Sep 18 12:49 pm
I began my apprenticeship in economics as a research assistant to Bill Nordhaus, who was working on energy at the time (check the acknowledgments), and one thing I remember was the continual frustration over the failure of alternatives to conventional crude oil to materialize. That’s all changed now, of course; but at the time people used to cite “Weitzmann’s Law”, which said that the cost of alternatives to oil was 40 percent above the current price — whatever the current price happened to be.
It’s hard to escape the sense that something similar is happening now when it comes to estimates of the NAIRU, the lowest level unemployment can reach before inflation becomes an issue. The chart shows the actual unemployment rate versus the FOMC estimate of the long-run unemployment rate (the middle of the “central tendency” until the latest report, which gives us the median). Estimates of how low U can go seem always to be a bit below the current level of unemployment.
What’s driving this ever-falling estimate of the NAIRU? The failure of inflation to materialize. And look, it’s better to see the FOMC update in the light of evidence than not. But the truth is that we really don’t know how low unemployment can go, which means that the unemployment rate is not a good reason to tighten. Wait until you see the whites of inflation’s eyes!
Il NAIRU che cala
Ho cominciato il mio apprendistato in economia come assistente ricercatore di Bill Nordhaus, che a quei tempi lavorava sull’energia (controllate i riconoscimenti), e una cosa che ricordo era la continua frustrazione per la apparente mancanza di alternative al petrolio greggio convenzionale. Adesso è tutto cambiato, naturalmente; ma a quel tempo si citava frequentemente la “legge di Weitzmann”, secondo la quale il costo delle alternative al petrolio era superiore del 40 per cento al prezzo corrente – qualsiasi fosse il prezzo corrente.
É difficile sfuggire alla sensazione che qualcosa di simile stia accadendo adesso quando si ragiona delle stime sul NAIRU [1], il livello più basso di disoccupazione che può essere raggiunto prima che l’inflazione divenga un problema. Il diagramma mostra l’effettivo tasso di disoccupazione a confronto delle stime della Commissione Federale a Mercato Aperto sul tasso di disoccupazione di lungo periodo (il tasso medio della ‘tendenza centrale sino all’ultimo rapporto, che ci dà il valore mediano). Le stime su come la disoccupazione può scendere, sembrano essere sempre un po’ inferiori al livello corrente della disoccupazione.
Cos’è che porta la stima del NAIRU ad essere in costante discesa? Il fatto che l’inflazione non si materializzi. E guardate, è meglio constatare che, alla luce dei fatti, la Commissione Federale opera delle correzioni, piuttosto che il contrario. Ma la verità è che noi non sappiamo davvero quanto la disoccupazione possa esser bassa, il che significa che il tasso di disoccupazione non è una buona ragione per una restrizione (monetaria). Aspettate, sinché non vedete l’inflazione nelle palle degli occhi!
[1] A proposito del significato dell’acronimo NAIRU (che sta per “Non-accelerating inflation rate od unemployment” e vuol dire: ‘Tasso di disoccupazione al quale non si ha accelerazione dell’inflazione’) si veda alle Note sulla Traduzione, la voce “Curva di Phillips, cenni di storia, deflazione, NAIRU e attualità”.
settembre 17, 2015
Sep 17 10:17 am
There is good reason to believe that the conventional 2 percent inflation target is too low, even for the United States; the risks of hitting the zero lower bound are clearly much higher than people believed when 2 percent became orthodoxy. But whatever the case for a higher US target, the case is much, much stronger for Europe, which combines Japan-style demography — a shrinking working-age population, making secular stagnation more likely — with adjustment problems that get much harder when inflation is low. It’s important to realize that it matters not at all whether the overall rate is slightly positive or slightly negative; as the IMF says, “lowflation” creates all the problems we associate with deflation, even if the headline number is greater than zero.
So how’s it going? Terribly. Despite QE, euro area core inflation is stuck below 1 percent.
The euro remains a slow-motion disaster, despite the constant claims that a bit of growth here or there somehow vindicates all the suffering.
La bassa inflazione europea
C’è una buona ragione per credere che il convenzionale obbiettivo di inflazione del 2 per cento sia troppo basso, persino per gli Stati Uniti; i rischi di toccare il limite inferiore dello zero (nei tassi di interesse) sono chiaramente molto più alti di quello che la gente credeva quando il 2 per cento divenne un’ortodossia. Ma qualsiasi sia l’argomento per un obbiettivo più elevato negli Stati Uniti, c’è un argomento molto, molto più forte per l’Europa, che mette assieme una demografia di stile giapponese – una popolazione in età lavorativa che si riduce, rendendo più probabile la stagnazione secolare – e problematiche di correzione che diventano molto più difficili quando l’inflazione è bassa. É importante comprendere che non conta niente che il tasso complessivo (di inflazione) sia positivo o leggermente negativo; come afferma il FMI, la ‘bassa inflazione’ crea tutti i problemi che associamo alla deflazione, anche se il dato complessivo [1] è più grande di zero.
Cosa sta accadendo? In un modo che impressiona, nonostante la ‘facilitazione quantitativa’, l’inflazione sostanziale dell’area euro è bloccata sotto l’1 per cento.
L’euro resta un disastro al rallentatore, nonostante la costante pretesa che un po’ di crescita qua e là, in qualche modo risarcisca tutte le sofferenze.
[1] “Headline” significa “titolo”, di un giornale o di un programma televisivo o altro. Ma il suo significato implicito (anche esplicito) di ‘sommario’ spiega il suo uso come aggettivo assieme a termini economici, come ad esempio “headline inflation” (ho trovato anche “headline unemployment”). Quindi la “headline inflation” – o i dati relativi – sta a significare “inflazione complessiva”, ovvero quella inflazione che deriva dalla stima complessiva di tutti i generi di consumo.
La inflazione che esprime invece l’andamento solo dei generi che non sono sottoposti ad eccessiva volatilità e variabilità (ovvero con l’esclusione di quelli di varie materie prime, alimentari o energetiche), viene definita “core inflation”, ovvero “inflazione sostanziale”. Come spiegato molte volte da Krugman, la prima inflazione – quella complessiva – è un indicatore piuttosto impreciso, proprio perchè viene influenzato dagli andamenti di breve periodo di alcuni prezzi (quegli andamenti in certi momenti rafforzano apparentemente l’inflazione, salvo produrre poco dopo l’esito opposto, quando quei prezzi calano). La Federal Reserve, ad esempio, utilizza normalmente i dati della “inflazione sostanziale”.
settembre 17, 2015
Sep 17 9:56 am
Or, maybe not. Remember how it was a big deal when S&P downgraded the United States — except nothing at all happened in the markets? Well, that was America, the world’s reserve-currency nation. Nobody else can shrug such things off, right?
Ahem. Japan just got downgraded; it has huge debt relative to GDP, the yen isn’t much of a reserve currency, and …
Japan 10-year bond Bloomberg News
See the big reaction? Neither do I.
Temere le agenzie di rating
O forse no. Ricordate che grande faccenda fu il declassamento degli Stati Uniti da parte di S&P – a parte il fatto che non accadde niente di niente sui mercati? Ebbene, quella era l’America, la nazione della valuta di riserva del mondo. Nessun altro potrebbe trascurare una cosa del genere, non è vero?
Beh, il Giappone è stato appena declassato; ha un grande debito in rapporto al PIL, lo yen non costituisce una parte rilevante delle valute di riserva, e ….
Bond decennali del Giappone, Bloomberg News
Non vedete la grande reazione? Non la vedo neanch’io.
settembre 16, 2015
Sep 16 2:44 am
This is really telling: Donald Trump is finally facing an all-out challenge from conservatives — and it’s coming from the Club for Growth.
And who is the Club for Growth? It’s the enforcer organization for voodoo economics, for the claim, utterly refuted by all available evidence, that tax cuts for the rich generate miraculous growth. (High priests in voudou are houngans, hence my headline).
As I’ve been saying all along, while it’s true that Trump is a blowhard talking nonsense about policy, that’s true of every contender for the GOP nomination. He’s just talking different nonsense. And Trumponomics is, if anything, more sensible than the deep voodoo that has been embraced by Jeb Bush.
Trump isn’t a problem for Republicans; he’s a symptom of the problems Republicans have.
La chioma e gli houngans [1]
Questa è davvero indicativa: Donald Trump sta finalmente affrontando una sfida a tutto campo dei conservatori ed essa sta venendo dal Club per la crescita.
E cosa è il Club per la crescita? É l’organizzazione di coloro che devono far rispettare l’economia voodoo, ovvero la pretesa, completamente confutata da ogni testimonianza disponibile, che gli sgravi fiscali ai ricchi generino una crescita miracolosa (gli alti sacerdoti della religione vudù sono gli houngans, da lì il mio titolo).
Come sto dicendo dall’inizio, mentre è vero che Trump è un gradasso che dice sciocchezze sulla politica, la stessa cosa è vera per tutti i competitori alla nomination repubblicana. Il suo è solo un modo diverso di dire sciocchezze. Semmai, l’economia di Trump è più sensata del profondo voodoo che è stato fatto proprio da Jeb Bush.
Trump non è un problema per i repubblicani; è un sintomo dei problemi che i repubblicani hanno.
[1] I capelli, o meglio la ‘chioma’, dovrebbe essere quella di Trump, effettivamente un po’ speciale. Per il termine “houngans” , questa è la spiegazione di Wikipedia:
“Nella religione vudù di Haiti, gli oungan (chiamati anche houngan o ungan) sono i sacerdoti di sesso maschile (corrispondenti alle mambo, di sesso femminile). Gli houngan sono depositari della tradizione dei riti e delle canzoni sacre. Inoltre, essi hanno il compito di curare il rapporto fra la comunità e gli spiriti; in particolare, ciascun oungan ha la responsabilità di servire gli spiriti dei propri antenati”.
settembre 15, 2015
Sep 15 9:18 am
Attacks on Keynesians in general, and on me in particular, rely heavily on an army of straw men — on knocking down claims about what people like me have predicted or asserted that have nothing to do with what we’ve actually said. But maybe we (or at least I) have been remiss, failing to offer a simple explanation of what it’s all about. I don’t mean the models; I mean the policy implications.
So here’s an attempt at a quick summary, followed by a sampling of typical bogus claims.
I would summarize the Keynesian view in terms of four points:
Is this a complicated, convoluted doctrine? It doesn’t sound that way to me, and the implications for the world we’ve been living in since 2008 seem very clear: aggressive monetary expansion, plus fiscal stimulus as long as the zero lower bound constrains monetary policy.
But strange things happen in the minds of critics. Again and again we see the following bogus claims about what Keynesians believe:
B1: Any economic recovery, no matter how slow and how delayed, proves Keynesian economics wrong. See [2] above for why that’s illiterate.
B2: Keynesians believe that printing money solves all problems. See [3]: printing money can solve one specific problem, an economy operating far below capacity. Nobody said that it can conjure up higher productivity, or cure the common cold.
B3: Keynesians always favor deficit spending, under all conditions. See [4]: The case for fiscal stimulus is quite restrictive, requiring both a depressed economy and severe limits to monetary policy. That just happens to be the world we’ve been living in lately.
I have no illusions that saying this obvious stuff will stop the usual suspects from engaging in the usual bogosity. But maybe this will help others respond when they do.
Spiegazioni sul keynesismo
Gli attacchi al keynesismo, e al sottoscritto in particolare, si fondano ampiamente su un esercito di argomentazioni fittizie – si buttano giù pretese su quello che persone come me hanno previsto o sostenuto che non hanno niente a che fare con quello che abbiamo detto veramente. Ma forse noi (o almeno io) siamo stati negligenti, mancando di offrire una spiegazione di quello di cui stiamo dibattendo. Non intendo i modelli; intendo le implicazioni politiche.
Ecco dunque un tentativo di un rapido sommario, seguito da un campionamento di tipici argomenti fasulli.
Sintetizzerei il punto di vista keynesiano in quattro punti:
1 – Le economie talvolta producono molto meno di quello che potrebbero, ed occupano molti meno lavoratori di quelli che dovrebbero, semplicemente perché non c’è una spesa sufficiente. Tali episodi possono avvenire per una varietà di ragioni; la questione è come rispondere.
2 – Ci sono normalmente forze che tendono a riportare l’economia in condizioni di piena occupazione. Ma esse operano lentamente; una politica di non-intervento verso le economie depresse comporta di accettare un periodo di sofferenze lungo e non necessario.
3 – E’ spesso possibile accorciare drasticamente questo periodo di sofferenze e ridurre le perdite umane e finanziarie “stampando moneta”, utilizzando il potere della banca centrale di creare valuta per spingere verso l’alto i tassi di interesse.
4 – Talvolta, tuttavia, la politica monetaria perde la sua efficacia, specialmente quando i tassi di interesse sono vicini allo zero. In quel caso una provvisoria spesa pubblica in deficit può fornire un incoraggiamento utile. Di converso, l’austerità della finanza pubblica in una economia depressa impone ampie perdite economiche.
Si tratta di una dottrina complicata, involuta? Non mi pare, e le implicazioni per il mondo in cui viviamo, a partire dal 2008, sembrano molto chiare: una aggressiva espansione monetaria e in aggiunta misure di sostegno della finanza pubblica, finché il limite inferiore dello zero (dei tassi di interesse) condiziona la politica monetaria.
Ma accadono cose strane nelle teste dei critici. Constatiamo in continuazione i seguenti argomenti fasulli a proposito delle presunte convinzioni dei keynesiani:
B1 – Ogni ripresa economica, non conta quanto lenta e quanto ritardata, prova che l’economia keynesiana è sbagliata. Si veda sopra il punto (2) a proposito delle ragioni per le quali quell’argomento è segno di ignoranza.
B2 – I keynesiani credono che lo stampare moneta risolva tutti i problemi. Si veda il punto (3): stampare moneta può risolvere il problema specifico di un’economia che opera al di sotto delle sue potenzialità. Nessuno ha detto che esso possa produrre per magia una produttività più elevata, o curare un normale raffreddore.
B3 – I keynesiani sono a favore della spesa pubblica in deficit, a tutte le condizioni. Si veda il punto (4): il caso di misure di sostegno di finanza pubblica è abbastanza restrittivo, richiedendo le condizioni sia di una economia depressa che di gravi limiti alla politica monetaria. Si dà il caso che queste siano proprio le condizioni recenti del mondo in cui stiamo vivendo.
Non mi illudo che dire queste cose ovvie fermerà i soliti noti dall’impegnarsi nelle consuete fesserie. Ma può dare una mano agli altri a rispondere quando lo fanno.
settembre 14, 2015
Sep 14 2:21 am
One thing you encounter a lot in Europe these days are assertions that the “success” of Spain and Portugal proves that the critics of austerity were all wrong. To make this sort of claim, however, you have to do two things. First, you need to define success way, way down. Second, you have to willfully misread what Keynesians have been saying from the beginning about about the process of internal devaluation.
Let’s look at what passes for success in Spain, which has, somewhat incredibly, been elevated as a role model:
Eurostat
We see an awesome slump that leaves Spain far below its pre-crisis level of output, and even further below its pre-crisis trend, followed by an upturn that, even if it continues at the current pace, will take many years to recover the lost ground. This is a vindication of policy?
But isn’t any kind of recovery a refutation of what people like me have been saying? Sigh. Here’s what I wrote three years ago, drawing on standard international macro theory:
So over time gradual deflation (or deflation relative to trading partners) increases competitiveness, leading to recovery toward full employment; this implies a period of above-normal growth and, implicitly, above normal growth in exports as well. So if you see these things it isn’t a refutation of the approach, it’s actually what the model predicts.
The point, however, is that it may take a long time — and there’s massive pain along the way.
This is exactly the point Milton Friedman was making in his case for flexible exchange rates:
[U]nemployment produces steady downward pressure on prices and wages, and the adjustment will not have been completed until the deflation has run its sorry course.
If you ask me, it’s telling that defenders of current policies and attackers of their critics have to invent false claims the critics never made.
Storie di successo dell’austerità
Una cosa nella quale ci si imbatte di frequente nell’Europa di questi tempi sono i giudizi per i quali il “successo” della Spagna e del Portogallo dimostrano che le critiche all’austerità erano tutte sbagliate. Per avanzare questa specie di argomento, tuttavia, si devono fare due cose. La prima, c’è bisogno di classificare la direzione del successo molto in basso. La seconda, si deve aver testardamente frainteso quello che i keynesiani vengono dicendo dall’inizio sul processo di svalutazione interna.
Si osservi quello che viene fatto passare per successo nel caso della Spagna, che, abbastanza incredibilmente, è stata elevata ad un ruolo guida:
Eurostat
Quello che vediamo è una terribile crisi che lascia la Spagna assai al di sotto del suo livello di produzione precedente alla crisi, ed ancora più al di sotto della sua tendenza precedente alla crisi, seguita da un rialzo che, se anche continuasse al ritmo attuale, richiederebbe molti anni per recuperare il terreno perduto. É un risarcimento delle politiche fatte?
Ma non è comunque una ripresa che smentisce quello che le persone come me venivano dicendo? (Sospiro). Ecco quello che scrivevo tre anni orsono, attingendo alla normale teoria macroeconomica internazionale:
“Dunque, nel corso del tempo la graduale deflazione (o la deflazione relativa rispetto ai partner commerciali) incrementa la produttività, indirizzando la ripresa verso la piena occupazione; questo comporta un periodo di crescita al di sopra della norma e, senza dubbio, anche un periodo di crescita delle esportazioni al di sopra della norma. Cosicché, se si assiste a questo fenomeno, esso non è un confutazione dell’approccio, è effettivamente quello che prevede il modello.
Il punto, tuttavia, è che ciò può richiedere un tempo lungo – e per quella strada ci sono sofferenze molto ampie.”
É esattamente il punto che Milton Friedman avanzava nella sua argomentazione a favore di tassi di cambio flessibili:
“(l)a disoccupazione produce una spinta regolare verso il basso di prezzi e salari, e la correzione non sarà stata completata finché la deflazione non avrà fatto il suo spiacevole corso.”
Se volete il mio parere, ciò ci dice che i difensori della politiche attuali e i detrattori delle critiche che vengono loro rivolte, devono inventarsi argomenti falsi che quei critici non hanno mai avanzato.
settembre 11, 2015
Sep 11 9:05 am
Yannis Ioannides and Christopher Pissarides, in a new Brookings Paper, talk about the ways lack of structural reform hurts Greek productivity and competitiveness. I have no reason to doubt that there are big things that should change, and that Greece would be much better off if it could somehow break the political barriers to making these changes.
But I would argue that it’s very, very wrong to point to factors limiting Greek productivity and claim that these factors are the “cause” of the Greek crisis. Low productivity exacts a price from any economy; it does not normally, or need not, create financial crisis and a huge deflationary depression.
Consider, in particular, a comparison that should be made — between Greece and Poland. Poland, like Greece, is a country on Europe’s periphery, closely linked to the rest of the European economy. It’s also a country with relatively low productivity by northwestern European standards, indeed lower productivity than Greece by standard international measures:
Conference Board
But Poland has not had a Greek-style crisis, or indeed any crisis at all. Instead, it has powered through the turmoil of recent years:
What’s the difference? The main answer, surely, is the euro: by adopting the euro Greece first brought on massive capital inflows, then found itself in a trap, unable to achieve the needed real devaluation without incredibly costly deflation.
Every time someone asserts that the Greek problem is really on the supply side, you should ask, not whether it has supply-side problems — it does — but why this should lead to collapse. Greece seems to have about 60 percent of Germany’s productivity, which means that it should have real wages only about 60 percent as high as Germany’s. It should not have 25 percent unemployment.
La Polonia a confronto con la Grecia
Yannis Ioannides e Cristopher Pissarides, in un nuovo saggio del Brookings, parlano dei modi nei quali la mancanza di riforme strutturali danneggia la produttività e la competitività della Grecia. Non ho motivo di dubitare che ci siano cose importanti che dovrebbero cambiare e che la Grecia starebbe molto meglio se in qualche modo potesse rompere le barriere politiche per operare questi cambiamenti.
Ma credo di poter affermare che è davvero molto sbagliato puntare sui fattori che limitano la produttività e sostenere che questi fattori siano la “causa” della crisi greca. La bassa produttività comporta un prezzo ad ogni economia; normalmente essa non crea, o non necessariamente, una crisi finanziaria ed una ampia depressione deflazionistica.
Si consideri, in particolare, un confronto che dovrebbe essere stabilito, tra la Grecia e la Polonia. La Polonia, come la Grecia, è un paese della periferia dell’Europa, strettamente connessa al resto dell’economia europea. É anche un paese con una produttività relativamente bassa per gli standard dell’Europa nord occidentale, in effetti con una produttività più bassa della Grecia, secondo le misure internazionali standard:
Conference Board
Ma la Grecia non ha avuto una crisi del genere della Grecia, in effetti non ha avuto alcuna crisi. Piuttosto, è uscita rafforzata dal tumulto degli anni recenti:
Dov’è la differenza? La risposta principale, sicuramente, è l’euro: adottando l’euro la Grecia si è dapprima provocata un massiccio afflusso di capitali, poi si è ritrovata in una trappola, incapace di ottenere la necessaria svalutazione reale senza una deflazione incredibilmente costosa.
Tutte le volte che qualcuno sostiene che il problema greco è sostanzialmente sul lato dell’offerta, dovreste chiedere non se essa ha problemi dal lato dell’offerta – perché li ha – ma perché questo dovrebbe portare al collasso. Pare che la Grecia abbia il 60 per cento della produttività della Germania, il che significa che dovrebbe avere salari reali pari soltanto a circa il 60 per cento della Germania. Non dovrebbe avere il 25 per cento di disoccupazione.
settembre 11, 2015
Sep 11 8:46 am
The Jeb! tax plan confirms, if anyone had doubts, that the takeover of the Republican Party by charlatans and cranks is complete. This is what the supposedly thoughtful, wonkish candidate of the establishment can come up with? And notice that the ludicrous claim that most of the revenue effects of huge tax cuts would be offset by higher growth comes from economists who, like Jeb!, are very much establishment figures – but who evidently find that the partisan requirement that they support voodoo outweighs any fear of damage to their professional reputations.
While the intellectual implosion of the GOP is obvious, however, it’s less obvious what is driving it. Or to be more specific, stories that explain why one set of crank ideas flourish don’t seem to work well for other sets of crank ideas. At least for now, I don’t feel that I have a general theory of crankification. Instead, I have two basic stories, which seem to apply with very different force to different crank ideas.
Consider, in particular, the contrast between supply-side economics and Ron-Paul-style monetary crankdom.
Inflation paranoia — the constant assertion that we’re going to turn in Zimbabwe any day now owing to the evils of fiat currency — is a form of nonsense that’s completely immune to evidence. But why does it persist? Is it in the interests of powerful people to oppose expansionary monetary policy and promulgate crank monetary theory? It’s not at all clear why. Yes, rentiers benefit from low inflation or deflation, and are hurt by low yields, but on the other hand they benefit from higher asset prices, and overall the distributional implications of monetary policy are complicated.
So my sense is that monetary crankdom is more of a grass-roots phenomenon, driven partly by libertarians warped because they read Ayn Rand instead of Tolkien, and by the quasi-moral sense of old white men that they earned their money and printing the stuff must be destructive.
On the other hand, belief in the sovereign power of cutting taxes on rich people obviously serves the interest of rich people — and there is, not surprisingly, a lavishly financed industry aimed at promoting that belief. And that industry is what keeps the belief going, by supporting large numbers of apparatchiks employed not to produce accurate predictions but to concoct justifications for policies serving their sponsors’ interests. I wouldn’t call someone like Stephen Moore a crank; he’s just doing his job, which doesn’t happen to involve economic analysis.
True, you do see people like Glenn Hubbard and Martin Feldstein falling in line as well; that’s just sad.
The thing is, there isn’t anything comparable on the other side. You can find cranky individuals on the left, but mainstream Democratic politicians don’t feel the need to support, say, extreme anti-GMO positions. There are interest groups with a lot of influence on Democratic politics, like teachers’ unions, but supporting bad economic theories that serve their interests isn’t a litmus test for establishment politicians.
All of this leads to a further question, which is why the GOP is the party of apparatchiks and cranks. I don’t yet have a deep answer.
Stravaganti, ciarlatani e uomini d’apparato
Il programma sulle tasse di Jeb conferma, se qualcuno aveva dei dubbi, che la presa di possesso del Partito Repubblicano da parte di ciarlatani e stravaganti è completa. É questo il massimo con cui può venirsene fuori il presunto riflessivo e preparato candidato del gruppo dirigente? E si noti che il comico argomento secondo il quale gran parte degli effetti degli sgravi fiscali sarebbero compensati da una crescita più elevata viene da economisti che, come Jeb, sono per davvero in gran parte personaggi del gruppo dirigente – ma evidentemente ritengono che il requisito fazioso di sostenere le teorie voodoo abbia più importanza di ogni timore di ricevere danno alla loro reputazione.
Se, tuttavia, l’implosione intellettuale del Partito Repubblicano è evidente, meno evidente è cosa la provochi. O, per essere più precisi, i racconti che spiegano perché un complesso di idee stravaganti stiano prosperando, non sembra funzionare bene per altri complessi di idee stravaganti. Almeno al momento, sento di non avere una teoria generale di tale eccentricità. Piuttosto, ho due racconti di base, che mi pare si applichino con evidenza molto diversa alle differenti teorie stravaganti.
Si consideri, ad esempio, il contrasto tra l’economia dal lato dell’offerta e la stravaganza monetaria del genere di Ron Paul.
La paranoia dell’inflazione – il giudizio irremovibile per il quale siamo destinati un giorno o l’altro a ritrovarci come lo Zimbabwe a seguito dei mali della emissione di moneta – è una forma di sciocchezza completamente immune alle prove. Ma perché persiste? É nell’interesse delle persone potenti opporsi ad una politica monetaria espansiva e mettere in circolazione teorie monetarie stravaganti? Non è affatto chiaro perché dovrebbero. É vero, i redditieri traggono [1] benefici dalla bassa inflazione o dalla deflazione, e sono colpiti dai bassi rendimenti, ma d’altra parte traggono benefici dagli alti prezzi degli asset, e in generale le implicazioni distributive della politica monetaria sono complesse.
La mia sensazione è che la stravaganza monetaria è maggiormente un fenomeno della gente comune, guidato in parte da libertariani deformati dal fatto che hanno letto Ayn Rand anziché Tolkien [2], e dalla sensazione moralistica degli uomini bianchi anziani, di essersi guadagnati i loro soldi nonché della obbligata distruttività dello stampare i soldi medesimi.
D’altra parte, credere nel potere sovrano del tagliare le tasse sulla gente ricca, ovviamente, è al servizio delle gente ricca – e non sorprende che ci sia un’industria generosamente finanziata rivolta a promuovere quella convinzione. E quell’industria è quella che sostiene il successo di quella convinzione, alimentando un ampio numero di galoppini che sono al lavoro non per produrre previsioni accurate ma ad inventare giustificazioni per politiche al servizio dei loro sponsor. Non chiamerei qualcuno come Stephen Moore uno stravagante [3]; egli sta solo facendo il suo lavoro, che si dà il caso che non riguardi l’analisi economica.
É vero, si trovano anche individui come Glenn Hubbard e Martin Feldstein a sostenere le stesse posizioni, la qualcosa è soltanto triste.
Il punto è che non c’è niente di confrontabile sull’altro schieramento. Si possono trovare a sinistra individui eccentrici, ma i politici democratici prevalenti non sentono il bisogno di sostenere, ad esempio, posizioni estreme contro gli Organismi Geneticamente Modificati. Ci sono gruppi di interesse che hanno molta influenza sulla politica democratica, come i sindacati degli insegnanti, ma sostenere cattive teorie economiche utili a quegli interessi non è una prova del nove per gli uomini politici dei gruppi dirigenti.
Tutto questo porta ad una ulteriore questione, ovvero la ragione per la quale il Partito Repubblicano è il partito degli uomini di apparato e degli stravaganti. Non ho ancora una spiegazione profonda.
[1] Forse c’è un errore nel testo inglese, mi pare che dovrebbe essere “non traggono”.
[2] In un vecchio post del settembre 2010, Krugman citava con approvazione il misterioso blog Kung Fu Monkey, secondo il quale un quattordicenne che legge Il Signore degli Anelli rimarrà ossessionato per tutta la vita dai suoi eroi incredibili, e alla fine risulterà inadatto a misurarsi con il mondo reale. Uno che invece leggesse il libro della Rand Atlas Shrugged, al posto degli eroi incredibili risulterà influenzato da un mondo di orchi (si suppone con conseguenze ancora peggiori).
[3] Stephen Moore è un giornalista ed uno scrittore di temi economici. Sostenitore piuttosto fanatico delle teorie dal lato dell’offerta e del libero mercato, è stato editorialista del Wall Street Journal, per poi passare al ruolo di capo economista alla Heritage Foundation (in seguito, al ruolo di semplice collaboratore).
settembre 9, 2015
Sep 9 9:10 pm
We have a first score on the Jeb! tax plan — in answer to Matt O’Brien, I think we refer to this as the Bush! tax! cuts! It’s $3.4 trillion in lost revenue. But most of this will be made up through higher growth, Bush’s advisers, led by Glenn Hubbard, assure us.
And that’s highly credible, right? After all, Hubbard was a big booster of the Bush (as opposed to Bush!) tax cuts, which he assured everyone would lead to much faster growth and 300,000 jobs a month. He was especially proud of the 2003 tax cut.
And just look at the chart above, which compares private sector job creation after that pro-growth tax cut and after the job-killing 2013 Obama tax hike. As you can see — hmm, that doesn’t seem to go the right way, does it?
It’s almost pathological how Jeb! seems to have learned nothing from what didn’t work under Bro! Why, next thing he’ll be saying that he’s leaning on W’s advice for dealing with the Middle East. Oh, wait.
9 settembre 2015
Energico Voodoo
Ho dato un primo punteggio al programma fiscale di “Bush!” [1] – in risposta a Matt O’Brien penso che possiamo riferirci a quel programma come “Bush! Sgravi! Fiscali!”. Si tratta di 3,4 migliaia di miliardi di entrate perse. Ma la maggioranza di quelle perdite sarà compensata da una crescita più elevata, ci assicurano i consiglieri di “Bush!”, guidati da Glenn Hubbard.
Ed è del tutto credibile, non è così? Dopo tutto Hubbard fu un grande sostenitore degli sgravi fiscali di Bush (da non confondersi con “Bush!”), che assicurava avrebbero portato ad una crescita molto più veloce e a 300.000 posti di lavoro al mese. Egli era particolarmente orgoglioso degli sgravi fiscali del 2003.
Potete dare appena un’occhiata alla tabella sopra, che confronta la creazione di posti di lavoro dopo gli sgravi fiscali a favore della crescita e quella dopo il rialzo delle tasse di Obama del 2013 [2], che doveva distruggere posti di lavoro. Come potete notare … non sembra che la cosa sia andata nel modo giusto, non è vero?
É quasi patologico come “Bush!” sembra non aver imparato niente da quello che non funzionò con il suo “Fratello!”, la prossima cosa che ci dirà sarà che egli fa affidamento sui consigli di “Walker!” [3] nell’occuparsi del Medio Oriente. Basta aspettare.
[1] Come qualcuno ricorderà, Krugman scrive Jeb Bush con l’aggiunta di un punto esclamativo perché intende ironizzare sul logo del candidato repubblicano (in realtà, il logo e solo “Jeb!”), che si presenta in quel modo, forse, per indicare la sua indifferenza al cognome, che pure gli crea qualche problema. Per non spiegarlo tutte le volte, direi che posso evitare il punto esclamativo. Ma non in questo post, nel quale sulla questione dell’esclamazione ci sono ironie ripetute.
[2] L’andamento della creazione dei posti di lavoro nel settore privato nel periodo di Obama è espresso dalla linea blu; quello del periodo di Bush fratello dalla linea rossa.
[3] Che sarebbe il secondo nome di George W. Bush, il fratello.
settembre 8, 2015
Sep 8 10:50 pm
I’m on the other side of the world, talking Abenomics — but I can’t help noticing that Jeb Bush has now come out with the highly original proposal that we give rich people and corporations big tax cuts. A different kind of Republican! And he’s hoping to “jump-start his campaign” by winning the endorsement of … Stephen Moore, Larry Kudlow, and Steve Forbes.
This is getting surreal.
On substance, the supply-siders have covered themselves in, well, whatever is the opposite of glory since 2008 — predicting runaway inflation and soaring interest rates, disaster from tax hikes both nationally and in Jerry Brown’s California, triumph in Brownback’s Kansas, and on and on.
But what really gets me is that Bush imagines that these are the endorsements he needs. Do Republican base voters care what Stephen Moore says? Do they even know who he is? Endorsements from the supply-siders may matter for big-money donations, but Jeb! already has plenty of those, and his hundred million is doing him no good at all.
Truly, this is pathetic.
Jeb l’impreparato (1)
Sono dall’altra parte del mondo a parlare della politica economica di Shinzo Abe – ma non posso fare a meno di notare che Jeb Bush se n’è venuto fuori con la proposta altamente originale di regalare ai ricchi ed alle società grandi sgravi fiscali. Un repubblicano d’altro genere! E sta sperando di “dare il colpo d’avvio” alla sua campagna elettorale” aggiudicandosi l’appoggio di ….. Stephen Moore, Larry Kudlow e Steve Forbes.
Sta diventando surreale.
In sostanza, gli esponenti dell’economia dal lato dell’offerta si sono ricoperti, diciamo così, di tutto ciò che è agli antipodi della gloria a partire dal 2008 – prevedendo una inflazione fuori controllo e tassi di interesse che schizzavano alle stelle, un disastro per gli aumenti delle tasse sia a livello nazionale che nella California di Jerry Brown, un trionfo nel Kansas di Brownback. E così via dicendo.
Ma quello che veramente mi colpisce è che Bush immagini che sia questo il genere di appoggi di cui ha bisogno. Gli elettori della base repubblicana si curano di quello che dice Stephen Moore? Sanno chi sia? I sostegni da parte degli esponenti dell’economia dal lato dell’offerta possono avere un peso per i contributi elettorali dei grandi ricchi, ma Jeb ha già fatto il pieno di queste donazioni, ed il suo centinaio di milioni non gli sta facendo bene per nulla.
Questa è davvero patetica.
(1) La tabella mostra gli andamenti dell’occupazione nei due Stati simbolo delle poltiche economiche dei democratici e dei repubblicani, la California e il Kansas. Gli ‘esperti’ di economia dai quali Jeb Bush sta ottenendo sostegno, avevano in sostanza previsto il crollo della California del Governatore Jerry Brown ed il grande successo della politica degli sgravi fiscali sui ricchi nel Kansas del Governatore Brownback. Come si nota, sta succedendo il contrario.
settembre 7, 2015
Sep 7 5:13 pm
Brad DeLong marvels at Peter Schiff insisting to Josh Barro that US inflation is far higher than the official statistics acknowledge, and hence that the economy is actually shrinking. Incidentally, the independent Billion Prices index — which is internet-based, and places a higher weight on goods as opposed to services including housing — is actually showing deflation right now.
Brad — picking up on me, I think — suggests that it’s about affinity fraud. The picture above is from my slides for the Festival of Dangerous Ideas. The figure on the left, for those not familiar with the classics, is Snidely Whiplash, the enemy of Dudley Do-Right; I use him to symbolize the notion that bad economic ideas are propounded by people with an interest in having the government pursue bad policies. On the right is Bernie Madoff, but I’m not thinking of Madoff as much as his followers, who trusted him because they thought he was one of them. That’s what affinity fraud is all about.
I’ve been arguing for a while that inflation paranoia is best understood in affinity fraud terms. It’s true that some people benefit from deflation, but it’s hard to make a general case that this is what’s driving the phenomenon. And all the CNBC and Zero Hedge followers have been losing money if they believe what they’re hearing. To quote myself:
So who are the people who feel a deep affinity with a crotchety crank? Um, crotchety white guys feeling cranky. The whiteness is, I believe, an important part of the story, as I’ll explain in a minute.
The basic mindset of the kind of people who pay Ron Paul for his economic advice is pretty clear: they’ve made some money over the course of their lives, they believe that all of it reflects their own virtue, and they think they know from that experience what it takes to create wealth. They hear that the Fed is printing money, and it sounds to them like a violation of both the laws of economics and morality — and they surely think of it as a plot to take away their completely earned gains and give them to Those People (hence the whiteness issue).
You can try as hard as you like to tell such people that monetary policy is mainly a technical problem, that the Fed isn’t giving money away, and that predictions of runaway inflation have been utterly wrong; it will make no difference. You can point out that they would have done a much better job of investing if they had listened to the MIT gang; sorry, we’re just not their kind of people.
This stuff will never go away.
Affinità e Inflazione
Brad DeLong si meraviglia che Peter Schiff insista con Josh Barro su una inflazione che sarebbe molto più alta di quanto riconoscano le statistiche ufficiali, e di conseguenza su un’economia che in realtà si starebbe restringendo. Tra parentesi, l’indipendente Billion Prices Index – che si basa su Internet, e colloca un peso maggiore sui beni rispetto ai servizi, compreso quello immobiliare – sta per la verità, in questo momento, mostrando una deflazione.
Brad – attingendo, suppongo, al sottoscritto – indica che si tratta del cosiddetto ‘reato di affinità’ [1]. L’immagine in alto proviene dalle mie diapositive per il Festival delle Idee Pericolose. La figura sulla sinistra, per coloro che non hanno dimestichezza con i classici, è Snidely Whiplash, il nemico di Dudley Do-right; lo uso come simbolo del concetto che le cattive idee in economia sono proposte da persone che hanno un interesse nell’avere governi che perseguono cattive politiche. Quello sulla destra è Bernie Madoff, ma io non sto pensando a Madoff come buona parte dei suoi seguaci, che credevano in lui perché pensavano che fosse uno di loro. É a quello che si riferisce il ‘reato di affinità’.
Ho sostenuto per un certo periodo che la paranoia dell’inflazione fosse meglio comprensibile in termini di ‘reato di affinità’. É vero che alcune persone traggono beneficio dalla deflazione, ma è arduo sostenere in generale che sia questo quello che sta provocando il fenomeno. E tutti i seguaci della CNBC e di Zero Hedge [2] stanno buttando via soldi se credono in quello che sentono. Per citare me stesso:
“Dunque, chi sono le persone che si sentono profondamente affini con un capriccioso eccentrico [3]? Ebbene, capricciosi individui di pelle bianca che si sentono eccentrici. Il colore della pelle, credo, sia una componente importante della storia, come spiegherò subito.
La mentalità di base delle persone che pagano Ron Paul per i suoi consigli economici è abbastanza chiara: hanno fatto un po’ di soldi durante la loro esistenza, credono che tutto ciò rifletta i loro meriti e pensano di sapere per esperienza cosa serve per creare ricchezza. Sentono dire che la Fed sta stampando moneta e quella gli sembra una violazione sia delle leggi dell’economia che della moralità – e sicuramente pensano sia in atto un complotto per portar via i loro guadagni interamente sudati e per consegnarli a Quella Gente (è da qui che viene la questione del colore della pelle).
Potete provare con tutto l’impegno che volete a raccontare a quelle persone che la politica monetaria è principalmente un problema tecnico, che la Fed non sta loro togliendo denaro e che le previsioni di una inflazione fuori controllo sono state completamente errate; non farà alcuna differenza. Potete mettere in evidenza che avrebbero fatto un miglior affare se avessero ascoltato la ‘squadra del MIT’; semplicemente non siamo persone che fanno per loro.
Sono cose che non passeranno mai.
[1] Ovvero, un reato espressamente previsto dalle leggi statunitensi, che consiste nel truffare altre persone sfruttando una condizione di ‘affinità’ con le stesse (perché si fa parte di uno stesso ambiente, si dichiarano i medesimi obbiettivi o ideali, si finge di perseguire gli stessi risultati sociali etc.). Se posso dir così, una sorta di plagio multiplo. É stato uno dei capi di accusa nei confronti di Bernie Madoff, vicenda che ha fatto scalpore sia per la notorietà di vari personaggi truffati, sia per l’esito di una condanna più che secolare al truffatore.
[2] Una televisione finanziaria ed un blog che si occupano di investimenti e di risparmi e che hanno sostenuto con continuità varie previsioni rivelatesi infondate.
[3] In quel post, Krugman se la prendeva con Ron Paul, un personaggio del gruppo dirigente repubblicano che si occupa anche di consulenza finanziaria nei confronti dello stesso pubblico di conservatori.
settembre 6, 2015
Sep 6 6:42 pm
Still in Sydney (next stop Tokyo), where it’s much too beautiful a day to sit inside blogging. But I did want to flag an excellent report by Josh Bivens and Larry Mishel on the productivity-pay gap.
The divergence between pay and productivity — a lot of productivity gains, almost total failure to trickle down — is one of the most striking features of American economics these past 40 (!) years. It’s also the subject of endless attempts at debunking, of claims that the divergence is somehow a statistical artifact. What Bivens and Mishel do is take on these arguments carefully, not dismissing them completely, but showing that they explain only a fraction of what we see. Rising benefits are mainly a pre-1979 issue, explaining almost nothing since then; the “terms of trade” — consumer prices rising faster than the prices of U.S. output — is also mostly pre-1979, and in any case only a fractional concern. And so on.
One thing they don’t say explicitly, but is important: the next time you hear someone claiming that middle-class families have, in fact, seen a big rise in living standards, you should know that to the extent that this is true (which is less than claimed), it’s mainly about working more hours. Pay really has almost stagnated despite rising productivity.
Produttività e compensi
Sono ancora a Sidney (prossima tappa a Tokio), ed è una giornata troppo bella per stare al chiuso dinanzi al blog. Ma volevo segnalare un eccellente resoconto di Josh Bivens e Larry Mishel sul differenziale tra produttività e paghe.
La differenza tra produttività e paghe – grandi incrementi nella produttività, una assenza quasi totale di ricadute di questi guadagni verso il basso – è una delle caratteristiche più sorprendenti dell’economia americana di questi ultimi 40 (!) anni. É anche l’occasione per ininterrotti tentativi di demistificazione, per pretese secondo le quali tale divergenza sarebbe in qualche modo un artificio statistico. Quello che Bivens e Mishel fanno è un intervento scrupoloso su questi argomenti, non liquidandoli per intero, ma dimostrando che essi spiegano solo una frazione di ciò che stiamo vedendo. I sussidi sociali in crescita sono principalmente un tema precedente al 1979 e da allora non spiegano quasi niente; anche i “rapporti di scambio” – l’aumento più rapido del prezzi al consumo e i prezzi della produzione degli Stati Uniti – sono anch’essi in gran parte precedenti al 1979, e in ogni caso sono una preoccupazione solo marginale. E via dicendo.
C’è una cosa che essi non dicono esplicitamente ma che è importante: la prossima volta che sentirete dire da qualcuno che le famiglie di classe media hanno, di fatto, conosciuto un grande incremento nei livelli di vita, dovreste sapere che nella misura in cui questo è vero (ed è meno vero di quanto si sostiene), esso dipende principalmente dall’aver lavorato ore in più. Le paghe in realtà sono rimaste quasi stagnanti nonostante la crescita della produttività.
[1] Le varie linee indicano: quella in blu, l’incremento netto della produttività; quella sottostante, i reali compensi medi orari, laddove per “reali” si intende in quel caso deflazionati sulla base del deflatore della produzione interna; quella più in basso, i diversi reali compensi medi orari, laddove in questo caso per reali si intende deflazionati sulla base del deflatore al consumo (ovvero, suppongo, sulla base della variazione dei prezzi dei beni prodotti all’interno ed all’estero); l’intervallo tra le due linee suddette si spiega, dunque, in conseguenza della variazione dei “rapporti di scambio”; l’ultima linea in celeste chiaro, esprime i valori reali dei compensi mediani.
I valori mediani non sono i valori ‘medi’, ovviamente. Diciamo che sono i valori centrali di una serie. I valori medi sono deformati dalla ineguaglianza (se i redditi superiori crescono di molto, essi trainano anche i valori medi, ma in realtà chi sta nelle posizioni medio basse non se ne accorge). E questo è stato appunto il fenomeno che si è manifestato con particolare chiarezza negli Stati Uniti: (1) la produttività è cresciuta molto di più dei compensi, ma (2) i compensi medi sono cresciuti molto di più degli effettivi compensi “mediani”, che praticamente sono rimasti fermi.
Si noti, infine, che il fenomeno riguarda il periodo dal 1974 in poi (Krugman estrapola quel periodo dallo studio di Bivens e Mishel, ma se si legge direttamente quello studio si osserva che i valori mediani dei compensi – nel periodo dal 1948 al 1974 – erano cresciuti praticamente nello stesso modo della produttività). Non riesco a trasferire l’intera tabella dello studio nel testo, ma si consideri che – ponendo al livello 0 i dati della produttività e dei compensi mediani (ovvero, di un lavoratore normale) nel 1948 – essi erano arrivati entrambi ad un livello 100 nel 1974; nei decenni successivi la produttività è schizzata al livello 238, i compensi sono rimasti al livello 100 (circa).
settembre 4, 2015
Sep 4 8:15 pm
I’m (a) having a good time (b) jet-lagged to the point of madness, so posting limited. But I do want to weigh in on the latest job report and the Fed.
Headline unemployment, at 5.1 percent, is now quite low by historical standards, and the baying for a rate increase is louder than ever. But inflation is subdued, indeed below target, and wages are still going nowhere. Should the Fed be raising rates in the name of “normalization”?
Well, consider the situation in 1997, when the unemployment rate dropped through 5 percent. The Fed did raise rates a quarter point, but then stopped, waiting for inflation to become a problem — which it never did, even though unemployment continued to fall, eventually to 4 percent.
The lesson is that the Fed really doesn’t know what level of U3 constitutes full employment, and should be very cautious about acting preemptively absent any signs of inflation problems.
Why is this time different? Many people seem to think that the case for raising rates is made stronger by the fact that we’re currently at zero, which seems weird and unnatural. But if you actually think through the logic, it’s the other way around. When the Fed funds rate was 5 percent, there was room to cut if a rate hike turned out to be premature — that is, the risks of moving too soon and moving too late were more or less symmetrical. Now they aren’t: if the Fed moves too late, it can always raise rates more, but if it moves too soon, it can push us into a trap that’s hard to escape.
Hiking rates now is still a really bad idea — and the arguments for that bad idea just keep getting worse.
La Fed dovrebbe ricordarsi degli anni ‘90
Anzitutto me la sto passando bene, e in secondo luogo patisco il fuso orario sino al limite dell’indecenza, cosicché i post sono limitati. Ma non rinuncio ad intervenire sull’ultimo rapporto sui posti di lavoro e sulla Fed.
La disoccupazione complessiva, al 5,1 per cento, adesso è abbastanza bassa per la serie storica, e gli ululati per un rialzo del tasso di interesse sono più rumorosi che mai. Ma l’inflazione è smorzata, in effetti al di sotto dell’obbiettivo, ed i salari non stanno ancora andando da nessuna parte. La Fed dovrebbe alzare i tassi nel nome della “normalizzazione”?
Ebbene, consideriamo la situazione nel 1997, quando il tasso di disoccupazione scese al 5 per cento. La Fed elevò il tasso di un quarto di punto, ma poi si fermò, aspettando che l’inflazione diventasse un problema – la qualcosa non accadde, anche se il tasso di disoccupazione continuò a scendere, alla fine sino al 4 per cento.
La lezione è che la Fed realmente non sa quale livello di U3 [1] rappresenti la piena occupazione, e dovrebbe essere molto cauta ad agire preventivamente in assenza di alcun segno di problemi di inflazione.
Perché questa volta sarebbe diverso? Molte persone sembrano pensare che l’argomento per rialzare i tassi sia reso più forte dal fatto che siamo attualmente a zero, la qualcosa sembra strana e innaturale. Ma se usate la logica, è esattamente il contrario. Quando il tasso di interesse sui finanziamenti della Fed era al 5 per cento, c’era spazio per fare tagli se un rialzo nei tassi risultava essere prematuro – ovvero, i rischi del muoversi troppo presto o troppo tardi erano più o meno asimmetrici. Oggi non è così: se la Fed si muove troppo tardi si può sempre alzare di più i tassi, ma se si muove troppo presto, essa può spingerci in una trappola dalla quale si verrebbe fuori difficilmente.
Alzare i tassi oggi è davvero una cattiva idea – e gli argomenti per tale cattiva idea stanno proprio diventando peggiori.
[1] Suppongo sia il tasso di disoccupazione, secondo le modalità di misurazione in uso negli Stati Uniti (ovvero, sono disoccupati coloro che non hanno lavoro, che l’hanno attivamente cercato nelle quattro settimane prevedenti alla rilevazione, che sono al momento disponibili per un posto di lavoro.
settembre 2, 2015
Sep 2 8:17 pm
Almost 15 years have passed since I warned about media “balance” that involved systematically abdicating the journalistic duty of informing readers about simple matters of fact. As I said way back when,
If a presidential candidate were to declare that the earth is flat, you would be sure to see a news analysis under the headline ”Shape of the Planet: Both Sides Have a Point.” After all, the earth isn’t perfectly spherical.
So have things improved? In some ways, they may have gotten even worse. These days, media balance often seems to involve retroactively rewriting history to avoid telling readers that one side of a policy debate got things completely wrong.
In particular, when you see reports on monetary disputes, you often see characterizations of what the Fed’s right-wing critics have been saying that go something like this, in the WaPo:
Among the criticisms: The Fed was keeping interest rates artificially low and fueling speculative bubbles. The helicopter-drop of money known as quantitative easing did little more than inflate stock markets and fund Washington’s deficit spending. The bailout of big banks left them bigger than ever.
Um, no. The people who gathered at the anti-Jackson-Hole event weren’t warning about bubbles and too-big-to-fail. They warned, in apocalyptic terms, that runaway inflation was just around the corner. Here’s Ron Paul; here’s Peter Schiff.
Why would a reporter credit the Fed’s critics with warnings they didn’t give, and fail to mention what they actually said? The answer, pretty obviously, is that if you were to say “Ron Paul has been predicting runaway inflation ever since the Fed began its expansionary policies”, that would make it clear that he has been completely wrong. And conveying that truth — even as a matter of simple factual reporting — is apparently viewed as taking sides.
So what we get instead is a whitewashing of the intellectual history, in which Fed critics are portrayed as making arguments that haven’t been shown to be ridiculous. It’s a pretty sorry spectacle.
Il lavaggio delle bolle
Sono passati una quindicina d’anni da quando misi in guardia sull’ “equilibrio” dei media che comportava l’abdicare sistematico dal dovere giornalistico di informare i lettori sui semplici dati di fatto. Come dissi allora:
“Se un candidato presidenziale dovesse dichiarare che la Terra è tonda, state sicuri che avreste analisi del tipo ‘La forma del Pianeta: entrambi gli schieramenti prendono posizione’. Dopo di tutto, la Terra non è esattamente sferica”.
Dunque, le cose sono migliorate? Da alcuni punti di vista, sono diventate persino peggiori. In questi giorni, l’equilibrio dei media sembra comportare la riscrittura retroattiva della storia, in modo da evitare di raccontare ai lettori che una parte politica fece tutto in modo sbagliato.
In particolare, quando leggete resoconti sui dibattiti monetari, spesso constatate descrizioni di quello che i critici di destra della Fed sono venuti dicendo, grosso modo su queste righe (dal Washington Post):
“Tra le critiche: la Fed ha tenuto i tassi di interesse artificialmente bassi, innescando bolle speculative. La distribuzione dei soldi dall’elicottero conosciuta come facilitazione quantitativa ha ottenuto poco di più che inflazionare i mercati azionari e finanziare la spesa in deficit di Washington. Il salvataggio delle grandi banche le ha lasciate più grandi che mai”.
Beh, no. Le persone che si sono riunite all’evento in contrapposizione a Jackson-Hole (1) non stavano ammonendo sulle bolle o sulle banche ‘troppo grandi per fallire’. Stavano ammonendo, in termini apocalittici, su una inflazione fuori controllo proprio dietro l’angolo. Queste le connessioni con Ron Paul e con Peter Schiff.
Perché un giornalista dovrebbe attribuire ai critici della Fed ammonimenti che non hanno espresso, e non fare menzione di quello che hanno effettivamente detto? La risposta, abbastanza evidente, è che se si fosse dovuto dire “Ron Paul ha predetto una inflazione fuori controllo sin da quando la Fed avviò le sue politiche espansive”, sarebbe stato chiaro che egli ha sempre avuto completamente torto. Comunicare una tale verità – persino nella forma di una semplice resoconto fattuale – viene apparentemente considerato come uno schierarsi.
Dunque, quello che invece abbiamo è una imbiancatura della storia delle idee, nella quale i critici della Fed vengono presentati come se avessero utilizzato argomenti che non si sono dimostrati ridicoli. É uno spettacolo abbastanza spiacevole.
(1) Nei giorni scorsi, in occasione del consueto convegno che la Fed tiene ogni anno nella località di Jackson-Hole, si è tenuto, nella stessa località, un contro-convegno di politici e commentatori di cose economiche della destra americana (al quale era stata annunziata anche la presenza del vecchio Presidente della Fed Alan Greenspan).
settembre 1, 2015
Sep 1 2:03 pm
We don’t get to do many controlled experiments in economics, so history is mainly what we have to go on. Unfortunately, many people who imagine that they know how the economy works go with what they think they heard about history, not with what actually happened. And I’m not just talking about the great unwashed; quite a few well-known economists seem not to have heard about FRED, or at least haven’t picked up the habit of doing a quick scan of the actual data before making assertions about facts.
And there’s one decade in particular where people are weirdly unaware of the realities: the 1980s. A lot of this has to do with Reaganolatry: the usual suspects have repeated so often that it was a time of extraordinary, incredible success that I often encounter liberals who believe that something special must have happened, that somehow the events were at odds with what the prevailing macroeconomic models of the time said would happen.
But nothing special happened, aside from the unexpected willingness of the Fed to impose incredibly high unemployment in order to bring inflation down.
What did orthodox salt-water macroeconomists believe about disinflation on the eve of the Volcker contraction? As it happens, we have an excellent source document: James Tobin’s “Stabilization Policy Ten Years After,” presented at Brookings in early 1980. Among other things, Tobin laid out a hypothetical disinflation scenario based on the kind of Keynesian model people like him were using at the time (which was also the model laid out in the Dornbusch-Fischer and Gordon textbooks). These models included an expectations-augmented Phillips curve, with no long-run tradeoff between inflation and unemployment — but expectations were assumed to adjust gradually based on experience, rather than changing rapidly via forward-looking assessments of Fed policy.
This was, of course, the kind of model the Chicago School dismissed scathingly as worthy of nothing but ridicule, and which was more or less driven out of the academic literature, even as it continued to be the basis of a lot of policy analysis.
So here was Tobin’s picture:
Here’s what actually happened:
Unemployment shot up faster than in Tobin’s simulation, then came down faster, because the Fed didn’t follow the simple rule he assumed. But the basic shape — a clockwise spiral, with inflation coming down thanks to a period of very high unemployment — was very much in line with what standard Keynesian macro said would happen. On the other hand, there was no sign whatsoever of the kind of painless disinflation rational-expectations models suggested would happen if the Fed credibly announced its disinflation plans.
So how does the decade of the 1980s end up being perceived as a defeat for Keynesians? To see it that way you have to systematically misrepresent both what happened to the economy and what people like Tobin were saying at the time. In reality, Tobinesque economics looks very good in the light of events.
Il trionfo dell’economia retrograda [1]
In economia non riusciamo a fare molti esperimenti controllati, cosicché la storia è principalmente quella con cui dobbiamo procedere. Sfortunatamente, molte persone che si immaginano di conoscere come l’economia funzioni, si accompagnano a quello che pensano di aver sentito dire sulla storia, non a quello che è effettivamente accaduto. E non sto parlando della gente comune; un buon numero di economisti ben noti sembra non aver mai sentito parlare dell’archivio dei dati economici della Fed (FRED), o almeno di non aver preso l’abitudine di dare una rapida scorsa ai dati effettivi prima di avanzare giudizi sui fatti.
E se c’è un decennio, in particolare, nel quale le persone erano curiosamente inconsapevoli dei dati reali, quello furono gli anni ’80. Molto di questo ha a che fare con la “Reaganolatria”: i soliti noti hanno ripetuto così spesso che quella fu un’epoca di straordinario, incredibile successo che io spesso incontro progressisti che credono che qualcosa di speciale deve essere successo, che in qualche modo gli eventi furono opposti a quello che i prevalenti modelli macroeconomici di quel tempo dicevano sarebbe accaduto.
Ma non accadde niente di speciale, ad eccezione dell’inattesa determinazione della Fed di imporre una disoccupazione incredibilmente alta allo scopo di abbassare l’inflazione.
Cosa credettero i macroeconomisti ortodossi della scuola dell’ “acqua dolce” all’epoca della contrazione di Volcker? Si dà il caso che possediamo una eccellente fonte documentaria: il saggio di James Tobin “La politica della stabilizzazione, dieci anni dopo”, presentato al Brookings nei primi anni ’80. Tra le altre cose, Tobin propose un ipotetico scenario di disinflazione basato sul tipo di modello keynesiano che persone come lui stavano utilizzando in quei tempi (che era anche il modello predisposto nei libri di testo di Dornbusch-Fischer e di Gordon). Questi modelli includevano una curva di Phillips potenziata per le aspettative, senza alcuno scambio di lungo periodo tra inflazione e disoccupazione – ma le aspettative erano assunte allo scopo di fare correzioni graduali basate sull’esperienza, piuttosto che modificarle rapidamente attraverso valutazioni sul futuro della politica della Fed.
Questo era, ovviamente, il genere di modello che la Scuola di Chicago criticava aspramente, come immeritevole di nient’altro se non di ironia, e che era più o meno dedotto dalla letteratura accademica, pur continuando ad essere la base di molte analisi politiche.
Dunque, ecco il diagramma di Tobin [2]:
Ed ecco quello che effettivamente accadde:
La disoccupazione si impennò più velocemente che non nella simulazione di Tobin, perché la Fed non seguì la semplice regole che aveva ipotizzato. Ma la forma fondamentale – una spirale in senso orario, con l’inflazione che scende giù grazie ad un periodo di disoccupazione molto alta – era davvero molto coerente con quello che la normale macroeconomia keynesiana affermava sarebbe accaduto. D’altra parte, non ci fu alcun segno di un qualsiasi tipo di disinflazione indolore che i modelli delle aspettative razionali indicavano sarebbe accaduto, se la Fed avesse credibilmente annunciato i suoi programmi di disinflazione.
Come accadde, dunque, che il decennio degli anni ’80 finì con l’essere percepito come una sconfitta per i keynesiani? Per leggerlo in quel modo si deve sistematicamente falsare sia quello che accadde all’economia che quello che persone come Tobin stavano dicendo in quegli anni. In realtà, alla luce degli eventi, l’economia di Tobin appare eccellente.
[1] Suppongo che in questo caso “retrogrado” sia il significato che si vuole esprimere – ovvero, un giudizio sui modelli economici usati da Tobin che il post illustra, e non semplicemente una economia “che guarda indietro”. In altre parole, “retrogrado” è il giudizio sulla economia Keynesiana che veniva espresso in quei tempi dagli economisti della Scuola di Chicago.
[2] Può essere utile notare che entrambi i diagrammi simulano l’andamento congiunto per l’inflazione e la disoccupazione, nel primo caso secondo il modello keynesiano, nel secondo caso quello che realmente si ebbe. Sull’asse verticale sono riportati i dati della crescita annua dell’inflazione, su quello orizzontale quelli relativi alla disoccupazione. Di conseguenza, la disoccupazione sale quando la linea si sposta a destra e l’inflazione scende quando la linea si sposta verso il basso. Ovviamente, quando il dato della disoccupazione scende, la curva ‘torna indietro’ verso i valori inferiori che sono collocati alla sinistra; quando il dato dell’inflazione cresce (come nelle ultime rilevazioni degli anni ’90) la curva torna verso l’alto.
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