loro erano bianchi.
Il punto, ancora una volta, è che è destinato ad essere difficile rivendere come populista un programma libertario se il cuore di quel programma è un diretto attacco a quelle iniziative pubbliche che aiutano proprio quelle persone che si vorrebbero rimettere insieme per effetto del nuovo slogan.
[1] Espressione classica della politologia americana: gli Stati nei quali il voto “oscilla” da una elezione presidenziale all’altra, tra maggioranze repubblicane e democratiche.
luglio 10, 2013
July 10, 2013, 11:52 am
Still thinking about the new GOP idea — hey, let’s go for white voters! Why didn’t we think of that before? And I thought I’d do a cleaner version of some stuff I did a while back. I’m venturing into political science territory here,and would be happy to have real experts weigh in; but I’m pretty sure I have the basics right here.
So, let’s look at some exit poll data, and cross-tab it with Census income data. In the figure below, the red lines show the income-voting relationship from the Times summary of exit polls, which also supplies the broad ethnic group data. For incomes, I use Census data on median household income for 2011, which is also available for regions. For voting I use Alabama to represent the South, Ohio to represent the Midwest.
So here’s my picture:
Contrary to what some people keep saying, people with higher incomes, other things equal, tend to vote Republican. Cut through the noise and fog, and it is true that Democrats broadly want to redistribute income down, and Republicans want to redistribute income up — and on average, voters get that (which is why “libertarian populism” is hot air). But race and ethnicity also matter, a lot. What you can see right away is that there are three groups that are fairly anomalous.
1. African-Americans “should” lean Democratic, given their low incomes, but they are much more Democratic than this alone would predict.
2. Southern whites are just as much of an anomaly; they have close to the national median income,and “should” be pretty evenly split between parties, but instead are almost entirely Republican.
3. Asian-Americans are relatively high-income, but also strongly Democratic. Although I don’t have the data, Jews would surely look similar.
There really isn’t any mystery, of course, about these anomalies. Despite occasional attempts to widen its appeal, the GOP has effectively defined itself as the party of white Christians — and there are still a lot of historical memories that go with that definition.
Interestingly, Hispanic voters aren’t that much of an anomaly; they vote Democratic, but given relatively low income and a corresponding reliance on the safety net, that’s not surprising — and they’re not nearly as Democratic as the only somewhat poorer African-American community.
This in turn suggests a problem Republicans may not fully realize with their new strategy, which is in effect to be even more the white Christian party. You can think of this as an attempt to persuade Ohio whites to start voting like Alabama whites, which I guess could happen.
But what if the effect is,instead, to persuade Hispanics to start voting like African-Americans?
Reddito, razza e voto
Sto ancora pensando alla nuova idea del Partito Repubblicano – ehi, proviamoci con gli elettori bianchi! Parchè non ci abbiamo pensato prima? Ed ho pensato che potrei fare una versione più ordinata di qualche cosa che avevo fatto in passato, in questo caso mi sto avventurando sul territorio della scienza politica, e sarei felice di avere veri esperti che intervengono; ma sono abbastanza certo di avere su questo le idee di fondo.
Dunque, si guardi a qualche dato sugli exit poll, e lo si incroci nella tabella con i dati censuari sul reddito. Nella figura sotto, le linee rosse mostrano la relazione reddito-voti sulla base delle sintesi degli exit poll del Times, che fornisce anche i dati generali dei gruppi etnici. Per i redditi, uso i dati del Censimento sul reddito delle famiglie medie nel 2011, che sono anche disponibili per regioni. Per i voti uso l’Alabama per rappresentare il Sud, l’Ohio per rappresentare il Midwest.
Ecco dunque la mia lettura:
Contrariamente a quello che alcuni continuano a dire, le persone con i redditi più alti, a parità delle altre condizioni, tendono a votare repubblicano. Aprite un varco in mezzo alle chiacchiere ed al fumo, e in generale è vero che i Democratici vogliono redistribuire i redditi verso il basso e i Repubblicani lo vogliono redistribuire verso l’alto – e in media gli elettori lo capiscono (che è la ragione per la quale il “populismo libertario” è aria fresca [1]). Ma contano molto anche la razza e l’etnia. Quello che potete subito constatare è che ci sono tre gruppi che sono abbastanza anomali.
1 – Gli afro-americani dovrebbero tendere verso i democratici, dati i loro bassi redditi, ma sono molto più democratici di quello che questo dato da solo farebbe prevedere.
2 – I bianchi del Sud sono proprio in egual modo un’anomalia; sono vicini al reddito medio nazionale e “dovrebbero” suddividersi abbastanza equamente tra i (due) partiti, invece sono quasi interamente repubblicani.
3 – Gli asiatici sono relativamente ad alti redditi, ma anche fortemente democratici. Sebbene non abbia i dati, gli Ebrei dovrebbero essere sicuramente simili.
Non c’è proprio alcun mistero, naturalmente, in queste anomalie. Nonostante occasionali tentativi di ampliare il suo raggio di attrazione, il Partito Repubblicano si è essenzialmente definito come il partito dei Cristiani bianchi – e ci sono ancora una quantità di ricordi storici che si accordano con tale definizione.
In modo interessante, gli elettori ispanici non sono altrettanto anomali; essi votano democratico, ma dato il reddito relativamente basso ed un conseguente affidamento alle reti della sicurezza, ciò non è sorprendente – ed essi non sono neanche lontanamente altrettanto democratici come lo è soltanto la alquanto più povera comunità afro-americana.
Questo a sua volta suggerisce un problema che i Repubblicani possono non aver pienamente compreso con la loro nuova strategia, che è in effetti l’essere persino di più il partito bianco cristiano. Lo si può immaginare come un tentativo di persuadere i bianchi dell’Ohio a cominciare a votare come i bianchi dell’Alabama, la qualcosa mi immagino potrebbe accadere.
Ma cosa accadrebbe se l’effetto, invece, fosse quello di persuadere gli ispanici a votare come gli afro-americani?
[1] Gli americani dicono “aria calda”.