Blog di Krugman

Quello che mi è sfuggito (personale e autoreferenziale) (8 maggio 2015)

 

May 8 4:14 pm

What I Missed (Personal and Meta)

My new office at the CUNY Graduate Center is small — so is my Princeton office, but it has more shelf space, not to mention enough books stacked on the floor to get me warnings from the fire marshal. So I’m culling my three-and-a-half decade collection drastically. ( …. )

Many of the books I’m keeping are old conference volumes; for the most part, when I pick them up and wonder where they came from, it turns out that there’s a paper of mine inside. Either I had forgotten where that piece was published, or I had forgotten even writing it; if you’re a young academic reading this, trust me, it will happen to you.

Anyway, many of the forgotten conferences were about the Asian financial crisis of the 1990s, and when I look at my own papers, I see the elaboration of a basic theme. The crisis, I and others declared, was largely about debt, leverage, and balance sheets. There was compelling reason, we said, to believe that these factors created multiple equilibria, with self-fulfilling panic a real possibility. And in a couple of places I suggested that while the Asian crisis crucially involved exchange rates and debt in foreign currencies, essentially similar stories could unfold involving other asset prices.

So you can see why I bristle a bit at suggestions that economists don’t understand the possible role of nonlinearities, of multiple equilibria, of animal spirits, etc. etc.. I wrote so much about all that that I can’t even remember writing it!

And so I anticipated and predicted the actual crisis of 2008, right? Wrong. I had all the intellectual tools I needed, I even diagnosed a housing bubble, but I somehow failed to put the pieces together. Maybe I wasn’t as completely surprised as people who believed in the inherent stability of modern economies, and I caught on fast once the thing happened, but no, I didn’t see it coming.

Is there a moral here? I think it is that the world is a very complicated place, and it’s way too easy to miss what you should see even if your analytical framework is pretty decent. For me, at least, the great crisis came as a surprise but not a shock, something I didn’t see coming but not a deep problem for my sense of how the world works. Still, I do wish I’d paid more attention to the right things.

 

Quello che mi è sfuggito (personale e autoreferenziale)

Il mio nuovo ufficio presso il Graduate Center dell’Università di New York City è piccolo – così come il mio ufficio a Princeton, ma esso ha più spazio per scaffali, per non dire di un tal numero di libri sul pavimento da procurarmi rimproveri da parte del comandante dei vigili del fuoco. Cosicché sto abbattendo drasticamente la mia collezione trentacinquennale. (…..)

Molti dei libri che prendo in mano sono vecchi volumi di conferenze; per la maggior parte, quando li scelgo e mi chiedo da dove vengano, scopro che sono un documento della mia storia personale. Mi sono scordato dove gli articoli vennero pubblicati,  oppure ho dimenticato persino di averli scritti; se siete un giovane docente universitario e leggete queste mie note, credetemi, succederà anche a voi.

In ogni modo, molte delle conferenze dimenticate riguardavano la crisi finanziaria asiatica degli anni ’90, e quando guardo i miei articoli accademici, vedo l’elaborazione di un tema di fondo. La crisi, ho dichiarato assieme ad altri, dipese ampiamente dal debito, dal rapporto di indebitamento e dagli equilibri patrimoniali. C’erano ragioni convincenti, dicevamo, per credere che questi fattori determinavano equilibri multipli, ed una reale possibilità di una crisi di panico che si auto avvera. E in un paio di occasioni suggerii che mentre la crisi asiatica riguardava i tassi di scambio e il debito in valuta straniera, storie essenzialmente simili potevano accadere coinvolgendo i prezzi degli asset.

Potete dunque vedere per quale ragione vado un po’ in collera quando leggo che gli economisti non capiscono il ruolo possibile delle non linearità, degli equilibri multipli, degli spiriti animali [1] etc. etc. Ho scritto talmente tanto su cose del genere, che non mi ricordo neppure d’averlo scritto!

E dunque, avevo anticipato e previsto l’effettiva crisi del 2008, giusto? Niente affatto. Avevo tutti gli strumenti intellettuali necessari, diagnosticai persino una bolla immobiliare, ma in qualche modo non riuscì a comporre i vari pezzi. Forse non fui completamente sorpreso come le persone che credevano nell’intrinseca stabilità delle economie moderne, e capii rapidamente una volta che accadde, ma no, non la vidi arrivare.

C’è una morale in tutto questo? Io penso che il mondo sia un posto molto complicato, ed è sin troppo facile non vedere quello che si sarebbe dovuto vedere persino se il vostro schema analitico è abbastanza decente. Nel mio caso almeno, la crisi giunse come una sorpresa ma non come un trauma, qualcosa che non avevo visto arrivare ma non un problema profondo per la mia percezione di come il mondo funziona. Eppure, vorrei davvero aver prestato più attenzione alle cose giuste.

 

[1] È la traduzione letterale di una espressione di Keynes, che in particolare indicava i comportamenti istintivi – in genere guidati dalla voglia di fare e dall’ansia di profitto – dei capitalisti (ovvero, qualcosa che andava messo nel conto, pur non essendo del tutto spiegabile con una analisi formale).

 

 

L’ “avanti e indietro” dell’austerità e le riprese controproducenti (8 maggio 2015)

maggio 8, 2015

 

May 8 12:07 pm

Stop-Go Austerity and Self-Defeating Recoveries

Sometimes good things happen to bad ideas. Actually, it happens all the time. Britain’s election results came as a surprise, but they were consistent with the general proposition that elections hinge not on an incumbent’s overall record but on whether things are improving in the six months or so before the vote. Cameron and company imposed austerity for a couple of years, then paused, and the economy picked up enough during the lull to give them a chance to make the same mistakes all over again.

They’ll probably seize that chance. And given the continuing weakness of British fundamentals – high household debt, a soaring trade deficit, etc. – there’s a good chance that the resumption of austerity will usher in another era of stagnation. In other words, the recovery of 2013-5, which is falsely viewed as a vindication of austerity, is likely to prove self-defeating.

There’s a somewhat similar problem in the euro area, as Barry Eichengreen noted recently. There, too, growth has picked up, thanks to a pause in austerity, quantitative easing and a weaker euro. The policies that pulled Europe back from the brink were made politically possible by fear, first of collapse, then of deflation. But as the fear abates, so does pressure to change Europe’s ways; austerians are already claiming the pickup as vindication, not of Draghi’s activism, but of the policies that made that activism necessary.

Obviously my pessimism here could be all wrong; if the private sector in Britain or Europe has more oomph that I think, growth can continue even with policy backsliding. But my guess is that we’re looking at an era of stop-go austerity, in which politicians who refuse to learn the right lessons from history doom their citizens to repeat it.

 

L’ “avanti e indietro” dell’austerità e le riprese controproducenti

Talvolta accadono cose positive alle cattive idee. In effetti, accade in continuazione in Inghilterra. I risultati delle elezioni inglesi sono arrivati come una sorpresa, ma erano coerenti con l’idea generale secondo la quale le elezioni non dipendono da una prestazione complessiva, bensì dal fatto che le cose siano migliorate all’incirca nei sei mesi precedenti alle votazioni. Cameron e gli altri hanno imposto l’austerità per un paio di anni, poi si sono interrotti, e l’economia è risalita a sufficienza durante il periodo di quiete da dar loro la possibilità di rifare gli stessi errori per filo e per segno.

Probabilmente coglieranno quella possibilità. E dato che la debolezza dei fondamentali inglesi prosegue – elevato debito delle famiglie, un deficit commerciale sempre più in alto, etc. – c’è una buona possibilità che la riesumazione dell’austerità darà il via ad un’altra epoca di stagnazione. In altre parole, la ripresa del 2013-2015, che è stata falsamente considerata come un risarcimento dell’austerità, è probabile si dimostri contro producente.

In qualche modo, c’è un problema simile nell’area euro, come ha notato di recente Barry Eichengreen. Anche in quel caso la crescita si è risollevata, grazie ad una pausa nell’austerità, alla facilitazione quantitativa e all’euro più debole. Le politiche che hanno tirato indietro dal ciglio l’Europa sono state rese possibili dalla paura, anzitutto del collasso e poi della deflazione. Ma come si riduce la paura, la stessa cosa accade alle spinte per modificare gli indirizzi europei; i filo austeri stanno già rivendicando il risollevarsi come una sorta di risarcimento, non dell’attivismo di Draghi, ma delle politiche che hanno reso quell’attivismo necessario.

Ovviamente, in questo caso il mio pessimismo potrebbe essere fuori luogo; se il settore privato in Inghilterra e in Europa avrà più dinamismo di quello che penso, la crescita potrebbe continuare anche con politiche che riportano indietro. Ma la mia impressione è che stiamo assistendo ad un’epoca di ‘va e vieni’ dell’austerità, nella quale i politici che si rifiutano di apprendere le lezioni della storia costringono i loro cittadini a ripeterla.

L’economia e le elezioni inglesi (8 maggio 2015)

maggio 8, 2015

 

May 8 12:00 pm

The Economy and the British Election

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Just a reminder: The overwhelming evidence for US elections is that they are not judgements of an administration’s overall performance — they are driven by the rate of growth just ahead of the election, as in the chart above (taken from Larry Bartels.) (Any pointers to UK-specific work along the same lines would be welcome.) I’ve also put in the closest growth number I could get to the one Bartels uses for the US, taken from the ONS.

So you want to think of the economic environment for yesterday’s election as being roughly comparable to that facing Clinton in 1996. Pre-election polls suggested a close vote, but given that environment, we really shouldn’t be surprised that the incumbents did well.

That’s not to say that other things, like the distortions of mediamacro (driven by the overwhelming anti-Labour bias of the press) played no role.

 

L’economia e le elezioni inglesi

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[1]

Solo un promemoria: le testimonianze schiaccianti sulle elezioni americane sono che non si tratta di giudizi sulle prestazioni complessive di una Amministrazione – essi sono guidati dal tasso di crescita proprio prima delle elezioni, come nel diagramma sopra (preso da Larry Bartels. Sarebbero benvenuti altri suggerimenti a studi specifici sugli stessi argomenti provenienti dal Regno Unito). Ho anche inserito il dato più vicino sulla crescita che ho potuto trovare a quello che Bartels usa per gli Stati Uniti, desumendolo dall’Ufficio per le Statistiche Nazionali [2].

Avete dunque bisogno di pensare al contesto economico delle elezioni di ieri come se fosse grosso modo confrontabile con quelli che si trovò di fronte Clinton nel 1996. I sondaggi pre elettorali suggerivano un risultato di misura, ma dato quel contesto, davvero non dovremmo essere sorpresi che coloro che erano in carico siano andati così bene.

Con questo non voglio dire che le altre cose, come le distorsioni della “mediamacro” [3] (guidate da un pregiudizio anti Labour assoluto da parte della stampa) non abbiano giocato un ruolo.

 

[1] La Tabella mostra il confronto, relativo agli USA, tra i risultati del voto popolare – ovvero i risultati assoluti – del Partito in carica che si leggono sulla linea verticale e vanno da un meno 20 ad un più 30 per cento, e i dati sulla crescita dei redditi, ovvero sull’andamento percepibile dell’economia da parte degli elettori, che vanno da un meno 4 ad un più 4%.

[2] Il riferimento, come si capisce, è alla linea rossa relativa all’andamento nel Regno Unito del dato sulla crescita del reddito, che nell’anno 2014 si collocava in quella posizione. Come si nota, in quella stessa posizione di incremento del reddito si trovavano gli Stati Uniti nelle elezioni del 1996, quando il Partito in carica ottenne un risultato positivo di circa il 5%.

[3] Termine coniato da Simon Wren-Lewis ed utilizzato ormai frequentemente anche da Krugman, per indicare la macroeconomia che, in media, viene messo in giro dai media.

Il rischio sovrano in Inghilterra nel 2010 (7 maggio 2015)

maggio 7, 2015

 

May 7 2:33 pm

British Sovereign Risk, 2010

It’s election day in Britain, and God knows what will happen. But a lot of the campaign has revolved around the question of what was really going on in the spring of 2010. Cameron/Osborne want everyone to believe that Britain was in crisis, and was saved only by austerity. Is that really how it was?

Not according to the markets. Interest rates in the UK were low, but it’s not easy to use rate spreads as an assessment of risk — the way you can for eurozone countries — because Britain borrows in its own currency. So this is one place where CDS spreads may be informative.

Here, then, are CDS spreads in and around the election period of 2010, as reported by the Atlanta Fed:

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The UK is that line at the bottom, just above the United States. (I continue to be bemused by the very idea of CDS on US debt, since a world with America in default is probably one of Mad Max anarchy, but never mind.) What you see is that the markets were never worried, at all, about British solvency.

 

Il rischio sovrano in Inghilterra nel 2010

Questo è giorno di elezioni in Inghilterra, e Dio solo sa cosa accadrà. Ma una gran parte della campagna elettorale ha riguardato il tema di ciò che stava davvero prendendo il via nella primavera del 2010.

Cameron/Osborne vogliono che tutti credano che l’Inghilterra era in crisi e che fu salvata soltanto dall’austerità. Era realmente così?

Non secondo i mercati. I tassi di interesse nel Regno Unito erano bassi, ma non è facile utilizzare i differenziali nei tassi per la valutazione dei rischi – nel modo in cui si può per i paesi dell’eurozona – giacché l’Inghilterra si indebita nella sua propria valuta. Dunque, questa è una situazione nella quale i differenziali nei CDS [1] possono aiutare a capire.

Ecco, dunque, i differenziali dei CDS attorno al periodo elettorale del 2010, come riferiti dalla Fed di Atlanta:

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La riga del Regno Unito è quella in basso, proprio sopra quella degli Stati Uniti (io continuo ad essere sconcertato dalla idea in sé dei CDS sul debito statunitense, dal momento che un mondo con l’America in default sarebbe probabilmente una anarchia del genere di Mad Max [2], ma lasciamo perdere). Quello che potete constatare è che i mercati non sono mai stati affatto preoccupati della solvibilità dell’Inghilterra.

 

[1] I credit default swap in pratica sono delle assicurazioni per i possessori dei titoli sottostanti contro il fallimento o default dello Stato o società cui si riferiscono. I CDS in genere fanno riferimento ai titoli di stato a cinque anni di un paese o di una nazione. Se il credit default swap di un Paese inizia a crescere, vuol dire che la gente compra questo CDS e se il mercato compra assicurazioni contro un default e quindi spende per cautelarsi, vuol dire che percepisce un rischio.

[2] Mad Max (in Italia, Interceptor) è un film australiano del 1979, diretto da George Miller. In un futuro non troppo lontano, le riserve di energia incominciano a scarseggiare. Le strade sono in balìa di criminali psicopatici che guerreggiano contro gli ormai pochi tutori dell’ordine rimasti rappresentati dalla squadra speciale MFP (Main Force Patrol). Uno di questi psicopatici muore in uno scontro automobilistico durante un inseguimento da parte dell’agente scelto Max Rockatansky (Mel Gibson), punta di diamante della Main Force Patrol. Max si ritrova così nel centro del mirino di questi pirati della strada assetati di vendetta, che presto gli uccidono il collega ed in seguito la moglie e il figlio. Da questo momento Max pianifica la sua vendetta, e a bordo della più potente auto della Main Force Patrol, la V8 Interceptor Ford Falcon XB GT Coupé, parte alla ricerca degli assassini, uccidendoli uno dopo l’altro. (Wikipedia)

La Fed non controlla l’offerta di denaro (dal blog di Krugman, 6 maggio 2015)

maggio 6, 2015

 

May 6 6:37 pm

The Fed Does Not Control the Money Supply

Brad DeLong points us to David Glasner on John Taylor; I don’t think I need to add to the pile-on. But I do think Glasner misses a point when he says that

the quantity of money, unlike the Fed Funds rate, is not an instrument under the direct control of the Fed.

Actually, under current conditions — in a liquidity trap — it’s not even under the indirect control of the Fed. The same impotence of conventional monetary policy that makes open-market purchases of Treasuries useless at boosting GDP also mean that broad monetary aggregates that include deposits are largely immune to Fed influence. The Fed can stuff the banks full of reserves, but at zero rates those reserves have no incentive to go anywhere, and even if they do they can sit in safes and mattresses.

This is not a new point. Back in 1998 I covered it pretty well:

Putting financial intermediation into a liquidity trap framework suggests, pace Friedman and Schwartz, that it is quite misleading to look at monetary aggregates under these circumstances: in a liquidity trap, the central bank may well find that it cannot increase broader monetary aggregates, that increments to the monetary base are simply added to reserves and currency holdings, and thus both that such aggregates are no longer valid indicators of the stance of monetary policy and that their failure to rise does not indicate that the essential problem lies in the banking sector.

The effects of quantitative easing in Japan a few years later, which failed to raise M2, confirmed this conclusion. And sure enough, here’s what happened to US M2 as the Fed increased the size of its balance sheet:

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By the way, in discussing monetary policy I sometimes write “money supply” as shorthand for “monetary base”; it has always been clear, if you read my work, that I know that the Fed only truly controls the base and that this need not translate into changes in broader aggregates.

So we had a simple prediction, completely borne out by experience. And you can therefore understand why I want to bang my head against the wall when economists say things along the lines of “the Fed can just target the money supply” or “we would have had runaway inflation except that for some reason banks just increased excess reserves — who could have predicted?”

So much heavy going over such basically simple stuff. But then, to expand on and somewhat ruin Upton Sinclair, it’s difficult to get a man to understand something when he has strong incentives, which may be ideological rather than or in addition to financial, not to understand it.

 

 

La Fed non controlla l’offerta di denaro

Brad DeLong ci rinvia a David Glasner a proposito di John Taylor; io non penso sia necessario aggiungere niente della serie. Ma penso che a Glasner sfugga un punto, quando afferma:

“la quantità di moneta, diversamente dal tasso di riferimento della Fed, non è uno strumento sotto il suo diretto controllo.”

In effetti, nelle attuali condizioni – in una trappola di liquidità – essa non è neppure sotto il controllo indiretto della Fed. La stessa impotenza della politica monetaria convenzionale che rende inutili gli acquisti a mercato aperto dei buoni del Tesoro a sospingere il PIL, significa anche che gli aggregati monetari ampi che includono i depositi sono in gran parte immuni dall’influenza della Fed. La Fed può riempire di riserve le banche, ma a tassi zero quelle riserve non incentivano niente, ed anche se lo facessero resterebbero al sicuro sotto i materassi.

Non è un argomento nuovo. Nel lontano 1998 me ne occupai abbastanza precisamente:

“Inserire l’intermediazione finanziaria in uno schema di trappola di liquidità suggerisce, con buona pace di Friedman e Schwartz [1], che è abbastanza fuorviante guardare agli aggregati monetari in queste circostanze: in una trappola di liquidità, una banca centrale può ben scoprire di non potere aumentare gli aggregati monetari più generali, dato che gli incrementi nella base monetaria sono semplicemente aggiunti alle riserve ed al possesso di valuta, e di conseguenza entrambi tali aggregati non sono più validi indicatori degli spazi della politica monetaria e il loro non poter crescere non indica che il problema essenziale consista nel settore bancario.”

Gli effetti della ‘facilitazione quantitativa’ in Giappone pochi anni dopo, che non riuscì ad incrementare l’aggregato monetario definito M2, confermò queste conclusioni. Ed infatti, ecco quello che accadde all’aggregato monetario M2 negli Stati Uniti allorché la Fed aumentò i suoi equilibri patrimoniali:

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Per inciso, nel discutere di politica monetaria talvolta io scrivo “offerta di moneta” come abbreviazione di “base monetaria”; è sempre stato chiaro, se leggete il mio lavoro, che io so che la Fed in verità controlla soltanto la base e che non è necessario che questa si traduca in cambiamenti degli aggregati monetari più ampi [2].

Dunque, esisteva una previsione assai semplice, completamente confermata dall’esperienza. E potete comprendere, di conseguenza, la ragione per la quale sbatterei la testa contro un muro ogni volta che gli economisti usano espressioni quali “la Fed può semplicemente stabilire l’obbiettivo dell’offerta di moneta”, oppure “avremmo avuto una inflazione fuori controllo se non fosse che le banche, per qualche ragione, avessero aumentato le riserve in eccesso – chi lo poteva prevedere?”

Cosicché, un gran rimuginare su una questione fondamentalmente semplice. E dunque, per allargarmi e in qualche modo investire l’autorità di Upton Sinclair, è difficile fare in modo che una persona capisca qualcosa quand’egli ha forti incentivi, che possono essere ideologici o magari anche finanziari, per non capirla.

 

[1] Milton Friedman, capostipite della ‘scuola monetarista’ e premio Nobel nel 1976, è più noto. Anna Jacobson Schwartz (1915-2012) fu una importante economista americana, che con Friedman scrisse Una storia monetaria degli Stati Uniti dal 1867 al 1960, che venne pubblicato nel 1963 ed è di solito ricordato per aver principalmente attribuito la responsabilità della Grande Depressione degli anni ’30 alla inerte politica monetaria della Fed. Una tesi, appunto che non considerava le particolari condizioni di una situazione caratterizzata da una ‘trappola di liquidità’.

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[2] Si veda, ad esempio, questa tabella – e più in generale l’intero post pubblicato da Krugman il 19 marzo 2014, col titolo “Nessuno l’avrebbe potuto prevedere, versione monetaria” – che è appunto relativa ai diversi andamenti della base monetaria e dell’aggregato M2:

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A quel post, avevo aggiunto la seguente nota esplicativa che può servire anche in questa occasione: “ll confronto mostra come anche negli anni Trenta non vi fosse stata alcuna corrispondenza tra l’andamento della base monetaria (linea continua)– che indica, oltre alla moneta legale (banconote e monete metalliche che debbono essere accettate per legge come pagamenti, e le attività finanziarie convertibili in moneta legale rapidamente e senza costi, costituite da passività della banca centrale verso le banche (e, in certi paesi, anche verso altri soggetti) – e l’aggregato finanziario definito M2 (linea tratteggiata), che indica, oltre alla cosiddetta liquidità primaria (banconote e monete in circolazione ed i depositi di conti correnti trasferibili a vista tramite assegni, ma non le banconote e le monete depositate e dunque non in circolazione), anche  la liquidità secondaria, ovvero anche tutte le altre attività finanziarie con elevata liquidità e certezza futura di valore (depositi bancari e di altro tipo).  In pratica, la prima è la base monetaria virtualmente esistente, la seconda la base monetaria effettivamente utilizzata”.

Il peggiore ex-Presidente della storia (6 maggio 2015)

maggio 6, 2015

 

May 6 10:08 am

The Worst Ex-Chairman Ever

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When Alan Greenspan left the Fed, he had nearly divine status in the eyes of the financial press and, I’m sorry to say, quite a few economists. In retrospect, of course, his reputation has faltered badly; whether or not you blame Fed policy for the housing bubble (you shouldn’t), Greenspan denied the bubble’s existence and even its possibility as it was inflating, while actively blocking efforts to tighten financial regulation.

But it’s his track record since leaving office that is truly remarkable. He has been an inflation and debt fear monger, helping to make his successor’s already hard job a bit harder — and famously complained about ungrateful markets that keep failing to deliver the crises he predicts. After a brief moment of doubt about the wisdom of financial markets, he went right back to denouncing regulation while proclaiming that markets get it right “with notably rare exceptions”.

Now I have in my inbox a notice that as the Fed holds its annual meeting in Jackson Hole, Greenspan will address a counter-conference organized by a group called the American Principles Project. The group combines social conservatism — it’s anti-gay-marriage, anti-abortion rights, and pro-“religious liberty” — with goldbug economic doctrine.

The second half of this agenda may be appealing to Greenspan, a former Ayn Rand intimate — as Paul Samuelson remarked, “You can take the boy out of the cult but you can’t take the cult out of the boy.” But the anti-gay stuff? And helping these people attack his former colleagues?

Awesom.

 

Il peggiore ex-Presidente della storia

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Quando Alan Greenspan lasciò la Fed, aveva, agli occhi della stampa finanziaria e, dispiace dirlo, di un certo numero di economisti, una reputazione quasi divina. Retrospettivamente, come è ovvio, la sua reputazione è gravemente vacillata; che diate o no alla Fed la colpa della bolla immobiliare ( non dovreste farlo), Greenspan negò l’esistenza della bolla e persino l’idea che fosse possibile, nel mentre stava gonfiando, nello stesso tempo bloccò con impegno gli sforzi per regole finanziarie più strette.

Ma il suo curriculum da quando ha lasciato la sua funzione è stato davvero considerevole. È stato un seminatore di paure sull’inflazione e sul debito, contribuendo a rendere il lavoro difficile del suo successore persino più difficile – sino alla lamentela famigerata sull’ingratitudine dei mercati che continuavano a non produrre le crisi da lui previste. Dopo un breve attimo di dubbi sulla saggezza dei mercati finanziari, è tornato alle denunce dei regolamenti finanziari e a proclamare che i mercati hanno ragione “con eccezioni davvero minime”.

Ora ho tra le mie mail una notizia secondo la quale, nel mentre la Fed terrà il suo incontro annuale a Jackson Hole, egli farà un discorso organizzato da un gruppo chiamato il Progetto sui principi americani. Il gruppo combina conservatorismo sociale – è contro il matrimonio degli omosessuali, contro il diritto all’aborto e a favore della “libertà religiosa” – con una dottrina economica basata sul primato dell’oro.

La seconda parte di questo programma può essere attraente per Greenspan, un antesignano estimatore di Ayn Rand – come osservava Paul Samuelson “Potete tenere i ragazzi lontani dal fanatismo, ma non potete tenere il fanatismo lontano dai ragazzi”. Ma la roba contro i gay? E dare una mano a questa gente per attaccare i suoi precedenti colleghi?

Pauroso!

L’economia egocentrica del Veg-O-Matic (5 maggio 2015)

maggio 5, 2015

 

May 5 9:02 am

Veg-O-Matic Egonomics

All successful researchers have gigantic egos. If they didn’t — if they did not have, at the core of their being, a frightening level of intellectual arrogance — they would never have had the temerity to decide that they had insights denied to all the extremely clever scholars who preceded them. And it takes even more egotism to persist in the face of all the people who will, in fact, tell you that your insight is trivial, it’s wrong, and they said it in 1962.

So we’re all monsters, however nice we may seem in person. But there’s still the matter of self-awareness and self-control — the ability to set limits, to avoid the temptation to spend your life claiming that the insights you had decades ago were the final word on the subject, maybe even the final word on all subjects.

Which brings me to the case of John Taylor. Taylor has been harshly critical of the Fed, which he claims caused the financial crisis by failing to pursue his policy rule from the early 1990s precisely; Ben Bernanke, now that he’s free to speak his mind, has responded by firmly smacking Taylor upside the head. Taylor has lashed back. And it’s really sad.

It’s not just that, as Tony Yates patiently explains, Taylor’s claims about the proven optimality of his rule are just false. (Maybe it is optimal, but it’s far from proved, and there’s certainly no consensus.) More disturbing, at this point Taylor seems intent on selling his rule as the Veg-O-Matic of economic policies. It slices! It dices! It solves the problem of the zero lower bound! (As Yates says, this claim appears incomprehensible.)

In fact — and I wish both Yates and Bernanke were clearer about this — Taylor’s central claim about the alleged errors of monetary policy is bizarre. The Taylor rule was and is a clever heuristic for describing how central banks try to steer between unemployment and inflation, and perhaps a useful guide to how they ought to behave in normal times. But it says nothing at all about bubbles and financial crises; financial instability is impossible in the models usually used to justify the rule, and the rule wasn’t devised with such possibilities in mind. It makes no sense, then, to claim that following the rule just so happens to be exactly what we need to avoid crises. It slices! It dices! It prevents housing bubbles and stabilizes the financial system! No, I don’t think so.

As I said, it’s all very sad.

 

L’economia egoica del Veg-O-Matic

 

Tutti i ricercatori di successo hanno ego giganteschi. Se non li avessero – se non avessero, al centro del loro essere, un livello spaventoso di arroganza intellettuale – non avrebbero neppure la temerarietà di stabilire di possedere intuizioni interdette a tutti gli studiosi estremamente intelligenti che li hanno preceduti. E serve persino maggiore egocentrismo per non spostarsi, a fronte di tutte le persone che vi diranno che la vostra intuizione è banale, che è sbagliata, e che l’avevano detto nel 1962.

Siamo tutti dei mostri, dunque, per quanto di persona si possa sembrare gradevoli. Ma c’è ancora la faccenda della auto consapevolezza e dell’auto controllo – la capacità di stabilire dei limiti, di evitare la tentazione di passare tutta la propria esistenza a sostenere che le intuizioni che avete avuto decenni orsono siano la parola finale su un tema, forse addirittura la parola finale su tutti i temi.

La qualcosa mi porta al caso di John Taylor. Taylor è stato aspramente critico sulla Fed, che egli sostiene abbia provocato la crisi finanziaria mancando di osservare le sua regola operativa [1] precisamente sin dagli inizi degli anni ’90; Ben Bernanke, ora che è libero di dire quello che ha in mente, ha risposto con fermezza dando a Taylor un ceffone sulla testa [2]. Taylor ha reagito con asprezza. Ed è davvero triste.

Non si tratta solo del fatto che, come Tony Yates spiega pazientemente, le pretese di Taylor sulla provata ottimalità della sua regola sono proprio false (forse è ottimale, ma è lungi dall’essere dimostrato, e certamente non c’è su questo alcuna unanimità). In modo ancora più irritante, a questo punto Taylor sembra intenzionato a rivendere la sua regola come il Veg-O-Matic [3] delle politiche economiche. Essa affetta! Taglia a cubetti! Risolve il problema del limite inferiore dello zero nei tassi di interesse! (come dice Yates, quest’ultima pretesa appare incomprensibile).

Di fatto – ed io vorrei che sia Yates che Bernanke fossero stati più chiari su questo punto – la pretesa centrale di Taylor sui pretesi errori della politica monetaria è bizzarra. La regola di Taylor era ed è una intelligente scoperta per descrivere come le banche centrali possono cercare di stare alla larga dalla disoccupazione e dall’inflazione, ed è forse una guida utile su come dovrebbero comportarsi in tempi normali. Ma non ci dice niente sulle bolle e sulle crisi finanziarie; l’instabilità finanziaria è impossibile nei modelli normalmente utilizzati per giustificare la regola, e la regola non era stata concepita avendo in mente tali possibilità. È un nonsenso, dunque, sostenere che solo seguendo quella regola consenta esattamente di avere tutto l’occorrente per evitare le crisi. Essa affetta! Taglia a cubetti! Impedisce che si formino le bolle immobiliari e stabilizza il sistema finanziario! No, non mi pare proprio.

E, come ho detto, è tutto molto triste.

 

 

[1] Appunto nota come la “regola di Taylor”. Per “regola di Taylor” si intende una regola di politica monetaria che definisce quanto la banca centrale può modificare i tassi di interesse nominali in risposta ai mutamenti nell’inflazione, nella produzione, o in altri parametri economici principali.  Essa venne proposta dall’economista statunitense John B. Taylor nel 1993, ed era intesa a promuovere la stabilità dei prezzi e la piena occupazione, riducendo sistematicamente l’incertezza ed incrementando la credibilità verso le azioni future della banca centrale.

[2] Il 28 aprile scorso Bernanke ha pubblicato un post argomentatissimo sul suo blog, nel quale anzitutto avanza alcune precisazioni di metodo statistico relative al modo in cui utilizzare la cosiddetta regola del suo interlocutore. Sulla base di tali precisazioni, che egli suppone del tutto condivisibili dallo stesso Taylor, rielabora una simulazione del confronto tra i tassi di riferimento stabiliti dalla Fed nel corso degli anni, e quelli che deriverebbero da un applicazione letterale della regola di Taylor. Ne deriva la seguente tabella, dove sulla linea nera compaiono i tassi effettivi e su quella verde quelli sulla base della regola di Taylor:

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In sostanza, gli andamenti reali appaiono coerenti con tale regola sin dai primi anni ’90, ed hanno ovviamente ‘deviato’ da tale regole da quando, con la crisi, i tassi di interesse hanno toccato il limite inferiore dello zero (e la Fed non poteva, dunque, spingerli in territorio negativo).

In conclusione, Bernanke dimostra che la Fed si è attenuta quanto ha potuto alla logica di quella regola, non lo ha fatto in maniera minima sulla base di valutazioni volta a volta assai discrezionali, non lo ha fatto ovviamente quando il tasso che si sarebbe dovuto applicare era negativo (sulla quale circostanza, Bernanke osserva che la regola di Taylor non ha mai suggerito alcunché).

Il post di Bernanke si conclude con queste parole: “Non penso che rimpiazzeremo mai i componenti della Commissione della Fed con dei robot. Certamente non me lo auguro.”

[3] Si tratta di una serie di congegni di cucina assai famosi in America, dovuti alle invenzioni e allo spirito imprenditoriale di Ron Popeil. Oggetti, per dare una idea, che hanno fatto fortuna con pubblicità di questo genere: “Potrete tagliare un cipolla senza più versare una lacrima!”. Ecco il prototipo principale:

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Spiegando l’eccezionalismo dell’ineguaglianza negli Stati Uniti (dal blog di Krugman, 4 maggio 2015)

maggio 4, 2015

 

Explaining US Inequality Exceptionalism

May 4, 2015 5:06 pm

 

Disposable income in the United States is more unequally distributed than in most other advanced countries. But why? The answer to that question has important implications for our understanding of inequality more generally, and also for policies intended to reduce inequality. And new work by my colleagues Janet Gornick and Branko Milanovic at the CUNY Graduate Center’s Luxembourg Income Study Center shed light on the question, partly overturning what all of us believed until recently. They explain their findings in the first Research Brief in a new series launched on the LIS Center website.

The standard story up until now has been that the source of US inequality exceptionalism lies in the unusually low amount of redistribution we do through our tax and transfer system. Figure 1, based on LIS data, shows Gini coefficients before and after taxes and transfers for a number of advanced economies. The US after-tax-after-transfer Gini is the highest of the group, but its pre-tax-pre-transfer Gini – the inequality of market income – isn’t all that special. What this figure suggests, then, is that it’s all about redistribution rather than about market inequality.

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But can this be right? We know that the US has unusually weak unions, a low minimum wage, an exceptionally wide skills premium and, of course, an exceptionally imperial one percent. Shouldn’t all this leave some mark on market income?

What Gornick and Milanovic realized (helped by suggestions from a number of colleagues, notably Larry Mishel at EPI) was that true US market inequality might be being masked by another exceptional piece of the US system – delayed retirement, causing many older households to have positive market income where comparable households in other countries have no or very little market income. Thus, putting all households together and looking at their pre-tax-pre-transfer income inequality makes other countries’ distributions appear comparatively more unequal because people in other countries are more likely to retire earlier than in the US (and hence have zero or low market income).

To correct for this possible problem, they recalculated the numbers for households containing only persons under age 60, getting Figure 2. The US remains the most unequal nation (after taxes and transfers), but now a main driver of that inequality is market inequality. In this figure, the US (along with Ireland and the UK) has market income inequality substantially higher than the rest of the countries. In other words, it is the distribution of wages and income from capital, independent of the fiscal system, that makes the US comparatively unequal. Indeed, America also does less redistribution than several other rich countries, European countries in particular, so that’s still part of the story, but it’s not the whole story or even most of it.

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This result has strong relevance to policy debates. There has been considerable discussion lately of the “new” conventional wisdom on labor which argues that interventions to strengthen workers’ bargaining power can reduce inequality and raise wages with little or no damage to the economy. If it were really true that all international differences in inequality were due to after-market, tax-and-transfer interventions, this would cast doubt on the new view. But it turns out that market income distributions differ quite a lot – and the US emerges as among the most unequal.

So this is an important new result.

 

 

 

Spiegando l’eccezionalismo dell’ineguaglianza negli Stati Uniti

Il reddito disponibile negli Stati Uniti è distribuito più inegualmente della maggioranza degli altri paesi avanzati. Ma perché? La risposta a tale domanda ha implicazioni importanti per la nostra comprensione più in generale dell’ineguaglianza, ed anche per le politiche rivolte a ridurre l’ineguaglianza. Ed un nuovo lavoro dei miei colleghi Janet Gornik e Branko Milanovic, presso il Luxembourg Income Study Center [1] del Graduate Center dell’Università di New York, porta luce su quella domanda, parzialmente rovesciando quello che si credeva sino a non molto tempo fa. Essi spiegano le loro scoperte nella prima ‘sintesi della ricerca’ in una nuova serie cui ha dato il via il sito web del LIS Center.

Il racconto tradizionale sino ad adesso è stato che la fonte dell’eccezionalismo statunitense dell’ineguaglianza si basava su una quantità di redistribuzione inusualmente bassa che noi mettiamo in atto attraverso il nostro sistema fiscale e dei trasferimenti. La Figura 1, basata sui dati LIS, mostra i coefficienti Gini [2] prima e dopo le tasse ed i trasferimenti per un certo numero di economie avanzate. Il coefficiente Gini, dopo le tasse e dopo i trasferimenti, è il più alto del gruppo, ma il coefficiente prima delle tasse e prima dei trasferimenti – l’ineguaglianza dei redditi di mercato – non è affatto così particolare. Quella figura indica dunque che i risultati sono interamente relativi alla redistribuzione, piuttosto che alla ineguaglianza di mercato [3].

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Ma come può essere giusto tutto questo? Noi sappiamo che gli Stati Uniti hanno sindacati particolarmente deboli, un salario minimo basso, un premio alle competenze professionali eccezionalmente ampio, e, naturalmente, un uno-per-cento dei più ricchi eccezionalmente regale. Non dovrebbe tutto questo lasciare qualche segno sui redditi di mercato?

Quello che Gornik e Milanovic hanno compreso (aiutati da indicazioni da parte di un certo numero di colleghi, in particolare da Larry Mishel dell’Economic Policy Institute) è stato che la vera ineguaglianza del mercato degli Stati Uniti potrebbe essere mascherata da un’altra eccezionale componente del sistema statunitense – i pensionamenti ritardati, che consentono alle famiglie più anziane di avere redditi positivi di mercato, mentre famiglie paragonabili in altri paesi non hanno redditi di mercato, o li hanno molto modesti. Quindi, mettere assieme tutte le famiglie e osservare la loro ineguaglianza di reddito precedente alle tasse ed ai trasferimenti, fa sembrare le distribuzioni negli altri paesi più ineguale nel confronto, giacché è più probabile che negli altri paesi le persone vadano in pensione prima che negli Stati Uniti (e di conseguenza abbiano redditi di mercato pari a zero).

Per correggere questo possibile problema, essi hanno ricalcolato i dati per le famiglie che contengono soltanto persone sotto i 60 anni, ottenendo la Figura 2. Gli Stati Uniti (dopo le tasse ed i trasferimenti), restano la nazione più ineguale, ma adesso un principale fattore di tale ineguaglianza è l’ineguaglianza di mercato. In questa figura, gli Stati Uniti (assieme all’Irlanda ed al Regno Unito) hanno un’ineguaglianza dei redditi di mercato sostanzialmente più elevata che nel resto dei paesi. In altre parole, è la distribuzione die salari e dei redditi da capitale, indipendente dai meccanismi della finanza pubblica, che rendono gli Stati Uniti comparativamente ineguali. In effetti, l’America opera minore redistribuzione di vari altri paesi ricchi, dei paesi europei in particolare, cosicché questo è ancora un aspetto della storia, ma non è e neppure gran parte di essa.

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Questo risultato ha un grande rilievo per la discussione politica. C’è stato di recente un notevole dibattito sul “nuovo” convincimento convenzionale [4] in materia di lavoro, che sostiene che gli interventi per rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori può ridurre l’ineguaglianza ed elevare i salari con poco o nessun danno per l’economia. Se fosse effettivamente vero che tutte le differenze internazionali sull’ineguaglianza fossero derivate dagli interventi fiscali e dai trasferimenti successivi al mercato, questo getterebbe un dubbio su quel nuovo punto di vista. Ma si scopre che le distribuzioni dei redditi di mercato sono molto diverse – e che gli Stati Uniti emergono tra i più ineguali.

Dunque, si tratta di un importante nuovo risultato.

 

 

[1] Una associazione di ricerca con sede in Lussemburgo, articolata su due principali database, uno relativo al reddito e l’altro relativo ai temi della salute. Ha due direttori: Markus Jäntti, Professore di Economia all’Istituto Svedese di ricerche sociali dell’Università di Stoccolma, e Janet Gornik, professoressa di Scienze Politiche e di Sociologia, e direttrice, oltre che della Lis con sede in Lussemburgo, del Graduate Center della Università di New York.

[2] Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. Si può incontrare la notazione con indice di Gini espresso in percentuale (0% – 100%), ovvero anche tra 0 e 100.(Wikipedia)

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[3] Nella Figura i segmenti blu indicano i coefficienti Gini dopo le tasse ed i trasferimenti, e come si vede sono i più elevati, ovvero – secondo quanto spiegato nella nota precedente – i più ineguali. I coefficienti espressi dalla linea celeste sono invece relativi alla situazione precedente alle tasse ed ai trasferimenti, e si nota che il dato statunitense non è così eccezionale, inferiore al Regno Unito e quasi identico alla Germania ed alla Francia.

[4] L’espressione relativa ad un “nuovo” senso comune in materia di lavoro, titola un intervento in connessione di Mary Beth Maxwell.

La paranoia colpisce i pazzoidi (4 maggio 2015)

maggio 4, 2015

 

May 4 1:33 pm

Paranoia Strikes Derp

You may think that the big news story lately has been riots in Baltimore — or, if you have different priorities, either that boxing match or Kate’s baby. But in certain circles, the big thing has been the right-wing belief that operation Jade Helm 15, a military training exercise in Texas, is a cover for Obama to seize control of the state and force its citizens to accept universal health care at gunpoint.

No, really — and this is being taken seriously both by Ted Cruz and by the governor, who has ordered the National Guard to keep a watch on the feds and their possibly nefarious activities.

Before you pooh-pooh this, think about what would happen to a Democratic politician who gave similar credence to a left-wing conspiracy theory this far out. I can’t even think of what that conspiracy theory might be.

And this isn’t an isolated incident. You should think of the panic over the attack of the Obamacare black helicopters as being part of a continuum that runs through inflation truthers like Niall Ferguson and Amity Shlaes, who insist that the government is cooking the economic books, to QE conspiracy theorists like (sadly) John Taylor and Paul Ryan declaring that Bernanke only did it to bail out Obama, to the more general prevalence of inflation derp, the insistence that Weimar is just around the corner despite six or more years of failed predictions.

There’s something happening here. What it is ain’t exactly clear (although I have some ideas I’ll flesh out soon.) But it’s quite remarkable, and pretty scary.

 

La paranoia colpisce i pazzoidi [1]

Potreste ritenere che di recente la grande notizia sia stata quella dei disordini a Baltimora – oppure, se avete diverse preferenze, quell’incontro di boxe o la nascita della figlia di Kate. Ma in certi ambienti, la grande notizia è stato il convincimento della destra che la cosiddetta operazione Jade Helm 15, una esercitazione militare nel Texas, sia un pretesto per Obama per prendere il controllo dello Stato e costringere i suoi cittadini ad accettare l’assistenza sanitaria universale sotto la minaccia delle armi.

È proprio così – e questo viene preso sul serio sia da Ted Cruz [2] che dal Governatore, che ha ordinato alla Guardia Nazionale di dare un’occhiata ai ‘federali’ e alle loro possibili efferate attività.

Prima di ridicolizzare questo fatto, si pensi a cosa accadrebbe ad un uomo politico democratico che mostrasse una analoga persuasione su una teoria cospirativa della sinistra fantastica come questa. Non riesco nemmeno a pensare che tipo di teoria cospirativa potrebbe essere.

E non si tratta di un incidente isolato. Dovreste riflettere al panico sull’attacco degli ‘elicotteri neri’ al servizio della riforma sanitaria di Obama come un episodio di una serie che si dipana dai sostenitori della teoria della cospirazione sull’inflazione come Niall Ferguson e Amity Shlaes, che insistono che il Governo starebbe truccando i dati economici, sino ai teorici della cospirazione sulla “Facilitazione Quantitativa” quali (triste a dirsi) John Taylor e Paul Ryan, che dichiarano che Bernanke la decise solo per salvare Obama, sino al più generale dilagare dei pazzoidi dell’inflazione, che sostengono a ripetizione che Weimar è proprio dietro l’angolo, nonostante sei anni di previsioni mancate.

Qua sta succedendo qualcosa. Che cosa sia non è assolutamente chiaro (sebbene io abbia qualche idea che approfondirò tra breve). Ma è piuttosto rilevante e abbastanza spaventoso.

 

[1] “Derp” è un personaggio della serie South Park, e prima ancora è la sua abitudine ad emettere quel suono strambo (Derp!), accompagnato talvolta da una martellata in testa (la sua testa). Per Krugman è diventato il sinonimo della assoluta stravaganza pazzoide. Eccolo:

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[2] Attualmente Senatore del Partito Repubblicano dello Stato del Texas.

La ‘mediamacro’ attraversa l’Atlantico (4 maggio 2015)

maggio 4, 2015

 

May 4 10:00 am

Mediamacro Crosses the Atlantic

Simon Wren-Lewis has been on a lonely crusade against “mediamacro”, a narrative about the British economy that is untrue — or at the very least easily challenged and at odds with textbook economics — yet is stated in the news media not as a hypothesis but as a fact.

Sure enough, Dan Balz writes about Britain in the Washington Post, in what I think is supposed to be a news analysis rather than an opinion piece, and states the mediamacro narrative as simply the truth about Britain, with nary a hint even that anyone disagrees with the story.

While I’m at it, a bit of further evidence on the bogosity of claims that Labour was wildly irresponsible. Look at the IMF’s Article IV consultation from 2006. Article IVs are regular consultations intended to serve as a kind of early warning system; Fund staff review a country’s economy and policies and make non-binding recommendations. These consultations turn out to be valuable historical documents, because they provide evidence of the conventional wisdom at the time they were released.

Here’s the fiscal analysis from that report:

 

La ‘mediamacro’ attraversa l’Atlantico

Simon Wren-Lewis si è impegnato in una crociata solitaria contro la “mediamacro”, un racconto dell’economia inglese non vero – o come minimo che sfida ed è agli antipodi dei libri di testo di economia – e che tuttavia è enunciato nei resoconti dei media non come una ipotesi ma come un fatto.

Difatti, Dan Balz scrive dell’Inghilterra sul Washington Post, in quello che penso ritenesse essere una analisi degli eventi piuttosto che l’espressione di una opinione, senza neppure un cenno al fatto che qualcuno sia in disaccordo con quel racconto.

Proprio mentre lo leggo, arrivano un bel po’ di prove ulteriori sulla falsità delle pretese che il Labour sia stato completamente irresponsabile. Si veda la pubblicazione della consultazione ex-Art IV del FMI [1] relativa al 2006. Quelle dell’Art IV sono consultazioni rivolte a servire come una specie di sistema di precoce messa in guardia; lo staff del Fondo esamina l’economia di un paese ed avanza raccomandazioni non vincolanti. Queste consultazioni si rivelano essere documenti storici di valore, perché forniscono le prove delle convinzioni comuni al momento in cui venivano rilasciate.

Ecco l’analisi della finanza pubblica da quel rapporto.

 

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At the time, the IMF — like everyone else — believed that Britain was roughly at full employment (not, as is currently claimed, vastly overheated), so that the modest headline budget deficit was more or less equal to the structural deficit, and it projected a stable, low ratio of debt to GDP in the years ahead. Not a hint of concerns about fiscal profligacy.

It’s really astonishing that a narrative so much at odds with this easily checked recent history has completely taken over the discourse.

A quell’epoca, il FMI – come chiunque altro – credeva che l’Inghilterra fosse grosso modo in condizioni di piena occupazione (e non, come oggi si pretende, in pieno surriscaldamento), cosicché il modesto deficit complessivo [2] di bilancio era più o meno eguale al deficit strutturale, e prospettava una stabile e bassa percentuale del debito sul PIL negli anni a venire. Nessun cenno di preoccupazioni sugli sprechi della finanza pubblica.

Sono davvero stupefatto che un racconto talmente agli antipodi con la facilmente controllabile storia recente sia completamente dilagato nel dibattito.

 

 

[1] Si tratta di incontri bilaterali periodici con in paese membri, con i quali il FMI analizza le situazioni nazionali, Esse sono una modalità di sorveglianza che è prevista dall’ Articolo IV degli accordi istitutivi del Fondo.

[2] Lo “headline budget deficit” è il “deficit totale di bilancio”, che deriva dalla somma del deficit strutturale e del deficit (o degli avanzi) ciclici. Per fare un esempio, se una economia è in fase recessiva, ci saranno spese aggiuntive di natura sociale (sussidi di disoccupazione etc.): esse definiscono il deficit ciclico. Quindi il termine “headline” ha in senso di “comprensivo, riassuntivo” (nello stesso modo che nella espressione “headline inflation”, dove indica l’inflazione comprensiva di tutti i fattori, compresi quelli temporanei).

Da questa ipotetica tabella pubblicata su Wikipedia – testo inglese – si comprende meglio come il deficit “headline” (in rosso) sia effettivamente una somma del deficit strutturale (blu) e di quello ciclico (verde), e dunque necessariamente superiore ad entrambi (a meno che, come credo sia possibile, si abbia un ‘avanzo’ ciclico a fronte di un ‘deficit strutturale’, come quando un paese produttore di petrolio gode temporaneamente di una crescita del prezzo della materia prima).

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Il debito verso l’estero degli Stati Uniti: un caso curioso (dal blog di Krugman, 3 maggio 2015)

maggio 3, 2015

 

May 3 7:08 am

US External Debt: A Curious Case

As Tim Taylor notes, the U.S. net international investment position — the difference between US assets abroad and foreign claims on the US — has moved substantially deeper into the red in recent years:

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Bureau of Economic Analysis

But why? You might be tempted to say that it’s obvious: we’ve been running big budget deficits, borrowing the money from foreigners, so of course our debt to those foreigners is surging. But that story implicitly requires a surge in the trade deficit (or more precisely the current account deficit, which includes investment income), which hasn’t happened. In fact, current account deficits have been small compared with those of the bubble years:

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So it’s not about borrowing vast sums abroad, it’s some kind of valuation effect. But what is it?

Well, I’ve taken the BEA data, and broken out two categories. First is cross-border equity holdings, both in the form of portfolio investment and the equity component of direct investment (which means investment that involves control, typically in the form of corporate subsidiaries). Second is debt, again both portfolio and direct investment-related. I express these claims as percentages of GDP, to correct for “normal” growth on both sides of the ledger. Here’s what I get:

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Bureau of Economic Analysis

The big move is a sharp rise in the value of foreign holdings of US equity, not matched by any comparable rise in US holdings of foreign equity. What’s that about?

The answer, I believe, is that we’re looking at the differential performance of stock markets. Here, for example, is the S&P 500 compared with the euro area Stoxx:

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Ecb, Fred

So the value of foreign holdings of US equities (and the imputed equity component of foreign direct investment) has surged along with the Obama stock market, while US holdings abroad have seen no comparable boost.

And this means that the plunge in the U.S. international investment position, far from showing weakness, is actually a symptom of US relative strength, reflected in strong stock prices.

I think I’m right about this, although happy to hear alternative stories.

 

Il debito verso l’estero degli Stati Uniti: un caso curioso

Come nota Tim Taylor, la posizione internazionale degli investimenti netti degli Stati Uniti – la differenza tra gli asset statunitensi all’estero ed i titoli giuridici stranieri sugli Stati Uniti – negli anni recenti si è spostata sostanzialmente in territorio deficitario:

z 675

 

 

 

 

 

 

 

Ufficio dell’analisi economica

Ma perché? Si potrebbe essere tentati di affermare che ciò sia ovvio: abbiamo gestito grandi deficit di bilancio, prendendo soldi in prestito da stranieri, dunque naturalmente il nostro debito verso gli stranieri è in crescita. Ma quella spiegazione richiede implicitamente una crescita del deficit commerciale (o più precisamente del deficit di conto corrente, che include il reddito degli investimenti), che non c’è stata. Di fatto, i deficit di conto corrente sono stati modesti a confronto con quelli degli anni della bolla:

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Dunque, la cosa non riguarda le grandi somme di indebitamento all’estero, si tratta di un qualche effetto di valutazione. Ma cosa, in specifico?

Ebbene, ho preso i dati dell’Ufficio dell’Analisi Economica, e ne ho tratto due categorie. La prima sono i possedimenti di azioni transnazionali, sia nella forma di investimenti di portafoglio che di componenti azionarie di investimenti diretti (il che significa investimenti che comportano controllo, tipicamente nella forma di società sussidiarie della azienda). La seconda è il debito, ancora sia in portafoglio che in rapporto ad investimenti diretti. Ho espresso questi titoli come percentuali del PIL, per correggere la “normale” crescita su entrambi i versanti della contabilità. Ecco quello che ho trovato:

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Ufficio dell’Analisi Economica

Il grande spostamento consiste in una brusca crescita dei possessi stranieri di titoli statunitensi, non pareggiato in alcun modo da un crescita paragonabile di possessi statunitensi di titoli stranieri. Da cosa dipende?

La risposta, credo, è quella che si osserva negli andamenti differenziali dei mercati azionari. Ecco, per esempio, il confronto tra S&P 500 [1] e lo Stoxx [2] dell’area euro:

z 678

 

 

 

 

 

 

 

BCE, Fred

Dunque, il valore di possedimenti stranieri in titoli statunitensi (e la relativa componente azionaria di investimenti diretti stranieri) ha avuto una impennata assieme al mercato azionario nel periodo di Obama, mentre i possedimenti statunitensi all’estero non hanno avuto alcuna spinta paragonabile.

E questo significa che la caduta nella posizione internazionale degli Stati Uniti negli investimenti, lungi dall’essere un segno di debolezza, è effettivamente un sintomo della forza relativa degli Stati Uniti, che si riflette in forti prezzi delle azioni.

Penso di aver ragione, anche se sarei contento di ascoltare spiegazioni alternative.

 

[1] Lo Standard & Poor’s 500 è il più importante indice azionario nordamericano. Sebbene storicamente siano nati prima gli indici Dow Jones, questo paniere ha assunto maggiore importanza presso gli investitori. È infatti il principale benchmark azionario relativo ai titoli quotati a Wall Street ed è il sottostante per un incredibilmente ampio ventaglio di prodotti derivati, quali futures, opzioni e certificates.

[2] L’Euro Stoxx 50 è un indice di titoli dell’eurozona creato dalla Stoxx Limited, una joint venture formata da Deutsche Börse AG, Dow Jones & Company e SWX Group. Secondo la Stoxx, il proprio obiettivo è «rappresentare le maggiori società appartenenti all’eurozona».

Verità della politica verso la povertà (dal blog di Krugman, 2 maggio 2015)

maggio 2, 2015

 

May 2 8:20 am

Poverty Policy Truths

Last year was the 50th anniversary of the War on Poverty, and the date provoked a flurry of studies correcting some widespread myths; perhaps most notable was an enlightening report from the Council of Economic Advisers.

What needed correcting? Basically, the “nation of takers” narrative, according to which we have been pouring ever-growing sums into helping the poor while making no dent in the poverty rate.

The reality is that spending on “income security” — which includes virtually everything except Medicaid that you could construe as aid to people with low incomes — has basically been flat for decades, with a temporary (and appropriate) spurt due to unemployment benefits and food stamps during the Great Recession:

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If you don’t believe this, think about it: where are these big anti-poverty programs? We have EITC and food stamps; TANF, the successor to old-fashioned welfare, is a shadow of the former program. So where are these huge sums outside health care?

Meanwhile, it’s not true that poverty has been unchanged; the standard measure is known to be flawed, and a better measure shows progress, although not as much as we’d like:

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So it is somewhat disheartening to see the thoroughly debunked narrative still emerging in some of the Baltimore-inspired discussion.

 

Verità della politica verso la povertà

L’anno passato fu il 50° anniversario della Guerra contro la Povertà, e la ricorrenza provocò una raffica di studi che correggono alcuni miti diffusi; il più considerevole dei quali fu forse un rapporto del Consiglio dei Consulenti economici [1].

Cosa era necessario correggere? Fondamentalmente, il racconto della “nazione di assistiti”, secondo il quale avremmo investito somme sempre crescenti nell’aiuto ai poveri mentre non si sarebbe scalfito il tasso di povertà.

La verità è che la spesa sulla “sicurezza del reddito” – che include virtualmente, ad eccezione di Medicaid, tutto quello che si può interpretare come aiuto alle persone con i redditi bassi – è rimasta sostanzialmente piatta per decenni, con una temporanea (e comprensibile) accentuazione dovuta ai sussidi di disoccupazione ed alle tessere per il sostegno alimentare durante la Grande Recessione [2]:

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Se non ci credete, pensate a questo: dove sono questi grandi programmi contro la povertà? Abbiamo i crediti di imposta sui redditi da lavoro [3] e i sostegni alimentari; il programma della “Assistenza temporanea alle famiglie bisognose” [4], che prese il posto della ‘assistenza’ in voga in precedenza, è un’ombra del programma precedente. Dove sono, dunque, queste vaste somme, al di fuori della assistenza sanitaria?

Nel frattempo, non è vero che la povertà è immutata; la misurazione standard è notoriamente difettosa, ed una misurazione migliore mostra un progresso, sebbene non quello che sarebbe desiderabile [5]:

z 674

 

 

 

 

 

 

 

 

È dunque in qualche modo scoraggiante assistere al racconto che è stato mostrato del tutto privo di fondamento che ancora emerge in alcuni dibattiti provocati dai fatti di Baltimora.

 

[1] Ovvero, la commissione di consulenti economici che coadiuva il Presidente degli Stati Uniti e che regolarmente è stata presieduta (o composta) da economisti di notevole prestigio. Ad esempio: John Taylor con Bush padre (1989-1991),  Joseph Stiglitz  e Janet Yellen con Clinton (1995-1997 il primo, 1997-1999 la seconda), Jeffrey Frankel (componente negli anni 1997-1999), Gregory Mankiw con Bush (2003-2005), Ben Bernanke ancora con Bush (2003-2005), Christina Romer nel primo periodo di Obama (2009-2010). Tra le altre cose, la Commissione predispone l’annuale Rapporto Economico del Presidente degli Stati Uniti.

[2] La tabella mostra l’evoluzione delle spese assistenziali generali degli Stati Uniti, ovvero non soltanto i programmi relativi alle persone indigenti. La linea blu indica le spesa per il programma della Previdenza Sociale, e come si nota i costi del programma pensionistico sono relativamente stabili sin dagli anni ‘70 (anche il modesto incremento nell’ultima crisi, probabilmente si spiega con gli affetti degli andamenti demografici, per l’entrata in pensione della generazione postbellica dei ‘babyboomer’). La linea rossa indica l’evoluzione generale della spesa sanitaria (che certamente non riguarda solo i poveri, e la cui crescita, come si nota, si è sostanzialmente interrotta negli ultimi anni caratterizzati dalla entrata in funzione della riforma sanitaria di Obama). Dunque, solo la linea verde indica esclusivamente i programmi contro la povertà, la cui crescita nel periodo della Grande Recessione recente è spiegata dal post.

[3] EITC sta per “Earned income tax credit”.

[4] TANF sta per “Temporary Assistance for Needy Families”, e si rivolge alle famiglie con figli a carico e con difficoltà occupazionali. Il programma fu istituito nel 1997, con il Presidente Clinton, e sostituì un precedente programma che era denominato “Aiuto alle famiglie con figli a carico”. Talora veniva, quest’ultimo, semplicemente chiamato “Assistenza”.

[5] La linea nera indica la misurazione dei tassi di povertà sulla base dei criteri fissati negli anni ’60. La linea verde aggiornò i criteri di stima della povertà (la tabella si riferisce all’aggiornamento stabilito nel 2012). Come si vede, i nuovi criteri mostrano storicamente un livello di povertà superiore a quello risultante dai criteri precedenti, ma indicano anche una sostanziale flessione della ‘linea della povertà’, che negli anni recenti si è portata agli stessi livelli dei calcoli precedenti, ma che alla fine degli anni ’60 era di ben dieci punti superiore.

Austerità e inflazione in Inghilterra (1 maggio 2015)

maggio 1, 2015

 

May 1 2:43 pm

Austerity and British Inflation

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Tony Yates responds to Simon Wren-Lewis with a sort-of kind-of defense of the turn to austerity in 2010; I want to weigh in briefly, then turn to a point he reminds me of.

So, Yates first makes an argument that I agree with, that budget deficits can pose a problem even for countries that borrow in their own currencies if these countries also worry about inflation. Indeed. But that was never in dispute, at least on my end; the point was always limited to depressed economies where inflation would have been a benefit, not a cost.

He then argues that Britain had to be especially careful because of its financial sector. I still don’t understand the logic here, and am waiting for an explanation.

The interesting line, however, is Yates’s note that Britain had relatively high inflation in 2010-2011, which might have meant that the economy faced supply-side rather than demand-side problems, so contractionary policy might have been appropriate. My question is this: even if you accepted that argument, wasn’t that an argument for monetary rather than fiscal contraction? And if the BoE didn’t consider the evidence of overheating sufficient to justify pulling back on its quantitative easing, which had already tripled the size of its balance sheet, why should the Treasury have decided to tighten on its own?

After all, the basic logic of the situation is that you should wait until monetary tightening — until the central bank is starting to move off the zero lower bound — before fiscal consolidation. That way you can trade off fiscal tightening for a slower pace of monetary tightening, and avoid deepening the slump. But in 2010-2011 the British central bank wasn’t ready to tighten in any case, so fiscal policy should have waited.

And this brings me to my final point: the BoE was right.

I wrote at the time:

The story so far: Britain is currently experiencing relatively high headline inflation, more than 4 percent over the previous year. And so there are demands that the BoE tighten. Yet the bulk of the rise in inflation clearly represents temporary or one-time factors: a rise in value-added taxes as temporary breaks introduced during the recession expired, commodity prices, and the once-off effects of the fall in the value of the pound against the euro.

Nonetheless, the inflation hawks demand a rate rise, arguing that despite the still very depressed state of the economy, inflation must be nipped in the bud or it will turn into stagflation, 70s-style.

What we can hope for is that the BoE stays the course; and when inflation in the UK drops sharply, as it almost surely will, that will be an object lesson in the folly of always making policy as if it were 1979.

And so it proved.

 

Austerità e inflazione in Inghilterra

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Toni Yates risponde a Simon Wren-Lewis in qualche modo con una specie di difesa del passaggio all’austerità nel 2010; voglio dire la mia brevemente, per poi passare ad un aspetto che mi ha rammentato.

Dunque, Yates dapprima avanza un argomento che condivido, che i deficit di bilancio possono costituire un problema anche per i paesi che si indebitano nelle loro valute, se quei paesi hanno anche la preoccupazione dell’inflazione. È così. Ma ciò non è mai stato in discussione, almeno da parte mia; il punto è sempre stato limitato ad economie depresse nelle quali l’inflazione sarebbe stato un vantaggio, non un costo.

Egli poi sostiene che il Regno Unito era in una situazione particolarmente delicata a causa del suo settore finanziario. In questo caso continuo a non comprendere il ragionamento, e resto in attesa di una spiegazione.

L’aspetto interessante, tuttavia, è l’osservazione di Yates secondo la quale l’Inghilterra negli anni 2010-11 aveva una inflazione relativamente alta, il che poteva significare che l’economia stesse fronteggiando problemi dal lato dell’offerta piuttosto che dal lato della domanda, cosicché politiche restrittive potevano essere appropriate. La mia domanda è questa: persino se si accettasse quell’argomento, non era esso a favore di una restrizione monetaria, piuttosto che della spesa pubblica? E se la Banca di Inghilterra non considerò le prove del surriscaldamento sufficienti a giustificare un ritiro della sua facilitazione quantitativa, che aveva già triplicato la dimensione dei suoi equilibri patrimoniali, perché il Tesoro avrebbe dovuto decidere di restringere per suo conto?

Dopotutto, la logica di fondo della situazione è che si dovrebbe attendere sino ad una restrizione monetaria – sino a che la banca centrale comincia a muoversi dal limite inferiore dello zero – prima del consolidamento della finanza pubblica. In quel modo si può controbilanciare la restrizione con un ritmo più lento di restrizione monetaria, ed evitare un aggravamento della congiuntura negativa. Ma nel 2010-11 la banca centrale britannica non era in alcun modo pronta alla restrizione, dunque la politica della finanza pubblica avrebbe dovuto attendere.

E questo mi porta al mio argomento finale: la Banca di Inghilterra aveva ragione.

Scrissi a quel tempo:

“La storia sino ad oggi: l’Inghilterra sta attualmente sperimentando una inflazione complessiva [1] relativamente elevata, più del 4 per cento rispetto all’anno precedente. E dunque ci sono le richieste di restrizione alla Banca di Inghilterra. Tuttavia, il grosso della crescita dell’inflazione rappresenta chiaramente fattori provvisori o non ripetibili: un aumento delle tasse sul valore aggiunto nel mentre le provvisorie modifiche introdotte durante la recessione vanno ad esaurimento, i prezzi delle materie prime, e gli effetti una-tantum della caduta del valore della sterlina nei confronti dell’euro.

Ciononostante, i falchi dell’inflazione chiedono un aumento del tasso, sostenendo che nonostante le condizioni molto depresse dell’economia, l’inflazione debba essere stroncata sul nascere oppure si trasformerà in una stagflazione, modello anni 70’.

Quello che possiamo auspicare è che la Banca di Inghilterra mantenga la rotta; e quando l’inflazione nel Regno Unito scenderà bruscamente, come è quasi certo che accadrà, essa sarà anche una lezione dal vivo della follia del ripetere sempre la stessa politica come se fossimo nel 1979.

E così venne confermato.

 

[1] Questo è il significato di “headline inflation”. Ovvero, una inflazione ‘comprensiva’ dei prezzi dei beni più volatili, come quelli energetici e delle materie prime. In alternativa alla “core inflation”, che invece li esclude dal computo. Come si vede dalla Tabella, l’andamento della “headline inflation”, dopo il picco del 2011, quando superò il 3,5%, è sceso sino a poco sopra l’1 per cento attuale. Se si esaminasse la stessa evoluzione per la “core inflation”, la curva sarebbe molto più piatta.

Bernanke e gli inflazionisti (1 maggio 2015)

maggio 1, 2015

 

May 1 8:52 am

Bernanke and the Inflationistas

Ben Bernanke delivers a righteous smackdown of the Wall Street Journal editorial page:

It’s generous of the WSJ writers to note, as they do, that “economic forecasting isn’t easy.” They should know, since the Journal has been forecasting a breakout in inflation and a collapse in the dollar at least since 2006, when the FOMC decided not to raise the federal funds rate above 5-1/4 percent.

It has taken Ben almost no time in his blogging career to start sounding pretty much identical to Brad DeLong and perhaps other liberal econobloggers one might think of!

And BB is right, of course, that the WSJ has been consistently wrong on inflation, just as it has been consistently wrong on interest rates. It has spent a very long time peddling a specific kind of scare story — debt! printing presses! Zimbabwe! — that has been utterly wrong, but is never revised.

But what’s interesting here is that the Journal is far from alone in peddling this stuff — it’s also the staple of financial TV and many financial publications — and there are still many avid consumers after all these years of utter predictive failure.

We really need to stop pretending that this is any kind of rational argument. There’s something about inflation derp that goes straight to the ids of certain people — largely, one suspects, angry old men, though it would be nice to have hard evidence on the demographic. And they will keep regarding the Journal as the place to get the truth no matter how much money it costs them.

 

Bernanke e gli inflazionisti

Ben Bernanke assesta una giusta reprimenda alla pagina degli editoriali del Wall Street Journal:

“E’ generoso, da parte di coloro che scrivono sul WSJ, notare, come fanno, che ‘le previsioni economiche non sono facili’. Loro dovrebbero saperlo, dato che il Journal è venuto facendo previsioni su uno scoppio dell’inflazione e su un collasso del dollaro almeno a partire dal 2006, quando la FOMC [1] decise di non elevare il tasso dei finanziamenti federali al di sopra del 5 . ¼ per cento.”

Non c’è voluto molto perché Ben, nella sua carriera di blogger, cominciasse a sembrare praticamente identico a Brad DeLong e magari ad altri blogger economici che possono venire in mente!

E Ben Bernanke, ovviamente, ha ragione nel dire che il WSJ ha avuto costantemente torto sull’inflazione, come ha avuto costantemente torto sui tassi di interesse. Esso spese un tempo lunghissimo mettendo in circolazione un genere particolare di racconti terribili – Il debito! Lo stampare moneta! Lo Zimbabwe! – che sono stati completamente sbagliati, ma mai riesaminati.

Ma quello che in questo caso è interessante è che il Journal è lungi dall’esser rimasto solo nel mettere in giro questa roba – essa è anche il prodotto di base delle televisioni e di molte pubblicazioni finanziarie – e ci sono ancora, dopo tutti questi anni di totale fallimento nelle previsioni, ancora molti consumatori avidi.

Abbiamo veramente bisogno di smettere di pensare che questo sia in qualche modo un argomento razionale. C’è qualcosa nei ‘derp[2] dell’inflazione che va diritto all’identità di certe persone – in gran parte, vien da pensare, uomini anziani arrabbiati, per quanto sarebbe bello avere qualche prova inequivocabile sulla demografia. E continueranno a considerare il Journal come il posto nel quale trovano la verità, a prescindere da quanti soldi gli costi.

 

[1] Il Federal Open Market Committee (italiano Comitato federale del mercato aperto, FOMC) è un organismo della Federal Reserve incaricato di sorvegliare le operazioni di mercato aperto negli Stati Uniti e ne è il principale strumento di politica monetaria. Il FOMC regola la politica monetaria specificando l’obiettivo a breve termine ovvero decidendo il federal funds rate, ovvero livello dei tassi d’interesse negli USA.

[2] Credo che in generale “derp” indichi quando qualcuno dice qualcosa di sciocco, e dunque indica anche la categoria di persone predisposta a tali stupidaggini. Deriva da un personaggio dei cartoni della serie South Park.

Persone Molto Serie contro Economisti dell’Orientamento Prevalente (28 aprile 2015)

aprile 28, 2015

 

Apr 28 2:18 pm

VSPs versus MSEs

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Simon Wren-Lewis tries to put his finger on something I’ve also been trying to get at — the sharp difference between what influential people think they know about economics and what people who actually study the economy think they know. My take may be slightly different at the margin, but I do believe that it’s important.

On one side you have the Very Serious People — politicians, media figures, big business types who like to weigh in on public affairs. On the other side you have mainstream economists. So it’s VSPs versus MSEs.

When talking about “received wisdom” Simon focuses on the views of policy departments at central banks; I’d like to cast this net wider, which means that we have to decide what “mainstream” means. I don’t think I want to base this on journal publications; what I mean, more vaguely, is economists who routinely weigh in on policy issues (so that they have some reality sense) but are not essentially hired advocates for one position or another. Luckily, we now have regular surveys of economists who fit that description, by the Booth School in the US and the Centre for Macroeconomics in the UK.

Now, many people imagine that the views of VSPs must be based on, or at least consistent with, what MSEs are saying. Many people I talk to believe this, for better or for worse; they think that obsession with debt and deficits must be right because “everyone” shares it, or alternatively that the economics profession is responsible for that destructive obsession.

So it’s important, I think, to understand that this isn’t at all right. On questions of stimulus and austerity, in particular, what the VSPs think they know is quite at odds with mainstream economics. In the US, all the important people know that the Obama stimulus failed, while almost all mainstream economists believe — based on actual evidence — that it succeeded. In the UK, all the important people know that austerity boosted the economy, while only a small minority of mainstream economists agrees.

Needless to say, mainstream economists could be wrong. They certainly have been in the past — very few, for example, took seriously the possibility of a financial panic in the modern world. But on the whole the MSEs have been bastions of good sense these past seven years or so as compared with the political world, and understandably so: while heterodox economic ideas sometimes do turn out right, finance ministers are the last group of people you want picking and choosing which new working paper should be the basis of policy.

So by all means let’s keep an open mind about new ideas. But we should bear in mind that the world would be in much better shape right now if economic orthodoxy had in fact been followed. In practice, all the heterodoxy with any real-world influence has been used by politicians to justify policies that have deeped the slump and increased suffering.

 

Persone Molto Serie contro Economisti dell’Orientamento Prevalente

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Simon Wren-Lewis prova a mettere il dito su qualcosa che ho anch’io cercato di dire – la netta differenza tra quello che le persone influenti pensano di sapere sull’economia e quello che chi studia effettivamente economia pensa che essi sappiano. La mia posizione può essere al limite leggermente diversa, ma credo davvero che sia importante.

Da una parte abbiamo le Persone Molto Serie – politici, personaggi dei media, individui delle grandi imprese che cercano di intervenire sugli affari pubblici. Dall’altra abbiamo gli economisti dell’orientamento prevalente. Dunque, sono le VSP contro i MSE [1].

Quando parla di “senso comune” Simon si concentra sui punti di vista dei dipartimenti strategici presso le banche centrali; io lancerei questa rete in modo più ampio, il che significa che dobbiamo decidere cosa significhi “dell’orientamento prevalente”. Non penso di voler basare il mio giudizio sulle pubblicazioni sulle riviste; quello che intendo, più vagamente, sono gli economisti che normalmente intervengono su temi politici (cosicché hanno un qualche senso delle cose reali), ma essenzialmente non sono sostenitori assunti a favore di una posizione o dell’altra. Fortunatamente, noi abbiamo adesso rilevamenti regolari che si adattano a questa descrizione, da parte della Booth School negli Stati Uniti e del Centre of Macroeconomics nel Regno Unito.

Ora, molte persone si immaginano che i punti di vista delle Persone Molto Serie debbano basarsi, o almeno essere coerenti, con quello che gli Economisti dell’Orientamento Prevalente stanno dicendo. Molte persone con cui parlo lo credono, in senso positivo o negativo; pensano che l’ossessione con il debito e con i deficit debba essere giusta giacché “tutti” la condividono, oppure in alternativa che la disciplina economica sia responsabile di quella ossessione distruttiva.

Dunque, è importante, credo, capire che le cose non stanno affatto in quel modo. Sulle domande sulle misure di sostegno e sull’austerità, in particolare, quello che le Persone Molto Serie pensano di sapere è quasi all’opposto degli economisti dell’orientamento prevalente. Negli Stati Uniti, tutte le persone importanti sanno che le misure di sostegno di Obama sono fallite, mentre quasi tutti gli economisti dell’orientamento prevalente credono – basandosi su prove effettive – che abbiano avuto successo. Nel Regno Unito, tutte le persone importanti sanno che l’austerità ha incoraggiato l’economia, mentre solo una piccola minoranza di economisti è d’accordo.

Non c’è bisogno di dire che gli economisti dell’orientamento prevalente potrebbero aver torto. Certamente lo hanno avuto in passato – molto pochi, ad esempio, presero sul serio la possibilità di un panico finanziario nel mondo moderno. Ma, in generale, gli Economisti dell’Orientamento Prevalente sono stati, nei sette anni passati, dei bastioni di buon senso, almeno al confronto con il mondo politico, e comprensibilmente: mentre le idee economiche eterodosse talvolta si scoprono giuste, i ministri delle finanze sono l’ultimo gruppo di persone che vorreste si basassero su un nuovo documento di lavoro, come fondamento delle loro strategie.

Dunque, certamente atteniamoci ad una mentalità aperta sulle nuove idee. Ma dovremmo considerare che il mondo sarebbe in una forma assai migliore, in questo momento, se di fatto si fosse seguita l’ortodossia economica. In sostanza, tutta l’eterodossia con una qualche influenza sul mondo reale è stata utilizzata dagli uomini politici per giustificare strategie che hanno approfondito la crisi ed aumentato le sofferenze.

 

[1] Si consideri che i diagrammi che compaiono all’inizio del post, riguardano esclusivamente le risposte che sono state fornite da economisti statunitensi alla domanda se la legge sulle misure di sostegno all’economia di Obama del 2009 abbia abbassato il livello della disoccupazione nel 2010. Nel primo diagramma vengono riportare le risposte totali, nel secondo le risposte ponderate sulla base della fiducia di ciascun esperto (che non sono sicuro cosa voglia dire, a parte il fatto che nella prima tabella le risposte sembrano essere solo l’84%, pur essendoci anche la possibilità di non rispondere che però non raccoglie alcuna preferenza, e nel secondo sono il 100%). Come si vede, comunque, in entrambi i casi una stragrande maggioranza degli economisti ritiene di essere d’accordo o molto d’accordo con un giudizio positivo sulle misure di Obama.

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