Blog di Krugman

Pentimenti greci (5 giugno 2013)

 

Greek Regrets

 

The IMF has released a fairly remarkable piece of self-criticism (pdf) over policy in Greece. On a first read, the report seems to suggest two main failings on the IMF’s part: it failed to acknowledge early on that Greece simply could not repay its debt in full, and it vastly underestimated the economic damage austerity would inflict.

 

Both errors were, if I may say so, obvious at the time. The troika plan was clearly not realistic — and just about all of us on the Keynesian side were warning, loudly, that multipliers estimated from normal periods with offsetting monetary policy were grossly misleading for fiscal policy under current conditions. All one can say is that the IMF was better than the rest of the troika, with the ECB in particular actually buying in to the fantasy of expansionary austerity.

 

What could/should have been done differently? The report more or less acknowledges that the pain would have been less with some major debt forgiveness upfront, but dismisses the notion of a more gradual adjustment on the grounds that the financing wouldn’t have been available. But look: if we’re willing to imagine a world in which the troika was willing to admit in 2010 that major debt forgiveness was necessary, why not also imagine that in this world the ECB was willing from the start to backstop sovereign debt the way it finally began to do years later? I think it’s possible to envisage a Greek program that began with a big debt writedown, traded off nasty but not crippling austerity for substantial bridge loans from the ECB, and in which Greece returned to the private market in 2012 or so.

OK, it wasn’t going to happen politically, and maybe even if it did the price would have been socially disastrous. But in that case you have to wonder whether it was worth trying to keep Greece in the euro at all. “Grexit” would have been ugly, and will still be ugly if it eventually happens. But compared with what has actually taken place?

 

Pentimenti greci

 

Il FMI ha pubblicato un articolo piuttosto importante di autocritica (disponibile in pdf) sulla politica in Grecia. Ad una prima lettura, il rapporto sembra indicare due principali manchevolezze da parte del FMI; esso non ha saputo riconoscere per tempo che la Grecia semplicemente non poteva ripagare interamente il suo debito, ed ha grandemente sottostimato il danno economico che l’austerità avrebbe provocato.

Entrambi gli errori, se posso dirlo, erano evidenti a quel tempo. Il piano della troika era chiaramente non realistico – e proprio quasi tutti noi dello schieramento keynesiano avevamo ammonito, a voce alta, che i moltiplicatori stimati in normali periodi con una politica monetaria equilibratrice erano grossolanamente fuorvianti per una politica della finanza pubblica nelle condizioni attuali. Possiamo tutti riconoscere che il FMI si comportò meglio del resto della troika, con la BCE in particolare che prendeva per buona la fantasia della austerità espansiva.

Cosa avrebbe potuto/dovuto fare di diverso? Il rapporto più o meno riconosce che la sofferenza avrebbe dovuto essere minore con un importante condono iniziale del debito, ma respinge il concetto di una correzione più graduale con l’argomento che il finanziamento non sarebbe stato disponibile. Ma si badi: se possiamo immaginarci un mondo nel quale la troika fosse disponibile ad ammettere nel 2010 che un rilevante condono del debito era necessario, perché anche non immaginare che in quel mondo la BCE la BCE avesse la volontà di sostenere sin dall’inizio il debito sovrano, nel modo in cui alla fine ha cominciato a fare anni dopo? Io penso che sia possibile immaginare un programma per la Grecia che fosse cominciato con una grande riduzione del debito, scambiando una difficile ma non rovinosa austerità con prestiti ponte da parte della BCE, e nel quale la Grecia fosse tornata sul mercato privato grosso modo nel 2012.

Va bene, non era destinato ad accadere per ragioni politiche, e forse anche se si fosse fatto così, il prezzo sarebbe stato disastroso dal punto di vista sociale. Ma il quel caso ci si deve chiedere se valeva la pena di cercar di mantenere davvero la Grecia nell’euro. L’uscita della Grecia sarebbe stata ben sgradevole, e alla fine sarà sempre sgradevole se accadrà. Ma a confronto con quello che effettivamente è successo?

Ben Bernanke, forza della natura (5 giugno 2013)

giugno 5, 2013

 

Ben Bernanke, Force of Nature

 

 

By any reasonable standard, the great failing of economic policy over the past 5 years — monetary and fiscal both — is that it has done too little. Output lies far below reasonable estimates of potential, meaning trillions of dollars of wasted resources; unemployment remains at levels that amount to personal, social, and possibly political catastrophe; inflation has been below target, and there are good reasons to believe that the targets are too low.

 

Yet the most virulent criticism of policy makers has come from those insisting that they are doing too much — that deficits are a terrible threat (somehow unperceived by the bond market), that the actions of central banks are excessive, even insane. So Martin Wolf finds himself compelled to defend Ben Bernanke, not against charges that he has failed to exhibit the “Rooseveltian resolve” he himself once demanded of the Bank of Japan, but against hedge fund types who accuse him of somehow perverting financial markets.

 

This makes me think that it might be time for a restatement of the case for unconventional Fed policy — not the case that it’s a panacea or even that it will necessarily work, but simply that it should be tried.

 

Start with the very simplest view of how Fed policy affects the economy: the Fed sets short-term interest rates, and other things equal a lower rate leads to higher output; the “natural rate” of interest — as explained in this SF Fed paper — is the rate at which output equals potential, that is, at which there are neither inflationary nor deflationary pressures:

5 giugno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Our problem now is that a severe negative shock to demand, originating from the bursting of the housing bubble and an overhang of household debt, has pushed the IS curve left to the point where the natural rate of interest is so low that it would take a negative nominal rate to get there:

5 giugno 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

What does this tell us? First of all, that there is nothing “artificial” or “unnatural” about low interest rates; they’re low because demand is low, and the Fed is responding appropriately. If anything, the “unnatural” situation is that rates are too high, because they’re constrained by the zero lower bound (rates can’t go below zero, except for some minor technical bobbles, because people can always just hold cash).

 

Second, the Fed’s inability to get rates as low as they should be justifies a search for policies that can fill this policy gap. Fiscal stimulus is one such policy; unconventional monetary policies of various kinds are another. Actually, the natural policy — natural in a Wicksellian sense, and also the one that in terms of standard economics should produce the least distortion — would be a credible commitment to higher inflation. Unfortunately, this is really hard to achieve, especially given the howling from the kind of people now attacking Bernanke.

My point, however, is that the extraordinary policies of recent years are responses — inadequate responses — to an extraordinary situation. And the real puzzle isn’t why Bernanke does what he does, but why so many supposedly knowledgeable people seem so determined to find reasons not to do the obvious, necessary thing.

 

Ben Bernanke, forza della natura

 

Da ogni ragionevole punto di vista, il grande fallimento della politica economica negli ultimi 5 anni – di quella monetaria come di quella della finanza pubblica – è che essa è stata troppo piccola. La produzione si trova assai al disotto della stima ragionevole del suo potenziale, il che significa migliaia di miliardi di dollari di risorse sprecate; la disoccupazione resta a livelli che corrispondono ad una catastrofe delle persone singole, delle società e probabilmente dei sistemi politici; l’inflazione è rimasta sotto gli obbiettivi programmati e ci sono tutte le ragioni per ritenere che quegli obbiettivi fossero troppo bassi.

Tuttavia, la critica più feroce degli uomini politici è venuta da coloro che hanno preteso che essi stessero facendo troppo – che i deficit fossero una minaccia (in qualche modo non compresa dal mercato obbligazionario), che gli interventi delle banche centrali fossero eccessivi, persino pazzeschi. Così Martin Woolf si ritrova costretto a difendere Ben Bernanke, non contro le accuse per le quali non sarebbe riuscito a mostrare quella “determinazione di Roosevelt” che egli stesso un tempo chiedeva alla Banca del Giappone, bensì contro i personaggi degli hedge funds che lo accusano in qualche modo di stravolgere i mercati finanziari.

Questo mi fa pensare che forse è il momento di ribadire la tesi di una politica non convenzionale della Fed – non l’idea che essa sia una panacea e neanche che necessariamente sia destinata a funzionare, ma semplicemente che dovrebbe essere tentata.

Cominciamo dal semplicissimo aspetto di come la politica della Fed influenza l’economia: la Fed stabilisce i tassi di interesse a breve termine e un tasso di interesse più basso, fermi tutti gli altri aspetti, porta ad una produzione più elevata; il “tasso naturale” dell’interesse – come spiegato in questo saggio della Fed (in connessione) – è il tasso al quale la produzione eguaglia il suo potenziale, vale a dire al quale non ci sono spinte né inflazionistiche né deflazionistiche:

5 giugno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]

Il nostro problema adesso è che un grave shock negativo sulla domanda, che è stato provocato dalla esplosione della bolla immobiliare e da un eccesso di debito delle famiglie, ha spinto verso sinistra (e verso il basso, ndt) la curva degli Investimenti e di Risparmi (IS), sino al punto in cui il tasso di interesse naturale è così basso da richiedere un tasso nominale negativo per arrivarci [2]:

5 giugno 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che cosa ci dice tutto questo? Prima di tutto che non c’è niente di “artificiale” o di “innaturale”  nei tassi di interesse; essi sono bassi perché la domanda è bassa, e la Fed sta rispondendo appropriatamente. Semmai la situazione “innaturale” è che i tassi sono troppo alti, giacché essi sono condizionati dal limite inferiore dello zero [3] (i tassi non possono scendere sotto lo zero, a parte qualche secondario sobbalzo, perché le persone possono sempre tenersi i soldi in forma liquida).

In secondo luogo, l’impossibilità per la Fed di tenere i tassi così bassi come dovrebbero essere giustifica una ricerca di politiche che possano coprire questo gap della politica. Lo stimolo della spesa pubblica è una di queste politiche¸ le politiche monetarie non convenzionali di vario genere sono le altre. Effettivamente, la politica naturale – naturale in senso wickselliano, ed anche quella che nei termini di una economia normale dovrebbe produrre il minimo di distorsioni – sarebbe un impegno credibile per una inflazione più elevata. Sfortunatamente questo è difficile da ottenere, specialmente considerate le strida degli individui che ora attaccano Bernanke.

La mia opinione, tuttavia, è che le politiche straordinarie degli anni recenti  sono risposte – inadeguate risposte – ad una situazione straordinaria. E il vero enigma non è perché Bernanke stia facendo quello che fa, ma perché così tante persone apparentemente bene informate sembrino così determinate a trovare ragioni per non fare la cosa naturale e necessaria.



[1] Il diagramma indica a cosa corrisponda il tasso naturale di interesse. Sulla linea verticale il tasso reale di interesse; su quella orizzontale il PIL; la “IS curve” è la curva che indica il modo in cui operano i fattori degli investimenti e dei risparmi; la linea verticale indica una scala di grandezza del PIL potenziale. Lo schema ci mostra in che modo l’economia reale (il PIL) interagisce con l’economia monetaria (il tasso di interesse reale). Il punto di incontro nel quale i fattori degli investimenti e dei risparmi incontrano il PIL potenziale rappresenta la condizione naturale; la linea che da esso si traccia sino alla ordinata del tasso di interesse reale, indica quello che sarebbe il tasso di interesse naturale.

[2] Come si vede, la curva degli investimenti e dei risparmi  nel secondo diagramma si colloca a sinistra e più in basso rispetto alla prima situazione; in questo modo essa incontra il PIL potenziale al di sotto del PIL effettivo ed è in questo senso che  il tasso di interesse naturale dovrebbe essere addirittura negativo. Ovvero, anziché avere un compenso per l’acquisto di bonds, si dovrebbe addirittura pagare un prezzo (la qualcosa è illogica, perché, come si dice sotto nel post, in quel modo converrebbe tenersi i soldi in forma liquida).

[3] Per “zero lower bound” vedi le Note sulla traduzione.

Imbecillità morale (4 giugno 2013)

giugno 4, 2013

 

Moral Derpitude

Like Bruce Bartlett, Josh Barro’s laudable attempt to be a reasonable conservative is having the unintended effect of demonstrating just how unreasonable modern conservatism has become — as he himself now notes:

Basically, Erickson is derpy. And Erickson has big appeal to conservatives because lots of them are derpy. But the country is getting less derpy, and in time the Republican party will have to get less derpy, too. That’s my project, and I don’t expect Erickson to like it.

But things are actually a lot worse than Barro is yet willing to acknowledge; for the GOP’s derpitude doesn’t just involve the Ericksons and the Limbaughs, it extends to the party’s supposed intellectuals.

Barro likes to claim that market monetarism, which he insists has been a big winner, is an achievement of conservative reformers. I’d dispute just about all of that, but never mind right now. The point here is that the virulent opposition to any kind of monetary expansion isn’t just coming from the talk radio types, or the rank and file politicians. We have a modern GOP in which Paul Ryan is considered a policy wonk, the leading intellectual among elected officials — and he gets his ideas about monetary policy by quoting from Atlas Shrugged.

Then there’s health care, where the leading GOP alleged wonk has just demonstrated, in case you had any doubt, that evidence and clear thinking matter not at all compared with the goal of opposing anything liberals might also like.

I feel for Barro; really I do. But he has no home in today’s GOP, which simply has no room for the non-derpy, and to all appearances never will.

 

Imbecillità [1] morale

Come nel caso di Bruce Bartlett, l’apprezzabile tentativo di Josh Barro di essere un conservatore ragionevole sta provocando l’effetto non voluto di dimostrare come i conservatori moderni siano diventati proprio irragionevoli – come nota lui stesso:

“Fondamentalmente, Erickson è stupido. Ed Erickson ha un gran seguito tra i conservatori perché molti di loro sono stupidi. Ma il paese sta diventando meno stupido, e col tempo anche il Partito Repubblicano diventerà meno stupido. Questo è il mio progetto, e non mi aspetto che ad Erickson piaccia”.

Ma in effetti le cose sono un po’ peggiori di quanto Barro abbia ancora voglia di riconoscere; perché l’imbecillità del Partito Repubblicano non riguarda soltanto gli Erickson ed i Limbaugh, si estende ai presunti intellettuali del Partito.

A Barro piace sostenere che il monetarismo di mercato, che egli pretende sia stato un gran vincente, sia un prodotto dei riformatori conservatori. Vorrei proprio discuterne, ma in questo momento non conta. Il punto è che la virulenta opposizione ad ogni genere di espansione monetaria non viene soltanto dai soggetti dei talk shows, o dagli uomini politici più ordinari. Noi siamo di fronte ad un Partito Repubblicano odierno nel quale Paul Ryan è considerato uno scienziato della politica, una guida intellettuale per i funzionari di rango – –ed  egli desume le sue idee di politica monetaria da citazioni da Atlas Shrugged [2].

C’è poi l’assistenza sanitaria, dove il preteso esperto e guisa del Partito Repubblicano ha appena dimostrato, nel caso aveste avuto qualche dubbio,  che i fatti ed il ragionamento lineare non contano nulla, a confronto con l’obbiettivo di opporsi a tutto quello che potrebbe essere congeniale si progressisti.

Io ho simpatia per Barro, proprio così. Ma oggi la sua casa non è il Partito Repubblicano, che semplicemente non ha spazio per coloro che non sono stupidi, né verosimilmente lo avrà mai.



[1] “Derp”, che non si trova sui normali dizionari, sta per stupido e “derpitude” per stupidità.  E’ una espressione usata nello slang di Internet e forse deriva da un personaggio di South Park, che definiremmo imbranato:

derp

[2] Un personaggio di un romanzo di una scrittrice americana di origine sovietica assertrice di un capitalismo radicale, individualista, libertario  ed altro ancora (Ayn Rand).

Ben Bernanke sostiene una aliquota fiscale al 73 per cento (3 giugno 2013)

giugno 3, 2013

Ben Bernanke Endorses A 73 Percent Tax Rate

 

OK, he didn’t actually say that in so many words. But if you follow through on the logic of his excellent speech at Princeton yesterday, that’s where you end up.

Actually, there were several things Bernanke said that were politically controversial. When he declared that

physical beauty is evolution’s way of assuring us that the other person doesn’t have too many intestinal parasites

he was endorsing the theory of evolution — which puts him at odds with a large majority of Republicans, 58 percent of whom believe that man was created in his present form within the last 10,000 years.

But the big thing in Bernanke’s remarks was his discussion of the obligations of the successful, even within a supposedly meritocratic society:

We have been taught that meritocratic institutions and societies are fair. Putting aside the reality that no system, including our own, is really entirely meritocratic, meritocracies may be fairer and more efficient than some alternatives. But fair in an absolute sense? Think about it. A meritocracy is a system in which the people who are the luckiest in their health and genetic endowment; luckiest in terms of family support, encouragement, and, probably, income; luckiest in their educational and career opportunities; and luckiest in so many other ways difficult to enumerate–these are the folks who reap the largest rewards. The only way for even a putative meritocracy to hope to pass ethical muster, to be considered fair, is if those who are the luckiest in all of those respects also have the greatest responsibility to work hard, to contribute to the betterment of the world, and to share their luck with others.

 

OK, this is, whether BB realizes it or not (he probably does) basically a Rawlsian view of the world, in which you think of life as a kind of lottery in which you draw a ticket that includes things like your genetic endowment as well as the wealth of your parents. And what you’re supposed to do, ethically, is support the economic and social system you would choose if you had to enter that lottery not knowing what ticket you were going to draw — if you were making political choices behind the “veil of ignorance”.

 

As soon as you portray the choice that way, you’ve introduced a strong presumption in favor of redistribution. After all, if you should happen to end up as a member of the top 1 percent, an extra dollar at the margin won’t mean a lot to you; but if you should happen to end up as a member of, say, the bottom quintile, an extra dollar could make a lot of difference. So you should, other things equal, favor a system of progressive taxation and generous aid to the poor and unlucky.

 

So why not favor complete leveling, America as Cuba? Because for many reasons, both economic and political, we favor a market economy in which people make decentralized decisions about working, saving, and so on. And this means that incentive effects become important; you can’t levy 100 percent taxation on the rich, or completely insulate the poor from any consequences of low income, without destroying the incentives you need to make the economy work.

 

The question then becomes one of numbers. In particular, how high should we set the top tax rate? From a Rawlsian perspective, the key thing about very high incomes is that making them a bit higher or lower basically doesn’t matter — if you are lucky enough to find yourself in the top 0.1 percent (say), the marginal value of a dollar to your welfare is trivial compared with the value of that dollar to almost anyone else. So the top tax rate should be set solely with regard to the amount of money it raises for other purposes; essentially, you should soak the rich up to the point where any further rise in the tax rate would actually reduce revenue.

And we have a pretty good idea, based on careful statistical studies, of where that optimal top rate lies; 73 percent, say Diamond and Saez, maybe 80 percent, say Romer and Romer.

Does this sound wildly radical to you? Well, it’s just where the logic and evidence take you once you adopt a more or less Rawlsian view of social justice — which is exactly what Ben Bernanke did at Princeton.

Some people have suggested that BB’s speech had a touch of radicalism to it. Little did they know!

Ben Bernanke sostiene una aliquota fiscale al 73 per cento

Va bene, Non ha effettivamente detto questo in così tante parole. Ma se seguite la logica del suo eccellente discorso a Princeton di ieri, è lì che andate a finire.

In effetti, ci sono state alcune cose che Bernanke ha detto che erano politicamente controverse. Quando ha dichiarato che:

“la bellezza fisica è il modo nel quale l’evoluzione ci rassicura che l’altra persona non ha troppi parassiti intestinali …”

egli stava sostenendo la teoria dell’evoluzione – la qual cosa lo pone in contrasto con una larga maggioranza di repubblicani, il 58 per cento dei quali crede che l’uomo sia stato creato nella sua forma presente entro gli ultimi 10.000 anni.

Ma la cosa importante tra le osservazioni di Bernanke è stata la sua esposizione degli obblighi della persona di successo, anche all’interno di una sedicente società meritocratica:

“Abbiamo imparato che le istituzioni meritocratiche e le società sono giuste. A parte il fatto che nessun sistema, compreso il nostro, non è realmente interamente meritocratico, le meritocrazie possono essere più giuste e più efficaci di alcune alternative. Ma giuste in senso assoluto? Riflettiamoci. Una meritocrazia è un sistema nel quale le persone che sono più fortunate nella loro salute e nel loro capitale genetico: più fortunate in termini di sostegno familiare, di stimoli e verosimilmente di reddito; più fortunate nelle loro opportunità di istruzione e di carriera; e più fortunate in tanti altri modi che non è semplice  elencare – questi sono gli individui che raccolgono i più ampi riconoscimenti. Il solo modo persino per una presunta meritocrazia di guadagnarsi quella reputazione morale, di essere considerata giusta, è che coloro che sono i più fortunati sotto tutti questi aspetti abbiano anche la maggiore responsabilità di lavorare duramente, di contribuire al progresso del mondo, e di condividere la loro fortuna con gli altri.”

Va bene, questo è, che Ben Bernanke lo comprenda o meno (probabilmente lo comprende) fondamentalmente un punto di vista ‘rawlsiano’ [1] sul mondo, secondo il quale si pensa alla vita come ad una specie di lotteria nella quale si estrae un biglietto che comprende cose come il vostro corredo genetico in aggiunta alla salute dei vostri genitori. E quello che si suppone che facciate, da un punto di vista etico, è sostenere il sistema economico e sociale che avreste scelto se foste entrati in quella lotteria non sapendo quale biglietto stavate per estrarre – come se steste facendo le vostre scelte politiche dietro il “velo dell’ignoranza”.

Appena considerate la vostra scelta in quel modo, avete introdotto un forte pregiudizio a favore della redistribuzione. Dopo tutto, se vi fosse accaduto di finire col far parte dell’1 per cento dei più ricchi, un dollaro in più al margine non significherebbe granché; ma se vi fosse accaduto di essere, diciamo, un componente dell’ultimo quintile, un dollaro in più potrebbe fare bel po’ di  differenza. Dunque dovreste, fermo restando tutto il resto, essere a favore di un sistema di tassazione progressiva e di un aiuto generoso ai poveri ed ai meno fortunati.

Perché dunque non essere a favore di un livellamento totale, l’America come Cuba? Perché, per molte ragioni, noi siamo per una economia di mercato nella quale le persone assumono decisioni decentralizzate sul lavoro, sui risparmi e su tutto il resto. E questo significa che gli effetti di incentivazione diventano importanti; non si possono imporre tasse del 100 per cento sui ricchi, o proteggere interamente i poveri dalle conseguenze dei redditi bassi, senza distruggere gli incentivi di cui c’è bisogno perché l’economia funzioni.

La domanda diventa dunque una questione di numeri. In particolare, quanto dovremmo collocare in alto l’aliquota fiscale sui più ricchi? In una prospettiva rawlsiana, la questione fondamentale per i redditi altissimi è che farli diventare un po’ più alti o un po’ più bassi non è importante – se, diciamo, si è fortunati abbastanza da ritrovarsi all’apice dello 0,1 per cento, il valore marginale di un dollaro per il vostro benessere è banale a confronto del valore di quel dollaro per quasi tutti gli altri. Dunque, l’aliquota fiscale per i più ricchi dovrebbe essere stabiliti unicamente  in relazione alla quantità di denaro che essa accresce per altri scopi; essenzialmente, si dovrebbero spremere i ricchi sino al punto nel quale ogni ulteriore aumento della aliquota fiscale effettivamente ridurrebbe le entrate.

E abbiamo un’idea abbastanza precisa, basata su studi statistici scrupolosi, di dove collocare tale aliquota per i più ricchi; al 73 per cento, dicono Diamond e Saez, forse all’80 per cento dicono Romer e Romer [2].

Vi suona esageratamente radicale? Bene, è dove porta  la logica e l’esperienza una volta che si adotti il punto di vista rawlsiano sulla giustizia sociale – che è esattamente ciò che ha fatto Ben Bernanke a Princeton.

Alcuni hanno suggerito che il discorso di Ben Bernanke ha dato a tutto ciò un tocco di radicalismo. Se ne intendevano poco!

 



[1] John Bordley Rawls (Baltimora, 21 febbraio 1921 – Lexington, 24 novembre 2002) è stato un filosofo statunitense, figura di spicco della filosofia morale e politica. E’ stato James Bryant Conant University Professor presso la Harvard University. Il vero grande problema della filosofia politica è costituito, secondo John Rawls, non dalla ricerca del bene comune, ma da un’adeguata nozione di giustizia e da un’altrettanto adeguata procedura per comprendere come le nostre istituzioni possono essere più giuste. Il concetto di giusto deve essere considerato prioritario rispetto al bene nella teoria morale, e questo perché, se avviene il contrario, il rischio è quello di non riuscire più ad ottenere una definizione autonoma e indipendente di giustizia. Se è il bene ciò che conta, tutto ciò che massimizza il bene non può che essere giusto e ciò comporta spesso conseguenze moralmente pericolose e controintuitive. L’insistenza sulla priorità della giustizia è al centro della nota critica di Rawls all’utilitarismo, che volendo a tutti i costi massimizzare la felicità comune, semplice somma delle felicità individuali, può giungere a considerare legittima, in certi casi, la violazione di alcune libertà fondamentali. (Wikipedia)

 Rawls

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Sono marito e moglie …

La macroeconomia della disunione europea (3 giugno 2013)

giugno 3, 2013

 

The Macroeconomics of European Disunion

 

Wolfgang Münchau makes a point that isn’t new, but still gets overlooked too often: the euro area is, for practical macroeconomic purposes, a single unit — and one that doesn’t really do all that much trade with the rest of the world. Aggregate euro area policy, monetary and fiscal, should therefore be subject to more or less the same rules that apply to the United States.

Yet because monetary union wasn’t accompanied by political union, the continent as a whole is pursuing what amount to insanely restrictive policies. Here we have an economy with massive unemployment and inflation that is too low by any reasonable standard (Europe, even more than America, would do a lot better with a 4 percent inflation target):

3 giugno 1

 

 

 

 

 

 

 

 

Yet what we see is sharply restrictive fiscal policy:

3 giugno

 

 

 

 

 

 

 

 

And the ECB isn’t even trying to offset this fiscal drag with expansionary monetary policy, in part because of fear of adverse reactions to possible higher inflation in Germany.

We can and often do get bogged down in the details of country analysis, not to mention the difficult politics of the situation. But every once in a while it’s worth backing up and thinking about the fundamental craziness of aggregate European policy.

 

La macroeconomia della disunione europea

 

Wolfgang Münchau avanza una idea che non è nuova, ma sulla quale si sorvola ancora troppo spesso: l’area euro è, per gli scopi della pratica economica, una unità singola – ed è quella che effettivamente non ha grandi scambi commerciali col resto del mondo. La politica dell’area euro nel suo insieme, dovrebbe di conseguenza essere soggetta più o meno alle stesse regole che si applicano agli USA.

Tuttavia, poiché l’unione monetaria non è stata accompagnata da una unione politica, il continente nel suo complesso persegue quello che corrisponde a politiche irragionevolmente restrittive. Ecco che abbiamo un’economia con una massiccia disoccupazione e con una inflazione che è troppo bassa secondo ogni ragionevole criterio (l’Europa, anche più dell’America, farebbe molto meglio con un obbiettivo di inflazione al 4 per cento):

3 giugno 1

 

 

 

 

 

 

Tuttavia quello a cui assistiamo è una politica della finanza pubblica rigidamente restrittiva [1]:

 

3 giugno

 

 

 

 

 

 

 

 

E la BCE non sta neppure cercando di bilanciare questo ‘dragaggio’ delle finanze pubbliche con una politica monetaria espansiva, i parte per il timore di reazioni contrarie ad una possibile inflazione più elevata in Germania.

Noi possiamo impantanarci  come spesso facciamo nei dettagli delle analisi del singolo paese, per non parlare della difficoltà politiche della situazione. Ma ogni tanto merita fare un passo indietro e pensare alla sostanziale follia della politica complessiva dell’Europa.



[1] La tabella sottostante mostra l’”avanzo primario” dell’area euro, corretto sulla base del ciclo economico. Il che significa l’equilibrio attivo dei conti pubblici, al netto del pagamento degli interessi, e ‘depurato’ degli effetti straordinari della crisi. Che, come si vede, dopo essere caduto a seguito della crisi finanziaria del 2008 (e presumo dei salvataggi finanziari) si è impennato a partire dal 2010. Se c’è avanzo di amministrazione, chiaramente, c’è restrizione delle spese pubbliche.

Il trionfo di Peter Kenen, la vendetta di Robert Mundell (3 giugno 2013)

giugno 3, 2013

 

The Triumph of Peter Kenen, The Revenge of Robert Mundell

In America, it’s sad when your friends move away; in Europe, it may be a tragedy.

Back in the 1960s, a new concept emerged in international macroeconomics: optimum currency area theory. The question it sought to answer was, when should countries adopt a common currency? Everyone noted that by adopting a common currency, countries would give up much of their policy independence; the question was how costly that would be, and how large the benefits.

 

One variant, pushed by Ronald McKinnon, stressed the amount of trade; the more two countries trade, the bigger the advantages of not having to change currencies, and arguably, also, the less adjustment is needed to correct trade imbalances. Another (actually the first paper on the subject), by Robert Mundell, stressed labor mobility: you don’t need as much policy independence if unemployed workers can move to where the jobs are. A third, stressed by my late colleague Peter Kenen, stressed fiscal integration: if countries or regions share common budgets for major programs, there will be a lot of automatic compensation for “asymmetric shocks”.

 

As I’ve argued in the past, it turns out that Kenen, not Mundell, is the best guide to problems in Europe right now. And while I didn’t think of it until now, there’s even a case to be made that labor mobility within Europe is actually worsening the problem, making the euro less sustainable.Via FTAlphaville, Frances Coppola documents the extraordinary rates of emigration among young people in Europe’s disaster economies — not really a surprise when you consider the incredible levels of youth unemployment. But as she says, once those young people are gone, who will pay the taxes to support retirees?

The point is that the interaction among large welfare states, relatively high labor mobility, and lack of fiscal integration in a currency area may turn out to be really deadly.

 

Il trionfo di Peter Kenen, la vendetta di Robert Mundell

In America è triste quando i vostri amici si spostano, in Europa può essere una tragedia.

Nei passati anni ’60 emerse un nuovo concetto nell’economia internazionale: la teoria dell’area valutaria ottimale. La domanda alla quale si cercava una risposta era, quando i paesi dovrebbero adottare una valuta comune? Tutti osservarono che dal momento in cui i paesi adottano una valuta comune, sono soggetti a cedere una buona parte della loro indipendenza politica; la domanda era quanto questo sarebbe costato e quanto sarebbero stati ampi i benefici.

Una variante, sulla quale insisteva Ronald McKinnon, interrogava la quantità degli scambi commerciali; più due paesi commerciano tra di loro, più grandi sono i vantaggi nel non avere valute da scambiare, e probabilmente anche meno correzioni sono necessarie per correggere gli squilibri commerciali. Un’altra (in effetti il primo studio sul tema), avanzata da Robert Mundell, interrogava la mobilità del lavoro; non si ha bisogno di tanta indipendenza politica se i lavoratori disoccupati possono spostarsi dove ci sono i posti di lavoro. Una terza, avanzata dal mio passato collega Peter Kenen, interrogava l’integrazione della finanza pubblica: se i paesi o le regioni condividono bilanci comuni per i programmi principali, ci sarà una quantità di compensazioni automatiche per gli “shocks asimmetrici” .

Come ho sostenuto in passato, si chiarisce che Kenen, non Mundell, è la miglior guida ai problemi dell’Europa di oggi. E mentre sinora non ci avevo pensato, c’è persino da fare l’ipotesi che la mobilità del lavoro all’interno dell’Europa stia in effetti peggiorando il problema, rendendo l’euro meno sostenibile. Tramite FTAlphaville, Frances Coppola documenta gli straordinari tassi di emigrazione tra i giovani nelle economia del disastro dell’Europa – non proprio una sorpresa  quando si consideri l’incredibile livello di disoccupazione giovanile. Ma come ella dice, una volta che quei giovani se ne sono andati, chi pagherà le tasse per sostenere le pensioni?

Il punto è che l’interazione tra ampi stati assistenziali, una relativamente elevata mobilità del lavoro ed una mancanza di integrazione delle finanze pubbliche in un’area valutaria può risultare veramente letale.

Follia trasportistica (2 giugno 2013)

giugno 2, 2013

 

Transport Madness

 

Oh, boy — this is truly amazing. I guess I’m not surprised that the WSJ doesn’t like the idea of providing New York with a European-style system of rental bikes. But accusing Bloomberg and company of being “totalitarians” for the vicious crime of … making bright blue bikes available to tourists … seems like it has to be parody.

On the other hand, let’s not forget George Will’s explanation of why liberals like mass transit:

the real reason for progressives’ passion for trains is their goal of diminishing Americans’ individualism in order to make them more amenable to collectivism.

Something about transportation seems to bring out the crazy in these people.

 

Follia trasportistica

 Ragazzi, questa è davvero incredibile. Credo di non essere rimasto sorpreso che al Wall Street Journal non piaccia l’idea di fornire New York di un sistema di biciclette a noleggio sul modello europeo. Ma accusare Bloomberg e compagnia di essere “totalitari” per il crimine feroce di …. aver messo brillanti biciclette blu a disposizione dei turisti … sembra quasi essere una presa in giro.

D’altra parte non si deve dimenticare la spiegazione di George Will [1] sul perché ai progressisti piace il trasporto collettivo:

“la ragione reale per la passione di progressisti per i treni è il loro obbiettivo di ridurre l’individualismo degli americani allo scopo di renderli più ben disposti verso il collettivismo”.

 C’è qualcosa nei trasporti che sembra portare alla luce in questi individui la follia.

 


[1] Giornalista conservatore americano, nato nel 1941. Ha scritto sul Wall  Street Journal ed ha vinto un Premio Pulitzer.

Una storia triste: ovvero la storia del modello della Offerta e della Domanda Aggregata (2 giugno 2013)

giugno 2, 2013

 

A Sad Story — I Mean, AS-AD Story (Wonkish)

 

 

Peter Dorman argues that the AS-AD model — that’s “aggregate demand-aggregate-supply” for those of you who ignored the “wonkish” label — plays no role in the economic blogosphere, and suggests that its fairly prominent role in textbooks is there only to “occupy student brain cells” until something actually useful comes up. Mark Thoma says he’s wrong, and among other things provides several examples (including one of my own) of the AS-AD framework being applied to current issues.

 

As it happens, I’ve thought about this issue quite a lot; it comes up with each revision of Krugman/Wells, where we have to ask whether AS-AD belongs in the exposition. The problem is not that the “real” model is DSGE (New Keynesian theory with intertemporal optimization yada yada); in practice, when it comes to thinking about macro policy Robert Waldmann has it right:

 

 

most have gone all the way back to an IS curve (real interest and output) assuming AS doesn’t matter and with the LM curve replaced with something like a Taylor rule. AS if anything, is an adaptive expectations augmented Phillips curve which matters only because of real interest rates, the monetary authority’s response to inflation and debt deflation/inflation.

You can see something pretty much along these lines in this piece from David Romer (pdf).

 

Now, this isn’t AS-AD for two reasons. First, the AD curve is no longer an economic relationship so much as a model of central bank behavior; a rising price level doesn’t reduce demand through its effect on the real money supply, it reduces demand through its effect on the mind of Ben Bernanke. Second, what we almost always talk about is the rate of change in prices rather than their level. (This happens not to be true when we’re worrying about issues of competitiveness within the euro area, which is why AS-AD makes something of a comeback in that discussion).

So why do AS-AD? First, you do want a quick introduction to the notion that supply shocks and demand shocks are different, that 1979-80 and 2008-2009 are different kinds of slump, and AS-AD gets you to that notion in a quick and dirty, back of the envelope way.

 

Second — and this plays a surprisingly big role in my own pedagogical thinking — we do want, somewhere along the way, to get across the notion of the self-correcting economy, the notion that in the long run, we may all be dead, but that we also have a tendency to return to full employment via price flexibility. Or to put it differently, you do want somehow to make clear the notion (which even fairly Keynesian guys like me share) that money is neutral in the long run. That’s a relatively easy case to make in AS-AD; it raises all kinds of expositional problems if you replace the AD curve with a Taylor rule, which is, as I said, essentially a model of Bernanke’s mind.

 

So there is a place for AS-AD, although it’s an awkward one, and the transition to IS curve plus Taylor rule plus Phillips curve, which is the model you really want to use for America right now, is a moment that fills me with dread every time we take it on in a new edition.

 

Una storia triste – intendo la storia dell’Offerta e della Domanda Aggregata (per esperti)

 

Peter Dorman sostiene che il modello AS/AD [1]– cioè “offerta aggregata/domanda aggregata” per coloro che ignorano l’espressione da esperti – non gioca alcun ruolo nel dibattito economico sui blog, e suggerisce che il suo peso nei libri di testo serve soltanto a “tenere occupate le cellule cerebrali degli studenti” in attesa che sopravvenga qualcosa di più utile. Secondo Mark Thoma ha torto, e tra le altre cose egli fornisce vari esempi (incluso uno del sottoscritto) relativi alla applicazione  dello schema AS/AD  alle tematiche attuali.

Come che sia, ho pensato abbastanza a lungo a questo aspetto; esso viene fuori in ogni occasione di revisione del libro di testo di Krugman/Wells [2], quando dobbiamo chiederci se il modello AS/AD debba far parte della esposizione. Il problema non consiste nel fatto che il modello “reale” è il DSGE  (la nuova teoria keynesiana con la ottimizzazione intertemporale etc. etc.) [3]; in pratica, quando si giunge a ragionare di politica macroeconomica, Robert Waldmann ha ragione:

 

“I più sono tornati completamente indietro ad una curva IS (interesse reale e prodotto) assumendo che l’offerta aggregata non conti e con la curva LM rimpiazzata con qualcosa come una curva di Taylor. L’Offerta Aggregata è semmai una curva di Phillips incrementata dalle aspettative di adattamento, che è importante solo per i tassi di interesse, per la risposta della autorità monetaria alla inflazione ed alla inflazione/deflazione da debito”.

Potete vedere qualcosa molto su queste linee in questo studio di David Romer (disponibile in pdf).

 

Ora, questa non è una curva AS/AD per due ragioni. La prima, la curva della Domanda Aggregata non è più una relazione economica paragonabile ad un modello per la condotta della banca centrale; un livello dei prezzi in crescita non riduce la domanda attraverso i suo effetto sulla offerta reale di moneta, riduce la domanda attraverso il suo effetto sulla mente di Ben Bernanke. La seconda, quella di cui abbiamo quasi sempre parlato è il tasso di cambio nei prezzi piuttosto che il loro livello (ma succede che questo non sia vero nel momento in cui ci preoccupiamo dei temi della competitività all’interno dell’area euro, che è la ragione per la quale la curva AS/AD è come se fosse tornata in auge in quel dibattito).

Perché dunque utilizzare la curva AS/AD? In primo luogo, si ha proprio bisogno di una  rapida introduzione all’idea che gli shocks da offerta e quelli da domanda sono diversi, che il 1979-80 ed il 2008-2009 sono crisi di tipo diverso, e il modello AS/AD vi introduce a quel concetto in modo rapido e semplificato, come un appunto su un foglio di carta.

In secondo luogo – e questo gioca un ruolo sorprendentemente rilevante nel mio personale pensiero pedagogico – ne avete proprio bisogno, da qualche parte nel vostro percorso, per trasmettere il concetto di una economia che si auto-corregge, il concetto che nel lungo periodo potremmo essere tutti morti, ma che pure abbiamo una tendenza a tornare alla piena occupazione attraverso la flessibilità dei prezzi. O, per dirla diversamente, avete proprio bisogno di rendere chiara l’idea (che è condivisa persino da soggetti discretamente keynesiani come il sottoscritto) che nel lungo periodo il denaro è neutrale. Quello è un esempio relativamente semplice da avanzare nel modello AS/AD; ogni genere di problema di esposizione aumenta se si rimpiazza la curva della Domanda Aggregata con una regola di Taylor, che è, come ho detto, fondamentalmente un modello della mente di Bernanke.

Dunque c’è spazio per il modello AS/AD, sebbene uno spazio piuttosto scomodo, ed il passaggio alla curva IS più la regola di Taylor più la curva di Phillips, che è il modello che è realmente utilizzato nell’America di oggi, è un momento che mi riempie di sgomento ogni volta che dobbiamo farci i conti in una nuova edizione (del libro di testo suddetto).



[1]  Il modello della Domanda e della Offerta Aggregata è un modello macroeconomico che spiega il livello dei prezzi e della produzione attraverso la relazione tra la domanda aggregate e l’offerta aggregate. Esso è basato sulla teoria che John Maynard Keynes presentò nel suo libro del 1936 “La Teoria Generale della occupazione, dell’interesse e della moneta”. Costituisce una delle più importanti rappresentazioni semplificate della macroeconomia ed è utilizzato da un’ampia gamma di economisti, dai sostenitori radicali e monetaristi del “lassaiz faire” come Milton Friedman, ai neokeynesiani sostenitori dell’intervento pubblico nell’economia, come Joan Robinson (da Wikipedia, lingua inglese).

 

In sostanza la teoria classica dell’offerta e della domanda si basava in precedenza in larga parte sulla ‘Legge di Say’, ovvero sull’idea che è l’offerta che crea in ogni momento la propria domanda. Krugman ha fornito una lettura relativamente comprensibile di questo aspetto nel suo magistrale discorso a Cambridge nel 2011, in occasione del 75° Anniversario del libro di Keynes, che è tradotto in questo blog sotto la rubrica dei ‘Saggi’. Se l’offerta determina in ogni momento la domanda, non esiste alcun problema di intervento pubblico contro le depressioni economiche. Anzi, la spesa pubblica comporterebbe la conseguenza di distrarre risorse dall’investimento privato, ad aggraverebbe le crisi. Se invece la domanda aggregata, ovvero il complesso della spesa pubblica e degli investimenti e dei consumi privati, in certi momenti in particolare, è soggetta a comportamenti obbligati (ad esempio, la domanda di investimenti e consumi privati resta inerte, a fronte di tassi di interesse prossimi allo zero, come nelle due grandi crisi degli anni Trenta e di questi anni) la spesa pubblica diventa l’unica chiave possibile per il rilancio delle economie, giacché la politica monetaria non può favorire la ripresa facendo scendere sotto lo zero i tassi di interesse.

[2] Ovvero, il libro di testo di economia scritto da Krugman e Wells (sua moglie Robin Wells).

[3] La DSGE (abbreviazione per “Equilibrio generale dinamico stocastico”, dove “stocastico” significa “attinente a modelli matematici che studiano l’andamento dei fenomeni casuali, probabilistici) è un settore delle Teoria Generale dell’equilibrio; che cerca di spiegare fenomeni economici ‘aggregati’ – quali la crescita, i cicli dell’economia, gli effetti delle politica monetarie e della spesa pubblica – sulla base di modelli macroeconomici basati su principi microeconomici.

Questa non è una discussione seria, versione Obamacare (1 giugno 2013)

giugno 1, 2013

 

We Are Not Having A Serious Discussion, Obamacare Edition

 

I fairly often receive mail pleading with me to take a more even tone, to have a respectful discussion with people on the other side rather than calling them fools and knaves. And you know, I do when I can. But the truth is that on most of the big issues confronting us, there just isn’t anyone to have a serious discussion with. Ezra Klein offers a nice illustration of this point today, in his takedown of Avik Roy on Obamacare in California.

The thing you want to bear in mind is that Roy is widely considered a good example of a reformist conservative, not to mention a health policy wonk. So what does this reform-minded wonk have to say about Obamacare?

 

Klein tries really hard to keep his temper even; too hard, I think, because I wonder how many readers will stay with him all the way through. But to cut to the chase, Roy claims that Obamacare will cause soaring insurance rates, using a comparison that is completely fraudulent — and I say fraudulent, not wrong, because he is indeed enough of a policy wonk here to know that he is pulling a fast one.

So here’s the comparison Roy uses: he points out that the insurance premiums that will apparently be charged on the California exchange will be higher than the lowest rates being offered by some insurers in California right now.

As Klein says, this isn’t just comparing apples and oranges; it’s comparing apples with oranges you can’t even buy.

 

Right now, California has a basically unregulated individual market, in which insurers are free to reject whoever they choose, and charge whatever rates they choose. This means that a few young, healthy people with no record of prior medical problems can get cheap plans; these are, of course, precisely the people who need insurance least, and these plans are cheap not just because they’re only available to the very healthy but because they don’t provide much insurance. If you’re not healthy or wealthy enough to get by with this kind of insurance, too bad.

 

So looking at these rates tells you nothing at all about the success of a program that offers insurance to everyone, regardless of medical history, and sets fairly high minimum standards for the quality of that insurance.

 

What’s more, this isn’t some obscure issue. When people try to explain the logic of ObamaRomneyCare — certainly when I try to explain it — they often start from precisely this point, pointing out that unregulated insurance markets give the healthy and wealthy a pretty good deal but leave everyone else out in the cold, then work from that point toward the “three-legged stool” of community rating, mandates,and subsidies that supports reform. So Roy has to know that he’s making an essentially fraudulent argument — and does it anyway.

 

And Roy is about as good as you get in this stuff: his tone is even, he actually knows something. Nonetheless, he goes for the cheap, misleading shot.

I know that a lot of people wish we lived in a country where debates about things like health care policy were serious, honest discussions of debatable points. I like to hope that by the time I retire I’ll actually live in a country like that. But right now, and surely for years to come, it’s basically facts versus fraud.

 

Questa non è una discussione seria, versione Obamacare

 

Ricevo abbastanza spesso mail con le quali mi si supplica di tenere un tono diverso, di avere un dibattito rispettoso con gli individui dell’altro schieramento, piuttosto di definirli sciocchi e bricconi. E sapete, quando posso lo faccio. Ma la verità è che sulla gran parte dei temi in confronto, non c’è proprio nessuno con cui avere un dibattito serio. Ezra Klein mi offre oggi una descrizione graziosa  di questo punto, nel suo commento su Avik Roy a proposito della riforma della assistenza di Obama in California.

La cosa che dovete tenere a mente è che Roy è generalmente considerato un buon esempio di conservatore riformista, per non dire di esperto di politica sanitaria. Dunque, cosa ha da dire sulla riforma di Obama questo esperto ben disposto verso la riforma?

Klein cerca a fatica persino di contenersi; troppo difficile, penso, perché mi chiedo quanti lettori lo seguiranno per tutto il tempo (in quello sforzo). Ma per andare dritto al punto, Roy sostiene che la riforma di Obama provocherà un forte innalzamento delle aliquote assicurative, usando un paragone che è del tutto fraudolento – e dico fraudolento e non sbagliato, perché egli è abbastanza esperto di politica per non sapere che sta ingannando la gente.

Ecco dunque il confronto che usa Roy: egli mette in evidenza che i premi assicurativi che pare saranno addebitati sul listino della California saranno più elevati delle più basse aliquote offerte in questo momento in California da qualche assicuratore.

Come Klein sa, questo non è neppure un paragonare le mele con le pere; è confrontare le mele con pere che non si possono nemmeno comperare.

In questo momento la California è fondamentalmente un mercato individuale [1] privo di regole, nel quale gli assicuratori sono liberi di respingere chiunque vogliano, e imporre qualsiasi aliquota vogliano. Questo significa che pochi giovani in salute con nessuna esperienza di precedenti problemi sanitari possono ottenere programmi convenienti; queste sono, per inciso, le persone che hanno meno bisogno di assicurazione, e questi programmi sono convenienti non solo perché sono disponibili soltanto per le persone che godono di ottima salute, ma anche perché non forniscono molta copertura assicurativa. Se non siete in salute o se non siete ricchi abbastanza per procurarvela con assicurazioni di questo genere, è un guaio.

 

Dunque, osservare quelle aliquote non  dice proprio niente sulla fortuna di una programma che offre assicurazione a tutti senza riguardo alla storia sanitaria pregressa, e dispone standards minimi abbastanza elevati quanto alla qualità di quella assicurazione.

Quello che è ancora più importante è che non c’è alcuna problematica oscura. Quando le persone cercano di spiegare la logica della riforma di Obama (e di Romney [2]) – di sicuro quando cerco di farlo io – spesso cominciano precisamente da questo punto, mettendo in evidenza come i mercati individuali senza regole offrono soluzioni abbastanza buone per le persone in salute e ricche, ma lasciano tutti gli altri al freddo, dopodiché, da quel punto in avanti, opera quella sorta di “sgabello a tre gambe” delle ‘valutazioni comunitarie’, delle deleghe alle persone e dei sussidi che sostengono la riforma [3].

E Roy si comporta abbastanza bene quando vi addentrate in questa roba: è tale persino nel tono,  conosce effettivamente un po’ di cose. Nondimeno, sceglie l’argomento più scadente ed ingannevole.

Conosco molta gente che vorrebbe vivessimo in un paese nel quale i dibattiti su cose come la politica dell’assistenza sanitaria fossero discussioni  serie ed oneste sugli aspetti controversi. Voglio sperare che quando sarò in pensione effettivamente vivremo in un paese del genere. Ma in questo momento, e sicuramente negli anni a venire, in sostanza abbiamo da una parte i fatti e dall’altra gli inganni.



[1] “Individuale” nel senso che ci si riferisce a quella parte di assistenza sanitaria che gli individui acquistano presso le assicurazioni private. Gli altri comparti della assistenza sono; quella pubblica per gli anziani (Medicare), quella pubblica per i più poveri (Medicaid) e quella coperta direttamente dalle imprese.

[2] Perché l’ex Governatore del Massachusetts aveva fatto approvare nel suo Stato, in precedenza,  una riforma simile a quella nazionale di Obama, salvo non potersene vantare durante la campagna presidenziale del 2012, perché a quel punto il Partito Repubblicano si era ulteriormente spostato a destra, ed era diventato contrario ad ogni riforma che non puntasse alla liquidazione die principali programmi sanitari federali.

[3] Per le ‘valutazioni comunitarie’ e per le ‘deleghe agli individui singoli’ vedi le note 1 e 2 all’articolo del 27 maggio sul New York Times: “La scossa della riforma sanitaria di Obama”.

Quello a cui assistiamo è un difetto di comunicazione (1 giugno 2013)

giugno 1, 2013

 

What We Have Here Is A Failure To Communicate

Interest rates are rising! Head for the hills!

OK, maybe not quite yet. Some perspective on recent moves:

1 giugno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The 10-year bond rate, in perspective.

Still, a rise in bond rates is not helpful just as there are signs the economy is gaining momentum despite the best efforts of politicians. So what is happening?

Well, recall my little typology of rate rises:

1 giugno 1

 

 

 

 

 

With stocks down and the dollar up, this looks like a market that has upgraded its estimate of the chances that the Fed will tighten too soon. And yes, I mean too soon, for sure. Look not at the unemployment rate, which to some extent reflects people dropping out of the labor force, and instead look at the employment-population ratio — focusing on prime-age workers to avoid demographic issues:

 

1 giugno 2

 

 

 

 

 

 

 

Employment-population ratio, ages 25-54.

Our labor market has barely begun to recover. Meanwhile, inflation is dropping well below target, even as a growing number of analysts believe that the target itself has been set too low.

So unless Bernanke and company mean to signal their intention to tighten much too soon, and derail recovery, they had better start getting their message out better.

 

Quello a cui assistiamo è un difetto di comunicazione

I tassi di interesse sono in crescita! Via di corsa [1]!

Va bene, forse non è ancora il caso … Alcune proiezioni, sulla base dei movimenti recenti:

1 giugno

 

 

 

 

 

 

 

Il tasso sui bonds decennali, in prospettiva.

 

Eppure, una crescita nei tassi dei bonds non aiuta proprio mentre ci sono i segni che l’economia sta guadagnando slancio nonostante i massimi sforzi (opposti) degli uomini politici. Dunque, cosa sta accadendo?

Ebbene, vi ricordo il mio piccolo schema sulla crescita dei tassi [2]:

Prezzi bonds Prezzi azioni Dollaro
Oddio, il debito! Giù Giù Giù
La Fed diventa più severa Giù Giù Su
La ripresa è più forte Giù Su Su

 

Con le azioni in calo ed il dollaro in crescita, sembrerebbe che il mercato abbia aggiornato le sue valutazioni sulle possibilità che la Fed proceda ad un stretta in breve tempo. E intendo in effetti entro un tempo troppo breve, per l’esattezza. Non si guardi al tasso di disoccupazione, che in qualche misura riflette le persone che si ritirano dalle forze di lavoro, e si guardi piuttosto al rapporto tra popolazione ed occupati – concentrandosi sui lavoratori nella principale età lavorativa per evitare problemi di carattere demografico:

 

Rapporto popolazione(occupati, anni 25/54.

1 giugno 2

 

 

 

 

 

 

 

 

Il nostro mercato del lavoro ha appena cominciato a riprendersi. Nel frattempo l’inflazione sta scendendo assai al di sotto dell’obbiettivo fissato, anche se un numero crescente di analisti ritiene che lo stesso obbiettivo fissato sia stato stabilito troppo in basso.

Dunque, se Bernanke e compagni non intendono segnalare la loro intenzione di andare troppo rapidamente ad una stretta, farebbero meglio a cominciare a comunicare più chiaramente.


[1] “Head to the hills” (letteralmente: “Corriamo/indirizziamoci sui colli”) è una espressione idiomatica. Questo è il senso originario: se l’acqua di un fiume cresce e si teme una esondazione …. “corriamo sui colli, andiamo più in alto”. In senso più generale si può dire nel caso che convenga andar via da una situazione imbarazzante o pericolosa.

[2] Questo schemino è illustrato nel post del 29 maggio.

Debito e crescita: il punto della discussione (31 maggio 2013)

maggio 31, 2013

 

Debt and Growth: The State of the Debate

 

So, after a brief diversion into issues of manners and etiquette, I hope we’re back to the substance. And there are really three points that have been established; I’m not sure that everyone understands that any one of those points is enough to refute most of the debt/deficit discussion of the past three years.

1. There is no threshold at 90 percent, even though that claim has dominated a lot of policy discussion for three years. The appearance of such a threshold in the original Reinhart-Rogoff paper was an artifact of missing data (not deliberately, and perhaps unavoidably, but that’s not the issue here) plus an odd statistical technique. Indeed, it was in large part an artifact of the treatment of just one country, New Zealand, in the postwar years.

 

2. There is a mild negative correlation between debt and growth. Even if this is interpreted as a causal relationship, however, it is not a strong enough correlation to justify the debt panic of recent years. Brad DeLong’s version:

as best as I can tell we are talking that an increase in debt from 50% of a year’s GDP to 150% is associated with a reduction in growth rates of 0.1%/year over the subsequent five years…

 

 

3. There is pretty good evidence that the relationship is not, in fact, causal, that low growth mainly causes high debt rather than the other way around.

 

We’ve spent three years letting policy be dominated by unwarranted fears.

 

Debito e crescita: il punto della discussione

 

Dunque, dopo una breve diversione sui temi delle buone maniere e della etichetta, mi auguro che siamo tornati alla sostanza. E ci sono tre punti che sono stati per davvero messi in chiaro; non sono sicuro che tutti si rendano conto che una qualsiasi di questi punti è sufficiente a confutare gran parte del dibattito sul debito e sul deficit degli ultimi tre anni.

1 – Non c’è alcuna ‘soglia’ del 90 per cento, anche se quella pretesa ha dominato gran parte del dibattito politico per tre anni. La comparsa di tale soglia, nello studio originario di Reinhart e Rogoff, era un artificio derivante dall’aver perso dati (non deliberatamente, e forse inevitabilmente, ma questo non è il punto adesso), in aggiunta ad una tecnica statistica strana. In effetti, si era trattato in larga parte di un artificio derivante dal trattamento degli anni postbellici soltanto di un paese, la Nuova Zelanda.

2 – C’è una leggera correlazione negativa tra debito e crescita. Anche se viene interpretata come una relazione di tipo causale, tuttavia, non è una correlazione sufficientemente forte da giustificare il panico del debito degli anni recenti. Nella versione di Brad DeLong:

“il massimo che si può dire è che stiamo parlando del fatto che un incremento del debito dal 50 % del PIL di un anno al 150 %, è associato ad una riduzione nei tassi di crescita dello 0,1 % nel corso dei successivi cinque anni ….”

 

3 – C’è una testimonianza piuttosto importante che, di fatto, la relazione non sia di tipo causale, che una bassa crescita provochi un debito elevato, piuttosto che il contrario.

 

Abbiamo speso tre anni consentendo che la politica fosse dominata da paure ingiustificate.

Storie sui tassi (29 maggio 2013)

maggio 29, 2013

 

Rate Stories

 

I’ve been getting some questions about the recent rise in long-term interest rates. Those rates are still at levels that would have seemed absurdly low not long ago — but they are up significantly from a few months ago. What should we make of this move?

Well, rather than offering a commentary on the market, I thought I might be most helpful by talking about how to figure things like this out on a more general basis. And the way you do this is by trying to tell several alternative stories that might explain what’s happening in one market, and then ask what those stories imply for other markets.

So when long-term interest rates rise, there are three main stories you hear. One is that the bond vigilantes have arrived, and are selling US debt because they now believe in the horror stories. Another is that the Fed has changed, that it may be ready to snatch away the punch bowl sooner than previously believed. And the third is that the economy is looking stronger than expected, which means that the Fed, although just as soft-hearted as before, will nonetheless start raising rates sooner than previously believed.

All three of these stories would imply falling bond prices, that is, rising interest rates. But they have different implications for other markets, in particular for stocks and the dollar. Debt fears — basically, a run on America — should send stocks and the dollar down along with bonds. A perceived tougher Fed should send stocks down but the dollar up. And a better recovery should send both stocks up (because of higher expected profits) and drive the dollar higher.

 

OK, there are possible complications; you can manage, just, to tell stories that don’t quite work as I’ve described. But these are surely what you should have in mind in your first pass at the issue. Here it is in a table:

 

And while day by day there are variations, basically what you see over the last month or so is line 3: falling bond prices accompanied by rising stocks and a rising dollar. So this looks like a story about macroeconomic optimism.

 

Storie sui tassi

 

Ho ricevuto alcune domande sulla recente crescita dei tassi di interesse a lungo termine. Quei tassi sono ancora a livelli che sarebbero sembrati assurdamente bassi non molto tempo fa – ma sono cresciuti in modo significativo rispetto e pochi mesi orsono. Cosa dovremmo capire di questo movimento?

Ebbene, piuttosto che offrire una cronaca del mercato, ho pensato che potrei essere del tutto più utile se parlassi di come pensare a cose come questa sulla basa di una analisi più generale. E il modo in cui questo si ottiene è cercando di raccontare alcune storie alternative che possono spiegare cosa accade su un mercato, per poi chiedersi cosa queste storie implicano per altri mercati.

In questo modo, quando i tassi di interesse a lungo termine crescono, ci sono altre tre storie principali che ascoltate. Una è che il ‘guardiani dei bonds’ [1] sono arrivati, e stanno vendendo obbligazioni sul debito statunitense perché adesso credono ai racconti dell’orrore. Un’altra è che la Fed ha cambiato posizione, che sta levando di mezzo la scodella del punch più presto di quanto si era creduto in precedenza [2]. Una terza è che l’economia sembra più forte di quello che ci si attendeva, il che significa che la Fed, sebbene sensibile come in precedenza, nondimeno comincerà ad alzare  tassi prima di quello che si credeva in precedenza.

Tutte e tre queste storie implicherebbero una caduta dei prezzi dei bonds, ovvero una crescita dei tassi di interesse.  Ma avrebbero implicazioni diverse sugli altri mercati, in particolare delle azioni e del dollaro. Le paure del debito – fondamentalmente, una costante in America – dovrebbe spedire in basso le azioni ed il dollaro assieme ai bonds. La percezione di una condotta più dura da parte della Fed dovrebbe abbassare le azioni ma alzare il dollaro. Ed una ripresa migliore dovrebbe spedire in alto le azioni (per effetto di attese di profitto superiori) e guidare il dollaro più in alto ancora.

E’ vero, ci sono complicazioni possibili; si possono proprio raccontare storie che non funzionano esattamente come quelle che ho descritto. Ma queste sono certamente quelle che dovreste tenere a mente in un primo vostro esame del tema. Eccole in una tabella:

 

E mentre giorno per giorno ci sono variazioni, fondamentalmente quello che corrisponde al mese passato è la riga numero tre: i prezzi dei bonds cadono accompagnati da azioni in crescita e dal dollaro in crescita. Dunque sembrerebbe una storia di ottimismo economico.

 


[1] Per “bonds vigilantes” vedi le note finali sulla traduzione.

[2] E’ un espressione che fu coniata da un famoso economista – credo Friedman – e sta a significare il momento in cui la Fed, a fronte di una certa eccitazione sul mercato finanziario, decide che è il momento di cessare politiche di facilitazione e di favorire un rialzo dei tassi di interesse. Come se, ad una festa, nel momento in cui i commensali si riscaldano, si togliessero di mezzo le bevande.

[3] Proviamo a tradurre la tabellina:

  Prezzi bonds Prezzi azioni Dollaro
Oddio, il debito! Giù Giù Giù
La Fed diventa più severa Giù Giù Su
La ripresa è più forte Giù Su Su

L’infinita storia del successo dell’Irlanda (29 maggio 2013)

maggio 29, 2013

 

The Neverending Irish Success Story

Jean Pisani-Ferry has a generally reasonable discussion of the problems with the “troika” that has managed European rescue policies. But I was struck by this:

Three years later, the results are mixed at best. Unemployment has increased much more than anticipated and social hardship is unmistakable. There is one bright spot: Ireland, which is set to recover from an exceptionally severe financial crisis. But there is also a dark spot …

What’s the Irish for “et tu, Jean”? As best I can tell, Ireland has been universally (that is, by all the Serious people) proclaimed a successful role model at least once a year since the crisis began. Meanwhile, unemployment remains spectacularly high, although down a bit. Growth looks like this:

 

29 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

This is a “bright spot”?

True, Pisani-Ferry doesn’t actually say that Ireland is recovering, only that it is “set to recover”. But we’ve heard that before, and before, and before. And as this useful summary points out, much of the data used to tell the recovery story is suspect — not because it’s wrong, exactly, but because Ireland’s odd economic structure, in which so much of its reported exports in particular come from companies that add little value in Ireland, means that the usual numbers have to be treated with great caution.

So look: maybe Ireland really is going to recover for real soon; let’s hope so. But the repeated declarations that it is already a success story — this has been going on for at least three years — are just weird.

 

And yes, it seems obvious to me that Ireland keeps being proclaimed a success because it’s supposed to be a success: they did the austerity thing forcefully, with a minimum of complaints, so there must be a pot of gold at the end of that rainbow, right?

 

L’infinita storia del successo dell’Irlanda

 Jean Pisani-Ferry presenta una esposizione complessivamente ragionevole a proposito dei problemi con la “troika” che ha gestito le politiche di salvataggio europee. Ma sono rimasto sorpreso da questo:

“Tre anni dopo, i risultati sono nel migliore dei casi contrastanti. La disoccupazione è cresciuta molto più del previsto e le difficoltà sociali sono inconfondibili. C’è soltanto un punto luminoso: l’Irlanda, che è pronta a riprendersi da una crisi finanziaria eccezionalmente grave. Ma c’è anche un punto buio …”

Come si dice in irlandese “anche tu, Jean?”  Per quello che posso dire, l’Irlanda è stata universalmente (vale a dire, da parte di tutte le Persone Serie) proclamata una guida modello almeno una volta all’anno dal momento in cui la crisi ha avuto inizio. Nel frattempo la disoccupazione resta drammaticamente alta, sebbene un po’ diminuita. La crescita appare in questo modo:

29 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ questo il ‘punto luminoso’ ?

È vero, Pisani-Ferry non dice in effetto che l’Irlanda si stia riprendendo,  soltanto che è “pronta a riprendersi”. Ma l’abbiamo sentito in precedenza, ed in precedenza, ed in precedenza. E come mostra questo utile resoconto [1], gran parte delle statistiche utilizzate per raccontare questa storia della ripresa sono sospette – non perché siano sbagliate, ma perché la singolare struttura economica dell’Irlanda, nella quale in particolare una gran parte delle sue esportazioni presunte derivano da imprese che aggiungono poco valore aggiunto all’Irlanda, comporta che i dati normali devono essere trattati con grande cautela.

Si badi, dunque: forse l’Irlanda realmente sta per riprendersi di qua a breve; speriamolo. Ma le ripetute dichiarazioni secondo le quali essa sarebbe già una storia di successo – il che viene accadendo da almeno tre anni – sono solo stravaganze.

E si, mi pare evidente che l’Irlanda continui ad essere proclamata una storia di successo perché si è stabilito che debba essere un successo: hanno affrontato la faccenda dell’austerità con energia, con un minimo di lamentele, ci deve dunque essere una pentola d’oro alla fine di quell’arcobaleno [2], non è così?


 


[1] Il link è con il blog irlandese “Finfacts”.

[2] Nella mitologia irlandese degli gnomi, i folletti passano il loro tempo a fabbricare scarpe ed immagazzinano tutte le loro monete in una pentola d’oro nascosta alla estremità dell’arcobaleno. Se viene catturato da un umano, lo gnomo ha la possibilità di offrire la soddisfazione di tre desideri in cambio del suo rilascio.

29 m 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tassare i ricchi (28 maggio 2013)

maggio 28, 2013

 

Taxing the Rich

For my sins (and, yes, an honorarium too), I’m doing this. So it’s worth putting out some of the basics.

First, over the past three decades we’ve seen a soaring share of income going to the very top of the income distribution (right scale) even as tax rates on high incomes have fallen sharply, with the recent Obama increases clawing back only a fraction of the previous cuts:

28 maggio

Second, there is now a lot of hard empirical work on the incentive effects of high top tax rates. None of it shows the kind of huge negative effects that figure so prominently in right-wing rhetoric. In particular, none of it suggests that we are anywhere close to the point where raising taxes on the rich would reduce revenue as opposed to increasing it.

Finally, you can use the results of these studies to estimate the “optimal” tax rate on top incomes; I think the best way to think about what optimality means is, what’s best for the 99 percent, since the 1 percent will be doing fine regardless. And just about everything points to substantially higher tax rates than we now have.

This has nothing to do with envy, or a desire to punish the rich, or anything other than a recognition of tradeoffs: if we choose to raise less revenue from the rich than we can without hurting the economy, we will be forced either to raise more taxes from or provide fewer valuable services to everyone else.

 

Tassare i ricchi

A causa dei mie peccati (e, in effetti, anche a seguito di un compenso) sono impegnato in questo [1]. Vale dunque la pena di fornire alcuni concetti fondamentali.

In primo luogo, nei tre decenni passati abbiano assistito ad una quota cresciuta in modo impressionante che è finita ai più ricchi nella distribuzione del reddito (parte destra del diagramma), anche se le aliquote fiscali sui redditi alti sono cadute bruscamente, con i recenti incrementi di Obama che hanno recuperato solo una parte dei tagli precedenti:

28 maggio

In secondo luogo, oggi c’è una quantità di spietati lavori empirici sugli effetti di incentivo di elevate aliquote fiscali sui redditi più alti. Nessuno di essi mostra quel genere di ampi effetti negativi che compaiono con tanta evidenza nella propaganda della destra. In particolare, nessuno di essi indica che saremmo in qualche modo prossimi  al punto in cui aumentare le tasse sui ricchi comporterebbe una riduzione del reddito piuttosto che un suo incremento.

Infine, si possono usare i risultati di questi studi per stimare l’aliquota fiscale “ottimale” sui redditi più alti: io reputo il modo migliore di tutti di pensare a cosa significhi tale situazione ottimale, quello che corrisponde al meglio per il 99 per cento, dal momento che l’1 per cento si troverà bene comunque. E a tale proposito tutto ci indica aliquote fiscale sostanzialmente più elevate di quelle che abbiamo adesso.

Questo non ha niente a che fare con l’invidia, o col desiderio di punire i ricchi, o con niente altro se non una accettazione di un compromesso: se noi scegliamo di raccogliere minori entrate dai ricchi di quelle che possiamo senza danneggiare l’economia, saremo costretti o a riscuotere più tasse o a fornire  inferiori servizi preziosi a tutti gli altri.



[1] Il link nel testo inglese rinvia ad un “Munk Debate” che si sarebbe svolto tra due progressisti (Krugman ed il socialista greco George Papandreu) e due conservatori (il repubblicano Newt Gingrich e l’ex consulente economico di Reagan Arthur B. Leffer). I “Munk Debates” si tengono a Toronto, in Canada, e sono organizzati dalla associazione culturale “Aurea Foundation”, diretta da Peter Munk. Si svolgono sui temi principali della vita politica ed economica dal 2008. Nela blog Munk appare anche una stima dell’esito di questo dibattito più recente: pare che i progressisti (che godevano dei favori del 58% del pubblico in precedenza), abbiano ottenuto alla fine il consenso del 70% degli spettatori.

Politica ‘prociclica’ nel caso della Germania (28 maggio 2013)

maggio 28, 2013

May 28, 2013, 10:00 am

Procyclical Policy for Germany

OK, like Brad DeLong, I’d like to move on. Let’s stipulate that:

1. I am a big meanie
2. Reinhart and Rogoff never should have claimed that there is some kind of critical threshold at 90 percent, and they certainly should disavow any such claim now (which I don’t think they have, yet). I believe that the 90 percent claim had a remarkably malign effect on policy discussion, but let’s look forward.

And to start that forward look, let’s talk about German fiscal policy and European monetary policy.

 

From the point of the euro area as a whole, fiscal policy has been dramatically and destructively “procyclical” — that is governments have slashed spending and raised taxes in the face of a deeply depressed economy. This is a large part of the reason Europe is back in recession, and that growth over the period 2007-2013 looks more or less certain to end up being lower than growth over the period 1929-1935. (And the 2014/1936 comparison will probably be even worse).

But the peripheral countries don’t have room for stimulus (although I think you can argue that they have room for reduced austerity). This means that any attempt to make European fiscal policy less contractionary has to involve expansion in the core, mainly Germany.

 

R&R are opposed to any such move, however, because

for Germany, which can afford it, fiscal expansion would be procyclical.

Their point is that Germany appears to be near full employment, so that fiscal expansion would be inflationary there. And they call for expansionary monetary policy instead.

OK, this baffles me, on two-and-a-half levels.

 

 

First, the half level: what, exactly, does it mean to call for expansionary monetary policy by the ECB? Like other major central banks, the ECB has near-zero policy rates, so we’re talking about some kind of unconventional monetary policy. Are we supposed to envision the ECB doing huge purchases of unconventional assets (over and above what it’s already doing in the form of lending to banks against sovereign debt and the promise of outright monetary transactions if necessary)? Alternatively, are we supposed to see a European version of Abenomics, with the ECB credibly committing to a higher inflation target? Both are strategies worth trying, but of uncertain effect — and both would surely be viewed as anathema by the Germans.

 

Second, and now we get to where I’m really baffled, if we’re against policies that are procyclical for Germany,what on earth do R&R imagine a more expansionary monetary policy (however achieved) does? Europe as a whole is deeply depressed; Germany is not. So any policy that causes overall European expansion is going to be pushing the German economy up against capacity, and pushing up German inflation. There is no difference at all between fiscal and monetary expansion as far as that issue is concerned.

Finally, aren’t policies that are procyclical for Germany, and raise inflation there, the whole point of the exercise? We have a competitiveness gap between the periphery and the core that must be closed through some combination of falling wages in Portugal, Spain, etc. and rising wages in Germany. The idea is to shift the balance of that adjustment somewhat away from the deflationary countries — overheating in Germany isn’t a bug, it’s a feature, and indeed the crucial feature.

So I have no idea what their point is. I get that they’re against fiscal expansion anywhere in Europe despite the continent’s clearly too-tight overall fiscal policy, but I don’t understand why.

 

Politica  ‘prociclica’ [1] nel caso della Germania

 Va bene, come Brad DeLong vorrei andare avanti. Stabiliamo dunque che:

1 – Io sono un individuo del tutto meschino;

2 – Reinhart e Rogoff non hanno mai sostenuto che c’è una  qualche forma di soglia critica al 90 per cento, e certamente in questo momento ripudiano ogni tesi del genere (cosa che non penso abbiano ancora fatto). Io credo che l’argomento del 90 per cento abbia avuto un considerevole effetto negativo sul dibattito politico, ma guardiamo avanti.

E per cominciare in questo guardare avanti, consentitemi di parlare della politica finanziaria pubblica della Germania e della politica monetaria europea.

Dal punto di vista dell’area euro nel suo complesso, la politica della finanza pubblica è stata “prociclica” in modo drammatico e distruttivo – cioè i Governi hanno tagliato la spesa e alzato le tasse a fronte di una economia profondamente depressa. Questa è in larga parte la ragione per la quale l’Europa è tornata in recessione, e che la crescita nel periodo 2007-2013 sembra più o meno certo che alla fine sarà più bassa di quella del periodo 1929-1935 (e i confronti sino al 2014 ed al 1936 sarebbero persino peggiori).

Ma i paesi periferici non hanno margini per iniziative di sostegno pubblico (per quanto io penso che si possa sostenere che ne abbiano per una austerità ridotta). Questo significa che ogni tentativo di rendere la politica della finanza pubblica europea meno restrittiva deve comprendere una espansione al centro, principalmente in Germania.

Reinhart e Rogoff sono contrari ad ogni mossa del genere, tuttavia, perché:

 “per la Germania, che può permetterselo, una espansione della finanza pubblica sarebbe prociclica”.

Il loro argomento è che la Germania appare essere vicina alla piena occupazione, cosicché una espansione della finanza pubblica avrebbe in quel caso effetti inflazionistici. E si pronunciano invece per una politica monetaria espansiva.

Ebbene, questo mi lascia perplesso, per due ragioni e mezzo.

In primo luogo la mezza ragione: che cosa significa esattamente pronunciarsi per una politica monetaria espansiva da parte della BCE? Come le altre importanti banche centrali, la BCE ha tassi di riferimento [2] prossimi allo zero, dunque stiamo parlando di qualche genere di politica monetaria non convenzionale. Dobbiamo immaginarci che la BCE faccia grandi acquisti di assets non convenzionali (in aggiunta a quello che sta già facendo nella forma di dare prestiti alle banche in cambio di debito sovrano e se necessario della promessa di transazioni monetarie immediate)? In alternativa, dobbiamo immaginarci di assistere ad una versione europea della politica economica di Abe, con la BCE che si impegna credibilmente ad un tasso di inflazione programmato più alto? Sono entrambe strategie meritevoli di essere provate, ma di effetto incerto – ed entrambe sicuramente sarebbero considerate come un anatema da parte dei tedeschi.

In secondo luogo, e qua arriviamo al punto che mi lascia realmente perplesso, se siamo contrari a politiche pro-cicliche per la Germania, cosa diamine Reinhart e Rogoff si immaginano cha faccia una politica monetaria espansiva (comunque ottenuta)? L’Europa nel suo complesso è profondamente depressa; la Germania non lo è. Dunque, ogni politica che provochi una espansione complessiva europea è destinata a far salire l’economia tedesca rispetto alla sua potenzialità ed a far crescere l’inflazione in Germania.  Non c’è alcuna differenza tra espansione della finanza pubblica ed espansione monetaria, per quanto si riferisce a quell’aspetto.

In conclusione, non sono le politiche che sono pro-cicliche per la Germania, ed accrescono lì l’inflazione, l’intera questione in oggetto? Noi abbiamo un differenziale di competitività tra la periferia ed i centro che deve essere colmato attraverso una qualche combinazione di riduzioni salariali in Portogallo, Spagna etc. e di aumenti salariali in Germania. L’idea è quella in qualche modo di  portar fuori il saldo di quella correzione dai paesi in deflazione – surriscaldare la Germania non è una provocazione, è il punto distintivo, in effetti il punto distintivo cruciale.

Non ho dunque la minima idea di quale sia la loro tesi.  Capisco che essi sono contrari ad una espansione della finanza pubblica dappertutto in Europa, nonostante la politica di finanza pubblica complessivamente troppo restrittiva, ma non capisco perché.

 


[1] Nella teoria economica “Pro-cyclical”, letteralmente ‘pro-ciclico’, è un termine che si riferisce a come una grandezza economica è connessa con le fluttuazioni cicliche dell’economia in generale. Il termine è desunto dalla Teoria del ciclo economico,  entro la quale ha, per così dire, un valore di aggettivazione. Ad esempio, il PIL è prociclico, nel senso che cresce quando l’economia cresce; la disoccupazione e “contro-ciclica”, nel senso che cresce quando l’economia regredisce.

Nel linguaggio della politica economica, le due espressioni (prociclico e controciclico) hanno un significato un po’ diverso, che dipende dai contesti economici ai quali si riferiscono.  Il termine prociclico indica ogni aspetto della politica economica che può provocare effetti di amplificazione della fluttuazione economica in corso. Con riferimento ai temi di questo articolo, ad esempio, la politica restrittiva che è stata attuata in questi anni nei paesi dell’Europa periferica è ‘prociclica’, perché ha prodotto un amplificazione dei fenomeni recessivi propri della fluttuazione in atto. Ma una politica espansiva in Germania, apparentemente opposta, sarebbe in realtà anch’essa prociclica, perché – almeno sinora – la Germania è in una fase del ciclo economico espansiva.

In sostanza, per non confondersi, si deve evitare di attribuire ai due termini il significato di giudizi di valore. Essi indicano come una grandezza economica, o una politica economica, sono correlate con il ciclo economico, a prescindere dalla loro positività e negatività.

Naturalmente, le varie teorie economiche possono poi fondarsi su una predilezione di politiche che assecondino la fluttuazione in essere o cerchino di contrastarla, a seconda dei casi. La cosiddetta Teoria del ciclo economico reale (ovvero la teoria economica della tradizione neoclassica, o della Scuola austriaca di Von Mises ed Hayek, ed anche di Schumpeter   e della Scuola economica di Chicago, semplificando, diciamo, conservatrice)  – nella misura in cui considera i cicli economici, le recessioni o i boom, come risposte efficienti e in generale autosufficienti da parte del mercato a cambiamenti esogeni nell’ambiente economico – considera anche gli interventi di politica economica ‘controciclici’ negativi per definizione. Per essa, ad esempio, la politica economica del New Deal era destinata semplicemente a complicare e ritardare una operazione di ‘pulizia’ che il mercato aveva imposta con la Grande Depressione. Al polo opposto, la teoria economica keynesiana ritiene che in determinate circostanze – ma non sempre – una politica controciclica sia l’unica soluzione possibile.

[2] I tassi di interesse che le banche centrali applicano ai propri prestiti alle altre banche  sono “policy rates”, nel senso suppongo che sono frutto di decisioni politiche, o pubbliche, da parte delle autorità monetarie centrali. Sono dunque traducibili con “tassi di riferimento” (nel caso della BCE mi pare si usi anche il termine “tassi minimi di intervento”). Quelle decisioni sono il meccanismo fondamentale attraverso il quale si regola la quantità di moneta in circolazione, nel senso che se si alzano quei tassi l’offerta di denaro si riduce, se si abbassano si espande. Ovviamente, questi tassi di interesse “di riferimento” producono anche i loro effetti a cascata su una quantità di tassi di interesse; da quelli interbancari (i tassi di interesse dei prestiti tra una banca e l’altra non sono necessariamente i medesimi di quelli di riferimento, che si applicano sui prestiti delle banche centrali) a quelli che si decidono sui mercati ‘privati, come quelli sui mutui delle abitazioni, o dei prestiti per l’acquisto di auto etc.  Il tasso di interesse applicato dalle banche centrali  viene anche definito “discount rate” (tasso di sconto).

Esistono però altri sistemi di regolazione della base monetaria da parte delle banche centrali, Una banca centrale può influenzare indirettamente i tassi di interesse attraverso le cosiddette “operazioni di mercato aperto”, acquistando bonds sopra la norma dalle altre banche. In quel modo le banche hanno meno fondi da dare in prestito, ed i tassi salgono. Se invece la banca centrale vende bonds alle altre banche al di sotto della media, esse avranno maggiori fondi da dare in prestito ed i tassi scenderanno.

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