Blog di Krugman

Il miracolo italiano (29 aprile 2013)

 

The Italian Miracle

 

Italy is a mess. Yes, it has a prime minster, finally; but the chances of serious economic reform are minimal, the willingness to persist in ever-harsher austerity — which the Rehns of this world tell us is essential — is evaporating. It’s all bad. But a funny thing is happening:

 

What’s going on here? I think that we’re seeing strong evidence for the De Grauwe view that soaring rates in the European periphery had relatively little to do with solvency concerns, and were instead a case of market panic made possible by the fact that countries that joined the euro no longer had a lender of last resort, and were subject to potential liquidity crises.

What’s happened now is that the ECB sounds increasingly willing to act as the necessary lender, and that in general the softening of austerity rhetoric makes it seem less likely that Italy will be forced into default by sheer shortage of cash. Hence, falling yields and much-reduced pressure.

 

It also, to be a bit self-justifying, shows that back when I used to cite Italy in the 1990s as an example of how advanced countries can carry high debt loads, I wasn’t being naive. Back then Italy had its own currency, and debt denominated in that currency; yes, it was pegged to the Deutsche Mark, but there was always the option of unpegging. By joining the euro, Italy in effect turned itself, macroeconomically, into a third-world country with debts in someone else’s currency, and exposed itself to debt crisis; now, thanks to the Draghi put, it has stepped half way back into the first world.

 

Il miracolo italiano

 

L’Italia è un disastro. E’ vero, ha finalmente un Primo Ministro; ma le possibilità di una seria riforma economica sono  minime, la volontà di persistere in una austerità sempre più dura – che è quello che i Rehn del mondo ci dicono essenziale – sta svanendo. Questo è proprio un guaio [1]. Ma sta accadendo una cosa curiosa:

Cosa sta accadendo? Penso che siamo in presenza di un forte conferma del punto di vista di De Grauwe, secondo il quale i tassi di interesse nella periferia europea hanno relativamente poco a che fare con preoccupazioni di solvibilità, e sono stati piuttosto un caso di ‘panico’ nei mercati, reso possibile dal fatto che i paesi che hanno aderito all’euro non avevano più un prestatore di ultima istanza, ed erano soggetti a potenziali crisi di liquidità.

Quello che ora è accaduto è che la BCE sembra avere sempre di più l’intenzione di agire come quel prestatore indispensabile, e che in generale l’allentamento della retorica dell’austerità fa apparire meno probabile che l’Italia sia costretta al default per una mera carenza di contante. Di conseguenza, rendimenti che diminuiscono ed una pressione molto ridotta.

Si dimostra anche, voglio un po’ risarcirmi, che quando nel passato ero solito citare l’Italia degli anni ’90 come un esempio di come le economie avanzate possono sopportare i pesi del debito, non mi stavo comportando da ingenuo. Allora l’Italia aveva la sua propria valuta, e il debito era denominato in tale valuta; è vero, era ancorato al marco tedesco, ma c’era sempre la possibilità di disancorarsi. Aderendo all’euro, in effetti, l’Italia si è trasformata, in termini macroeconomici, in un paese del terzo mondo con i debiti nella valuta di altri, e si è esposta ad una crisi da debito; ora, grazie alla mossa di Draghi, essa ha fatto un mezzo passo indietro nel primo mondo.



[1] Evidentemente Krugman intende essere ironico, e sembra elencare ‘negatività’ più dal punto di vista dei sostenitori dell’austerità, come Olli Rehn, che dal suo personale punto di vista. Che sembra, dal contesto degli argomenti che seguono, moderatamente meno pessimista.

Il Grande Corruttore (27 aprile 2013)

aprile 27, 2013

 

The Great Degrader

 

I’ve been focused on economic policy lately, so I sort of missed the big push to rehabilitate Bush’s image; also, as a premature anti-Bushist who pointed out how terrible a president he was back when everyone else was praising him as a Great Leader, I’m kind of worn out on the subject.

But it does need to be said: he was a terrible president, arguably the worst ever, and not just for the reasons many others are pointing out.

From what I’ve read, most of the pushback against revisionism focuses on just how bad Bush’s policies were, from the disaster in Iraq to the way he destroyed FEMA, from the way he squandered a budget surplus to the way he drove up Medicare’s costs. And all of that is fair.

 

But I think there was something even bigger, in some ways, than his policy failures: Bush brought an unprecedented level of systematic dishonesty to American political life, and we may never recover.

Think about his two main “achievements”, if you want to call them that: the tax cuts and the Iraq war, both of which continue to cast long shadows over our nation’s destiny. The key thing to remember is that both were sold with lies.

I suppose one could make an argument for the kind of tax cuts Bush rammed through — tax cuts that strongly favored the wealthy and significantly increased inequality. But we shouldn’t forget that Bush never admitted that his tax cuts did, in fact, favor the wealthy. Instead, his administration canceled the practice of making assessments of the distributional effects of tax changes, and in their selling of the cuts offered what amounted to an expert class in how to lie with statistics. Basically, every time the Bushies came out with a report, you knew that it was going to involve some kind of fraud, and the only question was which kind and where.

 

 

And no, this wasn’t standard practice before. Politics ain’t beanbag and all that, but the president as con man was a new character in American life.

Even more important, Bush lied us into war. Let’s repeat that: he lied us into war. I know, the apologists will say that “everyone” believed Saddam had WMD, but the truth is that even the category “WMD” was a con game, lumping together chemical weapons with nukes in an illegitimate way. And any appearance of an intelligence consensus before the invasion was manufactured: dissenting voices were suppressed, as anyone who was reading Knight-Ridder (now McClatchy) knew at the time.

 

Why did the Bush administration want war? There probably wasn’t a single reason, but can we really doubt at this point that it was in part about wagging the dog? And right there you have something that should block Bush from redemption of any kind, ever: he misled us into a war that probably killed hundreds of thousands of people, and he did it in part for political reasons.

There was a time when Americans expected their leaders to be more or less truthful. Nobody expected them to be saints, but we thought we could trust them not to lie about fundamental matters. That time is now behind us — and it was Bush who did it.

 

Il Grande Corruttore

 

Di recente mi sono concentrato sulla politica economica, così in qualche modo mi sono perso il grande tentativo di riabilitare l’immagine di Bush; per altro, come precoce anti-bushista che mise in evidenza che terribile Presidente egli fosse stato quando nel passato quasi tutti lo elogiavano come Grande Leader, sono in un certo senso esausto su quel tema.

Ma davvero è necessario dirlo: fu un terribile Presidente, probabilmente  il peggiore di tutti i tempi, e non solo per le ragioni che in molti sottolineano.

Da quello che ho letto, gran parte delle resistenze al revisionismo si concentrano su quanto fossero negative le politiche di Bush, dal disastro in Iraq al modo in cui distrusse la Protezione Civile, dal modo in cui scialacquò un bilancio in attivo al modo in cui spinse in alto i costi di Medicare. E sono tutte cose giuste.

Ma penso che ci fu qualcosa di ancora peggiore, in molti sensi, dei suoi fallimenti politici: Bush portò la vita politica americana ad un livello senza precedenti di sistematica disonestà, dal quale potremmo non riprenderci più.

Si pensi a queste due principali “conquiste”, se vogliamo chiamarle in questo modo: i tagli alle tasse e la guerra in Iraq, da entrambe le quali continuano a proiettarsi lunghe ombre sul destino della nostra nazione. La cosa fondamentale è ricordare che furono entrambe ottenute con l’inganno.

Suppongo che si potrebbe avanzare una argomento per quel genere di tagli al fisco che Bush fece approvare a tutti i costi – tagli fiscali che favorirono fortemente i ricchi ed aumentarono in modo significativo l’ineguaglianza. Ma non dovremmo dimenticare che Bush non ammise mai che i suoi tagli fiscali andarono, di fatto, a vantaggio dei ricchi. Piuttosto, la sua Amministrazione cancellò la prassi di fornire valutazioni sugli effetti distributivi dei cambiamenti fiscali, e per il modo in cui presentarono i tagli, offrirono quella che corrispose ad una sofisticata lezione su come dire menzogne con le statistiche. Fondamentalmente, ogni volta che i Bush se ne venivano fuori con un rapporto, si sapeva che avrebbe comportato un qualche inganno, e la sola domanda era quale genere di inganno e dove.

E non si può dire che questa fosse una pratica normale in precedenza. La politica non si gioca sul velluto eccetera, ma un Presidente imbroglione è stato un fatto nuovo nella vita americana.

Più importante ancora, Bush ci ha ingannato sulla guerra. Fatemelo ripetere: ci ha ingannato sulla guerra. Lo so, gli apologeti diranno che “tutti” credevano che Saddam avesse le armi di distruzione di massa, ma la verità è che anche la categoria delle “armi di distruzione di massa” era un imbroglio, mettendo sullo stesso piano le armi chimiche e quelle nucleari in modo illegittimo.  Ed ogni apparenza di unanimità dell’ “intelligence” prima dell’invasione fu artefatta: le voci dissenzienti furono soppresse, come tutti coloro che lessero Knight-Ridder (oggi McClatchy [1]) all’epoca sapevano.

Perché l’Amministrazione Bush volle la guerra? Probabilmente non ci fu una ragione unica, ma possiamo a questo punto davvero dubitare che in parte ebbe a che fare con un diversivo [2]? Ed è proprio in questo che c’è qualcosa che dovrebbe impedire per sempre ogni genere di riabilitazione di Bush:  ci portò con l’inganno in una guerra che verosimilmente sterminò centinaia di migliaia di persone, e lo fece in parte per ragioni di convenienza politica.

C’era in tempo nel quale gli americani si aspettavano che i loro leaders fossero più o meno sinceri. Nessuno si aspettava che fossero dei santi, ma pensavamo di poter credere che non mentissero sulle cose fondamentali. Quel tempo l’abbiamo alle spalle – ed è stato Bush a provocare ciò.

 


 

 


[1] Sono nomi di aziende giornalistiche e nel settore dei media. La Knight Ridder fu attiva nel dissenso sulla guerra, ed è poi confluita nella McClatchy.

[2] “Scodinzolare il cane” è una espressione idiomatica che corrisponde a “creare un diversivo”. Come nel film “Wag the dog” – con Dustin Hoffmann e Robert De Niro del 1997:

giu 16 4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Densità (16 aprile 2013)

aprile 16, 2013

 

Density

 

There’s an interesting discussion underway about whether rising population necessarily leads to rising land prices over time. Bill McBride of Calculated Risk says yes:

A key reason for the upward slope in real house prices is because some areas are land constrained, and with an increasing population, the value of land increases faster than inflation.

 

Noah Smith disagrees, because land isn’t really particularly scarce — when we see high land prices in some metro areas, it’s all about the agglomeration effects, which could go in various directions over time.

 

My first reaction to Smith’s comment was that it might not matter very much, because new metropolitan areas are very hard to create; there may be plenty of land around Lubbock, but nobody’s going to move there, so a growing population has to squeeze into the metropolitan areas we have. But then I realized that this might not be the last word either; even if people want to stay in existing metro areas, they can hive off “edge cities” at the, um, edges of these metro areas, so that the relevant population density — the density that makes land in or near urban hubs expensive — might not rise even if the overall population of the metro area goes up.

And we have data! Via Richard Florida, new work by the Census (pdf) calculates “population-weighted density” — a weighted average of density across census tracts, where the tracts are weighted not by land area but by population; this gives a much better idea of how the average person lives.

 

 

As Florida points out, the new measure conveys a much better sense of how metros differ. For example, by the standard density measure Los Angeles is actually denser than New York, basically because LA is hemmed in by mountains, limiting how far the sprawl/commuting zone can reach. But New York has an urban core in a way that LA does not, and sure enough, it has a much, much higher population-weighted density.

What I wanted, however, was trends — and the Census has calculated this measure both for metros and for national aggregates for both 2000 and 2010. Here’s what it looks like:

giu 16 5

 

 

 

 

 

 

 

So, a couple of points. First, although America is a vast, thinly populated country, with fewer than 90 people per square mile, the average American lives in a quite densely populated neighborhood, with more than 5000 people per square mile. The next time someone talks about small towns as the “real America”, bear in mind that the real real America — the America in which most Americans live — looks more or less like metropolitan Baltimore.

Second, however, although the US population and hence the population density rose about 10 percent over the course of the naughties, the average American was living in a somewhat less dense neighborhood in 2010 than in 2000, as population spread out within metropolitan areas. If you like, we’re becoming a bit less a nation of Bostons and a bit more a nation of Houstons.

This is, I think, a picture of urban geography in which the link between overall rising population and land prices is likely to be diffuse at best. So I think I call this one for Smith — although McBride’s point that actual real housing prices do seem to have an upward trend remains important, and needs explaining.

 

Densità

 

E’ in corso un interessante dibattito sul tema se la crescita della popolazione porti necessariamente con il passare del tempo ad una crescita dei prezzi dei terreni. Bill McBride di Calculated Risk risponde affermativamente:

“Una ragione fondamentale della tendenza verso l’alto dei prezzi reali delle abitazioni è che alcune regioni sono limitate nel territorio, e con una popolazione crescente il valore dei terreni cresce più velocemente dell’inflazione”.

Noah Smith non è d’accordo, perché il territorio non è davvero particolarmente scarso – quando assistiamo ad alti prezzi dei terreni in qualche area metropolitana, dipende dagli effetti insediativi, che nel tempo potrebbero svilupparsi in direzioni varie.

La mia prima reazione al commento di Smith è stata che esso non dovrebbe avere particolare rilievo, perché è molto difficile creare nuove aree metropolitane; ci possono essere molte terre attorno a Lubbock [1], ma nessuno ha intenzione di spostarsi in esse, dunque una popolazione crescente deve comprimersi nelle aree metropolitane che abbiamo. Ma poi ho compreso che anche questa potrebbe non essere l’ultima parola; anche se le persone vogliono restare nelle aree metropolitane esistenti, essi possono agglomerare “citta periferiche” nelle, scusate il bisticcio, periferie di queste aree metropolitane, cosicché la rilevante densità della popolazione – la densità che rende i terreni nei centri urbani o prossimi ad essi costosi – può non crescere anche se la popolazione generale dell’area metropolitana sale.

Ed abbiamo i dati! Per merito di Richard Florida, un nuovo lavoro basato sul censimento (disponibile in pdf) calcola la “densità  ponderata sulla popolazione” – una media ponderata della densità attraverso le aree censuarie, dove le aree sono ponderate non per la superficie dei territori ma per la popolazione; il che ci dà un’idea molto migliore di come viva una persona media.

Come Florida sottolinea, la nuova misura comunica una percezione assai migliore di come le metropoli differiscono. Per esempio, secondo le misure standard di densità Los Angeles è effettivamente molto più densa di New York, perché Los Angeles è circondata dalle montagne, che limitano la distanza che una zona della dimensione di un viaggio pendolare può raggiungere. Ma New York è dotata di una centro urbano che Los Angeles non ha, ed è evidente che ha una  densità ponderata sulla popolazione assai più elevata.

Quello che cercavo, tuttavia, erano le tendenze – ed il Censimento ha calcolato questa misura sia per le aree metropolitane che i dati complessivi nazionali, in riferimento al 2000 ed al 2010. Ecco cosa appare:

giu 16 5

 

 

 

 

 

Dunque, un paio di aspetti. In primo luogo, sebbene l’America sia un paese vasto e debolmente popolato, con meno di 90 persone per miglio quadrato, l’americano medio vive in zone abbastanza densamente  popolate, con più di 5.000 persone per miglio quadrato. La prossima volta che qualcuno parla di “piccole città” come l’America vera, tenete a mente che l’America vera sul serio – l’America nella quale vive la maggior parte degli americani – assomiglia più o meno all’area metropolitana di Baltimora [2].

In secondo luogo, tuttavia, sebbene la popolazione degli Stati Uniti e di conseguenza la densità della popolazione siano cresciute di circa il 10 per cento nel corso dei primo decennio del 2000, l’americano medio sta vivendo in zone meno dense nel 2010 che non nel 2000, intese come popolazione sparpagliata sui territori metropolitani. Se volete, stiamo diventando un po’ meno una nazione di città come Boston ed un po’ più di città come Houston [3].

Questo è, penso, un quadro di geografia urbana nel quale il nesso tra una crescita generale della popolazione ed i prezzi dei terreni è probabile si attenuino al massimo. Dunque, lo cito a favore della tesi di Smith – sebbene l’opinione di McBride secondo la quale i prezzi reali effettivi delle abitazioni sembrano avere una tendenza in crescita resta importante, ed ha bisogno di spiegazioni.



[1] Lubbock è una città degli Stati Uniti d’America, capoluogo della contea omonima nello stato del Texas. Si estende su una superficie di 297,6 km² e nel 2007 contava 217.326 abitanti (704,7 per km²). Nel 1951 ebbe luogo nella città uno dei più famosi avvistamenti di massa di UFO (Wikipedia)

[2] Secondo le stime del 2011 la popolazione della città contava 619.493 residenti, mentre l’area metropolitana di Baltimora-Washington arriva a 2.690.886 abitanti. Baltimora è anche il più importante porto degli Stati Uniti.

[3] Secondo Wikipedia Boston ha circa 617.000 abitanti ed una densità di 2.660 abitanti per Kmq, mentre Houston ha 2.990.000 abitanti, ma una densità minore, pari a 1.347 abitanti per kmq.

La politica monetaria in una trappola di liquidità, di Paul Krugman (11 aprile 2013)

aprile 11, 2013

 

Monetary Policy In A Liquidity Trap

 

I’ve made it clear that I very much approve of Japan’s new monetary aggressiveness. But I gather that some readers are confused – haven’t I been arguing that monetary policy is ineffective in a liquidity trap? The brief answer is that current policy is ineffective, but that you can still get traction if you can change investors’ beliefs about expected future monetary policy – which was the moral of my original Japan paper, lo these 15 years ago. But I thought it might be worthwhile to go over this again.

 

So, at this point America and Japan (and core Europe) are all in liquidity traps: private demand is so weak that even at a zero short-term interest rate spending falls far short of what would be needed for full employment. And interest rates can’t go below zero (except trivially for very short periods), because investors always have the option of simply holding cash. Incidentally, this isn’t just a hypothetical: there has been a surge in currency holding, although a lot of it is $100 bills held overseas:

giu 16 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Under these circumstances, normal monetary policy, which takes the form of open-market operations in which the central bank buys short-term debt with money it creates out of thin air, have no effect. Why?

 

Well, the reason open-market operations usually work is that people are making a tradeoff between yield and liquidity – they hold money, which offers no interest, for the liquidity but limit their holdings because they pay a price in lost earnings. So if the central bank puts more money out there, people are holding more than they want, try to offload it, and drive rates down in the process.

 

But if rates are zero, there is no cost to liquidity, and people are basically saturated with it; at the margin, they’re holding money simply as a store of value, essentially equivalent to short-term debt. And a central bank operation that swaps money for debt basically changes nothing. Ordinary monetary policy is ineffective. (Some readers may wonder about purchases of long-term debt, which doesn’t have a zero rate. That will have to be a subject for another post; but it makes little if any difference).

The flip side of this, by the way, is that all those fears about how “printing money” in this slump would lead to runaway inflation were predictably wrong. If you paid attention to the Japanese story from the last decade, you knew that simply expanding the central bank’s balance sheet did little, and certainly wasn’t inflationary:

giu 16 7

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Here’s the thing, however: the economy won’t always be in a liquidity trap, or at least it might not always be there. And while investors shouldn’t care about what the central bank does now, they should care about what it will do in the future. If investors believe that the central bank will keep the pedal to the metal even as the economy begins to recover, this will imply higher inflation than if it hikes rates at the first hint of good news – and higher expected inflation means a lower real interest rate, and therefore a stronger economy.

So the central bank can still get traction if it can change expectations about future policy.

The trouble is that central bankers have a credibility problem – one that’s the opposite of the traditional concern that they might print too much money. Instead, the concern is that at the first sign of good news they’ll revert to type, snatching away the punch bowl. You can see in the figure above that the Bank of Japan did just that in the 2000s.

The hope now is that things have changed enough at the Bank of Japan that this time it can, as I put it all those years ago, “credibly promise to be irresponsible”.

And that’s why I’m bullish on the Japanese experiment, even though current monetary policy has little effect.

 

La politica monetaria in una trappola di liquidità

 

Ho detto con  chiarezza che approvo la nuova aggressività monetaria del Giappone. Ma capisco che alcuni lettori siano confusi – non venivo sostenendo che la politica monetaria è inefficace in una trappola di liquidità? La risposta in breve è che la politica del momento è inefficace, ma si può ancora ottenere un effetto di spinta se si cambiano le aspettative sul futuro della politica monetaria – la qualcosa è la sostanza del mio studio originario sul Giappone, orsono 15 anni. Ma ho pensato che sarebbe stato utile tornare sopra questo tema.

Dunque, a questo punto l’America ed i Giappone (ed il cuore dell’Europa) sono dentro trappole di liquidità: la domanda privata è così debole che persino con tassi di interesse sullo zero la spesa resta insufficiente per quello che servirebbe per la piena occupazione. Ed i tassi di interesse non possono scendere sotto lo zero (ad eccezione di periodi ridicolmente molto brevi), giacché gli investitori hanno sempre la possibilità di scegliere di trattenere il contante. Tra parentesi, non si tratta di una affermazione ipotetica: c’è stata una crescita nella detenzione di moneta corrente, sebbene un per bel po’ si sia trattato di banconote da 100 dollari restate all’estero:

giu 16 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In queste circostanze, la normale politica monetaria, che ha la forma di operazioni sul mercato-aperto [1] nelle quali la banca centrale acquista obbligazioni sul debito a breve termine con moneta che essa crea dal nulla, non ha effetto. Perché?

Ebbene, la ragione per la quale normalmente le operazioni sul mercato-aperto funzionano è che le persone operano uno compromesso tra rendimenti e liquidità – essi detengono denaro per la liquidità, dal quale non traggono interesse, ma si limitano nel loro possesso giacché ne pagano un prezzo come mancati guadagni. Dunque, se la banca centrale mette in circolazione più denaro, le persone ne detengono più di quanto desiderino e cercano di liberarsene, e nel processo i tassi scendono.

Ma se i tassi sono a zero, non c’è alcun costo per la liquidità, e le persone sono sostanzialmente sature; al margine [2], esse stanno detenendo moneta soltanto come un deposito di valore, sostanzialmente equivalente ad una obbligazione sul debito [3]a breve termine. Ed una operazione di una banca centrale che scambia denaro con debito fondamentalmente non cambia nulla. La politica monetaria ordinaria è inefficace (alcuni lettori possono chiedersi sulle obbligazioni sul debito a lungo termine, che non hanno un tasso zero. Sarà un tema per un altro post; ma la differenza è modesta).

Per inciso, il rovescio della medaglia è che tutte le paure su come lo “stampare moneta” in questa crisi avrebbe portato ad una inflazione galoppante erano prevedibilmente sbagliate. Se si prestasse attenzione alla storia giapponese nell’ultimo decennio, si saprebbe che il solo espandere i bilanci della banca centrale ha avuto poco effetto, e di sicuro non inflazionistico:

giu 16 7

 

 

 

 

 

 

 

 

Qua è il punto, tuttavia: l’economia non sarà sempre in una trappola di liquidità, o almeno essa non dovrebbe essere sempre in tale condizione. E mentre gli investitori non dovrebbero curarsi di cosa la banca centrale fa in questo momento, dovrebbero preoccuparsi di cosa farà nel futuro. Se gli investitori credono che la banca centrale spingerà al massimo [4] anche se l’economia comincia a riprendersi, questo implicherà una inflazione più elevata che non alzando i tassi al primo cenno di buone notizie – e l’attesa di una inflazione più alta significa un tasso di interesse reale più basso, e di conseguenza un’economia più forte.

Dunque la banca centrale può ancora avere un effetto di spinta se essa può modificare le attese sulla politica futura.

Il guaio è che i banchieri hanno un problema di credibilità – la qualcosa è l’opposto della preoccupazione che essi possano stampare troppa moneta. La preoccupazione è invece che essi al primo cenno di buone notizie tornino indietro dall’emettere valuta, cominciando a svuotare la scodella del punch [5].  Nella tabella precedente potete notare come la Banca del Giappone fece proprio quello nel corso degli anni 2000.

La speranza oggi è che le cose siano cambiate a sufficienza presso la Banca del Giappone, al punto che questa volta essa possa, come mi espressi anni orsono, “credibilmente promettere di essere irresponsabile”.

E questa è la ragione per la quale io mi aspetto un rialzo dall’esperimento giapponese, anche se la attuale politica monetaria ha un effetto modesto.



[1] Le operazioni sul mercato aperto (open market operations) sono transazioni che la banca centrale effettua in Borsa. Il termine è usato con riferimento alle sole banche centrali, che per statuto non hanno profitti e, diversamente dagli altri operatori, agiscono non con finalità di lucro, ma per sostenere la moneta nazionale. Mediante operazioni sul mercato aperto la banca centrale acquista/vende titoli di Stato, immettendo moneta nel sistema. I titoli di Stato vengono collocati in un’asta (esterna alla Borsa), riservata a grandi investitori istituzionali che rivendono i titoli ai risparmiatori e ad altri soggetti economici  (Wikipedia).

[2] Come è noto “al margine” è una espressione che indica, in economia, il comportamento economico della ultima piccola porzione nella quale un bene o un valore è teoricamente suddivisibile. Giacché l’utilità di ogni bene decresce naturalmente, ed è minima nella sua porzione ‘marginale’; quella sua marginale utilità è una misura fondamentale del suo valore sul mercato.

[3] Traduciamo ogni volta “debt” come “obbligazione sul debito” per maggiore chiarezza. In lingua inglese, nellinguaggio economico, ciò è implicito (per cui si scrive normalmente che il debito si compra e si vende).

[4] “Keep the pedal to the metal” significa letteralmente “tendere il pedale sul metallo”, ovvero “andare a tavoletta”. Il “metallo”, dunque, non è il denaro metallico, ma proprio il metallo della autovettura!

[5] E’ una espressione diventata idiomatica della tecnica della politica monetaria. Un famoso economista (mi pare Samuelson o Friedman) disse che le banche centrali in quei frangenti – i segni di ripresa delle economie – dovrebbero comportarsi come chi, ad una festa, svuota il contenitore delle bevande alcooliche quando l’ambiente comincia ad essere troppo allegro.

Il vero erede di Margaret Thatcher (10 aprile 2013)

aprile 10, 2013

 

Margaret Thatcher’s True Heir

 

As Bruce Bartlett points out, the Margaret Thatcher American conservatives admire bears little resemblance to the British Prime Minister of the same name. In particular, she did hardly anything to scale down the British welfare state (although she did make a hash of retirement security — more on that in a later post). Here’s one indicator, from the Institute for Fiscal Studies (pdf):

 

What she did do was redistribute the burden of taxation downward, cutting top income tax rates while raising consumption taxes, which fall most heavily on low incomes. Her downfall came with the poll tax, a drastically regressive tax — the same amount for everyone, regardless of income — that was too much even for her own party.

And what that means is that her truest heir in America is … Bobby Jindal, the not-so-whizzy whiz-kid governor of Louisiana, who proposed scrapping his state’s income tax and replacing it with sales taxes.

Grover Norquist loved it:

Grover Norquist, the intellectual leader of the anti-tax crowd in Washington, had praised Jindal’s plan as “the boldest, most pro-growth state tax reform in U.S. history.” He noted that it was particularly significant, because with Obama positioned to veto anything resembling the House GOP’s budget for the next several years, Louisiana might be Republicans’ best chance to show off their tax ideas on the state level.

 

“The national media and Acela-corridor crowd continue to focus on the bickering Washington, but they can learn what real tax reform looks like by looking to Louisiana,” Norquist said.

But strange to say, it’s not just Acela riders who hate this idea; so do the citizens of Louisiana, who disapprove by 63 to 27 percent. Jindal’s own approval has collapsed, so he’s having his own poll tax moment.

Anyway, if Republicans more generally should decide to emulate the true Thatcher record, I’m sure Democrats would be delighted.

 

Il vero erede di Margaret Thatcher

 

Come Bruce Bartlett mette in evidenza, la Margaret Thatcher che i conservatori americani ammirano ha poco somiglianza con il Primo Ministro britannico con lo stesso nome. In particolare, ella fece a malapena qualche cosa per far retrocedere il sistema assistenziale inglese (sebbene abbia fatto un pasticcio in materia di sicurezza pensionistica – ci tornerò in un prossimo post). Ecco un indicatore, a cura dell’ Institute for Fiscal Studies:

Quello che fece fu una redistribuzione del peso della fiscalità verso il basso, tagliando le aliquote fiscali sui redditi più alti mentre aumentava le imposte sui consumi, che gravano più pesantemente sui redditi bassi. La sua caduta venne con la poll tax [1], una tassa drasticamente regressiva – la stessa cifra per tutti, a prescindere dal reddito – che era troppo persino per il suo partito.

E questo significa che il suo erede più autentico in America è …. Bobby Jindal, quel Governatore della Louisiana che non è propriamente un ragazzo-prodigio, che ha proposto di smantellare la tassa sul reddito del suo Stato e di rimpiazzarla con tasse sulle vendite.

Grover Norquist se ne è innamorato:

“Grover Norquist, l’intellettuale leader del movimento anti-tasse a Washington, ha elogiato il piano di Jindal come “la più coraggiosa e la più favorevole alla crescita riforma fiscale al livello degli stati nella storia degli Stati Uniti”. Egli ha notato in particolare quanto  essa sia significativa perché, considerato che Obama è orientato a porre il veto a qualsiasi cosa assomigli alla proposta repubblicana di bilancio alla Camera per i prossimi anni, la Louisiana potrebbe essere la migliore possibilità per i Repubblicani di mettere in mostra le loro idee fiscali al livello degli stati.

‘I media nazionali e la gente che viaggia sui treni Acela del corridoio del Nord Est [2] continuano a seguire il battibecco di Washington, ma possono apprendere a cosa assomigli una vera riforma fiscale guardando alla Louisiana’  ha detto Norquist”.

Ma strano a dirsi, non sono solo quelli che corrono sui treni Acela ad odiare quell’idea; lo fanno anche i cittadini della Louisiana, i quali disapprovano con una percentuale del 63%. Anche nel caso di Jindal l’approvazione non c’è stata, cosicché anche lui sta avendo il suo moneto “poll tax”.

In ogni caso, se i Repubblicani dovessero più in generale  decidere di imitare il vero esempio della Thatcher, sono sicuro che i Democratici ne sarebbero deliziati.


 

 


[1] Nel 1989 la popolarità della Thatcher – al Governo ormai da dieci anni –  iniziò a declinare, all’inizio a causa di una frenata nella crescita economica (causata dagli alti tassi d’interesse), e in seguito a causa della sua riforma del sistema fiscale, con la quale introdusse la cosiddetta poll tax, una tassa calcolata in base alla popolazione, uguale per ogni cittadino residente nel Regno Unito, che era in contrasto con il programma liberista, ed era contestata anche nelle classi basse. Fu una misura molto impopolare, che diede avvio ad uno sciopero fiscale cui parteciparono più di 18 milioni di persone ed a molte proteste che ebbero un notevole successo; il Primo ministro, comunque, come molte altre volte in passato non arretrò di un millimetro. Tutti questi fatti le fecero alienare l’appoggio del partito; la sua caduta fu anticipata dalle dimissioni del Ministro degli Esteri nonché Vice-Primo ministro Geoffrey Howe (in quanto si trovava in conflitto con l’euroscetticismo del Primo ministro). Il 20 novembre 1990, mentre la Thatcher era alla Conferenza di Parigi, si svolsero le elezioni per la carica di leader del Partito Conservatore. La Thatcher, che credeva di essere in netto vantaggio sull’avversario Michael Heseltine, non raggiunse la maggioranza richiesta per soli 4 voti ed era quindi necessario un secondo turno. La situazione precipitò nelle ore successive, quando, rientrata a Londra, avviò delle consultazioni con gli stati maggiori del Partito, dopo aver annunciato che sarebbe rimasta a Downing Street. Nella notte, tuttavia, cambiò idea e decise di dimettersi da Primo ministro; sostenne poi la candidatura del Ministro dell’Economia John Major, che al Congresso del partito vinse facilmente e le succedette come Primo Ministro (Wikipedia)

 

[2] “Acela” è il nome usato per i 20 treni ad alta velocità dell compagnia Armtrack,  che sono utilizzati nel cosiddetto “corridoio del Nord Est” (“North East corridor”), nella tratta tra Washington e Boston, via New York e Filadelfia. Ma il progetto che fu scelto nel 1994 prevedeva anche l’utilizzo del sistema a cassa oscillante del tipo “Pendolino”. Ciononostante, ho l’impressione che l’utilizzo degli utenti di quel treno come categoria sociologica, non alluda tanto ad una categorie di persone benestanti (ormai il treno è in funzione da molti anni, ha velocità inferiore ai treni francesi ed italiani, per non dire dei cinesi e giapponesi), quanto ad un area geografica gravitante attorno a Washington. Un po’ come dire “la gente della Capitale”; oppure la gente di un’area con tendenze liberal ….

giu 16 8

 

 

 

 

 

 

 

 

La Francia ha di nuovo la sua valuta (8 aprile 2013)

aprile 8, 2013

 

France Has Its Own Currency Again

Joe Weisenthal draws our attention to a development that may surprise many people: French borrowing costs are plunging. (Don’t tell George Osborne — he thinks that low British rates are a unique personal achievement). Here’s the chart for French 10-years:

giu 16 9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

But wait– wasn’t France supposed to be the next Italy, if not the next Greece?

 

Well, Joe has what I agree is the right explanation: markets have concluded that the ECB will not, cannot, let France run out of money; without France there is no euro left. So for France the ECB is unambiguously willing to play a proper lender of last resort function, providing liquidity.

And this means that in financial terms France has joined the club of advanced countries that have their own currencies and therefore can’t run out of money — a club all of whose members have very low borrowing costs, more or less independent of their debts and deficits.

Welcome to the club, France. Now, why are you doing all this austerity?

 

La Francia ha di nuovo la sua valuta

Joe Wiesenthal  attira la nostra attenzione su uno sviluppo che può sorprendere molti : i costi dell’indebitamento in Francia stanno cadendo (non ditelo a Osborne – pensa che i bassi tassi britannici siano un successo personale unico). Ecco la tabella per i decennali francesi:

giu 16 9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma, un momento – non doveva essere la Francia la prossima Italia – se non la prossima Grecia?

Ebbene, Joe ha la spiegazione giusta che condivido: i mercati sono arrivati alla conclusione che la BCE non vuole, non può, lasciare che la Francia esaurisca il denaro; senza la Francia non resta niente dell’euro. Dunque, per la Francia la BCE ha la dichiarata volontà di giocare la funzione di un vero e proprio prestatore di ultima istanza, fornendo liquidità.

E questo significa che in termini finanziari la Francia ha raggiunto il club dei paesi avanzati che hanno una propria valuta e di conseguenza non possono restare senza moneta  – un club nel quale tutti i membri hanno costi di indebitamento molto bassi , più o meno indipendentemente dai loro debiti e dai loro deficit.

Benvenuta nella associazione, Francia. Ora, perché stai praticando tutta questa austerità?

Le contraddizioni intellettuali del sado-monetarismo (8 aprile 2013)

aprile 8, 2013

 

The Intellectual Contradictions of Sado-Monetarism

 

 

Still convalescing from This Week; but it helped focus my thoughts a bit more on the jihad against low interest rates.

What I realized is that Stockman, and many others, represent the latest incarnation of sado-monetarism, the urge to raise rates even in a deeply depressed economy. It’s a long lineage, going back at least to Schumpeter’s warning that easy money would leave “part of the work of depressions undone” and Hayek’s inveighing against the “creation of artificial demand”. Nothing must be done to alleviate the pain!

I have to admit that the resurgence of sado-monetarism has come as a surprise. In the early stages, some readers may recall, there were many people — e.g. my colleague David Brooks — arguing that we should use monetary rather than fiscal policy to respond to the crisis. The hard task of persuasion therefore seemed to be one of explaining the zero lower bound and why it matters, the great difficulty of getting monetary traction and hence the need for fiscal action.

But now that the deficit scolds have killed fiscal policy, monetary policy is also under attack, and with even more vehemence. Yet there’s something very odd about that attack.

The modern sado-monetarist view is, after all, very much centered on the presumption that markets, left to their own devices, will get it right, and that it’s only the distortions introduced by money-printing central banks that cause bubbles and crises — which is why the Fed must stop its easing right away.

But here’s the problem: for loose monetary policy to have the dire effects the sadomonetarists claim, markets must massively get it wrong, and hugely overreact to low interest rates.

Suppose, to take the obvious example, that your claim is that loose policy by the Fed caused the housing bubble, and hence all our current woe. Well, it’s true that borrowing costs were relatively low during the bubble years. Here are mortgage rates:

giu 19 9

 

 

So mortgage rates fell by about 20 percent from late-90s levels. If housing prices were the simple inverse of bond prices, this could explain something like a 25 percent rise. Realistically, you can adjust this either up or down; focusing on real rates would push the number up, realizing that there are other costs to buying a house would push it down. But one thing seems clear: on no rational calculation can the fairly modest interest rate decline shown above justify this:

giu 19 10

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Now, you could try to explain the doubling or more of housing prices in key markets by arguing that low interest rates were what set in motion a process of irrational exuberance, in which lenders and borrowers both got carried away; I would agree with Ben Bernanke that most of the evidence suggests otherwise, but your mileage may vary. The point, however, is that even if you want to make the Fed the villain here, you can only do that by assuming that markets are highly irrational and unstable. If they can overreact so drastically to loose money, why should you believe that they get it right in response to other shocks?

 

So sadomonetarism is intellectually inconsistent. It wants to blame central banks for all the instability in the economy, it preaches a doctrine of non-intervention, but it can only make the case by insisting that financial markets are irrational and unstable to begin with, in which case it’s hard to see why laissez-faire makes sense under any conditions.

And no, I don’t think the sadomonetarists have thought this through. Their position isn’t intellectual, it’s visceral: easy money=sin, and must not be condoned. And while everyone is entitled to his own viscera, this is no way to make economic policy.

 

Le contraddizioni intellettuali del sado-monetarismo

 

Ancora convalescente dall’incontro su This Week ; ma mi ha aiutato a mettere un po’ meglio a fuoco i miei pensieri nella jihad contro i bassi tassi di interesse.

Quello che ho capito è che Stockman ed altri rappresentano l’ultima versione del sadomonetarismo, il desiderio di alzare i tassi seppure in un’economia profondamente depressa. E’ una lunga stirpe, che risale almeno agli ammonimenti di Schumpeter sul denaro facile che avrebbe lasciato “parte del lavoro delle depressioni incompiuto” ed alle invettive di Hayek contro la “creazione di domanda artificiale”.

Devo ammettere che la rinascita del sadomonetarismo è arrivata come una sorpresa. Nelle prime fasi, alcuni lettori se ne ricorderanno, c’erano molte persone – ad esempio, il mio collega David Brooks – che sostenevano che avremmo dovuto usare la politica monetaria, anziché quella della finanza pubblica, per rispondere alla crisi. Il difficile compito di persuasione sembrava di conseguenza essere quello dello spiegare il ‘limite inferiore di zero’ e la sua importanza, la grande difficoltà nell’avere sufficiente trazione dall’azione monetaria e quindi la necessità di quella della finanza pubblica.

Ma adesso che gli allarmisti del deficit hanno liquidato la politica della finanza pubblica, anche la politica monetaria è sotto attacco, e persino con maggiore veemenza. C’è tuttavia qualcosa di molto strano in quest’attacco.

Il punto di vista del moderno sadomonetarismo, alla fine, è in gran parte centrato sulla presunzione che i mercati, lasciati alla loro immaginazione, si comporteranno giustamente, e che soltanto le distorsioni introdotte dalla stampa di moneta della banche centrali provocano bolle e crisi – la qualcosa è la spiegazione del motivo per il quale la Fed deve interrompere subito la politica di facilitazione.

Ma qua è il problema: per impedire che la politica monetaria abbia i terribili effetti che i sadomonetaristi pretendono, i mercati devono percepirla sbagliata in modo massiccio, e reagire con ampiezza ai bassi tassi di interesse.

Supponiamo, per prendere una esempio ovvio, che la vostra intenzione fosse stata attenuare la politica da parte della Fed che provocò la bolla immobiliare,  e di conseguenza tutti i nostri guai attuali. Ebbene, è vero che i costi dell’indebitamento furono relativamente bassi, durante gli anni della bolla. Ecco qua i tassi di interesse dei mutui:

giu 19 9

 

 

 

 

 

 

 

 

Dunque i tassi sui mutui scesero del 20 per cento dai livelli degli ultimi anni ’90. Se i prezzi delle abitazioni fossero semplicemente il rovescio dei prezzi dei bonds, questo potrebbe spiegare qualcosa come una crescita del 25 per cento. Potete con realismo correggere questo dato sia in alto che in basso: concentrandosi sui tassi di interesse reali si spingerebbe il dato in alto, mettere nel conto che ci sarebbero altri costi per acquistare una abitazione lo abbasserebbe. Ma una cosa sembra chiara: con nessun calcolo razionale il relativamente modesto declino dei tassi di interesse mostrato sopra può giustificare questo effetto [1]:

giu 19 10

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora, potreste provare a spiegare il fatto che i prezzi delle abitazioni siano più che raddoppiati in mercati chiave sostenendo che i bassi tassi di interesse fossero quello che ha messo in movimento un processo di esuberanza irrazionale, nel quale sia i creditori che coloro che prendono prestiti sono stati travolti; io sarei d’accordo con Ben Bernanke [2] secondo il quale ogni evidenza suggerisce diversamente, ma si possono apprezzare [3] le cose diversamente. Il punto, tuttavia, è che se anche volete rappresentare la Fed come il cattivone, potete farlo solo assumendo che i mercati siano irrazionali ed instabili. Se essi possono reagire così sproporzionatamente all’allentamento monetario, perché dovreste credere che lo fanno correttamente in risposta ad altre forti sollecitazioni?

Dunque, il sadomonetarismo è intellettualmente inconsistente. Incolpa le banche centrali per l’instabilità dell’economia, elogia la dottrina del non intervento, ma esso può perorare tale causa solo ribadendo che i mercati finanziari sono irrazionali ed instabili sin dall’inizio, nel qual caso è difficile capire per quale ragione il ‘laissez-faire’ avrebbe senso sotto altre condizioni.

E no, non penso che i sadomonetaristi ci abbiano riflettuto. La loro posizione non è intellettuale, è piuttosto viscerale: moneta facile = peccato, e non può essere lasciata passare. E se tutti hanno diritto alle proprie viscere, questo non è un modo per fare politica economica.



[1] La tabella è relativa all’andamento reale dei valori immobiliari. La “bolla” è rappresentata dal più che raddoppio degli indici dal 2000 al 2006, la crisi dello scoppio e della bolla della recessione dalla caduta del 2008-2010.

[2] Il riferimento è ad un a analisi sul fenomeno della bolla immobiliare che Bernanke sviluppo in un discorso nell’anno 2010. Il testo è nella connessione.

[3] “Mileage” è il “chilometraggio”, ma è anche informalmente il metro di misura cui si ricorre, il mondo di ‘pesare’ le cose etc. (da WordFederence: “6 – informal grounds, substance, or weight: some mileage in the objectors’ arguments” )

I risultati arrivano, versione giapponese (6 aprile 2013)

aprile 6, 2013

 

We Get Results, Japan Edition

Let it not be said that the scribblings of academic economists have no effect. Some of us have been urging the Bank of Japan to get truly aggressive and adventurous on monetary policy — and it’s happening!

And it only took 15 years.

Seriously, this is very good news. Japan is finally, finally making a real effort to escape from its deflation trap. We should all hope it succeeds.

 

I risultati arrivano, versione giapponese

 

Che non si dica che gli scarabocchi degli economisti accademici sono privi di efficacia. Alcuni di noi avevano spinto la Banca del Giappone a mettere davvero in atto una politica monetaria aggressiva ed avventurosa – è sta succedendo!

E ci sono voluti soltanto 15 anni.

Sul serio, questa è proprio una buona notizia. Il Giappone sta, proprio alla fine, mettendo in atto uno sforzo reale per venir fuori dalla trappola della deflazione. Dovremmo tutti sperare che abbia successo.

L’Hedge Fund chiamato America (5 aprile 2013)

aprile 5, 2013

 

Hedge Fund America

Still thinking about debt; and it seems to me that there’s an important aspect of the story that isn’t getting any play, namely, the extent to which US debt has in effect been issued to buy assets overseas.

Here’s what the figures for US assets abroad and foreign assets in the US look like:

giu 19 11

 

 

 

 

 

 

 

 

 

What we’ve seen is a lot of financial globalization, with both assets and liabilities rising fast. The liabilities have gone up more than the assets, so we’ve gone from being a net creditor to a net debtor, but the fact that both sides have gone up matters, because the way America invests isn’t the same as the way it borrows.

Basically, we issue debt and buy equity: US liabilities consist largely though not entirely of bonds — yes, there are a lot of foreign-owned companies, but they’re a much smaller factor — while US assets abroad consist mainly either of direct investments (companies we own) or stocks. Because US assets are higher-yielding although riskier than US liabilities, we still earn more from our investments than we pay on our liabilities. In the aggregate, America is a bit like a hedge fund that borrows to make risky investments; that’s arguably not a good thing, but it’s not a story of living beyond our means.

 

 

Now, the point for the debt discussion is that the bonds we sell to foreigners count as part of the US debt number, but the assets we buy abroad don’t count against it. So financial globalization would show up as a rise in “American debt” even if we were buying just as many assets as we were selling, and therefore not living beyond our means at all.

Parsing the data to put a number on this effect is tricky, because I don’t know how the “claims reported by banks, not reported elsewhere” — about $3 trillion in both assets and liabilities — pops up. But a rough guess is that this financial globalization effect — an effect that is all about leverage, not at all about overspending — has added between 30 and 50 percent of GDP to the reported US debt ratio.

 

L’Hedge Fund [1] chiamato America

Ancora ragionando sul debito, mi sembra ci sia un aspetto importante in questa storia che non sta avendo alcuna considerazione, precisamente, la misura nella quale il debito statunitense in effetti è stato emesso per acquistare patrimoni all’estero.

Ecco cosa si ottiene dalla raffigurazione degli assets degli Stati Uniti all’estero e di quelli stranieri negli Stati Uniti:

giu 19 11

 

 

 

 

 

 

 

 

Quello a cui abbiamo assistito è una grande globalizzazione finanziaria, con una crescita rapida sia degli assets che delle passività. Le passività sono salite maggiormente degli assets, cosicché noi siamo passati dall’essere un creditore netto ad un debitore netto, ma il fatto che entrambi i comparti siano in crescita è importante, giacché il modo in cui l’America investe non è lo stesso di quello in cui si indebita.

Fondamentalmente, noi emettiamo obbligazioni sul debito ed acquistiamo capitali: le passività degli Stati Uniti consistono largamente sebbene non interamente in bonds – si, ci sono molte imprese di proprietà di stranieri, ma esse sono un fattore assai più modesto – mentre i patrimoni degli Stati Uniti all’estero consistono principalmente o di investimenti diretti (imprese delle quali siamo proprietari) o di azioni. Poiché i patrimoni degli Stati Uniti hanno rendimenti più elevati sebbene più rischiosi delle passività degli Stati Uniti, noi ancora guadagnamo dai nostri investimenti più di quello che paghiamo per le nostre passività. Nel suo complesso, l’America è un po’ come un hedge fund che presta denaro per compiere investimenti rischiosi; non si tratta probabilmente di una buona cosa, ma non ha niente a che fare con la storia del vivere oltre le nostre possibilità.

Ora, il punto per la discussione sul debito è che i bonds che vendiamo agli stranieri figura come una componente del dato sul debito statunitense, ma i patrimoni che acquistiamo all’estero non figurano in modo opposto. Dunque la globalizzazione finanziaria mostrerebbe una crescita del “debito americano” anche se stessimo esattamente comprando altrettanti assets di quelli che stiamo vendendo, di conseguenza non vivendo affatto oltre i nostri mezzi.

Analizzare i dati per dedurne un numero di questo effetto è difficoltoso, perché non conosco come si comportano le “rivendicazioni resocontate dalle banche, che non figurano altrove” – circa tremila miliardi di dollari sia di assets che di passività. Ma una stima sommaria è che l’effetto della globalizzazione finanziaria – un effetto che è tutto relativo ad un incremento del rapporto di indebitamento, ma niente affatto relativo ad una spesa superiore alle possibilità – ha aggiunto qualcosa tra il 30 ed il 50 per cento del PIL al rapporto del debito statunitense  di cui si parla.


 

 


[1] I fondi speculativi (in inglese hedge funds) detti anche in italiano fondi hedge, nascono negli Stati Uniti negli anni cinquanta. I fondi speculativi hanno l’obiettivo di produrre rendimenti costanti nel tempo, con una bassa correlazione rispetto ai mercati di riferimento, tramite investimenti singolarmente ad alto rischio finanziario, ma con possibilità di ritorni molto fruttuosi. Sono contraddistinti dal numero ristretto di soci partecipanti e dall’elevato investimento minimo richiesto. Sono soggetti ad una normativa che, per quanto riguarda la prudenza, è più limitata rispetto a quella che vincola gli altri operatori finanziari. Una tipica operazione effettuata dagli hedge funds è la vendita allo scoperto, a scopo ribassista; tale operazione non è permessa, di norma, ai fondi comuni canonici di diritto italiano (costituiscono eccezione i fondi che hanno recepito le nuove normative). Sono fondi ad alto rischio per l’investitore. In Italia sono rappresentati dai fondi comuni di investimento speculativi (Wikipedia).

Alla disperata ricerca di una approvazione da parte delle persone “Serie” (5 aprile 2013)

aprile 5, 2013

 

Desperately Seeking “Serious” Approval

Sigh. So Obama is going with the “chained CPI” thing in his latest proposal — changing the price index used for Social Security cost adjustments. This is, purely and simply, a benefit cut.

 

Does it make sense in policy terms? No. First of all, there is no reason to believe that the chained index is a better measure of inflation facing seniors than the standard CPI. It’s true that the standard measure arguably understates inflation for the typical household — but seniors have a different consumption basket from the young, one that includes more medical expenses, and probably face true inflation that’s higher, not lower, than the official measure.

 

Anyway, it’s not as if the current level of real benefits has any sacred significance. The truth — although you’ll never hear this in Serious circles — is that we really should be increasing SS benefits. Why? Because the shift from defined-benefit pensions to defined contribution, the rise of the 401(k), has been a bust, and many older Americans will soon find themselves in dire straits. SS is the last defined-benefit pension still standing — thank you, Nancy Pelosi, for standing up to Bush — and should be strengthened, not weakened.

So what’s this about? The answer, I fear, is that Obama is still trying to win over the Serious People, by showing that he’s willing to do what they consider Serious — which just about always means sticking it to the poor and the middle class. The idea is that they will finally drop the false equivalence, and admit that he’s reasonable while the GOP is mean-spirited and crazy.

 

But it won’t happen. Watch the Washington Post editorial page over the next few days. I hereby predict that it will damn Obama with faint praise, saying that while it’s a small step in the right direction, of course it’s inadequate — and anyway, Obama is to blame for Republican intransigence, because he could make them accept a Grand Bargain that includes major revenue increases if only he would show Leadership (TM).

Oh, and wanna bet that Republicans soon start running ads saying that Obama wants to cut your Social Security?

 

Alla disperata ricerca di una approvazione da parte delle persone “Serie”

Ahimè. Dunque Obama tra le sue ultimissime proposte sta procedendo con la storia dell’ “Indice combinato dei prezzi al consumo” [1] – ovvero la modifica  dell’indice dei prezzi utilizzato per l’adeguamento dei costi della Previdenza Sociale. Questo è, puramente e semplicemente, un taglio ai sussidi previdenziali.

Ha senso, in termini politici? No. In primo luogo non c’è alcuna ragione per ritenere che l’indice ‘combinato’ sia una misura migliore dell’inflazione nei confronti degli anziani che non l’indice di misurazione comune. E’ vero che la misura standard probabilmente sottostima l’inflazione per una famiglia ordinaria – ma gli anziani hanno un diverso “paniere” di consumi rispetto ai giovani, che include maggiori spese sanitarie, e probabilmente esso fa i conti con un’inflazione che è più alta, non più bassa, della misura ufficiale.

In ogni modo, il livello attuale dei sussidi effettivi non ha affatto un valore sacro. La verità – sebbene non lo sentirete mai dire negli ambienti “Seri” – è che si dovrebbero piuttosto aumentare i sussidi della Previdenza Sociale.  Perché? Perché il passaggio dalle pensioni definite sulla base dei sussidi a quelle definite sulla base dei contributi, l’aumento della categoria dei cosiddetti “401 k” [2], è stato un fallimento e molti americani anziani si ritroveranno presto con l’acqua alla gola. La Previdenza Sociale [3]è l’ultima tipologia di pensione definita sulla base dei sussidi ancora rimasta – grazie a Nancy Pelosi che resistette a Bush – e dovrebbe essere rafforzata, non indebolita.

Dunque, cosa significa tutto ciò? La risposta, temo, è che Obama stia ancora cercando di far colpo sulle Persone Serie, mostrando di aver la volontà di fare ciò che essi considerano Serio – il che significa sempre semplicemente dar colpi sui più poveri e sulle classi medie. L’idea è che essi alla fine faranno cadere la falsa equazione, e ammetteranno che egli è ragionevole mentre  i repubblicani sono meschini  e folli.

Ma non accadrà. Si guardi alla pagina degli editoriali del Washington Post dei prossimi giorni. Io faccio la previsione che essa con vacui apprezzamenti continuerà a mandare al diavolo Obama, dicendo che se questo è un piccolo passo nella giusta direzione, naturalmente è inadeguato – e in goni caso la colpa dell’intransigenza dei repubblicani è di Obama, perché è lui che potrebbe far accettare una Grande Intesa che includa importanti aumenti delle entrate se solo volesse dar prova di capacità di governo.

E, infine, vogliamo scommettere che i repubblicani  presto cominceranno a mettere in moto la propaganda dicendo che Obama vuole tagliare la vostra Previdenza Sociale?



[1] Tale Indice (“chained CPI”) attualmente non viene utilizzato nei programmi federali. In realtà, esso è caratterizzato dal fatto che, producendo previsioni di inflazione ridotte per effetto dei diversi metodi di calcolo,  comporterebbe minori spese per lo Stato e minore beneficio per gli assistiti. All’origine dei diversi metodi di calcolo c’è una diversa metodologia sul “paniere” dei beni che sono considerati in tali indici; nel caso degli indici tradizionali i beni inclusi nel “paniere” sono fissi, il che comporta, secondo i critici, che si sottostima l’effetto delle possibili reazioni ‘di risparmio’ dei consumatori all’aumento di prezzo di determinati generi. In sostanza, quella rigidità comporterebbe un aumento della inflazione analizzata superiore all’aumento del reale costo della vita; mentre nel “Chained CPI” l’inflazione verrebbe calcolata con un effetto di sottrazione che implicherebbe minori spese per i programmi governativi.

[2] “401 k” è una sottosezione del Codice delle Entrate Nazionali americano, ed indica i programmi di contribuzione per i quali i contributi annuali sono attualmente limitati a 17.500 dollari.

[3] Come chiariamo nella note sulla traduzione finali, traduciamo “Social Security” con “Previdenza Sociale”, che è il termine omologo più prossimo. Ma si deve tener conto che negli USA si tratta di uno specifico programma sociale del Governo Federale nel settore previdenziale, e dunque più precisamente indica una categoria di prestazioni pensionistiche, mentre il termine italiano ha un significato più generale.

La depressione non è finita (5 aprile 2013)

aprile 5, 2013

 

Depression, Not Ended

Lousy jobs report. OK, you don’t want to put too much stress on one month’s numbers, yada yada, but it doesn’t look at all good.

But is this really a surprise? I mean, it’s true that the incipient housing recovery has made many people somewhat optimistic — I’ve been one of them — but when all is said and done, we are following strongly contractionary fiscal policy in an economy in which monetary policy is still ineffective because of the zero lower bound. How contractionary? Look at CBO’s estimates of the cyclically adjusted budget deficit (third column).

 

That deficit has declined from 5.6 percent of potential GDP in 2011 to 2.5 percent in 2013 — that’s 3 percent of GDP, which is a lot of austerity. Not all of that cut has even hit yet — the sequester isn’t in the macro numbers yet — but the rise in the payroll tax is very clearly driving the latest bad numbers, which show big declines in retail.

This is really stupid; as long as we’re at the zero lower bound, austerity is a huge mistake. Yet for what, the third time since 2009, all discussion in Washington has turned away from job creation to deficits (even though the debt problem has largely faded away) and the need for an early Fed exit from stimulus (even though unemployment remains high and inflation low).

Clearly, the answer is to cut Social Security!

 

La depressione  non è finita

Miseri resoconti sui posti di lavoro. E’ vero, non si deve ammattire sui dati mensili, etc. etc., ma sembrano tutto meno che buoni.

Ma è proprio una sorpresa? Voglio dire, è vero che l’incipiente ripresa immobiliare ha reso molte persone in qualche modo ottimiste – io sono stato uno di quelli – ma alla fin fine stiamo perseguendo una politica fiscale fortemente restrittiva in una economia nella quale la politica monetaria è ancora inefficace a causa del “limite inferiore di zero”. Quanto restrittiva? Si vedano (nella nota in basso [1]) i dai del Congressional Budget Office sul deficit di bilancio corretto sulla base dell’andamento del ciclo (terza colonna).

Quel deficit è diminuito dal 5,6 per cento del PIL potenziale nel 2011 al 2,5 per cento nel 2013 – vale a dire un 3 per cento del PIL, che è una bella quantità di austerità. Peraltro, non tutti quei tagli hanno ancora prodotto i loro effetti – i dati del “sequestro” non sono ancora nelle statistiche economiche – ma la crescita delle tasse sugli stipendi sta molto chiaramente spingendo gli ultimi risultati, che mostrano grandi decrementi nel commercio al dettaglio.

Questo è proprio stupido: finché si è al limite inferiore di zero, l’austerità è un grande sbaglio. Quella è ancora la ragione per la quale, per la terza volta dal 2009, tutta la discussione a Washington si è spostata dalla creazione dei posti di lavoro ai deficit (anche se il problema del debito si è largamente attenuato) ed al bisogno che la Fed venga fuori prematuramente dalle azioni di sostegno (anche se la disoccupazione resta elevata e l’inflazione bassa).

Chiaramente, la risposta è tagliare la Previdenza Sociale.

 



[1]

giu 19 12

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ragionare lucidamente sul debito (4 aprile 2013)

aprile 4, 2013

April 4, 2013, 6:06 pm

Thinking Straight About Debt

 

A heads-up: I’m doing This Week this week. Also on the panel: David Stockman. This should be, um, interesting.

So, a few more thoughts on debt and what it does and doesn’t signify.

Start with the numbers that Stockman loves to cite, showing the ratio of total debt, public and private, to GDP:

giu 19 20

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stockman, and to be fair quite a few people, would have us see this as evidence that we have been on a vast spending spree (Stockman is big on sprees), living far beyond our means and leaving us with no choice except a drastic reduction in spending. After all, debt is about 200 percent of GDP higher than it was before 1980. Isn’t this a giant burden on the nation?

OK, the sheer size of that number should tell you immediately that this can’t be right. Yes, we have run trade deficits and moved from being a net creditor to being a net debtor, but it’s not that big a deal (and we still earn more on our foreign assets than we pay on our foreign liabilities). So the surge in debt reflects a surge in money Americans owe to other Americans.

I wrote about this analytically a while back, laying out a stylized framework in which it is literally impossible for the nation to live beyond its means — because there is neither foreign trade nor investment — so that debt growth is always about one group within the country lending to another. This can present problems, partly because it concentrates risk on the leveraged parties, partly because of the possibility of forced deleveraging. But the issue in the latter case isn’t that we as a nation have overspent and need to spend less; it’s that some people are being forced to spend less, and we have a depression because other people won’t (NOT can’t) spend more.

This is how you want to think about debt: it’s not a burden on the nation’s resources, because it’s mainly money we owe to ourselves, and it’s a problem not because we have to tighten our belt but because debt is currently leading to spending that’s less than we need to maintain full employment.

I would add that one thing the model doesn’t cover is debt of financial intermediaries, which is a big part of the real story and if anything bears even less resemblance to the notion of debt as a consequence of national overspending; to a large extent it’s just an accounting issue, because old-fashioned deposits aren’t counted as debt even though they are.

Maybe a short way to put all this is to say that we have a real problem with excessive leverage; that’s not at all the same thing as the nation being deeply in hock to some external player or players. And failing to understand that difference is a way to get both the nature of our crisis and the shape of appropriate policies totally wrong.

 

Ragionare lucidamente sul debito

 

Un avviso: questa settimana sarò su This Week. All’incontro ci sarà anche David Stockman. Questo, speriamo, dovrebbe essere interessante.

Dunque, qualche ulteriore pensiero sul debito e su quello che esso significa e non significa.

Cominciamo dai dati che Stockman ama citare, mostrando la percentuale totale del debito, pubblico e privato, rispetto al PIL:

giu 19 20

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stockman, e ad esser giusti non poche altre persone, vorrebbero che noi vedessimo in essi la prova che abbiamo convissuto con una grande frenesia di spesa (Stockman è grande con le frenesie!), vivendo molto oltre i nostri mezzi e lasciandoci nessuna altra possibilità se non una drastica riduzione della spesa. Dopo tutto il debito è circa il 200 per cento del PIL più alto di quanto non fosse prima del 1980. Non è questo un peso gigantesco per la nazione?

E’ vero, la mera dimensione di quel dato vi porterebbe subito a dire che esso non può essere sostenibile. Si, abbiamo realizzato deficit commerciali e ci siamo spostati dalla posizione di creditori netti e quella di debitori netti, ma non si tratta di un problema così grande (e noi ancora guadagniamo di più dai nostri assets all’estero [1]di quello che paghiamo per i nostri crediti verso l’estero). Dunque, la crescita del debito sono soldi che gli americani prestano ad altri americani.

Ho scritto su questo argomento in modo analitico un po’ di tempo fa [2], buttando giù uno schema stilizzato secondo il quale è letteralmente impossibile per la nazione vivere oltre i propri mezzi – giacché non ci sono né commercio estero né investimenti – cosicché la crescita del debito riguarda pur sempre un gruppo che presta ad un altro, all’interno del paese. Questo può presentare problemi, in parte perché esso concentra il rischio sulla componente indebitata, in parte a causa della possibilità di una riduzione obbligata dell’indebitamento. Ma nell’ultimo caso il tema non è l’aver speso troppo e l’aver bisogno di ridurre la spesa come nazione; è che alcune persone sono costrette a spendere di meno perché altre persone non vogliono (E NON  non possono) spendere di più.

E’ questo quello che si deve pensare del debito: esso non grava sulle risorse della nazione, giacché è principalmente denaro che prestiamo a noi stessi, e non costituisce un problema perché dobbiamo stringere la cinghia, bensì perché il debito sta attualmente portando ad una spesa minore di quella di cui avremmo bisogno per mantenere la piena occupazione.

Vorrei aggiungere che un aspetto che il modello non comprende è il debito degli intermediari finanziari, che è una gran parte della storia reale, e semmai mostra una somiglianza anche minore con l’idea del debito come conseguenza di una eccessiva spesa nazionale; in larga misura esso è semplicemente un tema di contabilità, giacché i tradizionali depositi non sono considerati come debito anche se lo sono.

Forse un modo per dire in breve tutto questo è che noi abbiamo un problema reale con un eccessivo rapporto di indebitamento; che non è affatto la stessa cosa che dire che siamo impegnati verso uno o più protagonisti esterni. E non riuscire a capire quella differenza è un modo per sbagliare completamente nella comprensione sia della natura della crisi che della forma di politiche appropriate.



[1] Vedi il post del 3 aprile sullo stesso argomento.

[2] Post dell’8 giugno.

Il debito e David Stockman (3 aprile 2013)

aprile 3, 2013

April 3, 2013, 8:08 pm

Debt and David Stockman

 

Update: I forgot to explain that the chart shows the ratio of financial-sector debt to GDP.

Well, it turns out that I’ve actually been polite to David Stockman; Neil Irwin describes his recent writings as “spittle-filled”, and gets at the essentially destructive nature of Stockman’s critique. More on that another day. What I want to point out is the way Stockman unintentionally makes a point I’ve been trying to get across: debt does not directly impoverish us, because it’s money we owe to ourselves. OK, some of it is money we owe to foreigners, but I’ve dealt with that part already.

So here’s Stockman on how we lived “high on the hog”; he cites the current account deficit (which actually turns out to be a smaller thing than he imagines), then declares

In effect, America underwent an internal leveraged buyout, raising our ratio of total debt (public and private) to economic output to about 3.6 from its historic level of about 1.6. Hence the $30 trillion in excess debt (more than half the total debt, $56 trillion) that hangs over the American economy today.

 

Actually, the LBO analogy isn’t too bad; but if he thought about that for even a minute, he would realize that LBOs have nothing to do with spending sprees, they’re just a change in the structure of risk, with equity (which shares the risk among a fairly broad set of investors) replaced with debt (that concentrates the risk).

Anyway, think about the macroeconomics; did America really put itself $30 trillion in hock to someone else? No, some Americans lent to other Americans, which is a very different issue.

And wait: even that isn’t really true. About half of the rise in Stockman’s rise in the debt-GDP ratio is debt of the financial sector:

giu 19 21

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

How did that happen? Two things: a shift from ordinary deposit-based banking to shadow banking, and the increasingly complexity of the financial system. The first raises the official debt number because bank deposits aren’t counted as debt, even though they really are just a particular kind of debt. The second raises the debt number because the same money can be counted several times if an institution buys debt securities, then uses them as collateral to issue debt of its own, which is what repo is all about. Oh, and the rapid drop in the debt ratio reflects a partial return to plain vanilla banking, not a massive paydown of obligations.

The point is that neither shifting from deposits to other forms of debt nor complexification of the financial system involve borrowing from the future, spending more than we earn. They’re just fancier ways of owing money to ourselves, ways that cause the official debt ratio to rise. So skip the moral lectures, please.

Now, just to be clear, I’m not saying that complex shadow banking is harmless. Far from it: like LBOs, it shifts risk around, and as it turns out the concentration of risk made our economy much more fragile than it used to be. That’s a big deal. But it’s not at all the kind of big deal the debt scolds would make it out to be. And it’s just crazy to use the economy’s excessive reliance on fancy finance to argue that we can’t do what it takes to restore full employment.

 

Il debito e David Stockman

Correzione: ha scordato di spiegare che la tabella mostra la percentuale del debito del settore finanziario rispetto al PIL.

Ebbene, viene fuori che ero stato effettivamente cortese nei confronti di David Stockman; Neil Irwin descrive i suoi scritti recenti come “pieni di livore”, e si riferisce alla natura sostanzialmente distruttiva della critica di Stockman. Su questo dirò di più prossimamente. Quello che voglio mettere in evidenza è il modo in cui Stockman avanza senza averne l’intenzione un punto che io ho cercato di spiegare: il debito non ci impoverisce direttamente, perché sono soldi che dobbiamo a noi stessi. E’ vero, un po’ di soldi li dobbiamo anche agli stranieri, ma mi sono già misurato con quella questione [1].

Dunque, ecco qua come secondo Stockman noi avremmo vissuto nel lusso: egli cita il deficit del conto corrente (che in realtà si scopre è molto minore di quello che lui immagina) e poi afferma:

“In effetti, l’America si è sottoposta ad una operazione di acquisizione tramite lo sfruttamento della capacità di indebitamento interno [2], elevando il nostro tasso complessivo del debito (pubblico e privato) a circa il 3,6 per cento dal suo livello storico dell’1,6. Da qui i trentamila miliardi di dollari di debito in eccesso (più della metà del debito totale di 56 mila miliardi di dollari) che incombono sull’economia americana di oggi.”

In effetti, l’analogia con il “leveraged buyout” non è cattiva: ma se ci avesse pensato un attimo, avrebbe compreso che i “leveraged buyout” non hanno  niente a che fare con le frenesie della spesa, essi sono semplicemente un cambiamento nella struttura del rischio, con le partecipazioni azionarie (che distribuiscono il rischio tra un complesso piuttosto ampio di investitori) che sono rimpiazzate da obbligazioni sul debito (che concentrano il rischio).

In ogni modo, riflettiamo sulla logica economica: l’America si è davvero impegnata con qualcun altro per 30  milia miliardi di dollari? No, alcuni americani li hanno dati in prestito ad altri americani, che è una faccenda del tutto diversa. Ed aspettate: neanche quello è del tutto vero. La metà circa della crescita del rapporto tra debito e PIL di Stockman è il debito del settore finanziario:

giu 19 21

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come è successo? Due cose: il passaggio da un sistema bancario fondato sul deposito al sistema bancario ‘ombra’, e la crescente complessità del sistema bancario. Il primo aspetto accresce i dati ufficiali sul debito perché i depositi bancari non sono considerati debito, anche se essi sono proprio un particolare tipo di debito. Il secondo accresce i dati sul debito giacché lo stesso denaro può essere contabilizzato più volte se un istituto acquista titoli sul debito e poi li usa come collaterali per emettere debito suo proprio, che è tutto quello che fanno i “repo” [3]. E, infine, la rapida caduta nel tasso del debito [4] riflette il parziale ritorno ad un sistema bancario più normale, non una massiccia restituzione delle obbligazioni.

Il punto è che né un passaggio dai depositi alle altre forme del debito, né la crescente complessità del sistema finanziario hanno a che fare con l’impegnare il futuro, spendendo di più di quello che si guadagna. Essi sonio semplicemente modi più fantasiosi di essere in debito di soldi con noi stessi, modi che provocano la crescita del tasso ufficiale del debito. Lasciamo dunque perdere le letture moralistiche, per favore.

Ora, solo per esser chiaro, non sto dicendo che il complicato “sistema bancario ombra” sia innocuo. E’ lungi dall’essere tale: come i “leveraged buyout”, esso mette in circolazione il rischio, e come si è visto la concentrazione del rischio ha reso la nostra economia più fragile di quello che era di solito. Si tratta di una cosa importante. Ma non il genere di cosa importante che gli allarmisti del deficit vorrebbero far credere. Ed è proprio pazzesco usare l’argomento dell’eccessivo affidamento dell’economia nella finanza fantasiosa per sostenere che non possiamo fare quello che serve per ripristinate le piena occupazione.



[1] Il riferimento è al post “America, la debitrice”.

[2] Il leveraged buyout o LBO è un’operazione di finanza strutturata utilizzata per l’acquisizione di una società mediante lo sfruttamento della capacità di indebitamento della società stessa.

[3] Il repo è un’abbreviazione di repurchase agreement, e non si tratta di altro che del nostro ‘pronti contro termine’. Cioè di uno strumento di gestione del danaro a breve: dei due contraenti, uno vende un titolo contro contanti, e allo stesso tempo si impegna a riacquistare quel titolo allo scadere di un breve periodo (dall’overnight a qualche mese), dietro pagamento del prezzo originario aumentato dell’interesse. Questo mercato è vastissimo, e utilizzato sia da privati che da aziende e società finanziarie. Le Banche centrali utilizzano il pronti contro termine per aggiungere o togliere liquidità al sistema bancario.

[4] Ovvero, il fenomeno che nella tabella è illustrato dall’andamento a partire dal 2009/2010.

America, la debitrice (3 aprile 2013)

aprile 3, 2013

 

April 3, 2013, 8:52 am

America the Debtor

I guess I’m going to have to write more about David Stockman’s unfortunate rant, since a lot of people who should know better seem to think he made serious points. Right now, however, I just want to lay down a marker on an issue I really really do know something about: America as a net international debtor.

Stockman describes a horror show:

Then came Lyndon B. Johnson’s “guns and butter” excesses, which were intensified over one perfidious weekend at Camp David, Md., in 1971, when Richard M. Nixon essentially defaulted on the nation’s debt obligations by finally ending the convertibility of gold to the dollar. That one act — arguably a sin graver than Watergate — meant the end of national financial discipline and the start of a four-decade spree during which we have lived high on the hog, running a cumulative $8 trillion current-account deficit.

Leave the goldbuggery aside (does Stockman think that countries pegged to gold — or, for that matter, the euro — never run current account deficits?). Are things as bad as he says?

Well, the $8 trillion number is right. But while it may be EIGHT TRILLION DOLLARS, that’s a cumulative deficit (which began in the 80s, by the way, not the 70s) of only half of this year’s GDP. And if you know anything about the subject, you know that America’s debtor position isn’t actually that deep, because of capital gains (which aren’t counted in the current account):

giu 19 23

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

But OK, market valuations are one thing, what about income flows? Aren’t we now paying a lot in interest to foreigners? Ahem. Here’s US net international investment income — income from US assets abroad minus income payments on foreign assets in the US — as a percentage of GDP:

giu 19 24

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Now, that surge at the end is crisis-related: America tends to issue debt while buying equity and real assets abroad, so the plunge in interest rates has pushed up our net investment earnings, and this will go down again if and when we recover. Prior to the crisis, the trend was clearly down. But we’re talking about fairly modest numbers, with America still earning more than it pays. This is the result of an epic spending spree, four decades of living high on the hog?

 

But of course you don’t check out these numbers if your purpose is to scare readers by talking about EIGHT TRILLION DOLLARS.

 

America, la debitrice

 

Penso che scriverò qualcosa di più sulla infelice filippica di  David Stockman, dal momento che molta gente che dovrebbe saperne di più pare pensare che egli ponga alcune questioni serie. In questo momento, tuttavia, voglio semplicemente buttar giù una nota su un tema sul quale ho per davvero qualche competenza: l’America come debitore netto internazionale.

Stockman descrive una rappresentazione terrificante:

“Poi vennero gli eccessi dei “fucili e del burro” [1], che vennero intensificati in un maligno fine settimana a Camp David (Maryland), nel 1971, quando Richard M. Nixon fondamentalmente mandò in default le obbligazioni sul debito della nazione ponendo definitivamente  termine alla convertibilità dell’oro col  dollaro.  Quel solo atto – probabilmente un peccato più grave del Watergate – significò la fine della disciplina finanziaria e l’inizio di quattro decenni di frenesia durante i quali abbiamo vissuto nel lusso, realizzando un deficit cumulativo nel conto corrente [2]di 8 mila miliardi di dollari.”

Lasciamo da parte il fanatismo aureo (pensa Stockman che i paesi che sono ancorati all’oro – o magari all’euro – non realizzino deficit di conto corrente?). Le cose sono così negative come egli sostiene?

Ebbene, il dato  degli 8 mila miliardi di dollari è giusto. Ma mentre esso può essere quella gran cifra (di OTTOMILA MILIARDI DI DOLLARI) , si tratta di un deficit complessivo (che, per inciso, cominciò negli anni ’80 e non ’70) pari soltanto alla metà del PIL di quest’anno. E se si conosce per intero questo tema, si sa che la posizione debitrice dell’America non è effettivamente così grave, a causa dei profitti da capitale (che non sono considerati nel conto corrente):

giu 19 23

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma va bene, le valutazioni del mercato sono un aspetto, che cosa accade ai flussi di reddito? Non stiamo oggi pagando una gran quantità di interessi agli stranieri? Non è così semplice. Ecco il reddito netto degli investimenti nel mondo degli Stati Uniti – il reddito dei patrimoni americani all’estero meno i pagamenti sul reddito dei patrimoni stranieri  negli Stati Uniti – come percentuale del PIL:

giu 19 24

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora, quella risalita finale è dipendente dalla crisi: l’America tende ad emettere obbligazioni sul debito e nel contempo acquista titoli e patrimoni reali all’estero, cosicché la crescita dei tassi di interesse ha spinto in alto i profitti sui nostri investimenti netti, e questo tornerà a scendere se e quando ci riprenderemo. Prima della crisi, la tendenza era chiaramente in discesa. Ma stiamo parlando di numeri abbastanza modesti, con l’America che ancora sta guadagnando più di quanto non paghi. Questo è il risultato di un’epica frenesia verso la spesa, di quattro decenni di lussi sfrenati?

Ma naturalmente questi non sono numeri che si controllano, se ci si propone di impressionare i lettori parlando di OTTOMILA MILIARDI DI DOLLARI.

 



[1] La “Guns and butter curve” – la “curva dei fucili e del burro” – è una curva che riguarda le possibilità produttive di un paese e mostra il concetto di “costo della opportunità”. Una economia che produce più fucili deve produrre meno burro, secondo questo semplice schema (ad una estremità del quale c’è la massima produzione di 900 libbre di burro, con 20 fucili, mentre all’altra c’è la minima produzione di 100 libbre di burro, con 180 fucili). Gli “eccessi” di Lyndon B. Johnson, all’epoca della guerra del Vietnam, consistevano nel produrre il massimo di consumi interni e di armamenti, evidentemente ricorrendo al debito.

giu 19 22

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] In economia il “conto corrente” è una delle due componenti primarie della bilancia dei pagamenti, essendo l’altra il “conto capitale”.  Il “conto corrente” è la somma della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni di beni e servizi), del reddito netto di fattori della produzione (come gli interessi ed i dividendi) e dei trasferimenti (come gli aiuti all’estero). Il “conto corrente” è una delle due più importanti misure delle caratteristiche del commercio estero di un paese (l’altra essendo il flusso netto di capitali investiti all’estero).

Vecchio scontroso (31 marzo 2013)

marzo 31, 2013

 

March 31, 2013, 1:14 pm

Cranky Old Men

Shorter David Stockman:

We’ve been doomed, yes doomed, ever since FDR took us off the gold standard and introduced unemployment insurance. What about those 80 years of non-doom? Just a series of lucky accidents. Now we’re really doomed. I mean it!

Actually, I was disappointed in Stockman’s piece. I thought there would be some kind of real argument, some presentation, however tendentious, of evidence. Instead it’s just a series of gee-whiz, context- and model-free numbers embedded in a rant — and not even an interesting rant. It’s cranky old man stuff, the kind of thing you get from people who read Investors Business Daily, listen to Rush Limbaugh, and maybe, if they’re unusually teched up, get investment advice from Zero Hedge.

Sad.

 

Vecchio scontroso

 

David Stockman [1]in breve:

“Noi siamo condannati, si condannati, dal momento in cui Franklin Delano Roosevelt ci portò fuori dal ‘gold standard’ e introdusse l’assicurazione sulla disoccupazione. Come mai in quegli 80 anni la condanna non è stata eseguita? Solo una serie di fortunati accidenti. Ora siamo per davvero condannati. Intendo quello!”

Sono in effetti rimasto deluso dall’articolo di Stockman. Pensavo di trovare qualcosa come un argomentazione reale, una qualche presentazione, per quanto tendenziosa, di prove. Invece esso è solo una serie di espressioni stupefatte, dati fuori da ogni contesto e modello incorporati in uno sproloquio neanche interessante. Roba da vecchio scontroso, il genere di cose che si sentono dalla gente che legge Investors Business Daily, che ascoltano Rush Limbaugh, e magari, quando sono inusualmente sovraeccitati, prendono consigli su investimenti da Zero Hedge [2].

Triste.

 


 

 


[1] David Stockman è stato un uomo politico americano e dirigente di impresa. Membro della Camera dei Rappresentanti dal 1977 al 1981, fu Direttore dell’ “Office of management and budget” con il Presidente Reagan. Di recente ha pubblicato un libro dal titolo “La grande deformazione: la corruzione del capitalismo in America”. Sullo stesso tema ha pubblicato il 30 marzo un lungo articolo nella pagine dei commenti del New York Times, al quale è dedicato questo post di Krugman, ed altri successivi.

giu 19 25

 

 

 

 

[2] “Zero Hedge” è un popolare blog finanziario americano. Di recente Mario Draghi, nel corso di una conferenza stampa, a fronte di insistenti domande del corrispondente di quel blog sulla esistenza di un “Piano B” nel caso di abbandono dell’Euro da parte di qualche importante paese membro, si è espresso in questo modo a proposito della ‘cultura’ dei lettori di “Zero Hedge”: Queste domande sono formulate da persone che sottovalutano enormemente ciò che l’euro significa per gli europei, per l’area dell’euro. Essi sottovalutano di gran lunga la quantità di capitale politico che è stato investito nell’area dell’euro.

E così, continuano a fare domande del tipo: “se l’euro si rompe …” e “Se un paese lascia l’euro domani …” Voglio dire, l’eurozona non è come una porta girevole. E’ una cosa molto importante. E’ un progetto dell’Unione europea, questo. Quindi, è per questo che avrete delle difficoltà a chiedere a gente come me “Che cosa accadrebbe se?”

« Pagina precedente — Pagina successiva »

Archivio