Blog di Krugman

L’economia di Neville (12 maggio 2013)

 

Nevillenomics

 

Nicholas Crafts has a really interesting piece about UK economic policy in the 1930s. The gist is that monetary policy drove recovery through the expectations channel; the Bank of England managed to credibly promise to be irresponsible, that is, to generate inflation.

 

But how did they do that? Crafts argues that it was two things: the BoE was not independent, it was just an arm of the Treasury, and the Treasury had a known need to generate some inflation to bring down high debt levels.

 

This is very closely related to Gauti Eggertsson’s analysis of Japanese policy (pdf) over the same period: there too the lack of central bank independence combined with a fiscal imperative made it possible to change monetary expectations in an unorthodox way, which was exactly what was needed (although they should have skipped the invading Manchuria part).

All of this reinforces the important point that, as I put it early in this crisis, we’ve entered a looking-glass world in which virtue is vice and prudence is folly, and in which doing the responsible thing is a recipe for economic failure.

 

And it also bodes surprisingly well for Abenomics, which might work in part precisely because of what everyone imagines to be Japan’s biggest problem, its huge public debt.

Half Column

 

L’economia di Neville [1]

 

Nicholas Crafts ha un pezzo realmente interessante sulla politica economica in Inghilterra negli anni Trenta.  Il concetto è che la politica monetaria guidò la ripresa tramite il canale delle aspettative; la Banca di Inghilterra operò in modo da promettere di essere irresponsabile [2], ovvero di generare inflazione.

Ma come fecero? Crafts sostiene che avvenne in due modi: la Banca di Inghilterra non era indipendente, era solo un braccio del Tesoro, ed il Tesoro aveva una necessità conosciuta di dar vita ad una qualche inflazione per abbassare gli alti livelli del debito.

Questo è strettamente connesso con la analisi della politica giapponese di Gauti Eggertsson [3](disponibile in pdf) nello stesso periodo: in quel caso un difetto troppo grande di indipendenza della banca centrale combinato con un imperativo di finanza pubblica rese possibile modificare le aspettative monetarie in modo non ortodosso, la qualcosa era esattamente quello di cui c’era bisogno (sebbene avrebbero dovuto evitare l’aspetto della invasione della Manciuria [4]).

Tutto questo rafforza l’importante argomento secondo il quale, come sostenni dall’inizio della crisi, siamo entrati in un mondo allo specchio, nel quale la virtù è vizio e la prudenza è follia, e nel quale comportarsi in modo responsabile è una ricetta per il fallimento economico.

Inoltre tutto ciò è un presagio sorprendentemente buono per la politica economica di Abe, la quale dovrebbe in parte funzionare precisamente in conseguenza di quello che ognuno immagina essere il più grande problema del Giappone, il suo ampio debito pubblico.



[1] Arthur Neville Chamberlain (Edgbaston, 18 marzo 1869Highfield Park, 9 novembre 1940) è stato un politico inglese membro del Partito Conservatore nonché Primo Ministro del Regno Unito dal 28 maggio 1937 al 10 maggio 1940. Chamberlain iniziò la sua carriera politica solamente nel 1911, come membro del consiglio comunale di Birmingham, carica che mantenne fino al 1918. Durante questo periodo servì anche come sindaco della città (19151916). In seguito fu eletto deputato fra le file del Partito Conservatore nel 1918. Più volte ministro (delle poste, della sanità), fu anche Cancelliere dello Scacchiere e nel maggio 1937 successe infine a Stanley Baldwin alla testa del partito e del governo britannico.

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[2] E’ un concetto, questo della promessa da parte di una Banca Centrale di “essere irresponsabile”, che Krugman ha analizzato e spiegato varie volte (di recente a proposito delle nuove politiche del Giappone). Può essere così sintetizzato: in presenza di una trappola di liquidità, nella situazione di tassi di interesse prossimi allo zero, la politica monetaria non è sufficiente a determinare condizioni per una ripresa, e diventa indispensabile l’intervento di una politica di espansione della domanda attraverso la spesa pubblica. Ciononostante, entro chiari limiti, anche una politica monetaria può avere una sua efficacia, alla condizione che la Banca Centrale mandi segnali ben percepibili sulla sua volontà a favorire una moderata inflazione anche dopo i primi cenni di ripresa. Il quale comportamento, a condizioni normali, verrebbe considerato ‘non responsabile’; dunque la Banca Centrale deve riuscire a promettere credibilmente di ‘essere irresponsabile’.

[3] Gauti Eggertsson è un  economista che opera dal 2004 presso la Federal Reserve Bank di New York. Ricercatore macroeconomico ed esperto di politiche monetarie, ha in passato collaborato alla scrittura di alcuni saggi con lo stesso Paul Krugman.

[4] L’invasione giapponese della Manciuria fu un’invasione terrestre della regione cinese della Manciuria, da parte delle unità cantonesi dell’Esercito imperiale giapponese. L’attacco cominciò il 19 settembre 1931, portando in pochi giorni all’occupazione dell’intera regione. La crisi sino-giapponese si arrestò ufficialmente il 27 febbraio 1932, quando i giapponesi instaurarono il governo fantoccio del Manciukuò e firmarono una tregua con il governo cinese, destinata a non durare a lungo. Durante l’invasione non vi furono scontri rilevanti tra i due eserciti. Nell’immagine, truppe giapponesi entrano a Mukden.

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La follia dell’inflazione (11 maggio 2013)

maggio 11, 2013

 

Inflation Madness

 

One thing I gather from various economic discussions as well as some of the trolls on this blog is that there’s a widespread view that the kind of monetary policy I advocate — which includes a higher inflation target — isn’t just wrong; it’s madness. It is, I am told in no uncertain terms, proof that I am no longer a real economist, if I ever was.

So I guess it’s worth pointing out the long list of respectable economists with similar views. The point is not to argue from authority — it is, instead, to knock down the other side’s attempt to argue from authority, on the grounds that “nobody” believes that this is a good or even legitimate idea.

So, a brief list of well-known economists who have been pro-inflation under circumstances like those we face today:

Greg Mankiw and Ken Rogoff.

Olivier Blanchard, the chief economist of the IMF.

Mike Woodford, arguably our leading macroeconomic theorist.

Lars Svensson, the deputy governor of the Riksbank, although on his way out because his colleagues disagree.

Ben Bernanke, back when he was lecturing the Japanese.

If you think this is a terrible idea, that’s your right. But if you imagine that it’s outlandish and somehow uneconomistic, you’re just ignorant.

 

La follia dell’inflazione

 

Una cosa che metto assieme da vari dibattiti economici  come da alcune provocazioni su questo blog è che c’è un’ampia opinione secondo la quale il genere di politica monetaria che io sostengo – che include un obbiettivo di inflazione più elevato – non è solo sbagliata; è folle. Costituisce la prova, mi è stato detto con espressioni chiare, che io non sono più un vero economista, se mai lo sono stato.

Penso dunque valga la pena di estrapolare la lunga lista di rispettabili economisti con punti di vista simili. Il punto non è farsi forti dell’autorità – è, piuttosto, abbattere il tentativo dell’altro versante di farsi forte dell’autorità, sulla premessa che “nessuno” creda che questa sia un’idea buona o addirittura legittima.

Dunque, una breve lista di ben noti economisti che si sono espressi a favore dell’inflazione in circostanze simili a quelle che affrontiamo oggi:

Greg Mankiw e Ken Rogoff.

Olivier Blanchard, principale economista del FMI.

Mike Woodford, probabilmente il nostro migliore teorico macroeconomico.

Lars Svensson,   Vicegovernatore della Riksbank, sebbene a suo modo fuori, giacché i suoi colleghi non sono d’accordo con lui.

Ben Bernanke, quando in passato faceva la ramanzina ai giapponesi.

Se pensate che sia un’idea terribile, quello è un vostro diritto. Ma se vi immaginate che ciò sia stravagante e in qualche modo antieconomico, siete solo ignoranti.

Arpionare Ben Bernanke (11 maggio 2013)

maggio 11, 2013

 

Harpooning Ben Bernanke

 

Brad DeLong has the best piece I’ve seen on Bernanke rage among the hedge funders. His point is that the hedgies keep thinking of the Fed as if it were a rogue trader driving prices away from their natural value, like JP Morgan’s London Whale, rather than as a central bank trying to achieve full employment and target inflation. Hence their rage at the failure of bond prices to collapse the way they “should”.

 

I’d riff on this a bit further. I suspect that the hedge fund guys are relying a lot on historical correlations that worked pretty well for decades: mean reversion of yields, correlations with deficits, etc., most of it pretty much model-free. The trouble is that a once-in-three-generations deleveraging shock makes such correlations useless. Cross-national analogies — i.e., Japan — would have been better, but don’t seem to have been applied.

What you should be doing is macro analysis, using something like IS-LM — something like what I did here, almost three years ago. (The forecasts have gotten worse since, so the implied long-term rate would be even lower).

But instead of saying that maybe this macro IS-LM stuff has a point, they’re raging against the man with the beard.

 

Arpionare Ben Bernanke

 

Brad DeLong ha il più bel pezzo che abbia letto a proposito della rabbia verso Ben Bernanke tra gli individui degli hedge funds. Il suo punto di vista è che gli hedgies continuano a pensare la Fed come se fosse uno speculatore ribaldo che allontana i prezzi dal loro valore naturale, alla stregua di un JP Morgan London Whale [1], piuttosto che una Banca Centrale che cerca di realizzare la piena occupazione e l’obbiettivo di inflazione. Di qua la loro rabbia per il mancato collasso dei prezzi dei bonds nel modo in cui “vorrebbero”.

Vorrei ragionare su questo successivamente. Ho il sospetto che gli individui degli hedge funds si basino molto su correlazioni storiche che hanno funzionato abbastanza bene per decenni: modesto ritorno dei rendimenti, correlazioni con i deficit etc., e gran parte di questo in buona misura a prescindere da modelli. Il guaio è che una volta ogni tre generazioni gli shocks da riduzione del debito rendono inutili quelle correlazioni. Analogie con altre nazioni – ad esempio con il Giappone – sarebbero state più adatte, ma non pare che siano state applicate.

Quello che si dovrebbe fare è una analisi macro, utilizzando qualcosa del genere del modello IS-LM – qualcosa come quello che io feci in questa connessione [2], quasi tre anni fa (da allora, le previsioni sono diventate ancora peggiori, cosicché il tasso di interesse a lungo termine conseguente dovrebbe essere persino più basso).

Ma invece di dire che forse questa roba macro del modello IS-LM ha una ragione, si arrabbiano contro l’uomo con la barba.

 

 

 



[1] “London Whale” (”La Balena di Londra”), al secolo Bruno Michel Iksil, è un operatore di borsa che operava presso l’ufficio londinese di JP Morgan Chase. Assieme ad altri fu ritenuto responsabile delle perdite di 6,2 miliardi di dollari. Il nomignolo di “Balena di Londra” gli venne affibbiato per le dimensioni delle sue attività speculative; assieme a quello di “Voldemort”, per il suo supposto potere su Wall Street. Eccolo, nel corso di un processo:

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[2] Il rimando è ad un post del 22 agosto 2010 dal titolo “La regola di Taylor e la ‘bolla’ dei bonds”. Per chi fosse interessato, pubblichiamo di seguito la traduzione di quel testo.

 

La regola di Taylor e la “bolla” dei bonds (per esperti) (22 Agosto 2010, in connessione al post precedente)

maggio 11, 2013

 

August 22, 2010, 5:02 pm

The Taylor Rule And The “Bond Bubble” (Wonkish)

Here’s a thought for all those insisting that there’s a bond bubble: how unreasonable are current long-term interest rates given current macroeconomic forecasts? I mean, at this point almost everyone expects unemployment to stay high for years to come, and there’s every reason to expect low or even negative inflation for a long time too. Shouldn’t that imply that the Fed will keep short-term rates near zero for a long time? And shouldn’t that, in turn, mean that a low long-term rate is justified too?

 

So I decided to do a little exercise: what 10-year interest rate would make sense given the CBO projection of unemployment and inflation over the next decade? (CBO also makes interest rate projections — but you’ll see in a minute why I want to roll my own.) What we need, first of all, is a Taylor rule. I decided to use the simplified Mankiw rule, which puts the same coefficient on core CPI inflation and unemployment. That is, it says that the Fed funds rate is a linear function of core CPI inflation minus the unemployment rate. Here’s what a scatterplot for 1988-2008 looks like:

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Right now, the Mankiw indicator is -8.5 — core inflation at about 1, unemployment at 9.5. As you can see, that implies a majorly negative interest rate; what we actually get is zero.

 

Now, take the CBO projection, which calls for unemployment to fall very slowly, and core inflation to stay low for quite a while too. Here’s what it implies for the Fed funds rate, taking the zero lower bound into account:

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That’s right: four years of near-zero short-term interest rates. Does a 10-year rate of 2.6 percent still sound so unreasonable? And bear in mind that I’m not using some doomsayer’s forecast; I’m using the staid folks at the CBO.

And just for the heck of it, I asked what interest rate on a 10-year security would yield the same present value as investing in short-term debt at the predicted rates, and rolling it over each year. (Actually, I cheated slightly, because I was getting tired; I considered a bond in which there are no payments along the way, just repayment of accumulated interest and principal in year 10; but I’m pretty sure it doesn’t make much difference).

And the implied interest rate was … 2.6 percent.

Here’s what I think is going on: aside from the obviously intense desire of some of the bond bubble folks to see a fiscal crisis — they’ve been planning for it, and they’re not going to take no for an answer — my sense is that a lot of people just can’t bring themselves to face the reality that we’re likely to be in a zero-interest world for a long time. They just keep assuming that the Fed is going to raise rates soon, even though there is absolutely nothing about the macro situation that would justify such a rate increase.

But once again: if you take standard economic forecasts seriously, they point to near-zero short-term rates for a very long time, which in turn justifies low longer-term rates.

Remember Japan.

 

22 agosto 2010

La regola di Taylor e la “bolla” dei bonds (per esperti)

Ecco una riflessione per tutti coloro che sostengono che c’è una bolla dei bonds: quanto sono irragionevoli i tassi di interesse a lungo termine, considerate le attuali previsioni macroeconomiche? Voglio dire: a questo punto quasi tutti si aspettano che la disoccupazione resti elevata negli anni a venire, e ci sono tutte le ragioni per aspettarsi una inflazione bassa o persino negativa per molto tempo. Questo non dovrebbe implicare che la Fed mantenga prossimi allo zero i tassi di interesse a breve per un lungo periodo? E questo non dovrebbe comportare che un basso tasso nel lungo termine sia anch’esso giustificato?

Così ho deciso di fare un piccolo esercizio: quali sarebbero i tassi di interesse decennali sensati, considerate le previsioni di disoccupazione e di inflazione del CBO [1] nel prossimo decennio? (il CBO fa anche previsioni sui tassi di interesse – ma vedrete tra poco per quale ragione voglio svolgerle per mio conto). Ciò di cui abbiamo bisogno, prima di tutto, è una regola di Taylor. Io ho deciso di usare la semplificata regola di Mankiw’ [2], che utilizza lo stesso coefficiente sull’inflazione sostanziale [3]secondo l’Indice dei Prezzi al Consumo e sulla disoccupazione. Ovvero, essa ci dice che il tasso dei finanziamenti Fed è una funzione lineare della “inflazione sostanziale” (secondo il CPI), sottratto il tasso di disoccupazione. Ecco cosa viene fuori da un grafico a dispersione [4] relativo al periodo 1988-2008:

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In questo momento, l’indicatore di Mankiw è – 8,5 – l’inflazione sostanziale è circa all’1 per cento, la disoccupazione al 9,5. Come potete notare, questo implica un tasso di interesse ancora più negativo; quello che abbiamo oggi è pari a zero.

Ora, si prenda la previsione del CBO, che ipotizza che la disoccupazione cali molto lentamente, e l’inflazione sostanziale resti bassa ancora per un certo periodo. Ecco cosa ciò implica  per il tasso dei finanziamenti della Fed, mettendo nel conto il limite inferiore di zero:

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E’ corretto: quattro anni di tassi di interesse a breve termine vicini allo zero. Vi pare ancora così irragionevole un tasso di interesse del 2,6 per cento sulle obbligazioni decennali [5]? E tenete a mente che non sto usando qualche previsione di profeti di sciagure; utilizzo i dati degli individui seriosi del CBO.

E proprio per togliermi lo sfizio, mi sono chiesto quale tasso di interesse su un titolo decennale produrrebbe lo stesso valore attuale una volta investito in obbligazioni sul debito a breve termine ai tassi previsti, e facendolo girare ogni anno (in effetti, ho un po’ imbrogliato, perché stavo diventando stanco; ho considerato un’obbligazione nella quale non ci fosse alcun rimborso durante la sua durata, solo il rimborso dell’interesse accumulato e del capitale in dieci anni; ma sono abbastanza sicuro che non faccia molta differenza).

E il tasso di interesse relativo è stato …. 2,6 per cento.

Ecco quello che io credo stia accadendo: a parte il comprensibilmente intenso desiderio di qualche individuo della bolla delle obbligazioni a vedere una crisi finanziaria – essi l’hanno messa in programma, e non sono intenzionati a rinunciarvi per una risposta – la mia sensazione è che le persone non intendono mettersi di fronte alla realtà secondo la quale probabilmente resteremo in un mondo a tassi di interesse zero per un lungo periodo. Semplicemente essi continuano a dare per scontato che la Fed sia prossima ad alzare i tassi di interesse, anche se non c’è assolutamente niente  della situazione macro che giustificherebbe una tale crescita del tasso.

 

Ma, ancora una volta: se prendete sul serio le normali previsioni economiche, esse indicano tassi a breve termine prossimi allo zero per un periodo abbastanza lungo, il che a sua volta giustifica tassi bassi nel più lungo termine.

 

Ricordatevi del Giappone.

 



[1] Il Congressional Budget Office è un Comitato (“nonpartisan”, è scritto nella sua ‘homepage’) del Congresso degli Stati Uniti, che fornisce studi, ricerche e, in particolare, simulazioni sugli effetti delle proposte legislative e programmatiche dei congressisti americani. Non è “amato” nello stesso modo da tutti, ma è abbastanza rispettato o almeno temuto da tutti.

[2] Mankiw è un economista statunitense. Ha frequentemente collaborato con amministrazioni repubblicane ed è ancora oggi noto come consulente di Romney, anche se con una certa autonomia di pensiero rispetto alle posizioni più bizzarre dei Repubblicani odierni.

[3] A proposito di “headline inflation” e di “core inflation” vedi al termine le Note sulla Traduzione.

[4] Sulle ordinate si trovano i vari dati – relativi al periodo 1988/2008 – della disoccupazione, mentre sulle ascisse si trova i dati relativi alla differenza tra tassi di disoccupazione ed inflazione sostanziale.

[5] E’ chiaro il senso: la proiezione comporta – al fine di ottenere un solo rendimento decennale del 2,6 % – una salita abbastanza vertiginosa tra il 2014 ed il 2016. Dunque, non c’è alcun pessimismo (a seconda dei punti di vista …) nel prevedere rendimenti così bassi anche sul decennio, semmai …

Elogio dello specialismo economico (11 maggio 2013)

maggio 11, 2013

 

May 11, 2013, 9:13 am

In Praise of Econowonkery

Mike Konczal has an interesting piece on the general question of whether wonk-blogging — the practice of putting up fairly analytical data-heavy posts bearing on policy issues directly on the web, rather than going through more traditional publication channels — is a good thing. He puts it in the context of liberal politics, which it mostly (though not entirely) is; but I’d like to think about it more generally as a way in which data and analysis can be brought quickly to bear on policy discussion.

 

And not to create any unnecessary suspense: I think it’s had an enormously salutary effect.

First of all, what are we talking about here? Obviously the econoblogs — Mark Thoma, Brad DeLong, Konczal himself, Marginal Revolution (although it plays a surprisingly, well, marginal role in the big controversies), Yglesias, and many more. But also some of the more institutional blogs, notably FT Alphaville and Business Insider, and columns by the likes of Martin Wolf. And as a practical matter some official institutions are effectively part of the ongoing blogospheric discussion: the IMF, both through its official blogs and, if truth be told, via its semiannual World Economic Outlook and other publications, is in effect participating in the discussion more or less on Internet time. Working papers from some of the Feds, notably New York and San Francisco, do the same.

 

The overall effect is that we’re having a conversation in which issues get hashed over with a cycle time of months or even weeks, not the years characteristic of conventional academic discourse. Is that a problem?

 

OK, first point: many people seem to have a much-idealized vision of the academic process, in which wise and careful referees peer-review papers to make sure that they are rock-solid before they go out. In reality, while many referees do their best, many others have pet peeves and ideological biases that at best greatly delay the publication of important work and at worst make it almost impossible to publish in a refereed journal. Gans and Shepherd wrote about this almost 20 years ago, and the situation has surely not improved.

I’m told by younger colleagues, in particular, that anything bearing on the business cycle that has even a vaguely Keynesian feel can be counted on to encounter a very hostile reception; this creates some big problems of relevance for proper journal publication under current circumstances.

 

A second point is that events are moving fast, and the long lead times of conventional publication essentially guarantee that it will be irrelevant to current policy issues.

Still, all of this would be cold comfort if wonkblogging was just generating noise and confusion. But from where I sit, the reality has been just the opposite.

Look at one important recent case — no, not Reinhart/Rogoff, but Alesina/Ardagna on expansionary austerity. Now, as it happens the original A/A paper was circulated through relatively “proper” channels: released as an NBER working paper, then published in a conference volume, which means that it was at least lightly refereed. Proper science!

Except that it was all wrong. And how did we find out that it was all wrong? First through critiques posted at the Roosevelt Institute, then through detailed analysis of cases by the IMF. The wonkosphere was a much better,much more reliable source of knowledge than the proper academic literature.

And I would say that in general the quality of economic discussion we’ve been having in recent years is the best I’ve ever seen. Yes, there’s junk economics out there, but when was that not true? And yes, it can be hard for lay readers — or for that matter, it seems, quite a few people with heavy economic credentials — to tell the junk from the real insights; but again, when wasn’t that true? As far as real, insightful, useful discussion of matters economic is concerned, this is actually a golden age.

Of course, these useful insights have been largely ignored by policy makers. But once again, when was that not true?

So wonk on proudly. As Martha Stewart would say, it’s a good thing.

 

Elogio dello specialismo economico

 

Mike Konczal ha un articolo sul tema generale se lo specialismo tramite i  blogs – la pratica del caricare direttamente sul web posts corredati di dati abbastanza analitici che hanno effetto sulle questioni dell’agire politico, piuttosto che attraverso i canali di pubblicazioni  più tradizionali – sia una buona cosa. Se lo chiede nel contesto delle politiche progressiste, dove in gran parte (sebbene non del tutto) è una buona cosa; ma mi piacerebbe rifletterci più in generale come un modo nel quale i dati e le analisi possono rapidamente essere portati ad esercitare un peso nel dibattito politico.

E per non creare una suspense inutile: io penso che abbiano un enorme effetto salutare.

Prima di tutto: di cosa stiamo parlando in questo caso? Chiaramente dei blogs economici – Mark Thoma, Brad DeLong, lo Konczal stesso, Marginal Revolution (sebbene questo giochi un ruolo, si, sorprendentemente marginale nelle grandi controversie), Yglesias, e molti altri. Ma anche alcuni dei blogs più istituzionali, in particolare FT Alphaville e Business Insider, ed articoli da parte di persone come Martin Wolf. E da un punto vista  pratico alcune istituzioni ufficiali sono a tutti gli effetti parte del continuo dibattito della blogosfera; il FMI, sia attraverso i blogs ufficiali che, se vogliamo dire la verità, attraverso il semestrale World Economic Outlook ed altre pubblicazioni, partecipa in effetti al dibattito più o meno con i tempi di Internet. Lo stesso fanno fogli di lavoro delle varie Fed regionali, particolarmente quelle di New York e San Francisco.

L’effetto complessivo è che stiamo avendo confronti nei quali i temi vengono sviscerati con cicli di tempo di mesi o persino di settimane, non gli anni caratteristici dei dibattiti accademici. E’ un problema?

Ebbene, il primo aspetto: molti sembrano avere una visione assai idealistica delle procedure accademiche, secondo la quale arbitri saggi e scrupolosi  visionano i lavori prima della loro uscita per esser certi del loro solido fondamento. In realtà, mentre molti supervisori fanno del loro meglio, molti altri hanno antipatie e pregiudizi ideologici che come minimo ritardano grandemente la pubblicazione di lavori importanti e nel peggiore dei casi rendono quasi impossibile pubblicarli in riviste di riferimento. Gans e Shepard scrissero venti anni orsono su questo aspetto, e la situazione non è sicuramente migliorata.

Mi è stato riferito da colleghi più giovani, in particolare, che per ogni cosa che riguardi il ciclo economico che abbia anche vagamente il sentore di keynesismo si può mettere nel conto di dover affrontare un ricevimento assai ostile; il che crea nelle circostanze attuali grandi e significativi problemi per una corretta pubblicazione su una rivista.

Un secondo aspetto è che   i fatti corrono velocemente, ed i tempi lunghi delle prime pubblicazioni convenzionali fondamentalmente garantiscono che esse saranno irrilevanti per le tematiche politiche del presente.

Ancora, tutto questo sarebbe una magra consolazione se lo specialismo sui blogs stesse davvero provocando frastuono e confusione. Ma, nella mia collocazione, ho assistito ad un realtà esattamente opposta.

Si guardi all’importante caso recente – non mi riferisco a Reinhart/Rogoff, ma ad Alesina/Ardagna sulla austerità espansiva. Ora, si dà il caso che l’originale saggio di Alesina/Ardagna fosse andato  in circolazione attraverso canali relativamente “appropriati”: presentato come un ‘documento di lavoro’ [1], poi pubblicato negli atti di una conferenza, il che significa che come minimo aveva avuto referenze. Scienza corretta!

Sennonché era tutto sbagliato. E come si si è accorti che era tutto sbagliato? In primo luogo attraverso critiche messe in rete presso il Roosevelt Institute, poi attraverso una analisi dettagliata dei casi a cura del FMI. Il mondo dei blogs specialistici è stata una risorsa di conoscenza molto migliore e molto più affidabile della corretta letteratura accademica.

Vorrei anche dire che in generale la qualità del dibattito economico che abbiamo in questi anni recenti è la migliore che abbia mai visto. E’ vero, c’è in giro molto ciarpame economico, ma quando non è stato così? Ed è vero, può essere difficile per lettori profani – o, per la stessa ragione, a quanto pare, per un po’ di individui con pesanti credenziali economiche – distinguere la spazzatura dalle intuizioni effettive; ma ancora, quando non è stato così? Dal punto di vista di un reale, fecondo, utile dibattito sui temi economici, questo è davvero un periodo aureo.

Naturalmente, queste feconde intuizioni sono state largamente ignorate dagli operatori politici. Ma, ancora una volta, quando non è stato così?

Andiamo dunque avanti con questo specialismo con orgoglio. Come direbbe Martha Stewart [2], è una buona cosa.

 


[1] Nell’ambito della ricerca scientifica, un working paper è uno scritto che viene diffuso dai suoi autori, al fine di sollecitare una preliminare discussione informale, prima dell’invio a una rivista scientifica, soprattutto se questa seleziona i contributi col metodo della revisione paritaria, oppure prima che venga presentato come comunicazione a un congresso (Wikipedia)

[2] Si tratta di una graziosa conduttrice televisiva di origine polacca, che intrattiene su piatti e manicaretti.

Keynes, I neokeynesiani, il lungo periodo e la politica finanziaria pubblica (4 maggio 2013)

maggio 4, 2013

 

May 4, 2013, 1:24 pm

Keynes, Keynesians, the Long Run, and Fiscal Policy

 

One dead giveaway that someone pretending to be an authority on economics is in fact faking it is misuse of the famous Keynes line about the long run. Here’s the actual quote:

But this long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead. Economists set themselves too easy, too useless a task if in tempestuous seasons they can only tell us that when the storm is long past the ocean is flat again.

As I’ve written before, Keynes’s point here is that economic models are incomplete, suspect, and not much use if they can’t explain what happens year to year, but can only tell you where things will supposedly end up after a lot of time has passed. It’s an appeal for better analysis, not for ignoring the future; and anyone who tries to make it into some kind of moral indictment of Keynesian thought has forfeited any right to be taken seriously.

 

And there’s an important corollary: how you should go about getting to some desired long-run outcome may depend a lot on how you think the economy works in the short run.

 

I don’t like the framing of this Blanchard-Leigh piece , which simply takes it as a given that we should be engaged in fiscal consolidation even in the short run, and the only question is how much. The truth is that the economics suggests strongly that we should be engaged in fiscal expansion right now. Still, framing aside, Blanchard and Leigh do get at the right issue: because the short-run effects of fiscal policy may differ greatly depending on the state of the economy, appropriate policy depends hugely on where we are right now.

 

 

And look, this isn’t hard. The overwhelming fact about our current situation is that conventional monetary policy is played out, with short-run interest rates at zero. This means that there is no easy way to offset the contractionary effects of fiscal austerity (maybe there are exotic ways to do something, but they’re tricky and unproved). And this in turn means that austerity right now is a terrible idea: any fiscal savings come at the expense of reduced output and higher unemployment. Indeed, even the fiscal savings are likely to be small and maybe even nonexistent: lower output and employment reduces revenues, and may inflict long-run economic damage that actually worsens the long-run fiscal position.

 

The other things B-L mention,like credit constraints, just reinforce this basic point. (By the way: Gillian Tett notes today that consumer spending is now fluctuating dramatically with the timing of paychecks, suggesting a lot of people living hand to mouth. What she doesn’t point out is that this is a world in which Ricardian equivalence, in which expectations of future taxes drive current spending, is even wronger than usual — and fiscal multipliers will be large).

The point, then, is not to ignore the long run; it is to recognize that the boom, not the slump, is the time for austerity, and spending cuts right now are disastrous policy. In the long run we are all dead; the point is to avoid killing our economy before its time.

 

Keynes, I neokeynesiani, il lungo periodo e la politica finanziaria pubblica

 

Una stanca rivelazione che qualcuno che finge di essere una autorità in economia sta di fatto falsificando, consiste nell’uso distorto della famosa frase di Keynes sul lungo periodo. Questa è la citazione reale:

“Ma questo lungo periodo è una guida fuorviante per gli affari attuali. Nel lungo periodo siamo tutti morti. Gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile se nelle stagioni tempestose riescono solo a dirci che quando la tempesta sarà da un bel po’ passata il mare diventerà di nuovo piatto”.

Come ho scritto in precedenza, ho l’impressione che in questo caso l’argomento di Keynes fosse che i modelli economici sono incompleti, e non è rilevante se essi non possono spiegare cosa accade anno per anno, ma possono solo dirci come si suppone che andrà a finire dopo che un po’ di tempo è passato. E’ un appello per una analisi migliore, non per ignorare il futuro; e tutti coloro che hanno provato a farlo diventare una sorta di condanna morale del pensiero keynesiano hanno rinunciato ad ogni titolo ad essere presi su serio.

E c’è un importante corollario: il modo in cui dovreste comportarvi per pervenire a qualche risultato atteso di lungo periodo può dipendere molto dal modo in cui pensate che l’economia funzioni nel breve periodo.

Non mi è piaciuto il contesto di questo articolo di Blanchard-Leigh [1], che assume semplicemente come un dato il fatto che dovremmo essere impegnati nel consolidamento della finanza pubblica anche nel breve periodo, e che l’unico interrogativo sia il quanto. La verità è che la teoria economica indica che in questo momento dovremmo essere impegnati in una espansione della finanza pubblica. Eppure, a parte il contesto, Blanchard e Leigh vogliono proprio porre la questione giusta: giacché gli effetti di breve periodo della politica della finanza pubblica differiscono grandemente a seconda dello stato dell’economia, una politica appropriata dipende in grande misura dal punto in cui siamo adesso.

E guardate, non è difficile. Il fatto decisivo sulla nostra situazione attuale è che la politica monetaria è spiazzata, con i tassi di interesse a breve a zero. Questo significa che non c’è alcun modo semplice per bilanciare gli effetti restrittivi della austerità della finanza pubblica (forse ci sono modi esotici di farlo, ma sono complicati e non sperimentati). E questo significa a sua volta che l’austerità in questo momento è un’idea terribile: tutti i risparmi in termini di finanza pubblica si ottengono a spese di una produzione ridotta e di una disoccupazione più elevata. In effetti, è persino probabile che anche i risparmi in termini di finanza pubblica siano modesti e addirittura inesistenti: una produzione ed una occupazione più bassa riducono le entrate, e possono infliggere un danno economico di lungo periodo che effettivamente peggiore la situazione di lungo termine della finanza pubblica.

Le altre cose alle quali Blanchard e Leigh fanno riferimento, semplicemente rafforzano questo aspetto fondamentale (per inciso: osserva oggi Gillian Tett che la spesa per i consumi sta oggi fluttuando in modo spettacolare a seconda della tempistica della riscossione degli stipendi, indicando che un gran numero di persone vivono alla giornata. Quello che ella mette in evidenza è che questo è un mondo nel quale l’equivalenza ricardiana [2], nella quale l’aspettativa delle tasse future condiziona la spesa corrente, è persino più sbagliata che non a condizioni normali, e che dunque i moltiplicatori della finanza pubblica [3] sono destinati ad essere ampi).

Il punto, allora, non è ignorare il lungo periodo; è riconoscere che la forte crescita, non la recessione, è il tempo dell’austerità, e i tagli alla spesa pubblica in questo momento sono una politica disastrosa.  Nel lungo periodo saremo tutti morti; il punto è evitare di ammazzare l’economia prima di allora.



[1] L’articolo è apparso il 3 maggio sul blog “Vox”. Olivier Blanchard è il principale economista del FMI e Daniel Leigh è un economista del Dipartimento Ricerca del Fondo.

giu 16 1  giu 16 2

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Vedi le Note finali sulla traduzione

[3] Per il concetto di “multiplier” vedi le Note finali sulla traduzione.

Umoristi alla Commissione Europea (3 maggio 2013)

maggio 3, 2013

 

May 3, 2013, 3:23 pm

Humorists At The European Commission

 

The EC is many things, but I didn’t think of it as going in for self-mocking sarcasm. But the latest forecast is out; it predicts declining GDP and rising unemployment this year, stabilization next year (but we’ve heard that before), and displays a track record like this:

giu 16 3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

And the title of the report — wait for it — is “The EU economy: adjustment continues”.

Stop, you’re killing me (not to mention the European economy).

 

Umoristi alla Commissione Europea

 

La Commissione Europea è molte cose, ma non pensavo che si dedicasse al sarcasmo del prendersi in giro. Ma adesso sono uscite le ultimissime previsioni: che stimano per quest’anno un PIL declinante ed una disoccupazione crescente, una stabilizzazione il prossimo anno (ma l’abbiamo sentito anche in precedenza) e mostrano una performance di questo genere [1]:

giu 16 3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E il titolo del rapporto – guardate un po’ – è “L’economia dell’Unione Europea: la correzione continua”.

Basta. Mi state ammazzando (per non dire dell’economia dell’Europa).

 



[1] La linea rossa indica il tasso di disoccupazione (che era sceso sino al 2008, ha avuto un picco nel periodo 2008/2009, è rimasto stabile sino al 2011, ha ripreso a salire nel 2012/2013 ed è previsto stabile nel prossimo futuro). Invece gli indicatori celesti indicano i dati sull’occupazione, che sono sostanzialmente e logicamente inversi, salvo una migliore ripresa negli anni 2010/2011, ma una analoga discesa nel biennio successivo.

Varietà di tentazioni accademiche (3 maggio 2013)

maggio 3, 2013

 

May 3, 2013, 10:50 am

Varieties of Academic Temptation

 

These aren’t good times for austerian economics; and, to be honest, they aren’t too good for economics in general. Even if some economists have come out of the Reinhart/Rogoff/Alesina/Ardagna business looking pretty good, the reputation of the intellectual enterprise as a whole has clearly suffered.

But what did go wrong? I’ve been seeing a lot of comments along the lines of “They’re all just tools of Pete Peterson”; so I guess I should say that this is, in these cases, way too crude an interpretation.

Notice that I say “in these cases”. There are indeed plenty of economists who are essentially hired guns for interest groups, and they don’t all work at right-wing think tanks. But the temptations that led to the current affair are, I’d argue, nowhere near that crude.

 

Start with R-R. The fact is that Carmen and Ken are fine economists. Carmen has been doing terrific empirical work on banking crises for a long time. Ken is arguably the world’s leading international macroeconomic theorist. In fact, the main reason I knew that the case for fiscal policy remained strong even in the context of New Keynesian models was that I carefully read the canonical text by Obstfeld and Rogoff.

 

So what happened here? My interpretation is that after writing a very good book, R-R dashed off a careless paper on debt and growth that was so much what the VSPs wanted to hear that it made them instant celebrities in a way they hadn’t been before — and they didn’t know how to say stop the merry-go-round, we want to think about this a bit harder. The temptation involved was one of fame and becoming a part of the alleged real world, not some crude mercenary consideration.

 

I don’t know Alesina as well, and the expansionary austerity thing has deeper roots than the 90 percent thing, but again I doubt that a crude self-interest story is appropriate.

Let me also say that even some things that are in part Peterson-funded are not part of the octopus. The Peterson Institute for International Economics sometimes pops up in conversation, and people assume that it’s part of the Committee for a Responsible Federal Budget/Concord Coalition//Fix the Debt nexus. But it isn’t — it used to be the good old Institute for International Economics, a boutique think tank doing very good work on international trade and finance issues, and the grant it got from Peterson hasn’t changed its character at all.

Again, I’m not saying that crude flacks are absent from the scene. But the temptations that led people astray in these cases were subtler and sadder than that.

 

Varietà  di tentazioni accademiche

 

 

Non sono tempi buoni per I patiti dell’economia dell’austerità e, ad essere onesti, non sono così buoni neanche per l’economia in generale. Anche se sembra che alcuni economisti siano venuti fuori dalla faccenda Reinhart/Rogoff/Alesina/Ardagna abbastanza bene, la reputazione della disciplina intellettuale nel suo complesso ne ha sofferto chiaramente.

Cosa non ha funzionato? Ho letto molti commenti sulla falsariga del “Sono tutto soltanto strumenti al servizio di Pete Peterson” [1]; così penso che dovrei dire che, in casi come questi, questo sia un modo troppo rozzo di giudicare.

Si noti che dico “in casi come questi”. Ci sono, in effetti, una quantità di economisti che sono essenzialmente fucili al servizio di gruppi di interesse, e non lavorano tutti presso i gruppi di ricerca della destra. Ma le tentazioni che hanno condotto alla vicenda attuale non sono, per quello che posso dire, in alcun modo assimilabili a tale rozzezza.

Cominciamo con Reinhart e Rogoff. Il punto è che Ken e Carmen sono bravi economisti. Carmen è venuta svolgendo un magnifico lavoro sulle crisi bancarie per un lungo periodo. Ken è probabilmente il principale teorico di economia internazionale del mondo. Nei fatti, la principale ragione per la quale sapevo che l’argomento a favore di una politica della finanza pubblica rimaneva forte anche nel contesto di modelli neokeynesiani era che avevo letto scrupolosamente il testo canonico di Obstfeld e Rogoff.

Cosa è successo, dunque? La mia interpretazione è che, (se) dopo aver scritto un libro eccellente, Reinhart e Rogoff hanno buttato giù in fretta e furia un saggio superficiale su debito e crescita che era talmente quello che le Persone Molto Serie volevano sentirsi dire, che li ha resi sull’istante celebrità come non erano mai stati in precedenza  e non hanno saputo negarsi al carosello, noi dobbiamo rifletterci un po’ più attentamente. La tentazione che li ha coinvolti è stata quella della celebrità e del finire con l’essere parte del mondo reale, non una banale considerazione mercenaria.

Non conosco altrettanto Alesina, e la storia dell’austerità espansiva ha radici più profonde della faccenda del 90 per cento [2], ma anche in questo caso dubito che una racconto in termini di interesse personale sia appropriato.

Lasciatemi dire che anche alcune cose che sono finanziate in parte da Peterson, non sono componenti della ‘piovra’. Talvolta il Peterson Institute for International Economics compare all’improvviso nel confronto, e le persone considerano che esso sia un aspetto della connessione che esiste tra il Comitato per una Bilancio Responsabile/Coalizione Concorde ed il Riformare il debito [3]. Ma non è così – di solito si tratta del buon vecchio Institute for International Economics, un gruppo di ricerca rinomato, che fa un buon lavoro sulle tematiche del commercio internazionale e della finanza, e la donazione che ha ricevuto da Peterson non ha affatto alterato il suo carattere.

Ancora, non sto dicendo che i puri e semplici portavoce stipendiati [4] siano fuori dalla scena. Ma le tentazioni che hanno portato le persone sulla cattiva strada in questi casi sono state più sottili e più tristi.



[1] E’ il nome di un potente miliardario americano assai impegnato nel sostegno al Partito Repubblicano ed alle campagne contro lo Stato assistenziale.

[2] Ovvero, del supposto ‘limite’ del 90 per cento nel rapporto debito/PIL, oltre il quale il debito avrebbe conseguenze negative sulle crescita, che era l’idea contenuta nel saggio di Reinhart-Rogoff.

[3] Ovvero, associazioni o movimenti di orientamento politico di destra.

[4] “Flack” è una persona pagata per rappresentare un interesse costituito, un portavoce  stipendiato per rappresentare il punto di vista di una impresa, di una organizzazione etc. Da non confondersi con “flak”, che invece significa “opposizione, critica, biasimo, ramanzina”.

Giocare a flipper con l’austerità espansiva (3 maggio 2013)

maggio 3, 2013

 

Playing Whack-a-Mole With Expansionary Austerity

 

The rise and fall of Alesina-Ardagna didn’t make as much of a public splash as the Reinhart-Rogoff saga, but in a fundamental sense it was the same thing. An academic paper purported to show something austerians very much wanted to hear – in this case that slashing spending in a depressed economy would actually create jobs; the authors were immediately feted and the paper promoted to sacred status; but then the result fell apart under both intellectual scrutiny and the weight of real-world experience.

Unlike R-R, however, A-A didn’t crash and burn, it just sort of quietly slunk offstage. And as a result, pieces of their story are still embedded in what all the Serious People know. In correspondence, Kevin O’Rourke points me to Mario Draghi admitting that fiscal consolidation is contractionary, after all, but claiming that it will be less contractionary if it takes the form of spending cuts rather than tax increases. Where is that coming from? Why, Alesina-Ardagna, of course.

 

And as it happens, the IMF study (pdf) that debunked A-A also had something to say about this result. It found that when you measured austerity right, it was contractionary, not expansionary; it did, however, find that spending cuts were less contractionary. But why? Careful further analysis suggested that much of the explanation lay in the behavior of central bankers, who for whatever reason were more likely to cut interest rates to offset spending cuts than to offset tax increases.

 

So one way to read Draghi’s remarks is that he is saying that it’s better to cut spending, because he personally will reward spending cuts while punishing tax increases. I know, that’s a bit harsh – but remember, we’re talking serious business here, and Draghi is inserting himself into domestic policy in a way that he really shouldn’t.

 

But there’s a further consideration: whatever the historical pattern, at this point the ECB can’t cut rates (much) in any case, because they’re already near zero. So to the extent that spending cuts may have been offset by lower rates in the past, that’s irrelevant now.

In short, Draghi is stating as a fact the superiority of spending cuts, when there is no good reason to believe that it’s true under current conditions.

 

Giocare a flipper  [1]con l’austerità espansiva

 

L’ascesa e la caduta di Alesina-Ardagna non ha fatto lo stesso chiasso della saga Reinhart-Rogoff presso l’opinione pubblica, ma fondamentalmente è stata la stessa cosa. Un saggio accademico che aveva il senso di mostrare qualcosa che i patiti dell’austerità volevano intensamente sentirsi dire – in questo caso che la caduta della spesa pubblica in una economia depressa avrebbe effettivamente creato posti di lavoro; gli autori vennero immediatamente festeggiati e il saggio promosso ad un rango sacrale; ma il risultato fu che cadde a pezzi sia alla prova di una analisi intellettuale che sotto il peso dell’esperienza del mondo reale.

Diversamente da Reinhart-Rogoff, tuttavia, Ardagna-Alesina non sono crollati e non sono rimasti bruciati, è stato semplicemente come uscire di scena di soppiatto. E di conseguenza, pezzi del loro racconto sono ancora incorporati in quello che tutte le Persone Serie sanno. Kevin O’Rourke, nella nostra corrispondenza, mi indica che Mario Draghi, dopo tutto, riconosce che il consolidamento delle finanze pubbliche ha effetti di contrazione, ma sostiene che essi sono meno restrittivi se prendono la forma di tagli alla spesa piuttosto che di aumenti delle tasse. Da dove viene tutto questo? Ma da Alesina-Ardagna, naturalmente.

Sennonché, lo studio del FMI (disponibile in pdf) che ha contraddetto Alesina-Ardagna, conteneva qualcosa anche a questo proposito. Si scopre che una volta che si e misurata l’austerità correttamente, essa ha mostrato effetti di contrazione, non di espansione; tuttavia, si è davvero scoperto che i tagli alla spesa sono stati meno contrazionistici. Ma perché? Una ulteriore scrupolosa analisi ha indicato che gran parte della spiegazione risiede nella condotta dei banchieri centrali, i quali per una qualche ragione era più probabile che tagliassero i tassi di interesse per bilanciare i tagli alla spesa che non per bilanciare gli aumenti fiscali.

Dunque, un modo di leggere le osservazioni di Draghi è che egli stia affermando che sono meglio i tagli alla spesa, perché personalmente premierà i tagli alla spesa e invece punirà gli aumenti delle tasse. So di essere un po’ severo – ma ricordiamoci che stiamo parlando di affari seri, e lo stesso Draghi interviene in tal modo con politiche nazionali in un modo nel quale non gli sarebbe consentito.

Ma c’è una ulteriore considerazione: a prescindere dal quadro storico, a questo punto la BCE non può tagliare i tassi (granché) in ogni modo, perché sono quasi prossimi a zero. Dunque, nella misura in cui  i tagli alla spesa possono essere bilanciati da tassi più bassi, questo adesso è irrilevante.

In poche parole, Draghi sta dichiarando come un fatto la superiorità dei tagli alla spesa, quando non c’è alcuna buona ragione per credere che questo sia vero, nelle condizioni attuali.


 

 


[1] “Wack-a-mole” (o “wac-a-mole”) è un gioco elettronico – ai primordi semplicemente elettrico, in realtà – che consiste nel colpire un animaletto di plastica (una talpa) che esce da un buco, costringendolo a rientrare nel buco. Se capisco, l’abilità richiesta è quella simile al flipper.

Ancora diversivi (2 maggio 2013)

maggio 2, 2013

 

More Straw

 

The Reinhart-Rogoff rehabilitation tour has been really depressing. There are a number of routes they could have gone; unfortunately, they seem addicted to the notion that they can end the discussion by arguing with straw men. I noted one example in their Times piece, in which they tried to rebut the reverse-causation argument by associating it with a claim — that it’s all about the business cycle — that, as far as I know, nobody has made.

Now they have another piece, this time in the FT, and as Jonathan Portes points out, it attacks two more straw men.

First, it goes after “ultra-Keynesians” who believe that interest rates will never rise; as Portes says, he can’t think who fits that description.

 

Then, as a supposed argument against … somebody … they point out that Keynes was worried about how to pay for World War II. Um, who exactly doesn’t think that budget deficits are an issue in a more-than-full-employment economy fighting total war?

 

If the defense of their past work rests on pretending that it’s all an argument with some imaginary economist who believes that we will be in a liquidity trap for ever and ever, and in addition tells stories about debt and growth that bear no resemblance to any of the arguments I’ve heard — well, then they have no defense at all.

 

Ancora diversivi

 

Il tour di riabilitazione di Reinhart-Rogoff è stato davvero deprimente. C’è un certo numero di strade che avrebbero potuto imboccare; sfortunatamente, sembrano essersi affezionati all’idea di potere chiudere le discussioni prendendosela con un uomo di paglia. Mi sono accorto di un esempio del genere nel loro articolo sul Times, nel quale hanno cercato di controbattere l’argomento  degli avversari associandolo ad una tesi – secondo la quale tutto dipenderebbe dal ciclo dell’economia – che, per quanto ne so, nessuno ha avanzato.

Ora è uscito un altro articolo, questa volta sul Financial Times, e come mette in evidenza Jonathan Portes, se la prende con altri due diversivi.

Il primo, attacca gli “ultra-keynesiani” che credono che i tassi di interesse non saliranno mai; come dice Portes, non riesco a pensare a qualcuno che si attagli a quella descrizione.

Poi, come se fosse un argomento contro … qualcuno …. sottolineano che Keynes era preoccupato su come pagare i debiti per la II Guerra Mondiale. Mmmh, chi mai può non pensare che i deficit di bilancio non siano un problema in una economia impegnata in una guerra totale con una occupazione più che piena?

Se la difesa del loro precedente lavoro consiste nel far finta che tutto questo sia un argomento nei confronti di qualche immaginario economista che crede che saremo in una trappola di liquidità per l’eternità, e in aggiunta racconta storielle sul debito e la crescita che non hanno alcuna somiglianza con gli argomenti che si sono sentiti – ebbene, allora non hanno proprio niente con cui difendersi.

Il miracolo italiano (29 aprile 2013)

aprile 29, 2013

 

The Italian Miracle

 

Italy is a mess. Yes, it has a prime minster, finally; but the chances of serious economic reform are minimal, the willingness to persist in ever-harsher austerity — which the Rehns of this world tell us is essential — is evaporating. It’s all bad. But a funny thing is happening:

 

What’s going on here? I think that we’re seeing strong evidence for the De Grauwe view that soaring rates in the European periphery had relatively little to do with solvency concerns, and were instead a case of market panic made possible by the fact that countries that joined the euro no longer had a lender of last resort, and were subject to potential liquidity crises.

What’s happened now is that the ECB sounds increasingly willing to act as the necessary lender, and that in general the softening of austerity rhetoric makes it seem less likely that Italy will be forced into default by sheer shortage of cash. Hence, falling yields and much-reduced pressure.

 

It also, to be a bit self-justifying, shows that back when I used to cite Italy in the 1990s as an example of how advanced countries can carry high debt loads, I wasn’t being naive. Back then Italy had its own currency, and debt denominated in that currency; yes, it was pegged to the Deutsche Mark, but there was always the option of unpegging. By joining the euro, Italy in effect turned itself, macroeconomically, into a third-world country with debts in someone else’s currency, and exposed itself to debt crisis; now, thanks to the Draghi put, it has stepped half way back into the first world.

 

Il miracolo italiano

 

L’Italia è un disastro. E’ vero, ha finalmente un Primo Ministro; ma le possibilità di una seria riforma economica sono  minime, la volontà di persistere in una austerità sempre più dura – che è quello che i Rehn del mondo ci dicono essenziale – sta svanendo. Questo è proprio un guaio [1]. Ma sta accadendo una cosa curiosa:

Cosa sta accadendo? Penso che siamo in presenza di un forte conferma del punto di vista di De Grauwe, secondo il quale i tassi di interesse nella periferia europea hanno relativamente poco a che fare con preoccupazioni di solvibilità, e sono stati piuttosto un caso di ‘panico’ nei mercati, reso possibile dal fatto che i paesi che hanno aderito all’euro non avevano più un prestatore di ultima istanza, ed erano soggetti a potenziali crisi di liquidità.

Quello che ora è accaduto è che la BCE sembra avere sempre di più l’intenzione di agire come quel prestatore indispensabile, e che in generale l’allentamento della retorica dell’austerità fa apparire meno probabile che l’Italia sia costretta al default per una mera carenza di contante. Di conseguenza, rendimenti che diminuiscono ed una pressione molto ridotta.

Si dimostra anche, voglio un po’ risarcirmi, che quando nel passato ero solito citare l’Italia degli anni ’90 come un esempio di come le economie avanzate possono sopportare i pesi del debito, non mi stavo comportando da ingenuo. Allora l’Italia aveva la sua propria valuta, e il debito era denominato in tale valuta; è vero, era ancorato al marco tedesco, ma c’era sempre la possibilità di disancorarsi. Aderendo all’euro, in effetti, l’Italia si è trasformata, in termini macroeconomici, in un paese del terzo mondo con i debiti nella valuta di altri, e si è esposta ad una crisi da debito; ora, grazie alla mossa di Draghi, essa ha fatto un mezzo passo indietro nel primo mondo.



[1] Evidentemente Krugman intende essere ironico, e sembra elencare ‘negatività’ più dal punto di vista dei sostenitori dell’austerità, come Olli Rehn, che dal suo personale punto di vista. Che sembra, dal contesto degli argomenti che seguono, moderatamente meno pessimista.

Il Grande Corruttore (27 aprile 2013)

aprile 27, 2013

 

The Great Degrader

 

I’ve been focused on economic policy lately, so I sort of missed the big push to rehabilitate Bush’s image; also, as a premature anti-Bushist who pointed out how terrible a president he was back when everyone else was praising him as a Great Leader, I’m kind of worn out on the subject.

But it does need to be said: he was a terrible president, arguably the worst ever, and not just for the reasons many others are pointing out.

From what I’ve read, most of the pushback against revisionism focuses on just how bad Bush’s policies were, from the disaster in Iraq to the way he destroyed FEMA, from the way he squandered a budget surplus to the way he drove up Medicare’s costs. And all of that is fair.

 

But I think there was something even bigger, in some ways, than his policy failures: Bush brought an unprecedented level of systematic dishonesty to American political life, and we may never recover.

Think about his two main “achievements”, if you want to call them that: the tax cuts and the Iraq war, both of which continue to cast long shadows over our nation’s destiny. The key thing to remember is that both were sold with lies.

I suppose one could make an argument for the kind of tax cuts Bush rammed through — tax cuts that strongly favored the wealthy and significantly increased inequality. But we shouldn’t forget that Bush never admitted that his tax cuts did, in fact, favor the wealthy. Instead, his administration canceled the practice of making assessments of the distributional effects of tax changes, and in their selling of the cuts offered what amounted to an expert class in how to lie with statistics. Basically, every time the Bushies came out with a report, you knew that it was going to involve some kind of fraud, and the only question was which kind and where.

 

 

And no, this wasn’t standard practice before. Politics ain’t beanbag and all that, but the president as con man was a new character in American life.

Even more important, Bush lied us into war. Let’s repeat that: he lied us into war. I know, the apologists will say that “everyone” believed Saddam had WMD, but the truth is that even the category “WMD” was a con game, lumping together chemical weapons with nukes in an illegitimate way. And any appearance of an intelligence consensus before the invasion was manufactured: dissenting voices were suppressed, as anyone who was reading Knight-Ridder (now McClatchy) knew at the time.

 

Why did the Bush administration want war? There probably wasn’t a single reason, but can we really doubt at this point that it was in part about wagging the dog? And right there you have something that should block Bush from redemption of any kind, ever: he misled us into a war that probably killed hundreds of thousands of people, and he did it in part for political reasons.

There was a time when Americans expected their leaders to be more or less truthful. Nobody expected them to be saints, but we thought we could trust them not to lie about fundamental matters. That time is now behind us — and it was Bush who did it.

 

Il Grande Corruttore

 

Di recente mi sono concentrato sulla politica economica, così in qualche modo mi sono perso il grande tentativo di riabilitare l’immagine di Bush; per altro, come precoce anti-bushista che mise in evidenza che terribile Presidente egli fosse stato quando nel passato quasi tutti lo elogiavano come Grande Leader, sono in un certo senso esausto su quel tema.

Ma davvero è necessario dirlo: fu un terribile Presidente, probabilmente  il peggiore di tutti i tempi, e non solo per le ragioni che in molti sottolineano.

Da quello che ho letto, gran parte delle resistenze al revisionismo si concentrano su quanto fossero negative le politiche di Bush, dal disastro in Iraq al modo in cui distrusse la Protezione Civile, dal modo in cui scialacquò un bilancio in attivo al modo in cui spinse in alto i costi di Medicare. E sono tutte cose giuste.

Ma penso che ci fu qualcosa di ancora peggiore, in molti sensi, dei suoi fallimenti politici: Bush portò la vita politica americana ad un livello senza precedenti di sistematica disonestà, dal quale potremmo non riprenderci più.

Si pensi a queste due principali “conquiste”, se vogliamo chiamarle in questo modo: i tagli alle tasse e la guerra in Iraq, da entrambe le quali continuano a proiettarsi lunghe ombre sul destino della nostra nazione. La cosa fondamentale è ricordare che furono entrambe ottenute con l’inganno.

Suppongo che si potrebbe avanzare una argomento per quel genere di tagli al fisco che Bush fece approvare a tutti i costi – tagli fiscali che favorirono fortemente i ricchi ed aumentarono in modo significativo l’ineguaglianza. Ma non dovremmo dimenticare che Bush non ammise mai che i suoi tagli fiscali andarono, di fatto, a vantaggio dei ricchi. Piuttosto, la sua Amministrazione cancellò la prassi di fornire valutazioni sugli effetti distributivi dei cambiamenti fiscali, e per il modo in cui presentarono i tagli, offrirono quella che corrispose ad una sofisticata lezione su come dire menzogne con le statistiche. Fondamentalmente, ogni volta che i Bush se ne venivano fuori con un rapporto, si sapeva che avrebbe comportato un qualche inganno, e la sola domanda era quale genere di inganno e dove.

E non si può dire che questa fosse una pratica normale in precedenza. La politica non si gioca sul velluto eccetera, ma un Presidente imbroglione è stato un fatto nuovo nella vita americana.

Più importante ancora, Bush ci ha ingannato sulla guerra. Fatemelo ripetere: ci ha ingannato sulla guerra. Lo so, gli apologeti diranno che “tutti” credevano che Saddam avesse le armi di distruzione di massa, ma la verità è che anche la categoria delle “armi di distruzione di massa” era un imbroglio, mettendo sullo stesso piano le armi chimiche e quelle nucleari in modo illegittimo.  Ed ogni apparenza di unanimità dell’ “intelligence” prima dell’invasione fu artefatta: le voci dissenzienti furono soppresse, come tutti coloro che lessero Knight-Ridder (oggi McClatchy [1]) all’epoca sapevano.

Perché l’Amministrazione Bush volle la guerra? Probabilmente non ci fu una ragione unica, ma possiamo a questo punto davvero dubitare che in parte ebbe a che fare con un diversivo [2]? Ed è proprio in questo che c’è qualcosa che dovrebbe impedire per sempre ogni genere di riabilitazione di Bush:  ci portò con l’inganno in una guerra che verosimilmente sterminò centinaia di migliaia di persone, e lo fece in parte per ragioni di convenienza politica.

C’era in tempo nel quale gli americani si aspettavano che i loro leaders fossero più o meno sinceri. Nessuno si aspettava che fossero dei santi, ma pensavamo di poter credere che non mentissero sulle cose fondamentali. Quel tempo l’abbiamo alle spalle – ed è stato Bush a provocare ciò.

 


 

 


[1] Sono nomi di aziende giornalistiche e nel settore dei media. La Knight Ridder fu attiva nel dissenso sulla guerra, ed è poi confluita nella McClatchy.

[2] “Scodinzolare il cane” è una espressione idiomatica che corrisponde a “creare un diversivo”. Come nel film “Wag the dog” – con Dustin Hoffmann e Robert De Niro del 1997:

giu 16 4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Densità (16 aprile 2013)

aprile 16, 2013

 

Density

 

There’s an interesting discussion underway about whether rising population necessarily leads to rising land prices over time. Bill McBride of Calculated Risk says yes:

A key reason for the upward slope in real house prices is because some areas are land constrained, and with an increasing population, the value of land increases faster than inflation.

 

Noah Smith disagrees, because land isn’t really particularly scarce — when we see high land prices in some metro areas, it’s all about the agglomeration effects, which could go in various directions over time.

 

My first reaction to Smith’s comment was that it might not matter very much, because new metropolitan areas are very hard to create; there may be plenty of land around Lubbock, but nobody’s going to move there, so a growing population has to squeeze into the metropolitan areas we have. But then I realized that this might not be the last word either; even if people want to stay in existing metro areas, they can hive off “edge cities” at the, um, edges of these metro areas, so that the relevant population density — the density that makes land in or near urban hubs expensive — might not rise even if the overall population of the metro area goes up.

And we have data! Via Richard Florida, new work by the Census (pdf) calculates “population-weighted density” — a weighted average of density across census tracts, where the tracts are weighted not by land area but by population; this gives a much better idea of how the average person lives.

 

 

As Florida points out, the new measure conveys a much better sense of how metros differ. For example, by the standard density measure Los Angeles is actually denser than New York, basically because LA is hemmed in by mountains, limiting how far the sprawl/commuting zone can reach. But New York has an urban core in a way that LA does not, and sure enough, it has a much, much higher population-weighted density.

What I wanted, however, was trends — and the Census has calculated this measure both for metros and for national aggregates for both 2000 and 2010. Here’s what it looks like:

giu 16 5

 

 

 

 

 

 

 

So, a couple of points. First, although America is a vast, thinly populated country, with fewer than 90 people per square mile, the average American lives in a quite densely populated neighborhood, with more than 5000 people per square mile. The next time someone talks about small towns as the “real America”, bear in mind that the real real America — the America in which most Americans live — looks more or less like metropolitan Baltimore.

Second, however, although the US population and hence the population density rose about 10 percent over the course of the naughties, the average American was living in a somewhat less dense neighborhood in 2010 than in 2000, as population spread out within metropolitan areas. If you like, we’re becoming a bit less a nation of Bostons and a bit more a nation of Houstons.

This is, I think, a picture of urban geography in which the link between overall rising population and land prices is likely to be diffuse at best. So I think I call this one for Smith — although McBride’s point that actual real housing prices do seem to have an upward trend remains important, and needs explaining.

 

Densità

 

E’ in corso un interessante dibattito sul tema se la crescita della popolazione porti necessariamente con il passare del tempo ad una crescita dei prezzi dei terreni. Bill McBride di Calculated Risk risponde affermativamente:

Una ragione fondamentale della tendenza verso l’alto dei prezzi reali delle abitazioni è che alcune regioni sono limitate nel territorio, e con una popolazione crescente il valore dei terreni cresce più velocemente dell’inflazione”.

Noah Smith non è d’accordo, perché il territorio non è davvero particolarmente scarso – quando assistiamo ad alti prezzi dei terreni in qualche area metropolitana, dipende dagli effetti insediativi, che nel tempo potrebbero svilupparsi in direzioni varie.

La mia prima reazione al commento di Smith è stata che esso non dovrebbe avere particolare rilievo, perché è molto difficile creare nuove aree metropolitane; ci possono essere molte terre attorno a Lubbock [1], ma nessuno ha intenzione di spostarsi in esse, dunque una popolazione crescente deve comprimersi nelle aree metropolitane che abbiamo. Ma poi ho compreso che anche questa potrebbe non essere l’ultima parola; anche se le persone vogliono restare nelle aree metropolitane esistenti, essi possono agglomerare “citta periferiche” nelle, scusate il bisticcio, periferie di queste aree metropolitane, cosicché la rilevante densità della popolazione – la densità che rende i terreni nei centri urbani o prossimi ad essi costosi – può non crescere anche se la popolazione generale dell’area metropolitana sale.

Ed abbiamo i dati! Per merito di Richard Florida, un nuovo lavoro basato sul censimento (disponibile in pdf) calcola la “densità  ponderata sulla popolazione” – una media ponderata della densità attraverso le aree censuarie, dove le aree sono ponderate non per la superficie dei territori ma per la popolazione; il che ci dà un’idea molto migliore di come viva una persona media.

Come Florida sottolinea, la nuova misura comunica una percezione assai migliore di come le metropoli differiscono. Per esempio, secondo le misure standard di densità Los Angeles è effettivamente molto più densa di New York, perché Los Angeles è circondata dalle montagne, che limitano la distanza che una zona della dimensione di un viaggio pendolare può raggiungere. Ma New York è dotata di una centro urbano che Los Angeles non ha, ed è evidente che ha una  densità ponderata sulla popolazione assai più elevata.

Quello che cercavo, tuttavia, erano le tendenze – ed il Censimento ha calcolato questa misura sia per le aree metropolitane che i dati complessivi nazionali, in riferimento al 2000 ed al 2010. Ecco cosa appare:

giu 16 5

 

 

 

 

 

Dunque, un paio di aspetti. In primo luogo, sebbene l’America sia un paese vasto e debolmente popolato, con meno di 90 persone per miglio quadrato, l’americano medio vive in zone abbastanza densamente  popolate, con più di 5.000 persone per miglio quadrato. La prossima volta che qualcuno parla di “piccole città” come l’America vera, tenete a mente che l’America vera sul serio – l’America nella quale vive la maggior parte degli americani – assomiglia più o meno all’area metropolitana di Baltimora [2].

In secondo luogo, tuttavia, sebbene la popolazione degli Stati Uniti e di conseguenza la densità della popolazione siano cresciute di circa il 10 per cento nel corso dei primo decennio del 2000, l’americano medio sta vivendo in zone meno dense nel 2010 che non nel 2000, intese come popolazione sparpagliata sui territori metropolitani. Se volete, stiamo diventando un po’ meno una nazione di città come Boston ed un po’ più di città come Houston [3].

Questo è, penso, un quadro di geografia urbana nel quale il nesso tra una crescita generale della popolazione ed i prezzi dei terreni è probabile si attenuino al massimo. Dunque, lo cito a favore della tesi di Smith – sebbene l’opinione di McBride secondo la quale i prezzi reali effettivi delle abitazioni sembrano avere una tendenza in crescita resta importante, ed ha bisogno di spiegazioni.



[1] Lubbock è una città degli Stati Uniti d’America, capoluogo della contea omonima nello stato del Texas. Si estende su una superficie di 297,6 km² e nel 2007 contava 217.326 abitanti (704,7 per km²). Nel 1951 ebbe luogo nella città uno dei più famosi avvistamenti di massa di UFO (Wikipedia)

[2] Secondo le stime del 2011 la popolazione della città contava 619.493 residenti, mentre l’area metropolitana di Baltimora-Washington arriva a 2.690.886 abitanti. Baltimora è anche il più importante porto degli Stati Uniti.

[3] Secondo Wikipedia Boston ha circa 617.000 abitanti ed una densità di 2.660 abitanti per Kmq, mentre Houston ha 2.990.000 abitanti, ma una densità minore, pari a 1.347 abitanti per kmq.

La politica monetaria in una trappola di liquidità, di Paul Krugman (11 aprile 2013)

aprile 11, 2013

 

Monetary Policy In A Liquidity Trap

 

I’ve made it clear that I very much approve of Japan’s new monetary aggressiveness. But I gather that some readers are confused – haven’t I been arguing that monetary policy is ineffective in a liquidity trap? The brief answer is that current policy is ineffective, but that you can still get traction if you can change investors’ beliefs about expected future monetary policy – which was the moral of my original Japan paper, lo these 15 years ago. But I thought it might be worthwhile to go over this again.

 

So, at this point America and Japan (and core Europe) are all in liquidity traps: private demand is so weak that even at a zero short-term interest rate spending falls far short of what would be needed for full employment. And interest rates can’t go below zero (except trivially for very short periods), because investors always have the option of simply holding cash. Incidentally, this isn’t just a hypothetical: there has been a surge in currency holding, although a lot of it is $100 bills held overseas:

giu 16 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Under these circumstances, normal monetary policy, which takes the form of open-market operations in which the central bank buys short-term debt with money it creates out of thin air, have no effect. Why?

 

Well, the reason open-market operations usually work is that people are making a tradeoff between yield and liquidity – they hold money, which offers no interest, for the liquidity but limit their holdings because they pay a price in lost earnings. So if the central bank puts more money out there, people are holding more than they want, try to offload it, and drive rates down in the process.

 

But if rates are zero, there is no cost to liquidity, and people are basically saturated with it; at the margin, they’re holding money simply as a store of value, essentially equivalent to short-term debt. And a central bank operation that swaps money for debt basically changes nothing. Ordinary monetary policy is ineffective. (Some readers may wonder about purchases of long-term debt, which doesn’t have a zero rate. That will have to be a subject for another post; but it makes little if any difference).

The flip side of this, by the way, is that all those fears about how “printing money” in this slump would lead to runaway inflation were predictably wrong. If you paid attention to the Japanese story from the last decade, you knew that simply expanding the central bank’s balance sheet did little, and certainly wasn’t inflationary:

giu 16 7

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Here’s the thing, however: the economy won’t always be in a liquidity trap, or at least it might not always be there. And while investors shouldn’t care about what the central bank does now, they should care about what it will do in the future. If investors believe that the central bank will keep the pedal to the metal even as the economy begins to recover, this will imply higher inflation than if it hikes rates at the first hint of good news – and higher expected inflation means a lower real interest rate, and therefore a stronger economy.

So the central bank can still get traction if it can change expectations about future policy.

The trouble is that central bankers have a credibility problem – one that’s the opposite of the traditional concern that they might print too much money. Instead, the concern is that at the first sign of good news they’ll revert to type, snatching away the punch bowl. You can see in the figure above that the Bank of Japan did just that in the 2000s.

The hope now is that things have changed enough at the Bank of Japan that this time it can, as I put it all those years ago, “credibly promise to be irresponsible”.

And that’s why I’m bullish on the Japanese experiment, even though current monetary policy has little effect.

 

La politica monetaria in una trappola di liquidità

 

Ho detto con  chiarezza che approvo la nuova aggressività monetaria del Giappone. Ma capisco che alcuni lettori siano confusi – non venivo sostenendo che la politica monetaria è inefficace in una trappola di liquidità? La risposta in breve è che la politica del momento è inefficace, ma si può ancora ottenere un effetto di spinta se si cambiano le aspettative sul futuro della politica monetaria – la qualcosa è la sostanza del mio studio originario sul Giappone, orsono 15 anni. Ma ho pensato che sarebbe stato utile tornare sopra questo tema.

Dunque, a questo punto l’America ed i Giappone (ed il cuore dell’Europa) sono dentro trappole di liquidità: la domanda privata è così debole che persino con tassi di interesse sullo zero la spesa resta insufficiente per quello che servirebbe per la piena occupazione. Ed i tassi di interesse non possono scendere sotto lo zero (ad eccezione di periodi ridicolmente molto brevi), giacché gli investitori hanno sempre la possibilità di scegliere di trattenere il contante. Tra parentesi, non si tratta di una affermazione ipotetica: c’è stata una crescita nella detenzione di moneta corrente, sebbene un per bel po’ si sia trattato di banconote da 100 dollari restate all’estero:

giu 16 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In queste circostanze, la normale politica monetaria, che ha la forma di operazioni sul mercato-aperto [1] nelle quali la banca centrale acquista obbligazioni sul debito a breve termine con moneta che essa crea dal nulla, non ha effetto. Perché?

Ebbene, la ragione per la quale normalmente le operazioni sul mercato-aperto funzionano è che le persone operano uno compromesso tra rendimenti e liquidità – essi detengono denaro per la liquidità, dal quale non traggono interesse, ma si limitano nel loro possesso giacché ne pagano un prezzo come mancati guadagni. Dunque, se la banca centrale mette in circolazione più denaro, le persone ne detengono più di quanto desiderino e cercano di liberarsene, e nel processo i tassi scendono.

Ma se i tassi sono a zero, non c’è alcun costo per la liquidità, e le persone sono sostanzialmente sature; al margine [2], esse stanno detenendo moneta soltanto come un deposito di valore, sostanzialmente equivalente ad una obbligazione sul debito [3]a breve termine. Ed una operazione di una banca centrale che scambia denaro con debito fondamentalmente non cambia nulla. La politica monetaria ordinaria è inefficace (alcuni lettori possono chiedersi sulle obbligazioni sul debito a lungo termine, che non hanno un tasso zero. Sarà un tema per un altro post; ma la differenza è modesta).

Per inciso, il rovescio della medaglia è che tutte le paure su come lo “stampare moneta” in questa crisi avrebbe portato ad una inflazione galoppante erano prevedibilmente sbagliate. Se si prestasse attenzione alla storia giapponese nell’ultimo decennio, si saprebbe che il solo espandere i bilanci della banca centrale ha avuto poco effetto, e di sicuro non inflazionistico:

giu 16 7

 

 

 

 

 

 

 

 

Qua è il punto, tuttavia: l’economia non sarà sempre in una trappola di liquidità, o almeno essa non dovrebbe essere sempre in tale condizione. E mentre gli investitori non dovrebbero curarsi di cosa la banca centrale fa in questo momento, dovrebbero preoccuparsi di cosa farà nel futuro. Se gli investitori credono che la banca centrale spingerà al massimo [4] anche se l’economia comincia a riprendersi, questo implicherà una inflazione più elevata che non alzando i tassi al primo cenno di buone notizie – e l’attesa di una inflazione più alta significa un tasso di interesse reale più basso, e di conseguenza un’economia più forte.

Dunque la banca centrale può ancora avere un effetto di spinta se essa può modificare le attese sulla politica futura.

Il guaio è che i banchieri hanno un problema di credibilità – la qualcosa è l’opposto della preoccupazione che essi possano stampare troppa moneta. La preoccupazione è invece che essi al primo cenno di buone notizie tornino indietro dall’emettere valuta, cominciando a svuotare la scodella del punch [5].  Nella tabella precedente potete notare come la Banca del Giappone fece proprio quello nel corso degli anni 2000.

La speranza oggi è che le cose siano cambiate a sufficienza presso la Banca del Giappone, al punto che questa volta essa possa, come mi espressi anni orsono, “credibilmente promettere di essere irresponsabile”.

E questa è la ragione per la quale io mi aspetto un rialzo dall’esperimento giapponese, anche se la attuale politica monetaria ha un effetto modesto.



[1] Le operazioni sul mercato aperto (open market operations) sono transazioni che la banca centrale effettua in Borsa. Il termine è usato con riferimento alle sole banche centrali, che per statuto non hanno profitti e, diversamente dagli altri operatori, agiscono non con finalità di lucro, ma per sostenere la moneta nazionale. Mediante operazioni sul mercato aperto la banca centrale acquista/vende titoli di Stato, immettendo moneta nel sistema. I titoli di Stato vengono collocati in un’asta (esterna alla Borsa), riservata a grandi investitori istituzionali che rivendono i titoli ai risparmiatori e ad altri soggetti economici  (Wikipedia).

[2] Come è noto “al margine” è una espressione che indica, in economia, il comportamento economico della ultima piccola porzione nella quale un bene o un valore è teoricamente suddivisibile. Giacché l’utilità di ogni bene decresce naturalmente, ed è minima nella sua porzione ‘marginale’; quella sua marginale utilità è una misura fondamentale del suo valore sul mercato.

[3] Traduciamo ogni volta “debt” come “obbligazione sul debito” per maggiore chiarezza. In lingua inglese, nellinguaggio economico, ciò è implicito (per cui si scrive normalmente che il debito si compra e si vende).

[4] “Keep the pedal to the metal” significa letteralmente “tendere il pedale sul metallo”, ovvero “andare a tavoletta”. Il “metallo”, dunque, non è il denaro metallico, ma proprio il metallo della autovettura!

[5] E’ una espressione diventata idiomatica della tecnica della politica monetaria. Un famoso economista (mi pare Samuelson o Friedman) disse che le banche centrali in quei frangenti – i segni di ripresa delle economie – dovrebbero comportarsi come chi, ad una festa, svuota il contenitore delle bevande alcooliche quando l’ambiente comincia ad essere troppo allegro.

Il vero erede di Margaret Thatcher (10 aprile 2013)

aprile 10, 2013

 

Margaret Thatcher’s True Heir

 

As Bruce Bartlett points out, the Margaret Thatcher American conservatives admire bears little resemblance to the British Prime Minister of the same name. In particular, she did hardly anything to scale down the British welfare state (although she did make a hash of retirement security — more on that in a later post). Here’s one indicator, from the Institute for Fiscal Studies (pdf):

 

What she did do was redistribute the burden of taxation downward, cutting top income tax rates while raising consumption taxes, which fall most heavily on low incomes. Her downfall came with the poll tax, a drastically regressive tax — the same amount for everyone, regardless of income — that was too much even for her own party.

And what that means is that her truest heir in America is … Bobby Jindal, the not-so-whizzy whiz-kid governor of Louisiana, who proposed scrapping his state’s income tax and replacing it with sales taxes.

Grover Norquist loved it:

Grover Norquist, the intellectual leader of the anti-tax crowd in Washington, had praised Jindal’s plan as “the boldest, most pro-growth state tax reform in U.S. history.” He noted that it was particularly significant, because with Obama positioned to veto anything resembling the House GOP’s budget for the next several years, Louisiana might be Republicans’ best chance to show off their tax ideas on the state level.

 

“The national media and Acela-corridor crowd continue to focus on the bickering Washington, but they can learn what real tax reform looks like by looking to Louisiana,” Norquist said.

But strange to say, it’s not just Acela riders who hate this idea; so do the citizens of Louisiana, who disapprove by 63 to 27 percent. Jindal’s own approval has collapsed, so he’s having his own poll tax moment.

Anyway, if Republicans more generally should decide to emulate the true Thatcher record, I’m sure Democrats would be delighted.

 

Il vero erede di Margaret Thatcher

 

Come Bruce Bartlett mette in evidenza, la Margaret Thatcher che i conservatori americani ammirano ha poco somiglianza con il Primo Ministro britannico con lo stesso nome. In particolare, ella fece a malapena qualche cosa per far retrocedere il sistema assistenziale inglese (sebbene abbia fatto un pasticcio in materia di sicurezza pensionistica – ci tornerò in un prossimo post). Ecco un indicatore, a cura dell’ Institute for Fiscal Studies:

Quello che fece fu una redistribuzione del peso della fiscalità verso il basso, tagliando le aliquote fiscali sui redditi più alti mentre aumentava le imposte sui consumi, che gravano più pesantemente sui redditi bassi. La sua caduta venne con la poll tax [1], una tassa drasticamente regressiva – la stessa cifra per tutti, a prescindere dal reddito – che era troppo persino per il suo partito.

E questo significa che il suo erede più autentico in America è …. Bobby Jindal, quel Governatore della Louisiana che non è propriamente un ragazzo-prodigio, che ha proposto di smantellare la tassa sul reddito del suo Stato e di rimpiazzarla con tasse sulle vendite.

Grover Norquist se ne è innamorato:

“Grover Norquist, l’intellettuale leader del movimento anti-tasse a Washington, ha elogiato il piano di Jindal come “la più coraggiosa e la più favorevole alla crescita riforma fiscale al livello degli stati nella storia degli Stati Uniti”. Egli ha notato in particolare quanto  essa sia significativa perché, considerato che Obama è orientato a porre il veto a qualsiasi cosa assomigli alla proposta repubblicana di bilancio alla Camera per i prossimi anni, la Louisiana potrebbe essere la migliore possibilità per i Repubblicani di mettere in mostra le loro idee fiscali al livello degli stati.

‘I media nazionali e la gente che viaggia sui treni Acela del corridoio del Nord Est [2] continuano a seguire il battibecco di Washington, ma possono apprendere a cosa assomigli una vera riforma fiscale guardando alla Louisiana’  ha detto Norquist”.

Ma strano a dirsi, non sono solo quelli che corrono sui treni Acela ad odiare quell’idea; lo fanno anche i cittadini della Louisiana, i quali disapprovano con una percentuale del 63%. Anche nel caso di Jindal l’approvazione non c’è stata, cosicché anche lui sta avendo il suo moneto “poll tax”.

In ogni caso, se i Repubblicani dovessero più in generale  decidere di imitare il vero esempio della Thatcher, sono sicuro che i Democratici ne sarebbero deliziati.


 

 


[1] Nel 1989 la popolarità della Thatcher – al Governo ormai da dieci anni –  iniziò a declinare, all’inizio a causa di una frenata nella crescita economica (causata dagli alti tassi d’interesse), e in seguito a causa della sua riforma del sistema fiscale, con la quale introdusse la cosiddetta poll tax, una tassa calcolata in base alla popolazione, uguale per ogni cittadino residente nel Regno Unito, che era in contrasto con il programma liberista, ed era contestata anche nelle classi basse. Fu una misura molto impopolare, che diede avvio ad uno sciopero fiscale cui parteciparono più di 18 milioni di persone ed a molte proteste che ebbero un notevole successo; il Primo ministro, comunque, come molte altre volte in passato non arretrò di un millimetro. Tutti questi fatti le fecero alienare l’appoggio del partito; la sua caduta fu anticipata dalle dimissioni del Ministro degli Esteri nonché Vice-Primo ministro Geoffrey Howe (in quanto si trovava in conflitto con l’euroscetticismo del Primo ministro). Il 20 novembre 1990, mentre la Thatcher era alla Conferenza di Parigi, si svolsero le elezioni per la carica di leader del Partito Conservatore. La Thatcher, che credeva di essere in netto vantaggio sull’avversario Michael Heseltine, non raggiunse la maggioranza richiesta per soli 4 voti ed era quindi necessario un secondo turno. La situazione precipitò nelle ore successive, quando, rientrata a Londra, avviò delle consultazioni con gli stati maggiori del Partito, dopo aver annunciato che sarebbe rimasta a Downing Street. Nella notte, tuttavia, cambiò idea e decise di dimettersi da Primo ministro; sostenne poi la candidatura del Ministro dell’Economia John Major, che al Congresso del partito vinse facilmente e le succedette come Primo Ministro (Wikipedia)

 

[2] “Acela” è il nome usato per i 20 treni ad alta velocità dell compagnia Armtrack,  che sono utilizzati nel cosiddetto “corridoio del Nord Est” (“North East corridor”), nella tratta tra Washington e Boston, via New York e Filadelfia. Ma il progetto che fu scelto nel 1994 prevedeva anche l’utilizzo del sistema a cassa oscillante del tipo “Pendolino”. Ciononostante, ho l’impressione che l’utilizzo degli utenti di quel treno come categoria sociologica, non alluda tanto ad una categorie di persone benestanti (ormai il treno è in funzione da molti anni, ha velocità inferiore ai treni francesi ed italiani, per non dire dei cinesi e giapponesi), quanto ad un area geografica gravitante attorno a Washington. Un po’ come dire “la gente della Capitale”; oppure la gente di un’area con tendenze liberal ….

giu 16 8

 

 

 

 

 

 

 

 

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