Oct 30 7:58 am
David Brooks writes a pro-Marco-Rubio column, and in passing says this:
At this stage it’s probably not sensible to get too worked up about the details of any candidate’s plans. They are all wildly unaffordable. What matters is how a candidate signals priorities.
It won’t surprise you to learn that I disagree deeply. My experience is that the best way to figure out a candidate’s true priorities — and his or her character — is to look hard at policy proposals.
My view here is strongly influenced by the story of George W. Bush. Younger readers may not know or remember how it was back in 2000, but back then the universal view of the commentariat was that W was a moderate, amiable, bluff and honest guy. I was pretty much alone taking his economic proposals — on taxes and Social Security — seriously. And what I saw was a level of dishonesty and irresponsibility, plus radicalism, that was unprecedented in a major-party presidential candidate. So I was out there warning that Bush was a bad, dangerous guy no matter how amiable he seemed.
How did that work out?
So now we have candidates proposing “wildly unaffordable” tax cuts. Can we start by noting that this isn’t a bipartisan phenomenon, that it’s not true that everyone does it? Hillary Clinton isn’t proposing wildly unaffordable stuff; Bernie Sanders hasn’t offered details about how he’d pay for single-payer, but you can be sure that he would propose something. And proposing wildly unaffordable stuff is itself a declaration of priorities: Rubio is saying that keeping the Hair Club for Growth happy is more important to him than even a pretense of fiscal responsibility. Or if you like, what we’ve seen is a willingness to pander without constraint or embarrassment.
Also, his insistence that the magic of supply-side economics would somehow pay for the cuts is a further demonstration of priorities: allegiance to voodoo trumps all.
At a more general level, I’d argue that it’s a really bad mistake to wave away policy silliness with a boys-will-be-boys attitude. Policy proposals tell us a lot about character — and the history of the past 15 years says that journalists who imagine that they can judge character from the way people come across on TV or in personal interviews are kidding themselves, and misleading everyone else.
Politica e carattere
David Brooks scrive un articolo a favore di Marco Rubio e, di passaggio, scrive questo:
“In questa fase è probabilmente irragionevole agitarsi troppo per i dettagli dei programmi di ciascun candidato. Sono tutti estremamente inaffidabili. Quello che conta è come un candidato segnala le priorità”.
Non sarete sorpresi di apprendere che non sono per nulla d’accordo. La mia esperienza è che il modo migliore per comprendere le vere priorità di un candidato – ed il carattere di lui o di lei – è guardare con impegno alle proposte politiche.
In questo caso il mio punto di vista è fortemente influenzato dalla storia di George W. Bush. I lettori più giovani possono non sapere o non ricordare come stavano le cose nel 2000, ma in quel momento l’opinione universale dei commentatori era che W era una modesta, affabile finzione, nonché un individuo onesto. Rimasi quasi solo nel prendere sul serio le sue proposte economiche – sulle tasse e sulla Previdenza Sociale. E quello che constatai fu un livello di disonestà e di irresponsabilità, in aggiunta al radicalismo, che era senza precedenti in un candidato alla Presidenza di un partito principale. Dunque, in quel caso fui fuori dal coro nel mettere in guardia che Bush era un personaggio negativo e pericoloso, a prescindere da quanto apparisse affabile.
Come andò a finire?
Dunque, adesso abbiamo candidati che propongono sgravi fiscali “estremamente inaffidabili”. Possiamo cominciare coll’osservare che non si tratta di un fenomeno bipartisan, che non è vero che lo fanno tutti? Hillary Clinton non sta proponendo cose estremamente inaffidabili, Bernie Sanders non ha offerto dettagli su come coprirebbe la spesa per un sistema (sanitario) con un unico centro di spesa, ma si può star certi che avrebbe qualcosa da proporre. E proporre cose estremamene inaffidabili è di per sé una dichiarazione di priorità: Rubio sta dicendo che tenersi contenti i “Club (dei capelli) per la crescita” [1] è per lui più importante persino di una finta responsabilità in materia di finanza pubblica. Oppure, se preferite, ciò a cui ci troviamo di fronte è una disponibilità a servire gli interessi di qualcuno senza limiti o senza imbarazzo.
Inoltre, la sua insistenza che l’economia magica dal lato dell’offerta in qualche modo ripagherebbe gli sgravi è una ulteriore dimostrazione delle sue priorità: la fedeltà al voodoo è più forte di tutto.
Ad un livello più generale, direi che è davvero un grande errore liquidare la stupidità politica con l’attitudine a fare ragazzate. Le proposte politiche ci dicono molto sul carattere – e la storia dei 15 anni passati dice che i giornalisti che si immaginano di poter giudicare il carattere dal modo in cui la gente si mostra nelle televisioni o nelle interviste personali, si prendono in giro da soli, e ingannano tutti gli altri.
[1] I “Club per la Crescita” sono in realtà una associazione di movimenti della destra, fondata nel 1999 da Stephen Moore, per il sostegno di candidati repubblicani. Di recente essa è coinvolta in una polemica molto aspra con Donald Trump, perché sostiene i candidati ‘di apparato’ (Jeb Bush e Rubio) e attacca le posizioni del miliardario.
Come sia accaduto che sia nata questa ironia – tra club per la crescita e club per la crescita dei capelli – non so dirlo, ma non si tratta di una invenzione di Krugman, giacché si trova anche altrove.
novembre 2, 2015
Oct 30 7:37 am
It is, as Antonio Fatas notes, almost seven years since the Fed cut rates to zero. The era of lowflation-plus-liquidity-trap now rivals in length the 70s era of stagflation, and has been associated with much worse real economic performance. So where, asks Fatas, is the rethinking of economic theory and policy?
I asked the same question a couple of years ago. I’d add, as I did in that earlier piece, that some of us anticipated much though not all of what has gone wrong. Fatas says,
But my guess is that even those who agreed with this reading of the Japanese economy would have never thought that we would see the same thing happening in other advanced economies. Most thought that this was just a unique example of incompetence among Japanese policy makers.
Actually, though, I did write a 1999 book titled The Return of Depression Economics, basically warning that Japan might be a harbinger for the rest of us. True, I never expected policy to be so bad that Japan ends up looking like a role model.
Anyway, the point is that by now we should have expected at least as major a rethink as happened in the 70s; in fact, we’ve seen almost no rethinking. Economists who wrote that “inflation is looming” in 2009 continued to warn about looming inflation five years later.
And that’s the professional economists. As Josh Barro notes, conservatives who imagine themselves intellectuals have increasingly turned to Austrian economics, which explicitly denies that empirical data need to be taken into account; although of course they would have claimed vindication if the inflation they were predicting had actually materialized.
Back to Fatas: how long will it take before the long stagnation has the kind of intellectual impact that stagflation did? Indeed, how long will it be before people stop holding up the 1970s as the ultimate cautionary tale, even as we live in the midst of a continuing disaster that makes the 70s look mild?
I don’t know the answer, but it’s clear that we have to understand this phenomenon in terms of politics and sociology, not logic.
Un episodio che non insegna niente
Sono quasi sette anni, come osserva Antonio Fatas, dal momento in cui la Fed ha tagliato i tassi sino allo zero. L’epoca della bassa inflazione, in aggiunta alla trappola di liquidità, eguaglia in durata la stagflazione degli anni ’70, ed è andata di pari passo con una andamento economico molto peggiore. Dunque, si chiede Fatas, dov’è il ripensamento della teoria e della politica economica?
Posi la stessa domanda un paio di anni fa. Dovrei aggiungere, come feci in quell’articolo precedente, che alcuni di noi avevano anticipato molto, se non tutto, di quello che è andato storto. Dice Fatas:
“La mia supposizione è che persino coloro che avevano concordato con questa lettura dell’economia giapponese, non avrebbero mai pensato che avremmo visto le stesse cose accadere nelle economie avanzate. In maggioranza pensarono che questo era soltanto un episodio singolo di incompetenza tra gli operatori pubblici del Giappone”.
Per la verità, però, nel 1999 io scrissi un libro dal titolo Il ritorno dell’economia della depressione, fondamentalmente mettendo in guardia che il Giappone poteva essere un presagio per tutti gli altri. É vero che non mi sarei mai aspettato che la politica fosse talmente negativa da far sembrare il Giappone alla stregua di un modello guida.
In ogni modo, il punto è che adesso avremmo dovuto attenderci un ripensamento almeno altrettanto importante di quello che ci fu negli anni ’70; di fatto, non abbiamo assistito quasi a nessun ripensamento. Gli economisti che scrivevano che “l’inflazione incombe” nel 2009 hanno continuato a mettere un guardia su una inflazione che incombe dopo cinque anni.
E questo vale per gli economisti di professione. Come osserva Josh Barro, i conservatori che si reputano intellettuali si sono sempre più indirizzati verso la teoria economica ‘austriaca’ [1], la quale nega esplicitamente che i dati empirici debbano essere considerati: sebbene, ovviamente, avrebbero sostenuto di essere stati pienamente confermati, se l’inflazione che avevano previsto si fosse materializzata.
Tornando a Fatas: quanto tempo ci vorrà prima che la lunga stagnazione abbia quel genere di impatto intellettuale che ebbe la stagflazione? In sostanza, quanto tempo ci vorrà prima che la gente smetta di sostenere che gli anni ’70 furono l’ultimo episodio di ammonimento, anche se viviamo nel mezzo di un disastro continuo che fa apparire gli anni ’70 come qualcosa di leggero?
Non conosco la risposta, ma è chiaro che dobbiamo capire il fenomeno in termini di politica e di sociologia, non di logica.
[1] Vedi alle note sulla traduzione.
ottobre 29, 2015
Oct 28 10:34 am
Via Mark Thoma — whom everyone interested in today’s economic debates should check out daily — Thomas Laubach and John C. Williams of the Fed have a new paper updating their estimates of the natural real rate of interest. For those new to the term, the natural rate is a standard economic concept dating back a century; it’s the rate of interest at which the economy is neither depressed and deflating nor overheated and inflating. And it’s therefore the rate monetary policy is supposed to achieve.
Laubach and Williams find that the natural rate has plunged in recent years, and is now very, very low. The particular statistical method they use is reasonable, but in any case — as they document — the result pops out for pretty much any plausible methodology. Basically, we’ve had multiple years of very low rates, with no hint of a runaway boom or an inflationary takeoff, so any reasonable estimate is going to say that these low, low rates are close to (and maybe above) the natural rate.
L-W attribute the decline in the natural rate largely to the slowing of potential output, which in turn reflects demography and what looks like a slowdown in technological progress. That’s more speculative. But the low natural rate is as solid a result as anything in real time can be.
This in turn tells you several things. It says that all the complaints that the Fed is artificially keeping rates low are nonsense; rates are low because that’s what the real economy wants, and the Fed’s only alternative would be to create a depression.
It also casts even more doubt on the wisdom of the Fed’s urge to raise rates. Nothing in the economic situation suggests that rates are too low right now. And don’t tell us that we need to start “normalizing”: all indications are that “normal” has changed a lot since 2008, and trying to set interest rates as if the old normal were still valid is a recipe for very bad outcomes.
Finally, if the natural real rate is zero or less, a 2 percent inflation target gives very little room for interest rate cuts to fight recessions. The case for raising the target — which means not raising rates if and when inflation finally creeps up to 2 percent — just keeps getting stronger.
In any case, the message about what the Fed should do now is clear: nothing.
Date uno sguardo ai nostri davvero bassi tassi di interesse (naturali)
Per il tramite di Mark Thoma – che coloro che sono interessati ai dibattiti economici odierni dovrebbero visitare tutti i giorni [2] – Thomas Laubach e John C. Williams della Fed presentano un nuovo studio che aggiorna le loro stime sul tasso di interesse naturale. Per coloro per i quali tale espressione risulti nuova, il tasso di interesse naturale è un consueto concetto economico che risale ad un secolo fa; è il tasso di interesse al quale l’economia non è né depressa e deflazionata, né surriscaldata e inflazionata. Ed è di conseguenza il tasso di interesse che si suppone la politica monetaria persegua.
Laubach e Williams scoprono che il tasso di interesse naturale è precipitato negli anni recenti ed è oggi davvero molto basso. Il particolare metodo statistico da loro utilizzato è ragionevole, ma in ogni caso – come documentano – il risultato viene fuori sostanzialmente da ogni plausibile metodologia. Fondamentalmente, abbiamo avuto vari anni di tassi di interessi molto bassi, con nessun accenno di un boom fuori controllo o di un decollo dell’inflazione, cosicché ogni ragionevole stima è destinata a dire che questi bassissimi tassi sono vicini (o forse superiori) al tasso di interesse naturale.
Laubach e Williams attribuiscono il declino del tasso di interesse naturale in gran parte al rallentamento della produzione potenziale, che a sua volta riflette l’andamento demografico e quello che appare come un rallentamento tecnologico. Ma il basso tasso di interesse naturale è un risultato così univoco come possono essere i fenomeni nella realtà.
A sua volta, questo ci dice varie cose. Dice che tutte le lamentele secondo le quali la Fed sta tenendo artificialmente bassi i tassi di interesse sono un nonsenso; i tassi sono bassi perché è quello che l’economia vuole, e l’unica alternativa della Fed sarebbe creare una depressione.
Esso getta dubbi anche più grandi sulla saggezza del bisogno della Fed di elevare i tassi. Niente nella situazione economica in questo momento indica che i tassi siano troppo bassi. E niente ci dice che abbiamo bisogno di dare il via ad una “normalizzazione”: tutte le indicazioni sono che il concetto di “normale” è mutato dal 2008, e provare a fissare i tassi di interesse come se la vecchia norma fosse ancora valida è una ricetta per risultati molto negativi.
Infine, se il tasso naturale è 0 o inferiore, un obbiettivo del 2 per cento di inflazione offre molto poco spazio per tagli ai tassi di interesse al fine di combattere le recessioni. La tesi di un elevamento dell’obbiettivo di inflazione – che comporta di non elevare i tassi se non e finché alla fine l’inflazione non si avvicini al 2 per cento – continua semplicemente a diventare più forte.
In ogni caso, il messaggio su quello che la Fed dovrebbe ora fare è chiaro: niente.
[1] Come si nota, secondo le stime dei due ricercatori della Fed il tasso di interesse naturale era già in discesa contenuta dal 2001 al 2007; è crollato nel periodo della Grande Recessione 2007-2009; ha continuato a scendere – sino a valori negativi – negli anni successivi.
[2] Il sito di Thoma – “Economist’s view” – fornisce una amplissima sintesi quotidiana dei principali interventi, post, articoli, interviste del dibattito economico statunitense.
ottobre 29, 2015
Oct 28 10:15 am
Two stories you should read in tandem.
First, it’s now very clear that Exxon has been spending millions of dollars to prevent public action against a slow-motion catastrophe it itself was well aware was on its way. The company’s own research pointed to global warming as a serious problem almost 40 years ago — but it has gone all out to confuse the issue, basically trying to get itself another few decades of profits at humanity’s expense. The cynicism is remarkable.
Meanwhile, David Roberts has a piece pointing out the McCarthyite tactics the House science committee has been using to persecute and intimidate scientists, especially but not only those working on climate.
If we fail to grapple with climate change in time to avoid catastrophe — which seems ever more likely — it won’t be because we didn’t have the knowledge to realize the problem, or the tools to fix it. It will because of cynicism and greed that, given the stakes, rise to the level of evil.
I cattivi del clima
Due storie che dovreste leggere una di seguito all’altra.
La prima: ora è molto chiaro che la Exxon è venuta spendendo milioni di dollari per impedire una iniziativa pubblica contro la catastrofe al rallentatore che era ben consapevole fosse sul suo percorso. Le ricerche in proprio della società avevano indicato quasi 40 anni orsono il riscaldamento globale come un serio problema – ma essa ha fatto tutto il possibile per confondere quella tematica, fondamentalmente nel tentativo di procurarsi alcuni altri decenni di profitti a spese dell’umanità. Il cinismo è considerevole.
Nel frattempo, David Roberts [1] pubblica un articolo che indica le tattiche maccartiste che il comitato “scienza” della Camera ha utilizzato per perseguitare ed intimidire scienziati, in particolare ma non soltanto quelli che lavorano sul clima.
Se non riusciremo a combattere il cambiamento del clima in tempo per evitare la catastrofe – la qualcosa sembra sempre più probabile – non sarà perché non abbiamo avuto le conoscenze per comprendere il problema, o gli strumenti per porvi rimedio. Dipenderà dal cinismo e dall’avidità che, dati gli interessi in gioco, si elevano al livello della malvagità pura.
[1] L’articolo pubblicato sul sito VOX del 26 ottobre è impressionante. In particolare si scopre che quella Commissione (“Scienza, tecnologia e spazio” !) ha utilizzato più che in tutti i decenni precedenti il potere di “citazione in giudizio” contro vari scienziati.
ottobre 29, 2015
Oct 27 4:00 pm
In his interview with Martin Wolf, Ben Bernanke expresses exasperation with claims that quantitative easing is a giveaway to the rich (at the same time that it hurts savers — go figure):
This is the fourth or fifth argument against quantitative easing after all the other ones have been proven to be wrong.
It is, indeed, kind of amazing. In the eyes of critics, QE is the anti-Veg-O-Matic: it does everything bad, slicing and dicing and pureeing all good things. It’s inflationary; well, maybe not, but it undermines credibility; well, maybe not but it it causes excessive risk-taking; well, maybe not but it discourages business investment, which I think is a new one.
Brad DeLong spends what may be too much time on the latest; it’s an argument that doesn’t make any sense, deployed to explain something that isn’t happening (business investment isn’t any lower than you’d expect given the relatively slow recovery). I’m not surprised to see Kevin Warsh going down this road: he’s both a permahawk, who used to warn about inflation but simply changed arguments when the inflation failed to materialize. When Brad complains that there is no coherent argument offered in the article — not a bad argument, but no argument at all — it’s pretty much what one might have expected from Warsh. Back in 2010, I reacted to one of his speeches thus:
So what we’ve got here is an assertion that bad things will happen if you do certain things, without either any evidence to that effect or any explanation of why those things should happen. Yes, maybe bond markets will punish us if we don’t slash spending right now; also, maybe we’ll have bad luck if we step on cracks, or fail to turn aside when Basement Cat crosses our path. But why does this pass for judicious policy discussion?
What I don’t understand is why Mike Spence wants to associate himself with this sort of thing.
But let me say, as I have before, that this whole aversion to easy money, on grounds that keep shifting and don’t seem to have much to do with any coherent economic argument, evidently has deep roots in the conservative psyche — and it’s in the id, not the rational mind.
Facilitazione Quantitativa, l’anti Veg-O-Matic [1]
Nella sua intervista a Martin Woolf, Ben Bernanke appare esasperato per le affermazioni secondo le quali la facilitazione quantitativa sarebbe un regalo ai ricchi (e nello stesso tempo, pensate un po’, danneggia i risparmiatori):
“Questo è il quarto o quinto argomento contro la facilitazione quantitativa, dopo che tutti gli altri si sono mostrati sbagliati”.
In effetti, è strabiliante. Agli occhi dei critici, la facilitazione quantitativa è l’anti Veg-O-Matic: fa tutte le cose sbagliate, affetta, tagliuzza e riduce in poltiglia tutte le cose buone. É inflazionistica; ebbene, forse no, ma indebolisce la credibilità; ebbene, forse no, ma provoca una assunzione eccessiva di rischi; ebbene, forse no, ma scoraggia gli investimenti delle imprese, e questa, credo, sia proprio nuova [2].
Sull’ultimo aspetto, Brad DeLong spende forse troppo tempo: è un argomento che non ha alcun senso, avanzato per spiegare qualcosa che non sta succedendo (gli investimenti delle imprese non sono in alcun modo più bassi di quello che ci si aspetta, data la ripresa relativamente lenta). Non sono sorpreso di constatare che Kevin Warsh [3] si incammina su questa strada: lui è sia un falco della prim’ora, che era solito mettere in guardia sull’inflazione, sia uno di quelli che ha semplicemente cambiato argomenti quando l’inflazione non si è materializzata. Quando Brad si lamenta che l’articolo non offre alcun argomento coerente – non un cattivo argomento, ma nessun argomento in assoluto – è più o meno quello che ci si sarebbe potuti aspettare da Warsh. Io reagii in questo modo, nel 2010, ad uno dei suoi discorsi:
“Dunque, quello che abbiamo appreso in questo caso è che possono accadere cose spiacevoli se si compiono alcuni atti, senza nessuna prova di tale effetto né alcuna spiegazione del perché dovrebbero accadere cose del genere. Sì, forse i mercati dei bond ci puniranno se non abbattiamo immediatamente la spesa pubblica; forse anche potremmo essere sfortunati se camminiamo su un sentiero sconnesso, o non riuscire a scansarci quando il Gatto Nero della cantina si mette di traverso. Ma in che senso cose del genere vengono scambiate per un ragionevole dibattito politico?”
Quello che non capisco è per quale ragione Mike Spence si associ ad una cosa del genere.
Ma lasciatemi dire, come ho fatto prima, che tutta questa avversione per la moneta facile, su basi che continuano a spostarsi e paiono non avere molto a che fare con un qualche coerente argomento economico, evidentemente ha radici profonde nella psiche dei conservatori – e riguarda l’Es, non il pensiero razionale.
[1] Si tratta di una serie di congegni di cucina assai famosi in America, dovuti alle invenzioni e allo spirito imprenditoriale di Ron Popeil. Oggetti, per dare una idea, che hanno fatto fortuna con pubblicità di questo genere: “Potrete tagliare un cipolla senza più versare una lacrima!”. Ecco il prototipo principale:
[2] La tesi è contenuta in un articolo di Kevin Warsh e Michael Spence apparso sul Wall Street Journal. Questo spiega la finale frase sulla sorprendente adesione di Spence a tale tesi.
[3] Kevin Maxwell Warsh (nato il 13 Aprile del 1970), finanziere, docente ed avvocato americano.
ottobre 25, 2015
Oct 24 9:58 am
For countries, getting trendy on Wall Street, and worse yet becoming part of a catchy acronym, is like finding yourself on the cover of BusinessWeek or Fortune: it’s a sure sign of big trouble ahead. So we should have known that the BRICs were heading for a nasty fall; and sure enough, emerging markets have gone from heroes to dogs in practically no time.
But what are the implications for the world economy? Emerging markets are out, but advanced countries are in again, so isn’t it a wash? Unfortunately not, because there is an important asymmetry here.
What is true is that all commodity exporters are being hit:
But they are responding differently. Look, for example, at monetary policy in Brazil versus Canada:
Canada has kept interest rates low; it might even do some fiscal stimulus if the economy continues to weaken. But Brazilian policy is reinforcing the slump, with interest rates going up and fiscal tightening in prospect.
This is not because the Brazilians are stupid. It’s partly because they came in with a relatively high inflation rate, so that they aren’t as relaxed about currency depreciation as the Canadians can afford to be. But it’s also because emerging markets still suffer to some extent from original sin — underdeveloped capital markets and a tendency to borrow in foreign currency. This sin isn’t nearly as strong as it was 15 years ago, when Barry Eichengreen and Ricardo Haussman coined the term, but corporate dollar-denominated borrowing after 2008 brought it partially back.
The result is that as markets lose faith in emerging economies, these economies are pushed into contractionary policies; meanwhile, the advanced economies receiving the capital inflows aren’t responding with expansionary policies. So the overall effect of the new emerging markets disillusion is a global turn toward contraction. I still think it’s not enough to produce a global recession, but am less sure than I was a few months ago.
Oh, and a US interest rate hike, which would not just hit the US economy but also, via a stronger dollar, hit the emerging markets via balance sheets, would do a lot to make things even worse.
Il peccato originale e la stagnazione globale
Per i paesi, diventare alla moda a Wall Street, e peggio ancora andare a comporre un acronimo orecchiabile, è come ritrovarsi sulla copertina di Business Week o di Fortune: è il segno sicuro di un gran guaio in arrivo. Dunque, dovevamo sapere che i BRIC stavano andando verso un autunno difficile; ed era certo che i mercati emergenti, praticamente in un nonnulla, stavano diventando da eroi a canaglie.
Ma quali sono le implicazioni per l’economia mondiale? I mercati emergenti sono in crisi ma i paesi avanzati sono di nuovo sulla scena, non è dunque una pulizia? Sfortunatamente no, perché in questo caso c’è un’importante asimmetria.
Quello che è vero è che tutti gli esportatori di materie prime stanno prendendo un colpo:
Ma essi stanno rispondendo in modo diverso. Si veda, ad esempio, la politica monetaria del Brasile a confronto di quella del Canada:
Il Canada ha mantenuto tassi di interesse bassi; potrebbe persino assumere misure di sostegno tramite la spesa pubblica se l’economia continuasse ad indebolirsi. Ma la politica brasiliana sta accentuando la crisi, con i tassi di interesse che stanno salendo e la finanza pubblica che in prospettiva si sta restringendo.
Questo non dipende dal fatto che i brasiliani sono stupidi. Dipende in parte dal fatto che essi sono giunti a questo punto con un tasso di inflazione relativamente elevato, cosicché essi non sono altrettanto tranquilli su una svalutazione monetaria come possono permettersi di essere i canadesi. Ma dipende anche dal fatto che i mercati emergenti soffrono ancora in qualche misura di un peccato originale – mercati dei capitali sottosviluppati e una tendenza a indebitarsi in moneta estera. Questo peccato non è neanche lontanamente così forte come era 15 anni orsono, quando Barry Eichengreen e Ricardo Haussmann coniarono quella espressione, ma dopo il 2008 l’indebitamento delle società espresso in dollari li ha parzialmente riportati indietro.
Il risultato è che i mercati perdono la fiducia nelle economie emergenti e che queste economie sono sospinte verso politiche restrittive; nel frattempo le economie avanzate che ricevono i flussi dei capitali non stanno reagendo con politiche espansive. Dunque l’effetto complessivo della nuova disillusione dei mercati emergenti è una svolta globale verso la restrizione. Io penso ancora che non sia sufficiente a produrre una recessione globale, ma ne sono meno sicuro di alcuni mesi fa.
Inoltre, un rialzo del tasso di interesse statunitense, che non colpirebbe soltanto l’economia americana ma anche, attraverso un dollaro più forte, colpirebbe i mercati emergenti nell’aspetto degli equilibri patrimoniali, potrebbe avere un notevole effetto nel rendere le cose anche peggiori.
ottobre 25, 2015
Oct 24 9:43 am
Sometimes you almost have to feel sorry for Mitt Romney. He has one great achievement in life: the Massachusetts health reform, which acted as a template for the Affordable Care Act. If he were a member of a sane political party, he’d be boasting about that record. But he wanted to be president, which meant having to accommodate himself to his party; and in Iowa, 81 percent of Republicans say that Ben Carson’s statement that Obamacare is the worst thing since slavery makes him more attractive as a candidate. So he has to trash the best thing he’s done.
Sometimes, it turns out, he can’t maintain the facade. The other day he took credit for setting the stage for Obamacare. Then he tried desperately to walk it back, claiming that Obamacare has failed — which is literally and figuratively the party line.
Which raises the question, if this is a failure, what would policy success look like?
Obamacare has led to a rapid drop in the number of uninsured, especially in states that have fully implemented its provisions. It hasn’t covered everyone, but it wasn’t expected to: it doesn’t cover undocumented immigrants, and the relative complexity of the program always meant that some eligible people would fall through the cracks. The original CBO estimates were that eventually 92 percent of non-elderly residents would have coverage, and in Medicaid expansion states we’re getting there.
Meanwhile, the whole thing has come in well below projected costs; insurance premiums will rise for 2016, but after two years of remarkably small rises that still leaves things cheaper than expected. And overall health care spending has come in far below expectations.
None of the other terrible things that were supposed to happen — job loss, destruction of full-time employment, a surge in the budget deficit — have happened either.
But to be a good Republican you have to insist that it has been a disaster. And Mitt Romney is therefore in the position of trashing his own life’s work. Sad. But he has nobody but himself to blame.
Illusioni di fallimento
Certe volte si resta quasi dispiaciuti per Mitt Romney. Ha avuto nella sua vita un grande risultato: la riforma sanitaria del Massachusetts, che ha funzionato secondo lo schema della Legge sulla Assistenza Sostenibile. Se fosse stato in un partito politico savio, si starebbe vantando di quel risultato. Ma voleva diventare Presidente, il che comportava che doveva uniformarsi al suo partito; e nell’Iowa, l’81 per cento dei repubblicani dice che la dichiarazione di Ben Carson [2] secondo la quale la riforma della assistenza di Obama è la cosa peggiore dalla schiavitù, lo rende più attraente come candidato. Dunque, ha dovuto buttare nella spazzatura la cosa migliore che aveva fatto.
Si scopre che, talvolta, egli non riesce a mantenere quella finzione. L’altro giorno ha rivendicato il merito di aver gettato le basi per la riforma di Obama. Poi ha cercato disperatamente di fare marcia indietro, sostenendo che la riforma della sanità di Obama ha fallito – che è letteralmente e sostanzialmente la linea del Partito.
Il che solleva la domanda: se questo è un fallimento, cosa dovrebbe essere una politica di successo?
La riforma della assistenza di Obama ha portato ad una rapida caduta nel numero dei non assicurati, in particolare negli Stati che hanno completamente messo in atto le sue previsioni. Non ha dato a tutti assistenza, ma non era quello che ci si aspettava: essa non copre gli immigrati senza documenti, e la relativa complessità del programma ha inevitabilmente comportato che qualche persona che ne aveva diritto si è persa nelle pieghe. Le stime originarie dell’Ufficio Congressuale del Bilancio erano che alla fine il 92 per cento dei residenti non anziani sarebbero stati coperti, e negli Stati che hanno accolto l’espansione di Medicaid ci stiamo arrivando.
Nel frattempo, l’intera faccenda è venuta a costare molto meno di quanto previsto; le polizze assicurative per il 2016 cresceranno, ma dopo due anni di aumenti considerevolmente modesti, questo lascia la situazione più conveniente di quello che ci si aspettava. E la spesa complessiva per l’assistenza sanitaria è risultata molto al di sotto delle aspettative.
Non è neppure accaduta nessuna delle cose terribili che ci si aspettava accadessero – perdita di posti di lavoro, distruzione dell’occupazione a tempo pieno, rialzo del deficit di bilancio.
Ma per essere un buon repubblicano si deve insistere che è stata un disastro. E Mitt Romney è di conseguenza nella situazione di buttare alla ortiche il lavoro della sua stessa vita. Triste, ma non deve dar la colpa a nessuno se non a se stesso.
[1] La tabella mostra i risultati della riforma sanitaria nei due grandi comparti: degli Stati che l’hanno messa integralmente in atto (consentendo la espansione di Medicaid, che peraltro era a carico del Governo federale) e negli Stati che l’hanno sostanzialmente boicottata. Come si vede, la riduzione del tasso dei non assicurati è stata del 44% nel primo caso, e del 28% nel secondo.
[2] Candidato nelle primarie repubblicane.
ottobre 25, 2015
Oct 23 3:49 pm
Eric Lipton and Jennifer Steinhauer, in an impressive piece of investigative reporting, find that the various PACs encouraging what Greg Sargent calls the Freedom Fraud caucus are basically in it for the money; the bulk of what they raise ends up as consultants’ fees and the like, paid to the same people organizing the drives.
The thing to realize is how broad a phenomenon this is. As Rick Perlstein pointed out several years ago, the modern conservative movement is in large part a “strategic alliance of snake-oil vendors and conservative true believers” with “a cast of mind that makes it hard for either them or us to discern where the ideological con ended and the money con began.”
So goldbuggism, for example, is intimately tied to direct-marketing schemes for gold coins and gold certificates. I’ve been getting mail from the American Seniors Association, which bills itself as a conservative alternative to the AARP; sure enough, it’s a for-profit enterprise whose goal is to sell me insurance. And so on.
This is surely a much more important part of our political story than almost anyone acknowledges. I don’t think you can understand the depth of Obama- and Hillary-hatred without understanding just how much of it is generated by scammers out to make a buck off the racism and misogyny of some — sad to say, fairly many — older white men.
Sono un imbroglio
Eric Lipton e Jennifer Steinhauer, in un impressionante articolo di giornalismo di inchiesta, scoprono che i vari Comitati di Iniziativa Politica che incoraggiano quello che Greg Sargent definisce il “raggruppamento per la libertà di imbroglio” siano fondamentalmente della partita per ragioni di soldi; il grosso di quello che raccolgono finisce in parcelle a consulenti e simili, pagati alle stesse persone che organizzano le campagne.
Quello che si deve comprendere è quanto questo fenomeno sia ampio. Come mise in evidenza anni orsono Rick Perlstein, il movimento conservatore contemporaneo è in gran parte “una alleanza strategica tra venditori di pozioni miracolose e veri e propri credenti conservatori” con “un modo di pensare che rende difficile per loro stessi e per noi di discernere dove finisca l’imbroglio ideologico e dove cominci quello finanziario”.
Così, ad esempio, l’ideologia monetaria basata sull’oro è intimamente legata ai diretti schemi di promozione sul mercato delle monete e dei certificati aurei. Sto ricevendo mail dalla Associazione degli Americani Anziani, che si pubblicizza come una alternativa conservatrice alla Associazione Americana dei Pensionati (AARP); di certo si tratta di una impresa a scopo di lucro il cui obbiettivo è di vendermi una assicurazione. E così via.
Si tratta sicuramente di una parte della nostra storia politica più importante di quello che quasi tutti riconoscono. Non penso che si possa comprendere la profondità dell’odio verso Obama ed Hillary se non ci si rende conto di quanto esso sia generato da truffatori in circolazione allo scopo di far soldi sul razzismo e sulla misoginia di alcuni bianchi anziani – triste a dirsi, abbastanza numerosi.
[1] Il diagramma mostra – se capisco bene – quanta parte del finanziamento speso dal gruppo dirigente del Tea Party vada direttamente ai candidati presidenziali, e quanta parte vada ai non candidati, ovvero ai soggetti che a qualsiasi titolo fanno soldi sulle campagna elettorali (che dunque ricevono ben l’86 per cento).
ottobre 25, 2015
Oct 23 12:45 pm
So it now appears that Paul Ryan will end up as Speaker of the House; he will continue to furrow his brow and talk very seriously about the need to reduce deficits, while wowing the press with his ability to use PowerPoint. But I have a proposal for any journalists who interview him: ask for his assessment of the tax proposals from Republican presidential candidates.
As Howard Gleckman points out, all of the candidates are proposing to hand out “free stuff” – unfunded tax cuts for the wealthy – on a truly impressive scale. The average budget cost is $6 trillion over the next decade; as it happens, Marco Rubio, who seems to be the most likely survivor of the demolition derby, comes in slightly above that average, at $6.5 trillion.
This is pretty amazing, or would be if you took all that deficit hawkery from 2011 and 2012 seriously. Why, it’s almost as if Republicans never cared about deficits, and were just using the issue to attack Obama and pave the way for cuts in social insurance programs.
Gli uomini da sei mila miliardi di dollari
Dunque adesso pare che Paul Ryan finirà con l’essere Speaker della Camera; egli continuerà ad aggrottare le sue ciglia e a parlare molto seriamente della necessità di ridurre i deficit, nel mentre lascerà a bocca parta la stampa per la sua capacità di usare Power Point. Io avrei una proposta per i giornalisti che lo intervisteranno: chiedetegli il suo giudizio sulle proposte in materia di fisco da parte dei candidati presidenziali repubblicani.
Come sottolinea Howard Gleckman, tutti i candidati stanno proponendo di dispensare “roba gratis” – sgravi fiscali senza coperture per i ricchi – in dimensioni veramente impressionanti. Il costo medio per il bilancio sarebbe di sei mila miliardi di dollari per il prossimo decennio; si dà il caso che Marco Rubio, che sembra essere colui che più probabilmente sopravviverà alla gara di demolizione si collochi leggermente sopra quella media, a 6 mila 500 miliardi di dollari.
Questo è abbastanza stupefacente, o meglio lo sarebbe se aveste preso sul serio tutti questi falchi del deficit dal 2011 e 2012. Perché, in pratica è come se i repubblicani non si fossero mai curati dei deficit, e stessero solo utilizzando quel tema per attaccare Obama e preparare la strada a tagli nei programmi della assistenza sociale.
ottobre 25, 2015
Oct 23 12:43 pm
How it went yesterday at the Benghazi committee: It was actually pretty incredible. Has any serious presidential candidate had to undergo that kind of grilling, demonstrate that much sheer physical stamina and sustained intellectual discipline? The Republicans wanted to portray Hillary Clinton as a super-villain, and ended up making her look like a superhero.
But the real losers here are the reporters and centrist pundits who let themselves be played, month after month, by Trey Gowdy and company. I mean, anyone who took these chumps seriously has proved himself an ever bigger chump than they are.
I maggiori perdenti
Ecco come è andata ieri alla Commissione per Bengasi: è stato effettivamente abbastanza incredibile. Ma davvero un qualunque serio candidato alla Presidenza doveva sottoporsi a quel tipo di terzo grado, dimostrare quella vera e propria resistenza fisica e prolungata disciplina intellettuale? I repubblicani volevano rappresentare Hillary Clinton come una super malvagia ed hanno finito col farla apparire come una super eroina.
Ma in questo caso i veri perdenti sono i giornalisti ed i commentatori centristi che hanno permesso, mese dopo mese, di essere presi per il naso da Trey Gowdy [1] e compagnia. Voglio dire, chiunque abbia preso sul serio questi imbecilli, si è mostrato per suo conto più imbecille di loro.
[1] Membro repubblicano della Camera dei Rappresentanti.
ottobre 23, 2015
Oct 21 1:57 pm
The party primaries have been hell on pundits; on the GOP side, in particular, events have demolished almost every supposed certainty (except for one: if Bill Kristol makes a prediction, you can be sure that it won’t happen). And I (a) claim no special insight (b) have no desire to get into the game.
I would, however, like to give props to Nate Silver, who had a good post a month ago about Hillary Clinton’s “poll-deflating feedback loop” set off by the erroneous Times story about a supposed criminal investigation. He noted that at the time Clinton’s press coverage was almost completely dominated by three kinds of negative stories: emails, declining poll numbers, and Biden speculation. And these stories were mutually reinforcing: weak poll numbers led to more Biden speculation, more negative stories hurt the poll numbers, and — Silver doesn’t say this, but it was obvious — there was a blood-in-the-water effect on the press, which was encouraged to indulge its Clinton derangement syndrome by signs of weakness.
One implication of Silver’s analysis was that the feedback loop could quite easily go into reverse if Clinton was the beneficiary of some positive news, if her poll numbers stopped falling, if Biden chose not to enter the race. And sure enough, that’s exactly what’s happening now. The Benghazi thing is being recognized as the witch hunt it always was, the first debate showed why Clinton was a force to begin with, polling has turned up, Biden is out, and coverage has turned positive.
I wouldn’t count out a resurgence of CDS. And I do have one prediction of my own: most if not all Republican-leaning pundits who have been wringing their hands over the party’s turn away from true conservatism will find ways to decide that Donald Trump really isn’t so bad once he gets the nomination. But at least for now the feedback is working Hillary’s way.
I circoli di Hillary
Le primarie di partito sono state un inferno per i commentatori; in particolare per quanto riguarda il Partito Repubblicano, gli eventi hanno demolito quasi tutte le presunte certezze (ad eccezione di una: se Bill Kristol fa una previsione, potete star sicuri che non accadrà). Ed io: (a) non pretendo di avere alcuna particolare illuminazione; (b) non desidero partecipare a quel gioco.
Vorrei, tuttavia, rendere omaggio a Nate Silver, che una mese fa pubblicò un buon post sul “circolo vizioso dei sondaggi che si sgonfiano” di Hillary Clinton, messo in evidenza dalla erronea storia pubblicata sul Times su una presunta inchiesta penale. Egli notava che a quel tempo i servizi giornalistici sulla Clinton erano quasi interamente dominati da racconti negativi di tre categorie: la faccenda delle email, i dati dei sondaggi in declino e le congetture su Biden. E queste storie si rafforzavano reciprocamente: i dati negativi sui sondaggi portavano a maggiori congetture su Biden, ulteriori racconti negativi compromettevano i dati dei sondaggi e – Silver non l’aveva detto, ma era evidente – sulla stampa c’era un effetto di ‘accanimento’ [1], che era incoraggiato ad indulgere alla sua squilibrata sindrome sui Clinton, per effetto di quei segni di debolezza [2].
Una implicazione dell’analisi di Silver era che il circolo vizioso poteva facilmente risolversi nel suo contrario se la Clinton avesse beneficiato di qualche notizia positiva, se i dati dei sondaggi avessero cessato di calare, se Biden avesse scelto di non entrare nella competizione. E, come previsto, è proprio quello che sta accadendo. La faccenda di Bengasi è stata riconosciuta per quello che era, una caccia alle streghe, il primo dibattito ha mostrato intanto perché ella era un candidato forte, i sondaggi sono tornati a salire, Biden è uscito di scena e i resoconti sono tornati positivi.
Non escluderei un ritorno di CDS [3]. E voglio proprio fare una mia previsione: gran parte se non tutti i commentatori che simpatizzano per i repubblicani che si sono torte le mani per l’abbandono del vero conservatorismo da parte dei repubblicani, troveranno i modi per decidere che Donald Trump non è così male, una volta che avrà ottenuta la nomina. Ma almeno per adesso, i commenti stanno funzionando nel senso di Hillary.
[1] Traduco così l’espressione idiomatica “blood-in-the-water effect”, che in effetti indica una condizione più complessa (quando, in una situazione di competizione, l’evidenza della vulnerabilità della parte debole, e la conseguente maggiore aggressività della parte forte, incrementano la sensazione di una sconfitta ineluttabile della prima. Siccome credo che all’origine l’idioma derivi dal ‘richiamo’ che il sangue nell’acqua determina su animali predatori (ed esempio pescicani), mi pare che si possa tradurre con generico ‘accanimento’.
[2] Immagino che qua ci si riferisca alla famiglia, ovvero alla soggezione di entrambi i coniugi Clinton ad attacchi scandalistici in genere ingiustificati.
[3] Non sono riuscito a trovare il significato dell’acronimo, a parte le soluzioni che evidentemente non c’entrano niente.
ottobre 22, 2015
David Beckworth pleads with fellow free-marketeers to stop claiming that low interest rates are “artificial” and comparing them to price controls. No, the Fed isn’t imposing a price ceiling on interest rates, he says; in fact, the zero lower bound is acting like a price floor.
He’s completely right about the economics. Monetary policy, in which the central bank buys and sells securities to change the monetary base, is nothing at all like price controls. Furthermore, we have a very clear model that tells us what interest rates would be in the absence of distortions and rigidities, the Wicksellian natural rate — the rate of interest consistent with an economy subject neither to inflationary overheating nor deflationary excess supply. And with inflation consistently below the generally accepted 2 percent target, this model says that the actual interest rate, at zero, is above the natural rate, not below.
But the question Beckworth should be asking himself is why almost nobody on the right is willing to think clearly about this issue.
It’s important to realize that we’re not just talking about monetary ignoramuses like Rand Paul and George Will. The “low interest rates = price controls” meme is bang-your-head-on-the-table stupid — but it has been made by none other than John Taylor. Clearly, this is a line of argument that people on the right really, really like for reasons that have nothing to do with intellectual coherence, so much so that famous monetary experts who have to know better fall meekly in line.
My take is that someone like Beckworth is trying to take the monetarist, Milton Friedman position, which is basically one of trusting markets to get it right except when it comes to the business cycle, where it becomes necessary to have expansionary monetary policies in slumps. This is a slightly problematic position on logical grounds: you need some kind of market failure to give monetary policy large real effects, and in that case why imagine that this is the only important failure? But more important, at this point, is the fact that this position turns out to be politically unsustainable. “Government is always the problem, not the solution, except when it comes to monetary policy” just doesn’t cut it for modern conservatives.
Nor did it cut it for traditional conservatives. Remember, during the 1930s people like Hayek were liquidationists, with Hayek specifically denouncing expansionary monetary policy during a slump as “the creation of artificial demand.” The era of Friedmanism, of free-market views paired with tolerance for monetary stimulus, was a temporary and unsustainable interlude, and no amount of sensible argumentation will bring it back.
Ancora sulla non-intelligenza artificiale
David Beckworth [1] implora i suoi colleghi del libero mercato di smetterla di sostenere che i bassi tassi di interesse siano “artificiali” e di paragonarli alle politiche di controllo dei prezzi. No, egli dice, la Fed non sta imponendo un tetto ai tassi di interesse; di fatto, è il limite inferiore dello zero (nei tassi di interesse) che sta agendo come base dei prezzi.
Dal punto di vista economico, egli ha completamente ragione. La politica monetaria, nella quale la banca centrale acquista e vende titoli allo scopo di modificare la base monetaria, non è niente affatto simile al controllo dei prezzi. Inoltre, abbiamo un modello molto chiaro che ci dice cosa sarebbero i tassi di interesse in assenza di distorsioni e di rigidità, il tasso di interesse naturale wickselliano – il tasso di interesse coerente con una economia non soggetta né ad un surriscaldamento inflazionistico né ad un eccesso di offerta deflazionistico. E con una inflazione stabilmente al di sotto del generalmente accettato obbiettivo del 2 per cento, questo modello dice che il tasso di interesse effettivo, allo zero, è sopra il tasso di interesse naturale, non sotto.
Ma la domanda, che Beckworth dovrebbe rivolgere a se stesso, è perché quasi nessuno a destra è disponibile a ragionare con chiarezza su questo tema.
É importante comprendere che non stiamo parlando di ignorantoni monetari come Rand Paul e George Will. Il ritornello che replica “bassi tassi di interesse = controllo dei prezzi” è “picchia-la-tua-testa-sul-tavolo, stupido” – ma non è stato creato da altri se non da John Taylor. Chiaramente, si tratta di una argomentazione che alle gente di destra piace smisuratamente per ragioni che non hanno niente a che fare con la coerenza intellettuale, al punto tale che famosi esperti monetari che dovrebbero saperne di più si collocano docilmente in linea.
La mia impressione è che persone del genere di Beckworth stanno cercando di assumere una posizione monetarista, alla Milton Friedman, il che fondamentalmente significa credere che i mercati facciano le cose giuste ad eccezione di quando si giunge ai cicli economici, dove diventa necessario avere politiche monetarie espansive a fronte delle crisi. Su basi logiche, questa è una posizione leggermente problematica: avete bisogno di un fallimento di qualche genere del mercato per dare alla politica monetaria ampi effetti reali, e. in quel caso, perché pensare che questo sia l’unico importante fallimento possibile? Ma, più importante ancora, a questo punto è il fatto che questa posizione risulta politicamente insostenibile. “Il Governo è sempre il problema e non la soluzione, ad eccezione di quando si passa alla politica monetaria” non è una posizione che si attaglia ai conservatori odierni.
E neppure si adattava ai conservatori tradizionali. Si ricordi, durante gli anni ’30 persone come Hayek erano ‘liquidazionisti’, allorquando Hayek esplicitamente denunciava la politica monetaria espansionista durante una crisi come “la creazione di una domanda artificiale”. L’epoca del ‘friedmanismo’, dell’accoppiamento dei punti di vista del libero mercato con la tolleranza verso lo stimolo monetario, fu un interludio temporaneo e non sostenibile, e nessuna dose di argomentazione ragionevole ci riporterà indietro.
[1] David Beckworth è un economista, docente in alcune Università americane e ricercatore presso il Cato Institute (una fondazione della destra americana). Il suo post è davvero interessante, ed è pubblicato sul suo blog (“Macroeconomia e altre riflessioni sul mercato”). Si rivolge con toni effettivamente di implorazione verso vari esponenti della destra (compreso Rand Paul) perché considerino con più ragionevolezza che i bassi tassi di interesse non sono una invenzione della Fed, ma una conseguenza della crisi dell’economia. Le sue conclusioni: “Davvero vorrei che persone come George Will, Bill Gross e Rand Paul riconsiderassero i loro punti di vista su questa materia. Sarebbero dei migliori sostenitori del capitalismo, se lo facessero.
ottobre 22, 2015
October 20, 2015 9:11 am
The IMF held a small roundtable discussion on Japan yesterday, and in preparation for the event I thought it was a good idea to update my discussion of Japan – not so much about the question of whether Abenomics is working / will work (unclear, don’t know) as about the current nature of the Japanese problem.
It’s a bit self-centered, but I find it useful to approach this subject by asking how I would change what I said in my 1998 paper on the liquidity trap. Hey, it was one of my best papers; and it has held up pretty well in many respects. But Japan and the world look different now, and trying to pin down that difference may help clarify matters.
It seems to me that there are two crucial differences between then and now. First, the immediate economic problem is no longer one of boosting a depressed economy, but instead one of weaning the economy off fiscal support. Second, the problem confronting monetary policy is harder than it seemed, because demand weakness looks like an essentially permanent condition.
The weaning issue
Back in 1998 Japan was in the midst of its lost decade: while it hadn’t suffered a severe slump, it had stagnated long enough that there was good reason to believe that it was operating far below potential output.
This is, however, no longer the case. Japan has grown slowly for the past quarter century, but a lot of that is demography. Output per working-age adult has grown faster than in the United States since around 2000, and at this point the 25-year growth rates look similar (and Japan has done better than Europe):
You can even make a pretty good case that Japan is closer to potential output than we are. So if Japan isn’t deeply depressed at this point, why is low inflation/deflation a problem?
The answer, I would suggest, is largely fiscal. Japan’s relatively healthy output and employment levels depend on continuing fiscal support. Japan is still, after all these years, running large budget deficits, which in a slow-growth economy means an ever-rising debt/GDP ratio:
So far this hasn’t caused any problems, and Japan has clearly been much better off than it would have been if it tried to balance its budget. But even those of us who believe that the risks of deficits have been wildly exaggerated would like to see the debt ratio stabilized and brought down at some point.
And here’s the thing: under current conditions, with policy rates stuck at zero, Japan has no ability to offset the effects of fiscal retrenchment with monetary expansion.
The big reason to raise inflation, then, is to make it possible to cut real interest rates further than is possible at low or negative inflation, allowing monetary policy to take over from fiscal policy.
I’d also add a secondary consideration: the fact that real interest rates are in effect being kept too high by insufficient inflation at the zero lower bound also means that debt dynamics for any given budget deficit are worse than they should be. So raising inflation would both make it possible to do fiscal adjustment and reduce the size of the adjustment needed.
But what would it take to raise inflation?
Secular stagnation and self-fulfilling prophecies
Back in 1998, when I tried to think through the logic of the liquidity trap, I used a strategic simplification: I envisaged an economy in which the current level of the Wicksellian natural rate of interest was negative, but that rate would return to a normal, positive level at some future date. This assumption provided a neat way to deal with the intuition that increasing the money supply must eventually raise prices by the same proportional amount; it was easy to show that this proposition applied only if the money increase was perceived as permanent, so that the liquidity trap became an expectations problem.
The approach also suggested that monetary policy would be effective if it had the right kind of credibility – that if the central bank could “credibly promise to be irresponsible,” it could gain traction even in a liquidity trap.
But what is this future period of Wicksellian normality of which we speak? Japan has awesomely unfavorable demographics:
Which makes it a prime candidate for secular stagnation. And bear in mind that rates have been very low for two decades, fiscal deficits have been high that whole period, and at no point has there been a hint of overheating. Japan looks like a country in which a negative Wicksellian rate is a more or less permanent condition.
If that’s the reality, even a credible promise to be irresponsible might do nothing: if nobody believes that inflation will rise, it won’t. The only way to be at all sure of raising inflation is to accompany a changed monetary regime with a burst of fiscal stimulus.
And this in turn suggests something counterintuitive: while the goal of raising inflation is, in large part, to make space for fiscal consolidation, the first part of that strategy needs to involve fiscal expansion. This isn’t at all a paradox, but it’s unconventional enough that one despairs of turning the argument into policy (a despair reinforced by yesterday’s meeting …)
Escape velocity
Suppose, bad instincts aside, that we really can go down this road. How high should Japan set its inflation target? The answer is, high enough so that when it does engage in fiscal consolidation it can cut real interest rates far enough to maintain full utilization of capacity. And it’s really, really hard to believe that 2 percent inflation would be high enough.
This observation suggests that even in the best case Japan may face a version of the timidity trap. Suppose it convinces the public that it will really achieve 2 percent inflation; then it engages in fiscal consolidation, the economy slumps, and inflation falls well below 2 percent. At that point the whole project unravels – and the damage to credibility makes it much harder to try again.
What Japan needs (and the rest of us may well be following the same path) is really aggressive policy, using fiscal and monetary policy to boost inflation, and setting the target high enough that it’s sustainable. It needs to hit escape velocity. And while Abenomics has been a favorable surprise, it’s far from clear that it’s aggressive enough to get there.
Ripensando al Giappone
Il FMI ha organizzato ieri una tavola rotonda sul Giappone e in preparazione dell’evento ho pensato sarebbe stata una buona idea aggiornare il mio punto di vista su quel paese – non tanto sui quesiti se la politica economica di Abe stia funzionando o funzionerà (non è chiaro, non lo so), quanto sulla attuale natura del problema giapponese.
É un po’ centrato su me stesso, ma io trovo utile affrontare questo tema chiedendomi come cambierei quello che affermavo nel mio saggio del 1998 sulla trappola di liquidità. In fondo, fu uno dei miei saggi migliori; e sotto molti aspetti ha funzionato abbastanza bene. Ma oggi il Giappone e il mondo sembrano diversi, e cercare di individuare quella differenza può essere un chiarimento utile.
A me sembra che ci siano due differenze cruciali tra ora ed allora. La prima, il problema economico immediato non è più quello di sostenere un’economia depressa, bensì quello di farle perdere la dipendenza dal sostegno della finanza pubblica. La seconda, il problema cui si trova di fronte la politica monetaria è più difficile di quello che sembrava, perché la debolezza della domanda sembra una condizione essenzialmente permanente.
Il tema del far perdere la dipendenza
Nel passato 1998 il Giappone era nel mezzo del suo decennio perduto: se non aveva subito una depressione grave, il suo ristagno era una ragione sufficiente per far ritenere che stesse operando al di sotto della sua produzione potenziale.
La situazione, tuttavia, non è più quella. Il Giappone è cresciuto lentamente nei passati venticinque anni, ma in gran parte è dipeso dalla demografia. Il prodotto procapite per adulto in età lavorativa, a partire da circa il 2000, è cresciuto più velocemente degli Stati Uniti, e a questo punto i tassi di crescita venticinquennali appaiono simili (e ha avuto un andamento migliore dell’Europa):
Si può persino avanzare l’ipotesi abbastanza ragionevole che il Giappone sia più vicino alla produzione potenziale di quanto non siamo noi. Dunque, se il Giappone a questo punto non è profondamente depresso, perché ha il problema della bassa inflazione/deflazione?
Suggerirei che la risposta riguarda in buona parte la finanza pubblica. La produzione relativamente sana e i livelli di occupazione del Giappone dipendono dalla prosecuzione del sostegno della spesa pubblica. Dopo tutti questi anni, il Giappone sta ancora gestendo ampi deficit di bilancio, la qualcosa in un’economia in lenta crescita significa un rapporto in continua crescita tra debito e PIL:
Sino ad ora questo non ha provocato problemi di sorta, e il Giappone è stato chiaramente meglio di quello che sarebbe stato se avesse cercato di mettere in equilibrio il bilancio. Ma anche quelli tra noi che credono che i rischi dei deficit siano stati enormemente esagerati, ad un certo punto vorrebbero vedere la percentuale del debito stabilizzata ed abbassata.
E qua è il punto: nelle condizioni attuali, con i tassi di riferimento bloccati sullo zero, il Giappone non ha la possibilità di bilanciare gli effetti di una restrizione della finanza pubblica con l’espansione monetaria.
La ragione fondamentale per elevare l’inflazione, dunque, è rendere possibile il taglio dei tassi di interesse oltre quello che è consentito da una inflazione bassa o negativa, consentendo alla politica monetaria di prendere il posto della politica della finanza pubblica.
Aggiungerei anche una considerazione secondaria: il fatto che i tassi di interesse reali siano in effetti tenuti troppo alti dall’inflazione insufficiente al livello inferiore dello zero [2], significa anche che le dinamiche del debito di un qualsiasi dato deficit di bilancio sono peggiori di quello che dovrebbero essere. Dunque, elevare l’inflazione renderebbe possibile sia il realizzare una correzione della finanza pubblica che ridurre le dimensioni della correzione necessaria.
Ma cosa ci vorrebbe per elevare l’inflazione?
La stagnazione secolare e le profezie che si autoavverano.
Nel 1998, quando cercavo di analizzare a fondo la logica della trappola di liquidità, utilizzai una semplificazione strategica: immaginai un’economia nella quale il livello del wickselliano tasso di interesse naturale fosse negativo, ma al tempo stesso immaginai che quel tasso tornasse ad un livello normale e positivo in qualche momento futuro. Questo assunto fornì un modo preciso per fare i conti con l’intuizione secondo la quale l’aumento dell’offerta di moneta, alla fine, deve elevare in proporzione i prezzi della stessa quantità; fu semplice dimostrare che questo concetto si applicava soltanto se l’aumento della moneta veniva percepito come permanente, in modo tale che la trappola di liquidità diventava un problema di aspettative.
Quell’approccio suggerì anche che la politica monetaria sarebbe stata efficace se avesse avuto il grado giusto di credibilità – che se la banca centrale poteva “credibilmente promettere di essere irresponsabile”, poteva ottenere una forza di spinta anche in una trappola di liquidità.
Ma di quale futuro periodo di wickselliana normalità stiamo parlando? Il Giappone ha una demografia straordinariamente sfavorevole:
É quello che lo rende un ottimo aspirante alla stagnazione secolare. E si tenga a mente che i tassi sono stati molto bassi per due decenni, i deficit della finanza pubblica sono stati alti per l’intero periodo, e in nessun momento c’è stato un segno di surriscaldamento. Il Giappone sembra un paese nel quale un tasso wickselliano negativo è più o meno una condizione permanente.
Se la realtà è questa, anche una ‘credibile promessa di essere irresponsabili’ non ottiene risultato: se nessuno crede che l’inflazione crescerà, essa non crescerà. Il solo modo per esser certi di una inflazione crescente è accompagnare un cambiamento del regime monetario con uno scoppio di misure di sostegno della finanza pubblica.
E questo a sua volta suggerisce qualcosa di illogico: mentre l’obbiettivo di aumentare l’inflazione ha, in larga parte, lo scopo di fare spazio al consolidamento delle finanze pubbliche, la prima fase di quella strategia include di necessità l’espansione della finanza pubblica. Questo non è affatto un paradosso, ma è sufficientemente anticonvenzionale perché si rinunci a trasformare quel ragionamento in politica (rinuncia rafforzata dall’incontro di ieri …).
Velocità di fuga
Supponiamo, mettendo da parte le sensazioni negative, che davvero si possa scendere per questa strada. Quanto in alto il Giappone dovrebbe fissare il suo tasso di interesse? La risposta è, alto abbastanza da poter, al momento in cui si impegna nel consolidamento finanziario, tagliare i tassi di interesse reali abbastanza a lungo per mantenere la piena utilizzazione della sua capacità produttiva. Ed è davvero difficile credere che una inflazione del 2 per cento sarebbe sufficientemente elevata.
Questa osservazione indica che persino nell’ipotesi migliore il Giappone può trovarsi di fronte ad una versione della trappola della timidezza [4]. Si supponga che esso convinca l’opinione pubblica che realizzerà davvero una inflazione al 2 per cento; allora si impegnerà nel consolidamento finanziario, l’economia andrà in declino e l’inflazione scenderà ben al di sotto del 2 per cento. A quel punto l’intero progetto andrà in fumo – e il danno alla credibilità renderà molto più difficile provarci ancora.
Quello di cui il Giappone ha bisogno (e la stessa sorte può ben toccare a tutti gli altri) è una politica realmente aggressiva, utilizzando la politica della finanza pubblica e monetaria per sostenere l’inflazione, e fissando un obbiettivo sufficientemente elevato da essere sostenibile. Ha bisogno di raggiungere una velocità di fuga. E se la politica economica di Abe è stata una sorpresa positiva, è lungi dall’essere chiaro se essa sia sufficientemente aggressiva per arrivarci.
[1] La tabella mostra gli andamenti dell’equilibrio primario dei bilanci come percentuale dei PIL dell’Europa, degli Stati Uniti e del Giappone, corretti in considerazione degli andamenti del ciclo economico.
[2] Penso che si intenda “al livello inferiore dello zero dei tassi nominali”.
[3] Come si vede, il dato è impressionante: il Giappone ha perso circa 9 milioni di cittadini tra i 15 ed i 64 anni (in età lavorativa) in venti anni.
[4] Vedi il post, qua tradotto, del 21 marzo 2014 “Analisi timida (per esperti)”.
ottobre 19, 2015
Oct 17 10:23 am
According to Pollster, there is still no sign of a turn back to establishment Republicans. In fact, the triumvirate of crazy — Trump/Carson/Cruz — has about three times as much support as the combination of Bush, Rubio, and Kasich. It’s amazing.
But why don’t GOP voters realize that these are crazy people? Maybe because the things they say aren’t all that different from what supposedly reasonable Republicans say.
A case in point: The Donald has just come out with a monetary conspiracy theory: the reason the Fed hasn’t raised rates has nothing to do with low inflation and global headwinds, Janet Yellen is just doing Obama a political favor. Crazy, right?
But how different is this, really, from Paul Ryan and John Taylor claiming that quantitative easing wasn’t a good-faith effort to support a weak economy, but an attempt to “bail out fiscal policy”, preventing the fiscal crisis Obama’s policies were supposed to produce?
The difference between establishment Republicans and the likes of Trump, in other words, isn’t so much the substance of what they say as the tone; we’re supposed to consider Jeb Bush, Marco Rubio, or Paul Ryan moderate because they insinuate their conspiracy theories rather than bellowing them and talk voodoo economics with a straight face. But why should we be surprised if the GOP base doesn’t see why this makes them more plausible?
Le teorie della cospirazione monetaria
Secondo Pollster [1], non c’è alcun segno di un ritorno ai candidati repubblicani del gruppo dirigente [2]. Di fatto, il triunvirato dei pazzi – Trump/Carson/Cruz – ha un sostegno pari a tre volte la somma di quello di Bush, Rubio e Kasich. É incredibile.
Ma perché gli elettori del Partito Repubblicano non si rendono conto che si tratta di personaggi pazzeschi? Forse perché le cose che dicono non sono così diverse da quelle che dicono i presunti ragionevoli repubblicani.
Un esempio a proposito: “Il Donald” se n’è appena venuto fuori con una teoria della cospirazione monetaria: la ragione per la quale la Fed non ha innalzato i tassi di interesse non ha niente a che fare con la bassa inflazione e con la congiuntura negativa globale, Janet Yellen sta solo facendo un favore politico ad Obama. Da matti, non è così?
Ma, in realtà, che differenza c’è con quello che sostengono Paul Ryan e John Taylor, secondo i quali la ‘facilitazione quantitativa’ non è stata un sforzo un buona fede per sostenere un’economia debole, ma un tentativo di “salvataggio della politica della finanza pubblica”, impedendo la crisi finanziaria che le politiche di Obama si pensava producessero?
La differenza tra i repubblicani dell’apparato e i soggetti alla Trump, in altre parole, non è tanto in quello che dicono, quanto nel tono: si suppone che si consideri Jeb Bush, Marco Rubio o Paul Ryan moderati perché essi insinuano le loro teorie della cospirazione anziché gridarle e parlare di economia voodoo in modo esplicito. Ma perché dovremmo sorprenderci se la base del Partito Repubblicano non vede perché questo le renda più plausibili?
[1] “Pollster” (“sondaggista”) mi sembra sia una attività di ricerca sui sondaggi di varie agenzie che opera di questi tempi in particolare sulle primarie, sia repubblicane che democratiche, in collegamento con “Huffpost”. Alla fine del mese di maggio di quest’anno, Donald Trump veniva accreditato, secondo alcune agenzie, di una percentuale del 4%; il 29 di agosto era al 31%; il 15 ottobre era ancora al 29,5%. In seconda posizione, al 15 ottobre, si colloca Benjamin Carson, un neurochirurgo pediatrico di colore. Carson ha un considerevole fama come medico e ricercatore (il primo al mondo ad avere realizzato una separazione di gemelli siamesi); politicamente è un conservatore abbastanza estremo, ma – mi pare – di modi assai più urbani di Trump.
[2] L’espressione, frequente in questi giorni di primarie repubblicane, di “candidato dell’establishment’ deve essere interpretata nel senso che gli apparati, il gruppo dirigente del Partito, sono evidentemente favorevoli a soluzioni più sperimentate (come Jeb Bush o Marco Rubio), rispetto al trumpismo.
ottobre 19, 2015
Oct 16 9:45 am
Corey Robin has an annotated response to David Brooks’s lament about how conservatives have lost their way. It is, after all, rather odd to talk about the virtues of conservatism-that-was without giving a single example of someone who embodied those supposed virtues. Who’s the poster child for the intellectually humble, incrementalist, humane creed that Brooks says we’ve lost?
Corey Robin says that there never was such a person — and buttresses his case with many quotations from conservative icons across the past couple of generations.
In a somewhat related observation, Paul Ryan is still posing as the thoughtful conservative of centrist dreams. So it’s worth saying, yet again, that Ryan is not a policy wonk. Leave aside left versus right: Where, in any of his budgets, is there any sign of intellectual curiosity or even minimal technical competence? Where is there any sign that he revels in policy details, as opposed to rattling off some jargon that impresses non-policy types but leaves actual budget experts rolling their eyes?
Look, Hillary Clinton is an actual policy wonk (which may or may not mean she’d be a good president.) When she talks about shadow banking or family leave policies, you can see her trying not to get too much into the weeds, bringing up all the analysis she really, truly has taken on board. Where are her counterparts on the other side? There aren’t any. Wonkery — the real thing, not the simulation — has a well-known liberal bias.
Sui conservatori pensosi
Corey Robin dà una risposta argomentata al lamento di David Brooks sui conservatori che hanno perso la loro strada. Alla fine, è piuttosto bizzarro parlare delle virtù del conservatorismo dei tempi andati senza offrire un solo esempio di qualcuno che incarni quelle presunte virtù. Chi sarebbe il l’esponente caratteristico [1] di quella dottrina basata sull’umiltà intellettuale, sul gradualismo e profondamente umana che Brooks sostiene avremmo perso?
Corey Robin dice che una persona del genere non c’è mai stata – e sostiene la sua tesi con molte citazioni da icone del conservatorismo nel corso delle due passate generazioni.
In una osservazione in qualche modo collegata, Paul Ryan sta ancora assumendo atteggiamenti da il conservatore pensoso dei sogni dei centristi. Merita dunque di ripetere che Ryan non è un competente esperto di cose di governo. Lasciamo da parte la sinistra e la destra: dov’è, in una sua qualsiasi proposta di bilancio, un segno qualsiasi di curiosità intellettuale o anche di minima competenza tecnica? Dov’è un segno qualsiasi che egli si esalti nei dettagli di una politica, anziché snocciolare qualche tecnicismo che fa impressione agli individui che non hanno competenza di governo, ma fa alzare gli occhi al cielo agli esperti di bilancio?
Si veda, Hillary Clinton è una effettiva esperta di cose di governo (il che può comportare o no che sia destinata ad essere una buona Presidentessa). Quando parla di sistema bancario ombra o delle politiche per il congedo familiare, vi accorgete che non sta cercando di entrare troppo nei dettagli, che si riferisce ad una analisi complessiva che ella per davvero, concretamente preso in considerazione. Dove sono i suoi omologhi nell’altro schieramento? Non ce n’è uno. É ben noto che la competenza profonda – quella vera, non la simulazione – ha una predilezione per i progressisti.
[1] Pare (WordReference, English only, 4 luglio 2012) che l’espressione “poster child” sia nata con l’idea di rappresentare in un manifesto la condizione di un bambino, al fine di rendere efficace una campagna pubblicitaria nella lotta contro particolari malattie. Altrove avevo trovato un riferimento a quei bambini che il secolo scorso venivano utilizzati per fare pubblicità a qualcosa, indossando ‘a tracolla’, due manifesti pubblicitari come un sandwich.
In ogni caso è diventata col tempo indicativa di una immagine, o di un soggetto, esemplare nella rappresentazione di una situazione, di un’idea etc.
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