Oct 14 10:25 am
The commentariat seems to have turned on a dime. After trashing Hillary Clinton nonstop, they’re all talking her up. And you can see why, given the revelations that (a) the whole Benghazi thing, including the email obsession, was a partisan witch hunt and (b) Clinton herself is smart, articulate, and has a good sense of humor.
But the odd thing about these revelations is that they weren’t at all revelatory. We shouldn’t have needed McCarthy blurting out the obvious for the press to acknowledge that the Benghazi investigations have utterly failed to find any wrongdoing; and Clinton has been in public life a long time, so that her strengths were or should have been well known.
The funny part is that in the end she may benefit from the trashing, which has turned what might, indeed should have been a pretty boring narrative of a strong candidate cruising to the nomination into a comeback story. Just to be clear: she wasn’t at all the horrible figure the usual suspects portrayed, but she’s not the dominant figure you’re reading about today. Actually existing Hillary is a qualified, plausible candidate for president, no more — but given the Republican field, that’s quite a lot.
Anyway, it’s quite sad that after all these years political coverage still treats the momentous issue of who will lead the world’s most powerful nation like a high school popularity contest.
Hillary in carne ed ossa
I commenti sembrano aver preso tutt’altra direzione. Dopo averla fatta a pezzi senza interruzione, ora ne stanno tutti parlando favorevolmente. E si comprende il perché, dato che (a) tutta la faccenda stile-Bengasi [1], inclusa l’ossessione sulle email, era una faziosa caccia alle streghe, e (b) la Clinton per suo conto è intelligente, sa esprimersi ed ha un buon senso dell’umorismo.
Ma la cosa curiosa di tutte queste rivelazioni, è che esse non sono state affatto rivelatorie. Non c’era bisogno che McCarthy dicesse senza riflettere ovvietà dinanzi alla stampa, per riconoscere che le inchieste su Bengasi non avevano assolutamente scoperto alcuna cattiva condotta; inoltre la Clinton è stata assai a lungo nella vita pubblica, dunque i suoi punti di forza erano o avrebbero dovuto essere ben noti.
La cosa buffa è che alla fine ella può trarre beneficio dallo scandalismo, che ha trasformato quella che poteva, che in effetti avrebbe dovuto essere la storia abbastanza noiosa di una forte candidata che sta navigando verso la nomination, nel racconto di un rientro in scena. Solo per chiarezza: ella non era quell’orribile figura che i soliti noti dipingevano, ma ella non è quel personaggio dominante del quale si legge oggi. La Hillary in carne ed ossa è una candidata alla presidenza qualificata e plausibile, niente di più – ma dato il campo dei repubblicani, è parecchio.
In ogni caso, è abbastanza triste che dopo tutti questi anni il giornalismo politico tratti il tema del momento di chi guiderà la più potente nazione del mondo, alla stregua di una gara di popolarità di una scuola superiore.
[1] Vedi l’articolo sul NYT del 9 ottobre.
ottobre 15, 2015
Oct 13 12:48 pm
Tim Duy points us to a striking speech by Lael Brainard, who recently joined the Fed Board of Governors, which takes a notably more dovish line than we’ve been hearing from Yellen and Fischer. Basically, Brainard comes down on the Summers/DeLong/Krugman precautionary principle side of the debate, arguing that given uncertainty about the path of the natural rate of interest, and great asymmetry in the consequences of moving too soon versus too late, rate hikes should be put on hold until you see the whites of inflation’s eyes.
Why does she sound so different from Fischer and Yellen? Duy argues that it is in part a generational thing:
I think these three players are all products of their experience. Yellen received her Ph.D in 1971. Fischer in 1969. Both experienced the Great Inflation first hand. Brainard earned her Ph.D in 1989. Her professional experience is dominated by the Great Moderation.
Maybe, but it’s also worth noting the difference in perspective that comes from having your original intellectual home in international versus domestic macroeconomics. I would say that Brainard’s experience is dominated not so much by the Great Moderation as by the Asian financial crisis and Japan’s stagnation; internationally oriented macro types were aware earlier than most that Depression-type issues never went away. And if you read Brainard’s argument carefully, she devotes a lot of it to the drag America may be facing from weakness abroad and the stronger dollar, which acts as de facto monetary tightening:
There is a risk that the intensification of international cross currents could weigh more heavily on U.S. demand directly, or that the anticipation of a sharper divergence in U.S. policy could impose restraint through additional tightening of financial conditions. For these reasons, I view the risks to the economic outlook as tilted to the downside. The downside risks make a strong case for continuing to carefully nurture the U.S. recovery–and argue against prematurely taking away the support that has been so critical to its vitality.
So does her speech matter? She is, as I indicated, pretty much saying what some of us on the outside have been saying, although she does it very clearly and well; but does it make a difference that someone on the inside is laying down a marker warning that raising rates could be a big mistake? I guess we’ll see.
Le colombe globali
Tim Duy ci indirizza a un impressionante discorso di Lael Brainard [2], che di recente è diventato membro del Consiglio dei Governatori della Fed, che assume una linea notevolmente più morbida [3] di quella che sentiamo annunciare dalla Yellen e da Fischer. Fondamentalmente, Brainard ricade nello schieramento del principio precauzionale di Summers/DeLong/Krugman, che sostiene che data l’incertezza dell’indirizzo del tasso naturale di interesse, e la grande asimmetria tra il muoversi troppo presto e il muoversi troppo tardi, i rialzi dei tassi dovrebbero essere sospesi sinché non si vede l’inflazione ‘nelle palle degli occhi’.
Perché ella appare così diversa da Fischer e dalla Yellen? Duy sostiene che in parte si tratta di una faccenda generazionale:
“Io penso che questi tre protagonisti sono tutti il prodotto delle loro esperienze. La Yellen ha ricevuto il suo dottorato nel 1971. Fischer nel 1969. La Brainard si è guadagnata il suo nel 1989. La sua esperienza professionale è dominata dalla Grande Moderazione”.
Forse, ma è anche il caso di notare la differenza in prospettiva che deriva dall’avere il proprio originale domicilio intellettuale nella macroeconomia internazionale anziché in quella nazionale. Direi che l’esperienza della Brainard è dominata non tanto dalla Grande Moderazione, quanto dalla crisi finanziaria asiatica e dalla stagnazione del Giappone; gli individui orientati alla macroeconomia internazionale erano consapevoli in anticipo che gran parte del temi depressionari non erano mai scomparsi. E se leggete attentamente l’argomentazione della Brainard, essa la dedica molto all’effetto di trascinamento che l’America si può trovare ad affrontare per la debolezza all’estero e per il dollaro più forte, che agisce di fatto come una restrizione monetaria:
“C’è il rischio che l’intensificazione delle correnti avverse internazionali possa gravare più pesantemente in modo diretto sulla domanda degli Stati Uniti, o che l’anticipazione di una divergenza più netta nella politica degli Stati Uniti possa imporre un vincolo attraverso la restrizione aggiuntiva delle condizioni finanziarie. Per queste ragioni, io considero che i rischi della prospettiva economica tendano verso il lato negativo. I rischi di una congiuntura negativa costituiscono un forte argomento per proseguire ad alimentare in modo scrupoloso la ripresa degli Stati Uniti – e un argomento contrario al togliere prematuramente quel sostegno che è stato così fondamentale per la sua vitalità”.
É dunque importante il suo discorso? Ella, come ho indicato, sta grosso modo dicendo quello che dicono alcuni di noi dall’esterno, sebbene lo dica molto chiaramente e bene; ma fa differenza il fatto che qualcuno dall’interno avanzi un segnale di ammonimento secondo il quale elevare i tassi potrebbe essere un grande errore? Penso che lo vedremo.
[1] La tabella mostra l’andamento del tasso di cambio effettivo degli Stati Uniti che, come si nota, a partire dalla metà del 2014 è sensibilmente cresciuto, con un danno potenziale per la competitività americana che è uno degli argomenti per i quali la Brainard ha assunto una aperta posizione sfavorevole al rialzo dei tassi di interesse.
Krugman definisce “impressionante” il suo discorso, probabilmente, oltre che la fondatezza degli argomenti usati, anche per la chiarezza con la quale ella si è riferita a “due posizioni” all’interno della Fed.
Il titolo del post, che traduciamo con “Le colombe globali”, indica non tanto l’esistenza di uno schieramento globale di colombe, quanto il fatto che quelle posizioni si reggano in buona misura anche su considerazioni sugli andamenti globali dell’economia (debolezza europea e difficoltà della Cina).
[2] Lael Brainard era stata Sottosegretaria al Tesoro per gli Affari Internazionali nella Amministrazione Obama, prima di entrare a far parte del Consiglio dei Governatori della Fed.
Per leggere una sua intervista recente sull’argomento dei tassi di interesse, si vada al sito “Wall Street Italia”.
[3] I termini “falco” e “colomba”, che si usano frequentemente in politica, hanno un significato anche in termini di politica monetaria; normalmente si riferiscono proprio alla politica sui tassi di interesse (favorevoli a tassi più bassi ed ad una politica “morbida” le colombe, favorevoli a tassi più alti, e dunque ad una politica di restrizione monetaria, i falchi).
ottobre 15, 2015
Oct 13 11:00 am
I see that David Brooks is lamenting the decline of conservatism as he defines it:
By traditional definitions, conservatism stands for intellectual humility, a belief in steady, incremental change, a preference for reform rather than revolution, a respect for hierarchy, precedence, balance and order, and a tone of voice that is prudent, measured and responsible. Conservatives of this disposition can be dull, but they know how to nurture and run institutions.
OK, I guess, although Corey Robin would say that conservatism was never about that — that it was always about preserving power relations. But in any case, that kind of conservatism left the Republican Party a very long time ago. Remember, Ronald Reagan embraced supply-side economics, which was not only a radical doctrine but one rejected by virtually the entire economics profession; was that “intellectual humility”? And remember that Newt Gingrich tried to undermine the constitutional separation of powers with a government shutdown more than 20 years ago.
And on the other hand, by David’s definition Barack Obama is pretty conservative: the Affordable Care Act is a classic example of incremental change, building on the existing system rather than trying a complete overhaul.
My point is that if what you want is traditional conservatism, the only people with real influence with anything like that mindset are Democrats. Actually existing conservatism is a radical doctrine.
Everett Dirksen [1] non abita più qua
Vedo che David Brooks si lamenta per il declino del conservatorismo, quello che lui definisce in questo modo:
“Secondo le definizioni tradizionali, il conservatorismo è dalla parte dell’umiltà intellettuale, della preferenza per le riforme rispetto alla rivoluzione, del rispetto delle gerarchia, dell’equilibrio e dell’ordine come priorità, e di un tono di voce prudente, misurato e responsabile. I conservatori con queste attitudini possono essere noiosi, ma sanno come valorizzare e gestire le istituzioni”.
Immagino che sia giusto, sebbene Corey Robin [2] direbbe che il conservatorismo non ha mai riguardato cose del genere – che esso abbia sempre riguardato i conservare posizioni di potere. Ma, in ogni caso, quel genere di conservatorismo ha lasciato il Partito Repubblicano molto tempo fa. Si ricordi, Ronald Reagan abbracciò l’economia dal lato dell’offerta, che non era solo una dottrina radicale ma una posizione respinta sostanzialmente dall’intera disciplina economica; era un caso di “umiltà intellettuale”? E si ricordi che Newt Gingrich cercò di minare la separazione costituzionale dei poteri con un blocco della attività di governo più di 20 anni orsono.
E d’altra parte, secondo la definizione di David [3], Barack Obama è abbastanza conservatore; la Legge sulla Assistenza Sostenibile è un classico esempio di un cambiamento graduale, costruito sul sistema attuale anziché su un completo tentativo di superamento.
La mia opinione è che se quello che si vuole è un conservatorismo tradizionale, le sole persone con reale influenza con qualcosa di simile a quella mentalità sono tra i democratici. Effettivamente, il conservatorismo esistente è una dottrina radicale.
[1] Uno storico dirigente repubblicano degli anni ’60, che contribuì a scrivere ed a approvare – quando i repubblicani erano partito di minoranza – la legislazione ‘johnsoniana’ sui diritti civili. Ma fu anche uno strenuo sostenitore della guerra in Vietnam.
[2] Corey Robin è un politologo americano, giornalista e professore di Scienze politiche al Brooklyn College e all’Università di New York. É un attento studioso del conservatorismo americano.
[3] David Brooks, che scrive come Krugman sul New York Times, tradizionalmente rappresentando una posizione moderata e in pratica ‘centrista’, e il cui spunto a questo post è venuto da un articolo pubblicato il 13 ottobre, dal titolo “Il raggruppamento dell’incompetenza dei repubblicani”.
ottobre 13, 2015
Oct 12 9:16 am
Political contributions of hedge funds Opensecrets.org
Angus Deaton has won the Nobel, which is wonderful — dogged, careful empirical work at the micro level, tracking and making sense of individual households, their choices, and why they matter.
Oh, and cue the usual complaints that this isn’t a “real” Nobel. Hey, this is just a prize given by a bunch of Swedes, as opposed to the other prizes, which are given out by, um, bunches of Swedes.
Anyway, Deaton is also a fine writer with important things to say about political economy. Cardiff Garcia excerpts a passage in which he explains why we should care about the concentration of wealth at the top:
[T]here is a danger that the rapid growth of top incomes can become self-reinforcing through the political access that money can bring. Rules are set not in the public interest but in the interest of the rich, who use those rules to become yet richer and more influential.
…
To worry about these consequences of extreme inequality has nothing to do with being envious of the rich and everything to do with the fear that rapidly growing top incomes are a threat to the wellbeing of everyone else.
As if to illustrate his point, this remarkable piece of reporting by Confessore, Cohen, and Yourish documents the remarkable fact that campaign finance this election cycle is dominated by a tiny number of extremely wealthy people — more than half the total from just 158 families. This money is overwhelmingly flowing to Republicans.
Some analysts suggest that this is just because there’s more action on the Republican side, with the field still wide open. But I’m pretty sure that’s nothing like the whole story. The biggest piece of the super-rich-super-donor story is money from the financial sector. And there has, as the chart above shows, been a huge swing of finance capital away from Democrats to Republicans that began in the 2012 election cycle — that is, after the passage of financial reform. Basically, we’re looking at the people who brought you the financial crisis trying to buy the chance to do it all over again.
Angus Deaton e le elezioni della Dodd-Frank [1]
Donazioni elettorali da parte degli ‘hedge funds’. Opensecrets.org [2]
Angus Deaton ha vinto il Nobel, ed è una notizia splendida: un lavoro ostinato, scrupoloso a livello micro, per seguire e interpretare le famiglie singole, le loro scelte e la ragione per la quale sono importanti.
Ed ecco lo spunto per le solite lamentele, secondo le quali questo non sarebbe un “vero” Nobel. Sapete, questo è solo un premio che viene dato da un gruppetto di svedesi, al contrario degli altri premi, che vengono dati, guarda un po’, da gruppetti di svedesi.
In ogni modo, Deaton è anche un bravo scrittore con cose importanti da dire sulla politica economica. Cardiff Garcia sceglie un passaggio nel quale egli spiega perché dovremmo preoccuparci della concentrazione della ricchezza ai livelli più alti:
“(C)’è un pericolo che la rapida crescita dei redditi dei più ricchi possa autoalimentarsi attraverso i collegamenti politici che il denaro può comportare. Le regolo non sono stabilite nel pubblico interesse ma nell’interesse dei ricchi, che usano quelle regole per diventare sempre più ricchi e più influenti.
….
Preoccuparsi di queste conseguenze della ineguaglianza estrema non ha niente a che fare con l’essere invidiosi dei ricchi e ha molto a che fare con la paura che i redditi più elevati che crescono rapidamente siano una minaccia per il benessere di tutti gli altri”.
Quasi ad illustrare questo punto, questo importante servizio di Confessore, Cohen e Yourish [3] documenta il fatto rilevante secondo il quale la campagna di finanziamenti in questo ciclo elettorale è dominato da un numero minuscolo di individui estremamente ricchi – più della metà del totale proviene da sole 158 famiglie. Questi soldi si indirizzano in modo schiacciante verso i repubblicani.
Alcuni analisti suggeriscono che questo dipende soltanto dal fatto che c’è più iniziativa sul versante dei repubblicani, dove la platea dei contendenti è ancora tutta aperta. Ma sono abbastanza sicuro che questa non sia l’intera spiegazione. La parte più grande della vicenda delle donazioni dei super ricchi proviene dal settore finanziario. E c’è, come mostra la tabella sopra, un ampio spostamento del capitale della finanza dai democratici ai repubblicani che è cominciato col ciclo elettorale del 2012 – ovvero, dopo la approvazione della riforma del sistema finanziario. Fondamentalmente, quello che stiamo osservando sono gli individui che ci hanno portati alla crisi finanziaria e che cercano di comprarsi la possibilità di farlo nuovamente.
[1] Il premio Nobel per l’economia è stato assegnato all’economista scozzese Angus Deaton. E’ stato premiato per la sua analisi sui consumi, la povertà e il welfare. L’assegnazione del premio Nobel all’economista scozzese, ha spiegato il panel che ha assegnato l’onorificenza, è un riconoscimento a studi ed analisi che hanno portato a una maggiore comprensione dei meccanismi collegati ai consumi e parte dall’assunto secondo il quale “la misurazione e la comprensione del consumo è uno sforzo complesso”. In particolare, il premio è stato conferito per tre differenti ‘conquiste': la creazione di sistemi sulla domanda, i collegamenti fra consumi e reddito, sia a livello micro che macro, e lo studio degli standard di vita e di povertà nei paesi in via di sviluppo. La Royal Academy svedese ha voluto premiare il suo lavoro che riguarda analisi su come i consumatori dividono la spesa fra beni diversi, su quanto spendono e quanto risparmiano. “Collegando scelte individuali a risultati collettivi, la sua ricerca ha aiutato a trasformare i campi della microeconomia, macroeconomia e delle teorie dello sviluppo”, ha spiegato l’Accademia. Nato ad Edimburgo nel 1945, Deaton è attualmente professore di Economia e Affari Internazionali alla Woodrow Wilson School of Public and International Affairs (WWS) e al Dipartimento di Economia a Princeton. (da ANSA Economia)
[2] La Tabella mostra gli andamenti delle ‘donazioni elettorali’ da parte degli hedge fund, ai quali il post in parte si riferisce. Il colore blu indica i democratici, quello rosso i repubblicani. Come si nota, il notevole vantaggio che i democratici avevano negli anni ’90 subì una inversione completa con le elezioni del 2012. Quelle elezioni furono le prime successive alla approvazione della riforma del sistema finanziario denominata, dai nome dei due parlamentari proponenti, Dodd-Frank,
[3] L’articolo, in connessione nel testo inglese, è apparso sul New York Times del 10 ottobre scorso.
ottobre 11, 2015
October 10, 2015 11:12 am
The centrist view of politics
If Paul Ryan has any sense of self-preservation — and that is one thing he surely has — he will look for any way possible to avoid becoming Speaker. The hard right is already attacking him, essentially accusing him of not being sufficiently crazy, and they’re right. On policy substance he’s totally an Ayn Rand-loving, reward-the-rich and punish-the-poor guy, but so are lots of other Republicans; what they want is someone willing to go along with kamikaze tactics, and he isn’t. His fall from grace would be swift.
But if Ryan isn’t distinctive in his political positions, why does he loom so large within his party? The answer is that he’s more or less unique among extreme right-wingers in having the approbation of centrists, especially centrist pundits. That is, he’s a big man within the GOP because people outside seem to approve of him. And it’s important to ask why.
What you need to understand about political commentary these days — including the de facto commentary that poses as news analysis, or even reporting — is that most of the people doing it have both a professional and an emotional stake in portraying the two parties as symmetric, equally good or bad on policy issues and general behavior. To stray from this pose of even-handedness is to be labeled a partisan — and to admit that the parties aren’t the same, after all, would mean admitting that you’ve been wrong about the most basic features of the situation for years.
Unfortunately for professional centrists, the parties aren’t remotely symmetric. Compare the policy proposals Hillary Clinton has been releasing with those being put out even by establishment Republican candidates like Rubio and Bush. Whether you like Clinton’s proposals or not, there’s some serious wonkery behind them, and they’re the kind of thing you could easily imagine being put into effect. Meanwhile, even the supposedly moderate GOPers are peddling voodoo, puppies, and rainbows. What’s a professional centrist to do?
The answer is that he or she desperately needs to find conservatives they can take seriously, people who produce policy ideas that, even if you don’t support their priorities, add up and generally make sense. And that’s Paul Ryan’s game: he has put himself forward as the serious, honest conservative of centrists’ dreams, someone they can cite approvingly as a way of showing their centrism and open-mindedness.
And it has been a stunningly successful act. In his heyday, Ryan was the object of an immense, indeed embarrassing, media crush — the word “love” came up a lot.
But Ryan didn’t step into that role by actually being a serious, honest conservative; he just played one on TV. If you knew anything at all about budgeting, you soon realized that his supposedly responsible fiscal proposals were stuffed full of mystery meat. He knew how to game the system, creating the impression that CBO had vetted his plans when it had done no such thing (and in fact hinted broadly that the whole thing was a crock). But there’s never been any indication that he actually knows how to produce a budget — and in any case, giant tax cuts for the rich and fiscal responsibility are fundamentally incompatible.
So Ryan’s current stature is really quite curious, and I’d argue quite fragile. He has been a highly successful con artist, pretending to be the reasonable conservative centrists desperately want to see; he has become a power within his party because of that external achievement. But he’s not a true hero of the crazy right; he’s valued mainly because of his successful con job on the center. So he doesn’t have a reserve of goodwill from the crazies that would let him be, well, not crazy. On the other hand, if he were to be the kind of speaker the crazies want, he would undermine that all-important centrist approbation. Being off to the side, pretending to be dealing thoughtfully with important policy issues, was where he needed to be; moving to the speaker’s chair would be a lose-lose proposition.
Paul Ryan, l’infatuazione centrista
Il punto di vista centrista della politica
Se Paul Ryan ha un qualche istinto di autoconservazione – e certamente è qualcosa che possiede – cercherà in ogni modo possibile di evitare di diventare speaker. La destra dura lo sta già attaccando, in sostanza accusandolo di non essere a sufficienza folle, ed ha ragione. Nella sostanza politica egli è anima e corpo un appassionato di Ayn Rand, premiare i ricchi e punire la povera gente, ma tali sono un gran numero di altri repubblicani; quello che la destra vuole è qualcuno che sia disponibile a procedere con tattiche da kamikaze, e lui non è un tipo del genere. La sua caduta in disgrazia sarebbe repentina.
Ma se il tratto distintivo di Ryan non sono le sue posizioni politiche, perché è talmente ingombrante all’interno del suo partito? La risposta è che, tra le persone della destra, egli è più o meno l’unico ad avere l’approvazione dei centristi, specialmente dei commentatori centristi. Ovvero, è una persona importante all’interno del Partito Repubblicano perché, all’esterno, sembra abbia l’approvazione della gente. Ed è importante chiedersi perché.
Quello che c’è bisogno di comprendere nei commenti politici di questi giorni – inclusi i commenti che in sostanza si presentano come analisi di notizie, o persino come resoconti – è che gran parte delle persone che li fanno hanno un interesse sia professionale che psichico nel ritrarre i due partiti come simmetrici, in egual modo buoni o cattivi sui temi della politica o sulla condotta generale. Allontanarsi da questo atteggiamento di imparzialità è destinato ad essere etichettato come fazioso – e ammettere che i partiti non sono gli stessi, dopo tutto, equivarrebbe ad ammettere che si è avuto torto da anni sugli aspetti più rilevanti.
Sfortunatamente per i centristi di professione, i partiti non sono neanche lontanamente simmetrici. Si confrontino le proposte politiche che Hillary Clinton viene rilasciando con quelle rese pubbliche persino dai candidati del gruppo dirigente repubblicano come Rubio e Bush. Che vi piacciano o no le proposte della Clinton, dietro di esse c’è una qualche seria competenza, e si tratta del genere di cose che potete facilmente immaginare siano traducibili in atti. Nel frattempo, anche gli esponenti repubblicani presentati come moderati spacciano “voodoo, cuccioli ed arcobaleni” [1]. Cosa deve fare un centrista di professione?
La risposta è che quel centrista, uomo o donna, ha bisogno disperatamente di trovare conservatori che possano essere presi sul serio, persone che producano idee politiche che, se anche non siete favorevoli alle loro priorità, abbiano una loro logica e in generale abbiano un senso. Ed è quello il gioco di Paul Ryan: egli si propone come il serio, onesto conservatore dei sogni dei centristi, qualcuno che essi possano citare a riprova del loro centrismo e della loro larghezza di vedute.
E quel comportamento ha avuto un successo sbalorditivo. Al suo apice, Ryan è stato oggetto di una immensa infatuazione, persino imbarazzante, da parte dei media – la parola “amore” spuntava in continuazione.
Ma in effetti Ryan non è entrato in quel ruolo come serio ed onesto conservatore; l’ha semplicemente recitato nelle televisioni. Se sapevate qualcosa di bilanci, capivate subito che le sue presunte responsabili proposte di finanza pubblica erano piene zeppe di ingredienti di incerta provenienza. Egli sapeva come prendersi gioco del sistema, creando l’impressione che l’Ufficio Congressuale del Bilancio avesse certificato i suoi programmi quando non aveva fatto niente del genere (di fatto, in termini generali, aveva accennato al fatto che l’intera faccenda era una scemenza). Ma non c’è stata mai alcuna indicazione che egli effettivamente sapesse come produrre un bilancio – e in ogni caso giganteschi sgravi fiscali per i ricchi e responsabilità finanziaria sono due cose fondamentalmente incompatibili.
Dunque la levatura effettiva di Ryan è davvero abbastanza particolare, direi anche abbastanza fragile. Egli è stato un artista dell’inganno di grande successo, fingendo di essere quel ragionevole conservatore che i centristi disperatamente volevano riconoscere; è diventato una potenza all’interno del suo partito a causa di questo risultato esterno. Ma egli non è un vero eroe della destra più stravagante; è apprezzato principalmente per la sua ingannevole prestazione di successo al centro. Dunque egli non gode di una riserva di benevolenza da parte dei pazzi che gli consentirebbe, diciamo così, di non essere pazzo. D’altra parte, se fosse il genere di Presidente della Camera che i pazzi vogliono, manderebbe in frantumi quella indispensabile approvazione centrista. Starsene ai margini, fingendo di misurarsi pensosamente con temi politici importanti, era dove era necessario che si collocasse: spostarsi sulla poltrona di Presidente sarebbe una proposta in pura perdita.
[1] “Voodoo” è, come si sa, l’economia voodoo, ovvero principalmente l’idea, da Reagan in poi, che grandi sgravi fiscali ai redditi più alti producano, alla fine, vantaggi per tutti.
I “cuccioli e gli arcobaleni” vengono invece precisamente da un articolo di Josh Barro sul New York Times del 15 marzo 2015. In quell’articolo, Barro descriveva in tal modo le proposte di sgravi fiscali di Marco Rubio (e del Senatore Mike Lee), in quanto orientate a grandi sgravi fiscali sia sulle famiglie ordinarie che sui redditi più alti. Gli sgravi fiscali sui ceti medi avrebbero facilitato il “regalare un cucciolo ai figli”, quelli sui ricchi avrebbero consentito ai più ricchi di trovare la ‘pentola d’oro’ delle novelle, alle fine dell’arcobaleno.
ottobre 10, 2015
Oct 9 4:53 pm
As the Paul Ryan clamor gets louder, a public service reminder: he’s a con man.
I don’t mean that I disagree with his policy ideas, although I do. I mean that his reputation as a serious thinker is based on deception, both about what he has actually proposed and how it has or hasn’t been vetted.
Take, for example, the famous “fiscally responsible” budget plan. As I explained way back when, what Ryan did was to present a sort of vague fiscal outline to the Congressional Budget Office that envisioned implausibly large cuts in spending and mysterious increases in revenue, and stipulated for the purpose of the exercise that CBO take those numbers as given. The budget office hinted broadly in its report that it didn’t believe any of it, e.g.:
That combination of other mandatory and discretionary spending was specified to decline from 12 percent of GDP in 2010 to about 6 percent in 2021 and then move in line with the GDP price deflator beginning in 2022, which would generate a further decline relative to GDP. No proposals were specified that would generate that path. [My italics]
But CBO did the numbers as required — and then the Ryan plan was presented as something that the budget office had “vetted”, when it did no such thing.
And as I’ve said, Ryan is to budget analysis as Carly Fiorina is to corporate leadership: he’s brilliant at self-promotion, but there’s no hint that he’s actually able to do the job. There is, in particular, no example I know of where he’s actually been right about anything involving budgets or economics, and some remarkable examples — like his inflation screeds — of being completely wrong, and learning nothing from the experience.
So is this really the GOP can do? And the answer, sad to say, is that it probably is.
Memorie di un passato di lavori truffaldini
Nel mentre il clamore attorno a Paul Ryan diventa più alto, un promemoria di pubblica utilità: è un imbroglione.
Non voglio dire che io non sia d’accordo con le sue idee politiche, per quanto non lo sia. Voglio dire che la sua reputazione di serio pensatore è basata su un inganno, sia nel senso di quello che effettivamente propose, che per il modo in cui ciò è stato o non è stato esaminato.
Si prenda per esempio il famoso programma di bilancio “finanziariamente responsabile”. Come spiegai a quei tempi, quello che Ryan fece fu presentare al Congressional Budget Office un vago abbozzo di finanza pubblica che si immaginava ampi tagli non plausibili sulla spesa e misteriosi incrementi delle entrate, e li definiva con il proposito di simulare che il CBO considerasse quei numeri come acquisiti. L’Ufficio del Bilancio nel suo rapporto accennò in termini generali che non credeva a nessuno di quei dati, ad esempio:
“Quella combinazione di altre spese obbligatorie o discrezionali è stata specificata per ottenere una riduzione dal 12% del PIL nel 2010 a circa il 6% del PIL nel 2021, e quindi, a partire dal 2022, muoversi in linea con il deflatore dei prezzi del PIL, la qualcosa avrebbe comportato un ulteriore declino in rapporto al PIL. Non è stata specificata alcuna proposta tale da produrre quell’andamento” (sottolineatura mia).
Ma, come richiesto, il CBO si occupò di quei numeri – e allora il piano Ryan venne presentato come qualcosa che l’Ufficio del Bilancio aveva “esaminato”, mentre non aveva fatto niente del genere.
Come ho detto, Ryan sta all’analisi di bilancio come Carly Fiorina [1] sta alla guida delle società: è un brillante promotore di se stesso, senza la minima parvenza che sappia davvero fare il suo lavoro. Non c’è, in particolare, alcun esempio che io conosca di qualcosa su cui egli abbia avuto ragione a proposito di bilanci o di economia, mentre ci sono considerevoli esempi – come le sue filippiche sull’inflazione – di cose sulle quali ha avuto completamente torto, senza imparare niente dall’esperienza.
É dunque questo ciò che il Partito Repubblicano può offrire? E la risposta, è triste riconoscerlo, è che probabilmente è così.
[1] Vedi la nota al post precedente.
ottobre 10, 2015
Oct 8 4:57 pm
Apparently desperate Republicans are pleading with Paul Ryan to become Speaker of the House, because he’s “super, super smart.” More than anyone else in his caucus, he has the reputation of being a brilliant policy wonk.
And that tells you even more about the dire state of the GOP. After all, Ryan is to policy wonkery what Carly Fiorina is to corporate management: brilliant at selling himself, hopeless at actually doing the job. Lest we forget, his much-vaunted budget plan proved, on even superficial examination, to be a ludicrous mess of magic asterisks. His big contribution to discussion of economic policy was his stern warning to Ben Bernanke that quantitative easing would “debase the dollar”, that rising commodity prices in early 2011 presaged a surge in inflation. This guy’s delusions of expertise should be considered funny.
Yet he may indeed be the best they have.
Nonetheless, it would be a huge mistake for him personally to take the job. Where he is, he can cultivate his wonk image, with nobody in the press willing to disturb the illusion. In a direct leadership role, he’d have no place to hide.
La febbre della fandonia
Gli apparentemente disperati repubblicani stanno implorando Paul Ryan affinché diventi Speaker della Camera, giacché egli è “super, super intelligente”. Più di ogni altro nel suo raggruppamento, ha la reputazione di essere un brillante esperto di politica.
E ciò vi dice persino di più sulla condizione tremenda del Partito Repubblicano. Dopo tutto, Ryan sta alla competenza politica come Carly Fiorina [1] sta alla gestione delle società: brillanti nel rivendersi, inetti nel fare effettivamente il lavoro. Perché non lo si dimentichi, il suo molto sbandierato programma di bilancio si dimostrò essere, ad una valutazione anche di superficie, una ridicola baraonda di magici asterischi [2]. Il suo grande contributo al dibattito di politica economica consistette nella dura messa in guardia di Ben Bernanke, secondo la quale la ‘facilitazione quantitativa’ avrebbe “eroso il valore del dollaro”, e nella affermazione che i prezzi in crescita delle materie prime agli inizi del 2011 facessero presagire un rialzo dell’inflazione. Le pretese di esperienza di questo personaggio dovrebbero essere considerate spiritose.
Tuttavia, è davvero possibile che egli sia il meglio che hanno.
Ciononostante, sarebbe una grande errore, dal suo personale punto di vista, accettare quell’incarico. Nella posizione in cui è, egli può coltivare la sua immagine di persona competente, con nessuno nella stampa che si prenda la briga di disturbare quella illusione. Il un diretto ruolo di guida, non avrebbe alcun posto dove nascondersi.
[1] In queste settimane, un’altra candidata alla nomination repubblicana. Ha provocato scalpore, almeno negli ambienti non repubblicani, il suo accreditarsi come manager di valore, a fronte di risultati noti piuttosto scadenti.
[2] I “magici asterischi” erano i “rimandi a piè di pagina” con i quali si dovevano specificare poste di bilancio che avrebbero permesso gli sgravi fiscali nei confronti dei redditi più alti. Sennonché – nel documento di bilancio presentato da Ryan, in qualità di Presidente, sia pure di minoranza, della Commissione Bilancio della Camera – a quegli asterischi non corrispondeva niente, se non rinvii a precisazioni future.
ottobre 10, 2015
Oct 8 10:11 am
Larry Summers calls for fiscal expansion, and rails (though he doesn’t use the term) against the Very Serious People, denouncing the fixation on structural reform:
Traditional approaches of focusing on sound government finance, increased supply potential and the avoidance of inflation court disaster … It is an irony of today’s secular stagnation that what is conventionally regarded as imprudent offers the only prudent way forward.
Quite. It’s now seven years since I warned that we had entered a world in which
virtue becomes vice, caution is risky and prudence is folly.
And we’re still in that world. I’m really glad to see Larry saying similar things, buttressed by the growing evidence that we’re facing a secular lack of adequate demand. I wish I believed it would matter.
La prudenza è follia
Larry Summers si pronuncia per l’espansione della spesa pubblica, e inveisce (sebbene non usi termini del genere) contro le Persone Molto Serie, denunciando la loro fissazione sulle riforme strutturali:
“Gli approcci tradizionali che si concentrano sulla sana finanza pubblica, aumentando il potenziale dell’offerta e l’annullamento dell’inflazione provocano il disastro …. É un’ironia della stagnazione secolare che quello che era convenzionalmente considerato come imprudente offra l’unica prudente strada da percorrere.”
Proprio così. Adesso sono passati sette anni da quanto mettevo in guardia che eravamo entrati in un mondo nel quale:
“la virtù diventa vizio, la cautela è rischiosa e la prudenza è follia.”
E siamo ancora in quel mondo. Sono davvero contento di vedere che Larry dice cose simili, sostenuto dalle prove crescenti che siamo di fronte ad una secolare mancanza di adeguata domanda. Vorrei solo credere che conti qualcosa.
ottobre 10, 2015
Oct 8 10:01 am
Remember the dire threat posed by our financial dependence on China? A few years ago it was all over the media, generally stated not as a hypothesis but as a fact. Obviously, terrible things would happen if China stopped buying our debt, or worse yet, started to sell off its holdings. Interest rates would soar and the U.S economy would plunge, right? Indeed, that great monetary expert Admiral Mullen was widely quoted as declaring that debt was our biggest security threat. Anyone who suggested that we didn’t actually need to worry about a China selloff was considered weird and irresponsible.
Well, don’t tell anyone, but the much-feared event is happening now. As China tries to prop up the yuan in the face of capital flight, it’s selling lots of U.S. debt; so are other emerging markets. And the effect on U.S. interest rates so far has been … nothing.
Who could have predicted such a thing? Well, me. And not just me: anyone who seriously thought through the economics of the situation, with the world awash in excess saving and the U.S. in a liquidity trap, quickly realized that the whole China-debt scare story was nonsense. But as I said, this wasn’t even reported as a debate; the threat of Chinese debt holdings was reported as fact.
And of course those who got this completely wrong have learned nothing from the experience.
Il fiasco del debito della Cina
Ricordate la tremenda minaccia costituita dalla nostra dipendenza finanziaria dalla Cina? Pochi anni fa era su tutti i media, di solito affermata non come una ipotesi ma come un dato di fatto. Sarebbero ovviamente accadute cose terribili se fosse accaduto che la Cina avesse cessato di acquistare il nostro debito, o peggio ancora se avesse cominciato a vendere quello che possedeva. I tassi di interesse sarebbero schizzati alle stelle e l’economia americana sarebbe crollata, non era così? In effetti, quel grande esperto monetario dell’ammiraglio Mullen [2] era ampiamente citato per la sua dichiarazione secondo la quale il debito era la più grande minaccia alla nostra sicurezza. Chiunque suggerisse che non dovevamo preoccuparci di una grande svendita da parte della Cina veniva considerato bizzarro e irresponsabile.
Ebbene, non ditelo a nessuno, ma il tanto temuto evento si sta consumando. Nel mentre la Cina cerca di sostenere lo yuan a fronte della fuga dei capitali, essa sta vendendo grandi quantità di titoli sul debito statunitense; lo stesso stanno facendo i mercati emergenti. E gli effetti sui tassi di interesse degli Stati Uniti, sinora, sono stati ….. nulli.
Chi poteva prevedere una cosa del genere? Ebbene, il sottoscritto. E non solo il sottoscritto: chiunque avesse seriamente riflettuto ai fondamentali aspetti economici della situazione, con il mondo inondato da un eccesso di risparmi e gli Stati Uniti in una trappola di liquidità, avrebbe compreso che tutta la terribile storia de debito di proprietà della Cina era un nonsenso. Ma, come ho detto, quella non era nemmeno presentata come una discussione; la minaccia del possesso cinese dei titoli sul debito era presentata come un fatto.
E naturalmente coloro che non avevano capito un accidente, non hanno imparato niente dall’esperienza.
[1] Il diagramma mostra l’andamento degli acquisti stranieri di titoli del Tesoro (obbligazioni sul debito americano a interesse costante e a maturazione più che decennale), in milioni di dollari. Il crollo degli acquisti è evidente, anche se è anche evidente che nel giro di due anni si è assistito prima ad un crollo, poi ad una ripresa, infine ad un crollo anche maggiore. Non capisco, invece, cosa distingua gli “acquisti ufficiali” da quelli “non-ufficiali” (forse i primi sono effettuati direttamente da banche centrali straniere?). E neanche mi è chiaro se il diagramma sia indicativo anche di una vendita di titoli precedentemente posseduti.
[2] Michael Glenn Mullen è un ammiraglio statunitense, Capo di Stato Maggiore dal 2007 al 2012.
ottobre 8, 2015
Oct 7 9:20 am
I’m only part way into Ben Bernanke’s book, but I wanted to play devil’s advocate about the book’s central thesis — not to criticize BB, or question the job he did, but as a way to provoke thought about what lessons we should learn from the crisis of 2008.
Bernanke’s basic theme is that the shocks of 2008 were bad enough that we could have had a full replay of the Great Depression; the reason we didn’t was that in the 30s central banks just sat immobilized while the financial system crashed, but this time they went all out to keep markets working. Should we believe this?
It’s not a hard story to tell — and I very much agree with BB that pulling out all the stops was the right thing to do. You don’t play games at such times.
But I’m not persuaded that the real difference between 2008 and 1930-31 (which is when the Depression turned Great) lies in central bank action, or related bailouts.
It’s true that the 30s were marked by a big financial disruption; one measure (which I learned from Bernanke’s academic work) is the soaring spread between slightly risky corporate bonds and government debt:
But there was also a big financial disruption in 2008-2009, in fact comparable in size by this measure:
It didn’t last as long, but that may be as much effect as cause of the failure to experience a full-blown depression.
Why was the disruption so large despite the bailouts and emergency lending? Well, banks by and large didn’t collapse, but shadow banking rapidly shriveled up, with repo and other alternatives to bank financing shrinking very fast; liquidity for everything but the safest of assets disappeared even though the big financial firms remained in being.
And if we’re looking for effects of the tightening in credit conditions, remember that credit policy usually exerts its biggest effects through housing — and housing investment fell more than 60 percent as a share of GDP:
Even a total collapse of home lending couldn’t have subtracted more than a point or two more off aggregate demand.
So really, was putting a limit on the financial crisis the reason we didn’t do a full 1930s? Or was it something else?
And there is one other big difference between the world in 2008 and the world in 1930: big government. Not so much deliberate stimulus, although that helped, as automatic stabilizers: the U.S. budget deficit widened much more in 2007-2010 than it did in 1930-33, even though the slump was much milder, simply because taxing and spending were much bigger as a share of GDP. And that budget deficit was a good thing, supporting demand at a crucial time.
Again, Bernanke and company were right to step in forcefully. But I’d argue that the fiscal environment was probably more important than monetary actions in limiting the damage.
Oh, and since 2010 officials everywhere, but especially in Europe, have been doing all they can to undo the favorable effects of automatic stabilizers. And the result is that in Europe economic performance is at this point considerably worse than it was at this point in the 1930s.
La Fed ha salvato il mondo?
Sono arrivato soltanto ad un certo punto del libro di Ben Bernanke, ma volevo fare la parte del diavolo sulla tesi centrale del libro – non per criticare Bernanke, o per avanzare dubbi sul lavoro che ha fatto, ma come un modo per provocare una riflessione sulle lezioni che dovremmo apprendere dalla crisi del 2008.
Il tema di fondo di Bernanke è che i traumi del 2008 erano sufficientemente negativi da farci rischiare una completa riedizione della Grande Depressione; la ragione per la quale non l’avemmo è che le banche centrali degli anni ’30 semplicemente restarono immobili nel mentre il sistema finanziario crollava, ma questa volta hanno fatto di tutto perché i mercati continuassero a funzionare. É un cosa alla quale dovremmo credere?
Non è una storia difficile da raccontare – ed io sono molto d’accordo con Bernanke che usare tutte le risorse disponibili era la cosa giusta da fare. In tempi come quelli non c’è spazio per giocare.
Ma non sono persuaso che la vera differenza tra il 2008 ed il 1930-31 (gli anni nei quali la Depressione si scoprì Grande) consista nella iniziativa della banca centrale, o nei connessi salvataggi.
É vero che gli anni ’30 furono segnati da un grande disordine finanziario; una misura (che ho appreso dallo studio accademico di Bernanke) è la differenza tra i bond delle società leggermente rischiosi e il debito pubblico, che salì alle stelle [1]:
Ma un grande disordine finanziario c’era anche nel 2008-2009, di una ampiezza di fatto confrontabile con tale dato:
Nel secondo caso non durò altrettanto a lungo, ma questo potrebbe essere sia un effetto che una causa del fatto che non si ebbe una completa esperienza di una depressione.
Perché il disordine fu così ampio nonostante i salvataggi e i prestiti di emergenza? Ebbene, le banche in generale non arrivarono al collasso, ma il sistema bancario ombra rapidamente si prosciugò, con i repo e le altre alternative ai finanziamenti bancari che si restrinsero molto velocemente; scomparve ogni genere di liquidità, ad eccezione degli asset più sicuri, anche se le grandi imprese finanziarie rimasero in essere.
Ma se quello che stiamo osservando sono gli effetti delle restrizioni nelle condizioni del credito, si tenga a mente che la politica del credito solitamente esercita i suoi effetti più grandi attraverso il settore immobiliare – e gli investimenti immobiliari caddero di più del 60 per cento come quota del PIL:
Persino un collasso totale dei prestiti sugli alloggi non avrebbe potuto sottrarre più di un punto o due della domanda aggregata.
Dunque, in realtà, la ragione per la quale non avemmo una riedizione completa degli anni ’30 fu l’aver posto un limite alla crisi finanziaria? O fu qualcosa d’altro?
E c’è un’altra grande differenza tra il mondo nel 2008 e il mondo nel 1930: l’ampiezza delle funzioni statali. Non tante le deliberate misure di sostegno, per quanto abbiano contribuito, quanto gli stabilizzatori automatici: il deficit di bilancio degli Stati Uniti si ampliò molto di più nel 2007-2010 che non nel 1930-1033, anche se la crisi fu molto più leggera, semplicemente perché le tasse e la spesa pubblica erano molto più grandi come percentuale del PIL. E quel deficit di bilancio fu una buona cosa, sostenendo la domanda in un momento cruciale.
Ancora, Bernanke e colleghi ebbero ragione nell’intervenire energicamente. Ma, nel limitare il danno, direi che il contesto della finanza pubblica fu probabilmente più importante delle iniziative monetarie.
Inoltre, a partire dal 2010 le autorità pubbliche, dappertutto ma particolarmente in Europa, hanno fatto tutto quello che potevano per disfare i favorevoli effetti degli stabilizzatori automatici. E il risultato è che le prestazioni economiche dell’Europa sono a questo punto considerevolmente peggiori di quello che a quel punto [2] erano negli anni ’30.
[1] Il diagramma mostra l’evoluzione nel rapporto tra i rendimenti sulle obbligazioni delle società e quelle sul debito pubblico; quel rapporto crebbe molto a vantaggio dei rendimenti nel settore privato negli anni dal 1930 al 1933 (con una punta a metà del 1932) e si ridusse successivamente. Il diagramma successivo mostra una evoluzione analoga negli anni 2008-2009 e successivi. In entrambi i casi, ci si riferisce alle obbligazioni sul debito pubblico di lungo termine, o di durata decennale.
[2] Si intende, alla stessa distanza di anni dallo scoppio della crisi finanziaria.
ottobre 8, 2015
Oct 6 1:35 pm
I’ve described myself as a lukewarm opponent of the Trans-Pacific Partnership; although I don’t share the intense dislike of many progressives, I’ve seen it as an agreement not really so much about trade as about strengthening intellectual property monopolies and corporate clout in dispute settlement — both arguably bad things, not good, even from an efficiency standpoint. But the WH is telling me that the agreement just reached is significantly different from what we were hearing before, and the angry reaction of industry and Republicans seems to confirm that.
What I know so far: pharma is mad because the extension of property rights in biologics is much shorter than it wanted, tobacco is mad because it has been carved out of the dispute settlement deal, and Rs in general are mad because the labor protection stuff is stronger than expected. All of these are good things from my point of view. I’ll need to do much more homework once the details are clearer.
But it’s interesting that what we’re seeing so far is a harsh backlash from the right against these improvements. I find myself thinking of Grossman and Helpman’s work on the political economy of free trade agreements, in which they conclude, based on a highly stylized but nonetheless interesting model of special interest politics, that
An FTA is most likely to politically viable exactly when it would be socially harmful.
The TPP looks better than it did, which infuriates much of Congress.
TPP, versione seconda
Mi sono definito un oppositore tiepido all’accordo di Cooperazione del Trans-Pacifico; sebbene io non condivida la forte avversione di molti progressisti, l’ho considerato non tanto come un accordo sul commercio, quanto sul rafforzamento dei monopoli delle proprietà intellettuali e della potenza delle società nel regolamento dei contenziosi – entrambe probabilmente cose negative, tutt’altro che buone anche dal punto di vista dell’efficienza. Ma il sito della Casa Bianca mi informa che l’accordo appena raggiunto è significativamente diverso da quello di cui avevamo sentito parlare, e la reazione arrabbiata dell’industria e dei repubblicani sembra confermarlo.
Cosa so sino a questo punto: l’industria farmaceutica è fuori di sé perché i diritti di proprietà sui genere biologici è molto minore di quello che voleva, quella del tabacco è indignata perché è stata tagliata fuori dall’accordo sul regolamento dei contenziosi e più in generale i repubblicani sono furiosi perché gli aspetti della protezione del lavoro sono più forti di quello che ci si aspettava. Dal mio punto di vista tutte queste cose sono positive. Una volta che i dettagli saranno più chiari, dovrò lavoraci su molto di più.
Ma è interessante che stiamo sino a questo punto assistendo ad un’aspra reazione negativa da parte della destra contro questi miglioramenti. Mi ritrovo a riflettere sul lavoro di Grossman e Helpman sulla politica economica degli accordi sul libero commercio, nel quale, basandosi su un modello assai sommario e nondimeno interessante degli interessi politici particolari, essi concludono che:
“Un accordo sul libero commercio è più probabile che sia politicamente fattibile esattamente quando è socialmente dannoso”.
Il TPP sembra migliore di accordi del genere, la qualcosa fa infuriare una buona parte del Congresso.
ottobre 6, 2015
Oct 6 9:35 am
But not in Germany.
If you want to feel despair about Europe’s prospects, first look at this recent presentation from Peter Praet, the chief economist of the ECB, then read this op-ed from the chief economist of the German finance ministry. Praet offers a portrait of a continent crippled by inadequate demand, with a strong deflationary downdraft; Ludger Schuknecht declares that we need to stop stimulus and reduce debt. In effect, he says that everyone should be like Germany, and run a huge trade surplus.
If there’s one thing we surely should have learned from the experience of the past seven years, it’s that adding up really matters. My spending is your income, your spending is my income, so if everyone slashes spending and tries to pay down debt at the same time, incomes fall and debt problems probably get worse. Europe’s debt to GDP ratio isn’t rising at this point because it’s spending more than it did during the good years; the overall structural deficit of the euro area is now very small, much lower than it was in 2005-2007, but low growth and inflation mean that GDP is going nowhere.
But German officials see this all as a tale of their virtue versus everyone else’s lack thereof. This means that nobody will change course aside from the ECB, which is in the process of finding out just how limited monetary policy really is when interest rates are already very low and fiscal policy is pulling in the wrong direction.
L’Europa che non impara niente
Se volete provare disperazione sulle prospettive dell’Europa, osservate dapprima questa recente presentazione di Peter Praet, capo economista della BCE, e poi questo articolo da parte del capo economista del Ministero delle Finanze tedesco [1]. Praet offre un ritratto di un continente paralizzato da una domanda insufficiente, con un forte movimento discendente deflazionistico; ; Ludger Schuknecht dichiara che dobbiamo bloccare le misure di sostegno e ridurre il debito. In sostanza, dice che tutti dovrebbero fare come la Germania e gestire un ampio surplus commerciale.
Se c’è una cosa che sicuramente dovremmo aver appreso dall’esperienza dei sette anni passati, è che fare le somme è realmente importante. La mia spesa è il tuo reddito, la tua spesa è il mio reddito, dunque se ognuno abbatte la spesa e cerca di restituire i suoi debiti contemporaneamente, i redditi calano e probabilmente i problemi del debito diventano peggiori. Il rapporto tra debito e PIL dell’Europa a questo punto non sta crescendo perché essa sta spendendo di più di quello che faceva negli anni buoni; il deficit strutturale complessivo dell’area euro è oggi molto piccolo, molto più basso di quanto fosse negli anni 2005-2007, ma la crescita e l’inflazione basse hanno come conseguenza che il PIL non si muove.
Ma i dirigenti tedeschi considerano tutto questo come un racconto sulla loro virtù, a confronto con la mancanza di virtù di tutti gli altri. Questo comporta che nessuno cambierà indirizzo, a parte la BCE, che è al punto di scoprire quanto sia davvero limitata la politica monetaria quando i tassi di interesse sono già molto bassi e la politica della spesa pubblica spinge nella direzione sbagliata.
[1] Entrambe le connessioni nel testo in inglese.
ottobre 6, 2015
Oct 3 2:06 pm
Peter Gourevitch has a followup on politics and economics that leaves me, if anything, more puzzled about what’s going on.
He notes that
The fundamental point is that the Federal Reserve is not a seminar. It is not only about being “serious” or “smart” or “finding the right theory” or getting the data right. It is about a political game of balancing between multiple forces of pressure: the people inside the Fed Committee; Congress and the president, who make appointments and set budget and powers; political parties aggregating various ideas and interests to capture political office; interest groups who lobby hard one way or another; the media which helps or hurts one side or another, markets which respond with their various forms of power, foreign governments and countries.
But how does that differ from what I’ve been saying? If you read the column that I think motivated his original piece, it was all about trying to understand the political economy of a debate in which the straight economics seems to give a clear answer, but the Fed doesn’t want to accept that answer. I asked who has an interest in tighter money, and has ways to influence monetary policy; my answer is that bankers have the motive and the means.
And when he says that “his ideas about this broader context enter his columns perhaps once every six months,” I guess I have to conclude that he isn’t reading the columns very carefully. I talk all the time about interests and political pressures; the “device of the Very Serious People” isn’t about stupidity, it’s about how political and social pressures induce conformity within the elite on certain economic views, even in the face of contrary evidence.
Am I facing another version of the caricature of the dumb economist who knows nothing beyond his models? Or is all this basically a complaint that I haven’t cited enough political science literature?
I remain quite puzzled.
Disorientato da Peter Gourevitch
Peter Gourevicth ha un seguito sulla politica e l’economia [1] che mi lascia, se possibile, ancora più perplesso su cosa sta accadendo.
Egli osserva che:
“La questione fondamentale è che la Federal Reserve non è un seminario. Non si tratta soltanto di essere “seri” o “intelligenti” o di trovare le teoria giusta o di intendere i dati correttamente. Si tratta di un gioco politico di bilanciamento tra molteplici forze di pressione: gli individui all’interno del Comitato della Fed; il Congresso e il Presidente, che stabiliscono gli appuntamenti e fissano il bilancio ed i poteri; i partiti politici che aggregano svariate idee e interessi per conquistare incarichi politici; i gruppi di interesse che in un modo o nell’altro con durezza perseguono i loro interessi lobbistici; i media che aiutano oppure danno contro ad uno schieramento o all’altro, i mercati che rispondono con le loro varie forme di potere, i Governi ed i paesi stranieri”.
Ma in cosa questo differisce da quello che stavo sostenendo? Se leggete l’articolo che penso abbia motivato il suo pezzo originario, esso riguardava per intero il cercar di comprendere la politica economica di un dibattito nel quale le normali teorie economiche sembrano dare una risposta chiara, ma la Fed non vuole accettare quella risposta. Io mi sono domandato chi ha un interesse ad una politica monetaria più restrittiva, ed ha i modi per influenzare la politica monetaria; la mia risposta è che i banchieri hanno i motivi ed i mezzi per farlo.
E quando egli dice che “le sue idee sui contesti più generali entrano nei suoi articoli forse una volta ogni sei mesi”, mi chiedo se devo concludere che egli non legga gli articoli in modo molto scrupoloso. Io parlo in continuazione degli interessi e delle pressioni politiche: l’ “espediente delle Persone Molto Serie” non riguarda scemenze, riguarda il modo in cui le spinte politiche e sociali inducano le classi dirigenti all’allineamento su certi punti di vista economici, persino a fronte di prove contrarie.
Mi trovo dinanzi ad un’altra versione della caricatura dell’economista sciocco che non conosce niente oltre ai suoi modelli? Oppure tutta questa è fondamentalmente una lamentela perché non ho fatto sufficienti citazioni di letteratura di scienza politica?
Resto abbastanza disorientato.
[1] L’articolo è sul Washington Post del 2 ottobre.
ottobre 6, 2015
Oct 3 9:59 am
Steven Pearlstein has a very nice profile of Olivier Blanchard, a world-class macroeconomist who went on to become an even more towering figure as chief economist at the IMF. (Full disclosure: Olivier and I were in grad school together — we worked out the analytics of anticipated shocks on the lunchroom table together — then were colleagues at MIT for many years.) Under Olivier’s leadership the IMF research department became a huge source of important work that was both intellectually bracing and extremely relevant to policy. And I thought I might add a bit to the profile by talking briefly about one line of that work, the IMF’s ground-breaking empirical analysis of fiscal policy.
Back in early 2010 policymakers in Europe, and some politicians in the United States, went all in for the notion of “expansionary austerity”, the belief that slashing spending in a depressed economy would actually increase demand by inspiring confidence. This view was allegedly supported by statistical evidence, although it was fairly obvious that this evidence was weak, that the statistical procedures being used to identify episodes of austerity and stimulus didn’t actually work. But the world badly needed a careful examination of the facts.
The IMF delivered, showing that the measures of austerity used in expansionary austerity papers were indeed badly flawed; the Fund used actual changes in policy, and found that austerity has indeed been contractionary.
How contractionary? Initial estimates suggested a multiplier of around 0.5, and that’s what the Fund went with in much of its policy analysis, even though many of us warned from the beginning that the multiplier was probably much larger with interest rates at the zero lower bound. When the slumps in debtor countries proved much deeper than forecast, Blanchard and colleagues, enormously to their credit, revisited the issue and concluded that they had understated the adverse effects of fiscal contraction. This was a wonderful thing to see, especially in a world where almost nobody ever admits having been wrong about anything. And it came in time to have a useful effect on policy, if policymakers had listened, which they didn’t.
But doesn’t government spending crowd out investment, so that austerity may be bad in the short run but good in the long run? No, said the IMF in yet another crucial analysis, which said that fiscal policy appears to produce crowding in, not crowding out — an economy weakened by austerity will invest less, not more.
And there’s more, like the IMF’s use of interwar data to assess the chances for successful debt reduction via austerity. (Not good.)
I’m sure I’m missing stuff. But the point should be clear: the Blanchard era at the IMF was one of unprecedented data-driven analysis of policy problems, done with consummate skill.
L’impronta di Blanchard
Steven Pearlstein ha fornito un profilo molto bello di Olivier Blanchard, un economista di prim’ordine che ha proseguito sino al punto di diventare una personalità ancora più eminente come capo economista al FMI (rivelazione di prima mano: Olivier e il sottoscritto eravamo assieme al corso di laurea specialistico – lavoravamo assieme alla analitica degli shock attesi sul tavolo della mensa – poi fummo colleghi al MIT per molti anni). Sotto la guida di Olivier il dipartimento di ricerca del FMI è diventato una vasta fonte di importanti lavori, che sono stati sia stimolanti intellettualmente che estremamente significativi per la politica. Ho pensato che avrei potuto aggiungere qualcosa a quel profilo parlando brevemente su un aspetto di quel lavoro, l’analisi empirica pionieristica del FMI sulla politica della finanza pubblica.
Nel passato 2010 gli operatori pubblici di rilievo [1] in Europa, ed alcuni uomini politici negli Stati Uniti, si giocarono tutto con il concetto di “austerità espansiva”, la convinzione che abbattere la spesa pubblica in una economia depressa avrebbe effettivamente aumentato la domanda, ispirando fiducia. Si pretendeva che questo punto di vista fosse supportato da prove statistiche, sebbene fosse abbastanza evidente che queste prove erano fragili, che le procedure statistiche che vengono utilizzate per identificare episodi di austerità e politiche di sostegno effettivamente non avevano funzionato. Eppure il mondo aveva bisogno di un esame scrupoloso dei fatti.
Il FMI internazionale lo portò a termine, mostrando che le misure di austerità utilizzate negli studi sulla austerità espansiva erano in effetti seriamente difettose; il Fondo utilizzò i mutamenti effettivi nelle politiche, e scoprì che in effetti l’austerità aveva prodotto contrazione.
Quanta ne aveva prodotta? Le stime iniziali suggerivano un moltiplicatore di circa 0,5, ed è con quello che il Fondo procedette nella sua analisi politica, anche se molti di noi mettevano in guardia che, con i tassi di interesse allo zero, il moltiplicatore fosse probabilmente molto più ampio. Quando le recessioni nei paesi debitori si mostrarono molto più profonde del previsto, Blanchard ed i suoi colleghi, a loro straordinario credito, rivisitarono la tematica e conclusero che avevano sottostimato gli effetti negativi della contrazione della spesa pubblica. Questo fu un episodio magnifico, in particolare in un mondo nel quale quasi nessuno ammette mai di aver avuto torto su nulla. Ed avvenne in tempo per avere effetti utili sulla politica, se gli operatori pubblici avessero inteso, la qual cosa non fecero.
Ma se la spesa pubblica non ‘spiazza’ l’investimento, allora l’austerità può essere negativa nel breve periodo ma positiva in quello lungo? No, disse il FMI in un’altra cruciale analisi, con la quale affermò che la politica della finanza pubblica pare produca un effetto di accumulo, non di esclusione – un’economia indebolita dall’austerità, investirà di meno, non di più.
E c’è di più, come l’uso da parte del FMI dei dati nei periodi tra le due guerre per stimare le possibilità di un successo nella riduzione del debito attraverso l’austerità (risultata negativa).
Di certo sto dimenticando qualcosa. Ma il punto dovrebbe essere chiaro: l’epoca di Blanchard al FMI è stata quella di una analisi senza precedenti, guidata dai dati, dei problemi della azione politica, condotta con consumata competenza.
[1] I “policymakers” non sono gli “uomini politici”; alcuni (tutto sommato, pochi) di loro lo sono, molti altri non lo sono. Ma “policymakers” – ovvero coloro che fanno la politica delle cose reali, pensano e realizzano i programmi – sono anche, solo per fare un esempio, i dirigenti delle banche centrali. Per questo, ‘rilevanti operatori pubblici’ mi pare la soluzione più precisa. Si noti che Krugman, in questo caso, parla di “policymakers” in Europa e di “politicians” negli USA. Non è affatto casuale: i sostenitori della ‘austerità espansiva’ negli USA, a suo giudizio, furono più gli uomini politici del centro e della destra, che non gli ‘operatori pubblici’ del Governo e della politica monetaria.
ottobre 2, 2015
Oct 2 10:23 am
Jason Furman of the Council of Economic Advisers gave an illuminating talk on the sources of weak business investment, largely aimed at refuting the “Ma! He’s looking at me funny!” school, which attributes US economic weakness to the way the Obama administration has created uncertainty, or hurt businessmen’s feelings, or something. As Furman shows, it’s a global slowdown, very much consistent with the “accelerator” model in which the level of investment demand depends on the rate of growth of overall demand.
It seems worth pointing out, or actually reiterating, several implications of this analysis that go beyond Obama-bashing and its discontents.
First, if weak demand leads to lower investment, which it does, and if fiscal austerity is contractionary, which it is, then in a depressed economy deficit spending doesn’t crowd investment out — it crowds investment in. Or to be more explicit, austerity policies don’t release resources for private investment — they lead to lower private investment, and reduce future capacity in addition to causing present pain. Conversely, stimulus in times of depression supports, not hinders, long-run growth.
Second, secular stagnation — persistent difficulties in achieving full employment — is a real concern if potential growth is slowing due to a combination of demography and weak technological progress, which seems to be happening. Lower growth means lower investment demand, so getting the private sector to spend enough gets harder.
Finally, an extreme case of this arises in China, where the exhaustion of the reserve of underemployed peasants plus, perhaps, a slowdown in the rate of technological catchup means that the very high investment rates of the past can’t be sustained. Look out below.
L’acceleratore degli investimenti e i guai del mondo
Jason Furman del Comitato dei Consiglieri Economici ha tenuto un discorso illuminante sulle radici dei deboli investimenti delle imprese, in buona parte rivolto a confutare la scuola del “Mamma, mi guarda male!” [1], ovvero le teorie che attribuiscono la debolezza dell’economia statunitense al modo in cui l’Amministrazione Obama avrebbe creato incertezza, o ferito i sentimenti degli impresari, o cose del genere. Come Furman dimostra, si tratta di un rallentamento globale, molto coerente con il modello dell’ “acceleratore”, nel quale il livello della domanda di investimenti dipende dal tasso di crescita della domanda in generale.
Sembra utile sottolineare, o effettivamente reiterare, alcune implicazioni di questa analisi che vanno oltre le presunte stroncature di Obama e il relativo presunto malcontento.
Anzitutto: se la debole domanda porta ad investimenti più bassi, come fa, e se la austerità della finanza pubblica ha effetti di contrazione, come ha, allora la spesa pubblica in deficit in una economia depressa non spiazza gli investimenti (privati) – semmai li richiama. O, per essere più espliciti, le politiche di austerità non liberano risorse per gli investimenti privati – conducono ad investimenti privati più bassi e riducono la capacità produttiva futura oltre a provocare la sofferenza presente. Di converso, le misure di sostegno in tempi di depressione aiutano, non ostacolano, la crescita di lungo periodo.
In secondo luogo, la stagnazione secolare – le persistenti difficoltà ad ottenere la piena occupazione – è una preoccupazione reale se la crescita potenziale rallenta a seguito della demografia e di un debole progresso tecnologico, il che è quanto sembra stia accadendo. Una crescita più bassa comporta una domanda di investimenti più bassa, cosicché ottenere che il settore privato spenda a sufficienza diventa più difficile.
Infine, una caso limite di tutto questo si presenta in Cina, dove l’esaurimento della riserva di contadini sottooccupati in aggiunta, forse, ad un rallentamento del ritmo nella acquisizione delle tecnologie più avanzate, comporta che i tassi di investimento molto elevati del passato non possono essere sostenuti. Attenti al seguito.
[1] É l’espressione da mesi coniata da Krugman per indicare gli attacchi della destra e di settori dell’imprenditoria, specialmente finanziaria, ad Obama per alcune sue critiche ai comportamenti, soprattutto precedenti alla crisi, di vari soggetti privati. Una sorta di atteggiamento offeso, di lamentela, infantile proprio come un fanciullo ricorre alla mamma per essere difeso dagli sguardi malevoli altrui.
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