The Affordable Care Act, aka Obamacare, is a policy Rube Goldberg device — instead of doing the simple, obvious thing, which would just be to insure everyone, it basically relies on a combination of regulations and subsidies to rope, coddle, and nudge us into a rough approximation of a single-payer system. There were reasons for this, of course, mainly political: a complete displacement of the existing system would have been both too destructive of powerful interests and too radical for voters.
Still, the question is whether this cobbled-together system will work, and there have been many conservatives rubbing their hands with glee over the prospect of failure.
Whoops.
We won’t really know how Obamacare works until it has been in operation for a while; but we do know that essentially the same system has been running in Massachusetts since 2006, and is doing pretty well. The question, then, is whether other states that don’t have MA’s initial advantages — especially an already low uninsurance rate and an already operating system of community rating — can make this thing work. The big fear has been of sharply rising premiums as insurers are required to cover people with preexisting conditions. And the biggest test case was always going to be California.
Well, the preliminary numbers for CA are in — and they’re looking very good, with costs coming in below expectations. At this point, it looks as if this thing is indeed going to work.
And think about the political dynamics. Because the Supreme Court decided to let states opt out of the Medicaid expansion, some states — notably Texas — will have a pretty dysfunctional version of Obamacare in 2014, although even those systems will provide significant benefits to many people. Still, the whole political calculus was supposed to be that Republicans in red states could point to the horrors of Obamacare and ride them to political victory. Instead, it looks as if we’re going to see blue-state residents reaping the benefits of a functional health care system, while red-state residents are denied many of those benefits, for what looks like no better reason than mean-spirited spite — because what’s going on is, indeed, mean-spirited spite.
Predictions that Obamacare will be a big political issue are probably right — but not in the way gleeful conservatives imagined.
La riforma sanitaria di Obama sarà una debacle …. per i Repubblicani
La Legge per una Assistenza Sostenibile, anche detta Obamacare, è un congegno politico del genere di quelli di Rube Goldberg [1] – invece di fare la cosa semplice ed ovvia, fondamentalmente si basa su una combinazione di regole e di sussidi per trascinarci, coccolarci e infine spingerci con un colpetto finale dentro un sistema molto approssimativamente di pagamento centralizzato [2]. C’erano ragioni per questo, naturalmente, principalmente di natura politica: una liquidazione completa del sistema esistente sarebbe stata sia troppo distruttiva di interessi potenti e troppo radicale per gli elettori.
Eppure, la domanda è se questo sistema rappezzato funzionerà, e ci sono stati molti conservatori che si sono fregati le mani con soddisfazione nella prospettiva di un fallimento.
Oh oh [3]!
Non sapremo realmente come la riforma di Obama funzionerà finché non sarà stata per un po’ in funzione; ma sappiamo che sostanzialmente lo stesso sistema è stato in funzione nel Massachusetts sin dal 2006, e sta andando abbastanza bene. La domanda allora è se altri Stati che non hanno i vantaggi iniziali del Massachusetts – in particolare un tasso di non-assicurati già basso ed un sistema di apprezzamenti della comunità già operativo – possano far funzionare un tale oggetto. La grande paura era quella di una brusca crescita delle polizze assicurative al momento in cui alle assicurazioni fosse stato richiesto di concedere assistenza anche alle persone con seri problemi sanitari preesistenti [4].
Ebbene, ora si conoscono i dati preliminari sulla California – e sembrano molto buoni, con costi al di sotto delle aspettative. A questo punto, sembra proprio che la cosa sia destinata a funzionare.
E si pensi alle dinamiche politiche. Poiché la Corte Suprema ha deciso di consentire che gli Stati rinuncino alla espansione di Medicaid [5], alcuni Stati, in particolare il Texas – avranno per il 2014 una versione piuttosto anormale della riforma di Obama, sebbene anche quei sistemi forniranno benefici significativi a molte persone. Eppure, tutto il calcolo politico si pensava consistesse nel fatto che i Repubblicani negli “Red States” [6] avrebbero additato gli orrori della riforma e li avrebbero cavalcati per ottenere una vittoria sul piano politico. Invece, sembra che finiremo con l’assistere ai residenti dei “Blue States” che raccolgono i benefici di un sistema funzionante, mentre ai residenti dei “Red States” molti di quei benefici vengono negati, per quello che non sembra altro che un gretto dispetto – giacché quello che sta succedendo, in effetti, non è niente altro.
Le previsioni secondo le quali la riforma sanitaria di Obama sarà un grande tema politico sono probabilmente giuste – ma non nel senso ottimistico che si erano immaginati i conservatori.
[1] Reuben Garret Lucius Goldberg, meglio conosciuto col diminutivo Rube (4 luglio 1883 – 7 dicembre 1970), è stato un fumettista statunitense, vincitore del Premio Pulitzer per la satira nel 1948.
Rube Goldberg è soprattutto famoso per aver inserito nei suoi fumetti macchine estremamente complicate costruite per l’esecuzione di azioni semplicissime, come mettere il dentifricio sullo spazzolino o pulirsi la bocca dopo aver mangiato. Per questo viene chiamata “macchina di Rube Goldberg” qualsiasi attività o meccanismo estremamente (e inutilmente) complicato, anche in senso lato. A sinistra “Rube” ed a destra uno dei suoi congegni.
[2] Ovvero, un sistema di sanità a gestione pubblica (come in gran parte dei paesi europei), mentre la sanità americana, anche dopo la riforma Obama, si caratterizza ancora per un ruolo importante del sistema assicurativo privato.
[3] “Whoops” è una espressione che indica l’aver fatto un errore, l’esprimere in ironico rammarico, l’ammettere una propria responsabilità in un incidente etc.
[4] Il sistema sanitario americano, come è meglio chiarito nelle Note finali sulla traduzione (vedi “Medicare” and “Medicaid”), prima della riforma di Obama si basava, potremmo dire, su una logica completamente ‘mercantile’, da parte delle assicurazioni ma in un certo senso anche degli utenti. Le assicurazioni – a parte i casi nei quali era a carico delle aziende per loro decisione o per accordi sindacali, casi questi in forte diminuzione – non si basavano su meccanismi di compensazione dei costi e di eguaglianza dei diritti tra gli utenti. Un utente con una malattia accertata e preesistente poteva vedersi richiedere costi molto elevati di assicurazione, ed anche poteva dover fronteggiare costi del genere al momento di un aggiornamento del contratto assicurativo. Di contro, gli utenti giovani e in salute erano liberi di non assicurarsi, contando su un certo numero di anni di relativo non-bisogno di cure. Da una parte, dunque, politiche esose e disumane da parte di molte assicurazioni, dall’altra un’area abbastanza vasta di non assicurati che evidentemente riduceva le entrate delle assicurazioni, sottraendo in particolare ad esse gli utenti ‘meno costosi’. La riforma di Obama ha innovato fondamentalmente su quell’aspetto, proibendo alle assicurazioni ogni valutazione discrezionale sulla condizione sanitaria preesistente dell’utente e, al tempo stesso, rendendo la assicurazione obbligatoria per tutti. Perchè tale meccanismo funzioni, i soggetti che non sono nelle condizioni economiche di pagarsi la assicurazione vengono assistiti da sussidi pubblici. La macchinetta di Rube (vedi nota precedente) consiste dunque in questo: tutti devono essere assicurati, le assicurazioni non possono più discriminare, i più poveri sono assistiti nel pagamento delle assicurazioni e …. le assicurazioni restano in gioco. Ovvero: lo Stato assiste gli utenti più deboli, perché tutti gli utenti ‘assistano’ le assicurazioni, perché le assicurazioni non discriminino tra gli ammalati e restino in una funzione centrale nel sistema sanitaria americano.
[5] Madicaid è uno dei due programmi pubblici sulla sanità degli USA, e si rivolge alla popolazione con bassi redditi o povera. L’espansione di Medicaid uno dei modi per assistere gli americani con bassi redditi a fronte dell’obbligo ad assicurarsi, nel senso che si amplia la base di coloro che hanno diritto ad una forma di assistenza diretta pubblica.
[6] “Red States” e “Blue States” è il modo in cui negli anni più recenti si è preso a definire rispettivamente gli Stati a maggioranza repubblicana e quelli a maggioranza democratica. Questa terminologia è entrata in uso nelle elezioni presidenziali del 2000. Pare che I termini venissero coniati dal giornalista Tim Russert, durante I suoi Notiziari sulle elezioni di quell’anno. Non era la prima volta che i giornali e le televisioni usavano colori distinti per indicare la supremazia dell’uno o dell’altro Partito; ma fu da quella volta che prese definitivamente piede quella colorazione in rosso ed in blu. I colori, dunque, non hanno alcun significato simbolico e derivano unicamente da una prassi che si è consolidata a partire da un decina di anni fa. Questa è la mappa delle elezioni del 2008: gli Stat in rosso votarono a maggioranza per Obama, quelli in blu a maggioranza per John McCain.
maggio 23, 2013
OK, sorry about the bad translingual joke. But I thought it might be interesting to try doing a bit of deductive analysis on the sudden 7 percent plunge in the Nikkei.
One important thing to bear in mind, when it comes to big financial market moves, is that there may be no fundamental explanation at all. I’m old enough to remember the 1987 stock crash, which was followed by many theories about which policy move might have been responsible. As it happened, however, Robert Shiller managed to do a real-time survey as the market was plunging, and found essentially nobody mentioning any of the reasons later given for the selling wave. Instead, everyone said that they were selling because … prices were falling.
Still, to the extent that there is some fundamental story, what clues would we look for? And the answer, surely, is to ask what was happening in other markets, especially bonds and currencies.
Let me give you three different stories, each of which could explain a Nikkei plunge:
1. Fears about weak Japanese and Asian growth.
2. Fears about Japanese debt– the bond vigilantes have finally arrived.
3. Fears about the resolution of the Bank of Japan, its willingness to persist in very expansionary monetary policy for a long time.
All of these imply a fall in stocks; but they have different implications for bond and currency markets.
Story 1 should mean a fall in Japanese interest rates, since weaker growth should imply looser money for longer. Indeed, the recent runup in Japanese stocks and interest rates have gone hand in hand, suggesting that what we’ve been seeing is basically rising optimism. (Many of us have used similar arguments to wave away the claims that debt fears are driving occasional upticks in US rates). But in this case Japanese interest rates went basically nowhere.
Story 2 should have seen bond rates rising sharply, which they didn’t. Also, it should have meant a weakening in the yen — which actually rose significantly. So, not the bond vigilantes.
What about story 3? The impact of expected future monetary policy on long-term interest rates is ambiguous — rates might rise because they expect the BoJ to tighten, or fall because they fear that it will fail to end deflation. But worry about the BoJ’s resolve should have a clear impact on the yen, which should strengthen — which it did.
So to the extent that this wasn’t just markets doing their occasional panic thing, it looks like a sudden outbreak of concern about whether the Bank of Japan has really changed as much as it seems.
Elementare, mio caro Watanabe–san (un po’ per esperti)
Ebbene, sono spiacente se lo scherzo linguistico risulta pessimo [1]. Ma pensavo che poteva essere interessante cercar di fare una po’ di analisi deduttiva a proposito dell’improvvisa caduta del 7 per cento del Nikkei [2].
Una cosa importante da tenere a mente, quando ci si accosta ai grandi movimenti del mercato finanziario, è che possono non esserci affatto spiegazioni di fondo. Sono abbastanza anziano per ricordare il crollo del mercato azionario del 1987 [3], che fu seguito da molte teorie su quali spostamenti della politica potessero essere stati responsabili. Qualunque sia stata la ragione, tuttavia, Robert Shiller cercò di fare un sondaggio in tempo reale nel mentre il mercato sprofondava, e non trovò sostanzialmente nessuno che facesse menzione di alcuna delle ragioni successivamente fornite per l’ondata di vendite.
Ancora, nella misura in cui ci può essere una qualche racconto di fondo, a quali indizi dovremmo prestare attenzione? E la risposta, con certezza, è quella di chiedersi che cosa stesse accadendo negli altri mercati, specialmente dei bonds e delle valute.
Consentitemi di fornirvi tre diverse ricostruzioni, ognuna dei quali potrebbe spiegare il crollo del Nikkei:
1 – Le paure per la debole crescita giapponese ed asiatica.
2 – Le paure per il debito giapponese. I “guardiani dei bonds” [4] alla fine sono arrivati!
3 – Le paure sulla determinazione della Banca del Giappone, la sua volontà di persistere in una politica monetaria fortemente espansiva per un lungo periodo.
Tutte queste ricostruzioni implicano una caduta nel mercato azionario; ma esse hanno differenti implicazioni per i mercati dei bonds e delle valute.
Il racconto n. 1 comporterebbe una caduta nei tassi di interesse giapponesi, dal momento che una crescita più debole dovrebbe implicare denaro più facile per un tempo più lungo. In effetti, il recente slancio delle zioni e dei tassi di interesse giapponesi hanno proceduto di conserva, suggerendo che stavamo assistendo ad un ottimismo fondamentalmente crescente (molti di noi avevano utilizzato argomenti simili per agitare le tesi che le paure del debito stavano portando a occasionali incrementi del tassi di interesse americani). Ma in questo caso i tassi di interesse del Giappone fondamentalmente non si sono mossi.
Il racconto n. 2 dovrebbe essere stato accompagnato da una crescita brusca dei tassi dei bonds, che non c’è stata. Inoltre, avrebbe dovuto comportare un indebolimento dello yen – che in effetti è cresciuto in modo significativo. Dunque, niente guardiani dei bonds.
Che dire del racconto n. 3? L’impatto della futura politica monetaria attesa sui tassi di interesse a lungo termine è ambiguo – i tassi possono crescere se ci si aspetta una stretta da parte della Banca del Giappone, o cadere se si teme che essa non riuscirà a bloccare l’inflazione. Ma la preoccupazione sulle decisioni della Banca dovrebbero avere un impatto chiaro sullo yen, che dovrebbe rafforzarsi – ed è quello che è accaduto.
Dunque, nella misura in cui non si fosse trattato soltanto di un panico occasionale dei mercati, sembra si sia trattato di uno scoppio improvviso di preoccupazione sul fatto che la politica della Banca del Giappone sia davvero cambiata come sembra.
[1] Watanabe, dice Wikipedia, è il quinto cognome più frequente del Giappone. Penso stia al posto di Watson.
[2] Il Nikkei 225 (日経平均株価, 日経225) è un segmento della Borsa di Tokyo (TSE). L’indice contiene i 225 titoli delle maggiori 225 compagnie quotate al TSE, e la media del segmento viene calcolato giornalmente dal quotidiano Nihon Keizai Shimbun dal 1971. Il listino contiene i titoli a maggiori capitalizzazione (l’unità di base è lo Yen), mentre i 225 componenti vengono ricalcolati una volta l’anno.
Iniziò ad essere calcolato a partire dal 7 settembre 1950, retroattivamente dal 16 maggio 1949. A partire da Gennaio 2010, è aggiornato ogni 15 secondi.
[3] Il 19 ottobre del 1987, data passata alla storia come il “lunedì nero”, I mercato finanziari in tutto il mondo ebbero un crollo, bruciando in breve tempo enormi valori. Il crollo ebbe inizio ad Hong Kong e si diffuse ad Occidente verso l’Europa, toccando gli Stati Uniti dopo che altri mercati avevano conosciuto significative perdite. Il Dow Jones perse punti per il 22,61 %.
[4] Per “bonds vigilantes” vedi le note finali sulla traduzione.
maggio 23, 2013
Brad DeLong and Dan Drezner wearily continue the policing of Michael Kinsley. I’ll leave it in their hands. But may I say that there is a serious pundit lesson here — namely, that it’s not about you.
Mike Kinsley wonders why people are acting as if he said something really stupid, and attributes it to the legions of Krugman “attack dogs” (Drezner, in particular, must be feeling amazed at that characterization), and/or some form of political correctness. He doesn’t consider the possibility that maybe, just maybe, people are acting that way because he did, in fact, say something really stupid.
Look, the debate over economic policy in these terrible times is (a) hugely important (b) the subject of a large amount of hard work, both theoretical and empirical. If you want to barge into this debate expressing views based on some combination of your personal prejudices, what you think you remember about the 1970s, and what you presume must be the motives of other people, that is of course your right; but you don’t have the right to act surprised and affronted if people who have been doing their homework respond both by mocking your ignorance and by lamenting your unhelpfulness.
And if this makes you feel bad, so? Again, this isn’t about you.
PS: And for those wondering why I didn’t post more today — well, that was about me, mainly being caught first in a torrential downpour that left me looking like a drowned rat, then being stuck for a looong time on a #2 train that wasn’t going anywhere.
Non riguarda te
Brad DeLong e Dan Drezner [1] proseguono stancamente la vigilanza su Michael Kinsley. Lo lascerò alle loro mani. Ma quello che posso dire è che c’è un seria lezione per gli opinionisti – precisamente quella del “non riguarda te”.
Mike Kinsley si chiede perché alcuni si stiano comportando come se avesse detto qualcosa di stupido, è lo spiega con le legioni di “cani da guardia” di Krugman (Drezner, in particolare, deve sentirsi stupefatto per questa descrizione), e/o per qualche genere di conformismo politico. Egli non considera la possibilità che forse, dico solo forse, le persone si stanno comportando in quel modo perché egli ha detto davvero qualcosa di stupido.
Si noti: il dibattito sulla politica economica di questi tempi è: a) grandemente importante; b) un tema di una notevole quantità di duro lavoro, sia teorico che empirico. Se si vuole intromettersi in questo dibattito esprimendo punti di vista basati su una qualche combinazione dei propri personali punti di vista, su quello che si crede di ricordare degli anni ’70 e su quello che si presume siano gli argomenti altrui, questo è un proprio diritto; ma non si ha diritto di mostrare sorpresa e indignazione se le persone che stanno facendo il loro mestiere rispondono prendendo in giro la vostra ignoranza e lamentando la vostra inutilità.
E se questo, dunque, vi fa star male? Ancora, non riguarda te.
PS: e per coloro che si chiedono per quale ragione oggi non scriva di più sul blog – ebbene, quello ha riguardato me, principalmente perché sono stato dapprima raggiunto da un nubifragio torrenziale [2] che mi ha lasciato come un topo fradicio, e successivamente bloccato per un lunghissimo tempo su ‘numero due’ treni che non andavano da nessuna parte.
[1] Brad DeLong è assai noto a chi legge queste pagine, visto che vari articoli dalla rivista Project Syndicate sono tradotti nella sezione apposita. Nato nel 1960, è docente all’Università di Berkeley. Ha lavorato al Dipartimento del Tesoro nel periodo di Clinton, sotto la direzione di Lawrence Summers.
Meno noto Daniel W. Drezner, nato nel 1968, professore di Politica Internazionale alla Tufts University ed autore di molti libri.
[2] Il simbolo “#” (“Cancelletto”), negli Stati Uniti è anche detto number sign ed è spesso utilizzato al posto del carattere №. Indica una posizione numerica: #1 significa number one.
maggio 22, 2013
So what is it with New Republic alumni? First Michael Kinsley, then Charles Lane, weigh in with defenses of austerity that aren’t just wrong, but painfully ill-informed. Kinsley not only makes a really bad analogy between current events and the 1970s, he seems not to know anything about what happened in the 1970s either. Lane attacks stimulus advocates for failing to address an argument that I actually discussed, at length, in my last column but one.
Whence cometh this epidemic of sheer sloppiness?
I’m not really sure, but in these cases I suspect it has a lot to do with the famed TNR/Slate premium on being “counterintuitive”, which in practice meant skewering supposed liberal pieties. (Kinsley himself joked that TNR should be renamed “Even the liberal New Republic”). And I find it curious that my own position in the discourse has undergone a kind of quantum tunneling: I seem to have transitioned from unserious pariah, unbeliever in the church of SimpsonBowles, to authority figure whom one can burnish one’s counterintuitive credentials by attacking, without ever having passed through the stage at which people say, “Hey, it looks as if he was right!”
And here’s my guess: if you went back through all the clever counterintuitiveness of past years, you’d find that a lot of it was every bit as sloppy and ill-informed as what we’re seeing now. The difference is the existence now of a policy blogosphere (in economics, of course, but in a number of disciplines too), which makes bluffing harder. In the past grotesquely ill-informed articles on, say, the Clinton health plan could sit out there for years, with only a handful of specialists aware of just how bad they were; now the pundit emperor’s nakedness is all over the web within days if not hours.
And if this leads to hurt feelings – well, this is not a game. We’re having a discussion about policies that affect tens of millions of people. And you have no business participating in this discussion if you’re so busy trying to sound clever that you can’t be bothered to do your homework.
La sindrome della sciatteria
Cosa sta dunque accadendo agli ex-allievi di New Repubblic? Prima Michael Kinsley, poi Charles Lane, intervengono con difese dell’austerità che non sono solo sbagliate, ma penosamente disinformate. Kinsley non solo fa una pessima analogia tra gli eventi attuali e quelli degli anni ’70, sembra anche che non conosca quello che accadde negli anni ’70. Lane attacca i sostenitori delle misure di sostegno per aver mancato nel fornire un argomento che in effetti io ho discusso, esaurientemente, come minimo nel mio ultimo articolo.
Da dove proviene questa epidemia di pura e semplice sciatteria?
In effetti non ne sono sicuro, ma in questi casi ho il sospetto che essa abbia a che fare con il rinomato Premio dei giornali The New Repubblic/Slate per chi è maggiormente capace di “sfidare le apparenze” [1]; che in pratica ha assunto il significato si sfidare le consuete ‘compassioni’ dei progressisti (Kinsley stesso scherza dicendo che The New Repubblic dovrebbe essere rinominato “Persino il liberal New Repubblic). E io trovo curioso che la mia stessa posizione nel dibattito sia stata sottoposta ad un sorta di cospicuo sottopassaggio: pare che io sia transitato dalla condizione di inaffidabile reietto, un miscredente nella chiesa di SimpsonBowles [2], all’autorevole personaggio attaccando il quale una persona qualsiasi può mettere a lustro le sue credenziali ‘eretiche’, senza mai esser passato dallo stadio nel quale la gente dice “Ehi, sembra che avesse ragione!”.
Ed ecco la mia impressione: se si torna indietro attraverso tutte le intelligenti posizioni ‘eretiche’ degli anni trascorsi, si scopre che molte di esse erano altrettanto sciatte e male informate di quelle cui assistiamo oggi. La differenza è che oggi esiste una blogosfera (in economia, naturalmente, ma anche in una certo numero di altre discipline), che rende l’inganno più difficile. Nel passato articoli male informati grotteschi su, diciamo, il programma sanitario di Clinton potevano resistere in una posizione per anni, con soltanto una manciata di specialisti che erano consapevoli di quanto proprio ingiustamente occupassero quel posto; oggi la nudità dell’impero dei commentatori è tutta sul web, nel giro di giorni di non di ore.
E se questo porta alla sensazione di essere feriti – bene, non si tratta di un gioco. Il nostro dibattito sulle strategie politiche ha effetti su decine di migliaia di persone. E non avete alcuna necessità di partecipare a questo dibattito se siete così indaffarati ad apparire intelligenti da non poter essere seccati con l’invito a studiare meglio le cose.
[1] “Counterintuitive” è una espressione di difficile se non impossibile resa in italiano. Alcuni propongono “illogico”, ma il significato è più complesso, perché allude a qualcosa che ha in sé una positività, pur sfidando i normali parametri della logica e della intuitività. Oppure anche sfidando il normale “politicamente corretto”, come in questo caso. Mi pare si potrebbe talora tradurre con “eretico”.
[2] Ovvero alla ortodossia bipartizan della austerità in formato americano. Simpson e Bowles erano i due copresidenti di una commissione per i tagli alla spesa pubblica, appoggiata infelicemente dallo stesso Obama.
maggio 20, 2013
There’s a three-cornered debate among Ryan Avent, Tyler Cowen, and Karl Smith over the extent to which a more expansionary ECB policy would help the European periphery.
I very much agree with Avent and Smith that Cowen, who worries that such a policy would largely lead to inflation in Germany rather than a boom in Portugal, is completely missing the point; that’s a feature, not a bug.
But what really puzzles me about Cowen’s exposition here is his misplaced focus on the extent to which Portugal and Germany are in direct competition with each other, or to which Germany is Portugal’s main export market. This is very nearly irrelevant — because the point is that Germany and Portugal, for better or (mainly) worse, now share a currency, and what happens in Germany very much affects the value of that currency relative to other currencies.
Cowen writes that rising wages in Germany
solves (at best) only one of the core problems of the eurozone, namely incorrect relative prices between Portugal and Germany. It helps less with the “Portuguese nominal wages are too high” problem …
OK, stop right there. When you say “Portuguese nominal wages are too high”, you have to explain, too high relative to what? As Rudi Dornbusch always used to say, it takes two nominals to make a real.
And the answer, clearly, is “too high relative to German wages”. What else could it be?
But, you say, Portugal doesn’t compete that much with Germany. Ahem. Suppose that I could wave a magic wand (or play a few notes on a a Magic Flute) and suddenly increase all German wages by 20 percent. What do you think would happen to the value of the euro against the dollar and other currencies? It would drop a lot, yes? And Portuguese exports would become a lot more competitive everywhere, including non-German and indeed non-Euro destinations.
I guess I thought this was obvious. Apparently not.
Again, as Ryan says, the crucial difference between German/ Portuguese economic relations and, say, US/ El Salvador (whoops: some central American countries have dollarized. But that was their choice, not part of a grand project like the euro) relations is that Germany and Portugal share a currency. This creates obligations for Germany, whether it likes them or not.
Competizione tra i salari tedeschi e portoghesi (un po’ per esperti)
C’è un dibattito con tre posizioni tra Ryan Avent, Tyler Cowen e Karl Smith sulla misura in cui una politica più espansiva da parte della BCE aiuterebbe la periferia europea.
Io sono molto d’accordo con Avent e Smith che sul fatto che Cowen, che teme che una politica del genere porterebbe alla inflazione in Germania piuttosto che ad un boom in Portogallo, stia completamente smarrendo il problema; quello è un aspetto peculiare, non un difetto [1].
Ma quello che realmente mi sconcerta della esposizione di Cowen è il suo fuorviante soffermarsi sulla dimensione nella quale la Germania ed il Portogallo sono in diretta competizione l’uno con l’altro, oppure nella quale la Germania è il principale mercato di esportazione del Portogallo. Questo è davvero quasi irrilevante – perché il punto è che la Germania ed il Portogallo, nel bene o (soprattutto) nel male – ora hanno una stessa valuta, e quello che accade in Germania influenza moltissimo il valore di quella valuta in rapporto alle altre.
Cowen scrive a proposito dell’aumento dei salari in Germania:
“risolve (nel migliore dei casi) solo uno dei problemi principali dell’eurozona, gli scorretti prezzi relativi [2] tra Portogallo e Germania. Aiuta di meno sul problema dei “salari nominali portoghesi (che sono) troppo alti” …
Bene, fermiamoci lì. Quando si dice “i salari nominali portoghesi sono troppo alti”, si deve spiegare: troppo alti rispetto a cosa? Come Rudi Dornbusch era solito dire, occorrono due valori nominali per farne uno reale. [3]
E la risposta, chiaramente, è “troppo alti in relazione ai salari tedeschi”. Quale altra potrebbe essere?
Ma, si dice, il Portogallo non è in grande competizione con la Germania. Un momento! Supponiamo che io abbia una bacchetta magica (o che suoni poche note su un Flauto Magico) ed i salari tedeschi all’improvviso aumentino del 20 per cento. Cosa pensate accadrebbe del valore dell’euro al confronto del dollaro e delle altre valute? Cadrebbe un bel po’, no? E le esportazioni portoghesi diventerebbero un po’ più competitive dappertutto, incluse le destinazioni non-tedesche e certamente non della zona euro.
E’ possibile che pensassi che questo fosse evidente. Sembra che non lo fosse.
Ancora, come dice Ryan, la differenza cruciale tra le relazioni economiche tra Germania e Portogallo e, diciamo, le relazioni tra Usa ed El Salvador (ooops: alcuni paesi dell’Europa Centrale sono collegati al dollaro. Ma si è trattato di una loro scelta, non di una grande progetto come l’euro) è che la Germania e il Portogallo hanno una stessa valuta. Questo ha creato obblighi per la Germania, che piaccia o meno.
[1] Credo che il senso, coerentemente con una posizione assunta varie volte da Krugman, sia che una inflazione più elevata in Germania sarebbe oggi fortemente desiderabile, perché consentirebbe un recupero di competitività nei paesi della periferia europea non raggiungibile con i metodi della ‘svalutazione interna’, se non con molta maggiore difficoltà, tempo e sofferenze sociali.
[2] Il ‘relative price’ è il prezzo di una merce nei termini di un’altra merce, ovvero il rapporto di due prezzi. Esso può essere espresso nei termini di un rapporto tra due prezzi qualsiasi, oppure nei termini di un rapporto tra il prezzo di una particolare merce e la media ponderata di tutte le altre merci disponibili sul mercato.
[3] Rudiger “Rudi” Dornbusch (Krefeld, 8 giugno 1942 – Washington, 25 luglio 2002) è stato un economista tedesco.
Ha studiato all’Università di Ginevra ed ha conseguito nel 1971 il Ph.D. presso l’Università di Chicago. Robert Mundell, premio Nobel dell’economia nel 1999, scoprì le sue grandi doti durante una visita all’Università di Ginevra e lo portò con sé all’Università di Chicago. Ha insegnato tra le altre nelle Università di Chicago, di Rochester, di Londra (London School of Economics) prima di approdare al Massachusetts Institute of Technology di Boston. Al Mit è stato per 27 anni. Il suo testo universitario sulla macroeconomia scritto a quattro mani con Stanley Fischer è un manuale per i corsi di base di economia che negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso è stato il più diffuso a livello mondiale.
maggio 19, 2013
Matt O’Brien is probably right to suggest that Michael Kinsley’s problems — and those of quite a few other people, some of whom have real influence on policy — is that they’re still living in the 1970s. I do, however, resent that thing about 60-year-old men …
But it’s actually even worse than Matt says. For the 1970s such people remember as a cautionary tale bears little resemblance to the 1970s that actually happened.
In elite mythology, the origins of the crisis of the 70s, like the supposed origins of our current crisis, lay in excess: too much debt, too much coddling of those slovenly proles via a strong welfare state. The suffering of 1979-82 was necessary payback.
None of that is remotely true.
There was no deficit problem: government debt was low and stable or falling as a share of GDP during the 70s. Rising welfare rolls may have been a big political problem, but a runaway welfare state more broadly just wasn’t an issue — hey, these days right-wingers complaining about a nation of takers tend to use the low-dependency 70s as a baseline.
What we did have was a wage-price spiral: workers demanding large wage increases (those were the days when workers actually could make demands) because they expected lots of inflation, firms raising prices because of rising costs, all exacerbated by big oil shocks. It was mainly a case of self-fulfilling expectations, and the problem was to break the cycle.
So why did we need a terrible recession? Not to pay for our past sins, but simply as a way to cool the action. Someone — I’m pretty sure it was Martin Baily — described the inflation problem as being like what happens when everyone at a football game stands up to see the action better, and the result is that everyone is uncomfortable but nobody actually gets a better view. And the recession was, in effect, stopping the game until everyone was seated again.
The difference, of course, was that this timeout destroyed millions of jobs and wasted trillions of dollars.
Was there a better way? Ideally, we should have been able to get all the relevant parties in a room and say, look, this inflation has to stop; you workers, reduce your wage demands, you businesses, cancel your price increases, and for our part, we agree to stop printing money so the whole thing is over. That way, you’d get price stability without the recession. And in some small, cohesive countries that is more or less what happened. (Check out the Israeli stabilization of 1985).
But America wasn’t like that, and the decision was made to do it the hard, brutal way. This was not a policy triumph! It was, in a way, a confession of despair.
It worked on the inflation front, although some of the other myths about all that are just as false as the myths about the 1970s. No, America didn’t return to vigorous productivity growth — that didn’t happen until the mid-1990s. 60-year-old men should remember that a decade after the Volcker disinflation we were still very much in a national funk; remember the old joke that the Cold War was over, and Japan won?
So it would be bad enough if we were basing policy today on lessons from the 70s. It’s even worse that we’re basing policy today on a mythical 70s that never was.
I mitici anni ‘70
Matt O’Brien ha probabilmente ragione a suggerire che i problemi di Michael Kinsley – e quelli di poche altre persone, alcune delle quali hanno una influenza reale nella politica – è che essi sono ancora quelli che esistevano negli anni ’70. Tuttavia, io proprio non sopporto queste storie sui sessantenni ….
Ma, in effetti, è persino peggio di quello che dice Matt. Perché gli anni ’70 che queste persone ricordano come una storia ammonitrice hanno poca somiglianza con quello che accadde davvero negli anni ’70.
Nella mitologia delle classi dirigenti, le origini della crisi degli anni ’70, come le supposte origini della crisi attuale, stavano negli eccessi: troppo debito, troppo coccolamento dei quegli operai trasandati attraverso lo stato assistenziale. La sofferenza degli anni 1979-1982 fu una restituzione obbligata.
Niente di questo corrisponde lontanamente al vero.
Non c’era un problema di deficit: il debito dello Stato, durante gli anni ’70, era basso e stabile se non in calo come percentuale del PIL. I crescenti sussidi dello stato assistenziale possono essere stati un grande problema politico, ma uno stato assistenziale fuori controllo in senso lato non era proprio un tema all’ordine del giorno – badate, ai giorni nostri i conservatori che si lamentano sulla nazione di assistiti sono propensi ad utilizzare gli anni settanta come punto di riferimento indicativo di una bassa dipendenza.
Quello che avevamo era una spirale prezzi-salari: i lavoratori chiedevano aumenti salariali (quelli erano tempi nei quali i lavoratori potevano effettivamente fare richieste) perché si aspettavano molta inflazione, le imprese aumentavano i prezzi a causa degli incrementi nei costi, tutti erano esacerbati dai grandi shocks petroliferi. Era fondamentalmente un caso di aspettative che si autoalimentavano, ed il problema era interrompere il circolo.
Perché, dunque, avemmo bisogno di una terribile recessione? Non fu il prezzo di peccati passati, ma semplicemente un modo per raffreddare l’iniziativa. Qualcuno – sono quasi sicuro che fosse Martin Baily [1] – descrisse il problema dell’inflazione in modo simile a quello che avviene quando in una partita di pallone tutti si alzano per vedere meglio l’azione, ed il risultato è che tutti hanno un disagio mentre nessuno ottiene una visibilità migliore. E la recessione, in sostanza, fu come interrompere la partita finché tutti non si sedettero nuovamente.
La differenza, naturalmente, fu che questa sospensione distrusse milioni di posti di lavoro e sprecò migliaia di miliardi di dollari.
C’era un modo migliore? In teoria, avremmo dovuto essere capaci di mettere tutti i protagonisti importanti in una stanza e di dire: guardate, questa inflazione deve finire; voi lavoratori riducete le vostre richieste salariali, voi imprenditori cancellate i vostri aumenti dei prezzi, e da parte nostra ci mettiamo d’accordo nel fermare la creazione di nuova moneta finché tutta la faccenda non è passata. In quel modo, si sarebbe ottenuta la stabilità dei prezzi senza recessione. Ed è più o meno quello che accadde in qualche piccola e coesa nazione (si veda la stabilizzazione in Israele nel 1985).
Ma l’America non era fatta in quel modo e fu presa la decisione di ottenerlo in modo duro, brutale. Non fu un trionfo della politica! Fu, in un certo senso, una confessione di impotenza.
Funzionò sul fronte dell’inflazione, sebbene alcuni dei miti al proposito sono semplicemente falsi come i miti degli anni ’70. No, l’America non tornò ad una vigorosa crescita della produttività – quello non accadde fino alla metà degli anni ’90. Le persone che sono sulla sessantina dovrebbero ricordare che dopo la disinflazione di Volcker [2]eravamo ancora molto in depressione; vi ricordate la vecchia battuta secondo la quale la Guerra Fredda era finita, ed aveva vinto il Giappone?
Sarebbe dunque piuttosto negativo se basassimo la politica odierna sulle lezioni degli anni ’70. Ed ancora peggio se basassimo la politica di oggi su mitici anni ’70 che non sono mai esistiti.
[1] Probabilmente si tratta di Martin Neil Bailey, economista presso la Brookings Institution che fu anche Presidente dal 1999 al 2001 del Collegio dei Consulenti economici di Bill Clinton.
[2] Paul Adolph Volcker (5 settembre 1927) è un economista statunitense. Era il presidente della Federal Reserve sotto i presidenti Jimmy Carter e Ronald Reagan (dall’agosto 1979 all’agosto 1987). È stato Presidente del gruppo nordamericano della Commissione Trilaterale dal 1991 al 2001.
maggio 18, 2013
Matthew Yglesias piles on Michael Kinsley too, and makes a point I’ve also tried to make in the past: if the real problem is that we overspent and lived beyond our means, we should be working harder, not throwing millions of people into unemployment. Yglesias makes his point with the case of Iceland, which has indeed restored relatively full employment while continuing to suffer somewhat reduced real income.
But there’s an even better example from the historical record: Britain after World War II.
In fact, when people used to refer to Austerity Britain, they were referring to the half-dozen years after the war when Britain had very high public debt, much reduced overseas assets, and in general found its economic situation much straitened.
So what was the British economy like? Well, there was rationing, which people hated. There were exchange controls. There was financial repression. All very terrible things, unacceptable by modern standards, right? But there was full employment! Here’s a chart from here, mysteriously missing the year labels, but you can see the war clearly:
And here’s UK public debt as a percentage of GDP over the same period:
So, our grandfathers (or strictly speaking the grandfathers of the Brits — we never had austerity of any kind) — responded to high levels of debt with an economy in which life was pretty hard for investors, luxuries were hard to come by even for the middle class, and everyone worked hard — but, you know, everyone had a job. We’ve responded to much lower levels of debt by ensuring that the economy functions far below potential, millions of people who want to work can’t find jobs, and many people see all their hopes for the future slipping away.
Progress!
L’austerità dei tempi andati
Anche Matthew Yglesias si aggiunge alla discussione con Michael Kinsley e avanza un argomento che anch’io avevo cercato di porre nel passato: se il problema reale è che abbiamo avuto un eccesso di spesa e vissuto oltre i nostri mezzi, dovremmo star lavorando più duramente, e non gettare milioni di persone nella disoccupazione. Yglesias pone questa questione facendo l’esempio dell’Islanda, che in effetti ha relativamente ripristinato la piena occupazione mentre continua a soffrire qualcosa come riduzione del reddito reale.
Ma c’è anche un altro esempio dalla serie storica: l’Inghilterra dopo la II Guerra Mondiale.
Di fatto, quando le persone si riferivano di solito alla ‘austerità inglese’, intendevano quella dozzina di anni dopo la guerra quando gli inglesi avevano un debito pubblico molto elevato, assets all’estero molto ridotti e in generale si ritrovarono in una situazione economica con molte ristrettezze.
A cosa assomigliava, dunque, l’economia britannica? Bene, c’era il razionamento, che la gente odiava. C’erano i controlli sugli scambi [1]. C’era l’inibizione finanziaria [2]. Tutte cose tremende, inaccettabili secondo gli standards attuali, non è così? Ma c’era la piena occupazione! Ecco un diagramma [3], nel quale si sono misteriosamente perduti i riferimenti agli anni, ma nel quale si può bene distinguere il periodo della Guerra:
Ed ecco il debito pubblico inglese nello stesso periodo:
Dunque, i nostri nonni (o strettamente parlando i nonni degli inglesi – noi non avemmo austerità di alcun genere) risposero agli altri livelli del debito con un’economia nella quale la vita era piuttosto dura per gli investitori, i lussi arrivavano con difficoltà anche per la classe media, e tutti lavoravano duramente – ma, considerate che ognuno aveva un lavoro. Noi abbiamo risposto a livelli del debito molto più bassi facendo in modo che l’economia funzioni molto al di sotto del suo potenziale, che milioni di persone che vogliono lavorare non possano trovare lavoro, e molte persone vedono le loro speranze sul futuro spegnersi.
Il progresso !
[1] Gli ‘exchange controls” sono una serie di misure imposte da un Governo sulla vendita/acquisto di valute straniere da parte dei residenti oppure sulla vendita/acquisto di valuta nazionale da parte dei non residenti.
[2] Per “financial repression” vedi le note finali sulla traduzione.
[3] Tratto da un saggio di Timothy J. Hatton e George R. Boyer del 2005.
maggio 17, 2013
The FT has an interesting article on problems with Irish GNP (not GDP) accounting; essentially, measured Irish income is being inflated by foreign companies with no real activity there that nonetheless find ways to make profits materialize in a low-tax jurisdiction. We sort of knew this was happening — that, for example, a lot of the apparent rise in productivity was just a shift to pharma companies that produce a lot of reported value-added but add little to the Irish economy. But the new ESRI report suggests that the problem is bigger than realized.
However, this passage got me:
The ESRI research raises question marks over the strength of Ireland’s recovery, which has surprised many foreign observers in light of the severe economic crisis the country experienced in 2008.
Who are these surprised foreign observers? My impression is that Ireland has been proclaimed a success story again, and again, and again, only to have the narrative slink away in the face of disappointing experience. And if we look at jobs, which is not subject to these accounting issues, here’s what the “strength of Ireland’s recovery” looks like:
A few more such strong recoveries and there will be no jobs left at all.
La forza bruta
Il Financial Times ha un interessante articolo sui problemi con la contabilità del Prodotto Nazionale Lordo (non il Prodotto Interno Lordo) [1] dell’Irlanda; in sostanza, nel caso dell’Irlanda, il reddito ottenuto viene inflazionato dalle imprese straniere che non hanno lì una reale attività ma nondimeno cercano i modi per spremere profitti in una giurisdizione con basse tasse. Avevamo presagito cosa stava accadendo – che, ad esempio, la crescita apparente della produttività fosse solo uno spostamento dovuto alle imprese farmaceutiche che producono molto del valore aggiunto risultante ma contribuiscono poco all’economia dell’Irlanda. Ma il nuovo rapporto dell’ESRI [2] indica che il problema è più grande di quanto si fosse compreso.
Tuttavia, mi ha compito questo passaggio:
“La ricerca dell’ESRI solleva punti interrogativi sulla forza della ripresa irlandese, che ha sorpreso molti osservatori straniere alla luce della grave crisi economica che il paese aveva sperimentato nel 2008.”
Chi sono questi sorpresi osservatori stranieri? La mia impressione è che l’Irlanda sia stata dichiarata una storia di successo più e più volte, solo come un racconto che consentisse di sgattaiolare di fronte ad una esperienza deludente. E se si guarda ai posti di lavoro, che non sono un tema soggetto a questi aspetti di contabilità, ecco a cosa assomiglia la “forza della ripresa irlandese” [3]:
Ancora un po’ di forti riprese e non ci resteranno posti di lavoro.
[1] La differenza consiste nel fatto che il Prodotto Nazionale include soltanto i beni ed i servizi prodotti dalle imprese residenti, mentre il Prodotto Interno include anche le imprese straniere. L’Irlanda ha una forte presenza di industria farmaceutica straniera e Krugman ha varie volte notato che essa falsa notevolmente i dati economici reali del paese.
[2] Istituto di ricerche economiche e sociali, con sede a Dublino.
[3] Il diagramma è relativo al tasso di disoccupazione, che, come si vede, è passato dal 4 al 14/15 per cento, dove più o meno si trova ancora nel 2013.
maggio 17, 2013
I picked a good week to be away — and I am still away, mostly, although playing a bit of hooky on the notebook right now. For it has been the week of OBAMA SCANDALS, nonstop.
Except it seems that there weren’t actually any scandals, just the usual confusion and low-level mistakes that happen all the time, in any administration.
Does the evaporation of the scandals matter? I don’t know. Unfortunately, I remember the early Clinton years, when ridiculous stuff — restructuring at the White House travel office, for God’s sake, and a money-losing land deal — led to years of front-page headlines, endless investigations,and nothing at all in the form of proven Clinton wrongdoing. If the press decide that scandals are going to be the topic, the absence of actual scandals may not matter.
Oh, and the ongoing disaster of economic policy? Boooring.
Quello spettacolo degli anni ‘90
Ho scelto una bella settimana per andarmene – e sono ancora fuori, sebbene in questo momento per lo più marinando la scuola sul registro. Perché questa è stata la settimana degli SCANDALI DI OBAMA, a non finire.
Con tutto questo, sembra che non ci sia stato in effetti alcuno scandalo, solo la solita confusione e gli errori al basso livello degli apparati, che accadono sempre in ogni amministrazione.
Ha qualche importanza questa cortina fumogena degli scandali? Non lo so. Sfortunatamente, mi ricordo i primi anni di Clinton, quando cose ridicole – la ristrutturazione dell’ufficio viaggi della Casa Bianca, per amor di Dio [1], e un affare in perdita su un terreno – portarono ad anni di titoli sui giornali, inchieste infinite, ed assolutamente niente nel senso di accertate malefatte di Clinton. Se la stampa decide che gli scandali sono destinati ad essere la cosa più importante, la assenza di scandali effettivi può non avere importanza.
Ed il perdurante disastro della politica economica? Quella è roba noiosa.
[1] Ovvero, cosa davvero insignificante. “For God’s sake” è anche traducibile con un “porca miseria!”.
maggio 17, 2013
Antonio Fatas is annoyed at Gillian Tett, who talks to the I-see-bubbles crowd and assumes that they have The Truth — namely, that those crazy central banks are flooding the world with liquidity, driving asset prices to crazy levels, and it will all end in terrible grief. Pretty much the same discussion we’ve been having about the armageddon hedgies.
As Fatas says, it’s hard to see what exactly in the data supports this view. Short-term interest rates are near zero because the economy is so depressed, and will stay that way for a long time. Long-term rates are low because people, rightly, expect short-term rates to stay low for a long time. What about stocks? Here’s profits versus the S&P 500:
Does this shout “bubble” to you?
Now, there are some real puzzles here. Why have profits been so strong in a weak economy? Why, with profits so high, don’t businesses find reason to invest more (equipment investment is actually fairly strong, but construction remains weak). (For the seriously wonkish, why do average and marginal q seem to be so different?)
But these seem to be real-side puzzles, not monetary/financial puzzles. I don’t see anything in the data that has the “signature” of what you’d expect if the big problem was that Ben Bernanke is flooding the market with artificial liquidity that has nowhere to go.
Il troppo parlare di liquidità
Antonio Fatas è infastidito da Gillian Tett, che parla al popolo di quelli che vedono bolle dappertutto come se possedessero La Verità – in particolare, che quelle pazzesche banche centrali stanno inondando il mondo di liquidità, spingendo i prezzi degli assets a livelli folli, e che finirà tutto in un casino terribile. Più o meno la stessa discussione che stiamo avendo a proposito dello scontro finale di quelli degli hedge funds.
Come dice Fatas, è difficile capire cosa esattamente nei dati supporti questo punto di vista. I tassi di interesse a breve termine sono prossimi a zero perché l’economia è tanto depressa, e resteranno in quel modo per un lungo tempo. I tassi a lungo termine sono bassi perché la gente, giustamente, si aspetta che i tassi a breve restino bassi a lungo. E che dire delle azioni? Ecco l’andamento dei profitti a confronto con l’indice dei prezzi delle azioni:
Vi parla di qualche bolla, tutto questo?
Ora, in questo caso ci sono alcuni effettivi misteri. Perché abbiamo profitti così forti in un’economia debole? Perché, con profitti così elevati, le imprese non trovano motivo di investire maggiormente (in effetti l’investimento in attrezzature è piuttosto forte, ma le costruzioni restano deboli). (Per coloro che sono seriamente esperti, perché il “q” mediano e quello marginale [1] sembrano essere così diversi?)
Ma questi sembrano enigmi sul versante della realtà, non enigmi monterai-finanziari. Io non vedo niente nei dati che abbia il “marchio” di quello che vi aspettereste se il grande problema fosse che Ben Bernanke sta inondando il mercato di liquidità artificiale inutilizzabile altrimenti.
[1] Forse si tratta della “q” di Tobin. Nel 1969 Tobin la definiva il questo modo: “Uno, il numeratore, è la valutazione del mercato: il prezzo in essere sul mercato per lo scambio di assets esistenti. L’altro, il denominatore, è il rimpiazzo del costo di riproduzione: il prezzo nel mercato per merci prodotte in modo nuovo. Noi crediamo che questo rapporto abbia una notevole utilità e significato macroeconomico, come nesso tra i mercati finanziari ed i mercati di beni e servizi.” La “q” dunque è il rapporto tra il valore di mercato ed il valore sostitutivo del medesimo asset materiale. In questo caso, però, non mi è affatto chiaro in che senso vi sarebbero due “q”, una mediana ed una marginale.
Oppure più semplicemente sta per quintile, ovvero distingue un segmento di valori medi dal segmento finale di valori marginali?
maggio 16, 2013
The WSJ highlights a speech by Jaime Caruana, general manager of the Bank for International Settlements, warning of the dangers of easy money and the need to raise rates now to avert … something or other. And his views matter, says the Journal:
Mr. Caruana is no disgruntled outvoted hawk on a policy-setting council, trying desperately to set the record straight after being outvoted. Rather, he’s the mouthpiece for a global college of central bankers, almost all of whom find themselves under intense pressure from their national governments to keep things ticking over while they try to repair the economy.
His views also matter for another reason: the BIS is one of the few international financial institutions (some say the only one) to see the financial crisis coming and to issue clear warnings ahead of time.
I guess we can check the record here and see just how prescient the BIS was. What I do recall, however — which the Journal apparently doesn’t — is that the BIS has spent years warning about the dangers of low interest rates. Except that a couple of years back it was telling a completely different story about why we needed to raise rates; you see, the big danger was of imminent inflation:
“Global inflation pressures are rising rapidly as commodity prices soar and as the global recovery runs into capacity constraints,” said the BIS, which acts as a central bank for the world’s central banks. “These increased upside risks to inflation call for higher policy rates.”
In fact, inflation is running below target just about everywhere. You might therefore think that the BIS would step back a bit and reconsider both its policy recommendations and the framework it uses to derive those recommendations.
But no. Higher interest rates are always the solution; it’s only the problem they’re supposed to solve that changes.
I sadomonetaristi di Basilea
Il Wall Street Journal evidenzia un discorso di Jaime Caruana, Direttore Generale della Banca dei Regolamenti Internazionali [1], il quale ammonisce sui pericoli della moneta facile e sulla necessità di innalzare subito i tassi per evitare …. non si sa che cosa. Ed i suoi punti di vista sono importanti, dice il Journal:
“Il Signor Caruana non è un falco contrariato che ha avuto la maggioranza in una riunione di definizione delle strategie e che cerca disperatamente di mettere le cose in chiaro dopo aver avuto tale maggioranza. E’ piuttosto un portavoce di una assemblea globale di banchieri centrali, quasi tutti i quali si trovano sotto la forte pressione dei loro Governi nazionali perché continuino a tirare avanti le cose nel mentre cercano di rimediare ai guai dell’economia.
I suoi punti di vista contano anche per un’altra ragione: la BRI è una delle poche istituzioni finanziarie (alcuni dicono l’unica) ad aver visto la crisi arrivare e ad aver avanzato chiari ammonimenti in anticipo.”
Suppongo che in questo caso si debba controllare il primato e andare a vedere quanto fosse stata preveggente la BRI. Quello che io ricordo, tuttavia – e che il Journal sembra non ricordare – è che la BRI ha speso anni nell’ammonire i pericoli dei bassi tassi di interesse. A parte questo, una paio di anni orsono essa raccontava una storia completamente diversa sulle ragioni per le quali avevamo bisogno di elevare i tassi, sapete, il grande pericolo di una imminente inflazione:
“Le spinte ad una inflazione globale stanno rapidamente crescendo dato che i prezzi delle materie prime si alzano e la ripresa globale si scontra con i limiti alla produttività” diceva la BRI, che opera come Banca Centrale per le Banche Centrali del mondo. “Questi aumentati rischi di una inflazione in ascesa pongono oneri più elevati alla politica.”
Di fatto, l’inflazione procede al di sotto degli obbiettivi proprio quasi dappertutto. Di conseguenza si potrebbe ritenere che la BRI voglia fare un passo indietro e riconsiderare sia le sue raccomandazioni politiche che il contesto dal quale essa deriva tali raccomandazioni.
Ma no. I tassi di interesse più elevati sono sempre la soluzione; e solo il problema che si pensa essi debbano risolvere che cambia.
[1] La Banca dei regolamenti internazionali (BRI), con sede a Basilea, ha come azionisti 56 banche centrali, tra cui la Banca d’Italia. La BRI promuove la cooperazione monetaria e finanziaria tra le banche centrali, fornisce servizi di gestione delle riserve in valuta a numerose banche centrali e svolge attività di ricerca economica e monetaria, producendo altresì statistiche sul sistema bancario e finanziario internazionale. Oltre a ospitare le riunioni periodiche dei Governatori dei paesi del G10, la BRI assicura i servizi di segretariato per vari comitati permanenti impegnati a promuovere la stabilità finanziaria e monetaria internazionale, tra cui il Committee on the Global Financial System (CGFS), il Committee on Payment and Settlement Systems (CPSS) e il Basel Committee on Banking Supervision, cui partecipano rappresentanti delle principali banche centrali e autorità di vigilanza su istituzioni e mercati finanziari, nonché per il Financial Stability Forum (FSF). La Banca d’Italia è uno dei sei soci fondatori della BRI, ed è presente attraverso i propri rappresentanti in tutti i comitati che operano nel suo ambito (da: Banca d’IItalia. Eurosistema.)
maggio 16, 2013
Noah Smith recently offered an interesting take on the real reasons austerity garners so much support from elites, no matter hw badly it fails in practice. Elites, he argues, see economic distress as an opportunity to push through “reforms” — which basically means changes they want, which may or may not actually serve the interest of promoting economic growth — and oppose any policies that might mitigate crisis without the need for these changes:
I conjecture that “austerians” are concerned that anti-recessionary macro policy will allow a country to “muddle through” a crisis without improving its institutions. In other words, they fear that a successful stimulus would be wasting a good crisis.
…
If people really do think that the danger of stimulus is not that it might fail, but that it might succeed, they need to say so. Only then, I believe, can we have an optimal public discussion about costs and benefits.
As he notes, the day after he wrote that post, Steven Pearlstein of the Washington Post made exactly that argument for austerity.
What Smith didn’t note, somewhat surprisingly, is that his argument is very close to Naomi Klein’s Shock Doctrine, with its argument that elites systematically exploit disasters to push through neoliberal policies even if these policies are essentially irrelevant to the sources of disaster. I have to admit that I was predisposed to dislike Klein’s book when it came out, probably out of professional turf-defending and whatever — but her thesis really helps explain a lot about what’s going on in Europe in particular.
And the lineage goes back even further. Two and a half years ago Mike Konczal reminded us of a classic 1943 (!) essay by Michal Kalecki, who suggested that business interests hate Keynesian economics because they fear that it might work — and in so doing mean that politicians would no longer have to abase themselves before businessmen in the name of preserving confidence. This is pretty close to the argument that we must have austerity, because stimulus might remove the incentive for structural reform that, you guessed it, gives businesses the confidence they need before deigning to produce recovery.
And sure enough, in my inbox this morning I see a piece more or less deploring the early signs of success for Abenomics: Abenomics is working — but it had better not work too well. Because if it works, how will we get structural reform?
So one way to see the drive for austerity is as an application of a sort of reverse Hippocratic oath: “First, do nothing to mitigate harm”. For the people must suffer if neoliberal reforms are to prosper.
La Teoria dell’austerità di Smith, Klein, Kalecki
Noah Smith di recente ha offerto una interessante posizione sulle reali ragioni per le quali l’austerità raccoglie così tanto sostegno dalle classi dirigenti, a prescindere da come fallisca clamorosamente nella pratica. Le èlites, sostiene, considerano i guai dell’economia come una opportunità per fare approvare le “riforme” – il che fondamentalmente significa i mutamenti che vogliono, che servano o meno effettivamente l’interesse della crescita dell’economia – e si oppongono ad ogni politica che si proponga di mitigare la crisi senza bisogno di questi cambiamenti:
“Io ho il sospetto che i ‘patiti dell’austerità’ siano preoccupati che una politica macro antirecessiva possa consentire ad un paese di ‘fare quello che si può’ con la crisi senza migliorare le sue istituzioni. In altre parole, hanno paura che misure di sostegno di successo farebbero sprecare una buona crisi.
….
Se ci sono persone che pensano sul serio che il pericolo delle misure di sostegno non consiste in un possibile fallimento, ma in un possibile successo, dovrebbero dirlo. Solo poi, credo, potremmo avere un confronto pubblico sensato sui costi e sui benefici”.
Come egli osserva, il giorno dopo aver scritto quel post, Steven Pearlstein del Washington Post ha messo in campo esattamente quell’argomento a favore dell’austerità.
Quello che Smith non ha notato, sorprendentemente, è che il suo argomento è molto vicino a quello del libro Shock Doctrine di Naomi Klein, con la tesi di classi dirigenti che sfruttano in modo sistematico i disastri per far approvare politiche liberiste [1] anche se queste politiche sono sostanzialmente irrilevanti sulle cause del disastro. Devo ammettere che quando uscì ero piuttosto mal disposto nei confronti del libro della Klein, probabilmente per una specie di campanilismo-professionale o cose del genere – ma la sua tesi in realtà aiuta molto a spiegare cosa stia accadendo, in particolare in Europa.
Ed i precedenti risalgono ancora più indietro nel tempo. Due anni e mezzo orsono Mike Konczal ci ricordò un classico saggio di Michal Kalecki [2] del 1943 (!), il quale sosteneva che gli interessi delle imprese conducano alla avversione verso l’economia keynesiana per il timore che essa possa essere efficace – e in tal modo intendeva che gli uomini politici non dovrebbero mai abbassarsi al cospetto degli imprenditori allo scopo di conservare la loro fiducia. Si tratta di un argomento assai vicino a quello secondo il quale si deve mettere in atto l’austerità, perché le misure di sostegno potrebbero eliminare l’incentivo alle riforme strutturali che, come ci si può immaginare, danno alle imprese la fiducia di cui hanno bisogno prima che accondiscendano a generare ripresa.
E infatti, nella mia casella postale di stamane vedo un articolo che più o meno deplora i primi segni di successo della politica economica di Abe: “La politica economica di Abe sta funzionando, ma sarebbe meglio non funzionasse troppo bene”. Perché, se funziona, in che modo avremo le riforme strutturali?
Dunque, un modo per considerare l’indirizzo verso l’austerità è una specie di giuramento opposto a quello di Ippocrate: “Prima di tutto, non fare niente per limitare il danno”. La gente deve soffrire perché le riforme liberiste abbiano successo.
[1] Per il termine “liberista” vedi alla voce “Liberal, liberals e neoliberal”, nelle Note finali sulla traduzione.
[2] Michal Kalecki (Lodz 1899, Varsavia 1970) fu un economista polacco. Nel corso della sua vita lavorò alla London School of Economics, alla Università di Cambridge, alla Università di Oxford ed alla Scuola di Economia di Varsavia, anche come consulente economico dei Governi di Cuba, di Israele, del Messico e dell’India. Kalecki è stato definito “uno dei più eminenti economisti del XX Secolo”. Si è spesso sostenuto che egli avesse sviluppato alcune delle idee di Keynes, ‘prima’ di Keynes; tuttavia, dal momento che pubblicava in polacco, rimase molto meno noto nel mondo di lingua inglese. Offrì una sintesi che integrava l’analisi di classe marxista con la nuova letteratura sulla teoria dell’oligopolio, ed il suo lavoro’ ebbe una significativa influenza sia sulle scuole del pensiero economico neo-marxiste (Baran e Sweezy) che post keynesiane. Fu uno dei primi economisti che applicò i modelli matematici e i dati statistiche alle domande economiche (Traduzione da Wikipedia in inglese).
maggio 16, 2013
OK, this is different: Jesse Eisinger of Propublica — Propublica! — defending those poor maligned hedge fund managers against the ridicule of macroeconomists.
And it’s true: we’ve been having a lot of fun over those dire pronouncements that quantitative easing will drain our preecious bodily fluids, doom western civilization, and all that.What’s odd, however, is that although Eisinger’s piece is titled “Why fund managers may be right about the Fed”, it offers absolutely no analysis to that effect — no channel through which Bernanke’s policies might in fact be a disaster, as opposed to pointing out that the economy hasn’t been doing all that well even though stocks are up.
Eisinger’s main ace in the hole seems to be that economists failed to see the crisis coming:
But what these investors are expressing should trouble all of us: they have almost no confidence in the Federal Reserve or the economics profession. And for good reason.
It’s impressive that the Fed and many economists have successfully predicted the path of interest rates and inflation in the wake of the worst financial crisis in a generation. But neither the central bank nor academicians managed to predict or prevent the crisis in the first place. The failure dwarfs the accomplishment.
I would disagree about the respective importance of failure and accomplishment; I’ve recently argued that it’s just the other way around:
I would argue, however—self-serving as it may sound (I warned about the housing bubble, but had no inkling of how widespread a collapse would follow when it burst)—that the failure to anticipate the crisis was a relatively minor sin. Economies are complicated, ever-changing entities; it was understandable that few economists realized the extent to which short-term lending and securitization of assets such as subprime mortgages had recreated the old risks that deposit insurance and bank regulation were created to control.
I’d argue that what happened next—the way policymakers turned their back on practically everything economists had learned about how to deal with depressions, the way elite opinion seized on anything that could be used to justify austerity—was a much greater sin. The financial crisis of 2008 was a surprise, and happened very fast; but we’ve been stuck in a regime of slow growth and desperately high unemployment for years now. And during all that time policymakers have been ignoring the lessons of theory and history.
Still, in fairness, the fund managers complaining the loudest about Bernanke do seem to be guys who saw the housing bubble and made money by shorting subprime. So they have some right to feel that they have a track record.
But is it the kind of track record that suits them for analyzing monetary policy and macroeconomics? The most famous of the housing shorters, thanks to Michael Lewis, is John Paulson; and, well, Krugman or Paulson: Who you gonna bet on?
The point, I think, is that you can simultaneously fault the Fed and economists in general for failing to see this crisis coming, and ridicule the hedge fund guys for giving advice right now that is both ludicrous and dangerous. And you should.
Su chi scommettereste?
E’ vero, questo è diverso: Jesse Eisinger di Propublica – Propubblica ! – che difende quei poveri managers calunniati degli hedge funds dalla derisione dei macroeconomisti.
Ed è vero: ci stiamo divertendo molto su quei terribili proclami secondo i quali il “quantitative easing” [1] prosciugherà i nostri preziosi fluidi corporei, condannerà la civiltà occidentale, e tutto il resto. Quello che è curioso, tuttavia, è che, sebbene il pezzo di Eisinger sia intitolato “Perché i managers dei fondi potrebbero aver ragione sulla Fed”, esso non offra a tal fine assolutamente alcuna analisi – nessuno strumento attraverso il quale le politiche di Bernanke potrebbero di fatto essere un disastro, nel mentre richiama l’attenzione sul fatto che l’economia non sta comportandosi affatto bene sebbene le azioni salgano.
Il principale cavallo di battaglia di Eisinger sembra essere che gli economisti non hanno saputo vedere la crisi in arrivo:
“Ma quello che questi investitori stanno esprimendo dovrebbe preoccupare tutti noi: essi non hanno quasi nessuna fiducia sulla Federal Reserve e sulla disciplina economica. E a buona ragione.
E’ impressionante che la Fed e molti economisti abbiano previsto con successo l’andamento dei tassi di interesse e dell’inflazione all’indomani della peggiore crisi finanziaria di una generazione. Ma né la Banca Centrale né gli accademici erano riusciti all’inizio a prevedere o ad impedire la crisi. Quel fallimento minimizza il successo (successivo)”.
Non sarei d’accordo sulla rispettiva importanza dei giudizi di fallimento e di successo: ho di recente sostenuto [2] che le cose stanno proprio all’opposto:
“Vorrei sostenere, tuttavia – in un modo che può apparire legato ad un interesse personale (io avevo messo in guardia dalla bolla immobiliare, ma non ebbi alcun sentore di come sarebbe seguito un collasso generale una volta che la bolla fosse scoppiata) – che il fallimento nell’anticipare la crisi sia stato un peccato relativamente minore. Le economie sono entità complicate, in continua mutazione: è stato comprensibile che pochi economisti abbiano compreso la misura in cui il credito a breve termine e la cartolarizzazione degli assets [3]quale quella sui mutui ‘subprime’ abbiano ricreato i vecchi rischi per il controllo dei quali erano stati istituiti l’assicurazione sui depositi ed i regolamenti bancari.
Direi che quello che è accaduto successivamente – il modo in cui gli uomini politici hanno voltato le spalle praticamente a tutto quello che gli economisti avevano appreso su come comportarsi nelle depressioni, il modo in cui le classi dirigenti hanno sfruttato tutto quello che si poteva usare per giustificare l’austerità – sia stato un peccato molto più grande. La crisi finanziaria del 2008 fu una sorpresa, ed avvenne con molta rapidità; ma adesso noi siamo bloccati in un regime di bassa crescita e di disperatamente elevata disoccupazione da anni. E durante tutto questo tempo gli operatori politici hanno ignorato le lezioni della teoria e della storia.”
Ancora, in tutta onestà, i managers degli hedge funds che si lamentano con toni esagitati su Bernanke sembrano proprio essere quei tizi che avevano visto la bolla immobiliare e fatto soldi svendendo i ‘subprime’. Hanno dunque qualche ragione a sentire di avere una esperienza comprovata.
Ma è il genere di curriculum che li rende adatti ad analizzare la politica monetaria e la macroeconomia? Il più famoso degli speculatori immobiliari (grazie al racconto di Michael Lewis) è John Paulson. Ebbene: Krugman o Paulson, su chi scommettereste? [4]
Il punto, io penso, è che si può contemporaneamente incolpare la Fed e gli economisti in generale per non aver visto arrivare la crisi, e schernire i personaggi degli hedge funds per dare in questo momento consigli che sono sia risibili che pericolosi.
Dovreste fare così.
[1] Per “quantitative easing” vedi le note finali sulla traduzione.
[2] Si tratta del saggio dal titolo “Come si sono sgretolati gli argomenti per l’austerità”, che traduciamo nella sezione apposita.
[3] Normalmente noi traduciamo con “cartolarizzazione” il termine inglese “securitization”, che indica la pratica del mettere assieme vari titoli sul debito (garantiti, ad esempio, dalle ipoteche sui mutui – compresi quelli verso clientela di dubbia solvibilità, o “subprime” – o sugli assets di altri beni), per rivenderli agli investitori come una nuova specie di obbligazione.
[4] Nell’ordine inverso: l’ironia sul chi scommettere nasce da una storia del 2010, se non ancora precedente. John Paulson aveva fatto dichiarazioni baldanzose sullo ‘scampato pericolo’, mentre Krugman notoriamente a quel tempo sosteneva che la crisi sarebbe stata ancora lunga e grave. Sul blog di Bloomberg Magazine apparve un articolo con quel titolo: su chi scommettereste dei due? Paulson era appunto un noto operatore speculativo, la scelta dunque era tra un ‘teorico’ ed un ‘pragmatico’. Quanto a Michael Lewis, è un giornalista del New York Times ed uno scrittore di libri di successo, che probabilmente ha scritto su Paulson in un suo libro.
maggio 15, 2013
OK, another toe dipped in reality. The new CBO numbers are out, and they scream “debt crisis? What debt crisis?” Here’s the actual and projected ratio of federal debt to GDP:
Yes, debt rose substantially in the face of economic crisis — which is what is supposed to happen. But runaway deficits? Not a hint.
Yes, there are longer-term issues of health costs and demographics. As always, however, these have no relevance to what we should be doing now — and it’s far from clear why they should even be a priority for discussion. As I’ve written before, the VSP consensus seems to be that to avoid the possibility of future benefit cuts, we must commit ourselves now now now to … future cuts in benefits.
Why, it’s almost as if the real goal was to make sure that benefits get cut even if the fiscal outlook improves.
Meanwhile, our policy discourse has been dominated for years by what turns out to be a false alarm. To the millions of Americans who are out of work and may never get another job thanks to premature fiscal austerity, the VSPs would like to say, “oopsies!”
Or maybe not even that. I’m happy to report that the Times does place this fiscal news on page 1. But correspondents tell me that at VSP Central, aka The Washington Post — where deficit panic has pervaded the news pages as well as the opinion section — the stunning new deficit report is buried as a small item deep inside the paper.
And Bowles and Simpson, who are now 26 months into their prediction of fiscal crisis within two years, will continue to be treated as revered gurus.
La crisi del debito? Non ha importanza.
Ebbene, in realtà c’è stato un altro tocco di lento declino. Sono usciti i nuovi dati del CBO, e ci dicono con forza: “Crisi del debito? Quale crisi del debito?”. Ecco l’effettivo e previsto tasso del debito federale sul PIL [1]:
Si, il debito è cresciuto sostanzialmente a fronte della crisi economica – il che è quanto si suppone accada. Ma deficit fuori controllo? Neppure un cenno.
Si, ci sono le problematiche a lungo termine dei costi sanitari e della demografia. Come sempre, tuttavia, esse non hanno rilievo quanto a quello che dovremmo far ora – ed è lungi dall’essere chiaro perché dovrebbero anche solo essere una priorità del dibattito. Come ho scritto in precedenza, l’unanimità delle Persone Molto Serie sembra consistere in questo: che per evitare futuri tagli nei sussidi dovremmo impegnarci senza esitazione …. per tagli futuri nei sussidi.
Perché, è quasi come se l’obbiettivo vero fosse quello di mettere in chiaro che anche se le prospettive della finanza pubblica migliorassero, i sussidi avrebbero tagli.
Nel frattempo, il nostro dibattito politico è stato per anni dominato da quello che si scopre essere un falso allarme. Ai milioni di americani che sono fuori dal lavoro e potrebbero non avere un altro posto di lavoro, grazie alla prematura austerità delle finanze pubbliche, le Persone Molto Serie potrebbero dire: “ooops” !
O forse nemmeno quello. Sono contento che il Times faccia posto a questa notizia sulla finanza a pagina 1. Ma i corrispondenti mi dicono che alla Centrale delle Persone Molto Serie, ovvero al Washington Post – dove il panico per i deficit ha pervaso le pagine delle notizie altrettanto che la sezione dei commenti – lo sbalorditivo nuovo rapporto sul deficit è stato seppellito in una piccola nota bene in fondo al quotidiano.
E Bowles e Simpson, che sono arrivati al ventiseiesimo mese nella loro previsione di una crisi della finanza pubblica in due anni, continueranno ad essere trattati come riveriti guru.
[1] Come potete notare aguzzando la vista l’anno 2013 si colloca in quella lieve discesa del rapporto che si prevedi resti stabile nei prossimi anni per salire lievissimamente nel 2020/22.
maggio 13, 2013
OK, on the road, and a quick post over coffee.
Ryan Avent, like me, was favorably impressed by the Nick Crafts piece on British policy in the 1930s. I was, however, slightly puzzled, in a tooting-my-own-horn fashion, by the reference — which I missed in Crafts, but was repeated and emphasized by Avent — to the “textbook approach” of raising inflation expectations to escape a liquidity trap.
Um, which textbook is that, exactly? As far as I know, among basic textbooks only Krugman/Wells even talks about the liquidity trap; certainly we were the only one talking about it before 2008. And the whole discussion of inflation expectations and monetary policy in a liquidity trap as a sort of inverted version of the usual credibility problem — in fact, the whole revival of the liquidity trap as a modern concern — dates from this paper (pdf).
This isn’t purely self-promotion (although obviously that’s part of it). I do think that one reason I’ve done pretty well in tracking this ongoing slump is that I’ve been thinking about liquidity trap issues for a very long time, years before almost anyone else.
OK, while I’m wrenching my arm patting myself on the back, here’s Ryan Grim explaining how one critic, in his desperate attempts to create false equivalence, is forced to invent a character named “Paul Krugman” bearing little resemblance to the person of the same name.
Quale libro di testo, esattamente?
Si, sono in viaggio, ed un rapido post durante un caffè.
Ryan Avent, come me, è stato favorevolmente impressionato dall’articolo di Nick Crafts sulla politica inglese durante gli anni Trenta. Sono rimasto, tuttavia, leggermente disorientato, del genere di quando ci si attacca al clacson, dal riferimento – che mi era sfuggito in Crafts, ma che Avent ha ripetuto ed enfatizzato – all’ “approccio da libro di testo” delle aspettative di una crescente inflazione per sfuggire ad una trappola di liquidità.
Mmmh, quale libro di testo, esattamente? Per quanto ne so, tra i libri di testo fondamentali addirittura soltanto il Krugman/Wells parla di trappola di liquidità; certamente eravamo i soli a parlarne prima del 2008. E l’intero dibattito sulle aspettative di inflazione e sulla politica monetaria in una trappola di liquidità come una specie di versione inversa de consueto problema della credibilità – di fatto, tutto il ritorno della trappola di liquidità come una preoccupazione odierna – risale a questo saggio [1](disponibile in pdf).
Questa non è semplicemente pubblicità a me stesso [2] (sebbene, come è naturale, in parte sia anche quello). Io penso proprio che una ragione per la quale ho seguito abbastanza bene questa perdurante recessione è che avevo ragionato per lungo tempo sui temi della trappola di liquidità, anni prima di quasi tutti gli altri.
Va bene, nel mentre io mi torco il braccio per darmi pacche sulla spalla, ecco Ryan Grim che spiega come un critico, nel suo tentativo disperato di creare una falsa equivalenza, è costretto ad inventarsi un personaggio di nome “Paul Krugman” che mostra una piccola somiglianza con la persona dello stesso nome [3].
[1] Si tratta di un saggio di Krugman, allora al Massachusetts Institute of Technology, dal titolo “E’ tornata: la crisi del Giappone e il ritorno della trappola di liquidità” (1998).
[2] O meglio a “noi stessi”, giacché il libro di testo è di Krugman in collaborazione con Robin Wells, sua moglie.
[3] Il riferimento è ad un articolo di Ryan Cooper (sul Washington Monthly) nel quale si torna sulla frequente polemica sulle ‘asprezze’ di Krugman, nella polemica politica ed intellettuale. In realtà, l’articolo prende le difese dell’economista, anche se ironicamente pubblica una foto nella quale un personaggio delle sembianze di Krugman pare abbia appena concluso di incendiare una autovettura!
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