July 8, 2013, 9:50 am
Continuing the ongoing attempt to characterize the economists and economist wannabes who keep warning about inflation from the Fed’s efforts to do something about a weak economy, Noah Smith suggests that none of the inflationistas really believe what they’re saying. Instead, he writes, they’re either trying to defend economic models that defined their careers, but failed; lashing out because they personally have been made to look like fools; or playing to a lucrative audience of grumpy old rich white men, who are natural goldbugs:
So to sum up, there are three main reasons for predicting inflation, in defiance of both market expectations and recent past experience. These are 1. Commitment to a research paradigm, 2. Emotive expressions of political and personal anger, and 3. Cynical affinity manipulation.
I’d go along with most of this, with two caveats.
One is that my guess is that even the worst of these guys probably aren’t as self-consciously cynical as Smith seems to suggest. Snidely Whiplash types, twirling their mustaches and smirking over their evilness, do exist, but they’re rare. For the most part, people have an amazing ability to rationalize their actions: objectively, they’re cynically exploiting the rubes, but in their own minds they’re honest warriors for Truth, Justice, and the Austrian Way.
More important, I think Smith has missed an important category. Look at the 23-economist letter warning Bernanke against QE, and you’ll see several people who really don’t fit his typology. Michael Boskin, Douglas Holtz-Eakin, John Taylor, and several others have not, historically, been equilibrium-macro types, devoting their careers to the proposition that monetary policy can do nothing but cause inflation. On the contrary, their analytical models have always, whether they admit it or not, been more or less Keynesian. The same is true for a few other monetary hawks who didn’t sign this letter, e.g. Allan Meltzer and Martin Feldstein. (Way back, one colleague described Meltzer’s work with Karl Brunner as “Just Tobin with some original errors”)
So what is it that makes these guys — whose analytical framework, when you come down to it, doesn’t seem very different from Bernanke’s, or mine — so hostile to expansionary monetary policy? What do they have in common? The obvious answer is that they’re all very committed Republicans. And it’s hard to escape the suspicion that what’s really going on is that they’re bitterly opposed to expansionary policy when a Democrat is in the White House.
We could have tested that proposition if Mitt Romney had won. But doing that test would have been a clear case of unethical human experimentation.
Inflazionisti politici
Proseguendo il suo tentativo in corso di distinguere gli economisti e gli aspiranti economisti che continuano a mettere in guardia dall’inflazione dagli sforzi della Fed di fare qualcosa per un economia debole, Noah Smith suggerisce che nessuno degli ‘inflazionisti’ effettivamente crede in quello che dice. Piuttosto, scrive, costoro o stanno cercando di difendere i modelli economici che hanno caratterizzato le loro carriere, ma non hanno funzionato, dando colpi perché personalmente gli è stata fatta fare la figura degli sciocchi; oppure stanno recitando ad un pubblico ben redditizio di bianchi, vecchi ricchi e scontrosi, che sono naturalmente fanatici dell’oro:
“Dunque, per riassumere, ci sono tre principali ragioni per pronosticare l’inflazione, sfidando sia le aspettativa dei mercati che la recente passata esperienza. Queste sono: 1 – la coerenza verso un paradigma di ricerca; 2 – l’espressione emotiva di una rabbia politica e personale; 3 – la cinica manipolazione delle somiglianze.”
Sarei d’accordo con gran parte di ciò, con due avvertenze.
La prima: la mia impressione è che persino i peggiori di questi personaggi non sono così auto consapevolmente cinici come Smith sembra suggerire. I tipi alla Snidely Whiplash [1], che si accarezzano i baffetti e fanno sorrisetti malvagi, esistono per davvero, ma sono rari. Per la maggior parte dei casi, le persone hanno una sorprendente capacità di razionalizzare le loro azioni: obiettivamente, essi stanno cinicamente approfittando dell’ignoranza diffusa, ma nelle loro teste sono degli onesti combattenti per la Verità, la Giustizia ed il “Metodo” austriaco [2].
Penso sia più importante il fatto che Smith si è scordato di una categoria. Si guardi la lettera dei 23 economisti che hanno messo in guardia Bernanke contro la “Facilitazione Quantitativa”, e si vedranno alcuni individui che in realtà mal si adattano alla sua tipologia. Michael Boskin, Douglas Holtz-Heakin, John Taylor e vari altri non sono stati, storicamente, cultori delle teorie economiche dell’equilibrio, avendo dedicato le loro carriere al concetto che la politica monetaria non può fare altro che provocare inflazione. Al contrario, i loro modelli analitici sono sempre stati, che lo ammettano o no, più o meno keynesiani. La stessa cosa è vera per un po’ di altri ‘falchi’ monetari che non hanno firmato quella lettera, come Allan Meltzer e Martin Feldstein (nel passato, un collega descriveva il lavoro di Meltzer assieme a Karl Brunner come si trattasse “proprio di Tobin con alcuni errori originali”.
Dunque, cosa rende questi soggetti – il cui schema analitico, quando si va a fondo, non sembra molto diverso da quello di Bernanke o mio – costì ostili alla politica dell’espansione monetaria? Cosa hanno in comune tra di loro? La risposta evidente è che sono per davvero impegnati con i Repubblicani. Ed è difficile sfuggire al sospetto che quello che è davvero accaduto è che essi si sono opposti aspramente alla politica espansiva da quando un Democratico è alla Casa Bianca.
Potremmo aver provato questa affermazione se Mitt Romney avesse vinto. Ma fare una prova del genere sarebbe stato un chiaro caso di immorale esperimento con esseri umani.
[1] E’ un personaggio di un cartone animato, presumibilmente cinico:
[2] Ovvero, della scuola economica austriaca.
luglio 8, 2013
July 8, 2013, 9:23 am
David Warsh has a meditation on the possibilities of a Hillary Clinton presidency, suggesting that she might be — of all things — the next Dwight Eisenhower. That’s an interesting thought, although I believe it’s quite wrong. But the good thing about Warsh’s suggestion is that it forces me to ask why, exactly, I think it’s so wrong.
The first thing is to understand Eisenhower’s significance. What you need to realize is that Republicans spent much of the early postwar period still trying to dismantle the New Deal. It took their shocking upset defeat in 1948 to drive home the fact that it just wasn’t going to happen. And Eisenhower became the symbol of a GOP that was not going to try to return to Gilded Age capitalism; in his famous letter to his brother he wrote:
Should any political party attempt to abolish social security, unemployment insurance, and eliminate labor laws and farm programs, you would not hear of that party again in our political history. There is a tiny splinter group, of course, that believes you can do these things. Among them are H. L. Hunt (you possibly know his background), a few other Texas oil millionaires, and an occasional politician or business man from other areas.Their number is negligible and they are stupid.
Of course, that tiny splinter group now controls the GOP.
So, what would a Hillary Clinton presidency be like? She would not be a figure of reconciliation — that would take a moderate Republican. And right now there are no moderate Republicans, more or less by definition: show any signs of moderation, and you are excommunicated.
That will, one hopes, eventually change — but it’s going to take several big electoral defeats, and it’s not going to happen by 2016. If she becomes president, which does look fairly likely, Clinton will almost surely face the same environment Obama has faced all along — a completely obstructionist, hate-filled opposition. The only thing that might change this would be if her victory is really shocking — say, Democrats retake both houses of Congress and Clinton herself carries Texas.
So, she won’t be like Ike. But that needn’t stop her from doing a lot of good.
Non come Ike
David Warsh svolge alcuni pensieri sulle possibilità di una Presidenza di Hillary Clinton, suggerendo che potrebbe essere – tra tutte le cose – il prossimo Dwight Eisenhower. E’ un ragionamento interessante, sebbene io creda che sia abbastanza sbagliato. Ma la suggestione di Warsh è utile, perché mi costringe a chiedermi perché, esattamente, pensi che sia così sbagliata.
La prima cosa è capire il significato di Eisenhower. Quello che bisogna comprendere è che i Repubblicani spesero gran parte del primo periodo postbellico nel cercar di smantellare il New Deal. Ci volle la loro impressionante e inaspettata sconfitta del 1948 per acquisire il fatto che non era una cosa possibile. Ed Eisenhower divenne il simbolo di un Partito Repubblicano che non aveva intenzione di cercar di tornare al periodo d’oro del capitalismo; in una famosa lettera a suo fratello , scrisse:
“Di un qualsiasi partito politico che dovesse provare ad abolire la sicurezza sociale, l’assicurazione di disoccupazione e le leggi sul lavoro e sui programmi in agricoltura, non si vorrebbe più sentir parlare nella nostra storia politica. C’è una minuscola fazione, naturalmente, che crede che si debbano fare queste cose. Tra di loro H. L. Hunt (probabilmente avrai sentito parlare dei suoi trascorsi), alcuni milionari del petrolio del Texas, ed un occasionale uomo politico o impresario in altre regioni. Il loro numero è trascurabile e sono sciocchi”.
Come è chiaro, quella minuscola fazione oggi controlla il Partito Repubblicano.
Dunque, a cosa assomiglierebbe una presidenza di Hillary Clinton? Ella non sarebbe una figura di riconciliazione – per quello ci vorrebbe un repubblicano moderato. E in questo momento, più o meno per definizione, non ci sono repubblicani moderati: mostrate qualche segno di moderazione e siete scomunicati.
Si spera che alla fine cambierà – ma sono destinate a volerci varie grandi sconfitte elettorali, e non accadrà per il 2016. Se ella diventa Presidente, la qualcosa sembra abbastanza probabile, è quasi certo che la Clinton farà i conti con lo stesso ambiente con il quale li ha fatti Obama dall’inizio – una opposizione completamente votata all’ostruzionismo e carica d’odio. L’unico modo per cambiare questa situazione sarebbe una sua vittoria davvero impressionante – diciamo, che i Democratici si riprendano ambedue i rami del Congresso e la stessa Clinton trionfi nel Texas.
Dunque, non sarà come Ike. Ma non c’è bisogno che questo le impedisca di fare un gran bene.
luglio 7, 2013
July 7, 2013, 8:27 am
One of the odd things about the people arguing that we must raise interest rates to head off bubbles — Raghuram Rajan, Martin Feldstein, the BIS, and so on — is the near-universal assertion among this group that just a little rate increase can’t do any real harm. (Just a thin little mint). After all, rates are so low!
As I’ve argued, this is a novel economic principle; where else do we argue that demand curves (in this case the demand for investment) are vertical at low prices? But it has occurred to me that it might be helpful to look at what the partial victory of these people — their implicit success in bullying the Fed into talking about tapering despite a still very weak, low-inflation economy — has wrought. Bear in mind that the interest rates that matter most for the economy are not the rates at which the government can borrow, but the rates facing private investors — and above all, mortgage rates, for housing is the most important transmission mechanism for monetary policy. And here’s what we see for mortgage rates since the talk of tapering began:
Do you really think that this will have no effect? Really, really?
By the way, I see that some readers imagine that the effects of the taper talk somehow refute my earlier assertions that the rate at which the Fed is buying long-term bonds has little effect on interest rates. But you’re misunderstanding both what I said and what is happening now. My point was always that the direct effects of bond purchases were small, so that anticipated changes in the pace of purchases — like the end of QE2 in 2011 — had minimal effects.
What’s happening now, however, is that the taper talk has led to a sharp revision of market expectations about the path of short-term interest rates, which the Fed does control. From Gavyn Davies:
The Fed didn’t mean this to happen; it tried to communicate that it wasn’t changing the path of short-term rates; but this was naive on its part. The Fed can’t really commit to future policy; all it can do is signal its character, and what it ended up doing here was convey the sense that it’s much more inclined to tighten too soon than previously thought.
So it’s a bad story, all around.
Quella terribile stretta
Una delle cose curiose delle persone che sostengono che dobbiamo alzare i tassi di interesse per evitare le bolle – Raghuram Rjan, Martin Feldstein, la Banca dei Regolamenti Internazionali, et cetera – è la dichiarazione quasi universale in questo gruppo che un piccolo incremento non può fare alcun danno (solo una minuscolo piccolo soldino). Dopo tutto, i tassi sono bassi!
Come ho sostenuto, si tratta di un principio economico insolito; dove altro si sente dire che le curve della domanda (in questo caso la domanda per investimenti) sono verticali con i prezzi bassi? Ma mi è venuto in mente che potrebbe essere d’aiuto dare un’occhiata a quello che ha provocato la parziale vittoria di queste persone – il loro implicito successo nel costringere a parlare di restrizione, nonostante un’economia con una bassa inflazione e ancora molto debole). Si tenga a mente che i tassi di interesse che sono più importanti per l’economia non sono quelli ai quali il Governo può indebitarsi, ma quelli con i quali fanno i conti gli investitori privati – e soprattutto i tassi sui mutui, perché il settore immobiliare è in più importante meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Ed ecco quello che si è visto sui tassi dei mutui dal momento sono cominciati i discorsi sulla stretta:

Pensate davvero che questo non avrà alcun effetto? Davvero nessuno?
Per inciso, vedo che alcuni lettori si immaginano che gli effetti dei discorsi sulla stretta in qualche modo confutino i miei precedenti giudizi, secondo i quali il tasso al quale la Fed sta acquistando i bonds a lungo termine ha effetti modesti sui tassi di interesse. Ma state fraintendendo sia quello che io dissi che quello che sta oggi succedendo. La mia opinione è sempre stata che gli effetti diretti degli acquisti dei bonds fossero piccoli, cosicché i cambiamenti anticipati nel ritmo degli acquisti – come la fine della seconda “Facilitazione Quantitativa” nel 2011 – ebbe effetti minimi.
Quello che sta accadendo, tuttavia, è che il pronunciamento per la stretta ha portato ad una brusca revisione delle aspettative del mercato sull’andamento dei tassi di interesse a breve termine, che la Fed controlla per davvero. Da Gavyn Davies:

La Fed non aveva intenzione che questo accadesse: ha cercato di comunicare che non stava procedendo a cambiamenti sull’andamento dei tassi a breve termine; ma è stato ingenuo da parte sua. La Fed non può realmente impegnarsi sulla politica del futuro; tutto quello che può fare è dare un segnale relativo alla sua indole, e in questo caso ha finito col comunicare la sensazione di essere molto più incline ad una stretta troppo ravvicinata di quello che si credeva in precedenza.
Dunque è un brutta storia, da tutti i punti di vista.
luglio 6, 2013
July 6, 2013, 5:35 pm
Josh Barro has made a very useful contribution to policy discussion by adapting the term “derp” for a certain kind of all-too-prevalent stance in economic debate, which Noah Smith somewhat euphemistically describes as “the constant, repetitive reiteration of strong priors”. In other words, people who take a position and refuse to alter that position no matter how strongly the evidence refutes it, who continue to insist that they have The Truth despite being wrong again and again.
The main locus of econoderpitude these days involves inflation, and more broadly the proposition that deficit spending and expansion of the Fed’s balance sheet will be a disaster, even in a depressed economy. Matt O’Brien documents the continuing prevalence of this form of derp, and tries to characterize the various forms it takes, and I don’t have any quarrel with his details. I wonder, however, whether it might not be useful to think of it a bit differently, using a geographical metaphor.
That is, think of all these economists and wannabe economists as inhabitants of a land we’ll call Derpistan. Everything there is derp; but it’s not undifferentiated derp. Instead, all Derpistan is divided into three parts: Inner Derpistan, Middle Derpistan, and Outer Derpistan.
Middle Derpistan is where most of the country’s inhabitants used to live.It had what looked like highly fertile intellectual soil, easy to cultivate with a few tools taken from the intro textbook: printing money causes inflation! Running deficits drives up interest rates! It’s the 1970s all over again! A lot of people settled in comfortably there circa 2009, and waited for their crops to come in.
It turned out, however, that this wasn’t such a good place to settle down after all. Some of us tried to warn them, on both the interest rate and the inflation front; things aren’t that simple in a liquidity trap. But they didn’t listen; and as inflation and soaring rates kept not coming and not coming, they found themselves like farmers on the Great Plains in the 1930s, watching their chosen ground turn into dust.
Despite this, a few oblivious types have refused to move; Michael Kinsley comes to mind. But for the most part, what we’ve seen is emigration. A few, like Larry Kudlow (!!!) have packed their belongings on top of the pickup truck and left Derpistan altogether. Most, however, have migrated only a short distance in or out.
Some have moved to Outer Derpistan, a land of utter intellectual barbarism; here we have Erick Erickson declaring never mind the facts, he has feelings, and Niall Ferguson declaring that we really do have inflation, but the feds are spiriting it away in their black helicopters and burying it in Area 51.
For the most part, however, we’ve seen a migration to Inner Derpistan — the region that borders the civilized world, also known as the reality-based community, and has picked up some of its customs. The migrants to this region — the Bank for International Settlements, Martin Feldstein, and so on — seem to be conceding, at least implicitly, that their inflation warnings didn’t pan out. Instead, they’re now all talking about financial stability. But they haven’t left Derpistan, because they’re still demanding the exact same thing — higher rates and an end to quantitative easing — despite having been wrong about everything so far.
And I have to say that these are the people who worry me. The refugees of Outer Derpistan are sad cases, but they don’t have any real influence, even if the BBC thinks they should give prestigious lectures and stuff. But the Inner Derpistanis are the barbarians at the gate; they are, I believe, already having a seriously malign effect on policy.
Regioni del Derpistan
Josh Barro ha fornito un contributo molto utile al dibattito politico adattando il termine “derp” [1] per un certo genere di atteggiamenti che dilagano nel dibattito economico, che Noah Smith descrive con un qualche eufemismo come “la costante, ripetitiva reiterazione di forti prevenzioni”. In altre parole, persone che prendono una posizione e rifiutano di modificarla a prescindere dalla forza con la quale essa è confutata dai fatti, che continuano e ribadire di avere La Verità, nonostante abbiano avuto torto più e più volte.
Il luogo principale della “derpitudine economica” di questi giorni riguarda l’inflazione, e più in generale il fatto che la spesa pubblica in deficit e l’espansione degli equilibri contabili della Fed sarebbero un disastro. Matt O’Brien documenta la perdurante prevalenza di questa forma di “derp” e prova a caratterizzare le varie forme che essa assume, ed io non ho nessuna ragione di disputare su questi dettagli. Mi chiedo, tuttavia, se non sarebbe utile pensare a qualcosa di diverso, utilizzando una metafora geografica.
Ovvero, penso a tutti questi economisti ed aspiranti economisti come abitanti di una terra che chiameremo Derpistan. Là ogni cosa è ‘derp’, ma non un indifferenziato ‘derp’. Piuttosto, il Derpistan è diviso in tre parti: il Derpistan Interno, il Medio Derpistan ed il Derpistan Esterno.
Il Medio Derpistan è il luogo dove normalmente viveva la maggioranza degli abitanti. Esso era caratterizzato da qualcosa che pareva un terreno intellettualmente fertile, facile da coltivare con pochi strumenti presi da introduzioni di libri di testo: stampare moneta provoca inflazione! Gestire deficit alza i tassi di interesse! Siamo tornati agli anni ’70! All’incirca nel 2009 un bel po’ di persone si erano sistemate in quel posto, ed era lì che attendevano i loro raccolti.
Si scoprì, tuttavia, che dopotutto quello non era un posto così buono per insediarsi. Alcuni di noi avevano provato a mettere in guardia, sia sul fronte del tasso di interesse che su quello dell’inflazione; cose che non erano tanto semplici in una trappola di liquidità. Ma non avevano voluto intendere, e dal momento che l’inflazione e i tassi di interesse alle stelle continuavano a non materializzarsi, si ritrovarono come gli agricoltori delle Grandi Pianure degli anni Trenta, che guardavano le terre da loro prescelte trasformarsi in polvere.
Nonostante questo, pochi individui inconsapevoli hanno rifiutato di spostarsi: viene in mente Michael Kinsley. Ma per la massima parte abbiamo assistito ad una migrazione. Alcuni, come Larry Kudlow (!!!) hanno impacchettato i loro effetti personali sopra il camioncino e lasciato del tutto il Derpistan. I più, tuttavia, sono emigrati solo ad una certa distanza, verso l’interno o l’esterno.
Alcuni si sono spostati verso il Derpistan Esterno, una terra di totale barbarie intellettuale; qua abbiamo Erick Erickson che dichiara che i fatti non contano mai, che lui ha le sensazioni, e Niall Ferguson [2] che dichiara che l’inflazione l’abbiamo su serio, ma quelli della Fed la fanno sparire con i loro neri elicotteri e la sotterrano nell’Area 51 [3].
Per la maggior parte, tuttavia, stiamo assistendo ad una migrazione verso il Derpistan Interno – la regione che confina con il mondo civilizzato, anche noto come comunità basata sulla realtà, ed ha assunto alcune delle loro abitudini. Gli emigrati in questa regione – la Banca dei Regolamenti Internazionali, Martin Feldstein, ed altri simili – sembrano concedere, almeno implicitamente, che i loro ammonimenti di inflazione non hanno avuto riscontri. Ora, invece, hanno preso a parlare di stabilità finanziaria. Ma non hanno lasciato il Derpistan, perché continuano a chiedere esattamente la stessa cosa – tassi più alti e la fine della facilitazione quantitativa [4]– nonostante che sinora abbiano avuto torto su tutto.
E devo dire che queste sono le persone che mi preoccupano. I rifugiati del Derpistan Esterno sono casi tristi, ma non hanno alcuna reale influenza, anche se la BBC pensa che dovrebbero fornire prestigiose letture [5] e altra roba. Ma i “Derpistaniani interni” sono come i barbari alla porta; credo che stiano già avendo un effetto malefico sulla politica.
[1] “Derp” è un neologismo – figlio del linguaggio dei cartoni di South Park, dove appare un personaggio con quel nome, ed utilizzato poi nel linguaggio internet – che dovrebbe indicare la reazione a qualcosa di talmente insensato o sciocco, da restare senza parole; ovvero è quello che si dice quando non si sa quel che dire.
[2] La feroce polemica con Ferguson è un costante di Krugman, almeno da quando dovette polemizzare con le sue profezie economiche, che effettivamente hanno fatto poca strada.
[3] L’Area 51, inizialmente chiamata “Nevada Test Site – 51″ e successivamente ribattezzata con il nome attuale, consiste in una vasta zona militare operativa di 26.000 km2, situata vicino al villaggio di Rachel a circa 150 km a nord-ovest di Las Vegas, nel sud dello stato statunitense del Nevada. Gli elevati livelli di segretezza che circondano la base e il fatto che la sua esistenza sia solo vagamente ammessa dal governo statunitense ha reso questa base un tipico soggetto delle teorie del complotto e protagonista del folklore ufologico. (wikipedia)
[4] Per “facilitazione quantitativa” vedi le note sulla traduzione.
[5] In connessione, una pubblicità della BBC su prossime ‘letture’ di Niall Ferguson.
luglio 6, 2013
July 6, 2013, 1:11 pm
Simon Wren-Lewis, for once, has a happy story to tell. He looks back at Britain’s fateful decision, ten years ago, not to join the euro, and argues that the decision was made on the basis of — gasp! — actual analysis. Gordon Brown (who deserves a much better rap than he gets) brought in real economic experts, who used a real economic framework — optimum currency area theory — and concluded that the case for euro membership was not good.
And boy, was that a good call; despite the best efforts of Osborne and Co. to mess it up, there’s no comparison between British woes and those of other European nations that had large capital inflows and housing booms. Partly this is because of the De Grauwe point, which was imperfectly grasped in 2003 — the crucial importance of having your own central bank as lender of last resort for sovereign borrowing. But it’s also largely because of a point that was perfectly well understood in 2003 and has been confirmed by experience: “internal devaluation”, reducing relative prices with a fixed exchange rate, is really hard compared with just devaluing your currency. Here are BIS estimates of the Spanish and UK real exchange rates, 1999-01 = 100:
Notice how Britain effortlessly achieved a real depreciation that, if it’s possible at all, will take years and years of mass unemployment in Spain.
Unfortunately, Wren-Lewis’s description of an actual rational decision process is all too rare — perhaps especially when it comes to the euro. Talk to euro advocates and they cannot entertain, even as a hypothetical proposition, the notion that the single currency was a bad idea; I came away from one talk with the clear message that the euro cannot fail, it can only be failed, that any problems simply show that countries and leaders lack sufficient nobility of purpose.
And despite the overwhelming evidence that the euro was an even worse idea than it appeared 10 years ago, countries — notably Poland — are still considering joining. I understand that leaving the euro is a very difficult thing to contemplate; but getting in now, when you had the great good luck to avoid this mess? Awesome.
La razionalità e l’euro
Simon Wren-Lewis, una volta tanto, ha una storia felice da raccontare. Egli ricorda la fatidica decisione dell’Inghilterra, dieci anni orsono, di non aderire all’euro, e sostiene che quella decisione fu presa, c’è da restare senza fiato, sulla base di una analisi vera e propria. Gordon Brown (che si merita un giudizio assai migliore di quello che ha ricevuto) prese con se alcuni veri esperti di economia, che utilizzavano un vero schema economico – la teoria dell’area valutaria ottimale – e concluse che l’adesione all’euro non era una buona cosa.
E, signori miei, fu proprio una buona decisione; nonostante i migliori sforzi di Osborne e compagni di complicare le cose, non c’è alcun confronto tra i guai inglesi e quelli delle altre nazioni europee che hanno avuto grandi flussi di capitali e boom immobiliari. In parte questo dipende dall’argomento di De Grauwe, che fu inteso in modo assai sommario nel 2003 – l’importanza cruciale di avere una propria banca centrale come prestatore di ultima istanza per il debito sovrano. Ma dipende anche da un aspetto che fu invece inteso perfettamente nel 2003 ed è stato confermato dall’esperienza: è davvero arduo comparare la “svalutazione interna”, che riduce i prezzi relativi con un tasso di cambio fisso, con una semplice svalutazione della propria moneta. Ecco le stime della Banca dei Regolamenti Internazionali sui tassi di cambio reali della Spagna e della Gran Bretagna, con il 1999 (o anche il 2001) pari a 100:
Si noti come l’Inghilterra abbia ottenuto senza alcuno sforzo una svalutazione reale che, semmai sarà possibile, richiederà in Spagna anni di disoccupazione di massa.
Sfortunatamente, la descrizione di Wren-Lewis di un effettivo processo decisionale razionale è, in special modo quando si viene al tema dell’euro, anche troppo rara. Si parla ai sostenitori dell’euro ed essi non possono prendere in considerazione, neppure in via di ipotesi, il concetto che la moneta unica sia stata una cattiva idea; si esce da un colloquio con il chiaro messaggio che l’euro non può non andare a buon fine, al massimo può essere messo in difficoltà, e che tutti i problemi semplicemente dimostrano che i paesi ed i dirigenti difettano di adeguata nobiltà d’animo.
E nonostante le schiaccianti testimonianze che l’euro era un’idea anche peggiore quando venne in scena dieci anni orsono, ci sono paesi – in particolare la Polonia – che ancora stanno considerando l’adesione. Capisco che lasciare l’euro sia una cosa molto difficile da prendere in considerazione; ma entrarci adesso, quando si è avuta la grande fortuna di evitare questo disastro? Terrificante.
luglio 6, 2013
July 6, 2013, 9:49 am
Update: I should have mentioned that the CBO doesn’t use the filtering method in its estimates for the US; as best I understand it, it uses a production function approach that is much less likely to interpret a prolonged slump as a decline in potential output. And that’s a very good thing.
I missed this, from a couple of days ago: the European Commission has, rather belatedly, woken up to the likelihood that it is understating potential output in debtor countries, overstating their “natural” rate of unemployment, and therefore underestimating the degree of fiscal austerity being imposed. There is, it turns out, an Output Gap Working Group considering these questions, and I’m glad to hear it.
For I’ve been warning about this issue for a long time — not just in the current slump, but 15 years ago, in the context of Japan (pdf).
Some notes on the issue after the jump.
It is important to have an idea of how much the economy could and should be producing, and also of how low unemployment could and should go. For one thing, it’s important for fiscal policy; almost all economists have argued for decades that budgets should be analyzed in terms of the cyclically-adjusted balance, not the raw number, but to do that you have to know how depressed the economy is. But it’s also important for monetary policy, as a guide to whether the central bank should be “tapering” or redoubling its efforts.
So how do you estimate potential? There are two main methods. One looks at past levels of output and/or unemployment, and basically uses some weighted average of the past as an estimate of what’s normal and presumably appropriate. The other looks at inflation, and tries to back out the unemployment rate consistent with price stability.
And both methods break down completely under depression conditions, which is what we have right now.
The first method is based on the normal experience that fluctuations in unemployment tend to revert fairly quickly to the mean. This mean may change over time, of course; so you can treat this as a signal-extraction problem, and use some kind of filtering method to estimate the current mean, which is then interpreted as the “natural” rate. In practice this means using a weighted average of fairly recent unemployment rates.
But here’s the problem: that historical reversion to the mean doesn’t mainly reflect some natural process of recovery, it reflects the actions of central banks, which slash interest rates when the economy is down and raise them when it’s up. If the economy hits a big enough shock that it ends up against the zero lower bound, that mechanism goes away, leading to persistent high unemployment — which the filter ends up interpreting as a rise in the natural rate.
Here’s a rough illustration from US data. I show unemployment rates versus the change in the unemployment rate over the next three years (three years because there is some tendency of things to get worse in recessions before they get better).
You can see that while unemployment rates jump around — hey, stuff happens — there has historically been a tendency for high rates to be followed by rapid declines; V-shaped recoveries. But not this time — because the Fed found itself pushing on a string. And a Hodrick-Prescott filter, or whatever, would interpret this as a rise in the natural rate of unemployment. Back in my 1998 Japan paper, I pointed out that the methods then being used to estimate output gaps would have concluded that 1930s America was back at full employment by 1935; it’s the same thing now.
What about inflation? Again, historically inflation has tended to rise when unemployment is low, fall when it’s high. Here’s the US unemployment rate versus the change in core PCE inflation over the next year:
But right now we have high unemployment combined with more or less stable core inflation. Typical models would interpret this as a sharp rise in the natural rate, from maybe 5.5 to 8 percent. But what it almost surely reflects instead is the stickiness of inflation at low levels; the long-run Phillips curve is not vertical thanks mainly to downward nominal wage rigidity,and that reality is central to what’s happening now.
I wish that these were narrow technical issues, of no importance for real-world policy. Unfortunately, they’re not. Understating output gaps leads to excessive demands for austerity and excessive complacency at central banks; this perpetuates the depression; and the longer the depression goes on, the more misleading the standard estimates become.
So it’s good news that at least somebody in Brussels is aware that there might be a problem.
Errori potenziali (per esperti)
Correzione: avrei dovuto ricordare che il Congressional Budget Office non usa il metodo di filtrare le sue stime per gli Stati Uniti; per quanto posso capire, usa un approccio da funzione di produzione che è molto meno probabile che interpreti una crisi prolungata come un declino della produzione potenziale. E quella è un’ottima cosa.
Un paio di giorni fa, mi ero perso questa notizia: la Commissione Europea si è, abbastanza tardivamente, svegliata nel riconoscere la probabilità di una sottovalutazione della produzione potenziale nei paesi debitori e di una sopravvalutazione del loro tasso “naturale” di disoccupazione, nonché di conseguenza di una sottostima del grado di austerità della finanza pubblica che viene imposto. Si scopre che esiste un “Gruppo di Lavoro sul Differenziale di Produzione” che sta considerando questi aspetti, e ne sono lieto.
Perché avevo messo in guardia su questo aspetto da molto tempo – non solo nella attuale recessione, ma 15 anni orsono, nel contesto del Giappone.
Dopo la digressione, alcune note su quel tema.
E’ importante avere un’idea di quanto l’economia potrebbe e dovrebbe produrre, e anche di quanto la disoccupazione potrebbe e dovrebbe scendere. Da una parte, è importante per la politica della finanza pubblica; quasi tutti gli economisti hanno sostenuto per decenni che i bilanci dovrebbero essere analizzati nei termini di equilibri ciclicamente corretti e non di dati grezzi, ma per farlo si deve sapere quanto l’economia è depressa. Ma è anche importante per la politica monetaria, per indirizzare la banca centrale verso una “stretta” o verso una moltiplicazione dei suoi sforzi.
Come si stima, dunque, un potenziale? Ci sono due metodi principali. Uno guarda ai livelli passati di produzione e/o di disoccupazione, e fondamentalmente utilizza una media ponderata del passato come una stima di ciò che è normale e presumibilmente corretto. L’altro guarda all’inflazione, e cerca di restituire il tasso di disoccupazione coerente con la stabilità dei prezzi.
Ed entrambi i metodi vanno completamente in crisi nella condizioni della depressione, che è quello che abbiamo in questo momento.
Il primo metodo è basato sulla normale esperienza per la quale le fluttuazioni nella disoccupazione tendono abbastanza rapidamente a ritornare sul dato medio. Questo dato medio può cambiare col tempo, naturalmente; si può dunque trattarlo come un problema di individuazione di un segnale, e usare qualche filtro per stimare il dato medio attuale, che allora viene interpretato come il tasso “naturale”. In pratica questo significa utilizzare una media ponderata di tassi di disoccupazione relativamente recenti.
Ma ecco il problema: questo ritorno storico al dato medio non riflette principalmente un qualche processo naturale di ripresa, riflette le azioni della banca centrale, che abbatte i tassi di interesse quando l’economia è in calo e li alza quando cresce. Se l’economia si scontra con uno shock abbastanza grande al punto da ritrovarsi dinanzi ad una condizione da “limite inferiore di zero” [1], quel meccanismo esce di scena, portando ad una persistente elevata disoccupazione – che il filtro finisce coll’interpretare come una crescita del tasso naturale.
Ecco una illustrazione grezza, sulla base di dati degli Stati Uniti. Mostro i tassi di disoccupazione nel confronto con il cambiamento del tasso di disoccupazione negli ultimi tre anni (tre anni, giacché c’è una qualche tendenza per la quale durante le recessioni le cose peggiorano prima di migliorare):
Si può vedere che mentre i tassi di disoccupazione saltano da un punto all’altro – si badi, sono cose che succedono – c’è stata una tendenza storica per la quale gli alti tassi sono seguiti da rapide discese; con riprese a forma di “V”. Ma non questa volta – perché la Fed si è ritrovata a procedere su una corda [2]. Ed un filtro come quello di Hodrick-Prescott, o qualcosa del genere, interpreterebbe questo come una crescita del tasso naturale di disoccupazione. Nel mio lontano saggio del 1998 sul Giappone, mettevo in evidenza che con i metodi allora in uso per stimare i differenziali di produzione si sarebbe arrivati alla conclusione che l’America degli anni Trenta era tornata alla piena occupazione nel 1935; ed oggi è la stessa cosa.
Cosa dire dell’inflazione? Anche in questo caso l’inflazione storica ha teso a crescere quando la disoccupazione era bassa ed a cadere quando era alta. Ecco il tasso di disoccupazione statunitense a confronto con i mutamenti nella inflazione sostanziale secondo il PCE [3] nel corso dell’anno successivo:
Ma in questo momento abbiamo elevata disoccupazione assieme ad una inflazione sostanziale più o meno stabile. I modelli tradizionali interpreterebbero questo come una brusca ascesa del tasso naturale, forse dal 5,5 all’8 per cento. Quello che invece quasi sicuramente riflette è la condizione di vischiosità dell’inflazione a bassi livelli; la curva di lungo periodo di Phillips non è verticale grazie principalmente alla rigidità dei salari nominali verso il basso, e questa realtà è centrale nella interpretazione di cosa sta accadendo [4].
Vorrei che queste fossero tematiche strettamente tecniche, di nessuna importanza per il mondo reale.
Sfortunatamente non è così. La sottostima dei differenziali della produzione [5] porta ad eccessiva richieste di austerità ed ad una eccessiva compiacenza verso le banche centrali; il che perpetua la depressione; e più a lungo va avanti la depressione, più fuorvianti diventano le stime usuali.
Dunque è una buona notizia che a Bruxelles ci sia qualcuno consapevole che questo potrebbe rappresentare un problema.
[1] Per “zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.
[2] Non sono certo che sia l’interpretazione giusta. Mi pare voglia dire che, data la condizione di tassi di interesse prossimi allo zero, la Fed non ha potuto utilizzare lo strumento di una forte ulteriore riduzione dei tassi, e dunque si è trovata in una sorta di percorso obbligato.
[3] Per “headline inflation” e “core inflation” vedi le note sulla traduzione (oppure, più rapidamente, si consideri che la “core inflation” è una misura dell’inflazione al netto dei beni che hanno prezzi maggiormente volatili, ovvero di prodotti energetici e di alimentari, perché questi ultimi è provato che crescono e diminuiscono influenzando scarsamente i dati sostanziali di medio periodo) . Inoltre PCE è un Indice in uso negli Stati Uniti per misurare l’inflazione (Personal consumption expenditures price index).
[4] Il fenomeno della “rigidità verso il basso dei salari” – già studiato anche da Keynes – significa semplicemente che nella realtà non è affatto detto che una crisi ed una elevata disoccupazione comportino un abbassamento dei salari nominali perché essi sono ai nostri tempi abbastanza refrattari a tale fenomeno, il che comporta una più generale “vischiosità” della stessa inflazione.
[5] Ovvero, delle differenze tra la produzione effettiva e la produzione potenziale che si avrebbe se non si fosse in recessione ed il potenziale produttivo fosse utilizzato pianamente.
luglio 5, 2013
July 5, 2013, 8:40 am
I’ve been having a strange reaction to recent news about economic policy. Stuff is happening: the Fed bungled its communications, doing its bit to undermine modest economic progress; the European Commission is sorta kinda relaxing its demands for austerity; the Bank of England appears to have issued forward guidance that it’s going to issue forward guidance; and so on. But with the possible exception of Abenomics, it’s all pretty small-bore stuff.
And that’s disappointing. We had what felt like an epic intellectual debate over austerity economics, which ended, insofar as such debates ever end, with a stunning victory for the anti-austerity side — and hardly anything changed in the real world. Meanwhile, the pain caucus has found a new target, inventing dubious reasons for monetary tightening. And mass unemployment goes on.
So how does this end? Here’s a depressing thought: maybe it doesn’t.
True, something could come along — a new technology that induces lots of investment, a war, or maybe just a sufficient accumulation of “use, decay, and obsolescence”, as Keynes put it. But at this point I have real doubts about whether there will be events that force policy action.
First of all, I think many of us used to believe that sustained high unemployment would lead to substantial, perhaps accelerating deflation — and that this would push policymakers into doing something forceful. It’s now clear, however, that the relationship between inflation and unemployment flattens out at low inflation rates. We can probably have high unemployment and stable prices in Europe and America for a very long time — and all the wise heads will insist that it’s all structural, and nothing can be done until the public accepts drastic cuts in the safety net.
But won’t there be an ever-growing demand from the public for action? Actually, that’s not at all clear. While there is growing “austerity fatigue” in Europe, and this might provoke a crisis, the overwhelming result from U.S. political studies is that the level of unemployment matters hardly at all for elections; all that matters is the rate of change in the months leading up to the election. In other words, high unemployment could become accepted as the new normal, politically as well as in economic analysis.
I guess what I’m saying is that I worry that a more or less permanent depression could end up simply becoming accepted as the way things are, that we could suffer endless, gratuitous suffering, yet the political and policy elite would feel no need to change its ways.
Oh, and have a nice day.
Sulla economia politica della stagnazione permanente
Sto maturando una strana reazione alle recenti notizie di politica economica. Le cose che succedono: la Fed pasticcia la sua comunicazione, mettendoci del suo per mettere a repentaglio il modesto progresso dell’economia; la Commissione Europea sta in qualche modo attenuando le sue richieste di austerità; la Banca di Inghilterra sembra aver emesso un indirizzo avanzato secondo il quale starebbe per emettere un indirizzo avanzato; e così via. Ma, con la possibile eccezione della politica economica di Abe, è tutta roba modesta e fastidiosa.
Ed è deludente. Abbiamo avuto quello che sentivamo come un dibattito epico sull’economia dell’austerità, che si è concluso, nella misura in cui dibattiti del genere si possono concludere, con una stupefacente vittoria dello schieramento contrario all’austerità – e nel mondo reale le cose cambiano a malapena. Nel frattempo, il partito della sofferenza ha trovato un nuovo obbiettivo, inventandosi ragioni dubbie per una stretta monetaria. E la disoccupazione di massa va avanti.
Dunque, quando mai finirà? Ecco un pensiero deprimente: forse mai.
E’ vero, qualcosa potrebbe venire avanti – una nuova tecnologia che induca un quantità di investimenti, una guerra, o forse soltanto, come si esprime Keynes, un accumulo di “uso, decadenza ed obsolescenza”. Ma a questo punto ho reali dubbi che accadranno fatti che costringeranno all’iniziativa politica.
Prima di tutto, penso che molti di noi siano abituati a ritenere che una prolungata alta disoccupazione porterebbe ad una sostanziale e forse accelerata deflazione – e che questo costringerebbe gli operatori politici a fare qualcosa di energico. Ora è chiaro, tuttavia, che la relazione tra inflazione e disoccupazione si appiattisce con tassi di inflazione bassi. E’ probabile che in Europa ed in America si possano avere una disoccupazione elevata e prezzi stabili per un lungo periodo – e tutti quei saggi cervelloni insisteranno che sono tutti fenomeni strutturali, e che niente si può fare finché il pubblico non accetta drastici tagli nelle reti della sicurezza sociale.
Ma non ci sarà una richiesta sempre più forte da parte della opinione pubblica, per una iniziativa? Effettivamente, non è affatto chiaro. Mentre in Europa c’è una crescente “spossatezza da austerità” che potrebbe provocare una crisi, il risultato inequivocabile di studi politici negli Stati Uniti è che il livello della disoccupazione incide assai modestamente sulle elezioni; quello che conta è il tasso dei cambiamenti nei mesi che precedono le elezioni. In altre parole, una elevata disoccupazione potrebbe finire col costituire le nuova norma, nella politica come nell’analisi economica.
In sostanza sto dicendo che, per il modo in cui le cose procedono, sono preoccupato che una più o meno permanente depressione potrebbe finire con l’essere accettata, che potremmo avere un patimento senza fine, un patimento gratuito, e tuttavia i gruppi dirigenti che gestiscono i rapporti tra le forze politiche e le strategie operative potrebbero non sentire alcun bisogno di cambiar strada.
E, infine, passate una buona giornata!
luglio 4, 2013
July 4, 2013, 10:11 am
My late father burst out laughing when I told him that the Lotte Lenya character in the Austin Powers movies is named Frau Farbissina; I’m sufficiently cut off from my cultural heritage that I had to ask him why. It turns out that it comes from farbissen, which — as is typical in Yiddish — has connotations that go beyond its usual translation as “bitter”. A farbissineh (think clenched teeth) is someone who not only isn’t enjoying herself, but is determined to make sure that nobody else has any enjoyment either.
All this came to mind as I contemplated the increasingly loud campaign demanding that the Fed stop its bond purchases and indeed start raising interest rates. It’s a chorus coming from Martin Feldstein, the Bank for International Settlements, Raghuram Rajan, John Taylor, and more. I believe that this chorus has already had significant malign effects; it effectively bullied the Fed into talking about “tapering” despite a total absence of economic justification, and this — by leading markets to believe that the Fed was turning more hawkish in general — has led to higher long-term interest rates.
The question is, what lies behind this campaign? It’s remarkably hard to explain in terms of any coherent logic; as David Glasner says, the members of this group seem to believe, somehow, that the Fed is powerless to boost the real economy yet retains vast power over real interest rates.
More than that, the general principle behind the economic analysis seems to be that economic agents are selectively stupid — that is, that different classes of investors are stupid in different ways, that just happen to justify tighter monetary policy in the face of mass unemployment. On one side, we have Feldstein and others assuring us that higher interest rates won’t deter real investment, because they’ll still be low; it’s news to me that demand curves turn vertical at low prices, but whatever. On the other side, they insist that low rates will induce financial investors to make irrational choices and blow bubbles. Now, bubbles happen; but is there any real evidence that low interest rates are the key? The worst of both the dotcom and the housing bubble took place when rates were much higher than they are now.
The key observation here, I think, is that by and large the people now demanding higher interest rates have been against easy money all along — it’s just their alleged justifications that keep changing. Back when they were warning against inflation, presumably because loose money would overheat the economy; now they’re declaring that loose money does nothing to the real economy, but is causing bubbles. In other words, it feels like an attitude looking for justifications, not an analysis.
And the attitude is farbissen — a gut dislike of the idea that money is cheap.
La frazione Farbissen
Il mio defunto genitore scoppiava a ridere quando gli raccontavo che il personaggio di Lotte Lenya, nei film degli Austin Powers, si chiamava ‘Frau Farbissina” [1], ed io mi ero sufficientemente estraniato dalla mia eredità culturale che dovevo chiedergli il motivo. Scoprii che esso veniva dal termine “farbissen” che – come è caratteristico dello Yiddish – ha connotazioni che vanno oltre la sua semplice traduzione di “amaro”. Una “farbissineh” è qualcuna che non solo non sa godere per suo conto, ma vuole essere sicura che neppure nessun altro abbia soddisfazione (si pensi all’immagine dei denti stretti).
Tutto questo mi è venuto a mentre nel mentre assistevo alla pressante campagna con la quale si chiede che la Fed interrompa i suoi acquisti di bonds e in sostanza cominci ad alzare i tassi di interesse. E’ un coro che proviene da Martin Feldstein, dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, da Raghuram Rajan, da John Taylor ed altri ancora. Credo che questo coro abbia già avuto i suoi effetti maligni; esso ha effettivamente intimorito la Fed, spingendola a parlare di una “stretta” nonostante la totale assenza di motivazioni economiche, e questo – inducendo i mercati a credere che la Fed stesse diventando in termini generali più restrittiva – ha portato a tassi di interesse sul lungo termine più elevati.
La domanda è: cosa c’è dietro questa campagna? E’ considerevolmente difficile spiegarla nei termini di una logica coerente; come dice David Glasner i membri di questo gruppo sembrano, in qualche modo, ritenere che la Fed sia impotente nell’incoraggiare l’economia, eppure mantenga un potere reale sui tassi di interesse.
Oltre a ciò, pare che il principio generale che presiede a quella analisi economica sia che gli agenti economici siano stupidi in modo selettivo – vale a dire che le diverse categorie degli investitori siano stupide in modi diversi, al punto che una politica monetaria più restrittiva a fronte di una disoccupazione di massa si giustifica solo casualmente. Da una parte, abbiamo Feldstein ed altri che ci assicurano che i tassi di interesse più alti non scoraggeranno gli investimenti reali, perché essi saranno ancora bassi; per me è una novità che le curve della domanda si indirizzino verticalmente a prezzi bassi, ma tant’è. Dall’altra parte, ribadiscono che i tassi bassi indurranno gli investitori finanziari a fare scelte irrazionali ed a gonfiare bolle. Ora, le bolle possono aver luogo; ma c’è una qualche reale prova che i bassi tassi di interesse siano una chiave? Le cose peggiori sia nella bolla dell’informatica che in quella immobiliare si produssero quando i tassi erano molto più alti di quanto non siano oggi.
In questo caso l’osservazione fondamentale, credo, è che in linea di massima le persone che oggi chiedono tassi di interesse più alti sono state contrarie al denaro facile sin dall’inizio – sono solo le loro pretese giustificazioni che continuano a cambiare. Nel passato essi mettevano in guardia contro l’inflazione, presumibilmente perché un denaro con minori condizionamenti avrebbe surriscaldato l’economia; ora stanno affermando che un denaro più libero non avrà effetti sull’economia reale, ma sta provocando bolle. In altre parole, la si percepisce come una attitudine a cercare giustificazioni, non come una analisi.
E questa attitudine è “farbissen” – una autentica repulsione nei confronti dell’idea del denaro facile.
[1] “Frau Farbissina” è una personaggio femminile di films della serie “Austin powers” . E’ una specialista di tecniche di attacco e di difesa al servizio del Dr. Evil, con il quale ha avuto anche un figlio, agli inizi della loro relazione, pur essendo di tendenze omosessuali. Da quello che capisco, il personaggio di Frau Farbissina compare anche nel film di Fleming “Dalla Russia con amore”, in quel caso interpretato nel 1963 dalla attrice Lotte Lenya (che fu anche cantante ed importante attrice del teatro brechtiano). Ecco le due diverse interpreti di Farbissina:
luglio 3, 2013
July 3, 2013, 6:20 pm
Or that’s what people keep telling me. Actually, one of the odd but revealing things about modern conservatives is the way they alternate between paranoia about the vast left-wing conspiracy and insistence that people who disagree with them are part of a tiny fringe with no real following. Joe Scarborough thinks (or thought — has he updated?) that I was all alone in questioning deficit panic; the fairly large anti-me industry has been insisting for around a decade that I’ve lost all credibility except among credulous New York liberals.
So, on the general principle that if I am not for myself, who will be for me: that left-wing rag the Wall Street Journal has a new assessment, based on some supposedly objective criteria (but not including Twitter followers) of the most influential business thinkers. They see a big change since the last time they did this, five years ago. Back then, business strategy gurus — authors of books on reengineering the search for excellence in the total quality six-sigma chaos, and all that — dominated the list. This time, the top thinkers are:
1.Paul Krugman
2. Joseph Stiglitz
3. Bill Gates
4. Michael Porter
5. Thomas Friedman
6. Eric Schmidt
7. Richard Branson
8. Malcolm Gladwell
9. Robert Reich
10. Jack Welch
11. Muhammad Yunus
12. Niall Ferguson
13. Michael Dell
14. Howard Gardner
15. Jimmy Wales
Let me say, the fact that Joe Stiglitz is up there makes me more optimistic about the world; as I’ve written in the past, he’s an insanely great economist, in ways that you really can’t comprehend unless you do economic modeling, but until now I would never have envisioned him having the kind of reach he now does.
Something else, which the WSJ doesn’t emphasize, is that the list isn’t just heavy on economists; it’s heavy on liberal economists. I don’t think that’s an accident, and I don’t think it’s purely political. The fact is that in an era of markets gone massively bad, conservative economists don’t have much to offer except excuses.
Obviously it’s not completely one-sided; going down the list a bit further I see proof that PT Barnum was right. But still, iinteresting.
Nessuno ascolta quello che dico
O è quello che continuano a raccontarmi. In effetti, una delle cose strane ma rivelatrici dei conservatori moderni è il modo in cui alternano la paranoia sulla vasta cospirazione delle sinistre e la convinzione che quelli che non sono d’accordo con loro facciano parte di una piccola frangia senza alcun seguito. Joe Scarborough pensa (o pensava – c’è stata una correzione?) che io fossi completamente isolato nell’avanzare dubbi sul panico dei deficit; il discretamente ampio apparato allestito contro di me ha insistito per circa un decennio che avevo perso tutta la mia credibilità, ad eccezione dei creduloni liberals di New York.
Dunque (sulla base del principio generale che se non mi aiuto per conto mio, chi lo farà mai …), quel fogliaccio di sinistra del Wall Street Journal esce con una nuova valutazione, basata su qualche presunto criterio oggettivo (che non include i seguaci di Twitter) sui pensatori economici più influenti. Essi vedono una gran cambiamento, a partire dall’ultima volta che hanno steso questo elenco, cinque anni orsono. A quei tempi, i guru delle strategie di impresa – gli autori di libri sulla riprogettazione della ricerca dell’eccellenza nel caos totale della “qualità sei sigma” [1], e tutte le cose del genere – dominavano la lista. Questa volta i principali pensatori sono:
1.Paul Krugman
2. Joseph Stiglitz
3. Bill Gates
4. Michael Porter
5. Thomas Friedman
6. Eric Schmidt
7. Richard Branson
8. Malcolm Gladwell
9. Robert Reich
10. Jack Welch
11. Muhammad Yunus
12. Niall Ferguson
13. Michael Dell
14. Howard Gardner
15. Jimmy Wales
Fatemi dire che il fatto che Joe Stiglitz sia lassù in alto mi rende più ottimista sul mondo; come ho scritto in passato, egli è un formidabile grande economista, in modi che effettivamente non si comprendono se non si opera con i modelli economici, ma sinora non avrei mai immaginato che avesse il genere di influenza che oggi mostra.
Un’altra cosa che il Wall Street Journal non sottolinea è che la lista non è solo densa di economisti, ma di economisti liberal. Non penso che sia un caso, né che dipenda solo dalla politica. Il fatto è che in un epoca nella quale i mercati vanno male in modo così generalizzato, gli economisti conservatori non hanno molto da offrire a parte le scuse.
Ovviamente il risultato non ha una sola faccia: andando un po’ più in basso nella lista vedo la prova che P.T. Barnum aveva ragione [2]. Ma resta interessante.
[1] La denominazione Sei Sigma (dal termine statistico di origine anglosassone Six Sigma) indica un programma di gestione della qualità basato sul controllo dello scarto quadratico medio (indicato con la lettera greca Sigma) che ha lo scopo di portare la qualità di un prodotto o di un servizio ad un determinato livello, particolarmente favorevole per il consumatore. Introdotto per la prima volta dalla Motorola nella seconda metà degli anni ’80 da Bob Galvin e Bill Smith, si diffuse ad altre importanti compagnie, come General Electric, Toyota, Honeywell e Microsoft. (Wikipedia)
[2] Il riferimento è a Phineas Taylor Barnum (Bethel, 5 luglio 1810 – Bridgeport, 7 aprile 1891) che un imprenditore e circense statunitense. La sua carriera fu costellata da polemiche e processi, che suscitarono ancora più interesse intorno ai suoi spettacoli, che raggiunsero l’apice quando Barnum denunciò se stesso come mistificatore.
luglio 3, 2013
July 3, 2013, 6:41 pm
A couple of weeks ago I posted a chart showing the long-term trend of world trade in manufactures relative to world production. The paper I took the chart from, however, only went up to 2000. And I decided to update it for the next edition of Krugman Obstfeld Melitz. And it’s pretty striking:
You see the interwar trade decline; the growth in world trade after World War II didn’t return to 1913 levels of globalization until around 1970. But since then, trade has grown incredibly. Interestingly, the big tariff cuts in GATT rounds had already happened; what we’re looking at here is trade liberalization in developing countries plus containerization, and the emergence of massive vertical specialization (iWhatevers being made in many stages in different countries).
No special moral here — and no, it doesn’t actually make the world flat, because services account for most value added and are still mainly not tradable. But it’s quite a picture.
Globalizzazione senza precedenti
Un paio di settimane fa pubblicai una tabella che mostrava le tendenze di lungo periodo nel commercio manifatturiero mondiale, in rapporto alla produzione mondiale. Il saggio dal quale trassi la tabella, tuttavia, arrivava solo sino al 2000, ed ho deciso si aggiornarlo per la prossima edizione del (libro di testo) Krugman Obstfeld Melitz. Ed è piuttosto impressionante:
Si vede il declino tra le due guerre; la crescita nel commercio mondiale non tornò ai livelli di globalizzazione del 1913 sino a circa il 1970. La cosa interessante è che i grandi tagli alle tariffe dei “GATT rounds” erano già intervenuti¸ quello che in questo caso osserviamo è la liberalizzazione dei commerci nei paesi in via di sviluppo e in aggiunta la “containerizzazione”, nonché l’emergere di una massiccia specializzazione verticale (iWhatevers [1] essendo stati realizzati in molti stadi in diversi paesi).
In tutto questo non c’è un particolare significato conclusivo – in particolare, questa situazione non appiattisce il mondo, perché i servizi realizzano la massima parte del valore aggiunto e sono ancora fondamentalmente non commerciabili. Ma è il quadro autentico.
[1] Ovvero, qualsiasi genere di oggetti tipo iPhone, iPad etc.
luglio 1, 2013
July 1, 2013, 4:18 pm
OK, still grieving, but time to stick my toe back into the blogosphere.
The overwhelming fact about the U.S. economy right now is that there aren’t enough jobs; the standard unemployment rate actually understates the problem, because it looks as if a fair number of workers have given up actively looking, and are therefore not counted as unemployed. Better to look at things like the employment-population ratio; I often prefer to look only at prime-age workers, as a way to deal with the demographic effects of an aging population. And what you see is this:
Within this broader picture, however, there are some puzzles. An unusually high fraction of the unemployed have been unemployed for a long time; and there seems to have been an outward shift in the Beveridge curve, the historical relationship between vacancies and unemployment.
What’s happening here? A number of people have attributed both the rise in long-term unemployment and the outward shift of the Beveridge curve to extended unemployment benefits, which make people less desperate to take a job, any job, when their benefits run out.
Even if this were true, there is widespread misunderstanding of what it would mean. It would not, repeat not, mean that UI is causing higher unemployment. I tried to explain why in today’s column. The key point is that making the unemployed more desperate would do nothing to increase the number of available jobs. At most, it would precipitate a general fall in wages — and that would make our situation worse, not better, because it would increase the burden of household debt.
So why do you see economists claiming that UI raises unemployment? Sloppy wording, at best; sloppy thinking, otherwise. Arguably, UI raises the NAIRU — that is, it raises the level of unemployment below which we can’t go without raising inflation. But since inflation isn’t an issue (except that it’s too low), that’s not relevant now. And if we ever do get to that point, extended unemployment benefits will have gone away anyway.
Still, it is interesting to know whether the rise in long-term unemployment and the shift of the Beveridge curve are driven by UI. And the answer is — apparently not, or not mainly. A new Boston Fed paper finds that much of the rise in long-term unemployment is concentrated among new entrants to the work force or people reentering the work force after an absence — people, that is, who aren’t entitled to unemployment insurance in the first place.
This doesn’t refute the proposition that unemployment insurance is causing unemployment, because that proposition never made sense in the first place. But it suggests that the effects of UI are even smaller than previously believed.
Parassiti, imbroglioni e la curva di Beveridge
E’ così, sto ancora piangendo per la perdita [1], ma è tempo di rimettere piede nella blogosfera.
Il fatto preponderante della situazione dell’economia americana in questo momento è che non ci sono abbastanza posti di lavoro; il tasso di disoccupazione standard in effetti sottovaluta il problema, perché da esso sembra che un certo numero di lavoratori abbiano smesso di cercare lavoro, e di conseguenza non sono considerati come disoccupati. Meglio guardare alle cose dal punto di vista del rapporto occupazione/popolazione; io spesso preferisco guardare solo i dati dei lavoratori nella principale età lavorativa, che è un modo per tenere conto degli effetti demografici della popolazione che invecchia. E quello che si osserva è questo:
All’interno di questo più ampio quadro, tuttavia, ci sono alcuni misteri. Una frazione inusualmente alta di disoccupati è rimasta senza lavoro per un lungo tempo; e lì sembra esserci stato un apparente spostamento nella curva di Beveridge, ovvero nella storica relazione tra posti liberi e disoccupazione [2].
Che cosa sta accadendo? Un certo numero di persone ha attribuito sia la crescita della disoccupazione di lungo periodo sia l’apparente modifica della curva di Beveridge ai prorogati sussidi di disoccupazione, che hanno reso le persone meno disperate nell’accettare un lavoro, un qualsiasi lavoro, al momento che i loro sussidi si esauriscono.
Anche se questo fosse vero, c’è un complessivo equivoco su cosa questo significherebbe. Esso non significherebbe, non significherebbe affatto, che la assicurazione di disoccupazione stia provocando una disoccupazione più elevata, come ho cercato di spiegare nell’articolo di oggi [3]. Il punto cruciale è che rendere i disoccupati più disperati non aumenterebbe in nessun modo i posti di lavoro disponibili. Al massimo, provocherebbe una generale caduta dei salari – e questo peggiorerebbe la nostra situazione, perché aumenterebbe il peso del debito delle famiglie.
Perché dunque si assiste ad economisti che pretendono che la assicurazione di disoccupazione aumenti la disoccupazione medesima? Parole in libertà, nel migliore dei casi; o, se si vuole, pensieri in libertà. Probabilmente l’assicurazione di disoccupazione incrementa il NAIRU [4] – ovvero, alza il livello di disoccupazione al di sotto del quale non si procede senza una inflazione crescente. Ma dal momento che l’inflazione non è un problema (se non perché è troppo bassa), questo oggi non è rilevante. E se mai arrivassimo davvero a quel punto, i sussidi di disoccupazione prorogati sarebbero in ogni caso scomparsi.
Eppure, è interessante sapere se la crescita della disoccupazione di lungo periodo e il mutamento della curva di Beveridge siano provocati dalla assicurazione di disoccupazione. E la risposta è: in apparenza no, o non principalmente. Un nuovo studio della Fed di Boston scopre che la disoccupazione di lungo periodo è concentrata nei nuovi ingressi nella forza lavoro o nelle persone che rientrano al lavoro dopo una assenza – ovvero, individui che all’inizio non hanno diritto alla assicurazione di disoccupazione.
Questa non è una confutazione del concetto secondo il quale la assicurazione di disoccupazione sta provocando disoccupazione, anzitutto perché quel concetto non ha mai avuto senso. Ma indica che gli effetti della assicurazione di disoccupazione sono persino più piccoli di quanto non si credesse in precedenza.
[1] Del padre David, della cui scomparsa ha dato notizia ieri.
[2] William Beveridge fu economista e sociologo, nonché autore di una famosissimo rapporto che nel dopoguerra costituì la base per la costruzione della Stato Sociale britannico, da parte dei governi laburisti. La “curva di Beveridge” indica la relazione tra la disoccupazione ed i posti di lavoro disponibili. Come si vede dalla figura nel post (ampliandola) l’asse verticale è dato dalla disponibilità di posti di lavoro espressa come percentuale della forza lavoro complessiva, mentre l’asse orizzontale indica il tasso di disoccupazione. Sembra logico che più il tasso di disoccupazione cresce (si sposta verso destra), minore sia la quantità di posti di lavoro disponibili. Ma c’è attualmente il mistero di cui parla il post … Il mistero è leggibile nella figura, considerando che essa rappresenta il periodo complessivo degli ultimi 12 anni e che i punti rossi, nella loro sequenza, indicano l’evoluzione dei posti di lavoro disponibili dall’anno 2009 all’anno 2013. Sembrerebbe dunque che la disponibilità di posti di lavoro, pure a livelli comprensibilmente inferiori rispetto ai primi anni 2000, stia nel periodo più recente risalendo nonostante che il tasso di disoccupazione sia in questi anni aumentato.
[3] Vedi la traduzione del 30 giugno dell’articolo sul New York Times “Guerra sui disoccupati”.
[4] Per “tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione” (la sigla americana è NAIRU) si intende appunto quel particolare punto di equilibrio tra il mercato del lavoro e le condizioni dell’economia nel quale la disoccupazione esistente non provoca tendenze inflazionistiche. E’ quel livello che può in teoria essere leggermente ‘spostato’, qualora i lavoratori divengano maggiormente esigenti nella ricerca di un lavoro soddisfacente.
giugno 30, 2013
June 30, 2013, 9:35 am
When the Fed began its talk of “tapering” asset purchases, I warned that it might turn out to be a “historic mistake”. I guess the historic bit is still up in the air; but the mistake aspect is now glaringly obvious. Bond prices have plunged, and the Fed’s attempts to inform markets that they’ve got it all wrong have only modestly mitigated the impact.
What went wrong? The Fed grossly misunderstood the nature of the relationship between its statements and market expectations. It believed that the market was listening closely to the details of what it said. In fact, the market doesn’t — and probably shouldn’t. Instead, it listens to the tone of Fed statements, and also Fed actions; it’s more a matter of character judgment than mathematics. And what the Fed conveyed with the tapering talk was a sense that its heart really isn’t in this stimulus thing.
OK, a bit more detail. Right now, the Fed is doing two things in an attempt to boost the economy: it’s promising to keep short-term rates, which it controls, low; and it’s trying to reduce long-term rates directly, through bond purchases. What the Fed said was that it was thinking of slowing down those bond purchases — but not to worry, it still plans to keep short-term rates low.
But as Gavyn Davies shows, the market responded by sharply marking up its expectations for future short-term rates. In April, the market thought there was almost no chance the Fed would raise rates next year; now such a rise is considered more likely than not.
Fed officials are frustrated. Weren’t investors listening? But the Fed was foolish here — and the investors aren’t.
The key point you always have to remember (but which the Fed somehow forgot) is that there is no way to lock in future monetary policy. Whatever the Federal Open Market Committee may say now about its plans for 2014 or 2015, it can always do something different when the future turns into the present.
So what’s the point of Fed communication? Mainly it’s not about the specific numbers; it’s about conveying what kind of central bankers we’re dealing with, and hence what they’re likely to do in the future. Talk of extended easy money can help the economy now precisely because it makes the Fed sound like it’s not a conventionally-minded central bank, eager to snatch away the punch bowl; even asset purchases work mainly because they reinforce that impression of unconventionality.
But when the Fed starts talking about tapering at a time when unemployment is still very high and inflation below target, it undoes all of that good work; suddenly the FOMC starts sounding once again like a group whose fingers are already twitching as they fight the urge to grab that punch bowl.
Undoing this damage is going to be very hard. One thing that will matter a lot, however, is the choice of Bernanke’s successor. If she’s a well-known dove, that could help a lot. If he’s, say, someone known for saying things like “stimulus is sugar“, look out below.
L’osservazione di un errore storico
Quando la Fed ha cominciato a parlare di una stretta agli acquisti di assets, misi in guardia sul fatto che avrebbe potuto essere un “errore storico”. Penso che per la parte dello “storico” la cosa sia ancora aperta; ma l’aspetto dell’errore è adesso palesemente evidente. I prezzi dei bonds sono precipitati, ed i tentativi della Fed di informare i mercati che avevano completamente frainteso hanno modificato l’impatto solo modestamente.
Cosa è andato storto? La Fed ha frainteso grossolanamente la natura delle relazioni tra i suoi pronunciamenti e le aspettative del mercato. Ha creduto che il mercato stesse ascoltando attentamente i dettagli di quello che diceva. Di fatto, il mercato non l’ha fatto – e probabilmente non doveva farlo. Invece, esso ascolta il tono delle dichiarazioni della Fed, ed anche le sue azioni; è più una faccenda di un giudizio su una recita [1] che non qualcosa di attinente alla matematica. E quello che la Fed ha comunicato con il discorso sulla stretta è stata la sensazione di non avere affatto a cuore questa politica delle misure di sostegno.
Va bene, fornisco maggiori dettagli. In questo momento la Fed sta facendo due cose per incoraggiare l’economia: sta promettendo di tenere bassi i tassi a breve termine, che essa controlla; e sta cercando di ridurre direttamente i tassi a lungo termine, attraverso l’acquisto dei bonds. Quello che la Fed ha detto è stato che stava pensando di rallentare quegli acquisti di bonds – ma di non preoccuparsi, perché programmava di tenere ancora bassi i tassi a breve termine.
Ma come mostra Gavyn Davies, il mercato ha risposto alzando bruscamente le sue aspettative sui tassi futuri a breve termine. In aprile il mercato pensava che non vi fosse quasi nessuna possibilità di un aumento dei tassi da parte della Fed nel prossimo anno; ora tale crescita è considerata semmai più probabile.
I dirigenti della Fed sono frustrati. Gli investitori non stavano ascoltando? Ma in questo caso è la Fed che si è comportata in modo sciocco, non gli investitori.
L’aspetto chiave che si deve sempre ricordare (ma che la Fed ha in qualche modo dimenticato) è che non c’è nessun modo per fissare la politica monetaria futura. Qualsiasi cosa dica in questo momento il Federal Open Market Committee sui propri programmi per il 2014 o il 2015, esso può sempre fare qualcosa di diverso al momento in cui il futuro diventerà il presente.
Qual’è dunque il punto sulla comunicazione della Fed? Esso non riguarda principalmente numeri specifici; esso riguarda l’impressione che si trasmette sulla natura dei banchieri centrali con i quali si ha a che fare, e di conseguenza cosa è probabile che essi facciano nel futuro. Parlare di prorogare una politica del denaro facile può aiutare in questo momento l’economia precisamente perché fa apparire la Fed diversamente da una banca centrale orientata in modo convenzionale, ovvero ansiosa di toglier di mezzo la scodella del punch [2]; anche gli acquisti degli assets funzionano perché rafforzano l’impressione di questa non convenzionalità.
Ma quando la Fed comincia a parlare di un a stretta nel momento in cui la disoccupazione è ancora molto elevata e l’inflazione è al di sotto dell’obbiettivo, essa distrugge tutto quello che ha fatto di buono; improvvisamente il FOMC [3] comincia ad apparire ancora una volta come il gruppo degli individui che già spasimano sin dalle dita per contenere il bisogno di afferrare la scodella del punch.
Invertire questo danno sarà davvero difficile. Una cosa, tuttavia, molto importante, sarà la scelta del successore di Bernanke. Se sarà una persona nota come una colomba, potrebbe essere molto di aiuto. Se sarà qualcuno noto per aver pronunciato frasi del genere “le misure di sostegno sono come lo zucchero” [4], attenzione là sotto.
[1] Ovvero: “character” nel senso di “ruolo, parte”.
[2] “Togliere la scodella del punch” significa raffreddare finanziariamente l’economia appena essa dà segni di ripresa (che sarebbe come togliere di mezzo la scodella del punch appena la festa comincia a ‘scaldarsi’). Normalmente questa è la condotta di una banca centrale con una mentalità tradizionale. Krugman sta sostenendo che se la Fed si propone, come ancora si propone, di sostenere la ripresa dell’economia, essa non dovrebbe apparire orientata in senso convenzionale, perché gli investitori ne dedurrebbero che la sua politica espansiva sarà facilmente contraddetta.
[3] Ovvero, il Federal Open Market Committee.
[4] Questa fu una espressione adoperata nel 2011 da Timothy Geithner, Segretario al Tesoro e, da quanto si capisce, candidato possibile alla successione di Bernanke. Quello che non ho compreso è se il riferimento precedente ad una soluzione femminile (“she”), derivava semplicemente dalla grammatica (la coerenza con l’esempio della “colomba”) o impersonava una possibile candidata. Geithner, comunque, prima di essere Segretario al Tesoro, faceva parte del board della Fed, in rappresentanza della sua articolazione territoriale più potente, quella di New York.
giugno 28, 2013
June 28, 2013, 1:15 pm
Brad DeLong finds Allan Meltzer inveighing against quantitative easing, and notes that Meltzer’s story (in which it’s all Obama’s fault) is completely at odds with data on both investment and interest rates.
But there’s a larger story here. Some readers may recall that four long years ago Meltzer warned, in the direst of tones, that we faced a looming danger of inflation from expansionary Fed policy. Those of us who had studied Japanese experience, and more broadly thought through the implications of the liquidity trap, shot back that this was foolish — even if the Fed greatly expanded its balance sheet, the funds would just sit there, for example accumulating as excess bank reserves.
So here we are, with inflation low and falling despite a huge Fed expansion, and with Meltzer himself pointing out that the bulk of that expansion just sat there, largely in the form of excess reserves. In a better world, Meltzer would say the three unsayable words — “I was wrong” — and maybe even admit that the other side of the argument had something to it.
But no; his predictions didn’t go completely wrong because his analysis was wrong, it was all the Affordable Care Act, or something. And like so many people who originally raged against easy money because it would cause inflation, the failure of inflation to take off has simply led them to invent new reasons to take the same hard-money position.
And I’m trying, unsuccessfully, to think of a single prominent conservative economist who has responded to the complete failure of his predictions by changing his views. This has long since stopped being merely an analytical issue; it has become a moral issue, a test of character. And almost everyone on that side of the debate has failed.
Tre parole indicibili
Brad DeLong sorprende Allan Meltzer ad inveire contro la “facilitazione quantitativa” [1], ed osserva che il racconto di Meltzer (secondo il quale la colpa è interamente di Obama) è completamente il contrario di quello che risulta dai dati sugli investimenti e sui tassi di interesse.
Ma c’è qua una vicenda più ampia. Alcuni lettori possono ricordare che quattro anni orsono Meltzer mise in guardia, con i toni più esagitati, che eravamo dinanzi ad un pericolo imminente di inflazione, a seguito della politica espansiva della Fed. Quelli tra noi che avevano studiato l’esperienza giapponese, e più in generale che avevano riflettuto sulle implicazioni della trappola di liquidità, replicarono che era una sciocchezza – anche se la Fed espandeva grandemente i propri equilibri finanziari, i fondi erano soltanto accantonati, ad esempio accumulati come riserve in eccesso delle banche.
E così ora ci siamo, con una inflazione bassa e in calo nonostante una vasta espansione della Fed, e con lo stesso Meltzer che mette in evidenza come il grosso di quella espansione sia proprio fermo a quel punto, in gran parte nella forma di riserve in eccesso. Con una espressione migliore, Meltzer avrebbe potuto usare tre parole indicibili – “Io avevo torto” – e forse avrebbe potuto persino ammettere che l’altra componente di quel dibattito aveva avuto qualche ragione.
Invece no: le sue previsioni sono risultate false non perché la sua analisi fosse sbagliata, è dipeso della Legge sulla Assistenza Sostenibile, o a qualcosa del genere. E nello stesso modo di molti che agli inizi erano in collera contro il denaro facile perché avrebbe provocato inflazione, il fatto che l’inflazione non si sia materializzata li ha semplicemente indotti ad inventarsi nuove ragioni per prendere la stessa posizione a favore di una moneta forte.
Sto cercando, senza riuscirci, a farmi venire in mente un singolo importante economista conservatore che abbia risposto al completo fallimento delle sue previsioni cambiando i suoi punti di vista. E’ da molto tempo che questo ha cessato di essere un imperativo semplicemente analitico; è diventato un imperativo morale, una prova del carattere. E su quel versante del dibattito quasi tutti hanno mancato.
[1] Vedi le note finali sulla traduzione a “quantitative easing”.
giugno 28, 2013
June 28, 2013, 8:31 am
When Barack Obama was elected, I was sure that it would be the Clinton years all over — that he would be subjected to an endless series of claims of “scandal”, creating the sense of a tainted administration even though all the alleged scandals would turn out to be either trivial or nonexistent. Remember, after all those years of front-page headlines and $70 million in public funds, the Whitewater investigation came up dry.
In fact, however, none of that happened during Obama’s first term. But would the second term be different? For a little while it looked as if the old scandal machinery was finally springing back to life, with Benghazi, the IRS, and more. You could almost hear the sigh of contentment from a certain part of the press corps.
But now it has all evaporated. Benghazi never made sense; it turns out that the IRS was targeting conservative as well as liberal groups. And as Chait says in the linked article, the NSA stuff is a policy dispute, not the kind of scandal the right wing wants.
Of course, the absence of any fire behind the smoke didn’t stop the Clinton witch hunts. But this time seems to be different. Maybe the news media have actually learned something; maybe they’re effectively disciplined, this time around, by the blogosphere. Anyway, the narrative of a scandal-ridden presidency seems to be evaporating as we speak.
So I was wrong. And I’m glad I was.
Giù per le rapide
Quando Barack Obama fu eletto, ero sicuro che sarebbero tornati per intero gli anni di Clinton – che egli sarebbe stato sottoposto ad una serie infinita di pretesi “scandali”, creando la sensazione di una amministrazione corrotta anche se tutti quei pretesi scandali si sarebbero risolti in qualcosa di banale o di non esistente. Si ricordi, dopo tutti quegli anni di titoli in prima pagina sui giornali e dopo aver speso 70 milioni di dollari di fondi pubblici, l’indagine sul Whitewater [1] finì in una bolla di sapone.
Nei fatti, tuttavia, niente del genere è successo durante il primo mandato di Obama. Ma il secondo mandato sarebbe stato diverso? Per una breve periodo è sembrato che la vecchia macchina scandalistica fosse rientrata in funzione, con il caso di Bengasi [2], dell’ Internal Revenue Service [3] ed altro ancora. Si poteva quasi sentire il sospiro di soddisfazione da parte di alcuni organi di stampa.
Ma ora ogni cosa è andata in fumo. Il caso di Bengasi non ha mai avuto senso; si è scoperto che l’IRS aveva preso di mira sia gruppi conservatori che liberal. E come Chait dice nell’articolo di cui alla precedente connessione, la vicenda della National Security Agency [4] è una disputa politica, non il genere di scandalo che la destra avrebbe voluto.
Naturalmente, la assenza di qualsiasi sostanza dietro le cortine fumogene non fermò la caccia alle streghe nei confronti di Clinton. Ma questa volta sembra essere diverso. Forse i notiziari dei media hanno effettivamente imparato qualcosa; forse questa volta essi sono in qualche modo messi in riga dalla blogosfera. Comunque sia, il racconto di una Presidenza tormentata dagli scandali sembra stia per evaporare, nel momento in cui ne stiamo parlando.
Dunque avevo torto. E sono contento che sia così.
[1] “Whitewater” è il nome di un preteso scandalo che avrebbe riguardato attività finanziaria dei coniugi Clinton, nel periodo precedente alla Presidenza, che si concluse senza alcun procedimento al loro carico. Ma lo stesso termine è stato poi utilizzato anche per indicare altri due o tre pretesi scandali, altrettanto finiti nel nulla.
[2] La pretesa, fatta proprio dal candidato repubblicano alla Presidenza Mitt Romney, secondo la quale Obama avrebbe in un primo momento escluso implicazioni terroristiche nei gravi fatti di sangue di Bengasi, che portarono all’assedio del consolato americano ed all’assassinio del diplomatico USA.
[3] Una vicenda per la quale è stato chiamato in causa quell’ufficio governativo, a proposito di alcune esenzioni fiscali sospette per movimenti politici, che poi si sono però rivelati sia di destra che di sinistra.
[4] Ovvero l’ultima vicenda, relativa alle attività di spionaggio.
giugno 26, 2013
June 26, 2013, 2:33 pm
Ed Kilgore owes me a big one; he sent me to Erick Erickson explaining that the Acela is the root of all evil, or something,and my eyes are still hurting. But being who I am –and given that Erickson tagged his post as being about economics — I was caught by this line:
The rest of America is nervous about where their next meal and paycheck are coming from, how they are going to afford to bail their kids out of crumbling schools, and the price of a gallon of milk and loaf of bread that keep going up though Ben Bernanke tells them there is no inflation.
Actually, I spend most of my time worrying about the lack of jobs and falling real paychecks. However, I like to distinguish between problems we actually have and problems we don’t — and here’s what the Bureau of Labor Statistics has to say about the prices of a gallon of milk and a loaf of bread:
Of course, the BLS could be lying. But that’s tinfoil-hat territory, especially given that independent estimates of inflation closely track the official measures.
So, how does Erickson know that the prices of bread and milk are soaring? Has he been carefully keeping track? Or is it just fake populism, an attempt to sound like Everyman while actually just whining?
But of course the notion that we’re having runaway inflation isn’t based on evidence, and can’t be refuted with evidence. It is, after all, what should be happening with atheist Islamic socialists in power, so it must be happening.
Il negazionismo della inflazione che non c’è
Ho un gran debito con Ed Kilgore; mi ha rinviato alla spiegazione di Erick Erickson secondo la quale “Acela” [1] è la radice di tutti i mali, o qualcosa del genere, o una cosa del genere, e mi sto ancora stropicciando gli occhi. Ma data la mia attività – e considerato che Erickson ha presentato il suo post come attinente all’economia – sono stato colpito da questa frase:
“Il resto dell’America è inquieto nel chiedersi da dove verrà l’occorrente per il prossimo pranzo ed il prossimo stipendio, come faranno a permettersi di mettere in salvo i loro ragazzi da scuole fatiscenti, ed a pensare al prezzo di un gallone[2] di latte e di una fetta di pane che essi vedono crescere, mentre Ben Bernanke dice che non c’è inflazione.”
In effetti, io spendo gran parte del mio tempo a preoccuparmi della mancanza di posti di lavoro e della caduta dei salari reali. Tuttavia, mi piace distinguere tra i problemi che effettivamente abbiamo e quelli che non abbiamo – ed ecco quello che dice l’Ufficio delle Statistiche del Lavoro a proposito dei prezzi del gallone di latte e delle fette di pane:
Naturalmente, l’Ufficio potrebbe dire bugie. Ma si tratta di un territorio scevro da propaganda [3], specialmente considerato che le stime dell’inflazione da parte di organi indipendenti seguono da vicino le misurazioni ufficiali.
Dunque, come fa Erickson a sapere che i prezzi del latte e del pane stanno salendo alle stelle? O si tratta solo di falso populismo, un tentativo di apparire come un Uomo Qualunque [4] nel mentre semplicemente si sta lamentando?
Ma con tutta evidenza il concetto secondo il quale abbiamo in corso una inflazione galoppante non è basato su prove, e può essere confutato sulla base di prove. Dopo tutto, è quello che dovrebbe succedere con i socialisti islamisti atei [5]al potere, e dunque è sicuro che stia succedendo.
[1] “Acela” è il nome della tratta ferroviaria da Boston a Washington DC, passando per New Haven, New York, Filadelfia e Baltimora. Per ragioni che non mi erano chiarissime, i frequentatori dei treni veloci di Acela sono considerati come un esempio di gruppi sociali benestanti, di orientamento liberal. L’articolo di Erickson spiega che questo non dipende tanto dal treno in se stesso, ma dal fatto che la tratta ferroviaria servita della Costa East è di orientamento democratico, nonché il luogo del massimo insediamento del Governo Federale, e comunque socialmente assai diversa dalla restante America. Un argomento sussidiario potrebbe essere quello secondo il quale le ferrovie ed i trasporti collettivi sono per la destra un simbolo liberal se non collettivista!
[2] Il “gallone” americano è pari a circa 3, 8 litri di liquido e a 0,8 galloni inglesi (o Imperiali).
[3] “Tinfoil-hat” significa “cappello di alluminio”. In passato tale espressione pare fosse usata dalla propaganda per indicare un modo per eludere i possibili programmi di controllo dei pensieri da parte del sistema: utilizzare “cappelli di alluminio” avrebbe “schermato” tali trasmissioni. Non ho compreso che avesse messo in circolazione voci del genere, anche perché, in realtà, l’uso dell’alluminio avrebbe migliorato la ricezione …. In ogni caso, a parte la complicata effettiva origine, l’espressione indica un contesto favorevole alla diffusione di notizie propagandistiche.
[4] Naturalmente in America l’espressione “Uomo Qualunque” non ha il preciso significato che, in Italia, gli deriva dal movimento politico del dopoguerra. Ma – a parte uno storico “Everyman” che proviene da un racconto morale inglese del Medioevo (che era un personaggio “comune” nel senso di essere stato prescelto per la sua normalità da Dio, in un racconto con finalità educative) – ne esiste anche uno più contemporanea, che ha infondo il significato di una persona suscettibile di essere “strumentalizzata”. Ed esiste anche un “Everyman” dei fumetti della Marvel, che è un giovane destinato e diventare un supereroe.