Blog di Krugman

Parassiti, imbroglioni e la curva di Beveridge (1 luglio 2013)

 

July 1, 2013, 4:18 pm

Moochers, Grifters, and the Beveridge Curve

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OK, still grieving, but time to stick my toe back into the blogosphere.

The overwhelming fact about the U.S. economy right now is that there aren’t enough jobs; the standard unemployment rate actually understates the problem, because it looks as if a fair number of workers have given up actively looking, and are therefore not counted as unemployed. Better to look at things like the employment-population ratio; I often prefer to look only at prime-age workers, as a way to deal with the demographic effects of an aging population. And what you see is this:

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Within this broader picture, however, there are some puzzles. An unusually high fraction of the unemployed have been unemployed for a long time; and there seems to have been an outward shift in the Beveridge curve, the historical relationship between vacancies and unemployment.

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What’s happening here? A number of people have attributed both the rise in long-term unemployment and the outward shift of the Beveridge curve to extended unemployment benefits, which make people less desperate to take a job, any job, when their benefits run out.

Even if this were true, there is widespread misunderstanding of what it would mean. It would not, repeat not, mean that UI is causing higher unemployment. I tried to explain why in today’s column. The key point is that making the unemployed more desperate would do nothing to increase the number of available jobs. At most, it would precipitate a general fall in wages — and that would make our situation worse, not better, because it would increase the burden of household debt.

So why do you see economists claiming that UI raises unemployment? Sloppy wording, at best; sloppy thinking, otherwise. Arguably, UI raises the NAIRU — that is, it raises the level of unemployment below which we can’t go without raising inflation. But since inflation isn’t an issue (except that it’s too low), that’s not relevant now. And if we ever do get to that point, extended unemployment benefits will have gone away anyway.

 

 

Still, it is interesting to know whether the rise in long-term unemployment and the shift of the Beveridge curve are driven by UI. And the answer is — apparently not, or not mainly. A new Boston Fed paper finds that much of the rise in long-term unemployment is concentrated among new entrants to the work force or people reentering the work force after an absence — people, that is, who aren’t entitled to unemployment insurance in the first place.

This doesn’t refute the proposition that unemployment insurance is causing unemployment, because that proposition never made sense in the first place. But it suggests that the effects of UI are even smaller than previously believed.

 

Parassiti, imbroglioni e la curva di Beveridge

 

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E’ così, sto ancora piangendo per la perdita [1], ma è tempo di rimettere piede nella blogosfera.

Il fatto preponderante della situazione dell’economia americana in questo momento è che non ci sono abbastanza posti di lavoro; il tasso di disoccupazione standard in effetti sottovaluta il problema, perché da esso sembra che un certo numero di lavoratori abbiano smesso di cercare lavoro, e di conseguenza non sono considerati come disoccupati. Meglio guardare alle cose dal punto di vista del rapporto occupazione/popolazione; io spesso preferisco guardare solo i dati dei lavoratori nella principale età lavorativa, che è un modo per tenere conto degli effetti demografici della popolazione che invecchia. E quello che si osserva è questo:

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All’interno di questo più ampio quadro, tuttavia, ci sono alcuni misteri. Una frazione inusualmente alta di disoccupati è rimasta senza lavoro per un lungo tempo; e lì sembra esserci stato un apparente spostamento nella curva di Beveridge, ovvero nella storica relazione tra posti liberi e disoccupazione [2].

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Che cosa sta accadendo? Un certo numero di persone ha attribuito sia la crescita della disoccupazione di lungo periodo  sia l’apparente modifica della curva di Beveridge ai prorogati sussidi di disoccupazione,  che hanno reso le persone meno disperate nell’accettare un lavoro, un qualsiasi lavoro, al momento che i loro sussidi si esauriscono.

Anche se questo fosse vero, c’è un complessivo equivoco su cosa questo significherebbe. Esso non significherebbe, non significherebbe affatto, che la assicurazione di disoccupazione stia provocando una disoccupazione più elevata, come ho cercato di spiegare nell’articolo di oggi [3].  Il punto cruciale è che rendere i disoccupati più disperati non aumenterebbe in nessun modo i posti di lavoro disponibili. Al massimo, provocherebbe una generale caduta dei salari – e questo peggiorerebbe la nostra situazione, perché aumenterebbe il peso del debito delle famiglie.

Perché dunque si assiste ad economisti che pretendono che la assicurazione di disoccupazione aumenti la disoccupazione medesima? Parole in libertà, nel migliore dei casi;  o, se si vuole, pensieri in libertà. Probabilmente l’assicurazione di disoccupazione incrementa il NAIRU [4] – ovvero, alza il livello di disoccupazione al di sotto del quale non si procede senza una inflazione crescente. Ma dal momento che l’inflazione non è  un problema (se non perché è troppo bassa), questo oggi non è rilevante. E se mai arrivassimo davvero a quel punto, i sussidi di disoccupazione prorogati sarebbero in ogni caso scomparsi.

Eppure,  è interessante sapere se la crescita della disoccupazione di lungo periodo e il mutamento della curva di Beveridge siano provocati dalla assicurazione di disoccupazione. E la risposta è: in apparenza no, o non principalmente. Un nuovo studio della Fed di Boston scopre che la disoccupazione di lungo periodo è concentrata nei nuovi ingressi nella forza lavoro o nelle persone che rientrano al lavoro dopo una assenza – ovvero, individui che all’inizio non hanno diritto alla assicurazione di disoccupazione.

Questa non è una confutazione del concetto secondo il quale la assicurazione di disoccupazione sta provocando disoccupazione, anzitutto perché quel concetto non ha mai avuto senso. Ma indica che gli effetti della assicurazione di disoccupazione sono persino più piccoli di quanto non si credesse in precedenza.


 


[1] Del padre David, della cui scomparsa ha dato notizia ieri.

[2] William Beveridge fu economista e sociologo, nonché autore di una famosissimo rapporto  che nel dopoguerra costituì la base per la costruzione della Stato Sociale britannico, da parte dei governi laburisti. La “curva di Beveridge” indica la relazione tra la disoccupazione ed i posti di lavoro disponibili. Come si vede dalla figura nel post (ampliandola) l’asse verticale è dato dalla disponibilità di posti di lavoro espressa come percentuale della forza lavoro complessiva, mentre l’asse orizzontale indica il tasso di disoccupazione. Sembra logico che più il tasso di disoccupazione cresce (si sposta verso destra), minore sia la quantità di posti di lavoro disponibili. Ma c’è attualmente il mistero  di cui parla il post … Il mistero è leggibile nella figura, considerando che essa rappresenta il periodo complessivo degli ultimi 12 anni e che i punti rossi, nella loro sequenza, indicano l’evoluzione dei posti di lavoro disponibili dall’anno 2009 all’anno 2013. Sembrerebbe dunque che la disponibilità di posti di lavoro, pure a livelli comprensibilmente inferiori rispetto ai primi anni 2000, stia nel periodo più recente risalendo nonostante che il tasso di disoccupazione sia in questi anni aumentato.

[3] Vedi la traduzione del 30 giugno dell’articolo sul New York Times “Guerra sui disoccupati”.

[4]  Per “tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione”  (la sigla americana è NAIRU) si intende appunto quel particolare punto di equilibrio tra il mercato del lavoro e le condizioni dell’economia nel quale la disoccupazione esistente non provoca tendenze inflazionistiche. E’ quel livello che può in teoria essere leggermente ‘spostato’, qualora i lavoratori divengano maggiormente esigenti nella ricerca di un lavoro soddisfacente.

L’osservazione di un errore storico (30 giugno 2013)

giugno 30, 2013

 

 

 

June 30, 2013, 9:35 am

Historic Mistake Watch

When the Fed began its talk of “tapering” asset purchases, I warned that it might turn out to be a “historic mistake”. I guess the historic bit is still up in the air; but the mistake aspect is now glaringly obvious. Bond prices have plunged, and the Fed’s attempts to inform markets that they’ve got it all wrong have only modestly mitigated the impact.

What went wrong? The Fed grossly misunderstood the nature of the relationship between its statements and market expectations. It believed that the market was listening closely to the details of what it said. In fact, the market doesn’t — and probably shouldn’t. Instead, it listens to the tone of Fed statements, and also Fed actions; it’s more a matter of character judgment than mathematics. And what the Fed conveyed with the tapering talk was a sense that its heart really isn’t in this stimulus thing.

OK, a bit more detail. Right now, the Fed is doing two things in an attempt to boost the economy: it’s promising to keep short-term rates, which it controls, low; and it’s trying to reduce long-term rates directly, through bond purchases. What the Fed said was that it was thinking of slowing down those bond purchases — but not to worry, it still plans to keep short-term rates low.

But as Gavyn Davies shows, the market responded by sharply marking up its expectations for future short-term rates. In April, the market thought there was almost no chance the Fed would raise rates next year; now such a rise is considered more likely than not.

Fed officials are frustrated. Weren’t investors listening? But the Fed was foolish here — and the investors aren’t.

The key point you always have to remember (but which the Fed somehow forgot) is that there is no way to lock in future monetary policy. Whatever the Federal Open Market Committee may say now about its plans for 2014 or 2015, it can always do something different when the future turns into the present.

So what’s the point of Fed communication? Mainly it’s not about the specific numbers; it’s about conveying what kind of central bankers we’re dealing with, and hence what they’re likely to do in the future. Talk of extended easy money can help the economy now precisely because it makes the Fed sound like it’s not a conventionally-minded central bank, eager to snatch away the punch bowl; even asset purchases work mainly because they reinforce that impression of unconventionality.

 

But when the Fed starts talking about tapering at a time when unemployment is still very high and inflation below target, it undoes all of that good work; suddenly the FOMC starts sounding once again like a group whose fingers are already twitching as they fight the urge to grab that punch bowl.

Undoing this damage is going to be very hard. One thing that will matter a lot, however, is the choice of Bernanke’s successor. If she’s a well-known dove, that could help a lot. If he’s, say, someone known for saying things like “stimulus is sugar“, look out below.

 

L’osservazione di un errore storico

 

Quando la Fed ha cominciato a parlare di una stretta agli acquisti di assets, misi in guardia sul fatto che avrebbe potuto essere un “errore storico”. Penso che per la parte dello “storico” la cosa sia ancora aperta; ma l’aspetto dell’errore è adesso palesemente evidente. I prezzi dei bonds sono precipitati, ed i tentativi della Fed di informare i mercati  che avevano completamente frainteso hanno modificato l’impatto solo modestamente.

Cosa è andato storto? La Fed ha frainteso grossolanamente la natura delle relazioni tra i suoi pronunciamenti e le aspettative del mercato. Ha creduto che il mercato stesse ascoltando attentamente i dettagli di quello che diceva. Di fatto, il mercato non l’ha fatto – e probabilmente non doveva farlo. Invece, esso ascolta il tono delle dichiarazioni della Fed, ed anche le sue azioni; è più una faccenda di un giudizio su una recita [1] che non qualcosa di attinente alla matematica. E quello che la Fed ha comunicato con il discorso sulla stretta è stata la sensazione di non avere affatto a cuore questa politica delle misure di sostegno.

Va bene, fornisco maggiori dettagli. In questo momento la Fed sta facendo due cose per incoraggiare l’economia: sta promettendo di tenere bassi i tassi a breve termine, che essa controlla; e sta cercando di ridurre direttamente i tassi a lungo termine, attraverso l’acquisto dei bonds. Quello che la Fed ha detto è stato che stava pensando di rallentare quegli acquisti di bonds – ma di non preoccuparsi, perché programmava di tenere ancora bassi i tassi a breve termine.

Ma come mostra Gavyn Davies, il mercato ha risposto alzando bruscamente le sue aspettative sui tassi futuri a breve termine. In aprile il mercato pensava che non vi fosse quasi nessuna possibilità di un aumento dei tassi da parte della Fed nel prossimo anno; ora tale crescita è considerata semmai più probabile.

I dirigenti della Fed sono frustrati. Gli investitori non stavano ascoltando?  Ma in questo caso è la Fed che si è comportata in modo sciocco, non gli investitori.

L’aspetto chiave che si deve sempre ricordare (ma che la Fed ha in qualche modo dimenticato) è che non c’è nessun modo per fissare la politica monetaria futura. Qualsiasi cosa dica in questo momento  il  Federal Open Market Committee sui propri programmi per il 2014 o il 2015, esso può sempre fare qualcosa di diverso al momento in cui il futuro diventerà il presente.

Qual’è dunque il punto sulla comunicazione della Fed? Esso non riguarda principalmente numeri specifici; esso riguarda l’impressione che si trasmette sulla natura dei banchieri centrali con i quali si ha a che fare, e di conseguenza cosa è probabile che essi facciano nel futuro. Parlare di prorogare una politica del denaro facile può aiutare in questo momento l’economia precisamente perché fa apparire la Fed diversamente da una banca centrale orientata in modo convenzionale, ovvero ansiosa di toglier di mezzo la scodella del punch [2]; anche gli acquisti degli assets funzionano perché rafforzano l’impressione di questa non convenzionalità.

Ma quando la Fed comincia a parlare di un a stretta nel momento in cui la disoccupazione è ancora molto elevata e l’inflazione è al di sotto dell’obbiettivo, essa distrugge tutto quello che ha fatto di buono; improvvisamente il FOMC [3] comincia ad apparire ancora una volta come il gruppo degli individui che già spasimano sin dalle dita per contenere il bisogno di afferrare la scodella del punch.

Invertire questo danno sarà davvero difficile. Una cosa, tuttavia, molto importante, sarà la scelta del successore di Bernanke. Se sarà una persona nota come una colomba, potrebbe essere molto di aiuto. Se sarà qualcuno noto per aver pronunciato frasi del genere “le misure di sostegno sono come lo zucchero” [4], attenzione là sotto.


[1] Ovvero: “character” nel senso di “ruolo, parte”.

[2] “Togliere la scodella del punch” significa raffreddare finanziariamente l’economia appena essa dà segni di ripresa (che sarebbe come togliere di mezzo la scodella del punch appena la festa comincia a ‘scaldarsi’). Normalmente questa è la condotta di una banca centrale con una mentalità tradizionale. Krugman sta sostenendo che se la Fed si propone, come ancora si propone, di sostenere la ripresa dell’economia, essa non dovrebbe apparire orientata in senso convenzionale, perché gli investitori ne dedurrebbero che la sua politica espansiva sarà facilmente contraddetta.

[3] Ovvero, il Federal Open Market Committee.

[4] Questa fu una espressione adoperata nel 2011 da Timothy Geithner, Segretario al Tesoro e, da quanto si capisce, candidato possibile alla successione di Bernanke. Quello che non ho compreso è se il riferimento precedente ad una soluzione femminile (“she”), derivava semplicemente dalla grammatica (la coerenza con l’esempio della “colomba”) o impersonava una possibile candidata. Geithner, comunque, prima di essere  Segretario al Tesoro, faceva parte del board della Fed, in rappresentanza della sua articolazione territoriale più potente, quella di New York.

Tre parole indicibili (28 giugno 2013)

giugno 28, 2013

 

June 28, 2013, 1:15 pm

Three Unsayable Words

Brad DeLong finds Allan Meltzer inveighing against quantitative easing, and notes that Meltzer’s story (in which it’s all Obama’s fault) is completely at odds with data on both investment and interest rates.

But there’s a larger story here. Some readers may recall that four long years ago Meltzer warned, in the direst of tones, that we faced a looming danger of inflation from expansionary Fed policy. Those of us who had studied Japanese experience, and more broadly thought through the implications of the liquidity trap, shot back that this was foolish — even if the Fed greatly expanded its balance sheet, the funds would just sit there, for example accumulating as excess bank reserves.

So here we are, with inflation low and falling despite a huge Fed expansion, and with Meltzer himself pointing out that the bulk of that expansion just sat there, largely in the form of excess reserves. In a better world, Meltzer would say the three unsayable words — “I was wrong” — and maybe even admit that the other side of the argument had something to it.

 

But no; his predictions didn’t go completely wrong because his analysis was wrong, it was all the Affordable Care Act, or something. And like so many people who originally raged against easy money because it would cause inflation, the failure of inflation to take off has simply led them to invent new reasons to take the same hard-money position.

And I’m trying, unsuccessfully, to think of a single prominent conservative economist who has responded to the complete failure of his predictions by changing his views. This has long since stopped being merely an analytical issue; it has become a moral issue, a test of character. And almost everyone on that side of the debate has failed.

 

Tre parole indicibili

 

Brad DeLong sorprende Allan Meltzer ad inveire contro la “facilitazione quantitativa” [1], ed osserva che il racconto di Meltzer  (secondo il quale la colpa è interamente di Obama) è completamente il contrario di quello che risulta dai dati sugli investimenti e sui tassi di interesse.

Ma c’è qua una vicenda più ampia. Alcuni lettori possono ricordare che quattro anni orsono Meltzer mise in guardia, con i toni più esagitati, che eravamo dinanzi ad un pericolo imminente di inflazione, a seguito della politica espansiva della Fed. Quelli tra noi che avevano studiato l’esperienza giapponese, e più in generale che avevano riflettuto sulle implicazioni della trappola di liquidità, replicarono che era una sciocchezza – anche se la Fed espandeva grandemente i propri equilibri finanziari, i fondi erano soltanto accantonati, ad esempio accumulati come riserve in eccesso delle banche.

E così ora ci siamo, con una inflazione bassa e in calo nonostante una vasta espansione della Fed, e con lo stesso Meltzer che mette in evidenza come il grosso di quella espansione sia proprio fermo a quel punto, in gran parte nella forma di riserve in eccesso. Con una espressione migliore, Meltzer avrebbe potuto usare tre parole indicibili – “Io avevo torto” – e forse avrebbe potuto persino ammettere che l’altra componente di quel dibattito aveva avuto qualche ragione.

Invece no: le sue previsioni sono risultate false non perché la sua analisi fosse sbagliata, è dipeso della Legge sulla Assistenza Sostenibile, o a qualcosa del genere. E nello stesso modo di molti che agli inizi erano in collera contro il denaro facile perché avrebbe provocato inflazione, il fatto che l’inflazione non si sia materializzata li ha semplicemente indotti ad inventarsi nuove ragioni per prendere la stessa posizione a favore di una moneta forte.

Sto cercando, senza riuscirci, a farmi venire in mente un singolo importante economista conservatore che abbia risposto al completo fallimento delle sue previsioni cambiando i suoi punti di vista. E’ da molto tempo che questo ha cessato di essere un imperativo semplicemente analitico; è diventato un imperativo morale, una prova del carattere. E su quel versante del dibattito quasi tutti hanno mancato.


[1] Vedi le note finali sulla traduzione a “quantitative easing”.

Giù per le rapide (28 giugno 2013)

giugno 28, 2013

 

June 28, 2013, 8:31 am

Whitewater Down

When Barack Obama was elected, I was sure that it would be the Clinton years all over — that he would be subjected to an endless series of claims of “scandal”, creating the sense of a tainted administration even though all the alleged scandals would turn out to be either trivial or nonexistent. Remember, after all those years of front-page headlines and $70 million in public funds, the Whitewater investigation came up dry.

In fact, however, none of that happened during Obama’s first term. But would the second term be different? For a little while it looked as if the old scandal machinery was finally springing back to life, with Benghazi, the IRS, and more. You could almost hear the sigh of contentment from a certain part of the press corps.

But now it has all evaporated. Benghazi never made sense; it turns out that the IRS was targeting conservative as well as liberal groups. And as Chait says in the linked article, the NSA stuff is a policy dispute, not the kind of scandal the right wing wants.

Of course, the absence of any fire behind the smoke didn’t stop the Clinton witch hunts. But this time seems to be different. Maybe the news media have actually learned something; maybe they’re effectively disciplined, this time around, by the blogosphere. Anyway, the narrative of a scandal-ridden presidency seems to be evaporating as we speak.

So I was wrong. And I’m glad I was.

Giù per le rapide

 Quando Barack Obama fu eletto, ero sicuro che sarebbero tornati per intero gli anni di Clinton – che egli sarebbe stato sottoposto ad una serie infinita di pretesi “scandali”, creando la sensazione di una amministrazione corrotta anche se tutti quei pretesi scandali si sarebbero risolti in qualcosa di banale o di non esistente. Si ricordi, dopo tutti quegli anni di titoli in prima pagina sui giornali e dopo aver speso 70 milioni di dollari di fondi pubblici, l’indagine sul Whitewater [1] finì in una bolla di sapone.

Nei fatti, tuttavia, niente del genere è successo durante il primo mandato di Obama. Ma il secondo mandato sarebbe stato diverso? Per una breve periodo è sembrato che la vecchia macchina scandalistica fosse rientrata in funzione, con il caso di Bengasi [2], dell’ Internal Revenue Service [3] ed altro ancora. Si poteva quasi sentire il sospiro di soddisfazione da parte di alcuni organi di stampa.

Ma ora ogni cosa è andata in fumo. Il caso di Bengasi non ha mai avuto senso; si è scoperto che l’IRS aveva preso di mira sia gruppi conservatori che liberal. E come Chait dice nell’articolo di cui alla precedente connessione, la vicenda della National Security Agency [4] è una disputa politica, non il genere di scandalo che la destra avrebbe voluto.

Naturalmente, la assenza di qualsiasi sostanza dietro le cortine fumogene non fermò la caccia alle streghe nei confronti di Clinton. Ma questa volta sembra essere diverso. Forse i notiziari dei media hanno effettivamente imparato qualcosa; forse questa volta essi sono in qualche modo messi in riga dalla blogosfera. Comunque sia, il racconto di una Presidenza tormentata dagli scandali sembra stia per evaporare, nel momento in cui ne stiamo parlando.

Dunque avevo torto. E sono contento che sia così.


[1] “Whitewater” è il nome di un preteso scandalo che avrebbe riguardato attività finanziaria dei coniugi Clinton, nel periodo precedente alla Presidenza, che si concluse senza alcun procedimento al loro carico. Ma lo stesso termine è stato poi utilizzato anche per indicare altri due o tre pretesi scandali, altrettanto finiti nel nulla.

[2] La pretesa, fatta proprio dal candidato repubblicano alla Presidenza Mitt Romney, secondo la quale Obama avrebbe in un primo momento escluso implicazioni terroristiche  nei gravi fatti di sangue di Bengasi, che portarono all’assedio del consolato americano ed all’assassinio del diplomatico USA.

[3] Una vicenda per la quale è stato chiamato in causa quell’ufficio governativo, a proposito di alcune esenzioni fiscali sospette per movimenti politici, che poi si sono però rivelati sia di destra che di sinistra.

[4] Ovvero l’ultima vicenda, relativa alle attività di spionaggio.

Il negazionismo della inflazione che non c’è (26 giugno 2013)

giugno 26, 2013

 

June 26, 2013, 2:33 pm

Non-inflation Denial

Ed Kilgore owes me a big one; he sent me to Erick Erickson explaining that the Acela is the root of all evil, or something,and my eyes are still hurting. But being who I am –and given that Erickson tagged his post as being about economics — I was caught by this line:

The rest of America is nervous about where their next meal and paycheck are coming from, how they are going to afford to bail their kids out of crumbling schools, and the price of a gallon of milk and loaf of bread that keep going up though Ben Bernanke tells them there is no inflation.

Actually, I spend most of my time worrying about the lack of jobs and falling real paychecks. However, I like to distinguish between problems we actually have and problems we don’t — and here’s what the Bureau of Labor Statistics has to say about the prices of a gallon of milk and a loaf of bread:

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Of course, the BLS could be lying. But that’s tinfoil-hat territory, especially given that independent estimates of inflation closely track the official measures.

So, how does Erickson know that the prices of bread and milk are soaring? Has he been carefully keeping track? Or is it just fake populism, an attempt to sound like Everyman while actually just whining?

But of course the notion that we’re having runaway inflation isn’t based on evidence, and can’t be refuted with evidence. It is, after all, what should be happening with atheist Islamic socialists in power, so it must be happening.

 

Il negazionismo della inflazione che non c’è

 

Ho un gran debito con Ed Kilgore; mi ha rinviato alla spiegazione di Erick Erickson secondo la quale “Acela” [1] è la radice di tutti i mali, o qualcosa del genere, o una cosa del genere, e mi sto ancora stropicciando gli occhi. Ma data la mia attività – e considerato che Erickson ha presentato il suo post come attinente all’economia – sono stato colpito da questa frase:

“Il resto dell’America è inquieto nel chiedersi da dove verrà l’occorrente per il prossimo pranzo ed il prossimo stipendio, come faranno a permettersi di mettere in salvo i loro ragazzi da scuole fatiscenti, ed a pensare al prezzo di un gallone[2] di latte e di una fetta di pane che essi vedono crescere, mentre Ben Bernanke dice che non c’è inflazione.”

In effetti, io spendo gran parte del mio tempo a preoccuparmi della mancanza di posti di lavoro e della caduta dei salari reali. Tuttavia, mi piace distinguere tra i problemi che effettivamente abbiamo e quelli che non abbiamo – ed ecco quello che dice l’Ufficio delle Statistiche del Lavoro a proposito dei prezzi del gallone di latte e delle fette di pane:

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Naturalmente, l’Ufficio potrebbe dire bugie. Ma si tratta di un territorio scevro da propaganda [3], specialmente considerato che le stime dell’inflazione da parte di organi indipendenti seguono da vicino le misurazioni ufficiali.

Dunque, come fa Erickson a sapere che i prezzi del latte e del pane stanno salendo alle stelle? O si tratta solo di falso populismo, un tentativo di apparire come un Uomo Qualunque [4] nel mentre semplicemente si sta lamentando?

Ma con tutta evidenza il concetto secondo il quale abbiamo in corso una inflazione galoppante non è basato su prove, e può essere confutato sulla base di prove. Dopo tutto, è quello che dovrebbe succedere con i socialisti islamisti atei [5]al potere, e dunque è sicuro che stia succedendo.



[1] “Acela”  è il nome della tratta ferroviaria da Boston a Washington DC, passando per New Haven, New York, Filadelfia e Baltimora. Per ragioni che non mi erano chiarissime, i frequentatori dei treni veloci di Acela sono considerati  come un esempio di gruppi sociali benestanti, di orientamento liberal. L’articolo di Erickson spiega che questo non dipende tanto dal treno in se stesso, ma dal fatto che la tratta ferroviaria servita della Costa East è di orientamento democratico, nonché il luogo del massimo insediamento del Governo Federale, e comunque socialmente assai diversa dalla restante America. Un argomento sussidiario potrebbe essere quello secondo il quale le ferrovie ed i trasporti collettivi sono per la destra un simbolo liberal se non collettivista!

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[2] Il “gallone” americano è pari a circa 3, 8 litri di liquido e a 0,8 galloni inglesi (o Imperiali).

[3] “Tinfoil-hat” significa “cappello di alluminio”. In passato tale espressione pare fosse usata dalla propaganda per indicare un modo per eludere i possibili programmi di controllo dei pensieri da parte del sistema: utilizzare “cappelli di alluminio” avrebbe “schermato” tali trasmissioni. Non ho compreso che avesse messo in circolazione voci del genere, anche perché, in realtà, l’uso dell’alluminio avrebbe migliorato la ricezione …. In ogni caso, a parte la complicata effettiva origine, l’espressione indica un contesto favorevole alla diffusione di notizie propagandistiche.

[4] Naturalmente in America l’espressione “Uomo Qualunque” non ha il preciso significato che, in Italia, gli deriva dal movimento politico del dopoguerra. Ma – a parte uno storico “Everyman” che proviene da un racconto morale inglese del Medioevo (che era un personaggio “comune” nel senso di essere stato prescelto per la sua normalità da Dio, in un racconto con finalità educative) – ne esiste anche uno più contemporanea, che ha infondo il significato di una persona suscettibile di essere “strumentalizzata”. Ed esiste anche un “Everyman” dei fumetti della Marvel, che è un giovane destinato e diventare un supereroe.

[5] Ovvero, i demovratici seguaci di Obama.

 

 

I migliori angeli della nostra natura (fuori-tema) (26 giugno 2013)

giugno 26, 2013

 

June 26, 2013, 11:42 am

The Better Angels of Our Nature (Off-topic)

Just an aside: I’m sitting in a coffee shop near the hospital, waiting for word, and they have news TV on in the corner, so I’m watching coverage of the Supremes on marriage out of the corner of my eye (along with “New Jersey woman unaware of pregnancy, gives birth on front lawn”). Not my department, of course; but also of course, I’m very much for equality, and gratified by the tone of the coverage, which clearly is that this is normal, natural, and inevitable.

This is really amazing when you bear in mind that this very issue was used to mobilize the right-wing base in 2004. The change in attitudes in such a short period is awesome.

I haven’t seen a good analysis of this transformation. But whatever caused it, it’s a testament to American tolerance and open-mindedness. We have our fanatical minorities — but they are minorities, and they’re getting smaller all the time.

 

I migliori angeli della nostra natura (fuori-tema)

 

Solo una digressione: sono seduto in un caffè vicino all’ospedale, in attesa di una parola, e nell’angolo c’è il telegiornale, dunque sto guardando con la coda degli occhio il servizio sulla Corte Suprema sul matrimonio (assieme a quello su “Una donna del New Jersey non cosciente di essere incinta, dà alla luce un figlio sul prato di fronte (a casa)”). Certo, non è il mio settore [1]; ma altrettanto certamente io sono del tutto favorevole all’eguaglianza, e confortato da tono del servizio, secondo il quale chiaramente ciò è normale, naturale ed anche inevitabile.

Questo è realmente sorprendente, se si pensa che proprio questo tema fu utilizzato per mobilitare la base della destra nel 2004. E’ incredibile il cambiamento delle mentalità in un così breve periodo.

Non ho trovato una analisi soddisfacente di questa trasformazione. Ma qualunque cosa l’abbia provocata, essa è una testimonianza della tolleranza e della apertura di mente degli americani. Abbiamo le nostre minoranze fanatiche – ma sono minoranze, e con tempo stanno diventando più piccole.



[1] E’ chiaro che in questo caso torna a riferirsi alla notizia sul matrimonio dei gays.

Parodia del keynesismo (26 giugno 2013)

giugno 26, 2013

 

June 26, 2013, 11:32 am

Karicature Keynesianism

Via Brad DeLong, Daniel Kuehn protests a really stupid argument by Stephen Landsburg; he does the work, and no need for me to follow up.

But let me note that Landsburg’s latest unfortunate intervention follows a well-trodden path: that of starting from the proposition that Keynesians are themselves really, really stupid — a proposition argued not by pointing to anything actual Keynesians say, but instead by presenting a caricature that supposedly is what Keynesians believe. Call it Karicature Keynesianism.

Anyone who’s followed the various attacks on yours truly knows what I mean: Keynesians believe that budget deficits never matter, that increasing demand can solve all economic problems, that there’s no such thing as a supply side to the economy, that more spending is always good. You can see it even in the comments to Kuehn’s post, with people expressing doubt about whether there’s crowding out in my textbook. Let me suggest a very difficult research project: how about actually looking at the book?

Now, to some extent Karicature Keynesianism involves extrapolating what people like me say about policy in a depressed economy with interest rates up against the zero lower bound and pretending that this is what we say in all situations. But where’s this urge to caricature coming from?

I’d say that it’s actually a form a flattery. If Keynesians had made a lot of bad predictions in recent years — if inflation or interest rates had soared, if austerity had produced prosperity — the other side could go after what we actually said and say. But reality, it turns out, has a well-known Keynesian bias. So the people who’ve gotten everything wrong are reduced to attacking an economic doctrine that has worked pretty well by misrepresenting that doctrine, and claiming that it’s stupid and absurd.

By the way, the man who really brought Keynesianism into the classroom — who was responsible for what we now call the “Keynesian cross” — was Paul Samuelson. And while arguing from the qualities of individuals isn’t the main way you should assess anything, still: maybe you think I’m stupid (a remarkable number of people apparently do believe that), but do you really imagine that Paul Samuelson was an idiot promoting a moronic set of ideas?

Anyway, as I said, ultimately being caricatured like this is a compliment.

 

Parodia del keynesismo

 

Tramite Brad DeLong, Daniel Kuehn se la prende con un argomento davvero stupido di Stephen Landsburg; il lavoro lo fa lui e non c’è bisogno che io insista.

Ma fatemi notare che l’ultimo infelice intervento di Landsburg segue un sentiero assai battuto: quello di partire dal concetto che i keynesiani sono di per sé davvero stupidi – un concetto sostenuto senza indicare niente di effettivamente detto dai keynesiani, ma piuttosto presentando una caricatura di quello che si pensa che i keynesiani credano. Chiamiamola parodia del keynesismo.

Chiunque abbia seguito i vari attacchi al sottoscritto sa cosa intendo: i keynesiani credono che i deficit di bilancio non siano mai importanti, che la domanda possa dare risposte a tutti i problemi economici, che non ci sia nell’economia un oggetto come l’offerta, che una maggiore spesa pubblica sia sempre un bene. Lo potete vedere anche nei commenti al post di Kuehn, con le persone che avanzano il dubbio sul fatto che qualcosa sia stata tirato fuori dal mio libro di testo. Vorrei suggerire un progetto di ricerca molto arduo: che ne dite di dare davvero un occhiata al libro?

Ora, in qualche misura la parodia del keynesismo ha a che fare con estrapolazioni di quello che persone come me hanno detto a proposito della politica in una economia depressa con tassi di interesse prossimi al limite inferiore dello zero e pretendendo che questo sia quello che sosteniamo in tutte le situazioni. Ma da dove viene questo bisogno di caricatura?

Direi che si tratta effettivamente di una forma di lusinga. I keynesiani hanno prodotto un sacco di previsioni negative negli anni recenti – a proposito del fatto se l’inflazione e i tassi di interesse sarebbero saliti alle stesse o se l’austerità avrebbe prodotto prosperità – l’altra parte poteva venirci dietro in quello che abbiamo detto e diciamo. Ma la realtà, si scopre, ha una specie di inclinazione nota verso il keynesismo. Dunque, le persone che hanno sbagliato quasi tutto sono costrette ad attaccare una dottrina economica che ha funzionato abbastanza bene deformando quella dottrina, sostenendo che è stupida ed assurda.

Per inciso, l’uomo che portò realmente il Keynesismo nelle università – che fu responsabile di quello che oggi chiamiamo la “croce keynesiana” [1]– fu Paul Samuelson. E mentre litigare sulle qualità delle persone non è il modo principale nel quale si dovrebbe valutare alcunché, ciononostante: può darsi che io sia stupido (un considerevole numero di persone apparentemente lo crede), ma credete davvero che Paul Samuelson fosse un idiota che promuoveva uno stupido complesso di idee?

In ogni caso, come ho detto, di recente essere oggetto di caricature come questa è un complimento.

[1] Il diagramma della “croce keynesiana” è quello che dimostra la relazione tra domanda aggregata ed offerta aggregata.

Offerta aggregata, domanda aggregata e carbone (26 giugno 2013)

giugno 26, 2013

 

June 26, 2013, 5:28 am

Aggregate Supply, Aggregate Demand, and Coal

I’m back — and, as you can see from the time of posting, jet-lagged up the wazoo. Also, now I have to deal with matters parental, which means very limited blogging for a while.

But I did want to say something about President Obama’s new climate initiative — which has, by the way, received weirdly little coverage. Yes, I know there’s other stuff going on — but people who are serious about climate policy regard this as what Joe Biden would call a BFD. Not only does it offer a chance of substantial action despite Republican obstruction, there was a tone to the speech suggesting that Obama may put serious effort into this thing, that he may see climate policy as the big legacy of his second term.

Lots more analysis will, I hope, be forthcoming, from both the environmental and the economic side. But there’s one crucial economic point I want to get out there right away: while the usual suspects will denounce all this as job-destroying regulation, tougher climate policy will, almost surely, be job-creating, not job-destroying, under current conditions.

Why? Well, ask yourself first how, exactly, pollution regulations are supposed to destroy jobs. They will indeed raise costs, that is, shift up the aggregate supply curve. But our economy isn’t supply-constrained right now, it’s demand-constrained; so why would this make a difference? Even if prices go up a bit, how will this reduce real demand? It’s like the argument about wage flexibility, which I’ve addressed many times in this blog: downward flexibility of wages does nothing helpful when you’re in a liquidity trap, and cost increases do no harm.

So, no job cuts. Why might new regulations actually be expansionary? Because they will provide power companies with an incentive to invest in ways that will reduce their emissions, even if they currently have excess capacity. Obama had a great phrase near the end of his speech: “Invest, divest” — that is, shift away from more to less polluting ways of doing business. And the “invest” part would be exactly what the economy needs. Yes, this is a variation of the “termites” theory, under which wrecking capacity can actually be expansionary — but that theory is right under these conditions.

In short, everything you’re going to hear about the downside of the new regulations will be wrong, at least for the short to medium run.

 

Offerta aggregata, domanda aggregata e carbone.

 

Sono tornato – e come potete vedere dall’ora in cui pubblico il mio post, con gli effetti del fuso orario che mi escono dagli occhi [1]. Inoltre, ora devo fare i conti con faccende domestiche, il che significa per un bel po’ attività di blog assai limitata.

Ma volevo dire qualcosa sulla nuova iniziativa sul clima del Presidente Obama – che, per inciso, ha ricevuto stranamente poco risonanza. Si, so che sta arrivando altra roba – ma le persone che sono serie in materie di clima considerano (quella iniziativa) come ciò che Joe Biden definirebbe un BFD [2]. Non solo essa offre una possibilità di iniziativa nonostante l’ostruzionismo repubblicano, c’è stato un tono nel discorso che ha indicato che Obama può mettere un impegno serio in questa tematica, che egli può considerare la politica del clima come la grande eredità del suo secondo mandato.

Un bel po’ di ulteriori analisi seguiranno, lo spero, sia dal lato ambientale che da quello economico. Ma c’è in quella iniziativa un aspetto economico cruciale che voglio mettere in chiaro subito: mentre i soliti noti denunceranno tutto questo come una regolamentazione distruttiva di posti di lavoro, una più severa politica del clima, quasi sicuramente, nelle attuali condizioni creerà posti di lavoro anziché distruggerli.

Perché? Ebbene, chiedetevi anzitutto in che senso le regole sull’inquinamento si suppone distruggano posti di lavoro. In effetti esse alzeranno i costi, vale a dire sposteranno verso l’alto la curva dell’offerta aggregata. Ma la nostra economia non è in questo momento condizionata dall’offerta, è condizionata dalla domanda; perché dunque questo fa la differenza? Anche se i prezzi salgono un po’, in che modo questo ridurrà la domanda reale? E’ come l’argomento sulla flessibilità dei salari, che ho trattato molte volte su questo blog: la flessibilità verso il basso dei salari non aiuta per niente quando si è in una trappola di liquidità, e gli incrementi di costo non fanno danni.

Duqnue, nessun taglio ai posti di lavoro. Perché le nuove regole potrebbero avere effetti espansivi? Perché essse forniranne alle imprese energia con l’incentivo ad investire in modi che ridurranno le loro emissioni, anche se esse hanno attualmente un eccesso di capacità produttive. Obama ha avuto una grande espressione verso la fine del suo discorso: “Investire, mettere in libertà” – ovvero, spostarsi da modi di fare affari più inquinanti a modi meno inquinanti. E la parte dell’ “investire” sarebbe esattamente ciò di cui l’economia ha bisogno. Si tratta in effetti di una variazione delle teoria delle “termiti, secondo la quale la capacità di distruzione può essere espansiva – ma sotto queste condizioni quella teoria è giusta.

In breve, ogni cosa che sentirete dire a proposito degli svantaggi delle nuove regolamentazioni sarà sbagliata, almeno per il breve e medio periodo.



[1] Nel senso che il post, come si legge, viene scritto alle cinque del mattino.

[2] E’ l’acronimo di “Big Fucking Deal”, ovvero di “Faccenda Maledettamente Buona”.

Florida a confronto della Spagna. Un aggiornamento. (24 giugno 2013)

giugno 24, 2013

 

June 24, 2013, 2:34 am

Florida Versus Spain, An Update

 

I’ve suggested on a number of occasions that one good way to understand the problems of the euro is to compare the experiences of Florida and Spain. Both had huge housing bubbles, fed in part by buyers of coastal holiday homes, which burst. Both suffered nasty recessions as a result. But then their destinies diverged, because one was part of a fiscal as well as monetary union, while the other wasn’t. As its economy shrank, Florida paid much less in federal taxes, even as federal spending in Florida rose; I’ve estimated the de facto federal aid to Florida in 2010 at around 5 percent of GDP. That’s aid, not loans; anything on that scale would have been inconceivable in Europe.

Now, as everyone knows, Spain continues to suffer, with unemployment rising ever higher; and despite ECB actions that have contained its borrowing costs, no end to the debt crisis is in sight. Meanwhile, what’s going on in Florida?

Remarkably, the Florida unemployment rate is not only down, it’s slightly below the national average:

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How did that happen? It’s not because of a huge employment boom: Florida’s employment decline was much bigger than that of the nation as a whole, and it has not made up the gap:

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What has happened, presumably, is out-migration: workers leaving Florida for better job markets. Oh, by the way: further evidence against the notion that “structural” mismatches explain weak employment.

Now, out-migration is a big problem when it happens in Europe, because it undermines the fiscal base; but in Florida, which benefits from federal retirement and health-care programs, housing the elderly is actually an export industry.

So the saga continues — and the evidence continues to mount that Europe just wasn’t ready for a single currency.

 

Florida a confronto della Spagna. Un aggiornamento.

 

Ho suggerito in un certo numero di occasioni che un buon modo per comprendere i problemi dell’euro è quello che mettere a confronto l’esperienza della Florida e della Spagna. Hanno entrambe avuto vaste bolle immobiliari, in parte alimentate dagli acquirenti delle case di vacanza costiere. Come conseguenza, entrambe hanno sofferto una pessima recessione. Ma poi hanno avuto destini divergenti, perché una era parte di una unione monetaria e di finanza pubblica, mentre l’altra non lo era. Come la sua economia si è contratta, la Florida ha pagato molto meno in tasse federali, anche se la spesa federale in Florida è cresciuta; ho stimato in sostanza l’aiuto federale alla Florida nel 2010 attorno al  5 per cento del PIL. Si tratta di aiuto, non di prestiti; niente di quelle dimensioni sarebbe concepibile in Europa.

Ora, come tutti sanno, la Spagna continua a patire, con la disoccupazione che sale sempre più in alto; e nonostante che le iniziative della BCE abbiano contenuto i suoi costi di indebitamento, non è in vista alcuna fine della crisi del debito. Nel frattempo, cosa sta accadendo in Florida?

In modo considerevole, il tasso di disoccupazione in Florida non solo non è sotto, ma è leggermente sopra la media nazionale:

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Come è accaduto? Non è dipeso da un vasto boom dell’occupazione; il declino dell’occupazione in Florida è stato molto più grande di quello della nazione nel suo complesso, e questo non è andato a vantaggio del differenziale:

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Quello che è successo, probabilmente, è stata una emigrazione: i lavoratori hanno lasciato la Florida per mercati di lavoro migliori. La qualcosa, per inciso, è una prova ulteriore contro l’idea che discrepanze “strutturali” spieghino l’occupazione debole [1].

Ora, l’emigrazione è un grande problema quando ha luogo in Europa, perché essa mette a repantaglio  le basi della finanza pubblica; ma in Florida, che gode dei programmi federali sulle pensioni e sulla assistenza sanitaria, dare alloggio ai più anziani è in effetti una industria dell’export [2].

Dunque la saga cantinua – e continuano a crescere le prove che l’Europa proprio non era pronta per una moneta unica.



[1] Intende dire che la spiegazione, che viene da economisti conservatori e dalla destra, ma talora anche da ambienti democratici, secondo la quale la disoccupazione dipende principalmente dal fatto che non c’è corrispondenza tra offerta di lavoro e domanda di lavoro, per effetto di inedeguate specializzazioni professionali, non corrisponde al vero.

[2] Ovvero: anche in Florida, ovviamente, la perdita di lavoratori che emigrano è una sottrazione alla base fiscale, ma è più che compensata dalla immigrazione di anziani che vengono a passare la vecchiaia lì, per ragioni connesse al clima ed all’ambiente di mare. Questi flussi di residenti anziani sono, in pratica, una voce dell’export, perché sono assistiti dai programmi federali in materia di pensioni e sanità.

Una volta eravamo la classe media, ed eravamo giovani (23 giugno 2013)

giugno 23, 2013

 

June 23, 2013, 12:34 am

We Were Middle-Class Once, And Young

As I noted the other day, Greg Mankiw, in his defense of the one percent, seems oddly oblivious, among other things, to the extent to which America has changed since he was young. We are a much more unequal society now, and as a consequence arguably one with a lot less intergenerational mobility too.

I argued this impressionistically — but it turns out that Miles Corak has a paper for the same volume making the argument with lots of evidence. For example, here’s data on “enrichment expenditures”, defined as “the amount of money families spend per child on books, computers, high-quality child care, summer camps, private schooling, and other things that promote the capabilities of their children”:

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Not only do the affluent spend much more on their children, but the gap has grown a lot since Greg and I were young. Maybe all that spending is wasted — but I doubt it. We have become both a more unequal society and a society with more unequal opportunities.

There’s a lot more in the Corak paper, by the way. I was especially struck by the comparison of mobility in the US and Canada. I wasn’t surprised that America has less mobility, and certainly not that in America it’s hard to escape the bottom decile. But it turns out that in America it’s also much easier to stay in the top decile — hardly the image of a meritocractic society, unless you believe that America’s top decile is genetically superior to Canada’s.

Anyway, we are not the society we once were — and baby boomers should realize that.

 

Una volta eravamo la classe media, ed eravamo giovani

Come ho notato l’altro giorno, Greg Mankiw, nella sua difesa dell’1 per cento, sembra singolarmente inconsapevole, tra le altre cose, della misura in cui l’America sia cambiata da quando era giovane. Siamo adesso una società molto più ineguale, e di conseguenza probabilmente abbiamo molta meno mobilità intergenerazionale.

Ho sostenuto questa tesi in modo intuitivo – ma scopro che Miles Corak ha un saggio nello stesso volume nel quale sostiene quell’argomento con una quantità di prove. Ad esempio, ecco i dati sulla “spese di arricchimento (personale)”, definite come “la quantità di denaro che le famiglie spendono per figlio in libri, computers, assistenza infantile di elevata qualità, campi estivi, scuole private ed altre cose che promuovono la capacità dei loro figli” [1]:

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Non solo i ricchi spendono molto di più per i loro figli, ma la differenza è cresciuta molto da quando Greg ed io eravamo giovani. Forse tutta quella spesa è uno spreco – ma lo dubito. Siamo diventati una società più ineguale e con maggiori ineguali opportunità.

Per inciso, c’è molto di più nel saggio di Corak. Sono stato in particolare impressionato dal confronto tra la mobilità (sociale) negli Stati Uniti e in Canada. Non sono stato sorpreso dal fatto che l’America abbia una mobilità minore, e certamente non dal fatto che in America sia difficile sfuggire dall’ultimo decile [2]. Ma si scopre che in America è anche molto più facile restare nel decile più elevato – ardua come immagine di una società meritocratica, a meno che non si creda che il decile più elevato sia geneticamente superiore a quello del Canada.

In ogni modo, non siamo la società che eravamo un tempo – e quelli della generazione del “baby boom” dovrebbero rendersene conto.



[1] La tabella indica l’andamente delle suddette “spese di arricchimento personale” per il quintile dei redditi familiari più elevati (linea continua) e per quello dei redditi più bassi, tra il 1970 ed il 2010. Per questi ultimi la spesa è passata da 835 dollari all’anno a 1.315 dollari; per i primi da 3.536 dollari a 8.872.

[2] Naturalmente, per decile vale la stessa spiegazione che per quintile, solo che il numero dei gruppi nei quali è suddiviso il quadro complessivo (in questo caso dei redditi) è raddoppiato.

Greg Mankiw e la curva di Gatsby (22 giugno 2013)

giugno 22, 2013

 

June 22, 2013, 2:53 am

Greg Mankiw and the Gatsby Curve

A number of people have already piled on to Greg Mankiw over his defense of the one percent (pdf). Yet I do have something to add.

 

Before I get there, a quick summary of the argument to date. Mankiw argues that the 1 percent make so much because of their high contribution to output — basically, that they have high marginal productivity. So they earn what they get; and Mankiw further argues that economic opportunity is in fact relatively if not perfectly equal. All’s fair!

 

The critique falls along three lines. First, as Dean Baker notes, even if you believe that the glittering prizes at the top of the economic scale were fairly won, the size of those prizes is very much defined by policy choices. We live in a society that allocates rights to intellectual property in a way that yields huge rewards to a select few, that taxes top incomes at a historically low rate, and so on. Even if the game is fair, nothing says that the game has to look the way it does.

 

Second, as Harold Pollack says, Mankiw is way too blithe in dismissing inequality of opportunity. As Pollack says, what we actually see is a very strong tendency for children of the top quintile to stay there; and a look at how that happens suggests that there’s a lot more to that persistence than the inheritance of good genes, which seems to be Mankiw’s main explanation.

Third, as The Economist (!) points out, Mankiw’s attempt at a reductio ad absurdum of Ralwsian logic — hey, if we want to equalize results, why not enforce mandatory organ donation! — is just silly. Rawlsian ideas are always a matter of equalization under constraints, where these constraints involve notions of fundamental rights — that’s why Rawls didn’t say “let’s impose perfect equality, and deal with the incentive issue by using forced labor”. As The Economist says, we don’t consider vandalism against property and assault against people equivalent; the same difference makes nonsense of the income taxes = organ donation thing.

 

So, what can I add? Well, Pollack quotes Mankiw’s casual defense of equality of opportunity:

My view here is shaped by personal experience. I was raised in a middle-class family; neither of my parents were college graduates. My own children are being raised by parents with both more money and more education. Yet I do not see my children as having significantly better opportunities than I had at their age.

 

What’s wrong with this passage? It’s not just that as a winner, someone who did extremely well, Mankiw has a sunnier perspective than he might if he had done worse. It’s also the temporal slip: Mankiw doesn’t think his children have “significantly better opportunities than I had at their age.” [My emphasis]

 

 

Ahem. Greg Mankiw was born in 1958; he reached college age in the mid-1970s, that is, before the great surge in inequality. I’m 5 years older, and also grew up in that America — and it was a different country, one in which ordinary public high schools were often pretty good, in which good higher education was available cheaply at state universities, in which almost none of the vast apparatus of tutors and private instruction now used by the elite existed. It was, in short, a country at a very different place on Alan Krueger’s Great Gatsby curve. So even if it were true that Mankiw’s children now don’t have significantly better opportunities than he had then — which I doubt — this has little relevance to the disparity in opportunities between the elite and the middle class in today’s America.

 

And yes, you do wonder how someone can teach at Harvard and not see just how many of the students come from privileged backgrounds. This doesn’t make them bad people; it does suggest that we’re much more of a hereditary oligarchy than conservatives have room for in their philosophy.

 

Greg Mankiw e la curva di Gatsby

 

Un certo numero di persone si sono già concentrate su Greg Mankiw [1] e sulla sua difesa dell’1 per cento (disponibile in pdf). Tuttavia devo aggiungere qualcosa.

Prima di arrivarci, una breve sintesi del dibattito sino a questo punto. Mankiw sostiene che l’1 per cento realizza così tanto a seguito del suo elevato contributo al prodotto generale – fondamentalmente hanno una elevata produttività marginale. In questo modo quadagnano ciò che vogliono; e Mankiw sostiene in aggiunta che la opportunità economica è di fatto relativamente,  se non perfettamente, identica. E’ tutto giusto!

La critica si sviluppa su tre direttrici. La prima, come nota Dean Baker: anche se si crede che gli splendidi premi in cima della scala economica siano stati onestamente meritati, la dimensione di quei premi è in gran parte determinata da scelte politiche. Viviamo in una società che assegna diritti alla proprietà intellettuale in un modo che produce enormi riconoscimenti ad una minoranza selezionata, che tassa i redditi più alti con aliquote storicamente basse, e così via. Anche se il gioco è onesto, niente dice che il gioco debba avere quelle regole.

La seconda direttrice, come dice Harold Pollack: Mankiw rappresenta una soluzione troppo semplicistica nel liquidare il tema della ineguaglianza delle opportunità. Come Pollack sostiene, quello a cui stiamo effettivamente assistendo è una tendenza molto forte per i figli  del quintile [2] più in alto a restare al loro posto¸ed uno sguardo a come questo accade indica che in quella persistenza c’è molto di più che l’ereditare buoni geni, che sembra essere la principale spiegazione di Mankiw.

La terza direttrice, come mette in evidenza The Economist (!): il tentativo di Mankiw di una reductio ad absurdum della logica “rawlsiana” –   “Ehi, se vogliamo parificare i risultati, perché non applichiamo la donazione obbligatoria degli organi!” – è proprio sciocca. Le idee rawlsiane sono sempre una materia di eguaglianza rispetto ai condizionamenti, dove i condizionamenti riguardano concetti di diritti fondamentali – e quella è la ragione per la quale Rawls non ha detto “imponiamo una uguaglianza perfetta, e misuriamoci sul tema degli incentivi utilizzando lavoro coatto”. Come afferma The Economist noi non consideriamo il vandalismo contro la proprietà e la violenza privata contro le persone come cose equivalenti; è la stessa differenza che rende insensata una equiparazione tra tasse sul reddito e donazione degli organi.

Dunque, cosa devo aggiungere? Ebbene, Pollack cita la difesa semplicistica da parte di Mankiw della eguaglianza di opportunità:

“Il mio punto di vista a questo proposito si è formato con l’esperienza. Sono stato allevato in una famiglia di classe media; i miei genitori non erano laureati. I miei propri figli sono stati allevati da genitori che avevano  più denaro e più istruzione. Tuttavia io non mi sono accorto che i miei figli avessero opportunità significativamente migliori di quelle che io avevo alla loro età”.

Cosa c’è di sbagliato in questo passaggio? Non si tratta solo del fatto che come vincente, come qualcuno che ha avuto ottimi risultati, Mankiw ha una prospettiva molto più rosea di quella che avrebbe se gli fosse andata peggio. C’è anche una svista temporale: Mankiw pensa che i suoi figli non abbiano “opportunità significativamente migliori di quelle che avevo io alla loro età.” (la sottolineatura è mia)

Un momento. Greg Mankiw è nato nel 1958; ha raggiunto l’età dell’università verso la metà degli anni ’70, cioè prima che avvenisse la grande crescita delle ineguaglianze. Io sono più anziano di cinque anni ed anch’io sono cresciuto in quell’America – una paese diverso, nel quale le comuni scuole pubbliche superiori erano di solito abbastanza buone, nel quale una buona istruzione superiore era disponibile a buon prezzo presso l’università statale, nella quale non esisteva quasi niente del vasto apparato di docenti e di istruzione privata oggi utilizzati dalle elite. In breve, era un paese   ad un punto molto diverso della “curva del Grande Gatsby” di Alan Krueger [3]. Dunque, persino se fosse vero che i figli di Mankiw non hanno oggi opportunità significativamente migliori di quelle che egli aveva allora – cosa della quale dubito – questo avrebbe poco rilevanza agli effetti della disparità di opportunità tra elites e classi medie nell’America di oggi.

E in effetti, viene davvero da chiedersi come uno possa insegnare ad Harvard e non accorgersi di quanti studenti provengano da condizioni sociali privilegiate. Questo non fa di loro cattive persone; ma di sicuro indica che facciamo parte di una oligarchia ereditaria molto di più di quello che i conservatori ammettono nella loro filosofia.


 

 


[1] Nicholas Gregory “Greg” Mankiw (Trenton, 3 febbraio 1958) è un economista statunitense. Insegna economia alla Harvard University dal 1985. È stato consigliere economico del presidente americano George W. Bush dal 2003 al 2005. Le sue pubblicazioni sono state classificate al ventiduesimo posto delle più influenti, fra quelle degli oltre 18,000 economisti registrati.

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[2] Normalmente, la scala sociale dei redditi è rappresentata per “quintili”, ovvero per gruppi ognuno dei quali rappresenta  una unità su cinque unità totali.

[3] Alan Krueger  (1960) è un economista americano, docente alla Università di Princeton, nominto nel 2009 da Obama Vice Segretario al Tesoro, e poi tornato all’insegnamento. La “curva del Grande Gatsby” è una espressione da lui ideata e sta ad indicare il rapporto tra famiglie di provenienza e situazione di reddito da una generazione all’altra in un diagramma.

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Una stretta potenzialmente tragica (20 giugno 2013)

giugno 20, 2013

 

June 20, 2013, 2:17 am

A Potentially Tragic Taper

I will be traveling today, so limited blogging (and yes, I’m still in Yurp, so “today” is Thursday). But I did want to weigh in briefly on the Fed’s latest, in which Bernanke confirmed that the Fed is getting significantly more hawkish — based on relatively optimistic forecasts.

My reaction is, this is not good. They might get away with it, but there’s also a serious chance that this will end up looking like a historic mistake.

Bear in mind, first, that the US economy is still deep in the hole, which is especially obvious if you look at employment rather than unemployment:

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Aging of the population accounts for some but not much of the fall in the employment ratio; the fact is that we are still a very long way from acceptable employment levels. Meanwhile, inflation remains below the Fed’s target. Maybe the Fed believes that the situation will improve — but as everyone points out, the Fed has been consistently over-optimistic since the crisis began. And for now the economy still needs all the help it can get.

How can the Fed help? With short-term rates up against the zero lower bound, mainly through expectations — by conveying the message that it will wait to tighten, that it will let the economy recover and allow inflation to rise before hiking rates. To use my old phrase, it must credibly promise to be irresponsible.

And what it has just done, instead, is signal that it’s still a conventionally minded central bank.

So what if recovery stalls, and inflation expectations fall even further? Can the Fed turn on a dime, and send a credible message that it really isn’t so conventional-minded, after all? It’s hard to believe; having already shown itself inclined to start snatching away the punch bowl before the party even starts, it has arguably already given away the game.

I know that the latest had overwhelming support on the FOMC; I’m surprised and a bit shocked by that, and worry that we may have seen incestuous amplification at work.

I really hope that the real economy recovers at a pace that makes my fears groundless. But if it doesn’t, I fear that the Fed has just done more damage than it seems to realize.

 

Una stretta potenzialmente tragica

 

Oggi sarò in viaggio, dunque scrioverò poco sul blog (e in effetti sono ancora in Europa [1], dunque “oggi” è giovedì). Ma intendevo brevemente intervenire sulle ultime notizie dalla Fed, secondo le quali Bernanke ha confermato che la Fed sta diventando considerevolmente più decisa (per una politica restrittiva), sulla base di previsioni relativamente ottimistiche.

La mia reazione è che non è bene. Potrebbero anche farla franca, ma c’è anche una seria possibilità che finirà con l’assomigliare ad un errore storico.

Si tenga a mente, in primo luogo, che l’economia americana è ancora profodnamente nelle peste, il che è particolarmente evidente se si guarda all’occupazione piuttosto che alla disoccupazione:

giu 24 r

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’invecchiamento della popolazione influisce un po’ ma non per molto nella caduta del tasso di occupazione; il fatto è che siamo ancora molto distanti da livelli di occupazione accettabili. Nel frattempo, l’inflazione resta al di sotto dell’obbiettivo della Fed. Forse la Fed crede che la situazione migliorerà – ma come tutti sanno, la Fed è stata considerevolmente più che ottimistica dall’inizio della crisi. E per ora l’economia ha ancora bisogno del suo aiuto.

Come può aiutare la Fed? Con i tassi a breve termine schiacciati sul limite inferiore dello zero, principalmente attraverso le aspettative – trasmettendo il messaggio secondo il quale essa attenderà a stringere, che consentirà all’economia di riprendersi e permetterà all’inflazione di crescere prima che i tassi salgano. Per sare una mia vecchia espressione, deve credibilmente promettere di essere non responsabile.

E quello che ha appena fatto, invece, è il segnale di una banca centrale ancora orientata in modi convenzionali.

Cosa accadrà dunque se la ripresa resta ferma e le aspettative di inflazione calano ulteriormente? Potrà la Fed fare una giravolta, e mandare un messaggio credibile secondo il quale essa non è, dopo tutto, così convenzionalmente orientata? E’ difficile a credersi: essendosi già mostrata incline a togliere di mezzo la scodella del punch prima che la festa non sia neppure iniziata, è probabile che essa abbia già tradito le sue intenzioni.

Sono al corrente che quelle ultime posizioni  hanno avuto un sostegno generale presso il FOMC [2]; sono sorpreso e un po’ colpito da ciò, e sono preoccupato che si possa vedere una “incestuosa amplificazione” all’opera [3].

Spero proprio che l’econiomia reale con un ritmo che renda prive di fondamento le mie paure. Ma se non è così, temo proprio che la Fed abbia fatto un danno maggiore di quanto possa comprendere.



[1] Sembra (UrbanDictionary) che “yurp” sia un modo abbastanza bizzarro di definire gli europei e che un certo ruolo nel diffondere l’uso del termine l’abbia avuto G. W. Bush.

[2] Il Federal Open Market Committee (italiano Comitato federale del mercato aperto, FOMC) è un organismo della Federal Reserve incaricato di sorvegliare le operazioni di mercato aperto negli Stati Uniti e ne è il principale strumento di politica monetaria. Il FOMC regola la politica monetaria specificando l’obiettivo a breve termine ovvero decidendo il federal funds rate, ovvero livello dei tassi d’interesse negli USA (wikipedia)

[3] Se ben ricordo, il concetto di “incestuosa amplificazione” deriva dal gergo militare recente del Pentagono, e sta ad indicare quello che gli psicologi definirebbero un “comportamento gregario”, per il quale  gli errori tendono ad essere amplificati all’interno dello stesso gruppo o famiglia di individui (paragonarlo all’incesto è indicativo evidentemente di una stupidità supplementare di quegli ambienti militari).

In che senso questi sono tempi diversi? (19 giugno 2013)

giugno 19, 2013

 

June 19, 2013, 4:28 am

How Are These Times Different?

Ah, Paris! You walk for miles and miles — it’s still, after all these years, a spectacularly beautiful city. Then you have as traditional a meal as possible at an old-fashioned bistro, washed down with lots of wine.

And you feel like hell the next morning. Blogging may be a bit limited.

But I’m still thinking about the conference I was just at, and my own reactions. It was a business-y affair, and like all the economics/business conferences I’ve attended, it was full of speakers declaring that everything is different, nothing you learned from the past is relevant, and so on. Hey, I understand — people attend such conferences in large part to get shaken out of their routines, and don’t want curmudgeons telling them that there’s nothing new under the sun.

So I’m kind of an outlier, since when it comes to macro issues I am pretty much a curmudgeon, someone who thinks that the similarities between our time and the 90s in Japan or the 30s everywhere are a lot more important than the differences. But obviously things do change over the decades. And this morning I find myself wondering, how are these times different?

Not, as I’ve argued, because of globalization. But there is at least one important respect in which the 21st-century economy is different in a way that ought to have a significant effect on macroeconomics: the much larger role of rents on intangible assets. This isn’t an original insight, but I haven’t been finding systematic analyses of the point.

What do I mean by the role of rents? Consider the changing identity of the most valuable company in America. For a long time, it was GM, then Exxon, then IBM. These were companies with huge visible production activities: GM had more than 400,000 employees, which was amazing when you consider that the overall national work force was much smaller than the one we have today, Exxon had oil refineries. IBM was an information technology company, but it still had many of the attributes of an old-style manufacturing giant, with many factories and a large, well-paid work force.

But now it’s Apple, which has hardly any employees and does hardly any manufacturing. The company tries, through fairly desperate PR efforts, to claim that it is indirectly responsible for lots of US jobs, but never mind. The reality is that the company is basically built around technology, design, and a brand identity.

There was an old Dilbert in which the pointy-haired boss explained that the company had discovered that despite its slogan, people weren’t its most important asset — money was, and people only came in at #8 or something. Actually, in Apple’s case market position is its most important asset.

There are a couple of obvious implications from this change in the nature of corporate success. One is that profits are no longer anything remotely resembling a “natural” aspect of the economy; they’re very much an artifact of antitrust policy or the lack thereof, intellectual property policy, etc. Another is that a lot of what we consider output is “produced” at low or zero marginal cost.

So in some respects these times are different. How does this change things for economic policy? I’m thinking, I’m thinking. First, more coffee.

 

In che senso questi sono tempi diversi?

 

Ah, Parigi! Cammini per miglia e miglia, ed è ancora, dopo tutti questi anni, una spettacolosa  bella città. Poi vai a pranzo in un bistrò possibilmente all’antica e lo innacqui con vino abbondante.

E il giorno dopo ti senti d’inferno, e l’attività del blog ne può risentire.

Eppure sto ancora pensando alla conferenza alla quale ho appena partecipato, ed alle mie personali reazioni. Era del genere delle iniziative per il mondo delle imprese, e come tutte le conferenze economico affaristiche alle quali ho partecipato, era piena di oratori che dichiaravano che tutto è cambiato, che niente di quello che si è imparato nel passato è ancora valido, e così via. Insomma, io capisco – la gente aspetta tali conferenze in gran parte per scrollarsi dalla routine, e non vuole ascoltare gente barbosa che gli dice che non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Dunque, io sono uno del genere di quelli fuori-posto, quando si arriva ai temi macroeconomici divento abbastanza bisbetico, uno che pensa che le somiglianze tra i tempi attuali e gli anni ’90 in Giappone o gli anni ’30 dappertutto sono molto più importanti delle differenze. Ma è pur  evidente che le cose cambiano nel corso dei decenni. E questa mattina mi ritrovo a chiedermi, in che senso questi tempi sono diversi?

Non, come ho già sostenuto, per via della globalizzazione. Ma c’è almeno un aspetto importante rispetto al quale l’economia del 21° secolo è differente in un modo che potrebbe avere un effetto significativo sulla teoria economica: il ruolo più ampio delle rendite sugli assets immateriali. Non si tratta di una intuizione originale, ma non ho ancora trovato una analisi sistematica di questo punto.

Cosa intendo per il ruolo delle rendite? Si consideri quanto è cambiata l’identità della società di maggior valore in America. Per un lungo periodo fu la General Motors, poi la Exxon, poi la IBM. Erano imprese con attività produttive molto visibili: la GM aveva più di 400.000 occupati, i che era impressionane se si considera che la complessiva forza lavoro nazionale era molto più piccola di quella che abbiamo oggi, La Exxon aveva le raffinerie del petrolio. La IBM era un società della tecnologia dell’informazione, ma aveva ancora molte delle caratteristiche di un tradizionale gigante manifatturiero, con molti stabilimenti ed ampie maestranze ben pagate.

Ma ora abbiamo la Apple, che a fatica ha degli occupati ed a fatica fa qualcosa di manifatturiero. La società cerca, con sforzi disperati di pubbliche relazioni, di sostenere che essa ha la responsabilità indiretta di una quantità di posti di lavoro negli Stati Uniti, ma non è importante. La realtà è che la società è fondamentalmente costruita sulla tecnologia, sul design e sul marchio.

C’era un vecchio cartoon di Dilbert [1] nel quale il capo con la capigliatura spigolosa spiegava che l’impresa aveva scoperto che, malgrado il suo slogan, la gente non era il suo bene più importante – era il denaro, e la gente arrivava in ottava posizione [2], o qualcosa del genere. In effetti, nel caso di Apple la posizione sul mercato è il suo asset più importante.

Ci sono un paio di evidenti implicazioni in questo cambiamento della natura del successo di un’impresa. Il primo è che i profitti non sono più qualcosa di neanche lontanamente somigliante ad un aspetto “naturale” dell’economia; sono in gran parte il prodotto di una politica o della mancanza di una politica dell’antitrust, della politica sulla proprietà intellettuale, e così via. Un altro è che molto di quella che consideriamo la produzione è “prodotta” ad un costo marginale basso o nullo.

Dunque, sotto alcuni aspetti questi tempi sono diversi. Come questo cambia le cose dal punto di vista della politica economica? Ci sto pensando, ci sto pensando. Ma prima, un altro po’ di caffè.

 



[1] Dilbert è una striscia a fumetti comica giornaliera creata da Scott Adams. Essa prende il nome dal suo protagonista, il quale è immerso nell’ambiente del lavoro impiegatizio, del quale mette in luce vizi e difetti. Dilbert compare su 2500 quotidiani di tutto il mondo, in 65 nazioni e 19 lingue con oltre 150 milioni di fan (Wikipedia). E questo dovrebbe essere il boss.

giu 21 m

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Negli Stati Uniti il simbolo cosiddetto “cancelletto” (#) viene utilizzato per indicare la collocazione numerica. Come l’italiano “N°”.

Scuse strutturali (18 giugno 2013)

giugno 18, 2013

 

June 18, 2013, 10:53 am

Structural Excuses

 

I promised in an earlier post to say something about why these days I tend to get annoyed when I hear the phrase “structural reform”, especially in Europe.

Part of the reason is that the phrase sounds good, but could mean lots of things. In many cases “structural reform” is code for eliminating worker protections and/or sharply cutting social benefits. Sometimes this may be necessary — let’s face it, France has made it much too attractive to retire at 55 — but such things should be called by their proper names, not wrapped in vague language that conceals the nature of the pain.

That brings me to a second problem: whenever some catchphrase becomes part of what Very Serious People say because it sounds Serious, it’s time to stop using the phrase, to force the VSPs to talk about what they really mean. In the US context, “entitlement reform” is VSP boilerplate — I mean, who can be against reform? But there’s a world of difference between trying to move away from fee for service medicine — a reform I support — and, say, raising the Medicare age, which would be a terrible policy. These things should not be lumped together.

 

But the main thing about “structural reform” in Europe is the role it plays in discussion of macroeconomic policies. Instead of reflecting on the fact that Europe is sinking deeper into depression five years into the slump, and clearly needs less austerity and more aggressive monetary expansion, the usual suspects start talking about the need for structural reform. And my sense is that this talk of reform has, in practice, become less a real demand for specific actions than an excuse for not facing up to the reality of macroeconomic disaster, and a way to avoid discussing the responsibility of Germany and the ECB, in particular, to help end this disaster.

 

 

Scuse strutturali

 

Avevo promesso in un precedente post di dire qualcosa della ragione per la quale in questi giorni soni infastidito quando sento l’espressione “riforma strutturale”, specialmente in Europa.

In parte la ragione dipende dal fatto che quella espressione sembra buona, ma può significare tante cose. In molti casi “riforma strutturale” è una espressione in codice per eliminare protezioni sui lavoratori e/o tagliare i sussidi sociali. Qualche volta questo può essere necessario – siamo onesti, la Francia si è resa troppo attraente col pensionamento a 55 anni – ma cose del genere dovrebbero essere chiamate col loro nome, non confezionate in un vago linguaggio che nasconde la natura della pena necessaria.

Il che mi porta ad un secondo problema: ogni qual volta qualche frase fatta diventa parte di quello che le Persone Molto Serie dicono perché sembra Serio, è il momento di smettere di usare quella frase, per costringere le Persone Molto Serie a dire quello che realmente intendono. Nel contesto degli Stati Uniti, la “riforma dei programmi sociali” è lo slogan delle Persone Molto Serie – voglio dire, chi può essere contro la riforma? Ma c’è una differenza enorme tra il cercare di venir fuori dal sistema della parcella per il servizio medico [1] – una riforma che io approvo – e, diciamo, elevare l’era di ammissione a Medicare , che sarebbe una politica tremenda. Queste cose non dovrebbero essere messe assieme.

Ma la questione principale a proposito di “riforme strutturali” in Europa è il ruolo che esse giocano nel dibattito sulle politiche macroeconomiche. Invece di riflettere sul fatto che l’Europa, cinque anni dopo essere entrata nella crisi,  sta affondando più profondamente nella depressione ed ha chiaramente bisogno di minore austerità e di una espansione monetaria più aggressiva, i soliti noti cominciano a discorrere del bisogno di riforme strutturali. E la mia sensazione è che questo parlare di riforme è, in pratica diventata più una scusa per non affrontare la realtà di un disastro macroeconomico che una effettiva richiesta di azioni specifiche. Un modo per evitare di discutere delle responsabilità della Germania e, per la BCE in particolare, del suo aiuto a por fine a questo disastro.

 



[1] E’ chiaro che “medicine” è il sostantivo, per cui letteralmente sarebbe “medicina di servizio”, che però è la stessa cosa, in fondo, di “servizio medico”. A meno che “service” non stia per “mantenimento” ….

Globalizzazione e macroeconomia (18 giugno 2013)

giugno 18, 2013

 

June 18, 2013, 10:29 am

Globalization and Macroeconomics

My dialogue with Monti, to the extent that it was a “debate”, focused on the whole issue of structural reform; not on whether it’s a good thing (of course it depends on what’s being reformed, but surely every economy has structural problems that need work), but on whether it deserves the kind of star billing it gets in discussions of crisis response. More on that in another post, I think.

What I want to talk about right now is a different issue that cropped up (not with Monti, but elsewhere); the assertion that globalization has changed the rules for macroeconomics.

Now, there were some assertions to the effect that this crisis was totally different from 1929, because that wasn’t a global crisis — which those of us who know a bit about the history found jaw-dropping. Of course 1929 was global. And in general people tend to be strangely unaware of the extent to which a global system of trade and finance existed before World War I. Keynes memorably wrote about this system in The Economic Consequences of the Peace:

What an extraordinary episode in the economic progress of man that age was which came to an end in August, 1914! … The inhabitant of London could order by telephone, sipping his morning tea in bed, the various products of the whole earth, in such quantity as he might see fit, and reasonably expect their early delivery upon his doorstep; he could at the same moment and by the same means adventure his wealth in the natural resources and new enterprises of any quarter of the world, and share, without exertion or even trouble, in their prospective fruits and advantages; or be could decide to couple the security of his fortunes with the good faith of the townspeople of any substantial municipality in any continent that fancy or information might recommend.

Yet it would be wrong to suggest that all we have done is return to a pre-World War I level of globalization. That was arguably true into the early 1970s, but since then trade in manufactured goods –driven largely by falling transport costs and the advent of containerization — has indeed reached previously unseen levels (pdf):

giu 21 l

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The question is, does this change macroeconomics in a fundamental way? In particular, does it mean that nations no longer have much control over their own destiny, even if they retain their own currencies?

I say no. There are several reasons for this, but one important point is the nature of that rapid growth in manufactures trade. For it mainly involves vertical specialization, breaking up the value chain, so that in the course of producing $1 of final consumer goods one may have several dollars’ worth of trade. The gains from this trade are as real as those from any kind of trade; but the macro implications are different. Put it this way: while we trade a lot more than we used to, we probably if anything spend a higher share of our income on nontraded goods and (mostly) services than we did a few decades ago, and maybe even more than in 1913.

As a result, statements you commonly hear, like “Stimulus doesn’t work, because all the money ends up being spent on stuff made in China”, are just not true. Actually, even a dollar spent on Chinese-made consumer goods has a large U.S. value-added component. Yes, some demand leaks abroad — but not nearly as much as people imagine. In general, I’d argue that the rules for macro policy have changed relatively little since the 1930s, and globalization certainly hasn’t produced a qualitative change.

A while back Mark Thoma joked that “new economic thinking means reading old books”. And it should: those old books remain deeply relevant.

 

Globalizzazione e macroeconomia

 

Il mio dialogo con Monti, nella misura in cui è stato un “dibattito”, verteva sulla tematica complessiva delle riforme strutturali; non se siano una buona cosa (naturalmente ciò dipende da cosa si sta riformando, ma certamente ogni economia ha problemi strutturali che richiedono interventi), ma se esse meritino quel ruolo di azioni di supporto [1] che hanno nei dibattiti sulla risposta alla crisi. Penso che tornerò sul tema in un altro post.

Quello che voglio dire in questo momento è al riguardo di una differente questione che è affiorata (non con Monti, ma in qualche altra occasione); il concetto che la globalizzazione abbia cambiato le regole della macroeconomia.

Ora, ci sono state alcune dichiarazioni riguardo al fatto che questa crisi sia stata del tutto diversa da quella del 1929, perché quella non fu una crisi globale – il che lascia un po’ con la bocca aperta coloro tra noi che conoscono un po’ di storia. Naturalmente il 1929 fu globale. E in generale le persone tendono ad essere stranamente inconsapevoli della misura in cui un sistema globale di commerci e di finanza esisteva prima delle Prima Guerra Mondiale. Keynes scrisse parole memorabili su questo sistema in “Le Conseguenze economiche della pace”:

“Quale straordinario episodio nel progresso economico dell’umanità fu quel periodo che giunse al termine nell’agosto del 1914! …. Un cittadino di Londra poteva ordinare per telefono, nel mentre sorseggiava il suo tè del mattino al letto, i vari prodotti della terra intera, nelle quantità che gli sembravano opportune, e ragionevolmente attendere la loro pronta consegna sulla sua soglia; poteva nello stesso momento e con il solito sistema rischiare la sua ricchezza in risorse naturali ed in nuove imprese in ogni angolo del mondo e partecipare, senza sforzo e senza neppure difficoltà, dei loro frutti e dei loro vantaggi; oppure poteva [2] decidere di raddoppiare la sicurezza delle sue fortune con la fiducia dei cittadini di ogni rilevante comune in ogni continente che l’immaginazione o la informazione gli potevano consigliare”.

Tuttavia sarebbe sbagliato dedurne che quello che abbiamo fatto è stato di tornare al livello di globalizzazione precedente la Prima Guerra Mondiale. Questo era probabilmente vero sino ai primi anni ’70, ma da allora il commercio nei beni manifatturieri – sospinto in larga parte dalla caduta dei costi di trasporto e dall’avvento dell’uso dei containers – ha in effetti raggiunto livelli mai visti in precedenza (connessione con pdf):

giu 21 l

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La domanda è: questo cambia in modo fondamentale la macroeconomia? In particolare, significa che le nazioni non hanno più un gran controllo sul loro proprio destino, anche se mantengono le loro valute?

Io dico di no. Ci sono varie ragioni per questo, ma un punto importante è la natura di quella rapida crescita nei commerci dei beni manifatturieri. Perché essa riguarda principalmente la specializzazione verticale, scomponendo la catena del valore, cosicché nel corso della produzione di 1 dollaro di beni finali di consumo si può avere l’equivalente di vari dollari di commerci. I guadagni di questi commerci sono altrettanto reali di quelli di ogni altro genere di commercio; ma le implicazioni macroeconomiche sono diverse. Diciamo così: mentre commerciamo un po’ di più di quanto eravamo abituati, probabilmente soprattutto spendiamo una parte più elevata del nostro reddito in beni che non vengono scambiati e (in gran parte) in servizi, rispetto a quanto facevamo  pochi decenni orsono, e più ancora forse rispetto al 1913.

Di conseguenza, le affermazioni che si sentono comunemente, come “Le misure di sostegno non funzionano, perché tutto il denaro finisce con l’essere speso per roba fabbricata in Cina”, sono proprio non vere. Effettivamente, persino un dollaro speso per beni di consumo fabbricati in Cina ha una grande componente  di valore aggiunto statunitense. Sì, un po’ di domanda si perde all’estero – ma neppure lontanamente così grande come le persone si immaginano. In generale, direi che le regole per la politica macro sono cambiate relativamente poco dagli anni ’30, e la globalizzazione certamente non ha prodotto una mutamento di qualità.

Un po’ di tempo fa Mark Thoma scherzava scrivendo che “il nuovo pensiero economico significa leggere vecchi libri”. E così dovrebbe essere: quei vecchi libri restano sostanzialmente rilevanti.



[1] “Star billing” (Wordreferencecom English definition, Forum del 17/01/2007) pare che siano quegli artisti che, ad esempio in un concerto, sono di supporto al protagonista che in genere appare per ultimo. E “billing” deriverebbe da “bills”, ovvero dai manifesti pubblicitari dei concerti. Adatto un po’ la traduzione al contesto.

[2] Nel testo inglese c’è un errore, non “be” ma “he”.



[1] “Star billing” (Wordreferencecom English definition, Forum del 17/01/2007) pare che siano quegli artisti che, ad esempio in un concerto, sono di supporto al protagonista che in genere appare per ultimo. E “billing” deriverebbe da “bills”, ovvero dai manifesti pubblicitari dei concerti. Adatto un po’ la traduzione al contesto.

[2] Nel testo inglese c’è un errore, non “be” ma “he”.

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