Blog di Krugman

L’America è piatta (15 luglio 2013)

 

July 15, 2013, 12:40 pm

America Is Flat

Sorry about radio silence this AM — busy with errands, but also feeling the need for at least a mental vacation from all the ugliness. And I’m going to continue that vacation by posting about something with little or no relevance to current policy debates, but which I’ve been curious about and doing a bit of casual research about on the side.

I’ve long had a small bee in my bonnet about the line — which you hear all the time — that portrays long-distance travel, trade, and so on as something new. You know: back in the day people lived in the same place all their lives, they only did business with their immediate neighbors, each village was self-sufficient, but now we’re in a world of global globalizing globaloney and all that.

Obviously if you go back far enough the caricature was true. But we’ve had a lot of international migration and trade ever since steam engines and telegraphs came in. There has been a recent huge increase in the value of manufacturing trade, tied to vertical disintegration of production; but aside from that, to what extent is the world really getting smaller or flatter or whatever?

Well, there’s one trend we know about that runs completely counter to the usual perception: within the United States, at least, people are moving less — a lot less. Greg Kaplan and Sam Schulhofer-Wohl (pdf) say that interstate mobility has been cut in half over the past 20 years. And interestingly, they suggest that this is in part because regions have become more similar: increasingly, different parts of the country are producing the same kinds of things and employing the same kind of people, so that there’s less reason to move.

This story actually matches up with what the new economic geography literature says, which is that regional specialization peaked around a century ago and has been declining since. Once upon a time steel came from Pittsburgh, butchered hogs from Chicago, pencils from Pennsylvania, coats from North Dakota, and all that; nowadays we’re all cubicle rats doing whatever it is we do:

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But here’s my question: if we’re all increasingly doing the same thing, shouldn’t we be doing less trade with each other? Now, we know that international trade has been rising fast. But is the same true of interregional trade within the United States?

Well, we don’t actually collect that kind of data (although the Canadians do; more on that in a minute). We do, however, have the Commodity Flow Survey, which measures total domestic shipments of stuff in general. What does this tell us? Well, it shows a slight decline over time in the ratio of shipments to GDP:

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Meanwhile, Canada has actual data on interprovincial trade flows. Looking only at goods, to be more comparable to the US numbers, I get this:

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It’s a smaller number, because a lot of those US shipments are short-distance and wouldn’t register as interprovincial trade. But again, a small decline rather than the big rise we see in international trade.

So what’s the moral of the story? Well, the world is flat, but America isn’t. Or actually, America is flat — more and more, it’s all the same, which gives us less reason to move and even less reason to ship stuff around.

And the growth of international trade in manufactured goods needs, perhaps, to be seen as something more special and less generic than often imagined. It’s not that there’s some inexorable force leading to stuff rattling around the globe; it’s that the combination of containerization and trade liberalization has made it possible to break up the value chain to take advantage of international wage differences.

As I said, no idea if there’s any policy relevance here; but I’m having a bit of fun.

 

L’America è piatta

 

 

Spiacente per il silenzio radio di questa mattina – occupato con varie commissioni, sento anche il bisogno di un’ultima vacanza mentale da tutte le brutture. E sono orientato a continuare questa vacanza pubblicando qualcosa con poca o piccola attinenza agli attuali dibattiti politici, ma di cui mi sono incuriosito, ed anche facendo un po’ di ricerca casuale su quel fronte.

Sono sempre stato un po’ fissato con la storiella – che si sente ripetere di continuo – che descrive il viaggio a lunga distanza, nel commercio ed in altro, come qualcosa di nuovo. Sapete: la gente un tempo viveva l’intera propria esistenza  nello stesso posto, faceva i propri affari nelle proprie immediate vicinanze, ogni villaggio era autosufficiente, ma ora siamo nel mondo della fregatura [1] globale globalizzante e via di seguito.

Ovviamente, se si va abbastanza indietro nel tempo, quella rappresentazione era vera. Ma abbiamo avuto un bel po’ di migrazioni internazionali e di commerci da quando entrarono in scena le macchine a vapore ed il telegrafo. C’è stato un recente vasto incremento nel valore del commercio manifatturiero, collegato ad una disintegrazione verticale della produzione, ma, a parte quello, in quale misura il mondo sta effettivamente diventando più piccolo, più piatto o qualcosa del genere?

Ebbene, c’è una tendenza della quale sappiamo che va completamente contro la percezione comune: almeno all’interno degli Stati Uniti la gente si muove di meno – molto di meno. Greg Kaplan a Sam Schulhofer-Wohl (disponibile in pdf) dicono che la mobilità interstatale si è ridotta della metà nel corso degli ultimi 20 anni. Ed essi suggeriscono, in modo interessante, che questo in parte derivi dal fatto che le varie aree sono diventate più simili: in modo crescente, diverse parti del paese stanno producendo lo stesso genere di cose ed occupando lo stesso genere di persone, dunque ci sono meno ragioni per muoversi.

Questa storia effettivamente fa il pari con quello che dice la letteratura della nuova geografia economica, secondo la quale la specializzazione regionale ha avuto il suo picco un secolo fa e da allora sta declinando. Una volta l’acciaio veniva da Pittsburgh, la carne di maiale da Chicago, le matite dalla Pennsylvania, i cappotti dal Nord Dakota, e così via; ora siamo tutti topi in uno stanzino che fanno quello che facciamo, qualsiasi cosa sia:

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Ma ecco la mia domanda: se stiamo sempre più facendo le stesse cose, non dovremmo avere meno commercio gli uni con gli altri? Ora, sappiamo che il commercio internazionale è cresciuto velocemente. Ma la stessa cosa è vera per il commercio interregionale all’interno degli Stati Uniti?

Ebbene, in effetti non sono dati che possiamo mettere assieme (sebbene il Canada lo faccia; ci vengo tra un attimo). Abbiamo, tuttavia, il Sondaggio sui flussi delle materia prime, che misura le spedizioni totali di ogni genere di oggetto all’interno del paese. Che cosa ci dice? Ebbene, esso mostra un leggero declino nel tempo della percentuale delle spedizioni sul PIL:

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Nel frattempo, il Canada ha i dati effettivi sui flussi commerciali interprovinciali. Guardando solo ai beni, in modo da renderli maggiormente confrontabili con i dati degli Stati Uniti, ottengo questo:

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Si tratta di un dato più piccolo, perché una buona quantità di quelle spedizioni degli Stati Uniti sono a corta distanza e non sarebbero registrate come commerci interprovinciali. Ma abbiamo ancora un piccolo declino, piuttosto che la grande crescita che osserviamo nel commercio internazionale.

Qual è dunque la morale della storia? Ebbene, il mondo è piatto, ma l’America non lo è. O meglio, in effetti l’America è piatta – sempre di più è interamente uguale a se stessa, che è il motivo per il quale abbiamo meno ragioni di muoverci e ragioni persino minori per spedire la roba in giro.

E la crescita del commercio internazionale nei beni manifatturieri ha bisogno, forse, di essere vista come qualcosa di più specialistico e di meno generico di quello che abbiamo spesso immaginato. Non c’è una qualche forza inesorabile che ci conduce a riempirci di oggetti sbattendoci in tutto il globo; si tratta della combinazione della containerizzazione e della liberalizzazione dei commerci che ha reso possibile interrompere la catena del valore in modo da avvantaggiarsi delle differenze salariali internazionali.

Come ho detto, non ho alcuna idea se in questo ci sia qualche rilevanza politica; però mi sto proprio divertendo.


[1] “Globaloney” è il titolo di un libro di successo di Michael Veseth. Secondo alcuni il senso sarebbe quello di “balla globale” etc.

Non esiste il “vero” tasso disoccupazione (14 luglio 2013)

luglio 14, 2013

 

July 14, 2013, 1:41 pm

There Is No “True” Unemployment Rate

In my last post I compared food stamp use with U6, a broad definition of unemployment — and I saw some commenters claiming that U6 is the “true” unemployment rate, even that I was for the first time admitting this fact.

Um, no. There is no “true” unemployment rate, just various indicators of the state of the labor market. Fortunately, these indicators pretty much move in tandem, so we’re not usually confused about whether the market is getting better or worse. But they do measure somewhat different things, and which one you want to look at depends on what questions you’re asking.

After all, what do we mean when we say someone is unemployed? We don’t just mean “not working”, because that applies to retirees, the disabled, playboys on yachts, etc.. We mean someone who wants to work but can’t find that work — a useful notion. But there’s some unavoidable fuzziness about both what it means to want to work and what it means to be unable to find work.

Suppose that I were to retire from the econ biz and take up origami, or something — but could still be tempted to come out and give lectures if offered million-dollar fees. Do I want to work or not? As a practical matter, no, since I don’t get offers in that range. But you could imagine a situation where the numbers were closer, and the question of whether I really want work is genuinely ambiguous.

What about being able to find work? Suppose you have an expensively acquired degree, and the only jobs out there are part-time gigs at minimum wage. You might not take those jobs; in that case, is it really true that you can’t find work? Alternatively, you might indeed take such a job; is it really right in that case to say that you did find work?

None of this is a counsel of despair; it just says that we have to develop practical measures that give us a good read on what is happening, even if they don’t correspond to the Platonic ideal of unemployment.

The usual measure, U3, measures your desire to work by asking whether you have been actively searching in the recent past; it measures your ability to find work by your taking a job, any job. Obviously this can deviate from the Platonic ideal in both directions: there could be people who could find work if they were willing to take the jobs on offer, and there could be people who want to work but aren’t actively searching because they know that at the moment there’s no point — or who are working, but only part-time because that’s all they can find.

U6 casts a wider net; it includes people who are working part-time but say they want full-time work, it includes people who aren’t actively searching but either were working recently or say that they aren’t looking for lack of opportunities. Again, this could clearly deviate from the Platonic ideal, but it’s a reasonable stab at the problem.

In practice, as I’ve suggested, these measures tell pretty much the same story about the ups and downs of the labor market:

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So it’s not a big issue. However, when you’re looking at food stamps, you want a sense of how many Americans are in economic distress — and a broad measure like U6 comes closer to doing that than the narrow measure usually cited.

That’s all there is to it. No deep issues, just practical choices in a world where measurement is never perfect.

 

Non esiste il “vero” tasso disoccupazione

 

Nel mio ultimo post ho messo a confronto l’utilizzo dei buoni alimentari con lo U6, una ampia definizione di disoccupazione – ed ho visto alcuni commentatori sostenere che l’U6 sarebbe il vero tasso di disoccupazione, persino che era la prima volta che io riconoscevo questo fatto.

No, non credo. Non c’è un “vero” tasso di disoccupazione, solo vari indicatori delle condizioni del mercato del lavoro. Fortunatamente, questi indicatori il più delle volte si muovono in coppia, cosicché non ci confondiamo sul fatto che il mercato del lavoro stia andando meglio o peggio. Ma essi misurano per davvero in qualche modo cose diverse,  e quello che si vuole vedere dipende dalle domande che si stanno ponendo.

Dopotutto, cosa significa quando diciamo che qualcuno è disoccupato? Non intendiamo che “non sta lavorando”, perché quello varrebbe per i pensionati, i disabili, i playboy sugli yachts, etc. Intendiamo qualcuno che vuole lavorare ma non trova lavoro – un concetto utile. Ma c’è una inevitabile vaghezza a proposito di quello che significa sia voler lavorare che essere incapaci di trovare lavoro.

Supponiamo che mi stia per ritirare dalla attività economica e mi occupi di origami, o qualcosa del genere – ma potrei ancora essere tentato di venir fuori e fare conferenze se mi offrissero parcella da un milione di dollari. Sono uno che vuole lavorare o no? In senso pratico no, dato che non ho offerte di quelle dimensioni. Ma si potrebbe immaginare una situazione nella quale i numeri fossero più vicini, e la domanda relativa alla mia volontà di lavorare diventerebbe genuinamente ambigua.

Cosa dire a proposito della capacità di trovare lavoro? Supponiamo di possedere una laurea costosamente ottenuta, e che i posti di lavoro in giro siano lavoretti a part-time con salari minimi. Potreste non accettare quei posti di lavoro: in quel caso, sarebbe effettivamente vero che non potete trovare lavoro? In alternativa, potreste accettare lavori del genere; sarebbe davvero giusto in quel caso dire che avete trovato lavoro?

Queste non sono in nessun caso ragioni per disperarsi: ci dicono soltanto che dobbiamo sviluppare misure pratiche che ci diano una buona lettura di quanto sta succedendo, anche se non corrispondono all’idea platonica di disoccupazione.

La misura consueta, U3, misura il vostro desiderio di lavorare chiedendovi se avete attivamente cercato lavoro nel recente passato; essa misura la vostra capacità di trovare lavoro accettando un posto, qualsiasi posto. Ovviamente, essa può deviare dall’idea platonica in entrambe le direzioni: ci potrebbero essere persone che potrebbero trovare lavoro se avessero voglia di accettare i posti in offerta, e ci potrebbero essere persone che vogliono lavorare ma non stanno attivamente cercando perché sanno che al momento non avrebbe senso – oppure ci sono persone che stanno lavorando, ma solo a part-time perché è quanto possono trovare.

La misurazione U6 getta una rete più ampia: essa comprende persone che stanno lavorando a part-time ma dicono di voler lavorare a tempo pieno, comprende persone che non stanno cercando attivamente ma o stavano lavorando di recente o dicono che non stanno cercando per mancanza di opportunità. Potrebbe essere anche questa una deviazione dall’idea platonica, ma è un ragionevole tentativo di rispondere al problema.

In pratica, come avevo suggerito, queste misure ci raccontano sostanzialmente la stessa storia sugli alti ed i bassi del mercato del lavoro:

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Dunque, non è una grande questione. Tuttavia, quando si guarda ai buoni alimentari, si vuole avere la percezione di quanti americani siano in difficoltà economiche – ed una misura generale come la U6 è più vicina a fornirla che non le misurazioni  più ristrette normalmente citate.

Questo è tutto a proposito di questa questione. Non ci sono tematiche profonde, solo scelte pratiche in un mondo nel quale le misure non sono mai perfette.

La marcia degli scrocconi ruminanti (13 luglio 2013)

luglio 13, 2013

 

July 13, 2013, 6:08 pm

March of the Munching Moochers

Or, you know, maybe people desperately need help:

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SNAP participation is the percentage of the population receiving food stamps. U6 is the unemployment measure that includes the underemployed and those who aren’t currently searching because no jobs are available. SNAP participation normally follows U6 with a lag, and is in that sense behaving normally.

 

La marcia degli scrocconi ruminanti

 

O magari, sapete, può darsi che la gente abbia disperatamente bisogno d’aiuto:

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La partecipazione allo SNAP [1] è la percentuale della popolazione che riceve aiuti alimentari. “U6” è la misura della disoccupazione che include i sottooccupati e coloro che non sono attualmente alla ricerca di lavoro perché non ci sono posti disponibili. La partecipazione allo SNAP normalmente segue la misura dello U6 con uno sfasamento, e in quel senso si sta comportando normalmente [2].


[1] Lo SNAP è il “Supplemental Nutrition Assistence Program”, ovvero il “Programma assistenziale di integrazione alimentare”. Il “Food Stamp” è l’altro termine con il quale si indica lo SNAP; fornisce aiuti finanziari per l’acquisto di cibo alle persone con redditi bassi o senza reddito che vivono negli Stati Uniti. E’ un programma di aiuti federale, amministrato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, ma i sussidi sono distribuiti dai singoli Stati. Interessante l’elenco degli aventi diritto; oltre ai residenti, tra gli stranieri vi si trovano categorie assai specifiche: i figli di  immigrati con meno di  18 anni; gli immigrati ciechi o disabili che semplicemente hanno ricevuto sussidi per la loro disabilità; gli anziani immigrati che risiedono negli Stati Uniti dal 1996; gli Hmong, ovvero coloro che provengono dalle regioni alte del Laos e che diedero aiuti all’esercito americano durante la guerra nel Vietnam; i rifugiati e coloro ai quali è stato riconosciuto il diritto di asilo; cubani ed haitiani ….

“Food stamp” ha la forma di “buoni” (“coupons”) che imitano il denaro corrente (marroni da un dollaro, blu da 5 dollari e verdi da 10 dollari), anche se in pezzatura che è circa la metà delle corrispondenti banconote. Ma a partire dalla fine degli anni ’90 alcuni Stati sostituirono tali fogli con una carta di debito denominata Electronic Benefit Transfer (EBT). Possono essere utilizzati per generi alimentari commestibili, senza riguardo al valore nutrizionale. Ciononostante, a fianco degli aiuti esiste una serie di strumenti di educazione alimentare. Non possono essere utilizzati per acquistare cibi caldi o cibi provenienti da ristoranti “fast food”.  Questa è l’immagine della presentazione del programma da parte del Dipartimento dell’Agricoltura.

 

[2] Giacché la linea arancione indica l’andamento della disoccupazione nella misura U6 – cioè inclusi i sottoccupati e coloro che non cercano lavoro perché non lo trovano – mentre quella blu indica l’andamento della partecipazione al programma degli aiuti alimentari.

Pesce in barile, versione Rick Santelli (13 luglio 2013)

luglio 13, 2013

 

 

July 13, 2013, 12:37 pm

Fish in a Barrel, Rick Santelli Edition

The tale of Monetary Hawks Down continues to get ever more interesting, although it makes one ever less sanguine about human nature.

The story so far: back in 2009-2010, as the Fed greatly expanded its balance sheet, there was a real debate over consequences — with each side making falsifiable predictions. One side said that the Fed’s moves would be hugely inflationary; the other said that expanding the monetary base in a depressed economy that was, furthermore, in a liquidity trap wouldn’t be inflationary at all. Years have now passed, and reality has closely tracked the liquidity-trap view. Argument settled,right?

Ha.

For the most part, the inflationistas have quietly dropped the whole inflation thing, never admitting that they made a wrong prediction, and gone on to demanding the same thing as before — but with a new rationale, financial stability. A few have supplemented this strategy by spouting what appears to be gibberish.

But some have moved even further, vehemently denying that they ever said anything about inflation, that it was always about something else. A prime case in point is CNBC’s Rick Santelli, who flatly declared, “I never said it was about inflation.”

Of course, Business Insider went back to the tape, and found Santelli back when not only declaring “of course I’m talking about inflation”, but going the full Weimar.

Still, he’s still doing it, insisting that it was never about inflation, that

The real argument was that these programs create a boatload of foreign exchange volatility.

So, how’s that going? Here’s the dollar index, also showing the beginning of the Fed’s quantitative easing strategy (I don’t count the emergency lending during the height of the crisis — QE1 — which wasn’t all that controversial):

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See how stable the dollar was before the Fed starting QE? See how much it has plunged since? Neither do I.

By the way, since someone will bring it up, that surge and decline in 2008-9 was the extreme period of the financial crisis, when everyone plowed into dollars out of fear, then pulled back as the crisis abated. The big story here is that the exchange rate has always been volatile, and that to the extent that there was a lot of dollar “debasement”, it took place during the Bush-Greenspan years when Fed policy was quite conventional.

I guess what gets me about all of this isn’t just the bad economics, it’s the stunning lack of menschlichkeit.

 

Pesce in barile, versione Rick Santelli

 

Il racconto sui Falchi Monetari In Panne continua ad essere sempre più interessante, sebbene mi renda sempre meno ottimista sul genere umano.

La storia sino a questo punto: nei passati 2009-2010, al momento in cui la Fed espanse notevolmente i suoi equilibri di bilancio, ci fu un dibattito reale sulle conseguenze – con entrambi gli schieramenti che avanzavano previsioni suscettibili di verifica. Una parte diceva che le iniziative della Fed sarebbero state grandemente inflazionistiche; l’altra diceva che l’espansione della base monetaria in una economia depressa che, per di più, era in una trappola di liquidità, non sarebbe stata affatto inflazionistica. Sono passati anni e la realtà ha seguito da vicino il punto di vista della trappola di liquidità. Problema risolto, dunque?

Per niente.

In larga maggioranza, gli inflazionisti hanno tranquillamente fatto cadere l’intera faccenda dell’inflazione, non ammettendo mai di aver formulato previsioni sbagliate, e sono tornati a chiedere le stesse cose – ma con un nuovo fondamento logico, la stabilità finanziaria. In pochi hanno integrato questa strategia blaterando cose che appaiono prive di senso.

Ma alcuni sono andati persino oltre, negando con energia di aver mai parlato di inflazione, e sostenendo che la questione era tutt’altra. Un esempio principale a proposito è stato quello di Rick Santelli della CNBC, che ha dichiarato senza alcuna incertezza: “Io non ho mai detto che ciò avesse a che fare con l’inflazione”.

Naturalmente, Business Insider è tornato alla registrazione, ed ha ritrovato che Santelli non solo dichiarava “naturalmente sto parlando di inflazione”, ma si riferiva addirittura a Weimar.

Eppure, egli continua a farlo, insistendo che la questione non riguardava l’inflazione, che:

“il vero argomento era che questi programmi creano un sacco di volatilità di valute straniere.”

Dunque, come sta andando? Ecco l’indice relativo al dollaro, che mostra anche l’inizio della strategia della “Facilitazione Quantitativa [1]” da parte della Fed (non considero i prestiti di emergenza durante il picco della crisi – la cosiddetta “Facilitazione Quantitativa” 1 – che non sono stati affatto oggetto di controversie):

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Vedete come il dollaro fosse stabile prima che la Fed partisse con la “Facilitazione Quantitativa”? Vedete come è crollato a partire da quel momento? Beh, non lo vedo neanch’io.

Per inciso, dal momento che qualcuno lo tirerà fuori, quella salita e quel declino nel 2008-9 fu nel periodo estremo della crisi finanziaria, quando tutti correvano ai dollari per paura, e poi si ritrassero quando la crisi fu contenuta. La storia vera in questo caso è che il dollaro è sempre stato volatile, e che nella misura in cui c’è stata una importante “svalutazione” del dollaro, essa ebbe luogo durante gli anni di Bush e di Greenspan [2], quando la politica della Fed era abbastanza convenzionale.

Penso che quello che posso dedurre da tutto ciò non riguardi soltanto una cattiva economia, si tratta di uno stupefacente difetto di umanità.


[1] Per “Quantitative Easing” vedi le note sulla traduzione.

[2] Precedente Presidente della Federal Reserve.

Ancora sulla non-così-miserabile Francia (13 luglio 2013)

luglio 13, 2013

 

 

July 13, 2013, 10:18 am

More On Not-So-Miserable France

Following up a bit further on my earlier discussion. The French economy gets extraordinarily bad press in this country, and this attitude spills over into some allegedly serious economic analysis too. I don’t have time to dig up examples now, but not that long ago quite a few investment banks etc. were pegging France as the next crisis country, about to go the way of Italy or even Portugal any day now.

And there was actually a spike in French borrowing costs for a while. Here’s the France-Germany long-term interest differential:

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You can see the surge from mid-2011 to mid-2012. In retrospect, however, it’s clear that this was a De Grauwian liquidity panic, arising from the fact that France didn’t have its own currency and that it wasn’t clear whether the ECB would act as a lender of last resort. Once the ECB sorta kinda indicated that it would, in fact, do its job, the panic subsided, and France is no longer under severe financial pressure.

True, there’s still a French premium, which may reflect some lingering solvency concerns. In reality, however, France does not have a large structural deficit. And while it has an aging population, the demographic problem is actually much less in France — with its relatively high fertility — than in the rest of Europe, Germany in particular.

But hasn’t the French economy performed poorly in the crisis? Yes, compared with the United States or Germany. But it’s not in the crisis camp, at all. Here’s a comparison:

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Most people, I suspect, think of the Netherlands as being like Germany — doing fine thanks to stern fiscal virtue and all that — while those self-indulgent French slide into economic decline. Actually, France and the Netherlands have basically the same performance.

Just to be clear, I’m not saying that all is well with France. France is doing badly; so are we; so is almost everyone. The widespread notion that France is in big trouble is, however, not based on reality. And it’s hard to avoid the suspicion that it’s ultimately political: with their generous welfare state the French are supposed to be collapsing, so people assume that they are.

 

Ancora sulla non-così-miserabile Francia

 

Facendo ulteriormente seguito alla mia precedente esposizione. In questo paese, l’economia francese ha una pessima stampa, e questa attitudine trabocca sin dentro qualche seria analisi economica. Non ho tempo adesso di andare a tirar fuori esempi, ma non molto tempo fa numerose banche di investimento etc. venivano etichettando la Francia come il prossimo paese in crisi, vicino ad imboccare da un momento all’altro la strada dell’Italia o persino del Portogallo.

E c’è stato effettivamente un picco nei costi dell’indebitamento francese, per un certo periodo. Ecco qua l’andamento del differenziale degli interessi a lungo termine tra Francia e Germania:

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Potete notare la risalita dalla metà del 2011 alla metà del 2012. Retrospettivamente, tuttavia, è chiaro che si è trattato di un panico di liquidità del genere analizzato da De Grauwe, provocato dal fatto che la Francia non aveva la propria moneta e non era chiaro se la BCE avrebbe agito come prestatore di ultima istanza. Una volta che la BCE in qualche modo ha dichiarato che nei fatti avrebbe corrisposto a quel compito, il panico si è placato e la Francia non è più sotto una grave pressione finanziaria.

E’ vero, sussiste una maggiorazione per la Francia, che può essere il riflesso di qualche persistente preoccupazione di solvibilità.  In realtà, tuttavia, la Francia non ha un ampio deficit strutturale. E se ha una popolazione che invecchia, il problema demografico è in effetti molto minore in Francia – con la sua relativamente alta fertilità – che nel resto dell’Europa, Germania in particolare.

Ma l’economia francese non si è comportata modestamente nella crisi? Si, a confronto con gli Stati Uniti e la Germania. Ma essa non è affatto nel gruppo della crisi. Ecco un confronto [1]:

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Ho il sospetto che gran parte delle persone pensino che l’Olanda sia simile alla Germania – che si comporta bene grazie ad una rigida virtuosità della finanza pubblica e cose del genere – mentre quegli autoindulgenti francesi starebbero scivolando in un declino economico. Effettivamente, Francia ed Olanda hanno fondamentalmente le stesse prestazioni.

Solo per chiarezza: non sto dicendo che tutto vada bene in Francia. La Francia non sta andando bene, come noi, come quasi tutti. Tuttavia, l’idea diffusa che la Francia fosse in un gran guaio  non si basava sulla realtà. Ed è difficile evitare il sospetto che questo in ultima analisi dipendesse da un pregiudizio politico: con il loro generoso stato assistenziale si supponeva che la Francia stesse per collassare, per questo la gente lo considera scontato.


[1] Italia in rosso, Francia in blu, Olanda in grigio.

Spitzer (12 luglio 2013)

luglio 12, 2013

 

 

July 12, 2013, 8:41 am

Spitzer

I was on the Upper West Side yesterday, and you had to walk carefully to avoid the teeming masses of people trying to get you to sign up to get Eliot Spitzer on the ballot for comptroller. And it looks as if the effort succeeded.

So, is this absurd? I don’t think so.

Full disclosure: I happen to know and like Spitzer personally; also, at least some of the talks I’ve given at the 92nd Street Y were sponsored by the Spitzer family. So you can discount what I’m about to say appropriately.

So, first and stupid things first: the prostitute thing is embarrassing and painful to think about, but not a disqualification for public office. David Vitter is still in the Senate, and in internal LA Republican politics is apparently squashing the very pious Bobby Jindal like a bug.

A more important point is that Spitzer was,it turned out, temperamentally unsuited to the job of governor. He’s a bulldog who sinks his teeth into those he sees as wrongdoers and won’t let go. This worked for him as Attorney General, but got him nowhere in running the state.

The point, however, is that the office he’s now seeking is more like the AG position than the governor’s mansion. And it would give him,once again, a chance to tangle with the bad guys of Wall Street from a position of considerable influence.

I know that opinions differ about just how effective Spitzer’s confrontations were. But at least he tried — which is more than you can say about almost anyone else in our political life.Basically, the malefactors of great leverage were bailed out and went right back to being bad guys again, and everyone in public life pretended that nothing had happened.

That, I think, is why there’s a surprising reservoir of support for Spitzer; people remember him as someone who showed at least some of the righteous outrage that has been so wrongly absent from our national discourse.

It’s a useful reminder, and it’s why I regard his entry into the race, win or lose, as a good thing.

 

Spitzer [1]

 

Ieri ero nella Upper West Side, e si doveva procedere con una certa attenzione se si voleva evitare le sciamanti masse di individui che  cercavano di farti firmare perché Eliot Spitzer possa partecipare alle elezioni per il ruolo di comptroller  [2]. E sembra che il suo sforzo abbia successo.

Dunque, è una cosa assurda? Non la penso così.

Per una completa informazione: mi accade di conoscere e di avere personalmente simpatia per Spitzer; inoltre, alcuni dei colloqui che ho tenuto alla “Y della 92esima strada”  [3] erano sponsorizzati dalla famiglia Spitzer. Così potete convenientemente fare una tara su quello che sto per dire.

Dunque, in primo luogo e partendo dalle stupidaggini: è penoso ed imbarazzante pensare alla storia della prostituta, ma non è una squalifica dagli uffici pubblici. David Vitter è ancora al Senato, e tra i repubblicani di Los Angeles la politica sta apparentemente schiacciando come un insetto il religiosissimo Bobby Jindal [4].

Un aspetto più importante è che Spitzer era, a quanto si apprende, come temperamento inadatto al ruolo di Governatore. E’ un cane da guardia che affonda i denti in coloro che considera malfattori e non li lascia più andare. Questo gli era utile nella funzione di Procuratore Generale, ma non lo ha portato da nessuna parte nel governo dello Stato.

Il punto, tuttavia, è che l’ufficio al quale si è ora indirizzato è più vicino alla posizione di procuratore generale che non di Governatore. E questo gli darebbe ancora una volta la possibilità di entrare in contrasto con i pessimi individui di Wall Street da una posizione di considerevole influenza.

So che esistono opinioni diverse a proposito di quanto Spitzer sia stato efficace in questi contrasti. Ma almeno ci ha provato – il che è più di quanto si possa dire per chiunque altro nella nostra vita politica. Fondamentalmente, i malfattori dei grandi indebitamenti sono stati messi in salvo e sono tornati ancora una volta al ruolo di cattivi soggetti, e tutti nella vita pubblica hanno preteso che non fosse successo niente.

La qualcosa, io penso, è la ragione per la quale c’è un sorprendente serbatoio di consenso per Spitzer; la gente lo ricorda come qualcuno che almeno ha mostrato un po’ della indignazione morale che è stata colpevolmente assente dal nostro dibattito nazionale.

E’ un ricordo utile, ed è la ragione per la quale io guardo alla sua scesa in campo, che vinca o perda, come una buona cosa.


[1] Eliot Spitzer, ex governatore di New York dimessosi cinque anni fa per uno scandalo legato alla prostituzione, torna nell’arena politica annunciando la sua candidatura a “comptroller” di New York City. Perché la candidatura sia valida, Spitzer deve raccogliere almeno 3.570 firme. Un compito che non sembra affatto difficile dato che l’ex governatore ha promesso di passare al setaccio l’elettorato della città. Figlio di un ricco imprenditore immobiliare, Spitzer ha dichiarato che autofinanzierà la sua campagna, rinunciando ai soldi pubblici. Il New York Times stima che la corsa costerà diversi milioni di dollari.

Quando Spitzer ricoprì la carica di procuratore generale fu definito da molti il cane da guardia di Wall Street (ma come si legge nel post, Krugman è di diverso avviso). Ora promette di trasformare l’ufficio del comptroller, quello che andrebbe a ricoprire nel caso di vittoria, in un’agenzia che non si limiti a tenere sotto controllo le condizioni finanziarie di New York City ma che svolga anche indagini sull’efficacia delle politiche del governo. Un compito che potrebbe mettere il democratico Spitzer in conflitto con il prossimo sindaco della città, chiunque esso sarà. L’attuale primo cittadino Michael Bloomberg termina il suo ultimo mandato in autunno (da America 24)

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[2] “Comptroller” è una posizione pubblica, anche, come in questo caso, di carattere pubblico, in sostanza di controllo e supervisione della qualità della gestione finanziaria di una organizzazione. Suppongo come un specie di “collegio di revisori dei conti”, che però sono una persona sola e sono scelti passando da elezioni.

[3] Si tratta di un Centro culturale no-profit che ha sede a New York.

[4] Non si comprende perché Jindal – Governatore della Louisiana ed astro nascente repubblicano – venga citato in questo contesto, ovvero in relazione a comportamenti personali discutibili; forse fatti di cronaca …

Il dibattito monetario: in scena Chewbacca (12 luglio 2013)

luglio 12, 2013

 

 

July 12, 2013, 2:37 pm

The Monetary Debate: Enter Chewbacca

The debate over monetary policy has grown increasingly surreal as time goes by. Initially, it was about a fairly straightforward and — crucially — falsifiable position: the claim by monetary hawks like Allan Meltzer and Martin Feldstein that quantitative easing would lead to a major acceleration of inflation. If that inflation had happened, I like to imagine that doves like me would have conceded that we got it wrong, and reconsidered our position.

But the inflationary explosion didn’t happen. So, did the hawks reconsider? No, they just came up with new reasons for the same policy position. It’s not about inflation, it’s about financial stability. Yeah, that’s the ticket!

OK, I think this represents bad logic — do we really feel that the real economy must suffer to control the irrational exuberance of Wall Street traders? I also believe that it represents bad behavior; aside from, of all people, Larry Kudlow, have any of the inflationistas admitted that they were wrong in round one?

But it turns out that even this wasn’t the end of the story. I don’t know whether the hawks are feeling that the financial stability story is wearing thin, or that it’s too hard to sell to some of their audiences, or what. But at this point John Taylor, at least — and I believe he’s not alone — has gone full Chewbacca defense.

For those not familiar with the term, it comes — like so many terms useful for contemporary economic discussion — from South Park, where the Johnny Cochrane character defends O.J. Simpson with a string of bizarre non sequiturs centering on everyone’s favorite Wookie.

I mean, if anyone can find a coherent argument in Taylor’s latest, please tell me. My quick summary: Current monetary policy is just like in the 1970s, except for the lack of inflation thing. It’s completely ineffective, which means that we must stop it immediately, or else this ineffectual policy will somehow have vastly negative effects on something or other (not clear what). But the trouble is that people think stopping it would be too costly, whereas in fact it would have no cost, as illustrated by the really bad things that just happened when the Fed indicated that it might indeed stop the policy.

Also, the sluggishness of the recovery somehow proves that money has been too loose.

I have to admit that at this point the arguments against quantitative easing have become unanswerable — because they’ve become incomprehensible, and there’s nothing to answer.

 

Il dibattito monetario: in scena Chewbacca [1]

 

Il dibattito sulla politica monetaria diventa sempre più surreale col passare del tempo. Inizialmente, riguardava una posizione abbastanza lineare e – fondamentalmente – suscettibile di verifica: la pretesa da parte dei ‘falchi’ monetaristi Allan Meltzer e Martin Feldstein che la ‘facilitazione quantitativa’ [2] comportasse una importante accelerazione dell’inflazione. Se quella inflazione ci  fosse stata, penso che le ‘colombe’ come me avrebbero ammesso di aver avuto torto, e riconsiderato la loro posizione.

Ma l’esplosione inflazionistica non c’è stata. Dunque, lo hanno ammesso i ‘falchi’? No, sono solo venuti fuori con altre ragioni a sostegno della stessa posizione politica. Il punto non è l’inflazione, è la stabilità finanziaria. Si, questa va a pennello!

Diciamolo, penso che questa rappresenti una cattiva logica – dobbiamo proprio sentire che l’economia reale è al punto di soffrire per controllare l’irrazionale esuberanza degli operatori di Wall Street? Penso anche che rappresenti un pessimo comportamento; a parte, tra tutti, Larry Kudlow, qualcuno tra gli inflazionisti ha ammesso di aver avuto torto nel primo round?

Ma viene fuori che c’è anche altro. Io non so se i ‘falchi’ si stanno accorgendo che il racconto della stabilità finanziaria è un po’ frusto, o che è troppo difficile darlo in pasto al loro pubblico, o qualcosa del genere. Ma a questo punto almeno John Taylor – e non credo che sia solo – è passato direttamente alla tecnica difensiva  Chewbacca.

Per coloro che non fossero al corrente di questa espressione, essa deriva – come molti termini utili del dibattito economico odierno – da South Park, dove il personaggio di Johnny Cochrane difende O. J. Simpson con una serie di bizzarre incongruità centrate sul personaggio prediletto da tutti Wookie.

Voglio dire, se qualcuno può trovare un argomento coerente in quest’ultimo Taylor, per favore me lo dica. Una mia rapida sintesi: l’attuale politica monetaria è proprio simile a quella degli anni ’70, a parte la faccenda della mancata inflazione. E’ completamente inefficace, il che significa che dobbiamo interromperla immediatamente, altrimenti questa politica inefficace avrà in qualche modo vasti effetti negativi su qualcosa o su qualcos’altro (non è chiaro che cosa). Ma il guaio è che la gente pensa che interromperla sarebbe troppo costoso, mentre di fatto non avrebbe alcun costo, come è illustrato delle cose del tutto negative che sono appena accadute al momento in cui la Fed ha indicato che essa poteva in effetti fermare quella politica [3].

Inoltre, l’indolenza della ripresa in qualche modo conferma che la politica monetaria è stata troppo facile.

Devo ammettere che a questo punto è diventato impossibile replicare agli argomenti contro la ‘Facilitazione quantitativa”  – perché sono diventati incomprensibili, e non c’è niente da rispondere.


[1] “Chewbacca” è una espressione desunta dai cartoni di South Park. Sarebbe un sorta di tattica usata in un dibattimento giudiziario in una di quelle storielle. La tattica, a quanto capisco, consisterebbe nel confondere l’intero procedimento facendo un ricorso sistematico alle balle più strampalate, sino al punto di confondere completamente la giuria.  Questa è la scenetta in oggetto, nella quale l’avvocato Cochran sostiene, alla fine del dibattimento, che il suo assistito in realtà è residente in un altro pianeta. La pubblica accusa reagisce dicendo “Dannazione …. Sta usando la tecnica difensiva Chewbacca!”.

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[2] Per “Quantitative easing” vedi le note sulla traduzione.

[3] Il senso, è chiaro, è paradossale: gli ‘inflazionisti’ sostengono che non ci sarebbero costi, ma il solo parlarne da parte della Fed ha provocato un innalzamento dei tassi a lungo termine, nonché del costo dei mutui, che già danneggia la ripresa dell’edilizia.

“Les (non tanto) Miserables” (12 luglio 2013)

luglio 12, 2013

 

July 12, 2013, 8:19 am

Les Not So Miserables

Update: a hint for all those readers demanding data for other countries: those things with blue lines underneath are hyperlinks, and in this case lead you right to the full dataset.

Roger Cohen has a nice piece making, impressionistically, a point I’ve been meaning to make quantitatively: things are not as bad in France as a lot of Anglo-Saxon reporting would have you believe. Yes, the French seem morose; but the French always seem morose. Just because they aren’t have-a-nice-day types doesn’t tell you much about the state of either their society or their economy.

And although you’d never know it from anything you read here, in some ways the French economy is still doing better than ours.

Dean Baker touched on one aspect the other day: youth unemployment. Yes, the unemployment rate among young French people is much higher than the rate here. But as Dean points out, the fraction of young people who are unemployed is about the same here and there. How is that possible? Because many fewer French college students have to seek work, thanks to vastly more generous scholarships.

But there’s an even more striking comparison — one I learned from Dean. Let’s not look at unemployment rates, which can be distorted in the way we’ve just seen. Instead, look at employment rates — the fraction of the population that has a job. And break it down by age (pdf):

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Young French are much less likely to be working, as we’ve already mentioned. So are older French, because of policies that made early retirement financially attractive. But in prime working years, surprise! The French employment picture, at least as of late last year, was significantly better than ours.

And bear in mind that this is in a system where there is much less misery if, as it so happens, you don’t have a job.

Put it this way: right now, there is a lot less actual misery in France than there is here. Don’t let those morose faces fool you.

 

“Les (non tanto) Miserables”

 

Aggiornamento: un accenno per tutti quei lettori che chiedono dati sugli altri paesi: queste cosine con le righe blu sottostanti sono collegamenti intertestuali, e in questo caso vi portano dritti ai dati completi.

 

Roger Cohen scrive un bel pezzo, rendendo in modo impressionistico un aspetto che avevo intenzione di esporre in termini quantitativi: le cose non sono così cattive in Francia come una quantità di resoconti anglosassoni vorrebbero farci credere. E’ vero, la Francia sembra cupa; ma i francesi sembrano sempre cupi.  Il solo fatto che siano individui con le cose che gli vanno di traverso non vi dice molto delle condizioni della loro società e della loro economia.

E per quanto non l’abbiate mai saputo da quanto leggete qua, in qualche modo l’economia francese sta facendo meglio delle nostre.

Dean Baker è intervenuto su un aspetto l’altro giorno: la disoccupazione giovanile. E’ vero, il tasso di disoccupazione tra i giovani francesi è molto più alto che da noi. Ma come mette in evidenza Dean, la percentuale di giovani che sono disoccupati è grosso modo la stessa, là e qua. Come è possibile? Perché molti meno studenti universitari francesi devono cercar lavoro, grazie alle notevolmente  più generose borse di studio.

Ma c’è un confronto persino più impressionante, che ho appreso da Dean. Non guardate ai tassi di disoccupazione, che possono essere distorti per la ragione che ho appena detto. Guardate, invece, ai tassi di occupazione – la parte della popolazione che ha un lavoro. E disaggregatela secondo l’età (disponibile in pdf):

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I giovani francesi è molto meno probabile che lavorino, come ho già ricordato. Lo stesso vale per i francesi più anziani, a causa delle politiche che rendono i pensionamenti precoci finanziariamente attraenti. Ma, negli anni della principale età lavorativa [1], sorpresa! Il quadro della occupazione francese, almeno quella dell’ultimo anno, era significativamente migliore del nostro.

E tenete a mente che questo accade in un sistema nel quale c’è molta meno miseria, se vi succede di non avere un posto di lavoro.

Mettiamola così: in questo momento, c’è molta meno effettiva miseria in Francia che qua da noi. Non consentite che quelle facce cupe vi prendano in giro.


[1] Ovvero, nella popolazione tra i 25 ed i 54 anni. Per questo traduco “prime working age” come “principale età lavorativa”; perché quegli non sono gli anni della “prima età lavorativa” (evidentemente, sulla cinquantina, non si è alla “prima esperienza”). Sono gli anni dove si concentra la “principale” esperienza lavorativa delle persone.

Ancora di più sui bianchi e le reti della sicurezza (11 luglio 2013)

luglio 11, 2013

 

July 11, 2013, 7:39 am

Even More About Whites and the Safety Net

A couple of days ago I pointed out that there is a big problem with the notion of “libertarian populism”, which is supposed to rally GOP support among “downscale” whites. Namely, a large part of the GOP agenda these days involves tearing down the social safety net — read the blistering Times editorial on North Carolina — and strange to say, downscale whites actually make use of that net.

I pointed out in the original post that a solid majority of the recipients of unemployment benefits are white. Readers have now directed me to better data on food stamps, from the American Community Survey. These show that in 2011, nationally, 48.7 percent of food stamp recipients were white. In swing states the number was higher: for example, 65 percent in Ohio.

Oh, and what about Medicaid, our other big means-tested program? According to the Census data, in 2011 there were 51 million people on Medicaid; 67 percent of them were white.

The point, again, is that it’s going to be hard to sell a libertarian program as populist when the core of that program is a direct assault on programs that help the very people who will supposedly be rallied by the new slogan.

 

Ancora di più sui bianchi e le reti della sicurezza

 

Un paio di giorni fa misi in evidenza che c’era un grande problema nell’idea di “populismo libertario”, che si è supposto possa far recuperare al Partito Repubblicano il sostegno dei “ridimensionati” bianchi. In particolare, una larga parte della agenda del Partito Repubblicano di questi tempi riguarda la demolizione della rete della sicurezza sociale – si veda lo scottante editoriale del Times sul North Carolina – e. strano a dirsi, i “ridimensionati” bianchi effettivamente fanno uso di quella rete.

Ho sottolineato nel post iniziale che una solida maggioranza dei fruitori dei sussidi di disoccupazione sono bianchi. I lettori mi hanno ora indirizzato a dati migliori sulle tessere alimentari, a cura dell’ American Community Survey. Questi mostrano che nel 2011, nazionalmente, il 48,7 per cento dei fruitori delle tessere alimentari erano bianchi. Negli Stati “swing[1] il numero era più alto: per esempio, era il 65 per cento nell’Ohio.

Che dire poi di Medicaid, altro nostro grande programma che si basa sulla verifica del reddito? Secondo i dati del Censimento, nel 2011 c’erano a carico di Medicaid 51 milioni di persone; il 67 per cento di loro erano bianchi.

Il punto, ancora una volta, è che è destinato ad essere difficile rivendere come populista un programma libertario se il cuore di quel programma è un diretto attacco a quelle iniziative pubbliche che aiutano proprio quelle persone che si vorrebbero rimettere insieme per effetto del nuovo slogan.



[1] Espressione classica della politologia americana:  gli Stati nei quali il voto “oscilla” da una elezione presidenziale all’altra, tra maggioranze repubblicane e democratiche.

Reddito, razza e voto (10 luglio 2013)

luglio 10, 2013

 

 

July 10, 2013, 11:52 am

Income, Race and Voting

Still thinking about the new GOP idea — hey, let’s go for white voters! Why didn’t we think of that before? And I thought I’d do a cleaner version of some stuff I did a while back. I’m venturing into political science territory here,and would be happy to have real experts weigh in; but I’m pretty sure I have the basics right here.

So, let’s look at some exit poll data, and cross-tab it with Census income data. In the figure below, the red lines show the income-voting relationship from the Times summary of exit polls, which also supplies the broad ethnic group data. For incomes, I use Census data on median household income for 2011, which is also available for regions. For voting I use Alabama to represent the South, Ohio to represent the Midwest.

So here’s my picture:

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Contrary to what some people keep saying, people with higher incomes, other things equal, tend to vote Republican. Cut through the noise and fog, and it is true that Democrats broadly want to redistribute income down, and Republicans want to redistribute income up — and on average, voters get that (which is why “libertarian populism” is hot air). But race and ethnicity also matter, a lot. What you can see right away is that there are three groups that are fairly anomalous.

1. African-Americans “should” lean Democratic, given their low incomes, but they are much more Democratic than this alone would predict.

2. Southern whites are just as much of an anomaly; they have close to the national median income,and “should” be pretty evenly split between parties, but instead are almost entirely Republican.

3. Asian-Americans are relatively high-income, but also strongly Democratic. Although I don’t have the data, Jews would surely look similar.

There really isn’t any mystery, of course, about these anomalies. Despite occasional attempts to widen its appeal, the GOP has effectively defined itself as the party of white Christians — and there are still a lot of historical memories that go with that definition.

Interestingly, Hispanic voters aren’t that much of an anomaly; they vote Democratic, but given relatively low income and a corresponding reliance on the safety net, that’s not surprising — and they’re not nearly as Democratic as the only somewhat poorer African-American community.

This in turn suggests a problem Republicans may not fully realize with their new strategy, which is in effect to be even more the white Christian party. You can think of this as an attempt to persuade Ohio whites to start voting like Alabama whites, which I guess could happen.

But what if the effect is,instead, to persuade Hispanics to start voting like African-Americans?

 

Reddito, razza e voto

 

Sto ancora pensando alla nuova idea del Partito Repubblicano – ehi, proviamoci con gli elettori bianchi! Parchè non ci abbiamo pensato prima? Ed ho pensato che potrei fare una versione più ordinata di qualche cosa che avevo fatto in passato, in questo caso mi sto avventurando sul territorio della scienza politica, e sarei felice di avere veri esperti che intervengono; ma sono abbastanza certo di avere su questo le idee di fondo.

Dunque, si guardi a qualche dato sugli exit poll, e lo si incroci nella tabella con i dati censuari sul reddito. Nella figura sotto, le linee rosse mostrano la relazione reddito-voti sulla base delle sintesi degli exit poll del Times, che fornisce anche i dati generali dei gruppi etnici. Per i redditi, uso i dati del Censimento sul reddito delle famiglie medie nel 2011, che sono anche disponibili per regioni. Per i voti uso l’Alabama per rappresentare il Sud, l’Ohio per rappresentare il Midwest.

Ecco dunque la mia lettura:

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Contrariamente a quello che alcuni continuano a dire, le persone con i redditi più alti, a parità delle altre condizioni, tendono a votare repubblicano. Aprite un varco in mezzo alle chiacchiere ed al fumo, e in generale è vero che i Democratici vogliono redistribuire i redditi verso il basso e i Repubblicani lo vogliono redistribuire verso l’alto – e in media gli elettori lo capiscono (che è la ragione per la quale il “populismo libertario” è aria fresca [1]). Ma contano molto anche la razza e l’etnia. Quello che potete subito constatare è che ci sono tre gruppi che sono abbastanza anomali.

1 – Gli afro-americani dovrebbero tendere verso i democratici, dati i loro bassi redditi, ma sono molto più democratici di quello che questo dato da solo farebbe prevedere.

2 – I bianchi del Sud sono proprio in egual modo un’anomalia; sono vicini al reddito medio nazionale e “dovrebbero” suddividersi  abbastanza equamente  tra i (due) partiti, invece sono quasi interamente repubblicani.

3 – Gli asiatici sono relativamente ad alti redditi, ma anche fortemente democratici. Sebbene non abbia i dati, gli Ebrei dovrebbero essere sicuramente simili.

Non c’è proprio alcun mistero, naturalmente, in queste anomalie. Nonostante occasionali tentativi di ampliare il suo raggio di attrazione, il Partito Repubblicano si è essenzialmente definito come il partito dei Cristiani bianchi – e ci sono ancora una quantità di ricordi storici che si accordano con tale definizione.

In modo interessante, gli elettori ispanici non sono altrettanto anomali; essi votano democratico, ma dato il reddito relativamente basso ed un conseguente affidamento alle reti della sicurezza, ciò non è sorprendente – ed essi non sono neanche lontanamente altrettanto democratici come lo è soltanto la alquanto più povera comunità afro-americana.

Questo a sua volta suggerisce un problema che i Repubblicani possono non aver pienamente compreso con la loro nuova strategia, che è in effetti l’essere persino di più il partito bianco cristiano. Lo si può immaginare come un tentativo di persuadere i bianchi dell’Ohio a cominciare a votare come i bianchi dell’Alabama, la qualcosa mi immagino potrebbe accadere.

Ma cosa accadrebbe se l’effetto, invece, fosse quello di persuadere gli ispanici a votare come gli afro-americani?


[1] Gli americani dicono “aria calda”.

Provviste di contante (9 luglio 2013)

luglio 9, 2013

 

 

July 9, 2013, 3:26 pm

Caches of Cash

Zachary Goldfarb marvels over the fact that even as we use less and less cash in transactions, the amount of currency in circulation has been soaring. Why? He suggests that it’s fear — worries about political and financial stability.

But I’d suggest a different explanation. The motives for holding cash, especially in the form of $100 bills, have been around for a long time; in large part it’s about evading taxes, and the law in general. (Latin American drug lords hoard high-denomination dollar currency; Russian beeznessmen do the same with big euro notes). What has changed is that with zero interest rates, the opportunity cost of holding cash has gone way down.

We’ve seen this phenomenon before, in Japan; way back in the 1990s, Japanese economists used to joke that the only consumer durable selling well was safes. Here’s the ratio of Japanese currency in circulation to GDP, as the country sank deeper into the liquidity trap:

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So it’s not fear, it’s despair: there’s nothing to invest in, so why not keep stuff under your mattress?

 

Provviste di contante

 

Zachary Goldfarb si meraviglia del fatto che anche se usiamo sempre meno contante nelle transazioni, la quantità di valuta in circolazione è salita alle stelle. Perché? Egli suggerisce che si tratti di paura – i timori per la stabilità politica e finanziaria.

Ma io suggerirei una diversa spiegazione. Il motivo per detenere contante, specialmente nella forma di biglietti da 100 dollari, c’è stato per tanto tempo; in larga parte dipende dalla evasione fiscale, ed ha a che fare in generale con la legge (i signori della droga latino americani fanno incetta di valuta in dollari di alto taglio; i beeznessmen russi fanno lo stesso con la banconote in euro di maggior valore). Quello che è cambiato è che con i tassi di interesse a zero, il ‘costo di opportunità’ [1] di detenere il contante è andato in basso.

Abbiamo visto in precedenza questo fenomeno in Giappone; negli anni ’90 gli economisti giapponesi erano soliti dire scherzando che l’unico bene di consumo che si vendeva bene erano le casseforti. Ecco il rapporto tra la valuta giapponese in circolazione e il PIL, quando il paese affondò in una trappola di liquidità:

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Dunque non si tratta di paura: non c’è niente su cui investire, perché non tenere la roba sotto il materasso?


[1] Per costo di opportunità di una scelta, in microeconomia, si definisce “la perdita del potenziale guadagno da altre alternative, quando viene scelta una alternativa”.

Un’ombra più bianca del fallire (9 luglio 2013)

luglio 9, 2013

 

 

July 9, 2013, 3:14 pm

A Whiter Shade of Fail

Aha. In my last post, I wrote about the claims that there were a lot of missing white voters, which are emboldening those calling for “libertarian populism”; as I pointed out, this supposed populism is actually just the same old economic royalism, wrapped in different rhetoric — and “downscale” whites very much need the safety net the GOP is tearing down. I also wondered, however, how much I should trust Sean Trende’s claim that missing white voters are a real, important thing.

Well, Alan Abramowitz sends me to new analysis saying, no, missing whites aren’t a real thing. When it comes to serious political science, it seems, Trende is not your friend (sorry, couldn’t help myself):

So what starts out looking like a mysterious epidemic of “missing” white voters becomes mostly a reflection of the simple fact that 2012 was a low turnout election. This unremarkable outcome is then hyped by Trende as the big demographic development of 2012 by doing something that is really quite misleading. He adds back in all the missing white voters to the 2012 electorate while leaving out all the missing minority voters.

But this probably won’t stop the GOP from going with the story anyway. Empirical failure hasn’t changed their minds about economics, or for that matter anything else, so why should this be different?

 

Un’ombra più bianca del fallire[1]

 

Eccoci. Nel mio ultimo post ho scritto a proposito della pretesa che ci siano stati una quantità di elettori bianchi dispersi, che stanno incoraggiando coloro che si pronunciano per il “populismo libertario” [2]; come ho messo in evidenza, questo presunto populismo è in effetti proprio lo stesso vecchio “regalismo economico” [3] confezionato con una diversa retorica – ed i bianchi “ridimensionati” hanno molto bisogno delle reti della sicurezza sociale che il Partito Repubblicano sta demolendo. Mi ero anche chiesto, tuttavia, quanto avessi dovuto credere alla pretesa de Sean Trende  secondo la quale gli elettori bianchi dispersi sono una cosa reale ed importante.

Ebbene, Adam Abramowitz mi rinvia ad una nuova analisi, secondo la quale, no, gli elettori bianchi dispersi non sono una cosa reale. Se si parla seriamente di scienza politica, a quanto pare, Trende non è un gran riferimento (mi dispiace, non sono stato capace di aiutarmi da solo):

“Dunque, quella che comincia a sembrare come una misteriosa epidemia di elettori bianchi “dispersi” è niente altro che un riflesso del fatto che il 2012 furono elezioni con bassa affluenza. Questo ordinario risultato è stato poi montato da Trende come il grande sviluppo demografico del 2012, facendo qualcosa che è davvero abbastanza fuorviante. Egli torna ad includere tutti gli elettori bianchi scomparsi all’elettorato del 2012, mentre lascia fuori tutti gli elettori scomparsi delle minoranze.”

Ma questo probabilmente non fermerà il Partito Repubblicano dal procedere in ogni caso con quel racconto. Il fallimento empirico non ha cambiato le loro menti a proposito di economia, o se è per quello non le ha cambiate in nessun altra occasione, perché questa volta dovrebbe essere diverso?


[1] Un titolo abbastanza complesso, ma in realtà giocato tutto sull’analogo titolo della famosissima canzone “A whiter shade of pale” di Procol Harum. Che fu tradotta, ai suoi tempi, con “Un ombra più bianca del pallido”. Nella canzone la faccia della fanciulla, che all’inizio era pallida come un fantasma, divenne “un ombra più bianca del pallido”. In questo caso la competizione tra varie gradazioni di biancore riguarda i diversi settori dei fallimenti logici dei conservatori, come un po’ contortamente chiarito nella ultima frase del post.

[2] Nel linguaggio politico americano “libertario” è un termine che non allude, come da noi, ad un antistatalismo anarchico; piuttosto ad un antistatalismo socialmente conservatore. Il principio del libertarismo è quello di fare ciò che si vuole, con l’unico limite di non limitare lo stesso diritto agli altri. Ad esempio, in Ayn Randy, scrittrice americana di origini russe considerata un’icona del pensiero “libertarian”, la libertà dell’impresa capitalistica privata è uno dei connotati più significativi del “libertarismo” (il campione del suo romanzo “Atlas Shrugged” era un imprenditore).

[3] E’ una espressione praticamente coniata negli anni Trenta da Franklin Delano Roosevelt, con la quale egli alludeva alle posizioni politico economiche dei Repubblicani – posizioni favorevoli ad  una aristocrazia del denaro e del capitale che Roosevelt considerava alla stregua di una riproposizione dei sistemi dinastici di tipo monarchico. Quindi, nella espressione, la parola “royalism” allude esattamente a valori di tipo monarchico-dinastico che negli USA erano stati sconfitti con la Guerra di Indipendenza.

I bianchi e le reti della sicurezza sociale (9 luglio 2013)

luglio 9, 2013

 

 

July 9, 2013, 9:14 am

Whites and the Safety Net

For a brief period after the 2012 election, it looked as if there might be some serious introspection among Republicans, some reconsideration of where their scorched-earth opposition to everything Obama had gotten them. But it didn’t last long. Even the notion that the GOP might need to accommodate itself a bit to an increasingly nonwhite nation has been fading fast; the big thing now is that the trouble in 2012 was missing white voters, and that the GOP just needs to redouble its efforts to identify itself as the party of white people.

But if there really is a missing-white-voter issue — and I’d like to see some more analysis by serious political scientists before I completely buy in — what will it take to bring these people back out to play? Sean Trende, who has been making the missing-whites case, describes the missing as “downscale, rural, Northern whites”. What can the GOP offer them?

Well, the trendy answer now is “libertarian populism” — but the question is what that means. And for a lot of Republicans, as Mike Konczal notes, it seems to mean lower tax rates on the wealthy, tight money, and deregulation. And this is supposed to appeal to downscale whites because, um, because.

True believers will say that this kind of agenda is actually great for low-income workers because it would lead to wonderful economic growth. This happens to be a view contradicted by all the evidence, but more to the point, what on earth would make anyone think that it’s a workable political strategy? Yelling even more loudly about the wonders of sound money and supply-side economics isn’t going to persuade anyone who hasn’t been persuaded already.

But wait, it gets worse. As a practical matter, the current GOP agenda isn’t so much about hard money or even lower top marginal rates as it is about slashing safety-net programs. There has been a highly successful attack on unemployment benefits, and the party has worked itself into a lather about food stamps too.

So, news flash: these programs don’t just benefit Those People; they’re also very important to downscale whites, the very people that will supposedly rescue the GOP. This is especially true of unemployment insurance (pdf):

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Data are scrappier on food stamps (pdf), with a lot of states failing to report the race of many recipients; but if we look at, for example, Pennsylvania, which does have almost complete reporting, we find that 59 percent of food stamp recipients are non-Hispanic whites.

In short, the idea behind libertarian populism seems to be to bring back disaffected whites by preaching, even more forcefully, the virtues of the pro-wealthy policies the GOP has been following all along, and meanwhile destroying the safety net programs many of those disaffected whites depend on. Sounds like a winner.

 

I bianchi e le reti della sicurezza sociale

 

Per un breve periodo dopo le elezioni del 2012 è sembrato ci fosse una qualche seria introspezione tra i Repubblicani, qualche ripensamento sulla loro opposizione da terra bruciata ad ogni cosa che Obama aveva loro proposto. Ma non durò a lungo. Anche il concetto secondo il quale il Partito Repubblicano potrebbe aver bisogno di adeguarsi un po’ ad una nazione sempre di più non-bianca è svanito presto; la grande scoperta adesso è che nel 2012 il guaio fu quello di aver perso i voti dei bianchi, e che il Partito Repubblicano ha solo bisogno di raddoppiare i suoi sforzi nell’identificarsi come il partito della gente bianca.

Ma se ci fosse realmente il tema di una perdita di voti bianchi  – e mi piacerebbe leggere qualche analisi in più di un serio analista politico prima di crederci – cosa ci vorrà per riportare questa gente ad avere un ruolo? Sean Trend, che sta sostenendo il caso della perdita degli elettori bianchi, descrive quegli scomparsi come “i ridimensionati bianchi del Nord rurale”. Cosa può offrire loro il Partito Repubblicano?

Ebbene, la risposta alla moda oggi è il “populismo libertario” – ma la questione è cosa significhi.  E per molti repubblicani, come nota Mike Konczal, sembra significare aliquote fiscali più basse per i ricchi, stretta monetaria e deregolamentazione. E questo si suppone interessi i bianchi che hanno perso peso sociale, perché … chissà.

I veri e propri credenti diranno che questo genere di agenda è effettivamente una gran cosa per i lavoratori a basso reddito, giacché porterebbe ad una meravigliosa crescita economica. Si dà il caso che questa sia una opinione contraddetta da ogni prova, ma più ancora, cosa diamine può convincere qualcuno che si tratti di una strategia politica funzionante? Gridare ancor più rumorosamente sulle meraviglie della moneta forte e dell’economia dal lato dell’offerta non sono cose destinate a convincere nessuno che non sia già convinto.

Ma aspettate, perché c’è di peggio. In termini pratici, la attuale agenda del Partito Repubblicano non riguarda tanto la moneta forte e neanche le aliquota fiscali marginali più basse per i più ricchi, quanto l’abbattimento dei programmi della sicurezza sociale. C’è stato un attacco che ha avuto successo ai sussidi di disoccupazione, ed il Partito si è anche dato da fare con eccitazione sul tema degli aiuti alimentari.

Dunque, notizia lampo: di questi programmi non beneficiano soltanto Quegli Individui [1]; essi sono anche molto importanti per i bianchi ridimensionati, proprie le persone che si suppone salveranno il Partito Repubblicano. Questo è vero specialmente per la assicurazione di disoccupazione (dati disponibili in pdf) [2]:

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Le statistiche sono più sciatte sugli aiuti alimentari, con un quantità di Stati che mancano di informare sulla provenienza etnica di molti assistiti; ma se guardiamo, ad esempio, alla Pennsylvania, che offre notizie abbastanza complete, troviamo che il 59 per cento degli assistiti dagli aiuti alimentari sono bianchi non-ispanici.

In breve, l’idea che sta dietro il populismo libertario sembra quella di recuperare i bianchi scontenti elogiando, ancora più enfaticamente, le virtù delle politiche a favore dei ricchi  che il Partito Repubblicano segue da sempre, e nel frattempo distruggendo i programmi delle reti della sicurezza sociale dai quali dipendono molti di quei bianchi delusi. Sembrerebbe  vincente.


[1] Ovvero, le persone indicate con un certi disprezzo dai repubblicani come i “takers”, gli assistiti.

[2] La tabella, in sostanza, mostra che pur essendoci stato, dal 1992 al 2010, un leggero calo nelle percentuali di bianchi tra i disoccupati e tra i percettori dei sussidi di disoccupazione (al quale ha corrisposto un certo incremento dei non-bianchi  e una posizione sostanzialmente stabile tra gli ispanici), il dato complessivo dei bianchi continua ad essere il più elevato in assoluto.

“Urp” contro “derp” (8 luglio 2013)

luglio 8, 2013

 

July 8, 2013, 2:01 pm

Urp Versus Derp

Jared Bernstein writes from Europe about the complete unwillingness of European policy makers to learn from their mistakes; call it Euroderp. And it is indeed a remarkable thing: despite overwhelming evidence that austerity doesn’t work as advertised, there has been essentially no relaxation of the orthodoxy, and no admission of error.

Along the way, Bernstein mentions the Blanchard-Leigh (pdf) analysis of multipliers, in which these IMF economists admit that the Fund failed to appreciate how much damage austerity would do because it underestimated multipliers by about two-thirds. And this illustrates a point I think many readers fail to grasp: the difference between urp, which is forgivable,and derp, which isn’t.

By urp I mean just getting something wrong — and then conceding, as evidence rolls in, that you did indeed get it wrong: “Urp! That was a bad call!” Obviously if someone urps all the time, his credibility is diminished; but everyone is going to do it now and then. To urp is human.

Derp, on the other hand, means being proved wrong but continuing to loudly assert the same thing again and again regardless. Blanchard and Leigh urped, but they didn’t derp; the inflationistas, on the other hand, just keep on derping.

As I said, some people don’t seem to get this distinction. They point to mistakes I’ve made in the past — mainly my bad call on deficits and interest rates in 2003 — and say, “You derp too!” But I’ve admitted that this was a bad call, and adapted my analysis accordingly. I wish I’d gotten it right, but everyone with the possible exception of the Pope urps now and then; all I can say is that I think I have fewer urps than most, and I really, really try not to derp.

So don’t accuse me of derp; I’m not that kind of perp.

 

“Urp” contro “derp”

 

Jared Bernstein scrive dall’Europa sulla completa mancanza di volontà degli uomini politici europei ad apprendere dai loro sbagli; la possiamo chiamare “Euroderp”! [1] E in effetti è una cosa considerevole: nonostante la prova schiacciante che l’austerità non funziona nel modo che era stato propagandato, non c’è stata alcuna attenuazione dell’ortodossia, nessuna ammissione di sbagli.

Nel corso dell’articolo, Bernstein cita l’analisi di Blanchard-Leigh sui moltiplicatori (disponibile in pdf), con la quale questi economisti del FMI ammettono che il Fondo non aveva compreso quanto danno l’austerità avrebbe provocato perché aveva sottostimato per due-terzi i moltiplicatori [2]. E questo illustra un aspetto che penso molti lettori non riescano ad afferrare: la differenza tra l’ “urp”, che è perdonabile, ed il “derp”, che invece non lo è.

Con lo “urp” io intendo semplicemente fare qualcosa di sbagliato – e poi ammettere, quando arrivano le prove,  che avete fatto qualcosa di sbagliato: “Urp! E’ stata una cattiva mossa!”. Evidentemente, se qualcuno emette “urp” tutte le volte, la sua credibilità diminuisce; ma tutti sono destinati a farlo ogni tanto. L’ “urp” è umano.

Il “derp”, d’altra parte, significa essere scoperti in uno sbaglio ma proseguire in continuazione ad asserire comunque la stessa cosa. Blanchard e Leigh si sono espressi con un “urp”, non con un “derp”; gli inflazionisti, per loro conto, continuano esattamente con i “derp”.

Come ho detto, alcuni non sembra percepiscano questa differenza. Indicano gli errori che io ho fatto nel passato – principalmente la mia cattiva previsione sui deficit e sui tassi di interesse nel 2003 – e dicono: “Anche il tuo è stato un ‘derp’ !”. Ma io ho ammesso che era una previsione sbagliata, e coerentemente ho adattato la mia analisi. Mi piacerebbe aver visto giusto, ma tutti, con la possibile eccezione del Papa, si esprimono con degli “urp” ogni tanto; tutto quello che posso dire è che penso di averne avuti meno della maggioranza degli altri, e con tutto il mio impegno cerco di evitare i “derp”.

Cosicché non accusatemi di ‘derpeggiare’ [3]; non ho commesso crimini di quel genere .


[1] Vedi il post del 6 luglio (a proposito del termine “derp”).

[2] Per il concetto di “multiplier” vedi le note sulla traduzione.

[3] Come è evidente, questo post è leggermente in stile demenziale ….. “Urp” e “derp” non li traduciamo, perché è più semplice apprezzarli come fonemi. “Perp” è invece un diminutivo di “perpetrator”, che significa qualcuno che è sospettato di un crimine; ma il gioco verbale non è traducibile.

Fabbriche dello sfruttamento più sicure (8 luglio 2013)

luglio 8, 2013

 

July 8, 2013, 1:32 pm

Safer Sweatshops

A long, long, long time ago I used to believe that the central political and economic debate facing our nation was going to be about globalization — not realizing that it would instead revolve around a powerful movement to roll back the clock here at home, and bring back the Gilded Age. (As I once said, I think to Robert Kuttner, while he and I were arguing about tariffs, Sauron was gathering his forces at Mordor). Anyway, back then, as a columnist for Slate, I wrote a piece arguing that low wages and poor working conditions by Western standards were necessary and inevitable in poor countries — provoking the predictable outrage.

All these issues have faded into the background, but they’re still out there — and the Bangladesh factory horror has bought some of them back to prominence. And there are now serious moves to impose stricter safety and working conditions standards in third-world apparel producers. So what’s my view?

The answer is, I’m all for them — and no, I don’t think that’s a contradiction of my earlier views.

It remains true that given their low productivity, countries like Bangladesh can’t be competitive with advanced countries unless they pay their workers much less, and provide much worse working conditions too. The Bangladeshi apparel industry is going to consist of what we would consider sweatshops, or it won’t exist at all. And Bangladesh, in particular, really really needs its apparel industry; it’s pretty much the only thing keeping its economy afloat.

At this point, however, there really isn’t any competition between apparel production in poor countries and rich countries; the whole industry has moved to the third world. The relevant competition is instead among poor countries — Bangladesh versus China, in particular. And here the differences aren’t as dramatic: McKinsey (pdf) estimates Bangladeshi productivity in apparel at 77 percent of China’s level.

Given this reality, can we demand that Bangladesh provide better conditions for its workers? If we do this for Bangladesh, and only for Bangladesh, it could backfire: the business could move to China or Cambodia. But if we demand higher standards for all countries — modestly higher standards, so that we’re not talking about driving the business back to advanced countries — we can achieve an improvement in workers’ lives (and fewer horrible workers’ deaths), without undermining the export industries these countries so desperately need.

So, can we act to improve the lot of workers in low-age, labor-intensive manufacturing? Yes, we can, as long as the goals are realistic and the measures appropriate in scale. And we should go ahead and do it.

 

Fabbriche dello sfruttamento più sicure

 

Molto, molto tempo fa ero propenso a credere che la discussione politica ed economica fondamentale per la nostra nazione fosse destinata ad essere quella sulla globalizzazione – non comprendendo che essa avrebbe invece ruotato attorno ad un potente movimento per rimettere indietro le lancette dell’orologio, qua da noi, e riportarci all’Età dell’Oro (come dissi una volta, mi pare a Robert Kuttner [1], mentre io e lui stavamo ragionando di tariffe, Sauron stava riunendo le sue forze a Mordor [2]). In ogni caso, a quei tempi, come commentatore della rivista Slate, scrissi un pezzo sostenendo che i bassi salari e le condizioni di lavoro miserabili per gli standard occidentali erano necessarie ed inevitabili nei paesi poveri – suscitando un prevedibile scandalo.

Tutti questi temi sono svaniti sullo sfondo, ma fuori da qua esistono ancora – e la fabbrica degli orrori del Bangladesh [3] ne ha riportato alcuni alla ribalta. E ci sono ora alcune serie iniziative per imporre standards più adeguati di sicurezza e di condizioni di lavoro ai produttori dell’abbigliamento del terzo mondo. Qual è dunque la mia opinione?

La risposta è: sono del tutto dalla loro parte – e no, non penso che ci sia una contraddizione con le mie precedenti posizioni.

Resta vero che data la loro bassa produttività, paesi come il Bangladesh non possono essere competitivi con i paesi avanzati se non pagano molto meno i loro lavoratori, ed anche se non forniscono peggiori condizioni lavorative. L’industria dell’abbigliamento del Bangladesh è destinata ad essere un luogo di sfruttamento, oppure a non esistere affatto.  Ed in particolare il Bangladesh ha senza alcun dubbio bisogno dell’industria dell’abbigliamento; è praticamente l’unica cosa che tiene a galla la sua economia.

A questo punto, tuttavia, non c’è alcuna competizione tra la produzione dell’abbigliamento nei paesi poveri e quella nei paesi ricchi; l’intera industria si è spostata nel terzo mondo. La competizione importante è piuttosto tra i paesi poveri – il Bangladesh verso la Cina, in particolare. E qua le differenze non sono spettacolari: McKinsey (disponibile in pdf) stima che la produttività del Bangladesh nell’abbigliamento sia il 77 per cento di quella della Cina.

Data questa realtà, possiamo chiedere che il Bangladesh fornisca condizioni migliori ai suoi lavoratori? Se lo facciamo col Bangladesh e solo col Bangladesh, sarebbe controproducente: le imprese si sposterebbero in Cina o in Cambogia. Ma se chiediamo standards più elevati per tutti paesi – standards modestamente più elevati, non stiamo parlando di portare le imprese ai livelli dei paesi avanzati – possiamo ottenere un miglioramento nella vita dei lavoratori (e un numero minori di morti orribili), senza mettere a repentaglio le industrie dell’export delle quali questi paesi hanno disperatamente bisogno.

Possiamo dunque agire per migliorare le manifatture di lavoratori in giovane età e ad alta intensità di lavoro? Si, possiamo nella misura in cui  gli obbiettivi sono realistici e le misure sono in scala appropriata. E dovremmo andare avanti a farlo.


[1] Robert Kuttner, giornalista e scrittore, cofondatore della rivista di orientamento liberal The American Prospect.

[2] Mordor (Terra Oscura; da mor “oscuro” e (n)dor “paese, terra”) è uno dei regni di Arda, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien. Si trova nella Terra di Mezzo. È il paese di Sauron, una terra tetra circondata da scurissime montagne, sempre coperta da nuvole e abitata dai servi dell’Oscuro Signore, come gli orchi. (Wikipedia)

[3] Nello scorso aprile, uno stabilimento industriale del Bangladesh è crollato, provocando la morte di 1.127 lavoratori. A seguito di quella tragedia si sono sviluppate iniziative sostenute dai sindacati americani per avere la adesioni di vari marchi mondiali dell’abbigliamento a piani di sicurezza nel Bangladesh. Queste le immagini della tragedia:

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