Nov 11 7:14 am
So, if the Minneapolis Fed felt the need to maintain conservation of NK, they could have chosen to replace Narayana Kocherlakota with a New Keynesian. Instead, they chose Neel Kashkari. Brad DeLong isn’t happy, and this Twitter exchange suggests that he has good reason to worry.
I’ve written before about the all-too-common fallacy of confusing demand with supply, of arguing that because we had a bubble — so that some component of aggregate demand was unsustainable — the economy as a whole was somehow producing more than its potential. Let me just repeat what I said then:
Just a brief note: one thing that keeps appearing in comments is the notion that because we had a bubble, in which some people were borrowing too much, the economic growth of 2000-2007 wasn’t “real” — that it was all a figment of our imagination.
This is confusing demand with supply.
We really did produce all the goods and services counted in GDP; we were able to do that because we had willing workers, a sufficient capital stock, the right technology, and so on.
What is true is that some of the spending that created demand for those goods and services was debt-financed, and those debtors can’t continue to spend the way they did. But that doesn’t say that the capacity has somehow ceased to exist; it only says that if we want to keep the capacity in use, someone else has to spend instead. In other words, past growth wasn’t an illusion, or a fraud; but we need policies to sustain aggregate demand.
But now we are about to have a Fed president who says:
How’s this? Growth was artificially fast due to leveraging of econ. Trying to return to that rate thru def spend is futile.
In the words of Charlie Brown, AAUGH!
That word “artificially” is the real telltale, as is Kashkari’s description of Japanese monetary stimulus as “morphine.” It’s straight out of the liquidationist playbook, e.g. Hayek denouncing the use of “artificial stimulants” to fight the Great Depression.
So, great: we now have a liquidationist in a senior position in the Fed system.
Offerta, domanda e Neel Kashkari
Dunque, se la Fed di Minneapolis sentiva il bisogno di tener ferma la sigla “NK”, avrebbero potuto scegliere di rimpiazzare Narayana Kocherlakota con un Neo Keynesiano. Hanno invece scelto Neel Kashkari. Brad DeLong non è contento, e questo scambio su Twitter (in connessione) indica che ha buone ragioni di essere preoccupato.
Ho scritto in precedenza sull’errore anche troppo comune di confondere la domanda con l’offerta, di sostenere che poiché avevamo una bolla – dunque qualche componente della domanda aggregata era insostenibile – l’economia nel suo complesso stava in qualche modo producendo al di sopra del suo potenziale. Lasciatemi ripetere cosa dissi in quella occasione [1]:
“Solo una breve nota: una cosa che continua ad apparire nei commenti è il concetto che poiché abbiamo avuto una bolla, nella quale alcuni si stavano indebitando troppo, la crescita economica del 2000 – 2007 non era ‘reale’ – era tutto un parto della nostra immaginazione.
In questo modo si confonde la domanda con l’offerta.
Noi producevamo davvero tutti quei beni e servizi contabilizzati nel PIL; eravamo capaci di farlo perché avevamo lavoratori disponibili, le tecnologie giuste e via dicendo.
Quello che è vero è che una parte della spesa che era creata da quella domanda per beni e servizi era finanziata col debito, e quei debitori non possono continuare a spendere in quel modo. Ma questo non ci dice che la capacità produttiva in qualche modo ha cessato di esistere; ci dice soltanto che se vogliamo mantenere in funzione quella capacità, qualcun altro deve spendere in sostituzione. In altre parole, la crescita passata non era un’illusione o un inganno; ma abbiamo bisogno di politiche che sostengano la domanda aggregata”.
Ma adesso stiamo ragionando di un Presidente della Fed [2] che dice:
“Come accade? La crescita era artificialmente veloce a seguito della crescita dell’indebitamento dell’economia. Cercare di tornare a quel tasso attraverso la spesa in deficit è vano “ [3].
Per usare l’espressione di Charlie Brown, AAUGH! [4]
Quella parola “artificiale” è veramente indicativa, così come la definizione dello “stimulus” monetario giapponese come “morfina”. Viene direttamente dai programmi liquidazionisti, ad esempio da Hayek, che denunciava l’uso di “stimolanti artificiali” per combattere la Grande Depressione.
Dunque, una meraviglia: adesso abbiamo un liquidazionista in una posizione eminente nel sistema della Fed.
[1] Da un post del gennaio 2011, praticamente riproposto per intero.
[2] Si intende, un Presidente di una delle articolazioni statali o interstatali della Fed; in questo caso quella di Minneapolis.
[3] Suppongo che siano parole accorciate sullo stile di Twitter.
[4] Ovvero:
novembre 10, 2015
Nov 7 11:02 am
It’s been obvious for a while that Jeb! is toast. Last week, however, he became French toast: after making a crack about French work weeks that was completely wrong, he … apologized for the mistake. Fool! As National Review made clear, real men don’t admit to, let alone apologize for, errors:
Apologizing to the French will not score Bush any points with the GOP primary electorate. It may show he is a gentleman, but it also shows he lacks the killer instinct of his father and brother when they ran for president.
Hey, look at Ben Carson.
But in truth the French deserve an apology from a lot of American politicians and commentators. If you think that France is a nation where everyone is either lazy or unemployed, compared with hard-working America, you’re not just repeating a caricature, you’re repeating a caricature that’s many years out of date. The French do take more vacations than we do; but in their prime working years, they’re a lot more likely to be employed than we are:
OECD
Whenever I mention this fact, I get mail from people insisting that I must be wrong and demanding a correction. Even well-informed commentators seem to be underinformed on this point; for example, Justin Fox, while not wrong in what he says here, doesn’t seem aware that lower French overall labor force participation is entirely the result of early retirement and lower employment among the young — which in turn partly reflects students not having to work in college.
Of course, French employment success isn’t what is supposed to happen in a generous welfare state. And to be fair, the chart above may be as much a reflection of American failure as it is of French success. Still, people should know that their image of France, and Europe in general, is really, really wrong.
I ‘mangiatori di formaggi’ [1] e i posti di lavoro’
É da un po’ che è evidente che Jeb Bush è cotto. La scorsa settimana, tuttavia, lo è diventato nello stile francese [2]: dopo l’infortunio della affermazione sulle settimane di lavoro in Francia [3], che era del tutto sbagliata, …. egli si è scusato per l’errore. Pazzo! Come ha messo in chiaro National Review, gli uomini veri non ammettono gli errori, tantomeno si scusano:
“Scusarsi con i francesi non farà guadagnare nessun punto a Bush con l’elettorato delle primarie del Partito Repubblicano. In quel modo può dimostrare di essere un gentiluomo, ma dimostra anche di difettare dell’istinto omicida di suo padre e di suo fratello, quando erano in corsa per la presidenza”.
Che diamine, veda l’esempio di Ben Carson.
Ma in verità i francesi meritano le scuse da parte di molti uomini politici e commentatori americani. Se pensate che la Francia sia una nazione nella quale ognuno è sfaccendato o sottooccupato rispetto al lavoro duro in America, non solo state riproponendo una caricatura, ma la state riproponendo vecchia di molti anni. I francesi fanno più vacanze di noi, ma nel loro primo periodo lavorativo è assai più probabile che essi siano occupati che non da noi:
OCSE
Ogni volta che ricordo questo dato di fatto, ricevo mail che ribadiscono che deve essere uno sbaglio e mi chiedono una correzione. Persino commentatori bene informati non sembrano al corrente di questo aspetto; ad esempio, Justin Fox, per quanto sia nel giusto in quello che afferma in questa connessione, non sembra consapevole che la complessiva minore partecipazione dei francesi alla forza lavoro [4] sia per intero il risultato di un precoce pensionamento e di una occupazione più bassa tra i giovani – che a sua volta riflette il fatto che gli studenti non devono lavorare nel periodo universitario.
Naturalmente, il buon risultato dell’occupazione in Francia non è quello che si suppone avvenga in un generoso stato assistenziale. E, ad essere giusti, la tabella sopra può essere più il riflesso dell’insuccesso americano che del buon risultato francese. Eppure le persone dovrebbero pur sapere che la loro immagine della Francia, e dell’Europa in generale, è proprio del tutto infondata.
[1] É l’espressione che talora gli americani usano per indicare i francesi.
[2] Toast può significare “pane tostato” (anche ‘fare un brindisi’), ma in gergo essere “toast” significa essere distrutti, finiti. Intraducibile, dunque, in questo caso, perché si basa sul gioco di parole tra il verosimile tracollo di Jeb Bush e il “toast francese”. Ovvero l’oggetto seguente (dove il pane non è tostato, ma fritto):
[3] Jeb Bush aveva detto, in un dibattito con Rubio, che i francesi lavorano meno ore alla settimana, ma la cosa è statisticamente sbagliata. Secondo l’OCSE, i francesi tendono a lavorare meno ore, ma il loro orario effettivo risulta alla fine superiore a quello dei danesi o dei tedeschi (anche perché il limite delle 35 ore è un po’ teorico, dato che si può lavorare maggiormente).
[4] “Labor force participation” nel nostro linguaggio statistico corrisponde a “tasso di attività”, benché il senso sia più generico perché l’effettivo tasso di attività si esprime con “labor force participation rate”. In ogni caso si tratta del rapporto tra occupati e popolazione delle classi di età corrispondenti. Per occupati, nel linguaggio statistico americano, si intendono coloro che sono in attività, ma anche coloro che sono in attiva ricerca di una attività. Si deve considerare che nei decenni, con l’eccezione di gravi recessioni, rispetto a noi la mobilità inter lavorativa è stata più diffusa ed i tempi di reinserimento più brevi.
La stima sul tasso di attività spesso si ottiene – come nella tabella di questo post – considerando il rapporto con la popolazione delle generazioni dai 25 ai 54 anni. E’ un calcolo che viene considerato più oggettivo, perché l’inserimento delle fasce di popolazione più giovani o più anziane introduce elementi meno costanti nelle serie storiche, quali la scolarità ed i trattamenti assicurativi di anzianità.
novembre 10, 2015
Nov 6 9:52 am
Does today’s good job report mean that the Fed will raise rates next month? Probably yes. Does it mean that the Fed should raise rates? Definitely not. The arguments against an early rate rise remain compelling, and shouldn’t be abandoned based on one month’s data.
First of all, some perspective: while wage growth has picked up, it’s still well below pre crisis levels; core inflation is also still below the Fed’s target. And here’s the thing: there’s very good reason to believe that the pre-crisis target was too low. The Fed used to think that 2 percent inflation was high enough to make the chances of hitting the zero lower bound on interest rates trivial; we now know that this was utterly wrong. So the Fed should not be eager to raise rates until inflation and wage growth are at least at, and preferably above, where they were before the bottom fell out. And it certainly shouldn’t be conveying the impression that 2 percent is not a target but a ceiling, which is exactly what it would do with a rate hike.
Beyond that, although related, is the asymmetry of risks. Yes, US job growth is OK right now. But the world economy as a whole is struggling, and we tend to import that weakness via a strong dollar; also, there are plenty of other things that can go wrong. Maybe they won’t, and inflation accelerates a bit. If so, the Fed knows what to do. But if the economy weakens, the Fed doesn’t have adequate ammunition. So uncertainty says wait.
I guess we’ll be talking about this at the IMF later today. I wish I thought we’d get traction.
Non dovrebbero rialzare
Il positivo rapporto sui posti di lavoro di oggi significa che la Fed alzerà i tassi il mese prossimo? Probabilmente sì. Significa che la Fed dovrebbe alzare i tassi? Certamente no. Gli argomenti contrari ad un anticipato rialzo dei tassi restano stringenti, e non dovrebbero essere abbandonati sulla base dei dati di un mese.
Prima di tutto, alcune aspetti: mentre la crescita dei salari ha avuto un picco, essa è ancora ben al di sotto dei livelli precedenti alla crisi; l’inflazione sostanziale [2] è ancora al di sotto dell’obbiettivo della Fed. E qua è il punto: c’è un’ottima ragione per credere che l’obbiettivo precedente alla crisi fosse troppo basso. La Fed era solita ritenere che un 2 per cento di inflazione fosse sufficiente a rendere esigue le possibilità di toccare il limite inferiore dello zero nei tassi di interesse [3]; ora sappiamo che questo era completamente sbagliato. Dunque la Fed non dovrebbe essere ansiosa di elevare i tassi finché l’inflazione e la crescita dei salari non sarà almeno al punto in cui essi erano prima di cadere al punto più basso, e preferibilmente sopra. Ed essa certamente non dovrebbe trasmettere l’impressione che il 2 per cento non sia un obbiettivo ma un punto limite, che è esattamente quello che farebbe con un rialzo dei tassi.
Oltre a ciò, per quanto connesso, c’è l’asimmetria dei rischi. É vero, la crescita dei posti di lavoro in questo momento è positiva. Ma l’economia mondiale nel suo complesso è in difficoltà, e noi tendiamo ad importare quella debolezza attraverso un dollaro forte; inoltre, ci sono una quantità di altre cose che possono andar storte. Forse non accadrà, e l’inflazione accelererà un po’. Se è così, la Fed sa cosa fare. Ma se l’economia si indebolisce, la Fed non ha munizioni adeguate. Dunque, l’incertezza dice di attendere.
Penso che oggi stesso parleremo di queste cose al FMI. Sarebbe bello pensare di essere compresi.
[1] La tabella mostra l’andamento dei compensi medi orari nel settore privato reso noto nell’ultimo rapporto. Come si vede, c’è una risalita negli ultimi mesi abbastanza chiara. Ma si tenga conto (vedi la linea orizzontale) che i dati si riferiscono al mutamento percentuale rispetto all’anno precedente. Dunque, quello che sta accadendo è che quel mutamento (crescita) negli ultimi mesi è avanzato dal 2 al 2,5%; prima della crisi del 2008 era attorno al 3,5%.
[2] Ovvero, quella stima dell’inflazione che esclude i prezzi troppo volatili, come quelli dell’energia e delle materie prime.
[3] Ovvero, che una inflazione al 2 per cento fosse sufficiente a tenere a distanza un abbassamento a zero dei tassi di interesse. Circostanza che negli ultimi dieci anni ed oltre è stata sempre più rara.
novembre 7, 2015
Nov 5 8:48 am
Pyramid Schemes and Overderp Dot Com
Tom Weller, Cvltvre Made Stupid
Just your daily reminder that it’s even worse than it looks, even if you know that it’s even worse than it looks. The frontrunner in the Republican primary says that the pyramids — which are, you know, mostly solid — were built by Joseph to store grain. Meanwhile, the company run by the Republican candidate for governor in Utah has been hoarding gold and silver in anticipation of the coming crisis.
Gli schemi delle piramidi e la società super ottusa che opera su Internet [1]
Solo il vostro promemoria giornaliero che è persino peggiore di quello che sembra, anche se voi sapete che è persino peggiore di quello che sembra. Il favorito alle primarie repubblicane dice che le piramidi – che sono, come sapete, di solito massicce – furono costruite da Giuseppe per immagazzinare i cereali. Nel frattempo, la società gestita dal candidato al posto di Governatore dello Utah ha accumulato oro ed argento per prepararsi alla crisi in arrivo.
[1] Questo post va evidentemente decodificato; si potrebbe dire che ha per oggetto l’illimitata stupidità di alcuni attori della contemporanea politica americana. Il primo è in candidato al momento tra i favoriti nelle primarie presidenziali americane, Ben Carson. La sua convinzione – che in questi giorni ha confermato senza incertezze – è che le piramidi venne costruite (fatte costruire da Giuseppe, il personaggio biblico) per immagazzinare cereali. Sarebbe del tutto infondata (un complotto?) l’idea che servissero come tombe dei faraoni. Il secondo episodio riguarda invece un candidato alle primarie per lo Stato dello Utah, Jonathan Johnson, che ha annunciato che la società da lui presieduta ha messo da parte una decina di milioni di dollari di oro e di argento (oltre a tre mesi di cibarie per ogni impiegato) per prepararsi alla crisi in arrivo. La tabella con lo schema di una piramide è tratta da un libro abbastanza pazzesco ma divertente di Tom Weller – libro in effetti in buona sintonia con gli aspetti suddetti della politica americana di questi giorni – che mostra lo schema interno di una piramide con tutti i presunti passatempi dei quali i faraoni non volevano privarsi nell’Aldilà.
Casi di “overderp” scrive Krugman (per il significato di ‘derp’ si veda ad esempio il post del 14 ottobre 2014). Ovvero di stupidità al quadrato.
Che però è cronaca politica quotidiana.
novembre 6, 2015
Nov 4 12:02 pm
Roosting Chickens and Fed-Bashing
So I look at Business Insider and see that Stanley Druckenmiller is issuing dire warnings that terrible things will happen unless the Fed hikes rates now now now. I guess this is supposed to be news. But wait; haven’t I heard this before? Why, yes: two and half years ago he warned that a crash worse than 2008 was coming unless we slash Social Security now now now.
Basically, Druckenmiller has been warning that disaster looms ever since he closed Duquesne Capital five years ago. And his predictions of doom always involve soaring interest rates. Why?
Well, when Druckenmiller retired he gave as his reason a bad string of decisions (my emphasis):
“I felt I missed a lot of opportunities in 2008 and 2009, and a huge move in bonds this year,” he said during the interview in his New York office on 57th Street overlooking Central Park.
Indeed, he was evidently blindsided by the plunge in interest rates that took place just before he bowed out:
If his later statements are any guide, he may well have been betting on soaring rather than plunging rates. And one way to look at those later statements is that they’re about insisting that he was right all along, but the market just hasn’t realized it yet.
OK, at this point someone will point out that Druckenmiller has made billions, and I haven’t. Indeed; in normal times Druckenmiller could doubtless run circles around me in terms of outguessing the market. But here’s the thing: the post-2008 period has been one in which the instincts of master traders, developed in a very different era, have been a poor guide to events. What has worked, instead, is Macroeconomics 101, which is why people like me — or, if you really dislike yours truly, Ben Bernanke — have done pretty well. (I was at a book party a couple of months back, and was accosted by one very famous investor who said, bitterly, “Well, so far the markets agree with you.”)
And one way to see these pronouncements of doom from hedge fund guys is that they are talking their book, literally or figuratively; they lost money by shorting bonds, and are looking for justification.
I nodi che vengono al pettine [1] e il picchiare sulla Fed
Dunque, guardo Business Insider e scopro che Stanley Druckenmiller sta diffondendo ammonimenti terribili che cose tremende accadranno se la Fed non alza i tassi senza alcun indugio. Ma, aspettate; non l’avevo già sentito prima? Perché, sì: due anni e mezzo fa egli aveva messo in guardia che sarebbe arrivato un crollo peggiore del 2008 se non avessimo tagliato senza indugio la Previdenza Sociale.
In sostanza, Druckenmiller sta mettendo in guardia su disastri incombenti dal momento in cui chiuse Duquesne Capital cinque anni orsono. E le sue previsioni di sventura riguardano sempre tassi di interesse che salgono alle stelle. Perché?
Ebbene, quando Druckenmiller si ritirò, come sua ragione fornì una sequenza negativa di decisioni (le sottolineature sono mie):
“Mi sono accorto di aver perso una quantità di opportunità nel 200 e 2009, nonché un vasto movimento quest’anno nei bond”, egli disse durante l’intervista nl suo ufficio di New York, sulla 57° Strada che si affaccia su Central Park”.
In effetti, egli fu evidentemente preso alla sprovvista dal crollo dei tassi di interesse che ebbe luogo proprio prima del suo ritiro:
Se le sue successive dichiarazioni forniscono un indizio, è assai probabile che egli avesse scommesso su tassi crescenti, anziché in calo. E un modo di leggere queste successive dichiarazioni è che esse vertevano tutte sul ribadire di aver avuto ragione dall’inizio, sennonché il mercato non l’aveva proprio ancora compreso.
Lo so, a questo punto qualcuno metterà in evidenza che Druckenmiller h fatto miliardi, al contrario del sottoscritto. In effetti; in tempi normali Druckenmiller poteva senza alcun dubbio surclassarmi quanto ad anticipare il mercato. Ma qua è il punto: dopo il 2008 c’è stato un periodo nel quale gli operatori specialisti, cresciuti in un’epoca diversa, sono stati una guida modesta agli eventi. Quello che ha funzionato, invece, è stato il testo scolastico di macroeconomia, la qualcosa spiega perché personaggi come me, – o se il sottoscritto proprio non vi piace, come Ben Bernanke – hanno avuto prestazioni piuttosto buone (una paio di mesi fa ero alla presentazione di un libro, e sono stato avvicinato da un investitore molto famoso, che ha detto amaramente: “Ebbene, sinora i mercati sembrano d’accordo con lei”.
E un modo per osservare questi pronunciamenti di sventura da parte di individui degli hedge fund è che essi, alla lettera o figuratamente, stiano parlando del loro libro: perdono denaro per i bond che si restringono, e cercano giustificazioni.
[1] Che mi pare l’equivalente del letterale “polli che vanno sul trespolo”.
novembre 6, 2015
Nov 4 9:35 am
This new paper by Angus Deaton and Anne Case on mortality among middle-aged whites has been getting a lot of attention, and rightly so. As a number of people have pointed out, the closest parallel to America’s rising death rates — driven by poisonings, suicide, and chronic liver diseases — is the collapse in Russian life expectancy after the fall of Communism. (No, we’re not doing as badly as that, but still.) What the data look like is a society gripped by despair, with a surge of unhealthy behaviors and an epidemic of drugs, very much including alcohol.
This picture goes along with declining labor force participation and other indicators of social unraveling. Something terrible is happening to white American society. And it’s a uniquely American phenomenon; you don’t see anything like it in Europe, which means that it’s not about a demoralizing welfare state or any of the other myths so popular in our political discourse.
There’s a lot to be said, or at any rate suggested, about the politics of this disaster. But I’ll come back to that some other time. For now, the thing to understand, to say it again, is that something terrible is happening to our country — and it’s not about Those People, it’s about the white majority.
Cuore di tenebra [1]
Questo nuovo studio di Angus Deaton e Anne Case [3] sulla mortalità tra i bianchi di mezza età sta provocando molta attenzione, e ben a ragione. Come un certo numero di persone ha messo in evidenza, il più vicino parallelo ai tassi di mortalità crescenti in America – guidati da avvelenamenti, suicidi e malattie croniche al fegato – è il collasso nelle aspettative di vita in Russia dopo il crollo del comunismo (no, non stiamo andando così male, eppure …). Le statistiche danno l’immagine di una società colpita dalla disperazione, con una crescita di comportamenti insani ed una epidemia di droghe, l’alcol al primo posto.
Questo quadro va di pari passo con una declinante partecipazione alle forze di lavoro e con altri indicatori di disfacimento sociale. Sta accadendo qualcosa di terribile ai bianchi nella società americana. Ed è un fenomeno unicamente americano: non si vede niente del genere in Europa, il che significa che non è un fenomeno attribuibile alla mancanza di motivazioni dello stato assistenziali o a qualcun altro dei miti che sono così diffusi nel nostro dibattito politico.
C’è molto da dire, o in qualche misura da suggerire, sugli aspetti politici di questo disastro. Ma ci tornerò in qualche altra occasione. Per adesso, la cosa da capire, da ripetere, è che sta accadendo qualcosa di terribile al nostro paese – e non riguarda le persone di colore [4], riguarda la maggioranza bianca.
[1] Traduciamo con il titolo del famoso racconto di Joseph Conrad (leggermente diverso, “Heart of darkness”), anche perché il post in fondo si riferisce al fenomeno di una particolare crisi sociale della popolazione bianca a basso reddito, quasi suggerendo che un africano ‘cuore di tenebra’ ha oggi raggiunto anche quella minoranza.
[2] Il diagramma mostra l’evoluzione dei tassi di mortalità nella popolazione tra i 45 ed i 54 anni. La linea rossa riguarda gli statunitensi bianchi non-ispanici (USW). La linea blu (USH) riguarda invece gli statunitensi bianchi ispanici, che, diversamente da quanto si potrebbe supporre, hanno un andamento molto meno negativo.
Come si può notare dalle altre linee, anche le differenze tra altre nazioni sono significative: si va dalle circa 200 morti per 100.000 abitanti della Svezia, ai 320/330 della Francia. É rilevante che mentre in tutti gli altri casi la mortalità in quelle fasce di età sono in evidente diminuzione, nel caso dei bianchi statunitensi il fenomeno è opposto.
Si consideri che, se non sbaglio i conti, quei tassi comportano, in cifre globali assolute e in riferimento alla popolazione degli Stati Uniti (318 milioni circa), un numero totale di decessi che è attorno a 1 milione e 400 mila persone/anno, contro i circa 650 mila che si avrebbero con indici svedesi!
[3] L’articolo è stato pubblicato sulla rivista della Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti.
[4] Come è noto, “those people” è l’espressione usata dai reazionari americani per indicare gli afro americani.
novembre 4, 2015
Nov 3 1:23 pm
One of the intellectually horrifying things about the response to economic crisis was the way many economists, some of them famous, reinvented old fallacies in the belief that they were saying something profound. In particular, quite a few economists seemed utterly unaware that Say’s Law – the proposition that supply creates its own demand, that shortfalls in aggregate demand were impossible – had been refuted three generations ago.
In fact, not only doesn’t supply create its own demand; experience since 2008 suggests, if anything, that the reverse is largely true – specifically, that inadequate demand destroys supply. Economies with persistently weak demand seem to suffer large declines in potential as well as actual output.
The suggestion that this might be true goes back a long ways, to work by Olivier Blanchard and Larry Summers in the 1980s. But events since the crisis provide a lot more evidence, just as they do on fiscal multipliers. A new paper by Fatas and Summers looks at the impact of fiscal austerity, not on actual output, but on estimates of potential output; it finds large negative effects.
The implications are shocking: austerity looks like even more of a catastrophe than the conventional analysis indicates. In fact, it’s a pretty good bet that imposing austerity in economies that can’t offset its effects with monetary policy inflicts pain without any gain whatsoever: by reducing the future size of the economy and hence the tax base, austerity actually worsens the fiscal outlook.
The Very Serious People have a lot to answer for. But of course they never will.
La domanda crea la sua propria offerta
Una delle cose intellettualmente terrificanti sulla risposta alla crisi economica è stato il modo in cui molti economisti, alcuni dei quali famosi, hanno reinventato vecchi errori, nella convinzione di affermare qualcosa di profondo. In particolare, un buon numero di economisti sono sembrati completamente inconsapevoli che la Legge di Say – il concetto secondo il quale l’offerta crea la sua propria domanda, che la mancanza di domanda aggregata non è possibile – era stata confutata tre generazioni orsono.
Di fatto, non solo l’offerta non crea la propria domanda; l’esperienza a partire del 2008 suggerisce, semmai, che è ampiamente vero l’opposto – precisamente che una domanda inadeguata distrugge l’offerta. Le economie con una domanda persistentemente debole sembrano lamentare ampi cali nella produzione potenziale come in quella effettiva [1].
L’impressione che questo potesse essere vero risale a molto addietro, al lavoro di Olivier Blanchard e Larry Summers negli anni ’80. Ma gli eventi a partire dalla crisi hanno fornito molte maggiori prove, nello stesso modo in cui le hanno fornite sui moltiplicatori della spesa pubblica. Un nuovo studio da parte di Fatas e Summers esamina l’impatto della austerità nelle finanze pubbliche, non solo sulla produzione effettiva, ma sulle stime di quella potenziale; esso individua ampi effetti negativi.
Le implicazioni sono sorprendenti: l’austerità appare persino più catastrofica di quanto indicato dalla analisi convenzionale. Di fatto, si può quasi star certi che imporre l’austerità in economie che non possono bilanciare i suoi effetti con la politica monetaria, infligge una sofferenza senza alcun vantaggio di sorta: riducendo le dimensioni future dell’economia e di conseguenza la base fiscale, l’austerità effettivamente peggiora le previsioni della finanza pubblica.
Le Persone Molto Serie hanno molto a cui rispondere. Ma naturalmente non lo faranno mai.
[1] La produzione effettiva è quella che deriva dalle misurazioni del PIL. Quella potenziale è invece quella che viene stimata sottraendo dalla produzione effettiva quella quota che può essere considerata come dipendente dal ciclo economico negativo. In pratica, la produzione potenziale è quella che rappresenta la capacità produttiva che è rimasta integra in una nazione, e che tornerà interamente ad esprimersi allorquando il ciclo economico negativo verrà superato.
Lo studio di Fatas/Summers mostra che l’idea di poter mantenere lo stesso potenziale produttivo, in particolare nei paesi che hanno conosciuto politiche di austerità più pesanti, è del tutto illusoria.
Applicata allo sconfortante dibattito nazionale italiano, questo significa che con riprese dell’1 per cento all’anno, non soltanto ci vorranno una decina d’anni per tornare ai livelli precedenti alla recessione; ma che a quei livelli non si tornerà comunque, perché la crisi ha irrimediabilmente lesionato una parte della potenzialità produttiva passata.
novembre 4, 2015
Nov 3 1:17 pm
Maybe I’m just being naive, but if it were up to me, reports on politicians’ pronouncements would provide some context about things those politicians have said in the past – just to help the readers, who probably don’t have dossiers ready to hand.
So, for example, if The Hill is going to report Sen. John Barrasso’s assertion that Obamacare may collapse this year, it would be a service to readers to note that Sen. Barrasso was one of the people claiming that more people would lose coverage than gain it under the Affordable Care Act – and who, when enrollments surged, declared that the administration was cooking the books.
But then again, context has a well-known liberal bias.
Si consideri la fonte, della serie sulla riforma sanitaria di Obama
Forse sono soltanto ingenuo, ma se dipendesse da me, i resoconti sulle affermazioni dei politici fornirebbero qualche contesto sulle cose che quei politici hanno detto in passato – solo per aiutare i lettori, che probabilmente non hanno dossier pronti a portata di mano.
Così, ad esempio, se The Hill intende riferire il giudizio del Senatore John Barrasso, secondo il quale la riforma della assistenza di Obama può crollare nel corso di quest’anno, sarebbe un servizio per i lettori notare che quel Senatore Barrasso era tra le persone che sostenevano che, con la Legge sulla Assistenza Sostenibile, sarebbero stati di più i cittadini che avrebbero perso la copertura assicurativa rispetto a quelli che l’avrebbero ottenuta per la prima volta – ed era colui, quando le iscrizioni sono cresciute, che dichiarò che la Amministrazione stava truccando i dati.
Ma, d’altronde, il contesto ha ben note tendenze progressiste.
[1] La tabella mostra il tasso della popolazione non anziana non assicurata, dal 1972 al 2015. É evidente il risultato notevole della riforma della assistenza sanitaria di Obama, che ha quasi dimezzato il numero dei non assicurati (e certamente l’avrebbe più che dimezzato, senza l’ostruzionismo degli Stati governati dai repubblicani). Il fatto che sussista una quantità non indifferente di non assicurati, dipende in buona misura dalla esclusione dai benefici della riforma degli immigrati sprovvisti di documenti.
novembre 4, 2015
Nov 2 10:36 am
Wolfgang Munchau declares that the euro was a mistake, and pinpoints a key illusion. Advocates
knew that, to withstand the rigours of a fixed-exchange system that resembles nothing so much as the gold standard, countries would have to adjust to economic shocks through shifts in wages and prices — a course, they believed, that the euro’s members would be forced to take.
That is, they believed that reforms could create enough flexibility to mainly neutralize Milton Friedman’s warning that in the face of negative shocks, countries with fixed exchange rates would suffer large costs:
If the external changes are deep-seated and persistent, the unemployment produces steady downward pressure on prices and wages, and the adjustment will not have been completed until the deflation has run its sorry course.
But I never believed this would work, and based my skepticism on some real evidence. During the runup to Maastricht, there were a number of studies of the US — a currency union that functions reasonably well. Was that because the US, with its weak unions and competitive labor markets, had more wage and price flexibility than other nations? Not according to Blanchard and Katz, who found that wages played hardly any role in US regional adjustments to shocks, that it was all about labor mobility. So the idea that Europe would find itself able to achieve a kind of flexibility found nowhere in the world — not even the brutal, markets-rule American economy — was just implausible.
What none of us thought about at the time was the further problem of the interaction of deflation and debt — the way attempts to adjust through falling wages would worsen debt problems. But even given what we knew a quarter-century ago, the problems with the euro were obvious.
Illusioni flessibili
Wolfgang Munchau afferma che l’euro è stato uno sbaglio, e puntualizza una illusione fondamentale. I sostenitori
“sapevano che, per resistere ai rigori di una sistema fisso di cambi che non assomiglia a nient’altro che al gold-standard, i paesi avrebbero dovuto adeguarsi agli shock economici attraverso spostamenti nei salari e nei prezzi – un indirizzo, essi credevano, che i membri dell’euro sarebbero stati costretti ad assumere”.
Ovvero, essi credevano che le riforme avrebbero determinato sufficiente flessibilità da neutralizzare in gran parte l’ammonimento di Milton Friedman, secondo il quale di fronte a shock negativi, i paesi con tassi di cambio fissi avrebbero sofferto grandi costi:
“Se i mutamenti esterni sono profondamente radicati e persistenti, la disoccupazione produce una regolare spinta verso il basso di salari e prezzi, e la correzione non sarà stata completata finché la deflazione non avrà fatto il suo spiacevole corso”.
Ma io non ho mai creduto che questo avrebbe funzionato, e basavo il mio scetticismo su qualche prova reale. Durante il periodo precedente a Maastricht, ci furono un certo numero di studi sugli Stati Uniti – un’unione valutaria che funziona ragionevolmente bene. Dipendeva dal fatto che gli Stati Uniti, con i loro deboli sindacati e i mercati del lavoro competitivi, avevano maggiore flessibilità nei salari e nei prezzi delle altre nazioni? Non secondo Blanchard e Katz, che scoprirono che i salari non giocavano quasi alcun ruolo nelle correzioni regionali statunitensi agli shock, che dipendevano tutte dalla mobilità del lavoro. Dunque l’idea che l’Europa si sarebbe ritrovata capace di ottenere un genere di flessibilità che non si era trovata altrove nel mondo – neanche nell’economia brutale e dominata dai mercati dell’America – era soltanto non plausibile.
Quello a cui nessuno di noi pensò fu l’ulteriore problema della interazione di deflazione e debito – il modo in cui i tentativi di correzione attraverso la caduta dei salari avrebbe peggiorato i problemi del debito. Ma anche dato quello che sapevano un quarto di secolo fa, i problemi con l’euro erano evidenti.
novembre 4, 2015
Nov 2 10:20 am
Larry Summers reacts to an offhand post of mine, seeking to draw a distinction between our views. I actually don’t think our views differ significantly now, but he’s right that what he has been saying differs from the approach I took way back in 1998. And I’ve both acknowledged that and admitted that the approach I took then seems inadequate now:
Back in 1998, when I tried to think through the logic of the liquidity trap, I used a strategic simplification: I envisaged an economy in which the current level of the Wicksellian natural rate of interest was negative, but that rate would return to a normal, positive level at some future date. This assumption provided a neat way to deal with the intuition that increasing the money supply must eventually raise prices by the same proportional amount; it was easy to show that this proposition applied only if the money increase was perceived as permanent, so that the liquidity trap became an expectations problem.
The approach also suggested that monetary policy would be effective if it had the right kind of credibility – that if the central bank could “credibly promise to be irresponsible,” it could gain traction even in a liquidity trap.
But what is this future period of Wicksellian normality of which we speak?
Japan now looks like an economy in which a negative natural rate is a more or less permanent condition. So, increasingly, does Europe. And the US may be in the same boat, if only because persistent weakness abroad will lead to a strong dollar, and we will end up importing demand weakness.
And if we are in a world of secular stagnation — of more or less permanent negative natural rates — policy becomes even harder.
Trappole di liquidità provvisorie e permanenti
Larry Summers risponde ad un mio improvvisato post [1], cercando di tracciare una distinzione tra i nostri punti di vista. Per la verità io non penso che i nostri punti di vista siano significativamente diversi adesso, ma egli ha ragione a dire che ciò che viene affermando differisce dall’approccio che io assunsi nel passato 1998. Ed io l’ho riconosciuto [2], così come ho ammesso che l’approccio di allora sembra oggi inadeguato:
“Nel 1998, quando cercavo di analizzare a fondo la logica della trappola di liquidità, utilizzai una semplificazione strategica: immaginai un’economia nella quale il livello del wickselliano tasso di interesse naturale fosse negativo, ma al tempo stesso immaginai che quel tasso tornasse ad un livello normale e positivo in qualche momento futuro. Questo assunto fornì un modo preciso per fare i conti con l’intuizione secondo la quale l’aumento dell’offerta di moneta, alla fine, deve elevare in proporzione i prezzi della stessa quantità; fu semplice dimostrare che questo concetto si applicava soltanto se l’aumento della moneta veniva percepito come permanente, il modo tale che la trappola di liquidità diventava un problema di aspettative.
Quell’approccio suggerì anche che la politica monetaria sarebbe stata efficace se avesse avuto il grado giusto di credibilità – che se la banca centrale poteva “credibilmente promettere di essere irresponsabile”, poteva ottenere una forza di spinta anche in una trappola di liquidità”
Ma quale è questo periodo futuro di wickselliana normalità del quale parliamo?
Il Giappone adesso sembra un’economia nella quale un tasso naturale negativo è più o meno una condizione permanente. Tale sembra anche, sempre di più, l’Europa. E gli stati Uniti può darsi che siano nella stessa barca, se solo a causa della persistente debolezza all’estero ci dirigeremo verso un dollaro forte, e finiremo con l’importare la debolezza della domanda.
E se siamo in un mondo di stagnazione secolare – o di tassi naturali più o meno permanentemente negativi – la politica diventa persino più difficile.
[1] Si tratta del post dal titolo “Dell’esser stati contrari alla stagnazione secolare, prima di diventare favorevoli” del 31 ottobre 2015, qua tradotto. In effetti quel post era un po’ scherzoso, pur non essendo privo di tendenziosità. Come si legge nell’articolo di Summers appena tradotto, quest’ultimo ha però colto l’occasione per puntualizzare ed approfondire alcune passate differenze, in via di composizione.
L’interesse di questi due interventi mi pare consista anche nello spaccato di ‘relazioni’ tra due principali economisti che essi mostrano; non si sarà dimenticato che non molto tempo fa Krugman prese una netta posizione contraria alla possibile nomina di Summers alla Presidenza della Fed (del resto, una posizione implicitamente contraria a tale nomina fu anche quella di Joseph Stiglitz, mentre una posizione apertamente favorevole fu assunta da Brad DeLong). Dopo la loro importante convergenza sul tema della stagnazione secolare (che avvenne in occasione del convegno promosso nell’agosto del 2014 da Vox.EU. Gli interventi di entrambi sono qua tradotti), pare che si stia superando un clima di reciproca diffidenza. In genere, è interessante la franchezza, sia pure nel notevole rispetto reciproco, di queste ‘relazioni'; essa consente contrasti anche aspri assieme ad una seria attenzione alle rispettive ricerche ed alla crescente convergenza di analisi.
[2] Il riferimento è al post “Ripensare il Giappone” del 20 ottobre 2015, qua tradotto.
novembre 4, 2015
Nov 1 12:40 pm
Brad DeLong is bemused by the way Tyler Cowen makes very heavy going of the simple concept of the natural rate of interest. I will say that this kind of gratuitous complexification is somewhat characteristic.
Look, all we’re talking about is the rate of interest at which the economy would be more or less at full employment, which in turn implies that inflation will be more or less stable. Yes, you can raise some questions about the price-stability interpretation if the long-run Phillips curve isn’t vertical at low inflation, but that’s a fairly minor twiddle.
And to raise the old “equilibrium interest rates must be positive because capital is productive” line at this point — after two decades of Japanese experience and 7 years at the zero lower bound here in America — suggests a strange sort of out-of-touchness. As Brad says, the required rate of return on safe assets and the marginal product of capital are separated by a major wedge.
Anyway, what we need here isn’t a priori arguments or discussions of intellectual history, except insofar as they inform the question at hand: is there any reasonable case that interest rates are being kept “artificially” low given the macroeconomic realities? And there isn’t.
Confusione naturale
Brad DeLong è sconcertato per il modo in cui Tyler Cowen costruisce un percorso molto complesso per il semplice concetto del tasso naturale di interesse. Direi che questo genere di gratuita complicazione è qualcosa di caratteristico.
Si badi, stiamo parlando del tasso di interesse al quale l’economia sarebbe più o meno in condizioni di piena occupazione, il che a sua volta comporta che l’inflazione sarebbe più o meno stabile. É vero, si possono sollevare alcune domande riguardo all’interpretazione della stabilità dei prezzi se la curva di Phillips [1] di lungo periodo non risulta verticale con la bassa inflazione, ma questo è un trastullo relativamente secondario.
Ed avanzare a questo punto la vecchia affermazione secondo la quale “i tassi di interesse di equilibrio [2] debbono essere positivi perché il capitale è produttivo” – dopo due decenni di esperienza giapponese e, qua in America, dopo sette anni al limite inferiore dello zero – indica uno strano modo di essere fuori dalla realtà. Come dice Brad, il tasso richiesto di rendimento di un asset sicuro e il prodotto marginale del capitale sono separati da un bel cuneo.
In ogni modo, quello di cui abbiamo bisogno in questo caso non sono argomentazioni deduttive o dibattiti sulla storia intellettuale, se non nella misura in cui essi forniscono informazioni sulla domanda in questione: c’è qualche ipotesi ragionevole per la quale i tassi di interesse siano tenuti “artificialmente” bassi, data la realtà macroeconomica? E non c’è.
[1] Si vedano le note sulla traduzione.
[2] Tasso naturale o tasso di equilibrio sono la stessa cosa.
novembre 4, 2015
[1] La connessione indica che la fonte della Tabella è la Federal Reserve di St. Louis. La tabella mostra l’evoluzione degli occupati negli Stati Uniti nel settore privato sotto le due Presidenze di George Bush e di Obama, la linea orizzontale indica i mesi delle due amministrazioni.
novembre 4, 2015
Oct 31 12:56 pm
As a public service, some background to Marco Rubio’s latest campaign coup. As the Times reports, Paul Singer — a huge contributor to Republican causes — has thrown his support behind Rubio.
What it doesn’t mention are two facts about Paul Singer that are, I think, relevant.
First, he’s most famous for his practice of buying up distressed debt of Third World governments, then suing to demand full repayment.
Second, he’s an inflation truther — with an unusual twist. Inflation truthers in general insist that the government is understating the true rate of inflation, even though independent measure like the Billion Prices index closely track the CPI. The trick, usually, is to pick and choose items whose price has gone up a lot — e.g., beef — while ignoring those whose price has gone down — e.g., gasoline.
But Singer has taken a different tack: he knows, just knows, that inflation is running away because of what it’s doing to the prices of the things he cares about:
Check out London, Manhattan, Aspen and East Hampton real estate prices, as well as high-end art prices, to see what the leading edge of hyperinflation could look like.
But remember, Rubio is a regular guy in touch with the concerns of ordinary Americans.
Il sostegno dell’iperinflazione di Hamptons [1]
Alcuni retroscena – come servizio di pubblica utilità – sul colpo più recente di Marco Rubio. Come riferisce il Times, Paul Singer – un grande contribuente delle cause repubblicane – ha rimesso il suo sostegno a favore di Rubio.
Quello che il giornale non riferisce sono due fatti a proposito di Paul Singer, che a mio giudizio sono rilevanti.
Il primo, egli è soprattutto famoso per la sua attività di compratore di titoli sul debito precario degli Stati del Terzo Mondo, per poi avviare azioni giudiziarie con la richiesta dell’intera restituzione [2].
Il secondo, egli è un sostenitore delle tesi sul complotto sull’inflazione – con una particolare torsione. I sostenitori del complotto di solito insistono che il Governo stia sottostimando il tasso effettivo di inflazione, anche se misurazioni indipendenti come quelle dell’indice Billion Prices seguono da vicino l’indice ufficiale dei prezzi al consumo. Di solito il trucco consiste nell’estrarre a scelta oggetti i cui prezzi sono molto saliti – ad esempio, la carne bovina – nel mentre si ignorano quelli i cui prezzi sono scesi – ad esempio, la benzina.
Ma Singer ha un approccio differente: egli sa, sa senza alcun dubbio, che l’inflazione è fuori controllo, perché è quello che sta accadendo ai prezzi degli oggetti dei quali egli si occupa:
“Controllate i prezzi immobiliari a Londra, a Manhattan, ad Aspen e nell’East Hampton, oltre ai prezzi degli oggetti artistici di lusso, per vedere a cosa potrebbe assomigliare l’avanguardia dell’iperinflazione”.
Ma si ricordi: Rubio è un individuo normale, in sintonia con le preoccupazioni degli americani ordinari.
[1] Un quartiere di estremo lusso di New York.
[2] Si riferisce alla pratica in uso da parte di vari personaggi della finanza titolari di parte di quei debiti, di ostacolare (di solito con successo) iniziative di revisione del debito di paesi in condizioni di fallimento, opponendosi presso Tribunali nazionali statunitensi alle soluzioni concordate. É un tema del quale si parla nell’articolo qua tradotto di Stiglitz e Guzman del 15 giugno 2015.
novembre 3, 2015
Oct 31 10:57 am
OK, nobody told me that this was being released. I am, however, grateful for the reminder that I have indeed lost weight.
More substantively, what’s interesting about that debate is that I was essentially making the case for secular stagnation, while Larry Summers was making the case against. That’s not a criticism! Changing your views in the face of evidence is what you’re supposed to do, and kudos to Larry both for being willing to revise his views and for being so effective in laying out his new case.
And that was a pretty good debate — unlike, say, this one.
Dell’essere stati contrari alla stagnazione secolare, prima di diventare favorevoli.
Ebbene, nessuno mi aveva detto che questo dibattito [1] sarebbe stato pubblicato. Ciononostante, ne sono grato, perché ricorda che in effetti sono un po’ dimagrito.
Andando più alla sostanza, quello che è interessante in questo dibattito è che io fondamentalmente sostenevo la tesi della stagnazione secolare, mentre Larry Summers sosteneva la tesi contraria. Questa non è una critica! Cambiare i vostri punti di vista rispetto ai fatti è ciò che si suppone facciate, e complimenti a Larry per essere stato disponibile a rivisitare i suoi punti di vista ed essere stato così efficace nell’esporre i suoi nuovi argomenti.
E quello fu una dibattito abbastanza buono – diversamente, ad esempio, da quest’altro [2].
[1] Si tratta di un dibattito presso la associazione canadese “The Munk debate”, che ora è pubblicato in un libro. Partecipano alla discussione: Larry Summers, David Rosenberg, Paul Krugman e Ian Bremmer. Nel corso del dibattito, Krugman e Rosenberg avevano condiviso l’analisi della stagnazione strutturale, mentre Summers e Bremmer si erano espressi in senso opposto. Evidentemente deve trattarsi di un confronto di alcuni anni orsono.
[2] In connessione, un altro confronto a quattro in materia di tasse sui ricchi (tra gli altri, Krugman, Papandreu, Gingrich e Leffer).
novembre 3, 2015
October 31, 2015 10:43 am
And now for something completely different — or anyway not the kind of thing I’ve been writing about lately. But I have been keeping my eye on the ongoing debate over the world trade slowdown, and wanted to weigh in on one issue.
For those who don’t know about it, there seems to have been a break in the trend of world trade. Between 1990 and the 2008 crisis, trade grew much more rapidly than world GDP; this “hyperglobalization” brought trade shares of income to levels unprecedented in previous history. Trade then plunged, as was to be expected, in the slump — most trade these days consists of durable goods, which are very cyclical. It bounced back when the world started to recover. But while it’s more or less at the pre-crisis level relative to GDP, it hasn’t gone beyond, suggesting that hyperglobalization has reached some kind of limit. And many of us are talking about things like supply chains, logistics, and so on to explain why.
But a new piece from the Bank of England suggests a seemingly simpler explanation: it’s just a composition effect, as world output shifts toward countries that have relatively low income elasticities of demand for imports. So is that really the story?
I’d say no, because I don’t believe that the income elasticity of imports is a structural parameter. You need to look underneath to the underlying economic logic — and this pushes you back to stories about supply chains etc..
The notion that income elasticities in trade aren’t structural is one I’ve been pushing for a very long time. Way back when I noted that there seems to be a systematic relationship between estimated income elasticities and national growth rates, what I called the 45-degree rule, which suggested that we were really looking at supply-side, not demand-side effects; a lot of later research seems to support that suggestion.
So how should we think about income elasticities for the purpose of understanding the trade slowdown? I’d argue that other things equal, we should expect trade to grow at the same rate as the world economy. If it grows faster, that’s something to explain with changes in trade policy, transportation costs, and so on. To a first approximation, this says that for any one country we’d expect to see a relationship along the lines
Trade growth = GDP growth + x
where x is the common factor — containerization, say — causing overall world trade to grow faster than income.
This in turn says that the “income elasticity” — actually just the ratio of trade growth to GDP growth, not necessarily a structural parameter — should look like this:
Elasticity = Trade growth / GDP growth = 1 + x/GDP growth
So fast-growing countries should appear to have low income elasticities, but that’s not saying anything about the underlying causes of trade growth.
Let’s take the data on elasticities and growth given in the BoE analysis, and plot it:
That’s China in the lower left corner. It looks pretty good to me. And the clear implication is that China isn’t really a “low trade elasticity” economy. It’s just a fast-growing economy, which more or less mechanically means that it has a low ratio of trade growth to GDP growth. And its rising share of world trade should not be viewed as an explanatory factor in the trade slowdown.
I still think it’s about those supply chains.
Spiegare la debolezza del commercio (per esperti)
Ed ora qualcosa di completamente diverso – o in ogni caso non il genere di cose sulle quali vengo scrivendo di recente. Ma sto tenendo d’occhio il perdurante dibattito sul rallentamento del commercio mondiale, ed avevo intenzione di intervenire su un aspetto.
Per coloro che non sanno di cosa si tratta, sembra esserci stata una interruzione nelle tendenze del commercio mondiale. Tra il 1990 e la crisi del 2008, il commercio è cresciuto più rapidamente del PIL mondiale; questa “iperglobalizzazione” ha portato le quote del commercio sul reddito a livelli che non hanno precedenti nella storia recente. Con la crisi il commercio è crollato, come c’era da aspettarsi – in tali periodi, gran parte del commercio consiste in beni durevoli, che sono molto ciclici. C’è stato un rimbalzo quando nel mondo è cominciata la ripresa. Ma se il commercio è più o meno, in relazione al PIL, al livello precedente la crisi, non è andato oltre, indicando che la iperglobalizzazione ha raggiunto una sorta di limite. E molti di noi stanno parlando di cose come le catene dell’offerta, la logistica ed altro per spiegarne le ragioni.
Ma un nuovo articolo da parte della Banca di Inghilterra suggerisce una spiegazione più semplice: si tratta soltanto di un effetto di composizione, dal momento che la produzione mondiale si sposta verso paesi che hanno relativamente basse elasticità di reddito, quanto a domanda per le importazioni. E’ dunque quella spiegazione vera?
Direi di no, perché non credo che l’elasticità di reddito delle importazioni sia un parametro strutturale. É necessario guardare al di sotto, alla sottostante logica economica – e questo vi riporta a storie che riguardano le catena dell’offerta etc. .
Il concetto che le elasticità di reddito nel commercio non siano strutturali è stato da me avanzato da molto tempo. Quando nel passato osservai che sembrava esserci una relazione tra le elasticità di reddito stimate e i tassi nazionali della crescita, quella che io chiamai la “regola dei 45 gradi”, ciò mi suggerì che eravamo realmente dinanzi ad effetti dal lato dell’offerta e non dal lato della domanda; una grande quantità di ricerche successive sembrano sostenere tale indicazione.
Come dovremmo dunque ragionare delle elasticità di reddito allo scopo di comprendere il rallentamento del commercio? Direi che a parità delle altre condizioni, dovremmo aspettarci che il commercio cresca allo stesso tasso dell’economia mondiale. Se esso cresce più rapidamente, c’è qualcosa da spiegare in ordine alla politica commerciale, ai costi di trasporto, e così via. Ad una prima approssimazione, questo ci dice che dovremmo aspettarci una relazione su queste linee:
Crescita del commercio = crescita del PIL + x
laddove x è il fattore comune – ad esempio la containerizzazione – che fa crescere il commercio complessivo mondiale più velocemente del reddito.
Questo a sua volta ci dice che “l’elasticità del reddito” – effettivamente solo il rapporto tra crescita del commercio e crescita del PIL, e non necessariamente un parametro strutturale – dovrebbe apparire in questo modo:
Elasticità = crescita del commercio/crescita del PIL = 1 + x/crescita del PIL
Dunque dovrebbe apparire che i paesi a rapida crescita hanno basse elasticità del reddito, ma ciò non ci direbbe niente sulle cause sottostanti della crescita del commercio.
Consentitemi di utilizzare i dati della analisi della Banca di Inghilterra su elasticità e crescita, e di tracciarli su un diagramma:
Quella nell’angolo basso a sinistra è la Cina. Mi sembra abbastanza corretto. E la chiara implicazione è che la Cina non è un’economia a “bassa elasticità di commercio”. É solo un’economia a rapida crescita, che in modo più o meno meccanico significa che ha una basso rapporto tra crescita del commercio e crescita del PIL. E la sua quota crescente nel commercio mondiale non dovrebbe essere considerata come un fattore che spiega il rallentamento commerciale.
Continuo a pensare che esso dipenda da quelle catene dell’offerta.
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