Blog di Krugman

I moltiplicatori e la realtà (3 giugno 2015)

 

Jun 3 12:17 pm

Multipliers and Reality

The fiscal multiplier — the increase in real GDP per dollar of government stimulus spending, or the fall per dollar of austerity cuts — has assumed a lot of significance in recent years. When Bernstein and Romer assumed that it was 1.5, Robert Lucas accused them of “shlock economics“, and smeared Romer’s professional ethics. Since then there has been quite a lot of empirical work, which generally indicates a multiplier of about … 1.5.

Now, however, there is an exchange between Simon Wren-Lewis and Robert Waldmann that raises some interesting issues.

Wren-Lewis argues for a multiplier of around one, based not on empirical evidence but on a priori reasoning. Suppose the government builds a school; then

my starting point is to note that because the increase in government spending is temporary, any impact on pre-tax income or taxes will be relatively small relative to a consumer’s lifetime income. As a result, aggregate consumption is likely to change either way by an amount that is a lot less than the cost of the school.

Waldmann counters that there is essentially no reason to believe that consumers engage in the kind of calculation that’s involved here, that real consumption decisions reflect rules of thumb that can easily lead to a multiplier much more than one.

I’m actually mainly with Waldmann on this one, although Wren-Lewis’s analysis is nonetheless very useful. For the point he makes about the implications even of perfectly well-informed and rational consumers was and as far as I know still is totally misunderstood by freshwater economists, who throughout this debate have given every sign of not understanding their own models. Lucas’s attack on Romer rested in part on the claim that government spending on a new bridge would lead consumers, anticipating future taxes, to offset it one for one with cuts in their own spending; this is completely wrong if the spending is temporary.

But aside from exposing the intellectual decline and fall of the Chicago School, is this the way we should go about modeling such things? Well, yes, sometimes, because rigorous intertemporal thinking, even if empirically ungrounded, can be useful to focus one’s thoughts. But as a way to think about the reality of spending decisions, no. Ordinary households — and that’s who makes consumption decisions — have no idea what the government is spending, whether it is temporary or permanent, whatever. Consider (from Vox) what the public knows about the biggest new government program of recent years:

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If people are that uninformed about something that big, imagining that they do anything like the calculations assumed in DSGE models is ludicrous. Surely they rely on rules of thumb that don’t make use of the kind of information that plays such a large role in our models.

That said, I still do believe that the multiplier is not much bigger than 1 — indeed, around 1.5; partly because of the econometrics, but also because taxes and transfers act as automatic stabilizers.

 

I moltiplicatori e la realtà

Il moltiplicatore della finanza pubblica – l’incremento del PIL reale per ogni dollaro di spesa pubblica di stimolo all’economia, o la diminuzione per ogni dollaro di tagli dell’austerità – negli anni recenti ha assunto una grande importanza. Quando Bernstein e Romer considerarono che era pari ad 1,5, Robert Lucas li accusò di “economia scadente”, e aggiunse un oltraggio all’etica professionale della Romer. Da allora abbiamo avuto un bel po’ di studi empirici, che in genere indicano un moltiplicatore attorno …. a 1,5.

Tuttavia, adesso c’è un dibattito tra Simon Wren-Lewis e Robert Waldmann che solleva alcune interessanti questioni.

Wren-Lewis si pronuncia per un moltiplicatore attorno a 1, basandosi non su prove empiriche ma su un ragionamento a priori. Supponiamo che il Governo costruisca una scuola:

“il mio punto di partenza è osservare che poiché l’aumento della spesa pubblica è temporaneo, ogni impatto sul reddito prima delle tasse o sulle tasse sarà relativamente piccolo in relazione al reddito dell’intera esistenza del consumatore. Di conseguenza, è probabile che il consumo aggregato cambi in ogni caso di una quantità che è molto inferiore al costo della scuola.”

Waldmann di contro sostiene che non c’è alcuna ragione perché i consumatori si impegnino in calcoli come quelli che in questo caso sono stati ipotizzati, che le decisioni sul consumo reale riflettono regole generali che possono facilmente portare ad un moltiplicatore molto superiore a 1.

Per la verità, in questo caso sono fondamentalmente d’accordo con Waldmann, sebbene l’analisi di Wren-Lewis sia anch’essa molto utile. Perchè l’argomento che egli avanza sulle implicazioni di consumatori pure perfettamente bene informati e razionali era, e per quanto io sappia è ancora, totalmente frainteso dagli economisti dell’ “acqua dolce” [1], che attraverso questo dibattito hanno mostrato in ogni modo di non comprendere i loro stessi modelli. L’attacco di Lucas alla Romer si basava in parte sulla pretesa che la spesa pubblica per un nuovo ponte avrebbe portato i consumatori, anticipando le tasse future, a bilanciare quella spesa con eguali tagli alla propria spesa; questo è completamente sbagliato se la spesa è temporanea.

Ma pur senza dilungarsi sul declino e sulla caduta intellettuale della Scuola di Chicago, è questa la strada per la quale dovremmo incamminarci nel modellare cose di questo genere? Ebbene, sì, qualche volta, perché un rigoroso ragionamento intertemporale, anche se empiricamente non fondato, può essere utile per mettere a fuoco i pensieri di qualcuno. Ma no, se è un modo per ragionare sulla realtà delle decisioni di spesa. Le famiglie comuni – vale a dire quelle che prendono le decisioni di spesa – non hanno idea di quello che il Governo stia spendendo, se sia temporaneo o permanente, di qualsiasi cosa si tratti. Si consideri (da VOX) quello che l’opinione pubblica conosce sul più importante dei nuovi programmi statali di questi anni [2]:

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Se le persone sono talmente disinformate su qualcosa di così importante, immaginarsi che esse eseguano a puntino tutti i calcoli che sono considerati nei modelli DSGE [3] è comico. Sicuramente essi si basano su regole generali che non fanno uso del genere di informazioni che esercitano un ruolo così grande nei nostri modelli.

Ciò detto, io credo ancora che il moltiplicatore non sia molto più grande di 1 – in effetti, attorno a 1,5; in parte per effetto dell’econometria, ma anche perché le tasse ed i trasferimenti finanziari agiscono come stabilizzatori automatici.

 

[1] Sull’origine di questa curiosa espressione relativa alla teoria economica dell’ “acqua dolce” – e dell’opposta teoria dell’ “acqua salata” – vedi a “freshwater economics” sulle note alla traduzione.

[2] Si tratta dei risultati di un sondaggio tra i cittadini americani sui costi delle nuova legge sanitaria di Obama. La domanda è relativa a tali costi, se essi siano stati inferiori al previsto, simili al previsto, superiori al previsto. È noto che i costi sono risultati inferiori. Solo il 5% ha scelto questa soluzione, il 42% ha risposto che sono stati superiori, il 40% ha risposto di non essere sicuro, il 10% che erano costi simili al previsto.

[3] Ovvero nei modelli dell’ Equilibrio Generale Dinamico Stocastico, che è il termine tecnico con il quale si indicano tali studi.

 

 

 

L’induzione retroattiva e Brad DeLong (per esperti) (dal blog di Krugman, 3 giugno 2015)

giugno 3, 2015

 

Backward Induction and Brad DeLong (Wonkish)

June 3, 2015 5:58 am

Brad DeLong is, unusually, unhappy with my analysis in a discussion of the inflationista puzzle — the mystery of why so many economists failed to grasp the implications of a liquidity trap, and still fail to grasp those implications despite 6 years of being wrong. Brad sorta-kinda defends the inflationistas on the basis of backward induction; I find myself somewhat baffled by that defense.

Actually, I find myself baffled both theoretically and empirically.

It’s true that the Hicksian framework I usually use to explain the liquidity trap is both short-run and quasi-static, and you might worry that its conclusions won’t hold up when you take expectations about the future into account. In fact, I did worry about that way back when. My work on the liquidity trap began as an attempt to show that IS-LM was wrong, that once you thought in terms of forward-looking behavior in a model that dotted all the intertemporal eyes and crossed all the teas it would turn out that expanding the monetary base was always effective.

But what I found was that the liquidity trap was still very real in a stripped-down New Keynesian model. And the reason was that the proposition that an expansion in the monetary base always raises the equilibrium price level in proportion only actually applies to a permanent rise; if the monetary expansion is perceived as temporary, it will have no effect at the zero lower bound. Hence my call for the Bank of Japan to “credibly promise to be irresponsible” — to make the expansion of the base permanent, by committing to a relatively high inflation target. That was the main point of my 1998 paper!

It’s true that some economists reading this didn’t believe it — basically because they believed that markets would regard any large increase in the monetary base as likely to become permanent. In his discussion of the 1998 paper, Ken Rogoff declared that

No one should seriously believe that the BOJ would face any significant technical problems in inflating if it puts it mind to the matter, liquidity trap or no. For example, one can feel quite confident that if the BOJ were to issue a 25 percent increase in the current supply and use it to buy back 4 percent of government nominal debt, inflationary expectations would rise.

But even in 1998 we had good reason not to believe this claim; here’s US monetary base and prices during the 1930s:

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And a few years after I published that paper, the BoJ put it to the test with an 80 percent rise in the monetary base that utterly failed to move inflation expectations. In general, Japanese experience gave us plenty of reason to realize that macroeconomics changes at the zero bound. So it’s still a puzzle that so many macroeconomists tried to apply non-liquidity-trap logic in 2009 — and just embarrassing that they’re still doing it.

One more thing: Brad says that we came into the crisis expecting business cycles and possible liquidity-trap phases to be short. What do you mean we, white man? Again, we had the example of Japan — and even aside from Rheinhart-Rogoff, it was obvious that Postmodern business cycles were different, with prolonged jobless recoveries.

In the end, while the post-2008 slump has gone on much longer than even I expected (thanks in part to terrible fiscal policy), and the downward stickiness of wages and prices has been more marked than I imagined, overall the model those of us who paid attention to Japan deployed has done pretty well — and it’s kind of shocking how few of those who got everything wrong are willing to learn from their failure and our success.

 

L’induzione retroattiva e Brad DeLong (per esperti)

Brad DeLong è scontento, in modo inconsueto, per la mia analisi in un dibattito sul mistero dei patiti dell’inflazione – il mistero del perché tanti economisti non sono riusciti a comprendere le implicazioni di una trappola di liquidità, ed ancora non riescono ad afferrare tali implicazioni, nonostante abbiano avuto torto per sei anni. Brad in qualche modo difende i patiti dell’inflazione sulla base dell’induzione retroattiva [1]; ed io sono stupefatto da una tale difesa.

In effetti, mi ritrovo stupefatto sia in termini teorici che empirici.

È vero che lo schema hicksiano è normalmente utilizzato per spiegare come la trappola di liquidità sia di breve periodo e quasi statica, e ci si potrebbe preoccupare che le sue conclusioni non reggano allorché si mettano nel conto le aspettative sul futuro. Di fatto, a quei tempi io mi preoccupavo di questo. Il mio lavoro sulla trappola di liquidità cominciò con un tentativo di spiegare che lo IS-LM era sbagliato, che un volta che si ragionava nei termini di una condotta che guarda in avanti entro un modello scrupoloso di tutte le caratteristiche intertemporali e di tutti gli specialismi [2], si sarebbe scoperto che l’espansione della base monetaria era sempre efficace.

Ma quello che io trovai era che la trappola di liquidità era ancora del tutto vera, in un modello neokeynesiano ridotto all’osso. E la ragione era che il concetto secondo il quale una espansione della base monetaria innalza sempre in proporzione il livello dei prezzi in equilibrio in effetti si applica ad una crescita permanente; se l’espansione monetaria è percepita come temporanea, essa non avrà effetto al limite inferiore dello zero dei tassi di interesse. Da lì venne il mio invito alla Banca del Giappone di “promettere in modo credibile di essere irresponsabile” – di rendere permanente la espansione della base monetaria, impegnandosi per un obbiettivo di inflazione relativamente elevato. Questo era il punto principale del mio saggio del 1998!

È vero che, nel leggere questa affermazione, alcuni economisti non ci credettero – fondamentalmente perché ritenevano che i mercati avrebbero considerato probabile che ogni ampio incremento della base monetaria divenisse permanente. Nella espressione del suo parere sul saggio del 1998, Ken Rogoff affermò che:

“Nessuno dovrebbe credere sul serio che la Banca del Giappone si troverebbe dinanzi a problemi tecnici di un qualche rilievo nell’inflazionare (la base monetaria), a seguito di riflessioni sulla possibilità o meno di una trappola di liquidità . Ad esempio, si può essere abbastanza persuasi che se la Banca del Giappone dovesse stabilire un aumento del 25 per cento nell’offerta di liquidità ed utilizzarne un 4 per cento per rimborsare il debito pubblico nominale, le aspettative inflazionistiche aumenterebbero.”

Sennonché, anche nel 1998 avevamo una buona ragione per non credere a questa affermazione; ecco l’andamento della base monetaria e dei prezzi durante gli anni ’30:

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E pochi anni dopo la pubblicazione di quello studio, la Banca del Giappone lo mise alla prova con un aumento dell’80 per cento della base monetaria, che non riuscì affatto a spostare le aspettative di inflazione. In generale, l’esperienza giapponese ci offrì una gran quantità di ragioni per comprendere che la macroeconomia cambia al limite dello zero. È dunque ancora un mistero come molti macroeconomisti cercarono di applicare nel 2009 una logica diversa dalla trappola di liquidità – ed è semplicemente imbarazzante che continuino a farlo.

Una cosa ancora: Brad dice che entrammo in crisi perché ci aspettavamo che i cicli economici e le possibili fasi della trappola di liquidità fossero brevi. Cosa intendi ‘uomo bianco’? [3] Ancora una volta, avevamo l’esempio del Giappone – e persino a non voler considerare Reinhart-Rogoff [4], era evidente che i cicli economici post-moderni erano diversi, con prolungate riprese senza crescita dei posti di lavoro.

Infine, se la crisi successiva al 2008 è stata molto più lunga di quello che mi aspettavo (in parte grazie ad una tremenda politica della finanza pubblica), e la rigidità verso il basso dei salari e dei prezzi è stata più marcata di quello che immaginavo, in generale il modello che coloro tra noi che avevano prestato attenzione al Giappone avevano messo in circolazione ha funzionato abbastanza bene – ed è in certo qual modo stupefacente quanto pochi, tra coloro che hanno capito tutto in modo sbagliato, abbiano voglia di imparare dai loro fallimenti e dai nostri successi.

 

 

[1] Ovvero (Wikipedia in inglese) “il processo di un ragionamento che risale indietro nel tempo, dall’esito di un problema o di una situazione, per definire una sequenza di azioni ottimali. Esso consiste anzitutto nel determinare l’ultimo momento nel quale si poteva prendere una decisione e scegliere cosa fare, a quel tempo, in una qualsiasi situazione. Utilizzando questa informazione, si può determinare cosa si poteva fare nel passaggio immediatamente successivo all’ultimo. Il processo prosegue retroattivamente sinché non si individua la migliore azione per ogni possibile situazione …”.

[2] Se non sbaglio, dovrebbe trattarsi di un triplo idioma.

Il primo è classico – “dot the i’s and cross the t’s” significa “mettere i puntini sulle ‘i’ e tagliare le ‘t’”, ovvero fare le cose con molto scrupolo.

Ma c’è qua anche un secondo idioma krugmaniano: le ‘i’ sono diventati le ‘intertemporal eyes” e le ‘t’ sono diventati i “teas”. Dovrebbe essere una assonanza, nella quale le ‘i’ diventano “osservazioni intertemporali” (il limite del modello IS-LM essendo sempre stato supposto nel suo essere un modello statico, che non tiene sufficientemente di conto dei fattori intertemporali).

Quanto alle “teas” – che sostituiscono le ‘t’ – si può scartare l’ipotesi che possa trattarsi di ‘tazze di tè’. Ma si può ricordare che l’espressione “cup of tea” ha il significato idiomatico di “la specialità di qualcuno”.

Naturalmente è tutto molto arrischiato e chi ha idee migliori può segnalarle.

[3] È un buffa espressione americana, forse di origine afroamericana e prima ancora derivante dall’epopea ‘indiana’, con la quale si vuole alludere alla completa estraneità di tali etnie con la mentalità degli uomini bianchi. Dunque, la si usa ironicamente per significare di non aver niente a che fare con la mentalità del proprio interlocutore.

[4] Ovvero, a non voler considerare lo studio sulla durata delle recessioni a cura degli economisti suddetti, che in questo caso sono citati come un riferimento analitico positivo.

 

 

 

Il mistero del patito dell’inflazione (2 giugno 2015)

giugno 2, 2015

Jun 2 5:59 am

 

The Inflationista Puzzle

Martin Feldstein has a new column on what he calls the “inflation puzzle” — the failure of inflation to soar despite the Fed’s large asset purchases, which led to a very large rise in the monetary base. As Tony Yates points out, however, there’s nothing puzzling at all about what happened; it’s exactly what you should expect when interest rates are near zero.

And this isn’t an ex-post rationale, it’s what many of us were saying from the beginning. Traditional IS-LM analysis said that the Fed’s policies would have little effect on inflation; so did the translation of that analysis into a stripped-down New Keynesian framework that I did back in 1998, starting the modern liquidity-trap literature.

We even had solid recent empirical evidence: Japan’s attempt at quantitative easing in the naughties, which looked like this:

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I’m still not sure why relatively moderate conservatives like Feldstein didn’t find all this convincing back in 2009. I get, I think, why politics might predispose them to see inflation risks everywhere, but this was as crystal-clear a proposition as I’ve ever seen. Still, even if you managed to convince yourself that the liquidity-trap analysis was wrong six years ago, by now you should surely have realized that Bernanke, Woodford, Eggertsson, and, yes, me got it right.

But no — it’s a complete puzzle. Maybe it’s because those tricksy Fed officials started paying all of 25 basis points on reserves (Japan never paid such interest). Anyway, inflation is just around the corner, the same way it has been all these years.

 

Il mistero del patito dell’inflazione

Martin Feldstein ha un nuovo articolo su quello che lui chiama “il mistero dell’inflazione” – il fatto che l’inflazione non schizzi in alto nonostante gli ampi acquisti di asset da parte della Fed, che hanno comportato una crescita assai ampia nella base monetaria. Come Toni Yates ha messo in evidenza, tuttavia, non c’è niente di misterioso in tutto quello che è successo: è esattamente quello che vi dovreste aspettare quando i tassi di interesse sono prossimi allo zero.

E questa non è una logica ex-post, è quanto molti di noi vengono dicendo dall’inizio. La tradizionale analisi del modello IS-LM diceva che le politiche della Fed avrebbero avuto poco effetto sull’inflazione; lo stesso diceva la traduzione di quella analisi in un essenziale modello neokeynesiano che avanzai nel passato 1998, avviando la moderna letteratura sulla trappola di liquidità.

Abbiamo anche solide recenti testimonianze empiriche: il tentativo giapponese della ‘facilitazione quantitativa’ negli anni 2000, che è apparso in questo modo [1]:

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Non sono ancora certo perché conservatori relativamente moderati come Feldstein non trovarono tutto questo convincente nel passato 2009. Suppongo di capire perché la politica li possa aver predisposti a vedere rischi di inflazione dappertutto, ma si trattava di un concetto chiaro come un cristallo, quale non s’era mai visto. Eppure, se anche aveste fatto in modo di convincervi che l’analisi della trappola di liquidità, sei anni orsono, era sbagliata, adesso dovreste aver compreso fuori da ogni dubbio che Bernanke, Woodford, Eggertsson e, in aggiunta, il sottoscritto avevamo ragione.

Invece no – è un mistero completo. Forse dipende dal fatto che i dirigenti propensi agli inganni della Fed avevano cominciato a pagare 25 punti base sulle riserve (il Giappone non ha mai pagato tali interessi) [2]. Comunque sia, l’inflazione è proprio dietro l’angolo, come è sempre stata in tutti questi anni.

 

 

[1] Sulla linea blu il forte aumento della base monetaria dal 2000 al 2005 e sulla linea rossa l’andamento piatto dell’inflazione nella esperienza giapponese.

[2] Non è una ammissione, ma una ironia. Negli anni passati, l’estremo tentativo di eludere la spiegazione della mancata inflazione sulla base della interpretazione della trappola di liquidità da parte dei conservatori, si era riferito al fatto che la Fed imponeva interessi modestissimi sulle riserve bancarie sugli asset acquistati, pur essendo tali interessi del tutto sproporzionati a spiegare il fenomeno della mancata inflazione. E del resto, il Giappone non le pagava.

 

 

 

La malattia finlandese (dal blog di Krugman, 1 giugno 2015)

giugno 1, 2015

 

Jun 1 7:38 am

The Finnish Disease

A followup to my post inspired by troubles in Finland: it’s worth emphasizing just how bad Finland’s performance has been. For Finns, the great depression they remember is the slump at the beginning of the 1990s, driven by a combination of a bursting housing bubble and the collapse of the Soviet Union next door. The result was a very nasty slump, and a delayed recovery. But this time, although the slump in per capita GDP never got quite as deep, has been far more persistent:

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OECD

Why can’t Finland recover this time? Debt is not a problem; borrowing costs are very low. But it’s all about the euro straitjacket. In 1990 the country could and did devalue, achieving a rapid gain in competitiveness. This time not, so that there is no quick way to adjust to adverse shocks:

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This shouldn’t come as a surprise; it’s the core of the classic Milton Friedman argument for flexible exchange rates, and in turn for the tradeoff at the core of optimum currency area theory. The trouble in Finland is what everyone expected to go wrong with the euro.

What’s going on in Greece represents a whole additional level of hurt, which nobody saw coming. But it’s important, I think, to realize that even countries that didn’t borrow a lot, didn’t experience large capital inflows, basically did nothing wrong by the official criteria, are nonetheless suffering in a major way.

 

La malattia finlandese

 

Un seguito al mio post ispirato dai guai della Finlandia: è il caso di sottolineare quanto sia stata negativa la prestazione finlandese. La grande depressione che i finlandesi si ricordano è il crollo agli inizi degli anni ’90, guidato dalla combinazione dell’esplosione della bolla immobiliare e del collasso dell’Unione Sovietica alla porta accanto. Il risultato fu un tremendo smottamento ed una ripresa assai lenta. Ma questa volta, sebbene il calo del PIL procapite non sia mai arrivato tanto in basso, è stato molto più persistente:

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OCSE[1]

Perché questa volta la Finlandia non si riprende? Il debito non è un problema; i costi dell’indebitamento sono molto bassi. Ma tutto dipende dalla camicia di forza dell’euro. Nel 1990 il paese poteva svalutare e svalutò, realizzando un rapido incremento di competitività. Questa volta no, e non c’è alcun modo di correggere gli impatti negativi [2]:

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Non dovrebbe essere una sorpresa; è il cuore della classica argomentazione di Milton Friedman sui di tassi di cambio flessibili, e al tempo stesso sullo scambio che è al centro della teoria dell’area valutaria ottimale. Il guaio in Finlandia è che tutti si aspettavano di finir male con l’euro.

Quello che sta accadendo in Grecia rappresenta un livello di danno del tutto aggiuntivo, del quale nessuno si era accorto. Ma è importante, credo, comprendere che persino paesi che non si erano molto indebitati, che non avevano conosciuto grandi flussi di capitali, che fondamentalmente non avevano fatto niente di sbagliato secondo i criteri ufficiali, stanno nondimeno soffrendo in modo significativo.

 

 

[1] La tabella indica l’andamento di due ben diverse ‘riprese’, quella in blu è relativa alla recessione del 1990, quella in rosso alla recessione del 2008. Il periodo che viene considerato in entrambi i casi è un periodo di 6 anni, e come si vede la crisi degli anni ’90 fu più profonda ma la ripresa rapida e netta; oggi (dati del 2014) la ripresa non si vede ancora.

[2] Il “real effective exchange rate” è il tasso di cambio nel confronto con un ‘paniere’ delle altre principali valute (dollaro statunitense, yen giapponese, euro etc.), ma corretto sulla base dell’inflazione. Se ben capisco, è questa correzione che differenzia il “real exchange rate” dal “nominal exchange rate”, giacché una valuta unica in una semplice area valutaria non comporta ovviamente una inflazione unica, cosicché non conta soltanto il nominale confronto  con le altre valute, ma anche il peso relativo dell’inflazione di un paese. Questo consente di rappresentare – sempre se capisco correttamente – in un’unica tabella un periodo storico nel quale sino al 1999 ci si riferisce al tasso di cambio del marco finlandese e successivamente all’euro, divenuto in quell’anno la moneta ufficiale della Finlandia. Il valore 1 (o 100) indica il livello al di sopra del quale la valuta utilizzata in quel paese è valutata maggiormente  delle valute del paniere, e al di sotto del quale essa è considerata di valore inferiore.

Come si nota nella tabella, la svalutazione del 1990 avvenne in modi efficaci, portando il tasso di cambio reale del marco finlandese da un valore di circa 130 ad un valore di circa 90. A partire dalla fine degli anni ’90, invece, l’adozione dell’euro non ha comportato alcuna sostanziale modifica del tasso di cambio e dunque non ha consentito alla Finlandia alcun incremento di competitività.

 

 

 

Quello che ancora non riusciamo a far nostro di Minsky (dal blog di Krugman, 1 giugno 2015)

giugno 1, 2015

 

The Case of the Missing Minsky

June 1, 2015 3:55 am

Gavyn Davis has a good summary of the recent IMF conference on rethinking macro; Mark Thoma has further thoughts. Thoma in particular is disappointed that there hasn’t been more of a change, decrying

the arrogance that asserts that we have little to learn about theory or policy from the economists who wrote during and after the Great Depression.

Maybe surprisingly, I’m a bit more upbeat than either. Of course there are economists, and whole departments, that have learned nothing, and remain wholly dominated by mathiness. But it seems to be that economists have done OK on two of the big three questions raised by the economic crisis. What are these three questions? I’m glad you asked.

As I see it, it makes sense to think of what happened in terms of three phases. First, a buildup of vulnerability, with rising leverage and an increasingly fragile financial system. Second, the acute phase of crisis, with bank runs or their functional equivalent, collapsing liquidity, and more. Then a long period of depressed employment and activity, which still isn’t over.

The questions then are how and why each of these things can/did happen. I think of these as the Minsky question — why do economies grow vulnerable over time ; the Bagehot question — why does all hell break loose now and then; and the Keynes question — how economies can stay depressed, and how such depressed economies work.

On the Keynes question, it’s true that we haven’t had a radical change in thinking, but that’s mainly because the old thinking still works pretty well. That is, the answer for people asking who would be the new Keynes turns out to be that Keynes is the new Keynes. Or maybe that’s Hicks — anyway, IS-LMish analysis worked well, and the economists who made fools of themselves were those who rejected the time-tested approaches.

What is new is that we have had a flowering of empirical work, and have much more econometric evidence on monetary and especially fiscal policy, price behavior, and more than we used to. Look, for example, at Nakamura/Steinsson’s survey, or at the Blanchard work on multipliers in the euro area. So this is a happy story: the existing framework worked fairly well, and is now buttressed by a lot of really good empirical evidence.

On the Bagehot question, economists were initially caught flat-footed, for two reasons: failure to realize that shadow banking had recreated the risk of bank runs, and failure to appreciate the problems of leverage because there is no room for such problems in representative-agent models. But it wasn’t very hard to fix these problems, or at least apply workable patches. Once you realized that repo was the new bank deposits, the basic crisis framework was already there; and there was already enough existing analysis of balance-sheet constraints and all that to make creation of a somewhat messy, inelegant, but usable set of models quite easy.

And here too we have seen a flowering of empirical work, e.g. Mian and Sufi on household debt.

Where we have not, as far as I can tell, made much progress is the Minsky question. Why did the system become so vulnerable? Was it deregulation (or failure of regulation to keep up with institutional change)? Simple forgetting, as memories of past crises faded? Excessively loose policy? I have views, but I have to admit that there isn’t a lot of either fresh thinking or hard evidence here.

Why is Minsky still mostly missing? Partly because asking how we got here may be less urgent than the question of what we do now. But also, I’d guess, because it’s hard. Bubbles, excessive leverage, and all that probably have a lot to do with the limits of rationality, and behavioral economics doesn’t provide anything like as much guidance as it should.

Still, I’m relatively positive in my assessment of the state of macroeconomics. Against mathiness and political ideology, the gods themselves contend in vain, but that’s not a problem with the models.

 

Quello che ancora non riusciamo a far nostro di Minsky

Gavyn Davis fornisce una buona sintesi della recente conferenza del FMI sul ripensamento della macroeconomia; Mark Thoma offre pensieri ulteriori. In particolare, Thoma è deluso che non ci siano state maggiori novità, e denuncia

“l’arroganza con cui si sostiene che avremmo poco da imparare, a proposito di teoria e di politica, dagli economisti che scrissero durante e dopo la Grande Depressione.”

È forse sorprendente, ma io sono più ottimista di entrambi. Naturalmente, ci sono economisti, e dipartimenti interi, che non hanno imparato niente e che restano interamente dominati dalla ossessione matematica. Sembra però che gli economisti si siano comportati bene su due delle tre questioni sollevate dalla crisi economica. Quali sono queste tre questioni? Sono contento me l’abbiate chiesto.

Per come giudico io, ha senso ragionare su quanto è avvenuto nei termini di tre fasi. La prima, un crescendo di vulnerabilità, con un rapporto di indebitamento in crescita ed un sistema finanziario sempre più fragile. La seconda, la fase acuta della crisi, con assalti agli sportelli bancari o con il loro equivalente funzionale, il crollo della liquidità ed altro ancora. Poi un lungo periodo di occupazione e di attività economica depressa, che non è ancora superato.

Le domande dunque sono come e perché ciascuna di queste tre cose è potuta accadere ed è effettivamente accaduta. Su tali domande io ragiono sulla base della domanda di Minsky [1] (perché le economie divengano vulnerabili nel tempo?), di quella di Bagehot (perché diavolo, ora e allora, è sfuggito tutto di mano?), e di quella di Keynes (come accade che le economie possano restare depresse e che tali economie depresse possano funzionare?).

Sulla domanda di Keynes, è vero che non abbiamo avuto un radicale mutamento di pensiero, ma questo è principalmente dipeso dal fatto che le vecchie idee funzionano ancora piuttosto bene. Ovvero, si scopre che la risposta a chi chiede chi sarebbe il nuovo Keynes è che il nuovo Keynes è Keynes stesso. O forse che è Hicks – in ogni modo la analisi del genere del modello IS-LM ha funzionato ottimamente, e gli economisti che si sono resi ridicoli erano gli stessi che avevano respinto gli approcci confermati dall’esperienza.

Quello che c’è di nuovo è che abbiamo avuto un rifiorire di studi empirici, ed abbiamo molte più prove econometriche sulla politica monetaria e particolarmente della finanza pubblica, sul comportamento dei prezzi e su altro, rispetto a quello a cui eravamo abituati. Si vedano, come esempi, il saggio di Nakamura e Steinsson [2], oppure il lavoro di Blanchard sui moltiplicatori nell’area euro. Questa dunque è una storia a buon fine: la struttura esistente ha retto abbastanza bene, ed è ora rafforzata da prove empiriche realmente soddisfacenti.

Quanto alla domanda di Bagehot [3], gli economisti inizialmente sono stati presi impreparati, per due ragioni: non avevano compreso che il sistema bancario ‘ombra’ aveva ricreato i rischi degli ‘assalti agli sportelli bancari’, e non erano stati capaci di apprezzare i problemi del rapporto di indebitamento crescente, perché non c’era posto per problemi del genere nei modelli del genere dell’ ‘agente rappresentativo’ C. Ma non era molto difficile ovviare a questi problemi, o almeno adottare rimedi funzionanti. Una volta che si comprendeva che i ‘repo’ erano i nuovi depositi bancari, c’era già la struttura di base della crisi; e c’era già una sufficiente analisi disponibile sui condizionamenti derivanti dagli equilibri patrimoniali e su tutto ciò che consente la creazione di una abbastanza semplice e utilizzabile serie di modelli, per quanto disordinata e inelegante.

Ed anche in questo caso abbiamo ora a disposizione una fioritura di studi empirici, ad esempio quello di Mian e Sufi [5]  sul debito delle famiglie.

Dove non avevamo fatto, per quanto posso capire, grandi progressi era sulla domanda di Minsky. Perché il sistema era diventato così vulnerabile? Era stata la deregolamentazione (o l’incapacità dei regolamenti a tenere il passo con i mutamenti istituzionali)? Semplici dimenticanze, allorché il ricordo delle crisi passate era svanito? Una politica eccessivamente approssimativa? Ho le mie opinioni a proposito, ma devo ammettere che in questo caso non c’è molto, né di pensieri originali né di testimonianze concrete.

Perché Minsky è ancora in gran parte un pensiero che non riusciamo a far nostro? In parte perché chiederci come siamo arrivati a questo punto è forse meno urgente della domanda relativa al cosa fare adesso. Ma anche, direi, perché non è semplice. Le bolle, il rapporto di indebitamento eccessivo e tutto il resto hanno probabilmente a che fare con i limiti della razionalità, e l’economia comportamentale non ci fornisce come dovrebbe niente che assomigli ad una guida adeguata.

Eppure sono relativamente ottimista nel mio giudizio sullo stato della macroeconomia. Contro l’ossessione matematica e l’ideologia politica anche gli dei si affannano invano, ma quello non è un problema com i modelli.

 

[1] Hyman Philip Minsky (Chicago, 23 settembre 191924 ottobre 1996) è stato  un economista statunitense, collocabile vicino al filone dei post-keynesiani, noto per la sua teoria dell’instabilità finanziaria e sulle cause delle crisi dei mercati. Nel suo libro principale (Keynes e l’instabilità del capitalismo, 2008) ha studiato i processi di finanziarizzazione dell’economia, della creazione di bolle speculative e delle successive crisi, come fenomeni caratteristici delle società capitalistiche, alla luce di una lettura keynesiana del funzionamento dei meccanismi economici. Probabilmente è la figura principale di economista keynesiano degli ultimi decenni, ampiamente sottovalutato, sino almeno alla crisi finanziaria del 2008. Un economista italiano che sottolineò la sua importanza fu Silvano Andriani, nel suo importante  “L’ascesa della finanza”, del 2006. Krugman stesso ha varie volte scritto di questa sottovalutazione, in un certo senso per il passato ammettendola anche da parte sua. In occasione del Convegno di Berlino uno dei principali esponenti di questo neo-minskysmo, Steve Keen, polemizzò abbastanza aspramente con Krugman, provocando alcuni suoi interventi (“Minsky e la metodologia”, post del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario”, post sempre del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario. Continuazione”, post del 30 marzo 2012).

[2] Due giovani economisti che operano al NBER (National Bureau of Economics Research), che vorremmo tradurre prossimamente su questo blog.

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[3] Un giornalista, imprenditore e scrittore di temi economici ma anche letterari, che visse nell’Ottocento (1826-1877). Nel contesto di questo post, il riferimento implicito è particolarmente ad un suo lavoro di storia finanziaria (“Lombard Street: una descrizione del mercato valutario”, 1873). In un certo senso, in varie occasioni (si vedano vari post di Krugman e di Brad DeLong) quello studio antico viene considerato pienamente soddisfacente per una risposta alla “domanda di Bagehot” alla quale qua si allude: come avviene che si producano sui mercati finanziari quei meccanismi cumulativi che portano alle crisi di panico finanziario.

[4] Gli economisti usano il termine ‘agente-rappresentativo’ per indicare categorie intere di soggetti che assumono decisioni economiche e di mercato ‘tipiche’, come ad esempio ‘i consumatori’ o ‘le imprese’. Un modello economico è definito del genere dell’ ‘agente-rappresentativo’ se assume che il comportamento dei soggetti di una certa categoria è identico.

[5] Di Atif Mian ed Amir Sufi vedi la traduzione in questo blog dell’articolo del 26 aprile 2014.

 

 

Quest’età di ottusi, versione Kansas (31 maggio 2015)

maggio 31, 2015

 

May 31 10:57 am

This Age of Derp, Kansas Edition

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Menzie Chinn notes the continuing failure of the Kansas experiment with supply-side tax cuts. And yes, it is an experiment — Gov. Brownback said it was, and by cutting taxes radically on the basis of ideology rather than any compelling event, Kansas in effect provided us with a natural experiment on exactly what such cuts accomplish. Menzie uses business indicators; I just look at employment growth since Brownback took office, compared with the nation as a whole (red line). No hint whatsoever of a supply-side boost, and of course a terrible fiscal crisis.

So how will this change GOP economic ideology? You know the answer: not at all. We live in an age of right-wing derp, of doctrines that just get repeated (and indeed strengthen their political hold) no matter how wrong they prove. Gold bugs and Austrians are more dominant in GOP circles than they were before seven years of wrongly predicting runaway inflation. Supply-siders are more dominant than ever despite the boom in California and the bust in Kansas.

Why this indifference to evidence? Partly it must be the closed right-wing media universe. Partly it’s political polarization, which means that in places like Kansas even the most spectacular policy failure doesn’t cost Republicans elections, whereas any hint of heresy will cost you the primary.

Anyway, it’s a remarkable picture.

 

Quest’età di ottusi [1] , versione Kansas

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Menzie Chinn osserva che l’esperimento del Kansas con i tagli al fisco derivanti dalla teoria economica dal lato dell’offerta, continuano a non avere successo. Ed è vero, si tratta di un esperimento – il Governatore Brownback lo aveva detto, e tagliando le tasse sulla base di una ideologia anziché di bisogno impellente, il Kansas ci sta in effetti esattamente fornendo un esperimento naturale su cosa tali tagli conseguono. Menzie usa gli indicatori di impresa; io osservo semplicemente i dati sulla crescita dell’occupazione dal momento in cui Brownback è entrato in carica, a confronto con la nazione nel suo complesso (linea rossa). Non c’è cenno di alcuna spinta dal lato dell’offerta, mentre c’è ovviamente una tremenda crisi finanziaria.

Quanto cambierà, dunque, l’ideologia economica del Partito Repubblicano? Sapete la risposta: per niente. A destra, viviamo in un’epoca di ottusi, di dottrine che vengono proprio ripetute in continuazione (e con ciò effettivamente rafforzano la loro presa politica), a prescindere da quanto si dimostrino sbagliate. I fautori dell’oro e gli ‘Austriaci’ sono più egemoni nei circoli repubblicani di quanto non fossero prima di sette anni di errate previsioni sull’inflazione fuori controllo. I sostenitori dell’economia dal lato dell’offerta sono più diffusi che mai, nonostante il boom in California e il disastro del Kansas.

Perché questa indifferenza ai dati di fatto? In parte deve dipendere dall’universo chiuso dei media della destra. In parte dipende dalla polarizzazione politica, il che significa che in posti come il Kansas il più spettacolare fallimento politico non comporta di perdere le elezioni, mentre ogni accenno di eresia comporterebbe di perdere le primarie.

In ogni modo, un quadro notevole.

 

 

[1] Mi pare una traduzione abbastanza accettabile. “Derp” ha un’origine onomatopeica, provenendo dal suono che un personaggio dei cartoni della serie South Park emette – sbattendosi un martello in testa – forse a significare la sua fatale inidoneità a tutto. Questo difetto di adeguatezza intellettiva, se capisco, può essere riferito al soggetto stesso o anche all’interlocutore dello stesso, quando l’altro dica una patente sciocchezza, o alla sciocchezza medesima.

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Ultima uscita prima del caos (30 maggio 2015)

maggio 30, 2015

 

May 30 5:17 am

Last Exit Before Chaos

There’s an odd summer-of-1914 feel to the current state of the Greek crisis. While some of the main players are, rightly, desperate to find a way to head off Grexit and all it entails, others – on the creditor as well as the debtor side — seem not just resigned to collapse but almost as if they’re welcoming the prospect, the way, a century ago, far too many Europeans actually seemed to welcome the end of messy, frustrating diplomacy and the coming of open war.

Is there still a way out? There should be. As I and others have been saying for a while, the arithmetic is actually quite clear: Greece cannot run a primary deficit, it cannot be forced to run a large primary surplus, so a small primary surplus is the obvious solution and better for all concerned than euro exit.

There is, one must admit, a new problem caused by the current confrontation itself: uncertainty has pushed Greece back into recession, and the primary surplus achieved last year has vanished. But given a deal it should be possible to arrange some temporary financing while a modest recovery puts the primary balance back into the black.

The big problem is how to get a deal given lack of trust on all sides. The Greeks feel, with justification, that they have been treated as a conquered province by callous and incompetent proconsuls, and balk at anything that seems like a return to the regime of the past 5 years. The institutions – looking over their shoulders at the Swabian housewife – don’t trust that the still-inexperienced Syriza government knows what it is doing, has the capacity to deliver, or is realistic about what has to be done.

Yet from what I hear there is still room for at least a temporary deal. Greece would have to deliver some concrete action – VAT hike, some adjustment on the pensions (but not a complete reform right now), maybe something on product markets. Enough so that Merkel and others can say that Greece is acting, but framed in such a way that Tsipras can say to his backers that he is not surrendering like his predecessors. Given something along these lines, the people who have been raising the bar could probably be forced to lower it again to something feasible. That is, it should be possible to get everyone to stand down.

There are just a few days left. Let’s hope that cool heads prevail.

 

Ultima uscita prima del caos

C’è una strana sensazione da estate del 1914 al punto attuale della crisi greca. Mentre alcuni protagonisti sono, giustamente, disperati di trovare un modo per evitare l’uscita della Grecia e tutto quello che comporterebbe, altri – dal lato dei creditori come da quello dei debitori – sembrano non solo rassegnati al collasso, ma quasi compiaciuti di quella prospettiva, nello stesso modo in cui, un secolo fa, anche troppi europei effettivamente sembravano essere compiaciuti della fine della confusa e frustrante diplomazia e dell’arrivo della guerra aperta.

C’è ancora una via d’uscita? Ci dovrebbe essere. Come io ed altri veniamo dicendo da un po’, in verità l’aritmetica è abbastanza chiara: la Grecia non può gestire un deficit primario e non può essere costretta a gestire un ampio avanzo primario, cosicché un piccolo avanzo primario è la soluzione ovvia, ed è migliore che non un’uscita dall’euro, per tutti quelli che sono coinvolti.

C’è, lo si deve ammettere, un nuovo problema provocato dallo stesso attuale scontro in corso: l’incertezza ha spinto la Grecia ancora più indietro nella recessione, e l’avanzo primario ottenuto l’anno passato è stato vanificato. Ma con un accordo dovrebbe essere possibile qualche finanziamento provvisorio, mentre una modesta ripresa riporterebbe l’equilibrio primario in positivo.

Il grande problema è come ottenere un accordo data la mancanza di fiducia di tutti gli schieramenti. I greci sentono, giustificatamente, di essere stati trattati come una provincia conquistata da proconsoli brutali e incompetenti, e rifiutano tutto quello che appaia come un ritorno al regime dei cinque anni passati. Le istituzioni – che devono tener presente la casalinga sveva [1] – non credono che l’ancora inesperto governo di Syriza sappia quello che sta facendo, abbia la capacità di portarlo a termine, o che sia realistico su quanto è necessario fare.

Tuttavia, da quanto apprendo, c’è ancora spazio per un accordo almeno temporaneo. La Grecia dovrebbe mettere in atto alcune iniziative concrete – un innalzamento dell’IVA, alcune correzioni sul sistema pensionistico (ma non una riforma completa, in questo momento), forse qualcosa sui mercati dei prodotti. Abbastanza da consentire alla Merkel e ad altri di affermare che la Grecia sta agendo, ma in una cornice tale che Tsipras possa dire ai suoi sostenitori che egli non si sta arrendendo come i suoi predecessori. Sulla base di queste premesse, le persone che stanno alzando l’asticella probabilmente sarebbero costrette ad abbassarla nuovamente, verso soluzioni fattibili. Vale a dire, dovrebbe essere possibile per tutti trovare un accomodamento.

Sono rimasti soltanto pochi giorni. Speriamo che prevalgano i nervi saldi.

 

[1] La “casalinga sveva” è il mito della frugalità della donna di casa tedesca, al quale ha fatto spesso riferimento la stessa Angela Merkel. Suppongo che in questo caso il letterale ‘guardare oltre le loro spalle’ possa essere tradotto nel senso di considerare il senso comune nazionale, di non offendere quel mito di supposta frugalità.

 

 

Disagio nordico (dal blog di Krugman, 29 maggio 2015)

maggio 29, 2015

 

May 29 1:27 pm

Northern Discomfort

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The FT has an interesting although garbled story about Finland’s economic woes. Ignore the numbers, which as best I can tell are all wrong (is this becoming an FT trademark?); more crucially, someone seems confused about the difference between wages and unit labor costs. If you go to the Conference Board numbers, you find that Finland has indeed seen a rapid rise in ULC, but not because of a wage explosion; it’s all about collapsing manufacturing productivity.

But the broader story here is that we’re increasingly seeing that the problems of the euro extend well beyond the troubles of southern European debtors. Economic performance has also been very bad in several northern nations with good credit ratings and low borrowing costs — Finland, Denmark (which isn’t on the euro but shadows it), the Netherlands.

What’s going on? Well, in the case of Finland we’re seeing the classic problems of asymmetric shocks in a currency area that isn’t optimal. Finland’s two main export sectors, forest products and Nokia, have tanked; this creates the need for a sharp fall in relative wages to make up for the lost markets, but because Finland doesn’t have its own currency anymore this adjustment must take the form of a slow, grinding internal devaluation (which is, by the way, why the garbled discussion of wages turns the story into nonsense).

The problems of the euro, in other words, weren’t caused by an outbreak of fiscal irresponsibility that won’t recur if the Greeks can be brought to heel; they weren’t even, in a deep sense, the result of big capital flows that won’t come back again. The whole single currency project was flawed from the start, and will keep generating new crises even if Europe somehow gets through this one.

 

Disagio nordico [1]

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Il Financial Times pubblica un racconto interessante, seppure ingarbugliato, sui guai economici della Finlandia. Trascurate i dati, il meglio che posso dirne è che sono tutti sbagliati (sta diventando un marchio di fabbrica del FT?); più determinante, qualcuno sembra si confonda sulla differenza tra salari e costi unitari del lavoro. Se andate ai dati di The Conference Board [2], scoprite che la Finlandia ha conosciuto in effetti una crescita rapida nei costi unitari del lavoro, ma non a causa di una esplosione salariale; tutto è dipeso da un collasso della produttività nel settore manifatturiero.

Ma la storia più generale in questo caso è che stiamo sempre di più constatando che i problemi dell’euro vanno ben oltre i guai dei debitori dell’Europa meridionale. Le prestazioni economiche sono state assai negative anche in varie nazioni del Nord con classificazioni sul credito positive e bassi costi di indebitamento – la Finlandia, la Danimarca (che non è nell’euro ma lo segue come un’ombra), l’Olanda.

Cosa sta succedendo? Ebbene, nel caso della Finlandia stiamo assistendo ai classici problemi degli shock asimmetrici in un’area valutaria non ottimale [3]. Due principali settori delle esportazioni finlandesi, i prodotti forestali e Nokia, sono calati bruscamente; questo crea la necessità di una brusca diminuzione dei salari relativi, ma poiché la Finlandia non ha più la sua propria valuta questa correzione deve avvenire nella forma di una lenta, pesante svalutazione interna (la qualcosa, per inciso, è la ragione per la quale quella confusionaria ricostruzione sui salari trasforma quel racconto in un nonsenso).

I problemi dell’euro, in altre parole, non furono prodotti da una esplosione di irresponsabilità nelle finanze pubbliche che non si ripeteranno se i Greci saranno ridotti all’obbedienza; essi non furono nemmeno, in sostanza, il risultato di grandi flussi di capitali che non avranno più luogo. L’intero progetto della valuta unica era difettoso dall’inizio, e continuerà a generare nuove crisi anche se l’Europa in qualche modo riuscirà a superare questa.

 

 

[1] La tabella mostra quanto alcuni paesi dell’Europa del Nord condividano i disagi delle nazioni europee in crisi. Come si nota la caduta del PIL procapite in Finlandia si è collocata, nel periodo 2007-2014, sostanzialmente agli stessi livelli di Spagna e Portogallo, appena un po’ meglio dell’Italia. Danimarca e Olanda seguono a ruota.

Il 27 maggio scorso, Timo Soini, sotto nella foto, il leader del partito populista ed euroscettico finlandese, è diventato Ministro degli Esteri e degli affari europei della nuova coalizione di centro destra.

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[2] Una associazione fondata nel 1916 di ricerca economica.

[3] Sul concetto di “shocks asimmetrici” si legga, tradotto in questo blog, l’intervento di Paul Krugman nel maggio del 2012 alla Conferenza annuale di Macroeconomia del National Bureau of Economic Research.

Questo è un estratto riferito a tale concetto: “Gli svantaggi di una singola valuta derivano da una perdita di flessibilità. Non si tratta solo del fatto che un’area valutaria è costretta ad una unica politica monetaria che deve andar bene per tutti; è ancora più importante la assenza di meccanismi di correzione. Per questa ragione sembrava agli ideatori dell’ OCA (Area Valutaria Ottimale), e continua a sembrare oggi, che i mutamenti nei prezzi relativi e nei salari siano molto più facilmente ottenibili attraverso la svalutazione della moneta che non attraverso la rinegoziazione dei contratti individuali. L’Islanda ha ottenuto una caduta del 25 per cento dei salari in relazione al centro Europa in un colpo solo, con la caduta del krona. La Spagna probabilmente ha bisogno di una analoga correzione, ma tale correzione, ammesso che possa davvero aver luogo, richiederà anni di brusca deflazione dei salari a fronte di una elevata disoccupazione.

Ma perché mai sono necessarie correzioni del genere? La risposta sono gli “shocks asimmetrici”. Un boom od una crisi generalizzata in un’area valutaria non presentano alcun problema particolare. Ma supponiamo, per fare un esempio tutt’altro che ipotetico, che un grande boom immobiliare porti alla piena occupazione ed alla crescita dei salari in una parte, ma solo in una parte, dell’area valutaria, dopodiché vada in crisi. L’eredità di quegli incrementi salariali dei tempi del boom sarà un settore manifatturiero non competitivo, e di conseguenza il bisogno di provocare un nuovo abbassamento dei salari, almeno relativi.

Dunque i vantaggi di una moneta unica comportano un costo potenzialmente elevato. Le teoria dell’area valutaria ottimale è relativa ad un bilancio comparato di quei vantaggi e di quei costi potenziali.”

 

 

 

 

 

Sesso, droga e tassi a zero (dal blog di Krugman, 29 maggio 2015)

maggio 29, 2015

 

May 29 6:52 am

Sex and Drugs and Zero Rates

Bloomberg has a clever chart, showing just how many traders have never seen an economy not at the zero lower bound:

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This cries out, of course, for a callback to my favorite blog comment ever, on Kevin O’Rourke’s What Do Markets Want? Saith the commenter,

The markets want money for cocaine and prostitutes. I am deadly serious.

Most people don’t realize that “the markets” are in reality 22-27 year old business school graduates, furiously concocting chaotic trading strategies on excel sheets and reporting to bosses perhaps 5 years senior to them. In addition, they generally possess the mentality and probably intelligence of junior cycle secondary school students. Without knowledge of these basic facts, nothing about the markets makes any sense—and with knowledge, everything does.

Side benefit: read the caption on the Bloomberg chart, and note how bad economic analysis — the specific kind of bad analysis one finds on cable TV business news — gets presented, probably unknowingly, not even as opinion but as fact. “Inexperienced traders will have to tackle markets without the central bank’s artificially low interest rates …” [my emphasis]. Who says they’re artificially low? What does that even mean? It might mean rates below the Wicksellian natural rate, which is the rate that produces stable inflation — but with inflation consistently below the Fed’s target, this criterion would if anything say that rates are artificially high, propped up by the zero lower bound.

Anyway, this is an issue that has been hashed over many times, most recently by Ben Bernanke, saying pretty much exactly the same thing I said a year earlier. But someone at Bloomberg thinks it’s just a well-known fact that rates are artificially low, and so misinforms readers.

 

Sesso, droga e tassi a zero

Bloomberg presenta una diagramma ingegnoso, che mostra come molti operatori non abbiano mai visto un’economia che non fosse al limite inferiore dello zero nei tassi di interesse [1]:

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Tutto questo reclama inevitabilmente una citazione del migliore commento di tutti i tempi che io abbia mai letto su un blog, nell’articolo “Cosa vogliono davvero i mercati?” di Kevin O’Rourke. Così si espresse il commentatore:

“I mercati vogliono soldi per la cocaina e le prostitute. Lo dico assolutamente sul serio.

Gran parte delle persone non comprendono che “i mercati” sono in realtà laureati di scuole di management tra i 22 ed i 27 anni, che escogitano furiosamente strategie commerciali sui fogli di ‘excel’ e ne fanno resoconti a principali che hanno forse cinque anni più di loro. In aggiunta, in generale essi sono dotati della mentalità e magari della perspicacia di studenti di un ciclo di scuole secondarie superiori. Se non si conoscono questi fatti fondamentali, niente dei mercati diventa comprensibile – e si si conoscono, tutto diventa comprensibile.”

Un servizio aggiuntivo: si legga, sul diagramma di Bloomberg, il sottotitolo e si osservi come, probabilmente in modo inconscio, venga presentata una analisi economica scadente – quel genere particolare di analisi scadente che si trova sui notiziari delle televisioni via cavo che si occupano di economia – peraltro non come una opinione ma come un dato di fatto. “Operatori inesperti dovranno misurarsi con i mercati senza i tassi di interesse artificialmente bassi della banca centrale …” [sottolineatura mia]. Chi lo dice che sono artificialmente bassi? Cosa mai significa? Potrebbe significare tassi che sono al di sotto del tasso wickselliano naturale [2] – ma con l’inflazione costantemente al di sotto dell’obbiettivo della Fed, questo criterio significherebbe semmai che i tassi sono artificialmente alti, puntellati dal limite inferiore dello zero.

In ogni modo, questo è un tema che è stato sviscerato molte volte, più di recente da Ben Bernanke [3], che ha detto quasi esattamente le stesse cose che io dissi un anno fa. Ma qualcuno a Bloomberg pensa che sia semplicemente un fatto ben noto che i tassi di interesse siano artificialmente bassi, e di conseguenza disinforma i lettori.

 

 

[1] Il titolo del diagramma significa: “Il rialzo del tasso della Fed, per Wall Street è come un diventare maggiorenni”. Sottotitolo: “Mentre la Fed si prepara ad elevare i tassi, per la prima volta operatori inesperti dovranno misurarsi con mercati senza i tassi di interesse artificialmente bassi della banca centrale.”

In effetti sul diagramma, nel segmento con i tassi di interesse a zero dal 2009 al 2015, si legge che quasi un terzo degli operatori non hanno mai visto tassi di interesse diversi dallo zero.

[2] Johan Gustaf Knut Wicksell (Stoccolma, 20 dicembre 1851Stocksund, 3 maggio 1926) è stato un economista svedese. Wicksell, molto influenzato dalle visioni economiche di Léon Walras, Eugen von Böhm-Bawerk e David Ricardo, cercò di trovare una sintesi proprio tra questi tre importanti economisti. Il suo lavoro di creazione di una teoria economica sintetica gli valse l’appellativo di “economista degli economisti”. Partendo da presupposti marginalisti, e difendendo la distribuzione della ricchezza prodotta, Wicksell sostenne la necessità dell’intervento dello Stato per implementare lo stato sociale. Wicksell contribuì molto alla teoria dell’interesse, soprattutto attraverso l’opera del 1898, intitolata Geldzins und Güterpreise. Wicksell separò il concetto di interesse naturale da quello di interesse della moneta. Il primo è neutrale rispetto ai prezzi del mercato reale mentre il secondo è la mera visione dell’interesse del mercato dei capitali. (Wikipedia)

Il tasso di interesse neutrale, o anche ‘naturale’, è il tasso al quale il PIL reale sta crescendo al suo tasso tendenziale e l’inflazione è stabile. In questo senso coincide con il tasso che è coerente con la piena occupazione ‘possibile’. ‘Possibile’ e non letterale, perché la condizione che determina la quantità di occupazione consiste nel fatto che essa non provochi spinte inflattive, e questo coincide con un livello di disoccupazione considerato il minimo ragionevole (la Fed lo stima attorno al 5/5,5).

[3] Vedi in questo blog la traduzione del post di Bernanke (“Perché i tassi di interesse sono così bassi?”, 30 marzo 2015).

 

 

 

 

Lettonia: l’eccitazione è passata (28 maggio 2015)

maggio 28, 2015

 

May 28 1:04 pm

Latvia: The Thrill Is Gone

Back in 2013, when Olivier Blanchard presented a paper on Latvia at the Brookings Panel, many of the participants were bemused: why was the august panel devoting so much time to a country with the population of Brooklyn? But Latvia was, for a time, the great poster child for austerity.

Even then, as many of us pointed out (I was one of Olivier’s discussants) that role rested on shaky foundations; the main really good news about Latvia, rapid productivity growth, arguably had more to do with the catchup of a very poor country by European standards than with macro policy.

And now, as Frances Coppola notes, the era of rapid bounce back has stalled out. Here’s Latvia as compared with another small peripheral economy (even fewer people, although comparable GDP) that followed very different policies:

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Eurostat

And no, Latvia’s rapid pre-crisis growth says nothing at all about the success of its post-crisis policies — if anything, it should set the bar for success higher.

Truly, nothing much here to justify all that triumphalism.

 

Lettonia: l’eccitazione è passata

Nel 2013, quando Olivier Blanchard presentò un saggio sulla Lettonia al Brooking Panel, molti dei partecipanti rimasero sconcertati: perché quel prestigioso comitato dedicava tanto tempo ad un paese con la popolazione di Brooklyn? Ma, per un certo periodo, la Lettonia fu il grande riferimento pubblicitario dell’austerità.

Anche allora, come molti di noi misero in evidenza (io fui un degli interlocutori di Olivier in quel dibattito) quel ruolo si basava su fondamenti traballanti; la vera principale buona notizia sulla Lettonia, una crescita della produttività molto rapida, aveva probabilmente molto più a che fare con il fatto che un paese molto povero si era rimesso al passo degli standard europei che non con la politica macroeconomica.

E adesso, come osserva Frances Coppola, l’epoca del grande rimbalzo si è bloccata. Ecco un confronto tra la Lettonia e un’altra piccola economia periferica (con ancora meno abitanti, seppure con un PIL comparabile) che ha seguito politiche molto diverse:

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Eurostat

 

E no, la rapida crescita precedente alla crisi non ci dice niente del successo delle sue politiche successive alla crisi – semmai, dovrebbe collocare più in alto la barra del successo.

Per la verità qua non c’è niente che giustifichi quel trionfalismo.

 

Note preliminari sull’ineguaglianza e sulla organizzazione urbana (27 maggio 2015)

maggio 27, 2015

 

Preliminary Notes on Inequality and Urbanism

May 27, 2015 8:53 am

Edited slightly from first version

Tim Wu has an interesting piece about the phenomenon of vacant storefronts in booming New York neighborhoods, which by coincidence dovetails with a number of conversations I’ve been having here at the Said Business School in Oxford, where several people are interested in the changing economic geography of London and its links to globalization.

The empty-store phenomenon is interesting, and cries out for a bit of modeling, which I won’t do right now. But it’s part of a broader story of big money moving in to desirable neighborhoods, and in the process destroying what makes them desirable. And this in turn has me thinking, blurrily — this is just a start — about the relationship between inequality and urbanism. Not as a diatribe — I think it’s a fairly complex issue — but just as an interesting thing, especially if you’re in the process of moving into a big city.

Some thoughts:

First, when it comes to things that make urban life better or worse, there is absolutely no reason to have faith in the invisible hand of the market. External economies are everywhere in an urban environment. After all, external economies — the perceived payoff to being near other people engaged in activities that generate positive spillovers — is the reason cities exist in the first place. And this in turn means that market values can very easily produce destructive incentives. When, say, a bank branch takes over the space formerly occupied by a beloved neighborhood shop, everyone may be maximizing returns, yet the disappearance of that shop may lead to a decline in foot traffic, contribute to the exodus of a few families and their replacement by young bankers who are never home, and so on in a way that reduces the whole neighborhood’s attractiveness.

On the other hand, however, an influx of well-paid yuppies can help support the essential infrastructure of hipster coffee shops (you can never have too many hipster coffee shops), ethnic restaurants, and dry cleaners, and help make the neighborhood better for everyone.

What does history tell us? Politically, I’d like to say that inequality is bad for urbanism. That’s far from obvious, however. Jane Jacobs wrote The Death and Life of Great American Cities right in the middle of the great postwar expansion, an era of widely shared economic growth, relatively equal income distribution, empowered labor — and collapsing urban life, as white families fled the cities and a combination of highway building and urban renewal destroyed many neighborhoods.

And when a partial urban revival began, it was arguably associated with forces driven by or associated with rising inequality. Affluent types in search of a bit of cool — probably 5 percenters rather than 1 percenters, and more or less David Brooks’s Bobos (bourgeois bohemians) drove gentrification and revival in urban cores; in New York, at least, large number of poorly paid but striving immigrants drove the revival of outer borough neighborhoods like Jackson Heights or Brighton Beach.

Still, we’re now arguably looking at something new, as the really wealthy — domestic malefactors of great wealth, but also oligarchs, princelings, and sheiks — buy up prime real estate and leave it vacant, creating luxury-shopping wastelands at best (I know, snobbish Upper West Side bias), expensive ghost districts at worst.

Anyway, interesting to think about, and for me a welcome diversion from dark thoughts about Greece.

 

Note preliminari sull’ineguaglianza e sulla organizzazione urbana

Leggermente corrette da una prima versione

Tim Wo pubblica un interessante articolo sul fenomeno delle ‘vetrine vuote’ [1] nella espansione dei quartieri periferici di New York, che per combinazione coincide con un certo numero di colloqui che sto avendo qua, alla Saïd [2] Business School di Oxford, dove varie persone sono interessate ai mutamenti della geografia economica di Londra ed al rapporto di tutto questo con la globalizzazione.

Il fenomeno dei negozi vuoti è interessante, e chiede con evidenza un qualche modello, che non voglio esporre in questo momento. Ma è parte di un racconto più ampio dei grandi capitali che si spostano verso quartieri appetibili, e in questo processo distruggono quello che li rendeva appetibili. E a sua volta questo mi porta a riflettere in modo indefinito (questo è solo un inizio) sulla relazione tra eguaglianza ed urbanizzazione. Non nella forma di un’invettiva – penso che sia una questione discretamente complicata – ma solo come una cosa interessante, in particolare se state trasferendovi in una grande città.

Alcuni pensieri.

Il primo: quando si ragiona della cose che rendono la vita urbana migliore o peggiore, non c’è assolutamente alcuna ragione di credere nella mano invisibile del mercato. Dopo tutto, le economie esterne – il vantaggio che si intuisce dallo star vicini ad altre persone impegnate in attività che generano ricadute positive – è la prima ragione dell’esistenza delle città. E questo a sua volta comporta che i valori di mercato possono produrre molto facilmente incentivi alla distruzione. Quando, ad esempio, una filiale di una banca occupa lo spazio in precedenza occupato da un amatissimo negozio di quartiere, tutti cercano di sfruttarne al meglio i vantaggi, tuttavia la scomparsa di quella bottega può portare ad una diminuzione di pedoni che passeggiano, contribuendo all’esodo di alcune famiglie ed alla loro sostituzione con giovani banchieri che non stanno mai in casa, e così via, in modi che riducono l’attrattività complessiva del quartiere.

D’altra parte, è pur vero che giovani rampanti ben pagati possono aiutare a sostenere l’infrastruttura fondamentale dei caffè alla moda (caffè alla moda non ce n’è mai troppi), di ristoranti esotici e di lavanderie a secco, e contribuire a rendere il quartiere migliore per tutti.

Tutto questo cosa ci dice? Politicamente, direi che l’ineguaglianza è negativa per l’organizzazione delle città. Tuttavia, è lungi dall’essere ovvio. Jane Jacobs scrisse “La morte e la vita delle grandi città americane” proprio nel mezzo della grande espansione postbellica, un’epoca di crescita economica ampiamente condivisa, di distribuzione del reddito relativamente equa, di maggior potere dei lavoratori – e di contro di crisi nella vita urbana, quando le famiglie bianche fuggivano dalle città ed una combinazione di costruzione della viabilità principale e di riqualificazione urbanistica distrusse molti quartieri.

E quando riprese in parte la vita nelle città, essa fu verosimilmente connessa con fattori provocati o associati ad una crescente ineguaglianza. Individui benestanti in cerca di un po’ di fresco – probabilmente facenti parte del 5 per cento dei più ricchi e non dell’1 per cento, chi più chi meno bohémien borghesi (quelli che David Brooks chiama “bobos”) guidarono la gentrificazione [3] ed il risveglio dei centri urbani; almeno a New York, un ampio numero di immigrati con poveri stipendi ma con aspirazioni guidarono la ripresa di quartieri nei distretti più esterni, come Jackson Heights o Brighton Beach.

Eppure, adesso stiamo assistendo a qualcosa di nuovo, come individui realmente ricchi – malfattori autoctoni dotati di grandi ricchezze, ma anche oligarchi, principini e sceicchi – che acquistano immobili di prima qualità e li lasciano vuoti, nel migliore dei casi creando aree desolate di negozi di lusso, nel peggiore dei casi costosi distretti fantasma (capisco che la mia possa sembrare una tendenza snob da Upper West Side [4]).

In ogni caso, cose interessanti su cui ragionare, e per me una felice diversione dai pensieri bui sulla Grecia.

[1] L’articolo di Tim Wo descrive la situazione di un quartiere di New York, il West Village, nel quale crescono le chiusure a tempo indeterminato di vari negozi. Il quartiere è ricco – un reddito medio di circa 120.000 dollari annui – ed il fenomeno non deriva da precedenti specifiche difficoltà economiche di quegli esercizi; piuttosto da improvvisi enormi aumenti del costo degli affitti, che mettono fuori mercato quelle attività. Il punto è che in seguito quei negozi possono restare chiusi anche per anni. Con quale logica economica? L’unica logica che si può immaginare è la scommessa speculativa di futuri interessi a quelle locazioni da parte di attività disposte a pagare affitti molto maggiori. In un certo senso, dunque, non è la povertà, ma la possibile ricchezza futura che porta a quei fallimenti.

“Vetrine vuota” (“vacant storefronts”) – oppure “shuttered storefronts” (“impostoni chiusi”) – indica dunque la chiusura di attività commerciale; ma più precisamente indica un prolungato periodo di inattività, nel quale i negozi restano vuoti e non sono sostituiti da altri esercizi simili.

[2] Correggiamo la denominazione dell’Istituto di Oxford (da “Said” a “Saïd”) perché in effetti il termine proviene dal primo benefattore dell’istituto, un miliardario siriano-saudita di nome Wafic Saïd.

[3] Termine coniato nel 1964 da R. Glass e con il quale si intende quel fenomeno di rigenerazione e rinnovamento delle aree urbane che manifesta, dal punto di vista sociale e spaziale, la transizione dall’economia industriale a quella postindustriale. La gentrificazione è tipica delle «città globali», associata alle politiche a indirizzo neoliberale, con forte permeabilità delle arene pubbliche locali agli interessi del capitale privato. Gli effetti della g. consistono in un radicale mutamento delle aree più depresse (inner city) delle città industriali in termini sia di ambiente costruito – attraverso la demolizione, ricostruzione o riqualificazione dei quartieri storici in via di decadenza – sia della composizione sociale. (Treccani)

[4] L’Upper West Side è un quartiere dell’isola newyorkese di Manhattan. Il quartiere ha la reputazione di essere l’area di New York City con maggiori lavoratori in ambito culturale ed artistico, mentre l’East Side è tradizionalmente il quartiere dei lavoratori di affari e commercio. (Wikipedia)

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L’uscita della Grecia e il giorno dopo (blog di Krugman, 25 maggio 2015)

maggio 25, 2015

 

May 25 9:24 am

Grexit and the Morning After

We just had another electoral earthquake in the euro area: Podemos-backed candidates have won local elections in Madrid and Barcelona. And I hope that the IFKAT — the institutions formerly known as the troika — are paying attention.

The essence of the Greek situation is that the actual parameters of a short-run deal are clear and unavoidable: Greece can’t run a primary budget deficit, because nobody will lend it new money, and it won’t (and basically can’t) run a large primary surplus, because you can’t squeeze even more blood from that stone. So you would think that an agreement for Greece to run a modest primary surplus over the next few years would be easy to reach — that is what will happen, so why not make it official?

But now the IMF is playing bad cop, declaring that it cannot release funds until Syriza toes the line on pensions and labor market reform. The latter is dubious economics — the IMF’s own research doesn’t support enthusiasm about structural reforms, especially in the labor market. The former probably recognizes a real problem — Greece probably can’t deliver what it has promised pensioners — but why should this be an issue over and above the general question of the primary surplus.

What I would urge everyone to do is ask what happens if Greece is in fact pushed out of the euro. (Yes, Grexit — ugly word, but we’re stuck with it.)

It would surely be ugly in Greece, at least at first. Right now the core euro countries believe that the rest of the euro area can handle it, which might be true. Bear in mind, however, that the supposed firewall of ECB support has never actually been tested. If markets lose faith and the time for ECB purchases of Spanish or Italian bonds arises, will it really happen?

But the bigger question is what happens a year or two after Grexit, where the real risk to the euro is not that Greece will fail but that it will succeed. Suppose that a greatly devalued new drachma brings a flood of British beer-drinkers to the Ionian Sea, and Greece starts to recover. This would greatly encourage challengers to austerity and internal devaluation elsewhere.

Think about it. Just the other day the Very Serious Europeans were hailing Spain as a great success story, a vindication of the whole program. Evidently the Spanish people don’t agree. And if the anti-establishment forces have a recovering Greece to point to, the discrediting of the establishment will accelerate.

One conclusion, I guess, is that Germany should try to sabotage Greece post-exit. But I hope that will be considered unacceptable.

So think about it, IFKATs: are you really sure you want to start going down this road?

 

L’uscita della Grecia e il giorno dopo

Abbiamo avuto un altro terremoto elettorale nell’area euro: i candidati sostenuti da Podemos hanno vinto le elezioni locali a Madrid e Barcellona. Ed io spero che l’IFKAT – l’istituzione precedentemente nota come troika – stia prestando attenzione.

La sostanza della situazione greca è che gli attuali parametri di un accordo di breve periodo sono chiari ed ineludibili: la Grecia non può gestire un deficit di bilancio primario perché nessuno gli presterà nuovi soldi, e non vorrà (fondamentalmente non potrà) gestire un ampio avanzo primario, perché non si può spremere ancora più sangue da una pietra. Dunque, si penserebbe che un accordo nel quale la Grecia gestisca un modesto avanzo primario nei prossimi anni dovrebbe essere facile da raggiungere – e se è quello che accadrà, perché non renderlo ufficiale?

Ma ora il FMI sta facendo la parte del poliziotto cattivo, che non può concedere finanziamenti finché Syriza non si mette in riga con la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro. Quest’ultima è economicamente dubbia – la stessa ricerca del FMI non conferma l’entusiasmo sulle riforme strutturali, specialmente sul mercato del lavoro. L’altra riforma probabilmente riguarda un problema vero – la Grecia probabilmente non può dare ai propri pensionati quello che gli ha promesso – ma non c’è ragione che questo sia un problema che si aggiunge alla questione generale dell’avanzo primario.

Quello che solleciterei tutti a chiedersi è che cosa accadrà se la Grecia sarà di fatto spinta fuori dall’euro (sì, il Grexit – brutta parola, ma è lì che siamo impantanati).

Sarebbe certamente preoccupante per la Grecia, almeno agli inizi. In questo momento i paesi del centro dell’euro credono che il resto dell’area euro potrebbe reggere l’impatto, il che potrebbe esser vero. Si tenga a mente, tuttavia, che il presunto sistema di protezione del sostegno della BCE non è mai stato effettivamente messo alla prova. Se i mercati perdono la fiducia e viene fuori il momento degli acquisti di bond spagnoli o italiani da parte della BCE, cosa accadrà realmente?

Ma la questione più grande è quello che accadrà un anno o due dopo l’uscita della Grecia, laddove il rischio reale per l’euro non è che la Grecia fallisca, ma che abbia successo. Supponiamo che una nuova dracma fortemente svalutata porti un’ondata di bevitori di birra inglesi sul Mar Ionio, e che la Grecia cominci a riprendersi. Questo in grande misura incoraggerebbe gli sfidanti dell’austerità e della svalutazione interna in tutti gli altri paesi.

Ci si rifletta. Solo pochi giorni orsono gli Europei Molto Seri salutavano la Spagna come una grande storia di successo, un risarcimento per l’intero loro progetto. È evidente che il popolo spagnolo non condivide quell’opinione. E se le forze ostili a questi assetti istituzionali possono indicare l’esempio di una Grecia che si riprende, il discredito di quegli assetti istituzionali avrà una accelerazione.

Suppongo che una possibile soluzione potrebbe essere un tentativo di sabotaggio della Grecia da parte della Germania, nel periodo successivo all’uscita. Ma voglio sperare che sarà considerata inaccettabile.

Dunque rifletteteci, signori dell’IFKAT: siete proprio sicuri di volervi incamminare su questa strada?

 

Regimi e regressioni (per esperti) (dal blog di Krugman, 23 maggio 2013)

maggio 23, 2015

 

May 23 3:33 am

Regimes and Regressions (Wonkish)

Some people have asked me about the chart in this post on interest rates and their effect: why did I truncate the time period, so as not to include the past couple of decades? I actually did explain my reasoning right there in the post (although I should know by now that careful reading is, let’s say, not a universal skill), but let’s revisit that anyway — and while we’re at it, let me talk about the broader principle involved.

Here’s what I said in the post:

Here’s the inverse of the Fed funds rate versus housing starts during the period when major moves in monetary policy were mainly driven by concerns about inflation (as opposed to bursting bubbles) [emphasis added]

To see what I was talking about, compare the interest-rate housing correlation in the early 1980s with the correlation after 2006 (sorry, you may have to squint a bit):

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In the left panel, you see the Fed funds rate seesawing as the Fed tried to grapple with inflation — and you see housing starts move strongly in the opposite direction, plunging when rates rose and soaring when they fell. In the right panel, however, you see housing starts and interest rates moving in the same direction — plunging together. So is there no relationship?

Bad answer. The situations are different in a fundamental way. In the 80s interest rates were being driven by fear of inflation; from the point of view of the housing market, they were more or less endogenous. In the post-2006 period they were being driven largely by the housing bust itself. So the 80s experience was a sort of natural experiment in the effects of rate changes, whereas more recent events are an illustration of reverse causation.

And I’ve been arguing for a long time that there was a regime shift in the late 1980s, that as inflation fears were replaced by the Great Moderation, we entered an era of postmodern recessions in which monetary policy was trying to clean up after bubbles rather than curb inflation.

The point, then, is that when you look for the effects of monetary policy, it’s often important to distinguish between eras when interest rates are a cause and eras when they’re an effect — and it’s not that hard to know which eras we’re talking about.

The same principle applies to fiscal policy. I do a lot of scatterplots over the period from 2009 onward, because that’s the era of panic-driven austerity, when big changes in spending and taxes were a response to fears and arguably exogenous to real GDP. A scatterplot that includes other eras — in particular, eras when the zero lower bound wasn’t binding and governments weren’t worried about bond vigilantes — is not going to give the same result.

Again, we’re looking for reasonable approximations to natural experiments here. Really clean natural experiments are hard to find, but some eras provide better experiments than others.

 

Regimi e regressioni (per esperti)

Alcune persone mi hanno fatto domande sul diagramma che compare in questo post [1] sui tassi di interesse e sui suoi effetti: perché ho interrotto la serie temporale, in modo da non includere i due decenni passati? Effettivamente avevo spiegato il mio ragionamento proprio in quel post (sebbene dovrei ormai sapere che una lettura scrupolosa non è, diciamo così, una dote universale), ma in ogni modo torniamo ad esaminarla – e, già che ci siamo, consentitemi di parlare sul principio più generale che è implicito.

Ecco cosa avevo scritto nel post:

Ecco la relazione inversa tra i tassi di riferimento della Fed e gli avvii di attività di costruzione di edifici durante il periodo nel quale gli spostamenti nella politica monetaria furono direttamente guidati dalle preoccupazioni sull’inflazione (ovvero, nel caso opposto dello scoppio delle bolle) [sottolineature aggiunte]”

Per capire di cosa stavo parlando, confrontate la correlazione tra tassi di interesse ed edilizia nei primi anni ’80 con quella dopo il 2006 (spiacente, dovete un po’ aguzzare la vista):

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Nel riquadro di sinistra, vedete il tasso di riferimento della Fed oscillare mentre la Fed cercava di cimentarsi con l’inflazione – e vedete gli avvii della attività edilizia muoversi fortemente nella direzione opposta, cadendo quando i tassi salgono e risalendo quando essi scendono. Nel riquadro di destra, tuttavia, vedete gli avvii delle attività edilizie ed i tassi di interesse muoversi nella stessa direzione – crollando assieme. Dunque, non c’è correlazione?

Risposta sbagliata. Le situazioni sono diverse in un senso fondamentale. Negli anni ’80 i tassi di interesse venivano guidati dalla paura dell’inflazione; dal punto di vista del mercato delle abitazioni, essi erano più o meno endogeni. Nel periodo successivo al 2006 essi venivano guidati in gran parte dallo stesso crollo del settore dell’edilizia. Dunque l’esperienza degli anni ’80 fu una specie di esperimento naturale sugli effetti dei cambiamenti nel tasso, mentre gli eventi più recenti sono una illustrazione di un rapporto di causa opposto.

Ed io vengo sostenendo da molto tempo che negli ultimi anni ’80 avvenne un cambiamento di regime, che le paure dell’inflazione vennero sostituite dalla Grande Moderazione ed entrammo nell’epoca delle recessioni post moderne, nelle quali la politica monetaria cerca di rimettere in ordine dopo le bolle, anziché tenere a freno l’inflazione.

Il punto, allora, è che quando si cercano gli effetti della politica monetaria, è di solito importante distinguere tra le epoche nella quali i tassi di interesse sono una causa e quelle nelle quali essi sono un effetto – e non è difficile stabilire di quali epoche stiamo parlando.

Lo stesso principio si applica alla politica della finanza pubblica. Io faccio un mucchio di grafici a dispersione nel periodo dal 2009 in avanti, perché quella è stata l’epoca della austerità guidata dal panico, quando i grandi cambiamenti nella spesa pubblica e nelle tasse furono una risposta alle paure e furono probabilmente esogeni rispetto al PIL reale. Un grafico a dispersione che includa altre epoche – in particolare periodi nel quali il limite inferiore dello zero non era condizionante ed i Governi non erano preoccupati per i ‘guardiani dei bond’ – non è destinato a dare lo stesso risultato.

Inoltre, in questo caso stiamo cercando approssimazioni ragionevoli ad esperimenti naturali. Esperimenti naturali realmente puliti sono difficili da trovare, ma qualche epoca fornisce esperimenti migliori di altre.

 

[1] “Io sto tra gli stupidi”, del 20 maggio.

Pigrizia ipocrita (22 maggio 2015)

maggio 22, 2015

 

May 22 11:51 am

Hypocritical Sloth

Yesterday Politico posted a hit piece on Elizabeth Warren, alleging that she’s being hypocritical in her opposition to a key aspect of TPP, that’s interesting in several ways. First, it was clearly based on information supplied by someone close to or inside the Obama administration – another illustration of the poisonous effect the determination to sell TPP is having on the Obama team’s intellectual ethics. Second, the charge of hypocrisy was ludicrous nonsense – “You say you’re against allowing corporations to sue governments, yet you were a paid witness against a corporations suing the government!” Um, what?

And more generally, the whole affair is an illustration of the key role of sheer laziness in bad journalism.

Think about it: when is the charge of hypocrisy relevant? Basically, only when a public figure is preaching about individual behavior, and perhaps holding himself or herself up as a role model. So yes, it’s fair to go after someone who preaches morality but turns out to be a crook or a sexual predator. But articles alleging that someone’s personal choices are somehow hypocritical given their policy positions are almost always off point. Someone can declare that inequality is a problem while being personally rich; they’re calling for policy changes, not mass self-abnegation. Someone can declare our judicial system flawed while fighting cases as best they can within that system — until policy change happens, you have to live in the world as it is.

Oh, and it’s very definitely OK to advocate policies that would hurt one’s own financial interests — it’s just bizarre when the press suggests that there’s something insincere and suspect when high earners propose tax increases.

So why are charges of hypocrisy so popular? Mainly, I think, as a way to avoid taking on policy substance. Is Elizabeth Warren right or wrong about TPP? Never mind, let’s sneer at her for having been a prominent law professor.

The same motives drive the preoccupation with flip-flopping. You once said that deficits were bad, now you say that they’re OK. Hah! Never mind whether deficits are in fact OK right now, and whether either the situation has changed or you have learned something. (As someone pointed out, both Mitt Romney and Hillary Clinton have rejected policies they used to support — but Romney has rejected policies that worked, while Clinton has rejected policies that didn’t. A bit of a difference.)

So maybe this head-scratchingly weird hit on Warren will serve as a teachable moment, a reminder that journalism about policy should be, you know, journalism about policy.

 

Pigrizia ipocrita

Ieri Politico ha pubblicato un articolo a sensazione su Elizabeth Warren che è in vari sensi interessante, sostenendo che ella sta diventando ipocrita nella sua opposizione ad un aspetto cruciale del TPP. In primo luogo, è chiaramente basato su un’informazione offerta da qualcuno vicino o interno alla Amministrazione Obama – un’altra manifestazione dell’effetto velenoso che la determinazione a far accettare il TPP sta avendo sull’etica intellettuale della squadra di Obama. In secondo luogo, l’accusa di ipocrisia è apparsa una ridicola assurdità – “Dici di essere contraria a che le imprese facciano causa ai Governi, tuttavia sei stata testimone a pagamento contro società che facevano causa al Governo!” Imbarazzante. Che cosa?

E più in generale, tutta la faccenda dimostra il ruolo fondamentale della pura e semplice pigrizia nel cattivo giornalismo.

Ci si rifletta: quand’è che l’accusa di ipocrisia è rilevante? Fondamentalmente, solo quando una personalità pubblica, uomo o donna, fa una predica sulle condotte individuali, e magari sostiene di avere un comportamento esemplare. Dunque sì, è giusto attaccare qualcuno che predica la moralità ma si rivela essere un furfante oppure di sfruttare sessualmente altre persone. Ma articoli che sostengono che le scelte personali di qualcuno sarebbero in qualche modo ipocrite data la loro posizione politica, sono quasi sempre fuori luogo. Si può dichiarare che l’ineguaglianza è un problema pur essendo personalmente ricchi; lo si fa per sostenere mutamenti politici, non una abnegazione di massa. Qualcuno può dichiarare che il nostro sistema giudiziario è carente nel mentre combatte meglio che può singoli episodi dentro quel sistema – sinché non avviene un cambiamento politico, si può solo vivere nel mondo così com’è.

Inoltre, è senz’altro molto positivo sostenere politiche che danneggerebbero i propri interessi finanziari – è proprio curioso quando la stampa indica che, allorché persone con alti guadagni propongono aumenti fiscali, ci deve essere qualcosa di insincero e di sospetto.

Perché dunque le accuse di ipocrisia sono così diffuse? Principalmente, io penso, perché sono un modo per evitare la sostanza politica. Ha ragione o torto Elizabeth Warren a proposito del TPP? Non importa, piuttosto scherniamola per essere stata una eminente docente di diritto.

Gli stessi motivi guidano la preoccupazione nel rivedere le proprie posizioni. Una volta avete detto che i deficit sono negativi, mentre adesso dite che non ci sono problemi. Risata sarcastica! Non conta che i deficit siano davvero a posto in questo momento, e neppure che la situazione sia cambiata o che abbiate imparato qualcosa (come qualcuno ha messo in evidenza, sia Mitt Romney che Hillary Clinton hanno respinto politiche che un tempo sostenevano – solo che Romney ha respinto politiche che funzionavano, mentre la Clinton ha respinto politiche che non funzionavano. C’è un po’ di differenza).

Dunque, forse questo lambiccato e stravagante attacco alla Warren funzionerà come un episodio istruttivo, un promemoria sul fatto che il giornalismo che si occupa di politica dovrebbe essere, sapete, giornalismo che si occupa di politica.

 

La nascita dei blog (22 maggio 2015)

maggio 22, 2015

 

May 22 2:05 am

Blogging Begins

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Brad DeLong has a little note on how and when he began blogging, which comes at a perfect moment for me — I’m scheduled to talk with some Oxford undergraduates about changing forms of communication in economics, and Brad’s note both tells his own story and jogs my memory about how things changed in the late 1990s.

In my own case, I began writing online in 1996, when Michael Kinsley signed me up to write a monthly column for Slate. This was still traditional column-writing — length constraints were less rigid, editing less intrusive, and gratification less delayed than in print, but still relatively old-fashioned. But it did get me accustomed to the online format.

Then came the Asian financial crisis. Everyone was scrambling to make sense of what was happening, and both events and new ideas were coming far too fast for traditional publications to keep up. So I began posting little essays, thoughts, and models on my MIT home page — which is still extant! No blogging software; I just uploaded stuff and put links on the page. But it was still effectively a form of blogging, and it turned out that a lot of people read it. That’s where I put my initial efforts to model the liquidity trap, my thoughts on macro, and more. Most of the links there seem to still work, by the way.

Other people were doing some similar things; and Nouriel Roubini took things to the next step by creating an Asian financial crisis page (which seems to be gone) that acted as a compendium and clearing house for most of the interesting stuff being written on the subject. So by the end of the 1990s a lot of the substantive discussion of international macroeconomics and finance was already taking place online, bypassing the traditional channels.

A proper blog came much later, when I realized that I wanted a place to put the backstory behind my Times columns; the Times added a Twitter feed (which I didn’t even know existed until Andy Rosenthal casually mentioned that I had 600,000 followers). And so here we are today.

 

 

 

 

 

 

La nascita dei blog

Brad DeLong ha una piccola nota su come e quando cominciò col suo blog, che arriva nel mio caso in un momento adattissimo – è in programma un mio colloquio con alcuni studenti universitari di Oxford sui mutamenti delle forme di comunicazione in economia, e la nota di Brad racconta la sua storia personale ed anche mi sollecita e ricordare quanto, negli ultimi anni ’90, le cose sono cambiate.

Nel mio caso, cominciai a scrivere online nel 1996, quando Michael Kinsley mi assunse per pubblicare un articolo mensile su Slate. Era ancora una scrittura tradizionale di articoli – i limiti di lunghezza erano meno rigidi, le correzioni meno invadenti e la soddisfazione meno ritardata che sulla carta stampata, ma ancora relativamente vecchio stile. Ma mi fece abituare al formato online.

Poi venne la crisi finanziaria asiatica. Tutti si arrampicavano sugli specchi per dare un senso a quanto stava succedendo, e sia i fatti che le nuove idee si affacciavano con esagerata velocità perché le pubblicazioni tradizionali stessero al passo. Così cominciai a pubblicare piccoli saggi, pensieri e modelli sulla mia home page del MIT – che tuttora esistono! Non esisteva il software dei blog; semplicemente caricavo la mia roba e mettevo le connessioni sulla pagina. E tuttavia era un forma di blogging, e si scoprì che la leggeva un mucchio di gente. Fu lì che formulai i miei sforzi iniziali per modellare la trappola di liquidità, i miei pensieri sulla macroeconomia ed altro ancora. Per inciso, gran parte delle connessioni sembrano funzionare ancora.

Altre persone stavano facendo cose simili; e Nouriel Roubini portò le cose ad un passo successivo creando una pagina sulla crisi finanziaria asiatica (che sembra si sia persa) che funzionava come un compendio ed una camera di compensazione delle cose interessanti che venivano scritte su quel tema. Dunque, alla fine degli anni ’90 molta della discussione sostanziale della macroeconomia e della finanza internazionale stava già prendendo posto nella comunicazione online, aggirando i canali tradizionali.

Un blog vero e proprio venne molto dopo, quando compresi che volevo un posto nel quale collocare la storia recondita dei miei articoli sul Times; il Times aggiunse un collegamento diretto con Twitter (che non sapevo nemmeno esistesse, finché Andy Rosenthal per caso mi face presente che aveva 600.000 seguaci). E così siamo arrivati ad oggi.

 

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