Blog di Krugman

Piccoli grandi uomini (16 giugno 2015)

 

Jun 16 9:15 am

Little Big Men

The big question about the supposed Republican frontrunner is “Jeb! Why???” What does he have to offer? What does he stand for?

Well, yesterday we got a sort of answer: he’s going to run as the candidate of economic growth, which he claims to know something about because as governor of Florida he had the honor of presiding over a huge housing bubble. But it’s an even odder choice of themes than this fact implies.

First of all, isn’t it weird how conservatives have convinced themselves that they have the secrets of growth? It’s as if a bunch of guys who are only 5’7″ (my height, btw) were running around in the firm belief that they’re all 6’2″. Nothing at all in the historical record supports this belief. Here’s the growth in real GDP under several presidents:

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In case you’re wondering, Obama is below Bush at this point, but since Bush ended with a severe recession that continued into Obama’s first year, it’s almost certain that the full 8-year growth will be higher under the current president.

But Jeb! isn’t just drawing on the general conservative growth delusion. He’s piggybacking completely on his brother’s institute, which has a much-derided 4-percent growth project. FYI, the institute’s founding executive director was James K. Glassman, described by the Bush Center’s site as having “written three books on investing.” Indeed, and one of those books was “Dow 36,000.”

So Jeb! insists that he’s not his brother — he’s even replaced his last name with a punctuation mark — and is portrayed by sympathetic reporters as the serious, wonky member of the family that must not be named. But the best he can come up with in his campaign launch is some lukewarm leftovers from his brother’s already pretty sad excuse for a research institute.

Update: According to Politico, the 4 percent project was Jeb!’s idea. OK, but still pretty sad.

This has to be one of the laziest campaigns ever.

 

Piccoli grandi uomini

La grande domanda a proposito del presunto favorito alle primarie repubblicane è: “Jeb! Perché?” Cosa ha da offrire? Cosa rappresenta?

Ebbene, ieri abbiamo avuto una specie di risposta: egli intende competere come il candidato della crescita economica, che egli pretende di conoscere perché nelle sue vesti di Governatore della Florida ha avuto l’onore di governare nel corso di una vasta bolla immobiliare. Ma questo fatto implica una varietà di temi ancora più fantastica.

Prima di tutto, non è bizzarro come i conservatori si siano persuasi di possedere i segreti della crescita? È come se un gruppo di individui che sono alti soltanto 5 piedi e 7 pollici (per combinazione, la mia altezza) stessero competendo nella ferma convinzione di essere tutti alti 6 piedi e 2 pollici [1]. Niente nelle serie storiche sostiene questa convinzione. Ecco qua la crescita in PIL reale sotto vari presidenti:

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Nel caso ve lo chiedeste, a questo punto Obama è al di sotto di Bush, ma dato che Bush terminò con una grave recessione che proseguì nel primo anno di Obama, è quasi certo che l’intera crescita durante gli otto anni sarà più elevata per il Presidente attualmente in carica.

Ma “Jeb!” [2] non sta soltanto attingendo alla generale illusione conservatrice sulla crescita. Egli si è completamente sdraiato sull’Istituto di suo fratello, che ha un progetto di crescita del 4 per cento sul quale è stata fatta molta ironia. Il FYI, l’Istituto il cui direttore esecutivo e fondatore è stato James K. Glassman, viene descritto dal sito del Bush Center per aver “scritto tre libri sugli investimenti”. Per la verità, uno di quei libri fu “Dow 36.000” [3].

Dunque “Jeb!” insiste di non essere suo fratello – ha persino rimpiazzato il suo cognome con un punto esclamativo – e viene raffigurato da giornalisti compiacenti come il serio, studioso componente di una famiglia che non deve essere nominata. Ma il meglio che può farsi venire in mente nel lancio della sua campagna elettorale sono alcuni tiepidi rimasugli di una già abbastanza triste giustificazione da parte di un istituto di ricerca di suo fratello.

 

Correzione: Secondo il blog Politico il progetto del 4 per cento è stata un’idea di “Jeb!”. Ne prendo atto, ma resta abbastanza triste. Questa è destinata ad essere una delle campagne elettorali più sciatte della storia.

 

 

[1] Mi pare che nel primo caso dovrebbe essere circa 1 metro e 70 centimetri, mentre nel secondo circa 1 metro e 83 centimetri.

[2] Come si è visto al post precedente, il nome di Bush col punto esclamativo è stato presentato in questi giorni come il logo elettorale di Jeb Bush. Pare che la ragione principale di riferire solo il nome e l’aggiunta dell’esclamativo siano una ‘mossa’ comunicativa per allontanare i rischi di un accostamento negativo col Bush della guerra in Iraq (il punto esclamativo, si può arguire, sta a significare che quello che conta è il nome!)

[3] Il libro, dello stesso Glassman e di Kevin A. Asset, venne pubblicato nel 1999, alla vigilia dello scoppio della bolla dei prodotti informatici, e prevedendo appunto una forte crescita del mercato dei titoli Dow Jones negli anni successivi, si guadagnò un grande discredito.

 

 

 

Bolla! (15 giugno 2015)

giugno 15, 2015

 

Jun 15 7:16 pm

Bubble!

It’s tempting! to ridicule! Jeb Bush! over his ludicrous campaign logo! But it would be wrong.

He should, instead, be ridiculed over his ludicrous, self-aggrandizing economic claims.

Incredibly, Jeb! is running on his economic record as governor of Florida, on the claim that he knows how to create growth — 4 percent growth, no less — because of the way Florida prospered during his term in office:

We made Florida number one in job creation and number one in small business creation. 1.3 million new jobs, 4.4 percent growth, higher family income, eight balanced budgets, and tax cuts eight years in a row that saved our people and businesses 19 billion dollars.

During those years, of course, Florida experienced the mother of all housing bubbles — and when the bubble burst (luckily for Jeb! just after he left office) it promptly wiped out 900,000 of those 1.3 million jobs:

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So Jeb! is basically promising that as president, he can generate Florida-style bubbles, which bring disaster when they burst, to the rest of America!

And not incidentally, you might think that the debacle in Kansas would finally kill any notion that conservatives know the secrets of rapid growth. I know, derp abides, but still.

Consider, if you will, the contrast. Hillary Clinton has come under some criticism over the question of whether she really has a plan to achieve her populist agenda. Are there really policies that can reverse the rise in inequality? Could she get them through Congress?

But Jeb! is living in a world of pure fantasy, in which supply-side policies can produce economic miracles despite abundant evidence that they do no such thing. He’s even put a ludicrous number on the goal — 4 percent growth, which nobody has any idea how to achieve.

This is a lot funnier than his adventures in punctuation.

 

Bolla!

Il ridicolo (!) logo della campagna elettorale di Jeb Bush (!) fa proprio venir voglia di fare dell’ironia [1](!) Ma sarebbe sbagliato.

Egli dovrebbe piuttosto essere oggetto di ironia per i suoi comici, auto enfatici argomenti economici.

In modo incredibile, “Jeb!” va avanti sul tema delle sue prestazioni economiche come Governatore della Florida, nella pretesa di sapere come creare crescita – 4 per cento di crescita, niente di meno – per il modo in cui la Florida prosperò negli anni in cui fu in carica:

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“Facemmo della Florida il numero uno nella creazione di posti di lavoro e il numero uno nella creazione di piccole imprese, Un milione e trecentomila posti di lavoro, una crescita del 4,4 per cento, il reddito familiare più alto, otto bilanci in pareggio ed otto anni di sgravi fiscali in un percorso che fece risparmiare ai nostri cittadini e alle nostre imprese 19 miliardi di dollari.”

Durante quegli anni, come si sa, la Florida conobbe l’esperienza della madre di tutte le bolle immobiliari – e quando la bolla scoppiò (fortunatamente per “Jeb!”, subito dopo aver lasciato l’incarico!) spazzò immediatamente via 900.000 di quel milione e 300 mila posti di lavoro.

Dunque “Jeb!” fondamentalmente sta promettendo che, come Presidente, egli potrà dar vita a bolle del genere di quella della Florida, che quando scoppiano portano disastri al resto dell’America!

E non incidentalmente, sarebbe il caso di pensare che la debacle in Kansas abbia finalmente liquidato ogni idea che i conservatori conoscono i secreti della rapida crescita. Lo so, resta la faccenda del “derp”, eppure ….

Se volete, considerate il caso opposto. Hillary Clinton è stata sottoposta a qualche critica sulla questione se effettivamente abbia un programma per portare a compimento il suo programma ‘populista’. Ci sono realmente politiche che possano invertire la crescita delle diseguaglianze? Potrebbe farle approvare dal Congresso?

Eppure “Jeb!” vive in un mondo di fantasia pura, nel quale le politiche dal lato dell’offerta possono produrre miracoli economici nonostante una quantità di prove dimostrino che non fanno niente del genere. Ha persino stabilito un numero nel suo obbiettivo – il 4 per cento di crescita, che nessuno ha idea di come ottenere.

Questo è un bel po’ più divertente delle sue avventure nella punteggiatura.

 

[1] Il logo di Bush è semplicemente “Jeb!”. Quindi Krugman nel post – chissà se non continuerà a farlo per tutto il periodo elettorale – continua a chiamarlo col punto esclamativo (e questo spiega, all’inizio, l’abbondanza ironica di punti esclamativi).

 

 

 

 

L’assenza di slancio di Jeb (15 giugno 2015)

giugno 15, 2015

 

Jun 15 8:02 am

Absence of Jebmentum

Nate Cohn notes Jeb Bush’s failure to nail down the GOP nomination, or even to establish himself as the candidate of the Republican “moderates” (I think we always need scare quotes in this context). Jeb is nowhere close to even having the kind of position Mitt Romney had at this stage.

Cohn thinks this is surprising. But may I suggest that we consider the candidate? Why, exactly, is Jeb Bush someone the Republican establishment should coalesce around?

True, he has name recognition — but not the kind you want. Time was that conservative writers fawned over Jeb’s supposed stellar management of the Florida economy, but we now know that it was nothing but a giant housing bubble. What he did do was bring a new intensity of crony capitalism to the state, and in general he has a lot of business career explaining to do.

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Say what you like about Mitt Romney — and there isn’t much that liberals should like — he was at least a successful businessman, someone who managed the Olympics well, and for that matter a successful health care reformer even if he ran away from his own achievement. What, other than his now double-edged family connections, does Bush bring to the table?

 

L’assenza di slancio di Jeb

Nate Cohn osserva l’incapacità di Jeb Bush di prendere una volta per tutte le misure sulla nomination del Partito Repubblicano, o persino di stabilire se egli sia il candidato dei repubblicani “moderati” (in questo contesto, penso siano sempre necessaria la cautela delle virgolette). Jeb non è assolutamente vicino neppure ad avere quella posizione che a questo punto aveva Mitt Romney.

Secondo Cohn questo sarebbe sorprendente. Ma posso suggerire che si rifletta su quale genere di candidato egli sia? Perché Jeb Bush sarebbe qualcuno attorno al quale il gruppo dirigente repubblicano dovrebbe unirsi?

È vero, ha dalla sua la riconoscibilità del nome – ma non del genere che vorreste. C’era un tempo in cui gli scrittori conservatori erano ossequiosi sulla presunta formidabile gestione da parte di Jeb dell’economia della Florida, ma adesso sappiamo che non era niente altro se non una bolla gigantesca. Quello che fece fu portare ad un nuovo livello il rapporto tra il capitalismo clientelare e lo Stato, e in generale un grande percorso di affari che lo spiegano [1].

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Dite quello che volete di Mitt Romney – e non c’è molto che dovrebbe piacere a dei progressisti – almeno fu un imprenditore di successo, uno che gestì bene i giochi olimpici, e per quello che conta una riformatore di successo della assistenza sanitaria anche se prese le distanze da questo suo stesso risultato. Cosa può mettere Bush sul tavolo, se non quelle sue aderenze familiari che ora si rivelano a doppio taglio?

 

 

[1] La tabella, che si riferisce alla bolla immobiliare nel periodo 2002-2006, mostra l’intensità di quel fenomeno in Florida (linea blu), assai più grave che negli Stati Uniti nel complesso (linea rossa).

Il riferimento, invece, ad attività affaristiche è spiegato nell’articolo in connessione, che racconta una storia piuttosto oscura legata ad un commercio di pompe idrauliche con un dittatore nigeriano.

 

 

 

 

Non so molto di storia, versione Jeb Bush (14 giugno 2015)

giugno 14, 2015

 

Jun 14 8:57 am

Don’t Know Much About History, Jeb Bush Edition

The erstwhile front-runner tries to get things in order:

By hiring Mr. Diaz, Mr. Bush wanted to send a clear signal that “the culture of the Bush operation will now be a Pickett’s Charge engagement campaign with his main opponents,” according to one Bush ally.

Hmm. Pickett’s Charge is not exactly something you want to emulate …

I find myself thinking about an incident from a while back, where Jeb invoked the spirit of a “mystic warrior':

After more than an hour of solemn ceremony naming Rep. Marco Rubio, R-West Miami, as the 2007-08 House speaker, Gov. Jeb Bush stepped to the podium in the House chamber last week and told a short story about “unleashing Chang,” his “mystical warrior” friend.

Here are Bush’s words, spoken before hundreds of lawmakers and politicians: ”Chang is a mystical warrior. Chang is somebody who believes in conservative principles, believes in entrepreneurial capitalism, believes in moral values that underpin a free society.
”I rely on Chang with great regularity in my public life. He has been by my side and sometimes I let him down. But Chang, this mystical warrior, has never let me down.”

How was he to know that “unleashing Chiang” was about landing Kuomintang troops on the mainland, where they would have been slaughtered? (Maybe that Pickett comparison isn’t so off after all.)

 

Non so molto di storia, versione Jeb Bush

Colui che era in precedenza il favorito, cerca di rimettere le cose in ordine [1]:

“Assumendo il signor Diaz, Bush voleva mandare un chiaro segnale che “la cultura della operazione Bush sarà adesso un impegno sul tipo della ‘Carica di Pickett’ nella campagna con tutti i suoi principali oppositori”, secondo quanto riferito da un alleato di Bush.”

Oddio! La “Carica di Pickett” non è esattamente qualcosa che si dovrebbe voler imitare …. [2]

Mi sono ritrovato a pensare ad un incidente di un po’ di tempo fa, quando Jeb invocò lo spirito di un “combattente esemplare”:

“La scorsa settimana, dopo più di un’ora di solenne cerimonia con la quale il repubblicano Marco Rubio, eletto nel West Miami, è stato nominato Presidente della Camera per gli anni 2008-2008, il Governatore Jeb Bush è salito sul podio della Camera ed ha raccontato una breve storia su un suo amico “combattente esemplare”, “lo scatenato Chang”.

Ecco le parole di Bush, pronunciate dopo centinaia di parlamentari e politici: ‘Chang è un combattente esemplare. Chang è qualcuno che crede nei principi conservatori, crede nel capitalismo di impresa, crede nei valori morali che sorreggono una società libera.’ Nella mia vita pubblica io mi affido con grande regolarità a Chang. Egli è stato al mio fianco e talvolta l’ho deluso. Ma Chang, questo combattente esemplare, non mi ha mai deluso.”

Come faceva Bush a sapere che quella frase sullo “scatenare Chiang” si riferiva allo sbarco delle truppe del Kuomintang sulla terra ferma, dove sarebbero state annientante [3] (dopo tutto, forse il paragone con Pickett non è stato così fuori luogo)?

 

 

[1] La connessione è con un articolo del 13 giugno sul New York Times, che spiega i problemi che Jeb Bush sta incontrando nell’avvio delle primarie del Partito Repubblicano e gli sforzi che intende fare per migliorare la sua posizione. Uno dei problemi più seri che ha avuto in questo primo periodo è stato quella della influenza negativa che gli deriva dalla passata Presidenza del suo fratello maggiore. Tra l’altro, ha nominato un nuovo manager della propria campagna elettorale, Danny Diaz.

[2] La ‘carica’ della fanteria del Generale George Pickett venne ordinata dal Generale sudista Robert E. Lee il 3 luglio del 1863, l’ultimo giorno della battaglia di Gettysburg, durante la Guerra Civile Americana. Doveva servire ad aprire una breccia nella schieramento nordista ma fu inefficace, nonostante una grande perdita di uomini, e alla fine venne considerata una sconfitta decisiva che pose fine alla battaglia dei tre giorni e all’intera campagna del Generale Lee in Pennsylvania.

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[3] Mi pare chiaro che il primo “Chang” è un anonimo amico di Jeb Bush, mentre il secondo Chiang è niente di meno che Chiang Kai-Shek, e la frase sullo “scatenamento” dovrebbe essere stata pronunciata dal Presidente Eisenhower nel 1953, allorché decise di schierare la Settima Flotta, appunto, per assecondare le richieste degli anticomunisti che pensavano che lo Chiang cinese avrebbe sgominato sulla terraferma l’esercito nella neonata Repubblica Popolare.

Resta il mistero della inconsueta celebrazione da parte di Bush del proprio ignoto conoscente.

 

 

 

Regolamentazione ed arbitraggio (intrinsecamente per esperti) (13 giugno 2015)

giugno 13, 2015

 

Jun 13 4:22 pm

Regulation and Arbitrage (Implicitly Wonkish)

According to the FT, the financial fear du jour is no longer Greece, or inflation, or any of the other things that have obsessed markets in recent years; it’s liquidity. We are pointed to a recent column by Stephen Schwarzman, who warns that lack of liquidity (sorry, he said that about ending the tax loophole for equity managers) may cause a financial crisis; Nouriel Roubini agrees.

So what’s all this about? I’ve actually had a hard time understanding much of this discussion, and I don’t think it’s because I’m stupid; I’m pretty sure that the word “liquidity” is being used to refer to two somewhat different things. One is liquidity in the normal sense of “thick markets”, in which someone who wants to sell assets quickly can find buyers without offering fire-sale prices. The other is closer to arbitrage — the presence of investors who will buy assets that are obviously underpriced, and in so doing prevent big deviations of prices from fundamental values. These two things could be related, but aren’t the same — a market in which an individual investor can sell $10 billion in bonds without causing ripples might also be a market in which nobody will step in to buy bonds after a taper tantrum, and vice versa.

Schwarzman seems to be talking about the second of these two issues, what I was taught by Shleifer and Vishny to think of as the limits of arbitrage. As they pointed out almost 20 years ago, much investment is done by financial intermediaries who specialize in particular asset classes, and who tend to find themselves undercapitalized and unable to attract funds when the prices of those assets fall sharply — that is, precisely when they should be buying. This sort of thing probably plays an important role in financial crises, global contagion, etc.. And it would be interesting and important if there’s solid evidence that the problem is getting worse.

But most of the evidence being presented seems to be more about the first issue than the second — bigger intraday swings and so on, which in and of themselves matter only to a handful of players. And you really, really have to wonder about Schwarzman’s claims that financial regulation is actually worsening the problem; he write as if the only reason financial institutions pull back when asset prices are plunging is because government regulators force them to. Amazingly, he holds up bank behavior in 2008 — 2008! — as a model of the kind of stabilizing behavior we have lost:

More generally, banks will not satisfy customers’ needs in a financial crisis as they have in the past. While many banks actively lent in 2008, the new capital requirements will cause banks to hoard capital with an eye toward satisfying the regulators, rather than meeting the needs of their customers.

Just for the record, here’s what happened to prices of subprime-backed securities during the crisis — a pretty clear example of massive overshoot, achieved without a bit of help from Dodd-Frank:

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Maybe there is a real issue here. But as always when you listen to financial insiders, especially when they use language nobody really understands, you have to assume until proven otherwise that they’re talking their book.

 

Regolamentazione ed arbitraggio (intrinsecamente per esperti)

Secondo il Financial Times, la paura finanziaria del giorno non è più la Grecia, o l’inflazione o una delle altre cose che hanno ossessionato i mercati negli anni recenti: è la liquidità. Siamo indirizzati ad un articolo di Stephen Schwarzman, che mette in guardia che la scarsità di liquidità è proprio simile a quando Hitler invase la Polonia (scusate, egli l’ha sostenuto a proposito della interruzione delle elusioni fiscali da parte degli operatori di titoli) può provocare una crisi finanziaria; e Nouriel Roubini concorda.

Dunque, di cosa si tratta? In verità ho qualche difficoltà ad intendere gran parte di questa discussione, e non penso che dipenda dal fatto che sono stupido; sono quasi certo che la parola “liquidità” venga utilizzata per riferirsi a due cose alquanto diverse. Una è la liquidità nel senso normale dei “mercati densi”, nei quali qualcuno che vuole vendere asset può rapidamente trovare compratori senza offrire a prezzi di svendita. L’altra è più vicina all’arbitraggio [1] – la presenza di investitori che vogliono acquistare asset che siano evidentemente sottovalutati, e nel far ciò impediscono grandi variazioni di prezzi dai valori fondamentali. Sono due cose che possono essere in relazione, ma che sono diverse – un mercato nel quale un investitore individuale può vendere 10 milioni di dollari in bond senza provocare effetti a catena può anche essere un mercato nel quale nessuno si farà avanti per acquistare bond dopo una crisi di nervi [2], e viceversa.

Schwarzman sembra stia parlando della seconda tematica, che io avevo appreso da Shleifer e Vishny [3] per riflettere sui limiti dell’arbitraggio. Come essi misero in evidenza circa 20 anni orsono, molti investimenti sono fatti da intermediari finanziari che si specializzano in particolari classi di asset, e tendono a ritrovarsi sottocapitalizzati ed incapaci di attrarre finanziamenti quando i prezzi di quegli asset cadono bruscamente – ovvero, precisamente nel momento in cui dovrebbero acquistare.

Questo genere di situazione gioca probabilmente un ruolo importante nelle crisi finanziarie, nei contagi globali etc. E sarebbe interessante se ci fossero prove solide che questo problema sta diventando peggiore.

Ma gran parte delle prove che vengono presentate sembrano riguardare il primo tema piuttosto che il secondo – le più grandi variazioni infragiornaliere e cose del genere, che in sé e per sé sono importanti solo per una manciata di operatori. E, a proposito degli argomenti di Schwarzman secondo i quali la regolamentazione finanziaria sta effettivamente peggiorando il problema, c’è da restare meravigliati; egli scrive come se l’unica ragione per la quale gli istituti finanziari si ritirano quando i prezzi degli asset stanno crollando dipendesse dai regolatori pubblici che li costringono a farlo. In modo stupefacente, egli rimanda alla condotta delle banche nel 2008 – il 2008! – come un modello di quel genere di comportamento di stabilizzazione che abbiamo perduto:

“Più in generale, le banche non potranno più soddisfare le necessità dei clienti in una crisi finanziaria come facevano nel passato. Mentre molte banche facevano attivamente crediti nel 2008, le nuove regole sui capitali costringeranno le banche ad accumulare capitali con l’occhio rivolto a soddisfare i regolatori, piuttosto che a venire incontro ai bisogni dei loro clienti.”

Solo per memoria, ecco quello che accadde ai prezzi dei titoli garantiti dai subprime durante la crisi – un esempio abbastanza chiaro di un massiccio superamento di ogni limite, ottenuto senza il minimo contributo della Dodd-Frank [4]:

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Può darsi che in questo caso ci sia un problema vero. Ma come sempre quando si ascoltano gli operatori finanziari, specialmente quando utilizzano un linguaggio che nessuno comprende, si deve considerare sino a prova contraria che stiano pensando al loro portafoglio.

 

 

 

 

[1] In finanza, l’Arbitrage Pricing Theory (APT) è un modello in base al quale il rendimento di un titolo azionario è espresso in funzione dei rendimenti di una serie di fattori di rischio (ad es. fattori legati a variabili macroeconomiche come il prezzo del petrolio o il PIL; ma anche fattori di diversa natura). (Wikipedia)

[2] Suppongo che il termine sia “temper tantrum”, altrimenti non saprei come tradurre.

[3] La connessione è con una ricerca del marzo del 1997, apparsa sul Journal of Finance.

[4] Penso che in questo caso “overshoot” sia inteso nel senso di “oltrepassare il bersaglio”, ovvero di una svalutazione che eccede i limiti della ragionevolezza. Come si sa la Dodd-Frank è da alcuni anni la legge statunitense di regolazione del sistema finanziario, che ovviamente nel 2008 non esisteva.

Declino e caduta dei democratici alla Davos (13 giugno 2015)

giugno 13, 2015

 

Jun 13 9:23 am

Decline and Fall of the Davos Democrats

OK, I didn’t see that coming: even though I have come out as a lukewarm opponent of TPP, I assumed that it would happen anyway — the way trade deals (or in this case, dispute settlement and intellectual property deals that pretend to be about trade) always do. But no, or not so far.

A brief aside: I don’t think it’s right to call this a case of Washington “dysfunction”. Dysfunction is when we get outcomes nobody wants, or fail to do things everyone wants done, because there doesn’t seem to be any way to package the politics. In this case, however, people who oppose TPP voted down key enabling measures — that is, they got what they wanted. Calling this “dysfunction” presumes that this deal is a good idea — and that kind of presumption is precisely what got successfully challenged yesterday.

Or to put it another way, one way to see this is as the last stand of the Davos Democrats.

If you talk to administration officials — or at least if I talk to them (they may be telling me what they think I want to hear) — they offer a fairly sophisticated defense of this deal. It’s about geopolitics, they say — America has to be in the game here lest others (obviously including China) supplant our influence; meanwhile, they argue that the troubling aspects of the deal aren’t as troubling as they sound (they make a decent case on dispute settlement, less so on intellectual property). And they argue that the deal would actually improve labor protections in poor countries.

I’m not fully convinced, but this is a reasonable discussion.

But the overall selling of TPP, to some extent by the administration and much more so by its business allies, has been nothing like this. Instead, it has been all lectures from Those Who Know How the Global Economy Works — the kind of people who go to Davos and participate in earnest panels on the skills gap and the case for putting Alan Simpson in charge of everything — to the ignorant hippies who don’t. You know, ignorant hippies like Joseph Stiglitz and Elizabeth Warren.

This kind of thing worked in the 1990s, when Davos Man actually did seem to know how the world works. But now Davos Democrats are known as the people who told us to trust unregulated finance and fear invisible bond vigilantes. They just don’t have the credibility to pull off arguments from authority any more. And it doesn’t say much for their perspicacity that they apparently had no idea that the world has changed.

TPP’s Democratic supporters thought they could dictate to their party like it’s 1999. They can’t.

 

Declino e caduta dei democratici alla Davos

È vero, non me ne ero accorto [1]; anche se mi sono dichiarato un oppositore tiepido del TPP, pensavo che in ogni modo sarebbe successo – nel modo in cui sempre succede con gli accordi sul commercio (o, in questo caso, accordi sulla regolamentazione dei contenziosi e la proprietà intellettuale che pretendono di riguardare il commercio). Invece no, almeno sinora.

Una breve digressione: non penso sia giusto chiamare questo caso un “infortunio” di Washington. Infortunio è quando si ottengono risultati che nessuno vuole, o non si riesce a fare cose che tutti vogliono, perché non sembra ci sia nessun modo di confezionarle in termini politici. In questo caso, tuttavia, le persone che si oppongono al TPP hanno bocciato le misure fondamentali che lo rendono possibile – vale a dire, hanno ottenuto quello che volevano. Chiamarlo “infortunio” presuppone che questo accordo sia una buona idea – ed è precisamente un presupposto di quel tipo che è stato sfidato con successo ieri.

Oppure, per dirla altrimenti, un modo di considerarlo è definirlo come l’ultima posizione dei democratici alla Davos.

Se parlate con dirigenti della Amministrazione – o almeno se ci parlo io (può darsi che loro mi dicano cose che pensano io voglia sentir dire) – essi offrono una difesa abbastanza sofisticata di questo accordo. Dicono che riguarda la geopolitica – l’America in cose come questa deve far parte del gioco, se vuole evitare che altri (inclusi i cinesi, ovviamente) soppiantino la loro influenza¸ al tempo stesso, sostengono che gli aspetti problematici dell’accordo non sono così problematici come sembrano (lo sostengono con qualche argomento nel caso della regolazione dei contenziosi, meno per la proprietà intellettuale). Inoltre sostengono che l’accordo migliorerebbe le protezioni del lavoro nei paesi poveri.

Non sono pienamente convinto, ma è una discussione ragionevole.

Ma la presentazione generale del TPP, in qualche misura da parte della Amministrazione e molto di più da parte dei suoi alleati nell’affare, non è stata niente di simile. Piuttosto, si è trattato di lezioncine da parte di ‘Coloro che Sanno Come il Mondo Funziona’ – il genere di individui che vanno a Davos e fanno parte di comitati giudiziosi sul deficit di competenze professionali (dei lavoratori) e sull’affidare tutte le responsabilità ad Alan Simpson – lezioncine rivolte ad hippy ignoranti che non sanno come va il mondo. Sapete, hippy ignoranti come Joseph Stiglitz ed Elizabeth Warren.

Questo genere di cose andavano bene negli anni ’90, quando sembrava che effettivamente l’Uomo di Davos sapesse come funziona il mondo. Ma adesso i democratici di Davos sono coloro che ci hanno raccontato che dovevamo aver fiducia sulla finanza senza regole ed aver paura degli ‘invisibili guardiani dei bond’ [2]. Costoro non hanno più in alcun modo la credibilità per imporre argomenti su posizioni di autorevolezza. E non depone a favore della loro perspicacia il fatto che sembrino non avere alcuna idea di come il mondo sia cambiato.

I sostenitori del TPP pensavano di potere dettare la linea al loro partito come se fosse il 1999. Invece non possono.

 

[1] Lo spunto di questo post è un articolo del 12 giugno sul NYT, che racconta la sconfitta subita da Obama – per effetto del mancato voto di molti democratici – sull’accordo chiamato del Partenariato del Trans Pacifico. Il titolo dell’articolo era: “Infortunio a Washington, con colpo di scena: i democratici lasciano solo il loro Presidente”.

In italiano, mi sembra, tradurre con “disfunzione” sarebbe assai generico, forse l’intenzione di quell’articolo era alludere piuttosto a un infortunio.

[2] Vedi in inglese sulle note per la traduzione.

 

 

 

Il circuito della disinformazione sulla riforma sanitaria di Obama (12 giugno 2015)

giugno 12, 2015

 

Jun 12 5:41 am

The Obamacare Disinformation Loop

Over the past few weeks I’ve been watching a real-time demonstration of how American voters come to be misinformed about key policy issues. Yes, it’s Obamacare again.

Here’s how it played: some insurance companies began filing requests for large increases in the premiums for individual plans. Now, anyone who reads Charles Gaba knows that such filings need to be taken with huge helpings of salt: there were similar stories last year, and it turned out both that approved increases were much smaller than requests and that the companies asking for big raises were outliers; overall, premiums rose very little.

Nonetheless, my inbox began filling up with right-wing attacks on the mainstream media for covering up the truth about skyrocketing Obamacare costs, and this pressure campaign had its effect: soon, scare stories about a looming disaster began popping up.

And then more numbers began coming in, and sure enough, the whole thing is looking like a false alarm.

So will there be big headlines about Obamacare not costing that much, after all, and how the earlier reports were misleading? Hahaha.

And think how this affects the vast majority of voters. They aren’t carefully keeping score; they’re forming impressions based on reports they hear mainly in passing. So each year they hear a flurry of scare stories about surging premiums, then nothing more — and the impression they build up over time is that Obamacare expenses are out of control. No wonder, then, that almost nobody knows the truth, which is that Obamacare has ended up costing much less than expected.

The point is that we’re looking at a highly successful disinformation campaign, which works because the media keep letting themselves be played.

 

Il circuito della disinformazione sulla riforma sanitaria di Obama

Nelle scorse settimane ho assistito ad una dimostrazione in tempo reale di come gli elettori americani possano essere disinformati su tematiche politiche cruciali. Sì, ancora a proposito della riforma sanitaria.

Ecco come si è svolto: alcune società assicurative hanno cominciato a presentare richieste per cospicui aumenti nelle polizze dei programmi individuali. Ora, chiunque legga Charles Gaba [1] sa che tali richieste vanno prese con molta circospezione: ci furono storie simili l’anno passato, e venne fuori sia che vennero approvati aumenti che erano molto più piccoli, sia che le società che chiedevano grandi aumenti erano eccezioni; il generale le polizze aumentarono molto poco.

Nondimeno, la mia corrispondenza mail si sta riempiendo di attacchi della destra sui media più diffusi per aver coperto la verità a proposito dei costi delle riforma sanitaria di Obama che stanno andando alle stelle, e questa campagna di pressioni ha avuto i suoi effetti: in breve tempo hanno cominciato a spuntar fuori storie tremende su un disastro incombente.

Dopo di che sono cominciati ad arrivare maggiori dati e, come era prevedibile, tutta la faccenda assomiglia ad un falso allarme.

Ci saranno dunque grandi titoli su come la riforma di Obama non sta costando così tanto, in fin dei conti, e su come i primi resoconti fossero fuorvianti? Risata fragorosa.

E si pensi come questo influenzi la grande maggioranza degli elettori. Costoro non stanno scrupolosamente tenendo i conti; si formano impressioni basate su resoconti che principalmente ascoltano di passaggio. Dunque, ogni anno ascoltano un turbinio di racconti terribili sui premi assicurativi che stanno crescendo, poi nient’altro – e l’impressione che si formano col tempo è che le spese della riforma sanitaria di Obama siano fuori controllo. Nessuna meraviglia, dunque, che quasi nessuno sappia la verità, ovvero che la riforma sanitaria ha finito per costare molto meno di quello che era previsto.

Il punto è che stiamo assistendo ad una campagna di disinformazione di grande successo, che funzione perché i media continuano a permettere di essere essi stessi presi in giro.

 

 

 

[1] Autore di un blog che si è specializzato in questi anni nel seguire gli andamenti della riforma sanitaria.

La mutabilità dei salari (dal blog di Krugman, 11 giugno 2015)

giugno 11, 2015

 

Jun 11 1:19 pm

The Mutability of Wages

Arindrajit Dube enlarges on my post about efficiency wages, pointing out that the same logic applies to firms that have monopsony power. That’s a very good point — and I think we’re circling in on an important part of the logic behind the “new view” on inequality policy, which says that policies to enhance worker bargaining power can have major effects on the distribution of market income.

What’s going on here? Maybe two schematic pictures can help.

The conventional view about the choices facing an employer looks something like this:

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The employer’s choice of wage to pay is pinned firmly in place by the invisible hand. It can’t pay less than the going market wage, or it won’t be able to attract any workers; it really, really doesn’t want to pay more than the going wage, because any wage increase translates dollar for dollar into lost profits. Minimum wages or a strong union can force the wage up all the same, but it takes a lot of political or institutional power.

What Dube, I, and many others are suggesting is, however, that for quite a few employers — including large service-sector companies — the situation looks much more like this:

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There isn’t a sharply defined “going wage”, either because the firm has monopsony power — it can, in effect, choose the going wage in its local labor market — or because efficiency wage considerations lead it to pay more than the minimum, so that there are normally more applicants than places. And as I’ve drawn it, the top of the hill relating the wage rate to profits is fairly flat. In particular, the firm shouldn’t mind very much paying a somewhat higher wage, because this will produce offsetting benefits — a larger supply of labor if it has monoposony power, lower turnover or higher productivity if efficiency wages are an issue, maybe all of the above.

The point is that under these circumstances it needn’t be all that hard to push up wages: the threat of union organizing or a consumer boycott, even moral suasion from the government might be enough. So the standard view that it’s very hard to change the distribution of market income, that policy must involve after-market taxes and transfers, may be quite wrong.

 

La mutabilità dei salari

Arindrajit Dube va oltre il mio post sui salari di efficienza, mettendo in evidenza che la stessa logica si applica a imprese che hanno il potere di monopsonio [1]. Si tratta di un ottimo argomento, e penso che stiamo perlustrando una parte importante della logica che sta dietro il “nuovo punto di vista” sulla politica relativa all’ineguaglianza, secondo il quale le politiche per rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori possono avere effetti importanti sulla distribuzione del reddito di mercato.

Di che cosa si tratta? Forse due schematici diagrammi possono essere d’aiuto.

Il punto di vista convenzionale sulle scelte dinanzi alle quali si trova un datore di lavoro lo si può esprimere in questo modo:

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La scelta del salario da pagare da parte del datore di lavoro è saldamente bloccata al suo posto dalla mano invisibile. Egli non può pagare meno del normale salario di mercato, altrimenti la paga non sarà capace di attrarre alcun lavoratore; e non vuole proprio pagare di più del salario normale, perché ogni aumento salariale si traduce, dollaro per dollaro, in profitti che se ne vanno. I salari minimi oppure un forte sindacato possono costringere ed elevare tutti i salari contemporaneamente, ma ciò richiede un grande potere politico o istituzionale.

Quello che Dube, il sottoscritto e molti altri stiamo suggerendo, tuttavia, è che per un buon numero di datori di lavoro – incluse le grandi imprese nel settore dei servizi – la situazione appare molto più simile a questa:

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Non c’è un “salario normale” rigidamente definito, o perché l’impresa ha un potere di monopsonio – di fatto, essa può scegliere il salario normale nel suo mercato del lavoro locale – oppure perché considerazioni sul salario di efficienza la portano a pagare più del minimo, in modo tale che ci sono normalmente più candidati che posti. E per come l’ho disegnata, la cima del colle relativa al tasso salariale rispetto ai profitti è discretamente piatta. In particolare, l’impresa non dovrebbe curarsi troppo del pagare salari un po’ più elevati, perché questo produrrebbe benefici di bilanciamento – se essa ha un potere di monopsonio una offerta di lavoro più vasta, se il tema sono i salari di efficienza un turnover più basso o una produttività più elevata, o forse entrambi.

Il punto è che in certe circostanze non è obbligatorio che sia così difficile elevare i salari: la minaccia di una organizzazione sindacale o di un boicottaggio da parte dei consumatori, persino la persuasione morale da parte di un Governo possono essere sufficienti. Dunque, il punto di vista tradizionale secondo il quale è molto difficile cambiare la distribuzione del reddito di mercato, e la politica deve riguardare le tasse ed i trasferimenti finanziari esterni al mercato, può essere piuttosto sbagliato.

 

 

 

[1] Il termine monopsonio designa una particolare forma di mercato caratterizzata dalla presenza di un solo acquirente a fronte di una pluralità di venditori … In alcune aree, una grande azienda industriale può creare un distretto di piccole aziende che la forniscono di componenti, ma che hanno per definizione un unico e solo acquirente. In tale forma si ricreano le condizioni di monopsonio. (Wikipedia)

 

 

 

Note sulla Walmart e sui salari (per esperti) (dal blog di Krugman, 10 giugno 2015)

giugno 10, 2015

 

Notes on Walmart and Wages (Wonkish)

June 10, 2015 6:23 am

Walmart reports that its recent wage hike is paying off via reduced turnover, which produces cost savings that offset the direct expense of the higher wages. In other words, efficiency wage theory is vindicated. What are the political/policy implications? What follows is a slightly wonkish note, largely to myself.

Efficiency wage theory is the idea that for any of a number of reasons, employers get more out of their workers when they pay more. It could be effort, it could be morale, it could be turnover. The causes of the efficiency gain could lie in psychology, or simply in the fact that workers are less willing to risk better-paying jobs with bad behavior. The details can matter a lot in some contexts, but in this note I just want to assume that worker productivity is increasing in the wage rate. And I want to focus on the decisions of an individual employer, not the full market equilibrium.

In the absence of an efficiency-wage effect – and also of monopsony power in the labor market, which I’ll come back to another time – an employer can be thought of as choosing employment L to maximize profits, which are equal to the value of sales (net of purchased inputs) generated by the work force minus wages paid:

(1) P = V(L) – wL

where the wage rate w is given by the market, and is outside the employer’s control.

With efficiency wages, we can think of each worker’s productivity E as being an increasing function of the wage paid, so that this problem instead becomes one of maximizing

(2) P = V(L*E(w)) – wL

where the employer gets to choose both L and w.

Let’s assume that the employer actually gets this choice right. That is, I am not going to suggest that Walmart has been making a mistake with its always-low-wages policy, that it would have been more profitable all along if it had been following a Costco-like strategy. Even so, efficiency-wage effects can make a lot of difference.

To see why, suppose that the employer finds itself under some kind of pressure to raise wages – the threat of union organizing, a boycott from consumer groups, politicians looking at it funny. How will it respond to this pressure?

Well, in the absence of efficiency wages the employer has a strong incentive to resist this pressure, because raising wages has a clear negative effect on profits:

dP/dw = -L*

where L* is the initial level of employment. Induced effects on L don’t show up here because of the envelope theorem – L was already chosen to maximize P, so small changes have no further effect.

But if there is a significant efficiency-wage effect, a small rise in wages has a negligible effect on profits:

dP/dw = 0

Why? Envelope theorem again: because w was already chosen to maximize profits, a small change has no further effect. When you’re at the top of a hill, a single step in any direction doesn’t change your elevation much.

And what this suggests in turn is that a relatively small amount of pressure can nonetheless have relatively big effects on wages: the employer may well be willing to raise wages by, say, 20 percent to avoid a consumer boycott or 40 percent to avoid a strike because it knows that it can make up most of the direct cost of the wage hike via reduced turnover and increased productivity.

Or to put it differently, efficiency wages suggest right away that the invisible hand’s grip on labor is a lot looser than people imagine, that wages are relatively easy to shift with social and political pressure. And this is one important reason attempts to reduce inequality can and should involve working on the distribution of market income as well as ex-post redistribution through taxes and transfers.

 

 

Note sulla Walmart e sui salari (per esperti)

La Walmart informa che il suo recente aumento salariale la sta compensando con una riduzione del turnover, che produce risparmi di costo che bilanciano la spesa diretta in salari più alti. In altre parole, si fa giustizia della teoria salariale della efficienza. Quali sono le implicazioni pratiche e politiche? Quella che segue è una nota leggermente per esperti, in gran parte per me stesso.

La teoria salariale della efficienza è l’idea che per un certo numero di ragioni, i datori di lavoro ottengono di più dei loro lavoratori, quando pagano di più. Potrebbe dipendere dall’impegno, dall’attaccamento al lavoro, dal turnover. Le cause dell’aumento di efficienza potrebbero risiedere nella psicologia, o semplicemente nel fatto che i lavoratori hanno meno voglia di rischiare con la cattiva condotta un posto di lavoro meglio pagato. In alcuni contesti i dettagli potrebbero essere importanti, ma in questa nota voglio solo considerare che la produttività del lavoratore aumenta con il tasso salariale. E mi voglio concentrare sulle decisioni di un datore di lavoro singolo, non sull’equilibrio del mercato intero.

In assenza di un effetto salariale dell’efficienza – ed anche del potere di monopsonio [1] nel mercato del lavoro, sul quale aspetto tornerò in un secondo tempo – un datore di lavoro può essere pensato come un soggetto che sceglie una occupazione L per massimizzare i profitti, che sono eguali al valore delle vendite (al netto degli input acquistati) generato dalla forza lavoro, dedotti i salari pagati:

 

(1) P = V(L) – wL

Dove il tasso salariale w è dato dal mercato ed è fuori dal controllo del datore di lavoro.

Con salari di efficienza, possiamo pensare alla produttività di ciascun lavoratore E come se fosse una funzione che incrementa i salari pagati, cosicché questo problema diventa piuttosto un fattore di massimizzazione:

 

(2) P = V(L*E(w)) – wL

 

laddove il datore di lavoro ottiene di scegliere sia L che w.

Assumiamo che il datore di lavoro faccia effettivamente queste scelte nel modo giusto. Vale a dire, non intendo suggerire che la Walmart abbia fatto un errore con la sua politica di salari sempre bassi, che avrebbe avuto maggiori profitti sin dall’inizio se avesse seguito una strategia del tipo quella della Costco [2]. Anche così, gli effetti dell’efficienza salariale possono fare molta differenza.

Per capire la ragione, supponiamo che il datore di lavoro si trovi a subire una qualche pressione per elevare i salari – la minaccia di una organizzazione sindacale, un boicottaggio da parte di gruppi di consumatori, gli uomini politici che lo guardano con diffidenza. Come risponderà a queste pressioni?

Ebbene, se non vi fossero salari di efficienza il datore di lavoro avrebbe un forte incentivo a resistere a queste spinte, giacché elevare i salari ha chiaramente un effetto negativo sui profitti:

dP/dw = -L*

laddove L* è il livello iniziale di occupazione. Gli effetti indotti su L in questo caso non si presentano per effetto del teorema dell’ “involucro” [3] – L era già stato scelto per massimizzare i profitti, cosicché piccoli cambiamenti non producono effetti ulteriori. Ma se c’è un effetto significativo di efficienza salariale, una piccola crescita dei salari ha un effetto trascurabile sui profitti:

dP/dw = 0

Perché? Ancora per il teorema dell’ “involucro”: perché w era già stato scelto per massimizzare I profitti, un piccolo cambiamento non ha effetti ulteriori. Quando siete in cima ad un colle, un piccolo passo in una direzione qualsiasi non cambia molto la vostra elevazione.

E questo a sua volta suggerisce che una quantità relativamente modesta di pressione può nondimeno avere effetti relativamente alti sui salari: il datore di lavoro può essere disponibile ad aumentare diciamo del 20 per cento i salari per evitare un boicottaggio da parte dei consumatori, oppure del 40 per cento per evitare uno sciopero, perché sa che può compensare gran parte del costo diretto dell’aumento salariale attraverso un turnover ridotto ed una produttività accresciuta.

Oppure, per dirla diversamente, salari di efficienza indicano immediatamente che la presa della ‘mano invisibile’ [4] sul lavoro è più fiacca di quello che la gente immagina, che è relativamente semplice spostare i salari con la spinta sociale e politica. E questa è una importante ragione per la quale i tentativi di ridurre l’ineguaglianza possono e dovrebbero includere l’operare sulla distribuzione del reddito di mercato, così come sulla redistribuzione a valle, attraverso le tasse ed i trasferimenti di finanza pubblica.

 

[1] Il termine monopsonio designa una particolare forma di mercato caratterizzata dalla presenza di un solo acquirente a fronte di una pluralità di venditori … In alcune aree, una grande azienda industriale può creare un distretto di piccole aziende che la forniscono di componenti, ma che hanno per definizione un unico e solo acquirente. In tale forma si ricreano le condizioni di monopsonio. (Wikipedia)

[2] La Costco è un’altra catena di supermercati che in genere opera su prodotti di qualità maggiore della Walmart, con personale meglio pagato.

[3] La traduzione è quasi letterale, in italiano credo che si dica “teorema dell’inviluppo”. Si tratta di un teorema matematico complicato, che (mi limito a tradurre) mostra come i “cambiamenti nell’ottimizzatore dell’obiettivo non contribuiscono al cambiamento nella funzione dell’obbiettivo”).

[4] La ‘smithiana’ mano invisibile del mercato capitalistico.

 

 

 

 

Il decennio trascorso (dal blog di Krugman, 10 giugno 2015)

giugno 10, 2015

 

The Decade Behind

June 10, 2015 6:17 am

While cleaning out my Princeton office, I became all too aware of the ephemeral nature of policy writing. A depressingly large share of the books on my shelves consisted of 30 years’ worth of books about the crucial decade ahead. Oh well. But as I added all those books to the giveaway pile, I found myself doing a bit of self-referential and maybe self-indulgent thinking, not about the decade ahead, but about the decade behind.

You see, it’s almost 10 years since I started writing about the financial crisis and the Great Recession. True, at first I didn’t know that that was what I was writing about; it began with the diagnosis of a housing bubble, whose bursting I knew would be bad but had no idea would be this bad. Still, there has been a pretty consistent arc, and I find myself thinking about what I got right and what I got wrong.

The starting point, as I said, was the housing bubble. I certainly wasn’t the first to warn on that front; Dean Baker, in particular, was both much earlier and much more forceful. Still, what I think of as my first crisis article did, I think, add value by pointing out the huge difference in price behavior between building-contrained states and others. If you looked at national averages, it was just possible to argue that prices made sense, but once you broke out the right subset of states and cities, the craziness stared you in the face. And the bifurcation was overwhelmingly confirmed in the years that followed:

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Goldman Sachs

That was the beginning. Since then, what have I been right about and what have I been wrong about?

Things I got right

  1. The housing bubble: It’s very much worth remembering just how much bubble denial there was, and how much it was politically driven; I got a lot of “you only say there’s a bubble because you hate Bush.”
  2. Inflation, or the lack thereof: I’ve written about this many times, but after the bubble burst I was an unwavering advocate of the view that the Fed’s expansionary policies posed no inflationary risk. This was again a deeply contentious issue, with the right fully convinced that inflation was coming and some on the center and left at least wobbly on the issue.
  3. Interest rates: No crowding out under these conditions. I said it strongly from the start — and on this subject there was a lot of wavering among Democrats, all too many of whom bought into stories about deficit dangers even in a depressed economy.
  4. Austerity hurts: A lot of people who should have known better bought into the confidence fairy, or at least accepted the notion that multipliers were fairly small; I said big multipliers under current conditions, little or no offset from confidence, and the research has caught up with and vindicated that position.
  5. Inadequate stimulus: I warned, early and often, that the ARRA was hugely inadequate, and that its inadequacy would have lasting consequences — that by falling short, it would discredit the whole notion of stimulus as far as politics was concerned. Alas, I was right.
  6. Internal devaluation is nasty, brutish, and long: I argued from the start that adjusting relative prices within the euro area would be extremely hard, that nobody has the kind of wage and price flexibility that would make “internal devaluation” easy — and that countries able to carry out currency devaluations, like Iceland, would have a much easier time.
  7. Obamacare is workable: A quite different subject, but back in my book Conscience of a Liberal I argued (not originally) that an ACA-type system of mandates, regulation, and subsidies, while not anything you would build from scratch, would work (I wanted a public option, but that’s another story). Lots of disagreement, both from right-wingers predicting a death spiral and people on the left declaring that it was single-payer or nothing.

Things I got wrong

  1. The scale of the disaster: I saw a housing bubble, knew the aftermath would be bad, but had no idea how bad. I was blissfully ignorant of the rise of shadow banking, wasn’t thinking about household debt, and wasn’t paying attention to imbalances within the euro are.
  2. Deflation: I thought that Japanese-style deflation was an imminent risk in all depressed economies. Instead, low but positive inflation has been remarkably persistent. I now think that I underestimated the important of downward nominal rigidity, which combined with dispersal of shocks — some workers and firms face strong demand even in a weak economy — tends to keep prices rising even in a depressed world.
  3. Euro crackup: For the most part, I think my analysis of the euro area’s economy and its problems was pretty good (but see below). But I vastly overestimated the risk of breakup, because I got the political economy wrong — I did not realize just how willing euro elites would be to impose vast suffering in the name of staying in. Relatedly, I didn’t realize how easy it would be to spin a modest upturn after years of horror as success.
  4. Liquidity effects on sovereign debt: Finally, I’m sorry to say that I completely missed the important of liquidity and cash shortages in driving bond prices in the euro area. It wasn’t until Paul DeGrauwe weighed in that I realized just how much difference it would make if the ECB did its job as lender of last resort; if the euro survives, DeGrauwe — and this guy named Draghi, who put his ideas into practice — should get a lot of the credit.

I’ve probably missed some things, although I do think it’s interesting how many of my critics feel the need to attack my record by inventing predictions and claims that I never made. Still, I think that’s the main stuff, and although I have definitely been fallible, I think I did OK — mainly because I never let fashionable worries divert me from basic macroeconomics, and always tried to apply the lessons of history.

 

Il decennio trascorso

Nel mentre svuotavo il mio ufficio di Princeton, divenivo sin troppo consapevole della natura effimera dello scrivere di politica. Una deprimente larga parte di ciò che avevo sui miei scaffali consisteva nel valore di trent’anni di libri sul cruciale decennio a venire. Pazienza. Ma mentre accatastavo tutti quei libri nel mucchio di cose da dar via, mi sono ritrovato a fare un po’ di pensieri autoreferenziali e forse auto indulgenti, non sul decennio a venire, ma sul decennio trascorso.

Vedete, sono passati quasi 10 anni dal momento in cui ho cominciato a scrivere della crisi finanziaria e della Grande Recessione. E’ vero, all’inizio non capivo che era quello ciò di cui stavo scrivendo; cominciò con una diagnosi di una bolla immobiliare, il cui scoppio sapevo che sarebbe stato negativo, ma non avevo idea che sarebbe stato così negativo. Eppure, c’è stato un tragitto abbastanza coerente, e mi ritrovo a pensare a quello che ho capito giustamente e a quello che ho sbagliato.

Il punto di partenza, come ho detto, fu la bolla immobiliare. Su quel fronte, non fui sicuramente il primo a lanciare ammonimenti; Dean Baker in particolare mi precedette e fu assai più efficace. Eppure ritengo che quello che penso fu il mio primo articolo sulla crisi, aveva un valore supplementare nel mettere in evidenza la vasta differenza nel comportamento dei prezzi tra gli Stati che avevano limitazioni nel costruire e quelli che non ne avevano. Se guardavate alle medie nazionali, era proprio possibile sostenere che i prezzi avevano un senso, ma una volta che venivate fuori dal corretto sottoinsieme degli Stati e delle città, la follia balzava davanti agli occhi. E la biforcazione venne confermata in modo schiacciante negli anni che seguirono [1]:

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Goldman Sachs

 

Quello fu l’inizio. Da allora, cos’è che ho compreso correttamente e cosa ho sbagliato?

 

Le cose che ho compreso giustamente

 

1 – La bolla immobiliare: merita davvero di essere ricordato quanto fu grande la negazione della bolla e quanto fu guidata da fattori politici; mi procurai un bel po’ di affermazioni di questo genere “Dici che c’è una bolla soltanto perché odi Bush”.

2 – L’inflazione, o meglio la sua assenza: ho scritto molte volte a questo proposito, ma dopo lo scoppio della bolla fui un risoluto sostenitore del punto di vista secondo il quale le politiche espansive della Fed non costituivano nessun rischio inflazionistico. Ancora una volta questo era un tema di grandi dispute, con la destra pienamente convinta che l’inflazione fosse in arrivo ed alcuni a centro e a sinistra che su quel tema come minimo erano traballanti.

3 – I tassi di interesse: in quelle condizioni non ci sarebbe stato alcuno ‘spiazzamento’ [2]. Lo dissi con forza dall’inizio – e su questo tema ci fu un bel po’ di ondeggiamenti tra i democratici, con anche troppi di loro che presero per buoni i racconti sui pericoli del deficit anche in un’economia depressa.

4 I danni dell’austerità: un bel po’ di persone che avrebbero dovuto essere più giudiziose abboccarono alla ‘fata della fiducia’ [3], o almeno accettarono l’idea che i moltiplicatori [4] sarebbero stati abbastanza modesti; io mi espressi nelle condizioni correnti per grandi moltiplicatori, bilanciati poco o niente dalla fiducia, e le ricerche l’hanno confermato ed hanno fatto giustizia di quella posizione.

5 – Misure di sostegno inadeguate: misi in guardia, sin da subito e ripetutamente, che la Legge sulla Ripresa e sulle Misure di Reinvestimento negli Stati Uniti era grandemente inadeguata, e che la sua inadeguatezza avrebbe avuto conseguenze durature – per la sua insufficienza, essa avrebbe screditato l’intera idea delle misure di sostegno, nella misura in cui fosse dipeso dalla politica. Ahimè, avevo ragione.

6 – Il fatto che la ‘svalutazione interna’ è odiosa, brutale e dura a lungo: sostenni sin dall’inizio che correggere i prezzi relativi all’interno dell’area euro sarebbe stato estremamente difficile, dato che non esiste da nessuna parte quel genere di flessibilità dei salari e dei prezzi che renderebbe la ‘svalutazione interna’ agevole – e che i paesi capaci di portare a termine svalutazioni della valuta, come l’Islanda, avrebbero avuto tempi molto più facili.

7 – Il fatto che la riforma sanitaria di Obama potesse funzionare: un soggetto abbastanza diverso, ma nel mio libro di allora, “Coscienza di un liberal”, sostenni (in modo non originale) che un sistema quale quello della Legge sulla Assistenza Sostenibile basato sugli obblighi assicurativi, la regolamentazione ed i sussidi, che pure per nessuna ragione si penserebbe di costruire se si potesse partire da zero, avrebbe funzionato (io volevo l’opzione pubblicistica, ma questa è un’altra storia). In molti erano in disaccordo, sia dalla destra che prevedeva una ‘spirale fatale’ [5], sia dalla gente di sinistra che voleva un sistema con un unico centro di pagamenti o niente.

 

Le cose che non ho capito giustamente

 

1 – La dimensione del disastro: avevo visto la bolla immobiliare, sapevo che le conseguenze sarebbero state negative, ma non avevo idea quanto sarebbero state negative. Ero beatamente ignorante dell’ascesa del sistema bancario ‘ombra’, non riflettevo sul debito delle famiglie e non prestavo attenzione agli squilibri all’interno dell’area dell’euro.

2 – La deflazione: pensavo che una deflazione sul modello del Giappone fosse un rischio imminente in tutte le economie depresse. Invece, una inflazione bassa ma positiva è durata considerevolmente a lungo. Adesso penso di aver sottostimato l’importanza della rigidità nominale (dei prezzi e dei salari) verso il basso, che, combinata con la dispersione degli shock – alcuni lavoratori e imprese fronteggiano una domanda forte anche in una economia debole – tende a far proseguire la crescita dei prezzi anche in un mondo depresso.

3 – Il crollo dell’euro: penso che la mia analisi dell’economia dell’area euro e dei suoi problemi, per la parte fondamentale, fosse abbastanza buona (ma si veda sotto). Ma avevo grandemente sopravvalutato il rischio di una disgregazione, perché non avevo inteso correttamente gli aspetti politici dell’economia – non avevo proprio compreso con quanta determinazione i gruppi dirigenti dell’area euro avrebbero imposto grandi sofferenze nel nome di una prosecuzione dell’esperienza. Allo stesso modo, non avevo compreso quanto sarebbe stato facile manipolare una modesta crescita come un successo, dopo anni di esperienze tremende.

4 – Gli effetti della liquidità sui debiti sovrani: infine, mi spiace riconoscere che avevo completamente trascurato l’importanza della liquidità e delle scarsità di cassa nel guidare i prezzi dei bond nell’area euro. Solo quando DeGrauwe intervenne su quell’aspetto compresi quanta differenza avrebbe fatto la BCE se fosse intervenuta come prestatore di ultima istanza; se l’euro sopravvive, una gran parte del credito dovrebbe andare a DeGrauwe – e a quel soggetto che risponde al nome di Mario Draghi, che ha messo le sue idee in pratica.

Probabilmente mi sono scordato qualcosa, sebbene penso che sia proprio interessante che molti miei critici sentano il bisogno di attaccare le mie prestazioni inventandosi previsioni ed argomenti che non ho mai avanzato. Eppure penso che queste siano le cose principali, e sebbene mi sia sicuramente dimostrato fallibile, penso di aver fatto bene il mio lavoro – principalmente perché non ho mai consentito che le preoccupazioni alla moda mi facessero deviare dalla teoria macroeconomica di base, ed ho sempre cercato di applicare le lezioni della storia.

 

 

 

 

[1] Con “Sand States” – gli ‘Stati della sabbia’ – si intende riferirsi a quattro Stati della “Cintura del Sole” (ovvero della parte meridionale degli Stati Uniti, da un oceano all’altro) – che sono: Arizona, California, Florida e Nevada. Il nome semplicemente indica la grande abbondanza sia di deserti che di spiagge.

La tabella mostra, con la linea blu, un andamento di un quindicennio dei prezzi delle abitazioni in quegli Stati  assai più impressionante che non nella media degli altri Stati (linea grigia).

[2] Si intende ‘spiazzamento degli investimenti privati, in conseguenza di un incremento della spesa pubblica’.

[3] Questo è il nomignolo che Krugman diede sin dal 2010 alla spiegazione ‘magica’ che veniva avanzata per le politiche dell’austerità: ridurre i deficit avrebbe comportato una maggiore fiducia degli operatori, ovvero sarebbe entrata in gioco la ‘fata della fiducia’.

[4] Per moltiplicatore si intende l’effetto ‘allargato’ sulla domanda aggregata sia di un aumento della spesa pubblica che di una sua riduzione. Se con politiche di austerità la spesa pubblica si contrae, l’effetto è più ampio della sola contrazione, perché la riduzione deve essere ‘moltiplicata’ per un determinato fattore che estende il fenomeno della riduzione stessa (se si licenziano dipendenti pubblici, ci sono conseguenze in tutti quei settori che prima operavano in parte sulla base dei redditi di quei dipendenti). Sulla stima di quel moltiplicatore avvennero varie sottovalutazioni, a partire da quella estrema di non considerarlo (ovvero di stimare un effetto semplicemente pari a 1). In Grecia, ad esempio, questo errore di valutazione incise notevolmente nel sottostimare l’effetto recessivo dell’austerità, la qual cosa – a cose fatte – venne poi ammessa, almeno dal FMI.

[5] Ovvero, un collasso finanziario derivante dal fatto che le persone giovani e in salute non si sarebbero iscritte al sistema assicurativo e il numero eccessivo di anziani ed ammalati lo avrebbe messo in una crescente difficoltà.

 

 

 

 

Niente affatto la crisi peggiore (9 giugno 2015)

giugno 9, 2015

 

Jun 9 2:13 pm

The Least Worst Crisis

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Eurostat

I was, I think, one of the first commentators to notice that a funny thing was happening in Iceland: the nation that was supposed to be Ground Zero for financial disaster was actually having a milder crisis than many others, thanks to heterodox policies — debt repudiation, capital controls, and massive devaluation. Now, as Matthew Yglesias points out, Iceland is getting ready to lift the controls, and its experience still looks remarkably good considering the circumstances.

And as Yglesias says, the interesting contrast is with Ireland, now being hailed as a success story for austerity because things eventually stopped getting worse and have lately been getting a bit better. Talk about lowering the bar.

I suppose someone will ask about possible parallels with Greece. Well, if Greece is forced out of the euro it will be in a position to try an Iceland-style devaluation (and will surely have imposed capital controls). Whether it will work as well as it did in Iceland is an open question — for one thing, leaving the euro is very different from never having joined — and I’m still hoping that the whole thing can be avoided. For now, let’s just say that sometimes heterodoxy works much better than the orthodox will ever admit.

 

Niente affatto la crisi  peggiore

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Eurostat

 

Penso di essere stato uno dei primi commentatori ad osservare la cosa buffa che stava accadendo in Islanda: la nazione che si pensava fosse l’epicentro [1] del disastro finanziario stava in effetti conoscendo una crisi più leggera di molte altre, grazie a politiche eterodosse – disconoscimento del debito, controllo dei capitali ed una massiccia svalutazione. Ora, come mette in evidenza Matthew Yglesias, l’Islanda è quasi pronta a revocare i controlli e la sua esperienza sembra, considerate le circostanze, considerevolmente positiva.

E il contrasto interessante, come dice Yglesias, è con l’Irlanda, che adesso viene salutata per l’austerità come un esempio di successo, perché le cose alla fine hanno smesso di peggiorare e di recente stanno un po’ migliorando. Alla faccia di abbassare l’asticella!

Suppongo che qualcuno si chiederà di un possibile parallelo con la Grecia. Ebbene, se la Grecia venisse costretta ad uscire dall’euro, sarà nella condizione di tentare una svalutazione sul modello dell’Islanda (e certamente dovrà imporre il controllo dei capitali). Se ciò funzionerà come è avvenuto in Islanda è una questione aperta – da un certo punto di vista, lasciare l’euro è molto diverso che non avervi mai aderito – ed io spero ancora che tutto questo possa essere evitato.

Per adesso, limitiamoci a dire che talvolta l’eterodossia funziona molto meglio di quanto l’ortodossia sia disposta ad ammettere.

 

 

[1] Ground Zero, in inglese, è il termine con il quale, dagli esperimenti sull’atomica del Progetto Manhattan e il successivo bombardamento nucleare del Giappone nel 1945, si designa il luogo sulla superficie terrestre-marina perpendicolare all’epicentro di una esplosione atomica, sia essa avvenuta in atmosfera, sottoterra o sott’acqua; in seguito il termine Ground Zero venne anche utilizzato, impropriamente, per identificare il punto focale del luogo dove avviene una massiccia deflagrazione, l’epicentro di un terremoto o di un altro disastro.

Il termine è divenuto per antonomasia l’area nella parte meridionale di Manhattan (New York City, Stati Uniti d’America) sulla quale, prima degli attacchi terroristici alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, sorgevano gli edifici WTC 1 e WTC 2 (Torri Gemelle), appartenenti al complesso del World Trade Center. (Wikipedia)

Il Partito della responsabilità nelle finanze pubbliche in azione (9 giugno 2015)

giugno 9, 2015

 

Jun 9 8:35 am

The Party of Fiscal Responsibility in Action

One of the greatest confidence tricks ever pulled in American politics was the way Republicans managed, for a while anyway, to convince centrists that they were apostles of fiscal responsibility. Paul Ryan presented budgets that combined huge tax cuts for the rich with not quite as huge benefit cuts for the poor, added some magic asterisks — basically deficit-increasing redistribution from the have-nots to the haves, with added fraudulence — and received awards for fiscal responsibility.

Anyway, at this point we have evidence of what such politicians actually do in office, thanks to the many US states where Republicans control both the governor’s office and the legislature. And the result is an epidemic of fiscal crisis, despite a recovering economy. Yes, some Democrat-controlled states are also having problems. But they didn’t go around pretending to be the nation’s fiscal saviors, and the biggest state controlled by Democrats, California — which was supposed to be a basket case — is in quite good fiscal shape.

And yes, I think this observation is a lot more important than Marco Rubio’s personal financial difficulties, although those are pretty bizarre.

 

Il Partito della responsabilità nelle finanze pubbliche in azione

Uno dei più grandi inganni mai immessi nella politica americana è stato il modo in cui i repubblicani sono riusciti, almeno per un po’, a convincere i centristi di essere gli apostoli della responsabilità nella finanza pubblica. Paul Ryan presentava bilanci che combinavano ampi sgravi fiscali per i ricchi con tagli ai sussidi dei poveri non altrettanto ampi, a cui si aggiungevano alcuni magici asterischi – fondamentalmente una redistribuzione degli incrementi dei deficit dai non abbienti agli abbienti, con l’aggiunta di qualche inganno – e riceveva premi per la responsabilità finanziaria.

In ogni modo, a questo punto abbiamo testimonianze di quello che tali politiche provocano quanto vengono messe in funzione, grazie ai molti Stati americani nei quali i repubblicani controllano i posti di Governatori e le assemblee legislative. E il risultato è una epidemia di crisi delle finanze pubbliche, nonostante una economia in ripresa. È vero, anche alcuni Stati controllati dai democratici hanno problemi. Ma non vanno in giro presentandosi come i salvatori delle finanze della nazione, e il più grande Stato controllato dai democratici, la California – che si pensava fosse un caso disperato – è in condizioni finanziarie abbastanza buone.

E devo aggiungere che ritengo che queste osservazioni siano molto più importanti delle difficoltà finanziarie personali di Marco Rubio [1], sebbene esse siano alquanto bizzarre.

 

 

[1] È un Senatore repubblicano eletto in Florida. Pare, dall’articolo in connessione sul NYT, che le sue difficoltà personali derivino da operazioni finanziarie stravaganti e dall’acquisto, tra l’altro, di una barca lussuosa.

 

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Il partito delle “facce di bronzo” (9 giugno 2015)

giugno 9, 2015

 

Jun 9 8:17 am

The Chutzpah Caucus

Sen. John Thune is coming in for quite a lot of ridicule for this:

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Obamacare is a failed policy, because we may be able to kill it with an absurd legal challenge! It’s a policy version of the classic definition of chutzpah: killing your mother and father, then pleading for mercy because you’re an orphan.

But Thuneism is just a more naked version of the style of argument we’ve been seeing all along. Conservatives are constantly belittling the ACA for its failure to cover all the uninsured — only one-third covered, it’s often asserted, although that number is out of date and also ignores the fact that the law wasn’t supposed to cover undocumented immigrants. But what’s the biggest factor limiting coverage? Um, refusal of red states to expand Medicaid and their refusal to help implement the rest of the law:

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In states that want Obamacare to work, most of the eligible uninsured have already been covered. So the general complaint is that “Obamacare is a failure because our sabotage has successfully slowed its implementation.” Thune is just taking that logic a bit further.

 

Il partito delle “facce di bronzo” [1]

Il Senatore John Thune si è tirato addosso molta ironia per questo messaggio [2]:

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La riforma sanitaria di Obama sarebbe una politica fallita, perché si può liquidarla con una assurda causa legale! È la versione politica della classica definizione di “chutzpah”: ammazzare vostra madre e vostro padre e poi chiedere clemenza perché siete orfani.

Ma il “thuneismo” è solo la versione nuda e cruda dello stile delle argomentazioni che vediamo da tempo. I conservatori denigrano in continuazione la Legge sulla Assistenza Sostenibile per non aver saputo dare copertura a tutti i non assicurati – si asserisce frequentemente che essa ne avrebbe coperti solo un terzo, sebbene quel dato sia superato ed ignori anche la circostanza che non era stato previsto che la legge desse assistenza anche agli immigrati sprovvisti di documenti. Ma quale è il più grande fattore che limita la copertura? Guarda caso, il rifiuto degli Stati repubblicani ad ampliare Medicaid ed il loro rifiuto a contribuire a mettere in atto il resto della legge [3]:

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Negli Stati nei quali la riforma di Obama funziona, gran parte dei non assicurati che ne hanno diritto hanno ricevuto la copertura assicurativa. Dunque, la rimostranza generale può essere così espressa: “La riforma di Obama è un fallimento perché il nostro sabotaggio ha rallentato la sua messa in funzione”. Thune sta solo portando un po’ oltre quella logica.

 

[1] Il termine “chutzpah” deriva dalla cultura yiddish, più precisamente da un storiella che narra di un tizio che, dopo aver ammazzato i propri genitori, cercava comprensione tra i propri giudici con l’argomento di essere rimasto orfano. “Chutzpah” indica chi abbia pretese del genere, ovvero una faccia di bronzo.

[2] Il Senatore repubblicano in questione afferma nel suo ‘messaggino’ che sei milioni di americani rischiano di perdere i loro sussidi, eppure c’è chi continua a negare che la riforma sia negativa. Il rischio, che sembra sia piuttosto teorico, dipende da un contenzioso giuridico piuttosto paradossale su alcune formulazioni della legge.

[3] La tabella mostra l’evoluzione delle coperture sanitarie nelle tre situazioni tipo: la riga nera in alto indica la situazione negli Stati repubblicani, che non hanno accettato l’espansione di Medicaid (con un 14,4% di non assicurati); la linea celeste in basso mostra la situazione negli Stati che l’hanno accettata (i non assicurati sono la metà, il 7,5%; la linea blu nel mezzo indica la media nazionale (10,1% di non assicurati).

Io non penso che “derp” significhi quello che voi pensate (8 giugno 2015)

giugno 8, 2015

 

Jun 8 9:10 am

I Do Not Think That Derp Means What You Think It Means

Continuing on the theme of derp in policy discourse: Vox coincidentally has a post about Hillary Clinton’s proposal for automatic voter registration noting that signing up less informed voters isn’t necessarily a bad thing, because “informed” voters mainly seem to be informed about the party line. In effect, they know which derp they’re supposed to repeat.

Indeed, regular viewers of Fox are worse at answering simple questions about reality than people who watch no news at all.

Meanwhile, however, I’m getting a lot of people saying “Oh yeah? You do derp more than anyone!”

No, I don’t. You may believe that I am evil or stupid, or evil and stupid. But derp means something specific: it means always saying the same thing, regardless of circumstances, and regardless of past errors. Declaring that the Fed’s policies are going to cause hyperinflation, year after year, when it keeps not happening is derp. Declaring that we need aggressive fiscal and monetary expansion when the economy is depressed isn’t. It’s not an invariant claim — in fact, I get accused (stupidly) of some kind of inconsistency because I thought deficits were bad under Bush but good under Obama. And it’s not a prediction that has repeatedly proved false.

What the accusers really mean here is that I keep saying things they dislike and dispute. But that’s not derp, that’s just disagreement. There’s a difference, and only the derpy fail to grasp that difference.

 

Io non penso che “derp” [1] significhi quello che voi pensate

Proseguendo sul tema del “derp” nel dibattito politico: per coincidenza Vox pubblica un post sulla proposta di Hillary Clinton a favore della registrazione automatica degli elettori osservando che l’iscrizione degli elettori meno informati non è necessariamente una cosa negativa, giacché gli elettori “informati” sembra siano informati sulla linea del loro partito. In sostanza, conoscono quel “derp” che ci si aspetta che ripetano.

In effetti, coloro che seguono regolarmente le trasmissioni di Fox, pare che si trovino peggio nel rispondere a semplici domande sulla realtà rispetto a coloro che non guardano nessuna trasmissione [2].

Nel frattempo, tuttavia, incontro una quantità di persone che dicono: “Ma guarda! Tu fai “derp” più di chiunque altro!”

No, non è così. Potete credere che io sia malefico o stupido, oppure anche malefico e stupido. Ma “derp” significa qualcosa di particolare: significa il dire in continuazione la stessa cosa, a prescindere dalle circostanze e a prescindere dagli errori passati. Dichiarare che le politiche della Fed sono destinate a provocare l’iperinflazione un anno dopo l’altro, quando continua a non succedere è “derp”. Dichiarare che abbiamo bisogno di una espansione monetaria e della finanza pubblica quando l’economia è depressa, non lo è. Non si tratta di una affermazione immutabile – di fatto, io vengo accusato (scioccamente) di una qualche incoerenza perché pensavo che i deficit fossero una cosa negativa con Bush ed una cosa positiva con Obama. E questa non è una previsione che si è mostrata ripetutamente falsa.

Quello che in questo caso i miei detrattori vogliono dire è che io continuo ad affermare cose che loro non gradiscono e mettono in discussione. Ma questo non è un “derp”, è solo un disaccordo. C’è una differenza, e solo dei “derp” non riescono ad afferrare quella differenza.

 

 

[1] Per il significato del termine “derp” (e per le ragioni per le quali l’abbiamo adottato senza impossibili traduzioni) si veda su questo blog l’articolo dell’8 giugno sul New York Times.

[2] Fox, come è noto, è un televisione di destra. Il recente articolo sul blog Business Insider nella connessione, riporta i dati di un sondaggio relativo al grado di ‘ignoranza’ sui temi nazionali degli intervistati, suddivisi sulla base dei programmi televisivi che seguono. Non solo Fox News si colloca all’ultimo posto in graduatoria, ma si colloca sotto coloro che non seguono alcun programma.

 

 

 

Riflessioni su ineguaglianza e crescita (dal blog di Krugman, 8 giugno 2015)

giugno 8, 2015

 

Jun 8 8:08 am

Musings on Inequality and Growth

I’ve been using the case of research on inequality and growth as an example of an issue where liberals need to be careful not to let wishful thinking drive their conclusions; it would fit perfectly with our world view if inequality were not just a bad thing but also bad for the economy, which is a reason to bend over backwards to avoid accepting that conclusion too easily. But what do we really know?

Well, there have been a number of studies that seem to find a negative relationship, all based on some kind of international cross-section approach (some with time-series aspects too). So what is my problem? In general, I have doubts about the whole growth regression methodology, which has lots of problems in identifying causation (remember, that’s the methodology behind the Reinhart-Rogoff debt-threshold paper). Beyond that, there just isn’t a striking, simple relationship between inequality and growth; all the results depend on doing fairly elaborate data massaging, which might be right but might also be teasing out a relationship that isn’t really there.

Let me give you a picture showing what I think we know. It compares inequality with growth; I’ve made some data choices that others may wish to do differently, so let me explain those details. First, instead of raw Ginis I use the new Gornick-Milanovic numbers for households without members over 60. Second, I measure growth in real GDP per working-age adult (15-64), because raw GDP per capita is significantly affected by demographic divergence. Third, I look at the period 1985-2007 — essentially, the Great Moderation — because I’m not talking about macroeconomic policy. Oh, and finally I exclude both transition economies (which went from Communist to very poor capitalist circa 1990, and have very different stories) and Ireland, which grew so fast that it’s hard to see anything else.

Here’s what I get:

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Growth in GDP per working-age adult, 1985-2007 OECD, LIS

If you squint, maybe you see a very slight negative relationship here (R-squared of 0.02, if you care), but it’s not much. Basically, there isn’t much difference in growth rates overall; the low-inequality northern Europeans have a range of outcomes not noticeably different from the high-inequality Anglo-Saxons.

I might also note that low inequality is no protection against financial crisis — the Nordics had some major ones in the early 1990s. Also Denmark and the Netherlands have very high levels of household debt.

It’s important to realize that the absence of any clear relationship is a big win for progressives: right-wingers always claim that any attempt to reduce inequality will hurt the feelings of job creators and kill growth, but there’s not a hint of that problem in the data. But not much evidence that failure to reduce inequality kills growth, either. And I personally am making an effort not to be greedy — not to claim that a drive against inequality, which I view as crucially important for social and political reasons, is also the cure for lots of other things.

 

Riflessioni su ineguaglianza e crescita

È un po’ che utilizzo il caso della ricerca sull’ineguaglianza e sulla crescita come un esempio di un tema nel quale i progressisti dovrebbero non permettersi di arrivare alle loro conclusioni per effetto di un modo di ragionare ottimistico; se l’ineguaglianza non fosse soltanto una cosa sbagliata, ma fosse anche negativa per l’economia, ciò si attaglierebbe perfettamente alla nostra concezione del mondo, ma questa è una ragione per fare il possibile per non accettare quella conclusione troppo facilmente. Ma quanto ne sappiamo, in realtà?

Ebbene, ci sono stati un certo numero di studi che sembrano scoprire una relazione negativa, basati tutti su un genere di approccio che attraversa trasversalmente vari paesi del mondo (alcuni anche con aspetti relativi alle serie temporali). Quale è dunque il mio problema? In termini generali, io ho dubbi sull’intera metodologia delle regressioni in materia di crescita, che presenta molti problemi nella individuazione delle cause (si ricordi, è la metodologia che stava dietro lo studio di Reinhart-Rogoff sulla cosiddetta soglia del debito). Oltre a ciò, tra ineguaglianza e crescita non c’è affatto una relazione straordinaria e semplice; tutti i risultati dipendono da manipolazioni dei dati abbastanza elaborate, la qual cosa potrebbe essere giusta ma potrebbe anche far emergere una relazione che in realtà non esiste.

Consentitemi di mostrarvi una immagine che illustra quello che io penso che sappiamo. Esso confronta l’ineguaglianza con la crescita; ho fatto alcune scelte di dati che altri potrebbero voler fare diversamente, dunque fatemi spiegare quei dettagli. Anzitutto, invece dei semplici indici Gini [1], utilizzo i nuovi dati di Gornick-Milanovic sulle famiglie che non hanno componenti ultra sessantenni. Inoltre, misuro la crescita del PIL procapite per ogni adulto in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni), giacché il semplice PIL procapite è influenzato in modo significativo dalla divergenza demografica. In terzo luogo, mi riferisco al periodo 1985-2007 – essenzialmente l’epoca della Grande Moderazione – perché non sto parlando di politica macroeconomica [2]. Infine, escludo sia le economie in transizione (che sono passate dal comunismo ad un capitalismo molto povero attorno al 1990, e che hanno storie molto diverse), sia l’Irlanda, che è cresciuta in modo talmente rapido che è difficile affermare niente altro.

Ecco quello che ottengo [3]:

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Crescita del PIL per adulti in età di lavoro, 1985-2007. OCSE, LIS [4]

 

Se strizzate gli occhi potete osservare in questo caso una relazione assai leggermente negativa (se vi interessa, il coefficiente di determinazione [5] è pari a 0,02), ma non è gran cosa. Fondamentalmente, non c’è molta differenza in generale nei tassi di crescita; la bassa ineguaglianza dei nord europei ha una gamma di risultati non apprezzabilmente diversa dall’alta ineguaglianza degli anglosassoni [6].

Potrei anche osservare che la bassa ineguaglianza non è una protezione contro le crisi finanziarie – i paesi nordici ne hanno avute alcune importanti nei primi anni ’90. Inoltre, la Danimarca e l’Olanda hanno livelli molto elevati di debito delle famiglie.

È importante comprendere che la assenza di una chiara relazione è un grande successo per i progressisti: la destra sostiene in continuazione che ogni tentativo di ridurre l’ineguaglianza è destinato a ferire i sentimenti di coloro che creano posti di lavoro e a spengere la crescita, ma nei dati non c’è alcun cenno di quel problema. Ma non ci sono neanche molte prove che il non riuscire a ridurre l’ineguaglianza spenge la crescita. Ed io personalmente sto facendo uno sforzo per non essere ingordo – ovvero per non sostenere che una spinta contro l’ineguaglianza, che io considero importante in modo così fondamentale per ragioni sociali e politiche, sia anche la cura per una quantità di altre cose.

 

[1] Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. Si può incontrare la notazione con indice di Gini espresso in percentuale (0% – 100%), ovvero anche tra 0 e 100.(Wikipedia)

[2] Ovvero, suppongo, perché gli è più utile riferirsi ad un periodo più omogeneo, piuttosto che includere annualità con marcate caratteristiche derivanti dal ciclo economico.

[3] La tabella mostra l’andamento dei vari paesi in quei 22 anni, sulla linea verticale indicano il tasso di crescita del PIL procapite della popolazione in età di lavoro, su quella orizzontale l’indice Gini.

[4] Una Fondazione di ricerche economiche con sede in Lussemburgo.

[5] La proporzione tra la variabilità dei dati e la correttezza del modello statistico utilizzato.

[6] Se posso, per così dire, ‘intromettermi’, si può però anche considerare che forse non è del tutto casuale che i paesi europei in crisi (Spagna, Grecia ed Italia) – che pure ebbero in quel periodo andamenti del PIL diversi tra di loro – mostrano tutti coefficienti di disuguaglianza vicini alle punte più elevate dei paesi anglosassoni (Regno Unito, USA ed Australia), e distanti dai paesi del nord Europa ed anche da Germania e Francia.

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