Blog di Krugman

La Francia ha di nuovo la sua valuta (8 aprile 2013)

 

France Has Its Own Currency Again

Joe Weisenthal draws our attention to a development that may surprise many people: French borrowing costs are plunging. (Don’t tell George Osborne — he thinks that low British rates are a unique personal achievement). Here’s the chart for French 10-years:

giu 16 9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

But wait– wasn’t France supposed to be the next Italy, if not the next Greece?

 

Well, Joe has what I agree is the right explanation: markets have concluded that the ECB will not, cannot, let France run out of money; without France there is no euro left. So for France the ECB is unambiguously willing to play a proper lender of last resort function, providing liquidity.

And this means that in financial terms France has joined the club of advanced countries that have their own currencies and therefore can’t run out of money — a club all of whose members have very low borrowing costs, more or less independent of their debts and deficits.

Welcome to the club, France. Now, why are you doing all this austerity?

 

La Francia ha di nuovo la sua valuta

Joe Wiesenthal  attira la nostra attenzione su uno sviluppo che può sorprendere molti : i costi dell’indebitamento in Francia stanno cadendo (non ditelo a Osborne – pensa che i bassi tassi britannici siano un successo personale unico). Ecco la tabella per i decennali francesi:

giu 16 9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma, un momento – non doveva essere la Francia la prossima Italia – se non la prossima Grecia?

Ebbene, Joe ha la spiegazione giusta che condivido: i mercati sono arrivati alla conclusione che la BCE non vuole, non può, lasciare che la Francia esaurisca il denaro; senza la Francia non resta niente dell’euro. Dunque, per la Francia la BCE ha la dichiarata volontà di giocare la funzione di un vero e proprio prestatore di ultima istanza, fornendo liquidità.

E questo significa che in termini finanziari la Francia ha raggiunto il club dei paesi avanzati che hanno una propria valuta e di conseguenza non possono restare senza moneta  – un club nel quale tutti i membri hanno costi di indebitamento molto bassi , più o meno indipendentemente dai loro debiti e dai loro deficit.

Benvenuta nella associazione, Francia. Ora, perché stai praticando tutta questa austerità?

Le contraddizioni intellettuali del sado-monetarismo (8 aprile 2013)

aprile 8, 2013

 

The Intellectual Contradictions of Sado-Monetarism

 

 

Still convalescing from This Week; but it helped focus my thoughts a bit more on the jihad against low interest rates.

What I realized is that Stockman, and many others, represent the latest incarnation of sado-monetarism, the urge to raise rates even in a deeply depressed economy. It’s a long lineage, going back at least to Schumpeter’s warning that easy money would leave “part of the work of depressions undone” and Hayek’s inveighing against the “creation of artificial demand”. Nothing must be done to alleviate the pain!

I have to admit that the resurgence of sado-monetarism has come as a surprise. In the early stages, some readers may recall, there were many people — e.g. my colleague David Brooks — arguing that we should use monetary rather than fiscal policy to respond to the crisis. The hard task of persuasion therefore seemed to be one of explaining the zero lower bound and why it matters, the great difficulty of getting monetary traction and hence the need for fiscal action.

But now that the deficit scolds have killed fiscal policy, monetary policy is also under attack, and with even more vehemence. Yet there’s something very odd about that attack.

The modern sado-monetarist view is, after all, very much centered on the presumption that markets, left to their own devices, will get it right, and that it’s only the distortions introduced by money-printing central banks that cause bubbles and crises — which is why the Fed must stop its easing right away.

But here’s the problem: for loose monetary policy to have the dire effects the sadomonetarists claim, markets must massively get it wrong, and hugely overreact to low interest rates.

Suppose, to take the obvious example, that your claim is that loose policy by the Fed caused the housing bubble, and hence all our current woe. Well, it’s true that borrowing costs were relatively low during the bubble years. Here are mortgage rates:

giu 19 9

 

 

So mortgage rates fell by about 20 percent from late-90s levels. If housing prices were the simple inverse of bond prices, this could explain something like a 25 percent rise. Realistically, you can adjust this either up or down; focusing on real rates would push the number up, realizing that there are other costs to buying a house would push it down. But one thing seems clear: on no rational calculation can the fairly modest interest rate decline shown above justify this:

giu 19 10

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Now, you could try to explain the doubling or more of housing prices in key markets by arguing that low interest rates were what set in motion a process of irrational exuberance, in which lenders and borrowers both got carried away; I would agree with Ben Bernanke that most of the evidence suggests otherwise, but your mileage may vary. The point, however, is that even if you want to make the Fed the villain here, you can only do that by assuming that markets are highly irrational and unstable. If they can overreact so drastically to loose money, why should you believe that they get it right in response to other shocks?

 

So sadomonetarism is intellectually inconsistent. It wants to blame central banks for all the instability in the economy, it preaches a doctrine of non-intervention, but it can only make the case by insisting that financial markets are irrational and unstable to begin with, in which case it’s hard to see why laissez-faire makes sense under any conditions.

And no, I don’t think the sadomonetarists have thought this through. Their position isn’t intellectual, it’s visceral: easy money=sin, and must not be condoned. And while everyone is entitled to his own viscera, this is no way to make economic policy.

 

Le contraddizioni intellettuali del sado-monetarismo

 

Ancora convalescente dall’incontro su This Week ; ma mi ha aiutato a mettere un po’ meglio a fuoco i miei pensieri nella jihad contro i bassi tassi di interesse.

Quello che ho capito è che Stockman ed altri rappresentano l’ultima versione del sadomonetarismo, il desiderio di alzare i tassi seppure in un’economia profondamente depressa. E’ una lunga stirpe, che risale almeno agli ammonimenti di Schumpeter sul denaro facile che avrebbe lasciato “parte del lavoro delle depressioni incompiuto” ed alle invettive di Hayek contro la “creazione di domanda artificiale”.

Devo ammettere che la rinascita del sadomonetarismo è arrivata come una sorpresa. Nelle prime fasi, alcuni lettori se ne ricorderanno, c’erano molte persone – ad esempio, il mio collega David Brooks – che sostenevano che avremmo dovuto usare la politica monetaria, anziché quella della finanza pubblica, per rispondere alla crisi. Il difficile compito di persuasione sembrava di conseguenza essere quello dello spiegare il ‘limite inferiore di zero’ e la sua importanza, la grande difficoltà nell’avere sufficiente trazione dall’azione monetaria e quindi la necessità di quella della finanza pubblica.

Ma adesso che gli allarmisti del deficit hanno liquidato la politica della finanza pubblica, anche la politica monetaria è sotto attacco, e persino con maggiore veemenza. C’è tuttavia qualcosa di molto strano in quest’attacco.

Il punto di vista del moderno sadomonetarismo, alla fine, è in gran parte centrato sulla presunzione che i mercati, lasciati alla loro immaginazione, si comporteranno giustamente, e che soltanto le distorsioni introdotte dalla stampa di moneta della banche centrali provocano bolle e crisi – la qualcosa è la spiegazione del motivo per il quale la Fed deve interrompere subito la politica di facilitazione.

Ma qua è il problema: per impedire che la politica monetaria abbia i terribili effetti che i sadomonetaristi pretendono, i mercati devono percepirla sbagliata in modo massiccio, e reagire con ampiezza ai bassi tassi di interesse.

Supponiamo, per prendere una esempio ovvio, che la vostra intenzione fosse stata attenuare la politica da parte della Fed che provocò la bolla immobiliare,  e di conseguenza tutti i nostri guai attuali. Ebbene, è vero che i costi dell’indebitamento furono relativamente bassi, durante gli anni della bolla. Ecco qua i tassi di interesse dei mutui:

giu 19 9

 

 

 

 

 

 

 

 

Dunque i tassi sui mutui scesero del 20 per cento dai livelli degli ultimi anni ’90. Se i prezzi delle abitazioni fossero semplicemente il rovescio dei prezzi dei bonds, questo potrebbe spiegare qualcosa come una crescita del 25 per cento. Potete con realismo correggere questo dato sia in alto che in basso: concentrandosi sui tassi di interesse reali si spingerebbe il dato in alto, mettere nel conto che ci sarebbero altri costi per acquistare una abitazione lo abbasserebbe. Ma una cosa sembra chiara: con nessun calcolo razionale il relativamente modesto declino dei tassi di interesse mostrato sopra può giustificare questo effetto [1]:

giu 19 10

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora, potreste provare a spiegare il fatto che i prezzi delle abitazioni siano più che raddoppiati in mercati chiave sostenendo che i bassi tassi di interesse fossero quello che ha messo in movimento un processo di esuberanza irrazionale, nel quale sia i creditori che coloro che prendono prestiti sono stati travolti; io sarei d’accordo con Ben Bernanke [2] secondo il quale ogni evidenza suggerisce diversamente, ma si possono apprezzare [3] le cose diversamente. Il punto, tuttavia, è che se anche volete rappresentare la Fed come il cattivone, potete farlo solo assumendo che i mercati siano irrazionali ed instabili. Se essi possono reagire così sproporzionatamente all’allentamento monetario, perché dovreste credere che lo fanno correttamente in risposta ad altre forti sollecitazioni?

Dunque, il sadomonetarismo è intellettualmente inconsistente. Incolpa le banche centrali per l’instabilità dell’economia, elogia la dottrina del non intervento, ma esso può perorare tale causa solo ribadendo che i mercati finanziari sono irrazionali ed instabili sin dall’inizio, nel qual caso è difficile capire per quale ragione il ‘laissez-faire’ avrebbe senso sotto altre condizioni.

E no, non penso che i sadomonetaristi ci abbiano riflettuto. La loro posizione non è intellettuale, è piuttosto viscerale: moneta facile = peccato, e non può essere lasciata passare. E se tutti hanno diritto alle proprie viscere, questo non è un modo per fare politica economica.



[1] La tabella è relativa all’andamento reale dei valori immobiliari. La “bolla” è rappresentata dal più che raddoppio degli indici dal 2000 al 2006, la crisi dello scoppio e della bolla della recessione dalla caduta del 2008-2010.

[2] Il riferimento è ad un a analisi sul fenomeno della bolla immobiliare che Bernanke sviluppo in un discorso nell’anno 2010. Il testo è nella connessione.

[3] “Mileage” è il “chilometraggio”, ma è anche informalmente il metro di misura cui si ricorre, il mondo di ‘pesare’ le cose etc. (da WordFederence: “6 – informal grounds, substance, or weight: some mileage in the objectors’ arguments” )

I risultati arrivano, versione giapponese (6 aprile 2013)

aprile 6, 2013

 

We Get Results, Japan Edition

Let it not be said that the scribblings of academic economists have no effect. Some of us have been urging the Bank of Japan to get truly aggressive and adventurous on monetary policy — and it’s happening!

And it only took 15 years.

Seriously, this is very good news. Japan is finally, finally making a real effort to escape from its deflation trap. We should all hope it succeeds.

 

I risultati arrivano, versione giapponese

 

Che non si dica che gli scarabocchi degli economisti accademici sono privi di efficacia. Alcuni di noi avevano spinto la Banca del Giappone a mettere davvero in atto una politica monetaria aggressiva ed avventurosa – è sta succedendo!

E ci sono voluti soltanto 15 anni.

Sul serio, questa è proprio una buona notizia. Il Giappone sta, proprio alla fine, mettendo in atto uno sforzo reale per venir fuori dalla trappola della deflazione. Dovremmo tutti sperare che abbia successo.

L’Hedge Fund chiamato America (5 aprile 2013)

aprile 5, 2013

 

Hedge Fund America

Still thinking about debt; and it seems to me that there’s an important aspect of the story that isn’t getting any play, namely, the extent to which US debt has in effect been issued to buy assets overseas.

Here’s what the figures for US assets abroad and foreign assets in the US look like:

giu 19 11

 

 

 

 

 

 

 

 

 

What we’ve seen is a lot of financial globalization, with both assets and liabilities rising fast. The liabilities have gone up more than the assets, so we’ve gone from being a net creditor to a net debtor, but the fact that both sides have gone up matters, because the way America invests isn’t the same as the way it borrows.

Basically, we issue debt and buy equity: US liabilities consist largely though not entirely of bonds — yes, there are a lot of foreign-owned companies, but they’re a much smaller factor — while US assets abroad consist mainly either of direct investments (companies we own) or stocks. Because US assets are higher-yielding although riskier than US liabilities, we still earn more from our investments than we pay on our liabilities. In the aggregate, America is a bit like a hedge fund that borrows to make risky investments; that’s arguably not a good thing, but it’s not a story of living beyond our means.

 

 

Now, the point for the debt discussion is that the bonds we sell to foreigners count as part of the US debt number, but the assets we buy abroad don’t count against it. So financial globalization would show up as a rise in “American debt” even if we were buying just as many assets as we were selling, and therefore not living beyond our means at all.

Parsing the data to put a number on this effect is tricky, because I don’t know how the “claims reported by banks, not reported elsewhere” — about $3 trillion in both assets and liabilities — pops up. But a rough guess is that this financial globalization effect — an effect that is all about leverage, not at all about overspending — has added between 30 and 50 percent of GDP to the reported US debt ratio.

 

L’Hedge Fund [1] chiamato America

Ancora ragionando sul debito, mi sembra ci sia un aspetto importante in questa storia che non sta avendo alcuna considerazione, precisamente, la misura nella quale il debito statunitense in effetti è stato emesso per acquistare patrimoni all’estero.

Ecco cosa si ottiene dalla raffigurazione degli assets degli Stati Uniti all’estero e di quelli stranieri negli Stati Uniti:

giu 19 11

 

 

 

 

 

 

 

 

Quello a cui abbiamo assistito è una grande globalizzazione finanziaria, con una crescita rapida sia degli assets che delle passività. Le passività sono salite maggiormente degli assets, cosicché noi siamo passati dall’essere un creditore netto ad un debitore netto, ma il fatto che entrambi i comparti siano in crescita è importante, giacché il modo in cui l’America investe non è lo stesso di quello in cui si indebita.

Fondamentalmente, noi emettiamo obbligazioni sul debito ed acquistiamo capitali: le passività degli Stati Uniti consistono largamente sebbene non interamente in bonds – si, ci sono molte imprese di proprietà di stranieri, ma esse sono un fattore assai più modesto – mentre i patrimoni degli Stati Uniti all’estero consistono principalmente o di investimenti diretti (imprese delle quali siamo proprietari) o di azioni. Poiché i patrimoni degli Stati Uniti hanno rendimenti più elevati sebbene più rischiosi delle passività degli Stati Uniti, noi ancora guadagnamo dai nostri investimenti più di quello che paghiamo per le nostre passività. Nel suo complesso, l’America è un po’ come un hedge fund che presta denaro per compiere investimenti rischiosi; non si tratta probabilmente di una buona cosa, ma non ha niente a che fare con la storia del vivere oltre le nostre possibilità.

Ora, il punto per la discussione sul debito è che i bonds che vendiamo agli stranieri figura come una componente del dato sul debito statunitense, ma i patrimoni che acquistiamo all’estero non figurano in modo opposto. Dunque la globalizzazione finanziaria mostrerebbe una crescita del “debito americano” anche se stessimo esattamente comprando altrettanti assets di quelli che stiamo vendendo, di conseguenza non vivendo affatto oltre i nostri mezzi.

Analizzare i dati per dedurne un numero di questo effetto è difficoltoso, perché non conosco come si comportano le “rivendicazioni resocontate dalle banche, che non figurano altrove” – circa tremila miliardi di dollari sia di assets che di passività. Ma una stima sommaria è che l’effetto della globalizzazione finanziaria – un effetto che è tutto relativo ad un incremento del rapporto di indebitamento, ma niente affatto relativo ad una spesa superiore alle possibilità – ha aggiunto qualcosa tra il 30 ed il 50 per cento del PIL al rapporto del debito statunitense  di cui si parla.


 

 


[1] I fondi speculativi (in inglese hedge funds) detti anche in italiano fondi hedge, nascono negli Stati Uniti negli anni cinquanta. I fondi speculativi hanno l’obiettivo di produrre rendimenti costanti nel tempo, con una bassa correlazione rispetto ai mercati di riferimento, tramite investimenti singolarmente ad alto rischio finanziario, ma con possibilità di ritorni molto fruttuosi. Sono contraddistinti dal numero ristretto di soci partecipanti e dall’elevato investimento minimo richiesto. Sono soggetti ad una normativa che, per quanto riguarda la prudenza, è più limitata rispetto a quella che vincola gli altri operatori finanziari. Una tipica operazione effettuata dagli hedge funds è la vendita allo scoperto, a scopo ribassista; tale operazione non è permessa, di norma, ai fondi comuni canonici di diritto italiano (costituiscono eccezione i fondi che hanno recepito le nuove normative). Sono fondi ad alto rischio per l’investitore. In Italia sono rappresentati dai fondi comuni di investimento speculativi (Wikipedia).

Alla disperata ricerca di una approvazione da parte delle persone “Serie” (5 aprile 2013)

aprile 5, 2013

 

Desperately Seeking “Serious” Approval

Sigh. So Obama is going with the “chained CPI” thing in his latest proposal — changing the price index used for Social Security cost adjustments. This is, purely and simply, a benefit cut.

 

Does it make sense in policy terms? No. First of all, there is no reason to believe that the chained index is a better measure of inflation facing seniors than the standard CPI. It’s true that the standard measure arguably understates inflation for the typical household — but seniors have a different consumption basket from the young, one that includes more medical expenses, and probably face true inflation that’s higher, not lower, than the official measure.

 

Anyway, it’s not as if the current level of real benefits has any sacred significance. The truth — although you’ll never hear this in Serious circles — is that we really should be increasing SS benefits. Why? Because the shift from defined-benefit pensions to defined contribution, the rise of the 401(k), has been a bust, and many older Americans will soon find themselves in dire straits. SS is the last defined-benefit pension still standing — thank you, Nancy Pelosi, for standing up to Bush — and should be strengthened, not weakened.

So what’s this about? The answer, I fear, is that Obama is still trying to win over the Serious People, by showing that he’s willing to do what they consider Serious — which just about always means sticking it to the poor and the middle class. The idea is that they will finally drop the false equivalence, and admit that he’s reasonable while the GOP is mean-spirited and crazy.

 

But it won’t happen. Watch the Washington Post editorial page over the next few days. I hereby predict that it will damn Obama with faint praise, saying that while it’s a small step in the right direction, of course it’s inadequate — and anyway, Obama is to blame for Republican intransigence, because he could make them accept a Grand Bargain that includes major revenue increases if only he would show Leadership (TM).

Oh, and wanna bet that Republicans soon start running ads saying that Obama wants to cut your Social Security?

 

Alla disperata ricerca di una approvazione da parte delle persone “Serie”

Ahimè. Dunque Obama tra le sue ultimissime proposte sta procedendo con la storia dell’ “Indice combinato dei prezzi al consumo” [1] – ovvero la modifica  dell’indice dei prezzi utilizzato per l’adeguamento dei costi della Previdenza Sociale. Questo è, puramente e semplicemente, un taglio ai sussidi previdenziali.

Ha senso, in termini politici? No. In primo luogo non c’è alcuna ragione per ritenere che l’indice ‘combinato’ sia una misura migliore dell’inflazione nei confronti degli anziani che non l’indice di misurazione comune. E’ vero che la misura standard probabilmente sottostima l’inflazione per una famiglia ordinaria – ma gli anziani hanno un diverso “paniere” di consumi rispetto ai giovani, che include maggiori spese sanitarie, e probabilmente esso fa i conti con un’inflazione che è più alta, non più bassa, della misura ufficiale.

In ogni modo, il livello attuale dei sussidi effettivi non ha affatto un valore sacro. La verità – sebbene non lo sentirete mai dire negli ambienti “Seri” – è che si dovrebbero piuttosto aumentare i sussidi della Previdenza Sociale.  Perché? Perché il passaggio dalle pensioni definite sulla base dei sussidi a quelle definite sulla base dei contributi, l’aumento della categoria dei cosiddetti “401 k” [2], è stato un fallimento e molti americani anziani si ritroveranno presto con l’acqua alla gola. La Previdenza Sociale [3]è l’ultima tipologia di pensione definita sulla base dei sussidi ancora rimasta – grazie a Nancy Pelosi che resistette a Bush – e dovrebbe essere rafforzata, non indebolita.

Dunque, cosa significa tutto ciò? La risposta, temo, è che Obama stia ancora cercando di far colpo sulle Persone Serie, mostrando di aver la volontà di fare ciò che essi considerano Serio – il che significa sempre semplicemente dar colpi sui più poveri e sulle classi medie. L’idea è che essi alla fine faranno cadere la falsa equazione, e ammetteranno che egli è ragionevole mentre  i repubblicani sono meschini  e folli.

Ma non accadrà. Si guardi alla pagina degli editoriali del Washington Post dei prossimi giorni. Io faccio la previsione che essa con vacui apprezzamenti continuerà a mandare al diavolo Obama, dicendo che se questo è un piccolo passo nella giusta direzione, naturalmente è inadeguato – e in goni caso la colpa dell’intransigenza dei repubblicani è di Obama, perché è lui che potrebbe far accettare una Grande Intesa che includa importanti aumenti delle entrate se solo volesse dar prova di capacità di governo.

E, infine, vogliamo scommettere che i repubblicani  presto cominceranno a mettere in moto la propaganda dicendo che Obama vuole tagliare la vostra Previdenza Sociale?



[1] Tale Indice (“chained CPI”) attualmente non viene utilizzato nei programmi federali. In realtà, esso è caratterizzato dal fatto che, producendo previsioni di inflazione ridotte per effetto dei diversi metodi di calcolo,  comporterebbe minori spese per lo Stato e minore beneficio per gli assistiti. All’origine dei diversi metodi di calcolo c’è una diversa metodologia sul “paniere” dei beni che sono considerati in tali indici; nel caso degli indici tradizionali i beni inclusi nel “paniere” sono fissi, il che comporta, secondo i critici, che si sottostima l’effetto delle possibili reazioni ‘di risparmio’ dei consumatori all’aumento di prezzo di determinati generi. In sostanza, quella rigidità comporterebbe un aumento della inflazione analizzata superiore all’aumento del reale costo della vita; mentre nel “Chained CPI” l’inflazione verrebbe calcolata con un effetto di sottrazione che implicherebbe minori spese per i programmi governativi.

[2] “401 k” è una sottosezione del Codice delle Entrate Nazionali americano, ed indica i programmi di contribuzione per i quali i contributi annuali sono attualmente limitati a 17.500 dollari.

[3] Come chiariamo nella note sulla traduzione finali, traduciamo “Social Security” con “Previdenza Sociale”, che è il termine omologo più prossimo. Ma si deve tener conto che negli USA si tratta di uno specifico programma sociale del Governo Federale nel settore previdenziale, e dunque più precisamente indica una categoria di prestazioni pensionistiche, mentre il termine italiano ha un significato più generale.

La depressione non è finita (5 aprile 2013)

aprile 5, 2013

 

Depression, Not Ended

Lousy jobs report. OK, you don’t want to put too much stress on one month’s numbers, yada yada, but it doesn’t look at all good.

But is this really a surprise? I mean, it’s true that the incipient housing recovery has made many people somewhat optimistic — I’ve been one of them — but when all is said and done, we are following strongly contractionary fiscal policy in an economy in which monetary policy is still ineffective because of the zero lower bound. How contractionary? Look at CBO’s estimates of the cyclically adjusted budget deficit (third column).

 

That deficit has declined from 5.6 percent of potential GDP in 2011 to 2.5 percent in 2013 — that’s 3 percent of GDP, which is a lot of austerity. Not all of that cut has even hit yet — the sequester isn’t in the macro numbers yet — but the rise in the payroll tax is very clearly driving the latest bad numbers, which show big declines in retail.

This is really stupid; as long as we’re at the zero lower bound, austerity is a huge mistake. Yet for what, the third time since 2009, all discussion in Washington has turned away from job creation to deficits (even though the debt problem has largely faded away) and the need for an early Fed exit from stimulus (even though unemployment remains high and inflation low).

Clearly, the answer is to cut Social Security!

 

La depressione  non è finita

Miseri resoconti sui posti di lavoro. E’ vero, non si deve ammattire sui dati mensili, etc. etc., ma sembrano tutto meno che buoni.

Ma è proprio una sorpresa? Voglio dire, è vero che l’incipiente ripresa immobiliare ha reso molte persone in qualche modo ottimiste – io sono stato uno di quelli – ma alla fin fine stiamo perseguendo una politica fiscale fortemente restrittiva in una economia nella quale la politica monetaria è ancora inefficace a causa del “limite inferiore di zero”. Quanto restrittiva? Si vedano (nella nota in basso [1]) i dai del Congressional Budget Office sul deficit di bilancio corretto sulla base dell’andamento del ciclo (terza colonna).

Quel deficit è diminuito dal 5,6 per cento del PIL potenziale nel 2011 al 2,5 per cento nel 2013 – vale a dire un 3 per cento del PIL, che è una bella quantità di austerità. Peraltro, non tutti quei tagli hanno ancora prodotto i loro effetti – i dati del “sequestro” non sono ancora nelle statistiche economiche – ma la crescita delle tasse sugli stipendi sta molto chiaramente spingendo gli ultimi risultati, che mostrano grandi decrementi nel commercio al dettaglio.

Questo è proprio stupido: finché si è al limite inferiore di zero, l’austerità è un grande sbaglio. Quella è ancora la ragione per la quale, per la terza volta dal 2009, tutta la discussione a Washington si è spostata dalla creazione dei posti di lavoro ai deficit (anche se il problema del debito si è largamente attenuato) ed al bisogno che la Fed venga fuori prematuramente dalle azioni di sostegno (anche se la disoccupazione resta elevata e l’inflazione bassa).

Chiaramente, la risposta è tagliare la Previdenza Sociale.

 



[1]

giu 19 12

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ragionare lucidamente sul debito (4 aprile 2013)

aprile 4, 2013

April 4, 2013, 6:06 pm

Thinking Straight About Debt

 

A heads-up: I’m doing This Week this week. Also on the panel: David Stockman. This should be, um, interesting.

So, a few more thoughts on debt and what it does and doesn’t signify.

Start with the numbers that Stockman loves to cite, showing the ratio of total debt, public and private, to GDP:

giu 19 20

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stockman, and to be fair quite a few people, would have us see this as evidence that we have been on a vast spending spree (Stockman is big on sprees), living far beyond our means and leaving us with no choice except a drastic reduction in spending. After all, debt is about 200 percent of GDP higher than it was before 1980. Isn’t this a giant burden on the nation?

OK, the sheer size of that number should tell you immediately that this can’t be right. Yes, we have run trade deficits and moved from being a net creditor to being a net debtor, but it’s not that big a deal (and we still earn more on our foreign assets than we pay on our foreign liabilities). So the surge in debt reflects a surge in money Americans owe to other Americans.

I wrote about this analytically a while back, laying out a stylized framework in which it is literally impossible for the nation to live beyond its means — because there is neither foreign trade nor investment — so that debt growth is always about one group within the country lending to another. This can present problems, partly because it concentrates risk on the leveraged parties, partly because of the possibility of forced deleveraging. But the issue in the latter case isn’t that we as a nation have overspent and need to spend less; it’s that some people are being forced to spend less, and we have a depression because other people won’t (NOT can’t) spend more.

This is how you want to think about debt: it’s not a burden on the nation’s resources, because it’s mainly money we owe to ourselves, and it’s a problem not because we have to tighten our belt but because debt is currently leading to spending that’s less than we need to maintain full employment.

I would add that one thing the model doesn’t cover is debt of financial intermediaries, which is a big part of the real story and if anything bears even less resemblance to the notion of debt as a consequence of national overspending; to a large extent it’s just an accounting issue, because old-fashioned deposits aren’t counted as debt even though they are.

Maybe a short way to put all this is to say that we have a real problem with excessive leverage; that’s not at all the same thing as the nation being deeply in hock to some external player or players. And failing to understand that difference is a way to get both the nature of our crisis and the shape of appropriate policies totally wrong.

 

Ragionare lucidamente sul debito

 

Un avviso: questa settimana sarò su This Week. All’incontro ci sarà anche David Stockman. Questo, speriamo, dovrebbe essere interessante.

Dunque, qualche ulteriore pensiero sul debito e su quello che esso significa e non significa.

Cominciamo dai dati che Stockman ama citare, mostrando la percentuale totale del debito, pubblico e privato, rispetto al PIL:

giu 19 20

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stockman, e ad esser giusti non poche altre persone, vorrebbero che noi vedessimo in essi la prova che abbiamo convissuto con una grande frenesia di spesa (Stockman è grande con le frenesie!), vivendo molto oltre i nostri mezzi e lasciandoci nessuna altra possibilità se non una drastica riduzione della spesa. Dopo tutto il debito è circa il 200 per cento del PIL più alto di quanto non fosse prima del 1980. Non è questo un peso gigantesco per la nazione?

E’ vero, la mera dimensione di quel dato vi porterebbe subito a dire che esso non può essere sostenibile. Si, abbiamo realizzato deficit commerciali e ci siamo spostati dalla posizione di creditori netti e quella di debitori netti, ma non si tratta di un problema così grande (e noi ancora guadagniamo di più dai nostri assets all’estero [1]di quello che paghiamo per i nostri crediti verso l’estero). Dunque, la crescita del debito sono soldi che gli americani prestano ad altri americani.

Ho scritto su questo argomento in modo analitico un po’ di tempo fa [2], buttando giù uno schema stilizzato secondo il quale è letteralmente impossibile per la nazione vivere oltre i propri mezzi – giacché non ci sono né commercio estero né investimenti – cosicché la crescita del debito riguarda pur sempre un gruppo che presta ad un altro, all’interno del paese. Questo può presentare problemi, in parte perché esso concentra il rischio sulla componente indebitata, in parte a causa della possibilità di una riduzione obbligata dell’indebitamento. Ma nell’ultimo caso il tema non è l’aver speso troppo e l’aver bisogno di ridurre la spesa come nazione; è che alcune persone sono costrette a spendere di meno perché altre persone non vogliono (E NON  non possono) spendere di più.

E’ questo quello che si deve pensare del debito: esso non grava sulle risorse della nazione, giacché è principalmente denaro che prestiamo a noi stessi, e non costituisce un problema perché dobbiamo stringere la cinghia, bensì perché il debito sta attualmente portando ad una spesa minore di quella di cui avremmo bisogno per mantenere la piena occupazione.

Vorrei aggiungere che un aspetto che il modello non comprende è il debito degli intermediari finanziari, che è una gran parte della storia reale, e semmai mostra una somiglianza anche minore con l’idea del debito come conseguenza di una eccessiva spesa nazionale; in larga misura esso è semplicemente un tema di contabilità, giacché i tradizionali depositi non sono considerati come debito anche se lo sono.

Forse un modo per dire in breve tutto questo è che noi abbiamo un problema reale con un eccessivo rapporto di indebitamento; che non è affatto la stessa cosa che dire che siamo impegnati verso uno o più protagonisti esterni. E non riuscire a capire quella differenza è un modo per sbagliare completamente nella comprensione sia della natura della crisi che della forma di politiche appropriate.



[1] Vedi il post del 3 aprile sullo stesso argomento.

[2] Post dell’8 giugno.

Il debito e David Stockman (3 aprile 2013)

aprile 3, 2013

April 3, 2013, 8:08 pm

Debt and David Stockman

 

Update: I forgot to explain that the chart shows the ratio of financial-sector debt to GDP.

Well, it turns out that I’ve actually been polite to David Stockman; Neil Irwin describes his recent writings as “spittle-filled”, and gets at the essentially destructive nature of Stockman’s critique. More on that another day. What I want to point out is the way Stockman unintentionally makes a point I’ve been trying to get across: debt does not directly impoverish us, because it’s money we owe to ourselves. OK, some of it is money we owe to foreigners, but I’ve dealt with that part already.

So here’s Stockman on how we lived “high on the hog”; he cites the current account deficit (which actually turns out to be a smaller thing than he imagines), then declares

In effect, America underwent an internal leveraged buyout, raising our ratio of total debt (public and private) to economic output to about 3.6 from its historic level of about 1.6. Hence the $30 trillion in excess debt (more than half the total debt, $56 trillion) that hangs over the American economy today.

 

Actually, the LBO analogy isn’t too bad; but if he thought about that for even a minute, he would realize that LBOs have nothing to do with spending sprees, they’re just a change in the structure of risk, with equity (which shares the risk among a fairly broad set of investors) replaced with debt (that concentrates the risk).

Anyway, think about the macroeconomics; did America really put itself $30 trillion in hock to someone else? No, some Americans lent to other Americans, which is a very different issue.

And wait: even that isn’t really true. About half of the rise in Stockman’s rise in the debt-GDP ratio is debt of the financial sector:

giu 19 21

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

How did that happen? Two things: a shift from ordinary deposit-based banking to shadow banking, and the increasingly complexity of the financial system. The first raises the official debt number because bank deposits aren’t counted as debt, even though they really are just a particular kind of debt. The second raises the debt number because the same money can be counted several times if an institution buys debt securities, then uses them as collateral to issue debt of its own, which is what repo is all about. Oh, and the rapid drop in the debt ratio reflects a partial return to plain vanilla banking, not a massive paydown of obligations.

The point is that neither shifting from deposits to other forms of debt nor complexification of the financial system involve borrowing from the future, spending more than we earn. They’re just fancier ways of owing money to ourselves, ways that cause the official debt ratio to rise. So skip the moral lectures, please.

Now, just to be clear, I’m not saying that complex shadow banking is harmless. Far from it: like LBOs, it shifts risk around, and as it turns out the concentration of risk made our economy much more fragile than it used to be. That’s a big deal. But it’s not at all the kind of big deal the debt scolds would make it out to be. And it’s just crazy to use the economy’s excessive reliance on fancy finance to argue that we can’t do what it takes to restore full employment.

 

Il debito e David Stockman

Correzione: ha scordato di spiegare che la tabella mostra la percentuale del debito del settore finanziario rispetto al PIL.

Ebbene, viene fuori che ero stato effettivamente cortese nei confronti di David Stockman; Neil Irwin descrive i suoi scritti recenti come “pieni di livore”, e si riferisce alla natura sostanzialmente distruttiva della critica di Stockman. Su questo dirò di più prossimamente. Quello che voglio mettere in evidenza è il modo in cui Stockman avanza senza averne l’intenzione un punto che io ho cercato di spiegare: il debito non ci impoverisce direttamente, perché sono soldi che dobbiamo a noi stessi. E’ vero, un po’ di soldi li dobbiamo anche agli stranieri, ma mi sono già misurato con quella questione [1].

Dunque, ecco qua come secondo Stockman noi avremmo vissuto nel lusso: egli cita il deficit del conto corrente (che in realtà si scopre è molto minore di quello che lui immagina) e poi afferma:

“In effetti, l’America si è sottoposta ad una operazione di acquisizione tramite lo sfruttamento della capacità di indebitamento interno [2], elevando il nostro tasso complessivo del debito (pubblico e privato) a circa il 3,6 per cento dal suo livello storico dell’1,6. Da qui i trentamila miliardi di dollari di debito in eccesso (più della metà del debito totale di 56 mila miliardi di dollari) che incombono sull’economia americana di oggi.”

In effetti, l’analogia con il “leveraged buyout” non è cattiva: ma se ci avesse pensato un attimo, avrebbe compreso che i “leveraged buyout” non hanno  niente a che fare con le frenesie della spesa, essi sono semplicemente un cambiamento nella struttura del rischio, con le partecipazioni azionarie (che distribuiscono il rischio tra un complesso piuttosto ampio di investitori) che sono rimpiazzate da obbligazioni sul debito (che concentrano il rischio).

In ogni modo, riflettiamo sulla logica economica: l’America si è davvero impegnata con qualcun altro per 30  milia miliardi di dollari? No, alcuni americani li hanno dati in prestito ad altri americani, che è una faccenda del tutto diversa. Ed aspettate: neanche quello è del tutto vero. La metà circa della crescita del rapporto tra debito e PIL di Stockman è il debito del settore finanziario:

giu 19 21

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come è successo? Due cose: il passaggio da un sistema bancario fondato sul deposito al sistema bancario ‘ombra’, e la crescente complessità del sistema bancario. Il primo aspetto accresce i dati ufficiali sul debito perché i depositi bancari non sono considerati debito, anche se essi sono proprio un particolare tipo di debito. Il secondo accresce i dati sul debito giacché lo stesso denaro può essere contabilizzato più volte se un istituto acquista titoli sul debito e poi li usa come collaterali per emettere debito suo proprio, che è tutto quello che fanno i “repo” [3]. E, infine, la rapida caduta nel tasso del debito [4] riflette il parziale ritorno ad un sistema bancario più normale, non una massiccia restituzione delle obbligazioni.

Il punto è che né un passaggio dai depositi alle altre forme del debito, né la crescente complessità del sistema finanziario hanno a che fare con l’impegnare il futuro, spendendo di più di quello che si guadagna. Essi sonio semplicemente modi più fantasiosi di essere in debito di soldi con noi stessi, modi che provocano la crescita del tasso ufficiale del debito. Lasciamo dunque perdere le letture moralistiche, per favore.

Ora, solo per esser chiaro, non sto dicendo che il complicato “sistema bancario ombra” sia innocuo. E’ lungi dall’essere tale: come i “leveraged buyout”, esso mette in circolazione il rischio, e come si è visto la concentrazione del rischio ha reso la nostra economia più fragile di quello che era di solito. Si tratta di una cosa importante. Ma non il genere di cosa importante che gli allarmisti del deficit vorrebbero far credere. Ed è proprio pazzesco usare l’argomento dell’eccessivo affidamento dell’economia nella finanza fantasiosa per sostenere che non possiamo fare quello che serve per ripristinate le piena occupazione.



[1] Il riferimento è al post “America, la debitrice”.

[2] Il leveraged buyout o LBO è un’operazione di finanza strutturata utilizzata per l’acquisizione di una società mediante lo sfruttamento della capacità di indebitamento della società stessa.

[3] Il repo è un’abbreviazione di repurchase agreement, e non si tratta di altro che del nostro ‘pronti contro termine’. Cioè di uno strumento di gestione del danaro a breve: dei due contraenti, uno vende un titolo contro contanti, e allo stesso tempo si impegna a riacquistare quel titolo allo scadere di un breve periodo (dall’overnight a qualche mese), dietro pagamento del prezzo originario aumentato dell’interesse. Questo mercato è vastissimo, e utilizzato sia da privati che da aziende e società finanziarie. Le Banche centrali utilizzano il pronti contro termine per aggiungere o togliere liquidità al sistema bancario.

[4] Ovvero, il fenomeno che nella tabella è illustrato dall’andamento a partire dal 2009/2010.

America, la debitrice (3 aprile 2013)

aprile 3, 2013

 

April 3, 2013, 8:52 am

America the Debtor

I guess I’m going to have to write more about David Stockman’s unfortunate rant, since a lot of people who should know better seem to think he made serious points. Right now, however, I just want to lay down a marker on an issue I really really do know something about: America as a net international debtor.

Stockman describes a horror show:

Then came Lyndon B. Johnson’s “guns and butter” excesses, which were intensified over one perfidious weekend at Camp David, Md., in 1971, when Richard M. Nixon essentially defaulted on the nation’s debt obligations by finally ending the convertibility of gold to the dollar. That one act — arguably a sin graver than Watergate — meant the end of national financial discipline and the start of a four-decade spree during which we have lived high on the hog, running a cumulative $8 trillion current-account deficit.

Leave the goldbuggery aside (does Stockman think that countries pegged to gold — or, for that matter, the euro — never run current account deficits?). Are things as bad as he says?

Well, the $8 trillion number is right. But while it may be EIGHT TRILLION DOLLARS, that’s a cumulative deficit (which began in the 80s, by the way, not the 70s) of only half of this year’s GDP. And if you know anything about the subject, you know that America’s debtor position isn’t actually that deep, because of capital gains (which aren’t counted in the current account):

giu 19 23

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

But OK, market valuations are one thing, what about income flows? Aren’t we now paying a lot in interest to foreigners? Ahem. Here’s US net international investment income — income from US assets abroad minus income payments on foreign assets in the US — as a percentage of GDP:

giu 19 24

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Now, that surge at the end is crisis-related: America tends to issue debt while buying equity and real assets abroad, so the plunge in interest rates has pushed up our net investment earnings, and this will go down again if and when we recover. Prior to the crisis, the trend was clearly down. But we’re talking about fairly modest numbers, with America still earning more than it pays. This is the result of an epic spending spree, four decades of living high on the hog?

 

But of course you don’t check out these numbers if your purpose is to scare readers by talking about EIGHT TRILLION DOLLARS.

 

America, la debitrice

 

Penso che scriverò qualcosa di più sulla infelice filippica di  David Stockman, dal momento che molta gente che dovrebbe saperne di più pare pensare che egli ponga alcune questioni serie. In questo momento, tuttavia, voglio semplicemente buttar giù una nota su un tema sul quale ho per davvero qualche competenza: l’America come debitore netto internazionale.

Stockman descrive una rappresentazione terrificante:

“Poi vennero gli eccessi dei “fucili e del burro” [1], che vennero intensificati in un maligno fine settimana a Camp David (Maryland), nel 1971, quando Richard M. Nixon fondamentalmente mandò in default le obbligazioni sul debito della nazione ponendo definitivamente  termine alla convertibilità dell’oro col  dollaro.  Quel solo atto – probabilmente un peccato più grave del Watergate – significò la fine della disciplina finanziaria e l’inizio di quattro decenni di frenesia durante i quali abbiamo vissuto nel lusso, realizzando un deficit cumulativo nel conto corrente [2]di 8 mila miliardi di dollari.”

Lasciamo da parte il fanatismo aureo (pensa Stockman che i paesi che sono ancorati all’oro – o magari all’euro – non realizzino deficit di conto corrente?). Le cose sono così negative come egli sostiene?

Ebbene, il dato  degli 8 mila miliardi di dollari è giusto. Ma mentre esso può essere quella gran cifra (di OTTOMILA MILIARDI DI DOLLARI) , si tratta di un deficit complessivo (che, per inciso, cominciò negli anni ’80 e non ’70) pari soltanto alla metà del PIL di quest’anno. E se si conosce per intero questo tema, si sa che la posizione debitrice dell’America non è effettivamente così grave, a causa dei profitti da capitale (che non sono considerati nel conto corrente):

giu 19 23

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma va bene, le valutazioni del mercato sono un aspetto, che cosa accade ai flussi di reddito? Non stiamo oggi pagando una gran quantità di interessi agli stranieri? Non è così semplice. Ecco il reddito netto degli investimenti nel mondo degli Stati Uniti – il reddito dei patrimoni americani all’estero meno i pagamenti sul reddito dei patrimoni stranieri  negli Stati Uniti – come percentuale del PIL:

giu 19 24

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora, quella risalita finale è dipendente dalla crisi: l’America tende ad emettere obbligazioni sul debito e nel contempo acquista titoli e patrimoni reali all’estero, cosicché la crescita dei tassi di interesse ha spinto in alto i profitti sui nostri investimenti netti, e questo tornerà a scendere se e quando ci riprenderemo. Prima della crisi, la tendenza era chiaramente in discesa. Ma stiamo parlando di numeri abbastanza modesti, con l’America che ancora sta guadagnando più di quanto non paghi. Questo è il risultato di un’epica frenesia verso la spesa, di quattro decenni di lussi sfrenati?

Ma naturalmente questi non sono numeri che si controllano, se ci si propone di impressionare i lettori parlando di OTTOMILA MILIARDI DI DOLLARI.

 



[1] La “Guns and butter curve” – la “curva dei fucili e del burro” – è una curva che riguarda le possibilità produttive di un paese e mostra il concetto di “costo della opportunità”. Una economia che produce più fucili deve produrre meno burro, secondo questo semplice schema (ad una estremità del quale c’è la massima produzione di 900 libbre di burro, con 20 fucili, mentre all’altra c’è la minima produzione di 100 libbre di burro, con 180 fucili). Gli “eccessi” di Lyndon B. Johnson, all’epoca della guerra del Vietnam, consistevano nel produrre il massimo di consumi interni e di armamenti, evidentemente ricorrendo al debito.

giu 19 22

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] In economia il “conto corrente” è una delle due componenti primarie della bilancia dei pagamenti, essendo l’altra il “conto capitale”.  Il “conto corrente” è la somma della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni di beni e servizi), del reddito netto di fattori della produzione (come gli interessi ed i dividendi) e dei trasferimenti (come gli aiuti all’estero). Il “conto corrente” è una delle due più importanti misure delle caratteristiche del commercio estero di un paese (l’altra essendo il flusso netto di capitali investiti all’estero).

Vecchio scontroso (31 marzo 2013)

marzo 31, 2013

 

March 31, 2013, 1:14 pm

Cranky Old Men

Shorter David Stockman:

We’ve been doomed, yes doomed, ever since FDR took us off the gold standard and introduced unemployment insurance. What about those 80 years of non-doom? Just a series of lucky accidents. Now we’re really doomed. I mean it!

Actually, I was disappointed in Stockman’s piece. I thought there would be some kind of real argument, some presentation, however tendentious, of evidence. Instead it’s just a series of gee-whiz, context- and model-free numbers embedded in a rant — and not even an interesting rant. It’s cranky old man stuff, the kind of thing you get from people who read Investors Business Daily, listen to Rush Limbaugh, and maybe, if they’re unusually teched up, get investment advice from Zero Hedge.

Sad.

 

Vecchio scontroso

 

David Stockman [1]in breve:

“Noi siamo condannati, si condannati, dal momento in cui Franklin Delano Roosevelt ci portò fuori dal ‘gold standard’ e introdusse l’assicurazione sulla disoccupazione. Come mai in quegli 80 anni la condanna non è stata eseguita? Solo una serie di fortunati accidenti. Ora siamo per davvero condannati. Intendo quello!”

Sono in effetti rimasto deluso dall’articolo di Stockman. Pensavo di trovare qualcosa come un argomentazione reale, una qualche presentazione, per quanto tendenziosa, di prove. Invece esso è solo una serie di espressioni stupefatte, dati fuori da ogni contesto e modello incorporati in uno sproloquio neanche interessante. Roba da vecchio scontroso, il genere di cose che si sentono dalla gente che legge Investors Business Daily, che ascoltano Rush Limbaugh, e magari, quando sono inusualmente sovraeccitati, prendono consigli su investimenti da Zero Hedge [2].

Triste.

 


 

 


[1] David Stockman è stato un uomo politico americano e dirigente di impresa. Membro della Camera dei Rappresentanti dal 1977 al 1981, fu Direttore dell’ “Office of management and budget” con il Presidente Reagan. Di recente ha pubblicato un libro dal titolo “La grande deformazione: la corruzione del capitalismo in America”. Sullo stesso tema ha pubblicato il 30 marzo un lungo articolo nella pagine dei commenti del New York Times, al quale è dedicato questo post di Krugman, ed altri successivi.

giu 19 25

 

 

 

 

[2] “Zero Hedge” è un popolare blog finanziario americano. Di recente Mario Draghi, nel corso di una conferenza stampa, a fronte di insistenti domande del corrispondente di quel blog sulla esistenza di un “Piano B” nel caso di abbandono dell’Euro da parte di qualche importante paese membro, si è espresso in questo modo a proposito della ‘cultura’ dei lettori di “Zero Hedge”: Queste domande sono formulate da persone che sottovalutano enormemente ciò che l’euro significa per gli europei, per l’area dell’euro. Essi sottovalutano di gran lunga la quantità di capitale politico che è stato investito nell’area dell’euro.

E così, continuano a fare domande del tipo: “se l’euro si rompe …” e “Se un paese lascia l’euro domani …” Voglio dire, l’eurozona non è come una porta girevole. E’ una cosa molto importante. E’ un progetto dell’Unione europea, questo. Quindi, è per questo che avrete delle difficoltà a chiedere a gente come me “Che cosa accadrebbe se?”

Il prezzo è sbagliato (30 marzo 2013)

marzo 30, 2013

 

March 30, 2013, 11:02 am

The Price Is Wrong

But which price — that is the question.

It’s a slow morning on the economic news front, as we wait for various euro shoes to drop, so I thought I’d share a meditation I’ve been having on the diagnosis and misdiagnosis of the Lesser Depression. It’s not really different from what I’ve been saying all along, but maybe coming at it from a different angle is somewhat enlightening.

So, start with our big problem, which is mass unemployment. Basic supply and demand analysis says that things like that aren’t supposed to happen: prices are supposed to rise or fall to clear markets. So what’s with this apparent massive and persistent excess supply of labor?

 

In general, market disequilibrium is a sign of prices out of whack; and most people commenting on our mess accept the notion that one or more prices are for some reason not adjusting. The big divide comes over the question of which price is wrong.

 

As I see it, the whole structural/classical/Austrian/supply-side/whatever side of this debate basically believes that the problem lies in the labor market. (I know, the Austrians will deny it — but it doesn’t matter what you say about their position, any comprehensible statement leads to angry claims that you don’t understand their depths). For some reason, they would argue, wages are too high given the demand for labor. Some of them accept the notion that it’s because of downward nominal wage rigidity; more, I think, believe that workers are being encouraged to hold out for unsustainable wages by moocher-friendly programs like food stamps, unemployment benefits, disability insurance, and whatever.

 

As regular readers know, I find this prima facie absurd — it’s essentially the claim that soup kitchens caused the Great Depression. But let’s stick with the economic logic for now.

 

So what’s the alternative view? It’s basically the notion that the interest rate is wrong — that given the overhang of debt and other factors depressing private demand, real interest rates would have to be deeply negative to match desired saving with desired investment at full employment. And real rates can’t go that negative because expected inflation is low and nominal rates can’t go below zero: we’re in a liquidity trap.

There are strong policy implications of these two views. If you think the problem is that wages are too high, your solution is that we need to meaner to workers — cut off their unemployment insurance, make them hungry by cutting off food stamps, so they have no alternative to do whatever it takes to get jobs, and wages fall. If you think the problem is the zero lower bound on interest rates, you think that this kind of solution wouldn’t just be cruel, it would make the economy worse, both because cutting workers’ incomes would reduce demand and because deflation would increase the burden of debt.

 

What my side of the debate would call for, instead, is a reduction in the real interest rate, if possible, by raising expected inflation; and failing that, more government spending to increase demand and put idle resources to work.

 

 

So how can you tell which side is right? Well, these differing views make differing predictions. If you believe that the problem is excessive wages, you believe that the economy is fundamentally suffering from a supply-side constraint. In that case government borrowing is competing with the private sector for a limited quantity of resources, so big budget deficits should lead to soaring interest rates; meanwhile, because the supply of goods is limited, large increases in the money supply should lead to soaring inflation. Oh, and cuts in government spending should, if anything, be expansionary, because they both release resources to the private sector and make life tougher for workers who try to live on public benefits.

 

If, on the other hand, you believe that the problem lies in a shortfall of demand due to the zero lower bound, you believe that government borrowing needn’t drive up rates, because it puts unemployed resources to work; that monetary expansion won’t be inflationary, because the money will just sit there; and that fiscal austerity will be strongly contractionary.

I leave the adjudication of these competing claims as an exercise for readers.

Oh, and one more thing: no, you can’t say “Well, there may be truth to both views”. Either the economy is supply-constrained or it’s demand-constrained. Of course even the most ardent demand-siders will admit that there are supply constraints in there somewhere, that if we had an economic boom we would, after some period of time, enter a regime where printing money is inflationary and government borrowing drive up interest rates. But not here, not now.

So yes, the price is wrong — but it’s a terrible, disastrous mistake to focus on the wrong wrong price.

 

Il prezzo è sbagliato

 

Ma quale prezzo ?– quello è il problema.

In  una mattina fiacca sul fronte delle notizie economiche, nel mentre aspettiamo quale altra disgrazia l’euro ci riservi, ho pensato di condividere una riflessione che ho in corso sulle diagnosi giuste e sbagliate sulla Depressione Minore. Non è sostanzialmente diverso da quello che vengo dicendo da tempo, ma forse, provenendo da una differente angolazione, è in qualche modo illuminante.

Dunque, cominciamo dalla disoccupazione di massa, che è il nostro grande problema. L’analisi fondamentale dell’offerta e della domanda dice che cose del genere non dovrebbero accadere: si suppone che i prezzi aumentino o diminuiscano in modo da fare ordine sui mercati. Dunque, che cosa è questo apparentemente massiccio e persistente eccesso di offerta di forza lavoro?

In generale, lo squilibrio dei mercati è il segno che i prezzi sono scombussolati; ed i commenti di gran parte delle persone sul disastro che abbiamo in corso fanno propria l’idea che uno o più prezzi per qualche ragione non si stiano adeguando. La grande divisione nasce sulla domanda di quale sia il prezzo sbagliato.

Per come la vedo io l’intero schieramento strutturale/classico/Austriaco/dal lato dell’offerta/o come lo si voglia chiamare [1], in questo dibattito, fondamentalmente ritiene che il problema consista nel mercato del lavoro (lo so, gli Austriaci lo negheranno – ma non conta quello che dite della loro posizione,  ogni intellegibile giudizio è esposto alla irata recriminazione secondo la quale non capite la profondità dei loro pensieri). Per qualche ragione, essi sosterrebbero che i salari sono troppo alti, data la domanda di forza lavoro. Alcuni di loro accettano l’idea che questo dipenda dalla rigidità verso il basso dei salari nominali; i più, credo, pensano che i lavoratori vengano incoraggiati a resistere su salari insostenibili per i programmi favorevoli agli scrocconi, quali gli aiuti alimentari, i sussidi di disoccupazione, l’assicurazione dei disabili, ed altro ancora.

Come i lettori affezionati sanno, io considero, di primo acchito, tutto questo assurdo – essa è essenzialmente la pretesa secondo la quale  le mense dei poveri provocarono la Grande Depressione. Ma per il momento atteniamoci alla logica economica.

Qual è, dunque, il punto di vista alternativo? Fondamentalmente è l’idea che il tasso di interesse sia fuori posto – che data l’esposizione debitoria e gli altri fattori che deprimono la domanda privata, i tassi di interesse reali dovrebbero essere marcatamente negativi per tenere in equilibrio i risparmi attesi con gli investimenti attesi in condizioni di piena occupazione. Ed i tassi di interesse reali non possono essere talmente negativi perché l’inflazione prevista è bassa ed i tassi nominali non possono scendere sotto lo zero [2]: siamo in una trappola di liquidità.

Ci sono forti implicazioni politiche in questi due punti di vista. Se pensate che il problema siano i salari troppo alti, la vostra soluzione è che si deve essere più taccagni coi lavoratori – tagliare la loro assicurazione di disoccupazione, affamarli con il taglio degli aiuti alimentari, in modo che non abbiano alternative a fare tutto quello che serve per avere un posto di lavoro, ed i salari diminuiscono. Se pensate che il problema sia il limite inferiore di zero sui tassi di interesse, pensate che soluzioni di quel genere non solo sarebbero crudeli, ma danneggerebbero ulteriormente l’economia, sia perché tagliando i redditi dei lavoratori si ridurrebbe la domanda, sia perché la deflazione aumenterebbe il peso del debito.

Quello che il mio schieramento nella discussione invece vorrebbe è una riduzione del tasso di interesse reale, se possibile, innalzando l’inflazione attesa [3]; e, in mancanza di ciò, più spesa pubblica per incrementare la domanda e mettere in funzione risorse inutilizzate.

In che modo, dunque, si può capire quale schieramento abbia ragione? Ebbene, questi differenti punti di vista comportano differenti previsioni. Se credete che il problema siano i salari eccessivi, credete che l’economia stia soffrendo di una limitazione sul lato della offerta. In quel caso l’indebitamento pubblico è in competizione con il settore privato per una limitata quantità di risorse, dunque grandi deficit di bilancio dovrebbero portare ad un forte innalzamento dei tassi di interesse; nel frattempo, poiché l’offerta di beni è limitata, grandi incrementi nell’offerta di moneta dovrebbero portare ad una forte crescita dell’inflazione. Inoltre, i tagli nella spesa pubblica dovrebbero, semmai, avere effetti espansivi, giacché essi rilasciano risorse al settore privato e rendono la vita più dura  per i lavoratori che cercano di vivere di sussidi pubblici.

Se, d’altra parte, credete che il problema consista in una caduta della domanda dovuta al limite inferiore di zero, credete che l’indebitamento dello Stato non comporti una crescita dei tassi, giacché mette in funzione risorse inutilizzate; che l’espansione monetaria non sarà inflazionistica, perché il denaro resterà fermo al suo posto; e che l’austerità della finanza pubblica avrà effetti di forte contrazione.

Lascio come esercizio ai lettori un giudizio su queste tesi a confronto.

Infine, una cosa ancora: no, non potete dire “Bene, ci potrebbe essere della verità in entrambi i punti di vista”. L’economia o è dal lato dell’offerta o dal lato della domanda. Naturalmente, persino il più acceso sostenitore della tesi dal lato della domanda ammetterà che ci sono da qualche parte condizionamenti dell’offerta, che se avessimo un boom economico, dopo un certo periodo di tempo, entreremmo in un regime nel quale stampare moneta è inflazionistico e il debito pubblico spinge in alto i tassi di interesse. Ma non qua, non adesso.

Dunque, il prezzo è sbagliato – ma è un errore terribile e disastroso concentrarsi proprio sul prezzo non giusto.



[1] Ovvero, gli economisti conservatori, per semplificare. A proposito di “Austriaci” vedi le note finali sulla traduzione.

[2] Per il concetto di “limite inferiore di zero” (”zero lower bound”( vedi le note finali sulla traduzione.

[3] Ovvero, tramite una politica monetaria che abbia un target di inflazione anche nel lungo periodo più elevato di quello che normalmente è considerato normale, in modo che gli investitori percepiscano una volontà della banca centrale a mantenere più elevata l’inflazione anche nel periodo più lungo.

La seconda depressione dell’Europa: una correzione. (29 marzo 2013)

marzo 29, 2013

 

March 29, 2013, 6:14 pm

Europe’s Second Depression: A Correction

Aha — in my post on Europe’s policy failure, I somehow failed to notice that the new Maddison dataset provides per capita real GDP, which means that I should use per capita GDP in looking at the current crisis. And my point about dismal performance gets even stronger:

giu 19 26

 

 

 

 

 

 

 

 

Europe in 2013 has recovered worse from its slump than Europe in 1935. Again, great work, guys.

 

La seconda depressione dell’Europa: una correzione.

Ah – nel mio post sul fallimento delle politiche europee, per qualche ragione non avevo notato che il nuovo complesso di statistiche Maddison fornisce il PIL reale procapite, il che significa che io dovrei usare il PIL procapite nel guardare alla crisi in corso. E la mia tesi sulla scoraggiante prestazione diviene persino più forte:

giu 19 26

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Europa nel 2013 si è ripresa peggio dal suo declino che non l’Europa nel 1935. Ripeto: un gran lavoro, signori.

La seconda depressione dell’Europa (29 marzo 2013)

marzo 29, 2013

 

March 29, 2013, 10:22 am

Europe’s Second Depression

Correction: It turns out that I messed up slightly on the historical data — in a way that weakened my point! The truth is worse: Europe’s recovery is already behind where it was in 1935.

 

 

Reading Brad DeLong’s essay on how we’re on our way to matching the Great Depression has spurred me to do something I’ve been meaning to do for a while: an updated comparison of Europe’s woes now with those of the 1930s.

In Britain, the NIESR regularly publishes estimates showing that Britain has done worse this time around than in the 30s. Arguably, though, Britain is a somewhat special case: it had a lousy 20s, thanks to the misguided return to gold, and a relatively good 30s, thanks to the early exit from gold. What about Europe more broadly?

Well, a quick take: I use GDP estimates from the Maddison Project for the 30s, GDP growth from the IMF plus an assumed 0.1 percent growth in 2013 for the modern era. What you get is this:

giu 19 27

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The timing is, I think, a bit off — Europe’s earlier slump began in 1929, but the later didn’t really begin until early 2008. Still, the basics won’t change. In the 30s there was a very severe initial slump, but a strong recovery after 1933 as one country after another went off gold and adopted reflationary policies. This time around, the initial slump wasn’t so bad, but recovery was hobbled by austerity policies, especially in countries on the euro, and has now stalled out completely. So Europe in 2013 is doing barely better than Europe in 1935 — and all indications are that by next year recovery will be lagging behind what was achieved in the Great Depression.

Great work, guys.

 

La seconda depressione  dell’Europa

 

Correzione [1]:  scopro che ho fatto un po’ di confusione con le mie statistiche storiche, in un modo che ha indebolito la mia tesi! La verità è peggiore: la ripresa dell’Europa è ancora in ritardo rispetto a quella che era nel 1935.

La lettura di Brad DeLong su come siamo sulla buona strada nel fare il paio con la Grande Depressione mi ha spinto a fare qualcosa che intendevo fare da un po’: un confronto aggiornato dei guai attuali dell’Europa con quelli degli anni Trenta.

In Inghilterra, il National Institute of Economic and Social Reasearch pubblica regolarmente stime che mostrano di come il paese stia facendo peggio questa volta che negli anni Trenta. Ma, probabilmente, l’Inghilterra è un caso un po’ speciale: essa ebbe un andamento pessimo negli anni Venti, grazie allo sbagliato ritorno all’oro, e relativamente buono negli anni Trenta, grazie all’uscita precoce dalla parità aurea. Cosa si può dire dell’Europa più in generale?

Ebbene, un rapido assaggio: uso le stime sul PIL per gli anni Trenta dal Maddison Project [2], quelle sulla crescita del PIL sulla base dei dati del FMI, con una aggiunta di uno 0,1 per cento di crescita stimata nel 2013 per l’epoca moderna. Ecco cosa si ottiene:

giu 19 27

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il riferimento temporale, penso sia un po’ improprio – la prima crisi in Europa iniziò nel 1929, ma la recente in realtà non è cominciata prima del 2008. Tuttavia, i dati di fondo non cambiano. Negli anni Trenta ci fu un calo iniziale molto grave, ma una forte ripresa dopo il 1933, quando un paese dopo l’altro uscirono dalla parità aurea ed adottarono politiche reflazioniste [3]. Questa volta la caduta iniziale non è stata così cattiva, ma la ripresa è stata azzoppata dalle politiche di austerità, specialmente nei paesi dell’euro, ed ora si è di nuovo bloccata completamente. Dunque, l’Europa nel 2013 sta facendo appena un po’ meglio dell’Europa nel 1935 – e tutte le indicazioni  indicano che il prossimo anno la ripresa non terrà il passo con quello che si era ottenuto con la Grande Depressione.

 

Gran bel  lavoro, signori.



[1] La correzione viene illustrata diffusamente nel post successivo.

[2] Il “Maddison Project” è un programma di ricerca e di pubblicazione di statistiche che ha avuto inizio nel 2010 da parte di un gruppo di stretti collaboratori di Angus Maddison. Angus Maddison è stato un economista britannico, professore emerito presso la facoltà di Economia dell’Università di Groningen.

[3] La “reflazione” è una politiche di stimolo/sostegno all’economia, attraverso un ampliamento dell’offerta di denaro e/o una politica di riduzione delle tasse, nel tentativo di rialzare e ricondurre l’economia alle sue normali tendenze di lungo periodo. Dunque, è il contrario della disinflazione, che è un tentativo di tornare al trend raffreddando un economia surriscaldata.

La Polonia non è ancora perduta (27 marzo 2013)

marzo 27, 2013

 

March 27, 2013, 9:31 am165 Comments

Poland Is Not Yet Lost

But its leaders remain determined to give disaster a chance.

Poland is one of Europe’s relative success stories. It avoided the severe slump that afflicted much of the European periphery, then had a fairly strong recovery:

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As you can see, growth has faltered more recently, largely due to fiscal austerity plus the puzzling decision to emulate the ECB and raise interest rates in 2011. Still, by European standards there’s a refreshing absence of sheer economic horror.

And a lot of that relative success clearly had to do with the fact that Poland not only kept its own currency, but allowed the zloty to float. As a result, during the years of big capital flows to the European periphery, Poland saw a currency appreciation rather than differential inflation, and it was able to correct that real exchange rate quickly when crisis struck:

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So what does Poland’s leadership want to do? Why, join the euro, of course.

It really does make you want to bang your head against a wall. Think of Spain, Ireland, now Cyprus. How much more evidence do we need that the euro is a trap, which can all too easily leave countries with no good options in the face of crisis? Even if you’ve bought into the legend of Latvia, which you shouldn’t, you should be willing to acknowledge that euro membership is at best a gamble, with a potentially terrible downside.

But no; they still believe that one more cavalry charge will drive those tanks away.

Update: Aha. So those cavalry charges didn’t happen. In fact, I’m slowly reading Anthony Beevor on all this, and he tells me that the biggest problem the Poles had was lack of radios, leaving them unable to coordinate their actions.

 

La Polonia non è ancora perduta

 

Ma i suoi dirigenti restano fermamente intenzionati nell’offrire una possibilità al disastro.

La Polonia è una delle storie di relativo successo dell’Europa. Ha evitato la severa depressione che ha afflitto gran parte della periferia europea, poi ha avuto una ripresa abbastanza forte:

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Come potete vedere, la crescita ha vacillato più di recente, in gran parte a seguito della austerità fiscale e alla sconcertante decisione di emulare la BCE ed alzare i tassi di interesse nel 2011. Tuttavia, per gli standards europei, c’è una confortante assenza di vero e proprio orrore economico.

E molto di quel successo relativo ha chiaramente a che fare con il fatto che la Polonia non solo ha mantenuto la sua valuta, ma ha anche fatto fluttuare lo zloty. Come risultato, durante gli anni dei grandi flussi di capitali verso la periferia europea , la Polonia ha conosciuto una apprezzamento della valuta invece che una inflazione differenziale, ed è stata capace di correggere rapidamente il tasso di cambio reale quando sono arrivati i colpi della crisi:

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Cosa vuole, dunque, la leadership polacca? Che domanda è? Entrare nell’euro, naturalmente.

Realmente, ci sarebbe da battere la testa contro un muro. Si pensi alla Spagna, all’Irlanda, ora a Cipro. Di quante prove maggiori abbiamo bisogno che l’euro è una trappola, che può anche troppo facilmente lasciare i paesi senza alcuna buona scelta dinanzi alla crisi? Persino se vi siete bevuti la leggenda della Lettonia, che pure non dovreste, dovreste aver voglia di riconoscere che la partecipazione all’euro è al massimo un gioco d’azzardo, co un lato negativo potenzialmente terribile.

Invece no: credono ancora che una carica in più della cavalleria scaccerà quei carri armati.

 

Correzione: ecco. Dunque quelle cariche della cavalleria non ci furono. Di fatto, sto leggendo lentamente Anthony Beevor [1] a proposito di tutto questo, e mi informa che il più grande problema che i polacchi ebbero fu una carenza nelle radiocomunicazioni, che li lasciarono nell’impossibilità di coordinare le loro azioni.


 


[1] Antony James Beevor (Inghilterra, 14 dicembre 1946) è uno storico britannico. Ha studiato al Winchester College e alla Royal Military Academy Sandhurst. È stato allievo del famoso storico della seconda guerra mondiale, John Keegan. Beevor è stato un ufficiale di carriera dell’XI Ussari, nel quale ha prestato servizio in Inghilterra e Germania per cinque anni, prima di rassegnare le dimissioni. Ha pubblicato diverse opere divulgative sulla seconda guerra mondiale e sul XX secolo in generale (Wikipedia)

giu 19 28

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cipro, seriamente (26 marzo 2013)

marzo 26, 2013

 

March 26, 2013, 4:42 pm

Cyprus, Seriously

A correspondent whom I respect has (gently) challenged me to say plainly what I think Cyprus should do — leaving aside all questions about political realism. And he’s right: while I think it’s OK to spend most of my time on this blog working within the limits of the politically possible, and relying on a combination of reason and ridicule to push out those limits over time, once in a while I should just flatly state what I would do if given a chance.

 

So here it is: yes, Cyprus should leave the euro. Now.

The reason is straightforward: staying in the euro means an incredibly severe depression, which will last for many years while Cyprus tries to build a new export sector. Leaving the euro, and letting the new currency fall sharply, would greatly accelerate that rebuilding.

 

If you look at Cyprus’s trade profile, you see just how much damage the country is about to sustain. This is a highly open economy with just two major exports, banking services and tourism — and one of them just disappeared. This would lead to a severe slump on its own. On top of that, the troika is demanding major new austerity, even though the country supposedly has rough primary (non-interest) budget balance. I wouldn’t be surprised to see a 20 percent fall in real GDP.

 

What’s the path forward? Cyprus needs to have a tourist boom, plus a rapid growth of other exports — my guess would be agriculture as a driver, although I don’t know much about it. The obvious way to get there is through a large devaluation; yes, in the end this probably does come down to cheap deals that attract lots of British package tours.

Getting to the same point by cutting nominal wages would take much longer and inflict much more human and economic damage.

But is it even possible to leave the euro? The Eichengreen point — that even a hint of exit would cause panicked capital flight and bank runs — is now moot: the banks are closed, and capital is controlled. So if I were dictator, I’d just extend the bank holiday long enough to prepare for the new currency.

 

OK, what about the bank notes? I’m no kind of expert in such matters, but I’ve heard suggestions to the effect that it might be possible to rush debit cards into circulation, so that business could resume without having to wait for someone to run the printing presses. The government might also be able to issue temporary scrip, IOUs that don’t look like proper bank notes, as a transitional measure.

Yes, it all sounds kind of desperate and improvised. But desperation is appropriate! Otherwise, we’re talking about Greek-level austerity or worse in an economy whose fundamentals, thanks to the implosion of offshore banking, are much worse than Greece’s ever were.

My guess is that none of this will happen, at least not right away, that the country’s leadership will fear the leap into the unknown that would come from euro exit despite the obvious horror of trying to stay in. But as I said, I think euro exit is now the right thing to do.

 

Cipro, seriamente

 

Un corrispondente verso il quale ho stima mi ha sfidato gentilmente a dire in modo ordinato cosa io penso che Cipro dovrebbe fare – lasciando da parte tutti gli interrogativi sul realismo politico. Ed ha ragione: mentre penso che sia giusto spendere gran parte del mio tempo su questo blog lavorando nei limiti di ciò che è politicamente possibile, ed affidandomi ad una combinazione di ragione e  di ironia per andare oltre quei limiti nel corso del tempo, una volta ogni tanto dovrei proprio esprimere in modo chiaro che cosa farei se ne avessi la possibilità.

Dunque, ecco il punto: si, Cipro dovrebbe lasciare l’euro. Adesso.

La ragione è semplice: stare nell’euro significa una depressione incredibilmente severa, che durerà per molti anni nel mentre Cipro cercherà di costruire un nuovo settore di esportazione. Lasciare l’euro, e fare in modo che la nuova valuta si svaluti bruscamente, accelererebbe grandemente quella ricostruzione.

Se si guarda al profilo del commercio cipriota, si vede esattamente quanto sia grande il danno che Cipro deve essere pronta a sostenere. Questa è un’economia molto aperta con soltanto due importanti attività di esportazione, i servizi bancari ed il turismo – ed uno di essi è appena scomparso. Questo porterebbe per suo conto ad una grave depressione. Per giunta, la troika sta chiedendo una considerevole nuova austerità, nonostante che il paese si ritiene abbia un avanzo primario di amministrazione (al netto degli interessi).

Qual è la via d’uscita? Cipro ha bisogno di un boom turistico, in aggiunta ad una crescita rapida di altre esportazioni – penso che l’agricoltura potrebbe funzionare come elemento guida, sebbene non ne sappia molto. Il modo logico per ottenerlo consiste in una ampia svalutazione; è così, alla fine è in questo modo che probabilmente si previene ad affari convenienti, capaci di attrarre grandi quantità di pacchetti turistici britannici.

Arrivare allo stesso punto tagliando i salari nominali comporterebbe molto più tempo e provocherebbe un danno umano ed economico assai maggiore.

Ma è ancora possibile lasciare l’euro? L’argomento di Eichengreen – secondo il quale anche solo un cenno di uscita provocherebbe il panico di fughe di capitali e di corse agli sportelli bancari – in questo momento è discutibile: le banche sono chiuse e i capitali sono sotto controllo. Dunque, se fossi  dittatore, io prolungherei davvero il periodo di ferie del sistema bancario per il tempo necessario a preparare una nuova valuta.

Va bene, ma cosa fare con le banconote? Non sono proprio un esperto di faccende del genere, ma ho ascoltato suggerimenti per renderlo possibile lanciando in circolazione carte di debito, in modo tale che gli affari potrebbero ripartire senza che tutti debbano aspettare di mettere in movimento le presse tipografiche. Lo Stato potrebbe anche mettersi nelle condizioni di emettere certificati provvisori, piccole cambiali che non assomigliano a vere e proprie banconote, come misura di transizione.

E’ vero, tutto ciò assomiglia a qualcosa di disperato ed improvvisato. Ma siamo proprio al caso della disperazione! In altro modo, stiamo parlando di una austerità di livello greco o peggio in una economia i cui fondamentali, grazie al collasso del sistema bancario oltreconfine, sono molto peggiori di quello che non sono mai stati in Grecia.

La mia opinione è che non accadrà niente del genere, che i dirigenti di quel paese avranno paura di fare quel salto nell’ignoto che deriverebbe dall’uscire dall’euro, nonostante l’evidente orrore del restarci. Ma, come ho detto, penso che in questo momento l’uscita dall’euro sia la cosa giusta da fare.

 

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