June 14, 2013, 7:58 am
Cardiff Garcia has a nice survey of the two main groups of stimulati — those who want policy makers to be doing much more in the way of fiscal expansion, and those who want much more in the way of monetary expansion. As he says, most (but not all) of the players here are, as a practical matter, OK with trying both, so in policy terms there isn’t much argument between them.
I’d just add two points.
First, my own evolution: in 1998, looking at Japan, I concluded that monetary policy could be effective, but only if — in what I guess is now a widely used phrase — the central bank could credibly commit to being irresponsible, that is, to allowing inflation to rise, not tightening money as soon as the economy recovered. When crisis struck more widely, it became clear to me just how hard this would be to achieve — in part because it would obviously take years to persuade central bankers that they needed a higher inflation target, and further time to convince investors that the central bankers really had changed their spots.
So I became a pragmatic fiscalist, for reasons best laid out by Mike Woodford: the great thing about fiscal stimulus is that it doesn’t depend on expectations, and it works even if nobody believes it will work.
Unfortunately, this pragmatic case for fiscal policy runs into a different real-world problem: the obduracy of policymakers, who quickly turned to austerity policies, reaching for any argument they could find. This has led me and others to spend a fair bit of time calling for monetary expansion, simply because the central bank retains some freedom of action.
Second, I’m surprised that Garcia doesn’t mention Richard Koo, who would seem to be the prime candidate on the fiscalist side for someone who is adamant that we not try monetary policy on the side. I’ve written about my puzzlement over Koo’s position.
The main thing, I think, is to recognize that while we have our differences, the important thing is to try everything that might help. The greatest intellectual sin here is to care more about protecting your turf — my answer is the only answer! — than about the real economy that desperately needs every form of help we can deliver.
Sostenitori dell’intervento della finanza pubblica, dell’intervento di politica monetaria, credibilità e “difesa del territorio”.
Cardiff Garcia scrive un bel saggio sui due principali gruppi di “stimolisti” – coloro che vogliono che gli operatori politici operino di più nel senso della espansione della spesa pubblica, e coloro che lo vogliono nel senso della politica monetaria. Come egli dice, gran parte (ma non tutti) quei soggetti sono, da un punto di vista pratico, favorevoli ad entrambe, cosicché in termini politici non c’è molta discussione tra di loro.
Vorrei aggiungere due punti.
Il primo, a proposito della mia evoluzione: nel 1998, guardando il Giappone, io conclusi che la politica monetaria potrebbe essere efficace, ma alla condizione che – con una espressione che credo sia oggi largamente utilizzata – la banca centrale potesse credibilmente impegnarsi ad essere irresponsabile; cioè a consentire che l’inflazione cresca, non restringendo la moneta appena l’economia si riprende. Quando la crisi colpì in modo più vasto, divenne chiaro per me quanto questo sarebbe stato difficile da ottenere – in parte perché ci sarebbero voluti evidentemente anni per persuadere i banchieri centrali che avevano bisogno di un obbiettivo di inflazione più elevato, e tempo ulteriore per convincere gli investitori che i banchieri centrali avevano davvero cambiato posizione.
Sono dunque diventato un sostenitore dell’intervento di finanza pubblica, per ragioni che sono state esposte nel migliore dei modi da Mike Woodford: la grande cosa dello stimolo attraverso le finanza pubblica è che esso non dipende dalle aspettative, e funziona anche se nessuno ci crede.
Sfortunatamente, questo argomento pragmatico a favore della politica della finanza pubblica si scontra con un diverso problema del mondo reale: la ostinazione degli operatori politici, che rapidamente si sono spostati verso politiche di austerità, cercando di usare ogni argomento che potevano trovare. Questo ha portato me ed altri a dedicare un po’ di tempo a favore di una politica di espansione monetaria, semplicemente perché la banca centrale mantiene qualche libertà di iniziativa.
In secondo luogo, sono sorpreso del fatto che Garcia non rammenti Richard Koo, che sembrerebbe essere il primo candidato dalla parte dei sostenitori della finanza pubblica come uno che sia irremovibile nel non utilizzare la politica monetaria. Ho scritto (già) a proposito i miei dubbi sulla posizione di Koo.
La cosa principale, penso, sia riconoscere che se abbiamo le nostre differenze, la cosa importante è provare ogni cosa che possa essere di aiuto. In questo caso, il peccato maggiore è quello di preoccuparsi di più di difendere il proprio territorio – la mia risposta è l’unica risposta! – che non dell’economia reale che ha disperatamente bisogno di ogni forma di sostegno che possiamo assumere.
giugno 12, 2013
Many of us wish that Obamacare were a simpler system, one that directly provided health insurance. Political reality, unfortunately, ensured that many people will receive coverage from private insurers, selling policies — often with subsidies — on the “exchanges”. And naturally enough, the Obama administration is teaming up with the insurers and other parts of the health industry to help inform Americans of the benefits to which they will be legally entitled, starting Jan. 1.
And in the eyes of Republicans, Bloomberg reports, this makes Obama a “bully” — dragooning those private companies into helping sell a public program that will increase their profits. Why, it’s tyranny, I tell you!
Yes, it’s ridiculous. But they can’t help themselves. I suspect that the idea of helping lower-income Americans in any way would drive the GOP bonkers; but the idea that this help might come from Obama (implementing a program originally designed by Republicans, but never mind), and that Obama’s plan might actually work, drives them crazy.
Tirannide assicurativa
Molti di noi volevano che la riforma di Obama fosse stato un sistema più semplice, del genere di quelli che forniscono direttamente la assistenza sanitaria. La realtà politica, sfortunatamente, ha fatto si che molte persone riceveranno la copertura di assicuratori privati, che vendono le polizze – spesso provviste di sussidi – presso le “borse” [1]. Ed abbastanza naturalmente la Amministrazione Obama si sta mettendo assieme con gli assicuratori e con le altre componenti dell’economia sanitaria per contribuire ad informare gli americani dei benefici cui avranno legalmente diritto a partire dal 1 gennaio.
E agli occhi dei Repubblicani, ci informa Bloomberg, questo fa di Obama un “prepotente” – che costringe con la forza la compagnie private ad aiutare a rivendere un programma pubblico che aumenterà i loro profitti. Perché. Ve lo dico io, questa è proprio tirannide!
Si, è ridicolo. Ma non possono farne a meno. Ho il sospetto che l’idea di aiutare gli americani con redditi più bassi avrebbe mandato i Repubblicani fuori di testa; ma l’idea che questo aiuto possa venire da Obama (dando sostanza ad un programma originariamente concepito dai Repubblicani, ma questo non conta) e che il programma di Obama possa effettivamente funzionare, li fa letteralmente impazzire.
[1] Le “borse” sono , in questo caso, dei ‘luoghi’ pubblici, mi pare al livello dei singoli Stati, nei quali compaiono le offerta delle compagnie assicurative e si comprano tra loro, ed infine si vendono/comprano contratti di assicurazione sanitaria. Almeno così mi sembra.
giugno 12, 2013
More than half a century ago, in his classic paper on the economics of speculation, Paul Samuelson noted the perverse rewards to knowing stuff just slightly before everyone else. He asked readers to imagine someone who, somehow, consistently received crucial information one second before everyone else. As he pointed out, the social value of that extra second would be minimal; but the private rewards could be huge.
Today, Kevin Drum points us to a real-world example quite close to Samuelson’s thought experiment. It turns out that Thomson-Reuters pays the University of Michigan a million dollars a year to provide selected clients with the results of the latest survey of consumer confidence 5 minutes before the rest of the world sees them –and to provide super-special clients with this information 2 seconds before the rest.
This is a trivial example; still, what we see here, as Drum notes, are real resources being devoted to the socially useless task of getting an economic number slightly before the hoi polloi. And you have to wonder how much of what the financial sector does is like that. Certainly these days many vast fortunes come, not from building something, but from consistently guessing what other investors are going to do a few days, or sometimes a second or two, ahead of the pack.
It sure doesn’t look like a productive activity.
Finanza improduttiva
Più di mezzo secolo fa, nel suo classico saggio sull’economia della speculazione, Paul Samuelson notava il vantaggio immorale che derivava dal sapere le cose solo un momento prima di tutti gli altri. Egli chiedeva ai lettori di immaginarsi qualcuno che, in qualche modo, regolarmente riceveva informazioni cruciali un secondo prima di tutti gli altri. Come egli sottolineava, il valore sociale di quel secondo di differenza sarebbe stato minimo, ma i vantaggi privati sarebbero stati enormi.
Oggi, Kevin Drum ci indica un esempio dalla realtà abbastanza vicino all’esperimento teorico di Samuelson. Viene fuori che la Thomson-Reuters [1] paga per un milione di dollari all’anno l’Università del Michigan per fornire ad una clientela selezionata i risultati dell’ultima indagine sulle preferenze dei consumatori 5 minuti prima che siano note al resto del mondo – e per fornire ad una clientela super speciale queste informazioni due secondi prima degli altri.
Si tratta di un esempio banale; eppure, quello che constatiamo in questo caso, come nota Drum, sono risorse reali che vengono destinate all’obiettivo socialmente inutile dell’avere un dato economico poco prima della massa. E ci si deve chiedere quanta parte del settore finanziario faccia cose del genere. E’ certo che di questi tempi molte grandi fortune derivano non dal costruire qualcosa, ma dall’indovinare regolarmente e prima di tutti cosa gli altri investitori stiano per fare nei prossimi giorni, o talvolta nei prossimi secondi.
Di sicuro non somiglia ad una attività produttiva.
giugno 12, 2013
Sad reading from British economic analysts these days — sad, that is, for anyone who likes to believe that evidence actually matters for policy.
First, the normally even-tempered Simon Wren-Lewis is angry, with cause: he sees the Dutch central bank calling for more austerity despite the depressed state of the Dutch economy, no prospect of recovery any time soon, no hint of debt trouble — and no explanation except boilerplate about how deficits are bad. As he says, it was one thing to buy into the austerity thing three years ago, when there wasn’t a vast accumulation of evidence about the effects of austerity in a depressed economy; but to roll out the same old line given everything that has happened since is pretty disgraceful.
But then, think about the fact that Martin Wolf is out today with a column explaining that there is no current risk of inflation. He’s right, of course, and presumably what he hears from policymakers and others tells him that such a column is necessary. But my God: we had this debate in full four years ago. The usual suspects issued dire inflation warnings; the Keynesian/liquidity trap types like me insisted that this was all wrong given current circumstances. The events unfolded like this:
And yet the people warning about inflation four years ago, and three years ago, and two years ago, are still at it, still making the same arguments. And they still have influence!
I guess there’s nothing for it but to keep on pounding. But it’s discouraging.
L’economia del criceto sulla ruota
Letture sconfortanti dagli analisti inglesi di questi tempi : tristi, intendo, per coloro a cui piace credere che in politica i fatti realmente contino.
In primo luogo, il normalmente pacifico Simon Wren-Lewis è irritato, a buona ragione: vede la Banca Centrale olandese pronunciarsi per una maggiore austerità nonostante che l’economia dell’Olanda sia in uno stato depresso, che non ci sia alcuna prossima prospettiva di ripresa né alcun segno di difficoltà per il debito – e nessuna spiegazione se non le solite espressioni su quanto siano negativi i deficit. Come lui dice, una cosa era prendere per buona la storia dell’austerità tre anni orsono, quando non c’era una grande mole di fatti che testimoniavano gli effetti dell’austerità in una economia depressa; ma mettere sul tavolo la stessa vecchia idea considerato tutto quello che è successo nel frattempo sembra abbastanza deplorevole.
Ma si pensi poi al fatto che Martin Wolf esce oggi con un articolo che spiega che non c’è alcun rischio attuale di inflazione. Naturalmente ha ragione ed è probabile che egli si senta dire dagli operatori politici e da altri che un articolo del genere era necessario. Senonché, Dio mio: eravamo nel pieno di questo dibattito quattro anni fa. I soliti noti mettevano in giro terribili ammonimenti sull’inflazione; i soggetti che si ispirano al Keynesismo ed alla teoria della trappola di liquidità come il sottoscritto, insistevano che tutto quello era sbagliato, nella circostanze attuali. I fatti si sono svolti nel modo seguente [1]:
E tuttavia la gente che metteva in guardia per l’inflazione quattro anni fa, e tre anni fa, e due anni fa, sta ancora usando gli stessi argomenti. Ed hanno ancora influenza.
Penso che non ci sia niente da fare se non continuare a martellare. Ma è scoraggiante.
[1] Il diagramma mostra, relativamente agli Stati Uniti, l’inflazione nella linea rossa, mentre la linea blu indica l’andamento della base monetaria. Ovvero, nonostante il forte incremento della base monetaria (in parte per la politica generale della Fed, in parte – anni 2008/2009 – per i salvataggi, in parte – anno 2011 – per gli effetti delle politiche di “stimulus” ed ancora per le operazioni di “easing” della Fed), l’inflazione è rimasta sostanzialmente piatta.
giugno 10, 2013
Nancy Folbre suggests that the golden age of human capital – roughly speaking, the era in which the economy strongly demanded the kinds of skills we teach in liberal-arts colleges and universities – is already behind us. She may well be right: after a long stretch when both technology and trade seemed to be undermining only manual labor, it does look as if many skilled occupations are now under threat by Big Data, Bangalore, or both.
I’d just like to add a sort of footnote, inspired by a conversation I had the other day with a Congressional aide. Has there ever before, he asked, been a time when technology undermined skilled labor, instead of making it more necessary than ever?
And the answer is of course yes, once you realize that there are many kinds of skill, and book learning hasn’t always been the one that mattered.
As it happens, I’m in my Princeton office right now – and it’s worth thinking about why Princeton was founded. It wasn’t as a prep school for investment bankers, even though that’s largely what the school became, for a while anyway. It was to train ministers. In the 18th century, there really weren’t that many places where anything even vaguely resembling a modern college education was valuable, and surely many if not most of those places involved preaching.
Yet there were skilled laborers, who were paid much more than their peers; it’s just that those skills tended to involve craftsmanship rather than pushing around words and other symbols. And – crucially – the truth is that quite a few of those skills did indeed end up being devalued by technology. Remember, the Luddites weren’t unskilled manual workers; they were skilled weavers and others who found themselves displaced by such technologies as the power loom.
After that, by the way, institutions like Princeton evolved into something more like finishing schools, where the elite acquired manners and connections. (Yes, there’s still more than a bit of that aspect today). The role of higher education as a creator of human capital came along quite late. And maybe, as Nancy Folbre says, this role is already waning.
And you know what? I wrote about this way back in 1996, when the Times Magazine, on its 100th birthday, asked various people to write articles as if looking back from 2096. Some of it looks dated, but not too bad, I’d say.
Svalutazione del capitale umano
Nancy Folbre suggerisce che il periodo aureo del capitale umano – parlando semplicemente, il periodo in cui dall’economia veniva una forte domanda di quel genere di competenze che insegniamo nei colleges e nella università delle ‘arti liberali’ [1] – è già alle nostre spalle. Può aver ragione: dopo un lungo tratto nel quale sia la tecnologia che il commercio sembravano stare indebolendo il solo lavoro manuale, oggi sembra che molte occupazioni specialistiche siano sotto la nuova minaccia di Big Data [2]o Bangalore, o di tutte e due.
Mi fa piacere solo aggiungere una noterella, ispirata da una conversazione che ho avuto giorni fa con un funzionario del Congresso. C’è mai stato in precedenza, mi chiedeva, un tempo nel quale la tecnologia minacciava il lavoro specialistico, piuttosto che renderlo sempre più necessario?
E la risposta è certamente affermativa, una volta che si comprenda che esistono molti tipi di specialismo, e che leggere i libri non è sempre stato l’unico importante.
Capita che in questo momento mi trovi nel mio studio di Princeton – ed ha un certo valore riflettere sulle ragioni per le quali Princeton fu fondata. Essa non era una sorta di scuola professionale privata per banchieri di banche di investimento, anche se divenne almeno in un certo periodo una scuola del genere. Serviva ad addestrare sacerdoti. Nel 18° Secolo, in realtà, non c’erano molti posti nei quali si potevano apprezzare cose neanche lontanamente somiglianti ad una istruzione moderna di tipo universitario, e certamente molte, se non la gran parte di esse, avevano a che fare con il predicare.
Tuttavia c’erano lavoratori specializzati, che venivano pagati molto di più dei loro colleghi; solo che quelle competenze riguardavano di preferenza la maestria artigianale, piuttosto che il mettere in circolazione parole od altri simboli. E – fondamentale – la verità è che solo poche di quelle specialità in effetti finirono con l’essere svalutate dalla tecnologia. Ricordiamoci che i luddisti non erano lavoratori manuali senza competenze; erano tessitori specializzati ed altri che si trovarono spiazzati da tecnologie come quella dei telai che funzionavano con la corrente.
Dopo ciò, per inciso, istituzioni come Princeton ebbero una evoluzione in qualcosa di più simile a scuole di completamento, nelle quali le classi dirigenti acquisivano buone maniere e conoscenze (si, c’è ancora molto di questo aspetto anche oggi). Il ruolo della educazione superiore come creatrice di capitale umano comparve abbastanza tardi. E forse, come dice Nancy Folbre, quella funzione è già indebolita.
E sapete cosa? Scrissi su questi temi nel lontano 1996, in occasione del 100° anniversario di Times Magazine, quando la rivista chiese a varie persone di scrivere articoli come se stessero guardando indietro dal 2096. Direi che alcune cose sono datate, ma non così brutte.
[1] Per ‘arti liberali’ noi intendiamo, secondo la tradizione latina, medioevale e rinascimentale, studi umanistici. In termini moderni, mi pare di comprendere che nei paesi anglosassoni si intende riferirsi anche a materie come la matematica, la psicologia e le scienze; in ogni caso si tratta di istruzione non direttamente professionalizzante.
[2] La analitica di “Big Data” è il processo con il quale si esaminano grandi quantità di dati di varia natura per scoprire correlazioni non note, schemi nascosti o altre informazioni utili. Il primo obbiettivo di “Big Data” è aiutare le imprese a prendere migliori decisioni economiche mettendo nelle condizioni gli scienziati delle statistiche e gli altri utilizzatori di analizzare grandi volumi di transazioni. Suppongo che questa nuova frontiera sia in qualche modo connessa con l’utilizzo di nuovi linguaggi nell’immagazzinamento e nella analisi dei dati, che consentono appunto di elaborare enormi materiali analitici.
giugno 10, 2013
A reader writes in, having just heard somebody or other claim that the current unemployment rate would be much lower if unemployment benefits were even less generous, and asks whether this can be true. And the answer is no. People who say things like this are fundamentally confused about what the economic research actually means.
Here’s what is true: there’s respectable research — e.g., here — suggesting that unemployment benefits make workers more choosy in the search process. It’s not that workers decide to live a life of ease on a fraction of their previous wage; it’s that they become more willing to take the risk of being unemployed for an extra week while looking for a better job.
What this means, in turn, is that UI may raise the “full employment” level of unemployment — the level at which labor shortages start to appear, wages start an upward spiral, and inflation becomes a potential problem. Since the Fed raises interest rates when it sees signs of inflation, there is a sense in which UI raises unemployment on average over the business cycle.
But all of this is totally irrelevant to our current situation, where inflation is running below target, the target is too low anyway, and the reason we have mass unemployment is that there just isn’t enough demand, and hence there just aren’t enough jobs, no matter how desperately people search for them.
One way to think about this is to say that unemployment benefits may, perhaps, reduce the economy’s speed limit, if we think of speed as inversely related to unemployment. And this suggests an analogy. Imagine that you’re driving along a stretch of highway where the legal speed limit is 55 miles an hour. Unfortunately, however, you’re caught in a traffic jam, making an average of just 15 miles an hour. And the guy next to you says, “I blame those bureaucrats at the highway authority — if only they would raise the speed limit to 65, we’d be going 10 miles an hour faster.”
Dumb, right? Well, so is the claim that unemployment benefits are causing today’s high unemployment.
Sussidi di disoccupazione e disoccupazione effettiva: una analogia
Un lettore interviene, avendo appena ascoltato non-so-chi sostenere che l’attuale tasso di disoccupazione sarebbe molto più basso se i sussidi di disoccupazione fossero anche meno generosi, e chiede se questo possa essere vero. E la riposta è no. Le persone che affermano cose del genere sono fondamentalmente confuse su cosa effettivamente significhi la ricerca economica.
Ecco ciò che è vero: ci sono ricerche rispettabili – ad esempio questa (in connessione) – che indicano che i sussidi di disoccupazione rendono i lavoratori più schizzinosi nel corso della ricerca di lavoro. Non è che i lavoratori decidano di vivere una vita di agi con un frazione del loro precedente salario; essi diventano più disponibili a correre il rischio di restare disoccupati per una settimana in più, nel mentre cercano un lavoro migliore.
Questo, a sua volta, significa che l’indennità può accrescere il livello di “piena occupazione” della disoccupazione [1] – il livello al quale comincia ad apparire scarsità di posti di lavoro, i salari cominciano una spirale verso l’alto, e l’inflazione diventa un problema potenziale. Dal momento che la Fed alza i tassi di interesse quando vede segni di inflazione, c’è un senso nel fatto che la assicurazione di disoccupazione accresca in media la disoccupazione nel corso del ciclo economico.
Ma tutto questo è totalmente irrilevante nella nostra situazione attuale, nella quale l’inflazione procede al di sotto dell’obbiettivo previsto, esso è in ogni caso troppo basso e la ragione per la quale abbiamo una disoccupazione di massa è che non c’è sufficiente domanda, e di conseguenza non ci sono proprio posti di lavoro sufficienti, a prescindere dalla disperazione della gente che li cerca.
Un modo per riflettere su questo è affermare che i sussidi di disoccupazione possono, forse, ridurre il limite di velocità dell’economia, se pensiamo che il limite della velocità stia in un rapporto inverso alla disoccupazione. E questo suggerisce una analogia. Immaginiamoci di guidare lungo un tratto di autostrada dove il limite legale sia quello di 55 miglia [2]all’ora. Sfortunatamente, tuttavia, siamo bloccati in un ingorgo stradale e procediamo con una media di sole 15 miglia all’ora. E la persona che vi sta accanto dice: “La colpa ce l’hanno le autorità autostradali – se solo alzassero il limite a 65 miglia, andremmo a dieci miglia all’ora più veloci”.
Stupido, vero? Bene, lo stesso vale per l’argomento secondo il quale i sussidi di disoccupazione stanno provocando l’alta disoccupazione dei nostri tempi.
[1] Sembra uno scioglilingua, ma significa credo il livello al quale la disoccupazione diventa un fattore sensibile che agisce sull’economia, che produce effetti, avendo superato il limite teorico nel quale una economia può ritenersi in condizioni normali. Naturalmente anche quegli effetti dipendono dalla loro “percezione”: i lavoratori capiscono che c’è un difetto reale di posti di lavoro, i salari cominciano a crescere etc. E, come spiega l’articolo, quella situazione teorica dell’economia politica non ha niente a che vedere con situazioni di grave recessione come quella attuale.
[2] Il miglio terrestre nei paesi anglosassoni è pari a 1.609,334 metri.
giugno 10, 2013
Japan has announced a long-term turn to easier money and a higher inflation target. Stocks are up (if bouncing around a lot), the yen is down, but long-term interest rates are somewhat higher (although still very low). Is this a puzzle or a problem?
Richard Koo, Nick Rowe, and Noah Smith have all weighed in. So I guess I should put in my bit. Basically, I think Rowe is mostly right; Koo isn’t making sense; and Smith is worried for no good reason.
Let me start, as I often do, with my original 1998 itsy-bitsy liquidity trap model. This was an infinite-horizon model, but one in which all the action took place in either the first or the second period, since it was assumed that nothing would change after period 2. I imagined a situation in which a temporary negative shock to demand pushed the economy in period 1 up against the zero lower bound, and showed that in that case increasing the monetary base in period 1 had no effect. To get traction, the central bank would have to convince the public that it would increase the base in period 2 — e.g., that it would not withdraw any quantitative easing it was doing now — so as to generate expected inflation.
In that model, I only talked about the one-period-ahead interest rate. But we certainly could imagine two-period, three-period etc. bonds. How would an Abenomics-style monetary policy affect these longer-term rates?
Well, the answer would depend on what monetary policy is expected to do after period 2. If we’re looking at a one-time step up in the monetary base, which was my thought experiment in 1998, the short-term rate would remain at zero, and future interest rates would also remain unchanged, so no effect. But it’s easy to imagine that the change in monetary policy involves not just a one-time jump in the monetary base but faster growth forever after, or at least for a long time. In that case, future short-term rates will be higher in nominal (though not real) terms, and so long-term rates will rise even in period 1. The long rate will, however, rise by less than expected inflation, because the one-period-ahead nominal rate will stay at zero, so even as nominal rates rise, real rates will fall.
I think this is pretty much where Rowe is. Smith, however, loses the thread a bit, if I’m reading him correctly; he worries that the rising rates will cause a problem because of Japan’s huge public debt. But remember, while nominal rates may be going up, real rates are going down; so Japan’s debt becomes more, not less, sustainable. Also, bear in mind that there’s a lot of preexisting long-term nominal debt, whose real value will be eroded by inflation. So Abenomics is all good from a fiscal point of view, even if it makes headline interest payments rise.
Finally, Koo seems to regard higher inflation expectations as a disaster, when in reality they are the whole point of the exercise. What?
I guess I’ve always found Koo fairly incomprehensible on monetary policy. He emphasizes the importance of balance-sheet constraints, and deserves a lot of credit for being ahead of the pack here. He’s also right in emphasizing the useful role budget deficits can play in a balance-sheet recession. However, he has this violent opposition to monetary expansion that, as far as I can tell, isn’t actually justified — actually, isn’t at all justified — by his underlying analysis. On the contrary, when some of us (pdf) try to model Koo-type problems, we find that monetary policy that raises expected inflation could be quite helpful.
Maybe part of the problem is that Koo envisages an economy in which everyone is balance-sheet constrained, as opposed to one in which lots of people are balance-sheet constrained. I’d say that his vision makes no sense: where there are debtors, there must also be creditors, so there have to be at least some people who can respond to lower real interest rates even in a balance-sheet recession.
Also, if the problem is a debt overhang, isn’t debt-eroding inflation a good thing?
As I said, I just don’t understand Koo’s position here. If he wants to argue that monetary policy is unlikely to be effective, fine; but he wants to claim that it’s positively harmful, and I just don’t get the logic.
Anyway, back to Japanese interest rates: they really don’t pose a puzzle, nor, at least so far, do they pose a threat.
La politica economica di Abe ed i tassi di interesse: una esercitazione a spanne (per esperti)
Il Giappone ha annunciato una svolta a lungo termine per una moneta più facile e per un obbiettivo di inflazione più alto. Le azioni sono in crescita (anche se un po’ altalenanti), lo yen scende, ma i tassi di interesse a lungo termine sono un po’ più alti (sebbene ancora molto bassi). E’ un enigma o è un problema?
Richard Koo, Nick Rowe e Noah Smith sono tutti intervenuti sull’argomento. Dunque suppongo che dovrei dire la mia. Fondamentalmente, io penso che Rowe abbia in gran parte ragione; che Koo non stia dicendo cose sensate e che Smith sia preoccupato per ragioni infondate.
Consentitemi di partire, come faccio spesso, dal mio piccolissimo modello sulla trappola di liquidità del 1998. Si trattava di un modello ad orizzonte-infinito [1], ma uno di quelli nei quali tutta la azione si svolge sia nel primo che nel secondo periodo, dal momento che si assume che niente cambierà dopo il periodo 2. Immaginavo una situazione nella quale un temporaneo shock negativo sulla domanda aveva spinto l’economia contro il limite inferiore di zero nel periodo 1, ed avevo dimostrato che in quel caso incrementare la base monetaria nel periodo 1 non produceva effetti. Per ottenere presa, la banca centrale avrebbe dovuto convincere l’opinione pubblica che avrebbe incrementato la base monetaria in un periodo 2 – ad esempio, che non sarebbe tornata indietro da “facilitazioni quantitative” [2] che aveva in corso – in modo da generare una inflazione attesa.
In quel modello, io parlavo soltanto del tasso di interesse dal periodo uno in avanti. Ma potremmo certamente immaginare due periodi, tre periodi etc. Come potrebbe influenzare questi tassi a più lungo termine una politica monetaria del genere della politica economica di Abe?
Ebbene, la risposta dipenderebbe da quale politica monetaria si attende sia attuata dopo il periodo 2. Se noi guardiamo ad un incremento una volta per tutte nella base monetaria, come era nel mio esperimento teorico nel 1998, il tasso di interesse a breve termine sarebbe rimasto a zero, ed anche i futuri tassi di interesse sarebbero rimasti invariati, dunque nessun effetto. Ma è facile immaginare che il cambiamento nella politica monetaria non riguardi soltanto un salto una volta per tutte nella politica monetaria, bensì una successiva crescita più veloce per sempre, o almeno per un lungo periodo. In quel caso i futuri tassi di interesse sarebbero più elevati in termini nominali (sebbene non in termini reali), e dunque i tassi di interesse a lungo termine crescerebbero anche nel periodo 1. Il tasso a lungo, tuttavia, crescerebbe meno della inflazione attesa, perché il tasso nominale dal primo periodo in avanti resterebbe a zero, dunque anche quando crescessero i tassi nominali, quelli reali calerebbero.
Questo è il punto nel quale grosso modo si colloca Rowe. Smith, tuttavia, perde un po’ il filo, se lo leggo correttamente; egli teme che i tassi crescenti provocheranno un problema a causa del grande debito pubblico del Giappone. Ma si ricordi, mentre i tassi nominali possono salire, i tassi reali scendono; dunque il debito del Giappone diventa più, e non meno, sostenibile. Si tenga anche a mente che esiste una quantità di debito nominale a lungo termine preesistente, il cui valore reale sarà erosa dall’inflazione. Dunque la politica economica di Abe va benissimo dal punto di vista della finanza pubblica, anche se fa crescere i pagamenti degli interessi che finiscono sui titoli dei giornali.
Infine, Koo sembra considerare le aspettative di inflazione più elevata come un disastro, quando in realtà esse sono l’intera sostanza della operazione. Che significa?
Credo di aver sempre trovato Koo abbastanza incomprensibile quanto a politica monetaria. Egli enfatizza l’importanza dei limiti degli stati patrimoniali, e merita un po’ di credito per essere il migliore in questa materia. Ha anche ragione nell’enfatizzare il ruolo utile che i deficit di bilancio possono giocare in una recessione originata da squilibri patrimoniali. Egli ha, tuttavia, questa violenta opposizione alla espansione monetaria che, per quanto posso dire, non è effettivamente giustificata – davvero, non è per niente giustificata – dalla sua analisi sottostante. Al contrario, quando alcuni di noi [3] (connessione in pdf) hanno cercato di ricondurre ad un modello i problemi del genere di quelli di Koo, hanno scoperto che la politica monetaria che accresce l’inflazione attesa potrebbe essere abbastanza utile.
Forse il problema in parte è che Koo si immagina una economia nella quale tutti sono limitati dagli stati patrimoniali, che è una cosa diversa da una economia nella quale molte persone sono limitate dagli stati patrimoniali. Direi che questa visione non ha senso: dove ci sono debitori ci devono essere anche creditori, dunque ci devono essere almeno alcune persone che possono rispondere a tassi di interesse più bassi persino in una recessione originata da squilibri nei bilanci.
Inoltre, se il problema è una eccessiva esposizione debitoria, una inflazione che erode il debito non è una buona cosa?
Come ho detto, in questo caso non capisco la posizione di Koo. Se egli vuole sostenere che è improbabile che la politica monetaria sia efficace, va bene; ma se egli vuole sostenere che essa è decisamente dannosa, proprio non comprendo la logica.
In ogni modo, torniamo ai tassi di interesse del Giappone: essi non costituiscono proprio un enigma, né, almeno sinora, costituiscono davvero una minaccia.
[1] Credo che in modo semplicistico si possa dire questo: in economia evidentemente ha una grande importanza la dimensione temporale (comprendere il valore di un investimento è possibile solo in riferimento ad un arco di tempo etc.). Spesso è però utile assumere che l’orizzonte temporale sia infinito, se si vuole individuare soluzioni e concetti che siano validi in contesti temporali diversi. Questo richiede strumenti che consentano una “ottimizzazione dinamica” di ciò che si sta studiando, e quegli strumenti sono modelli ad orizzonte-infinito, ovvero modelli che, ad esempio, aiutano a comprendere le correlazioni tra vari orizzonti temporali possibili. Talora questi modelli si basano su una comparazione più semplice di due periodo talora di un maggior numero di simulazioni.
[2] Per “quantitative easing” vedi le note sulla traduzione.
[3] La connessione è con un saggio di Krugman ed Eggertsson del 2010, dal titolo “Debito, riduzione dell’indebitamento e trappola di liquidità: un approccio Fisher, Minsky, Koo”.
giugno 9, 2013
Brad DeLong has a long meditation on policy that, surprisingly, includes some things I strongly disagree with. I guess I should start by saying that when he describes his fairly complacent view of macroeconomics on the eve of the crisis, he’s describing a view that many economists shared — but I wasn’t one of them. Japan’s troubles and the Asian financial crisis destroyed my faith that we had the business cycle under control; I wrote a whole book about the return of depression economics back in 1999.
But here’s where I think Brad is getting something wrong now: when he says that
It is unfair for Keynesians to be making fun of the people who call for austerity by saying “confidence fairy” when they are making similar expectational-shift arguments themselves.
He’s referring to calls for the Fed and other central banks to raise expectations of future inflation as a way to get some traction in a liquidity trap — which is certainly something I and others support. But there are two crucial differences between us and the expansionary austerity types.
First, our expectations argument is a hope; theirs is a plan. I want the Fed, the Bank of Japan, etc. to target higher inflation, in the hope that it might help, but it’s a hope, and meanwhile we need to fight demands for fiscal austerity and even push for stimulus. The expansionary austerity types, on the other hand, are (or were) actually counting on the supposed rise in confidence to avoid what would otherwise be nasty recessions, which have in fact materialized.
Which brings us to the second point: those of us hoping to summon the expectations imp want to do so with policies that are at worst harmless, such as expanding the monetary base under conditions where this has no direct inflationary impact. The austerians, on the other hand, have pushed directly destructive policies — fiscal contraction in depressed economies — in order to achieve their hoped-for shift in expectations.
So this is the difference between “Let’s try this possibly ineffective remedy, it might work and in any case won’t do any harm” and “Let’s do the opposite of what standard analysis says we should be doing, just trust me”.
One other thing: Brad takes fairly seriously the calls for higher interest rates to avoid bubbles, or something, essentially because low rates create moral hazard for the financial sector. Can we say that those moral hazard problems would have to be incredibly severe to justify contractionary monetary policy in a depressed economy?
And I can’t help noticing that the people now demanding that we raise rates to curb hypothetical bubbles are the same people who, a while back, were demanding that we raise rates to head off inflation. (I often make fun of Allan Meltzer for his inflation warnings, but had forgotten that Feldstein was doing the same thing at the same time). In other words, I don’t think we should ignore the evidence that some people always want higher rates, and just keep changing the justification.
La Fata della fiducia, il ‘folletto’ delle aspettative e l’ossessione sul picco dei tassi.
Brad DeLong svolge una lunga riflessione sulla politica nella quale compaiono, sorprendentemente, alcune cose sulle quali sono in forte disaccordo. Credo che dovrei partire col dire che quando egli espone il suo abbastanza compiaciuto punto di vista sulla macroeconomia nell’epoca della crisi, egli stia descrivendo una opinione condivisa da molti economisti – ma io non ero di quest’avviso. I guai del Giappone e la crisi finanziaria asiatica avevano distrutto la mia fiducia che avessimo il ciclo economico sotto controllo; scrissi nel passato 1999 un libro intero sul ritorno delle depressioni economiche.
Ma ecco dove penso che adesso si sbagli Bard, quando egli dice:
“E’ ingiusto che i keynesiani prendano in giro la gente che si pronuncia per l’austerità con l’espressione “fata della fiducia”, quando essi stessi avanzano simili argomenti di cambiamento basato sulle aspettative”.
Egli si riferisce all’invito alla Fed ed ad altre banche centrali ad incrementare le aspettative per una inflazione futura come un modo per ottenere una certa spinta in una trappola di liquidità – che è sicuramente qualcosa che io sostengo assieme ad altri. Sennonché ci sono due differenze cruciali tra noi ed i soggetti della austerità espansiva.
In primo luogo, il nostro argomento è una speranza; il loro è un programma. Io voglio che la Fed, la Banca del Giappone etc. fissino un obbiettivo più elevato di inflazione, nella speranza che esso possa essere di aiuto, ma è una speranza, e contemporaneamente dobbiamo combattere le richieste per una austerità della finanza pubblica ed anche di spingere per misure di spesa pubblica. I soggetti della austerità espansiva, d’altra parte, contano (o contavano) effettivamente su un preteso incremento di fiducia per evitare quelle che in altro modo sarebbero state pessime recessioni, che in realtà si sono avverate.
Il che mi porta al secondo punto: coloro tra di noi che sperano di far apparire il “folletto” [1] delle aspettative vogliono farlo con politiche che siano nel peggiore dei casi non dannose, come quella di espandere la base monetaria con modalità per le quali essa non abbia alcun impatto inflattivo. I patiti dell’austerità, dall’altra parte, hanno spinto per politiche esplicitamente distruttive – la contrazione della finanze pubblica in economie depresse – allo scopo di ottenere il loro cambiamento auspicato nelle aspettative.
Questa è dunque la differenza tra “Proviamo questo forse inefficace rimedio, potrebbe funzionare ed in ogni caso non farà alcun danno” e “Facciamo l’opposto di quello che la normale teoria dice dovremmo fare, basta che mi crediate”.
Un’altra cosa: Brad prende abbastanza sul serio le richieste di tassi di interesse più elevati, o qualcosa del genere, essenzialmente perché i bassi tassi creano ‘azzardo morale’ nel settore finanziario. Si può affermare che questi problemi dell’azzardo morale sarebbero così incredibilmente gravi da giustificare una politica monetaria restrittiva in una economia depressa?
E non posso fare a meno di osservare che le persone che oggi chiedono di elevare i tassi per frenare bolle ipotetiche siano le stesse persone che, un po’ di tempo fa, chiedevano che aumentassimo i tassi per sbarrare la strada all’inflazione (io spesso prendo in giro Allan Meltzer per i suoi ammonimenti sull’inflazione, ma mi ero dimenticato che Feldstein faceva nello stesso momento la stessa cosa). In altre parole, non credo che dovremmo ignorare il fatto che molte persone vogliono sempre tassi più alti, e soltanto continuano a cambiare la giustificazione.
[1] Questo ‘folletto’ è un novità …. devo ora integrare la nota sulla traduzione relativa alla “fata della fiducia”. In sostanza è una creatura magica anch’esso, di appannaggio questa volta dei keynesiani, ma, come spiega il post, rispetto alla “fata” è un peccato veniale.
giugno 8, 2013
A correspondent directs me, despairingly, to the last part of Mario Draghi’s latest press conference — and the correspondent is right, it does give cause for despair. Draghi is, after all, as smart and flexible an ECB president as we’re likely to get for a long time; quite possibly ever, because the euro might not last. Yet what he has to say about inflation manages to be wrong on multiple levels, and this kind of thing has to be damaging to ECB policy.
So, the remarks: a questioner, presumably from Spain, asks:
I am from a country that has an unemployment rate of 27%, which is a number of a great depression, a fiscal policy that is contractionary and a monetary policy in Spain and also in other countries that is also contractionary because credit is not available to small and medium-sized companies. Are you telling the Spanish, Portuguese, Irish or even Italian people that the ECB can’t do anything else with inflation actually lower than 2%?
Draghi’s reply:
Well, I am not sure I get the point, but I think I get it. First, the fact that inflation is low is not, by itself, bad; with low inflation, you can buy more stuff. Second, we don’t see deflation and that is what we have to fear. We don’t see that yet.
He then goes on to defend austerity policies, making several other bad arguments in the process. But let’s just do this part.
First, “with low inflation, you can buy more stuff”???? Don’t we teach students in Econ 101 exactly why that’s a naive fallacy, that lower inflation also means lower growth in earnings, and that the cost of inflation has nothing to do with reduced purchasing power?
OK, but while that’s upsetting, what matters for policy is Draghi’s statement that “we don’t see deflation and that is what we have to fear.” Wow. Maybe not in Econ 101, but I thought every professional economist understood that there isn’t a red line at zero inflation, so that low inflation becomes a potential problem if and only if it crosses zero.
Look, there are two reasons to believe that inflation in advanced economies in general, and in Europe especially, is too low, and that excessively low inflation is doing harm.
The first is that we’re suffering from inadequate demand, and the zero lower bound on interest rates is an important constraint on monetary policy. Larry Ball estimates that U.S. unemployment rates in recent years would have been, on average, 2 percentage points lower if we had entered the financial crisis with 4 percent rather than 2 percent inflation. Europe has the same problem, exacerbated by the lack of fiscal integration, which has caused it to adopt overall a much tighter fiscal policy than the United States.
This isn’t a new argument, nor is it way out there; it’s been made by many people, including the chief economist of the IMF. Yet Draghi talks as if low inflation is no problem, that only deflation is an issue.
But we’re not done. The other inflation-related issue is downward nominal wage rigidity, and to some extent downward nominal price rigidity. You might think that these are issues only if we have actual deflation; but because relative prices and wages are changing all the time, the truth is that this downward rigidity starts to become a problem in a depressed economy even at low positive rates of inflation; it’s quite clear in the United States. And in the euro area, where debtor countries are expected to achieve huge “internal devaluations”, it’s a much bigger issue.
Now, I find it hard to believe that Draghi is unaware of these issues; maybe he’s just playing to the inflation hawks on his board. But even so, the fact that at this late date, with Europe very much in what amounts to a depression, the old fallacies are still being trotted out is very, well, depressing.
Il deprimente Draghi
Una persona con cui sono in corrispondenza mi indirizza, con una certa disperazione, all’ultima parte dell’ultima conferenza stampa di Mario Draghi – e il corrispondente ha ragione, ci sono motivi per disperare. Draghi è, dopotutto, un intelligente e flessibile Presidente della BCE come probabilmente dovevamo avere da lungo tempo; forse proprio da sempre, perché l’euro era possibile che non ce la facesse. Tuttavia quello che crede di dover dire sull’inflazione riesce ad essere sbagliato in molti sensi, e questo genere di cose sono una danno per la politica della BCE.
Dunque, le osservazioni: l’interrogante, presumibilmente uno spagnolo:
“Vengo da un paese che ha un tasso di disoccupazione al 27 per cento, una dato che indica una grande depressione, una politica della finanza pubblica restrittiva ed una politica monetaria, in Spagna come in altri paesi, anch’essa restrittiva, perché il credito non è disponibile per le piccole e medie imprese. Lei sta dicendo alla gente della Spagna, del Portogallo, dell’Irlanda e persino dell’Italia, che la BCE non può fare nient’altro, con una inflazione che è in effetti più bassa del 2 per cento?”
La risposta di Draghi:
“Bene, non sono sicuro di aver compreso il punto, ma penso di aver capito. In primo luogo, il fatto che l’inflazione sia bassa non è di per sé negativo; con una inflazione bassa si può comprare più cose. In secondo luogo, noi non vediamo deflazione, ed è quella che dobbiamo temere. Non la vediamo ancora”.
Egli poi passa a difendere le politiche della austerità, avanzando nel frattempo altri argomenti negativi. Ma limitiamoci a questa parte.
In primo luogo “con l’inflazione si possono comprare più cose” ???? Non insegniamo agli studenti del corso di laurea proprio che questo è un errore ingenuo, che una inflazione più bassa significa anche una crescita più bassa nel guadagni, e che il costo dell’inflazione non ha niente a che vedere con un ridotto potere di acquisto?
Va bene, ma se questo è impressionante, quello che da un punto di vista politico è rilevante nel discorso di Draghi è “Non vediamo deflazione ed è quella che dobbiamo temere” . Oddio! Forse non in un corso di laurea, ma io pensavo che ogni economista di professione comprendesse che non c’è una riga rossa presso l’inflazione zero, in modo tale che una bassa inflazione diventa un possibile problema se e soltanto se oltrepassa lo zero.
Si badi, ci sono due ragioni per ritenere che l’inflazione, nelle economie avanzate in generale ed in Europa in particolare, sia troppo bassa, e che una inflazione eccessivamente bassa stia provocando danni.
La prima è che noi stiamo soffrendo per una domanda inadeguata, ed il limite inferiore di zero nei tassi di interesse è un condizionamento importante per la politica monetaria. Larry Ball stima che i tassi di disoccupazione negli Stati Uniti negli anni recenti sarebbero stati, in media, due punti più bassi se fossimo entrati nella crisi finanziaria con una inflazione al 4 per cento, anziché al 2. L’Europa ha lo stesso problema, esacerbato dalla mancanza di integrazione nelle politiche della finanza pubblica, che l’ha costretta ad adottare nella sua interezza una politica della finanza pubblica molto più restrittiva degli Stati Uniti.
Questo non è un argomento nuovo, e non c’è via di scampo; è stato avanzato da molte persone, compreso il massimo economista del FMI [1]. Tuttavia Draghi dice che la bassa inflazione non è un problema, che solo la deflazione è un problema.
Ma non abbiamo finito. L’altro tema connesso con l’inflazione è la rigidità dei salari nominali verso il basso, ed in qualche misura la rigidità verso il basso dei prezzi nominali. Si potrebbe pensare che questi siano problemi solo se abbiamo una inflazione effettiva; ma poiché i prezzi relativi ed i salari cambiano in continuazione, la verità è che questa rigidità verso il basso in una economia depressa comincia ad essere un problema anche con tassi positivi di inflazione; ciò è abbastanza chiaro negli Stati Uniti. E nell’area euro, dove ci si aspetta che i paesi debitori raggiungano ampie “svalutazioni interne”, è un problema molto più grande.
Ora, trovo difficile credere che Draghi sia inconsapevole di queste tematiche; forse egli sta soltanto compiacendo il falchi dell’inflazione presenti nel suo Consiglio. Ma anche così, il fatto che in questo ultimo appuntamento, con molto in Europa che corrisponde ad una depressione, il fatto che siano ancora tirati in ballo vecchi errori, è, diciamolo, molto deprimente.
giugno 7, 2013
Correction: There is not, I’m told, any formal Treasury backing for the Fed; there were informal assurances early in the crisis, and everyone takes it for granted that any losses that exceed the interest the Fed normally turns over would be made whole, but in principle the Treasury could let the Fed go bust. I guess that after President Rand Paul appoints his father as Treasury secretary this becomes a real concern.
Many people now accept the point I associate with Paul De Grauwe, which is that the debt crisis in Europe is very much a creation of the euro; countries that have given up the ability to print money become vulnerable to self-fulfilling panics in a way that countries with their own currencies aren’t. Now come Corsetti and Dedola to argue that things are more complicated than that.
It’s a pretty dense argument — in fact, I’m going to need more coffee before I make another try at getting the whole thing. Partly they argue that defaults can still happen even with a printing press. Mainly, though, they argue that the ECB could serve as liquidity provider of last resort to euro countries; the euro isn’t really, or at least not exactly, a foreign currency from their point of view.
Indeed, the ECB’s various operations — the LTRO scheme of lending with sovereign debt as collateral, and then OMT (the promise that it will buy sovereign debt directly if necessary) have been highly successful at limiting spreads. But why doesn’t the ECB do more?
Part of the answer is politics and dissent. But they also argue a more fundamental point, which I was aware of but which they make much more explicit: the ECB is constrained, in a way the Fed isn’t, by the lack of a fiscal backstop. The Fed actually has a formal agreement that the Treasury department will make good any losses it incurs from unconventional monetary policy. The ECB doesn’t have any such agreement, in part because there’s nobody with whom to make that deal.
The moral is that the fiscal flaws of the euro run even deeper than people realize. Not only does it suffer from lack of the kind of fiscal integration that has, for example,done so much to cushion Florida from the effects of a housing bust; it also suffers from a central bank that has a bias toward timidity because it doesn’t have a fiscal authority backing it up.
Chi ha dietro Draghi?
Correzione [1]: Mi viene detto che non c’è alcun formale sostegno del Tesoro alla Fed; ci furono assicurazioni informali, agli inizi della crisi, e tutti considerarono garantito che tutte le perdite che avessero ecceduto l’interesse che la Fed normalmente trasferisce sarebbero stato coperte, ma in linea di principio si potrebbe ammettere che la Fed vada a gambe all’aria. Suppongo che dopo che il Presidente Rand Paul nominerà suo padre come Segretario al Tesoro questa diventerà una preoccupazione reale [2].
Molte persone oggi accettano il punto di vista che io collego a Paul DeGrauwe, ovvero che la crisi del debito in Europa è in gran parte una creazione dell’euro; i paesi che hanno ceduto la possibilità di stampare denaro diventano vulnerabili alle crisi di panico che si autoavverano, come non accade per i paesi che conservano le loro valute. Ora arrivano Corsetti e Dedola [3] a sostenere che le cose sono più complicate.
E’ una argomentazione piuttosto densa – in effetti, avrò bisogno di altro caffè prima di fare un altro tentativo di comprenderla per intero. In parte essi sostengono che i default possono ancora aver luogo anche stampando valuta. Principalmente, tuttavia, essi sostengono che la BCE potrebbe servire come fornitrice di liquidità in ultima istanza per i paesi dell’euro; dal loro punto di vista, l’euro non è realmente, o almeno non esattamente, una valuta straniera.
In effetti, le varie operazioni dell’euro – lo schema del concedere prestiti avendo il debito sovrano come collaterale, chiamato LTRO [4], e poi lo OMT [5] (la promessa che sarà acquistato direttamente debito sovrano se sarà necessario) hanno avuto un grande successo nel limitare gli spreads. Ma perché la BCE non fa di più?
In parte la risposta sta nella politica e nei dissensi. Ma essi sostengono un altro argomento fondamentale, del quale ero consapevole ma che essi rendono molto più esplicito: la BCE è limitata, in un modo nel quale non lo è la Fed, dalla mancanza di un sostegno della finanza pubblica. La Fed ha effettivamente un accordo formale per il quale il Dipartimento del Tesoro compenserà ogni perdita nella quale essa incorra per una politica monetaria non convenzionale. La BCE non ha un accordo del genere, in parte perché non c’è nessuno con cui fare un tale accordo.
La morale è che i difetti dell’euro dal punto di vista della finanza pubblica sono anche più profondi di quanto la gente non comprenda. Non solo esso è seriamente nei guai per la assenza di una integrazione delle finanze pubbliche che, ad esempio, ha tanto attenuato in Florida gli effetti dello scoppio della bolla immobiliare; soffre anche di una Banca Centrale propensa alla cautela perché non ha una autorità di finanza pubblica che la sostenga.
[1] Si badi: nello stile (non so se di Krugman o in generale dei testi inglesi) aggiornamenti e correzioni non vengono posposti agli articoli, ma messi in cima.
[2] Probabilmente il sedicente esperto di cose economiche del Partito Repubblicano Rand Paul deve aver detto da qualche parte, nel corso delle primarie di quel Partito nel 2012, qualcosa del genere ….
[3] Giancarlo Corsetti è professore a Cambridge e dirigente del Center for Economic Policy Research; Luca Dedola è consulente del Direttorio Generale della Banca Centrale Europea ed anch’egli associato al CEPR.
[4] Long Term Refinancing Operation.
[5] Le “Operazioni Monetarie Definitive”, anche note con l’acronimo OMT della definizione inglese Outright monetary transactions, sono state annunciate dal Consiglio Direttivo della BCE il 2 agosto 2012 e illustrate nel dettaglio il 6 settembre 2012. Esse hanno fatto seguito al noto “discorso di Londra”,[1] tenuto dal Presidente della BCE Draghi il 26 luglio 2012 alla Global Investment Conference[2]. Il quel discorso infatti il governatore pronunciò la frase: (IT)
« Nell’ambito del suo mandato, la BCE è pronta a salvaguardare l’euro con ogni mezzo. E, credetemi, sarà sufficiente » (Wikipedia).
giugno 5, 2013
The IMF has released a fairly remarkable piece of self-criticism (pdf) over policy in Greece. On a first read, the report seems to suggest two main failings on the IMF’s part: it failed to acknowledge early on that Greece simply could not repay its debt in full, and it vastly underestimated the economic damage austerity would inflict.
Both errors were, if I may say so, obvious at the time. The troika plan was clearly not realistic — and just about all of us on the Keynesian side were warning, loudly, that multipliers estimated from normal periods with offsetting monetary policy were grossly misleading for fiscal policy under current conditions. All one can say is that the IMF was better than the rest of the troika, with the ECB in particular actually buying in to the fantasy of expansionary austerity.
What could/should have been done differently? The report more or less acknowledges that the pain would have been less with some major debt forgiveness upfront, but dismisses the notion of a more gradual adjustment on the grounds that the financing wouldn’t have been available. But look: if we’re willing to imagine a world in which the troika was willing to admit in 2010 that major debt forgiveness was necessary, why not also imagine that in this world the ECB was willing from the start to backstop sovereign debt the way it finally began to do years later? I think it’s possible to envisage a Greek program that began with a big debt writedown, traded off nasty but not crippling austerity for substantial bridge loans from the ECB, and in which Greece returned to the private market in 2012 or so.
OK, it wasn’t going to happen politically, and maybe even if it did the price would have been socially disastrous. But in that case you have to wonder whether it was worth trying to keep Greece in the euro at all. “Grexit” would have been ugly, and will still be ugly if it eventually happens. But compared with what has actually taken place?
Pentimenti greci
Il FMI ha pubblicato un articolo piuttosto importante di autocritica (disponibile in pdf) sulla politica in Grecia. Ad una prima lettura, il rapporto sembra indicare due principali manchevolezze da parte del FMI; esso non ha saputo riconoscere per tempo che la Grecia semplicemente non poteva ripagare interamente il suo debito, ed ha grandemente sottostimato il danno economico che l’austerità avrebbe provocato.
Entrambi gli errori, se posso dirlo, erano evidenti a quel tempo. Il piano della troika era chiaramente non realistico – e proprio quasi tutti noi dello schieramento keynesiano avevamo ammonito, a voce alta, che i moltiplicatori stimati in normali periodi con una politica monetaria equilibratrice erano grossolanamente fuorvianti per una politica della finanza pubblica nelle condizioni attuali. Possiamo tutti riconoscere che il FMI si comportò meglio del resto della troika, con la BCE in particolare che prendeva per buona la fantasia della austerità espansiva.
Cosa avrebbe potuto/dovuto fare di diverso? Il rapporto più o meno riconosce che la sofferenza avrebbe dovuto essere minore con un importante condono iniziale del debito, ma respinge il concetto di una correzione più graduale con l’argomento che il finanziamento non sarebbe stato disponibile. Ma si badi: se possiamo immaginarci un mondo nel quale la troika fosse disponibile ad ammettere nel 2010 che un rilevante condono del debito era necessario, perché anche non immaginare che in quel mondo la BCE la BCE avesse la volontà di sostenere sin dall’inizio il debito sovrano, nel modo in cui alla fine ha cominciato a fare anni dopo? Io penso che sia possibile immaginare un programma per la Grecia che fosse cominciato con una grande riduzione del debito, scambiando una difficile ma non rovinosa austerità con prestiti ponte da parte della BCE, e nel quale la Grecia fosse tornata sul mercato privato grosso modo nel 2012.
Va bene, non era destinato ad accadere per ragioni politiche, e forse anche se si fosse fatto così, il prezzo sarebbe stato disastroso dal punto di vista sociale. Ma il quel caso ci si deve chiedere se valeva la pena di cercar di mantenere davvero la Grecia nell’euro. L’uscita della Grecia sarebbe stata ben sgradevole, e alla fine sarà sempre sgradevole se accadrà. Ma a confronto con quello che effettivamente è successo?
giugno 5, 2013
By any reasonable standard, the great failing of economic policy over the past 5 years — monetary and fiscal both — is that it has done too little. Output lies far below reasonable estimates of potential, meaning trillions of dollars of wasted resources; unemployment remains at levels that amount to personal, social, and possibly political catastrophe; inflation has been below target, and there are good reasons to believe that the targets are too low.
Yet the most virulent criticism of policy makers has come from those insisting that they are doing too much — that deficits are a terrible threat (somehow unperceived by the bond market), that the actions of central banks are excessive, even insane. So Martin Wolf finds himself compelled to defend Ben Bernanke, not against charges that he has failed to exhibit the “Rooseveltian resolve” he himself once demanded of the Bank of Japan, but against hedge fund types who accuse him of somehow perverting financial markets.
This makes me think that it might be time for a restatement of the case for unconventional Fed policy — not the case that it’s a panacea or even that it will necessarily work, but simply that it should be tried.
Start with the very simplest view of how Fed policy affects the economy: the Fed sets short-term interest rates, and other things equal a lower rate leads to higher output; the “natural rate” of interest — as explained in this SF Fed paper — is the rate at which output equals potential, that is, at which there are neither inflationary nor deflationary pressures:
Our problem now is that a severe negative shock to demand, originating from the bursting of the housing bubble and an overhang of household debt, has pushed the IS curve left to the point where the natural rate of interest is so low that it would take a negative nominal rate to get there:
What does this tell us? First of all, that there is nothing “artificial” or “unnatural” about low interest rates; they’re low because demand is low, and the Fed is responding appropriately. If anything, the “unnatural” situation is that rates are too high, because they’re constrained by the zero lower bound (rates can’t go below zero, except for some minor technical bobbles, because people can always just hold cash).
Second, the Fed’s inability to get rates as low as they should be justifies a search for policies that can fill this policy gap. Fiscal stimulus is one such policy; unconventional monetary policies of various kinds are another. Actually, the natural policy — natural in a Wicksellian sense, and also the one that in terms of standard economics should produce the least distortion — would be a credible commitment to higher inflation. Unfortunately, this is really hard to achieve, especially given the howling from the kind of people now attacking Bernanke.
My point, however, is that the extraordinary policies of recent years are responses — inadequate responses — to an extraordinary situation. And the real puzzle isn’t why Bernanke does what he does, but why so many supposedly knowledgeable people seem so determined to find reasons not to do the obvious, necessary thing.
Ben Bernanke, forza della natura
Da ogni ragionevole punto di vista, il grande fallimento della politica economica negli ultimi 5 anni – di quella monetaria come di quella della finanza pubblica – è che essa è stata troppo piccola. La produzione si trova assai al disotto della stima ragionevole del suo potenziale, il che significa migliaia di miliardi di dollari di risorse sprecate; la disoccupazione resta a livelli che corrispondono ad una catastrofe delle persone singole, delle società e probabilmente dei sistemi politici; l’inflazione è rimasta sotto gli obbiettivi programmati e ci sono tutte le ragioni per ritenere che quegli obbiettivi fossero troppo bassi.
Tuttavia, la critica più feroce degli uomini politici è venuta da coloro che hanno preteso che essi stessero facendo troppo – che i deficit fossero una minaccia (in qualche modo non compresa dal mercato obbligazionario), che gli interventi delle banche centrali fossero eccessivi, persino pazzeschi. Così Martin Woolf si ritrova costretto a difendere Ben Bernanke, non contro le accuse per le quali non sarebbe riuscito a mostrare quella “determinazione di Roosevelt” che egli stesso un tempo chiedeva alla Banca del Giappone, bensì contro i personaggi degli hedge funds che lo accusano in qualche modo di stravolgere i mercati finanziari.
Questo mi fa pensare che forse è il momento di ribadire la tesi di una politica non convenzionale della Fed – non l’idea che essa sia una panacea e neanche che necessariamente sia destinata a funzionare, ma semplicemente che dovrebbe essere tentata.
Cominciamo dal semplicissimo aspetto di come la politica della Fed influenza l’economia: la Fed stabilisce i tassi di interesse a breve termine e un tasso di interesse più basso, fermi tutti gli altri aspetti, porta ad una produzione più elevata; il “tasso naturale” dell’interesse – come spiegato in questo saggio della Fed (in connessione) – è il tasso al quale la produzione eguaglia il suo potenziale, vale a dire al quale non ci sono spinte né inflazionistiche né deflazionistiche:
Il nostro problema adesso è che un grave shock negativo sulla domanda, che è stato provocato dalla esplosione della bolla immobiliare e da un eccesso di debito delle famiglie, ha spinto verso sinistra (e verso il basso, ndt) la curva degli Investimenti e di Risparmi (IS), sino al punto in cui il tasso di interesse naturale è così basso da richiedere un tasso nominale negativo per arrivarci [2]:
Che cosa ci dice tutto questo? Prima di tutto che non c’è niente di “artificiale” o di “innaturale” nei tassi di interesse; essi sono bassi perché la domanda è bassa, e la Fed sta rispondendo appropriatamente. Semmai la situazione “innaturale” è che i tassi sono troppo alti, giacché essi sono condizionati dal limite inferiore dello zero [3] (i tassi non possono scendere sotto lo zero, a parte qualche secondario sobbalzo, perché le persone possono sempre tenersi i soldi in forma liquida).
In secondo luogo, l’impossibilità per la Fed di tenere i tassi così bassi come dovrebbero essere giustifica una ricerca di politiche che possano coprire questo gap della politica. Lo stimolo della spesa pubblica è una di queste politiche¸ le politiche monetarie non convenzionali di vario genere sono le altre. Effettivamente, la politica naturale – naturale in senso wickselliano, ed anche quella che nei termini di una economia normale dovrebbe produrre il minimo di distorsioni – sarebbe un impegno credibile per una inflazione più elevata. Sfortunatamente questo è difficile da ottenere, specialmente considerate le strida degli individui che ora attaccano Bernanke.
La mia opinione, tuttavia, è che le politiche straordinarie degli anni recenti sono risposte – inadeguate risposte – ad una situazione straordinaria. E il vero enigma non è perché Bernanke stia facendo quello che fa, ma perché così tante persone apparentemente bene informate sembrino così determinate a trovare ragioni per non fare la cosa naturale e necessaria.
[1] Il diagramma indica a cosa corrisponda il tasso naturale di interesse. Sulla linea verticale il tasso reale di interesse; su quella orizzontale il PIL; la “IS curve” è la curva che indica il modo in cui operano i fattori degli investimenti e dei risparmi; la linea verticale indica una scala di grandezza del PIL potenziale. Lo schema ci mostra in che modo l’economia reale (il PIL) interagisce con l’economia monetaria (il tasso di interesse reale). Il punto di incontro nel quale i fattori degli investimenti e dei risparmi incontrano il PIL potenziale rappresenta la condizione naturale; la linea che da esso si traccia sino alla ordinata del tasso di interesse reale, indica quello che sarebbe il tasso di interesse naturale.
[2] Come si vede, la curva degli investimenti e dei risparmi nel secondo diagramma si colloca a sinistra e più in basso rispetto alla prima situazione; in questo modo essa incontra il PIL potenziale al di sotto del PIL effettivo ed è in questo senso che il tasso di interesse naturale dovrebbe essere addirittura negativo. Ovvero, anziché avere un compenso per l’acquisto di bonds, si dovrebbe addirittura pagare un prezzo (la qualcosa è illogica, perché, come si dice sotto nel post, in quel modo converrebbe tenersi i soldi in forma liquida).
[3] Per “zero lower bound” vedi le Note sulla traduzione.
giugno 4, 2013
Like Bruce Bartlett, Josh Barro’s laudable attempt to be a reasonable conservative is having the unintended effect of demonstrating just how unreasonable modern conservatism has become — as he himself now notes:
Basically, Erickson is derpy. And Erickson has big appeal to conservatives because lots of them are derpy. But the country is getting less derpy, and in time the Republican party will have to get less derpy, too. That’s my project, and I don’t expect Erickson to like it.
But things are actually a lot worse than Barro is yet willing to acknowledge; for the GOP’s derpitude doesn’t just involve the Ericksons and the Limbaughs, it extends to the party’s supposed intellectuals.
Barro likes to claim that market monetarism, which he insists has been a big winner, is an achievement of conservative reformers. I’d dispute just about all of that, but never mind right now. The point here is that the virulent opposition to any kind of monetary expansion isn’t just coming from the talk radio types, or the rank and file politicians. We have a modern GOP in which Paul Ryan is considered a policy wonk, the leading intellectual among elected officials — and he gets his ideas about monetary policy by quoting from Atlas Shrugged.
Then there’s health care, where the leading GOP alleged wonk has just demonstrated, in case you had any doubt, that evidence and clear thinking matter not at all compared with the goal of opposing anything liberals might also like.
I feel for Barro; really I do. But he has no home in today’s GOP, which simply has no room for the non-derpy, and to all appearances never will.
Imbecillità [1] morale
Come nel caso di Bruce Bartlett, l’apprezzabile tentativo di Josh Barro di essere un conservatore ragionevole sta provocando l’effetto non voluto di dimostrare come i conservatori moderni siano diventati proprio irragionevoli – come nota lui stesso:
“Fondamentalmente, Erickson è stupido. Ed Erickson ha un gran seguito tra i conservatori perché molti di loro sono stupidi. Ma il paese sta diventando meno stupido, e col tempo anche il Partito Repubblicano diventerà meno stupido. Questo è il mio progetto, e non mi aspetto che ad Erickson piaccia”.
Ma in effetti le cose sono un po’ peggiori di quanto Barro abbia ancora voglia di riconoscere; perché l’imbecillità del Partito Repubblicano non riguarda soltanto gli Erickson ed i Limbaugh, si estende ai presunti intellettuali del Partito.
A Barro piace sostenere che il monetarismo di mercato, che egli pretende sia stato un gran vincente, sia un prodotto dei riformatori conservatori. Vorrei proprio discuterne, ma in questo momento non conta. Il punto è che la virulenta opposizione ad ogni genere di espansione monetaria non viene soltanto dai soggetti dei talk shows, o dagli uomini politici più ordinari. Noi siamo di fronte ad un Partito Repubblicano odierno nel quale Paul Ryan è considerato uno scienziato della politica, una guida intellettuale per i funzionari di rango – –ed egli desume le sue idee di politica monetaria da citazioni da Atlas Shrugged [2].
C’è poi l’assistenza sanitaria, dove il preteso esperto e guisa del Partito Repubblicano ha appena dimostrato, nel caso aveste avuto qualche dubbio, che i fatti ed il ragionamento lineare non contano nulla, a confronto con l’obbiettivo di opporsi a tutto quello che potrebbe essere congeniale si progressisti.
Io ho simpatia per Barro, proprio così. Ma oggi la sua casa non è il Partito Repubblicano, che semplicemente non ha spazio per coloro che non sono stupidi, né verosimilmente lo avrà mai.
[1] “Derp”, che non si trova sui normali dizionari, sta per stupido e “derpitude” per stupidità. E’ una espressione usata nello slang di Internet e forse deriva da un personaggio di South Park, che definiremmo imbranato:
[2] Un personaggio di un romanzo di una scrittrice americana di origine sovietica assertrice di un capitalismo radicale, individualista, libertario ed altro ancora (Ayn Rand).
giugno 3, 2013
Ben Bernanke Endorses A 73 Percent Tax Rate
OK, he didn’t actually say that in so many words. But if you follow through on the logic of his excellent speech at Princeton yesterday, that’s where you end up.
Actually, there were several things Bernanke said that were politically controversial. When he declared that
physical beauty is evolution’s way of assuring us that the other person doesn’t have too many intestinal parasites
he was endorsing the theory of evolution — which puts him at odds with a large majority of Republicans, 58 percent of whom believe that man was created in his present form within the last 10,000 years.
But the big thing in Bernanke’s remarks was his discussion of the obligations of the successful, even within a supposedly meritocratic society:
We have been taught that meritocratic institutions and societies are fair. Putting aside the reality that no system, including our own, is really entirely meritocratic, meritocracies may be fairer and more efficient than some alternatives. But fair in an absolute sense? Think about it. A meritocracy is a system in which the people who are the luckiest in their health and genetic endowment; luckiest in terms of family support, encouragement, and, probably, income; luckiest in their educational and career opportunities; and luckiest in so many other ways difficult to enumerate–these are the folks who reap the largest rewards. The only way for even a putative meritocracy to hope to pass ethical muster, to be considered fair, is if those who are the luckiest in all of those respects also have the greatest responsibility to work hard, to contribute to the betterment of the world, and to share their luck with others.
OK, this is, whether BB realizes it or not (he probably does) basically a Rawlsian view of the world, in which you think of life as a kind of lottery in which you draw a ticket that includes things like your genetic endowment as well as the wealth of your parents. And what you’re supposed to do, ethically, is support the economic and social system you would choose if you had to enter that lottery not knowing what ticket you were going to draw — if you were making political choices behind the “veil of ignorance”.
As soon as you portray the choice that way, you’ve introduced a strong presumption in favor of redistribution. After all, if you should happen to end up as a member of the top 1 percent, an extra dollar at the margin won’t mean a lot to you; but if you should happen to end up as a member of, say, the bottom quintile, an extra dollar could make a lot of difference. So you should, other things equal, favor a system of progressive taxation and generous aid to the poor and unlucky.
So why not favor complete leveling, America as Cuba? Because for many reasons, both economic and political, we favor a market economy in which people make decentralized decisions about working, saving, and so on. And this means that incentive effects become important; you can’t levy 100 percent taxation on the rich, or completely insulate the poor from any consequences of low income, without destroying the incentives you need to make the economy work.
The question then becomes one of numbers. In particular, how high should we set the top tax rate? From a Rawlsian perspective, the key thing about very high incomes is that making them a bit higher or lower basically doesn’t matter — if you are lucky enough to find yourself in the top 0.1 percent (say), the marginal value of a dollar to your welfare is trivial compared with the value of that dollar to almost anyone else. So the top tax rate should be set solely with regard to the amount of money it raises for other purposes; essentially, you should soak the rich up to the point where any further rise in the tax rate would actually reduce revenue.
And we have a pretty good idea, based on careful statistical studies, of where that optimal top rate lies; 73 percent, say Diamond and Saez, maybe 80 percent, say Romer and Romer.
Does this sound wildly radical to you? Well, it’s just where the logic and evidence take you once you adopt a more or less Rawlsian view of social justice — which is exactly what Ben Bernanke did at Princeton.
Some people have suggested that BB’s speech had a touch of radicalism to it. Little did they know!
Ben Bernanke sostiene una aliquota fiscale al 73 per cento
Va bene, Non ha effettivamente detto questo in così tante parole. Ma se seguite la logica del suo eccellente discorso a Princeton di ieri, è lì che andate a finire.
In effetti, ci sono state alcune cose che Bernanke ha detto che erano politicamente controverse. Quando ha dichiarato che:
“la bellezza fisica è il modo nel quale l’evoluzione ci rassicura che l’altra persona non ha troppi parassiti intestinali …”
egli stava sostenendo la teoria dell’evoluzione – la qual cosa lo pone in contrasto con una larga maggioranza di repubblicani, il 58 per cento dei quali crede che l’uomo sia stato creato nella sua forma presente entro gli ultimi 10.000 anni.
Ma la cosa importante tra le osservazioni di Bernanke è stata la sua esposizione degli obblighi della persona di successo, anche all’interno di una sedicente società meritocratica:
“Abbiamo imparato che le istituzioni meritocratiche e le società sono giuste. A parte il fatto che nessun sistema, compreso il nostro, non è realmente interamente meritocratico, le meritocrazie possono essere più giuste e più efficaci di alcune alternative. Ma giuste in senso assoluto? Riflettiamoci. Una meritocrazia è un sistema nel quale le persone che sono più fortunate nella loro salute e nel loro capitale genetico: più fortunate in termini di sostegno familiare, di stimoli e verosimilmente di reddito; più fortunate nelle loro opportunità di istruzione e di carriera; e più fortunate in tanti altri modi che non è semplice elencare – questi sono gli individui che raccolgono i più ampi riconoscimenti. Il solo modo persino per una presunta meritocrazia di guadagnarsi quella reputazione morale, di essere considerata giusta, è che coloro che sono i più fortunati sotto tutti questi aspetti abbiano anche la maggiore responsabilità di lavorare duramente, di contribuire al progresso del mondo, e di condividere la loro fortuna con gli altri.”
Va bene, questo è, che Ben Bernanke lo comprenda o meno (probabilmente lo comprende) fondamentalmente un punto di vista ‘rawlsiano’ [1] sul mondo, secondo il quale si pensa alla vita come ad una specie di lotteria nella quale si estrae un biglietto che comprende cose come il vostro corredo genetico in aggiunta alla salute dei vostri genitori. E quello che si suppone che facciate, da un punto di vista etico, è sostenere il sistema economico e sociale che avreste scelto se foste entrati in quella lotteria non sapendo quale biglietto stavate per estrarre – come se steste facendo le vostre scelte politiche dietro il “velo dell’ignoranza”.
Appena considerate la vostra scelta in quel modo, avete introdotto un forte pregiudizio a favore della redistribuzione. Dopo tutto, se vi fosse accaduto di finire col far parte dell’1 per cento dei più ricchi, un dollaro in più al margine non significherebbe granché; ma se vi fosse accaduto di essere, diciamo, un componente dell’ultimo quintile, un dollaro in più potrebbe fare bel po’ di differenza. Dunque dovreste, fermo restando tutto il resto, essere a favore di un sistema di tassazione progressiva e di un aiuto generoso ai poveri ed ai meno fortunati.
Perché dunque non essere a favore di un livellamento totale, l’America come Cuba? Perché, per molte ragioni, noi siamo per una economia di mercato nella quale le persone assumono decisioni decentralizzate sul lavoro, sui risparmi e su tutto il resto. E questo significa che gli effetti di incentivazione diventano importanti; non si possono imporre tasse del 100 per cento sui ricchi, o proteggere interamente i poveri dalle conseguenze dei redditi bassi, senza distruggere gli incentivi di cui c’è bisogno perché l’economia funzioni.
La domanda diventa dunque una questione di numeri. In particolare, quanto dovremmo collocare in alto l’aliquota fiscale sui più ricchi? In una prospettiva rawlsiana, la questione fondamentale per i redditi altissimi è che farli diventare un po’ più alti o un po’ più bassi non è importante – se, diciamo, si è fortunati abbastanza da ritrovarsi all’apice dello 0,1 per cento, il valore marginale di un dollaro per il vostro benessere è banale a confronto del valore di quel dollaro per quasi tutti gli altri. Dunque, l’aliquota fiscale per i più ricchi dovrebbe essere stabiliti unicamente in relazione alla quantità di denaro che essa accresce per altri scopi; essenzialmente, si dovrebbero spremere i ricchi sino al punto nel quale ogni ulteriore aumento della aliquota fiscale effettivamente ridurrebbe le entrate.
E abbiamo un’idea abbastanza precisa, basata su studi statistici scrupolosi, di dove collocare tale aliquota per i più ricchi; al 73 per cento, dicono Diamond e Saez, forse all’80 per cento dicono Romer e Romer [2].
Vi suona esageratamente radicale? Bene, è dove porta la logica e l’esperienza una volta che si adotti il punto di vista rawlsiano sulla giustizia sociale – che è esattamente ciò che ha fatto Ben Bernanke a Princeton.
Alcuni hanno suggerito che il discorso di Ben Bernanke ha dato a tutto ciò un tocco di radicalismo. Se ne intendevano poco!
[1] John Bordley Rawls (Baltimora, 21 febbraio 1921 – Lexington, 24 novembre 2002) è stato un filosofo statunitense, figura di spicco della filosofia morale e politica. E’ stato James Bryant Conant University Professor presso la Harvard University. Il vero grande problema della filosofia politica è costituito, secondo John Rawls, non dalla ricerca del bene comune, ma da un’adeguata nozione di giustizia e da un’altrettanto adeguata procedura per comprendere come le nostre istituzioni possono essere più giuste. Il concetto di giusto deve essere considerato prioritario rispetto al bene nella teoria morale, e questo perché, se avviene il contrario, il rischio è quello di non riuscire più ad ottenere una definizione autonoma e indipendente di giustizia. Se è il bene ciò che conta, tutto ciò che massimizza il bene non può che essere giusto e ciò comporta spesso conseguenze moralmente pericolose e controintuitive. L’insistenza sulla priorità della giustizia è al centro della nota critica di Rawls all’utilitarismo, che volendo a tutti i costi massimizzare la felicità comune, semplice somma delle felicità individuali, può giungere a considerare legittima, in certi casi, la violazione di alcune libertà fondamentali. (Wikipedia)
giugno 3, 2013
Wolfgang Münchau makes a point that isn’t new, but still gets overlooked too often: the euro area is, for practical macroeconomic purposes, a single unit — and one that doesn’t really do all that much trade with the rest of the world. Aggregate euro area policy, monetary and fiscal, should therefore be subject to more or less the same rules that apply to the United States.
Yet because monetary union wasn’t accompanied by political union, the continent as a whole is pursuing what amount to insanely restrictive policies. Here we have an economy with massive unemployment and inflation that is too low by any reasonable standard (Europe, even more than America, would do a lot better with a 4 percent inflation target):
Yet what we see is sharply restrictive fiscal policy:
And the ECB isn’t even trying to offset this fiscal drag with expansionary monetary policy, in part because of fear of adverse reactions to possible higher inflation in Germany.
We can and often do get bogged down in the details of country analysis, not to mention the difficult politics of the situation. But every once in a while it’s worth backing up and thinking about the fundamental craziness of aggregate European policy.
La macroeconomia della disunione europea
Wolfgang Münchau avanza una idea che non è nuova, ma sulla quale si sorvola ancora troppo spesso: l’area euro è, per gli scopi della pratica economica, una unità singola – ed è quella che effettivamente non ha grandi scambi commerciali col resto del mondo. La politica dell’area euro nel suo insieme, dovrebbe di conseguenza essere soggetta più o meno alle stesse regole che si applicano agli USA.
Tuttavia, poiché l’unione monetaria non è stata accompagnata da una unione politica, il continente nel suo complesso persegue quello che corrisponde a politiche irragionevolmente restrittive. Ecco che abbiamo un’economia con una massiccia disoccupazione e con una inflazione che è troppo bassa secondo ogni ragionevole criterio (l’Europa, anche più dell’America, farebbe molto meglio con un obbiettivo di inflazione al 4 per cento):
Tuttavia quello a cui assistiamo è una politica della finanza pubblica rigidamente restrittiva [1]:
E la BCE non sta neppure cercando di bilanciare questo ‘dragaggio’ delle finanze pubbliche con una politica monetaria espansiva, i parte per il timore di reazioni contrarie ad una possibile inflazione più elevata in Germania.
Noi possiamo impantanarci come spesso facciamo nei dettagli delle analisi del singolo paese, per non parlare della difficoltà politiche della situazione. Ma ogni tanto merita fare un passo indietro e pensare alla sostanziale follia della politica complessiva dell’Europa.
[1] La tabella sottostante mostra l’”avanzo primario” dell’area euro, corretto sulla base del ciclo economico. Il che significa l’equilibrio attivo dei conti pubblici, al netto del pagamento degli interessi, e ‘depurato’ degli effetti straordinari della crisi. Che, come si vede, dopo essere caduto a seguito della crisi finanziaria del 2008 (e presumo dei salvataggi finanziari) si è impennato a partire dal 2010. Se c’è avanzo di amministrazione, chiaramente, c’è restrizione delle spese pubbliche.