Jun 13 4:22 pm
According to the FT, the financial fear du jour is no longer Greece, or inflation, or any of the other things that have obsessed markets in recent years; it’s liquidity. We are pointed to a recent column by Stephen Schwarzman, who warns that lack of liquidity (sorry, he said that about ending the tax loophole for equity managers) may cause a financial crisis; Nouriel Roubini agrees.
So what’s all this about? I’ve actually had a hard time understanding much of this discussion, and I don’t think it’s because I’m stupid; I’m pretty sure that the word “liquidity” is being used to refer to two somewhat different things. One is liquidity in the normal sense of “thick markets”, in which someone who wants to sell assets quickly can find buyers without offering fire-sale prices. The other is closer to arbitrage — the presence of investors who will buy assets that are obviously underpriced, and in so doing prevent big deviations of prices from fundamental values. These two things could be related, but aren’t the same — a market in which an individual investor can sell $10 billion in bonds without causing ripples might also be a market in which nobody will step in to buy bonds after a taper tantrum, and vice versa.
Schwarzman seems to be talking about the second of these two issues, what I was taught by Shleifer and Vishny to think of as the limits of arbitrage. As they pointed out almost 20 years ago, much investment is done by financial intermediaries who specialize in particular asset classes, and who tend to find themselves undercapitalized and unable to attract funds when the prices of those assets fall sharply — that is, precisely when they should be buying. This sort of thing probably plays an important role in financial crises, global contagion, etc.. And it would be interesting and important if there’s solid evidence that the problem is getting worse.
But most of the evidence being presented seems to be more about the first issue than the second — bigger intraday swings and so on, which in and of themselves matter only to a handful of players. And you really, really have to wonder about Schwarzman’s claims that financial regulation is actually worsening the problem; he write as if the only reason financial institutions pull back when asset prices are plunging is because government regulators force them to. Amazingly, he holds up bank behavior in 2008 — 2008! — as a model of the kind of stabilizing behavior we have lost:
More generally, banks will not satisfy customers’ needs in a financial crisis as they have in the past. While many banks actively lent in 2008, the new capital requirements will cause banks to hoard capital with an eye toward satisfying the regulators, rather than meeting the needs of their customers.
Just for the record, here’s what happened to prices of subprime-backed securities during the crisis — a pretty clear example of massive overshoot, achieved without a bit of help from Dodd-Frank:
Maybe there is a real issue here. But as always when you listen to financial insiders, especially when they use language nobody really understands, you have to assume until proven otherwise that they’re talking their book.
Regolamentazione ed arbitraggio (intrinsecamente per esperti)
Secondo il Financial Times, la paura finanziaria del giorno non è più la Grecia, o l’inflazione o una delle altre cose che hanno ossessionato i mercati negli anni recenti: è la liquidità. Siamo indirizzati ad un articolo di Stephen Schwarzman, che mette in guardia che la scarsità di liquidità è proprio simile a quando Hitler invase la Polonia (scusate, egli l’ha sostenuto a proposito della interruzione delle elusioni fiscali da parte degli operatori di titoli) può provocare una crisi finanziaria; e Nouriel Roubini concorda.
Dunque, di cosa si tratta? In verità ho qualche difficoltà ad intendere gran parte di questa discussione, e non penso che dipenda dal fatto che sono stupido; sono quasi certo che la parola “liquidità” venga utilizzata per riferirsi a due cose alquanto diverse. Una è la liquidità nel senso normale dei “mercati densi”, nei quali qualcuno che vuole vendere asset può rapidamente trovare compratori senza offrire a prezzi di svendita. L’altra è più vicina all’arbitraggio [1] – la presenza di investitori che vogliono acquistare asset che siano evidentemente sottovalutati, e nel far ciò impediscono grandi variazioni di prezzi dai valori fondamentali. Sono due cose che possono essere in relazione, ma che sono diverse – un mercato nel quale un investitore individuale può vendere 10 milioni di dollari in bond senza provocare effetti a catena può anche essere un mercato nel quale nessuno si farà avanti per acquistare bond dopo una crisi di nervi [2], e viceversa.
Schwarzman sembra stia parlando della seconda tematica, che io avevo appreso da Shleifer e Vishny [3] per riflettere sui limiti dell’arbitraggio. Come essi misero in evidenza circa 20 anni orsono, molti investimenti sono fatti da intermediari finanziari che si specializzano in particolari classi di asset, e tendono a ritrovarsi sottocapitalizzati ed incapaci di attrarre finanziamenti quando i prezzi di quegli asset cadono bruscamente – ovvero, precisamente nel momento in cui dovrebbero acquistare.
Questo genere di situazione gioca probabilmente un ruolo importante nelle crisi finanziarie, nei contagi globali etc. E sarebbe interessante se ci fossero prove solide che questo problema sta diventando peggiore.
Ma gran parte delle prove che vengono presentate sembrano riguardare il primo tema piuttosto che il secondo – le più grandi variazioni infragiornaliere e cose del genere, che in sé e per sé sono importanti solo per una manciata di operatori. E, a proposito degli argomenti di Schwarzman secondo i quali la regolamentazione finanziaria sta effettivamente peggiorando il problema, c’è da restare meravigliati; egli scrive come se l’unica ragione per la quale gli istituti finanziari si ritirano quando i prezzi degli asset stanno crollando dipendesse dai regolatori pubblici che li costringono a farlo. In modo stupefacente, egli rimanda alla condotta delle banche nel 2008 – il 2008! – come un modello di quel genere di comportamento di stabilizzazione che abbiamo perduto:
“Più in generale, le banche non potranno più soddisfare le necessità dei clienti in una crisi finanziaria come facevano nel passato. Mentre molte banche facevano attivamente crediti nel 2008, le nuove regole sui capitali costringeranno le banche ad accumulare capitali con l’occhio rivolto a soddisfare i regolatori, piuttosto che a venire incontro ai bisogni dei loro clienti.”
Solo per memoria, ecco quello che accadde ai prezzi dei titoli garantiti dai subprime durante la crisi – un esempio abbastanza chiaro di un massiccio superamento di ogni limite, ottenuto senza il minimo contributo della Dodd-Frank [4]:
Può darsi che in questo caso ci sia un problema vero. Ma come sempre quando si ascoltano gli operatori finanziari, specialmente quando utilizzano un linguaggio che nessuno comprende, si deve considerare sino a prova contraria che stiano pensando al loro portafoglio.
[1] In finanza, l’Arbitrage Pricing Theory (APT) è un modello in base al quale il rendimento di un titolo azionario è espresso in funzione dei rendimenti di una serie di fattori di rischio (ad es. fattori legati a variabili macroeconomiche come il prezzo del petrolio o il PIL; ma anche fattori di diversa natura). (Wikipedia)
[2] Suppongo che il termine sia “temper tantrum”, altrimenti non saprei come tradurre.
[3] La connessione è con una ricerca del marzo del 1997, apparsa sul Journal of Finance.
[4] Penso che in questo caso “overshoot” sia inteso nel senso di “oltrepassare il bersaglio”, ovvero di una svalutazione che eccede i limiti della ragionevolezza. Come si sa la Dodd-Frank è da alcuni anni la legge statunitense di regolazione del sistema finanziario, che ovviamente nel 2008 non esisteva.
giugno 13, 2015
Jun 13 9:23 am
OK, I didn’t see that coming: even though I have come out as a lukewarm opponent of TPP, I assumed that it would happen anyway — the way trade deals (or in this case, dispute settlement and intellectual property deals that pretend to be about trade) always do. But no, or not so far.
A brief aside: I don’t think it’s right to call this a case of Washington “dysfunction”. Dysfunction is when we get outcomes nobody wants, or fail to do things everyone wants done, because there doesn’t seem to be any way to package the politics. In this case, however, people who oppose TPP voted down key enabling measures — that is, they got what they wanted. Calling this “dysfunction” presumes that this deal is a good idea — and that kind of presumption is precisely what got successfully challenged yesterday.
Or to put it another way, one way to see this is as the last stand of the Davos Democrats.
If you talk to administration officials — or at least if I talk to them (they may be telling me what they think I want to hear) — they offer a fairly sophisticated defense of this deal. It’s about geopolitics, they say — America has to be in the game here lest others (obviously including China) supplant our influence; meanwhile, they argue that the troubling aspects of the deal aren’t as troubling as they sound (they make a decent case on dispute settlement, less so on intellectual property). And they argue that the deal would actually improve labor protections in poor countries.
I’m not fully convinced, but this is a reasonable discussion.
But the overall selling of TPP, to some extent by the administration and much more so by its business allies, has been nothing like this. Instead, it has been all lectures from Those Who Know How the Global Economy Works — the kind of people who go to Davos and participate in earnest panels on the skills gap and the case for putting Alan Simpson in charge of everything — to the ignorant hippies who don’t. You know, ignorant hippies like Joseph Stiglitz and Elizabeth Warren.
This kind of thing worked in the 1990s, when Davos Man actually did seem to know how the world works. But now Davos Democrats are known as the people who told us to trust unregulated finance and fear invisible bond vigilantes. They just don’t have the credibility to pull off arguments from authority any more. And it doesn’t say much for their perspicacity that they apparently had no idea that the world has changed.
TPP’s Democratic supporters thought they could dictate to their party like it’s 1999. They can’t.
Declino e caduta dei democratici alla Davos
È vero, non me ne ero accorto [1]; anche se mi sono dichiarato un oppositore tiepido del TPP, pensavo che in ogni modo sarebbe successo – nel modo in cui sempre succede con gli accordi sul commercio (o, in questo caso, accordi sulla regolamentazione dei contenziosi e la proprietà intellettuale che pretendono di riguardare il commercio). Invece no, almeno sinora.
Una breve digressione: non penso sia giusto chiamare questo caso un “infortunio” di Washington. Infortunio è quando si ottengono risultati che nessuno vuole, o non si riesce a fare cose che tutti vogliono, perché non sembra ci sia nessun modo di confezionarle in termini politici. In questo caso, tuttavia, le persone che si oppongono al TPP hanno bocciato le misure fondamentali che lo rendono possibile – vale a dire, hanno ottenuto quello che volevano. Chiamarlo “infortunio” presuppone che questo accordo sia una buona idea – ed è precisamente un presupposto di quel tipo che è stato sfidato con successo ieri.
Oppure, per dirla altrimenti, un modo di considerarlo è definirlo come l’ultima posizione dei democratici alla Davos.
Se parlate con dirigenti della Amministrazione – o almeno se ci parlo io (può darsi che loro mi dicano cose che pensano io voglia sentir dire) – essi offrono una difesa abbastanza sofisticata di questo accordo. Dicono che riguarda la geopolitica – l’America in cose come questa deve far parte del gioco, se vuole evitare che altri (inclusi i cinesi, ovviamente) soppiantino la loro influenza¸ al tempo stesso, sostengono che gli aspetti problematici dell’accordo non sono così problematici come sembrano (lo sostengono con qualche argomento nel caso della regolazione dei contenziosi, meno per la proprietà intellettuale). Inoltre sostengono che l’accordo migliorerebbe le protezioni del lavoro nei paesi poveri.
Non sono pienamente convinto, ma è una discussione ragionevole.
Ma la presentazione generale del TPP, in qualche misura da parte della Amministrazione e molto di più da parte dei suoi alleati nell’affare, non è stata niente di simile. Piuttosto, si è trattato di lezioncine da parte di ‘Coloro che Sanno Come il Mondo Funziona’ – il genere di individui che vanno a Davos e fanno parte di comitati giudiziosi sul deficit di competenze professionali (dei lavoratori) e sull’affidare tutte le responsabilità ad Alan Simpson – lezioncine rivolte ad hippy ignoranti che non sanno come va il mondo. Sapete, hippy ignoranti come Joseph Stiglitz ed Elizabeth Warren.
Questo genere di cose andavano bene negli anni ’90, quando sembrava che effettivamente l’Uomo di Davos sapesse come funziona il mondo. Ma adesso i democratici di Davos sono coloro che ci hanno raccontato che dovevamo aver fiducia sulla finanza senza regole ed aver paura degli ‘invisibili guardiani dei bond’ [2]. Costoro non hanno più in alcun modo la credibilità per imporre argomenti su posizioni di autorevolezza. E non depone a favore della loro perspicacia il fatto che sembrino non avere alcuna idea di come il mondo sia cambiato.
I sostenitori del TPP pensavano di potere dettare la linea al loro partito come se fosse il 1999. Invece non possono.
[1] Lo spunto di questo post è un articolo del 12 giugno sul NYT, che racconta la sconfitta subita da Obama – per effetto del mancato voto di molti democratici – sull’accordo chiamato del Partenariato del Trans Pacifico. Il titolo dell’articolo era: “Infortunio a Washington, con colpo di scena: i democratici lasciano solo il loro Presidente”.
In italiano, mi sembra, tradurre con “disfunzione” sarebbe assai generico, forse l’intenzione di quell’articolo era alludere piuttosto a un infortunio.
[2] Vedi in inglese sulle note per la traduzione.
giugno 12, 2015
Jun 12 5:41 am
Over the past few weeks I’ve been watching a real-time demonstration of how American voters come to be misinformed about key policy issues. Yes, it’s Obamacare again.
Here’s how it played: some insurance companies began filing requests for large increases in the premiums for individual plans. Now, anyone who reads Charles Gaba knows that such filings need to be taken with huge helpings of salt: there were similar stories last year, and it turned out both that approved increases were much smaller than requests and that the companies asking for big raises were outliers; overall, premiums rose very little.
Nonetheless, my inbox began filling up with right-wing attacks on the mainstream media for covering up the truth about skyrocketing Obamacare costs, and this pressure campaign had its effect: soon, scare stories about a looming disaster began popping up.
And then more numbers began coming in, and sure enough, the whole thing is looking like a false alarm.
So will there be big headlines about Obamacare not costing that much, after all, and how the earlier reports were misleading? Hahaha.
And think how this affects the vast majority of voters. They aren’t carefully keeping score; they’re forming impressions based on reports they hear mainly in passing. So each year they hear a flurry of scare stories about surging premiums, then nothing more — and the impression they build up over time is that Obamacare expenses are out of control. No wonder, then, that almost nobody knows the truth, which is that Obamacare has ended up costing much less than expected.
The point is that we’re looking at a highly successful disinformation campaign, which works because the media keep letting themselves be played.
Il circuito della disinformazione sulla riforma sanitaria di Obama
Nelle scorse settimane ho assistito ad una dimostrazione in tempo reale di come gli elettori americani possano essere disinformati su tematiche politiche cruciali. Sì, ancora a proposito della riforma sanitaria.
Ecco come si è svolto: alcune società assicurative hanno cominciato a presentare richieste per cospicui aumenti nelle polizze dei programmi individuali. Ora, chiunque legga Charles Gaba [1] sa che tali richieste vanno prese con molta circospezione: ci furono storie simili l’anno passato, e venne fuori sia che vennero approvati aumenti che erano molto più piccoli, sia che le società che chiedevano grandi aumenti erano eccezioni; il generale le polizze aumentarono molto poco.
Nondimeno, la mia corrispondenza mail si sta riempiendo di attacchi della destra sui media più diffusi per aver coperto la verità a proposito dei costi delle riforma sanitaria di Obama che stanno andando alle stelle, e questa campagna di pressioni ha avuto i suoi effetti: in breve tempo hanno cominciato a spuntar fuori storie tremende su un disastro incombente.
Dopo di che sono cominciati ad arrivare maggiori dati e, come era prevedibile, tutta la faccenda assomiglia ad un falso allarme.
Ci saranno dunque grandi titoli su come la riforma di Obama non sta costando così tanto, in fin dei conti, e su come i primi resoconti fossero fuorvianti? Risata fragorosa.
E si pensi come questo influenzi la grande maggioranza degli elettori. Costoro non stanno scrupolosamente tenendo i conti; si formano impressioni basate su resoconti che principalmente ascoltano di passaggio. Dunque, ogni anno ascoltano un turbinio di racconti terribili sui premi assicurativi che stanno crescendo, poi nient’altro – e l’impressione che si formano col tempo è che le spese della riforma sanitaria di Obama siano fuori controllo. Nessuna meraviglia, dunque, che quasi nessuno sappia la verità, ovvero che la riforma sanitaria ha finito per costare molto meno di quello che era previsto.
Il punto è che stiamo assistendo ad una campagna di disinformazione di grande successo, che funzione perché i media continuano a permettere di essere essi stessi presi in giro.
[1] Autore di un blog che si è specializzato in questi anni nel seguire gli andamenti della riforma sanitaria.
giugno 11, 2015
Jun 11 1:19 pm
Arindrajit Dube enlarges on my post about efficiency wages, pointing out that the same logic applies to firms that have monopsony power. That’s a very good point — and I think we’re circling in on an important part of the logic behind the “new view” on inequality policy, which says that policies to enhance worker bargaining power can have major effects on the distribution of market income.
What’s going on here? Maybe two schematic pictures can help.
The conventional view about the choices facing an employer looks something like this:
The employer’s choice of wage to pay is pinned firmly in place by the invisible hand. It can’t pay less than the going market wage, or it won’t be able to attract any workers; it really, really doesn’t want to pay more than the going wage, because any wage increase translates dollar for dollar into lost profits. Minimum wages or a strong union can force the wage up all the same, but it takes a lot of political or institutional power.
What Dube, I, and many others are suggesting is, however, that for quite a few employers — including large service-sector companies — the situation looks much more like this:
There isn’t a sharply defined “going wage”, either because the firm has monopsony power — it can, in effect, choose the going wage in its local labor market — or because efficiency wage considerations lead it to pay more than the minimum, so that there are normally more applicants than places. And as I’ve drawn it, the top of the hill relating the wage rate to profits is fairly flat. In particular, the firm shouldn’t mind very much paying a somewhat higher wage, because this will produce offsetting benefits — a larger supply of labor if it has monoposony power, lower turnover or higher productivity if efficiency wages are an issue, maybe all of the above.
The point is that under these circumstances it needn’t be all that hard to push up wages: the threat of union organizing or a consumer boycott, even moral suasion from the government might be enough. So the standard view that it’s very hard to change the distribution of market income, that policy must involve after-market taxes and transfers, may be quite wrong.
La mutabilità dei salari
Arindrajit Dube va oltre il mio post sui salari di efficienza, mettendo in evidenza che la stessa logica si applica a imprese che hanno il potere di monopsonio [1]. Si tratta di un ottimo argomento, e penso che stiamo perlustrando una parte importante della logica che sta dietro il “nuovo punto di vista” sulla politica relativa all’ineguaglianza, secondo il quale le politiche per rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori possono avere effetti importanti sulla distribuzione del reddito di mercato.
Di che cosa si tratta? Forse due schematici diagrammi possono essere d’aiuto.
Il punto di vista convenzionale sulle scelte dinanzi alle quali si trova un datore di lavoro lo si può esprimere in questo modo:
La scelta del salario da pagare da parte del datore di lavoro è saldamente bloccata al suo posto dalla mano invisibile. Egli non può pagare meno del normale salario di mercato, altrimenti la paga non sarà capace di attrarre alcun lavoratore; e non vuole proprio pagare di più del salario normale, perché ogni aumento salariale si traduce, dollaro per dollaro, in profitti che se ne vanno. I salari minimi oppure un forte sindacato possono costringere ed elevare tutti i salari contemporaneamente, ma ciò richiede un grande potere politico o istituzionale.
Quello che Dube, il sottoscritto e molti altri stiamo suggerendo, tuttavia, è che per un buon numero di datori di lavoro – incluse le grandi imprese nel settore dei servizi – la situazione appare molto più simile a questa:
Non c’è un “salario normale” rigidamente definito, o perché l’impresa ha un potere di monopsonio – di fatto, essa può scegliere il salario normale nel suo mercato del lavoro locale – oppure perché considerazioni sul salario di efficienza la portano a pagare più del minimo, in modo tale che ci sono normalmente più candidati che posti. E per come l’ho disegnata, la cima del colle relativa al tasso salariale rispetto ai profitti è discretamente piatta. In particolare, l’impresa non dovrebbe curarsi troppo del pagare salari un po’ più elevati, perché questo produrrebbe benefici di bilanciamento – se essa ha un potere di monopsonio una offerta di lavoro più vasta, se il tema sono i salari di efficienza un turnover più basso o una produttività più elevata, o forse entrambi.
Il punto è che in certe circostanze non è obbligatorio che sia così difficile elevare i salari: la minaccia di una organizzazione sindacale o di un boicottaggio da parte dei consumatori, persino la persuasione morale da parte di un Governo possono essere sufficienti. Dunque, il punto di vista tradizionale secondo il quale è molto difficile cambiare la distribuzione del reddito di mercato, e la politica deve riguardare le tasse ed i trasferimenti finanziari esterni al mercato, può essere piuttosto sbagliato.
[1] Il termine monopsonio designa una particolare forma di mercato caratterizzata dalla presenza di un solo acquirente a fronte di una pluralità di venditori … In alcune aree, una grande azienda industriale può creare un distretto di piccole aziende che la forniscono di componenti, ma che hanno per definizione un unico e solo acquirente. In tale forma si ricreano le condizioni di monopsonio. (Wikipedia)
giugno 10, 2015
June 10, 2015 6:23 am
Walmart reports that its recent wage hike is paying off via reduced turnover, which produces cost savings that offset the direct expense of the higher wages. In other words, efficiency wage theory is vindicated. What are the political/policy implications? What follows is a slightly wonkish note, largely to myself.
Efficiency wage theory is the idea that for any of a number of reasons, employers get more out of their workers when they pay more. It could be effort, it could be morale, it could be turnover. The causes of the efficiency gain could lie in psychology, or simply in the fact that workers are less willing to risk better-paying jobs with bad behavior. The details can matter a lot in some contexts, but in this note I just want to assume that worker productivity is increasing in the wage rate. And I want to focus on the decisions of an individual employer, not the full market equilibrium.
In the absence of an efficiency-wage effect – and also of monopsony power in the labor market, which I’ll come back to another time – an employer can be thought of as choosing employment L to maximize profits, which are equal to the value of sales (net of purchased inputs) generated by the work force minus wages paid:
(1) P = V(L) – wL
where the wage rate w is given by the market, and is outside the employer’s control.
With efficiency wages, we can think of each worker’s productivity E as being an increasing function of the wage paid, so that this problem instead becomes one of maximizing
(2) P = V(L*E(w)) – wL
where the employer gets to choose both L and w.
Let’s assume that the employer actually gets this choice right. That is, I am not going to suggest that Walmart has been making a mistake with its always-low-wages policy, that it would have been more profitable all along if it had been following a Costco-like strategy. Even so, efficiency-wage effects can make a lot of difference.
To see why, suppose that the employer finds itself under some kind of pressure to raise wages – the threat of union organizing, a boycott from consumer groups, politicians looking at it funny. How will it respond to this pressure?
Well, in the absence of efficiency wages the employer has a strong incentive to resist this pressure, because raising wages has a clear negative effect on profits:
dP/dw = -L*
where L* is the initial level of employment. Induced effects on L don’t show up here because of the envelope theorem – L was already chosen to maximize P, so small changes have no further effect.
But if there is a significant efficiency-wage effect, a small rise in wages has a negligible effect on profits:
dP/dw = 0
Why? Envelope theorem again: because w was already chosen to maximize profits, a small change has no further effect. When you’re at the top of a hill, a single step in any direction doesn’t change your elevation much.
And what this suggests in turn is that a relatively small amount of pressure can nonetheless have relatively big effects on wages: the employer may well be willing to raise wages by, say, 20 percent to avoid a consumer boycott or 40 percent to avoid a strike because it knows that it can make up most of the direct cost of the wage hike via reduced turnover and increased productivity.
Or to put it differently, efficiency wages suggest right away that the invisible hand’s grip on labor is a lot looser than people imagine, that wages are relatively easy to shift with social and political pressure. And this is one important reason attempts to reduce inequality can and should involve working on the distribution of market income as well as ex-post redistribution through taxes and transfers.
Note sulla Walmart e sui salari (per esperti)
La Walmart informa che il suo recente aumento salariale la sta compensando con una riduzione del turnover, che produce risparmi di costo che bilanciano la spesa diretta in salari più alti. In altre parole, si fa giustizia della teoria salariale della efficienza. Quali sono le implicazioni pratiche e politiche? Quella che segue è una nota leggermente per esperti, in gran parte per me stesso.
La teoria salariale della efficienza è l’idea che per un certo numero di ragioni, i datori di lavoro ottengono di più dei loro lavoratori, quando pagano di più. Potrebbe dipendere dall’impegno, dall’attaccamento al lavoro, dal turnover. Le cause dell’aumento di efficienza potrebbero risiedere nella psicologia, o semplicemente nel fatto che i lavoratori hanno meno voglia di rischiare con la cattiva condotta un posto di lavoro meglio pagato. In alcuni contesti i dettagli potrebbero essere importanti, ma in questa nota voglio solo considerare che la produttività del lavoratore aumenta con il tasso salariale. E mi voglio concentrare sulle decisioni di un datore di lavoro singolo, non sull’equilibrio del mercato intero.
In assenza di un effetto salariale dell’efficienza – ed anche del potere di monopsonio [1] nel mercato del lavoro, sul quale aspetto tornerò in un secondo tempo – un datore di lavoro può essere pensato come un soggetto che sceglie una occupazione L per massimizzare i profitti, che sono eguali al valore delle vendite (al netto degli input acquistati) generato dalla forza lavoro, dedotti i salari pagati:
(1) P = V(L) – wL
Dove il tasso salariale w è dato dal mercato ed è fuori dal controllo del datore di lavoro.
Con salari di efficienza, possiamo pensare alla produttività di ciascun lavoratore E come se fosse una funzione che incrementa i salari pagati, cosicché questo problema diventa piuttosto un fattore di massimizzazione:
(2) P = V(L*E(w)) – wL
laddove il datore di lavoro ottiene di scegliere sia L che w.
Assumiamo che il datore di lavoro faccia effettivamente queste scelte nel modo giusto. Vale a dire, non intendo suggerire che la Walmart abbia fatto un errore con la sua politica di salari sempre bassi, che avrebbe avuto maggiori profitti sin dall’inizio se avesse seguito una strategia del tipo quella della Costco [2]. Anche così, gli effetti dell’efficienza salariale possono fare molta differenza.
Per capire la ragione, supponiamo che il datore di lavoro si trovi a subire una qualche pressione per elevare i salari – la minaccia di una organizzazione sindacale, un boicottaggio da parte di gruppi di consumatori, gli uomini politici che lo guardano con diffidenza. Come risponderà a queste pressioni?
Ebbene, se non vi fossero salari di efficienza il datore di lavoro avrebbe un forte incentivo a resistere a queste spinte, giacché elevare i salari ha chiaramente un effetto negativo sui profitti:
dP/dw = -L*
laddove L* è il livello iniziale di occupazione. Gli effetti indotti su L in questo caso non si presentano per effetto del teorema dell’ “involucro” [3] – L era già stato scelto per massimizzare i profitti, cosicché piccoli cambiamenti non producono effetti ulteriori. Ma se c’è un effetto significativo di efficienza salariale, una piccola crescita dei salari ha un effetto trascurabile sui profitti:
dP/dw = 0
Perché? Ancora per il teorema dell’ “involucro”: perché w era già stato scelto per massimizzare I profitti, un piccolo cambiamento non ha effetti ulteriori. Quando siete in cima ad un colle, un piccolo passo in una direzione qualsiasi non cambia molto la vostra elevazione.
E questo a sua volta suggerisce che una quantità relativamente modesta di pressione può nondimeno avere effetti relativamente alti sui salari: il datore di lavoro può essere disponibile ad aumentare diciamo del 20 per cento i salari per evitare un boicottaggio da parte dei consumatori, oppure del 40 per cento per evitare uno sciopero, perché sa che può compensare gran parte del costo diretto dell’aumento salariale attraverso un turnover ridotto ed una produttività accresciuta.
Oppure, per dirla diversamente, salari di efficienza indicano immediatamente che la presa della ‘mano invisibile’ [4] sul lavoro è più fiacca di quello che la gente immagina, che è relativamente semplice spostare i salari con la spinta sociale e politica. E questa è una importante ragione per la quale i tentativi di ridurre l’ineguaglianza possono e dovrebbero includere l’operare sulla distribuzione del reddito di mercato, così come sulla redistribuzione a valle, attraverso le tasse ed i trasferimenti di finanza pubblica.
[1] Il termine monopsonio designa una particolare forma di mercato caratterizzata dalla presenza di un solo acquirente a fronte di una pluralità di venditori … In alcune aree, una grande azienda industriale può creare un distretto di piccole aziende che la forniscono di componenti, ma che hanno per definizione un unico e solo acquirente. In tale forma si ricreano le condizioni di monopsonio. (Wikipedia)
[2] La Costco è un’altra catena di supermercati che in genere opera su prodotti di qualità maggiore della Walmart, con personale meglio pagato.
[3] La traduzione è quasi letterale, in italiano credo che si dica “teorema dell’inviluppo”. Si tratta di un teorema matematico complicato, che (mi limito a tradurre) mostra come i “cambiamenti nell’ottimizzatore dell’obiettivo non contribuiscono al cambiamento nella funzione dell’obbiettivo”).
[4] La ‘smithiana’ mano invisibile del mercato capitalistico.
giugno 10, 2015
June 10, 2015 6:17 am
While cleaning out my Princeton office, I became all too aware of the ephemeral nature of policy writing. A depressingly large share of the books on my shelves consisted of 30 years’ worth of books about the crucial decade ahead. Oh well. But as I added all those books to the giveaway pile, I found myself doing a bit of self-referential and maybe self-indulgent thinking, not about the decade ahead, but about the decade behind.
You see, it’s almost 10 years since I started writing about the financial crisis and the Great Recession. True, at first I didn’t know that that was what I was writing about; it began with the diagnosis of a housing bubble, whose bursting I knew would be bad but had no idea would be this bad. Still, there has been a pretty consistent arc, and I find myself thinking about what I got right and what I got wrong.
The starting point, as I said, was the housing bubble. I certainly wasn’t the first to warn on that front; Dean Baker, in particular, was both much earlier and much more forceful. Still, what I think of as my first crisis article did, I think, add value by pointing out the huge difference in price behavior between building-contrained states and others. If you looked at national averages, it was just possible to argue that prices made sense, but once you broke out the right subset of states and cities, the craziness stared you in the face. And the bifurcation was overwhelmingly confirmed in the years that followed:
Goldman Sachs
That was the beginning. Since then, what have I been right about and what have I been wrong about?
Things I got right
Things I got wrong
I’ve probably missed some things, although I do think it’s interesting how many of my critics feel the need to attack my record by inventing predictions and claims that I never made. Still, I think that’s the main stuff, and although I have definitely been fallible, I think I did OK — mainly because I never let fashionable worries divert me from basic macroeconomics, and always tried to apply the lessons of history.
Il decennio trascorso
Nel mentre svuotavo il mio ufficio di Princeton, divenivo sin troppo consapevole della natura effimera dello scrivere di politica. Una deprimente larga parte di ciò che avevo sui miei scaffali consisteva nel valore di trent’anni di libri sul cruciale decennio a venire. Pazienza. Ma mentre accatastavo tutti quei libri nel mucchio di cose da dar via, mi sono ritrovato a fare un po’ di pensieri autoreferenziali e forse auto indulgenti, non sul decennio a venire, ma sul decennio trascorso.
Vedete, sono passati quasi 10 anni dal momento in cui ho cominciato a scrivere della crisi finanziaria e della Grande Recessione. E’ vero, all’inizio non capivo che era quello ciò di cui stavo scrivendo; cominciò con una diagnosi di una bolla immobiliare, il cui scoppio sapevo che sarebbe stato negativo, ma non avevo idea che sarebbe stato così negativo. Eppure, c’è stato un tragitto abbastanza coerente, e mi ritrovo a pensare a quello che ho capito giustamente e a quello che ho sbagliato.
Il punto di partenza, come ho detto, fu la bolla immobiliare. Su quel fronte, non fui sicuramente il primo a lanciare ammonimenti; Dean Baker in particolare mi precedette e fu assai più efficace. Eppure ritengo che quello che penso fu il mio primo articolo sulla crisi, aveva un valore supplementare nel mettere in evidenza la vasta differenza nel comportamento dei prezzi tra gli Stati che avevano limitazioni nel costruire e quelli che non ne avevano. Se guardavate alle medie nazionali, era proprio possibile sostenere che i prezzi avevano un senso, ma una volta che venivate fuori dal corretto sottoinsieme degli Stati e delle città, la follia balzava davanti agli occhi. E la biforcazione venne confermata in modo schiacciante negli anni che seguirono [1]:
Goldman Sachs
Quello fu l’inizio. Da allora, cos’è che ho compreso correttamente e cosa ho sbagliato?
Le cose che ho compreso giustamente
1 – La bolla immobiliare: merita davvero di essere ricordato quanto fu grande la negazione della bolla e quanto fu guidata da fattori politici; mi procurai un bel po’ di affermazioni di questo genere “Dici che c’è una bolla soltanto perché odi Bush”.
2 – L’inflazione, o meglio la sua assenza: ho scritto molte volte a questo proposito, ma dopo lo scoppio della bolla fui un risoluto sostenitore del punto di vista secondo il quale le politiche espansive della Fed non costituivano nessun rischio inflazionistico. Ancora una volta questo era un tema di grandi dispute, con la destra pienamente convinta che l’inflazione fosse in arrivo ed alcuni a centro e a sinistra che su quel tema come minimo erano traballanti.
3 – I tassi di interesse: in quelle condizioni non ci sarebbe stato alcuno ‘spiazzamento’ [2]. Lo dissi con forza dall’inizio – e su questo tema ci fu un bel po’ di ondeggiamenti tra i democratici, con anche troppi di loro che presero per buoni i racconti sui pericoli del deficit anche in un’economia depressa.
4 I danni dell’austerità: un bel po’ di persone che avrebbero dovuto essere più giudiziose abboccarono alla ‘fata della fiducia’ [3], o almeno accettarono l’idea che i moltiplicatori [4] sarebbero stati abbastanza modesti; io mi espressi nelle condizioni correnti per grandi moltiplicatori, bilanciati poco o niente dalla fiducia, e le ricerche l’hanno confermato ed hanno fatto giustizia di quella posizione.
5 – Misure di sostegno inadeguate: misi in guardia, sin da subito e ripetutamente, che la Legge sulla Ripresa e sulle Misure di Reinvestimento negli Stati Uniti era grandemente inadeguata, e che la sua inadeguatezza avrebbe avuto conseguenze durature – per la sua insufficienza, essa avrebbe screditato l’intera idea delle misure di sostegno, nella misura in cui fosse dipeso dalla politica. Ahimè, avevo ragione.
6 – Il fatto che la ‘svalutazione interna’ è odiosa, brutale e dura a lungo: sostenni sin dall’inizio che correggere i prezzi relativi all’interno dell’area euro sarebbe stato estremamente difficile, dato che non esiste da nessuna parte quel genere di flessibilità dei salari e dei prezzi che renderebbe la ‘svalutazione interna’ agevole – e che i paesi capaci di portare a termine svalutazioni della valuta, come l’Islanda, avrebbero avuto tempi molto più facili.
7 – Il fatto che la riforma sanitaria di Obama potesse funzionare: un soggetto abbastanza diverso, ma nel mio libro di allora, “Coscienza di un liberal”, sostenni (in modo non originale) che un sistema quale quello della Legge sulla Assistenza Sostenibile basato sugli obblighi assicurativi, la regolamentazione ed i sussidi, che pure per nessuna ragione si penserebbe di costruire se si potesse partire da zero, avrebbe funzionato (io volevo l’opzione pubblicistica, ma questa è un’altra storia). In molti erano in disaccordo, sia dalla destra che prevedeva una ‘spirale fatale’ [5], sia dalla gente di sinistra che voleva un sistema con un unico centro di pagamenti o niente.
Le cose che non ho capito giustamente
1 – La dimensione del disastro: avevo visto la bolla immobiliare, sapevo che le conseguenze sarebbero state negative, ma non avevo idea quanto sarebbero state negative. Ero beatamente ignorante dell’ascesa del sistema bancario ‘ombra’, non riflettevo sul debito delle famiglie e non prestavo attenzione agli squilibri all’interno dell’area dell’euro.
2 – La deflazione: pensavo che una deflazione sul modello del Giappone fosse un rischio imminente in tutte le economie depresse. Invece, una inflazione bassa ma positiva è durata considerevolmente a lungo. Adesso penso di aver sottostimato l’importanza della rigidità nominale (dei prezzi e dei salari) verso il basso, che, combinata con la dispersione degli shock – alcuni lavoratori e imprese fronteggiano una domanda forte anche in una economia debole – tende a far proseguire la crescita dei prezzi anche in un mondo depresso.
3 – Il crollo dell’euro: penso che la mia analisi dell’economia dell’area euro e dei suoi problemi, per la parte fondamentale, fosse abbastanza buona (ma si veda sotto). Ma avevo grandemente sopravvalutato il rischio di una disgregazione, perché non avevo inteso correttamente gli aspetti politici dell’economia – non avevo proprio compreso con quanta determinazione i gruppi dirigenti dell’area euro avrebbero imposto grandi sofferenze nel nome di una prosecuzione dell’esperienza. Allo stesso modo, non avevo compreso quanto sarebbe stato facile manipolare una modesta crescita come un successo, dopo anni di esperienze tremende.
4 – Gli effetti della liquidità sui debiti sovrani: infine, mi spiace riconoscere che avevo completamente trascurato l’importanza della liquidità e delle scarsità di cassa nel guidare i prezzi dei bond nell’area euro. Solo quando DeGrauwe intervenne su quell’aspetto compresi quanta differenza avrebbe fatto la BCE se fosse intervenuta come prestatore di ultima istanza; se l’euro sopravvive, una gran parte del credito dovrebbe andare a DeGrauwe – e a quel soggetto che risponde al nome di Mario Draghi, che ha messo le sue idee in pratica.
Probabilmente mi sono scordato qualcosa, sebbene penso che sia proprio interessante che molti miei critici sentano il bisogno di attaccare le mie prestazioni inventandosi previsioni ed argomenti che non ho mai avanzato. Eppure penso che queste siano le cose principali, e sebbene mi sia sicuramente dimostrato fallibile, penso di aver fatto bene il mio lavoro – principalmente perché non ho mai consentito che le preoccupazioni alla moda mi facessero deviare dalla teoria macroeconomica di base, ed ho sempre cercato di applicare le lezioni della storia.
[1] Con “Sand States” – gli ‘Stati della sabbia’ – si intende riferirsi a quattro Stati della “Cintura del Sole” (ovvero della parte meridionale degli Stati Uniti, da un oceano all’altro) – che sono: Arizona, California, Florida e Nevada. Il nome semplicemente indica la grande abbondanza sia di deserti che di spiagge.
La tabella mostra, con la linea blu, un andamento di un quindicennio dei prezzi delle abitazioni in quegli Stati assai più impressionante che non nella media degli altri Stati (linea grigia).
[2] Si intende ‘spiazzamento degli investimenti privati, in conseguenza di un incremento della spesa pubblica’.
[3] Questo è il nomignolo che Krugman diede sin dal 2010 alla spiegazione ‘magica’ che veniva avanzata per le politiche dell’austerità: ridurre i deficit avrebbe comportato una maggiore fiducia degli operatori, ovvero sarebbe entrata in gioco la ‘fata della fiducia’.
[4] Per moltiplicatore si intende l’effetto ‘allargato’ sulla domanda aggregata sia di un aumento della spesa pubblica che di una sua riduzione. Se con politiche di austerità la spesa pubblica si contrae, l’effetto è più ampio della sola contrazione, perché la riduzione deve essere ‘moltiplicata’ per un determinato fattore che estende il fenomeno della riduzione stessa (se si licenziano dipendenti pubblici, ci sono conseguenze in tutti quei settori che prima operavano in parte sulla base dei redditi di quei dipendenti). Sulla stima di quel moltiplicatore avvennero varie sottovalutazioni, a partire da quella estrema di non considerarlo (ovvero di stimare un effetto semplicemente pari a 1). In Grecia, ad esempio, questo errore di valutazione incise notevolmente nel sottostimare l’effetto recessivo dell’austerità, la qual cosa – a cose fatte – venne poi ammessa, almeno dal FMI.
[5] Ovvero, un collasso finanziario derivante dal fatto che le persone giovani e in salute non si sarebbero iscritte al sistema assicurativo e il numero eccessivo di anziani ed ammalati lo avrebbe messo in una crescente difficoltà.
giugno 9, 2015
Jun 9 2:13 pm
Eurostat
I was, I think, one of the first commentators to notice that a funny thing was happening in Iceland: the nation that was supposed to be Ground Zero for financial disaster was actually having a milder crisis than many others, thanks to heterodox policies — debt repudiation, capital controls, and massive devaluation. Now, as Matthew Yglesias points out, Iceland is getting ready to lift the controls, and its experience still looks remarkably good considering the circumstances.
And as Yglesias says, the interesting contrast is with Ireland, now being hailed as a success story for austerity because things eventually stopped getting worse and have lately been getting a bit better. Talk about lowering the bar.
I suppose someone will ask about possible parallels with Greece. Well, if Greece is forced out of the euro it will be in a position to try an Iceland-style devaluation (and will surely have imposed capital controls). Whether it will work as well as it did in Iceland is an open question — for one thing, leaving the euro is very different from never having joined — and I’m still hoping that the whole thing can be avoided. For now, let’s just say that sometimes heterodoxy works much better than the orthodox will ever admit.
Niente affatto la crisi peggiore
Eurostat
Penso di essere stato uno dei primi commentatori ad osservare la cosa buffa che stava accadendo in Islanda: la nazione che si pensava fosse l’epicentro [1] del disastro finanziario stava in effetti conoscendo una crisi più leggera di molte altre, grazie a politiche eterodosse – disconoscimento del debito, controllo dei capitali ed una massiccia svalutazione. Ora, come mette in evidenza Matthew Yglesias, l’Islanda è quasi pronta a revocare i controlli e la sua esperienza sembra, considerate le circostanze, considerevolmente positiva.
E il contrasto interessante, come dice Yglesias, è con l’Irlanda, che adesso viene salutata per l’austerità come un esempio di successo, perché le cose alla fine hanno smesso di peggiorare e di recente stanno un po’ migliorando. Alla faccia di abbassare l’asticella!
Suppongo che qualcuno si chiederà di un possibile parallelo con la Grecia. Ebbene, se la Grecia venisse costretta ad uscire dall’euro, sarà nella condizione di tentare una svalutazione sul modello dell’Islanda (e certamente dovrà imporre il controllo dei capitali). Se ciò funzionerà come è avvenuto in Islanda è una questione aperta – da un certo punto di vista, lasciare l’euro è molto diverso che non avervi mai aderito – ed io spero ancora che tutto questo possa essere evitato.
Per adesso, limitiamoci a dire che talvolta l’eterodossia funziona molto meglio di quanto l’ortodossia sia disposta ad ammettere.
[1] Ground Zero, in inglese, è il termine con il quale, dagli esperimenti sull’atomica del Progetto Manhattan e il successivo bombardamento nucleare del Giappone nel 1945, si designa il luogo sulla superficie terrestre-marina perpendicolare all’epicentro di una esplosione atomica, sia essa avvenuta in atmosfera, sottoterra o sott’acqua; in seguito il termine Ground Zero venne anche utilizzato, impropriamente, per identificare il punto focale del luogo dove avviene una massiccia deflagrazione, l’epicentro di un terremoto o di un altro disastro.
Il termine è divenuto per antonomasia l’area nella parte meridionale di Manhattan (New York City, Stati Uniti d’America) sulla quale, prima degli attacchi terroristici alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, sorgevano gli edifici WTC 1 e WTC 2 (Torri Gemelle), appartenenti al complesso del World Trade Center. (Wikipedia)
giugno 9, 2015
Jun 9 8:35 am
One of the greatest confidence tricks ever pulled in American politics was the way Republicans managed, for a while anyway, to convince centrists that they were apostles of fiscal responsibility. Paul Ryan presented budgets that combined huge tax cuts for the rich with not quite as huge benefit cuts for the poor, added some magic asterisks — basically deficit-increasing redistribution from the have-nots to the haves, with added fraudulence — and received awards for fiscal responsibility.
Anyway, at this point we have evidence of what such politicians actually do in office, thanks to the many US states where Republicans control both the governor’s office and the legislature. And the result is an epidemic of fiscal crisis, despite a recovering economy. Yes, some Democrat-controlled states are also having problems. But they didn’t go around pretending to be the nation’s fiscal saviors, and the biggest state controlled by Democrats, California — which was supposed to be a basket case — is in quite good fiscal shape.
And yes, I think this observation is a lot more important than Marco Rubio’s personal financial difficulties, although those are pretty bizarre.
Il Partito della responsabilità nelle finanze pubbliche in azione
Uno dei più grandi inganni mai immessi nella politica americana è stato il modo in cui i repubblicani sono riusciti, almeno per un po’, a convincere i centristi di essere gli apostoli della responsabilità nella finanza pubblica. Paul Ryan presentava bilanci che combinavano ampi sgravi fiscali per i ricchi con tagli ai sussidi dei poveri non altrettanto ampi, a cui si aggiungevano alcuni magici asterischi – fondamentalmente una redistribuzione degli incrementi dei deficit dai non abbienti agli abbienti, con l’aggiunta di qualche inganno – e riceveva premi per la responsabilità finanziaria.
In ogni modo, a questo punto abbiamo testimonianze di quello che tali politiche provocano quanto vengono messe in funzione, grazie ai molti Stati americani nei quali i repubblicani controllano i posti di Governatori e le assemblee legislative. E il risultato è una epidemia di crisi delle finanze pubbliche, nonostante una economia in ripresa. È vero, anche alcuni Stati controllati dai democratici hanno problemi. Ma non vanno in giro presentandosi come i salvatori delle finanze della nazione, e il più grande Stato controllato dai democratici, la California – che si pensava fosse un caso disperato – è in condizioni finanziarie abbastanza buone.
E devo aggiungere che ritengo che queste osservazioni siano molto più importanti delle difficoltà finanziarie personali di Marco Rubio [1], sebbene esse siano alquanto bizzarre.
[1] È un Senatore repubblicano eletto in Florida. Pare, dall’articolo in connessione sul NYT, che le sue difficoltà personali derivino da operazioni finanziarie stravaganti e dall’acquisto, tra l’altro, di una barca lussuosa.
giugno 9, 2015
Jun 9 8:17 am
Sen. John Thune is coming in for quite a lot of ridicule for this:
Obamacare is a failed policy, because we may be able to kill it with an absurd legal challenge! It’s a policy version of the classic definition of chutzpah: killing your mother and father, then pleading for mercy because you’re an orphan.
But Thuneism is just a more naked version of the style of argument we’ve been seeing all along. Conservatives are constantly belittling the ACA for its failure to cover all the uninsured — only one-third covered, it’s often asserted, although that number is out of date and also ignores the fact that the law wasn’t supposed to cover undocumented immigrants. But what’s the biggest factor limiting coverage? Um, refusal of red states to expand Medicaid and their refusal to help implement the rest of the law:
In states that want Obamacare to work, most of the eligible uninsured have already been covered. So the general complaint is that “Obamacare is a failure because our sabotage has successfully slowed its implementation.” Thune is just taking that logic a bit further.
Il partito delle “facce di bronzo” [1]
Il Senatore John Thune si è tirato addosso molta ironia per questo messaggio [2]:
La riforma sanitaria di Obama sarebbe una politica fallita, perché si può liquidarla con una assurda causa legale! È la versione politica della classica definizione di “chutzpah”: ammazzare vostra madre e vostro padre e poi chiedere clemenza perché siete orfani.
Ma il “thuneismo” è solo la versione nuda e cruda dello stile delle argomentazioni che vediamo da tempo. I conservatori denigrano in continuazione la Legge sulla Assistenza Sostenibile per non aver saputo dare copertura a tutti i non assicurati – si asserisce frequentemente che essa ne avrebbe coperti solo un terzo, sebbene quel dato sia superato ed ignori anche la circostanza che non era stato previsto che la legge desse assistenza anche agli immigrati sprovvisti di documenti. Ma quale è il più grande fattore che limita la copertura? Guarda caso, il rifiuto degli Stati repubblicani ad ampliare Medicaid ed il loro rifiuto a contribuire a mettere in atto il resto della legge [3]:
Negli Stati nei quali la riforma di Obama funziona, gran parte dei non assicurati che ne hanno diritto hanno ricevuto la copertura assicurativa. Dunque, la rimostranza generale può essere così espressa: “La riforma di Obama è un fallimento perché il nostro sabotaggio ha rallentato la sua messa in funzione”. Thune sta solo portando un po’ oltre quella logica.
[1] Il termine “chutzpah” deriva dalla cultura yiddish, più precisamente da un storiella che narra di un tizio che, dopo aver ammazzato i propri genitori, cercava comprensione tra i propri giudici con l’argomento di essere rimasto orfano. “Chutzpah” indica chi abbia pretese del genere, ovvero una faccia di bronzo.
[2] Il Senatore repubblicano in questione afferma nel suo ‘messaggino’ che sei milioni di americani rischiano di perdere i loro sussidi, eppure c’è chi continua a negare che la riforma sia negativa. Il rischio, che sembra sia piuttosto teorico, dipende da un contenzioso giuridico piuttosto paradossale su alcune formulazioni della legge.
[3] La tabella mostra l’evoluzione delle coperture sanitarie nelle tre situazioni tipo: la riga nera in alto indica la situazione negli Stati repubblicani, che non hanno accettato l’espansione di Medicaid (con un 14,4% di non assicurati); la linea celeste in basso mostra la situazione negli Stati che l’hanno accettata (i non assicurati sono la metà, il 7,5%; la linea blu nel mezzo indica la media nazionale (10,1% di non assicurati).
giugno 8, 2015
Jun 8 9:10 am
Continuing on the theme of derp in policy discourse: Vox coincidentally has a post about Hillary Clinton’s proposal for automatic voter registration noting that signing up less informed voters isn’t necessarily a bad thing, because “informed” voters mainly seem to be informed about the party line. In effect, they know which derp they’re supposed to repeat.
Indeed, regular viewers of Fox are worse at answering simple questions about reality than people who watch no news at all.
Meanwhile, however, I’m getting a lot of people saying “Oh yeah? You do derp more than anyone!”
No, I don’t. You may believe that I am evil or stupid, or evil and stupid. But derp means something specific: it means always saying the same thing, regardless of circumstances, and regardless of past errors. Declaring that the Fed’s policies are going to cause hyperinflation, year after year, when it keeps not happening is derp. Declaring that we need aggressive fiscal and monetary expansion when the economy is depressed isn’t. It’s not an invariant claim — in fact, I get accused (stupidly) of some kind of inconsistency because I thought deficits were bad under Bush but good under Obama. And it’s not a prediction that has repeatedly proved false.
What the accusers really mean here is that I keep saying things they dislike and dispute. But that’s not derp, that’s just disagreement. There’s a difference, and only the derpy fail to grasp that difference.
Io non penso che “derp” [1] significhi quello che voi pensate
Proseguendo sul tema del “derp” nel dibattito politico: per coincidenza Vox pubblica un post sulla proposta di Hillary Clinton a favore della registrazione automatica degli elettori osservando che l’iscrizione degli elettori meno informati non è necessariamente una cosa negativa, giacché gli elettori “informati” sembra siano informati sulla linea del loro partito. In sostanza, conoscono quel “derp” che ci si aspetta che ripetano.
In effetti, coloro che seguono regolarmente le trasmissioni di Fox, pare che si trovino peggio nel rispondere a semplici domande sulla realtà rispetto a coloro che non guardano nessuna trasmissione [2].
Nel frattempo, tuttavia, incontro una quantità di persone che dicono: “Ma guarda! Tu fai “derp” più di chiunque altro!”
No, non è così. Potete credere che io sia malefico o stupido, oppure anche malefico e stupido. Ma “derp” significa qualcosa di particolare: significa il dire in continuazione la stessa cosa, a prescindere dalle circostanze e a prescindere dagli errori passati. Dichiarare che le politiche della Fed sono destinate a provocare l’iperinflazione un anno dopo l’altro, quando continua a non succedere è “derp”. Dichiarare che abbiamo bisogno di una espansione monetaria e della finanza pubblica quando l’economia è depressa, non lo è. Non si tratta di una affermazione immutabile – di fatto, io vengo accusato (scioccamente) di una qualche incoerenza perché pensavo che i deficit fossero una cosa negativa con Bush ed una cosa positiva con Obama. E questa non è una previsione che si è mostrata ripetutamente falsa.
Quello che in questo caso i miei detrattori vogliono dire è che io continuo ad affermare cose che loro non gradiscono e mettono in discussione. Ma questo non è un “derp”, è solo un disaccordo. C’è una differenza, e solo dei “derp” non riescono ad afferrare quella differenza.
[1] Per il significato del termine “derp” (e per le ragioni per le quali l’abbiamo adottato senza impossibili traduzioni) si veda su questo blog l’articolo dell’8 giugno sul New York Times.
[2] Fox, come è noto, è un televisione di destra. Il recente articolo sul blog Business Insider nella connessione, riporta i dati di un sondaggio relativo al grado di ‘ignoranza’ sui temi nazionali degli intervistati, suddivisi sulla base dei programmi televisivi che seguono. Non solo Fox News si colloca all’ultimo posto in graduatoria, ma si colloca sotto coloro che non seguono alcun programma.
giugno 8, 2015
Jun 8 8:08 am
I’ve been using the case of research on inequality and growth as an example of an issue where liberals need to be careful not to let wishful thinking drive their conclusions; it would fit perfectly with our world view if inequality were not just a bad thing but also bad for the economy, which is a reason to bend over backwards to avoid accepting that conclusion too easily. But what do we really know?
Well, there have been a number of studies that seem to find a negative relationship, all based on some kind of international cross-section approach (some with time-series aspects too). So what is my problem? In general, I have doubts about the whole growth regression methodology, which has lots of problems in identifying causation (remember, that’s the methodology behind the Reinhart-Rogoff debt-threshold paper). Beyond that, there just isn’t a striking, simple relationship between inequality and growth; all the results depend on doing fairly elaborate data massaging, which might be right but might also be teasing out a relationship that isn’t really there.
Let me give you a picture showing what I think we know. It compares inequality with growth; I’ve made some data choices that others may wish to do differently, so let me explain those details. First, instead of raw Ginis I use the new Gornick-Milanovic numbers for households without members over 60. Second, I measure growth in real GDP per working-age adult (15-64), because raw GDP per capita is significantly affected by demographic divergence. Third, I look at the period 1985-2007 — essentially, the Great Moderation — because I’m not talking about macroeconomic policy. Oh, and finally I exclude both transition economies (which went from Communist to very poor capitalist circa 1990, and have very different stories) and Ireland, which grew so fast that it’s hard to see anything else.
Here’s what I get:
Growth in GDP per working-age adult, 1985-2007 OECD, LIS
If you squint, maybe you see a very slight negative relationship here (R-squared of 0.02, if you care), but it’s not much. Basically, there isn’t much difference in growth rates overall; the low-inequality northern Europeans have a range of outcomes not noticeably different from the high-inequality Anglo-Saxons.
I might also note that low inequality is no protection against financial crisis — the Nordics had some major ones in the early 1990s. Also Denmark and the Netherlands have very high levels of household debt.
It’s important to realize that the absence of any clear relationship is a big win for progressives: right-wingers always claim that any attempt to reduce inequality will hurt the feelings of job creators and kill growth, but there’s not a hint of that problem in the data. But not much evidence that failure to reduce inequality kills growth, either. And I personally am making an effort not to be greedy — not to claim that a drive against inequality, which I view as crucially important for social and political reasons, is also the cure for lots of other things.
Riflessioni su ineguaglianza e crescita
È un po’ che utilizzo il caso della ricerca sull’ineguaglianza e sulla crescita come un esempio di un tema nel quale i progressisti dovrebbero non permettersi di arrivare alle loro conclusioni per effetto di un modo di ragionare ottimistico; se l’ineguaglianza non fosse soltanto una cosa sbagliata, ma fosse anche negativa per l’economia, ciò si attaglierebbe perfettamente alla nostra concezione del mondo, ma questa è una ragione per fare il possibile per non accettare quella conclusione troppo facilmente. Ma quanto ne sappiamo, in realtà?
Ebbene, ci sono stati un certo numero di studi che sembrano scoprire una relazione negativa, basati tutti su un genere di approccio che attraversa trasversalmente vari paesi del mondo (alcuni anche con aspetti relativi alle serie temporali). Quale è dunque il mio problema? In termini generali, io ho dubbi sull’intera metodologia delle regressioni in materia di crescita, che presenta molti problemi nella individuazione delle cause (si ricordi, è la metodologia che stava dietro lo studio di Reinhart-Rogoff sulla cosiddetta soglia del debito). Oltre a ciò, tra ineguaglianza e crescita non c’è affatto una relazione straordinaria e semplice; tutti i risultati dipendono da manipolazioni dei dati abbastanza elaborate, la qual cosa potrebbe essere giusta ma potrebbe anche far emergere una relazione che in realtà non esiste.
Consentitemi di mostrarvi una immagine che illustra quello che io penso che sappiamo. Esso confronta l’ineguaglianza con la crescita; ho fatto alcune scelte di dati che altri potrebbero voler fare diversamente, dunque fatemi spiegare quei dettagli. Anzitutto, invece dei semplici indici Gini [1], utilizzo i nuovi dati di Gornick-Milanovic sulle famiglie che non hanno componenti ultra sessantenni. Inoltre, misuro la crescita del PIL procapite per ogni adulto in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni), giacché il semplice PIL procapite è influenzato in modo significativo dalla divergenza demografica. In terzo luogo, mi riferisco al periodo 1985-2007 – essenzialmente l’epoca della Grande Moderazione – perché non sto parlando di politica macroeconomica [2]. Infine, escludo sia le economie in transizione (che sono passate dal comunismo ad un capitalismo molto povero attorno al 1990, e che hanno storie molto diverse), sia l’Irlanda, che è cresciuta in modo talmente rapido che è difficile affermare niente altro.
Ecco quello che ottengo [3]:
Crescita del PIL per adulti in età di lavoro, 1985-2007. OCSE, LIS [4]
Se strizzate gli occhi potete osservare in questo caso una relazione assai leggermente negativa (se vi interessa, il coefficiente di determinazione [5] è pari a 0,02), ma non è gran cosa. Fondamentalmente, non c’è molta differenza in generale nei tassi di crescita; la bassa ineguaglianza dei nord europei ha una gamma di risultati non apprezzabilmente diversa dall’alta ineguaglianza degli anglosassoni [6].
Potrei anche osservare che la bassa ineguaglianza non è una protezione contro le crisi finanziarie – i paesi nordici ne hanno avute alcune importanti nei primi anni ’90. Inoltre, la Danimarca e l’Olanda hanno livelli molto elevati di debito delle famiglie.
È importante comprendere che la assenza di una chiara relazione è un grande successo per i progressisti: la destra sostiene in continuazione che ogni tentativo di ridurre l’ineguaglianza è destinato a ferire i sentimenti di coloro che creano posti di lavoro e a spengere la crescita, ma nei dati non c’è alcun cenno di quel problema. Ma non ci sono neanche molte prove che il non riuscire a ridurre l’ineguaglianza spenge la crescita. Ed io personalmente sto facendo uno sforzo per non essere ingordo – ovvero per non sostenere che una spinta contro l’ineguaglianza, che io considero importante in modo così fondamentale per ragioni sociali e politiche, sia anche la cura per una quantità di altre cose.
[1] Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. Si può incontrare la notazione con indice di Gini espresso in percentuale (0% – 100%), ovvero anche tra 0 e 100.(Wikipedia)
[2] Ovvero, suppongo, perché gli è più utile riferirsi ad un periodo più omogeneo, piuttosto che includere annualità con marcate caratteristiche derivanti dal ciclo economico.
[3] La tabella mostra l’andamento dei vari paesi in quei 22 anni, sulla linea verticale indicano il tasso di crescita del PIL procapite della popolazione in età di lavoro, su quella orizzontale l’indice Gini.
[4] Una Fondazione di ricerche economiche con sede in Lussemburgo.
[5] La proporzione tra la variabilità dei dati e la correttezza del modello statistico utilizzato.
[6] Se posso, per così dire, ‘intromettermi’, si può però anche considerare che forse non è del tutto casuale che i paesi europei in crisi (Spagna, Grecia ed Italia) – che pure ebbero in quel periodo andamenti del PIL diversi tra di loro – mostrano tutti coefficienti di disuguaglianza vicini alle punte più elevate dei paesi anglosassoni (Regno Unito, USA ed Australia), e distanti dai paesi del nord Europa ed anche da Germania e Francia.
giugno 6, 2015
Jun 6 6:33 am
Noah Smith sort-of approvingly quotes Russ Roberts, who views all macroeconomic positions as stalking horses for political goals, and declares in particular that
Krugman is a Keynesian because he wants bigger government. I’m an anti-Keynesian because I want smaller government.
OK, I’m not going to clutch my pearls and ask for the smelling salts. Politics can shape our views, in ways we may not recognize. But I’m aware of that risk, and make a regular practice of asking myself whether I’m letting that kind of bias slip in. In fact, I lean against studies that seem too much in tune with my political preferences. For example, I’ve been aggressively skeptical of studies that seem to show a negative relationship between inequality and growth, precisely because that result is so convenient for my political tribe (which doesn’t mean that it’s wrong.)
So, am I a Keynesian because I want bigger government? If I were, shouldn’t I be advocating permanent expansion rather than temporary measures? Shouldn’t I be for stimulus all the time, not only when we’re at the zero lower bound? When I do call for bigger government — universal health care, higher Social Security benefits — shouldn’t I be pushing these things as job-creation measures? (I don’t think I ever have). I think if you look at the record, I’ve always argued for temporary fiscal expansion, and only when monetary policy is constrained. Meanwhile, my advocacy of an expanded welfare state has always been made on its own grounds, not in terms of alleged business cycle benefits.
In other words, I’ve been making policy arguments the way one would if one sincerely believed that fiscal policy helps fight unemployment under certain conditions, and not at all in the way one would if trying to use the slump as an excuse for permanently bigger government.
But in that case, why am I a Keynesian? Maybe because of convincing evidence?
First of all, the case for viewing most recessions — and the Great Recession in particular — as failures of aggregate demand is overwhelming.
Now, this could be a case for using monetary rather than fiscal policy — and that actually is the policy I advocate in response to garden-variety slumps. But when the slump pushes rates down to zero, and that’s still not enough, any simple model I can think of says that fiscal expansion can be a useful supplement, while fiscal austerity makes a bad situation worse.
And while it’s true that there was limited direct evidence on the effects of fiscal policy 6 or 7 years ago, there’s now a lot, and it’s very supportive of a Keynesian view.
The point is that while it’s definitely OK to scrutinize economists’ motives — to ask whether they’re responding to logic and evidence, or just talking their political book — assertions that it’s all politics deserve the same scrutiny. Is my behavior consistent with claims that my views are purely a reflection of my political preference? And if it isn’t — which I don’t think it is — what’s driving such claims? Might it be … politics, deployed on behalf of economic doctrines that have lost the substantive debate?
Perchè sono un keynesiano?
Noah Smith cita, in qualche modo approvandolo, Russ Roberts, che considera le varie posizioni macroeconomiche come sotterfugi per obbiettivi politici, e dichiara in particolare:
“Krugman è un keynesiano perché vuole uno Stato più ampio. Io sono anti keynesiano perché lo voglio più ristretto.”
Va bene, non mi sgomento per questo e non chiederò i sali per rinvenire[1]. La politica può condizionare i nostri punti di vista in modi che possiamo non riconoscere. Ma sono consapevole di questo rischio, e con regolarità sono abituato a chiedermi se non sto rischiando che quel genere di inclinazione si introduca di soppiatto. Riconosco di appoggiarmi a studi che sembrano troppo in consonanza con le mie preferenze politiche. Così, ad esempio, io sono stato aggressivamente scettico su studi che sembrano mostrare una relazione tra l’ineguaglianza e la crescita, proprio perché quel risultato sarebbe molto conveniente per la mia parte politica (il che non significa che siano sbagliati) [2].
Dunque, sono un keynesiano perché voglio uno Stato più forte? Se lo fossi, non dovrei sostenere misure di espansione permanenti anziché temporanee? Non dovrei essere a favore di misure di sostegno in ogni epoca, e non solo quando siamo al limite inferiore dello zero nei tassi di interesse? Quando mi pronuncio per uno Stato più forte – per l’assistenza sanitaria universale, per sussidi della Previdenza Sociale più elevati – non dovrei spingere queste soluzioni in quanto misure che creano posti di lavoro (non penso di averlo mai fatto)? Penso, se guardate alla mia documentazione, di essermi sempre espresso per una espansione temporanea della finanza pubblica, e soltanto quando la politica monetaria ha dei limiti. Al contempo, il mio sostegno ad uno stato assistenziale più vasto è sempre stato fatto su quelle basi, non in termini di pretesi benefici per il ciclo economico.
In altre parole, io sto usando argomenti politici nel modo in cui dovrebbe fare chi crede che la politica della finanza pubblica solo a certe condizioni può contribuire a combattere la disoccupazione, e niente affatto nel modo in cui farebbe qualcuno che cercasse di usare la recessione come una scusa per uno Stato permanentemente più forte.
Ma allora, perché sono un keynesiano? Forse sulla base di testimonianze convincenti?
Prima di tutto, c’è l’argomento schiacciante che deriva dal considerare che gran parte delle recessioni – e della Grande Recessione in particolare – sono cadute della domanda aggregata.
Ora, questo potrebbe essere un argomento per utilizzare la politica monetaria anziché quella della finanza pubblica – e quella è effettivamente la politica che io sostengo in risposta a recessioni ordinarie. Ma quando la crisi spinge i tassi di interesse allo zero, e quello ancora non basta, ogni semplice modello al quale mi posso riferire dice che l’espansione della finanza pubblica può essere un contributo utile, mentre l’austerità della finanza pubblica rende la situazione peggiore.
E mentre è vero che c’erano limitate testimonianze dirette sugli effetti della politica della finanza pubblica 6 o 7 anni orsono, adesso ce ne sono molte, e sono di grande sostegno al punto di vista keynesiano.
Il punto è che mentre è senz’altro giusto esaminare in dettaglio i motivi degli economisti – per chiedere se essi stanno rispondendo alla logica ed alle prove, oppure se stanno solo esprimendo le loro scommesse politiche – anche le affermazioni per le quali ‘tutto è politica’ meritano la stessa analisi scrupolosa. Il mio comportamento è coerente con le affermazioni secondo le quali i miei punti di vista sono un puro riflesso delle mie preferenze politiche? E se non lo è – come io penso – cos’è che guida tali affermazioni? Potrebbe darsi che sia …. la politica, che scende in campo nell’interesse di dottrine economiche che hanno perso sul terreno sostanziale del confronto?
[1] “Clutch my pearls” è una espressione idiomatica, letteralmente “afferrare, portar le mani alle perle (alla propria collana di perle)”, e indica la sensazione di paura che deriva dalla impressione di aver subito il furto di quell’oggetto di valore. I “sali” sono effettivamente i sali che servono a far rinvenire una persona che sta per svenire.
[2] Suppongo che qua Krugman intenda riferirsi ad un giudizio critico che aveva inizialmente espresso su un posizione di Stiglitz in ordine al rapporto appunto tra ineguaglianza e scarsa crescita, e che poi aveva in parte almeno sottoposto a revisione, ammettendo di essere stato, diciamo così, troppo ‘scrupoloso’. Si veda, per un ricostruzione di tali posizioni, la mia nota del 2 gennaio 2014 dal titolo “Diseguaglianze: l’evoluzione della riflessione di Krugman”, che ricostruisce tali prese di posizione.
giugno 6, 2015
Jun 6 6:01 am
Way back, when it wasn’t entirely silly to say that there was a real debate about the impact of fiscal and monetary policy in a liquidity trap, there were really two big issues on which academics like me and those who claimed to be wise about such matters but didn’t do models differed. One was inflation; the other was interest rates, where there were many dire warnings about the impact of budget deficits, but basic macroeconomics said otherwise.
You might think that six years of low rates would have settled that dispute, but we live in an age of derp. Indeed, what’s really remarkable is the enduring conviction of the other side that it knows what the market — “Mr. Market”, in Robert Peston’s phrase — wants, even though actual market results have been very much what liquidity-trap theory predicted.
Yet to the extent that the peddlers of interest rate derp acknowledge this at all, they berate markets for not behaving as they should. Remember when Alan Greenspan declared the failure of interest rates to spike and inflation to take off “regrettable“? (When I ran into another well-known figure a few months ago, he did concede that “The market seem to agree with you,” but his tone was quite bitter.)
Now Jonathan Portes points out that the recent UK election offers a natural experiment: the surprising result, which gave the Tories an outright majority, also means much more austerity looking forward than one would have expected otherwise. So did Mr. Market respond by driving down long-term interest rates? No — there was no bond-market response at all.
This ought to move the discussion. But after all these years, I’ve long since stopped expecting any such thing.
Parla il Signor Mercato
Nel passato, quando non era stupido dire che c’era un dibattito vero sull’impatto della politica della finanza pubblica e monetaria in una trappola di liquidità, c’erano in realtà due grandi temi sui quali gli accademici come me e coloro che pretendevano di essere saggi ma non lo erano, utilizzavano per davvero modelli diversi. Uno era l’inflazione; l’altro erano i tassi di interesse, a proposito dei quali si diffondevano molti ammonimenti tremendi sull’impatto dei deficit di bilancio, mentre la macroeconomia di base diceva l’opposto.
Potreste pensare che sei anni di bassi tassi abbiano risolto quella disputa, ma viviamo in un’epoca di “derp” (“ottusi”). In effetti, quello che è davvero considerevole è la perdurante sicurezza da parte dell’altro schieramento di conoscere cosa vuole il mercato – “il signor Mercato”, per usare la frase di Robert Preston -, anche se i risultati del mercato effettivo sono stati in gran parte quelli che la teoria della trappola di liquidità aveva previsto.
Tuttavia, ammesso che i divulgatori della ottusità sul tasso di interesse in qualche modo riconoscano questa circostanza, essi rimproverano i mercati perché non si comportano come dovrebbero. Ricordate quando Alan Greenspan dichiarò che il fatto che i tassi di interesse non si impennassero e l’inflazione non decollasse era “deplorevole”? (quando, pochi mesi orsono, mi incontrai con un altro ben noto personaggio, egli ammise che “Il mercato sembra convenire con lei”, ma il suo tono era abbastanza rancoroso).
Adesso Jonathan Portes mette in evidenza che le recenti elezioni nel Regno Unito offrono un esperimento naturale [1]: il sorprendente risultato, che ha dato ai conservatori una maggioranza assoluta, comporta anche, guardando in avanti, molta maggiore austerità di quanto ci si sarebbe aspettati altrimenti. Dunque, il Signor Mercato ha risposto spingendo in basso i tassi di interesse a lungo termine? Niente affatto, non c’è stata alcuna risposta da parte del mercato dei bond.
Questo dovrebbe riaprire una discussione. Ma dopo tutti questi anni, è molto tempo che io ho smesso di aspettarmi cose del genere.
[1] L’articolo di Portes appare sul blog dell’Institute of Economic and Social Research, che lui stesso dirige. Nell’articolo si sostengono un po’ più ampiamente gli stessi concetti di questo post di Krugman, con l’aggiunta di una tabella sulla evoluzione più recente dei bond statunitensi e del Regno Unito (i “gilt”, secondo una espressione antica che significa “aurei”), che mostra una sostanziale somiglianza e soprattutto un andamento piatto a partire in particolare dal maggio di quest’anno.
giugno 6, 2015
Jun 6 1:55 am
The doctrine of expansionary austerity — the claim that slashing spending would actually boost demand and employment, because it would have such positive effects on confidence that this would outweigh the direct drag — was immensely popular among policymakers in 2010, as the great turn toward austerity began. But the statistical underpinnings of the doctrine fell apart under scrutiny: the methods Alberto Alesina used to identify changes in fiscal policy did not, it turned out, do a very good job, and more careful work found that historically austerity has in fact been contractionary after all. Moreover, the experience of austerity programs seemed to confirm what Keynesians new and old had warned from the beginning — that the negative effects of austerity are much larger under conditions where they cannot be offset by conventional monetary policy.
So at this point research economists overwhelmingly believe that austerity is contractionary (and that stimulus is expansionary). Surveys show overwhelming support among US economists for the proposition that the ARRA was a job creator, a huge majority of British academics denying that the Cameron austerity program was positive for growth. The Federal Reserve, the IMF, the OECD, the OBR, and more believe that austerity is contractionary. Nothing in economics is every settled for good, but for now at least expansionary austerity has virtually collapsed as a doctrine taken seriously by researchers.
Nonetheless, Simon Wren-Lewis points us to Robert Peston of the BBC declaring
I am simply pointing out that there is a debate here (though Krugman, Wren-Lewis and Portes are utterly persuaded they’ve won this match – and take the somewhat patronising view that voters who think differently are ignorant sheep led astray by a malign or blinkered media).
Wow. Yes, I suppose that “there is a debate” — there are debates about lots of things, from climate change to evolution to alien spaceships hidden in Area 51. But to suggest that this debate is at all symmetric is just wrong — and deeply misleading to one’s audience.
As for the claim that it’s somehow patronizing to suggest that voters are ill-informed when (a) macroeconomics is a technical subject, and (b) the media have indeed misreported the state of the professional debate — well, this is sort of an economic version of the line that one must not suggest that the Iraq war was launched on false pretenses, because this would be disrespectful to the troops. If you’re being accused of misleading reporting, it’s hardly a defense to say that the public believed your misinformation — more like a self-indictment.
Again, we’re not talking about the truth of how fiscal policy works so much as the state of professional opinion on that question, which is very one-sided. And it’s actually disturbing to see reporters unwilling to admit that simple reality.
Ci sono opinioni diverse sulla forma della macroeconomia [1]
La dottrina dell’austerità espansiva – l’argomento secondo il quale abbattere la spesa incoraggerebbe effettivamente la domanda e l’occupazione, perché avrebbe tali effetti positivi sulla fiducia che supererebbero il prelievo diretto – nel 2010 era immensamente popolare tra gli operatori politici, al momento in cui ebbe inizio la grande svolta verso l’austerità. Ma i sostegni statistici andarono in pezzi ad una valutazione più attenta: si scoprì che i metodi utilizzati da Alberto Alesina per identificare i mutamenti nella politica della finanza pubblica non erano stati davvero un buon lavoro, e uno studio più scrupoloso mostrò che di fatto, in fin dei conti, l’austerità aveva avuto storicamente effetti di contrazione. Inoltre, l’esperienza dei programmi di austerità parve confermare quello per cui i keynesiani vecchi e nuovi avevano messo in guardia sin dall’inizio – ovvero che gli effetti negativi dell’austerità sono molto più ampi nelle condizioni nelle quali non possono essere bilanciati da politiche monetarie convenzionali.
Dunque a questo punto gli economisti che fanno ricerche credono in modo schiacciante che l’austerità abbia effetti di contrazione (e che la spesa pubblica abbia effetti espansivi). I sondaggi mostrano un sostegno schiacciante tra gli economisti statunitensi al concetto secondo il quale la legge per la ripresa e gli investimenti negli Stati Uniti [2] abbia creato posti di lavoro, una ampia maggioranza di accademici britannici nega che il programma dell’austerità di Cameron sia stato positivo per la crescita. La Federal Reserve, il FMI, l’OCSE, l’OBR [3] ed altri credono che l’austerità abbia effetti di contrazione. In economia niente è stabilito una volta per tutte, ma a questo punto l’austerità espansiva è almeno virtualmente crollata come una dottrina che gli economisti prendono sul serio.
Nondimeno, Simon Wren-Lewis ci rimanda a Robert Peston della BBC, i quale dichiara:
“Io sto semplicemente mettendo in evidenza che in questo caso c’è un dibattito (sebbene Krugman, Wren-Lewis e Portes siano completamente persuasi di aver vinto la partita – ed assumano un punto di vista in qualche modo condiscendente secondo il quale gli elettori che la pensano diversamente sono pecorelle ignoranti fuorviate da media malefici e con i paraocchi.)”
Caspita! È vero, suppongo che “ci sia un dibattito” – ci sono dibattiti su un mucchio di cose, dal cambiamento climatico, all’evoluzione, alle navi spaziali degli alieni nascoste nell’area 51 [4]. Ma dire che questo dibattito è del tutto simmetrico è proprio sbagliato – e profondamente fuorviante per il proprio pubblico.
Quanto all’argomento che esso in qualche modo sia incline a suggerire che gli elettori siano male informati, considerato che (a) la macroeconomia è un tema tecnico, e (b) i media hanno in effetti fornito resoconti fuorvianti sullo stato del dibattito tra i professionisti – ebbene, questa è una specie di versione economica della linea secondo la quale a nessuno può essere consentito di suggerire che la guerra in Iraq fosse stata intrapresa sulla base di falsi pretesti, in quanto sarebbe irrispettoso per le truppe. Se venite accusati di resoconti fuorvianti, replicare che l’opinione pubblica ha creduto nella vostra cattiva informazione, difficilmente può essere considerata una difesa – assomiglia di più ad una auto accusa.
Ancora, non stiamo parlando tanto del fatto oggettivo di come funzioni la politica della finanza pubblica, quanto delle opinioni professionali su quel tema, che sono del tutto convergenti in un’unica direzione. E per la verità è irritante constatare che ci sono giornalisti indisponibili ad ammettere quella semplice verità.
[1] Krugman utilizza qua la stessa espressione ironica che aveva coniato all’epoca della guerra in Iraq per attaccare i giornalisti che pretendevano di non essere ‘faziosi’ perché usavano la tecnica giornalistica di descrivere tutto come opinabile, pur in presenza di evidenti falsificazioni. In quella occasione scrisse che si era arrivati al punto che, se George Bush avesse detto che la Terra è piatta, gran parte dei giornali avrebbero titolato che “era in corso un dibattito sulla forma del Pianeta”.
[2] ARRA è la sigla di “American Recovery and Reinvestment Act”.
[3] È la sigla dell’Ufficio della Responsabilità di Bilancio del Regno Unito.
[4] L’Area 51, inizialmente chiamata “Nevada Test Site – 51″ e successivamente ribattezzata con il nome attuale, fa parte di una vasta zona militare operativa di 26 000 km² (circa l’equivalente della superficie della Sardegna) situata vicino al villaggio di Rachel a circa 150 km a nord-ovest di Las Vegas, nel sud dello stato statunitense del Nevada. Nonostante sia situata nella vasta regione appartenente alla Nellis Air Force Base, le strutture nei pressi del Groom Lake sembrano essere gestite come se fossero un distaccamento dell’Air Force Flight Test Center della base aerea di Edwards nel Deserto del Mojave e, come tale, la base è nota con il nome di Air Force Flight Test Center (Detachment 3) … Gli elevati livelli di segretezza che circondano la base e il fatto che la sua esistenza sia solo vagamente ammessa dal governo statunitense ha reso questa base un tipico soggetto delle teorie del complotto e protagonista del folklore ufologico. (Wikipedia)
giugno 4, 2015
Jun 4 10:37 am
Grr. I’ve been meaning to write about the Texas economic stumble, but have to some extent been scooped by the business desk. Still, there’s more to say, particularly about the role of the energy sector in the previous boom.
There are various estimates out there, many of which seem to me to understate the case. Here’s the approach that makes sense to me: look at the BEA data on state-level real GDP by sector, and ask how much of the growth in overall GDP can be accounted for by growth in mining, including both direct output and support activities. Here’s what I get, for Texas and the nation as a whole:
How I read this: if mining growth had been the only thing driving overall Texas growth, it would have caused the state economy to grow by 6.7 percent over the period 2005-2013, compared with 1 percent for the nation as a whole. Meanwhile, overall Texas growth was 22 points more than overall US growth; so I’d say that a quarter of the difference can be attributed to the energy-sector surge.
But we don’t want to stop there: there’s also a multiplier effect, as energy jobs boost demand for other goods and services. Nakamura and Steinsson put regional multipliers at 1.5. Including that effect, I get the mining boom accounting for 35 or more percent of the excess Texas growth — let’s say a third.
It’s not the whole story; cheap housing and the still-ongoing southward shift thanks to air conditioning are also likely factors. But fracking-related growth has been big enough that the Texas slowdown now that oil prices are way down makes a lot of sense.
L’estrazione di gas tramite la “fratturazione” e il mancato miracolo del Texas
Che rabbia. Avevo intenzione di scrivere sul passo falso dell’economia del Texas, ma in qualche misura mi è stato scippato l’argomento dalla pagina dell’economia [1]. Eppure, c’è altro da dire, in particolare a proposito del ruolo del settore energetico nel boom precedente.
A tale proposito, ci sono molte stime in circolazione, molte delle quali mi sembrano sottovalutare la questione. Ecco l’approccio che a me sembra giusto: si guardi alle statistiche della BEA [2] sui PIL reali per settore al livello degli Stati e ci si chieda quanto della crescita del PIL complessivo possa essere messa nel conto dell’attività estrattiva, includendo sia la produzione diretta che le attività di supporto. Ecco cosa ottengo, per il Texas e per la nazione nel complesso :
Io lo leggo in questo modo: se la crescita del settore estrattivo è stato il solo fattore a guidare la crescita complessiva del Texas, essa avrebbe dovuto provocare una crescita dell’economia di quello Stato per il 6,7 per cento nel periodo 2005-2013, a confronto dell’1 per cento della nazione nel suo complesso. Nel frattempo, la crescita complessiva del Texas è stata di 22 punti superiore della crescita complessiva degli Stati Uniti, cosicché posso affermare che un quarto della differenza può essere attribuita all’aumento del settore energetico.
Ma non è il caso di fermarci qua: c’è anche l’effetto di moltiplicatore, dal momento che i posti di lavoro nell’energia promuovono la domanda per altri beni e servizi. Nakamura e Steinsson fissano i moltiplicatori regionali all’1,5 per cento. Includendo quell’effetto, ottengo che il boom dell’attività estrattiva pesa per un 35 percento o più dell’eccesso della crescita del Texas – diciamo per un terzo.
Non è tutta la spiegazione; il prezzo conveniente delle abitazioni e l’ancora perdurante spostamento della popolazione verso il Sud grazie all’aria condizionata, sono altri probabili fattori. Ma la crescita connessa con il fracking è stata grande a sufficienza da spiegare il rallentamento del Texas, ora che i prezzi del petrolio sono calati.
[1] Traduco così, perché noto che esistono alcuni siti con questo nome che si occupano esclusivamente di temi economici e la connessione mostra un articolo apparso sulla pagina economica del New York Times in questi giorni sull’economia texana. Dunque la ‘rabbia’ dipenderebbe dall’aver perso l’esclusiva (“Scooped” non significa in realtà “scippato”, ma “svuotato”).
[2] Bureau of Economic Analysis, sito del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti.
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