Blog di Krugman

Trumpismo (17 luglio 2015)

 

Jul 17 5:13 pm

Trumpism

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Not surprisingly, Rick Perlstein, our foremost expert on the rise of movement conservatism, has the best take so far on the Trump phenomenon. As he says, nobody should be surprised to find that there are a lot of Republicans who are mad as hell and won’t take it any more:

This is important: conservatism is like bigotry whack-a-mole. The quantity of hatred, best I can tell from 17 years of close study of 60 years of right-wing history, remains the same. Removing the flag of the Confederacy, raising the flag of immigrant hating: the former doesn’t spell some new Jerusalem of tolerance; the latter doesn’t mean that conservatism’s racism has finally been revealed for all to see.

And crucially, it’s a key part of conservative mythology that the silent majority shares this hatred, that it’s only the liberal elite with its political correctness keeping Americans from saying what they know to be true. (It’s like the constant trope from the likes of Bill O’Relly that anyone who disagrees with him is a “far-left” type, no matter how mainstream their ideas.)

So why shouldn’t they rally around The Donald? The elite considers him ridiculous, but the base has been told again and again that the elite is corrupt and anti-American. The base has also been told again and again that it represents the true views of everyone except Those People. So why shouldn’t they go with someone who is their kind of guy, in style as well as substance?

 

 

 

Trumpismo [1]

Non sorprendentemente, Rick Perlstein, il nostro massimo esperto sulla ascesa del ‘conservatorismo di movimento” [2], ha sinora la presa di posizione migliore sul fenomeno Trump. Come lui dice, nessuno dovrebbe essere sorpreso di scoprire che ci sono molti repubblicani ‘fuori di sé dalla rabbia che non intendono più sopportare questo stato di cose’ [3]:

“Questo è importante: il conservatorismo è come il gioco del colpire la talpa che esce dal buco [4], nella versione del fanatismo. Il meglio che io posso dire dopo 17 anni di studi della storia di sessant’anni della destra, è che la quantità di odio resta la stessa. Rimuovere la bandiera della Confederazione, issare la bandiera dell’odio agli immigrati: la prima non implica alcuna nuova Gerusalemme di tolleranza; la seconda non significa che il razzismo conservatore si sia finalmente palesato agli occhi di tutti.”

E, fondamentalmente, una parte decisiva della mitologia conservatrice è l’idea che la maggioranza silenziosa condivida questo odio, che soltanto i gruppi dirigenti liberal con la loro correttezza politica stanno trattenendo gli Americani dal dire ciò che sanno essere vero (è come il ritornello di individui come Bill O’Relly secondo il quale chiunque non è d’accordo con lui è un “estremista di sinistra”, a prescindere da quanto si tratti di idee convenzionali).

Perché, dunque, non dovrebbero andar dietro a Donald? Le élite lo considerano ridicolo, ma alla base è stato raccontato in continuazione che l’élite è corrotta ed antiamericana. Alla base è stato anche raccontato che ciò rappresenta il punto di vista di tutti, fatta eccezione di Quella Gentaglia [5]. Perché dunque non dovrebbero andare con qualcuno che è il loro genere di personaggio, nello stile così come nella sostanza?

 

[1] Donald Trump è un magnate americano (in particolare nel settore immobiliare, ma anche finanziario, dell’intrattenimento in particolare sportivo etc. ) in corsa per la nomination del Partito Repubblicano in vista delle presidenziali del 2016. Stando ad un rilevamento del Washington Post – ABC attualmente avrebbe i consensi del 24% dell’elettorato repubblicano, contro il 13% di Scott Walker e il 12% di Jeb Bush.

Una forte caratterizzazione di destra (e una capigliatura insolita).

[2] Ovvero, una coalizione di tendenze della destra (tradizionaliste, libertariane, anticomuniste, ma anche neo conservatrici e legate a movimenti religiosi) che si distingue per un approccio più dinamico e volitivo alla politica, rispetto al conservatorismo più tradizionale, che nella storia americana di solito viene riferito a lontani esempi, come quello di Nixon. Un’altra caratteristica è quella del forte sostegno di ambienti affaristici, con una conseguente ricaduta di finanziamenti e di fondazioni pseudo culturali.

[3] Metto l’espressione tra virgolette perché l’intera frase (“mad as hell and won’t take it any more”) è normalmente utilizzata per indicare la condizione psicologica delle persone di destra.

[4] Questo è il gioco in questione, che consiste nel colpire animaletti che escono dai buchi del piano di gioco, e il significato mi pare sia che la sostanza sta nel menare colpi contro nemici intercambiabili, più che nella distinta e riflettuta natura di quei nemici.

 

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[5] Ovvero, delle minoranze, dei poveri, della gente di colore.

Bernanke non è Serio (17 luglio 2015)

luglio 17, 2015

 

Jul 17 4:51 pm

Bernanke Isn’t Serious

By which I mean that he isn’t Serious. His latest on Greece and the euro suggests that the deeper problems lie not in Greek fecklessness but in the refusal of the core — basically Germany — to allow either monetary or fiscal policies that would offset the downdraft from austerity in the periphery. He even questions the sacred status of “structural reform”:

The slow recovery from the crisis of the euro zone as a whole is the result, among other factors, of (1) political resistance that delayed by many years the implementation of sufficiently aggressive monetary policies by the European Central Bank; (2) excessively tight fiscal policies, especially in countries like Germany that have some amount of “fiscal space” and thus no immediate need to tighten their belts; and (3) delays in taking the necessary steps, analogous to the banking “stress tests” in the United States in the spring of 2009, to restore confidence in the banking system. I would not, by the way, put “structural rigidities” very high on this list. Structural reforms are important for long-run growth, but cost-saving measures are less relevant when many workers are already idle; moreover, structural problems have existed in Europe for a long time and so can’t explain recent declines in performance.

Does all this sound sort of … familiar? Kind of like what other bearded Anglo-Saxon economists have been saying? As I’ve tried to point out for a long time, in this policy debate the supposedly radical types are the ones doing standard, more or less textbook economics, while the respectable voices have subscribed to fantasies ungrounded in either history or theory.

You might think that having one of history’s most celebrated central bankers weigh in on the anti-austerity side of the issue would change perceptions about what’s serious as opposed to Serious. But don’t bet on it.

 

Bernanke non è Serio

Con il che intendo che egli non fa parte delle Persone Molto Serie [1]. Il suo ultimo intervento sulla Grecia e sull’euro suggerisce che i problemi più profondi non consistono nella inettitudine greca ma nel rifiuto del centro dell’Europa – fondamentalmente la Germania – di consentire politiche sia monetarie che della finanza pubblica che bilancerebbero gli effetti depressivi dell’austerità nella periferia. Egli avanza persino un dubbio sullo status sacrale delle “riforme strutturali”:

“La lenta ripresa dalla crisi della zona euro nel suo complesso, tra gli altri fattori, è il risultato di (1) una resistenza politica che ha rinviato per molti anni la messa in atto di politiche monetarie sufficientemente aggressive da parte della Banca Centrale Europea; (2) le politiche della finanza pubblica eccessivamente restrittive, in particolare in paesi come la Germania che hanno una certa quantità di “spazio della finanza pubblica” e quindi non hanno alcun immediato bisogno di stringere le loro cinghie; e (3) i ritardi nel fare i passi necessari, analogamente agli “stress tests” bancari negli Stati Uniti, per ripristinare la fiducia nel sistema bancario. In questo elenco, io non metterei, per inciso, in prima fila le “rigidità strutturali”. Le riforme strutturali sono importanti per la crescita di lungo termine, ma misure di risparmio sui costi sono meno rilevanti quando molti lavoratori sono già inattivi; inoltre, i problemi strutturali sono esistiti per lungo tempo in Europa e dunque non possono spiegare i cali recenti nelle prestazioni.”

Sono parole che vi sembrano in qualche modo familiari? Del tipo di quelle che altri barbuti [2] economisti anglo-sassoni vengono dicendo? Come da tempo sto cercando di mettere in evidenza, in questo dibattito politico i presunti soggetti radicali sono quelli che praticano un’economia ordinaria, più o meno del genere dei libri di testo, mentre le voci rispettabili hanno aderito a fantasie che non hanno fondamento né nella storia né nella teoria.

Potreste pensare che essendo uno dei più celebrati banchieri centrali della storia intervenuto sul versante contrario all’austerità di quel dibattito, cambi la percezione di quello che è serio, nel senso di opposto a “Serio”. Ma non scommetteteci.

 

[1] Traduco un po’ liberamente, per rendere più chiaro che la ‘mancanza’ di serietà di Bernanke, riferita ad un post dello stesso ex Presidente della Federal Reserve tradotto su questo blog, non si riferisce alle sue tesi, ma al suo non far parte del raggruppamento krugmaniano delle Persone Molto Serie, ovvero dei conservatori in economia.

[2] Ogni tanto sulla stampa di destra appare questo argomento un po’ banale per il quale vari economisti keynesiani – come in USA Krugman e Stiglitz, nel Regno Unito Wren-Lewis – portano la barba, alla stregua di un segno di distinzione accademico e per giunta liberal.

 

 

 

Grecia eterna (17 luglio 2015)

luglio 17, 2015

 

Jul 17 9:04 am

Eternal Greece

Matt O’Brien directs us to a Heritage Foundation economist presenting what is portrayed as a startling idea: America could become Greece! And it’s true — there probably haven’t been more than a few thousand articles issuing the same warning in the five (5) years since Alan Greenspan published “US Debt and the Greek Analogy“, with this immortal complaint:

Despite the surge in federal debt to the public during the past 18 months—to $8.6 trillion from $5.5 trillion—inflation and long-term interest rates, the typical symptoms of fiscal excess, have remained remarkably subdued. This is regrettable, because it is fostering a sense of complacency that can have dire consequences.

But Matt misses the truly wonderful part about the latest from Heritage, which is why we should be worried about turning into Greece:

Diverse academic research shows that economic growth slows significantly at high levels of public debt. Carmen M. Reinhart, Vincent R. Reinhart and Kenneth S. Rogoff, as well as Manmohan S. Kumar, Jaejoon Woo, Stephen Cecchetti, Madhusudan Mohanty and Fabrizio Zampolli, report that advanced economies with high levels of debt (85-90 percent of GDP and higher) grow more slowly annually than their lower-debt counterparts.

You might think that debt worriers would try to put the whole 90-percent debacle behind them — not just the Excel error and the extreme sensitivity of the results to odd data choices, but the strong suggestion that whatever debt-growth correlation is left mainly reflects causation from growth to debt and not the other way around. But I heard the same thing at Freedomfest: either these people never heard about the R-R crash-and-burn, or they hope their readers haven’t.

More broadly, I’ve noted in other contexts that the right never gives up an argument. You see this on Obamacare: the usual suspects are still claiming that the ACA didn’t really reduce the number of uninsured, that there has been a massive rate shock, that it’s creating a giant hole in the budget, etc., even in the face of sharply dropping uninsurance, moderate rate hikes, and below-prediction costs. They add new arguments, but the old ones never go away no matter how ludicrously wrong they’ve proved.

 

Grecia eterna

Matt O’Brien ci indirizza ad un economista della Fondazione Heritage che ci presenta quella che viene descritta come un’idea brillante: l’America potrebbe diventare come la Grecia! Ed è vero – ci sono state probabilmente appena alcune centinaia di articoli che dispensavano lo stesso ammonimento nei cinque (5) anni dal momento in cui Alan Greenspan pubblicò “Il debito degli Stati Uniti e le analogie con la Grecia”, con questa immortale lamentela:

“Nonostante la crescita del debito federale al pubblico durante i 18 mesi passati – da 5.500 a 8.600 miliardi di dollari – l’inflazione e i tassi di interesse a lungo termine, i sintomi tipici degli eccessi di finanza pubblica, sono rimasti considerevolmente controllati. Questo è disdicevole, perché sta incoraggiando un senso di compiacimento che può avere conseguenze terribili.”

Ma a Matt sfugge, a proposito delle ultime posizioni dell’Heritage, la parte davvero meravigliosa, che riguarda la ragione per la quale dovremmo essere preoccupati del diventare come la Grecia:

“Diverse ricerche accademiche mostrano che la crescita economica rallenta in modo significativo ad alti livelli di debito pubblico. Carmen M. Reinhart, Vincent R. Reinhart e Kenneth S. Rogoff, come Manmohan S. Kumar, Jaejoon Woo, Stephen Cecchetti, Madhusudan Mohanty e Fabrizio Zampolli riferiscono che le economia avanzate con alti livelli di debito (85-90 per cento del PIL e più alti ancora) crescono più lentamente su base annua delle economie simile con debiti più bassi.”

Si direbbe che questi ansiosi del debito stiano cercando di mettersi alle spalle l’intera debacle di quell’argomento del 90 per cento – non solo l’errore di Excel e l’estrema sensibilità dei risultati a bizzarre scelte statistiche, ma la forte impressione che qualsiasi correlazione tra debito e crescita sia ipotizzata, essa rifletta principalmente un fattore di causa che procede dalla crescita al debito e non al contrario. Ma ho sentito una cosa del genere anche alla FreedomFest [1]: o queste persone non hanno mai saputo del disastro delle tesi di Reinhart-Rogoff, oppure sperano che non ne abbiano sentito parlare i loro lettori.

Più in generale, ho notato in altri contesti che la destra non rinuncia mai ad un argomento. Lo potete osservare nel caso delle riforma sanitaria di Obama: i soliti noti stanno ancora sostenendo che la Legge sulla Assistenza Sostenibile in realtà non ha ridotto il numero dei non assicurati, che c’è stato un massiccio trauma derivante dalle aliquote, che si sta creando un buco gigantesco nel bilancio, persino a fronte di una brusca caduta dei non assicurati, di rialzi nelle aliquote modesti e di costi al di sotto delle previsioni. Essi aggiungono nuovi argomenti, ma i vecchi non escono mai di scena a prescindere da quanto si siano mostrati ridicoli.

 

[1] Una specie di Festival nazionale sul “nuovo sogno americano”, mi pare di impianto conservatore (probabilmente organizzata dalla stessa Heritage Foundation), ma al quale nel 2015 è stato invitato anche Krugman.

 

 

Lezioni della storia per i paesi debitori dell’area euro (dal blog di Krugman, 15 luglio 2015)

luglio 15, 2015

 

Jul 15 1:25 pm

History Lessons for Euro Debtors

When the financial crisis struck, there were widespread calls for new economic thinking; surely, many believed, the drastic events showed that there was something terribly flawed about economic analysis. In fact, however, the crisis itself, and even more the developments that followed, have been anything but puzzling. Again and again, things have played out pretty much the way you would have expected if you (a) understood and took seriously basic Hicks/Keynes macroeconomics and (b) paid attention to the relevant economic history.

The problem has been that all too many policymakers and pundits were and are either ignorant of these basics or determined to ignore them — or, putting these together, determined to be ignorant. Year after year, as we reproduce the 1930s, the usual suspects have been obsessed with fears of a return to the 1970s; as we become Japan they worry that we’re about to become Zimbabwe; and so on.

So, on the issue of the moment, there are actually quite good historical models for what Greece has been trying to do — cope with a large debt overhang via austerity policy. Britain, after all, emerged from each world war with very high public debt. Its debt burden just after World War I was, as a share of GDP, roughly comparable to Greece’s in 2009; its burden after World War II was twice as high.

What happened? Almost three years have passed since the IMF — yes, the IMF — pointed out that Britain between the wars tried a strategy much like that of European debtors: hard money plus austerity. Britain was incredibly determined, running huge primary surpluses as a share of GDP; but it failed to make a significant dent in the debt burden, because deflation ate up any gains from fiscal austerity:

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Bank of England and IMF

The story after World War II was very different. While Britain did run primary surpluses, they were for the most part considerably smaller than after World War I. But the debt ratio fell dramatically, because of the combination of inflation and financial repression that helped keep interest rates low:

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Bank of England and IMF

The secret of Britain’s success the second time around? After World War I it returned to the gold standard; while it did eventually let the pound fall, at that point this mainly was just sufficient to offset global deflation in the face of the Great Depression. After World War II Britain faced a world economy with rising prices, but nonetheless sharply devalued the pound in 1949:

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Bank of England

What, in this history, would lead anyone to believe that the troika’s policies for Greece had any chance of succeeding?

Now what? If Greece still had its own currency, the case for devaluation would be completely overwhelming at this point. What this means, in turn, is that everything — the ongoing economic disaster in Greece, the bitter divisions within the euro area, the perplexity of even the best intentioned policymakers — flows from the supposedly insuperable technical difficulties of going off the euro.

Can this possibly make sense given the extremity of the situation?

 

Lezioni della storia per i paesi debitori dell’area euro

Quando esplose la crisi finanziaria, ci furono pronunciamenti generalizzati a favore di un nuovo pensiero economico; di sicuro, in molti credevano che i gravi fatti avessero dimostrato che c’era qualcosa di tremendamente difettoso nell’analisi economica. Di fatto, tuttavia, la crisi stessa e ancora di più gli sviluppi che seguirono, sono stati tutt’altro che sorprendenti. Più e più volte, le cose sono andate a finire più o meno nel modo che ci si sarebbe aspettati se: a) si capiva e si prendeva sul serio la macroeconomia di base di Hicks e Keynes; b) si prestava attenzione a ciò che conta nella storia economica.

Il problema è stato che un numero esagerato di operatori pubblici e di commentatori erano e sono all’oscuro di quei fondamenti, oppure determinati a ignorarli – oppure, mettendo assieme questi aspetti, determinati a restare all’oscuro. Anno dopo anno, come in una riedizione degli anni ’30, i soliti noti sono finiti sotto l’ossessione di un ritorno agli anni ’70; nel mentre diventavamo come il Giappone, loro avevano paura che stessimo diventando come lo Zimbabwe, e così via.

Dunque, sul tema del momento, per la verità esistono modelli storici abbastanza buoni in riferimento a quello che la Grecia sta cercando di fare – lottare con un largo eccesso di debito attraverso una politica di austerità. L’Inghilterra, dopo tutto, venne fuori da entrambe le guerre mondiali con un debito pubblico molto alto. Appena all’indomani della Prima Guerra Mondiale il peso del suo debito era, come quota del PIL, confrontabile a quello della Grecia nel 2009; il peso del suo debito dopo la Seconda Guerra Mondiale era il doppio.

Cosa accadde? Sono passati quasi tre anni dal momento in cui il FMI – sì, il FMI – mise in evidenza che l’Inghilterra tra le due guerre aveva provato una strategia molto simile a quella dei debitori europei: restrizione monetaria in aggiunta all’austerità. L’Inghilterra fu incredibilmente determinata, gestendo ampi avanzi primari in quota sul PIL; ma non riuscì a scalfire in modo significativo il peso del debito, perché la deflazione si mangiò tutti i guadagni derivanti dalla austerità nelle finanze pubbliche [1]:

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Banca di Inghilterra e FMI

 

La storia dopo la Seconda Guerra Mondiale fu assai diversa. Se l’Inghilterra realizzò avanzi primari, essi furono per la maggior parte considerevolmente più piccoli di quelli successivi alla Prima Guerra. Ma la percentuale del debito cadde in modo spettacolare, a causa della combinazione di inflazione e di una repressione finanziaria [2] che contribuì a tenere bassi i tassi di interesse:

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Banca di Inghilterra e FMI

 

Quale fu il segreto del successo inglese nel secondo caso? Dopo la Prima Guerra Mondiale essa tornò al gold standard; se alla fine essa consentì la caduta della sterlina, a quel punto ciò fu appena sufficiente a bilanciare la deflazione globale a fronte della Grande Depressione. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Inghilterra fronteggiava un’economia globale con prezzi crescenti, ma ciononostante svalutò bruscamente la sterlina nel 1949:

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Banca di Inghilterra

 

A fronte di questa storia, che cosa può indurre chiunque a credere che le politiche della Troika abbiano una qualche possibilità di successo?

E adesso cosa accadrà? Se la Grecia avesse ancora la propria valuta, a questo punto l’ipotesi della svalutazione sarebbe del tutto inarrestabile. Ciò che questo significa, a sua volta, è che ogni cosa – il perdurante disastro economico in Grecia, le aspre divisioni all’interno dell’area euro, le perplessità persino degli operatori pubblici meglio intenzionati – discende dalle presunte insuperabili difficoltà tecniche a lasciare l’euro.

È verosimile che questo abbia un senso, data l’eccezionalità della situazione?

 

 

[1] Mi pare che le due tabelle successive debbano essere lette considerando la percentuale del debito (sul PIL) in relazione alla scala di destra e gli avanzi primari in relazione alla scala di sinistra. Ad esempio, nel caso della situazione successiva alla Prima Guerra Mondiale, la percentuale del debito, che era il 100 per cento nel 1920, era superiore al 120 per cento nel 1938, ovvero le scelte fatte furono un completo insuccesso. I vantaggi degli avanzi primari, ovvero della austerità – che erano oscillati dal 6 al 9 per cento del PIL tra il 1920 ed il 1935 – non produssero alcun effetto sul peso del debito.

Invece, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i vantaggi degli avanzi primari (che furono cospicui in particolare tra il 1947 ed il 1951), andarono chiaramente a vantaggio delle riduzione del peso del debito, che passò da oltre il 250 per cento del PIL nel 1947 a circa il 120 per cento del PIL nel 1960.

[2] La repressione finanziaria è la fissazione di limiti alla crescita del credito all’economia. In un regime di r. f. lo Stato decide chi deve concedere credito, a chi e a che prezzo, creando distorsioni nei criteri di mercato circa l’allocazione. (Treccani) Ovvero, è un periodo caratterizzato da una marcata arbitrarietà nei meccanismi di distrubuzione delle risorse finanziarie, finalizzata a migliorare la condizione della finanza pubblica.

 

 

 

Una posizione insostenibile (15 luglio 2015)

luglio 15, 2015

 

Jul 15 9:41 am

An Unsustainable Position

Everyone is talking about the IMF’s new update to its debt sustainability analysis, which says that Greece’s attempt to surrender is doomed to failure without massive debt relief. That’s surely the right conclusion.

However, it’s hard to accept the document’s claim that this is a new development, the result of the banking crisis of the past two weeks plus the economic troubles since Syriza came to power. If the original plan for Greece made any sense, whatever damage has been done recently should be largely reversible: restore liquidity to the banks, establish a government of faithocrats who restore confidence, and debt should end up peaking only a few percentage points of GDP higher than previously predicted. That is, even if you accuse Syriza of botching things terribly, no economic analysis I know of says that a few months of misgovernment permanently damage a country’s growth prospects.

The point, surely, is that the plan for Greece was never feasible. No matter how willing a nation is to suffer, no matter how willing to run primary surpluses on a scale that is very rare in history, trying to pay off high debt through austerity without any kind of monetary offset is basically a recipe for debt deflation and failure. This is, in fact, what the IMF’s own research has said.

And the return to growth last year would have turned out to be a false dawn even without the political crisis. That slight uptick largely reflected a pause in austerity — and would have gone away regardless as the troika resumed tightening the fiscal vise.

So it’s good to see the IMF being realistic here, but the institution remains unwilling to face up fully to past errors — which matters, because these past errors are prologue to the doom that faces any attempt to stay the course.

 

Una posizione insostenibile

Tutti stanno intervenendo sul nuovo aggiornamento del FMI della sua analisi sulla sostenibilità del debito, che dice che il tentativo di restituzione da parte della Grecia è condannato al fallimento senza una massiccia riduzione del debito. Questa è senz’altro la conclusione giusta.

Tuttavia, è difficile accettare la pretesa del documento che questo sia uno sviluppo recente, il risultato della crisi bancarie delle due settimane passate, in aggiunta ai guai economici dal momento che Syriza è andata al potere. Se il piano originario per la Grecia aveva un senso, qualsiasi danno sia stato fatto di recente, esso avrebbe dovuto essere ampiamente reversibile: ripristinare la liquidità delle banche, metter su un Governo di “fiduciocrati” [1] che ristabilisca la fiducia, e il debito doveva finire col toccare il limite di pochi punti in percentuale del PIL più alti di quanto precedentemente previsto. Ovvero, per quanto si accusi Syriza di pasticciare le cose in modo terribile, nessuna analisi che io conosca dice che pochi mesi di malgoverno possono danneggiare in modo permanente le prospettive di crescita di un paese.

Di sicuro, il punto è che quel piano non è mai stato fattibile. Non è importante quanto una nazione sia disposta a patire, non è importante quanto sia disposta a gestire avanzi primari in una dimensione molto rara nella storia: cercare di restituire un debito elevato senza un bilanciamento monetario di alcun genere è fondamentalmente una ricetta per la deflazione da debito e per il fallimento. Questo, di fatto, è quello che la stessa ricerca del FMI ha detto.

E, anche senza la crisi politica, si sarebbe scoperto che il ritorno alla crescita dell’anno passato era una falsa aurora. Quella leggera risalita rifletteva in gran parte una pausa nell’austerità – e se ne sarebbe andata a prescindere dal fatto che la Troika abbia ricominciato a stringere la morsa sulla finanza pubblica.

Dunque, è una buona cosa che in questo caso il FMI sia realistico, ma l’istituzione resta indisponibile a misurarsi pienamente con gli errori passati – la qualcosa è importante, perché questi errori passati sono il prologo al destino tragico che incombe su ogni tentativo di mantenere la rotta.

 

[1] Vedi il post con quel titolo del 14 luglio.

 

 

 

Tedeschi arrabbiati (15 luglio 2015)

luglio 15, 2015

 

Jul 15 9:21 am

Angry Germans

Jacob Soll writes about the destructive anger he saw at a German conference on euro issues; I can second that observation.

You see, I’ve been getting a lot of mail from Germany lately, in a break from (or actually an addition to) my usual deluge of right-wing hate mail. I’m well aware that this is a highly distorted sample, since I’m only hearing from those angry enough and irrational enough — seriously, what do the writers expect to accomplish? — to send such things. Still, the content of the correspondence is striking.

Basically, the incoming missives take two forms:

  1. Obscenities, in both English and German
  2. Bitter accusations of persecution, along the lines of “As a Jew you should know the dangers of demonizing a people.” Because criticizing a nation’s economic ideology is just like declaring its people subhuman.

Again, these are letter-writers, and hardly representative. But Germany’s sense of victimization does seem real, and is a big problem for its neighbors.

 

Tedeschi arrabbiati

Jacob Soll racconta la rabbia distruttiva che ha constatato in una conferenza tedesca sui temi dell’euro; è una osservazione che posso confermare.

Vedete, di recente mi sto procurando una gran quantità di mail dalla Germania, in una pausa, o forse in aggiunta, al consueto diluvio di mail a base di odio che mi arrivano dalla destra. Sono ben consapevole che si tratta di un campione altamente distorto, dato che mi riferisco soltanto a coloro che sono talmente arrabbiati e talmente irrazionali da spedire cose del genere (sul serio, che cosa si aspettano di ottenere quegli autori ?) Eppure, il contenuto della corrispondenza è impressionante.

Fondamentalmente, le missive in arrivo hanno due forme:

1 – Oscenità, sia in inglese che in tedesco

2 – Accuse più aspre di persecuzione, del genere “Come ebreo dovresti conoscere i pericoli della demonizzazione di un popolo”. Perché criticare l’ideologia economica di una nazione è proprio come dichiarare il suo popolo sub umano.

Lo ripeto, costoro sono persone che scrivono lettere, difficilmente si possono considerare rappresentativi. Ma il senso di vittimizzazione della Germania sembra reale, ed è un gran problema per i suoi vicini.

 

 

 

 

La pausa del 2014 (dal blog di Krugman, 14 luglio 2015)

luglio 14, 2015

 

Jul 14 1:59 pm

The Pause of 2014

Part of the background to the sack of Athens is the widespread belief among Europe’s austerians that, despite everything that has happened, they are in the process of being vindicated. After all, growth has resumed in the GIIPS countries – in fact, even Greece was growing until Syriza came to power and scared away the confidence fairy.

Now, many of us took on similar claims in the UK – and quickly noted that a large part of the story behind the resumption of British growth in 2013-2014 was actually a pause in fiscal consolidation. Confusion between levels and rates of change is endemic here — actually, it’s just amazing how much discussion of macroeconomics since the crisis is nonsense because people who imagine themselves sophisticated are muddled about the difference between levels and changes. But the models are completely clear: the rate of growth of GDP should depend on the change in the structural budget balance. So you would expect GDP growth to pick up, other things equal, if there is a slowdown in the pace of tightening even if austerity isn’t actually reversed.

So how does the story of the GIIPS fit into this analysis? Exhibit 1 shows the overall stance of fiscal policy in the GIIPS, using the IMF’s estimate of the structural budget balance as a share of potential GDP — an imperfect measure, but good enough, I think, to make the point. To get a single number I weight countries by their 2009 PPP GDP, also from the IMF. The story is clear: rapid, drastic tightening from 2009 to 2013, but a standstill in 2014. A revival of growth in 2014 is therefore no surprise — and it actually supports the Keynesian story, rather than refuting it.

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Exhibit 1

Exhibit 2 shows things a bit differently, with more detail. Each point in the scatterplot represents an individual GIIPS country in a given year, with the horizontal axis showing the change in the structural balance — effectively, the additional austerity imposed in that year — and the vertical axis representing the rate of growth. As usual, we see a clear negative association, consistent with a Keynesian story.

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Exhibit 2

In addition to the usual scatter, however, I have marked the observations for 2014 in red. As you can see, 2014 was a year of modest growth for all of the countries; it was also a year in which fiscal consolidation was effectively put on hold. And the outcomes were well within a range consistent with the previous austerity-growth relationship.

So is there anything at all here suggesting that it’s OK to impose further fiscal tightening on Greece, that this won’t deepen its depression? For that matter, does Greece even stand out as having done worse than you would expect given the incredibly harsh fiscal adjustment? No and no.

 

La pausa del 2014

In parte, sullo sfondo del sacco di Atene, c’è il convincimento generale tra i filoausteri d’Europa che, a dispetto di tutto quello che è successo, sia in atto un risarcimento. Dopo tutto, la ripresa è ripartita nei paesi GIIPS – di fatto, persino la Grecia stava crescendo finché non è arrivata al potere Syriza e non ha scacciato via la fata della fiducia.

Ora, molti di noi hanno affrontato pretese del genere nel Regno Unito – ed hanno di passaggio osservato che una larga parte della storia che sta dietro la ripresa della crescita inglese negli anni 2013-2014 sia effettivamente dipesa da una pausa nel consolidamento delle finanze pubbliche. In cose del genere la confusione tra i livelli ed i tassi di cambiamento è endemica – per la verità, è del tutto sorprendente quanta parte del dibattito macroeconomico a partire dalla crisi sia stata un nonsenso perché persone che si immaginano sofisticate sono impantanate nella differenza tra livelli e cambiamenti. Ma i modelli sono completamente chiari: il tasso di crescita del PIL dovrebbe dipendere dal cambiamento nell’equilibrio strutturale di bilancio. Dunque, a parità delle altre condizioni, ci si aspetta che la crescita del PIL si riprenda se c’è una rallentamento del ritmo della restrizione, anche se l’austerità non è effettivamente invertita.

Dunque, in che modo la storia dei GIIPS si adatta a questa analisi? La Prova numero 1 mostra la posizione complessiva della politica della finanza pubblica nei PIIGS, utilizzando le stime del FMI dell’equilibrio strutturale di bilancio come quota del PIL potenziale – una misurazione imperfetta, ma sufficiente, io penso, a dare il senso. Per ottenere un unico dato io valuto i paesi sulla base del loro PIL a parità di potere d’acquisto, derivando anche questo dal FMI. La storia è evidente: restrizione rapida e drastica dal 2009 al 2013, ma un arresto nel 2014. Di conseguenza, una ripresa nel 2014 non è una sorpresa – ed effettivamente è di supporto alla spiegazione keynesiana, anziché confutarla.

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Prova 1

 

La Prova numero 2 mostra le cose un po’ differentemente, con maggiore dettaglio. Nel grafico a dispersione ciascun punto mostra un singolo paese dei GIIPS in un dato anno, con l’asse orizzontale che indica il cambiamento nell’equilibrio strutturale di bilancio – in sostanza, l’austerità aggiuntiva che è stata imposta in quell’anno – e l’asse verticale che rappresenta il tasso di crescita. Come al solito, constatiamo un rapporto chiaramente negativo, coerente con una spiegazione keynesiana [1].

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Prova 2

 

In aggiunta alla consueta dispersione, tuttavia, ho contrassegnato in rosso le osservazioni relative al 2014 [2]. Come si può notare il 2014 è stato un anno di crescita modesta per tutti i paesi ; esso è stato anche un anno nel quale il consolidamento delle finanze pubbliche è stato effettivamente sospeso. E i risultati sono stati del tutto all’interno di una gamma coerente con la precedente relazione tra austerità e crescita.

Non c’è dunque in questo caso qualcosa che indica che è stato giusto imporre ulteriore restrizione della finanza pubblica alla Grecia, dato che essa non approfondirà la sua depressione? Peraltro, la Grecia addirittura non risalta, avendo fatto peggio di quello che ci si sarebbe aspettati data la correzione della finanza pubblica incredibilmente severa? No, in entrambi i casi.

 

 

[1] Ovvero, si constata che la netta maggioranza delle volte nelle quali il quadratino che indica la situazione di un singolo paese in un anno evidenzia un cambiamento modesto o nullo dell’equilibrio strutturale di bilancio, il quadratino si colloca al tempo stesso attorno allo zero o in territorio positivo quanto a cambiamento nel PIL. Al contrario, negli otto casi nei quali l’austerità è stata maggiore di due punti (perché maggiore è stato il cambiamento strutturale di bilancio), in due casi la differenza è stata attorno a due punti negativi di PIL, negli altri 6 da due punti a quasi 8 punti.

[2] I quadratini in rosso, effettivamente, sono cinque, per ognuno dei paesi GIIPS (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna). Il quadratino più a sinistra della linea relativa al cambiamento strutturale di bilancio (indicativo di un mutamento negativo dell’equilibrio strutturale, ovvero di una maggiore spesa e di nessuna politica di austerità), in realtà, se si osserva con attenzione, indica la situazione di due paesi.

Ma i quadratini totali sono 25, il che mi pare significhi che gli anni stimati sono dal 2010 al 2014 compreso. Mi pare logico ipotizzare che il riferimento al 2009 sia stato soppresso, forse perché la crisi non aveva ancora prodotto effetti relativi rilevanti (relativi, intendo, a confronto con l’anno precedente).

 

 

 

Fiduciocrati (14 luglio 2015)

luglio 14, 2015

 

Jul 14 11:05 am

Faithocrats

One of the ideas floating around in the aftermath of the sack of Athens has been that of, in effect, deposing Syriza from outside and installing a “technocratic” government. It wouldn’t be the first time in this dismal saga, and I won’t be surprised if it happens, for a few months anyway.

But let me note, as I have before, that what Europe calls technocrats aren’t people who know how the world works; they’re people who subscribe to the approved fantasies, and never change their minds no matter how badly wrong things go. Despite the overwhelming evidence that austerity has exactly the dire effects basic textbook macro says it will, they cling to belief in the confidence fairy. Despite a striking lack of evidence that “structural reform” delivers much of a growth boost, especially in an economy suffering from a huge output gap, they continue to present structural reform — mainly in the form of disempowering workers — as a sovereign remedy for all ills. Despite a clear record of past failure, they continue to push for asset sales as a supposed answer to debt overhang.

In short, what Europe usually means by a “technocrat” is a Very Serious Person, someone distinguished by his faith in received orthodoxy no matter the evidence. It’s as Keynes said:

Worldly wisdom teaches that it is better for reputation to fail conventionally than to succeed unconventionally.

And it looks as if there’s a lot more failing conventionally in Europe’s future.

 

Fiduciocrati

Una delle idee che circolava all’indomani del sacco di Atene era quella, in sostanza, di mettere da parte il Governo di Syriza per installarne uno “tecnocratico”. Non sarebbe la prima volta in questa saga sconfortante, e non sarei sorpreso se accadesse, magari tra pochi mesi.

Ma consentitemi di osservare che quelli che gli Europei chiamano i tecnocrati non sono persone che sanno come il mondo funziona; sono individui che aderiscono a fantasie riconosciute, e non cambiano mai la loro mentalità per quanto le cose vadano per il peggio. Nonostante la schiacciante evidenza che l’austerità ha esattamente gli effetti terribili che un testo di base di macroeconomia dice, essi si aggrappano alla loro fede nella fata della fiducia. Nonostante una impressionante mancanza di prove che le “riforme strutturali” producano un incentivo alla crescita cospicuo, particolarmente in un’economia sofferente di un grande differenziale di produzione (rispetto alle sue potenzialità), essi continuano a presentare le riforme strutturali – della specie, principalmente, della riduzione del potere dei lavoratori – come un rimedio sovrano per tutti i mali. Nonostante una chiara sequenza di fallimenti passati, essi continuano a spingere per vendite degli asset alla stregua di presunte risposte all’eccesso del debito.

In poche parole, quello che normalmente l’Europa intende per un “tecnocrate” è una Persona Molto Seria [1], qualcuno che si distingue per l’ortodossia che gli è stata trasmessa a prescindere dalle prove. È come disse Keynes:

“La saggezza universale ci insegna che è meglio per la reputazione fallire in modo convenzionale, piuttosto che avere successo in modo non convenzionale.”

E nel futuro dell’Europa sembra ci sia una gran quantità di fallimenti convenzionali.

 

 

[1] Come ormai sappiamo, una Persona Molto Seria – il maiuscolo è obbligatorio – nel linguaggio krugmaniano è un conservatore, ma più precisamente è un sostenitore di teorie economiche che si sono mostrate fallimentari, che peraltro confliggono anche con la economia tradizionale, e che si riproducono (come gli zombi) a prescindere dai loro fallimenti e dai loro presunti decessi. Conservatori, dunque, nel senso degli interessi sociali e politici che li sostengono, ma avventurosi ed esotici dal punto di vista della teoria economica.

Una Persona Molto Seria, normalmente, sostituisce i fondamenti dell’economia con la semplice speranza nella “fata della fiducia”, ovvero con la speranza che le classi sociali che hanno ruoli di direzione e di comando guidino i paesi verso la ripresa, per effetto del loro autoconvincimento.

 

 

 

L’economia del Roach Motel (dal blog di Krugman, 13 luglio 2015)

luglio 13, 2015

 

Jul 13 9:19 pm

Roach Motel Economics

So we have learned that the euro is a Roach Motel — once you go in, you can never get out. And once inside you are at the mercy of those who can pull your financing and crash your banking system unless you toe the line.

I and many others have had a lot to say about the politics of this reality. But let me say a word about the economic implications for the euro area as a whole — which are basically that Europe has created a system that treats surplus and deficit countries asymmetrically, even more than the classical gold standard, and leads to a severe deflationary bias.

This is true both for fiscal issues and for balance of payments issues. Debtors are forced into draconian austerity, while creditors face no pressure to reflate; economic crisis, which should be met with expansionary policy, instead leads to contraction because of this asymmetry. Meanwhile, countries that find themselves overvalued are forced to deflate in an effort to regain competitiveness, while undervalued counties face no pressure to help out with a higher inflation rate — so at times of major misalignment, when moderate inflation can help, the overall effect is declining inflation and maybe even deflation.

And we’re talking about huge costs here. Look at the crude Phillips curve I estimated for Greece a few days back, shown in the chart.

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It suggests that it takes about 4 point-years of output gap to reduce prices relative to baseline by 1 percentage point. So suppose that you are 25 percent overvalued, and get no help from higher inflation in the core. Then “internal devaluation” requires sacrificing around 100 percent of a year’s GDP. Let’s repeat that: given what we now know about the rules of the game, countries as overvalued as much of the European periphery became thanks to the lending boom are supposed to sacrifice a full year’s economic output as part of a process of beating prices and wages down.

Now more than ever, the euro looks like a terrible idea.

 

L’economia del Roach Motel

Abbiamo dunque appreso che l’Euro è una specie di Roach Motel [1] – una volta che si entra, non si può più uscire. E una volta dentro, si è in balia di coloro che possono bloccare i vostri finanziamenti e far crollare il vostro sistema bancario se non vi mettete in riga.

Io assieme ad altri abbiamo avuto molto da dire sul fondamento politico di questa condizione. Ma consentitemi di dire una parola sulle implicazioni economiche per l’area euro nel suo complesso – che fondamentalmente consistono nel fatto che l’Europa ha creato un sistema che tratta i surplus ed i deficit in modo asimmetrico, anche in misura maggiore del classico gold standard, e comporta un grave pregiudizio deflazionista.

Questo è vero sia per i temi della finanza pubblica che per quelli della bilancia dei pagamenti. I debitori sono costretti entro una austerità draconiana, mentre i creditori non hanno alcuna spinta alla reflazione; a causa di questa asimmetria, la crisi economica, che dovrebbe essere affrontata con una politica espansiva, porta invece ad una contrazione. Nel contempo, i paesi che si ritrovano sopravvalutati sono costretti a deflazionare nello sforzo di guadagnare competitività, mentre i paesi sottovalutati non hanno alcuna spinta perché contribuiscano con un tasso di inflazione più elevato – dunque, in una epoca di importante disallineamento, l’effetto generale è una inflazione in calo e forse persino una deflazione.

E stiamo qua parlando di costi elevati. Si osservi la semplice curva di Phillips che ho abbozzato pochi giorni fa nel caso della Grecia, mostrata nel diagramma:

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Essa indica che ci vogliono 4 anni-punto di differenziale nella produzione per ridurre i prezzi in relazione al riferimento di un punto percentuale. Supponiamo dunque che si sia sovravvalutati del 25 per cento, e non si ottenga alcun aiuto da una inflazione più elevata nelle aree centrali. A quel punto la “svalutazione interna” richiede sacrifici di circa il 100 per cento del PIL di un anno. Consentitemi di ripeterlo: dato che adesso conosciamo le regole del gioco, i paesi che sono diventati sopravvalutati come la periferia europea grazie al boom dei prestiti, si suppone che sacrifichino un anno intero della loro produzione economica come condizione necessaria di un processo per abbattere i prezzi ed i salari.

Ora più che mai, l’euro sembra una pessima idea.

 

[1] Pare sia una specie di insetticida che utilizza speciali sostanze odorigene per intrappolare gli insetti.

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Ammazzare il progetto europeo (dal blog di Krugman, 12 luglio 2015)

luglio 12, 2015

 

Jul 12 4:38 pm

Killing the European Project

Suppose you consider Tsipras an incompetent twerp. Suppose you dearly want to see Syriza out of power. Suppose, even, that you welcome the prospect of pushing those annoying Greeks out of the euro.

Even if all of that is true, this Eurogroup list of demands is madness. The trending hashtag ThisIsACoup is exactly right. This goes beyond harsh into pure vindictiveness, complete destruction of national sovereignty, and no hope of relief. It is, presumably, meant to be an offer Greece can’t accept; but even so, it’s a grotesque betrayal of everything the European project was supposed to stand for.

Can anything pull Europe back from the brink? Word is that Mario Draghi is trying to reintroduce some sanity, that Hollande is finally showing a bit of the pushback against German morality-play economics that he so signally failed to supply in the past. But much of the damage has already been done. Who will ever trust Germany’s good intentions after this?

In a way, the economics have almost become secondary. But still, let’s be clear: what we’ve learned these past couple of weeks is that being a member of the eurozone means that the creditors can destroy your economy if you step out of line. This has no bearing at all on the underlying economics of austerity. It’s as true as ever that imposing harsh austerity without debt relief is a doomed policy no matter how willing the country is to accept suffering. And this in turn means that even a complete Greek capitulation would be a dead end.

Can Greece pull off a successful exit? Will Germany try to block a recovery? (Sorry, but that’s the kind of thing we must now ask.)

The European project — a project I have always praised and supported — has just been dealt a terrible, perhaps fatal blow. And whatever you think of Syriza, or Greece, it wasn’t the Greeks who did it.

 

Ammazzare il progetto europeo

Supponiamo che consideriate Tsipras un idiota incompetente. Supponiamo che vogliate con tutto il cuore vedere Syriza fuori dal potere. Supponiamo pure che salutiate con favore la prospettiva di spingere fuori dall’euro questi Greci snervanti.

Anche se tutto questo fosse vero, la lista delle richieste dell’eurogruppo sarebbe una follia. L’hashtag che fa furore, “questo è un golpe”, è completamente giusto. Questo va oltre la durezza, nel puro spirito di vendetta, nella completa distruzione della sovranità nazionale, e in nessuna speranza di qualche attenuazione. Viene inteso, presumibilmente, come un’offerta che la Grecia non può accettare; ma anche così è un tradimento grottesco di tutto quello che si pensava il progetto europeo rappresentasse.

C’è qualcosa che può far indietreggiare l’Europa dal baratro? Si dice che Mario Draghi stia cercando di reintrodurre un po’ di buon senso, che Hollande stia finalmente mostrando un po’ di rigetto verso l’economia tedesca del genere dei racconti edificanti, rigetto che egli così marcatamente è stato incapace di fornire nel passato. Ma gran parte del danno è già stato fatto. Dopo tutto questo, chi crederà mai alle buone intenzioni della Germania?

In un certo senso, l’economia è quasi diventata secondaria. E tuttavia, diciamolo con chiarezza: quello che abbiamo imparato in queste due settimane è che essere membri dell’eurozona significa che i creditori possono distruggere la vostra economia se uscite dalla riga. Questo non ha alcun nesso con la sottostante teoria economica dell’austerità. È sempre stato vero che imporre una dura austerità senza una riduzione del debito è una politica condannata all’insuccesso, a prescindere dalla disponibilità di un paese a sopportarne il patimento. E questo a sua volta significa che persino una completa capitolazione della Grecia sarebbe un vicolo cieco.

Può la Grecia farcela ad uscire con successo? La Germania cercherà di bloccare una ripresa? (mi dispiace, ma sono queste le cose che adesso dobbiamo chiederci).

Al progetto europeo – un progetto che ho sempre lodato e sostenuto – è stato davvero inflitto un colpo terribile, forse fatale. E qualsiasi cosa si pensi di Syriza, o della Grecia, non sono stati i Greci a farlo.

 

 

 

 

Disastro in Europa (dal blog di Krugman, 12 luglio 2015)

luglio 12, 2015

 

Jul 12 9:10 am

Disaster In Europe

Obviously the news from Europe is terrible, with much confusion about exactly what is happening. Here’s what I think is the story, although I haven’t done any independent reporting.

  1. Tsipras apparently allowed himself to be convinced, some time ago, that euro exit was completely impossible. It appears that Syriza didn’t even do any contingency planning for a parallel currency (I hope to find out that this is wrong). This left him in a hopeless bargaining position. I’m even hearing from people who should know that Ambrose Evans-Pritchard is right, that he hoped to lose the referendum, to give an excuse for capitulation.
  2. But substantive surrender isn’t enough for Germany, which wants regime change and total humiliation — and there’s a substantial faction that just wants to push Greece out, and would more or less welcome a failed state as a caution for the rest.
  3. I don’t know if some kind of deal might still be approved; even if it is, how long can it last?

The thing is, all the wise heads saying that Grexit is impossible, that it would lead to a complete implosion, don’t know what they are talking about. When I say that, I don’t mean that they’re necessarily wrong — I believe they are, but anyone who is confident about anything here is deluding himself. What I mean instead is that nobody has any experience with what we’re looking at. It’s striking that the conventional wisdom here completely misreads the closest parallel, Argentina 2002. The usual narrative is completely wrong: de-dollarization did *not* cause economic collapse, but rather followed it, and recovery began quite soon.

There are only terrible alternatives at this point, thanks to the fecklessness of the Greek government and, far more important, the utterly irresponsible campaign of financial intimidation waged by Germany and its allies. And I guess I have to say it: unless Merkel miraculously finds a way to offer a much less destructive plan than anything we’re hearing, Grexit, terrifying as it is, would be better.

 

Disastro in Europa

É evidente che le notizie dall’Europa sono terribili, con una grande confusione proprio su quello che sta accadendo. Penso che la storia sia la seguente, sebbene non disponga di alcun autonomo resoconto;

1 – In apparenza, un po’ di tempo fa, pareva che Tsipras si fosse convinto che l’uscita dall’euro era completamente impossibile. Sembra che Syriza non abbia neppure stabilito alcun programma di emergenza per una valuta parallela (spero che si scopra che questa è una notizia infondata). Questo lo lascia in una posizione contrattuale senza speranza. Si sente dire persino, da persone che dovrebbero essere informate, che Ambrose Evans-Pritchard [1] avrebbe ragione, ovvero che Tsipras sperava di perdere il referendum, di offrire una scusa per una capitolazione.

2 – Ma una resa sostanziale non è sufficiente per la Germania, che vuole un mutamento di regime ed una totale umiliazione – e c’è una cospicua fazione che vuole proprio metter fuori la Grecia, e saluterebbe più o meno volentieri un fallimento dello Stato come un ammonimento per tutti gli altri.

3 – Non so se un qualche tipo di accordo possa ancora essere approvato; se anche così fosse, quanto a lungo durerebbe?

Il punto è il seguente: tutte le menti ragionevoli che dicono che una uscita della Grecia è impossibile, che condurrebbe ad una implosione totale, non sanno di cosa stiano parlando. Dicendo questo, non voglio dire che essi abbiano necessariamente torto – credo che lo abbiano, ma in questo caso chiunque sia convinto di qualcosa si sta illudendo. Quello che intendo, invece, è che nessuno ha alcuna esperienza di ciò che stiamo osservando. È sorprendente che in questo caso il buonsenso convenzionale legga in modo completamente fuorviante l’esempio più vicino, quello dell’Argentina nel 2002 [2]. Il racconto più frequente è completamente sbagliato: l’uscita dalla parità col dollaro non portò al collasso economico, semmai lo seguì, e la ripresa cominciò abbastanza presto.

A questo punto ci sono solo alternative terribili, grazie alla inconcludenza del Governo greco e, di gran lunga più importante, alla campagna completamente irresponsabile di intimidazione finanziaria ingaggiata dalla Germania e dai suoi alleati. E penso di doverlo dire: se la Merkel non trova miracolosamente una strada per offrire un piano molto meno distruttivo rispetto a quello di cui si sente parlare, l’uscita della Grecia dall’euro, per quanto terrificante, sarebbe meglio.

 

[1] Il riferimento è ad alcune note molto brevi pubblicate da Evans-Pritchard sul blog di The Daily Telegraph.

[2] In un post del 9 luglio qua tradotto, Krugman – in polemica con una intervista dell’economista Carmen Reinhart – spiega l’andamento effettivo della svalutazione del peso argentino nel 2002.

 

 

 

L’austerità e la depressione greca (dal blog di Krugman, 10 luglio 2015)

luglio 10, 2015

 

Jul 10 9:37 am

Austerity and the Greek Depression

Olivier Blanchard offers a defense of the IMF’s role in the Greek crisis. Basically, he argues that given the political realities, there was no alternative to requiring that Greece move into primary budget surplus, whatever the cost. This is surely true.

But how big was the cost? I’m with Brad DeLong in being highly puzzled by this assertion:

The decrease in output was indeed much larger than had been forecast. Multipliers were larger than initially assumed. But fiscal consolidation explains only a fraction of the output decline. Output above potential to start, political crises, inconsistent policies, insufficient reforms, Grexit fears, low business confidence, weak banks, all contributed to the outcome.

Where is this coming from? I look at the data prior to this year — when we have indeed seen a crisis of confidence — and Greece’s output decline looks like just about what you should have expected given the austerity imposed. The chart shows changes in the structural budget balance versus changes in output, for all eurozone countries for which the IMF provides estimates of both numbers.

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IMF

The line is the relationship between austerity and growth fitted to all eurozone countries except Greece, implying a multiplier of 1.5; I extrapolate that line down to Greece, and it’s pretty close. Obviously you could do more complicated analyses, but on the face of it Greece appears to have suffered a slump overwhelmingly because of the austerity; surely there’s no grounds for dismissing this impact as a mere fraction of the problem.

So if the austerity was necessary, so was the depression-level slump — a slump that has left Greece’s debt ratio far higher after 5 years of hell than it was when the program began.

What this tells us is that the Greek program was infeasible from the start. A very big debt haircut early in the game might not have offered much relief from the slump, but it would have at least offered a chance to avoid debt deflation. Other than that, given the political constraints, there was no way this could have worked.

So now what? A few months ago I thought that stabilizing Greece at a small primary surplus might work, in the sense that it would allow a return to growth even if it didn’t do anything to make up lost ground. But the creditors are still demanding a rising primary surplus over time, and balking at top line debt relief that might at least offer a clear marker of progress. If those are the requirements for Greece to stay in the eurozone, Grexit is inevitable.

 

L’austerità e la depressione greca

Olivier Blanchard [1] difende il ruolo del FMI nella crisi greca. Egli sostiene, fondamentalmente, che date le realtà politiche, non c’era alternativa a richiedere che la Grecia si muovesse nella direzione di un avanzo primario di bilancio, qualsiasi fosse il costo. Questo è sicuramente vero.

Ma quanto è stato grande quel costo? Come Brad DeLong sono rimasto molto sconcertato da questo giudizio:

“La diminuzione della produzione è stata in effetti molto più ampia di quanto era stato previsto. I moltiplicatori sono stati più ampi di quelli inizialmente ipotizzati. Ma il consolidamento della finanza pubblica spiega solo una parte del declino della produzione. A partire da una produzione sopra il potenziale, le crisi politiche, le azioni incoerenti, le riforme insufficienti, le paure di un’uscita della Grecia dall’euro, la bassa fiducia delle imprese, il sistema bancario debole, tutto questo ha contribuito al risultato.”

Da dove viene tutto questo? Guardo ai dati precedenti a quest’anno – quando in effetti abbiamo constatato una crisi di fiducia – e il declino della produzione greca assomiglia proprio a quello che ci si doveva aspettare, considerata l’austerità che era stata imposta. Il diagramma qua sotto mostra i mutamenti nell’equilibrio strutturale di bilancio a confronto con i mutamenti nella produzione, per tutti i paesi dell’eurozona per il quali il FMI fornisce stime per entrambi i dati:

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FMI

 

La linea indica la relazione tra austerità e crescita applicata a tutti i paesi dell’eurozona ad eccezione della Grecia, sulla base di un moltiplicatore 1,5; in basso a quella linea estrapolo il caso della Grecia, ed è abbastanza vicino. Ovviamente si dovrebbero fare analisi molto più complicate, ma a fronte di ciò la Grecia sembra aver sofferto una depressione in grandissima parte a causa dell’austerità; certamente non c’è fondamento nel ridurre questo impatto ad una banale frazione del problema [2].

Se dunque l’austerità è stata necessaria, altrettanto lo è stato un declino al livello di una depressione – un declino che ha lasciato, dopo cinque anni di inferno da quando iniziò il programma, assai più elevato di quello che era.

Quello che tutto ciò ci dice è che il programma greco era irrealizzabile sino dalla partenza. Un taglio molto grande del debito all’inizio della partita non avrebbe offerto una particolare attenuazione della caduta, ma avrebbe almeno offerto una possibilità di evitare una deflazione da debito. Oltre a ciò, dati i condizionamenti politici, non c’era modo perché questo potesse funzionare.

Dunque, a questo punto cosa fare? Alcuni mesi orsono pensavo che un modesto avanzo primario poteva funzionare, nel senso che avrebbe consentito di tornare alla crescita anche se non avesse fatto niente per recuperare il terreno perduto. Ma i creditori stanno ancora chiedendo un avanzo primario che cresca col tempo, e si tirano indietro rispetto ad un livello più elevato di riduzione del debito che potrebbe almeno offrire un chiaro indicatore di progresso. Se sono quelle le richieste perché la Grecia rimanga nell’eurozona, l’uscita della Grecia è inevitabile.

 

[1] Come è noto, Blanchard è il capo economista del FMI. Evidentemente c’è molto interesse sulla sua posizione, considerata la sua formazione di economista keynesiano di valore (peraltro Krugman ha spesso messo in evidenza come la sua formazione di studioso sia avvenuta nello stesso ambiente universitario di Bernanke, di Summers, di Draghi e di Krugman stesso) e considerata almeno l’onestà che gli è stata riconosciuta, da quando svolge tale incarico, ad esempio nel formulare una chiara autocritica sugli errori di previsione del FMI derivanti da una assunzione di un valore del ‘moltiplicatore dell’austerità’ assai inferiore alla realtà. Sembra che la sua linea di difesa consista oggi nel sostenere che un peso negativo nell’andamento dell’economia greca è anche derivato dalle debolezze strutturali di quel paese. Quanto sia una spiegazione plausibile e sufficiente, è appunto materia di questo post.

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[2] Come si vede la Grecia ha mostrato nel periodo 2009-2013 una caduta del PIL reale tra il 20 ed il 25 per cento, mentre il resto dell’eurozona si è collocata tra il meno 5 ed il più 10 per cento. Gli effetti dell’austerità, invece, che sono misurati come crescita dell’equilibrio strutturale di bilancio, sono stati entro i 5 punti per tutti i paesi e sopra i 20 punti nel solo caso della Grecia.

 

 

 

Lezioni argentine per la Grecia (dal blog di krugman, 9 luglio 2015)

luglio 9, 2015

 

Jul 9 10:24 am

Argentine Lessons For Greece

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If Grexit happens, then what? As so often in recent years, the best hope for an answer comes from turning to history; even though exits from a currency union are rare, we do have cases that seem to offer reasonable parallels, notably Argentina’s abandonment of the convertibility law — basically a supposedly permanent one-peso-one-dollar rule — at the beginning of 2002.

What Carmen Reinhart tells us is that we should expect very bad things. And maybe we should. But her data analysis here is, I think, misleading.

The problem is a technical one, but with possibly large significance. Carmen looks at annual averages, and finds that in 2002 Argentine real GDP per capita was 8.2 percent lower than in 2001. This seems to suggest that the end of convertibility delivered a terrible blow to the economy.

But as Mark Weisbrot has been saying for years, this gets the story fundamentally wrong. As you can see from the chart, Argentina’s economy was in free fall over the course of 2001 — before the dollar peg was abandoned — thanks in large part to banking collapse and public panic (sound familiar?). But the free fall ended quite soon after the peso was devalued. Yes, average annual GDP in 2002 was much lower than average annual GDP in 2001 — but this mainly reflected the plunge during 2001, before the devaluation. On a quarterly basis, GDP was rising by mid-2002, and the economy was growing rapidly by 2003.

In other words, that big decline from 2001 to 2002 is mainly telling us about the effects of the pre-devaluation panic, not the effects of devaluation itself.

The relevance to Greece seems obvious. Of course, it’s easy to think of reasons why Grexit might not stabilize the situation as quickly as peso devaluation did. But you can’t use Argentina as a reason to fear Grexit at this point, given that once again the financial panic has already happened.

 

Lezioni argentine per la Grecia

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[1]

Se la Grecia esce dall’euro, cosa accade dopo? La migliore speranza di avere una risposta, come così spesso avviene in questi anni recenti, viene dal rivolgersi alla storia; anche se le uscite da una valuta comune sono rare, abbiamo proprio dei casi che sembrano offrire ragionevoli parallelismi, in particolare, agli inizi del 2002, l’abbandono da parte dell’Argentina della legge di convertibilità – in sostanza una norma che si supponeva permanente di un cambio uno ad uno tra peso e dollaro.

Quello che ci racconta Carmen Reinhart [2] è che dovremmo aspettarci cose molto negative. E forse è così. Ma i dati della sua analisi, in questo caso, penso che siano fuorvianti.

C’è un problema di natura tecnica, ma forse con significato generale. Carmen osserva le medie annuali, e scopre che nel 2002 in Argentina il PIL reale procapite era dell’8,2 per cento più basso che nel 2001. Questo sembra indicare che la fine della convertibilità provocò un colpo terribile all’economia.

Ma come Mark Weisbrot viene dicendo da anni, questo comporta una lettura fondamentalmente sbagliata della storia. Come potete vedere dalla tabella, l’economia della Argentina era in caduta libera nel corso del 2001 – prima che fosse abbandonato l’ancoraggio sul dollaro – in larga parte grazie al collasso bancario e al panico dell’opinione pubblica (vi suona familiare?). Ma la caduta libera terminò quasi subito, appena il peso venne svalutato. È vero, la media annuale del PIL nel 2002 fu molto più bassa della media annuale del 2001 – ma fu principalmente il riflesso del crollo nel corso del 2001, prima della svalutazione. Su base trimestrale, il PIL dalla metà del 2002 fu in crescita, e l’economia crebbe rapidamente dal 2003.

In altre parole, quel grande declino dal 2001 al 2002 fondamentalmente ci dice degli effetti della crisi di panico precedente alla svalutazione, non degli effetti della svalutazione stessa.

Il rilievo nel caso della Grecia sembra evidente. Ovviamente, è facile individuare le ragioni per le quali l’uscita della Grecia potrebbe non stabilizzare la situazione così rapidamente come fece la svalutazione del peso. Ma a questo punto non si può usare l’Argentina come una ragione per metter paura alla Grecia, dato che, ripetiamolo ancora una volta, il panico finanziario c’è già stato.

 

 

 

[1] La tabella mostra l’evoluzione dei tassi di crescita su base trimestrale. La linea rossa indica la data nella quale si interruppe la convertibilità con il dollaro ‘uno-ad-uno’.

[2] La connessione nel testo inglese è con una intervista alla Reinhart del 9 luglio, su Bloomberg View.

 

 

 

La deflazione e ‘Quel soggetto che conoscete’ (8 luglio 2015)

luglio 8, 2015

 

Jul 8 12:05 pm

Deflation and You-know-who

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Source.

Eduardo Porter has an excellent piece on a forgotten chapter in German history — the big debt forgiveness of 1953. If Greece had received that sort of debt relief in 2010, things might look very different today.

But — you knew there would be a but — this sentence, while not exactly untrue, perpetuates one of the infuriating misunderstandings of German economic history:

Twenty years earlier, Germany defaulted on its debts from World War I, after undergoing a bout of hyperinflation and economic depression that helped usher Hitler to power.

Yes, there was a hyperinflation in 1923, which may have helped radicalize German politics. But the proximate factor in Hitler’s rise to power was the great deflation of the 1930s, brought on by a disastrous attempt to stay on gold.

 

La deflazione e ‘Quel soggetto che conoscete’

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Eduardo Porter ha un articolo eccellente su un capitolo dimenticato della storia tedesca – il grande condono del debito del 1953. Se la Grecia avesse ricevuto una riduzione del debito di quelle dimensioni nel 2010, le cose oggi apparirebbero molto diverse.

Ma – sapete che ci sarebbe stato un ‘ma’ – questa frase, seppure niente affatto falsa, perpetua una delle esasperanti incomprensioni della storia economica della Germania:

“Venti anni prima, la Germania era andata in default sui suoi debiti derivanti dalla Prima Guerra Mondiale, dopo un prolungato periodo di iperinflazione e di depressione economica che contribuì ad accompagnare Hitler al potere.”

È vero, ci fu una iperinflazione nel 1923, che può aver contribuito a radicalizzare la politica tedesca. Ma il fattore più vicino all’ascesa di Hitler al potere fu la grande deflazione degli anni ’30, provocata da un disastroso tentativo di mantenere la parità aurea.

 

 

 

 

Lezioni politiche dalla debacle europea (dal blog di Krugman, 8 luglio 2015)

luglio 8, 2015

 

Jul 8 9:22 am

Policy Lessons From The Eurodebacle

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It’s now clear, or should be clear, that the Greek program was doomed to failure without major debt relief; no matter how hard the Greeks tried, austerity would shrink GDP faster than it reduced debt relative to the baseline, so that the debt situation was bound to worsen even as the attempt to balance the budget imposed vast suffering.

And there was no good, or even non-terrible, answer given Greece’s membership in the euro.

But there’s a broader lesson from Greece that is relevant to all of us — and it’s not the usual one about mending our free-spending ways lest we become Greece, Greece I tell you. What we learn, instead, is that fiscal austerity plus hard money is a deeply toxic mix. The fiscal austerity depresses the economy, and pushes it toward deflation; if it’s accompanied by hard money (in Greece’s case the euro, but a fixed exchange rate, a gold standard, or any kind of obsessive fear of inflation would do the trick), the result is not just a depression and deflation, but quite likely a failure even to reduce the debt ratio.

For comparison, look at everyone’s favorite example of successful austerity, Canada in the 1990s. Canada came in with gross debt of roughly 100 percent of GDP, roughly comparable to Greece on the eve of the financial crisis. It then proceeded to do a pretty big fiscal adjustment — 6 percent of GDP according to the IMF’s measure of the structural balance, which is about a third of what Greece has done but comparable to other European debtors. But unemployment fell steadily. What was Canada’s secret?

The answer was, easy money and a large currency depreciation. These offset the drag from austerity, allowing growth to continue.

So, how does this play into U.S. policy debates? Well, Republicans love to warn that America might turn into Greece any day now. But look at the policy mix that is now de facto GOP orthodoxy: sharp cuts in government spending (maybe offset by tax cuts for the rich, but these won’t provide much stimulus), combined with a monetary policy obsessed with fears of dollar “debasement”. That is, the conservative side of the US political spectrum, while holding up Greece as a cautionary tale, is actually demanding that we emulate the policy mix that turned Greek debt into a complete disaster.

 

Lezioni politiche dalla debacle europea

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Ora è chiaro, o dovrebbe essere chiaro, che il programma greco era destinato al fallimento senza una importante riduzione del debito; per quanto duro fosse stato lo sforzo dei Greci, l’austerità avrebbe ristretto il PIL più velocemente di quanto non avrebbe ridotto il debito in relazione al suo dato di partenza, cosicché la situazione del debito era destinata a peggiorare anche se il tentativo di riequilibrare il bilancio avesse imposto ampie sofferenze.

E, data la partecipazione della Grecia all’euro, non c’era nessuna buona risposta, addirittura non c’era alcuna risposta senza conseguenze terribili.

Ma dalla Grecia viene una lezione più generale che è rilevante per tutti – e non la solita storiella relativa all’aggiustare le nostre spese incontrollate per non diventare “come la Grecia, né più né meno che come la Grecia”. Quello che invece impariamo è che l’austerità della spesa pubblica in aggiunta alla moneta forte è una combinazione profondamente tossica. L’austerità della finanza pubblica deprime l’economia e la spinge verso la deflazione; se essa è accompagnata da una politica monetaria restrittiva (nel caso della Grecia l’euro, ma un tasso di cambio fisso, un gold standard o ogni tipo di paura ossessiva dell’inflazione provocherebbe lo stesso effetto), il risultato non è solo la depressione e la deflazione, ma anche un abbastanza probabile insuccesso nel ridurre il tasso del debito.

Come confronto, si guardi all’esempio preferito da tutti di una politica di successo dell’austerità, il Canada degli anni ’90. Il Canada arrivò a quegli anni con un debito lordo di circa il 100 per cento del PIL, grosso modo paragonabile alla Grecia all’epoca della crisi finanziaria. Procedette allora a realizzare una correzione finanziaria abbastanza grande – il 6 per cento del PIL secondo la stima del FMI dell’equilibrio strutturale [1], che rappresenta circa un terzo di quanto fatto dalla Grecia ma è confrontabile con gli altri paesi debitori europei. Ma la disoccupazione scese regolarmente. Quale era il segreto del Canada?

La risposta fu una moneta facile ed una ampia svalutazione monetaria. Queste bilanciarono il prelievo dell’austerità, consentendo alla crescita di andare avanti.

Come gioca tutto questo, dunque, nei dibattiti politici statunitensi? Ebbene, i repubblicani amano mettere in guardia che l’America prima o poi potrebbe diventare come la Grecia. Ma si guardi alla combinazione di ricette politiche che oggi è di fatto l’ortodossia del Partito Repubblicano: severi tagli nella spesa pubblica (forse bilanciati da sgravi fiscali sui ricchi, ma questi non forniscono molto sostegno all’economia), combinati da una politica monetaria ossessionata dalle paure della “perdita di valore” del dollaro. Vale a dire, il settore conservatore dello schieramento politico americano, nel mentre eleva la Grecia a insegnamento ammonitore, sta effettivamente chiedendo che si emuli quella combinazione di politiche cha ha trasformato il debito greco in un completo disastro.

 

 

[1] Per equilibrio strutturale si intende l’equilibrio del bilancio depurato degli effetti dei fattori che possono essere considerati dipendenti dal ciclo economico, ovvero la condizione ‘potenziale’ del bilancio. Come si vede nella tabella nell’anno di partenza il Canada si trovava con un equilibrio strutturale in terreno fortemente negativo e con un tasso di disoccupazione elevato. Il considerevole miglioramento dell’equilibrio strutturale, conseguente a politiche di restrizione della spesa, essendo accompagnato dalla svalutazione e da una politica monetaria non restrittiva, comportò un sia pure graduale miglioramento del tasso di disoccupazione.

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