March 26, 2013, 8:22 am
When I read opinion pieces by insiders, I often find the ostensible argument less interesting than what is taken for granted. It’s the throwaway lines, the statements that obviously are meant to refer to what “everyone knows”, that can be truly revealing about the state of conventional wisdom.
So it is with Fred Hiatt’s latest deficit-scold column. Dean Baker is exercised over Hiatt’s evident longing for a financial crisis to get action on the policies he believes are necessary to avoid an, um, financial crisis; indeed, Hiatt is following in the inglorious footsteps of Alan Greenspan, who declared almost three years ago that the failure of interest rates and inflation to soar was “regrettable”, rather than being an indication that his model of the economy was wrong.
But what I found striking was Hiatt’s offhand explanation of why his never-changing, never-right prediction keeps not happening; it’s becausethe Federal Reserve is gobbling up U.S. debt to keep interest rates low
Clearly, this has become part of the CW. And once again we see how a highly dubious economic idea can become part of what Everyone knows and Nobody disagrees with, even if in this case Nobody includes a fellow by the name of Ben Bernanke, who gave a speech on this very topic just a few weeks ago.
In fact, the notion that rates are low just because the Fed is buying up debt is wrong on at least three levels.
First, as Bernanke stressed, long-term interest rates have moved very similarly across a wide range of countries, including countries where the central bank is buying up lots of bonds and countries where it isn’t. Here, for example, is a comparison of the US and France:
Second, if Fed purchases of bonds are crucial to keeping rates down, we should see spikes in rates when those purchases stop. In fact, a lot of people predicted that this would happen in mid-2011, when QE2 came to an end — and lost a lot of money as a result. Here’s Fed holdings of long-term assets (agency debt plus long-term Treasury debt), from here, versus long-term bond rates:
You can see a couple of pauses in the Fed’s expansion of its holdings — and no relationship at all to rates.
But finally and most importantly, since when do we believe that central banks can hold interest rates down at will, for extended periods, without consequences? Isn’t “printing money” supposed to be dangerously inflationary?
Or think of it in terms of the original Wicksellian concept of the natural rate of interest (pdf). This was supposed to be the interest rate consistent with price stability; if the central bank tried to keep rates below this level, it might be able to for a while, but the result would be an overheating economy and accelerating inflation. (Milton Friedman would later appropriate this concept by analogy to unemployment).
So if you believe that the Fed has been keeping rates artificially low for years on end — which is apparently what Everyone believes — where’s my overheated economy?
In short, the notion that rates are low only because the Fed is holding them down by “gobbling” up debt is clearly refuted by international evidence, clearly refuted by the behavior of rates over time, and logically flawed. All of that makes it perfectly suited to become part of the conventional wisdom, so thoroughly accepted that it is mentioned only in passing.
L’ipotesi del tasso innaturale
Quando leggo commenti da parte degli addetti ai lavori, spesso trovo che l’argomento opinabile è meno interessante di quello che viene dato per certo. Sono le frasi buttate là, le affermazioni che con evidenza sono concepite come riferimenti a quello “che tutti sanno”, che possono essere davvero rivelatrici dello stato del senso comune.
Così è nel caso dell’ultimo articolo di allarmismo sul deficit di Fred Hiatt. Dean Baker si preoccupa per l’evidente desiderio di Hiatt di una crisi finanziaria che costringa a quelle politiche che egli crede siano necessarie per evitare, guarda un po’, una crisi finanziaria; in effetti Hiatt è sulle orme ingloriose di Alan Greenspan, che dichiarò quasi tre anni orsono che il fatto che i tassi di interesse e l’inflazione non schizzassero alle stelle era “deplorevole”, invece che essere una indicazione del fatto che il suo modello di economia era sbagliato.
Ma quello che ho trovato impressionante è stata la disinvolta spiegazione di Hiatt del perché la sua immutabile e sempre sbagliata previsione continui a non realizzarsi; la causa è che:
“la Federal Reserve si sta abbuffando di obbligazioni sul debito statunitense per tenere bassi i tassi di interesse”
Chiaramente, questo è diventato un pezzo di senso comune [1]. E, una volta ancora, constatiamo come un’idea economica del tutto dubbia possa diventare parte di quello che “Tutti Sanno” e sui cui “Nessuno E’ In Disaccordo”, anche se in questo caso tra i “Nessuno” è compreso un tizio di nome Ben Bernanke, che proprio si questo tema ha tenuto un discorso solo poche settimane orsono.
Di fatto, l’idea che i tassi siano bassi soltanto perché la Fed sta facendo incetta di obbligazioni sul debito è sbagliata almeno a tre livelli.
In primo luogo, come Bernanke ha messo in rilievo, i tassi di interesse a lungo termine si sono mossi in modo molto simile in un ampio complesso di paesi, che includono quelli nei quali le banche centrali acquistano grandi quantità di bonds e quelli nei quali non lo fanno. Ecco, ad esempio, un confronto tra gli Stati Uniti e la Francia:
In secondo luogo, se gli acquisti dei bonds fossero cruciali nel tener bassi i tassi, dovremmo vedere rialzi in quei tassi quando gli acquisti cessano. In effetti, nella metà del 2011 in molti avevano previsto che sarebbe accaduto questo, quando venne a scadenza il secondo periodo della “facilitazione quantitativa” [2] – e come risultato persero un sacco di soldi. Ecco il quadro delle proprietà di assets a lungo termine da parte della Fed (il debito dell’Agenzia sommato al debito a lungo termine da parte del Tesoro), a confronto con i tassi dei bonds a lungo termine (i dati provengono dalla Federal Reserve Bank of Cleveland, in connessione):
Potete notare un paio di pause nella espansione delle proprietà della Fed – senza alcuna relazione con i tassi.
Ma infine, e più importante, da quando è diventato possibile credere che le banche centrali possano tenere in basso a volontà i tassi di interesse per periodo prolungati, senza conseguenze? Non si riteneva che lo “stampar moneta” fosse pericolosamente inflazionistico?
Si può pensare a questo anche nei termini del concetto originario di Wicksell del saggio naturale di interesse (in connessione). Si supponeva che questo fosse il tasso di interesse coerente con la stabilità dei prezzi; se la banca centrale cercava di tenere i tassi al di sotto di questo livello, essa poteva riuscire a farlo per un po’ di tempo, ma il risultato sarebbe stato un surriscaldamento dell’economia ed una accelerazione dell’inflazione (successivamente Milton Friedman avrebbe adattato questo concetto, per analogia, alla disoccupazione).
Dunque, se credete che la Fed stia da anni ed anni tenendo artificialmente bassi i tassi – che in apparenza è quello che tutti credono – dove diamine è questa economia surriscaldata?
In breve, il concetto che i tassi sono bassi soltanto perché la Fed li sta tenendo bassi ingozzandosi di debito è chiaramente confutato dalla esperienza internazionale, è chiaramente confutato dal comportamento dei tassi nel corso del tempo e non sta in piedi da un punto di vista logico. Tutto questo lo rende perfettamente idoneo a diventare parte del senso comune, qualcosa che viene accettato in modo talmente vasto da dover essere menzionato solo di passaggio.
[1] “CW” sta per “conventional wisdom”, ovvero, letteralmente, per “saggezza convenzionale”. Traduciamo più semplicemente con “senso comune”, anche se il termine ha una origine più precisa, trattandosi della definizione che utilizzava John Maynard Keynes per indicare alcuni cardini della economia che lui definiva “classica”. Più propriamente si tratta, dunque, del particolare “senso comune” degli economisti, o di coloro che formano le opinioni economiche. Talora Keynes lo definiva anche come il “Treasury view”, ovvero il “punto di vista del Tesoro”.
[2] Per “quantitative easing” (“facilitazione quantitativa”) vedi le note finali sulla traduzione.
[3] La linea rossa indica l’andamento dei tassi sui bonds decennali, mentre quello blu indica l’andamento degli assets della Fed.
marzo 25, 2013
March 25, 2013, 8:41 am
Sorry about the one-day interruption in service — I forgot to mention that it was a travel day, and as it turned out I was too tired on arrival to blog or actually do anything.
And with that, back to Cyprus.
Kevin O’Rourke asks a good question. He points out that the classic argument for the euro’s irreversibility, from Barry Eichengreen, was that any threat to leave the euro would set off “the mother of all financial crises”: a crisis of confidence that would collapse a country’s banks. I used to believe this, but eventually noticed that the logic would break down if a country had its banking crisis first, and was forced into an Argentine-style corralito.
And Cyprus is there: closed banks, capital controls. In an important sense it’s already off the euro; it has an inconvertible currency, the Cypriot euro, that just happens to be pegged to the other euro at a parity of 1. Why, exactly, should this parity be sacrosanct?
Wait, there’s more. The theory of optimum currency areas says, in brief, that countries face a tradeoff between convenience and adjustment. Having your own currency raises transaction costs and makes business more difficult; but giving up your own currency means that you have to adjust to overvaluation through deflation, which is much more costly than devaluation. At this point, however, Cyprus has made doing business very difficult via capital controls, while retaining its inability to deal with overvaluation via currency realignment. So it has created a pessimal currency area, offering the worst of both worlds.
And Cyprus is now very overvalued — not only have the big capital inflows of yore dried up, a major export industry — offshore banking — has just died.
OK, there are still some considerations: access to ECB lending, possibly anti-inflation credibility, and general relations with the European Union. But Cyprus is now almost surely facing the prospect, not of recession, but of deep depression. Is this worth it?
La teoria dell’area valutaria peggiore possibile
Spiacente per l’interruzione di un giorno della attività – avevo scordato di avvertire che sarebbe stato un giorno di viaggio, ed è successo che all’arrivo ero troppo stanco per il blog e per qualsiasi altra cosa.
E con ciò, torniamo a Cipro.
Kevin O’Rourke pone una bella domanda. Egli mette in evidenza come il classico argomento dell’irreversibilità dell’euro, da parte di Barry Eichengreen, sia quello secondo il quale ogni minaccia di lasciare l’euro metterebbe in moto “la madre di tutte le crisi finanziarie”: una crisi di fiducia che porterebbe al collasso le banche di un paese. Anch’io lo credevo, ma alla fine mi sono accorto che quella logica andrebbe in crisi se un paese avesse sin dall’inizio la sua crisi bancaria, e fosse costretto ad un corralito [1] di stile argentino.
E Cipro è a quel punto: banche chiuse, controlli sui capitali. Da un punto di vista importante essa è già fuori dall’euro: ha una valuta inconvertibile, l’euro cipriota, che si dà il caso sia proprio ancorata all’altro euro ad una parità di 1 [2]. Per quale mai ragione questa parità dovrebbe essere sacrosanta?
Aspettate, c’è di più. La teoria dell’area valutaria ottimale, in breve, dice che i paesi sono dinanzi ad uno scambio tra convenienza e correzione. Avere una valuta propria aumenta i costi delle transazioni e rende gli affari più difficili; ma rinunciare alla propria valuta significa che si deve correggere una sopravvalutazione attraverso la deflazione, che è molto più costosa di una svalutazione. A questo punto, tuttavia, Cipro ha reso molto difficile fare affari a causa dei controlli dei capitali, mentre ha mantenuto la sua impossibilità a fronteggiare la sua sopravvalutazione tramite un riallineamento valutario. In tal modo ha creato un’area valutaria la peggiore possibile, offrendo il peggio di entrambe le soluzioni.
E Cipro adesso è ora per davvero sopravvalutata – non solo ha i grandi flussi di capitali di un tempo prosciugati, ma un importante settore di esportazione – il sistema bancario rivolto all’estero – è appena morto.
E’ vero, resta qualche considerazione: l’accesso ai prestiti della BCE, forse una credibilità antiinflazionistica, e le relazioni complessive con l’Unione Europea. Ma quasi sicuramente a questo punto Cipro si trova di fronte non alla prospettiva di una recessione, ma di una profonda depressione. Ne vale la pena?
[1] “Corralito” è il nome con il quale vennero designate le misure prese in Argentina alla fine del 2001 dal Ministro dell’Economia Domingo Cavallo allo scopo di fermare la corsa agli sportelli bancari, che restarono in funzione per un anno.
[2] Le monete euro cipriote (Κυπριακά κέρματα ευρώ) sono in circolazione dal 1º gennaio 2008. Cipro è membro dell’Unione Europea dal 1º maggio 2004. Il 2 maggio 2005, Cipro è entrata nel meccanismo di cambio ERM II, e ha adottato l’euro il 1º gennaio 2008 in sostituzione della valuta locale, la lira cipriota. Questa decisione è stata confermata il 21 giugno 2007 da parte dei capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea durante il vertice UE di Bruxelles. Questo è un euro cipriota (raffigura l’Idolo di Pomos):
marzo 21, 2013
March 21, 2013, 8:15 am
At this point the Cyprus situation is pretty clear — and clarity does not bring reassurance. In fact, it looks as if Cyprus has managed to combine in one place everything that has gone wrong elsewhere.
1. Runaway banking. Cyprus has a huge banking system — assets around 8 times GDP — based on a business model of attracting offshore money with high rates and good opportunities for tax avoidance/evasion.
I’ve done some asking around, and cleared up something that was puzzling me. Officially, only about 40 percent of the deposits in Cypriot banks are from nonresidents, which would imply resident deposits of almost 500 percent of GDP, which is crazy. But the answer is that I do not think that word “resident” means what you think it means. Some of the money is from wealthy expats living in Cyprus; much of it is from rich people who have resident status without, you know, actually living there. So we should think of Cypriot deposits as mainly coming from non-Cypriots, attracted by that business model.
And the business model only works until there’s a big loss somewhere; since Cypriot banks were investing in Greece and in their own domestic real estate bubble, doom was inevitable. Which brings me to:
2. Big domestic real estate bubble, Spain or Ireland-sized. Not yet fully deflated, which means lots more losses to come. And the combination of the real estate bubble and the income from dodgy banking also led to:
3. Massive overvaluation, with Cypriot prices and costs having risen much more than in the rest of the euro area. In 2008 the current account deficit was more than 15 percent of GDP!
What can be done? First off, Cypriot banks cannot honor their debts, which unfortunately overwhelmingly take the form of deposits. So a default on deposits is inevitable.
As I now understand it, the initial screwup was a joint error of the Europeans and the Cypriots. Europe didn’t want an explicit bank resolution, which would among other things have given clear seniority to small insured deposits; instead, it wanted this essentially fictitious tax scheme. Meanwhile, the Cypriot government still has the illusion that its banking model can survive, and wanted to limit the hit to the big overseas depositors. Hence the debacle of the small-deposit tax.
In the end this probably comes, in some version, to what it should have been from the start — a big haircut on deposits over 100,000.
But even then the situation is by no means under control. There’s still a real estate bubble to implode, there’s still a huge problem of competitiveness (made worse because one major export industry, banking, has just gone to meet its maker), and the bailout will leave Cyprus with Greek-level sovereign debt.
So then what? As a number of people have pointed out, Cyprus is arguably better positioned than Iceland to do an Iceland, because devaluing a reintroduced Cypriot currency could bring in a lot of tourism. But will the Cypriots — who haven’t even reconciled themselves to the end of their round-tripping business — be willing to go there?
Truly awesome stuff.
Cipro: la somma di TUTTE LE CAZZATE
[1]A questo punto la situazione di Cipro è abbastanza chiara, e la chiarezza non porta rassicurazione. Di fatto, sembra che Cipro abbia gestito le cose in modo da mettere assieme tutto quello che era stato sbagliato altrove.
1 – Banche fuori controllo. Cipro ha un vasto sistema bancario – con assets che sono 8 volte il PIL – basato su un modello di affari per attrarre capitali dall’estero con alti tassi e buone opportunità di evasione/elusione delle tasse.
Ho fatto qualche domanda in giro ed ho chiarito qualcosa che mi risultava incomprensibile. Ufficialmente solo il 40 per cento dei depositi nelle banche cipriote provengono da non residenti, il che implicherebbe depositi dei residenti pari a quasi il 500 per cento del PIL, che sarebbe folle. Ma la soluzione è che la parola “residente” non significa quello che si pensa significhi. Alcuni dei capitali sono di ricchi espatriati in Cipro; gran parte di essi sono di persone ricche che, come si sa, hanno lo status di residenti senza vivere effettivamente lì. Dunque, si deve pensare che i depositi dei ciprioti fondamentalmente vengono da non-ciprioti, attratti dal modello affaristico.
E il modello affaristico funziona soltanto non c’è una grande perdita da qualche parte; dal momento che le banche cipriote hanno investito in Grecia e nella loro propria bolla immobiliare, la condanna era segnata. Il che mi porta a:
2 – La grande bolla immobiliare, di dimensioni spagnole o irlandesi. Non ancora interamente sgonfiata, il che significa quantità di ulteriori perdite in arrivo. E la combinazione tra la bolla immobiliare guadagni da attività bancarie equivoche ha anche condotto a:
3 – una massiccia sopravvalutazione, con i prezzi ed i costi ciprioti che sono saliti molto più che nel resto dell’area euro. Nel 2008 il conto corrente [2]era più del 15 per cento del PIL!
Cosa si può fare? Per prima cosa, le banche cipriote non possono onorare i loro debiti, il che sfortunatamente in modo massiccio hanno la forma di depositi. Cosicché un default sui depositi è inevitabile.
Per quello che capisco, l’iniziale incasinamento è stato un errore congiunto di Europei e Ciprioti. L’Europa non ha voluto un esplicito meccanismo di risoluzione per le banche in crisi, che tra le altre cose avrebbe dato una chiara priorità ai piccoli depositi assicurati; ha invece voluto un meccanismo fiscale sostanzialmente fittizio. Nel frattempo, il Governo Cipriota ha ancora l’illusione che il suo modello di operatività bancaria possa sopravvivere, e vuole limitare il colpo sui grandi depositanti stranieri. Da qui la debacle della tassa sui piccoli depositi.
Alla fine si arriverà, in qualche modo, a quello che dovrebbe essere stato dall’inizio – un grande taglio sui depositi sopra i 100.000 euro.
Ma anche a quel punto la situazione non sarebbe in nessun modo sotto controllo. C’è ancora una bolla immobiliare che sta per collassare, c’è ancora un vasto problema di competitività (reso peggiore dal fatto che un importante settore dell’export, quello bancario, è appena andato al Creatore), ed il salvataggio lascerebbe Cipro con u debito sovrano del livello di quello greco.
E dunque? Come un certo numero di persone hanno indicato, Cipro è probabilmente posizionata in modo migliore dell’Islanda per fare quello che ha fatto l’Islanda, perché svalutare una reintrodotta valuta cipriota porterebbe una gran quantità di turismo. Ma vorranno i Ciprioti – che non si trovano d’accordo tra di loro neppure sull’interrompere i loro affari con le residenze immaginarie – arrivare sino a quel punto?
Davvero roba fantastica.
[1] Quanto al titolo, spiacente, ma il termine FUBAR, che pure è lessicalmente interessante, non mi pare traducibile diversamente. FUBAR è un acronimo per “Fucked up Beyond All Reason (or Recognition or Repair)”, che significa “cazzata oltre ogni limite concepibile”, grosso modo. Ma sembra anche possibile che sia una deformazione del tedesco “furchtbar”, che significa più modestamente “orribile” o “spaventoso”.
[2] Per il significato di “current account” vedi le Note finali sulla traduzione.
marzo 20, 2013
March 20, 2013, 2:54 pm
Miles Kimball goes after John Taylor’s latest, and in the process reminds us of an earlier Taylor episode, in which JT argued that low interest rates are actually contractionary — a conclusion he reached by confusing the Fed’s setting of an interest rate target, which is achieved by buying bonds, with a rent-control-type price ceiling enforced by simply banning above-target transactions. It was an amazing thing for a highly credentialed macroeconomist to say. But it wasn’t unique; just offhand I can think of multiple comparable flubs ever since we began monetary and fiscal stimulus to fight the Great Recession.
So, for example, we had Robert Barro arguing that multipliers are small because private spending fell during World War II (hello? Rationing? Banning of private construction?). We had “new monetarists” arguing that low interest rates cause deflation, not the other way around. We had Robert Lucas completely misunderstanding what Ricardian equivalence says about the effects of government spending. And I’m sure I’m missing other examples.
Notice that what I’m highlighting here aren’t “mistakes” as in “saying something I disagree with”; I would not, for example, put claims that our problems are mainly structural in the same category. I’m talking about much cruder mistakes, basic failures to remember history or logic — the kind of thing you really would not expect from big guns in the field.
What do these episodes tell us? First, how much people of conservative politics hate hate hate the idea of any kind of activist government policy to help the economy. Second, how weak their grip on their own intellectual principles is when it comes to arguments that seem to support that hatred.
It has been a revelation.
Sindrome da disordine da “stimulus”
Miles Kimball corre dietro all’ultimo John Taylor, e nel frattempo ci viene a mente un precedente episodio di Taylor, nel quale egli sosteneva che i bassi tassi di interesse erano effettivamente restrittivi – un conclusione alla quale era pervenuto confondendo la definizione da parte della Fed di un target ai tassi di interesse, che è cosa che avviene attraverso l’acquisto di bonds, con una specie di tetto al valore dei tassi tipo equo-canone, applicato attraverso una semplice proibizione delle transazioni che superano il target. Ma non era una caso unico; su due piedi posso pensare ad un buon numero di paragonabili abbagli da quando ebbe inizio il sostegno della finanza pubblica e monetario per combattere la Grande Recessione [1].
Così, ad esempio, avemmo Robert Barro che sosteneva che i moltiplicatori sono piccoli, come dimostrato dalla caduta della spesa privata durante la II Guerra Mondiale (Ehi, mai sentito parlare del razionamento? Del divieto di costruzioni private?). Avemmo i “nuovi monetaristi” che sostenevano che i bassi tassi di interesse avrebbero provocato la deflazione, senza via di scampo. Avemmo Robert Lucas che fraintese completamente quello che l’ “equivalenza ricardiana” dice a proposito degli effetti della spesa pubblica. E sicuramente mi sto scordando altri esempi.
Si noti che quello che sto qua mettendo in evidenza non sono “errori” del genere del “dire qualcosa su cui io non sono d’accordo”; non metterei, ad esempio, nella stessa categoria le tesi per le quali i nostri problemi sono principalmente di natura strutturale. Sto parlando di errori più grossolani, incapacità basilari a ricordare la storia e la logica – il genere di cose che proprio non vi aspettereste dai grossi calibri in questione.
Cosa ci dicono questi episodi? Anzitutto, quanto questi individui del mondo politico conservatore fortissimamente odino l’idea che un qualche genere di politica attiva degli Stati sia di aiuto all’economia. In secondo luogo, quanto sia fragile il loro affidarsi ai loro stessi principi intellettuali, una volta che si passa a temi che sembrano sostenere quel disprezzo.
E’ stata una rivelazione.
marzo 19, 2013
March 19, 2013, 1:16 pm
Some readers have asked me to reply to this Steve Keen piece claiming that I don’t understand the IS-LM model. Sigh. I really don’t want to spend time fighting against people with whom I don’t really have a current policy disagreement — and this is so silly, besides. But to satisfy those who are for some reason nervous, here’s a brief explanation of why somebody doesn’t understand IS-LM.
Keen starts from a picture I drew to illustrate the nature of a liquidity trap:
He then says, aha! The IS market is out of equilibrium when we’re in a liquidity trap, but Krugman writes as if it were in equilibrium! Gotcha!
Um, it pays to read the labels. Those savings and investment curves are what the supply and demand for funds would be if the economy were at full employment. They’re not the curves that actually apply when the economy is operating below full employment. In the IS-LM model, the quantity of funds supplied is always equal to the quantity of funds demanded — because the level of output adjusts. This is true both when the zero lower bound applies and when it doesn’t.
In fact, that’s the essential insight of IS-LM: both liquidity preference and loanable funds are true, which is possible because both the interest rate and income are adjusting variables. Hicks could have told you that; in fact, he did.
So what Keen thinks is a big logical fallacy on my part is just a failure of reading comprehension on his part.
Look, IS-LM could be all wrong; but I am accurately reflecting the way that model works. And while I am not infallible, I have done a lot of economic modeling in my time; if you think that I’ve made an elementary logical error, you might want to check your reasoning very carefully before going with it.
So can we get back to serious stuff?
L’incomprensione del IS-LM (per esperti ma trascurabile)
Alcuni lettori mi hanno chiesto di replicare all’articolo di Steve Keen [1] che sostiene che io non capisco il modello IS-LM. Pazienza! Io non avrei alcuna voglia di perder tempo a contendere contro individui con i quali non ho davvero un reale disaccordo politico – oltretutto è così sciocco. Ma per soddisfare coloro che sono per qualche motivo un po’ eccitati, ecco una breve spiegazione della ragione per cui qualcuno non capisce il modello IS-LM.
Keen parte da un diagramma che io ho utilizzato per illustrare la natura di una trappola di liquidità:
Egli poi aggiunge “Ah! Il mercato degli Investimenti/Risparmi è fuori equilibrio quando c’è una trappola di liquidità, ma Krugman scrive come se fosse in equilibrio! Ecco scoperto l’errore!”
Mmmh, conviene leggere le etichette. Quelle curve dei Risparmi e degli Investimenti sono quello che l’offerta e la domanda di finanziamenti sarebbero se l’economia fosse in una situazione di piena occupazione. Esse non sono le curve che si applicano effettivamente quando l’economia opera al di sotto della piena occupazione. Nel modello IS-LM la quantità dei finanziamenti offerti è sempre uguale alla quantità dei finanziamenti richiesti – giacché il livello della produzione li corregge. Questo è vero sia nel caso del limite inferiore dello zero, sia fuori da quel caso.
Di fatto, quella è la intuizione essenziale del IS-LM: sia la preferenza per la liquidità che i finanziamenti mutuabili [2] sono veri, e ciò è possibile perché sia il tasso di interesse che il reddito sono variabili che operano le correzioni. Hicks avrebbe dovuto spiegarlo; di fatto, operò in quel modo.
Dunque, quella che Keen pensa sia un grande errore logico dal mio punto di vista è esattamente una incomprensione nella lettura dal suo punto di vista.
Si badi: il modello IS-LM potrebbe essere tutto sbagliato; ma io dedico la mia più attenta riflessione al modo in cui quel modello funziona. E se io non sono infallibile, mi sono molto occupato di modellistica economica ai miei tempi; se pensate che sia incorso in un elementare errore logico, dovreste proporvi di controllare con molto scrupolo il vostro ragionamento prima di adottarlo.
Possiamo dunque tornare alle cose serie?
[1] Keen è professore di economia presso l’Università Occidentale di Sydney. Critico sia dell’economia neoclassica sia dell’economia marxiana, egli definisce ambedue come modelli inconsistenti, non scientifici ed empiricamente insostenibili. John Maynard Keynes, Hyman Minsky, Piero Sraffa, Joseph Alois Schumpeter, François Quesnay sono tra i principali autori che hanno influenzato il suo pensiero economico. Tra le sue opere, numerosi sono i lavori incentrati sulla modellazione matematica dei sistemi economici (incluso il circuito monetario) e sulla simulazione dei casi di instabilità finanziaria.(Wikipedia)
[2] In economia, il mercato dei fondi mutuabili (o finanziamenti in prestito) è un mercato ipotetico che porta ad incontrarsi i risparmiatori ed i creditori, al tempo stesso mettendo in comunicazione il capitale disponibile nelle banche commerciali e gli istituti di credito che sono al servizio delle imprese e delle famiglie per finanziare le loro spese, investimenti o consumi. I risparmiatori offrono I fondi mutuabili; per esempio, tramite l’acquisto dei bonds essi trasferiranno il loro denaro agli istituti che emettono I bonds, che possono essere obbligazioni di imprese o di Stati. A loro volta, i creditori chiedono fondi mutuabili; quando un istituto vende una obbligazione, essa chiede un finanziamento mutuabile. “Fondi mutuabili” è un altro nome per assets finanziario, fondi che sono disponibili per prestiti, che consistono in risparmi delle famiglie e talvolta in mutui delle banche. I fondi mutuabili sono spesso utilizzati per investire in nuovi beni capitali; di conseguenza la domanda e l’offerta di capitali è spesso espressa nei termini di domanda ed offerta di fondi mutuabili (traduzione da Wikipedia).
marzo 19, 2013
March 19, 2013, 12:07 pm
I was wondering, but Noah Smith does the work.
According to Smith, Cogan-Taylor et al simply ignore the zero lower bound — which means that they ignore the whole reason we’re talking about fiscal policy in the first place.
They also assume that spending cuts fall overwhelmingly on transfers, not on government purchases; their own model actually suggests considerable impact from declines in purchases. The reason for the small effect of transfers is presumably some kind of near-Ricardian equivalence: spending doesn’t decline much from a cut in transfers because people expect offsetting tax cuts later. And they then assume huge distortion effects from taxes, so that lower tax rates add substantially to expected future pre-tax income too.
Right away, we see that they’re being disingenuous: their difference from Keynesians isn’t because those dumb Keynesians don’t take account of the future, it’s because they’re making very different and highly dubious assumptions both about policy and about how the economy works.
And should the Ryan plan really be thought of, for macroeconomic purposes, as a cut in transfers that is fungible with future taxes? First of all, a lot of the spending cuts come from discretionary spending, which is basically goods and services. The rest comes largely from Medicaid, food stamps, and other in-kind aid programs serving families in need. So how does that work?
Let’s think this through. If you take $200 billion a year from the poor and hand it to the rich, and people believe that this transfer is forever, permanent income theory says that consumption among the poor should fall by $200 billion while consumption among the rich rises by the same amount. There are, however, two reasons not to believe this.
One is that there is some evidence that permanent income doesn’t work all that well, that the rich persistently consume less of their income than the poor.
More to the point here, however, is that it’s very likely that people would view both savage spending cuts and the tax cuts they pay for as less than permanent, likely to provoke a backlash or at any rate a reversal at some point. And in that case the rich would not spend all of their tax cut.
The poor, on the other hand, would probably cut spending by almost all of their benefit cut. For one thing, these are in-kind benefits — health care is not a perfect substitute for other spending. Also, poor people don’t have pools of savings to live off or ready access to capital markets! So we’re taking money from liquidity-constrained people and giving it to people who don’t face that kind of constraint. Result: contractionary policy is very likely to be contractionary.
Of course, none of this matters to most WSJ readers; this stuff confirms their prejudices, and that’s all they care about. Still, they should know that what they’re getting isn’t what “modern macroeconomics” says; it’s just what a couple of guys who are actually very much at odds with many other modern macroeconomists say.
Demistificare la fata della fiducia di Taylor (per esperti)
Mi stavo meravigliando, ma ci ha pensato Noah Smith [1].
Secondo Smith, semplicemente Cogan-Taylor e gli altri ignorano il limite inferiore di zero [2] – il che significa che anzitutto ignorano completamente la ragione per la quale stiamo parlando di politica della finanza pubblica.
Inoltre assumono che il tagli alla spesa cadono completamente sui trasferimenti [3], non sugli acquisti da parte dello Stato (di beni o servizi); il loro stesso modello in effetti indica un impatto considerevole del calo degli acquisti. La ragione per il piccolo effetto dei trasferimenti è probabilmente qualcosa di prossimo ad un qualche tipo di ‘equivalenza Ricardiana’ [4]: la spesa non cala molto per effetto di un taglio sui trasferimenti perché le persone si aspettano di bilanciare con successivi sgravi fiscali. Ed essi (Cogan-Taylor) assumono poi ampi effetti distorsivi dalle tasse, cosicché ad aliquote fiscali più basse viene sostanzialmente ad aggiungersi anche il reddito futuro atteso prima delle tasse.
Ci accorgiamo subito di quanto essi siano in malafede: la loro differenza dai keynesiani non consiste nel fatto che quegli sciocchi keynesiani non mettono nel conto il futuro, piuttosto dal fatto che essi stessi avanzano svariati ed assai dubbi assunti su come funzionino sia la politica che l’economia.
E il piano Ryan dovrebbe davvero essere pensato, dal punto di vista macroeconomico, come un taglio nei trasferimenti recuperabile con tasse future? In primo luogo, una grande quantità di tagli alle spese deriva dalla spesa pubblica discrezionale, che fondamentalmente riguarda beni e servizi. Il resto deriva in gran parte da Medicaid, dagli aiuti alimentari, e da altri programmi di aiuto in natura al servizio di famiglie bisognose. Dunque, come funziona?
Potete pensarci in questi termini. Se prendete 200 miliardi di dollari all’anno dai poveri e li passate ai ricchi, e la gente crede che questo sia un trasferimento per sempre, la teoria del reddito permanente [5] dice che il consumo tra i poveri diminuirà di 200 miliardi di dollari, mentre quello tra i ricchi aumenterà della stessa somma. Ci sono, tuttavia, due ragioni per non crederlo.
Una è che esistono prove per le quali il reddito permanente non funziona poi così alla perfezione. I ricchi consumano regolarmente meno del loro reddito che non i poveri.
Ancora più attinente, tuttavia, è il fatto che è molto probabile che le persone considereranno sia i tagli selvaggi alla spesa che gli sgravi fiscali da loro rimborsati non proprio permanenti, tali probabilmente da provocare a un certo punto un contraccolpo o in qualche misura un ribaltamento. E in quel caso i ricchi non spenderebbero niente dei loro sgravi fiscali.
I poveri, d’altra parte, probabilmente taglierebbero le loro spese in misura pari a quasi tutti i tagli ai loro sussidi. Prima di tutto, questi sono sussidi in natura – la assistenza sanitaria non è perfettamente intercambiabile con altre spese. Inoltre, la povera gente non ha mucchi di risparmi sui quali campare o facili accessi ai mercati dei capitali! Dunque, stiamo prendendo soldi da persone limitate nella loro liquidità e li stiamo dando a gente che non deve fare i conti con quel genere di limitazioni. Risultato: una politica restrittiva è assai probabile che sia restrittiva.
Naturalmente, niente di questo risulterà importante per la maggior parte dei lettori del Wall Street Journal [6]; questa roba conferma i loro pregiudizi, e ciò è tutto quanto sta loro a cuore. Eppure, essi dovrebbero sapere che ciò che gli passano non è quello che la “macroeconomia moderna” dice; è solo quello che dicono una coppia di individui che sono proprio agli antipodi di molti altri moderni macroeconomisti
[1] Docente di Finanza alla Stony Brook University, scrive su The Atlantic e sul suo blog personale Noahopinion. Proprio sul blog Smith è intervenuto – il giorno stesso, cioè il 19 marzo – sul tema dell’articolo di Cogan/Taylor, sul quale Krugman aveva scritto nel post precedente, sempre del 19 marzo.
[2] Per il concetto di “limite inferiore di zero” (“zero lower bound”) vedi note finale sulla traduzione.
[3] Er trasferimenti finanziari si intendono ad esempio, i sussidi sociali.
[4] L’equivalenza ricardiana (nota anche come equivalenza di Barro-Ricardo) è una teoria economica che suggerisce come i consumatori internalizzino i vincoli di bilancio e come quindi la tempistica dei cambiamenti della tassazione non influisca sul loro profilo di spesa. Di conseguenza l’equivalenza ricardiana suggerisce che la scelta di finanziare le spese governative attraverso il debito piuttosto che con un aumento delle tasse non abbia influenza sul livello della domanda. Era stata prima proposta e poi rifiutata dall’economista del diciannovesimo secolo David Ricardo.
[5] La “ipotesi del reddito permanente (PIH)” è una teoria del consumo che venne sviluppata dall’economista Milton Friedman. Nella sua forma più semplice, la ipotesi dice che le scelte che fanno i consumatori sui loro consumi sono largamente determinate da un mutamento nel loro reddito permanente, piuttosto che da cambiamenti nel reddito temporaneo. Cambiamenti temporanei di reddito avranno effetti modesti nei comportamenti di spesa dei consumatori, mentre mutamenti definitici di reddito avranno effetti rilevanti.
[6] E’ il giornale della destra economica dove è apparso l’articolo di Cogan/Taylor.
marzo 19, 2013
March 19, 2013, 8:25 am
Ugh. And I say that advisedly. John Cogan and John Taylor have a piece in the WSJ (where else) arguing that the latest Ryan budget would actually be expansionary, because confidence! It’s as if all the experience of recent years, in which the confidence fairy has yet to make an appearance, hasn’t happened.
But this is fairly standard; why the ugh?
Partly because the Ryan budget is so obviously ludicrous; it’s distressing to see credentialed economists lending support to the thing.
But also because Cogan and Taylor make a basically dishonest claim about the state of research. Reading them, you’d think that anyone who believes that contractionary policy is contractionary is just a simpleton who doesn’t know about expectations:
Our assessment is based on a modern macroeconomic model (developed with Volker Wieland of the University of Frankfurt and Maik Wolters of the University of Kiel) whose features include a recognition that the resources to finance government expenditures aren’t free—they withdraw resources from the private economy. The model provides for other essential attributes of the economy—that consumers, businesses and workers respond to incentives, and they are influenced by their expectation of future economic conditions when making decisions today. None of these features is provided for in old-style Keynesian models.
Actually, in a depressed economy the resources to finance government expenditures are free, because they would otherwise be unemployed. Mainly, however, the notion that Keynesians don’t believe that expectations of future conditions affect decisions today is … strange. Both old Keynesian and new Keynesian models — like Mike Woodford, whom they appear never to have read — are very much about expectations.
In fact, the only interesting question here is why their results are so different from Woodford’s. My guess is that they have slipped in some assumption that won’t stand scrutiny, like the notion that the Fed will raise rates even with the economy deeply below capacity. (They’ve done that before).
Anyway, sad stuff to see, and a disservice to readers.
Cogan, Taylor e la fata della fiducia
Ohibò! E lo dico a buona ragione. John Cogan e John Taylor pubblicano un articolo sul Wall Street Journal (dove, altrimenti?) sostenendo che l’ultimissimo bilancio di Ryan sarebbe effettivamente espansivo, per via della fiducia! E’ come se tutta l’esperienza degli anni recenti, nel corso dei quali la fata turchina della fiducia deve ancora fare una apparizione, non ci fosse stata.
Ma questo è abbastanza regolare: perché il disappunto?
In parte perché il piano di Ryan è così evidentemente ridicolo; si fa fatica a vedere economisti accreditati che concedono sostegno ad una cosa simile.
Ma anche perché Cogan e Taylor fanno una affermazione fondamentalmente disonesta sullo stato della ricerca. Leggendoli, credereste che tutti coloro che credono che una politica restrittiva sia restrittiva siano sempliciotti che non conoscono l’esistenza delle ‘aspettative’:
“Il nostro giudizio è basato su un modello macroeconomico moderno (sviluppato da Volker Wieland dell’Università di Francoforte e da Maik Wolters della Università di Kiel) le cui peculiarità comprendono il riconoscimento secondo il quale le risorse per finanziare le spese dello Stato non sono libere – esse sottraggono risorse all’economia privata. Il modello tiene conto di altri essenziali attributi dell’economia – che i consumatori, le imprese ed i lavoratori rispondono agli incentivi, e che sono influenzati dalla aspettativa delle condizioni economiche future quando prendono decisioni nel presente. I modelli nel vecchio stile keynesiano non tengono conto di nessuna di queste peculiarità”.
In realtà, in una economia depressa le risorse per finanziare le spese dello Stato sono libere, giacché altrimenti sarebbero inutilizzate. Fondamentalmente, tuttavia, il concetto per il quale i Keynesiani non ritengono che le aspettative delle condizioni future influenzino le decisioni presenti è …. strano. Sia i vecchi modelli Keynesiani che quelli recenti – come quello di Mike Woodford, che sembra essi non abbiano mai letto – riguardano molto le aspettative.
Di fatto, l’unica domanda interessante in questo caso è perché i loro risultati siano così differenti da quelli di Woodford. La mia impressione è che abbiano preso un abbaglio in qualche assunto che non resterebbe in piedi ad un esame minuzioso, come l’idea secondo la quale la Fed aumenterebbe i tassi di interesse anche con un’economia profondamente al di sotto delle sue potenzialità (l’hanno fatto in precedenza).
In ogni caso, roba triste da guardare, e un disservizio per chi la legge.
marzo 17, 2013
March 17, 2013, 1:49 pm
OK, I didn’t see that one coming. With all the problems in Greece, Italy, Spain, and Portugal I wasn’t watching Cyprus. But that’s where the big euro news is this weekend; in return for a bailout, Cyprus is supposed to impose a large haircut — that is, loss — on all depositors in its banks.
You can sort of see why they’re doing this: Cyprus is a money haven, especially for the assets of Russian beeznessmen; this means that it has a hugely oversized banking sector (think Iceland) and that a haircut-free bailout would be seen as a bailout, not just of Cyprus, but of Russians of, let’s say, uncertain probity and moral character. (I think it’s interesting that Mohamed El-Erian manages to write about this thing, fairly reasonably, without so much as mentioning the Russian thing.)
The big problem, however, is that it’s not just large foreign deposits that are taking a haircut; the haircut on small domestic deposits is a bit smaller, but still substantial. It’s as if the Europeans are holding up a neon sign, written in Greek and Italian, saying “time to stage a run on your banks!”
Tomorrow and the days immediately following should be very interesting.
Il taglio cipriota
E’ così, non mi ero accorto di cosa stava arrivando. Con tutti i problemi in Grecia, Italia, Spagna e Portogallo non stavo dietro a Cipro. Ma è da lì che vengono le grandi notizie sull’euro di questo fine settimana: in cambio di un salvataggio, si pensa di imporre a Cipro un cospicuo taglio – ovvero, una perdita – su tutti i depositi nelle sue banche.
In qualche modo si può capire perché lo stanno facendo: Cipro è un rifugio di capitali, in particolare per gli uomini d’affari russi; questo significa che ha un settore bancario grandemente sovradimensionato (si pensi all’Islanda) e che un salvataggio senza tagli sarebbe un salvataggio non solo per Cipro, ma anche per russi, fatemi dire, di incerta correttezza e moralità (penso che sia interessante constatare che Mohamed El-Erian cerchi di scrivere di questa cosa, senza fare troppo riferimento alla faccenda dei russi).
Il grande problema, tuttavia, è che stanno ricevendo un taglio non soltanto i grandi depositi stranieri; il taglio sui piccoli depositi nazionali è piuttosto più modesto, ma anch’esso sostanziale. E’ come se gli europei stessero sollevando un insegna al neon, con su scritto, in greco e in italiano “E’ il momento di fare una capatina alle vostre banche!”
Domani e nei giorni immediatamente successivi sarà davvero interessante.
marzo 16, 2013
March 16, 2013, 5:53 pm
Anniversaries of important events generally lead to a spate of articles and news reports looking back at those events. It’s not exactly irrational: the date can serve as a kind of focal point, in which articles that could have been written at any time can be published in the expectation that other pieces on the same subject will be published at the same time, raising the story to prominence.
And there’s a very big anniversary coming up next week — the start of the Iraq war. So why does there seem to be so little coverage?
Well, it’s not hard to think of a reason: a lot of people behaved badly in the runup to that war, and many though not all people in the news media behaved especially badly.
It’s hard now to recall the atmosphere of the time, but there was both an overpowering force of conventional wisdom — all the Very Serious People were for war, don’t you know, and if you were against you were by definition flaky — and a strong current of fear. To come out against the war, let alone to suggest that the Bush administration was deliberately misleading the nation into war, looked all too likely to be a career-ending stance. And there were all too few profiles in courage.
The war, then, was a big test — a test of your ability to cut through a fog of propaganda, but also a test of your moral and to some extent personal courage. And a lot of people in the media failed.
Am I wrong to think that this is one reason this tenth anniversary isn’t getting more play?
Dieci anni dopo
Gli anniversari di eventi importanti generalmente provocano un a grande quantità di articoli e di resoconti giornalistici che ricordano quei fatti. Non è necessariamente irrazionale: la data può servire come una sorta di punto focale, per il quale gli articoli che avrebbero potuto essere scritti in ogni momento posso essere pubblicati immaginando che altri usciranno contemporaneamente, dando rilievo al racconto.
E c’è un anniversario davvero importante atteso per la prossima settimana – l’avvio della guerra in Iraq. Perché dunque non sembra esserci quella attenzione?
Ebbene, non è difficile immaginare una ragione: una bel po’ di persone si comportarono pessimamente alla vigilia di quella guerra, e in particolare molti, seppure non tutti, si comportarono male nei media.
Non è facile oggi ricordare l’atmosfera di quel periodo, ma ci fu sia una sovrabbondante concentrazione di conformismo – tutte le Persone Molto Serie, vi ricordate, erano a favore della guerra, e se eravate contrari eravate un pazzo per definizione – che una forte componente di paura. Prender posizione contro la guerra, per non dire affermare che la amministrazione Bush stava deliberatamente ingannando la nazione sulla guerra, pareva sin troppo come un atteggiamento per farla finita con la propria carriera. E ci furono ben pochi casi di coraggio.
La guerra, dunque, fu un test importante – un test della vostra capacità di fendere le nebbie della propaganda, ma anche un test del vostro coraggio morale e, in un qualche misura, personale. E un gran numero di persone, nei media, non superarono la prova.
Mi sto sbagliando se penso che questa è una ragione per la quale questo decimo anniversario non sta avendo maggiore attenzione?
marzo 16, 2013
March 16, 2013, 10:03 am
I’m somewhat belatedly getting to Jean-Claude Trichet’s op-ed in the Times; now that I have, I find myself puzzled. What, exactly, was his purpose in writing this? For that matter, what, exactly, did it say? I live and breathe this stuff, and I can’t get much of a message here except “trust us, we know what we’re doing”.
That said, I guess it’s an endorsement of austerity policies, which, he says, are working:
Confidence is returning and paving the way for growth and job creation.
And he explains why: austerity is good
Not because it is an elementary recommendation to care for your sons and daughter and not overburden them, but because it is good for confidence, consumption and investment today.
Oh, wait — the second quote there comes from remarks Trichet made in September 2010. Just as a reminder of how prescient these remarks proved:
I don’t especially mean to pick on Trichet, whom I actually like as a person. But consider this another demonstration that nothing, absolutely nothing, will shake the conviction that austerity was and is the right policy.
Il molto fiducioso Jean-Claude Trichet
Sto leggendo un po’ tardivamente il commento [1]di Jean-Claude Trichet sul Times; ora che l’ho fatto, sono anche più confuso. Quale era, esattamente, il suo proposito nello scriverlo? Perché, quelle cose, cosa significano, esattamente? Vivo e respiro questa roba, e non riesco in questo caso a ricevere altro che un messaggio: “credeteci, sappiamo cosa stiamo facendo”.
Ciò detto, penso si tratti di un sostegno alle politiche di austerità che, dice lui, stanno funzionando.
“La fiducia sta tornando e sta preparando la strada per la crescita e la creazione di posti di lavoro.”
E spiega perché: l’austerità è una buona cosa
“Non in quanto raccomandazione elementare per prendersi cura dei propri figli e non sovraccaricarli, ma in quanto è positiva per la fiducia, il consumo e gli investimenti oggi.”
Aspettate – la seconda citazione viene dalle osservazioni di Trichet del settembre del 2010. Solo per memoria di quanto quelle osservazioni si siano mostrate preveggenti:
Non ho particolarmente l’intenzione di prendermela con Trichet, verso il quale come individuo in effetti ho simpatia. Ma la considero un’altra dimostrazione che niente, assolutamente niente, farà vacillare la convinzione che l’austerità sia stata e sia la politica giusta.
[1] Il termine “op-ed” deriva da “opposite editorials” ed indica (ma forse è meglio dire indicava) la pagina a fronte di quella degli editoriali redazionali. Poiché, appunto, gli editoriali redazionali esprimono il punto di vista della Redazione, spesso non sono firmati. E’ dunque la pagina che noi diremmo degli “interventi”, o dei “commenti”. In “La Repubblica”, edizione domenicale, ad esempio, la pagina omologa sarebbe quella chiamata “lettere, commenti & idee”, impaginata a fronte di quella che di solito contiene la prosecuzione dell’editoriale per eccellenza, ovvero dell’articolo di Scalfari dalla prima pagina. Più o meno quella stessa pagina sarebbe quella – che però di solito è a sinistra e non a destra – del New York Times; mentre nella pagina di destra appaiono gli articoli di Krugman. Ma si tratta di una espressione probabilmente non più coerente con l’impaginazione reale. Tanto è vero che gli articoli suoi Krugman spesso li definisce “op-ed”, mentre sarebbero sulla pagina opposta, quella degli editoriali, e sembrerebbero editoriali in piena regola, visto che appaiono regolarmente due volte alla settimana.
“Op-ed” forse è un termine oggi non più rispettato in modo rigido, e noi possiamo tradurla con “commento”.
marzo 15, 2013
March 15, 2013, 4:23 pm
Matthew Yglesias beats me to a point I was planning to make. Sen. Rob Portman has made headlines by declaring his support for gay marriage after learning that his own son is gay, and apparently we’re supposed to praise him for his new enlightenment. But while enlightenment is good, wouldn’t it have been a lot more praiseworthy if he had shown some flexibility on the issue before he knew that his own family would benefit?
I’ve noticed this thing quite a lot in American life lately — this sort of cramped vision of altruism in which it’s considered perfectly acceptable to support only those causes that are directly good for you and yours. We even have a tendency to view it as “inauthentic” when people support policies that aren’t in their self-interest — when a rich man supports higher taxes on the rich, he’s somehow seen as strange, and probably a hypocrite.
Needless to say, this is all wrong. Political virtue consists in standing for what’s right, even — or indeed especially — when it doesn’t redound to your own benefit. Someone should ask Portman why he didn’t take a stand for, you know, other people’s children.
I figli degli altri
Matthew Yglesias mi precede su un aspetto che avevo l’intenzione di segnalare. Il Senatore Rob Portman si è preso i titoli dei giornali per aver dichiarato il suo sostegno al matrimonio dei gay dopo aver saputo che il proprio figlio era omosessuale, e in apparenza ci si aspetta che lo elogiamo per il suo ravvedimento. Ma se il ravvedimento è una buona cosa, non avrebbe egli meritato molto maggiore elogio se avesse mostrato una qualche flessibilità prima di sapere che ne avrebbe beneficiato un componente della sua famiglia?
Ho notato ultimamente un aspetto del genere nella vita di non pochi americani – questa sorta di visione ristretta dell’altruismo per la quale è considerato perfettamente logico sostenere soltanto quelle cause che sono positive per se stessi e per i propri congiunti. Abbiamo persino una tendenza a considerare “inautentiche” le persone che sostengono politiche che non sono nel loro interesse – quando un ricco è favorevole a tasse più alte sui ricchi, è considerato in qualche modo strano, probabilmente un ipocrita.
Non è il caso di dire come tutto ciò sia sbagliato. La virtù politica consiste nel prendere posizione per quello che è giusto, persino – o anzi in particolare – quando non torna a proprio vantaggio. Sapete, qualcuno dovrebbe chiedere a Portman per quale ragione non abbia preso posizione per i figli degli altri.
marzo 15, 2013
March 15, 2013, 11:41 am
I see that Vox has posted a self-justifying piece on fiscal austerity from the European Commission, declaring that the Commission is pursuing a “delicate balance”. Actually, that’s kind of awesome: how does that “delicate balance” feel in countries with 15, 20, 25 percent unemployment?
And in general, it’s quite a spectacle to see officials patting themselves on the back over an economic strategy that, let’s not forget, has tipped Europe back into recession, and keeps pushing overall euro area unemployment to new highs.
For me, however, the real “tell” is this sentence:
In Germany, the fiscal stance is now broadly neutral, hence consistent with the call for a differentiated fiscal stance according to the budgetary space.
Translation: Germany isn’t imposing Greek-level austerity, which proves that we’re flexible!
Here’s the key point: Europe as a whole is pursuing a remarkable degree of fiscal austerity that is totally inappropriate in a still-depressed economy. Here’s the cyclically adjusted primary balance from the IMF:
That’s a LOT of fiscal tightening; it would be hard to offset even if the ECB were going all out with quantitative easing, whereas the reality is that it won’t even cut interest rates.
Now, much of that tightening comes from countries that have no choice about imposing at least some austerity. But the Commission should be urging those countries not suffering from a debt crisis to be engaged in offsetting expansion — not giving Germany a thumbs up when it has in fact been moving in the the wrong direction. And the Commission should be pointing out just how bad an idea it is for France to be engaged in fiscal tightening because its economy is weaker than expected, which is exactly the reverse of prudent macro policy.
Instead, they’re engaged in self-justification, covering over the horror of the European situation with a blanket of soothing words.
Illusioni alla Commissione Europea
Vedo che Vox [1]pubblica un pezzo di auto-giustificazione sulla austerità della finanza pubblica della Commissione Europea, dichiarando che la Commissione è alle prese con un “equilibrio delicato”. Si tratta, in effetti, di qualcosa di fantastico: come sentiranno quell’ “equilibrio delicato” paesi con una disoccupazione al 15,20,25 per cento?
E, in generale, è abbastanza spettacolare vedere dirigenti di primo piano darsi pacche sulle spalle per una strategia economica che, non dimentichiamolo, ha catapultato l’Europa nella recessione e continua a spingere la disoccupazione complessiva dell’area euro verso nuove vette.
Per me, tuttavia, la vera “spia” [2] è questa frase:
“In Germania, a questo punto, la posizione in materia di finanza pubblica è in generale neutrale, quindi coerente con la richiesta di atteggiamenti di finanza pubblica differenziati a seconda dello spazio di bilancio”.
Tradotto: la Germania non sta imponendo una austerità di livello greco, il che prova che siamo flessibili!
Ecco il punto chiave: l’Europa nel suo complesso sta perseguendo una rilevante politica di austerità della finanza pubblica, in una misura del tutto inopportuna in una economia ancora depressa. Qua sotto, da fonte FMI, il bilancio primario corretto sulla base del ciclo economico [3]:
C’è una grande restrizione della finanza pubblica; sarebbe arduo compensarla persino se la BCE stesse facendo di tutto con “facilitazioni quantitative” [4], mentre la realtà è che essa non disporrà neanche tagli sui tassi di interesse.
Ora, gran parte di questa restrizione viene da paesi che non hanno alcuna scelta quanto almeno ad imporre un po’ di austerità. Ma la Commissione dovrebbe premere su quei paesi che non stanno soffrendo una crisi da debito affinché si impegnino in una espansione riequilibratrice – non dando alla Germania una via libera, nel mentre procede di fatto nella direzione sbagliata. E la Commissione dovrebbe mettere in evidenza quanto sia una pessima idea, nel caso della Francia, impegnarsi in una restrizione della finanza pubblica, dato che la sua economia è più debole di quanto ci si aspettasse, la qualcosa è l’esatto contrario di una politica macroeconomica prudente.
Invece, si impegnano in autogiustificazioni, coprendo l’orrore della situazione europea con una coperta di espressioni rassicuranti.
[1] Vox è un blog di un omonimo centro di ricerca europeo. Tra gli economisti che lo dirigono, anche Tito Boeri.
[2] “Tell” tra virgolette significa “Un segno. Un indizio del comportamento che rivela qualcosa che si cerca di nsacondere” (Urban Dictionary).
[3] Il bilancio primario corretto sulla base del ciclo economico significa che il Bilancio di uno Stato, al netto del pagamento degli interessi, viene corretto in considerazione della fase del ciclo economico corrente. Se, come oggi, il ciclo economico è in una fase depressiva-recessiva, si calcola quale sarebbe il PIL, e di conseguenza le entrate statali, in una situazione economica ‘normale’, ovvero prossima ad un livello di piena occupazione. Per inciso, non ho mai compreso se questo livello di piena occupazione venga stimato con una misura standard – diciamo attorno al 5% di disoccupazione effettiva – o se venga stimato in modi differenziati (giacché in paesi come il nostro anche un 5% è tutt’altro che usuale).
[4] Per il termine “quantitative easing” vedi le note finali sulla traduzione.
marzo 14, 2013
March 14, 2013, 10:46 am
So, while I was dealing with real life yesterday — sorry about the blog silence, but sometimes other things are more important — Paul Ryan weighed in. Now, Ryan’s status among the Very Serious People has taken a Very Steep Plunge; at this point Dana Milbank sounds a lot like, well, me back in 2010. (But that won’t stop the VSPs from considering me unsound; I was prematurely anti-flimflam, you know.) Still, it’s worth spending a few seconds parsing his current position.
Like almost everyone on his side (and many centrists), Ryan pretends that Keynesians are for fiscal stimulus always and everywhere — as opposed to the reality, that it’s about doing something in a liquidity trap, when monetary policy can’t cure mass unemployment. But what really struck me was his assertion that the notion that spending is expansionary and austerity contractionary has been debunked by “lots of studies”. Which studies, exactly?
I think it all comes back to Alesina and Ardagna — which, to repeat has been more thoroughly refuted by both academic criticism and real-world experience than any other popular doctrine I can think of. If Ryan’s faith is unshaken, that says everything about him and nothing about the evidence.
And let me ask a broader question: what, exactly, have Ryan and the economists he likes to cite gotten right these past, oh, five years? How has the Heritage Foundation prediction of soaring interest rates from four years ago panned out? How has Ryan’s own warnings from two years ago that Bernanke’s debasing of the dollar would translate into sharply rising inflation panned out? How has Alesina’s prediction that European austerity would be consistent with a strong recovery panned out?
OK, I understand that in GOP internal politics we seem to have a principle of survival of the wrongest, in which the less real-world outcomes corroborate the dogma, the more fiercely that dogma is held. But Ryan’s complete lack of self-reflection is nonetheless something wondrous to behold.
La notte degli Alesina viventi (continuazione)
Dunque, mentre ieri ero alle prese con la vita vera – mi rammarico per il silenzio sul blog, ma alle volte altre cose sono più importanti – è intervenuto Paul Ryan. Di questi tempi, lo status di Ryan tra le Persone Molto Serie ha conosciuto una caduta a capofitto; siamo al punto che Dana Milbank assomiglia molto al sottoscritto nel 2010 [1] (la qualcosa non impedirà le Persone Molto Serie dal considerarmi dissennato; io fui contro l’ “uomo fandonia” prematuramente, sapete). Merita tuttavia spendere pochi secondi per analizzare la sua posizione attuale.
Come quasi tutti dalla sua parte (e molti centristi), Ryan pretende che i keynesiani siano per lo stimolo della finanza pubblica sempre e in ogni luogo – al contrario della realtà, che riguarda il fare qualcosa nel corso di una trappola di liquidità, quando la politica monetaria non può curare la disoccupazione di massa. Ma quello che mi lascia stupefatto è il suo giudizio secondo il quale l’idea che la spesa pubblica sia espansiva e l’austerità restrittiva è stata sfatata da “una quantità di studi”. Quali studi, esattamente?
Penso che si riferisca allo studio di Alesina ed Ardagna – che, è il caso di ripetere, è stato confutato sia dalle critiche accademiche che dall’esperienza del modo reale più definitivamente di qualsiasi altra dottrina che mi venga in mente. Se la fede di Ryan non si è mossa, questo ci dice molto su di lui, ma non costituisce una prova.
E lasciatemi porre una questione più generale: su cosa, nei passati, diciamo, cinque anni, Ryan e gli economisti ce lui ama citare hanno avuto ragione? Come mai la previsione della Heritage Foundation dei tassi di interesse che sarebbero andati alle stelle è uscita di circolazione? Come mai i personali ammonimenti di Ryan, da due anni, secondo i quali la svalutazione del dollaro da parte di Bernanke si sarebbe tradotta in una brusca accelerazione dell’inflazione è stata smentita? Come mai le previsioni di Alesina secondo le quali l’austerità europea sarebbe stata coerente con una forte ripresa sono state smentite anch’esse?
Va bene, capisco che sembra sussistere un principio di sopravvivenza per gli abbagli più grandi nella politica interna del Partito Repubblicano, secondo il quale meno risultati effettivi sono di sostegno al dogma, con più accanimento quel dogma deve essere mantenuto. Ma constatare la completa assenza di una qualsiasi riflessione su se stesso da parte di Ryan è nondimeno una cosa fantastica.
[1] Dana Milbank è un giornalista del Washington Post che in questi giorni ironizza sulla proposta di bilancio di Ryan definendola “stupefacente e fantasiosa”; ovvero riprendendo i temi sul “flimflam man” (“uomo fandonia”) di Krugman del 2010.
marzo 13, 2013
March 13, 2013, 8:26 am
Ah, remember the good old days of expansionary austerity? On both sides of the Atlantic, austerians seized on academic work by Alberto Alesina and Silvia Ardagna claiming that fiscal consolidation, if focused on spending cuts, would if anything lead to economic expansion. It wasn’t because the paper was especially compelling — even a quick look suggested that the methodology for identifying austerity was seriously flawed. But A-A told people what they wanted to hear, and they went with it.
Since then we’ve had what has to be one of the most decisive combinations of scholarly critique and real-world tests of an economic doctrine ever — and expansionary austerity has failed with flying colors. The IMF went about identifying austerity through an examination of actual policy, and A-A’s results were reversed. Critics showed that all of the alleged examples of expansion through austerity involved factors like currency depreciation or sharp falls in interest rates that don’t apply now. Osbornian policies in the UK led to stagnation; and in the euro area, well …
By the way, if you take out Greece, the result is pretty much the same, although the R-squared goes down.
So you might have expected austerians to change their minds, or at least to come up with other justifications. But no. Both David Cameron and Paul Ryan are still preaching that old expansionary austerity religion, confidence fairy and all.
This is, by the way, a fairly big deal for the Ryan budget, which actually produces a lot of front-loaded austerity, in part because it keeps the tax hikes that finance Obamacare while cancelling the Medicaid expansion and exchange subsidies. The result would be a lot of fiscal drag in 2014 and 2015 — years when the U.S. is very likely still to be in a liquidity trap, so multipliers will be large. This particular “Path to Prosperity” is, in the short to medium term, very much a path to continued depression.
Luckily it isn’t going to happen. And a quick read of reactions suggests that the new Ryan plan is being greeted with derision rather than adulation. Is our pundits learning? A bit, maybe.
La notte degli Alesina viventi [1]
Ah, vi ricordate i bei tempi andati della austerità espansiva? Su entrambe le sponde dell’Atlantico i filo-austeri coglievano al volo un lavoro accademico di Alberto Alesina e di Silvia Ardagna che sosteneva che il consolidamento delle finanze pubbliche, se concentrato sui tagli alla spesa, avrebbe in ogni caso provocato una espansione dell’economia. Questo non dipendeva dal fatto che lo studio fosse particolarmente convincente – anche una analisi sommaria indicava che la metodologia di identificazione dell’austerità era assai imperfetta. Ma Alesina/Ardagna dicevano alla gente quello che voleva sentirsi dire, e gli andarono dietro.
Da quel momento, abbiamo avuto una delle più efficaci combinazioni di critica accademica e di esperimenti nella realtà che una teoria economica abbia mai avuto – e l’austerità espansiva è andata a fondo a vele spiegate. Il FMI ha messo mano ad una analisi dell’austerità attraverso un esame delle sue politiche effettive, ed i risultati di Alesina/Ardagna sono stati capovolti. I critici hanno mostrato che i pretesi esempi di espansione attraverso l’austerità coinvolgono aspetti come la svalutazione delle monete o la brusca caduta dei tassi di interesse che in questo momento non sono dati. Le politiche Osborniane in Gran Bretagna hanno portato alla stagnazione; e quanto all’area euro, ebbene …
Naturalmente, se si tiene fuori la Grecia, il risultato è grosso modo identico, sebbene il “coefficiente di determinazione” [2] diminuisca.
Dunque, ci si sarebbe aspettati che i sostenitori dell’austerità cambiassero il loro atteggiamento, o almeno venissero fuori con altre giustificazioni. Invece no. Sia David Cameron che Paul Ryan stanno ancora predicando il vecchio credo dell’austerità espansiva, della fata turchina della fiducia e così via.
Per inciso, questo è un problema abbastanza serio per il bilancio di Ryan, che in effetti si basa su una grande austerità iniziale, in parte perché conserva gli incrementi fiscali che finanziano la riforma sanitaria di Obama nel mentre cancella l’espansione di Medicaid e i sussidi agli scambi. Il risultato sarebbe un grande drenaggio fiscale nel 2014/2015 – anni nei quali è del tutto probabile che gli Stati Uniti siano ancora in una trappola di liquidità, cosicché i moltiplicatori saranno più ampi. Questo particolare “Sentiero per la prosperità”, nel breve e medio periodo, è più che altro un sentiero per un depressione prolungata.
Fortunatamente non è destinato ad accadere. Ed una veloce lettura delle reazioni indica che il nuovo piano di Ryan viene oggi accolto con ironia piuttosto che con piaggeria. I nostri esperti stanno imparando? Un po’, forse.
[1] Evidentemente trattasi d ironia del “filone zombie”.
[2] In statistica, la formula R2, o coefficiente di determinazione, è usata nel contesto di modelli statistici il cui principale scopo è quello della previsione di risultati futuri sulla base di altre informazioni connesse. Nella maggioranza dei casi R2 viene usato come un numero da 0 a 1.0, al fine di descrivere con quanta precisione una linea di regressione si adatta ad un complesso di dati. Un R2 prossimo a 1.0 indica che la linea di regressione si adatta bene ai dati, mentre una R2 più vicina a 0 indica che non si adatta affatto. Se ben capisco, i quadratini della tabella corrispondono alle prestazioni dei vari paesi (in questo caso, sembra, dell’area euro). Le informazioni correlate sembrerebbero essere due: la evoluzione del PIL e l’entità delle misure di austerità. Il quadratino in basso a destra dovrebbe essere relativo alla Grecia: massime misure di austerità e peggiore prestazione del PIL. Ma anche gli altri quadratini offrono prestazioni del PIL o in calo o in minimo incremento.
marzo 12, 2013
March 12, 2013, 9:44 am
Until morale improves. So says José Manuel Barroso, in a letter to the European Council saying that what Europe needs is — surprise — more austerity.
I’m tempted to do a point by point analysis of the data Barroso presents to claim that adjustment is proceeding at an acceptable pace. We know, for example, that what looks like a surge in Irish competitiveness is in large part a compositional effect, in which the relative robustness of highly capital-intensive industries (pharma) creates the illusion of a productivity boom. We also know that even where there are genuine improvements in export performance, as in Portugal, they aren’t contributing enough to aggregate demand to prevent a downward spiral from austerity.
But enough; clearly, the Commission won’t change course until catastrophe strikes. Mario Draghi’s actions, by stabilizing markets and bringing down spreads, bought Europe quite a lot of time; Europe is determined to waste all of it.
In Europa continueranno con le botte
Finché non si alzerà il morale. Così dice José Manuel Barroso, in una lettera al Consiglio Europeo con la quale afferma che quello di cui l’Europa ha bisogno – sorpresa – è più austerità.
Sono tentato di fare una analisi punto per punto della statistiche che Barroso presenta per sostenere che la correzione sta procedendo a un ritmo accettabile. Sappiamo, ad esempio, che quello che viene fatto passare per una crescita nella competitività irlandese è in larga parte un effetto della presentazione dei dati, per il quale la relativa robustezza delle industrie (farmaceutiche) ad alta intensità di capitale, crea l’illusione di un boom di produttività. Sappiamo anche che persino dove ci sono reali miglioramenti negli andamento dell’export, come in Portogallo, essi non stanno contribuendo alla domanda aggregata sino al punto di evitare una spirale verso il basso per l’austerità.
Ma basta così: chiaramente, la Commissione non intende cambiare direzione sinché non arriva l’ora della catastrofe. Le iniziative di Mario Draghi, con la stabilizzazione die mercati e l’abbattimento degli spreads, hanno fatto guadagnare all’Europa un sacco di tempo; l’Europa è decisa a sprecarlo tutto.