Blog di Krugman

Provviste di contante (9 luglio 2013)

 

 

July 9, 2013, 3:26 pm

Caches of Cash

Zachary Goldfarb marvels over the fact that even as we use less and less cash in transactions, the amount of currency in circulation has been soaring. Why? He suggests that it’s fear — worries about political and financial stability.

But I’d suggest a different explanation. The motives for holding cash, especially in the form of $100 bills, have been around for a long time; in large part it’s about evading taxes, and the law in general. (Latin American drug lords hoard high-denomination dollar currency; Russian beeznessmen do the same with big euro notes). What has changed is that with zero interest rates, the opportunity cost of holding cash has gone way down.

We’ve seen this phenomenon before, in Japan; way back in the 1990s, Japanese economists used to joke that the only consumer durable selling well was safes. Here’s the ratio of Japanese currency in circulation to GDP, as the country sank deeper into the liquidity trap:

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So it’s not fear, it’s despair: there’s nothing to invest in, so why not keep stuff under your mattress?

 

Provviste di contante

 

Zachary Goldfarb si meraviglia del fatto che anche se usiamo sempre meno contante nelle transazioni, la quantità di valuta in circolazione è salita alle stelle. Perché? Egli suggerisce che si tratti di paura – i timori per la stabilità politica e finanziaria.

Ma io suggerirei una diversa spiegazione. Il motivo per detenere contante, specialmente nella forma di biglietti da 100 dollari, c’è stato per tanto tempo; in larga parte dipende dalla evasione fiscale, ed ha a che fare in generale con la legge (i signori della droga latino americani fanno incetta di valuta in dollari di alto taglio; i beeznessmen russi fanno lo stesso con la banconote in euro di maggior valore). Quello che è cambiato è che con i tassi di interesse a zero, il ‘costo di opportunità’ [1] di detenere il contante è andato in basso.

Abbiamo visto in precedenza questo fenomeno in Giappone; negli anni ’90 gli economisti giapponesi erano soliti dire scherzando che l’unico bene di consumo che si vendeva bene erano le casseforti. Ecco il rapporto tra la valuta giapponese in circolazione e il PIL, quando il paese affondò in una trappola di liquidità:

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Dunque non si tratta di paura: non c’è niente su cui investire, perché non tenere la roba sotto il materasso?


[1] Per costo di opportunità di una scelta, in microeconomia, si definisce “la perdita del potenziale guadagno da altre alternative, quando viene scelta una alternativa”.

Un’ombra più bianca del fallire (9 luglio 2013)

luglio 9, 2013

 

 

July 9, 2013, 3:14 pm

A Whiter Shade of Fail

Aha. In my last post, I wrote about the claims that there were a lot of missing white voters, which are emboldening those calling for “libertarian populism”; as I pointed out, this supposed populism is actually just the same old economic royalism, wrapped in different rhetoric — and “downscale” whites very much need the safety net the GOP is tearing down. I also wondered, however, how much I should trust Sean Trende’s claim that missing white voters are a real, important thing.

Well, Alan Abramowitz sends me to new analysis saying, no, missing whites aren’t a real thing. When it comes to serious political science, it seems, Trende is not your friend (sorry, couldn’t help myself):

So what starts out looking like a mysterious epidemic of “missing” white voters becomes mostly a reflection of the simple fact that 2012 was a low turnout election. This unremarkable outcome is then hyped by Trende as the big demographic development of 2012 by doing something that is really quite misleading. He adds back in all the missing white voters to the 2012 electorate while leaving out all the missing minority voters.

But this probably won’t stop the GOP from going with the story anyway. Empirical failure hasn’t changed their minds about economics, or for that matter anything else, so why should this be different?

 

Un’ombra più bianca del fallire[1]

 

Eccoci. Nel mio ultimo post ho scritto a proposito della pretesa che ci siano stati una quantità di elettori bianchi dispersi, che stanno incoraggiando coloro che si pronunciano per il “populismo libertario” [2]; come ho messo in evidenza, questo presunto populismo è in effetti proprio lo stesso vecchio “regalismo economico” [3] confezionato con una diversa retorica – ed i bianchi “ridimensionati” hanno molto bisogno delle reti della sicurezza sociale che il Partito Repubblicano sta demolendo. Mi ero anche chiesto, tuttavia, quanto avessi dovuto credere alla pretesa de Sean Trende  secondo la quale gli elettori bianchi dispersi sono una cosa reale ed importante.

Ebbene, Adam Abramowitz mi rinvia ad una nuova analisi, secondo la quale, no, gli elettori bianchi dispersi non sono una cosa reale. Se si parla seriamente di scienza politica, a quanto pare, Trende non è un gran riferimento (mi dispiace, non sono stato capace di aiutarmi da solo):

“Dunque, quella che comincia a sembrare come una misteriosa epidemia di elettori bianchi “dispersi” è niente altro che un riflesso del fatto che il 2012 furono elezioni con bassa affluenza. Questo ordinario risultato è stato poi montato da Trende come il grande sviluppo demografico del 2012, facendo qualcosa che è davvero abbastanza fuorviante. Egli torna ad includere tutti gli elettori bianchi scomparsi all’elettorato del 2012, mentre lascia fuori tutti gli elettori scomparsi delle minoranze.”

Ma questo probabilmente non fermerà il Partito Repubblicano dal procedere in ogni caso con quel racconto. Il fallimento empirico non ha cambiato le loro menti a proposito di economia, o se è per quello non le ha cambiate in nessun altra occasione, perché questa volta dovrebbe essere diverso?


[1] Un titolo abbastanza complesso, ma in realtà giocato tutto sull’analogo titolo della famosissima canzone “A whiter shade of pale” di Procol Harum. Che fu tradotta, ai suoi tempi, con “Un ombra più bianca del pallido”. Nella canzone la faccia della fanciulla, che all’inizio era pallida come un fantasma, divenne “un ombra più bianca del pallido”. In questo caso la competizione tra varie gradazioni di biancore riguarda i diversi settori dei fallimenti logici dei conservatori, come un po’ contortamente chiarito nella ultima frase del post.

[2] Nel linguaggio politico americano “libertario” è un termine che non allude, come da noi, ad un antistatalismo anarchico; piuttosto ad un antistatalismo socialmente conservatore. Il principio del libertarismo è quello di fare ciò che si vuole, con l’unico limite di non limitare lo stesso diritto agli altri. Ad esempio, in Ayn Randy, scrittrice americana di origini russe considerata un’icona del pensiero “libertarian”, la libertà dell’impresa capitalistica privata è uno dei connotati più significativi del “libertarismo” (il campione del suo romanzo “Atlas Shrugged” era un imprenditore).

[3] E’ una espressione praticamente coniata negli anni Trenta da Franklin Delano Roosevelt, con la quale egli alludeva alle posizioni politico economiche dei Repubblicani – posizioni favorevoli ad  una aristocrazia del denaro e del capitale che Roosevelt considerava alla stregua di una riproposizione dei sistemi dinastici di tipo monarchico. Quindi, nella espressione, la parola “royalism” allude esattamente a valori di tipo monarchico-dinastico che negli USA erano stati sconfitti con la Guerra di Indipendenza.

I bianchi e le reti della sicurezza sociale (9 luglio 2013)

luglio 9, 2013

 

 

July 9, 2013, 9:14 am

Whites and the Safety Net

For a brief period after the 2012 election, it looked as if there might be some serious introspection among Republicans, some reconsideration of where their scorched-earth opposition to everything Obama had gotten them. But it didn’t last long. Even the notion that the GOP might need to accommodate itself a bit to an increasingly nonwhite nation has been fading fast; the big thing now is that the trouble in 2012 was missing white voters, and that the GOP just needs to redouble its efforts to identify itself as the party of white people.

But if there really is a missing-white-voter issue — and I’d like to see some more analysis by serious political scientists before I completely buy in — what will it take to bring these people back out to play? Sean Trende, who has been making the missing-whites case, describes the missing as “downscale, rural, Northern whites”. What can the GOP offer them?

Well, the trendy answer now is “libertarian populism” — but the question is what that means. And for a lot of Republicans, as Mike Konczal notes, it seems to mean lower tax rates on the wealthy, tight money, and deregulation. And this is supposed to appeal to downscale whites because, um, because.

True believers will say that this kind of agenda is actually great for low-income workers because it would lead to wonderful economic growth. This happens to be a view contradicted by all the evidence, but more to the point, what on earth would make anyone think that it’s a workable political strategy? Yelling even more loudly about the wonders of sound money and supply-side economics isn’t going to persuade anyone who hasn’t been persuaded already.

But wait, it gets worse. As a practical matter, the current GOP agenda isn’t so much about hard money or even lower top marginal rates as it is about slashing safety-net programs. There has been a highly successful attack on unemployment benefits, and the party has worked itself into a lather about food stamps too.

So, news flash: these programs don’t just benefit Those People; they’re also very important to downscale whites, the very people that will supposedly rescue the GOP. This is especially true of unemployment insurance (pdf):

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Data are scrappier on food stamps (pdf), with a lot of states failing to report the race of many recipients; but if we look at, for example, Pennsylvania, which does have almost complete reporting, we find that 59 percent of food stamp recipients are non-Hispanic whites.

In short, the idea behind libertarian populism seems to be to bring back disaffected whites by preaching, even more forcefully, the virtues of the pro-wealthy policies the GOP has been following all along, and meanwhile destroying the safety net programs many of those disaffected whites depend on. Sounds like a winner.

 

I bianchi e le reti della sicurezza sociale

 

Per un breve periodo dopo le elezioni del 2012 è sembrato ci fosse una qualche seria introspezione tra i Repubblicani, qualche ripensamento sulla loro opposizione da terra bruciata ad ogni cosa che Obama aveva loro proposto. Ma non durò a lungo. Anche il concetto secondo il quale il Partito Repubblicano potrebbe aver bisogno di adeguarsi un po’ ad una nazione sempre di più non-bianca è svanito presto; la grande scoperta adesso è che nel 2012 il guaio fu quello di aver perso i voti dei bianchi, e che il Partito Repubblicano ha solo bisogno di raddoppiare i suoi sforzi nell’identificarsi come il partito della gente bianca.

Ma se ci fosse realmente il tema di una perdita di voti bianchi  – e mi piacerebbe leggere qualche analisi in più di un serio analista politico prima di crederci – cosa ci vorrà per riportare questa gente ad avere un ruolo? Sean Trend, che sta sostenendo il caso della perdita degli elettori bianchi, descrive quegli scomparsi come “i ridimensionati bianchi del Nord rurale”. Cosa può offrire loro il Partito Repubblicano?

Ebbene, la risposta alla moda oggi è il “populismo libertario” – ma la questione è cosa significhi.  E per molti repubblicani, come nota Mike Konczal, sembra significare aliquote fiscali più basse per i ricchi, stretta monetaria e deregolamentazione. E questo si suppone interessi i bianchi che hanno perso peso sociale, perché … chissà.

I veri e propri credenti diranno che questo genere di agenda è effettivamente una gran cosa per i lavoratori a basso reddito, giacché porterebbe ad una meravigliosa crescita economica. Si dà il caso che questa sia una opinione contraddetta da ogni prova, ma più ancora, cosa diamine può convincere qualcuno che si tratti di una strategia politica funzionante? Gridare ancor più rumorosamente sulle meraviglie della moneta forte e dell’economia dal lato dell’offerta non sono cose destinate a convincere nessuno che non sia già convinto.

Ma aspettate, perché c’è di peggio. In termini pratici, la attuale agenda del Partito Repubblicano non riguarda tanto la moneta forte e neanche le aliquota fiscali marginali più basse per i più ricchi, quanto l’abbattimento dei programmi della sicurezza sociale. C’è stato un attacco che ha avuto successo ai sussidi di disoccupazione, ed il Partito si è anche dato da fare con eccitazione sul tema degli aiuti alimentari.

Dunque, notizia lampo: di questi programmi non beneficiano soltanto Quegli Individui [1]; essi sono anche molto importanti per i bianchi ridimensionati, proprie le persone che si suppone salveranno il Partito Repubblicano. Questo è vero specialmente per la assicurazione di disoccupazione (dati disponibili in pdf) [2]:

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Le statistiche sono più sciatte sugli aiuti alimentari, con un quantità di Stati che mancano di informare sulla provenienza etnica di molti assistiti; ma se guardiamo, ad esempio, alla Pennsylvania, che offre notizie abbastanza complete, troviamo che il 59 per cento degli assistiti dagli aiuti alimentari sono bianchi non-ispanici.

In breve, l’idea che sta dietro il populismo libertario sembra quella di recuperare i bianchi scontenti elogiando, ancora più enfaticamente, le virtù delle politiche a favore dei ricchi  che il Partito Repubblicano segue da sempre, e nel frattempo distruggendo i programmi delle reti della sicurezza sociale dai quali dipendono molti di quei bianchi delusi. Sembrerebbe  vincente.


[1] Ovvero, le persone indicate con un certi disprezzo dai repubblicani come i “takers”, gli assistiti.

[2] La tabella, in sostanza, mostra che pur essendoci stato, dal 1992 al 2010, un leggero calo nelle percentuali di bianchi tra i disoccupati e tra i percettori dei sussidi di disoccupazione (al quale ha corrisposto un certo incremento dei non-bianchi  e una posizione sostanzialmente stabile tra gli ispanici), il dato complessivo dei bianchi continua ad essere il più elevato in assoluto.

“Urp” contro “derp” (8 luglio 2013)

luglio 8, 2013

 

July 8, 2013, 2:01 pm

Urp Versus Derp

Jared Bernstein writes from Europe about the complete unwillingness of European policy makers to learn from their mistakes; call it Euroderp. And it is indeed a remarkable thing: despite overwhelming evidence that austerity doesn’t work as advertised, there has been essentially no relaxation of the orthodoxy, and no admission of error.

Along the way, Bernstein mentions the Blanchard-Leigh (pdf) analysis of multipliers, in which these IMF economists admit that the Fund failed to appreciate how much damage austerity would do because it underestimated multipliers by about two-thirds. And this illustrates a point I think many readers fail to grasp: the difference between urp, which is forgivable,and derp, which isn’t.

By urp I mean just getting something wrong — and then conceding, as evidence rolls in, that you did indeed get it wrong: “Urp! That was a bad call!” Obviously if someone urps all the time, his credibility is diminished; but everyone is going to do it now and then. To urp is human.

Derp, on the other hand, means being proved wrong but continuing to loudly assert the same thing again and again regardless. Blanchard and Leigh urped, but they didn’t derp; the inflationistas, on the other hand, just keep on derping.

As I said, some people don’t seem to get this distinction. They point to mistakes I’ve made in the past — mainly my bad call on deficits and interest rates in 2003 — and say, “You derp too!” But I’ve admitted that this was a bad call, and adapted my analysis accordingly. I wish I’d gotten it right, but everyone with the possible exception of the Pope urps now and then; all I can say is that I think I have fewer urps than most, and I really, really try not to derp.

So don’t accuse me of derp; I’m not that kind of perp.

 

“Urp” contro “derp”

 

Jared Bernstein scrive dall’Europa sulla completa mancanza di volontà degli uomini politici europei ad apprendere dai loro sbagli; la possiamo chiamare “Euroderp”! [1] E in effetti è una cosa considerevole: nonostante la prova schiacciante che l’austerità non funziona nel modo che era stato propagandato, non c’è stata alcuna attenuazione dell’ortodossia, nessuna ammissione di sbagli.

Nel corso dell’articolo, Bernstein cita l’analisi di Blanchard-Leigh sui moltiplicatori (disponibile in pdf), con la quale questi economisti del FMI ammettono che il Fondo non aveva compreso quanto danno l’austerità avrebbe provocato perché aveva sottostimato per due-terzi i moltiplicatori [2]. E questo illustra un aspetto che penso molti lettori non riescano ad afferrare: la differenza tra l’ “urp”, che è perdonabile, ed il “derp”, che invece non lo è.

Con lo “urp” io intendo semplicemente fare qualcosa di sbagliato – e poi ammettere, quando arrivano le prove,  che avete fatto qualcosa di sbagliato: “Urp! E’ stata una cattiva mossa!”. Evidentemente, se qualcuno emette “urp” tutte le volte, la sua credibilità diminuisce; ma tutti sono destinati a farlo ogni tanto. L’ “urp” è umano.

Il “derp”, d’altra parte, significa essere scoperti in uno sbaglio ma proseguire in continuazione ad asserire comunque la stessa cosa. Blanchard e Leigh si sono espressi con un “urp”, non con un “derp”; gli inflazionisti, per loro conto, continuano esattamente con i “derp”.

Come ho detto, alcuni non sembra percepiscano questa differenza. Indicano gli errori che io ho fatto nel passato – principalmente la mia cattiva previsione sui deficit e sui tassi di interesse nel 2003 – e dicono: “Anche il tuo è stato un ‘derp’ !”. Ma io ho ammesso che era una previsione sbagliata, e coerentemente ho adattato la mia analisi. Mi piacerebbe aver visto giusto, ma tutti, con la possibile eccezione del Papa, si esprimono con degli “urp” ogni tanto; tutto quello che posso dire è che penso di averne avuti meno della maggioranza degli altri, e con tutto il mio impegno cerco di evitare i “derp”.

Cosicché non accusatemi di ‘derpeggiare’ [3]; non ho commesso crimini di quel genere .


[1] Vedi il post del 6 luglio (a proposito del termine “derp”).

[2] Per il concetto di “multiplier” vedi le note sulla traduzione.

[3] Come è evidente, questo post è leggermente in stile demenziale ….. “Urp” e “derp” non li traduciamo, perché è più semplice apprezzarli come fonemi. “Perp” è invece un diminutivo di “perpetrator”, che significa qualcuno che è sospettato di un crimine; ma il gioco verbale non è traducibile.

Fabbriche dello sfruttamento più sicure (8 luglio 2013)

luglio 8, 2013

 

July 8, 2013, 1:32 pm

Safer Sweatshops

A long, long, long time ago I used to believe that the central political and economic debate facing our nation was going to be about globalization — not realizing that it would instead revolve around a powerful movement to roll back the clock here at home, and bring back the Gilded Age. (As I once said, I think to Robert Kuttner, while he and I were arguing about tariffs, Sauron was gathering his forces at Mordor). Anyway, back then, as a columnist for Slate, I wrote a piece arguing that low wages and poor working conditions by Western standards were necessary and inevitable in poor countries — provoking the predictable outrage.

All these issues have faded into the background, but they’re still out there — and the Bangladesh factory horror has bought some of them back to prominence. And there are now serious moves to impose stricter safety and working conditions standards in third-world apparel producers. So what’s my view?

The answer is, I’m all for them — and no, I don’t think that’s a contradiction of my earlier views.

It remains true that given their low productivity, countries like Bangladesh can’t be competitive with advanced countries unless they pay their workers much less, and provide much worse working conditions too. The Bangladeshi apparel industry is going to consist of what we would consider sweatshops, or it won’t exist at all. And Bangladesh, in particular, really really needs its apparel industry; it’s pretty much the only thing keeping its economy afloat.

At this point, however, there really isn’t any competition between apparel production in poor countries and rich countries; the whole industry has moved to the third world. The relevant competition is instead among poor countries — Bangladesh versus China, in particular. And here the differences aren’t as dramatic: McKinsey (pdf) estimates Bangladeshi productivity in apparel at 77 percent of China’s level.

Given this reality, can we demand that Bangladesh provide better conditions for its workers? If we do this for Bangladesh, and only for Bangladesh, it could backfire: the business could move to China or Cambodia. But if we demand higher standards for all countries — modestly higher standards, so that we’re not talking about driving the business back to advanced countries — we can achieve an improvement in workers’ lives (and fewer horrible workers’ deaths), without undermining the export industries these countries so desperately need.

So, can we act to improve the lot of workers in low-age, labor-intensive manufacturing? Yes, we can, as long as the goals are realistic and the measures appropriate in scale. And we should go ahead and do it.

 

Fabbriche dello sfruttamento più sicure

 

Molto, molto tempo fa ero propenso a credere che la discussione politica ed economica fondamentale per la nostra nazione fosse destinata ad essere quella sulla globalizzazione – non comprendendo che essa avrebbe invece ruotato attorno ad un potente movimento per rimettere indietro le lancette dell’orologio, qua da noi, e riportarci all’Età dell’Oro (come dissi una volta, mi pare a Robert Kuttner [1], mentre io e lui stavamo ragionando di tariffe, Sauron stava riunendo le sue forze a Mordor [2]). In ogni caso, a quei tempi, come commentatore della rivista Slate, scrissi un pezzo sostenendo che i bassi salari e le condizioni di lavoro miserabili per gli standard occidentali erano necessarie ed inevitabili nei paesi poveri – suscitando un prevedibile scandalo.

Tutti questi temi sono svaniti sullo sfondo, ma fuori da qua esistono ancora – e la fabbrica degli orrori del Bangladesh [3] ne ha riportato alcuni alla ribalta. E ci sono ora alcune serie iniziative per imporre standards più adeguati di sicurezza e di condizioni di lavoro ai produttori dell’abbigliamento del terzo mondo. Qual è dunque la mia opinione?

La risposta è: sono del tutto dalla loro parte – e no, non penso che ci sia una contraddizione con le mie precedenti posizioni.

Resta vero che data la loro bassa produttività, paesi come il Bangladesh non possono essere competitivi con i paesi avanzati se non pagano molto meno i loro lavoratori, ed anche se non forniscono peggiori condizioni lavorative. L’industria dell’abbigliamento del Bangladesh è destinata ad essere un luogo di sfruttamento, oppure a non esistere affatto.  Ed in particolare il Bangladesh ha senza alcun dubbio bisogno dell’industria dell’abbigliamento; è praticamente l’unica cosa che tiene a galla la sua economia.

A questo punto, tuttavia, non c’è alcuna competizione tra la produzione dell’abbigliamento nei paesi poveri e quella nei paesi ricchi; l’intera industria si è spostata nel terzo mondo. La competizione importante è piuttosto tra i paesi poveri – il Bangladesh verso la Cina, in particolare. E qua le differenze non sono spettacolari: McKinsey (disponibile in pdf) stima che la produttività del Bangladesh nell’abbigliamento sia il 77 per cento di quella della Cina.

Data questa realtà, possiamo chiedere che il Bangladesh fornisca condizioni migliori ai suoi lavoratori? Se lo facciamo col Bangladesh e solo col Bangladesh, sarebbe controproducente: le imprese si sposterebbero in Cina o in Cambogia. Ma se chiediamo standards più elevati per tutti paesi – standards modestamente più elevati, non stiamo parlando di portare le imprese ai livelli dei paesi avanzati – possiamo ottenere un miglioramento nella vita dei lavoratori (e un numero minori di morti orribili), senza mettere a repentaglio le industrie dell’export delle quali questi paesi hanno disperatamente bisogno.

Possiamo dunque agire per migliorare le manifatture di lavoratori in giovane età e ad alta intensità di lavoro? Si, possiamo nella misura in cui  gli obbiettivi sono realistici e le misure sono in scala appropriata. E dovremmo andare avanti a farlo.


[1] Robert Kuttner, giornalista e scrittore, cofondatore della rivista di orientamento liberal The American Prospect.

[2] Mordor (Terra Oscura; da mor “oscuro” e (n)dor “paese, terra”) è uno dei regni di Arda, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien. Si trova nella Terra di Mezzo. È il paese di Sauron, una terra tetra circondata da scurissime montagne, sempre coperta da nuvole e abitata dai servi dell’Oscuro Signore, come gli orchi. (Wikipedia)

[3] Nello scorso aprile, uno stabilimento industriale del Bangladesh è crollato, provocando la morte di 1.127 lavoratori. A seguito di quella tragedia si sono sviluppate iniziative sostenute dai sindacati americani per avere la adesioni di vari marchi mondiali dell’abbigliamento a piani di sicurezza nel Bangladesh. Queste le immagini della tragedia:

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Inflazionisti politici (8 luglio 2013)

luglio 8, 2013

 

 

July 8, 2013, 9:50 am

Political Inflationistas

Continuing the ongoing attempt to characterize the economists and economist wannabes who keep warning about inflation from the Fed’s efforts to do something about a weak economy, Noah Smith suggests that none of the inflationistas really believe what they’re saying. Instead, he writes, they’re either trying to defend economic models that defined their careers, but failed; lashing out because they personally have been made to look like fools; or playing to a lucrative audience of grumpy old rich white men, who are natural goldbugs:

So to sum up, there are three main reasons for predicting inflation, in defiance of both market expectations and recent past experience. These are 1. Commitment to a research paradigm, 2. Emotive expressions of political and personal anger, and 3. Cynical affinity manipulation.

I’d go along with most of this, with two caveats.

One is that my guess is that even the worst of these guys probably aren’t as self-consciously cynical as Smith seems to suggest. Snidely Whiplash types, twirling their mustaches and smirking over their evilness, do exist, but they’re rare. For the most part, people have an amazing ability to rationalize their actions: objectively, they’re cynically exploiting the rubes, but in their own minds they’re honest warriors for Truth, Justice, and the Austrian Way.

More important, I think Smith has missed an important category. Look at the 23-economist letter warning Bernanke against QE, and you’ll see several people who really don’t fit his typology. Michael Boskin, Douglas Holtz-Eakin, John Taylor, and several others have not, historically, been equilibrium-macro types, devoting their careers to the proposition that monetary policy can do nothing but cause inflation. On the contrary, their analytical models have always, whether they admit it or not, been more or less Keynesian. The same is true for a few other monetary hawks who didn’t sign this letter, e.g. Allan Meltzer and Martin Feldstein. (Way back, one colleague described Meltzer’s work with Karl Brunner as “Just Tobin with some original errors”)

So what is it that makes these guys — whose analytical framework, when you come down to it, doesn’t seem very different from Bernanke’s, or mine — so hostile to expansionary monetary policy? What do they have in common? The obvious answer is that they’re all very committed Republicans. And it’s hard to escape the suspicion that what’s really going on is that they’re bitterly opposed to expansionary policy when a Democrat is in the White House.

We could have tested that proposition if Mitt Romney had won. But doing that test would have been a clear case of unethical human experimentation.

 

Inflazionisti politici

 

Proseguendo il suo tentativo in corso di distinguere gli economisti e gli aspiranti economisti che continuano a mettere in guardia dall’inflazione dagli sforzi della Fed di fare qualcosa per un economia debole, Noah Smith suggerisce che nessuno degli ‘inflazionisti’ effettivamente crede  in quello che dice. Piuttosto, scrive, costoro o stanno cercando di difendere i modelli economici che hanno caratterizzato le loro carriere, ma non hanno funzionato, dando colpi perché personalmente gli è stata fatta fare la figura degli sciocchi; oppure stanno recitando ad un pubblico ben redditizio di bianchi, vecchi ricchi e scontrosi, che sono naturalmente fanatici dell’oro:

“Dunque, per riassumere, ci sono tre principali ragioni  per pronosticare l’inflazione, sfidando sia le aspettativa dei mercati che la recente passata esperienza. Queste sono: 1 –  la coerenza  verso un paradigma di ricerca; 2 – l’espressione emotiva di una rabbia politica e personale; 3 – la cinica manipolazione delle somiglianze.”

Sarei d’accordo con gran parte di ciò, con due avvertenze.

La prima:  la mia impressione è che persino i peggiori di questi personaggi non sono così auto consapevolmente cinici come Smith sembra suggerire. I tipi alla Snidely Whiplash [1], che si accarezzano i baffetti e fanno sorrisetti malvagi, esistono per davvero, ma sono rari. Per la maggior parte dei casi, le persone hanno una sorprendente capacità di razionalizzare le loro azioni: obiettivamente, essi stanno cinicamente approfittando dell’ignoranza diffusa, ma nelle loro teste sono degli onesti combattenti per la Verità, la Giustizia ed il “Metodo” austriaco [2].

Penso sia più importante il fatto che Smith si è scordato di una categoria. Si guardi la lettera dei 23 economisti che hanno messo in guardia Bernanke contro la “Facilitazione Quantitativa”, e si vedranno alcuni individui che in realtà mal si adattano alla sua tipologia. Michael Boskin, Douglas Holtz-Heakin, John Taylor e vari altri non sono stati, storicamente, cultori delle teorie economiche dell’equilibrio, avendo dedicato le loro carriere al concetto che la politica monetaria non può fare altro che provocare inflazione. Al contrario, i loro modelli analitici sono sempre stati, che lo ammettano o no, più o meno keynesiani. La stessa cosa è vera per un po’ di altri ‘falchi’ monetari che non hanno firmato quella lettera, come Allan Meltzer e Martin Feldstein (nel passato, un collega descriveva il lavoro di Meltzer assieme a Karl Brunner come si trattasse “proprio di Tobin con alcuni errori originali”.

Dunque, cosa rende questi soggetti – il cui schema analitico, quando si va a fondo, non sembra molto diverso da quello di Bernanke o mio – costì ostili alla politica dell’espansione monetaria? Cosa hanno in comune tra di loro? La risposta evidente è che sono per davvero impegnati con i Repubblicani. Ed è difficile sfuggire al sospetto che quello che è davvero accaduto è che essi si sono opposti aspramente alla politica espansiva da quando un Democratico è alla Casa Bianca.

Potremmo aver provato questa affermazione se Mitt Romney avesse vinto. Ma fare una prova del genere sarebbe stato un chiaro caso di immorale esperimento con esseri umani.


 


[1] E’ un personaggio di un cartone animato, presumibilmente cinico:

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[2] Ovvero, della scuola economica austriaca.

Non come Ike (8 luglio 2013)

luglio 8, 2013

 

July 8, 2013, 9:23 am

Not Like Ike

David Warsh has a meditation on the possibilities of a Hillary Clinton presidency, suggesting that she might be — of all things — the next Dwight Eisenhower. That’s an interesting thought, although I believe it’s quite wrong. But the good thing about Warsh’s suggestion is that it forces me to ask why, exactly, I think it’s so wrong.

The first thing is to understand Eisenhower’s significance. What you need to realize is that Republicans spent much of the early postwar period still trying to dismantle the New Deal. It took their shocking upset defeat in 1948 to drive home the fact that it just wasn’t going to happen. And Eisenhower became the symbol of a GOP that was not going to try to return to Gilded Age capitalism; in his famous letter to his brother he wrote:

Should any political party attempt to abolish social security, unemployment insurance, and eliminate labor laws and farm programs, you would not hear of that party again in our political history. There is a tiny splinter group, of course, that believes you can do these things. Among them are H. L. Hunt (you possibly know his background), a few other Texas oil millionaires, and an occasional politician or business man from other areas.Their number is negligible and they are stupid.

Of course, that tiny splinter group now controls the GOP.

So, what would a Hillary Clinton presidency be like? She would not be a figure of reconciliation — that would take a moderate Republican. And right now there are no moderate Republicans, more or less by definition: show any signs of moderation, and you are excommunicated.

That will, one hopes, eventually change — but it’s going to take several big electoral defeats, and it’s not going to happen by 2016. If she becomes president, which does look fairly likely, Clinton will almost surely face the same environment Obama has faced all along — a completely obstructionist, hate-filled opposition. The only thing that might change this would be if her victory is really shocking — say, Democrats retake both houses of Congress and Clinton herself carries Texas.

So, she won’t be like Ike. But that needn’t stop her from doing a lot of good.

 

Non come Ike

 

David Warsh svolge alcuni pensieri sulle possibilità di una Presidenza di Hillary Clinton, suggerendo che potrebbe essere – tra tutte le cose – il prossimo Dwight Eisenhower. E’ un ragionamento interessante, sebbene io creda che sia abbastanza sbagliato. Ma la suggestione di Warsh è utile, perché mi costringe a chiedermi perché, esattamente, pensi che sia così sbagliata.

La prima cosa è capire il significato di Eisenhower. Quello che bisogna comprendere è che i Repubblicani spesero gran parte del primo periodo postbellico nel cercar di smantellare il New Deal. Ci volle la loro impressionante e inaspettata sconfitta del 1948 per acquisire il fatto che non era una cosa possibile. Ed Eisenhower divenne il simbolo di un Partito Repubblicano che non aveva intenzione di cercar di tornare al periodo d’oro del capitalismo; in una famosa lettera a suo fratello , scrisse:

“Di un qualsiasi partito politico che dovesse provare ad abolire la sicurezza sociale, l’assicurazione di disoccupazione e le leggi sul lavoro e sui programmi in agricoltura, non si vorrebbe più sentir parlare nella nostra storia politica. C’è una minuscola fazione, naturalmente, che crede che si debbano fare queste cose. Tra di loro H. L. Hunt (probabilmente avrai sentito parlare dei suoi trascorsi), alcuni milionari del petrolio del Texas, ed un occasionale uomo politico o impresario in altre regioni. Il loro numero è trascurabile e sono sciocchi”.

Come è chiaro, quella minuscola fazione oggi controlla il Partito Repubblicano.

Dunque, a cosa assomiglierebbe una presidenza di Hillary Clinton? Ella non sarebbe una figura di riconciliazione – per quello ci vorrebbe un repubblicano moderato. E in questo momento, più o meno per definizione, non ci sono repubblicani moderati: mostrate qualche segno di moderazione e siete scomunicati.

Si spera che alla fine cambierà – ma sono destinate a volerci varie grandi sconfitte elettorali, e non accadrà per il 2016. Se ella diventa Presidente, la qualcosa sembra abbastanza probabile, è quasi certo che la Clinton farà i conti con lo stesso ambiente con il quale li ha fatti Obama dall’inizio – una opposizione completamente votata all’ostruzionismo e carica d’odio. L’unico modo per cambiare questa situazione sarebbe una sua vittoria davvero impressionante – diciamo, che i Democratici si riprendano ambedue i rami del Congresso e la stessa Clinton trionfi nel Texas.

Dunque, non sarà come Ike. Ma non c’è bisogno che questo le impedisca di fare un gran bene.

Quella terribile stretta (7 luglio 2013)

luglio 7, 2013

 

July 7, 2013, 8:27 am

That Terrible Taper

One of the odd things about the people arguing that we must raise interest rates to head off bubbles — Raghuram Rajan, Martin Feldstein, the BIS, and so on — is the near-universal assertion among this group that just a little rate increase can’t do any real harm. (Just a thin little mint). After all, rates are so low!

As I’ve argued, this is a novel economic principle; where else do we argue that demand curves (in this case the demand for investment) are vertical at low prices? But it has occurred to me that it might be helpful to look at what the partial victory of these people — their implicit success in bullying the Fed into talking about tapering despite a still very weak, low-inflation economy — has wrought. Bear in mind that the interest rates that matter most for the economy are not the rates at which the government can borrow, but the rates facing private investors — and above all, mortgage rates, for housing is the most important transmission mechanism for monetary policy. And here’s what we see for mortgage rates since the talk of tapering began:

z 77

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Do you really think that this will have no effect? Really, really?

By the way, I see that some readers imagine that the effects of the taper talk somehow refute my earlier assertions that the rate at which the Fed is buying long-term bonds has little effect on interest rates. But you’re misunderstanding both what I said and what is happening now. My point was always that the direct effects of bond purchases were small, so that anticipated changes in the pace of purchases — like the end of QE2 in 2011 — had minimal effects.

What’s happening now, however, is that the taper talk has led to a sharp revision of market expectations about the path of short-term interest rates, which the Fed does control. From Gavyn Davies:

z 78

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The Fed didn’t mean this to happen; it tried to communicate that it wasn’t changing the path of short-term rates; but this was naive on its part. The Fed can’t really commit to future policy; all it can do is signal its character, and what it ended up doing here was convey the sense that it’s much more inclined to tighten too soon than previously thought.

So it’s a bad story, all around.

 

Quella terribile stretta

 

Una delle cose curiose delle persone che sostengono che dobbiamo alzare i tassi di interesse per evitare le bolle – Raghuram Rjan, Martin Feldstein, la Banca dei Regolamenti Internazionali, et cetera – è la dichiarazione quasi universale in questo gruppo che un piccolo incremento non può fare alcun danno (solo una minuscolo piccolo soldino). Dopo tutto, i tassi sono bassi!

Come ho sostenuto, si tratta di un principio economico insolito; dove altro si sente dire che le curve della domanda (in questo caso la domanda per investimenti) sono verticali con i prezzi bassi? Ma mi è venuto in mente che potrebbe essere d’aiuto dare un’occhiata a quello che ha provocato la parziale vittoria di queste persone – il loro implicito successo nel costringere a parlare di restrizione, nonostante un’economia con una bassa inflazione e ancora molto debole). Si tenga a mente che i tassi di interesse che sono più importanti per l’economia non sono quelli ai quali il Governo può indebitarsi, ma quelli con i quali fanno i conti gli investitori privati – e soprattutto i tassi sui mutui, perché il settore immobiliare è in più importante meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Ed ecco quello che si è visto sui tassi dei mutui dal momento sono cominciati i discorsi sulla stretta:

z 77

 

Pensate davvero che questo non avrà alcun effetto? Davvero nessuno?

Per inciso, vedo che alcuni lettori si immaginano che gli effetti dei discorsi sulla  stretta in qualche modo confutino i miei precedenti giudizi, secondo i quali il tasso al quale la Fed sta acquistando i bonds a lungo termine ha effetti modesti sui tassi di interesse. Ma state fraintendendo sia quello che io dissi che quello che sta oggi succedendo. La mia opinione è sempre stata che gli effetti diretti degli acquisti dei bonds fossero piccoli, cosicché i cambiamenti anticipati nel ritmo degli acquisti – come la fine della seconda “Facilitazione Quantitativa” nel 2011 – ebbe effetti minimi.

Quello che sta accadendo, tuttavia, è che il pronunciamento per la stretta ha portato ad una brusca revisione delle aspettative del mercato sull’andamento dei tassi di interesse a breve termine, che la Fed controlla per davvero. Da Gavyn Davies:

z 78

La Fed non aveva intenzione che questo accadesse: ha cercato di comunicare che non stava procedendo a cambiamenti sull’andamento dei tassi a breve termine; ma è stato ingenuo da parte sua. La Fed non può realmente impegnarsi sulla politica del futuro; tutto quello che può fare è dare un segnale relativo alla sua indole, e in questo caso ha finito col comunicare la sensazione di essere molto più incline ad una stretta troppo ravvicinata di quello che si credeva in precedenza.

Dunque è un brutta storia, da tutti i punti di vista.

Regioni del Derpistan (6 luglio 2013)

luglio 6, 2013

 

July 6, 2013, 5:35 pm

Regions of Derpistan

Josh Barro has made a very useful contribution to policy discussion by adapting the term “derp” for a certain kind of all-too-prevalent stance in economic debate, which Noah Smith somewhat euphemistically describes as “the constant, repetitive reiteration of strong priors”. In other words, people who take a position and refuse to alter that position no matter how strongly the evidence refutes it, who continue to insist that they have The Truth despite being wrong again and again.

The main locus of econoderpitude these days involves inflation, and more broadly the proposition that deficit spending and expansion of the Fed’s balance sheet will be a disaster, even in a depressed economy. Matt O’Brien documents the continuing prevalence of this form of derp, and tries to characterize the various forms it takes, and I don’t have any quarrel with his details. I wonder, however, whether it might not be useful to think of it a bit differently, using a geographical metaphor.

That is, think of all these economists and wannabe economists as inhabitants of a land we’ll call Derpistan. Everything there is derp; but it’s not undifferentiated derp. Instead, all Derpistan is divided into three parts: Inner Derpistan, Middle Derpistan, and Outer Derpistan.

Middle Derpistan is where most of the country’s inhabitants used to live.It had what looked like highly fertile intellectual soil, easy to cultivate with a few tools taken from the intro textbook: printing money causes inflation! Running deficits drives up interest rates! It’s the 1970s all over again! A lot of people settled in comfortably there circa 2009, and waited for their crops to come in.

It turned out, however, that this wasn’t such a good place to settle down after all. Some of us tried to warn them, on both the interest rate and the inflation front; things aren’t that simple in a liquidity trap. But they didn’t listen; and as inflation and soaring rates kept not coming and not coming, they found themselves like farmers on the Great Plains in the 1930s, watching their chosen ground turn into dust.

Despite this, a few oblivious types have refused to move; Michael Kinsley comes to mind. But for the most part, what we’ve seen is emigration. A few, like Larry Kudlow (!!!) have packed their belongings on top of the pickup truck and left Derpistan altogether. Most, however, have migrated only a short distance in or out.

Some have moved to Outer Derpistan, a land of utter intellectual barbarism; here we have Erick Erickson declaring never mind the facts, he has feelings, and Niall Ferguson declaring that we really do have inflation, but the feds are spiriting it away in their black helicopters and burying it in Area 51.

For the most part, however, we’ve seen a migration to Inner Derpistan — the region that borders the civilized world, also known as the reality-based community, and has picked up some of its customs. The migrants to this region — the Bank for International Settlements, Martin Feldstein, and so on — seem to be conceding, at least implicitly, that their inflation warnings didn’t pan out. Instead, they’re now all talking about financial stability. But they haven’t left Derpistan, because they’re still demanding the exact same thing — higher rates and an end to quantitative easing — despite having been wrong about everything so far.

And I have to say that these are the people who worry me. The refugees of Outer Derpistan are sad cases, but they don’t have any real influence, even if the BBC thinks they should give prestigious lectures and stuff. But the Inner Derpistanis are the barbarians at the gate; they are, I believe, already having a seriously malign effect on policy.

 

Regioni del Derpistan

 

Josh Barro ha fornito un contributo molto utile al dibattito politico adattando il termine “derp” [1] per un certo genere di atteggiamenti che dilagano nel dibattito economico, che Noah Smith descrive con un qualche eufemismo come “la costante, ripetitiva reiterazione di forti prevenzioni”. In altre parole, persone che prendono una posizione e rifiutano di modificarla a prescindere dalla forza con la quale essa è confutata dai fatti, che continuano e ribadire di avere La Verità, nonostante abbiano avuto torto più e più volte.

Il luogo principale della “derpitudine economica” di questi giorni riguarda l’inflazione, e più in generale il fatto che la spesa pubblica in deficit e l’espansione degli equilibri contabili della Fed sarebbero un disastro. Matt O’Brien documenta la perdurante prevalenza di questa forma di “derp” e prova a caratterizzare le varie forme che essa assume, ed io non ho nessuna ragione di disputare su questi dettagli. Mi chiedo, tuttavia, se non sarebbe utile pensare a qualcosa di diverso, utilizzando una metafora geografica.

Ovvero, penso a tutti questi economisti ed aspiranti economisti come abitanti di una terra che chiameremo Derpistan. Là ogni cosa è ‘derp’, ma non un indifferenziato ‘derp’. Piuttosto, il Derpistan è diviso in tre parti: il Derpistan Interno, il Medio Derpistan ed il Derpistan Esterno.

Il Medio Derpistan è il luogo dove normalmente viveva la maggioranza degli abitanti. Esso era caratterizzato da qualcosa che pareva un terreno intellettualmente fertile, facile da coltivare con pochi strumenti  presi da introduzioni di libri di testo: stampare moneta provoca inflazione! Gestire deficit alza i tassi di interesse! Siamo tornati agli anni ’70! All’incirca nel 2009 un bel po’ di persone si erano sistemate in quel posto, ed era lì che attendevano i loro raccolti.

Si scoprì, tuttavia, che dopotutto quello non era un posto così buono per insediarsi. Alcuni di noi avevano provato a mettere in guardia, sia sul fronte del tasso di interesse che su quello dell’inflazione; cose che non erano tanto semplici in una trappola di liquidità. Ma non avevano voluto intendere, e dal momento che l’inflazione e i tassi di interesse alle stelle continuavano a non materializzarsi, si ritrovarono come gli agricoltori delle Grandi Pianure degli anni Trenta, che guardavano le terre da loro prescelte trasformarsi in polvere.

Nonostante questo, pochi individui inconsapevoli hanno rifiutato di spostarsi: viene in mente Michael Kinsley. Ma per la massima parte abbiamo assistito ad una migrazione. Alcuni, come Larry Kudlow (!!!) hanno impacchettato i loro effetti personali sopra il camioncino e lasciato del tutto il Derpistan. I più, tuttavia, sono emigrati solo ad una certa distanza, verso l’interno o l’esterno.

Alcuni si sono spostati verso il Derpistan Esterno, una terra di totale barbarie intellettuale; qua abbiamo Erick Erickson che dichiara che i fatti non contano mai, che lui ha le sensazioni, e Niall Ferguson [2] che dichiara che l’inflazione l’abbiamo su serio, ma quelli della Fed la fanno sparire con i loro neri elicotteri e la sotterrano nell’Area 51 [3].

Per la maggior parte, tuttavia, stiamo assistendo ad una migrazione verso il Derpistan Interno – la regione che confina con il mondo civilizzato, anche noto come comunità basata sulla realtà, ed ha assunto alcune delle loro abitudini. Gli emigrati in questa regione – la Banca dei Regolamenti Internazionali, Martin Feldstein, ed altri simili – sembrano concedere, almeno implicitamente, che i loro ammonimenti di inflazione non hanno avuto riscontri. Ora, invece, hanno preso a parlare di stabilità finanziaria. Ma non hanno lasciato il Derpistan, perché continuano a chiedere esattamente la stessa cosa – tassi più alti e la fine della facilitazione quantitativa [4]– nonostante che sinora abbiano avuto torto su tutto.

E devo dire che queste sono le persone che mi preoccupano. I rifugiati del Derpistan Esterno sono casi tristi, ma non hanno alcuna reale influenza, anche se la BBC pensa che dovrebbero fornire  prestigiose letture [5] e altra roba. Ma i “Derpistaniani interni” sono come i barbari alla porta; credo che stiano già avendo un effetto malefico sulla politica.


[1] “Derp” è un neologismo – figlio del linguaggio dei cartoni di South Park, dove appare un personaggio con quel nome, ed utilizzato poi nel linguaggio internet –  che dovrebbe indicare la reazione a qualcosa di talmente insensato o sciocco, da restare senza parole; ovvero è quello che si dice quando non si sa quel che dire.

z 74

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] La feroce polemica con Ferguson è un costante di Krugman, almeno da quando dovette polemizzare con le sue profezie economiche, che effettivamente hanno fatto poca strada.

[3] L’Area 51, inizialmente chiamata “Nevada Test Site – 51″ e successivamente ribattezzata con il nome attuale, consiste in una vasta zona militare operativa di 26.000 km2, situata vicino al villaggio di Rachel a circa 150 km a nord-ovest di Las Vegas, nel sud dello stato statunitense del Nevada. Gli elevati livelli di segretezza che circondano la base e il fatto che la sua esistenza sia solo vagamente ammessa dal governo statunitense ha reso questa base un tipico soggetto delle teorie del complotto e protagonista del folklore ufologico. (wikipedia)

[4] Per “facilitazione quantitativa” vedi le note sulla traduzione.

[5] In connessione, una pubblicità della BBC su prossime ‘letture’ di Niall Ferguson.

La razionalità e l’euro (6 luglio 2013)

luglio 6, 2013

 

July 6, 2013, 1:11 pm

Rationality and the Euro

Simon Wren-Lewis, for once, has a happy story to tell. He looks back at Britain’s fateful decision, ten years ago, not to join the euro, and argues that the decision was made on the basis of — gasp! — actual analysis. Gordon Brown (who deserves a much better rap than he gets) brought in real economic experts, who used a real economic framework — optimum currency area theory — and concluded that the case for euro membership was not good.

And boy, was that a good call; despite the best efforts of Osborne and Co. to mess it up, there’s no comparison between British woes and those of other European nations that had large capital inflows and housing booms. Partly this is because of the De Grauwe point, which was imperfectly grasped in 2003 — the crucial importance of having your own central bank as lender of last resort for sovereign borrowing. But it’s also largely because of a point that was perfectly well understood in 2003 and has been confirmed by experience: “internal devaluation”, reducing relative prices with a fixed exchange rate, is really hard compared with just devaluing your currency. Here are BIS estimates of the Spanish and UK real exchange rates, 1999-01 = 100:

z 73

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Notice how Britain effortlessly achieved a real depreciation that, if it’s possible at all, will take years and years of mass unemployment in Spain.

Unfortunately, Wren-Lewis’s description of an actual rational decision process is all too rare — perhaps especially when it comes to the euro. Talk to euro advocates and they cannot entertain, even as a hypothetical proposition, the notion that the single currency was a bad idea; I came away from one talk with the clear message that the euro cannot fail, it can only be failed, that any problems simply show that countries and leaders lack sufficient nobility of purpose.

And despite the overwhelming evidence that the euro was an even worse idea than it appeared 10 years ago, countries — notably Poland — are still considering joining. I understand that leaving the euro is a very difficult thing to contemplate; but getting in now, when you had the great good luck to avoid this mess? Awesome.

 

La razionalità e l’euro

 

Simon Wren-Lewis, una volta tanto, ha una storia felice da raccontare. Egli ricorda la fatidica decisione dell’Inghilterra, dieci anni orsono, di non aderire all’euro, e sostiene che quella decisione fu presa, c’è da restare senza fiato, sulla base di una analisi vera e propria. Gordon Brown (che si merita un giudizio assai migliore di quello che ha ricevuto) prese con se alcuni veri esperti di economia, che utilizzavano un vero schema economico – la teoria dell’area valutaria ottimale – e concluse che l’adesione all’euro non era una buona cosa.

E, signori miei, fu proprio una buona decisione; nonostante i migliori sforzi di Osborne e compagni di complicare le cose, non c’è alcun confronto tra i guai inglesi e quelli delle altre nazioni europee che hanno avuto grandi flussi di capitali e boom immobiliari. In parte questo dipende dall’argomento di De Grauwe, che fu inteso in modo assai sommario nel 2003 – l’importanza cruciale di avere una propria banca centrale come prestatore di ultima istanza per il debito sovrano. Ma dipende anche da un aspetto che fu invece inteso perfettamente nel 2003 ed è stato confermato dall’esperienza: è davvero arduo comparare la “svalutazione interna”, che riduce i prezzi relativi con un tasso di cambio fisso, con una semplice svalutazione della propria moneta. Ecco le stime della Banca dei Regolamenti Internazionali sui tassi di cambio reali della Spagna e della Gran Bretagna, con il 1999 (o anche il 2001) pari a 100:

z 73

 

 

 

 

 

 

 

 

Si noti come l’Inghilterra abbia ottenuto senza alcuno sforzo una svalutazione reale che, semmai sarà possibile, richiederà in Spagna anni di disoccupazione di massa.

Sfortunatamente, la descrizione di Wren-Lewis di un effettivo processo decisionale razionale è, in special modo quando si viene al tema dell’euro, anche troppo rara. Si parla ai sostenitori dell’euro ed essi non possono prendere in considerazione, neppure in via di ipotesi, il concetto che la moneta unica sia stata una cattiva idea; si esce da un colloquio con il chiaro messaggio che l’euro non può non andare a buon fine, al massimo può essere messo in difficoltà, e che tutti i problemi semplicemente dimostrano che i paesi ed i dirigenti difettano di adeguata nobiltà d’animo.

E nonostante le schiaccianti testimonianze che l’euro era un’idea anche peggiore quando venne in scena dieci anni orsono, ci sono paesi – in particolare la Polonia – che ancora stanno considerando l’adesione. Capisco che lasciare l’euro sia una cosa molto difficile da prendere in considerazione; ma entrarci adesso, quando si è avuta la grande fortuna di evitare questo disastro? Terrificante.

Errori potenziali (per esperti) (6 luglio 2013)

luglio 6, 2013

 

July 6, 2013, 9:49 am

Potential Mistakes (Wonkish)

Update: I should have mentioned that the CBO doesn’t use the filtering method in its estimates for the US; as best I understand it, it uses a production function approach that is much less likely to interpret a prolonged slump as a decline in potential output. And that’s a very good thing.

I missed this, from a couple of days ago: the European Commission has, rather belatedly, woken up to the likelihood that it is understating potential output in debtor countries, overstating their “natural” rate of unemployment, and therefore underestimating the degree of fiscal austerity being imposed. There is, it turns out, an Output Gap Working Group considering these questions, and I’m glad to hear it.

For I’ve been warning about this issue for a long time — not just in the current slump, but 15 years ago, in the context of Japan (pdf).

Some notes on the issue after the jump.

It is important to have an idea of how much the economy could and should be producing, and also of how low unemployment could and should go. For one thing, it’s important for fiscal policy; almost all economists have argued for decades that budgets should be analyzed in terms of the cyclically-adjusted balance, not the raw number, but to do that you have to know how depressed the economy is. But it’s also important for monetary policy, as a guide to whether the central bank should be “tapering” or redoubling its efforts.

So how do you estimate potential? There are two main methods. One looks at past levels of output and/or unemployment, and basically uses some weighted average of the past as an estimate of what’s normal and presumably appropriate. The other looks at inflation, and tries to back out the unemployment rate consistent with price stability.

And both methods break down completely under depression conditions, which is what we have right now.

The first method is based on the normal experience that fluctuations in unemployment tend to revert fairly quickly to the mean. This mean may change over time, of course; so you can treat this as a signal-extraction problem, and use some kind of filtering method to estimate the current mean, which is then interpreted as the “natural” rate. In practice this means using a weighted average of fairly recent unemployment rates.

But here’s the problem: that historical reversion to the mean doesn’t mainly reflect some natural process of recovery, it reflects the actions of central banks, which slash interest rates when the economy is down and raise them when it’s up. If the economy hits a big enough shock that it ends up against the zero lower bound, that mechanism goes away, leading to persistent high unemployment — which the filter ends up interpreting as a rise in the natural rate.

Here’s a rough illustration from US data. I show unemployment rates versus the change in the unemployment rate over the next three years (three years because there is some tendency of things to get worse in recessions before they get better).

z 75

 

 

 

 

 

 

 

 

 

You can see that while unemployment rates jump around — hey, stuff happens — there has historically been a tendency for high rates to be followed by rapid declines; V-shaped recoveries. But not this time — because the Fed found itself pushing on a string. And a Hodrick-Prescott filter, or whatever, would interpret this as a rise in the natural rate of unemployment. Back in my 1998 Japan paper, I pointed out that the methods then being used to estimate output gaps would have concluded that 1930s America was back at full employment by 1935; it’s the same thing now.

What about inflation? Again, historically inflation has tended to rise when unemployment is low, fall when it’s high. Here’s the US unemployment rate versus the change in core PCE inflation over the next year:

z 76

 

 

 

 

 

 

 

 

 

But right now we have high unemployment combined with more or less stable core inflation. Typical models would interpret this as a sharp rise in the natural rate, from maybe 5.5 to 8 percent. But what it almost surely reflects instead is the stickiness of inflation at low levels; the long-run Phillips curve is not vertical thanks mainly to downward nominal wage rigidity,and that reality is central to what’s happening now.

I wish that these were narrow technical issues, of no importance for real-world policy. Unfortunately, they’re not. Understating output gaps leads to excessive demands for austerity and excessive complacency at central banks; this perpetuates the depression; and the longer the depression goes on, the more misleading the standard estimates become.

So it’s good news that at least somebody in Brussels is aware that there might be a problem.

 

 

Errori potenziali (per esperti)

 

Correzione: avrei dovuto ricordare che il Congressional Budget Office non usa il metodo di filtrare le sue stime per gli Stati Uniti; per quanto posso capire, usa un approccio da funzione di produzione che è molto meno probabile che interpreti una crisi prolungata come un declino della produzione potenziale. E quella è un’ottima cosa.

Un paio di giorni fa, mi ero perso questa notizia: la Commissione Europea si è, abbastanza tardivamente, svegliata nel riconoscere la probabilità di una sottovalutazione della produzione potenziale nei paesi debitori e di una sopravvalutazione del loro tasso “naturale” di disoccupazione, nonché di conseguenza di una sottostima del grado di austerità della finanza pubblica che viene imposto. Si scopre che esiste un “Gruppo di Lavoro sul Differenziale di Produzione” che sta considerando questi aspetti, e ne sono lieto.

Perché avevo messo in guardia su questo aspetto da molto tempo – non solo nella attuale recessione, ma 15 anni orsono, nel contesto del Giappone.

Dopo la digressione, alcune note su quel tema.

E’ importante avere un’idea di quanto l’economia potrebbe e dovrebbe produrre, e anche di quanto la disoccupazione potrebbe e dovrebbe scendere. Da una parte, è importante per la politica della finanza pubblica; quasi tutti gli economisti hanno sostenuto per decenni che i bilanci dovrebbero essere analizzati nei termini di equilibri ciclicamente corretti e non di dati grezzi, ma per farlo si deve sapere quanto l’economia è depressa. Ma è anche importante per la politica monetaria, per indirizzare la banca centrale  verso una “stretta” o verso una moltiplicazione dei suoi sforzi.

Come si stima, dunque, un potenziale? Ci sono due metodi principali. Uno guarda ai livelli passati di produzione e/o di disoccupazione, e fondamentalmente utilizza una media ponderata del passato come una stima di ciò che è normale e presumibilmente corretto. L’altro guarda all’inflazione, e cerca di restituire il tasso di disoccupazione coerente con la stabilità dei prezzi.

Ed entrambi i metodi vanno completamente in crisi nella condizioni della depressione, che è quello che abbiamo in questo momento.

Il primo metodo è basato sulla normale esperienza per la quale le fluttuazioni nella disoccupazione tendono abbastanza rapidamente a ritornare sul dato medio. Questo dato medio può cambiare col tempo, naturalmente; si può dunque trattarlo come un problema di individuazione di un segnale, e usare qualche filtro per stimare il dato medio attuale, che allora viene interpretato come il tasso “naturale”. In pratica questo significa utilizzare una media ponderata di tassi di disoccupazione relativamente recenti.

Ma ecco il problema: questo ritorno storico al dato medio non riflette principalmente un qualche processo naturale di ripresa, riflette le azioni della banca centrale, che abbatte i tassi di interesse quando l’economia è in calo e li alza quando cresce. Se l’economia si scontra con uno shock abbastanza grande al punto da ritrovarsi dinanzi ad una condizione da “limite inferiore di zero” [1], quel meccanismo esce di scena, portando ad una persistente elevata disoccupazione  – che il filtro finisce coll’interpretare come una crescita del tasso naturale.

Ecco una illustrazione grezza, sulla base di dati degli Stati Uniti. Mostro i tassi di disoccupazione nel confronto con il cambiamento del tasso di disoccupazione negli ultimi tre anni (tre anni, giacché c’è una qualche tendenza per la quale durante le recessioni le cose peggiorano prima di migliorare):

z 75

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si può vedere che mentre i tassi di disoccupazione saltano da un punto all’altro – si badi, sono cose che succedono – c’è stata una tendenza storica per la quale gli alti tassi sono seguiti da rapide discese; con riprese a forma di “V”. Ma non questa volta – perché la Fed si è ritrovata a procedere su una corda [2]. Ed un filtro come quello di Hodrick-Prescott, o qualcosa del genere, interpreterebbe questo come una crescita del tasso naturale di disoccupazione. Nel mio lontano saggio del 1998 sul Giappone, mettevo in evidenza che con i metodi allora in uso per stimare i differenziali di produzione si sarebbe arrivati alla conclusione che l’America degli anni Trenta era tornata alla piena occupazione nel 1935; ed oggi è la stessa cosa.

Cosa dire dell’inflazione? Anche in questo caso l’inflazione storica ha teso a crescere quando la disoccupazione era bassa ed a cadere quando era alta. Ecco il tasso di disoccupazione statunitense a confronto con i mutamenti nella inflazione sostanziale secondo il PCE [3] nel corso dell’anno successivo:

z 76

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma in questo momento abbiamo elevata disoccupazione assieme ad una inflazione sostanziale più o meno stabile. I modelli tradizionali interpreterebbero questo come una brusca ascesa del tasso naturale, forse dal 5,5 all’8 per cento. Quello che invece quasi sicuramente riflette è la condizione di vischiosità dell’inflazione a bassi livelli; la curva di lungo periodo di Phillips non è verticale grazie principalmente alla rigidità dei salari nominali verso il basso, e questa realtà è centrale nella interpretazione di cosa sta accadendo [4].

Vorrei che queste fossero tematiche strettamente tecniche, di nessuna importanza per il mondo reale.

Sfortunatamente non è così. La sottostima dei differenziali della produzione [5] porta ad eccessiva richieste di austerità ed ad una eccessiva compiacenza verso le banche centrali; il che perpetua la depressione; e più a lungo va avanti la depressione, più fuorvianti diventano le stime usuali.

Dunque è una buona notizia che a Bruxelles ci sia qualcuno consapevole che questo potrebbe rappresentare un problema.


[1] Per “zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.

[2] Non sono certo che sia l’interpretazione giusta. Mi pare voglia dire che, data la condizione di tassi di interesse prossimi allo zero,  la Fed non ha potuto utilizzare lo strumento di una forte ulteriore riduzione dei tassi, e dunque si è trovata in una sorta di percorso obbligato.

[3] Per “headline inflation” e “core inflation” vedi le note sulla traduzione (oppure, più rapidamente, si consideri che la “core inflation” è una misura dell’inflazione al netto dei beni che hanno prezzi maggiormente volatili, ovvero di prodotti energetici e di alimentari, perché questi ultimi è provato che crescono e diminuiscono influenzando scarsamente i dati sostanziali di medio periodo) . Inoltre PCE è un Indice in uso negli Stati Uniti per misurare l’inflazione (Personal consumption expenditures price index).

[4] Il fenomeno della “rigidità verso il basso dei salari” – già studiato anche da Keynes – significa semplicemente che nella realtà non è affatto detto che una crisi ed una elevata disoccupazione comportino un abbassamento dei salari nominali perché essi sono ai nostri tempi abbastanza refrattari a tale fenomeno, il che comporta una più generale “vischiosità” della stessa inflazione.

[5] Ovvero, delle differenze tra la produzione effettiva e la produzione potenziale che si avrebbe se non si fosse in recessione ed il potenziale produttivo fosse utilizzato pianamente.

Sulla economia politica della stagnazione permanente (5 luglio 2013)

luglio 5, 2013

 

July 5, 2013, 8:40 am

On The Political Economy Of Permanent Stagnation

I’ve been having a strange reaction to recent news about economic policy. Stuff is happening: the Fed bungled its communications, doing its bit to undermine modest economic progress; the European Commission is sorta kinda relaxing its demands for austerity; the Bank of England appears to have issued forward guidance that it’s going to issue forward guidance; and so on. But with the possible exception of Abenomics, it’s all pretty small-bore stuff.

And that’s disappointing. We had what felt like an epic intellectual debate over austerity economics, which ended, insofar as such debates ever end, with a stunning victory for the anti-austerity side — and hardly anything changed in the real world. Meanwhile, the pain caucus has found a new target, inventing dubious reasons for monetary tightening. And mass unemployment goes on.

So how does this end? Here’s a depressing thought: maybe it doesn’t.

True, something could come along — a new technology that induces lots of investment, a war, or maybe just a sufficient accumulation of “use, decay, and obsolescence”, as Keynes put it. But at this point I have real doubts about whether there will be events that force policy action.

First of all, I think many of us used to believe that sustained high unemployment would lead to substantial, perhaps accelerating deflation — and that this would push policymakers into doing something forceful. It’s now clear, however, that the relationship between inflation and unemployment flattens out at low inflation rates. We can probably have high unemployment and stable prices in Europe and America for a very long time — and all the wise heads will insist that it’s all structural, and nothing can be done until the public accepts drastic cuts in the safety net.

But won’t there be an ever-growing demand from the public for action? Actually, that’s not at all clear. While there is growing “austerity fatigue” in Europe, and this might provoke a crisis, the overwhelming result from U.S. political studies is that the level of unemployment matters hardly at all for elections; all that matters is the rate of change in the months leading up to the election. In other words, high unemployment could become accepted as the new normal, politically as well as in economic analysis.

I guess what I’m saying is that I worry that a more or less permanent depression could end up simply becoming accepted as the way things are, that we could suffer endless, gratuitous suffering, yet the political and policy elite would feel no need to change its ways.

Oh, and have a nice day.

 

Sulla economia politica della stagnazione permanente

 

Sto maturando una strana reazione alle recenti notizie di politica economica. Le cose che succedono: la Fed pasticcia la sua comunicazione, mettendoci del suo per mettere a repentaglio il modesto progresso dell’economia; la Commissione Europea sta in qualche modo attenuando le sue richieste  di austerità; la Banca di Inghilterra sembra aver emesso un indirizzo avanzato secondo il quale starebbe per emettere un indirizzo avanzato; e così via. Ma, con la possibile eccezione della politica economica di Abe, è tutta roba modesta e fastidiosa.

Ed è deludente. Abbiamo avuto quello che sentivamo come un dibattito epico sull’economia dell’austerità, che si è concluso, nella misura in cui dibattiti del genere si possono concludere, con una stupefacente vittoria dello schieramento contrario all’austerità – e nel mondo reale le cose cambiano a malapena. Nel frattempo, il partito della sofferenza ha trovato un nuovo obbiettivo, inventandosi ragioni dubbie per una stretta monetaria. E la disoccupazione di massa va avanti.

Dunque, quando mai finirà? Ecco un pensiero deprimente: forse mai.

E’ vero, qualcosa potrebbe venire avanti – una nuova tecnologia che induca un quantità di investimenti, una guerra, o forse soltanto, come si esprime Keynes, un accumulo di “uso, decadenza ed obsolescenza”. Ma a questo punto ho reali dubbi che accadranno fatti che costringeranno all’iniziativa politica.

Prima di tutto, penso che molti di noi siano abituati a ritenere che una prolungata alta disoccupazione porterebbe ad una sostanziale  e forse accelerata deflazione – e che questo costringerebbe gli operatori politici a fare qualcosa di energico. Ora è chiaro, tuttavia, che la relazione tra inflazione e disoccupazione si appiattisce con tassi di inflazione bassi. E’ probabile che in Europa ed in America si possano avere una disoccupazione elevata e prezzi stabili per un lungo periodo – e tutti quei saggi cervelloni insisteranno che sono tutti fenomeni strutturali, e che niente si può fare finché il pubblico non accetta drastici tagli nelle reti della sicurezza sociale.

Ma non ci sarà una richiesta sempre più forte da parte della opinione pubblica, per una iniziativa? Effettivamente, non è affatto chiaro. Mentre in Europa c’è una crescente “spossatezza da austerità” che potrebbe provocare una crisi, il risultato inequivocabile di studi politici negli Stati Uniti è che il livello della disoccupazione incide assai modestamente sulle elezioni; quello che conta è il tasso dei cambiamenti nei mesi che precedono le elezioni. In altre parole, una elevata disoccupazione potrebbe finire col costituire le nuova norma, nella politica come nell’analisi economica.

In sostanza sto dicendo che, per il modo in cui le cose procedono, sono preoccupato che una più o meno permanente depressione potrebbe finire con l’essere accettata, che potremmo avere un patimento senza fine, un patimento gratuito, e tuttavia i gruppi dirigenti che gestiscono i rapporti tra le forze politiche e le strategie operative potrebbero non sentire alcun bisogno di cambiar strada.

E, infine, passate una buona giornata!

La frazione Farbissen (4 luglio 2013)

luglio 4, 2013

 

July 4, 2013, 10:11 am

The Farbissen Faction

My late father burst out laughing when I told him that the Lotte Lenya character in the Austin Powers movies is named Frau Farbissina; I’m sufficiently cut off from my cultural heritage that I had to ask him why. It turns out that it comes from farbissen, which — as is typical in Yiddish — has connotations that go beyond its usual translation as “bitter”. A farbissineh (think clenched teeth) is someone who not only isn’t enjoying herself, but is determined to make sure that nobody else has any enjoyment either.

All this came to mind as I contemplated the increasingly loud campaign demanding that the Fed stop its bond purchases and indeed start raising interest rates. It’s a chorus coming from Martin Feldstein, the Bank for International Settlements, Raghuram Rajan, John Taylor, and more. I believe that this chorus has already had significant malign effects; it effectively bullied the Fed into talking about “tapering” despite a total absence of economic justification, and this — by leading markets to believe that the Fed was turning more hawkish in general — has led to higher long-term interest rates.

The question is, what lies behind this campaign? It’s remarkably hard to explain in terms of any coherent logic; as David Glasner says, the members of this group seem to believe, somehow, that the Fed is powerless to boost the real economy yet retains vast power over real interest rates.

More than that, the general principle behind the economic analysis seems to be that economic agents are selectively stupid — that is, that different classes of investors are stupid in different ways, that just happen to justify tighter monetary policy in the face of mass unemployment. On one side, we have Feldstein and others assuring us that higher interest rates won’t deter real investment, because they’ll still be low; it’s news to me that demand curves turn vertical at low prices, but whatever. On the other side, they insist that low rates will induce financial investors to make irrational choices and blow bubbles. Now, bubbles happen; but is there any real evidence that low interest rates are the key? The worst of both the dotcom and the housing bubble took place when rates were much higher than they are now.

 

The key observation here, I think, is that by and large the people now demanding higher interest rates have been against easy money all along — it’s just their alleged justifications that keep changing. Back when they were warning against inflation, presumably because loose money would overheat the economy; now they’re declaring that loose money does nothing to the real economy, but is causing bubbles. In other words, it feels like an attitude looking for justifications, not an analysis.

And the attitude is farbissen — a gut dislike of the idea that money is cheap.

 

La frazione Farbissen

 

Il mio defunto genitore scoppiava a ridere quando gli raccontavo che il personaggio di Lotte Lenya, nei film degli Austin Powers, si chiamava ‘Frau Farbissina” [1], ed io mi ero sufficientemente estraniato dalla mia eredità culturale che dovevo chiedergli il motivo. Scoprii che esso veniva dal termine “farbissen” che – come è caratteristico dello Yiddish – ha connotazioni che vanno oltre la sua semplice traduzione di “amaro”. Una “farbissineh” è qualcuna che non solo non sa godere per suo conto, ma vuole essere sicura che neppure nessun altro abbia soddisfazione (si pensi all’immagine dei denti stretti).

Tutto questo mi è venuto a mentre nel mentre assistevo alla pressante campagna con la quale si chiede che la Fed interrompa i suoi acquisti di bonds e in sostanza cominci ad alzare i tassi di interesse. E’ un coro che proviene da Martin Feldstein, dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, da Raghuram Rajan, da John Taylor ed altri ancora.  Credo che questo coro abbia già avuto i suoi effetti maligni; esso ha effettivamente intimorito la Fed, spingendola a parlare di una “stretta” nonostante la totale assenza di motivazioni economiche, e questo – inducendo i mercati a credere che la Fed stesse diventando in termini generali più restrittiva – ha portato a tassi di interesse sul lungo termine più elevati.

La domanda è: cosa c’è dietro questa campagna? E’ considerevolmente difficile spiegarla nei termini di una logica coerente; come dice David Glasner  i membri di questo gruppo sembrano, in qualche modo, ritenere che la Fed sia impotente nell’incoraggiare l’economia, eppure mantenga un potere reale sui tassi di interesse.

Oltre a ciò, pare che il principio generale che presiede a quella analisi economica sia che gli agenti economici siano stupidi in modo selettivo – vale a dire che le diverse categorie degli investitori siano stupide in modi diversi, al punto che una politica monetaria più restrittiva a fronte di una disoccupazione di massa si giustifica solo casualmente. Da una parte, abbiamo Feldstein ed altri che ci assicurano che i tassi di interesse più alti non scoraggeranno gli investimenti reali, perché essi saranno ancora bassi; per me è una novità che le curve della domanda si indirizzino verticalmente a prezzi bassi, ma tant’è. Dall’altra parte, ribadiscono che i tassi bassi indurranno gli investitori finanziari a fare scelte irrazionali ed a gonfiare bolle. Ora, le bolle possono aver luogo; ma c’è una qualche reale prova che i bassi tassi di interesse siano una chiave?  Le cose peggiori sia nella bolla dell’informatica che in quella immobiliare si produssero quando i tassi erano molto più alti di quanto non siano oggi.

In questo caso l’osservazione fondamentale, credo, è che in linea di massima le persone che oggi chiedono tassi di interesse più alti sono state contrarie al denaro facile sin dall’inizio – sono solo le loro pretese giustificazioni che continuano a cambiare. Nel passato essi mettevano in guardia contro l’inflazione, presumibilmente perché un denaro con minori condizionamenti avrebbe surriscaldato l’economia; ora stanno affermando che un denaro più libero non avrà effetti sull’economia reale, ma sta provocando bolle. In altre parole, la si percepisce come una attitudine a cercare giustificazioni, non come una analisi.

E questa attitudine è “farbissen” – una autentica repulsione nei confronti dell’idea del denaro facile.


[1] “Frau Farbissina” è una personaggio femminile di films della serie “Austin powers” . E’ una specialista di tecniche di attacco e di difesa al servizio del Dr. Evil, con il quale ha avuto anche un figlio, agli inizi della loro relazione, pur essendo di tendenze omosessuali. Da quello che capisco, il personaggio di Frau Farbissina compare anche nel film di Fleming “Dalla Russia con amore”, in quel caso interpretato nel 1963 dalla attrice Lotte Lenya (che fu anche cantante ed importante attrice del teatro brechtiano).  Ecco le due diverse interpreti di Farbissina:

z 71                     z 72

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                       

Nessuno ascolta quello che dico (3 luglio 2013)

luglio 3, 2013

 

 

July 3, 2013, 6:20 pm

Nobody Pays Any Attention To What I Say

Or that’s what people keep telling me. Actually, one of the odd but revealing things about modern conservatives is the way they alternate between paranoia about the vast left-wing conspiracy and insistence that people who disagree with them are part of a tiny fringe with no real following. Joe Scarborough thinks (or thought — has he updated?) that I was all alone in questioning deficit panic; the fairly large anti-me industry has been insisting for around a decade that I’ve lost all credibility except among credulous New York liberals.

So, on the general principle that if I am not for myself, who will be for me: that left-wing rag the Wall Street Journal has a new assessment, based on some supposedly objective criteria (but not including Twitter followers) of the most influential business thinkers. They see a big change since the last time they did this, five years ago. Back then, business strategy gurus — authors of books on reengineering the search for excellence in the total quality six-sigma chaos, and all that — dominated the list. This time, the top thinkers are:

1.Paul Krugman
2. Joseph Stiglitz
3. Bill Gates
4. Michael Porter
5. Thomas Friedman
6. Eric Schmidt
7. Richard Branson
8. Malcolm Gladwell
9. Robert Reich
10. Jack Welch
11. Muhammad Yunus
12. Niall Ferguson
13. Michael Dell
14. Howard Gardner
15. Jimmy Wales

 

Let me say, the fact that Joe Stiglitz is up there makes me more optimistic about the world; as I’ve written in the past, he’s an insanely great economist, in ways that you really can’t comprehend unless you do economic modeling, but until now I would never have envisioned him having the kind of reach he now does.

Something else, which the WSJ doesn’t emphasize, is that the list isn’t just heavy on economists; it’s heavy on liberal economists. I don’t think that’s an accident, and I don’t think it’s purely political. The fact is that in an era of markets gone massively bad, conservative economists don’t have much to offer except excuses.

Obviously it’s not completely one-sided; going down the list a bit further I see proof that PT Barnum was right. But still, iinteresting.

 

Nessuno ascolta quello che dico

 

O è quello che continuano a raccontarmi. In effetti, una delle cose strane ma rivelatrici dei conservatori moderni è il modo in cui alternano la paranoia sulla vasta cospirazione delle sinistre e la convinzione che quelli che non sono d’accordo con loro facciano parte di una piccola frangia senza alcun seguito. Joe Scarborough pensa (o pensava – c’è stata una correzione?) che io fossi completamente isolato nell’avanzare dubbi sul panico dei deficit; il discretamente ampio apparato allestito contro di me ha insistito per circa un decennio che avevo perso tutta la mia credibilità, ad eccezione dei creduloni liberals di New York.

Dunque (sulla base del principio generale che se non mi aiuto per conto mio, chi lo farà mai …), quel fogliaccio di sinistra del Wall Street Journal esce con una nuova valutazione, basata su qualche presunto criterio oggettivo (che non include i seguaci di Twitter) sui pensatori economici più influenti. Essi vedono una gran cambiamento, a partire dall’ultima volta che hanno steso questo elenco, cinque anni orsono. A quei tempi, i guru delle strategie di impresa – gli autori di libri sulla riprogettazione della ricerca dell’eccellenza nel caos totale della “qualità sei sigma”  [1], e tutte le cose del genere – dominavano la lista.  Questa volta i principali pensatori sono:

1.Paul Krugman
2. Joseph Stiglitz
3. Bill Gates
4. Michael Porter
5. Thomas Friedman
6. Eric Schmidt
7. Richard Branson
8. Malcolm Gladwell
9. Robert Reich
10. Jack Welch
11. Muhammad Yunus
12. Niall Ferguson
13. Michael Dell
14. Howard Gardner
15. Jimmy Wales

Fatemi dire che il fatto che Joe Stiglitz sia lassù in alto mi rende più ottimista sul mondo; come ho scritto in passato, egli è un formidabile grande economista, in modi che effettivamente non si comprendono se non si opera con i modelli economici, ma sinora non avrei mai immaginato che avesse il genere di influenza che oggi mostra.

Un’altra cosa che il Wall Street Journal non sottolinea è che la lista non è solo densa di economisti, ma di economisti liberal. Non penso che sia un caso, né che dipenda solo dalla politica. Il fatto è che in un epoca nella quale i mercati vanno male in modo così generalizzato, gli economisti conservatori non hanno molto da offrire a parte le scuse.

Ovviamente il risultato non ha una sola faccia: andando un po’ più in basso nella lista vedo la prova che P.T. Barnum aveva ragione [2]. Ma resta interessante.

 


[1] La denominazione Sei Sigma (dal termine statistico di origine anglosassone Six Sigma) indica un programma di gestione della qualità basato sul controllo dello scarto quadratico medio (indicato con la lettera greca Sigma) che ha lo scopo di portare la qualità di un prodotto o di un servizio ad un determinato livello, particolarmente favorevole per il consumatore. Introdotto per la prima volta dalla Motorola nella seconda metà degli anni ’80 da Bob Galvin e Bill Smith, si diffuse ad altre importanti compagnie, come General Electric, Toyota, Honeywell e Microsoft. (Wikipedia)

[2] Il riferimento è a Phineas Taylor Barnum (Bethel, 5 luglio 1810 – Bridgeport, 7 aprile 1891) che un imprenditore e circense statunitense. La sua carriera fu costellata da polemiche e processi, che suscitarono ancora più interesse intorno ai suoi spettacoli, che raggiunsero l’apice quando Barnum denunciò se stesso come mistificatore.

z 68

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Globalizzazione senza precedenti (3 luglio 2013)

luglio 3, 2013

 

July 3, 2013, 6:41 pm

Unprecedented Globalization

A couple of weeks ago I posted a chart showing the long-term trend of world trade in manufactures relative to world production. The paper I took the chart from, however, only went up to 2000. And I decided to update it for the next edition of Krugman Obstfeld Melitz. And it’s pretty striking:

z 67

 

 

 

 

 

 

 

 

 

You see the interwar trade decline; the growth in world trade after World War II didn’t return to 1913 levels of globalization until around 1970. But since then, trade has grown incredibly. Interestingly, the big tariff cuts in GATT rounds had already happened; what we’re looking at here is trade liberalization in developing countries plus containerization, and the emergence of massive vertical specialization (iWhatevers being made in many stages in different countries).

No special moral here — and no, it doesn’t actually make the world flat, because services account for most value added and are still mainly not tradable. But it’s quite a picture.

 

 

Globalizzazione senza precedenti

 

Un paio di settimane fa pubblicai una tabella che mostrava le tendenze di lungo periodo nel commercio manifatturiero mondiale, in rapporto alla produzione mondiale. Il saggio dal quale trassi la tabella, tuttavia, arrivava solo sino al 2000, ed ho deciso si aggiornarlo per la prossima edizione del (libro di testo) Krugman Obstfeld Melitz. Ed è piuttosto impressionante:

z 67

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si vede il declino tra le due guerre; la crescita nel commercio mondiale non tornò ai livelli di globalizzazione del 1913 sino a circa il 1970. La cosa interessante è che i grandi tagli alle tariffe dei “GATT rounds” erano già intervenuti¸ quello che in questo caso osserviamo è la liberalizzazione dei commerci nei paesi in via di sviluppo e in aggiunta la “containerizzazione”, nonché l’emergere di una massiccia specializzazione verticale (iWhatevers [1] essendo stati realizzati in molti stadi in diversi paesi).

In tutto questo non c’è un particolare significato conclusivo – in particolare, questa situazione non appiattisce il mondo, perché i servizi realizzano la massima parte del valore aggiunto e sono ancora fondamentalmente non commerciabili. Ma è il quadro autentico.



[1] Ovvero, qualsiasi genere di oggetti tipo iPhone, iPad etc.

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