June 17, 2013, 12:01 pm
I’m in Paris for an economics conference, opening tonight with what is billed as a debate (although it’s more of a dialogue) over European economics with Mario Monti. So it’s worth looking at the ever-valuable Eurostat (pdf) for an update on Europe’s truly remarkable performance since the crisis struck:
Actually, it’s not just the performance — with employment, after a slight uptick, back to declining 5 full years after the recession began — that’s remarkable; so is the fact that, as far as I can tell, European leaders don’t see this performance as a sign that there is anything fundamentally wrong with their policies, the structure of the euro system, or both.
Europa in depressione
Sono a Parigi per un conferenza economica, che si apre stanotte per qualcosa che viene presentato come un dibattito-disputa (sebbene sia piuttosto un dialogo) sull’economia europea con Mario Monti. Merita dunque di osservare il sempre valido Eurostat (disponibile in pdf) per un aggiornamento della davvero considerevole performance dell’Europa dal momento in cui la crisi ha colpito [1]:
In effetti non è solo la performance ad essere considerevole – con l’occupazione, dopo un leggero rialzo, che torna a scendere 5 anni pieni dopo che ebbe inizio la recessione; altrettanto considerevole è il fatto che, per quello che si può dire, i leaders europei non vedano questo andamento come il segno di qualcosa di profondamente sbagliato nelle loro politiche, nella struttura del sistema dell’euro, o in entrambi.
[1] La tabella, che mostriamo in calce a questa nota in modo da renderla meglio visibile, mostra l’andamento dell’occupazione nei paesi dell’area euro (linea continua) e dei 27 paesi europei (linea alterna), a partire dal 2005 e sino al 2013. Le rilevazioni sono trimestrali, ma i dati sono corretti tenendo conto della stagionalità, ovvero si tiene conto e si correggono le fluttuazioni che sono dovute alle caratteristiche stagionali. Le quantità che sono espresse sulla linea verticale sono le variazioni rispetto ad un indice 100 fissato nel primo trimestre del 2005. Come si vede, a partire dagli effetti della crisi nel 2008 si ha una diminuzione costante sino al primo trimestre del 2010, una leggera ripresa sino al secondo trimestre del 2011 ed una nuova caduta sino al primo trimestre 2013. Poiché il riferimento è alla evoluzione delle quantità assolute (fissate a 100 nel 2005), evidentemente il dato non tiene conto del contestuale incremento della popolazione, tantomeno della popolazione nella età lavorativa primaria. In quei termini la situazione sarebbe, dunque, peggiore.
giugno 16, 2013
June 16, 2013, 5:31 pm
Brad DeLong has a fairly long, intricate piece keying off what looked like a prediction by John Cochrane, early in the Great Recession, that the Fed’s expansion of the monetary base would lead to high inflation. Brad spends a fair bit of time on various excuses — was it really a prediction? — but I think that’s beside the main point, which is that all the people predicting high inflation four years ago were right to do so, given their models. And the lesson of low inflation — a lesson most of them refuse to learn — is that their models were wrong.
Basically, many people on the right had and have a supply-side view of the slump. This comes in different versions: there’s the view that unemployment benefits and Obamacare are reducing labor supply; there’s the Austrian view that the bubble left us with the wrong capital structure; I suspect there are other versions I’m missing. But under any supply-side interpretation, the Fed’s decision to respond by trying to pump up demand, which it has done by vastly increasing the monetary base, ought to have been inflationary.
Of course it wasn’t — which is what people from my side of the argument predicted in advance, because we recognized that collapsing demand had pushed us into a liquidity trap in which the Fed’s problem was lack of traction, not inflation.
The disappointing thing is, as I’ve already suggested, that almost nobody has been induced by this dramatic failure of prediction — or the similar error on interest rates — to change views, and possibly even concede that the Keynesians might have a point.
La nazione della non inflazione
Brad DeLong scrive un articolo abbastanza lungo ed intricato per adattare quella che sembrava una previsione da parte di John Cochrane, agli inizi della Grande Recessione, che la espansione da parte della Fed della base monetaria avrebbe condotto ad una elevata inflazione. Brad spende un bel po’ di tempo in varie attenuanti – si trattava davvero di una previsione? – ma penso che questo non abbia niente a che fare con il punto principale, che consiste nel fatto che tutti coloro che quattro anni fa prevedevano una inflazione elevata avevano ragione di farlo, dati i loro modelli. E la lezione della bassa inflazione – una lezione che la gran parte di loro rifiuta di apprendere – è che i loro modelli erano sbagliati.
Fondamentalmente, molte persone a destra avevano ed hanno una visione della crisi dal punto di vista dell’offerta. Questa si manifesta in diverse versioni: c’è il punto di vista secondo il quale i sussidi di disoccupazione e la riforma sanitaria di Obama stanno riducendo l’offerta di lavoro; c’è il punto di vista degli economisti di scuola “austriaca” [1] secondo il quale la bolla ci ha lasciati con la struttura sbagliata del capitale; sospetto che ci siano altre versioni che non mi vengono in mente. Ma sotto qualsiasi interpretazione dal punto di vista dell’offerta, la decisione della Fed di cercar di gonfiare la domanda, quello che essa ha fatto incrementando largamente la base monetaria, doveva essere stata inflazionistica.
Evidentemente così non è stato – che è quello che le persone collocate dalla parte della mia tesi avevano previsto in anticipo, perché avevamo riconosciuto che la domanda che cedeva ci aveva spinti in una trappola di liquidità, nella quale il problema della Fed sarebbe stata una mancanza di capacità di spinta, non l’inflazione.
La cosa deludente è, come ho già indicato, che quasi nessuno è stato indotto da questo spettacolare fallimento previsionale – o dall’errore analogo sui tassi di interesse – a cambiare punto di vista, e magari anche ad ammettere che i keynesiani potevano aver messo a segno un punto.
giugno 16, 2013
June 16, 2013, 8:13 am
OK, in general I try not to do gotchas of the form “you say this, but you used to say that”. But I just happened to run across John Taylor’s latest, and it was just too funny not to mention.
So, Taylor now says that we should not cite falling spending by state and local governments as a reason for the weak recovery. Why? Because, he says, such spending is endogenous: state and local governments cut spending in line with revenue. Basically, they’re cash constrained; so what can you expect?
But wait: Taylor has prominently argued (pdf) that the Obama stimulus, and specifically the part that involved aid to state and local governments, was ineffective, because the state and local governments just used the money to pay down debt — that is, giving them more cash wouldn’t have mattered.
I’m sure that Taylor will come up with some reason these statements aren’t diametrically opposed. But from here it looks like the Taylor rule on fiscal policy is that Obama is always wrong, and that state and local governments are either cash-constrained or not cash-constrained, depending on which assertion is needed to back up that position.
La regola di Taylor [1] in materia di politica della finanza pubblica
E’ vero, in generale io non cerco di speculare [2] con argomenti del genere “ora dici questo, ma un tempo avevi l’abitudine di dire quello”. Ma mi è appena capitato di imbattermi in alcune delle cose più recenti di John Taylor, ed era troppo buffo per non farne menzione.
Dunque, Taylor ora dice che non dovremmo fare riferimento alla caduta della spesa da parte degli Stati e delle istituzioni locali come ragioni di una ripresa debole. Perché? Perché, egli dice, tale spesa è endogena: i governi degli Stati e delle istituzioni locali tagliano la spesa in linea con le entrate. Fondamentalmente, hanno limiti nel loro contante; dunque, cosa ci si deve aspettare?
Ma aspettate: Taylor ha sostenuto con molta evidenza (disponibile in pdf) che lo “stimulus” di Obama, e la parte che specificamente riguardava l’aiuto ai Governi degli Stati e delle istituzioni locali, era inefficace proprio perché quei governi utilizzavano quei soldi per restituire il loro debito – vale a dire che dare ad essi più contante non avrebbe fatto alcuna differenza.
Sono certo che Taylor accamperà qualche motivo per il quale queste dichiarazioni non sono diametralmente opposte. Ma, vista da qua, sembra che la regola di Taylor nella politica della finanza pubblica sia che Obama ha sempre torto, e che gli Stati e le istituzioni locali siano condizionate nelle loro disponibilità finanziarie, ovvero non condizionate, a seconda di quale concetto gli sia necessario per corroborare la posizione del momento.
[1] Per la regola di Taylor, vedi le note finali sulla traduzione. Ma è evidente che in questo caso non si tratta di “quella” regola di Taylor, che ha avuto notevole fama nel passato ed è diventata una sorta di modello classico nella determinazione dei tassi di interesse da parte delle banche centrali. Un po’ ironicamente qua si parla di una “seconda” regola di Taylor, per effetto della quale, come dice il post, alla fine “Obama ha sempre torto”.
[2] “Fare un gotcha” significa anche usare un argomento un po’ troppo facile o pretestuoso per “beccare” il proprio interlocutore.
giugno 15, 2013
June 15, 2013, 4:32 pm
Yesterday the IMF chided the United States for spending too little and cutting its budget deficit too fast — and most people, if they heard about it, just shrugged. To be honest, that was my initial reaction too: we’ve come to accept the sheer stupidity of our current economic policies, and the fact that apparently nothing can be done about it, as part of the “new normal”.
Still, every once in a while we should step back and consider the awesomeness of the situation. Normally, we expect governments to have trouble containing demands that they spend more and/or tax less. Normally, we expect the IMF to be a fiscal scold, telling spendthrift governments to make tough choices; the old joke is that IMF stands for It’s Mostly Fiscal.
But now we’re in a situation — a liquidity trap — in which more government spending is a good thing, because it helps put unemployed resources to work; meanwhile, the cost in terms of future debt service is minimal, because interest rates are so low. Both ends of the intellectual case for austerity — the claim that spending cuts are actually expansionary and the claim that terrible things happen when debt rises even if interest rates are low — have collapsed. What could be easier, then, than for politicians to make constituents happy by spending more on things voters like?
So what happens? More austerity, because a party dedicated to the proposition that less government is always more blackmailed Obama into accepting the sequester, and now uses its blocking power to prevent any solution; and it’s true, Obama has chosen not to make this a central political issue. There are many ways to show how big the government shortfall is; here’s a comparison of the track of overall government spending (federal, state, and local) during the last recession and aftermath with the Great Recession and aftermath, just in dollar terms (if we did it in, say, real per capita terms you’d see that spending is falling fairly quickly):
If government spending had grown at normal rates since 2007, it would be hundreds of billions higher than it is — and the unemployment rate would probably be 6 percent or less. At this point austerity is the main reason we’re still in an inadequate recovery.
But there isn’t even a hint of significant movement on fiscal policy. It’s really amazing.
Contro la stupidità, anche il FMI non può far niente
Ieri il FMI ha sgridato gli Stati Uniti per spendere troppo poco e per i tagli troppo frettolosi i suoi deficit di bilancio – e gran parte delle persone, ammesso che l’abbiano sentito, hanno solo scrollato le spalle. Ad essere onesto, questa è stata anche la mia iniziale reazione: siamo arrivati al punto di accettare la pura e semplice stupidità delle nostre attuali politiche economiche, ed il fatto che in apparenza non si possa far niente al proposito, come una componente della “nuova normalità”.
Eppure, una volta ogni tanto dovremmo fare un passo indietro e considerare quanto la situazione sia terrificante. Normalmente, ci aspettiamo che i Governi abbiano difficoltà nel contenere le richieste che spendano maggiormente e/o tassino di meno. Normalmente, ci aspettiamo il FMI come una istituzione che avanza rimproveri dal punto fi vista della finanza pubblica, intimando a governi spendaccioni di fare scelte dure; una volta il gioco era che il FMI sosteneva ciò che era soprattutto dal punto di vista degli equilibri di bilancio.
Ma ora siamo in una situazione – una trappola di liquidità – nella quale una maggiore spesa pubblica è una cosa buona, perché contribuisce a mettere in opera risorse non utilizzate; nel frattempo, il costo nei termini di futuro servizio del debito è basso, perché i tassi di interesse sono quanto mai bassi. Entrambi gli aspetti degli argomenti teorici per l’austerità – la pretesa che i tagli alla spesa siano effettivamente espansivi e quella relativa alle cose tremende che accadono quando il debito cresce anche se i tassi di interesse sono bassi – sono collassati. Che cosa dovrebbe esserci di più semplice, dunque, per gli uomini politici che far felice l’elettorato spendendo di più su cose che gli elettori gradiscono?
Dunque cosa accade? Più austerità, perché un partito devoto al concetto che meno Stato è sempre meglio ha ricattato Obama ad accettare il cosiddetto “sequestro” [1], ed ora usa il potere di interdizione per impedire ogni soluzione; ed è vero che Obama ha scelto di non fare di questo un tema politico centrale. Ci sono molti modi per dimostrare quanto sia grande la caduta dell’intervento pubblico; ecco un confronto tra l’andamento della spesa pubblica generale (federale, degli Stati e locale) durante l’ultima recessione [2] e nel periodo successivo e quello durante la Grande Recessione e nel periodo successivo, solo in termini di dollari (se, ad esempio, facessimo il confronto in termini reali pro capite si vedrebbe che la spesa sta cadendo abbastanza rapidamente):
Se la spesa pubblica fosse cresciuta a ritmi normali a partire dal 2007, essa sarebbe più elevata di centinaia di miliardi – ed il tasso di disoccupazione sarebbe probabilmente al 6 per cento o meno. A questo punto l’austerità è la principale ragione per la quale siamo ancora in una ripresa inadeguata.
Ma non c’è nemmeno un cenno di qualche movimento nella politica della spesa pubblica. E’ davvero stupefacente.
[1] Per il termine “sequester” vedi le Note finali sulla traduzione.
[2] La “ultima” recessione del confronto è quella relativa al 2001. La Grande Recessione è invece quella in corso (da non confondersi con la “Grande Depressione” degli anni Trenta). I periodi temporali sono misurati in trimestri e, come si può notare, a partire da circa il 12° trimestre l’andamento espansivo della spesa pubblica nella recessione in corso (linea rossa) si è interrotto.
giugno 15, 2013
June 15, 2013, 8:12 am
I’m in Toronto, where I just received an honorary degree from the University of Toronto; and my thoughts have naturally turned, as they don’t do often enough, to matters Canadian. For it seems to me that Canada offers a useful test case for theories about what lies behind the Great Recession and the Not-So-Great Recovery.
In its early stages, the slump was widely seen as essentially a banking crisis. This view in turn led some people — unfortunately, I believe, including some senior people in the Obama administration — to believe that the economy would bounce back quickly once banking was stabilized. In fact, however, banking was stabilized pretty quickly, and most measures of financial disruption look like this:
That is, a period of severe disruption in 2008-9, but a return to relatively normal conditions thereafter. Yet the economy remained depressed. As a result, many economists — myself included — turned to a view that stressed nonbanking issues, especially the broader effects of the collapsed housing and the overhang of private debt.
Enter Canada. Famously, Canada’s old-fashioned, boring banking system avoided getting caught up in the global financial crisis. And for a while Canadian housing prices lagged those south of the border. Since then, however:
The EconomistReal house prices, 1975:1 = 100.
And Canadian household debt has kept rising even as the US level has declined:
Bank of Canada
So if the new, non-bank-centered view is right, Canada ought to be quite vulnerable to a big deleveraging shock despite its boring banks. Of course, people have been saying this for several years, and it hasn’t happened yet — but remember, the US housing bubble took a long time to pop, too.
I’m not exactly making a prediction here; but I guess I believe in the debt overhang story enough to be worried, and Canada is certainly an important test case.
Nel frattempo il confronto con il Canada
Sono a Toronto, dove ho appena ricevuto una laurea honoris causa da parte dell’Università di Toronto; ed i miei pensieri si sono naturalmente volti, come non mi accade abbastanza spesso, alle faccende del Canada. Perché sembra che il Canada mi offra un utile argomento di riscontro per teorie su cosa sta dietro la Grande Recessione e la Non Tanto Grande Ripresa.
Nei suoi primi stadi, la crisi fu generalmente considerata come una crisi bancaria. Questo punto di vista a sua volta portò alcune persone – sfortunatamente, io credo, anche alcuni massimi dirigenti della Amministrazione Obama – a credere che l’economia avrebbe avuto rapidamente un soprassalto una volta che il sistema bancario si fosse stabilizzato. Nei fatti, tuttavia, il sistema bancario si stabilizzò abbastanza rapidamente, e la gran parte delle misure adottate per il disordine finanziario sono espresse in questo modo dal diagramma:
Vale a dire: un periodo di grave disordine negli anni 2008 – 2009, ma successivamente un ritorno a condizioni relativamente normali. Tuttavia l’economia rimase depressa. Di conseguenza, molti economisti – incluso il sottoscritto – si volsero a punti di vista che chiamavano in causa aspetti non attinenti al sistema bancario, in particolare gli effetti più generali del collassato sistema immobiliare e dell’eccesso di debito privato.
A questo punto entra in gioco il Canada. Notoriamente, il noioso [1] ed antico sistema bancario del Canada evitò di finire catturato dalla crisi finanziaria globale. E per un certo periodo i prezzi immobiliari canadesi restarono al di sotto di quelli a sud del confine [2]. Da allora, tuttavia:
E il debito delle famiglie del Canada ha continuato a crescere anche quando il livello degli Stati Uniti è sceso:
Dunque, se il nuovo punto di vista, non centrato sulle vicende bancarie, è giusto, il Canada dovrebbe essere abbastanza vulnerabile ai grandi shocks da riduzione del rapporto di indebitamento nonostante le sue banche ‘noiose’. Naturalmente, le persone stanno dicendo questo da un certo numero di anni, e non è ancora accaduto – ma si ricordi, anche per la bolla immobiliare americana c’è voluto un lungo tempo prima di scoppiare.
In questo caso, non sto esattamente facendo una previsione; ma penso di credere nella spiegazione dell’eccesso di debito abbastanza da essere preoccupato, e il Canada è sicuramente un importante caso di analisi.
[1] Krugman ha varie altre volte definito le banche del passato “noiose”, volendo significare che erano sottopose a regole, non si permettevano avventure speculative, non lasciavano varchi al cosiddetto sistema bancario ‘ombra’, ed erano più sicure.
[2] Cioè di quelli statunitensi.
giugno 14, 2013
June 14, 2013, 7:58 am
Cardiff Garcia has a nice survey of the two main groups of stimulati — those who want policy makers to be doing much more in the way of fiscal expansion, and those who want much more in the way of monetary expansion. As he says, most (but not all) of the players here are, as a practical matter, OK with trying both, so in policy terms there isn’t much argument between them.
I’d just add two points.
First, my own evolution: in 1998, looking at Japan, I concluded that monetary policy could be effective, but only if — in what I guess is now a widely used phrase — the central bank could credibly commit to being irresponsible, that is, to allowing inflation to rise, not tightening money as soon as the economy recovered. When crisis struck more widely, it became clear to me just how hard this would be to achieve — in part because it would obviously take years to persuade central bankers that they needed a higher inflation target, and further time to convince investors that the central bankers really had changed their spots.
So I became a pragmatic fiscalist, for reasons best laid out by Mike Woodford: the great thing about fiscal stimulus is that it doesn’t depend on expectations, and it works even if nobody believes it will work.
Unfortunately, this pragmatic case for fiscal policy runs into a different real-world problem: the obduracy of policymakers, who quickly turned to austerity policies, reaching for any argument they could find. This has led me and others to spend a fair bit of time calling for monetary expansion, simply because the central bank retains some freedom of action.
Second, I’m surprised that Garcia doesn’t mention Richard Koo, who would seem to be the prime candidate on the fiscalist side for someone who is adamant that we not try monetary policy on the side. I’ve written about my puzzlement over Koo’s position.
The main thing, I think, is to recognize that while we have our differences, the important thing is to try everything that might help. The greatest intellectual sin here is to care more about protecting your turf — my answer is the only answer! — than about the real economy that desperately needs every form of help we can deliver.
Sostenitori dell’intervento della finanza pubblica, dell’intervento di politica monetaria, credibilità e “difesa del territorio”.
Cardiff Garcia scrive un bel saggio sui due principali gruppi di “stimolisti” – coloro che vogliono che gli operatori politici operino di più nel senso della espansione della spesa pubblica, e coloro che lo vogliono nel senso della politica monetaria. Come egli dice, gran parte (ma non tutti) quei soggetti sono, da un punto di vista pratico, favorevoli ad entrambe, cosicché in termini politici non c’è molta discussione tra di loro.
Vorrei aggiungere due punti.
Il primo, a proposito della mia evoluzione: nel 1998, guardando il Giappone, io conclusi che la politica monetaria potrebbe essere efficace, ma alla condizione che – con una espressione che credo sia oggi largamente utilizzata – la banca centrale potesse credibilmente impegnarsi ad essere irresponsabile; cioè a consentire che l’inflazione cresca, non restringendo la moneta appena l’economia si riprende. Quando la crisi colpì in modo più vasto, divenne chiaro per me quanto questo sarebbe stato difficile da ottenere – in parte perché ci sarebbero voluti evidentemente anni per persuadere i banchieri centrali che avevano bisogno di un obbiettivo di inflazione più elevato, e tempo ulteriore per convincere gli investitori che i banchieri centrali avevano davvero cambiato posizione.
Sono dunque diventato un sostenitore dell’intervento di finanza pubblica, per ragioni che sono state esposte nel migliore dei modi da Mike Woodford: la grande cosa dello stimolo attraverso le finanza pubblica è che esso non dipende dalle aspettative, e funziona anche se nessuno ci crede.
Sfortunatamente, questo argomento pragmatico a favore della politica della finanza pubblica si scontra con un diverso problema del mondo reale: la ostinazione degli operatori politici, che rapidamente si sono spostati verso politiche di austerità, cercando di usare ogni argomento che potevano trovare. Questo ha portato me ed altri a dedicare un po’ di tempo a favore di una politica di espansione monetaria, semplicemente perché la banca centrale mantiene qualche libertà di iniziativa.
In secondo luogo, sono sorpreso del fatto che Garcia non rammenti Richard Koo, che sembrerebbe essere il primo candidato dalla parte dei sostenitori della finanza pubblica come uno che sia irremovibile nel non utilizzare la politica monetaria. Ho scritto (già) a proposito i miei dubbi sulla posizione di Koo.
La cosa principale, penso, sia riconoscere che se abbiamo le nostre differenze, la cosa importante è provare ogni cosa che possa essere di aiuto. In questo caso, il peccato maggiore è quello di preoccuparsi di più di difendere il proprio territorio – la mia risposta è l’unica risposta! – che non dell’economia reale che ha disperatamente bisogno di ogni forma di sostegno che possiamo assumere.
giugno 12, 2013
Many of us wish that Obamacare were a simpler system, one that directly provided health insurance. Political reality, unfortunately, ensured that many people will receive coverage from private insurers, selling policies — often with subsidies — on the “exchanges”. And naturally enough, the Obama administration is teaming up with the insurers and other parts of the health industry to help inform Americans of the benefits to which they will be legally entitled, starting Jan. 1.
And in the eyes of Republicans, Bloomberg reports, this makes Obama a “bully” — dragooning those private companies into helping sell a public program that will increase their profits. Why, it’s tyranny, I tell you!
Yes, it’s ridiculous. But they can’t help themselves. I suspect that the idea of helping lower-income Americans in any way would drive the GOP bonkers; but the idea that this help might come from Obama (implementing a program originally designed by Republicans, but never mind), and that Obama’s plan might actually work, drives them crazy.
Tirannide assicurativa
Molti di noi volevano che la riforma di Obama fosse stato un sistema più semplice, del genere di quelli che forniscono direttamente la assistenza sanitaria. La realtà politica, sfortunatamente, ha fatto si che molte persone riceveranno la copertura di assicuratori privati, che vendono le polizze – spesso provviste di sussidi – presso le “borse” [1]. Ed abbastanza naturalmente la Amministrazione Obama si sta mettendo assieme con gli assicuratori e con le altre componenti dell’economia sanitaria per contribuire ad informare gli americani dei benefici cui avranno legalmente diritto a partire dal 1 gennaio.
E agli occhi dei Repubblicani, ci informa Bloomberg, questo fa di Obama un “prepotente” – che costringe con la forza la compagnie private ad aiutare a rivendere un programma pubblico che aumenterà i loro profitti. Perché. Ve lo dico io, questa è proprio tirannide!
Si, è ridicolo. Ma non possono farne a meno. Ho il sospetto che l’idea di aiutare gli americani con redditi più bassi avrebbe mandato i Repubblicani fuori di testa; ma l’idea che questo aiuto possa venire da Obama (dando sostanza ad un programma originariamente concepito dai Repubblicani, ma questo non conta) e che il programma di Obama possa effettivamente funzionare, li fa letteralmente impazzire.
[1] Le “borse” sono , in questo caso, dei ‘luoghi’ pubblici, mi pare al livello dei singoli Stati, nei quali compaiono le offerta delle compagnie assicurative e si comprano tra loro, ed infine si vendono/comprano contratti di assicurazione sanitaria. Almeno così mi sembra.
giugno 12, 2013
More than half a century ago, in his classic paper on the economics of speculation, Paul Samuelson noted the perverse rewards to knowing stuff just slightly before everyone else. He asked readers to imagine someone who, somehow, consistently received crucial information one second before everyone else. As he pointed out, the social value of that extra second would be minimal; but the private rewards could be huge.
Today, Kevin Drum points us to a real-world example quite close to Samuelson’s thought experiment. It turns out that Thomson-Reuters pays the University of Michigan a million dollars a year to provide selected clients with the results of the latest survey of consumer confidence 5 minutes before the rest of the world sees them –and to provide super-special clients with this information 2 seconds before the rest.
This is a trivial example; still, what we see here, as Drum notes, are real resources being devoted to the socially useless task of getting an economic number slightly before the hoi polloi. And you have to wonder how much of what the financial sector does is like that. Certainly these days many vast fortunes come, not from building something, but from consistently guessing what other investors are going to do a few days, or sometimes a second or two, ahead of the pack.
It sure doesn’t look like a productive activity.
Finanza improduttiva
Più di mezzo secolo fa, nel suo classico saggio sull’economia della speculazione, Paul Samuelson notava il vantaggio immorale che derivava dal sapere le cose solo un momento prima di tutti gli altri. Egli chiedeva ai lettori di immaginarsi qualcuno che, in qualche modo, regolarmente riceveva informazioni cruciali un secondo prima di tutti gli altri. Come egli sottolineava, il valore sociale di quel secondo di differenza sarebbe stato minimo, ma i vantaggi privati sarebbero stati enormi.
Oggi, Kevin Drum ci indica un esempio dalla realtà abbastanza vicino all’esperimento teorico di Samuelson. Viene fuori che la Thomson-Reuters [1] paga per un milione di dollari all’anno l’Università del Michigan per fornire ad una clientela selezionata i risultati dell’ultima indagine sulle preferenze dei consumatori 5 minuti prima che siano note al resto del mondo – e per fornire ad una clientela super speciale queste informazioni due secondi prima degli altri.
Si tratta di un esempio banale; eppure, quello che constatiamo in questo caso, come nota Drum, sono risorse reali che vengono destinate all’obiettivo socialmente inutile dell’avere un dato economico poco prima della massa. E ci si deve chiedere quanta parte del settore finanziario faccia cose del genere. E’ certo che di questi tempi molte grandi fortune derivano non dal costruire qualcosa, ma dall’indovinare regolarmente e prima di tutti cosa gli altri investitori stiano per fare nei prossimi giorni, o talvolta nei prossimi secondi.
Di sicuro non somiglia ad una attività produttiva.
giugno 12, 2013
Sad reading from British economic analysts these days — sad, that is, for anyone who likes to believe that evidence actually matters for policy.
First, the normally even-tempered Simon Wren-Lewis is angry, with cause: he sees the Dutch central bank calling for more austerity despite the depressed state of the Dutch economy, no prospect of recovery any time soon, no hint of debt trouble — and no explanation except boilerplate about how deficits are bad. As he says, it was one thing to buy into the austerity thing three years ago, when there wasn’t a vast accumulation of evidence about the effects of austerity in a depressed economy; but to roll out the same old line given everything that has happened since is pretty disgraceful.
But then, think about the fact that Martin Wolf is out today with a column explaining that there is no current risk of inflation. He’s right, of course, and presumably what he hears from policymakers and others tells him that such a column is necessary. But my God: we had this debate in full four years ago. The usual suspects issued dire inflation warnings; the Keynesian/liquidity trap types like me insisted that this was all wrong given current circumstances. The events unfolded like this:
And yet the people warning about inflation four years ago, and three years ago, and two years ago, are still at it, still making the same arguments. And they still have influence!
I guess there’s nothing for it but to keep on pounding. But it’s discouraging.
L’economia del criceto sulla ruota
Letture sconfortanti dagli analisti inglesi di questi tempi : tristi, intendo, per coloro a cui piace credere che in politica i fatti realmente contino.
In primo luogo, il normalmente pacifico Simon Wren-Lewis è irritato, a buona ragione: vede la Banca Centrale olandese pronunciarsi per una maggiore austerità nonostante che l’economia dell’Olanda sia in uno stato depresso, che non ci sia alcuna prossima prospettiva di ripresa né alcun segno di difficoltà per il debito – e nessuna spiegazione se non le solite espressioni su quanto siano negativi i deficit. Come lui dice, una cosa era prendere per buona la storia dell’austerità tre anni orsono, quando non c’era una grande mole di fatti che testimoniavano gli effetti dell’austerità in una economia depressa; ma mettere sul tavolo la stessa vecchia idea considerato tutto quello che è successo nel frattempo sembra abbastanza deplorevole.
Ma si pensi poi al fatto che Martin Wolf esce oggi con un articolo che spiega che non c’è alcun rischio attuale di inflazione. Naturalmente ha ragione ed è probabile che egli si senta dire dagli operatori politici e da altri che un articolo del genere era necessario. Senonché, Dio mio: eravamo nel pieno di questo dibattito quattro anni fa. I soliti noti mettevano in giro terribili ammonimenti sull’inflazione; i soggetti che si ispirano al Keynesismo ed alla teoria della trappola di liquidità come il sottoscritto, insistevano che tutto quello era sbagliato, nella circostanze attuali. I fatti si sono svolti nel modo seguente [1]:
E tuttavia la gente che metteva in guardia per l’inflazione quattro anni fa, e tre anni fa, e due anni fa, sta ancora usando gli stessi argomenti. Ed hanno ancora influenza.
Penso che non ci sia niente da fare se non continuare a martellare. Ma è scoraggiante.
[1] Il diagramma mostra, relativamente agli Stati Uniti, l’inflazione nella linea rossa, mentre la linea blu indica l’andamento della base monetaria. Ovvero, nonostante il forte incremento della base monetaria (in parte per la politica generale della Fed, in parte – anni 2008/2009 – per i salvataggi, in parte – anno 2011 – per gli effetti delle politiche di “stimulus” ed ancora per le operazioni di “easing” della Fed), l’inflazione è rimasta sostanzialmente piatta.
giugno 10, 2013
Nancy Folbre suggests that the golden age of human capital – roughly speaking, the era in which the economy strongly demanded the kinds of skills we teach in liberal-arts colleges and universities – is already behind us. She may well be right: after a long stretch when both technology and trade seemed to be undermining only manual labor, it does look as if many skilled occupations are now under threat by Big Data, Bangalore, or both.
I’d just like to add a sort of footnote, inspired by a conversation I had the other day with a Congressional aide. Has there ever before, he asked, been a time when technology undermined skilled labor, instead of making it more necessary than ever?
And the answer is of course yes, once you realize that there are many kinds of skill, and book learning hasn’t always been the one that mattered.
As it happens, I’m in my Princeton office right now – and it’s worth thinking about why Princeton was founded. It wasn’t as a prep school for investment bankers, even though that’s largely what the school became, for a while anyway. It was to train ministers. In the 18th century, there really weren’t that many places where anything even vaguely resembling a modern college education was valuable, and surely many if not most of those places involved preaching.
Yet there were skilled laborers, who were paid much more than their peers; it’s just that those skills tended to involve craftsmanship rather than pushing around words and other symbols. And – crucially – the truth is that quite a few of those skills did indeed end up being devalued by technology. Remember, the Luddites weren’t unskilled manual workers; they were skilled weavers and others who found themselves displaced by such technologies as the power loom.
After that, by the way, institutions like Princeton evolved into something more like finishing schools, where the elite acquired manners and connections. (Yes, there’s still more than a bit of that aspect today). The role of higher education as a creator of human capital came along quite late. And maybe, as Nancy Folbre says, this role is already waning.
And you know what? I wrote about this way back in 1996, when the Times Magazine, on its 100th birthday, asked various people to write articles as if looking back from 2096. Some of it looks dated, but not too bad, I’d say.
Svalutazione del capitale umano
Nancy Folbre suggerisce che il periodo aureo del capitale umano – parlando semplicemente, il periodo in cui dall’economia veniva una forte domanda di quel genere di competenze che insegniamo nei colleges e nella università delle ‘arti liberali’ [1] – è già alle nostre spalle. Può aver ragione: dopo un lungo tratto nel quale sia la tecnologia che il commercio sembravano stare indebolendo il solo lavoro manuale, oggi sembra che molte occupazioni specialistiche siano sotto la nuova minaccia di Big Data [2]o Bangalore, o di tutte e due.
Mi fa piacere solo aggiungere una noterella, ispirata da una conversazione che ho avuto giorni fa con un funzionario del Congresso. C’è mai stato in precedenza, mi chiedeva, un tempo nel quale la tecnologia minacciava il lavoro specialistico, piuttosto che renderlo sempre più necessario?
E la risposta è certamente affermativa, una volta che si comprenda che esistono molti tipi di specialismo, e che leggere i libri non è sempre stato l’unico importante.
Capita che in questo momento mi trovi nel mio studio di Princeton – ed ha un certo valore riflettere sulle ragioni per le quali Princeton fu fondata. Essa non era una sorta di scuola professionale privata per banchieri di banche di investimento, anche se divenne almeno in un certo periodo una scuola del genere. Serviva ad addestrare sacerdoti. Nel 18° Secolo, in realtà, non c’erano molti posti nei quali si potevano apprezzare cose neanche lontanamente somiglianti ad una istruzione moderna di tipo universitario, e certamente molte, se non la gran parte di esse, avevano a che fare con il predicare.
Tuttavia c’erano lavoratori specializzati, che venivano pagati molto di più dei loro colleghi; solo che quelle competenze riguardavano di preferenza la maestria artigianale, piuttosto che il mettere in circolazione parole od altri simboli. E – fondamentale – la verità è che solo poche di quelle specialità in effetti finirono con l’essere svalutate dalla tecnologia. Ricordiamoci che i luddisti non erano lavoratori manuali senza competenze; erano tessitori specializzati ed altri che si trovarono spiazzati da tecnologie come quella dei telai che funzionavano con la corrente.
Dopo ciò, per inciso, istituzioni come Princeton ebbero una evoluzione in qualcosa di più simile a scuole di completamento, nelle quali le classi dirigenti acquisivano buone maniere e conoscenze (si, c’è ancora molto di questo aspetto anche oggi). Il ruolo della educazione superiore come creatrice di capitale umano comparve abbastanza tardi. E forse, come dice Nancy Folbre, quella funzione è già indebolita.
E sapete cosa? Scrissi su questi temi nel lontano 1996, in occasione del 100° anniversario di Times Magazine, quando la rivista chiese a varie persone di scrivere articoli come se stessero guardando indietro dal 2096. Direi che alcune cose sono datate, ma non così brutte.
[1] Per ‘arti liberali’ noi intendiamo, secondo la tradizione latina, medioevale e rinascimentale, studi umanistici. In termini moderni, mi pare di comprendere che nei paesi anglosassoni si intende riferirsi anche a materie come la matematica, la psicologia e le scienze; in ogni caso si tratta di istruzione non direttamente professionalizzante.
[2] La analitica di “Big Data” è il processo con il quale si esaminano grandi quantità di dati di varia natura per scoprire correlazioni non note, schemi nascosti o altre informazioni utili. Il primo obbiettivo di “Big Data” è aiutare le imprese a prendere migliori decisioni economiche mettendo nelle condizioni gli scienziati delle statistiche e gli altri utilizzatori di analizzare grandi volumi di transazioni. Suppongo che questa nuova frontiera sia in qualche modo connessa con l’utilizzo di nuovi linguaggi nell’immagazzinamento e nella analisi dei dati, che consentono appunto di elaborare enormi materiali analitici.
giugno 10, 2013
A reader writes in, having just heard somebody or other claim that the current unemployment rate would be much lower if unemployment benefits were even less generous, and asks whether this can be true. And the answer is no. People who say things like this are fundamentally confused about what the economic research actually means.
Here’s what is true: there’s respectable research — e.g., here — suggesting that unemployment benefits make workers more choosy in the search process. It’s not that workers decide to live a life of ease on a fraction of their previous wage; it’s that they become more willing to take the risk of being unemployed for an extra week while looking for a better job.
What this means, in turn, is that UI may raise the “full employment” level of unemployment — the level at which labor shortages start to appear, wages start an upward spiral, and inflation becomes a potential problem. Since the Fed raises interest rates when it sees signs of inflation, there is a sense in which UI raises unemployment on average over the business cycle.
But all of this is totally irrelevant to our current situation, where inflation is running below target, the target is too low anyway, and the reason we have mass unemployment is that there just isn’t enough demand, and hence there just aren’t enough jobs, no matter how desperately people search for them.
One way to think about this is to say that unemployment benefits may, perhaps, reduce the economy’s speed limit, if we think of speed as inversely related to unemployment. And this suggests an analogy. Imagine that you’re driving along a stretch of highway where the legal speed limit is 55 miles an hour. Unfortunately, however, you’re caught in a traffic jam, making an average of just 15 miles an hour. And the guy next to you says, “I blame those bureaucrats at the highway authority — if only they would raise the speed limit to 65, we’d be going 10 miles an hour faster.”
Dumb, right? Well, so is the claim that unemployment benefits are causing today’s high unemployment.
Sussidi di disoccupazione e disoccupazione effettiva: una analogia
Un lettore interviene, avendo appena ascoltato non-so-chi sostenere che l’attuale tasso di disoccupazione sarebbe molto più basso se i sussidi di disoccupazione fossero anche meno generosi, e chiede se questo possa essere vero. E la riposta è no. Le persone che affermano cose del genere sono fondamentalmente confuse su cosa effettivamente significhi la ricerca economica.
Ecco ciò che è vero: ci sono ricerche rispettabili – ad esempio questa (in connessione) – che indicano che i sussidi di disoccupazione rendono i lavoratori più schizzinosi nel corso della ricerca di lavoro. Non è che i lavoratori decidano di vivere una vita di agi con un frazione del loro precedente salario; essi diventano più disponibili a correre il rischio di restare disoccupati per una settimana in più, nel mentre cercano un lavoro migliore.
Questo, a sua volta, significa che l’indennità può accrescere il livello di “piena occupazione” della disoccupazione [1] – il livello al quale comincia ad apparire scarsità di posti di lavoro, i salari cominciano una spirale verso l’alto, e l’inflazione diventa un problema potenziale. Dal momento che la Fed alza i tassi di interesse quando vede segni di inflazione, c’è un senso nel fatto che la assicurazione di disoccupazione accresca in media la disoccupazione nel corso del ciclo economico.
Ma tutto questo è totalmente irrilevante nella nostra situazione attuale, nella quale l’inflazione procede al di sotto dell’obbiettivo previsto, esso è in ogni caso troppo basso e la ragione per la quale abbiamo una disoccupazione di massa è che non c’è sufficiente domanda, e di conseguenza non ci sono proprio posti di lavoro sufficienti, a prescindere dalla disperazione della gente che li cerca.
Un modo per riflettere su questo è affermare che i sussidi di disoccupazione possono, forse, ridurre il limite di velocità dell’economia, se pensiamo che il limite della velocità stia in un rapporto inverso alla disoccupazione. E questo suggerisce una analogia. Immaginiamoci di guidare lungo un tratto di autostrada dove il limite legale sia quello di 55 miglia [2]all’ora. Sfortunatamente, tuttavia, siamo bloccati in un ingorgo stradale e procediamo con una media di sole 15 miglia all’ora. E la persona che vi sta accanto dice: “La colpa ce l’hanno le autorità autostradali – se solo alzassero il limite a 65 miglia, andremmo a dieci miglia all’ora più veloci”.
Stupido, vero? Bene, lo stesso vale per l’argomento secondo il quale i sussidi di disoccupazione stanno provocando l’alta disoccupazione dei nostri tempi.
[1] Sembra uno scioglilingua, ma significa credo il livello al quale la disoccupazione diventa un fattore sensibile che agisce sull’economia, che produce effetti, avendo superato il limite teorico nel quale una economia può ritenersi in condizioni normali. Naturalmente anche quegli effetti dipendono dalla loro “percezione”: i lavoratori capiscono che c’è un difetto reale di posti di lavoro, i salari cominciano a crescere etc. E, come spiega l’articolo, quella situazione teorica dell’economia politica non ha niente a che vedere con situazioni di grave recessione come quella attuale.
[2] Il miglio terrestre nei paesi anglosassoni è pari a 1.609,334 metri.
giugno 10, 2013
Japan has announced a long-term turn to easier money and a higher inflation target. Stocks are up (if bouncing around a lot), the yen is down, but long-term interest rates are somewhat higher (although still very low). Is this a puzzle or a problem?
Richard Koo, Nick Rowe, and Noah Smith have all weighed in. So I guess I should put in my bit. Basically, I think Rowe is mostly right; Koo isn’t making sense; and Smith is worried for no good reason.
Let me start, as I often do, with my original 1998 itsy-bitsy liquidity trap model. This was an infinite-horizon model, but one in which all the action took place in either the first or the second period, since it was assumed that nothing would change after period 2. I imagined a situation in which a temporary negative shock to demand pushed the economy in period 1 up against the zero lower bound, and showed that in that case increasing the monetary base in period 1 had no effect. To get traction, the central bank would have to convince the public that it would increase the base in period 2 — e.g., that it would not withdraw any quantitative easing it was doing now — so as to generate expected inflation.
In that model, I only talked about the one-period-ahead interest rate. But we certainly could imagine two-period, three-period etc. bonds. How would an Abenomics-style monetary policy affect these longer-term rates?
Well, the answer would depend on what monetary policy is expected to do after period 2. If we’re looking at a one-time step up in the monetary base, which was my thought experiment in 1998, the short-term rate would remain at zero, and future interest rates would also remain unchanged, so no effect. But it’s easy to imagine that the change in monetary policy involves not just a one-time jump in the monetary base but faster growth forever after, or at least for a long time. In that case, future short-term rates will be higher in nominal (though not real) terms, and so long-term rates will rise even in period 1. The long rate will, however, rise by less than expected inflation, because the one-period-ahead nominal rate will stay at zero, so even as nominal rates rise, real rates will fall.
I think this is pretty much where Rowe is. Smith, however, loses the thread a bit, if I’m reading him correctly; he worries that the rising rates will cause a problem because of Japan’s huge public debt. But remember, while nominal rates may be going up, real rates are going down; so Japan’s debt becomes more, not less, sustainable. Also, bear in mind that there’s a lot of preexisting long-term nominal debt, whose real value will be eroded by inflation. So Abenomics is all good from a fiscal point of view, even if it makes headline interest payments rise.
Finally, Koo seems to regard higher inflation expectations as a disaster, when in reality they are the whole point of the exercise. What?
I guess I’ve always found Koo fairly incomprehensible on monetary policy. He emphasizes the importance of balance-sheet constraints, and deserves a lot of credit for being ahead of the pack here. He’s also right in emphasizing the useful role budget deficits can play in a balance-sheet recession. However, he has this violent opposition to monetary expansion that, as far as I can tell, isn’t actually justified — actually, isn’t at all justified — by his underlying analysis. On the contrary, when some of us (pdf) try to model Koo-type problems, we find that monetary policy that raises expected inflation could be quite helpful.
Maybe part of the problem is that Koo envisages an economy in which everyone is balance-sheet constrained, as opposed to one in which lots of people are balance-sheet constrained. I’d say that his vision makes no sense: where there are debtors, there must also be creditors, so there have to be at least some people who can respond to lower real interest rates even in a balance-sheet recession.
Also, if the problem is a debt overhang, isn’t debt-eroding inflation a good thing?
As I said, I just don’t understand Koo’s position here. If he wants to argue that monetary policy is unlikely to be effective, fine; but he wants to claim that it’s positively harmful, and I just don’t get the logic.
Anyway, back to Japanese interest rates: they really don’t pose a puzzle, nor, at least so far, do they pose a threat.
La politica economica di Abe ed i tassi di interesse: una esercitazione a spanne (per esperti)
Il Giappone ha annunciato una svolta a lungo termine per una moneta più facile e per un obbiettivo di inflazione più alto. Le azioni sono in crescita (anche se un po’ altalenanti), lo yen scende, ma i tassi di interesse a lungo termine sono un po’ più alti (sebbene ancora molto bassi). E’ un enigma o è un problema?
Richard Koo, Nick Rowe e Noah Smith sono tutti intervenuti sull’argomento. Dunque suppongo che dovrei dire la mia. Fondamentalmente, io penso che Rowe abbia in gran parte ragione; che Koo non stia dicendo cose sensate e che Smith sia preoccupato per ragioni infondate.
Consentitemi di partire, come faccio spesso, dal mio piccolissimo modello sulla trappola di liquidità del 1998. Si trattava di un modello ad orizzonte-infinito [1], ma uno di quelli nei quali tutta la azione si svolge sia nel primo che nel secondo periodo, dal momento che si assume che niente cambierà dopo il periodo 2. Immaginavo una situazione nella quale un temporaneo shock negativo sulla domanda aveva spinto l’economia contro il limite inferiore di zero nel periodo 1, ed avevo dimostrato che in quel caso incrementare la base monetaria nel periodo 1 non produceva effetti. Per ottenere presa, la banca centrale avrebbe dovuto convincere l’opinione pubblica che avrebbe incrementato la base monetaria in un periodo 2 – ad esempio, che non sarebbe tornata indietro da “facilitazioni quantitative” [2] che aveva in corso – in modo da generare una inflazione attesa.
In quel modello, io parlavo soltanto del tasso di interesse dal periodo uno in avanti. Ma potremmo certamente immaginare due periodi, tre periodi etc. Come potrebbe influenzare questi tassi a più lungo termine una politica monetaria del genere della politica economica di Abe?
Ebbene, la risposta dipenderebbe da quale politica monetaria si attende sia attuata dopo il periodo 2. Se noi guardiamo ad un incremento una volta per tutte nella base monetaria, come era nel mio esperimento teorico nel 1998, il tasso di interesse a breve termine sarebbe rimasto a zero, ed anche i futuri tassi di interesse sarebbero rimasti invariati, dunque nessun effetto. Ma è facile immaginare che il cambiamento nella politica monetaria non riguardi soltanto un salto una volta per tutte nella politica monetaria, bensì una successiva crescita più veloce per sempre, o almeno per un lungo periodo. In quel caso i futuri tassi di interesse sarebbero più elevati in termini nominali (sebbene non in termini reali), e dunque i tassi di interesse a lungo termine crescerebbero anche nel periodo 1. Il tasso a lungo, tuttavia, crescerebbe meno della inflazione attesa, perché il tasso nominale dal primo periodo in avanti resterebbe a zero, dunque anche quando crescessero i tassi nominali, quelli reali calerebbero.
Questo è il punto nel quale grosso modo si colloca Rowe. Smith, tuttavia, perde un po’ il filo, se lo leggo correttamente; egli teme che i tassi crescenti provocheranno un problema a causa del grande debito pubblico del Giappone. Ma si ricordi, mentre i tassi nominali possono salire, i tassi reali scendono; dunque il debito del Giappone diventa più, e non meno, sostenibile. Si tenga anche a mente che esiste una quantità di debito nominale a lungo termine preesistente, il cui valore reale sarà erosa dall’inflazione. Dunque la politica economica di Abe va benissimo dal punto di vista della finanza pubblica, anche se fa crescere i pagamenti degli interessi che finiscono sui titoli dei giornali.
Infine, Koo sembra considerare le aspettative di inflazione più elevata come un disastro, quando in realtà esse sono l’intera sostanza della operazione. Che significa?
Credo di aver sempre trovato Koo abbastanza incomprensibile quanto a politica monetaria. Egli enfatizza l’importanza dei limiti degli stati patrimoniali, e merita un po’ di credito per essere il migliore in questa materia. Ha anche ragione nell’enfatizzare il ruolo utile che i deficit di bilancio possono giocare in una recessione originata da squilibri patrimoniali. Egli ha, tuttavia, questa violenta opposizione alla espansione monetaria che, per quanto posso dire, non è effettivamente giustificata – davvero, non è per niente giustificata – dalla sua analisi sottostante. Al contrario, quando alcuni di noi [3] (connessione in pdf) hanno cercato di ricondurre ad un modello i problemi del genere di quelli di Koo, hanno scoperto che la politica monetaria che accresce l’inflazione attesa potrebbe essere abbastanza utile.
Forse il problema in parte è che Koo si immagina una economia nella quale tutti sono limitati dagli stati patrimoniali, che è una cosa diversa da una economia nella quale molte persone sono limitate dagli stati patrimoniali. Direi che questa visione non ha senso: dove ci sono debitori ci devono essere anche creditori, dunque ci devono essere almeno alcune persone che possono rispondere a tassi di interesse più bassi persino in una recessione originata da squilibri nei bilanci.
Inoltre, se il problema è una eccessiva esposizione debitoria, una inflazione che erode il debito non è una buona cosa?
Come ho detto, in questo caso non capisco la posizione di Koo. Se egli vuole sostenere che è improbabile che la politica monetaria sia efficace, va bene; ma se egli vuole sostenere che essa è decisamente dannosa, proprio non comprendo la logica.
In ogni modo, torniamo ai tassi di interesse del Giappone: essi non costituiscono proprio un enigma, né, almeno sinora, costituiscono davvero una minaccia.
[1] Credo che in modo semplicistico si possa dire questo: in economia evidentemente ha una grande importanza la dimensione temporale (comprendere il valore di un investimento è possibile solo in riferimento ad un arco di tempo etc.). Spesso è però utile assumere che l’orizzonte temporale sia infinito, se si vuole individuare soluzioni e concetti che siano validi in contesti temporali diversi. Questo richiede strumenti che consentano una “ottimizzazione dinamica” di ciò che si sta studiando, e quegli strumenti sono modelli ad orizzonte-infinito, ovvero modelli che, ad esempio, aiutano a comprendere le correlazioni tra vari orizzonti temporali possibili. Talora questi modelli si basano su una comparazione più semplice di due periodo talora di un maggior numero di simulazioni.
[2] Per “quantitative easing” vedi le note sulla traduzione.
[3] La connessione è con un saggio di Krugman ed Eggertsson del 2010, dal titolo “Debito, riduzione dell’indebitamento e trappola di liquidità: un approccio Fisher, Minsky, Koo”.
giugno 9, 2013
Brad DeLong has a long meditation on policy that, surprisingly, includes some things I strongly disagree with. I guess I should start by saying that when he describes his fairly complacent view of macroeconomics on the eve of the crisis, he’s describing a view that many economists shared — but I wasn’t one of them. Japan’s troubles and the Asian financial crisis destroyed my faith that we had the business cycle under control; I wrote a whole book about the return of depression economics back in 1999.
But here’s where I think Brad is getting something wrong now: when he says that
It is unfair for Keynesians to be making fun of the people who call for austerity by saying “confidence fairy” when they are making similar expectational-shift arguments themselves.
He’s referring to calls for the Fed and other central banks to raise expectations of future inflation as a way to get some traction in a liquidity trap — which is certainly something I and others support. But there are two crucial differences between us and the expansionary austerity types.
First, our expectations argument is a hope; theirs is a plan. I want the Fed, the Bank of Japan, etc. to target higher inflation, in the hope that it might help, but it’s a hope, and meanwhile we need to fight demands for fiscal austerity and even push for stimulus. The expansionary austerity types, on the other hand, are (or were) actually counting on the supposed rise in confidence to avoid what would otherwise be nasty recessions, which have in fact materialized.
Which brings us to the second point: those of us hoping to summon the expectations imp want to do so with policies that are at worst harmless, such as expanding the monetary base under conditions where this has no direct inflationary impact. The austerians, on the other hand, have pushed directly destructive policies — fiscal contraction in depressed economies — in order to achieve their hoped-for shift in expectations.
So this is the difference between “Let’s try this possibly ineffective remedy, it might work and in any case won’t do any harm” and “Let’s do the opposite of what standard analysis says we should be doing, just trust me”.
One other thing: Brad takes fairly seriously the calls for higher interest rates to avoid bubbles, or something, essentially because low rates create moral hazard for the financial sector. Can we say that those moral hazard problems would have to be incredibly severe to justify contractionary monetary policy in a depressed economy?
And I can’t help noticing that the people now demanding that we raise rates to curb hypothetical bubbles are the same people who, a while back, were demanding that we raise rates to head off inflation. (I often make fun of Allan Meltzer for his inflation warnings, but had forgotten that Feldstein was doing the same thing at the same time). In other words, I don’t think we should ignore the evidence that some people always want higher rates, and just keep changing the justification.
La Fata della fiducia, il ‘folletto’ delle aspettative e l’ossessione sul picco dei tassi.
Brad DeLong svolge una lunga riflessione sulla politica nella quale compaiono, sorprendentemente, alcune cose sulle quali sono in forte disaccordo. Credo che dovrei partire col dire che quando egli espone il suo abbastanza compiaciuto punto di vista sulla macroeconomia nell’epoca della crisi, egli stia descrivendo una opinione condivisa da molti economisti – ma io non ero di quest’avviso. I guai del Giappone e la crisi finanziaria asiatica avevano distrutto la mia fiducia che avessimo il ciclo economico sotto controllo; scrissi nel passato 1999 un libro intero sul ritorno delle depressioni economiche.
Ma ecco dove penso che adesso si sbagli Bard, quando egli dice:
“E’ ingiusto che i keynesiani prendano in giro la gente che si pronuncia per l’austerità con l’espressione “fata della fiducia”, quando essi stessi avanzano simili argomenti di cambiamento basato sulle aspettative”.
Egli si riferisce all’invito alla Fed ed ad altre banche centrali ad incrementare le aspettative per una inflazione futura come un modo per ottenere una certa spinta in una trappola di liquidità – che è sicuramente qualcosa che io sostengo assieme ad altri. Sennonché ci sono due differenze cruciali tra noi ed i soggetti della austerità espansiva.
In primo luogo, il nostro argomento è una speranza; il loro è un programma. Io voglio che la Fed, la Banca del Giappone etc. fissino un obbiettivo più elevato di inflazione, nella speranza che esso possa essere di aiuto, ma è una speranza, e contemporaneamente dobbiamo combattere le richieste per una austerità della finanza pubblica ed anche di spingere per misure di spesa pubblica. I soggetti della austerità espansiva, d’altra parte, contano (o contavano) effettivamente su un preteso incremento di fiducia per evitare quelle che in altro modo sarebbero state pessime recessioni, che in realtà si sono avverate.
Il che mi porta al secondo punto: coloro tra di noi che sperano di far apparire il “folletto” [1] delle aspettative vogliono farlo con politiche che siano nel peggiore dei casi non dannose, come quella di espandere la base monetaria con modalità per le quali essa non abbia alcun impatto inflattivo. I patiti dell’austerità, dall’altra parte, hanno spinto per politiche esplicitamente distruttive – la contrazione della finanze pubblica in economie depresse – allo scopo di ottenere il loro cambiamento auspicato nelle aspettative.
Questa è dunque la differenza tra “Proviamo questo forse inefficace rimedio, potrebbe funzionare ed in ogni caso non farà alcun danno” e “Facciamo l’opposto di quello che la normale teoria dice dovremmo fare, basta che mi crediate”.
Un’altra cosa: Brad prende abbastanza sul serio le richieste di tassi di interesse più elevati, o qualcosa del genere, essenzialmente perché i bassi tassi creano ‘azzardo morale’ nel settore finanziario. Si può affermare che questi problemi dell’azzardo morale sarebbero così incredibilmente gravi da giustificare una politica monetaria restrittiva in una economia depressa?
E non posso fare a meno di osservare che le persone che oggi chiedono di elevare i tassi per frenare bolle ipotetiche siano le stesse persone che, un po’ di tempo fa, chiedevano che aumentassimo i tassi per sbarrare la strada all’inflazione (io spesso prendo in giro Allan Meltzer per i suoi ammonimenti sull’inflazione, ma mi ero dimenticato che Feldstein faceva nello stesso momento la stessa cosa). In altre parole, non credo che dovremmo ignorare il fatto che molte persone vogliono sempre tassi più alti, e soltanto continuano a cambiare la giustificazione.
[1] Questo ‘folletto’ è un novità …. devo ora integrare la nota sulla traduzione relativa alla “fata della fiducia”. In sostanza è una creatura magica anch’esso, di appannaggio questa volta dei keynesiani, ma, come spiega il post, rispetto alla “fata” è un peccato veniale.
giugno 8, 2013
A correspondent directs me, despairingly, to the last part of Mario Draghi’s latest press conference — and the correspondent is right, it does give cause for despair. Draghi is, after all, as smart and flexible an ECB president as we’re likely to get for a long time; quite possibly ever, because the euro might not last. Yet what he has to say about inflation manages to be wrong on multiple levels, and this kind of thing has to be damaging to ECB policy.
So, the remarks: a questioner, presumably from Spain, asks:
I am from a country that has an unemployment rate of 27%, which is a number of a great depression, a fiscal policy that is contractionary and a monetary policy in Spain and also in other countries that is also contractionary because credit is not available to small and medium-sized companies. Are you telling the Spanish, Portuguese, Irish or even Italian people that the ECB can’t do anything else with inflation actually lower than 2%?
Draghi’s reply:
Well, I am not sure I get the point, but I think I get it. First, the fact that inflation is low is not, by itself, bad; with low inflation, you can buy more stuff. Second, we don’t see deflation and that is what we have to fear. We don’t see that yet.
He then goes on to defend austerity policies, making several other bad arguments in the process. But let’s just do this part.
First, “with low inflation, you can buy more stuff”???? Don’t we teach students in Econ 101 exactly why that’s a naive fallacy, that lower inflation also means lower growth in earnings, and that the cost of inflation has nothing to do with reduced purchasing power?
OK, but while that’s upsetting, what matters for policy is Draghi’s statement that “we don’t see deflation and that is what we have to fear.” Wow. Maybe not in Econ 101, but I thought every professional economist understood that there isn’t a red line at zero inflation, so that low inflation becomes a potential problem if and only if it crosses zero.
Look, there are two reasons to believe that inflation in advanced economies in general, and in Europe especially, is too low, and that excessively low inflation is doing harm.
The first is that we’re suffering from inadequate demand, and the zero lower bound on interest rates is an important constraint on monetary policy. Larry Ball estimates that U.S. unemployment rates in recent years would have been, on average, 2 percentage points lower if we had entered the financial crisis with 4 percent rather than 2 percent inflation. Europe has the same problem, exacerbated by the lack of fiscal integration, which has caused it to adopt overall a much tighter fiscal policy than the United States.
This isn’t a new argument, nor is it way out there; it’s been made by many people, including the chief economist of the IMF. Yet Draghi talks as if low inflation is no problem, that only deflation is an issue.
But we’re not done. The other inflation-related issue is downward nominal wage rigidity, and to some extent downward nominal price rigidity. You might think that these are issues only if we have actual deflation; but because relative prices and wages are changing all the time, the truth is that this downward rigidity starts to become a problem in a depressed economy even at low positive rates of inflation; it’s quite clear in the United States. And in the euro area, where debtor countries are expected to achieve huge “internal devaluations”, it’s a much bigger issue.
Now, I find it hard to believe that Draghi is unaware of these issues; maybe he’s just playing to the inflation hawks on his board. But even so, the fact that at this late date, with Europe very much in what amounts to a depression, the old fallacies are still being trotted out is very, well, depressing.
Il deprimente Draghi
Una persona con cui sono in corrispondenza mi indirizza, con una certa disperazione, all’ultima parte dell’ultima conferenza stampa di Mario Draghi – e il corrispondente ha ragione, ci sono motivi per disperare. Draghi è, dopotutto, un intelligente e flessibile Presidente della BCE come probabilmente dovevamo avere da lungo tempo; forse proprio da sempre, perché l’euro era possibile che non ce la facesse. Tuttavia quello che crede di dover dire sull’inflazione riesce ad essere sbagliato in molti sensi, e questo genere di cose sono una danno per la politica della BCE.
Dunque, le osservazioni: l’interrogante, presumibilmente uno spagnolo:
“Vengo da un paese che ha un tasso di disoccupazione al 27 per cento, una dato che indica una grande depressione, una politica della finanza pubblica restrittiva ed una politica monetaria, in Spagna come in altri paesi, anch’essa restrittiva, perché il credito non è disponibile per le piccole e medie imprese. Lei sta dicendo alla gente della Spagna, del Portogallo, dell’Irlanda e persino dell’Italia, che la BCE non può fare nient’altro, con una inflazione che è in effetti più bassa del 2 per cento?”
La risposta di Draghi:
“Bene, non sono sicuro di aver compreso il punto, ma penso di aver capito. In primo luogo, il fatto che l’inflazione sia bassa non è di per sé negativo; con una inflazione bassa si può comprare più cose. In secondo luogo, noi non vediamo deflazione, ed è quella che dobbiamo temere. Non la vediamo ancora”.
Egli poi passa a difendere le politiche della austerità, avanzando nel frattempo altri argomenti negativi. Ma limitiamoci a questa parte.
In primo luogo “con l’inflazione si possono comprare più cose” ???? Non insegniamo agli studenti del corso di laurea proprio che questo è un errore ingenuo, che una inflazione più bassa significa anche una crescita più bassa nel guadagni, e che il costo dell’inflazione non ha niente a che vedere con un ridotto potere di acquisto?
Va bene, ma se questo è impressionante, quello che da un punto di vista politico è rilevante nel discorso di Draghi è “Non vediamo deflazione ed è quella che dobbiamo temere” . Oddio! Forse non in un corso di laurea, ma io pensavo che ogni economista di professione comprendesse che non c’è una riga rossa presso l’inflazione zero, in modo tale che una bassa inflazione diventa un possibile problema se e soltanto se oltrepassa lo zero.
Si badi, ci sono due ragioni per ritenere che l’inflazione, nelle economie avanzate in generale ed in Europa in particolare, sia troppo bassa, e che una inflazione eccessivamente bassa stia provocando danni.
La prima è che noi stiamo soffrendo per una domanda inadeguata, ed il limite inferiore di zero nei tassi di interesse è un condizionamento importante per la politica monetaria. Larry Ball stima che i tassi di disoccupazione negli Stati Uniti negli anni recenti sarebbero stati, in media, due punti più bassi se fossimo entrati nella crisi finanziaria con una inflazione al 4 per cento, anziché al 2. L’Europa ha lo stesso problema, esacerbato dalla mancanza di integrazione nelle politiche della finanza pubblica, che l’ha costretta ad adottare nella sua interezza una politica della finanza pubblica molto più restrittiva degli Stati Uniti.
Questo non è un argomento nuovo, e non c’è via di scampo; è stato avanzato da molte persone, compreso il massimo economista del FMI [1]. Tuttavia Draghi dice che la bassa inflazione non è un problema, che solo la deflazione è un problema.
Ma non abbiamo finito. L’altro tema connesso con l’inflazione è la rigidità dei salari nominali verso il basso, ed in qualche misura la rigidità verso il basso dei prezzi nominali. Si potrebbe pensare che questi siano problemi solo se abbiamo una inflazione effettiva; ma poiché i prezzi relativi ed i salari cambiano in continuazione, la verità è che questa rigidità verso il basso in una economia depressa comincia ad essere un problema anche con tassi positivi di inflazione; ciò è abbastanza chiaro negli Stati Uniti. E nell’area euro, dove ci si aspetta che i paesi debitori raggiungano ampie “svalutazioni interne”, è un problema molto più grande.
Ora, trovo difficile credere che Draghi sia inconsapevole di queste tematiche; forse egli sta soltanto compiacendo il falchi dell’inflazione presenti nel suo Consiglio. Ma anche così, il fatto che in questo ultimo appuntamento, con molto in Europa che corrisponde ad una depressione, il fatto che siano ancora tirati in ballo vecchi errori, è, diciamolo, molto deprimente.
giugno 7, 2013
Correction: There is not, I’m told, any formal Treasury backing for the Fed; there were informal assurances early in the crisis, and everyone takes it for granted that any losses that exceed the interest the Fed normally turns over would be made whole, but in principle the Treasury could let the Fed go bust. I guess that after President Rand Paul appoints his father as Treasury secretary this becomes a real concern.
Many people now accept the point I associate with Paul De Grauwe, which is that the debt crisis in Europe is very much a creation of the euro; countries that have given up the ability to print money become vulnerable to self-fulfilling panics in a way that countries with their own currencies aren’t. Now come Corsetti and Dedola to argue that things are more complicated than that.
It’s a pretty dense argument — in fact, I’m going to need more coffee before I make another try at getting the whole thing. Partly they argue that defaults can still happen even with a printing press. Mainly, though, they argue that the ECB could serve as liquidity provider of last resort to euro countries; the euro isn’t really, or at least not exactly, a foreign currency from their point of view.
Indeed, the ECB’s various operations — the LTRO scheme of lending with sovereign debt as collateral, and then OMT (the promise that it will buy sovereign debt directly if necessary) have been highly successful at limiting spreads. But why doesn’t the ECB do more?
Part of the answer is politics and dissent. But they also argue a more fundamental point, which I was aware of but which they make much more explicit: the ECB is constrained, in a way the Fed isn’t, by the lack of a fiscal backstop. The Fed actually has a formal agreement that the Treasury department will make good any losses it incurs from unconventional monetary policy. The ECB doesn’t have any such agreement, in part because there’s nobody with whom to make that deal.
The moral is that the fiscal flaws of the euro run even deeper than people realize. Not only does it suffer from lack of the kind of fiscal integration that has, for example,done so much to cushion Florida from the effects of a housing bust; it also suffers from a central bank that has a bias toward timidity because it doesn’t have a fiscal authority backing it up.
Chi ha dietro Draghi?
Correzione [1]: Mi viene detto che non c’è alcun formale sostegno del Tesoro alla Fed; ci furono assicurazioni informali, agli inizi della crisi, e tutti considerarono garantito che tutte le perdite che avessero ecceduto l’interesse che la Fed normalmente trasferisce sarebbero stato coperte, ma in linea di principio si potrebbe ammettere che la Fed vada a gambe all’aria. Suppongo che dopo che il Presidente Rand Paul nominerà suo padre come Segretario al Tesoro questa diventerà una preoccupazione reale [2].
Molte persone oggi accettano il punto di vista che io collego a Paul DeGrauwe, ovvero che la crisi del debito in Europa è in gran parte una creazione dell’euro; i paesi che hanno ceduto la possibilità di stampare denaro diventano vulnerabili alle crisi di panico che si autoavverano, come non accade per i paesi che conservano le loro valute. Ora arrivano Corsetti e Dedola [3] a sostenere che le cose sono più complicate.
E’ una argomentazione piuttosto densa – in effetti, avrò bisogno di altro caffè prima di fare un altro tentativo di comprenderla per intero. In parte essi sostengono che i default possono ancora aver luogo anche stampando valuta. Principalmente, tuttavia, essi sostengono che la BCE potrebbe servire come fornitrice di liquidità in ultima istanza per i paesi dell’euro; dal loro punto di vista, l’euro non è realmente, o almeno non esattamente, una valuta straniera.
In effetti, le varie operazioni dell’euro – lo schema del concedere prestiti avendo il debito sovrano come collaterale, chiamato LTRO [4], e poi lo OMT [5] (la promessa che sarà acquistato direttamente debito sovrano se sarà necessario) hanno avuto un grande successo nel limitare gli spreads. Ma perché la BCE non fa di più?
In parte la risposta sta nella politica e nei dissensi. Ma essi sostengono un altro argomento fondamentale, del quale ero consapevole ma che essi rendono molto più esplicito: la BCE è limitata, in un modo nel quale non lo è la Fed, dalla mancanza di un sostegno della finanza pubblica. La Fed ha effettivamente un accordo formale per il quale il Dipartimento del Tesoro compenserà ogni perdita nella quale essa incorra per una politica monetaria non convenzionale. La BCE non ha un accordo del genere, in parte perché non c’è nessuno con cui fare un tale accordo.
La morale è che i difetti dell’euro dal punto di vista della finanza pubblica sono anche più profondi di quanto la gente non comprenda. Non solo esso è seriamente nei guai per la assenza di una integrazione delle finanze pubbliche che, ad esempio, ha tanto attenuato in Florida gli effetti dello scoppio della bolla immobiliare; soffre anche di una Banca Centrale propensa alla cautela perché non ha una autorità di finanza pubblica che la sostenga.
[1] Si badi: nello stile (non so se di Krugman o in generale dei testi inglesi) aggiornamenti e correzioni non vengono posposti agli articoli, ma messi in cima.
[2] Probabilmente il sedicente esperto di cose economiche del Partito Repubblicano Rand Paul deve aver detto da qualche parte, nel corso delle primarie di quel Partito nel 2012, qualcosa del genere ….
[3] Giancarlo Corsetti è professore a Cambridge e dirigente del Center for Economic Policy Research; Luca Dedola è consulente del Direttorio Generale della Banca Centrale Europea ed anch’egli associato al CEPR.
[4] Long Term Refinancing Operation.
[5] Le “Operazioni Monetarie Definitive”, anche note con l’acronimo OMT della definizione inglese Outright monetary transactions, sono state annunciate dal Consiglio Direttivo della BCE il 2 agosto 2012 e illustrate nel dettaglio il 6 settembre 2012. Esse hanno fatto seguito al noto “discorso di Londra”,[1] tenuto dal Presidente della BCE Draghi il 26 luglio 2012 alla Global Investment Conference[2]. Il quel discorso infatti il governatore pronunciò la frase: (IT)
« Nell’ambito del suo mandato, la BCE è pronta a salvaguardare l’euro con ogni mezzo. E, credetemi, sarà sufficiente » (Wikipedia).
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