May 27, 2013, 9:31 am
The FT has a long, deeply depressing portrait of conditions in Portugal, focusing on the plight of family-owned businesses — once the core of the nation’s economy and society, now going under in droves.
This is what it’s really about. And anyone playing any role in our current economic debate, whether as an actual policy maker or as an analyst giving advice from the sidelines, should be focused, above all, on how and why we’re allowing this nightmare to happen all over again three generations after the Great Depression.
Don’t tell me that Portugal has had bad policies in the past and has deep structural problems. Of course it has; so does everyone, and while arguably Portugal’s are worse than those of some other countries, how can it possibly make sense to “deal” with these problems by condemning vast numbers of willing workers to unemployment?
The answer to the kind of problems Portugal now faces, as we’ve known for many decades, is expansionary monetary and fiscal policy. But Portugal can’t do those things on its own, because it no longer has its own currency. OK, then: either the euro must go or something must be done to make it work, because what we’re seeing (and the Portuguese are experiencing) is unacceptable.
What could help? A much stronger expansion in the euro area as a whole; higher inflation in the European core. Looser monetary policy could help achieve these things, but bear in mind that the ECB, like the Fed, is basically up against the zero lower bound. It can and should try to push unconventional policies, but it needs as much help as possible from fiscal policy too — not a situation in which austerity in the periphery is reinforced by austerity in the core, too.
What has happened instead, however, is three years in which European policy has been focused almost entirely on the supposed dangers of public debt. I don’t think it’s a waste of time to discuss how that misplaced focus happened, including the unfortunate role played by some economists who have done fine work in the past and will presumably do fine work in the future. But the important thing now is to change the policies that are creating this nightmare.
Incubo in Portogallo
Il Financial Times presenta un lungo e assai deprimente ritratto delle condizioni del Portogallo, concentrandosi sulla brutta situazione delle imprese a proprietà familiare – una volta il cuore dell’economia e della società della nazione, e che ora affondano a frotte.
Si tratta realmente di questo. E chiunque giochi un qualsiasi ruolo nel nostro attuale dibattito economico, che sia un effettivo operatore politico o un analista che fornisce consigli dalle retrovie, dovrebbe concentrarsi soprattutto sul come e sul perché stiamo consentendo che si riproduca questo incubo tre generazioni dopo la Grande Depressione.
Non venite a raccontarmi che il Portogallo ha avuto pessime politiche nel passato e che ha profondi problemi strutturali. Naturalmente li ha; li hanno tutti, e se probabilmente quelli del Portogallo sono peggiori di quelli di qualche altro paese, come è possibile che abbia senso fare i conti con questi problemi condannando un gran numero di lavoratori volenterosi alla disoccupazione?
La risposta al genere di problemi che il Portogallo oggi fronteggia, come abbiamo compreso da molti decenni, è una politica monetaria e della finanza pubblica espansiva. Ma il Portogallo non può fare queste cose per suo conto, perché non ha più una propria valuta. E’ vero, allora: o l’euro deve uscire di scena o qualcosa deve essere fatto per renderlo funzionante, perché quello a cui stiamo assistendo (e che i portoghesi stanno sperimentando) è inaccettabile.
Cosa potrebbe essere di aiuto? Una espansione assai più forte nell’area euro nel suo complesso, una inflazione più elevata al centro dell’Europa. Una politica monetaria più permissiva potrebbe aiutare ad ottenere queste cose, ma si tenga a mente che la BCE, come la Fed, si trova fondamentalmente dinanzi al limite inferiore di zero [1]. Essa può e dovrebbe provare a promuovere politiche non convenzionali, ma c’è anche bisogno di tutto il contributo possibile da parte della politica della finanza pubblica – non di una situazione nella quale l’austerità della periferia è per giunta rafforzata dalla austerità al centro.
Quello che invece è successo sono stati tre anni nei quali la politica europea si è concentrata quasi interamente sui supposti pericoli del debito pubblico. Io non penso che sia una perdita di tempo discutere su come questo sviamento sia avvenuto, incluso il ruolo sfortunato di qualche economista che ha fatto un lavoro brillante nel passato e probabilmente lo farà nel futuro. Ma la cosa importante adesso è cambiare le politiche che hanno creato questo incubo.
maggio 26, 2013
May 26, 2013, 9:51 am
Their letter is here.
This could go on forever, and both they and I have other things to do. So let me just state — clearly, I hope — where their analytical sin lies.
To some extent it lies in the downplaying of causality issues — of whether high debt causes slow growth, slow growth causes high debt, or both high debt and slow growth are the result of third factors (as was the case in demobilizing postwar America, which they highlighted in their original paper).
But the more important sin involves the misuse of the “90 percent” criterion.
There is, as everyone in this debate has acknowledged, a negative correlation in the data between debt and growth. As a result, draw a line at any point — 80 percent, 90 percent, whatever — and countries with debt above that level will tend to have slower growth than countries with debt below that level.
There is, however, an enormous difference between the statement “countries with debt over 90 percent of GDP tend to have slower growth than countries with debt below 90 percent of GDP” and the statement “growth drops off sharply when debt exceeds 90 percent of GDP”. The former statement is true; the latter isn’t. Yet R&R have repeatedly blurred that distinction, and have continued to do so in recent writings.
And for a country with debt in the vicinity of the 90 percent level — as, for example, in both the US and the UK — the distinction is crucial. It’s the difference between arguing that failure to impose an austerity program amounting to a few percent of GDP might reduce GDP a decade from now by a fraction of a percent at most — which is what the actual correlation suggests — to suggesting that it will reduce future GDP by 10 percent, which is what the threshold claim suggests.
Austerity-minded policy makers, of course, seized on the latter claim, citing R&R — and if the authors ever made an effort to correct this misconception, or indeed if they have ever even acknowledged that it’s a misconception, it was done very quietly.
I’m sorry, but the failure to clear up this misconception has done a great deal of harm — and this harm is not significantly mitigated by various remarks in passing to the effect that austerity might be overdone.
Reinhart e Rogoff non sono sereni
La loro lettera (di Reinhart e Rogoff) si trova in questo link.
Si potrebbe continuare all’infinito, e sia loro che io abbiamo altre cose da fare. Mi sia dunque permesso di enunciare – spero chiaramente – dove si basa il loro peccato analitico.
In qualche misura si basa su una minimizzazione dei temi della causalità – se sia l’alto debito a provocare la lenta crescita, la lenta crescita a provocare l’alto debito, o se sia l’alto debito che la lenta crescita siano il risultato di un terzo fattore (come fu ne caso della smobilitazione nell’America postbellica, che essi avevano sottolineato ne loro saggio originario).
Ma il peccato maggiore riguarda l’abuso del parametro del cosiddetto “90 per cento”.
C’è, come ognuno in questo dibattito ha riconosciuto, una correlazione negativa tra i dati del debito e quelli della crescita. Di conseguenza, si tracci una linea ad un punto qualsiasi – 80 per cento, 90 per cento, quello che si vuole – ed i paesi sopra quel livello tenderanno ad avere una crescita più lenta dei paesi al di sotto di quel livello.
C’è tuttavia una enorme differenza tra la affermazione secondo la quale “i paesi con un debito sopra il 90 per cento del PIL tendono ad avere una crescita più lenta dei paesi con un debito al di sotto del 90 per cento del PIL” e la affermazione secondo la quale “quando il debito eccede il 90 per cento del PIL la crescita cala bruscamente”. La prima affermazione è vera, la seconda no. Tuttavia Reinhart e Rogoff hanno ripetutamente appannato quella distinzione, ed hanno continuato a farlo anche negli scritti recenti.
E per un paese il cui debito è prossimo al livello del 90 per cento – come, per esempio, sia gli Stati Uniti che l’Inghilterra – la distinzione è cruciale. E’ la differenza tra il sostenere che il non riuscire ad imporre un programma di austerità di pochi punti percentuali di PIL può ridurre il PIL di qua ad un decennio al massimo di una frazione di un punto percentuale – che è quello che la presente correlazione indica – ed indicare che tutto ciò ridurrà il PIL futuro di un 10 per cento, che è quello che l’argomento della ‘soglia’ suggerisce.
Gli operatori politici disposti favorevolmente all’austerità, naturalmente, hanno preso al volo la seconda affermazione, citando Reinhart e Rogoff – e che gli autori abbiano sempre fatto uno sforzo per correggere questo fraintendimento, o piuttosto abbiano persino sempre riconosciuto che si trattasse di un fraintendimento – questo è avvenuto molto tranquillamente.
Mi dispiace, ma l’incapacità a chiarire questo fraintendimento ha provocato un bel danno – e questo danno non è mitigato in modo significativo dai riferimenti incidentali alla impressione che l’austerità possa essere esagerata.
maggio 26, 2013
May 26, 2013, 10:16 am
Brad DeLong interprets the Keynes-bashing opening of Ken Rogoff’s latest as strategic hippie-punching (see definition 2.2), designed to soften up his readers for the easy-money, debt-forgiveness message that follows.
Maybe that’s it, or maybe it’s just personal ire at some of the hippies. Either way, though, there is a question about whether it’s an effective strategy. I don’t think so.
The usual form of macroeconomic hippie-punching in recent years has been the pro-stimulus or anti-austerity article that opens with several paragraphs of the dangers of long-term budget deficits and the importance of a medium-term debt strategy — often with a specific condemnation of Those Who deny the importance of such — followed by a discussion of the reasons why slashing spending right now is a very bad idea. And I’ve watched the response: the centrists who are the presumed audience read the first three paragraphs, say “Yes — the hippies are all wrong!” and never get to the part saying that, well, actually, the hippies are right on the important stuff.
To some extent this is just about the fact that the hippies have indeed been right across the board on macro, the same way they were on the Iraq war. But it’s also about journalistic messaging: if you have a point you want to get across, you should always, always, put it right up at the front, and get to the qualifications later. The patient reader who will wade through your preemptive hippie-bashing to get to the good stuff is a myth — just as much a myth as the reasonable centrist who can be won over by hippie-bashing in the first place.
Prendersela con i ‘capelloni’ (o gli estremisti, o i progressisti) in economia
Brad DeLong interpreta la battuta su Keynes dell’ultimo articolo di Ken Rogoff come un “picchiare sugli estremisti” ([1]), allo scopo di ammorbidire i propri lettori per il messaggio che segue sul denaro facile e sulla clemenza sul debito.
Forse è così, o forse si tratta soltanto di collera contro qualcuno degli estremisti. Anche se in entrambi i casi c’è da chiedersi se si tratti di una strategia efficace. A me non sembra.
Negli anni recenti, la forma consueta del prendersela con gli estremisti in economia è stato un articolo a favore della spesa pubblica o contro l’austerità che apre con alcuni paragrafi dedicati ai pericoli dei deficit di bilancio nel lungo periodo ed alla importanza di una strategia sul debito nel medio periodo – spesso accompagnati da una condanna di “Coloro i quali … [2]” negano l’importanza di tutto ciò – seguita da una discussione sulle ragioni per le quali abbattere su due piedi la spesa pubblica sia una pessima idea. Ed io ho osservato la risposta: i centristi che costituiscono il pubblico presunto leggono i primi tre paragrafi e dicono: “Si – i progressisti sbagliano tutto!” e non comprendono mai la parte che dice che, in effetti, i progressisti hanno ragione su cose importanti.
In qualche misura questo dipende proprio dal fatto che i progressisti hanno in effetti avuto ragione a tutti i livelli in tema di teoria economica, nello stesso modo in cui la ebbero sull’Iraq. Ma la cosa riguarda anche la tecnica comunicativa giornalistica: se volete trasmettere un concetto, dovreste sempre, dico sempre, metterlo in cima, e fornire successivamente le specificazioni. Il lettore che avrà la pazienza di oltrepassare la vostra battuta preventiva sui progressisti per arrivare alla roba buona è un mito – nello stesso modo in cui è un mito il centrista ragionevole che può essere convinto dalla battuta messa in bella vista sui progressisti.
[1] Il link offre vari possibili significati del termine “hippie-punching”, desunti da Urban Dictionary, e Krugman richiama la ‘definizione 2.2’. Si legge questa spiegazione: “Quello che accade agli hippies (ma il termine sta ad indicare gli estremisti di sinistra oppure i progressisti …) quando si lamentano perché non hanno altre persone che pagano la loro assistenza sanitaria attraverso la cosiddetta ‘opzione pubblica’ “. Sotto tale definizione, appare un dialogo nel quale un Tizio di destra tratta in malo modo il suo interlocutore, pensando appunto che sia un sostenitore della riforma sanitaria di Obama. In conclusione, mi pare di capire che lo “hippie-punching” sia un dar botte in modo demagogico sui progressisti.
Quanto al significato ai nostri tempi del termine “hippie” nel linguaggio politico americano, esso è ben comprensibile ed è stato usato di recente da Krugman anche a proposito del dibattito sul deficit americano che, nei mesi recenti, è stato fortemente ridimensionato dalle statistiche. In quella occasione Krugman scrisse un articolo sul NYT nel quale si chiedeva cosa sarebbe accaduto a quel punto, visto che lo stesso Ben Bernanke constatava il ridimensionamento del problema del deficit. Vedi “Ben Bernanke, hippie”, New York Times 28 febbraio 2013.
[2] Il senso ironico di “Coloro i quali …” è spiegato nel post del 25 maggio.
maggio 25, 2013
Brad DeLong tries to find nice things to say about Ken Rogoff’s latest. But he tries too hard.
Rogoff’s piece is structured as an argument against Those Who — those who believe that Europe’s problems result solely from excessive austerity, and would all be solved with a bit of Keynesianism. It might help if he would name names; otherwise people might imagine that he’s talking about, say, Martin Wolf or me. But he can’t be, can he? Because neither of us — or, for that matter, anyone else I can think of — is making that argument.
Everyone with a bit of sense has argued all along that Europe has a big problem resulting from the single currency: there was a sharp rise in relative costs and prices in the periphery during the boom years, and the process of correcting that overvaluation through “internal devaluation” is extremely difficult and painful.
The Keynesian argument instead has been that this inherently difficult situation is made worse by two aspects of fiscal policy. One is the extreme austerity being imposed on the periphery; nobody is suggesting stimulus for, say, Portugal, but the question is whether a less extreme austerity regime might not do almost as well at limiting debt while internal devaluation takes place, while hugely reducing the human cost.
The other is that on any kind of rational pan-European basis, we should be seeing austerity in the periphery at least partly offset by stimulus in the core. What we have instead is substantial austerity in the core too. Here’s the IMF:
Surely the terrible adjustment problem facing the periphery would be at least somewhat easier if the core weren’t doing this; looser fiscal policy would directly help their exports, and it would also help promote, yes, somewhat higher German inflation, helping achieve internal devaluation.
So what the heck is Rogoff talking about? He has invented a class of straw men who believe that fiscal expansion alone can solve all of Europe’s problems, then uses the assertion that this is untrue — an assertion nobody disputes — to claim, or maybe just insinuate, that a reduction in austerity would achieve nothing at all.
This is not a helpful contribution.
Il problema keynesiano dell’Europa
Brad DeLong si Sforza di dire cose gentili a proposito dell’ultimo Ken Rogoff [1]. Ma è un bello sforzo!
L’articolo di Rogoff è strutturato come un presa di posizione contro “Coloro che …” – coloro che credono che i problemi dell’Europa derivino esclusivamente da una eccessiva austerità, e che tutto di risolverebbe con un po’ di keynesismo. Aiuterebbe se egli chiamasse costoro per nome; altrimenti la gente potrebbe pensare che egli stia parlando, ad esempio, di Martin Wolf e del sottoscritto. Ma non è possibile, non è vero? Perché nessuno di noi – oppure, sullo stesso tema, nessun altro che mi può venire in mente – sta avanzando un argomento del genere.
Ogni persona sensata ha sostenuto da tempo che l’Europa ha un grande problema in conseguenza della moneta unica: c’è stata una brusca crescita nei costi e ne prezzi relativi nella periferia, durante gli anni del boom, e il processo di correggere quella sopravvalutazione attraverso una “svalutazione interna” [2] è estremamente difficile e penoso.
L’argomento keynesiano, piuttosto, è stato che questa intrinsecamente difficile situazione è resa peggiore da due aspetti della politica finanziaria pubblica. Uno è l’austerità estrema che viene imposta sulla periferia; nessuno sta suggerendo misure di stimolazione dell’economia per, ad esempio, il Portogallo, ma la domanda è se un regime di austerità meno esagerato non potrebbe produrre quasi altrettanta riduzione del debito nel mentre la svalutazione interna entra in funzione, riducendo molto nello stesso tempo i costi umani.
L’altro aspetto è che sulla base di una concezione paneuropea di qualsiasi genere, dovremmo considerare l’austerità nella periferia almeno in parte bilanciata dallo stimolo al centro del sistema. Quello che invece abbiamo è una sostanziale austerità anche al centro. Ecco i dati del FMI:
Sicuramente il tremendo problema di correzione che la periferia sta affrontando sarebbe almeno un po’ più semplice se il centro non si comportasse in questo modo; una politica della finanza pubblica meno rigida aiuterebbe direttamente le loro esportazioni e contribuirebbe anche a promuovere, perché no, un po’ di inflazione più elevata in Germania, contribuendo al successo della svalutazione interna.
Dunque, di cosa diamine sta parlando Rogoff? Egli si è inventato una categoria di ‘bersagli immaginari’ che credono che l’espansione della spesa pubblica da sola possa risolvere tutti i problemi dell’Europa, poi utilizza il giudizio secondo il quale questo non è vero – un giudizio che nessuno discute – per sostenere, o forse solo insinuare, che una riduzione nell’austerità non otterrebbe alcun risultato.
Questo non è un contributo utile.
[1] Il riferimento è ad un intervento di Kenneth Rogoff dal titolo “I confusi keynesiani d’Europa”, apparso il 23 maggio su Project Syndicate.
[2] Per il concetto di “svalutazione interna” vedi le Note finali della traduzione.
[3] Con la linea arancione, il grafico mostra, limitatamente ai paesi economicamente più forti dell’Europa, l’andamento medio della spesa primaria reale (ovvero della spesa pubblica al netto dei pagamenti degli interessi sul debito, sottratti gli effetti nominali dell’inflazione) negli anni precedenti e successivi alle recessioni del 1975, 1982, 1991. La linea grigia mostra lo stesso andamento in relazione alla recessione in corso.
maggio 24, 2013
Larry Ball makes the case that we would be a lot better off with a 4 percent inflation target rather than the 2 percent that is now central bank orthodoxy. Intellectually, this position is hardly outlandish; indeed, Ball’s case is very similar to the case Olivier Blanchard made three years ago, just stated more forcefully and with more evidence.
The basic point is that a higher baseline for inflation would make liquidity traps, in which conventional monetary policy is up against the zero lower bound, less likely and less costly when they happen. Ball estimates that if we had come into this crisis with an underlying inflation rate of 4 percent, average unemployment over the past three years would have been two percentage points lower. That’s huge — it amounts to millions of jobs and trillions of dollars of extra output.
There are two main arguments against a higher inflation target. One is that events like the current crisis almost never happen. My view would be that the costs of this crisis are so large — and the difficulties we’ve had in responding so grotesque — that even if they were once-in-75-year events, that should be enough to warrant different policies. But Ball also argues that the risk of liquidity-trap events is much greater than conventional wisdom would have you believe. Just looking at US experience, the last three recessions were all “postmodern” recessions caused by private-sector overreach, not Fed tightening — and in each case the Fed had a very hard time getting traction. Both 1990-91 and 2001 were near misses in terms of the liquidity trap; 2007 onwards was actually in line with what had become the normal pattern, not a bizarre exception.
By the way, one point Ball doesn’t mention is that to the extent that we consider Japan’s issues partly demographic, that’s becoming the norm too: low fertility and, perhaps, low resulting investment returns are also becoming standard among advanced countries. Again, this calls for a higher inflation target.
The other argument is some kind of slippery slope thing: you decide that 4 percent is OK, and the next thing you know you’re Jimmy Carter, or maybe Weimar. As Ball says, there is really no evidence for this fear. It’s true that it’s what almost all central bankers believe; but they can’t really explain why, and we should never forget that there was once a time when almost all central bankers believed that going off the gold standard would mean the end of civilization.
The point is that the conventional 2 percent target is a prejudice, nothing more; it once rested to some extent on studies suggesting that 2 percent was enough to make the zero lower bound a non-problem, but we now know how utterly wrong that view was; so we’re left with a target that’s considered respectable because it’s what all the respectable people say, and is what all the respectable people say because it’s considered respectable.
What do we want? Four percent! When do we want it? Now!
La soluzione del 4 per cento
Larry Ball avanza la tesi che potremmo essere in condizioni un po’ migliori con un obbiettivo di inflazione al 4 per cento piuttosto che al 2 per cento, che è attualmente l’ortodossia delle banche centrali. Intellettualmente, questa posizione è solo un po’ eccentrica; in effetti, le tesi di Ball è molto simile a quella che avanzò tre anni orsono Olivier Blanchard, solo affermata con più energia e con maggiori argomenti.
L’argomento fondamentale è che un punto di partenza più elevato per l’inflazione renderebbe le trappole di liquidità, nelle quali la politica monetaria convenzionale fa i conti con il limite inferiore dello zero, meno probabili e meno costose quando hanno luogo. Ball stima che se fossimo entrati in questa crisi con un tasso di inflazione sottostante del 4 per cento, la media della disoccupazione nei tre anni passati sarebbe stata inferiore di due punti percentuali. E’ molto – corrisponde a milioni di posti di lavoro ed a migliaia di miliardi di dollari di produzione aggiuntiva.
Ci sono due principali argomenti contro un obbiettivo di inflazione più alto. Uno è che eventi come la crisi in corso non accadono quasi mai. La mia opinione è che i costi di questa crisi sono talmente grandi – e le difficoltà che abbiamo avuto a rispondere così grottesche – che anche se fossero eventi cha accadono una volta ogni 75 anni, sarebbe sufficiente per giustificare politiche diverse. Ma Ball sostiene anche che il rischio di eventi del genere delle trappole di liquidità è molto più grande di quanto non vorrebbe far credere la saggezza convenzionale. Solo guardando all’esperienza americana, le ultime tre recessioni sono state tutte recessioni “postmoderne” , provocate da un settore privato che si era spinto troppo oltre, non da politiche restrittive della Fed – ed in ogni caso la Fed ha avuto i suoi grattacapi nel tirarne fuori l’economia. Sia il 1990-91 che il 2001 furono quasi occasioni mancate in termini di trappola di liquidità; dal 2007 in poi fu effettivamente in linea con quello che è diventato uno schema normale, non una bizzarra eccezione.
Per inciso, un aspetto che Ball non cita è che nella misura in cui consideriamo i temi del Giappone in parte derivanti dalla demografia, anche quella sta diventando la norma: la bassa fertilità e, forse, le basse rese risultanti dagli investimenti stanno diventando normali per le economie avanzate. Anche questo è un argomento per un obbiettivo di inflazione più elevato.
L’altro argomento è in qualche modo quello del piano inclinato: si decide che il 4 per cento va bene, e la cosa successiva in cui ci si imbatte è Jimmy Carter, o magari Weimar. Come dice Ball, non c’è alcuna prova per timori di questa natura. E’ vero che è quanto credono le banche centrali; ma in effetti esse non possono spiegare la ragione, e noi non dovremmo mai dimenticare che c’era un tempo in cui quasi tutti i banchieri centrali credevano che uscire dal gold standard avrebbe significato la fine della civilizzazione.
Il punto è che l’obbiettivo convenzionale del 2 per cento è un pregiudizio, niente di più; un tempo si fondava in qualche misura su studi che indicavano che il 2 per cento era sufficiente per far diventare un non-problema il limite inferiore di zero; ma ora sappiamo quanto fosse completamente sbagliato quel punto di vista; cosicché siamo rimasti con un obbiettivo che è considerato rispettabile perché è quello che dicono tutte le persone rispettabili, e quello che dicono tutte le persone rispettabili deriva dal fatto che è considerato rispettabile.
Di cosa abbiamo bisogno? Del quattro per cento! E quando lo vogliamo? Subito!
maggio 24, 2013
The Affordable Care Act, aka Obamacare, is a policy Rube Goldberg device — instead of doing the simple, obvious thing, which would just be to insure everyone, it basically relies on a combination of regulations and subsidies to rope, coddle, and nudge us into a rough approximation of a single-payer system. There were reasons for this, of course, mainly political: a complete displacement of the existing system would have been both too destructive of powerful interests and too radical for voters.
Still, the question is whether this cobbled-together system will work, and there have been many conservatives rubbing their hands with glee over the prospect of failure.
Whoops.
We won’t really know how Obamacare works until it has been in operation for a while; but we do know that essentially the same system has been running in Massachusetts since 2006, and is doing pretty well. The question, then, is whether other states that don’t have MA’s initial advantages — especially an already low uninsurance rate and an already operating system of community rating — can make this thing work. The big fear has been of sharply rising premiums as insurers are required to cover people with preexisting conditions. And the biggest test case was always going to be California.
Well, the preliminary numbers for CA are in — and they’re looking very good, with costs coming in below expectations. At this point, it looks as if this thing is indeed going to work.
And think about the political dynamics. Because the Supreme Court decided to let states opt out of the Medicaid expansion, some states — notably Texas — will have a pretty dysfunctional version of Obamacare in 2014, although even those systems will provide significant benefits to many people. Still, the whole political calculus was supposed to be that Republicans in red states could point to the horrors of Obamacare and ride them to political victory. Instead, it looks as if we’re going to see blue-state residents reaping the benefits of a functional health care system, while red-state residents are denied many of those benefits, for what looks like no better reason than mean-spirited spite — because what’s going on is, indeed, mean-spirited spite.
Predictions that Obamacare will be a big political issue are probably right — but not in the way gleeful conservatives imagined.
La riforma sanitaria di Obama sarà una debacle …. per i Repubblicani
La Legge per una Assistenza Sostenibile, anche detta Obamacare, è un congegno politico del genere di quelli di Rube Goldberg [1] – invece di fare la cosa semplice ed ovvia, fondamentalmente si basa su una combinazione di regole e di sussidi per trascinarci, coccolarci e infine spingerci con un colpetto finale dentro un sistema molto approssimativamente di pagamento centralizzato [2]. C’erano ragioni per questo, naturalmente, principalmente di natura politica: una liquidazione completa del sistema esistente sarebbe stata sia troppo distruttiva di interessi potenti e troppo radicale per gli elettori.
Eppure, la domanda è se questo sistema rappezzato funzionerà, e ci sono stati molti conservatori che si sono fregati le mani con soddisfazione nella prospettiva di un fallimento.
Oh oh [3]!
Non sapremo realmente come la riforma di Obama funzionerà finché non sarà stata per un po’ in funzione; ma sappiamo che sostanzialmente lo stesso sistema è stato in funzione nel Massachusetts sin dal 2006, e sta andando abbastanza bene. La domanda allora è se altri Stati che non hanno i vantaggi iniziali del Massachusetts – in particolare un tasso di non-assicurati già basso ed un sistema di apprezzamenti della comunità già operativo – possano far funzionare un tale oggetto. La grande paura era quella di una brusca crescita delle polizze assicurative al momento in cui alle assicurazioni fosse stato richiesto di concedere assistenza anche alle persone con seri problemi sanitari preesistenti [4].
Ebbene, ora si conoscono i dati preliminari sulla California – e sembrano molto buoni, con costi al di sotto delle aspettative. A questo punto, sembra proprio che la cosa sia destinata a funzionare.
E si pensi alle dinamiche politiche. Poiché la Corte Suprema ha deciso di consentire che gli Stati rinuncino alla espansione di Medicaid [5], alcuni Stati, in particolare il Texas – avranno per il 2014 una versione piuttosto anormale della riforma di Obama, sebbene anche quei sistemi forniranno benefici significativi a molte persone. Eppure, tutto il calcolo politico si pensava consistesse nel fatto che i Repubblicani negli “Red States” [6] avrebbero additato gli orrori della riforma e li avrebbero cavalcati per ottenere una vittoria sul piano politico. Invece, sembra che finiremo con l’assistere ai residenti dei “Blue States” che raccolgono i benefici di un sistema funzionante, mentre ai residenti dei “Red States” molti di quei benefici vengono negati, per quello che non sembra altro che un gretto dispetto – giacché quello che sta succedendo, in effetti, non è niente altro.
Le previsioni secondo le quali la riforma sanitaria di Obama sarà un grande tema politico sono probabilmente giuste – ma non nel senso ottimistico che si erano immaginati i conservatori.
[1] Reuben Garret Lucius Goldberg, meglio conosciuto col diminutivo Rube (4 luglio 1883 – 7 dicembre 1970), è stato un fumettista statunitense, vincitore del Premio Pulitzer per la satira nel 1948.
Rube Goldberg è soprattutto famoso per aver inserito nei suoi fumetti macchine estremamente complicate costruite per l’esecuzione di azioni semplicissime, come mettere il dentifricio sullo spazzolino o pulirsi la bocca dopo aver mangiato. Per questo viene chiamata “macchina di Rube Goldberg” qualsiasi attività o meccanismo estremamente (e inutilmente) complicato, anche in senso lato. A sinistra “Rube” ed a destra uno dei suoi congegni.
[2] Ovvero, un sistema di sanità a gestione pubblica (come in gran parte dei paesi europei), mentre la sanità americana, anche dopo la riforma Obama, si caratterizza ancora per un ruolo importante del sistema assicurativo privato.
[3] “Whoops” è una espressione che indica l’aver fatto un errore, l’esprimere in ironico rammarico, l’ammettere una propria responsabilità in un incidente etc.
[4] Il sistema sanitario americano, come è meglio chiarito nelle Note finali sulla traduzione (vedi “Medicare” and “Medicaid”), prima della riforma di Obama si basava, potremmo dire, su una logica completamente ‘mercantile’, da parte delle assicurazioni ma in un certo senso anche degli utenti. Le assicurazioni – a parte i casi nei quali era a carico delle aziende per loro decisione o per accordi sindacali, casi questi in forte diminuzione – non si basavano su meccanismi di compensazione dei costi e di eguaglianza dei diritti tra gli utenti. Un utente con una malattia accertata e preesistente poteva vedersi richiedere costi molto elevati di assicurazione, ed anche poteva dover fronteggiare costi del genere al momento di un aggiornamento del contratto assicurativo. Di contro, gli utenti giovani e in salute erano liberi di non assicurarsi, contando su un certo numero di anni di relativo non-bisogno di cure. Da una parte, dunque, politiche esose e disumane da parte di molte assicurazioni, dall’altra un’area abbastanza vasta di non assicurati che evidentemente riduceva le entrate delle assicurazioni, sottraendo in particolare ad esse gli utenti ‘meno costosi’. La riforma di Obama ha innovato fondamentalmente su quell’aspetto, proibendo alle assicurazioni ogni valutazione discrezionale sulla condizione sanitaria preesistente dell’utente e, al tempo stesso, rendendo la assicurazione obbligatoria per tutti. Perchè tale meccanismo funzioni, i soggetti che non sono nelle condizioni economiche di pagarsi la assicurazione vengono assistiti da sussidi pubblici. La macchinetta di Rube (vedi nota precedente) consiste dunque in questo: tutti devono essere assicurati, le assicurazioni non possono più discriminare, i più poveri sono assistiti nel pagamento delle assicurazioni e …. le assicurazioni restano in gioco. Ovvero: lo Stato assiste gli utenti più deboli, perché tutti gli utenti ‘assistano’ le assicurazioni, perché le assicurazioni non discriminino tra gli ammalati e restino in una funzione centrale nel sistema sanitaria americano.
[5] Madicaid è uno dei due programmi pubblici sulla sanità degli USA, e si rivolge alla popolazione con bassi redditi o povera. L’espansione di Medicaid uno dei modi per assistere gli americani con bassi redditi a fronte dell’obbligo ad assicurarsi, nel senso che si amplia la base di coloro che hanno diritto ad una forma di assistenza diretta pubblica.
[6] “Red States” e “Blue States” è il modo in cui negli anni più recenti si è preso a definire rispettivamente gli Stati a maggioranza repubblicana e quelli a maggioranza democratica. Questa terminologia è entrata in uso nelle elezioni presidenziali del 2000. Pare che I termini venissero coniati dal giornalista Tim Russert, durante I suoi Notiziari sulle elezioni di quell’anno. Non era la prima volta che i giornali e le televisioni usavano colori distinti per indicare la supremazia dell’uno o dell’altro Partito; ma fu da quella volta che prese definitivamente piede quella colorazione in rosso ed in blu. I colori, dunque, non hanno alcun significato simbolico e derivano unicamente da una prassi che si è consolidata a partire da un decina di anni fa. Questa è la mappa delle elezioni del 2008: gli Stat in rosso votarono a maggioranza per Obama, quelli in blu a maggioranza per John McCain.
maggio 23, 2013
OK, sorry about the bad translingual joke. But I thought it might be interesting to try doing a bit of deductive analysis on the sudden 7 percent plunge in the Nikkei.
One important thing to bear in mind, when it comes to big financial market moves, is that there may be no fundamental explanation at all. I’m old enough to remember the 1987 stock crash, which was followed by many theories about which policy move might have been responsible. As it happened, however, Robert Shiller managed to do a real-time survey as the market was plunging, and found essentially nobody mentioning any of the reasons later given for the selling wave. Instead, everyone said that they were selling because … prices were falling.
Still, to the extent that there is some fundamental story, what clues would we look for? And the answer, surely, is to ask what was happening in other markets, especially bonds and currencies.
Let me give you three different stories, each of which could explain a Nikkei plunge:
1. Fears about weak Japanese and Asian growth.
2. Fears about Japanese debt– the bond vigilantes have finally arrived.
3. Fears about the resolution of the Bank of Japan, its willingness to persist in very expansionary monetary policy for a long time.
All of these imply a fall in stocks; but they have different implications for bond and currency markets.
Story 1 should mean a fall in Japanese interest rates, since weaker growth should imply looser money for longer. Indeed, the recent runup in Japanese stocks and interest rates have gone hand in hand, suggesting that what we’ve been seeing is basically rising optimism. (Many of us have used similar arguments to wave away the claims that debt fears are driving occasional upticks in US rates). But in this case Japanese interest rates went basically nowhere.
Story 2 should have seen bond rates rising sharply, which they didn’t. Also, it should have meant a weakening in the yen — which actually rose significantly. So, not the bond vigilantes.
What about story 3? The impact of expected future monetary policy on long-term interest rates is ambiguous — rates might rise because they expect the BoJ to tighten, or fall because they fear that it will fail to end deflation. But worry about the BoJ’s resolve should have a clear impact on the yen, which should strengthen — which it did.
So to the extent that this wasn’t just markets doing their occasional panic thing, it looks like a sudden outbreak of concern about whether the Bank of Japan has really changed as much as it seems.
Elementare, mio caro Watanabe–san (un po’ per esperti)
Ebbene, sono spiacente se lo scherzo linguistico risulta pessimo [1]. Ma pensavo che poteva essere interessante cercar di fare una po’ di analisi deduttiva a proposito dell’improvvisa caduta del 7 per cento del Nikkei [2].
Una cosa importante da tenere a mente, quando ci si accosta ai grandi movimenti del mercato finanziario, è che possono non esserci affatto spiegazioni di fondo. Sono abbastanza anziano per ricordare il crollo del mercato azionario del 1987 [3], che fu seguito da molte teorie su quali spostamenti della politica potessero essere stati responsabili. Qualunque sia stata la ragione, tuttavia, Robert Shiller cercò di fare un sondaggio in tempo reale nel mentre il mercato sprofondava, e non trovò sostanzialmente nessuno che facesse menzione di alcuna delle ragioni successivamente fornite per l’ondata di vendite.
Ancora, nella misura in cui ci può essere una qualche racconto di fondo, a quali indizi dovremmo prestare attenzione? E la risposta, con certezza, è quella di chiedersi che cosa stesse accadendo negli altri mercati, specialmente dei bonds e delle valute.
Consentitemi di fornirvi tre diverse ricostruzioni, ognuna dei quali potrebbe spiegare il crollo del Nikkei:
1 – Le paure per la debole crescita giapponese ed asiatica.
2 – Le paure per il debito giapponese. I “guardiani dei bonds” [4] alla fine sono arrivati!
3 – Le paure sulla determinazione della Banca del Giappone, la sua volontà di persistere in una politica monetaria fortemente espansiva per un lungo periodo.
Tutte queste ricostruzioni implicano una caduta nel mercato azionario; ma esse hanno differenti implicazioni per i mercati dei bonds e delle valute.
Il racconto n. 1 comporterebbe una caduta nei tassi di interesse giapponesi, dal momento che una crescita più debole dovrebbe implicare denaro più facile per un tempo più lungo. In effetti, il recente slancio delle zioni e dei tassi di interesse giapponesi hanno proceduto di conserva, suggerendo che stavamo assistendo ad un ottimismo fondamentalmente crescente (molti di noi avevano utilizzato argomenti simili per agitare le tesi che le paure del debito stavano portando a occasionali incrementi del tassi di interesse americani). Ma in questo caso i tassi di interesse del Giappone fondamentalmente non si sono mossi.
Il racconto n. 2 dovrebbe essere stato accompagnato da una crescita brusca dei tassi dei bonds, che non c’è stata. Inoltre, avrebbe dovuto comportare un indebolimento dello yen – che in effetti è cresciuto in modo significativo. Dunque, niente guardiani dei bonds.
Che dire del racconto n. 3? L’impatto della futura politica monetaria attesa sui tassi di interesse a lungo termine è ambiguo – i tassi possono crescere se ci si aspetta una stretta da parte della Banca del Giappone, o cadere se si teme che essa non riuscirà a bloccare l’inflazione. Ma la preoccupazione sulle decisioni della Banca dovrebbero avere un impatto chiaro sullo yen, che dovrebbe rafforzarsi – ed è quello che è accaduto.
Dunque, nella misura in cui non si fosse trattato soltanto di un panico occasionale dei mercati, sembra si sia trattato di uno scoppio improvviso di preoccupazione sul fatto che la politica della Banca del Giappone sia davvero cambiata come sembra.
[1] Watanabe, dice Wikipedia, è il quinto cognome più frequente del Giappone. Penso stia al posto di Watson.
[2] Il Nikkei 225 (日経平均株価, 日経225) è un segmento della Borsa di Tokyo (TSE). L’indice contiene i 225 titoli delle maggiori 225 compagnie quotate al TSE, e la media del segmento viene calcolato giornalmente dal quotidiano Nihon Keizai Shimbun dal 1971. Il listino contiene i titoli a maggiori capitalizzazione (l’unità di base è lo Yen), mentre i 225 componenti vengono ricalcolati una volta l’anno.
Iniziò ad essere calcolato a partire dal 7 settembre 1950, retroattivamente dal 16 maggio 1949. A partire da Gennaio 2010, è aggiornato ogni 15 secondi.
[3] Il 19 ottobre del 1987, data passata alla storia come il “lunedì nero”, I mercato finanziari in tutto il mondo ebbero un crollo, bruciando in breve tempo enormi valori. Il crollo ebbe inizio ad Hong Kong e si diffuse ad Occidente verso l’Europa, toccando gli Stati Uniti dopo che altri mercati avevano conosciuto significative perdite. Il Dow Jones perse punti per il 22,61 %.
[4] Per “bonds vigilantes” vedi le note finali sulla traduzione.
maggio 23, 2013
Brad DeLong and Dan Drezner wearily continue the policing of Michael Kinsley. I’ll leave it in their hands. But may I say that there is a serious pundit lesson here — namely, that it’s not about you.
Mike Kinsley wonders why people are acting as if he said something really stupid, and attributes it to the legions of Krugman “attack dogs” (Drezner, in particular, must be feeling amazed at that characterization), and/or some form of political correctness. He doesn’t consider the possibility that maybe, just maybe, people are acting that way because he did, in fact, say something really stupid.
Look, the debate over economic policy in these terrible times is (a) hugely important (b) the subject of a large amount of hard work, both theoretical and empirical. If you want to barge into this debate expressing views based on some combination of your personal prejudices, what you think you remember about the 1970s, and what you presume must be the motives of other people, that is of course your right; but you don’t have the right to act surprised and affronted if people who have been doing their homework respond both by mocking your ignorance and by lamenting your unhelpfulness.
And if this makes you feel bad, so? Again, this isn’t about you.
PS: And for those wondering why I didn’t post more today — well, that was about me, mainly being caught first in a torrential downpour that left me looking like a drowned rat, then being stuck for a looong time on a #2 train that wasn’t going anywhere.
Non riguarda te
Brad DeLong e Dan Drezner [1] proseguono stancamente la vigilanza su Michael Kinsley. Lo lascerò alle loro mani. Ma quello che posso dire è che c’è un seria lezione per gli opinionisti – precisamente quella del “non riguarda te”.
Mike Kinsley si chiede perché alcuni si stiano comportando come se avesse detto qualcosa di stupido, è lo spiega con le legioni di “cani da guardia” di Krugman (Drezner, in particolare, deve sentirsi stupefatto per questa descrizione), e/o per qualche genere di conformismo politico. Egli non considera la possibilità che forse, dico solo forse, le persone si stanno comportando in quel modo perché egli ha detto davvero qualcosa di stupido.
Si noti: il dibattito sulla politica economica di questi tempi è: a) grandemente importante; b) un tema di una notevole quantità di duro lavoro, sia teorico che empirico. Se si vuole intromettersi in questo dibattito esprimendo punti di vista basati su una qualche combinazione dei propri personali punti di vista, su quello che si crede di ricordare degli anni ’70 e su quello che si presume siano gli argomenti altrui, questo è un proprio diritto; ma non si ha diritto di mostrare sorpresa e indignazione se le persone che stanno facendo il loro mestiere rispondono prendendo in giro la vostra ignoranza e lamentando la vostra inutilità.
E se questo, dunque, vi fa star male? Ancora, non riguarda te.
PS: e per coloro che si chiedono per quale ragione oggi non scriva di più sul blog – ebbene, quello ha riguardato me, principalmente perché sono stato dapprima raggiunto da un nubifragio torrenziale [2] che mi ha lasciato come un topo fradicio, e successivamente bloccato per un lunghissimo tempo su ‘numero due’ treni che non andavano da nessuna parte.
[1] Brad DeLong è assai noto a chi legge queste pagine, visto che vari articoli dalla rivista Project Syndicate sono tradotti nella sezione apposita. Nato nel 1960, è docente all’Università di Berkeley. Ha lavorato al Dipartimento del Tesoro nel periodo di Clinton, sotto la direzione di Lawrence Summers.
Meno noto Daniel W. Drezner, nato nel 1968, professore di Politica Internazionale alla Tufts University ed autore di molti libri.
[2] Il simbolo “#” (“Cancelletto”), negli Stati Uniti è anche detto number sign ed è spesso utilizzato al posto del carattere №. Indica una posizione numerica: #1 significa number one.
maggio 22, 2013
So what is it with New Republic alumni? First Michael Kinsley, then Charles Lane, weigh in with defenses of austerity that aren’t just wrong, but painfully ill-informed. Kinsley not only makes a really bad analogy between current events and the 1970s, he seems not to know anything about what happened in the 1970s either. Lane attacks stimulus advocates for failing to address an argument that I actually discussed, at length, in my last column but one.
Whence cometh this epidemic of sheer sloppiness?
I’m not really sure, but in these cases I suspect it has a lot to do with the famed TNR/Slate premium on being “counterintuitive”, which in practice meant skewering supposed liberal pieties. (Kinsley himself joked that TNR should be renamed “Even the liberal New Republic”). And I find it curious that my own position in the discourse has undergone a kind of quantum tunneling: I seem to have transitioned from unserious pariah, unbeliever in the church of SimpsonBowles, to authority figure whom one can burnish one’s counterintuitive credentials by attacking, without ever having passed through the stage at which people say, “Hey, it looks as if he was right!”
And here’s my guess: if you went back through all the clever counterintuitiveness of past years, you’d find that a lot of it was every bit as sloppy and ill-informed as what we’re seeing now. The difference is the existence now of a policy blogosphere (in economics, of course, but in a number of disciplines too), which makes bluffing harder. In the past grotesquely ill-informed articles on, say, the Clinton health plan could sit out there for years, with only a handful of specialists aware of just how bad they were; now the pundit emperor’s nakedness is all over the web within days if not hours.
And if this leads to hurt feelings – well, this is not a game. We’re having a discussion about policies that affect tens of millions of people. And you have no business participating in this discussion if you’re so busy trying to sound clever that you can’t be bothered to do your homework.
La sindrome della sciatteria
Cosa sta dunque accadendo agli ex-allievi di New Repubblic? Prima Michael Kinsley, poi Charles Lane, intervengono con difese dell’austerità che non sono solo sbagliate, ma penosamente disinformate. Kinsley non solo fa una pessima analogia tra gli eventi attuali e quelli degli anni ’70, sembra anche che non conosca quello che accadde negli anni ’70. Lane attacca i sostenitori delle misure di sostegno per aver mancato nel fornire un argomento che in effetti io ho discusso, esaurientemente, come minimo nel mio ultimo articolo.
Da dove proviene questa epidemia di pura e semplice sciatteria?
In effetti non ne sono sicuro, ma in questi casi ho il sospetto che essa abbia a che fare con il rinomato Premio dei giornali The New Repubblic/Slate per chi è maggiormente capace di “sfidare le apparenze” [1]; che in pratica ha assunto il significato si sfidare le consuete ‘compassioni’ dei progressisti (Kinsley stesso scherza dicendo che The New Repubblic dovrebbe essere rinominato “Persino il liberal New Repubblic). E io trovo curioso che la mia stessa posizione nel dibattito sia stata sottoposta ad un sorta di cospicuo sottopassaggio: pare che io sia transitato dalla condizione di inaffidabile reietto, un miscredente nella chiesa di SimpsonBowles [2], all’autorevole personaggio attaccando il quale una persona qualsiasi può mettere a lustro le sue credenziali ‘eretiche’, senza mai esser passato dallo stadio nel quale la gente dice “Ehi, sembra che avesse ragione!”.
Ed ecco la mia impressione: se si torna indietro attraverso tutte le intelligenti posizioni ‘eretiche’ degli anni trascorsi, si scopre che molte di esse erano altrettanto sciatte e male informate di quelle cui assistiamo oggi. La differenza è che oggi esiste una blogosfera (in economia, naturalmente, ma anche in una certo numero di altre discipline), che rende l’inganno più difficile. Nel passato articoli male informati grotteschi su, diciamo, il programma sanitario di Clinton potevano resistere in una posizione per anni, con soltanto una manciata di specialisti che erano consapevoli di quanto proprio ingiustamente occupassero quel posto; oggi la nudità dell’impero dei commentatori è tutta sul web, nel giro di giorni di non di ore.
E se questo porta alla sensazione di essere feriti – bene, non si tratta di un gioco. Il nostro dibattito sulle strategie politiche ha effetti su decine di migliaia di persone. E non avete alcuna necessità di partecipare a questo dibattito se siete così indaffarati ad apparire intelligenti da non poter essere seccati con l’invito a studiare meglio le cose.
[1] “Counterintuitive” è una espressione di difficile se non impossibile resa in italiano. Alcuni propongono “illogico”, ma il significato è più complesso, perché allude a qualcosa che ha in sé una positività, pur sfidando i normali parametri della logica e della intuitività. Oppure anche sfidando il normale “politicamente corretto”, come in questo caso. Mi pare si potrebbe talora tradurre con “eretico”.
[2] Ovvero alla ortodossia bipartizan della austerità in formato americano. Simpson e Bowles erano i due copresidenti di una commissione per i tagli alla spesa pubblica, appoggiata infelicemente dallo stesso Obama.
maggio 20, 2013
There’s a three-cornered debate among Ryan Avent, Tyler Cowen, and Karl Smith over the extent to which a more expansionary ECB policy would help the European periphery.
I very much agree with Avent and Smith that Cowen, who worries that such a policy would largely lead to inflation in Germany rather than a boom in Portugal, is completely missing the point; that’s a feature, not a bug.
But what really puzzles me about Cowen’s exposition here is his misplaced focus on the extent to which Portugal and Germany are in direct competition with each other, or to which Germany is Portugal’s main export market. This is very nearly irrelevant — because the point is that Germany and Portugal, for better or (mainly) worse, now share a currency, and what happens in Germany very much affects the value of that currency relative to other currencies.
Cowen writes that rising wages in Germany
solves (at best) only one of the core problems of the eurozone, namely incorrect relative prices between Portugal and Germany. It helps less with the “Portuguese nominal wages are too high” problem …
OK, stop right there. When you say “Portuguese nominal wages are too high”, you have to explain, too high relative to what? As Rudi Dornbusch always used to say, it takes two nominals to make a real.
And the answer, clearly, is “too high relative to German wages”. What else could it be?
But, you say, Portugal doesn’t compete that much with Germany. Ahem. Suppose that I could wave a magic wand (or play a few notes on a a Magic Flute) and suddenly increase all German wages by 20 percent. What do you think would happen to the value of the euro against the dollar and other currencies? It would drop a lot, yes? And Portuguese exports would become a lot more competitive everywhere, including non-German and indeed non-Euro destinations.
I guess I thought this was obvious. Apparently not.
Again, as Ryan says, the crucial difference between German/ Portuguese economic relations and, say, US/ El Salvador (whoops: some central American countries have dollarized. But that was their choice, not part of a grand project like the euro) relations is that Germany and Portugal share a currency. This creates obligations for Germany, whether it likes them or not.
Competizione tra i salari tedeschi e portoghesi (un po’ per esperti)
C’è un dibattito con tre posizioni tra Ryan Avent, Tyler Cowen e Karl Smith sulla misura in cui una politica più espansiva da parte della BCE aiuterebbe la periferia europea.
Io sono molto d’accordo con Avent e Smith che sul fatto che Cowen, che teme che una politica del genere porterebbe alla inflazione in Germania piuttosto che ad un boom in Portogallo, stia completamente smarrendo il problema; quello è un aspetto peculiare, non un difetto [1].
Ma quello che realmente mi sconcerta della esposizione di Cowen è il suo fuorviante soffermarsi sulla dimensione nella quale la Germania ed il Portogallo sono in diretta competizione l’uno con l’altro, oppure nella quale la Germania è il principale mercato di esportazione del Portogallo. Questo è davvero quasi irrilevante – perché il punto è che la Germania ed il Portogallo, nel bene o (soprattutto) nel male – ora hanno una stessa valuta, e quello che accade in Germania influenza moltissimo il valore di quella valuta in rapporto alle altre.
Cowen scrive a proposito dell’aumento dei salari in Germania:
“risolve (nel migliore dei casi) solo uno dei problemi principali dell’eurozona, gli scorretti prezzi relativi [2] tra Portogallo e Germania. Aiuta di meno sul problema dei “salari nominali portoghesi (che sono) troppo alti” …
Bene, fermiamoci lì. Quando si dice “i salari nominali portoghesi sono troppo alti”, si deve spiegare: troppo alti rispetto a cosa? Come Rudi Dornbusch era solito dire, occorrono due valori nominali per farne uno reale. [3]
E la risposta, chiaramente, è “troppo alti in relazione ai salari tedeschi”. Quale altra potrebbe essere?
Ma, si dice, il Portogallo non è in grande competizione con la Germania. Un momento! Supponiamo che io abbia una bacchetta magica (o che suoni poche note su un Flauto Magico) ed i salari tedeschi all’improvviso aumentino del 20 per cento. Cosa pensate accadrebbe del valore dell’euro al confronto del dollaro e delle altre valute? Cadrebbe un bel po’, no? E le esportazioni portoghesi diventerebbero un po’ più competitive dappertutto, incluse le destinazioni non-tedesche e certamente non della zona euro.
E’ possibile che pensassi che questo fosse evidente. Sembra che non lo fosse.
Ancora, come dice Ryan, la differenza cruciale tra le relazioni economiche tra Germania e Portogallo e, diciamo, le relazioni tra Usa ed El Salvador (ooops: alcuni paesi dell’Europa Centrale sono collegati al dollaro. Ma si è trattato di una loro scelta, non di una grande progetto come l’euro) è che la Germania e il Portogallo hanno una stessa valuta. Questo ha creato obblighi per la Germania, che piaccia o meno.
[1] Credo che il senso, coerentemente con una posizione assunta varie volte da Krugman, sia che una inflazione più elevata in Germania sarebbe oggi fortemente desiderabile, perché consentirebbe un recupero di competitività nei paesi della periferia europea non raggiungibile con i metodi della ‘svalutazione interna’, se non con molta maggiore difficoltà, tempo e sofferenze sociali.
[2] Il ‘relative price’ è il prezzo di una merce nei termini di un’altra merce, ovvero il rapporto di due prezzi. Esso può essere espresso nei termini di un rapporto tra due prezzi qualsiasi, oppure nei termini di un rapporto tra il prezzo di una particolare merce e la media ponderata di tutte le altre merci disponibili sul mercato.
[3] Rudiger “Rudi” Dornbusch (Krefeld, 8 giugno 1942 – Washington, 25 luglio 2002) è stato un economista tedesco.
Ha studiato all’Università di Ginevra ed ha conseguito nel 1971 il Ph.D. presso l’Università di Chicago. Robert Mundell, premio Nobel dell’economia nel 1999, scoprì le sue grandi doti durante una visita all’Università di Ginevra e lo portò con sé all’Università di Chicago. Ha insegnato tra le altre nelle Università di Chicago, di Rochester, di Londra (London School of Economics) prima di approdare al Massachusetts Institute of Technology di Boston. Al Mit è stato per 27 anni. Il suo testo universitario sulla macroeconomia scritto a quattro mani con Stanley Fischer è un manuale per i corsi di base di economia che negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso è stato il più diffuso a livello mondiale.
maggio 19, 2013
Matt O’Brien is probably right to suggest that Michael Kinsley’s problems — and those of quite a few other people, some of whom have real influence on policy — is that they’re still living in the 1970s. I do, however, resent that thing about 60-year-old men …
But it’s actually even worse than Matt says. For the 1970s such people remember as a cautionary tale bears little resemblance to the 1970s that actually happened.
In elite mythology, the origins of the crisis of the 70s, like the supposed origins of our current crisis, lay in excess: too much debt, too much coddling of those slovenly proles via a strong welfare state. The suffering of 1979-82 was necessary payback.
None of that is remotely true.
There was no deficit problem: government debt was low and stable or falling as a share of GDP during the 70s. Rising welfare rolls may have been a big political problem, but a runaway welfare state more broadly just wasn’t an issue — hey, these days right-wingers complaining about a nation of takers tend to use the low-dependency 70s as a baseline.
What we did have was a wage-price spiral: workers demanding large wage increases (those were the days when workers actually could make demands) because they expected lots of inflation, firms raising prices because of rising costs, all exacerbated by big oil shocks. It was mainly a case of self-fulfilling expectations, and the problem was to break the cycle.
So why did we need a terrible recession? Not to pay for our past sins, but simply as a way to cool the action. Someone — I’m pretty sure it was Martin Baily — described the inflation problem as being like what happens when everyone at a football game stands up to see the action better, and the result is that everyone is uncomfortable but nobody actually gets a better view. And the recession was, in effect, stopping the game until everyone was seated again.
The difference, of course, was that this timeout destroyed millions of jobs and wasted trillions of dollars.
Was there a better way? Ideally, we should have been able to get all the relevant parties in a room and say, look, this inflation has to stop; you workers, reduce your wage demands, you businesses, cancel your price increases, and for our part, we agree to stop printing money so the whole thing is over. That way, you’d get price stability without the recession. And in some small, cohesive countries that is more or less what happened. (Check out the Israeli stabilization of 1985).
But America wasn’t like that, and the decision was made to do it the hard, brutal way. This was not a policy triumph! It was, in a way, a confession of despair.
It worked on the inflation front, although some of the other myths about all that are just as false as the myths about the 1970s. No, America didn’t return to vigorous productivity growth — that didn’t happen until the mid-1990s. 60-year-old men should remember that a decade after the Volcker disinflation we were still very much in a national funk; remember the old joke that the Cold War was over, and Japan won?
So it would be bad enough if we were basing policy today on lessons from the 70s. It’s even worse that we’re basing policy today on a mythical 70s that never was.
I mitici anni ‘70
Matt O’Brien ha probabilmente ragione a suggerire che i problemi di Michael Kinsley – e quelli di poche altre persone, alcune delle quali hanno una influenza reale nella politica – è che essi sono ancora quelli che esistevano negli anni ’70. Tuttavia, io proprio non sopporto queste storie sui sessantenni ….
Ma, in effetti, è persino peggio di quello che dice Matt. Perché gli anni ’70 che queste persone ricordano come una storia ammonitrice hanno poca somiglianza con quello che accadde davvero negli anni ’70.
Nella mitologia delle classi dirigenti, le origini della crisi degli anni ’70, come le supposte origini della crisi attuale, stavano negli eccessi: troppo debito, troppo coccolamento dei quegli operai trasandati attraverso lo stato assistenziale. La sofferenza degli anni 1979-1982 fu una restituzione obbligata.
Niente di questo corrisponde lontanamente al vero.
Non c’era un problema di deficit: il debito dello Stato, durante gli anni ’70, era basso e stabile se non in calo come percentuale del PIL. I crescenti sussidi dello stato assistenziale possono essere stati un grande problema politico, ma uno stato assistenziale fuori controllo in senso lato non era proprio un tema all’ordine del giorno – badate, ai giorni nostri i conservatori che si lamentano sulla nazione di assistiti sono propensi ad utilizzare gli anni settanta come punto di riferimento indicativo di una bassa dipendenza.
Quello che avevamo era una spirale prezzi-salari: i lavoratori chiedevano aumenti salariali (quelli erano tempi nei quali i lavoratori potevano effettivamente fare richieste) perché si aspettavano molta inflazione, le imprese aumentavano i prezzi a causa degli incrementi nei costi, tutti erano esacerbati dai grandi shocks petroliferi. Era fondamentalmente un caso di aspettative che si autoalimentavano, ed il problema era interrompere il circolo.
Perché, dunque, avemmo bisogno di una terribile recessione? Non fu il prezzo di peccati passati, ma semplicemente un modo per raffreddare l’iniziativa. Qualcuno – sono quasi sicuro che fosse Martin Baily [1] – descrisse il problema dell’inflazione in modo simile a quello che avviene quando in una partita di pallone tutti si alzano per vedere meglio l’azione, ed il risultato è che tutti hanno un disagio mentre nessuno ottiene una visibilità migliore. E la recessione, in sostanza, fu come interrompere la partita finché tutti non si sedettero nuovamente.
La differenza, naturalmente, fu che questa sospensione distrusse milioni di posti di lavoro e sprecò migliaia di miliardi di dollari.
C’era un modo migliore? In teoria, avremmo dovuto essere capaci di mettere tutti i protagonisti importanti in una stanza e di dire: guardate, questa inflazione deve finire; voi lavoratori riducete le vostre richieste salariali, voi imprenditori cancellate i vostri aumenti dei prezzi, e da parte nostra ci mettiamo d’accordo nel fermare la creazione di nuova moneta finché tutta la faccenda non è passata. In quel modo, si sarebbe ottenuta la stabilità dei prezzi senza recessione. Ed è più o meno quello che accadde in qualche piccola e coesa nazione (si veda la stabilizzazione in Israele nel 1985).
Ma l’America non era fatta in quel modo e fu presa la decisione di ottenerlo in modo duro, brutale. Non fu un trionfo della politica! Fu, in un certo senso, una confessione di impotenza.
Funzionò sul fronte dell’inflazione, sebbene alcuni dei miti al proposito sono semplicemente falsi come i miti degli anni ’70. No, l’America non tornò ad una vigorosa crescita della produttività – quello non accadde fino alla metà degli anni ’90. Le persone che sono sulla sessantina dovrebbero ricordare che dopo la disinflazione di Volcker [2]eravamo ancora molto in depressione; vi ricordate la vecchia battuta secondo la quale la Guerra Fredda era finita, ed aveva vinto il Giappone?
Sarebbe dunque piuttosto negativo se basassimo la politica odierna sulle lezioni degli anni ’70. Ed ancora peggio se basassimo la politica di oggi su mitici anni ’70 che non sono mai esistiti.
[1] Probabilmente si tratta di Martin Neil Bailey, economista presso la Brookings Institution che fu anche Presidente dal 1999 al 2001 del Collegio dei Consulenti economici di Bill Clinton.
[2] Paul Adolph Volcker (5 settembre 1927) è un economista statunitense. Era il presidente della Federal Reserve sotto i presidenti Jimmy Carter e Ronald Reagan (dall’agosto 1979 all’agosto 1987). È stato Presidente del gruppo nordamericano della Commissione Trilaterale dal 1991 al 2001.
maggio 18, 2013
Matthew Yglesias piles on Michael Kinsley too, and makes a point I’ve also tried to make in the past: if the real problem is that we overspent and lived beyond our means, we should be working harder, not throwing millions of people into unemployment. Yglesias makes his point with the case of Iceland, which has indeed restored relatively full employment while continuing to suffer somewhat reduced real income.
But there’s an even better example from the historical record: Britain after World War II.
In fact, when people used to refer to Austerity Britain, they were referring to the half-dozen years after the war when Britain had very high public debt, much reduced overseas assets, and in general found its economic situation much straitened.
So what was the British economy like? Well, there was rationing, which people hated. There were exchange controls. There was financial repression. All very terrible things, unacceptable by modern standards, right? But there was full employment! Here’s a chart from here, mysteriously missing the year labels, but you can see the war clearly:
And here’s UK public debt as a percentage of GDP over the same period:
So, our grandfathers (or strictly speaking the grandfathers of the Brits — we never had austerity of any kind) — responded to high levels of debt with an economy in which life was pretty hard for investors, luxuries were hard to come by even for the middle class, and everyone worked hard — but, you know, everyone had a job. We’ve responded to much lower levels of debt by ensuring that the economy functions far below potential, millions of people who want to work can’t find jobs, and many people see all their hopes for the future slipping away.
Progress!
L’austerità dei tempi andati
Anche Matthew Yglesias si aggiunge alla discussione con Michael Kinsley e avanza un argomento che anch’io avevo cercato di porre nel passato: se il problema reale è che abbiamo avuto un eccesso di spesa e vissuto oltre i nostri mezzi, dovremmo star lavorando più duramente, e non gettare milioni di persone nella disoccupazione. Yglesias pone questa questione facendo l’esempio dell’Islanda, che in effetti ha relativamente ripristinato la piena occupazione mentre continua a soffrire qualcosa come riduzione del reddito reale.
Ma c’è anche un altro esempio dalla serie storica: l’Inghilterra dopo la II Guerra Mondiale.
Di fatto, quando le persone si riferivano di solito alla ‘austerità inglese’, intendevano quella dozzina di anni dopo la guerra quando gli inglesi avevano un debito pubblico molto elevato, assets all’estero molto ridotti e in generale si ritrovarono in una situazione economica con molte ristrettezze.
A cosa assomigliava, dunque, l’economia britannica? Bene, c’era il razionamento, che la gente odiava. C’erano i controlli sugli scambi [1]. C’era l’inibizione finanziaria [2]. Tutte cose tremende, inaccettabili secondo gli standards attuali, non è così? Ma c’era la piena occupazione! Ecco un diagramma [3], nel quale si sono misteriosamente perduti i riferimenti agli anni, ma nel quale si può bene distinguere il periodo della Guerra:
Ed ecco il debito pubblico inglese nello stesso periodo:
Dunque, i nostri nonni (o strettamente parlando i nonni degli inglesi – noi non avemmo austerità di alcun genere) risposero agli altri livelli del debito con un’economia nella quale la vita era piuttosto dura per gli investitori, i lussi arrivavano con difficoltà anche per la classe media, e tutti lavoravano duramente – ma, considerate che ognuno aveva un lavoro. Noi abbiamo risposto a livelli del debito molto più bassi facendo in modo che l’economia funzioni molto al di sotto del suo potenziale, che milioni di persone che vogliono lavorare non possano trovare lavoro, e molte persone vedono le loro speranze sul futuro spegnersi.
Il progresso !
[1] Gli ‘exchange controls” sono una serie di misure imposte da un Governo sulla vendita/acquisto di valute straniere da parte dei residenti oppure sulla vendita/acquisto di valuta nazionale da parte dei non residenti.
[2] Per “financial repression” vedi le note finali sulla traduzione.
[3] Tratto da un saggio di Timothy J. Hatton e George R. Boyer del 2005.
maggio 17, 2013
The FT has an interesting article on problems with Irish GNP (not GDP) accounting; essentially, measured Irish income is being inflated by foreign companies with no real activity there that nonetheless find ways to make profits materialize in a low-tax jurisdiction. We sort of knew this was happening — that, for example, a lot of the apparent rise in productivity was just a shift to pharma companies that produce a lot of reported value-added but add little to the Irish economy. But the new ESRI report suggests that the problem is bigger than realized.
However, this passage got me:
The ESRI research raises question marks over the strength of Ireland’s recovery, which has surprised many foreign observers in light of the severe economic crisis the country experienced in 2008.
Who are these surprised foreign observers? My impression is that Ireland has been proclaimed a success story again, and again, and again, only to have the narrative slink away in the face of disappointing experience. And if we look at jobs, which is not subject to these accounting issues, here’s what the “strength of Ireland’s recovery” looks like:
A few more such strong recoveries and there will be no jobs left at all.
La forza bruta
Il Financial Times ha un interessante articolo sui problemi con la contabilità del Prodotto Nazionale Lordo (non il Prodotto Interno Lordo) [1] dell’Irlanda; in sostanza, nel caso dell’Irlanda, il reddito ottenuto viene inflazionato dalle imprese straniere che non hanno lì una reale attività ma nondimeno cercano i modi per spremere profitti in una giurisdizione con basse tasse. Avevamo presagito cosa stava accadendo – che, ad esempio, la crescita apparente della produttività fosse solo uno spostamento dovuto alle imprese farmaceutiche che producono molto del valore aggiunto risultante ma contribuiscono poco all’economia dell’Irlanda. Ma il nuovo rapporto dell’ESRI [2] indica che il problema è più grande di quanto si fosse compreso.
Tuttavia, mi ha compito questo passaggio:
“La ricerca dell’ESRI solleva punti interrogativi sulla forza della ripresa irlandese, che ha sorpreso molti osservatori straniere alla luce della grave crisi economica che il paese aveva sperimentato nel 2008.”
Chi sono questi sorpresi osservatori stranieri? La mia impressione è che l’Irlanda sia stata dichiarata una storia di successo più e più volte, solo come un racconto che consentisse di sgattaiolare di fronte ad una esperienza deludente. E se si guarda ai posti di lavoro, che non sono un tema soggetto a questi aspetti di contabilità, ecco a cosa assomiglia la “forza della ripresa irlandese” [3]:
Ancora un po’ di forti riprese e non ci resteranno posti di lavoro.
[1] La differenza consiste nel fatto che il Prodotto Nazionale include soltanto i beni ed i servizi prodotti dalle imprese residenti, mentre il Prodotto Interno include anche le imprese straniere. L’Irlanda ha una forte presenza di industria farmaceutica straniera e Krugman ha varie volte notato che essa falsa notevolmente i dati economici reali del paese.
[2] Istituto di ricerche economiche e sociali, con sede a Dublino.
[3] Il diagramma è relativo al tasso di disoccupazione, che, come si vede, è passato dal 4 al 14/15 per cento, dove più o meno si trova ancora nel 2013.
maggio 17, 2013
I picked a good week to be away — and I am still away, mostly, although playing a bit of hooky on the notebook right now. For it has been the week of OBAMA SCANDALS, nonstop.
Except it seems that there weren’t actually any scandals, just the usual confusion and low-level mistakes that happen all the time, in any administration.
Does the evaporation of the scandals matter? I don’t know. Unfortunately, I remember the early Clinton years, when ridiculous stuff — restructuring at the White House travel office, for God’s sake, and a money-losing land deal — led to years of front-page headlines, endless investigations,and nothing at all in the form of proven Clinton wrongdoing. If the press decide that scandals are going to be the topic, the absence of actual scandals may not matter.
Oh, and the ongoing disaster of economic policy? Boooring.
Quello spettacolo degli anni ‘90
Ho scelto una bella settimana per andarmene – e sono ancora fuori, sebbene in questo momento per lo più marinando la scuola sul registro. Perché questa è stata la settimana degli SCANDALI DI OBAMA, a non finire.
Con tutto questo, sembra che non ci sia stato in effetti alcuno scandalo, solo la solita confusione e gli errori al basso livello degli apparati, che accadono sempre in ogni amministrazione.
Ha qualche importanza questa cortina fumogena degli scandali? Non lo so. Sfortunatamente, mi ricordo i primi anni di Clinton, quando cose ridicole – la ristrutturazione dell’ufficio viaggi della Casa Bianca, per amor di Dio [1], e un affare in perdita su un terreno – portarono ad anni di titoli sui giornali, inchieste infinite, ed assolutamente niente nel senso di accertate malefatte di Clinton. Se la stampa decide che gli scandali sono destinati ad essere la cosa più importante, la assenza di scandali effettivi può non avere importanza.
Ed il perdurante disastro della politica economica? Quella è roba noiosa.
[1] Ovvero, cosa davvero insignificante. “For God’s sake” è anche traducibile con un “porca miseria!”.
maggio 17, 2013
Antonio Fatas is annoyed at Gillian Tett, who talks to the I-see-bubbles crowd and assumes that they have The Truth — namely, that those crazy central banks are flooding the world with liquidity, driving asset prices to crazy levels, and it will all end in terrible grief. Pretty much the same discussion we’ve been having about the armageddon hedgies.
As Fatas says, it’s hard to see what exactly in the data supports this view. Short-term interest rates are near zero because the economy is so depressed, and will stay that way for a long time. Long-term rates are low because people, rightly, expect short-term rates to stay low for a long time. What about stocks? Here’s profits versus the S&P 500:
Does this shout “bubble” to you?
Now, there are some real puzzles here. Why have profits been so strong in a weak economy? Why, with profits so high, don’t businesses find reason to invest more (equipment investment is actually fairly strong, but construction remains weak). (For the seriously wonkish, why do average and marginal q seem to be so different?)
But these seem to be real-side puzzles, not monetary/financial puzzles. I don’t see anything in the data that has the “signature” of what you’d expect if the big problem was that Ben Bernanke is flooding the market with artificial liquidity that has nowhere to go.
Il troppo parlare di liquidità
Antonio Fatas è infastidito da Gillian Tett, che parla al popolo di quelli che vedono bolle dappertutto come se possedessero La Verità – in particolare, che quelle pazzesche banche centrali stanno inondando il mondo di liquidità, spingendo i prezzi degli assets a livelli folli, e che finirà tutto in un casino terribile. Più o meno la stessa discussione che stiamo avendo a proposito dello scontro finale di quelli degli hedge funds.
Come dice Fatas, è difficile capire cosa esattamente nei dati supporti questo punto di vista. I tassi di interesse a breve termine sono prossimi a zero perché l’economia è tanto depressa, e resteranno in quel modo per un lungo tempo. I tassi a lungo termine sono bassi perché la gente, giustamente, si aspetta che i tassi a breve restino bassi a lungo. E che dire delle azioni? Ecco l’andamento dei profitti a confronto con l’indice dei prezzi delle azioni:
Vi parla di qualche bolla, tutto questo?
Ora, in questo caso ci sono alcuni effettivi misteri. Perché abbiamo profitti così forti in un’economia debole? Perché, con profitti così elevati, le imprese non trovano motivo di investire maggiormente (in effetti l’investimento in attrezzature è piuttosto forte, ma le costruzioni restano deboli). (Per coloro che sono seriamente esperti, perché il “q” mediano e quello marginale [1] sembrano essere così diversi?)
Ma questi sembrano enigmi sul versante della realtà, non enigmi monterai-finanziari. Io non vedo niente nei dati che abbia il “marchio” di quello che vi aspettereste se il grande problema fosse che Ben Bernanke sta inondando il mercato di liquidità artificiale inutilizzabile altrimenti.
[1] Forse si tratta della “q” di Tobin. Nel 1969 Tobin la definiva il questo modo: “Uno, il numeratore, è la valutazione del mercato: il prezzo in essere sul mercato per lo scambio di assets esistenti. L’altro, il denominatore, è il rimpiazzo del costo di riproduzione: il prezzo nel mercato per merci prodotte in modo nuovo. Noi crediamo che questo rapporto abbia una notevole utilità e significato macroeconomico, come nesso tra i mercati finanziari ed i mercati di beni e servizi.” La “q” dunque è il rapporto tra il valore di mercato ed il valore sostitutivo del medesimo asset materiale. In questo caso, però, non mi è affatto chiaro in che senso vi sarebbero due “q”, una mediana ed una marginale.
Oppure più semplicemente sta per quintile, ovvero distingue un segmento di valori medi dal segmento finale di valori marginali?