August 14, 2015 11:49 am
The theory of optimum currency areas is one of those old-fashioned pieces of macroeconomics — like IS-LM, the concept of the liquidity trap, and the theory of secular stagnation — that has turned out to be extremely relevant and useful to the world since 2008. So this is a version of Mark Thoma’s dictum that new economic thinking involves reading old books (or in this case articles). Still, we do learn some new things. And what we’ve learned lately, I’d argue, is that labor mobility — which was supposed to be good, and a prerequisite for currency union — is actually much more problematic than we knew.
In my somewhat stylized intellectual history, we owe OCA theory to three main players: Robert Mundell, Ron McKinnon, and Peter Kenen. All three assumed, realistically, that wages and prices are sticky, so that fixing your exchange rate or adopting a shared currency imposes costs in the form of making it harder to adjust to “asymmetric shocks” that depress your economy relative to trading partners. These costs must be set against the benefits of making business across borders easier and more certain. The question then becomes how the characteristics of an economy affect that tradeoff.
In Mundell’s original version the key question was labor mobility: if workers moved freely and rapidly from slumping to booming regions, asymmetric shocks became a much smaller problem. One of the arguments American euroskeptics used to make was that Europe was less suited to a single currency because it lacked America’s extremely high interstate mobility of labor.
McKinnon offered a different criterion — the share of tradables in output; basically that required relative price adjustments would be smaller in very open economies, and also that having more transactions would increase the benefits of a common currency.
Finally, Kenen argued that fiscal integration or the lack thereof was crucial, that it mattered a great deal whether depressed regions would be cushioned by paying less in taxes and receiving more in benefits from the core.
So what have we learned? I’d say that we’ve learned that Kenen trumps Mundell — that in the absence of effective fiscal integration, labor mobility makes a currency union worse, not better.
I’ve said this before, but it seems worth emphasizing again in the light of this FT report on Portugal’s “perfect demographic storm.” The debt crisis in Portugal, it turns out, looks alarmingly like the trigger for an economic death spiral: a depressed economy is leading to large-scale emigration of working age Portuguese (also lower fertility, although this will take longer to matter), undermining the tax base, making an exit from crisis even harder. It’s not easy to see how this ends before you’re left with a rump nation of old people with no resources to care for them.
Regional economies in the US are less vulnerable to this sort of thing, although our imperfect fiscal integration means that it can still happen to some degree: Puerto Rico is also in a sort of death spiral of emigration and fiscal stress, but the degree of hardship is much less thanks to the national safety net.
But the point is that the Single European Act, which was among other things supposed to prepare the ground for a shared currency, may actually have interacted with the failure to integrate fiscal matters in such a way as to create a whole new kind of catastrophe.
Your cheery euro-thought of the day.
Il lato negativo della mobilità del lavoro
La teoria dell’area valutaria ottimale è una di quelle parti della macroeconomia che un tempo andavano per la maggiore – come il modello IS-LM, il concetto di trappola di liquidità e la teoria della stagnazione secolare – che si è rivelata estremamente rilevante e utile per il mondo a partire dal 2008. Dunque, è una versione della massima di Mark Thoma, secondo la quale il nuovo pensiero economico riguarda la lettura di vecchi libri (o, come in questo caso, di articoli). Eppure, è indubbio che impariamo cose nuove. E quello che abbiamo imparato di recente, questo è il mio giudizio, è che la mobilità del lavoro – che si pensava fosse una cosa buona e un prerequisito per una unione valutaria – è effettivamente molto più problematica di quello che sapevamo.
Secondo una mia specie di stilizzata storia intellettuale, noi siamo debitori dell’Area Valutaria Ottimale a tre principali protagonisti: Robert Mundell, Ron McKinnon e Peter Kenen. Tutti e tre considerarono, realisticamente, che i prezzi ed i salari sono tendenzialmente rigidi, cosicché tener fisso il tasso di cambio o adottare una valuta condivisa impone dei costi, nella forma di rendere più difficile la correzione degli “shock asimmetrici” [1] che deprimono un’economia in relazione ai suoi partner commerciali. Questi costi possono essere riconosciuti, a fronte dei benefici del rendere le attività economiche da una parte e dall’altra dei confini più facili e certe. La domanda allora diventa quella di come la caratteristiche di un’economia influenzano quello scambio.
Nell’originale versione di Mundell, la questione chiave era quella della mobilità del lavoro: se i lavoratori si muovono liberamente e rapidamente dalle regioni in crisi a quelle in espansione, gli shock asimmetrici diventano un problema molto minore. Uno degli argomenti che gli euroscettici americani erano soliti avanzare, era che l’Europa era molto meno adatta ad una singola valuta perché essa non aveva la mobilità del lavoro estremamente elevata dell’America.
Un diverso criterio venne offerta da McKinnon – il peso nella produzione dei beni scambiabili; fondamentalmente il fatto che le necessarie correzioni ai prezzi relativi sarebbero state minori in economie molto aperte, ed anche che le maggiori transazioni avrebbero aumentato i benefici di una valuta comune.
Infine, Kenen sosteneva che l’integrazione delle finanze pubbliche, o la sua mancanza, sarebbe stata cruciale, che avrebbe avuto una grande importanza se (le difficoltà economiche in) regioni depresse fossero state attenuate dal pagare minori tasse e ricevere più sussidi dal centro.
Dunque, cos’è che abbiamo imparato? Direi che abbiamo imparato che Kenen ha battuto Mundell – che in assenza di una effettiva integrazione della finanza pubblica, la mobilità del lavoro peggiora le condizioni di un’unione valutaria, non le migliora.
L’ho detto in passato, ma sembra utile insisterci ancora oggi alla luce di questo rapporto del Financial Times [2] “sulla tempesta demografica perfetta” del Portogallo. Si scopre che la crisi del debito in Portogallo appare, in modo allarmante, come l’innesco di una spirale fatale nell’economia: una economia depressa sta portando ad una emigrazione dei portoghesi in età lavorativa su larga scala (anche ad una più bassa fertilità, per quanto questa richieda più tempo per manifestarsi), mettendo in crisi la base fiscale e rendendo ancora più difficile un’uscita dalla crisi. Non è facile accorgersi dell’effetto finale di tutto questo, finché non si resta con una nazione superstite di persone anziane, senza risorse per accudirle.
Le economie regionali negli Stati Uniti sono meno vulnerabili da questo genere di fenomeni, sebbene la nostra imperfetta integrazione delle finanze pubbliche comporti che ciò in una qualche misura possa ancora accadere: Porto Rico rappresenta anche una sorta di spirale fatale dell’emigrazione e della pressione finanziaria, ma il grado di difficoltà è molto minore grazie alla rete nazionale di sicurezza sociale.
Ma il punto è che l’Atto Unico Europeo [3], che tra le altre cose si supponeva preparasse il terreno per una moneta unica, può effettivamente aver interagito con gli aspetti della mancata integrazione delle finanze pubbliche in un modo che ha determinato un genere di catastrofe interamente nuova.
Il vostro allegro euro-pensiero del giorno.
[1] Come si intuisce, per “shock asimmetrico” si intende semplicemente la conseguenza di fenomeni – ad esempio una perdita di competitività, l’effetto di un ritardo nella tecnologia, l’effetto di un ritardo nella dotazione di infrastrutture o nei costi energetici, andamenti molto diversi nelle bilance commerciali etc. – che finiscono col mettere in difficoltà un paese in relazione agli altri paesi che si avvalgono della stessa moneta.
[2] L’articolo sul rapido declino demografico del Portogallo è apparso il 12 agosto su Financial Times, a cura di Peter Wise.
[3] L’Atto Unico Europeo fu la prima importante revisione del Trattato di Roma del 1957. Venne siglato a Lussemburgo e all’Aia, rispettivamente il 16 ed il 28 febbraio del 1986, ed entrò in funzione con la Commissione Delors il 1 luglio 1987.
agosto 13, 2015
Aug 13 10:09 am
If there is a central policy theme to Donald Trump’s candidacy other than immigration — actually, there isn’t, but there are some particular things he bellows about — it’s China-bashing. The unifying principle is probably xenophobia; but anyway, China’s currency moves are about to become a US political issue. And pretty soon, I expect, people will point out that some liberals also used to complain about Chinese currency manipulation.
But that was a while ago — mainly in 2010. And the underlying situation has changed, a lot.
First of all, China has experienced a very large real appreciation since 2011, partly due to higher inflation than in its trading partners, partly because its dollar peg means that it has tagged along with the rising dollar (which was supposed to plunge due to QE, but never mind):
It’s true that China’s real exchange rate has trended upward for a long time, and that this didn’t lead to a loss of competitiveness until recently — mainly because of Balassa-Samuelson and other effects of rising productivity. But with Chinese growth slowing and the pace of appreciation rising — and with rising competition from other emerging markets — the past five years almost surely have brought a major reduction in competitiveness. It’s perfectly consistent to believe that China was destructively undervalued in 2010 but overvalued now.
Meanwhile, China’s domestic economy has clearly weakened, creating a clear case for looser monetary policy. It’s nothing like the situation in 2010, when China was struggling to contain an overheating economy.
We might also note that America is in a different situation too. I still believe it would be a big mistake for the Fed to raise rates, but the fact that we’re even close enough that it’s on the table means that we’re not as deep in the liquidity trap, and hence as vulnerable to foreign currency manipulation, as we were back then.
So if The Donald occasionally sounds like me five years ago, bear in mind that stuff has happened over those five years; I’ve noticed, but he probably hasn’t.
La Cina del 2015 non è quella del 2010
Se c’è un tema politico centrale nella candidatura di Donald Trump oltre a quello dell’immigrazione – in effetti non c’è, ma ci sono alcune cose sulle quali egli strepita – è quello del colpire la Cina. Il principio unificante è probabilmente quello della xenofobia; ma in ogni caso, le mosse valutarie della Cina sono destinate a diventare un tema politico per gli Stati Uniti. E tra non molto, mi aspetto qualcuno metterà in evidenza che anche alcuni progressisti erano soliti lamentarsi della manipolazione valutaria cinese [1].
Ma questo avveniva un po’ di tempo fa – in particolare nel 2010. E la situazione sottostante è molto cambiata.
Prima di tutto, la Cina a partire dal 2011 ha conosciuto una rivalutazione reale molto ampia, in parte dovuta ad una inflazione più alta dei suoi partner commerciali, in parte perché il suo ancoraggio al dollaro comporta che essa ha dovuto tallonare un dollaro in ascesa (che si pensava crollasse a seguito della ‘facilitazione quantitativa’, ma lasciamo perdere):
É vero che il tasso di cambio reale della Cina ha teso a salire per un lungo tempo, e che questo non ha portato sino ad un periodo recente ad una perdita di competitività – principalmente a seguito dell’ipotesi Balassa-Samuelson [2] e di altri effetti della produttività crescente. Ma con la crescita cinese che rallenta e il ritmo della rivalutazione che sale – e con una crescente competizione da parte degli altri mercati emergenti – i cinque anni passati quasi sicuramente hanno comportato una importante riduzione nella competitività. É perfettamente coerente ritenere che la Cina avesse svalutato in modo distruttivo nel 2010 ma sia sopravvalutata oggi.
Nel frattempo, l’economia nazionale cinese si è chiaramente indebolita, creando una chiara situazione per una politica monetaria più blanda. Non c’è niente di simile alla situazione del 2010, quando la Cina stava lottando per contenere una economia surriscaldata.
Potremmo inoltre notare che anche l’America è in una situazione diversa. Io credo ancora che sarebbe un grande errore per la Fed elevare i tassi, ma il fatto che ci siamo talmente vicini al punto che tale ipotesi è sul tavolo, significa che non siamo così profondamente nella trappola di liquidità, e di conseguenza così vulnerabili alla manipolazione valutaria straniera, come eravamo allora.
Dunque, se “il Donald” pare assomigli al sottoscritto di cinque anni orsono, si tengano a mente le cose che sono successe in questi cinque anni; io me ne sono accorto, lui probabilmente no.
[1] Il riferimento di Krugman è anche a se stesso, considerato che in varie occasioni si era pronunciato a favore di una posizione più decisa del Governo statunitense sulla politica valutaria cinese. In connessione, infatti, un suo post del 14 marzo 2010.
[2] Che su Wikipedia viene descritta in connessione con due fattori collegati: l’osservazione secondo la quale i prezzi al consumo nei paesi più ricchi sono sistematicamente più alti che in quelli più poveri (il cosiddetto “effetto Penn”); l’assunto secondo il quale per un paese la produttività varia maggiormente nei settori dei beni oggetto di scambi internazionali che non negli altri settori (l’ipotesi Balassa-Samuelson).
agosto 12, 2015
Aug 12 12:56 pm
China is claiming that it’s not devaluing the renminbi to gain competitive advantage, it’s adding flexibility to prepare for the yuan as an international reserve currency, becoming part of the basket in the IMF’s SDRs and all that. That’s highly implausible as a story about what’s happening right now; but it may be true that China’s urge to loosen capital controls is driven in part by its global-currency ambitions.
But why, exactly, should China be eager to manage an international reserve currency?
I mentioned one of Charlie Kindleberger’s aphorisms earlier today, about taking the first bite of the cherry; another was that “Anyone who spends too much time thinking about international money goes a bit mad.” What he meant by that is that there’s something about the subject of reserve currencies that makes people want to believe that it’s a really important issue — that the dollar’s special role is an important part of American power. So you have spectacles like John Kerry and Barack Obama declaring that one big risk from rejecting an Iran deal (which I very much support) would be a threat to the role of the dollar. Um, no — it wouldn’t, and anyway who cares?
What does America gain from the dollar’s special role? You often find people declaring that it’s only thanks to the special role of the dollar that the United States has been able to run persistent trade deficits — you see, people have to take our money. But even a quick glance at international balance of payments statistics shows you that countries whose currencies play no special role whatever are perfectly capable of running deficits over a long time; all that matters is that they be perceived as reliable debtors who offer good investment opportunities. Look at Australia, which is a much more consistent large-deficit country than we are:
So what are the advantages of owning a reserve currency? You do get to borrow in your own currency — but then, so do others; again, it’s about reliability rather than a special role. There’s nothing in the data suggesting that you can borrow more cheaply than other safe borrowers.
What you’re left with, basically, is seigniorage: the fact that some people outside your country hold your currency, which means that in effect America gets a zero-interest loan corresponding to the stash of dollar bills — or, mainly $100 bills — held in the hoards of tax evaders, drug dealers, and other friends around the world. In normal times this privilege is worth something like $20-30 billion a year; that’s not a tiny number, but it’s only a small fraction of one percent of GDP.
The point is that while reserve-currency status may have political symbolism attached, it’s essentially irrelevant as an economic goal — and definitely not worth distorting policy to achieve. Someone needs to tell the Chinese, you shall not crucify this country on a cross of SDRs.
La mania della moneta internazionale
La Cina sta sostenendo che non sta svalutando il renmimbi per guadagnare vantaggio competitivo, sta aumentando la flessibilità per preparare lo yuan al ruolo di moneta di riserva internazionale, andando a far parte del paniere dei ‘diritti speciali di prelievo’ [1] del FMI ed altre cose del genere. Questo è molto poco plausibile come racconto di quanto sta accadendo in questo momento; ma può esser vero che il bisogno della Cina di allentare i controlli sui capitali sia in parte provocato dalle sue ambizioni verso una valuta globale.
Ma perché, esattamente, la Cina dovrebbe essere ansiosa di gestire una valuta di riserva internazionale?
Ho ricordato in prima mattina un aforisma di Charles Kindleberger, sul portar via solo un morso da una ciliegia; un altro era che “tutti quelli che spendono troppo tempo nel pensare alla valuta internazionale diventano un po’ matti”. Quello che voleva dire è che c’è qualcosa nel tema delle valute di riserva che fa credere alle persone che si tratti di un tema davvero importante – che il ruolo speciale del dollaro sia una componente importante del potere americano. Si hanno così gli spettacoli come quello di John Kerry e Barack Obama che dichiarano che un grande rischio dal rigetto dell’accordo con l’Iran (che io appoggio caldamente) sarebbe la minaccia che ne deriverebbe per il ruolo del dollaro. Ebbene, no – non lo sarebbe, e in ogni caso a chi importa?
Cosa guadagna l’America dal ruolo speciale del dollaro? Si trovano di frequente individui che dichiarano che è solo grazie al ruolo speciale del dollaro che gli Stati Uniti sono stati capaci di gestire persistenti deficit commerciali – sapete, le persone devono usare la nostra moneta. Ma persino un rapido sguardo alle statistiche della bilancia internazionale dei pagamenti vi mostra che i paesi le cui valute non giocano alcun ruolo speciale che dir si voglia, sono perfettamente capaci di gestire deficit nel lungo periodo; tutto quello che conta è che essi siano percepiti come debitori affidabili che offrono buone opportunità di investimenti. Si guardi all’Australia, che è un paese con un ampio deficit molto più costante del nostro:
Quali sono, dunque, i vantaggi del possedere una valuta di riserva? Certamente vi indebitate nella vostra valuta – d’altra parte, così fanno gli altri; di nuovo, è una questione di affidabilità piuttosto che un ruolo speciale. Non c’è niente nei dati che indichi che vi potete indebitare più convenientemente che altri debitori sicuri.
Quello che vi resta, fondamentalmente, è il ‘signoraggio’: il fatto che alcune persone fuori dal vostro paese detengano vostra valuta, il che significa che l’America in effetti ottiene un prestito a interesse zero corrispondente alle riserve di banconote da un dollaro – o, principalmente, di banconote da cento dollari – detenute nelle scorte degli evasori fiscali, dei commercianti di droga e di altri personaggi simili a giro per il mondo. In tempi normali questo privilegio vale qualcosa come 20-30 miliardi di dollari all’anno; che non è un numero minuscolo, ma è solo una piccola frazione dell’1 per cento del PIL.
Il punto è che mentre lo status di valuta di riserva può essere collegato con un simbolismo politico, esso è essenzialmente irrilevante come un obbiettivo economico – e certamente non merita stravolgere una politica per un tale risultato. C’è bisogno che qualcuno lo dica ai cinesi, non dovete crocifiggere il vostro paese ad una croce di Diritti Speciali di Prelievo.
[1] I Diritti Speciali di Prelievo (abbreviato DSP, in inglese Special Drawing Rights o SDRs) sono un particolare tipo di valuta. Si tratta dell’unità di conto del FMI (Fondo Monetario Internazionale), il cui valore è ricavato da un paniere di valute nazionali, rispetto alle quali si calcola una sorta di “comune denominatore”: il risultato è il valore dei DSP. Scopo precipuo dei DSP era rimpiazzare l’oro nelle transazioni internazionali: per questo i Diritti Speciali di Prelievo sono definiti anche paper gold. Fino al 1999 (anno di introduzione dell’Euro come unità di conto), le valute che costituivano il paniere erano: dollaro statunitense, marco tedesco, franco francese, sterlina britannica e yen giapponese. Dal 1999 l’euro ha sostituito il marco ed il franco (il valore approssimativo di 1 euro è pari a 0,76 DSP). Le ultime valutazioni dei DSP in rapporto al dollaro sono consultabili dal sito dell’FMI, aggiornato quotidianamente. (Wikipedia)
agosto 12, 2015
Aug 12 8:56 am
Are you star(t)ing to have the feeling that when it comes to economic policy Xi-who-must-be-obeyed has no idea what he’s doing?
China’s decision to devalue the renminbi had some economic logic behind it. As David Beckworth rightly points out, it’s not just about gaining a competitive advantage. China clearly has a weakening economy, whatever the official numbers may say, and would like to use monetary stimulus. But monetary autonomy and a fixed exchange rate don’t go well together; China’s capital controls give it some leeway, but it is nonetheless suffering from a lot of capital flight — and it wants to liberalize the capital account in pursuit of reserve-currency status. (A foolish goal, but that’s a subject for another day.)
So it would make sense on purely economic grounds for China to move to a free float, and gain the freedom to use monetary policy that, say, Japan has.
But it’s important to understand how that works. When Japan loosens money, it creates an incentive to move funds abroad, causing the yen to fall. This process only stops once the yen has fallen enough that investors consider it undervalued, and are willing to buy Japanese securities in the expectation of a future yen rise. Exchange rate overshooting is an essential part of the story.
China, however, did not let the renminbi float, nor did it devalue by enough to persuade investors that any future move was likely to be up. Instead, it only devalued a little.
This is what Charlie Kindleberger used to call “taking the first bite of the cherry”. (Nobody takes just one bite out of a cherry.) China has now demonstrated that its currency peg is no longer solid; but it has come nowhere near to devaluing enough to create expectations of future appreciation. This is a recipe for convincing investors that the future direction of the currency is down — which means that capital flight will accelerate (and apparently already has.)
Now what? China could just let the renminbi float; given the current state of the Chinese economy, that would surely mean a large depreciation. But this would greatly increase trade tensions and pose problems for foreign policy. Maybe that’s a tradeoff worth accepting, but nothing in events so far suggests that China’s leadership was prepared to take that step. Instead, they went for a small move that was sufficient to destabilize expectations while producing trivial benefits.
A reminder, then, of the lack of wisdom with which the world is governed.
La Cina morde la ciliegia
Cominciate ad avere la sensazione che quando si arriva alla politica economica, Xi-a-cui-si-deve-obbedire non abbia idea di quello che sta facendo?
La decisione della Cina di svalutare il renminbi aveva una qualche logica economica, non riguardando soltanto il guadagno di un vantaggio competitivo. Chiaramente la Cina ha un’economia che si sta indebolendo, qualsiasi cosa dicano i dati ufficiali, e vorrebbe usare lo stimolo monetario. Ma l’autonomia monetaria ed il tasso di cambio fisso non vanno d’accordo; il controllo dei capitali da parte della Cina le dà qualche margine, ciononostante essa sta soffrendo di una notevole fuga di capitali – e vuole liberalizzare il conto capitale per conseguire lo status di valuta di riserva (un obbiettivo sciocco, ma questo è un tema per un altro intervento).
Dunque, su basi puramente economiche, avrebbe senso spostarsi verso una libera fluttuazione, ed ottenere la libertà di utilizzare la politica monetaria che, ad esempio, ha il Giappone.
É però importante capire come tutto ciò funzioni. Quando il Giappone libera moneta, crea un incentivo per spostare i capitali all’estero, provocando una caduta dello Yen. Il processo si interrompe soltanto una volta che lo yen è caduto a sufficienza da venir considerato sottovalutato dagli investitori, e da invogliarli a comperare titoli giapponesi nella aspettativa di una futura risalita dello yen. Una parte essenziale di quella storia è il fenomeno di un tasso di cambio che finisce per collocarsi sopra l’obbiettivo.
La Cina, tuttavia, non ha consentito al renminbi di fluttuare, né lo ha svalutato abbastanza da persuadere gli investitori che ogni futuro spostamento è probabile che sia al rialzo. Piuttosto, l’ha svalutato solo un po’.
Questo è quello che Charlie Kindleberger [1] era solito chiamare come il “portar via solo un morso della ciliegia” (nessuno si accontenta di un solo morso da una ciliegia). La Cina ha adesso dimostrato che l’ancoraggio della sua valuta non è più solido; ma non si è avvicinata in alcun modo a svalutarla abbastanza da creare aspettative di un futuro apprezzamento. Questa è la ricetta per convincere gli investitori che la futura direzione della valuta è verso il basso – il che significa che la fuga dei capitali subirà una accelerazione (e sembra lo stia già facendo).
E adesso? La Cina potrebbe semplicemente far fluttuare il renminbi; il che sicuramente comporterebbe una ampia svalutazione. Ma questo aumenterebbe grandemente le tensioni commerciali e porrebbe problemi alla politica estera. Forse si tratta di uno scambio che varrebbe la pena di accettare, ma niente in quello che è accaduto sin qua indica che la dirigenza della Cina fosse pronta a fare quel passo. Piuttosto, si sono indirizzati ad un piccolo movimento che è stato sufficiente a destabilizzare le aspettative nel mentre ha prodotto benefici banali.
Dunque, un promemoria della mancanza di saggezza con la quale il mondo è governato.
[1] Charles Poor “Charlie” Kindleberger è stato un importante storico americano dell’economia, deceduto nel 2003. Autore di molti libri, in particolare ha ricostruito i fenomeni delle bolle speculative nei mercati finanziari (molto noto il suo libro “Manias, Panics e Crashes” del 1978). In italiano è stato tradotto presso Donzelli Editore “I primi del mondo”, uno studio sui fenomeni delle supremazie economiche mondiali dal 1500 al 1990.
agosto 11, 2015
Aug 11 1:53 pm
For reasons not entirely clear to me, recently I found myself thinking about Lester Thurow’s Head to Head: The Coming Economic Battle Among Japan, Europe, and America. For those too young, or who don’t remember, Thurow’s book was a monster best-seller in the early 1990s; it resonated with many people who feared that America was losing its economic edge, that Japan was an unstoppable juggernaut, and so on. And it also played into the general notion of global economics as a struggle for competitive advantage, which is a perennial popular favorite.
I was pretty critical of that notion at the time, arguing that economic success or failure had little to do with international competition. But what I found myself thinking about was the question of who really did best in the decades that followed Thurow’s book. And the answer is … nobody.
The chart shows real GDP per working-age adult (15-64) in France, Japan, and America since 1990. The demographic correction is important: Japan has lagged economically, but a lot of that is just demography.
OECD
What’s striking here is how similar the three look. Japan lagged in the late 1990s and early 2000s, but recovered. France has lagged since 2010, largely thanks to the eurozone crisis and its misguided austerity policies. But given how much rhetoric there is about structural problems here and there, what’s striking is how little divergence there has been among advanced countries.
What this tells you, I think, isn’t just that international competition is far less important than legend has it. It also suggests that economic growth is pretty insensitive to policy: France and the US are at the extremes of advanced-country regimes, yet there’s not much difference in their long-term performance.
But does this say that policy doesn’t matter? Not at all. For while there is not, repeat not, anything like the zero-sum competition among nations so beloved of business types, there really is the question of who gets the gains. U.S. economic growth has been OK these past 25 years; US family incomes, not so much, because such a large share of growth goes to the very top.
International competition is a mostly bogus notion; class warfare is very, very real.
Competitività e conflitto di classe
Per ragioni che non mi sono del tutto chiare, di recente mi sono ritrovato a pensare al libro di Lester Thurow “Scontro diretto: la battaglia economica in arrivo tra il Giappone, l’Europa e l’America”. Per coloro che sono troppo giovani, o che non si ricordano, il libro di Thurow fu un enorme best-seller agli inizi degli anni ’90; era in sintonia con molte persone che avevano paura che l’America stesse perdendo il suo vantaggio economico, che il Giappone fosse una forza inarrestabile, e così via. Esso inoltre ebbe un ruolo nel concetto generale di una economia globale come una battaglia per il vantaggio competitivo, che in tutte le epoche è un tema che gode di ampio consenso popolare.
A quel tempo io fui abbastanza critico su quel concetto, sostenendo che il successo o il fallimento economico hanno poco a che fare con la competizione internazionale. Ma quello su cui mi sono ritrovato a riflettere è stata la domanda su chi si comportò effettivamente nel modo migliore nei decenni che seguirono il libro di Thurow. E la risposta è … nessuno.
Il diagramma mostra il PIL reale per adulto in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni) in Francia, Giappone e America. Il fattore correttivo della demografia è importante: il Giappone è rimasto indietro da un punto di vista economico, ma in gran parte questo è dipeso dalla demografia.
OCSE
Quello che in questo diagramma è sorprendente è quanto le tre nazioni appaiano simili. Il Giappone rimase indietro negli ultimi anni ’90 e nei primi anni 2000, ma si riprese. La Francia è rimasta indietro a partire dal 2010, grazie alla crisi dell’eurozona ed alle fuorvianti politiche dell’austerità. Ma, considerata quanta retorica c’è dappertutto sui problemi strutturali, quello che è sorprendente è quanto sia stata modesta la divergenza tra i paesi avanzati.
Quello che questo ci dice, io penso, non è soltanto che la competizione internazionale è molto meno importante di quanto dica la leggenda. Esso indica anche che la crescita economica è abbastanza insensibile alla politica: la Francia e gli Stati Uniti sono due soluzioni estreme quanto a regimi socio-assistenziali, eppure non c’è molta differenza nei loro andamenti a lungo termine.
Ma questo significa che la politica non è importante? Niente affatto. Perché mentre non c’è niente, ripeto niente, di simile alla tanto amata (tra i soggetti del mondo economico) competizione a somma-zero tra le nazioni, resta la domanda reale su chi abbia avuto i vantaggi. Nei 25 anni passati la crescita economica negli Stati Uniti è stata favorevole; i redditi delle famiglie americane non altrettanto, perché una considerevole ampia quota delle crescita è andata ai più ricchi.
La competizione internazionale è fondamentalmente un concetto fasullo; il conflitto di classe è verissimo.
agosto 11, 2015
Aug 11 11:57 am
Memo to pollsters: while I’m having as much fun as everyone else watching the unsinkable Donald defy predictions of his assured collapse, what I really want to see at this point is a profile of his supporters. What characteristics predispose someone to like this guy, as opposed to accepting the establishment candidates?
The reason I’d like to see such a poll is that I suspect that both conservative and liberal pundits are still getting the Trump phenomenon wrong. And yes, that’s the kind of statement — hey, left and right both wrong! — that I usually hate when other pundits do it. But in my case it’s not knee-jerk centrism, it’s an informed guess based on some related evidence.
Right now, the conservative explanation of the GOP’s onset of DTs is, as best I can figure, that base voters are victims of celebrity; what they really want is a true conservative, but they’re being hijacked and hoodwinked by someone who makes good TV.
Meanwhile, the liberal version, as I’ve seen it, seems to be that Trump is appealing to resentment that ultimately rests on economic failure: working-class whites have been left behind by soaring inequality, but they mistakenly blame immigrants taking their jobs.
But are Trumpists being hoodwinked? Are they members of the suffering working class who don’t understand why they’re hurting? OK, here’s my guess: they look a lot like Tea Party supporters. And we do know a fair bit about that group.
First of all, Tea Party supporters are for the most part not working-class, at least in the senses that group is often defined. They’re relatively affluent, and not especially lacking in college degrees.
So what is distinctive about them? Alan Abramowitz:
While conservatism is by far the strongest predictor of support for the Tea Party movement, racial hostility also has a significant impact on support.
So maybe Trump’s base is angry, fairly affluent white racists — sort of like The Donald himself, only not as rich? And maybe they’re not being hoodwinked?
Now, you might ask why angry racists are busting out of the channels the GOP constructed to direct their rage. But there, surely, we have to take account of two things: the real changes in America, which is becoming more socially and culturally diverse, plus the Fox News effect, which has created an angry white guy feedback loop.
Again, this is just guesswork until we have a real profile of typical Trump supporter. But for what it’s worth, I think the Trump phenomenon is much more grounded in fundamentals than the commentariat yet grasps.
Il Tea Party e il ‘trumpismo’
Promemoria per i sondaggisti: nel mentre mi sto divertendo come tutti nell’osservare l’inaffondabile Donald sfidare le previsioni del suo crollo garantito, quello che a questo punto vorrei vedere è un profilo dei suoi sostenitori. Quali caratteristiche predispongono chicchessia a gradire un soggetto del genere, anziché accettare i candidati della classe dirigente del partito?
La ragione per la quale vorrei vedere un sondaggio del genere è che ho il sospetto che sia i commentatori conservatori che quelli progressisti intendano il fenomeno Trump nel modo sbagliato. Ed è vero, questo è il genere di giudizio – badate, la sinistra e la destra sbagliano entrambe! – che in genere non sopporto, quando altri commentatori ne fanno uso. Ma nel mio caso non è una forma di centrismo istintivo, è una congettura ragionata sulla base di qualche testimonianza connessa.
In questo momento, la spiegazione conservatrice dell’offensiva dei seguaci di Donald Trump è, nel caso migliore che posso immaginare, che gli elettori della base siano vittime della celebrità; quello che essi realmente vogliono è un conservatore vero, ma sono deviati e raggirati da qualcuno che ‘buca’ gli schermi.
Contemporaneamente, la versione progressista, per come la intendo, sembra essere che Trump risulta attraente per un risentimento che in sostanza si regge sugli insuccessi dell’economia: i lavoratori bianchi sono stati lasciati indietro dall’ineguaglianza che cresce, ma erroneamente incolpano gli immigrati di prendere i loro posti di lavoro.
Ma sono i ‘trumpisti’ ad essere raggirati? Sono loro i membri di una classe lavoratrice sofferente che non capisce perché la stanno offendendo? Va bene, ecco la mia ipotesi: costoro assomigliano molto ai sostenitori del Tea Party. E di quel gruppo sappiamo non poche cose.
Prima di tutto, i sostenitori del Tea Party non fanno parte della classe lavoratrice; almeno nel senso in cui quel gruppo è solitamente definito. Sono relativamente benestanti, e non difettano particolarmente di titoli di studio universitari.
Quali sono, dunque, i loro tratti distintivi? Scrive Alan Abramowitz:
“Se agli effetti del sostegno del movimento del Tea Party, il conservatorismo è di gran lunga il fattore predittivo più forte, su quel sostegno ha anche un impatto significativo l’ostilità razziale.”
Dunque, forse la base di Trump sono razzisti bianchi infuriati e discretamente ricchi – qualcosa di simile a ‘il Donald’ medesimo, soltanto non altrettanto ricchi? E forse non sono raggirati?
Ora, potreste chiedervi perché razzisti bianchi stiano uscendo fuori dai canali che il Partito Repubblicano ha costruito per indirizzare la loro rabbia. Ma a tale proposito dobbiamo sicuramente tener conto di due osservazioni: i reali cambiamenti in un’America che sta diventando socialmente e culturalmente diversificata, e in aggiunta l’effetto di Fox News, che ha creato un circuito informativo per i bianchi arrabbiati.
Ancora, questo è soltanto un lavoro di congetture, finché non avremo un vero profilo del tipico sostenitore di Trump. Ma per quello che vale, io penso che il fenomeno Trump sia molto più basato su fattori di fondo di quanto i commentatori ancora comprendano.
agosto 7, 2015
Aug 7 3:08 pm
Noah Smith suggests that Reagan worship reflects a misunderstanding of how the economy works — that those who idolize Reagan believe in the Green Lantern theory of presidential power, that presidents can make stuff happen, in the economy and elsewhere, though sheer force of will.
But the truth is that the cult of Reagan is much stranger and more disreputable than that. For the fact is that Reagan’s objective achievements weren’t all that great.
In terms of the economy, his record is trumped by Bill Clinton’s on every front: GDP growth, job creation, family incomes. For that matter, as Bill McBride points out, the average monthly rate of private-sector job creation under Jimmy Carter was faster than the average rate under Reagan. Carter just had the bad luck to preside over a recession at the end of his term, while Reagan’s was at the beginning.
We might also note that Reagan’s attempt to change the nature of the US welfare state was, in the light of history, a failure. Remember, he once crusaded against Medicare as a program that would destroy freedom; he came into office with the intention of dismantling Social Security. But he left with both programs intact (thanks, in part, to a big increase in payroll taxes during his time in office) — and now we have a more or less universal health insurance system.
So right-wing Reagan-worship requires a heavy dose of historical ignorance. But that’s not the only weird thing about the way today’s Republicans pledge their devotion to his legacy: Remember, Reagan was elected 35 years ago. That’s a long time: the election of 1980 is as distant from us now as the election of 1944 was when he was running. The America of Reagan’s triumph was in many ways another country — a country of still-powerful unions and bad coffee, with no internet or cell phones, in which a plurality of voters disapproved of interracial marriage. It’s quite remarkable that the right can’t find any more contemporary role models.
But Reagan has become an icon that never fades. Republicans will probably still be invoking his legacy in 2036, when Democrats will have nominated their first android — and Republicans will have nominated another white male.
Le radici del culto di Reagan
Noah Smith suggerisce che il culto di Reagan rifletta una incomprensione su come funziona l’economia – ovvero che quelli che idolatrano Reagan credono nella ‘teoria della Lanterna Verde’ [1] del potere presidenziale, secondo la quale il Presidente può realizzare ogni cosa, in economia e negli altri campi, attraverso la semplice forza della volontà.
Ma la verità è che il culto di Reagan è molto più strano e riprovevole. Perché il punto è che le obbiettive realizzazioni di Reagan non furono così rilevanti.
Dal punto di vista economico, le sue prestazioni sono surclassate su ogni fronte da Bill Clinton: la crescita del PIL, la creazione di posti di lavoro, i redditi delle famiglie. Del resto, come sottolinea Bill McBride, il tasso medio mensile di creazione dei posti di lavoro nel settore privato sotto Jimmy Carter fu più veloce del tasso medio sotto Reagan. Carter ebbe la mala sorte di essere in carica durante una recessione alla fine del suo mandato, mentre a Reagan accadde agli inizi.
Potremmo anche osservare che il tentativo di Reagan di cambiare la natura dello stato assistenziale americano fu, alla luce della storia, un fallimento. Si ricordi che egli a quel tempo si impegnò in una crociata contro Medicare, alla stregua di una programma che avrebbe distrutto la libertà; egli entrò in carica con l’intenzione di smantellare la Previdenza Sociale. Ma lasciò entrambi i programmi intatti (grazie, in parte, ad un grande incremento durante il suo mandato delle tasse sui redditi da lavoro) – e adesso abbiamo un sistema di assicurazione sanitaria più o meno universalistico.
Dunque, il culto di Reagan della destra richiede una dose cospicua di ignoranza storica. Ma non è quella l’unica cosa bizzarra del modo in cui ancora oggi i repubblicani offrono la loro devozione alla sua eredità: si ricordi, Reagan fu eletto 35 anni orsono. É un periodo lungo: le elezioni del 1980 sono di un’epoca altrettanto distante da noi, della elezioni del 1944 quand’egli stava governando. Il trionfo dell’America di Reagan riguardava in molti sensi un altro paese – un paese di sindacati ancora potenti e di pessimo caffè [2], senza internet ed i telefoni cellulari, nel quale una maggioranza relativa di elettori disapprovavano i matrimoni interrazziali.
Eppure Reagan è diventato un’icona che non svanisce mai. I repubblicani probabilmente staranno ancora invocando la sua eredità nel 2036, quando i democratici avranno scelto per le presidenziali il loro primo androide – e i repubblicani avranno scelto un ennesimo maschio bianco.
[1] L’espressione è stata coniata dal politologo americano Brendan Nyhan e indica “la convinzione che il Presidente può realizzare ogni obbiettivo politico e programmatico se solo ci mette impegno sufficiente ed usa le tattiche più adatte”.
[2] Non saprei dire perché il ‘cattivo caffè’ è considerato un tratto distintivo di un’epoca. Ma dando una scorsa ad internet si scopre un filone di articoli sul caffè scadente, al confronto con il buon caffè (europeo, se non italiano). Può darsi che sia un tema sensibile.
agosto 7, 2015
Aug 7 9:55 am
There was almost no discussion of the economy in last night’s debate, which is actually weird if you consider the Republican self-image. These guys portray themselves as high priests of growth, the people who know how to bring prosperity. And remember all the crowing about how Obama was presiding over the worst recovery ever?
But now, not so much. The chart shows private-sector job gains after two recessions — the 2001 recession, and the 2007-2009 Great Recession — ended, in thousands. You can argue that the economy should have bounced back more strongly from the deeper slump; on the other hand, 2008 was a huge financial crisis, which tends to leave a bad hangover. Anyway, once the right is arguing that Obama’s better recovery wasn’t really his doing, it has already lost the argument.
Now, am I claiming that Obama caused all that job creation? No — policy was pretty much hamstrung from 2010 on. But the right confidently predicted that Obama’s policies, especially his “job-killing” health reform, would, well, kill jobs; as Matt O’Brien notes, The Donald confidently predicted that unemployment would go above 9 percent. None of that happened — nor did any of the other predicted Obama disasters.
Recovery should have been much faster, and I believe that there is still more slack than the unemployment rate suggests. But if President Romney were presiding over this economy, Republicans would be hailing it as the second coming of Ronald Reagan. Instead, they’re trying to talk about something else.
Sfuma il tema dell’economia
Nel dibattito dell’altra notte non c’è stata quasi alcuna discussione sui temi economici, il che è effettivamente bizzarro se si considera l’immagine che i repubblicani hanno di se stessi. Questi personaggi si dipingono come sommi sacerdoti della crescita, persone che sanno come portare prosperità. E si ricorda tutto quel clamore sul fatto che Obama fosse stato in carica durante la peggiore ripresa economica di sempre?
Ma ora non è più così chiaro. Il diagramma mostra gli incrementi in migliaia di posti di lavoro nel settore privato dopo che terminarono due recessioni – la recessione del 2001 e la Grande Recessione del 2007-2008. Si può sostenere che l’economia avrebbe dovuto rimbalzare più fortemente dopo una recessione più profonda; d’altra parte, il 2008 fu una grande crisi finanziaria, che tende a lasciare strascichi negativi. In ogni modo, nel momento in cui la destra sostiene che la migliore ripresa di Obama non è stata realmente opera sua, essa ha già perso l’argomento.
Sto adesso sostenendo che Obama ha provocato tutta quella creazione di posti di lavoro? No – la politica è stata resa praticamente inefficace a partire dal 2010. Ma la destra aveva previsto con certezza che le politiche di Obama, specialmente la sua riforma sanitaria che doveva distruggere posti di lavoro, avrebbero, proprio così, distrutto posti di lavoro; come nota Matt O’Brien, ‘il Donald’ aveva previsto con certezza che la disoccupazione sarebbe stata sopra il 9 per cento. Non è accaduto niente del genere – né si è avverato alcuno degli altri previsti disastri di Obama.
La ripresa avrebbe dovuto essere molto più veloce, ed io credo che ci sia ancora più fiacchezza di quanto il tasso di disoccupazione indica. Ma se ci fosse stato il Presidente Romney a governare questa economia, i repubblicani lo esalterebbero come una reincarnazione di Ronald Reagan. Invece, stanno cercando di parlare d’altro.
agosto 4, 2015
August 4, 2015 12:20 pm
Paul Romer continues his discussion of the wrong turn of freshwater economics, responding in part to my own entry, and makes a surprising suggestion — that Lucas and his followers were driven into their adversarial style by Robert Solow’s sarcasm:
I suspect that it was personal friction and a misunderstanding that encouraged a turn toward isolation (or if you prefer, epistemic closure) by Lucas and colleagues. They circled the wagons because they thought that this was the only way to keep the rational expectations revolution alive. The misunderstanding is that Lucas and his colleagues interpreted the hostile reaction they received from such economists as Robert Solow to mean that they were facing implacable, unreasoning resistance from such departments as MIT. In fact, in a remarkably short period of time, rational expectations completely conquered the PhD program at MIT.
Now, it’s true that people can get remarkably bent out of shape at the suggestion that they’re being silly and foolish. My impression is that several of the people trying to have feuds with me over macroeconomics and austerity are motivated to a substantial degree by the fact that early on in the debate they were, in effect, caught with their intellectual pants down, and that ever since they have been driven largely by a desire for revenge.
But Romer’s account of the great wrong turn still sounds much too contingent to me, and not just because, as he himself says, rational expectations quickly took over much modeling at MIT.
At least as I perceived it then — and remember, I was a grad student as much of this was going on — there were two other big factors.
First, there was a political component. Equilibrium business cycle theory denied that fiscal or monetary policy could play a useful role in managing the economy, and this was a very appealing conclusion on one side of the political spectrum. This surely was a big reason the freshwater school immediately declared total victory over Keynes well before its approach had been properly vetted, and why it could not back down when the vetting actually took place and the doctrine was found wanting.
Second — and this may be less apparent to non-economists — there was the toolkit factor. Lucas-type models introduced a new set of modeling and mathematical tools — tools that required a significant investment of time and effort to learn, but which, once learned, let you impress everyone with your technical proficiency. For those who had made that investment, there was a real incentive to insist that models using those tools, and only models using those tools, were the way to go in all future research.
Let me offer a parallel. There was a time when the study of international trade was utterly dominated by “2X2X2″ — the two-country, two-good, two-factor Heckscher-Ohlin model. This dominance persisted for a long time even though the model never worked empirically. Why? Well, it seemed clear to me, entering that field, that it had a lot to do with the way 2X2X2 fell into a sort of technical sweet spot: hard enough that only aficionados could put it through its paces, but simple enough that you could prove a bunch of interesting results; it was perfect for set-piece classes, and knowledge of the Four Theorems (don’t ask) made you part of a sort of insider clique. Something similar, I’d argue, made Lucas-type models attractive to some economists, in a way that made them very resistant to critiques.
And of course at this point all of these factors have been greatly reinforced by the law of diminishing disciples: Lucas’s intellectual grandchildren are utterly unable to consider the possibility that they might be on the wrong track.
Sarcasmo e scienza
Paul Romer continua la discussione [1] della piega sbagliata della scuola economica dell’”acqua dolce”, in parte rispondendo al mio stesso intervento, ed avanza una ipotesi sorprendente – che Lucas e i suoi seguaci siano stati indotti al loro stile conflittuale da Robert Solow:
“Io sospetto che ci sia stato un contrasto di natura personale ed una incomprensione che incoraggiò una svolta verso l’isolamento (o, se preferite, verso una chiusura teorica) da parte di Lucas e colleghi. Essi si chiusero a riccio perché pensavano che fosse l’unico modo per tenere in vita la rivoluzione delle aspettative razionali. L’incomprensione fu che Lucas e i suoi colleghi interpretarono la reazione ostile che ricevettero da economisti del calibro di Robert Solow come se stessero fronteggiando una resistenza implacabile e irragionevole da parte di università come il MIT. Di fatto, in un periodo di tempo considerevolmente breve, le aspettative razionali conquistarono completamente i programmi di dottorato al MIT.”
Ora, è vero che la gente può uscire di senno in modo impressionante, solo per l’impressione di star diventando ridicola e sciocca. La mia impressione è che varie persone che cercano di avere faide col sottoscritto in materia di macroeconomia e di austerità siano motivate in misura sostanziale dal fatto che all’inizio del dibattito esse si sono ritrovate, per così dire, intellettualmente con i pantaloni abbassati, e da allora sono stati guidati in buona misura da un sentimento di rivincita.
Ma la spiegazione di Romer della grande svolta negativa mi sembra troppo casuale, e non solo perché, come dice lui stesso, le aspettative razionali presero rapidamente piede in gran parte della modellazione del MIT.
Almeno per come percepii io allora – e ricordo che ero uno studente universitario quando tutto questo accadeva – ci furono altri due grandi fattori.
Anzitutto, ci fu un aspetto di natura politica.
La teoria del ciclo economico di equilibrio negava che la politica della finanza pubblica o la politica monetaria potessero giocare un ruolo utile nella gestione dell’economia, e questa era una conclusione assai attraente per una parte dello schieramento politico. Questa sicuramente fu una grande ragione perché la scuola dell’ “acqua dolce” dichiarasse immediatamente la vittoria completa su Keynes, ben prima che il suo approccio fosse stato appropriatamente vagliato, e fu il motivo per il quale essa non poté tornare indietro quando quella analisi effettivamente venne svolta e la dottrina fu trovata carente.
Il secondo fattore – e questo può essere meno evidente per i non economisti – riguardò la strumentazione. I modelli del genere di quelli di Lucas introdussero un nuovo complesso di strumenti di modellazione e matematici – strumenti che richiedevano un significativo investimento di tempo ed uno sforzo di apprendimento, ma che, una volta appresi, permettevano di impressionare chiunque con le vostre competenze tecniche. Per coloro che fecero un tale investimento, ci fu un incentivo concreto a insistere perché i modelli che usavano tali strumenti, e solo quelli, diventassero l’unico modo per procedere nelle ricerche future.
Consentitemi di offrire un paragone. Ci fu un’epoca nella quale lo studio del commercio internazionale fu completamente dominato dal “2X2X2” – il modello di Heckscher-Ohlin dei ‘due paesi, due beni, due fattori’. Questo dominio persistette per molto tempo, anche se il modello non aveva mai funzionato empiricamente. Perché? Ebbene, mi sembrava chiaro, entrando in quel campo, che esso dipendesse molto dal modo in cui il “2X2X2” si era piazzato in una specie di punto giusto in senso tecnico: sufficientemente complicato al punto che i soli ‘affezionati’ potevano approvare i suoi sviluppi, ma abbastanza semplice da consentirvi di dimostrare un sacco di risultati interessanti; era perfetto per le lezioni sui ‘pezzi forti’, e con la conoscenza dei Quattro Teoremi (non chiedetemi cosa siano) entravate a far parte di una specie di cerchia di addetti ai lavori. Suppongo che qualcosa di simile rese i modelli del tipo di quelli di Lucas attraenti per alcuni economisti, in un modo che li rendeva assai riluttanti alle critiche.
E, naturalmente, a quel punto tutti questi fattori vennero grandemente rafforzati dalla legge dello “scadimento degli allievi”: i nipotini intellettuali di Lucas sono completamente incapaci di ammettere la possibilità di essere finiti sul sentiero sbagliato.
[1] Vedi il precedente post del 2 agosto.
agosto 4, 2015
Aug 4 11:36 am
I haven’t been closely following developments in UK politics since the election, but people have been asking me to comment on the emergence of Jeremy Corbyn as a serious contender for Labour leadership. And I do have a few thoughts.
First, it’s really important to understand that the austerity policies of the current government are not, as much of the British press portrays them, the only responsible answer to a fiscal crisis. There is no fiscal crisis, except in the imagination of Britain’s Very Serious People; the policies had large costs; the economic upturn when the UK fiscal tightening was put on hold does not justify the previous costs. More than that, the whole austerian ideology is based on fantasy economics, while it’s actually the anti-austerians who are basing their views on the best evidence from modern macroeconomic theory and evidence.
Nonetheless, all the contenders for Labour leadership other than Mr. Corbyn have chosen to accept the austerian ideology in full, including accepting false claims that Labour was fiscally irresponsible and that this irresponsibility caused the crisis. As Simon Wren-Lewis says, when Labour supporters reject this move, they aren’t “moving left”, they’re refusing to follow a party elite that has decided to move sharply to the right.
What’s been going on within Labour reminds me of what went on within the Democratic Party under Reagan and again for a while under Bush: many leading figures in the party fell into what Josh Marshall used to call the “cringe”, basically accepting the right’s worldview but trying to win office by being a bit milder. There was a Stamaty cartoon during the Reagan years that, as I remember it, showed Democrats laying out their platform: big military spending, tax cuts for the rich, benefit cuts for the poor. “But how does that make you different from Republicans?” “Compassion — we care about the victims of our policies.”
I don’t fully understand the apparent moral collapse of New Labour after an election that was not, if you look at the numbers, actually an overwhelming public endorsement of the Tories. But should we really be surprised if many Labour supporters still believe in what their party used to stand for, and are unwilling to support the Cringe Caucus in its flight to the right?
Corbyn e il Partito della Subalternità
Non ho seguito gli sviluppi nella politica del Regno Unito all’indomani delle elezioni, ma molte persone mi stanno chiedendo di commentare l’emergere di James Corbyn come serio candidato alla guida del Labour. E qualche opinione ce l’ho.
La prima: è importante comprendere che le politiche di austerità del Governo in carica non sono, come le descrive molta stampa britannica, l’unica risposta responsabile ad una crisi delle finanze pubbliche. Non esiste una crisi del genere, se non nella immaginazione delle Persone Molto Serie dell’Inghilterra; quelle politiche hanno avuto un grande costo; la crescita economica al momento in cui il Regno Unito ha sospeso le restrizioni della finanza pubblica non giustifica quei costi passati. Oltre a ciò, l’intera ideologia dell’austerità è basata su una economia immaginaria, mentre sono coloro che si oppongono all’austerità che stanno basando le loro opinioni sulle migliori testimonianze che vengono dalla teoria economica e dai fatti.
Ciononostante, ed eccezione di Corbyn, tutti i contendenti alla guida del Labour hanno scelto di accettare pienamente l’ideologia dell’austerità, inclusa l’accettazione delle false tesi secondo le quali il Labour si dimostrò finanziariamente irresponsabile e tale irresponsabilità provocò la crisi. Come dice Simon Wren-Lewis, quando i sostenitori del Labour respingono questa posizione, non sono loro che si “spostano a sinistra”, semmai rifiutano di seguire un gruppo dirigente di un Partito che ha deciso di spostarsi bruscamente a destra.
Quello che sta accadendo all’interno del Labour mi ricorda quello che successe all’interno del Partito Democratico sotto Reagan ed ancora per un certo periodo sotto Bush: molti personaggi che dirigevano il Partito caddero in quello che Josh Marshall definiva una forma di “subalternità”, fondamentalmente accettando la concezione del mondo della destra ma cercando di conquistare la carica apparendo un po’ meno estremi. Durante gli anni di Reagan, c’era un cartone di Stamaty [1] che, per quanto mi ricordo, mostrava i democratici che esponevano la loro piattaforma: grandi spese militari, sgravi fiscali per i ricchi, tagli ai sussidi per i poveri. “Ma in che cosa siete diversi dai Repubblicani?”. “Nel compatimento – noi abbiamo a cuore le vittime delle nostre politiche.”
Io non capisco completamente quello che sembra un collasso morale del New Labour dopo una elezione che, se si guarda ai dati, non è stato un appoggio illimitato dell’opinione pubblica ai Tory. Ma dovremmo essere davvero sorpresi se molti sostenitori del Labour ancora credono nelle cose per le quali il loro partito si batteva, e non hanno intenzione di appoggiare il Partito della Subalternità nella sua fuga verso la destra?
[1] Creatore di fumetti, americano nato nel 1947, Mark Alan Stamaty, oltre a illustrare libri per bambini, ha pubblicato per la rivista Slate, per il New Yorker e per il New York Times Book Review.
agosto 3, 2015
Aug 3 8:44 am
One of the most obvious facts about the U.S. political scene is also a fact most pundits refuse to acknowledge: the extreme polarization we now experience, the complete disappearance of any kind of political center, is not a two-sided phenomenon. Democrats haven’t moved drastically to the left — if anything they inched right for a couple of decades, and are only now shuffling slightly back toward a more robust liberalism. But Republicans have barreled off to the right.
This is, as I said, obvious — except that for those whose whole professional self-image involves standing between the supposed extremes, it’s too painful to acknowledge. So it’s worth pointing out specific policy areas where we can trace the positions of the parties explicitly.
One prime example is, of course, health reform: yes, Obamacare is identical in all important respects to Romneycare, which in turn followed a blueprint originally propounded at the Heritage Foundation.
Environmental policy may, however, be an even better case. Cap and trade began as a Republican idea — a corrective to command-and-control regulation. There was, in fact, a time when many Democrats disliked the idea of using market mechanisms to limit pollution, so this was a case of Republicans pushing policy in the direction of good economics. Bush the elder introduced cap and trade to control acid rain; John McCain even sponsored a climate change bill that relied on cap and trade.
But now Republican candidates for president are scrambling to declare themselves against the Obama administration’s proposals; Mitch McConnell is urging states to defy the feds and refuse to implement the regulations.
Leave on one side the sheer evilness of sabotaging efforts to avert environmental catastrophe in pursuit of political gain. Just note where the divide comes from.
Il “cap and trade” [1] e la polarizzazione
Uno dai fatti più evidenti della scena politica statunitense è al tempo stesso un fatto che molti commentatori rifiutano di riconoscere: la polarizzazione estrema che stiamo sperimentando, la completa scomparsa di ogni tipo di centro politico, non è un fenomeno che interessa entrambi gli schieramenti. I democratici non si sono spostati a sinistra in modo drastico – semmai per un paio di decenni si spostarono lentamente a destra, e soltanto adesso stanno leggermente tornando ad un progressismo più robusto. Ma i repubblicani si sono fiondati a destra.
Come ho detto, questo è evidente – ad eccezione di coloro la cui complessiva immagine professionale si risolve nello stare tra le due supposte estreme, per i quali è troppo faticoso riconoscerlo. Dunque è utile mettere in evidenza le particolari aree della politica nelle quali possiamo mostrare in modo esplicito le posizioni dei partiti.
Un primo esempio, naturalmente, è quello della riforma sanitaria: come si sa, la riforma di Obama è identica in tutti gli aspetti importanti alla riforma che attuò Romney (nel suo Stato), che a sua volta seguì un progetto originario proposto dalla Fondazione Heritage.
Tuttavia, la politica ambientale può essere un esempio anche più adatto. La soluzione del “cap and trade” prese le mosse come una idea repubblicana – un correttivo ad una regolamentazione esclusivamente basata su proibizioni e controlli. In sostanza, c’era un’epoca nella quale a molti democratici non piaceva l’idea di limitare l’inquinamento usando meccanismi di mercato, cosicché quello fu un caso nel quale i repubblicani spinsero la politica nella direzione di una economia virtuosa. Il più anziano dei Bush introdusse il “cap and trade” per il controllo delle piogge acide; John McCain persino sponsorizzò una legge sul cambiamento climatico basata sul “cap and trade”.
Ma adesso i candidati repubblicani alla presidenza balzano a dichiararsi contrari alle proposte della Amministrazione Obama; Mitch McConnell incoraggia gli Stati a sfidare il Governo federale ed a rifiutarsi di mettere in atto la legislazione.
Lascio da parte la assoluta irresponsabilità del sabotare gli sforzi per evitare una catastrofe ambientale per perseguire un vantaggio politico. Solo per notare da dove venga lo spartiacque della politica.
[1] Letteralmente, del “mettere un limite e consentire gli scambi” in materia di inquinamento ambientale – ovvero mettere un limite all’inquinamento e premiare chi sta sotto quel limite, anche permettendogli di ‘vendere’ il proprio comportamento virtuoso a chi resta provvisoriamente sopra (l’acquisto di ‘punti’ dai più virtuosi – e talora anche di tecnologie – essendo un modo provvisorio per restare nella legalità).
In Italia, per un certo periodo, una soluzione del genere venne adottata sui limiti alle emissioni degli impianti di termoconbustione dei rifiuti.
agosto 2, 2015
August 2, 2015 2:14 pm
Paul Romer has been writing a series of posts on the problem he calls “mathiness”, in which economists write down fairly hard-to-understand mathematical models accompanied by verbal claims that don’t actually match what’s going on in the math. Most recently, he has been recounting the pushback he’s getting from freshwater macro types, who seem him as allying himself with evil people like me — whereas he sees them as having turned away from science toward a legalistic, adversarial form of pleading.
You can guess where I stand on this. But in his latest, he notes some of the freshwater types appealing to their glorious past, claiming that Robert Lucas in particular has a record of intellectual transparency that should insulate him from criticism now. PR replies that Lucas once was like that, but no longer, and asks what happened.
Well, I’m pretty sure I know the answer.
First of all, it’s true about the initial transparency. In the beginning, Lucas and disciples had a very clear statement of both the problem and their solution. They took it as an observed fact that fluctuations in nominal demand were associated with fluctuations in real output, as opposed to merely affecting the price level, which shouldn’t happen if prices were flexible. But they insisted that it was illegitimate to assume sticky prices and wages, that any story you tell must be grounded in microfoundations — and not just that, in maximizing behavior.
So Lucas came up with a story: it was all about imperfect information. Faced with a shock to nominal demand, producers couldn’t tell how much was just a money fluctuation and how much a real change in demand for their particular product, to which they should respond by changing output. So they would engage in signal extraction, making the best possible estimate; this would lead in aggregate to an upward-sloping aggregate supply curve, but only because of rational confusion. And this in turn had strong policy implications: you might see a relationship between money and output, but it would disappear if you tried to use it.
It was a lovely, intellectually interesting and exciting approach. It was also quite wrong.
The wrongness took a few years to become irrefutable. By the early 1980s, however, it was overwhelmingly clear that rational confusion couldn’t explain business cycles, either empirically or theoretically — business cycles last too long, rational agents should be able to tell real from nominal shocks using information like asset prices, and more. And so you had a substantial chunk of the profession going back to sticky-price models, arguing that under imperfect competition things like menu costs or slight deviations from perfect rationality were enough to make money very non-neutral in the short run.
But Lucas and his school couldn’t do that, because they had burned their bridges. They had seized the moment when people took their models seriously to loudly and aggressively declare that Keynesianism of any form was total nonsense, that everything macroeconomists had done in the previous four decades was worthless. it would have taken a lot of intellectual integrity to admit that they might have been premature, that their models weren’t working and that maybe there was something in that Keynesian stuff after all. And that kind of integrity did not manifest itself.
Instead they went even further down the equilibrium rabbit hole, notably with real business cycle theory. And here is where the kind of willful obscurantism Romer is after became the norm. I wrote last year about the remarkable failure of RBC theorists ever to offer an intuitive explanation of how their models work, which I at least hinted was willful:
But the RBC theorists never seem to go there; it’s right into calibration and statistical moments, with never a break for intuition. And because they never do the simple version, they don’t realize (or at any rate don’t admit to themselves) how fundamentally silly the whole thing sounds, how much it’s at odds with lived experience.
What Romer is telling us, based on his discussion of growth models, is that this kind of thing is pervasive in that school. And no, everyone doesn’t do it. Read Mike Woodford or Gauti Eggertsson or Ken Rogoff when he’s doing theory: they all take pains to provide an intuition behind their models, and they don’t engage in false advertising.
So what happened to freshwater, I’d argue, is that a movement that started by doing interesting work was corrupted by its early hubris; the braggadocio and trash-talking of the 1970s left its leaders unable to confront their intellectual problems, and sent them off on the path Paul now finds so troubling.
La svolta sbagliata della teoria economica dell’ “acqua dolce” [1]
Paul Romer sta scrivendo una serie di post sul problema che egli chiama della ‘matematicità’, per il quale gli economisti annotano modelli matematici discretamente difficili da intendere e li accompagnano con pretese verbali che effettivamente non corrispondono a quello che si constata sul piano della matematica. Più di recente, egli ha dato conto degli attacchi che sta ricevendo da personaggi della macroeconomia dell’acqua dolce, che sembrano volerlo associare a persone malvage come il sottoscritto – dato che egli, secondo loro, sarebbe uscito dal terreno della scienza verso una forma di perorazione legalistica e polemica.
Vi potete immaginare dove io mi collochi in tutto questo. Ma nel suo ultimissimo post, egli osserva come alcuni di quei soggetti della scuola dell’ “acqua dolce” si appellino al loro glorioso passato, sostenendo che in particolare Robert Lucas ha una storia di trasparenza intellettuale che lo dovrebbe mettere al riparo dalle critiche odierne. Romer replica che una volta Lucas aveva quella caratteristica, ma oggi non più. E si chiede che cosa sia accaduto.
Ebbene, credo di essere abbastanza sicuro della risposta.
Prima di tutto, è vero ciò che si afferma sulla iniziale trasparenza. Agli inizi, Lucas ed i suoi allievi facevano affermazioni molto chiare sia del problema che della sua soluzione. Essi consideravano come un fatto incontrovertibile che le fluttuazioni nella domanda nominale fossero associate a fluttuazioni nella produzione reale, piuttosto che influenzare meramente il livello dei prezzi, la qualcosa non dovrebbe accadere se i prezzi fossero flessibili. Ma insistevano che non era legittimo assumere la rigidità dei prezzi e dei salari, che ogni spiegazione che veniva data doveva avere dei fondamenti nella microeconomia – e non solo in quella, ma anche in condotte di massimizzazione.
Cosicché Lucas se ne uscì con una spiegazione: dipendeva tutto dalla imperfezione dell’informazione. Messi dinanzi ad uno shock della domanda nominale, i produttori non potevano stabilire quanto si trattasse soltanto di una fluttuazione monetaria e quanto fosse un cambiamento reale nella domanda del loro particolare prodotto, al quale avrebbero dovuto rispondere con un cambiamento nella produzione. In tal modo essi si impegnavano, per rendere le stime migliori possibili, in una estrapolazione del segnale; questo portava complessivamente ad una curva dell’offerta aggregata con una tendenza a salire verso l’alto, ma solo per effetto di una confusa razionalità. E questo a sua volta aveva forti implicazioni pratiche: si poteva vedere una relazione tra la moneta e la produzione, ma essa scompariva se cercavate di utilizzarla.
Era un approccio appassionante, intellettualmente interessante ed eccitante. Era anche piuttosto sbagliato.
Ci vollero pochi anni perché l’errore diventasse inconfutabile. Agli inizi degli anni ’80, tuttavia, era del tutto chiaro che la confusione della razionalità non poteva spiegare i cicli economici, né empiricamente né teoricamente – i cicli economici durano troppo a lungo, gli agenti razionali dovrebbero essere capaci di distinguere la realtà dagli shock nominali usando indicatori come i prezzi degli asset, ed altro ancora. E così accadde che un blocco sostanziale degli economisti tornò indietro ai modelli dei prezzi rigidi, sostenendo che in condizioni imperfette cose come gli adeguamenti dei prezzi e le leggere deviazioni dalla perfetta razionalità erano sufficienti a rendere effettivamente non neutrale la moneta nel breve periodo.
Ma Lucas e la sua scuola non potevano ammetterlo, perché si erano bruciati i ponti alle spalle. Avevano afferrato il momento nel quale i loro modelli erano presi sul serio per dichiarare aggressivamente e rumorosamente che il keynesismo di ogni genere era un totale nonsenso, che ogni cosa gli economisti avevano sostenuto nei precedenti quattro decenni non aveva alcun valore. Ci sarebbe voluta molta integrità intellettuale per ammettere che potevano essere stati precipitosi, che i loro modelli non stavano funzionando e che, dopo tutto, in tutta quella roba keynesiana, c’era pur qualcosa. E quel genere di integrità non si manifestò.
Invece, essi andarono sempre più a fondo nella tana del coniglio (di Alice) [2] con la teoria dell’equilibrio, in particolare con la teoria del ciclo economico reale. Ed è qui dove quel genere di deliberato oscurantismo a cui si riferisce Romer, divenne in seguito la norma. Scrissi l’anno passato del considerevole fallimento dei teorici del Ciclo Economico Reale nell’offrire una spiegazione intuitiva di come funzionino i loro modelli, la qualcosa avevo almeno insinuato fosse intenzionale:
“Ma i teorici del RBC sembrano non arrivarci mai: la teoria è tutta dentro le fasi della taratura e della statistica, senza mai una interruzione per l’intuizione. E poiché non offrono mai la versione semplificata, essi non comprendono (o in ogni caso non lo riconoscono a se stessi) quanto l’intera faccenda appaia fondamentalmente sciocca, quanto sia all’opposto dell’esperienza vissuta.”
Quello che Romer ci dice, basandosi sulla sua disanima dei modelli di crescita, è che una cosa del genere, in quella scuola, è pervasiva. E non è vero che lo facciano tutti. Si leggano Mike Woodford o Gauti Eggertsson o Ken Rogoff, quando quest’ultimo si occupa di teoria: tutti costoro di preoccupano di offrire una intuizione dietro i loro modelli, e non si impegnano in sterile pubblicità.
Quello che dunque è accaduto alla teoria dell’ “acqua dolce”, direi, è che un movimento che era partito facendo un lavoro interessante, si è corrotto a causa della sua prematura supponenza; la sbruffonata e il parlare a vanvera degli anni ’70 ha lasciato i suoi dirigenti incapaci di misurarsi con i loro problemi intellettuali, e li ha spediti su un sentiero che ora Paul Romer trova così preoccupante.
[1] Una scuola economica americana, così chiamata per la sua prevalenza nei decenni passati nelle Università ‘centrali’ (ovvero, nelle zone dei laghi, anzitutto Chicago), in contrapposizione cone la macroeconomia dell’ “acqua salata”, che prevaleva nelle Università sui due oceani.
[2] Ovvero, sognando di seguire il ‘coniglio bianco’ di Alice nel paese delle meraviglie, sprofondarono sempre più in un mondo fatto di assurdità e di paradossi.
luglio 31, 2015
Jul 31 12:38 pm
Contributions by financial industry Opensecrets.Org
Over at Vox, Jonathan Allen notes that Hillary Clinton, sometimes derided on the left as doing Wall Street’s bidding, is actually getting a lot less Wall Street money than people think. Allen notes that during her husband’s administration Clinton was known for her relative antipathy toward financial types, which may be part of the story. But you should also put this in the context of finance’s hard turn against Democrats in general. In 2004, facing an election whose outcome was uncertain, finance and insurance split its donations almost equally between the parties; in 2012 it gave well over twice as much to Republicans as to Democrats.
The reason is, of course, financial reform. Anyone who tells you that reform was meaningless and that there’s no difference between the parties should follow the money, which thinks that there is a big difference indeed.
Ora Wall Street odia i democratici
Contributi da parte del settore finanziario.Opensecrets.Org
Su Vox, Jonathan Allen nota che Hillary Clinton, talvolta derisa a sinistra per le offerte che fa a Wall Street, sta affettivamente ottenendo molti meno soldi di Wall Street di quanto si pensi. Allen osserva che, durante la Amministrazione di suo marito, la Clinton era nota per la sua relativa antipatia verso i soggetti della finanza, e questa può essere una parziale spiegazione. Ma più in generale si dovrebbe anche collocare questa notizia nel contesto del forte spostamento a danno dei democratici del mondo della finanza. Nel 2004, a fronte di elezioni il cui esito era incerto, la finanza e il settore assicurativo distribuirono le loro donazioni quasi egualmente tra i due partiti; nel 2012 diedero ai repubblicani ben più del doppio che ai democratici.
La ragione, ovviamente, è la riforma finanziaria. Chiunque vi racconti che quella riforma è stata insignificante e che non c’è differenza tra i due partiti, dovrebbe star dietro al capitale, che in effetti ritiene che ci sia una grande differenza.
luglio 31, 2015
Jul 31 12:54 pm
Nicholas Crafts and Alex Klein have a nice piece that tries to measure gains from geographic specialization in the late 19th and early 20th centuries. Indeed, it was a great age of industrial localization, so much so that the Twelfth Census (1900) included a monograph on the subject that is still a great source for students of economic history. Not only did it identify and quantify the degree of localization in many industries, but it offered quick origin stories for the main clusters. Thus, here’s what it had to say about detached collars and cuffs, almost totally centered in Troy, New York:
It’s hard to find clear-cut industrial clusters like this in modern America, and it’s interesting to ask why. But they are very much a feature of modern China with its button cities and toothbrush towns.
Crafts and Klein argue that this sort of specialization was a major factor in US economic growth. I’ll reserve judgment until I’ve had more time to read and think, but I definitely do love this stuff.
Le città industriali del passato
Nicholas Crafts e Alex Klein pubblicano un bell’articolo che cerca di misurare i vantaggi derivanti dalla specializzazione economica sulla fine del diciannovesimo ed agli inizi del ventesimo secolo. In effetti, fu un’epoca importante di localizzazioni industriali, al punto che il Dodicesimo Censimento (1900) incluse una monografia su quel tema che è ancora una grande fonte per gli studenti di storia economica. Non solo essa identificava e quantificava il grado di localizzazione di molte industrie, ma offriva rapide storie delle origini ei principali distretti. In questo modo, ecco quello che riferiva sui colletti e i polsini staccati, quasi interamente situati a Troy, New York:
È difficile trovare distretti industriali così netti come questi nell’America contemporanea, ed è interessante chiedersi perché. Ma essi sono una caratteristica molto tipica della Cina moderna, con le sue città dei bottoni ed i suoi piccoli centri degli spazzolini da denti [1].
Crafts e Klein sostengono che questa specie di specializzazione fu un importante fattore di crescita negli Stati Uniti. Mi riservo un giudizio per quando avrò più tempo per leggere e riflettere, ma di sicuro cose come queste mi appassionano.
[1] La connessione è con un ampio articolo di Jonathan Watts apparso su The Guardian del lontano 25 maggio 2005. L’articolo spiegava come, su iniziativa di tre fratelli, nell’anno 1980, nella cittadina cinese di Qiaotou, si avviò una attività di raccolta dei bottoni. Venticinque anni dopo da quella città venivano quasi tutte le cerniere ed i bottoni che si indossano nel mondo. Da analoghi fenomeni locali di svilupparono industrie degli spazzolini da denti e dei calzini che giunsero in poco tempo a rappresentare quote considerevolissime del mercato mondiale.
luglio 30, 2015
Jul 30 1:23 pm
Wonkblog has a post inspired by the dentist who paid a lot of money to shoot Cecil the lion, asking why he — and dentists in general — make so much money. Interesting stuff; I’ve never really thought about the economics of dental care.
But once you do focus on that issue, it turns out to have an important implication — namely, that the ruling theory behind conservative notions of health reform is completely wrong.
For many years conservatives have insisted that the problem with health costs is that we don’t treat health care like an ordinary consumer good; people have insurance, which means that they don’t have “skin in the game” that gives them an incentive to watch costs. So what we need is “consumer-driven” health care, in which insurers no longer pay for routine expenses like visits to the doctor’s office, and in which everyone shops around for the best deals.
The usual response has been that this involves going where the money isn’t — that because health costs are dominated by big expenses that must be paid by insurers, there just isn’t much potential savings from increased deductibles, co-pays, etc..
But what if even the underlying premise, that individual choice will hold down costs, is all wrong?
As it turns out, many fewer people have dental insurance than have general medical insurance; even where there is insurance, it typically leaves a lot of skin in the game. But dental costs have risen just as fast as overall health spending, and it may be that the reduced role of insurers actually raises those costs. According to the post,
In the rest of medicine, insurers have an important function in limiting costs and promoting quality. The market power of Medicare and major national insurance companies allows them to insist on better rates for their customers when they negotiate with doctors and hospitals.
“There’s been less presence from all kinds of insurance payers in the dental sector,” explained Andy Snyder, who is in charge of oral health at the nonpartisan National Academy for State Health Policy. “Medicare does not cover routine dental services, and private dental coverage is far less common than private medical coverage. So, the dental industry has faced less of the cost containment and quality improvement pressures that the rest of the health care sector’s experienced over the last couple of decades.”
So more skin in the game is not just useless but actually counterproductive.
I dentisti e l’interesse economico
Wonkblog pubblica un post ispirato dal dentista che ha pagato una sacco di soldi per sparare al leone Cecil, e si chiede perché, costui e i dentisti in generale, fanno tanti soldi. È una faccenda interessante; non ho mai seriamente riflettuto sull’economia delle cure odontoiatriche.
Ma una volta che ci si concentra su tale questione, si scopre che ha una implicazione importante – precisamente, che la teoria dominante implicita nelle idee conservatrici sulla riforma sanitaria è completamente sbagliata.
Per molti anni i conservatori hanno insistito che il problema dei costi sanitari consiste nel non trattare l’assistenza sanitaria come un ordinario bene di consumo; le persone hanno l’assicurazione, il che significa che esse non “partecipano all’impresa” [1] in modo tale da riceverne un incentivo per controllare i costi. Dunque, quello che è necessario è una assistenza sanitaria nella quale gli assicuratori non paghino più per spese ordinarie come le visite ambulatoriali dei medici generici, e nella quale tutti vadano ad acquistare tali prestazioni alle migliori condizioni.
La risposta di solito è stata che questo sarebbe come andare dove non ci sono soldi – ovvero che, poiché i costi sanitari sono dominati dalle grandi spese che devono pagare gli assicuratori, non ci sono molti risparmi potenziali da un incremento delle spese deducibili, dalle partecipazioni ai pagamenti, e così via.
Ma che dire se anche la premessa implicita, che la scelta individuale abbatterebbe i costi, fosse tutta sbagliata?
Si scopre che ci sono molte meno persone con l’assicurazione delle cure dentistiche rispetto a quelle che hanno la generica assicurazione medica; anche dove l’assicurazione esiste, solitamente essa riserva una forte partecipazione di impresa agli interessati [2]. Ma le cure odontoiatriche sono cresciute proprio altrettanto velocemente della complessiva spesa sanitaria, e può darsi che il ridotto ruolo degli assicuratori effettivamente accresca quei costi. Secondo il post:
“Nel resto della medicina, gli assicuratori hanno una importante funzione nel limitare i costi e nel promuovere la qualità. Il potere di mercato di Medicare e di importanti società assicuratrici consente loro di esigere migliori aliquote per i loro assistiti quando negoziano con i dottori e con gli ospedali.
‘Nel settore odontoiatrico c’è stata una presenza minore dei fornitori di assicurazione di ogni genere’, ha spiegato Andy Snyder, che è incaricato del settore della salute della bocca presso l’indipendente Accademia Nazionale per la Politica Sanitaria Statale. ‘Medicare non copre gli ordinari servizi odontoiatrici, e la copertura di quel settore privato è molto meno comune della copertura sanitaria privata in genere. Dunque, nel corso degli ultimi due decenni, il settore odontoiatrico ha fatto fronte in modo minore alle spinte per il contenimento dei costi e per il miglioramento della qualità del resto della assistenza sanitaria.’
Dunque, una maggiore partecipazione all’economia di settore non è solo inutile, quanto effettivamente controproducente.
[1] Espressione idiomatica, letteralmente “mettere o avere la pelle nel gioco”. Più in particolare viene riferita agli oneri di partecipazione agli investimenti da parte delle imprese finanziarie.
[2] Suppongo che, in questo caso, il riferimento sia ai dentisti medesimi.
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