Oct 2 10:08 am
I’ve been arguing that a major source of the urge to hike interest rates despite low inflation is the self-interest of bankers, whose profits suffer in a low-rate environment. Right on cue, the BIS has a new paper documenting that relationship. The key argument:
The “retail deposits endowment effect” derives from the fact that bank deposits are typically priced as a markdown on market rates, typically reflecting some form of oligopolistic power and transaction services. If the markdown becomes smaller as interest rates decline, then monetary policy tightening will increase net interest income. The endowment effect was a big source of profits at high inflation rates and when competition within the banking sector and between banks and non-banks was very limited, such as in many countries in the late 1970s. It has again become quite prominent, but operating in reverse, post-crisis, as interest rates have become extraordinarily low: as the deposit rate cannot fall below zero, at least to any significant extent, the markdown is compressed when the policy rate is reduced to very low levels.
This is pretty much what I said in the linked piece. The chart shows the paper’s estimate of the effect of higher short-term rates on bank profits (the partial derivative); it’s strongly positive at low rates.
So it really is in bankers’ interest to demand monetary tightening, even when it’s inappropriate given the state of the economy.
Perchè i banchieri vogliono il rialzo del tasso
Stavo sostenendo che una importante ragione dell’urgenza di alzare i tassi di interesse nonostante la bassa inflazione è l’interesse stesso dei banchieri, i cui profitti soffrono in un contesto di basso tasso. Nemmeno a farlo apposta, la Banca dei Regolamenti Internazionali ha un nuovo studio che documenta quella relazione. L’argomento principale:
“L’ ‘effetto di dotazione dei depositi al dettaglio’ deriva dal fatto che i depositi bancari sono tipicamente prezzati al ribasso rispetto ai tassi di mercato, riflettendo in modo caratteristico una qualche forma di potere oligopolistico ed i servizi di transazione. Se la riduzione diventa minore nel mentre i tassi di interesse declinano, allora la restrizione della politica monetaria aumenterà il reddito dell’interesse netto. L’effetto di dotazione è stato una grande fonte di profitti ad alti tassi di inflazione e quando la competizione all’interno del settore bancario e tra le banche e le non-banche era molto limitata, come in molti paesi negli ultimi anni ’70. Nel periodo successivo alla crisi esso è diventato nuovamente del tutto notevole, ma operando nel senso opposto, quando i tassi di interesse sono diventati straordinariamente bassi: mentre il tasso sui depositi non può scendere al di sotto dello zero, almeno non in misura significativa, la riduzione è compressa quando il tasso di riferimento è ridotto a livelli molto bassi.”
Questo è più o meno quello che avevo scritto nel mio articolo [1]. Il diagramma mostra la stima dello studio dell’effetto dei più alti tassi a breve termine sui profitti delle banche (la derivata parziale); a tassi bassi esso è fortemente positivo.
Dunque, chiedere una restrizione monetaria è realmente nell’interesse dei banchieri, anche quando, dato lo stato dell’economia, esso è inappropriato.
[1] Vedi il post del 19 settembre scorso (“Rabbia sui tassi”).
ottobre 1, 2015
Oct 1 1:52 pm
Matt O’Brien recalls Michael Kinsley’s pronouncement, five years ago, that inflation was coming, and his doubling down two years later. Kinsley, it turns out, remains unrepentant and very annoyed at the people who said that he didn’t know what he was talking about.
It’s really quite sad. Kinsley is a very smart guy, who also happens to have given me my big break into journalism by hiring me to write for Slate. But now he’s a prisoner of derp.
I’ve seen this a number of times, mainly in economics, although it happens in other fields (especially climate science) too. Somebody with a reputation for cleverness looks at, say, macroeconomics, and imagines himself smart enough to weigh in — not realizing that there is a technical discipline here, and that he, well, has no idea what he’s talking about.
And he chooses the wrong side, for whatever reason. I think Kinsley was, more than anything else, motivated by that TNR/Slate “counterintuitive” thing — hey, Bernanke and Krugman act like experts, but I’ll show my cleverness by taking the opposite position. For someone like Cliff Asness, it was more likely affinity fraud: the inflationistas sounded like his sort of people, and he didn’t realize that they were peddling derp.
So what do you do when it becomes clear that you did, indeed, pick the wrong side? You could pull a Kocherlakota — admit that you were wrong, and revise your world view. But that’s very rare. The great majority of people who find themselves having made an indefensible argument respond as Kinsley has, by doubling down trying to defend the indefensible — and by getting angrier and angrier at the people who warned them that they were getting it wrong.
Sad.
Prigionieri del “Derp” [1]
Matt O’Brien rammenta il pronunciamento di cinque anni fa di Michael Kinsley, secondo il quale l’inflazione era in arrivo e sarebbe raddoppiata entro due anni. Si viene a sapere che Kinsley è irriducibile e molto infastidito dalle persone che hanno sostenuto che non sapeva di cosa stava parlando.
É davvero assai triste. Kinsley è un individuo molto intelligente, che per combinazione mi diede anche l’occasione di entrare nel giornalismo assumendomi per scrivere su Slate. Ma adesso è prigioniero del “derp”.
L’ho visto accadere un certo numero di volte, principalmente in economia, sebbene avvenga anche in altri campi (in particolare sulla scienza del clima). Qualcuno con una certa reputazione di intelligenza si rivolge, ad esempio, alla macroeconomia, e si immagina di essere abbastanza sveglio da dire la sua – non comprendendo che in questo caso esiste una disciplina tecnica e che, diciamolo, non ha alcuna idea di quello di cui sta parlando.
E, per una ragione qualsiasi, sceglie la parte sbagliata. Io penso che Kinsley fosse, più che altro, motivato dalla caratteristica di TNR/Slate ad andare in “controtendenza” – vedete, Bernanke e Krugman si atteggiano ad esperti, ma io mostrerò la mia intelligenza prendendo la posizione opposta. Per individui del genere di Cliff Asness [2], si è trattato più probabilmente della cosiddetta ‘frode di affinità’ [3] : i fissati dell’inflazione gli sembravano gente del suo genere, e non comprendeva che stavano mettendo in circolazione del “derp”.
Cosa fare, dunque, quando diventa chiaro che, in effetti, avete scelto la parte sbagliata? Dovreste tirar fuori una attitudine come quella di Kocherlakota [4] – ammettere che avete avuto torto e rivedere la vostra concezione del mondo. Ma è molto raro. La maggior parte delle persone che si ritrovano ad aver avanzato un argomento indifendibile rispondono come ha fatto Kinsley, reiterano la posizione e cercano di difendere l’indifendibile – e diventano sempre più irritate con coloro che li avevano messi in guardia dall’errore che stavano facendo.
Triste.
[1] “Derp” è uno dei curiosi personaggi dei fumetti di South Park, che fece la sua comparsa con una immagine nella quale si batteva un martello in testa, quasi ad ammettere una condizione di confusione mentale. Il termine è diventato sinonimo di tante cose, ad esempio si dice “derp” per rispondere ad una affermazione sciocca o ovvia. Il sostantivo corrispondente potrebbe essere “ottusità”. Per Krugman, da mesi, “derp” sta a significare la abitudine – in particolare in economia – a sbagliare tutte le previsioni ma a procedere come se niente fosse.
Questa volta ci pare giustificata l’eccezione, e dunque lo lasciamo in lingua madre.
[2] Un analista finanziario, cofondatore di AQR Capital Management.
[3] Ovvero, un reato espressamente previsto dalle leggi statunitensi, che consiste nel truffare altre persone sfruttando una condizione di ‘affinità’ con le stesse (perché si fa parte di uno stesso ambiente, si dichiarano i medesimi obbiettivi o ideali, si finge di perseguire gli stessi risultati sociali etc.). Se posso dir così, una sorta di plagio multiplo. É stato uno dei capi di accusa nei confronti di Bernie Madoff, vicenda che ha fatto scalpore sia per la notorietà di vari personaggi truffati, sia per l’esito di una condanna più che secolare al truffatore.
[4] Narayana Kocherlakota è un dirigente della Fed. Si veda su di lui il post qua tradotto del 14 gennaio 2014.
settembre 30, 2015
Sep 30 9:24 am
“I think the left wants slow growth because that means people are more dependent upon government,” Bush told Fox Business’ Maria Bartiromo.
Remember, this is the establishment candidate for the GOP nomination — and he thinks he’s living in Atlas Shrugged.
Jeb diventa Galt
Questa è formidabile:
“Io penso che la sinistra voglia una crescita lenta perché essa comporta che la gente è più dipendente dal Governo”, ha detto Bush a Maria Bartiromo di Fox Business.
Si ricordi che questo è il candidato alla nomination repubblicana del gruppo dirigente del Partito Repubblicano – e penso di star vivendo in Atlas Shrugged. [1]
[1] É il titolo del famigerato libro di Ayn Rand che è oggetto di culto della destra americana (si può tradurre “Atlante scrollò le spalle”). E uno dei protagonisti di quel racconto è il Galt che compare nel titolo del post; un imprenditore antiburocratico/antitotalitario che ingaggia un vera e propria lotta di resistenza contro le forze del male che sono ostili agli istinti animali del capitalismo americano.
In sintesi, la storia è la seguente: John Galt è il figlio di un meccanico americano che lavora in un garage dell’Ohio; studia con profitto e ottiene due lauree (fisica e filosofia), dopodiché inventa un nuovo motore rivoluzionario nella società nella quale ha trovato lavoro come ingegnere. Ma i proprietari di quella società decidono di dirigere la stessa sulla base del criterio socialista “Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”. Galt si rifiuta di aderire a questa impostazione socialista/burocratica/totalitaria e va a lavorare altrove, nel mentre cerca di organizzare la resistenza ed uno sciopero di tutte le personalità “creative” del mondo, inclusi inventori, artisti ed impresari. In mezzo si colloca una relazione sentimentale con una erede delle prima società. Galt viene arrestato per le sue idee e per il suo progetto di ribellione, ma alla fine viene salvato dagli scioperanti e dalla signorina medesima. Galt torna alla sua base, una località segreta nelle montagne del Colorado, da dove prepara la ricostruzione del mondo, che intanto procede verso il collasso per via dell’incompetente ideologia socialistoide dominante.
Scegliamo, dalla iconografia galtiana, questa immagine non priva di interesse sull’eclettismo assai bizzarro del racconto (il disperato ‘Atlante’, i grattacieli, un mondo nuovo che sorge etc. etc.). Si consideri che l’autrice, Ayn Rand, americana di origini russe, nacque nel 1905 a San Pietroburgo, mentre il libro è del 1957:
settembre 30, 2015
Sep 30 9:04 am
Trying to drag myself back to the real world — although my head still feels stuffed full of cotton. But I did want to weigh in on a Wonkblog piece from a couple of days ago about the possible virtues of tontines — retirement schemes in which the payouts go only to surviving members of a group. The article does reference a Simpsons episode; but surely we can’t tackle this subject without mentioning the movie The Wrong Box, with a plot that hinges on two brothers who are the sole survivors of a tontine. Here’s how the rest of the group went:
Una spiegazione dei “tontini” [1]
Sto cercando di rientrare nel mondo reale – sebbene il capo mi sembri ancora come riempito di cotone. Ma da un paio di giorni volevo intervenire su un articolo di Wonkblog sulle possibili virtù dei ‘tontini’ – che sono schemi pensionistici nei quali le restituzioni vanno soltanto ai componenti del gruppo che sopravvivono. L’articolo fa menzione di un episodio dei Simpson; ma di certo non possiamo trattare questo tema senza ricordare il film “La scatola sbagliata”, un complotto che si incentra su due fratelli che sono gli unici sopravvissuti di un ‘tontino’. Ecco come andò per il resto del gruppo:
[1] Divertente scoprire (lo spiega l’articolo in connessione del blog del Washington Post, Wonkblog) che non ci si deve dar pena di trovare un equivalente in lingua italiana di “tontines”, perché il termine è italianissimo e deriva dal signor Lorenzo de Tonti, che nel XVII secolo propose – in qualità di esperto di finanze – un “tontino” a Luigi XIV. Il de Tonti finì alla Bastiglia, ma la sua idea ebbe grandi sviluppi cento anni fa in America, dove venne usata come un meccanismo per garantire ed accrescere i benefici previdenziali. In pratica, se ho ben capito, il trucco consiste nel mettere in comune i propri risparmi pensionistici con varie altre persone, e nel trarre vantaggio – coloro che sopravvivevano – dalla prima o poi inevitabile morte di quote di coloro che partecipavano all’impresa; la scomparsa dei deceduti potenziava il risparmio dei sopravvissuti. É rilevante che, agli inizi del Novecento, il mercato dei “tontini” rappresentasse i due terzi del mercato assicurativo (nove milioni di polizze, su una nazione allora di 18 milioni di famiglie). Successivamente, i ‘tontini’ finirono fuori legge, a seguito di una serie di scandali. Rimase la fama sgradevole di un meccanismo finanziario, in fondo, basato sul decesso di una parte dei partecipanti.
Ma adesso un certo numero di economisti e di legali si sta chiedendo se non sia il caso di tornare ai ‘tontini’. In effetti, i ‘tontini’ andarono in crisi, oltre che per gli scandali, per il maturare di un sistema pensionistico più moderno, incardinato sulle imprese nelle quali si era trascorsa la propria attività lavorativa. Quel sistema, negli USA, mostra segni di difficoltà, e gli americani hanno mantenuto una certa passione per la ‘scommessa’.
In questo caso, però, la scommessa si basa sul principio “mors tua, vita mea”, e quel principio – come mostrato dalla foto tratta dal film – può essere sottoposto a meccanismi di ‘accelerazione’!
settembre 30, 2015
Sep 30 9:16 am
Does anyone remember the heyday of the inflationistas, when they were berating Ben Bernanke for debasing the dollar? One of their key arguments was that commodity prices were rising, and that this was a harbinger of soaring overall inflation.
So now, the same people are worried about deflation, and urging Janet Yellen to keep her pedal to the metal. Right? Right?
Funny how that doesn’t happen.
Le materie prime e gli stravaganti
Si ricorda qualcuno del momento di pieno fulgore dei patiti dell’inflazione, quando se la prendevano con Ben Bernanke con l’accusa di svalutare il dollaro? Uno dei loro argomenti chiave era che i prezzi delle materie prime stavano salendo, e che questo era un preludio di una inflazione complessiva che sarebbe salita alle stelle.
Dunque adesso, le stesse persone sono preoccupate della deflazione, e spingono Janet Yellen a spingere sull’acceleratore a tavoletta. Non è così? Non è così?
É buffo quanto non sia accaduto. [1]
[1] Come si vede, la linea verde, relativa ai prezzi energetici, indica un crollo dei prezzi che nell’ultimo anno ha guidato (linea nera) l’andamento generale; mentre gli altri prezzi non energetici hanno un calo assai più modesto.
La polemica alla quale Krugman si riferisce riguardò anche il fatto che si usasse la stima della “headline inflation” – ovvero dell’inflazione complessiva di tutti i prezzi – per stimare le tendenze inflattive, ovvero che si usasse la stima della “core inflation”, che esclude dal computo le materie prime che hanno andamenti dei prezzi assai volatili. Krugman e la Fed sostenevano questo secondo criterio, il che consentiva loro di giudicare che l’inflazione non era affatto in forte crescita, trattandosi di fenomeni provvisori destinati a rientrare. Su questo aspetto, egli ebbe una polemica assai aspra con Lorenzo Bini Smaghi, allora membro del comitato direttivo della Banca Centrale Europea. Dove fosse la ragione è evidente.
settembre 29, 2015
Sep 29 10:21 am
Well, predictions of full recovery were premature — that is, of my recovery from the nasty cold of the past few days. Hence no posting: microbe economics overwhelmed macroeconomics.
But I do want to weigh in for a minute on Donald Trump’s tax plan — which would, surprise, lavish huge cuts on the wealthy while blowing up the deficit. That’s in contrast to Jeb Bush’s plan, which would lavish huge cuts on the wealthy while blowing up the deficit, and Marco Rubio’s plan, which would lavish huge cuts on the wealthy while blowing up the deficit.
At this point there are no Republican candidates deviating at all from the usual pattern. Why, it’s almost as if nobody in the party ever cared about deficits except as an excuse to slash social spending, and is totally committed to redistributing income upward.
And there is, of course, no evidence — zero, nada, zilch — that cutting taxes on the rich will yield large economic benefits.
What we’re seeing here is a party completely incapable of reforming …
E poi non ci rimase nessuno
Ebbene, le previsioni di una completa ripresa erano premature – voglio dire, della mia ripresa dal brutto raffreddore dei giorni passati. Da ciò il blocco nella pubblicazione di posts: l’economia dei microbi ha sconfitto la macroeconomia.
Voglio però intervenire per un minuto sul programma fiscale di Donald Trump – secondo il quale si elargirebbero ampi sgravi fiscali ai ricchi, tali da ingigantire il deficit. Questo in contrasto con il programma di Jeb Bush, secondo il quale si elargirebbero ampi sgravi fiscali ai ricchi in modo da ingigantire i deficit, e con il programma di Marco Rubio, secondo il quale si elargirebbero ampi sgravi fiscali ai ricchi in modo da ingigantire i deficit.
A questo punto non ci sono candidati repubblicani che si spostano d’un millimetro dallo schema consueto. Perché è quasi come se nessuno nel partito si fosse mai preoccupato dei deficit se non per abbattere la spesa sociale, come se tutti fossero interamente impegnati alla redistribuzione dei redditi verso l’alto.
E naturalmente non c’è alcuna prova – zero, nada, niente di niente – che tagliare le tasse ai ricchi genererà ampi benefici economici.
Siamo dinanzi ad un partito completamente incapace di correggersi ….
settembre 26, 2015
Sep 26 10:32 am
Sorry about lack of music. I was traveling while suffering from a cold, and the combination of congestion and pressure changes was really, really unpleasant. OK now, I think.
I’m at EconEd; here are my slides for later today. The theme of my talk is something I’ve emphasized a lot over the past few years: basic macroeconomics has actually worked remarkably well in the post-crisis world, with those of us who took our Hicks seriously calling the big stuff — the effects of monetary and fiscal policy — right, and those who went with their gut getting it all wrong. (Matt O’Brien has been reminding us of Michael Kinsley’s insistence that inflation was coming — and his refusal to conclude from the experience that people like me might, you know, actually know something.)
One thing I do try is to concede that one piece of the conventional story hasn’t worked that well, namely the Phillips curve, where the “clockwise spirals” of previous protracted large output gaps haven’t materialized. Maybe it’s about what happens at very low inflation rates.
What’s notable about the Fed’s urge to raise rates, however, is that Fed officials, including Janet Yellen, are acting as if they have high confidence in their models of inflation dynamics –which is the one thing we really haven’t done well at recently. I really fear that we’re looking at incestuous amplification here.
Teoria economica: cos’è andato bene
Spiacente per aver mancato il mio appuntamento musicale [1]. Ero in viaggio con un raffreddore, e la combinazione della congestione e degli sbalzi di pressione è stata proprio spiacevole. Ora va bene, penso.
Sono a EconEd [2], e in questa connessione i miei slides per dopodomani. Il tema della mia conferenza è qualcosa su cui ho molto posto l’accento negli anni passati: la macroeconomia di base ha funzionato davvero egregiamente negli anni successivi alla crisi, con quelli tra noi che avevano preso sul serio gli insegnamenti di Hicks che si sono pronunciati in modo giusto sulle cose importanti – gli effetti della politica monetaria e della finanza pubblica – e quelli che avevano seguito i propri istinti che hanno sbagliato tutto (Matt O’Brien ci ricorda l’insistenza di Michael Kinsley sull’inflazione alle porte – e il suo rifiuto di concludere, da quella esperienza, che le persone come me potevano, guarda un po’, davvero aver dato prova di intendersene un tantino).
Una cosa che provo ad ammettere è che un pezzo della spiegazione convenzionale non ha funzionato bene, precisamente la curva di Phillips, laddove le “spirali che si muovono in senso orario” dei precedenti prolungati ampi differenziali della produzione non si sono manifestate. Forse è quello che accade quando i tassi di inflazione sono molto bassi.
Quello che è notevole, tuttavia, sulla urgenza della Fed di elevare i tassi, è che i dirigenti della Fed, inclusa Janet Yellen, stanno agendo come se avessero una grande fiducia nei loro modelli sulla dinamica dell’inflazione – che è l’unica cosa che in realtà non ci ha prodotto buoni risultati di recente. Ho davvero il timore che siamo in presenza di una eccessiva confidenza degli addetti ai lavori (sui loro modelli) [3].
[1] Per ragioni evidenti non traduco il post settimanale del venerdì di Krugman, appassionato anche di un genere di musica americana. Ma confermo che da anni è un appuntamento fisso.
[2] É una conferenza annuale che si tiene a San Antonio, Texas. In particolare ha per oggetto l’economia e il suo insegnamento.
[3] Letteralmente sarebbe “amplificazione incestuosa”. Non so se l’inequivocabile termine ‘incestuoso’ abbia spesso tale significato un po’ paradossalmente generale in lingua inglese. Altre volte ho notato che tale uso – diciamo, la tendenza a sopravvalutare le proprie ragioni, quando esse derivano da valutazioni interessate, ovvero ‘familiari’ – pare essere stata un’invenzione di ambienti militari statunitensi, che usarono il termine “amplificazioni incestuose” per descrivere la tendenza dei quartieri generali americani a prevedere azioni di successo in Iraq, anche quando la realtà era tutt’altro che favorevole.
settembre 23, 2015
September 23, 2015 10:29 am
China is clearly in economic trouble. But how worried should we be about spillovers from China’s woes to the rest of the world economy? I have in general been telling people “not very”, although it’s a bigger issue for Japan and Korea. But Citi’s Willem Buiter suggests that it could be a quite big deal, leading to a global recession. And Willem is a very smart guy; read his “Alice in Euroland“, from 1998 (!), warning of the dangers of EMU’s “lender of last resort vacuum.” So could he be right?
Let me start with the case for not worrying too much, which comes down to the fact that China’s economy, while big, is still a small fraction of the global economy — about 15 percent at market exchange rates, which both Buiter and I consider the relevant number.
Now, we have a very old but still useful way to think about the simple economics of interdependence: the foreign trade multiplier. Imagine a world of two countries, A and B, in which A has a recession. This will cause A’s imports from B to fall, with a contractionary effect on B. B’s contraction leads to a fall in imports from A, leading to a further slump in A’s economy, leading to still lower imports from B, and so on.
This may sound like an explosive process, but given realistic numbers it’s actually convergent, and in fact the later-round effects should be trivial. Chinese imports from the rest of the world are less than 3 percent of the ROW’s GDP. Suppose China experiences a 5 percent slump in its own GDP; given an income elasticity of 2, which is reasonable, this would mean a 10 percent fall in imports — but that’s a shock to the rest of the world of just 0.3 percent of GDP. Not nothing, but not that big a deal.
My sense, however, from episodes like the 1997-98 Asian crisis, is that we often see a lot more contagion of economic crisis than this kind of model can explain. So what else might go on?
One possibility is to focus on prices as well as volumes: it’s possible that a Chinese slump could, via its impact on commodity prices, do a lot more harm to some other emerging markets than the above analysis suggests. I’m still working on this, although so far I don’t seem to be finding much there.
Another possibility is an international version of the financial accelerator. As Buiter points out, many emerging markets seem to be vulnerable thanks to private-sector foreign currency debt (which was so deadly in 1997-98). So you can imagine that a China-driven slump in exports leads to currency depreciation, which leads to financial troubles, which leads to much sharper declines in GDP than a direct export multiplier would have suggested.
Maybe, also, we could see some version of the financial contagion so obvious in the 1990s. Troubles in Brazil might make investors leery of other emerging markets, driving up interest spreads and forcing fiscal austerity that worsens the downturn. Or for matter, to the extent that the same hedge funds have been buying assets in a number of emerging nations, losses in one place could force them to liquidate assets elsewhere, causing a sort of global debt deflation. That was a popular story in the 1990s, and might apply again.
Overall, I’m not convinced of the Buiter thesis; China still seems to me not big enough to bring down the rest of the world. But I’m not rock-solid in that conviction, largely because we’ve seen so much contagion in the past. Stay tuned.
Ripercussioni dalla Cina
La Cina è chiaramente in una difficoltà economica. Ma quanto dovremmo essere preoccupati sulle ripercussioni dei guai economici cinesi nel resto del mondo? In generale l’opinione che ho espresso in giro è stata: “non molto”, sebbene per il Giappone e la Corea sia un problema più grande. Ma Willem Buiter di Citi suggerisce che sarebbe una affare piuttosto serio, che porterà ad una recessione globale. E Willem è una persona molto acuta; leggete il suo “Alice in Eurolandia”, che nel 1998 (!) sosteneva i pericoli della “mancanza di un prestatore di ultima istanza” nell’Unione Monetaria Europea. Potrebbe dunque aver ragione?
Fatemi prender le mosse dall’argomento per il quale non ci si dovrebbe preoccupare molto, che discende dal fatto che l’economia della Cina, per quanto grande, è ancora una piccola frazione dell’economia globale – circa il 15 per cento ai tassi di cambio di mercato, il dato che sia io che Buiter consideriamo pertinente.
Ora, abbiamo un modo antico ma ancora utile per ragionare della semplice economia dell’interdipendenza: il moltiplicatore del commercio con l’estero. Si immagini un mondo con due paesi, A e B, dei quali A è in recessione. Questo spingerà A a diminuire le importazioni da B, con un effetto di contrazione su B. La contrazione di B porterà ad una caduta delle importazioni da A, portando ad importazioni ancora più basse da B, e così via.
Potrebbe sembrare un processo esplosivo, ma dati i numeri realistici esso è effettivamente convergente, e di fatto gli effetti al giro successivo dovrebbero essere banali. Le importazioni cinesi dal resto del mondo sono meno del 3 per cento del PIL del resto del mondo [1]. Si supponga che la Cina conosca una recessione pari al 5 per cento del suo PIL; data una elasticità del reddito pari a 2, che è ragionevole, questo comporterebbe una caduta del 10 per cento nelle importazioni – ma quello sarebbe uno shock per il resto del mondo di solo lo 0,3 per cento del PIL. Non è pari a niente, ma non è neanche una grande faccenda.
La mia sensazione, tuttavia, a seguito di episodi come quello della crisi asiatica del 1997-98, è che spesso osserviamo un contagio molto maggiore da un crisi economica di quello che un modello di quel genere può spiegare. Dunque, cos’altro può accadere?
Una possibilità sarebbe di concentrarsi sui prezzi oltre che sui volumi: è possibile che una recessione cinese possa, attraverso il suo impatto sui prezzi delle materie prime, fare molto più danno ad altri mercati emergenti di quelli che la mia analisi precedente indica. Sto ancora lavorando su questo, sebbene sinora non sembra che stia trovando molto in quella direzione.
Un’altra possibilità è una versione internazionale dell’acceleratore finanziario. Come Buiter mostra, molti mercati emergenti sembrano essere vulnerabili grazie al debito in valuta estera del settore privato (che fu fatale nel 1997-98). Dunque si può supporre che una crisi provocata dalla Cina nelle esportazioni comporti guai finanziari, che porterebbero a declini molto più bruschi nei PIL di quello che un diretto moltiplicatore dell’export suggerirebbe.
Forse potremmo anche osservare qualche versione del contagio finanziario che fu così evidente negli anni ’90. Le difficoltà in Brasile potrebbero rendere gli investitori diffidenti degli altri mercati emergenti, spingendo in alto i differenziali degli interessi e costringendo ad una austerità delle finanze pubbliche che peggiorerà il declino. O altrimenti, nella misura in cui gli stessi hedge fund hanno acquistato asset in un certo numero di nazioni emergenti, le perdite in un luogo potrebbero costringerli a liquidare gli asset dappertutto, provocando una sorta di deflazione totale da debito. Questa, negli anni ’90, fu una spiegazione popolare, e potrebbe ripetersi.
In generale, io non sono convinto della tesi di Buiter; la Cina non mi sembra ancora grande abbastanza da portare al crollo il resto del mondo. Ma non sono irremovibile in questa convinzione, soprattutto perché abbiamo visto tanti episodi di contagio nel passato. Restate in collegamento.
[1] ROW è l’acronimo di “Rest of World”.
settembre 22, 2015
Sep 22 9:05 am
The current crop of Republican presidential candidates is accomplishing something I would have considered impossible: making George W. Bush look like a statesman. Say what you like about his actions after 9/11 — and I did not like, at all — at least he made a point of not feeding anti-Muslim hysteria. But that was then.
Reason probably doesn’t do much good in these circumstances. Still, to the extent that there are people who should know better declaring that Islam is fundamentally incompatible with democracy, or science, or good things in general, I’d like to recommend a book aIrecently read: S. Frederick Starr’s Lost Enlightenment: Central Asia’s Golden Age From the Arab Conquest to Tamerlane. It covers a place and a time of which I knew nothing: the medieval flourishing of learning — mathematics, astronomy, medicine, philosophy — in central Asian cities made rich by irrigated agriculture and trade.
As Starr describes their work, some of these scholars really did prefigure the Enlightenment, sounding remarkably like Arabic-speaking precursors of David Hume and Voltaire. And the general picture he paints is of an Islamic world far more diverse in its beliefs and thinking than anything you might imagine from current prejudices.
Now, that enlightenment was eventually shut down by economic decline and a turn toward fundamentalism. But such tendencies are hardly unique to Islam.
People are people. They can achieve great things, or do terrible things, under lots of religious umbrellas. (An Israeli once joked to me, “Judaism has rarely been a religion of oppression. Why? Lack of opportunity.”) It’s ignorant and ahistorical to claim unique virtue or unique sin for any one set of beliefs.
Le religioni sono quello che la gente le fa essere
L’attuale messe di candidati repubblicani alla presidenza sta realizzando qualcosa che avrei considerato impossibile: fanno apparire George W. Bush come un uomo di Stato. Dite quello che volete delle sue azioni dopo il 9 settembre – e a me non piacquero affatto – ma almeno disse di non voler alimentare l’isteria anti islamica. Ma questo accadeva allora.
In queste circostanze, probabilmente, la ragione non è granché utile. Eppure, nella misura in cui ci sono persone che dovrebbero saperne di più che dichiarano che l’Islam è fondamentalmente incompatibile con la democrazia, o con la scienza, o in generale con le cose positive, vorrei raccomandare un libro che ho letto di recente: “L’Illuminismo perduto: l’età dell’oro dell’Asia Centrale, dalla conquista araba a Tamerlano”, di S. Frederick Starr. Esso racconta di un’epoca e di luoghi dei quali non sapevo niente: il rigoglio medioevale delle conoscenze – matematica, astronomia, medicina, filosofia – nelle città dell’Asia Centrale rese ricche dall’agricoltura dell’irrigazione e dal commercio.
Per come Starr descrive la loro attività, per davvero alcuni di questi studiosi prefigurarono l’Illuminismo, somigliando in modo considerevole a precursori in lingua araba di David Hume e di Voltaire. E il quadro generale che egli dipinge è quello di un mondo islamico assai diverso nei suoi convincimenti e nelle sue idee da tutto ciò che si potrebbe immaginare basandosi sui pregiudizi attuali.
Ora, quell’illuminismo fu alla fine sconfitto dal declino economico e da una svolta verso il fondamentalismo. Ma questi ultimi non sono fenomeni che riguardano solo l’Islam.
É nella natura delle persone. Esse possono ottenere grandi cose o farne di orribili, sotto una molteplicità di ombrelli religiosi (una volta un israeliano mi prese in giro: “Il giudaismo è stato raramente una religione oppressiva, Perché? Per mancanza di occasioni”). É segno di ignoranza ed è fuori dalla storia sostenere che la virtù o il peccato riguardino un unico complesso di convinzioni religiose.
settembre 22, 2015
Sep 22 8:49 am
Both Rob Johnson and Peter Temin direct me to a paper by Gerald Epstein and Thomas Ferguson on the Fed’s strange, destructive turn away from expansionary policy in 1932. They look carefully at the archival evidence, and find that a key factor was the complaints of commercial banks that low interest rates on government securities were squeezing their profits. That is, the turn to tight money in the face of deflation and a collapsing real economy was driven by the same narrow banker interests I have suggested explain current demands for higher rates despite low inflation.
Related: from what I hear, we really are talking in some cases about rage, with big-time financial players sounding like Rick Perry in private conversation.
La rabbia sui tassi nel 1932
Sia Rob Johnson che Peter Temin mi indirizzano ad un saggio di Gerald Epstein e Thomas Ferguson sullo strano, distruttivo abbandono della politica espansiva nel 1932 da parte della Fed. Essi hanno esaminato scrupolosamente le testimonianze di archivio, ed hanno scoperto che un fattore chiave furono le lamentele delle banche commerciali sui bassi tassi di interesse sui titoli pubblici che comprimevano i loro profitti. Ovvero, il passaggio ad una restrizione monetaria di fronte alla deflazione e ad una economia reale che collassa, fu provocato dagli stessi interessi ristretti dei banchieri che ho indicato come spiegazione per le attuali richieste di tassi più alti nonostante la bassa inflazione.
In connessione: da quello che sento, in qualche caso stiamo davvero parlando, nelle conversazioni private, di rabbia simile a quella che espresse Rick Perry [1].
[1] Perry è il Governatore repubblicano del Texas e giunse ad affermare pubblicamente che una visita nello Stato di Ben Bernanke sarebbe stata sgradita (peggio ancora, male accolta dalla gente).
settembre 21, 2015
September 21, 2015 7:32 pm
Monetary permahawkery takes two forms. One is obviously ridiculous, but nonetheless has a lot of influence on right-wing politicians. The other can sound serious and judicious, which makes it dangerous, because it might gain real traction with policymakers.
Permahawkery of the first kind is exemplified by the likes of Ron Paul, Zero Hedge, and Paul Ryan. Hyperinflation is always just around the corner. And no matter how wrong the scare stories have been in the past, there’s always a willing audience.
But the clear and present danger comes from people like Andrew Sentance, who was until recently a member of the Bank of England’s Monetary Policy Committee – the equivalent of the FOMC. Sentance has a remarkable piece in today’s FT castigating the Fed for not hiking rates. What makes the piece so remarkable is that there isn’t so much as a nod to what you might have thought was the standard approach to monetary policy; not only has Sentance made up his own version of macroeconomics, he’s evidently completely unaware that he has done so.
As I’ve been trying to point out – and as others, notably Ben Bernanke, have also tried to point out – such monetary wisdom as we possess starts with Knut Wicksell’s concept of the natural interest rate. Try to keep rates too low, and inflation accelerates; try to keep them too high, and inflation decelerates and heads toward deflation.
Now comes Sentance, claiming that monetary policy has been consistently too easy, not just in recent months, but for the past generation:
Since the 1990s, the Fed and the Bank of England have pursued policies similar to the ones any well-meaning government official would have chosen. They have cut interest rates very readily, but when they have raised them (in 1994-5 and 2005-7) they have been behind the curve. Independent central banks were established precisely to avoid this “behind the curve” interest rate policy. But it has not worked.
So central banks have been too eager to cut and too slow to hike, presumably meaning that interest rates on average have been much too low. If true, this should imply that policy has had an inflationary bias, right? Except that inflation has trended downward, not upward:
You might have expected at least some effort to explain why this isn’t a problem for Sentance’s claim. But no. (The BIS does offer a sort of explanation, claiming that excessively low interest rates now push required rates even lower in the future, which is bizarre but at least coherent.)
Wait, it gets worse. Sentance mocks the decision not to raise rates, suggesting that it has no real justification:
A multitude of reasons have been advanced for delaying the first rate rise: sluggish growth in all the major western economies in 2011-12; the euro crisis in 2013-14; and now the Fed is citing weak economic growth in China and the impact this has on financial markets.
If you look around hard enough, there can always be a reason for not raising interest rates.
Notice something missing? How about the fact that inflation is still below the Fed’s target, and shows no sign of rising? And that doesn’t even get into the argument, which Larry Summers, yours truly, and many others have made, that the risks of getting it wrong are highly asymmetric: a premature hike would do far more damage than waiting too long.
Maybe Sentance is right to toss almost everything economists have said about interest rate policy for the past 117 years out the window. But since he offers no reason for rejecting basic monetary economics, it’s hard to escape the suspicion that he has no idea that this is what he’s doing. And he sat on the committee making British monetary policy!
Gli svitati e gli argomenti di Knut [1]
Le tesi monetarie dei ‘falchi eterni’ hanno due forme. Una è francamente ridicola, ma ciononostante ha una grande influenza sugli uomini politici della destra. L’altra può sembrare seria e giudiziosa, il che la rende pericolosa, perché può portarsi realmente dietro gli operatori pubblici.
La tesi del primo tipo è esemplificata da soggetti come Ron Paul, Zero Hedge e Paul Ryan. L’iperinflazione è sempre dietro l’angolo. E non conta quanto siano stati sbagliati i racconti terribili del passato, c’è sempre un pubblico disponibile.
Ma il pericolo chiaro ed attuale viene da soggetti come Andrew Sentance, che sino a poco tempo fa era membro del Comitato per la Politica Monetaria della Banca di Inghilterra – l’equivalente della statunitense Commissione Federale a Mercato Aperto. Sentance pubblica un articolo importante sul Financial Times di oggi, che se la prende con la Fed per non aver alzato i tassi. Quello che rende l’articolo così considerevole è che non c’è neppure una allusione a quello che potreste considerare l’approccio consueto alla politica monetaria; non solo Sentance ha inventato una versione tutta sua della macroeconomia, è anche completamente inconsapevole di averlo fatto.
Come sto cercando di mettere in evidenza – e come altri, in particolare Ben Bernanke, hanno cercato di fare – la sapienza monetaria che ci è stata trasmessa prende le mosse dal concetto di tasso di interesse naturale di Knut Wicksell. Provate a tenere i tassi di interesse troppo bassi e l’inflazione accelera; provate a tenerli troppo alti e l’inflazione decelera e vi porta verso la deflazione.
Ora arriva Sentance, che sostiene che la politica monetaria è stata stabilmente troppo facile, non solo nei mesi recenti, ma nel corso delle generazioni passate:
“Dagli anni ’90, la Fed e la Banca di Inghilterra hanno perseguito politiche simili a quelle che ogni funzionario di Governo di buone intenzioni avrebbe scelto. Hanno tagliato molto prontamente i tassi di interesse, ma quando li hanno alzati (nel 1994-5 e nel 2005-7) sono rimasti al di sotto delle aspettative. Le banche centrali indipendenti sono state create proprio allo scopo di evitare questa politica dei tassi di interesse ‘al di sotto delle aspettative’. Ma non è andata così”.
Dunque, i banchieri centrali sono stati troppo ansiosi di tagliare e troppo lenti nell’alzare, il che in media dovrebbe significare che i tassi di interesse sono stati troppo bassi. Se fosse vero, questo dovrebbe comportare che la politica ha avuto una inclinazione inflazionistica, non è così? Sennonché quell’inflazione ha teso a scendere, non a salire:
Vi sareste almeno aspettati qualche sforzo di spiegazione sul perché questo non sia un problema per l’argomentazione di Sentance (la Banca Internazionale dei Regolamenti offre una specie di spiegazione, sostenendo che tassi di interesse eccessivamente bassi in questo momento comportano tassi di interessi persino più bassi nel futuro, la qualcosa è bizzarra ma è almeno coerente).
Aspettate, c’è di peggio. Sentance irride la decisione di non elevare i tassi, indicando che essa non avrebbe alcuna giustificazione reale:
“Una moltitudine di ragioni sono state avanzate per il rinvio del primo innalzamento del tasso: una crescita fiacca in tutte le importanti economie occidentali nel 2011-12; la crisi dell’euro nel 2013-14, e adesso la Fed si appella alla debole crescita economica in Cina e all’impatto che questa ha sui mercati finanziari”.
Se vi guardate bene attorno, ci può sempre essere una ragione per non elevare i tassi di interesse.
Notate qualcosa che sfugge? Che dire del fatto che l’inflazione è ancora sotto l’obbiettivo della Fed, e che non c’è alcun segno di crescita? E che neanche ci si addentra nell’argomento che Larry Summers, il sottoscritto e molti altri hanno avanzato, secondo il quale i rischi di fare una cosa sbagliata sono altamente asimmetrici: un rialzo prematuro farebbe molto maggior danno che una attesa troppo lunga.
Può darsi che Sentance abbia ragione a tirare fuori dalla finestra quasi tutto quello che gli economisti hanno detto nei passati 117 anni sulla politica dei tassi di interesse. Ma dal momento che non offre alcuna ragione per rigettare l’economia monetaria di base, è difficile sfuggire al sospetto che non abbia alcuna idea di quello che sta facendo. E costui era membro del Comitato che fa la politica monetaria in Inghilterra!
[1] É evidente che il gioco di parole in inglese non è possibile tradurlo. “Nutcases” sono gli svitati, i folli; i “Knut cases” sono gli argomenti di Knut Wicksell, l’economista svedese sul quale si trovano varie note sui post di questi giorni e nelle note della Traduzione.
settembre 21, 2015
Sep 21 10:01 am
Still mulling over the political economy of permahawkery; and, unusually, I have a moderate disagreement with Brad DeLong. Brad has been arguing that demands for tight money are, in fact, contrary to the bankers’ own interests:
It was Milton Friedman who insisted, over and over again, that in any but the shortest of runs high nominal interest rates were not a sign that money was tight–that the central bank had pushed the market interest rate above the Wicksellian natural rate–but rather that money had been and probably was still loose, and that market expectations had adjusted to that.
Friedman did in fact make that claim. But if “the shortest of short runs” means weeks or months, he was wrong.
Consider the Volcker disinflation. The Fed clearly announced its intention to reduce inflation, and temporarily changed its operating procedure by switching to money supply targeting; in short, it did everything one might imagine to make it clear that there was a regime shift that would lead to disinflation. As I and others have pointed out, the fact that this policy change nonetheless led to a severe recession is conclusive evidence against both the Lucas notion that only unanticipated monetary policy has real effects, and the Prescott view that business cycles reflect real shocks.
But the episode also undermines the Friedman claim on interest rates. Yes, short rates ended up lower than before once the disinflation was complete. But they were sharply elevated for three years — and while you might have expected long rates to fall due to reduced expectations of inflation, in fact they rose along with short rates and stayed high for several years.
So put yourself in the (very expensive) shoes of a bank CEO today, who is assured that the Fed’s hold on interest rates now will help avoid deflation and assure higher interest rates and hence higher bank profits in the long run. Even if you understand the macroeconomics and know the history (which you probably don’t), this is a story about a better bottom line four or five years down the pike, by which time you will have foregone a lot of bonuses and may well be retired.
As I see it, interest-rate hawkery on the part of bankers isn’t irrational, just evil.
Milton, il denaro e i tassi di interesse
Rimugino ancora sulla politica economica della fazione dei ‘falchi eterni’; e, insolitamente, ho un modesto disaccordo con Brad DeLong. Brad sta sostenendo che le richieste per una restrizione monetaria sono, di fatto, contrarie agli interessi stessi dei banchieri:
“Era Milton Friedman che insisteva di continuo che in tutti i periodi con alti tassi nominali di interesse, ad eccezione dei più brevi, non c’era segno di restrizione monetaria – ovvero che la banca centrale avesse spinto i tassi di interesse al di sopra del tasso naturale wickselliano – ma piuttosto che la disponibilità di denaro era stata e probabilmente era ancora ampia, e che le aspettative di mercato si erano adattate a tale situazione”.
É vero che Friedman fece quella osservazione. Ma se i “più brevi tra i periodi brevi” significano settimane o mesi, aveva torto.
Si consideri la disinflazione di Volcker. La Fed annunciò chiaramente la sua intenzione di ridurre l’inflazione e mutò provvisoriamente la sua procedura operativa cambiando l’obbiettivo dell’offerta monetaria; in breve, fece tutto quello che si può immaginare per rendere chiaro che c’era un cambiamento di regime che avrebbe portato alla disinflazione. Come io ed altri sottolineammo, il fatto che questo cambiamento politico nondimeno portasse ad una grave recessione è la prova definitiva sia contro il concetto di Lucas, secondo il quale soltanto una politica monetaria imprevista ha effetti reali, sia contro il punto di vista di Prescott, secondo il quale i cicli economici riflettono gli shock reali.
Ma quell’episodio mette anche in crisi l’argomento di Friedman sui tassi di interesse. É vero, una volta che la disinflazione fu completata, i tassi a breve finirono più in basso di prima. Ma essi furono impetuosamente elevati per tre anni – e mentre vi potevate aspettare che i tassi a lungo termine cadessero a seguito delle ridotte aspettative di inflazione, di fatto essi crebbero assieme ai tassi a breve e rimasero alti per alcuni anni.
Mettetevi, dunque, nelle scarpe (assai costose) di un amministratore delegato di una banca odierna, al quale viene assicurato che i tassi di interesse che resistono oggi al loro livello contribuiranno ad evitare la deflazione e assicureranno tassi di interesse più alti e quindi più alti profitti delle banche nel lungo periodo. Persino se comprendete la macroeconomia e conoscete la storia (cosa non probabile), questa è una storia che riguarda una migliore condizione conclusiva quattro o cinque anni dopo il picco, e in quel tempo avrete sacrificato un bel po’ di gratifiche e magari sarete andati in pensione.
Per come la vedo io, il tasso di interesse dei falchi che si schierano con i banchieri non è irrazionale, è proprio malvagio.
[1] Il diagramma mostra l’andamento del tasso di riferimento della Fed (in rosso) e del tasso dei buoni del Tesoro decennali, negli anni dal 1979 al 1986, ovvero nel periodo al quale ci si riferisce nel post.
settembre 20, 2015
Sep 20 3:06 pm
To be honest, I’m feeling rather stupid about not understanding until now how to make sense of the ever-changing rationales for the ever-changing demand for higher interest rates. As someone who started in international trade, I more than anyone should have known that specific factors, not Stolper-Samuelson, is usually the way to go.
For the 99.9 percent of readers who have no idea what I’m talking about: One of the landmark papers in international trade theory was the demonstration by Wolfgang Stolper and Paul Samuelson, way back in 1941, that the income distribution effects of protectionism typically swamp any efficiency considerations. If you said something judicious along the lines of “Well, protectionism might increase labor’s share, but workers will still end up losing because the economy will become less efficiency”, you were just wrong in terms of the standard model: if an economy imports labor-intensive goods, protectionism will raise real wages — end of story.
So trade policy should have big effects on the distribution of income between broad classes of players — labor versus capital, highly educated versus less-educated labor, and so on. But if you try to understand the political economy of trade policy, what you see is much narrower interests at play — not capital in general but the owners of textile factories or sugar plantations. Blessed are the cheesemakers, not any manufacturers of dairy products. And the right model to think about this is the specific factors model of trade, in which capital is temporarily stuck in a particular industry; in the long run it may be fungible, but lobbyists don’t worry about that.
So we’ve had a long discussion of the distributional effects of QE and all that, which are ambiguous but also, I now realize, irrelevant. Is QE good or bad for capital, for rentiers, whatever? No matter — it’s bad for bankers, because it leads to a compression of the net interest margin, the spread between deposit rates and lending rates. And that is why there’s so much agitation for rate hikes on the part of finance. Furthermore, while I don’t think institutions like the BIS are corrupt in any direct sense, they probably pick up by osmosis from all the bankers they meet the general prejudice against easy money, leading to increasingly baroque attempts to justify rate hikes despite low inflation.
Incidentally, this also means that the common claim that QE is a giveaway to bankers is the opposite of the truth; to the extent that journalists with close ties to bankers spread this story, it’s Orwellian. Remember, the Fed isn’t lending money at low interest to banks — banks, with their $2.5 trillion (!) of excess reserves, are lending vast sums at low interest to the Fed.
It’s all falling into place.
Ancora sulla politica economica dei ‘falchi eterni’
(1)
Ad essere onesto, mi sento un po’ stupido a non aver capito sino ad adesso come sia comprensibile il fenomeno degli argomenti in continuo cambiamento per le richieste di tassi di interesse più alti che non cambiano mai. Considerato che ho fatto il mio apprendistato sul commercio internazionale, dovrei aver saputo che normalmente sono i fattori specifici che decidono il modo in cui le cose procedono, e non il teorema Stolper-Samuelson.
Per il 99,9 per cento dei lettori che non hanno idea di cosa sto parlando: uno degli studi che costituiscono un riferimento nella teoria del commercio internazionale fu la dimostrazione, da parte di Wolfgang Stolper e di Paul Samuelson, nel lontano 1941, che gli effetti sulla distribuzione del reddito del protezionismo, in modo caratteristico, sommergono tutte le considerazioni di efficienza. Se affermaste qualcosa di apparentemente ragionevole come: “Bene, il protezionismo può accrescere la quota del lavoro, ma i lavoratori finiranno ancora col rimetterci perché l’economia diventerà meno efficiente”, avreste proprio torto nei termini del modello di riferimento: se una economia importa beni ad alta intensità di lavoro, il protezionismo aumenterà i salari reali – fine della storia.
Dunque, la politica del commercio dovrebbe avere grandi effetti sulla distribuzione del reddito tra le ampie classi di protagonisti – il lavoro nei confronti del capitale, i lavoratori specializzati nei confronti di quelli meno istruiti, e così via. Ma se cercate di capire la politica economica del commercio, quello che dovete osservare sono i più stretti interessi in gioco – non il capitale in generale, ma i proprietari degli stabilimenti tessili o delle piantagioni di zucchero. Chi ci guadagna sono i produttori di formaggi, non tutti coloro che producono generi caseari. E il modello giusto per pensare a questo è il modello dei fattori specifici del commercio, nel quale il capitale è temporaneamente bloccato in un particolare settore industriale; nel lungo periodo potrà essere sostituibile, ma i lobbisti non si preoccupano di quello.
Dunque, abbiamo avuto un lungo dibattito sugli effetti distribuzionali della ‘facilitazione quantitativa’ e su tutto il resto, che sono ambigui ma anche, lo comprendo adesso, irrilevanti. La ‘facilitazione quantitativa’ è buona o cattiva per il capitale, per i redditieri, o per qualsiasi altro? Non è rilevante – essa è negativa per i banchieri, perché porta ad una compressione del margine netto di interesse, lo scarto tra i tassi sui depositi ed i tassi sui prestiti. E questa è la ragione per la quale c’è tanta agitazione per il rialzo dei tassi da parte della finanza. Inoltre, mentre penso che istituzioni come la Banca dei Regolamenti Internazionali non siano corrotte in nessun senso diretto, probabilmente essi raccolgono per osmosi da tutti i banchieri che incontrano un pregiudizio generale contro il denaro facile, che li porta a tentativi sempre più barocchi di giustificare il rialzo del tassi nonostante l’inflazione bassa.
Tra parentesi, questo significa anche che l’argomento comune secondo il quale la ‘facilitazione quantitativa’ sarebbe un regalo ai banchieri è l’opposto della verità; anche se i giornalisti con stretti legami con i banchieri propagano questo racconto, esso è orwelliano. Si ricordi, la Fed non sta prestando soldi a basso interesse alle banche – sono le banche, con i loro 2.500 miliardi di dollari di riserve in eccesso (!), che stanno prestando grandi somme a basso interesse alla Fed.
Tutto sta andando al suo posto.
(1) Il diagramma mostra l’andamento del margine netto dell’interesse per le banche statunitensi dalla metà degli anni ’80 sino ai nostri giorni.
settembre 19, 2015
September 19, 2015 1:51 pm
OK, I should have seen that one coming, but didn’t: the banking industry has responded to the Fed’s decision not to hike rates with a primal cry of rage. And that, I think, tells us what we need to know about the political economy of permahawkery.
The truth is, I’ve been getting this one wrong. I’ve tried to understand demands that rates go up despite the absence of inflation pressure in terms of broad class interests. And the trouble is that it’s not at all clear where these interests lie. The wealthy get a lot of interest income, which means that they are hurt by low rates; but they also own a lot of assets, whose prices go up when monetary policy is easy. You can try to figure out the net effect, but what matters for the politics is perception, and that’s surely murky.
But what we should be doing, I now realize, is focusing not on broad classes but on very specific business interests. In particular, commercial bankers really dislike a very low interest rate environment, because it’s hard for them to make profits: there’s a lower bound on the interest rates they can offer, and if lending rates are low that compresses their spread. So bankers keep demanding higher rates, and inventing stories about why that would make sense despite low inflation.
Now, you can argue, as Brad DeLong does, that easy money is in the long-run interest of commercial banks — that in the end the nominal interest rate depends on the rate of inflation, and that locking us into a lowflation or deflation world would be very bad for the banks. But nobody has ever accused bankers of being especially clear about macroeconomics, and in any case what matters for today’s bank executives is not the long run but the next few years, during which they either will or won’t be getting big bonuses; in the long run they are all full-time golfers.
So the demand for higher rates is coming from a narrow business interest group, not the one percent in general. But it’s an interest group that has a lot of clout among central bankers, because these are people they see every day — and in many cases are people they will become once they go through the revolving door. I doubt there’s much crude corruption going on at this level (or am I naive?), but officials at public monetary institutions — certainly the BIS, but also the Fed — are constantly holding meetings with, having lunch with, commercial bankers who have a personal stake in seeing rates go up no matter what the macro situation.
Like everyone, the bankers no doubt are able to persuade themselves that what’s good for them is good for America and the world; more alarmingly, they may be able to persuade officials who should know better. Does this explain the puzzling divergence between the views of Fed officials and those of outsiders like Larry Summers (and yours truly) who have a similar model of how the world works, but are horrified by the eagerness to raise rates while inflation is still below target?
I don’t know about you, but I feel that I’m having an Aha! moment here. Oh, and raising rates is still a terrible idea.
La rabbia sui tassi
Lo ammetto, me ne sarei dovuto accorgere, ma non l’ho fatto: il settore bancario ha risposto alla decisione della Fed di non alzare i tassi con un primordiale pianto di rabbia. E ciò, penso, ci dice quello che abbiamo bisogno di sapere sulla politica economica dei ‘falchi eterni’.
La verità è che stavo intendendo tutto questo in modo sbagliato. Avevo cercato di comprendere le richieste che i tassi salissero nonostante l’assenza di una spinta inflazionistica in termini di generali interessi di classe. E il guaio è che non è affatto chiaro dove questi interessi si collochino. I ricchi ottengono molto reddito dall’interesse, il che significa che sono colpiti dai tassi bassi; ma sono anche proprietari di una grande quantità di asset, i cui prezzi salgono quando la politica monetaria è agevolata. Potete cercare di immaginarvi l’effetto netto, ma quello che conta per la politica è la percezione, ed essa è certamente confusa.
Ma quello che dovevamo fare, lo comprendo adesso, non era concentrarci sulle classi in generale, ma sugli interessi specifici delle società. In particolare, gli operatori della banche commerciali [1] davvero non gradiscono un contesto di basso tasso di interesse, perché è difficile per loro fare profitti: c’è un limite inferiore sui tassi di interesse che possono offrire, e se i tassi nei prestiti sono bassi ciò comprime il loro differenziale. Così i banchieri continuano a chiedere tassi più alti e si inventano spiegazioni sul perché avrebbero senso nonostante la bassa inflazione.
Ora, si può sostenere, come fa Brad DeLong, che la moneta facile nel lungo periodo è nell’interesse della banche commerciali – che alla fine il tasso di interesse nominale dipende dal tasso di inflazione, e che rinchiuderci in una bassa inflazione o in una deflazione sarebbe molto negativo per le banche. Ma nessuno ha mai imputato ai banchieri di essere particolarmente chiari in materia di teoria economica, e in ogni caso quello che conta per gli amministratori odierni delle banche non è il lungo periodo ma i prossimi pochi anni, durante i quali essi percepiranno oppure no grandi liquidazioni; nel lungo periodo loro sono tutti giocatori di golf a tempo pieno.
Dunque, la richiesta di tassi più alti proviene da un ristretto gruppo di interesse affaristico, non in generale dall’1 per cento dei più ricchi. Ma è un gruppo di interesse che ha molta influenza sui banchieri centrali, giacché sono gli individui che frequentano quotidianamente – e in molti casi sono ciò che diventeranno una volta che passeranno dalla porta girevole [2]. Dubito che ci sia molta rozza corruzione diffusa a questo livello (o sono ingenuo?), ma i dirigenti presso le istituzioni monetarie pubbliche – sicuramente nel caso della Banca Internazionale dei Regolamenti, anche della Fed – tengono costantemente riunioni e sono continuamente a pranzo con i dirigenti della banche commerciali che hanno un interesse personale nel veder salire i tassi, a prescindere dalla situazione macroeconomica.
Come tutti, i banchieri sono senza dubbio capaci di persuadersi che quello che è buono per loro, è buono per l’America e per il mondo; è più allarmante che siano capaci di persuadere quei dirigenti pubblici che dovrebbero saperne di più. É questo che spiega la differenza tra i punti di vista dei dirigenti della Fed e coloro che non operano dall’interno come Larry Summers (e il sottoscritto) che hanno modelli simili su come il mondo funziona, ma sono terrorizzati dall’entusiasmo di elevare i tassi mentre l’inflazione è ancora al di sotto del suo obbiettivo?
Non so l’effetto su di voi, ma in questo caso io sto avendo un momento rivelatorio. E aggiungo che elevare i tassi è ancora un’idea terribile.
[1] La definizione di “banca commerciale” indica semplicemente un istituto che offre servizi finanziari come la accettazione di depositi, la concessione di prestiti e l’offerta di prodotti di base di investimento. Ciononostante, a differenza delle “retail banks”, generalmente una “commercial bank” opera in rapporto a grandi società, mentre la prima agisce in rapporto a soggetti singoli della popolazione. In aggiunta, negli Stati Uniti il termine “commercial bank” indica una differenziazione dalla “investment bank”, e tra le due tipologie c’è una lunga storia di diversa regolamentazione. Dopo la Grande Depressione, la Legge Glass-Steagall stabilì che soltanto le banche commerciali potevano occuparsi generalmente delle attività bancarie, mentre le banche di investimento erano limitate al settore della attività sul mercato dei capitali. Nel 1999 questa distinzione venne abrogata, ma venne ripristinata nel 2014 con un emendamento ispirato da Paul Volcker alla legge di riforma del sistema finanziario Dodd-Frank (notizie da Wikipedia in lingua inglese).
[2] Ovvero, che smetteranno di fare i banchieri centrali e andranno ad altri incarichi.
settembre 19, 2015
September 19, 2015 9:46 am
Tim Taylor writes about low interest rates. As he notes, many economists see low rates as a natural (in both the colloquial and Wicksellian sense) response to a weak economy; but he respectfully cites the Bank for International Settlements, which argues that low rates are a source of terrible economic distortions. But it seems to me that there’s some context missing.
Taylor writes,
Notice that none of the BIS concerns are about the risk of a rise in inflation–which it does not think of as a substantial risk.
Ah, but it used to think otherwise. It has been calling for higher interest rates for around 5 years, and at first it was indeed warning about inflation. In its 2011 report, in fact, it declared that
Highly accommodative monetary policies are fast becoming a threat to price stability.
That was dead wrong, and the ECB — which believed in the inflation threat and raised rates — clearly made a big mistake. So you might have expected the BIS to ask why it was so wrong, and reconsider its policy recommendations. Instead, however, it continued to demand the same policies, while inventing new justifications.
And I mean inventing. As I’ve written many times, the remarkable thing about policy since 2010 is that outsiders, particularly bearded academics, have based their criticisms of policy on mainstream, textbook economics; whereas serious-sounding bankers in suits have been creating whole new economic doctrines on the fly to justify what they claim are sound policies.
In this case, the BIS not only claims that low interest rates cause financial instability, but goes on to expound a sort of widow’s cruse theory of interest rates, in which low rates today lead to even lower rates tomorrow, because they produce bubbles that weaken the economy further when they burst. That’s pretty wild stuff; you wouldn’t want to take it seriously without a lot of evidence, which the BIS does not provide.
Or put it this way: if, say, Jeremy Corbyn or Bernie Sanders were to invent whole new, dubious economic theories to justify the policies they clearly want for other reasons, everyone would be coming down on them hard for being flaky and irresponsible. Yet when the BIS — which was, once again, dead wrong on inflation — does the same thing, it’s taken very seriously.
One more thing: I was especially annoyed at the BIS’s claim that we now know that pre-crisis estimates of potential output were greatly overstated; they mention the US in the mid-200s as an example. But we know no such thing. Some methods widely used to estimate potential output in effect assume that the economy has a strong tendency to return to full employment, so if we see a prolonged slump those methods rewrite history, concluding that the economy must have been badly overheated before the slump. But why should we believe that conclusion? The US wasn’t experiencing accelerating inflation at an unemployment rate around 5 percent in the mid-2000s; it’s not seeing accelerating inflation now, with unemployment back to the same vicinity. Doesn’t this mean that it wasn’t overheated either time?
Again, if someone from the center-left were to produce an economic analysis this tendentious, this much at odds with decades of mainstream economics, it would be met with incredulity. It’s awesome to see the ultra-respectable BIS go down this path, and be taken seriously along the way.
La creatività dei ‘falchi’ eterni [1]
Tim Taylor scrive sui bassi tassi di interesse. Come osserva, molti economisti giudicano i bassi tassi come una risposta naturale (sia in senso colloquiale che wickselliano [2]) ad una economia debole: ma egli cita la Banca dei Regolamenti Internazionali, che sostiene che i bassi tassi sono all’origine di tremende distorsioni economiche. Sennonché a me sembra che ci sia qualcosa di quel contesto che si perde.
Scrive Taylor,
“Si noti che nessuna delle preoccupazioni della BIR riguarda il rischio di una crescita dell’inflazione – che essa non pensa sia un rischio sostanziale”.
Ne prendo atto, però era solita pensare in altro modo. Per circa 5 anni essa ha continuato a chiedere tassi di interesse più elevati, e agli inizi in effetti metteva in guardia sull’inflazione. Nel suo rapporto del 2011, di fatto, dichiarava che:
“Politiche monetarie altamente permissive stanno rapidamente diventando una minaccia alla stabilità dei prezzi”.
Era completamente sbagliato, e la BCE – che credette alla minaccia dell’inflazione e rialzò i tassi – fece chiaramente un grande errore. Così vi sareste aspettati che la BIR si chiedesse in cosa aveva sbagliato e riconsiderasse le sue raccomandazioni politiche. Ciononostante, essa ha continuato a chiedere le stesse politiche senza inventarsi nuove giustificazioni.
E voglio proprio dire ‘inventarsi’. Come ho scritto in molte occasioni, la cosa rilevante a partire dal 2010 a proposito della politica è che coloro che erano esterni alle istituzioni, in particolare gli accademici con barba [3], hanno basato le loro critiche alle scelte economiche sui convenzionali libri di testo; mentre i banchieri apparentemente seri e vestiti a puntino sono venuti creando dal nulla un nuovo complesso di dottrine economiche, per giustificare quelle che sostengono essere politiche sane.
In questo caso, non solo la BIR sostiene che i bassi tassi di interesse provocano l’instabilità finanziaria, ma va oltre sino ad esporre una specie di teoria dei tassi di interesse da “brocca della vedova” [4], secondo la quale i bassi tassi di oggi portano a tassi ancora più bassi domani, giacché producono bolle che indeboliscono ulteriormente l’economia al momento in cui scoppiano. Si tratta di cose piuttosto singolari: parrebbe normale non prenderle sul serio senza uno straccio di prova, che la BIR non offre.
Oppure, possiamo metterla in questo modo: se, diciamo, Jeremy Corbyn o Bernie Sanders [5] inventassero completamente nuove e dubbie teorie economiche per giustificare politiche che chiaramente vogliono per altre ragioni, tutti si scaglierebbero contro di loro, per la loro inconsistenza ed irresponsabilità. Tuttavia, quando la BIR – che ha avuto, ripetiamolo, torto marcio sull’inflazione – fa la stessa cosa, viene presa molto sul serio.
Un’ultima cosa: sono rimasto particolarmente infastidito alla pretesa della BIR secondo la quale oggi sapremmo che le stime sulla produzione potenziale precedenti alla crisi erano grandemente sopravvalutate; essi ricordano come esempio gli Stati Uniti alla metà dello scorso decennio. Ma non è affatto una cosa nota. Alcuni metodi ampiamente utilizzati per stimare la produzione potenziale in effetti assumono che l’economia ha una forte tendenza a tornare alla piena occupazione, cosicché se osserviamo una crisi prolungata questi metodi riscrivono la storia, e giungono alla conclusione che l’economia doveva essere negativamente surriscaldata prima della recessione. Ma perché dovremmo credere a tale conclusione? Gli Stati Uniti, con un tasso di disoccupazione del 5 per cento alla metà dello scorso decennio, non stavano sperimentando una inflazione in accelerazione; con un tasso di disoccupazione tornato a livelli simili, non stiamo osservando una inflazione che accelera neppure oggi. Non significa questo che essi non erano surriscaldati in entrambe le occasioni?
Ripetiamolo, se qualcuno di centro-sinistra dovesse esibire una analisi talmente tendenziosa, così estranea a decenni di convenzionale economia, sarebbe trattato con incredulità. É fantastico vedere la ultra rispettabile BIR scendere su questo terreno, ed essere presa sul serio in ogni frangente.
[1] “Permahawks” sono i “falchi eterni” (come si dice “ghiaccio eterno” il ‘permafrost’ delle regioni del Nord Europa, dove il terreno non si scongela mai). Inossidabili, incorreggibili.
[2] Su Knut Wicksell e sul concetto di ‘tasso naturale di interesse’ vedi le Note sulla Traduzione.
[3] Pare che la diffidenza verso le barbe dei docenti di economia sia diffusa nel senso comune dei conservatori, almeno secondo Krugman.
[4] La “brocca della vedova” è un episodio della Bibbia, che narra di una vedova alla quale era stato assicurato che il suo orcio della carne e il suo vaso d’olio non sarebbero mai stati svuotati. Dell’immagine si servì ironicamente Keynes, osservando che gli incrementi dei consumi dei possessori di capitale salgono sempre in un rapporto di uno ad uno con gli incrementi degli investimenti e dei profitti di azienda; cosicché per quanto essi si concedano consumi sfrenati, l’incremento della loro ricchezza resta immutato, come la biblica “brocca della vedova”. Come spiegarono in seguito anche Kaldor e Kalecki, “i capitalisti guadagnano quello che spendono, mentre i lavoratori spendono quello che guadagnano”. Detto altrimenti: i capitalisti possono sempre decidere di spendere di più, perché banche a ciò dedite accettano di finanziare investimenti aggiunti, mentre i lavoratori non possono decidere di guadagnare di più, perché i loro guadagni sono condizionati dall’occupazione offerta dagli imprenditori. (Encyclopedia.com)
[5] Jeremy Corbyn è il noto politico inglese recentemente eletto alla guida del Labour Party.
Sanders è invece uno dei pochissimi uomini politici progressisti americani che osa definirsi ‘socialista’ (seppur democratico). Nato a Brooklyn da genitori ebrei immigrati dalla Polonia, Sanders studiò scienze politiche e successivamente passò qualche tempo in un kibbutz israeliano. In seguito svolse vari lavori fra cui il carpentiere e il regista, per poi dedicarsi totalmente alla politica.
Inizialmente Sanders aderì al Liberty Union Party, un partito che lottava contro la guerra del Vietnam. Sanders si candidò a vari incarichi politici (due volte al Senato e due volte a governatore), venendo sempre sconfitto. Nel 1979 lasciò il partito per divenire un indipendente. Nel 1981 venne eletto sindaco di Burlington e fu riconfermato per altri tre mandati. Nel 1988 Sanders si candidò alla Camera dei Rappresentanti, ma perse le elezioni di misura. Due anni dopo ci riprovò e questa volta riuscì ad essere eletto deputato. Gli elettori lo riconfermarono per altri sette mandati con elevate percentuali di voto. Nel 2006 decise di candidarsi al Senato e riuscì a farsi eleggere con oltre il 65% delle preferenze. Nel 2012 fu riconfermato per un secondo mandato con il 71% dei voti.
Oggi è candidato alla nomination democratica per le elezioni presidenziali del 2016. (Wikipedia)
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