Apr 26 3:51 pm
I’m going belatedly through files my father left, and discovered a folder of stuff about myself — report cards and all that. Plus this:
Yes, that’s my draft lottery number — the number which, or so everyone thought, determined whether I was going to Vietnam when my college deferment ended. Like everyone in my class, I waited in terror to see whether I was likely to be called; 295 meant that I was safe.
As it turned out, I needn’t have worried: in the end, nobody from my class was called. But it seemed like a life-defining moment at the time.
No moral to this story, just a reminder of how much history we’ve gone through.
Non diventammo soldati (personale e banale)
Sto immergendomi in ritardo sugli archivi lasciati da mio padre, ed ho scoperto una cartella che mi riguarda – pagelle scolastiche e cose del genere. In più questo:
Sì, è il mio numero di lotteria relativo alla coscrizione [1] – il numero che determinava, o almeno così pensavano tutti, se ero destinato ad andare in Vietnam al momento in cui scadeva il differimento universitario. Come tutti nella mia classe, attesi con terrore di vedere se era probabile che venissi chiamato; il numero 295 significava che ero al sicuro.
Come risultò, non avevo bisogno di preoccuparmi: alla fine, nessuno venne chiamato dalla mia classe. Ma a quel tempo sembrò come uno sparti-acque nella nostra esistenza.
Nessuna morale in questa vicenda, solo un ricordo di quanta storia abbiamo passato.
[1] Il riferimento alla lotteria non è ‘letterario’, perché nella scelta degli uomini da arruolare un apposito servizio degli Stati Uniti condusse due lotterie relative all’ordine di chiamata della popolazione maschile nata tra il 1944 ed il 1950.
aprile 26, 2015
Apr 26 12:30 pm
OK, Greg Mankiw has me puzzled. Has he really read nothing about TPP? Is he completely unaware of the nature of the argument?
Personally, I’m a lukewarm opponent of the deal, but I don’t see it as the end of the Republic and can even see some reasons (mainly strategic) to support it. One thing that should be totally obvious, however, is that it’s off-point and insulting to offer an off-the-shelf lecture on how trade is good because of comparative advantage, and protectionists are dumb. For this is not a trade agreement. It’s about intellectual property and dispute settlement; the big beneficiaries are likely to be pharma companies and firms that want to sue governments.
Those are the issues that need to be argued. David Ricardo is irrelevant.
Questo non è un accordo commerciale
È così, Greg Mankiw mi ha sconcertato [1]. Non ha davvero letto niente sul TPP [2]? È completamente inconsapevole della natura dell’argomento?
Personalmente, sono un oppositore moderato dell’accordo, ma non lo considero come la fine della Repubblica e posso anche vedere qualche ragione (principalmente strategica) a suo sostegno. Una cosa che dovrebbe essere completamente evidente, tuttavia, è che è fuori luogo ed insultante offrire una lettura pronta all’uso su come il commercio sia una cosa buona per via del vantaggio comparativo, e su come i protezionisti siano sciocchi. Perché questo non è un accordo commerciale. Esso riguarda la proprietà intellettuale e gli accordi sulle controversie; i grandi beneficiari è probabile siano le società farmaceutiche e le imprese che vogliono citare in causa i Governi.
Sono questi i temi sui quali si debbono portare argomenti. David Ricardo è irrilevante.
[1] L’articolo di Greg Mankiw, economista di orientamento conservatore, già consigliere di Bush, altre volte però citato in queste traduzioni per le sue prese di distanza dagli economisti più fanatici della destra (era suo il giudizio negativo sulle versioni dell’economia dal lato dell’offerta dell’epoca reaganiana, definite “ciarlatane”), è apparso il 24 aprile sul New York Times. L’articolo è effettivamente sconcertante, dato che esprime consenso al TPP il termini talmente generali, da non portare neanche un argomento di merito ad esso attinente.
[2] TPP è l’eccordo in corso di definizione della “Cooperazione Trans-Pacifico”. L’accordo riguarda i paesi inclusi nella seguente cartina, ma come si vede la Cina è soltanto indicata come potenziale membro futuro.
aprile 25, 2015
Apr 25 3:09 pm
I’m pretty sure Roger Farmer is subtweeting me here, when he says
There are still a number of self-professed Keynesian bloggers out there who see the world through the lens of 1950s theory.
And it’s true! In fact, quite a lot of what I use is 1930s economic theory, via Hicks. And I should be deeply ashamed. I am, however, not the worst offender. After all, there are plenty of physicists who still use Newtonian dynamics, which means that they’re seeing the world through the lens of 17th-century theory. Fools!
OK, Farmer wants us to think in terms of models with
an infinite dimensional continuum of locally stable rational expectations equilibria
or maybe
a continuum of attracting points, each of which is an equilibrium.
But why, exactly? Saying that it’s “modern” is no answer; so, for a while, was real business cycle theory, which proved to be a huge wrong turn.
In part, I think, Farmer is trying to explain an empirical regularity he thinks he sees, but nobody else does — a complete absence of any tendency of the unemployment rate to come down when it’s historically high. I’m with John Cochrane here: you must be kidding.
But let me not try to figure out what Farmer wants, and instead ask what the rest of us should want.
Clearly, models with rational expectations, markets continuously in equilibrium, and unique equilibria don’t cut it. But which pieces of such models would you want to modify or replace? Farmer wants to preserve rational expectations and continuous equilibrium, while introducing multiple equilibria. That strikes me as a bizarre choice. Why not appeal to behavioral economics, behavioral finance in particular, to make sense of bubbles? Why not appeal to the clear evidence of price and wage stickiness — perhaps grounded in bounded rationality — to make sense of market disequilibrium?
The 1950s theory Farmer derides actually follows more or less that agenda, albeit informally. Wage stickiness is just assumed, but loosely justified in terms of psychology; New Keynesian models, with explicit modeling of price setting and menu costs, make this a bit less ad hoc but not much. Demand for goods and assets is based on plausible descriptions of behavior, with allowance for possible deviations from rational expectations. Obviously you want to go deeper than this if you can; but has this approach been proved useless as compared with more modern theory?
Surely the answer is a resounding no. As I’ve written many times, economists who knew their Hicks have actually done extremely well at predicting the effects of monetary and fiscal policy since the 2008 crisis, whereas those who sneered at this old-fashioned stuff have been wrong about almost everything.
I’m all for new ideas, indeed for radical heterodoxy, if it solves some problem. Attacking ideas that seem to work pretty well simply because they’ve been around for a while, not so much.
Scegliete la vostra eterodossia (per esperti)
Sono quasi certo che Roger Farmer [1] in questo caso si riferisca [2] a me, quando afferma:
“Ci sono un certo numero di sedicenti blogger Keynesiani in circolazione, che guardano il mondo attraverso le lenti della teoria degli anni ‘50”.
Ed è vero! Di fatto, molto di quello di cui faccio uso è una teoria economica degli anni ’30, per il tramite di Hicks. E dovrei vergognarmene profondamente. Tuttavia, non sono il caso peggiore. Dopotutto, ci sono una quantità di fisici che usano ancora la dinamica newtoniana, il che significa che stanno guardando il mondo attraverso le lenti di una teoria del diciassettesimo secolo. Scemi!
Va bene, Farmer vorrebbe che ragionassimo in termini di modelli con
“un infinito ‘continuum’ dimensionale di stabili equilibri di aspettative razionali”
o forse
“un continuo di punti di attrazione, ognuno dei quali è in equilibrio”.
Ma perché, precisamente? Dire che è “moderno” non è una risposta; per un certo periodo, fu tale la teoria del ciclo economico reale, che si dimostrò essere una svolta profondamente sbagliata.
In parte, io penso, Farmer sta cercando di spiegare una regolarità empirica che pensa di osservare, ma nessun altro lo fa – la assenza completa di ogni tendenza del tasso di disoccupazione a calare quando è storicamente elevata. Sono, in questo caso, d’accordo con John Cochrane: probabilmente sta scherzando.
Ma consentitemi di non cercare di immaginare cosa voglia Farmer, e piuttosto di chiedere cosa dovremmo volere tutti noi.
Chiaramente, modelli con le aspettative razionali, con mercati continuamente in equilibrio, ed equilibri unici non vanno bene. Ma quali pezzi di tali modelli si vorrebbe modificare o rimpiazzare? Farmer vorrebbe preservare le aspettative razionali e l’equilibrio continuo, nel mentre si introducono gli equilibri multipli. Questa mi pare una scelta bizzarra. Ma perché non ricorrere alla economia comportamentale, in particolare alla finanza comportamentale, per trovare il significato delle bolle? Perché non rivolgersi alla chiara evidenza della rigidità dei prezzi e dei salari – magari basata su una razionalità limitata – per dare un senso allo squilibrio del mercato?
La teoria degli anni ’50 che Farmer deride, per la verità, segue più o meno quella logica, seppure informalmente. La rigidità dei salari è soltanto assunta, sebbene giustificata genericamente in termini di psicologia; i nuovi modelli neokeynesiani, con una esplicita modellazione della definizione dei prezzi e della riorganizzazione complessiva dei costi, la rendono un po’ meno “ad hoc”, ma non di molto. La domanda di beni e di asset è basata su descrizioni plausibili del comportamento, con una tolleranza per deviazioni possibili dalle aspettative razionali. Ovviamente, se si vuole, si può andare più a fondo di tutto questo; ma questo approccio si è mostrato inutile, al confronto con la teoria più moderna?
La risposta è certamente negativa, in modo clamoroso. Come ho scritto molte volte, che economisti che avevano studiato il loro Hicks si sono per la verità comportati ottimamente nel prevedere gli effetti della politica monetaria e della finanza pubblica a partire dalla crisi del 2008, mentre coloro che si prendevano gioco di questa roba passata di moda, hanno avuto torto quasi su tutto.
Sono con tutto il cuore per le nuove idee, proprio per una eterodossia radicale, se ciò risolve qualche problema. Non altrettanto con l’attaccare le idee che sembrano funzionare abbastanza bene, semplicemente perché sono da un po’ in circolazione.
[1] Economista statunitense, docente alla Università della California, Los Angeles.
[2] “Subtweet” UrbanDictionary) è un “tweet ‘subliminale, con il quale ci si riferisce ad una persona senza nominarla”.
aprile 25, 2015
Apr 25 2:38 pm
Urban Institute
Kenneth Thomas has a nice post about how those pooh-poohing the achievements of the Affordable Care Act are moving the goalposts. The latest, as he points out, is this absurdity:
If we predict that something good will happen as a result of a new law, and that good thing happens, it doesn’t count as proof that the law was good.
But the question isn’t just whether the law is good; it is who has some credibility. So far, enrollment is growing more or less in line with the projections of supporters, once you allow for the refusal of half the state to expand Medicaid, while costs are coming in below projections. So the supporters are looking pretty good on the prediction front.
Meanwhile, what were the opponents saying? Right-wing “experts” were predicting a death spiral in which only a small number of sick people would sign up, and premiums would soar. This didn’t happen.
So, of course, conservatives have ditched the people who got this so completely wrong, and started listening to those who got it right. OK, I know, sick joke.
Ricordi dell’ultima spirale fatale [1]
Urban Institute
Kenneth Thomas ha un bel post su come coloro che ridicolizzano i risultati della Legge sulla Assistenza Sostenibile continuino a cambiare le carte in tavola. L’ultima, come egli indica, è questa assurdità:
“Se prevediamo che qualcosa di buono risulterà da una nuova legge, e quella cosa positiva succede, questa non è una prova che quella legge fosse buona.”
Ma la domanda non è se la legge sia buona; riguarda la credibilità di chi ne parla. Sino ad ora, le registrazioni sono più o meno in linea con le previsioni dei sostenitori, una volta che si considera il rifiuto di metà degli Stati ad ampliare Medicaid, mentre i costi stanno scendendo in basso nelle proiezioni. Dunque, sul fronte delle previsioni, i sostenitori delle legge se la stanno cavando bene.
Nel frattempo, cosa stavano dicendo gli oppositori? Gli “esperti” della destra prevedevano una spirale fatale, per la quale soltanto un piccolo numero di persone ammalate si sarebbe iscritto, e le polizze sarebbero salite alle stelle. Che è quello che non è accaduto.
Dunque, ovviamente, i conservatori hanno messo da parte le persone che avevano sbagliato in modo così completo, e cominciato ad ascoltare quelli che avevano visto giusto. Va bene, lo so, è uno scherzo che è venuto a noia.
[1] La tabella mostra le tendenze nel numero degli adulti non assicurati – tra i 18 ed i 54 anni – dal primo trimestre del 2013 al primo trimestre del 2015.
aprile 25, 2015
Apr 25 7:38 am
Wingnut welfare is an important, underrated feature of the modern U.S. political scene. I don’t know who came up with the term, but anyone who follows right-wing careers knows whereof I speak: the lavishly-funded ecosystem of billionaire-financed think tanks, media outlets, and so on provides a comfortable cushion for politicians and pundits who tell such people what they want to hear. Lose an election, make economic forecasts that turn out laughably wrong, whatever — no matter, there’s always a fallback job available.
Obviously this reality has important incentive effects. It encourages conservatives to espouse ever-cruder positions, because they don’t need to be taken seriously outside their closed universe. But it also, I’ve been noticing, makes them remarkably lazy.
Thus, Matt O’Brien marvels at Stephen Moore’s latest, with its “cherry-picking and unsupported assertions.” What O’Brien doesn’t note is that these assertions aren’t new; Moore and others have made them many times before, and they’ve been thoroughly debunked many times, for example here and here. No, revenues didn’t experience miraculous growth under Reagan; if you adjust, as you obviously should, for inflation and population growth, they grew less in the Reagan years than they did under Ford/Carter, and much less than under Clinton. Yes, the share of taxes paid by the rich rose — but only because of soaring inequality, which raised the share of the wealthy in income. And so on.
What’s remarkable, then, is that Moore doesn’t even try to come up with new distortions. He just rolls out the old debunked stuff, ignoring the criticisms. There are many adjectives you could apply to this work, but the one that stands out for me is just plain lazy.
But then again, why not? The audience for this kind of thing doesn’t want actual insight, it just wants affirmation of what it wants to hear, and it doesn’t care how embarrassingly you screw up as long as you’re ideologically on the right side. Someone like Moore effectively faces a 100 percent marginal tax rate on intellectual effort — no matter how much or how little time he puts in getting facts and numbers right, it will make no difference at all to his career. And the Heritage Foundation gets what it pays for.
Occasioni assistenziali per gli estremisti della destra [1] e incentivi per il lavoro [2]
Il sistema assistenziale degli estremisti è un aspetto importante e sottovalutato del moderno scenario politico degli Stati Uniti. Io non so chi abbia inventato quella espressione, ma chiunque segua le carriere delle persone della destra sa di cosa parlo: l’ecosistema generosamente finanziato dei gruppi di ricerca foraggiati dai miliardari, gli organi di stampa e tutto il resto forniscono un cuscino confortevole agli uomini politici ed ai commentatori che dicono quello che la gente vuol sentire. Perdete delle elezioni, fate previsioni economiche che risultano comicamente sbagliate, tutto quel che volete – non importa, c’è sempre un posto di lavoro di ripiego disponibile.
Ovviamente, questa realtà ha effetti importanti di incentivazione. Incoraggia i conservatori a esporre posizioni sempre più rozze, giacché non hanno bisogno di esser presi sul serio fuori dal loro chiuso universo. Ma sto notando che li rende anche considerevolmente folli.
Per questo, Matt O’Brien si meraviglia all’ultima uscita di Stephen Moore, con i suoi “giudizi selettivi e privi di sostegno”. Quello che O’Brien non nota è che queste asserzioni non sono nuove; Moore ed altri le hanno espresse molte volte, e sono stati completamente smentiti in molte occasioni, ad esempio in queste connessioni [3]. No, le entrate non conobbero una crescita miracolosa sotto Reagan; se correggete i dati, come ovviamente dovreste fare, sulla base dell’inflazione e della crescita della popolazione, le entrate crebbero negli anni di Reagan meno di quanto avvenne con Ford e Carter, e molto meno che sotto Clinton. Così come la percentuale delle tasse pagate dai ricchi salì – ma solo a causa della crescente ineguaglianza, che elevò la percentuale di reddito dei più ricchi. E così via.
Quello che è considerevole, dunque, è che Moore non tenta nemmeno di venir fuori con nuove mistificazioni. Semplicemente egli riespone la vecchia merce già ridicolizzata, ignorando le critiche. Ci sono molti termini con i quali si potrebbe caratterizzare un lavoro del genere, ma quello che secondo me è più adatto è proprio una schietta follia.
Ma allora, perché non ripetersi? Il pubblico di questo genere di cose non vuole idee vere e proprie, vuole la conferma di quello che vuol sentire, e, finché vi mantenente ideologicamente sulla destra dello schieramento, non si cura di quanto si dicano scempiaggini imbarazzanti. Gente come Moore, in sostanza, sono di fronte ad una aliquota fiscale marginale del 100 per cento sul loro sforzo intellettuale – non conta quanto ci mettano di fatti e di numeri, o quanto poco tempo gli costi; ciò non farà alcuna differenza per le loro carriere. E la Fondazione Heritage ottiene ciò per cui paga.
[1] “Wingnut”, secondo Merriam-Webster, è “una persona mentalmente squilibrata, che sostiene misure estreme o cambiamenti radicali”. Normalmente è rivolto più alla destra che alla sinistra, almeno in America. Coloro che vedono cospirazioni un po’ dappertutto, ad esempio, sono tipici ‘wingnut’.
[2] La tabella indica l’andamento delle entrate federali negli Stati Uniti. Come si nota, il periodo di Reagan (1981-1989) vide una crescita, ma non più rapida del periodo di Ford e Carter (rispettivamente: 1974-1977 e 1977-1981), e del tutto inferiore al periodo di Clinton (1993-2001).
[3] La prima connessione è con un articolo del Washington Post relativo ad un giudizio del repubblicano Rand Paul, secondo il quale Reagan aveva il primato di un boom di posti di lavoro. La seconda è un saggio di Bruce Bartlett che smentiva le sicurezze repubblicane, secondo le quali gli sgravi fiscali di Reagan non avrebbero provocato una riduzione delle entrate.
aprile 24, 2015
Apr 24 11:22 am
Simon Wren-Lewis continues his voice in the wilderness campaign against British economic myths, focusing on claims that Labour was fiscally profligate. Needless to say, I agree, and would like to enlarge on his points.
The simple fact is that Britain was not running big deficits on the eve of the financial crisis, and that public debt wasn’t high by historical standards. So how does that record get turned into a claim of wildly irresponsible budgeting? As Wren-Lewis says, there are really two levels to this diversion. First, there’s the highly questionable reinterpretation of past GDP data; second, there’s the implicit proposition that governments in the past should have based fiscal policy on information (or actually “information”) that didn’t exist at the time.
On the first point: these days official estimates say that Britain, although it had a modest actual deficit in 2006-2007, had a large “structural” deficit. How so? Well, these estimates are now based on estimates of potential output, which purport to show that the British economy in 2006-7 was hugely overheated and operating far above sustainable levels.
But nothing one saw at the time was consistent with this view. In particular, there was no sign of inflationary overheating. So why do the usual suspects claim that Britain had a large positive output gap?
The answer is that the statistical techniques used by most of the players here automatically reinterpret any prolonged slump as a slowdown in the growth of potential output — and because they also smooth out potential output, the supposed fall in current potential propagates back into the past, making it seem as if the pre-crisis economy was wildly overheated.
As an extreme example, consider Greece. Here’s the IMF estimate of Greece’s output gap before the storm:
Does anyone really believe that Greece was operating 10 percent — 10 percent! — above capacity in 2007-8? This is just a smoothing algorithm producing nonsense results in the face of economic catastrophe.
And this backward propagation of economic disaster also leads, automatically, to the appearance of past fiscal profligacy. Consider the case of Ireland. Back in 2006 George Osborne praised the country as a “shining example” of “wise economic policy-making”, and especially praised the country’s fiscal prudence. Today, backward-looking estimates say that Ireland was fiscally irresponsible all along:
Even if you believe these estimates (which you shouldn’t), it’s unfair to criticize the Irish government of the time for fiscal profligacy. They believed that they were acting responsibly, and all the best people were praising them for it.
So were Blair and Brown irresponsible? No, not at all. True, if they had known the crisis was coming they would probably have tried to pay down debt during the good years. But they didn’t know that, and in any case it’s hard to imagine that it would have made any significant difference. Claiming that there was a major failure of fiscal prudence isn’t even 20-20 hindsight, it’s hindsight with a severe case of astigmatism.
L’annebbiato senno di poi in materia di finanza pubblica
Simon Wren-Lewis continua a far sentire la sua voce nella solitaria campagna contro i miti economici britannici, concentrandosi sulla pretesa secondo la quale il Labour sarebbe stato sregolato dal punto di vista della finanza pubblica. Non è il caso che ribadisca il mio accordo, e vorrei diffondermi sui suoi argomenti.
Il fatto nudo e crudo è che l’Inghilterra non stava gestendo grandi deficit all’epoca della crisi finanziaria, e il debito pubblico, secondo le serie storiche, non era elevato. Come è accaduto dunque che quella prestazione la si voglia trasformare in una sfrenata e irresponsabile gestione dei bilanci ? Come dice Wren-Lewis, ci sono in realtà, in questa mistificazione, due livelli. Il primo, la molto discutibile reinterpretazione dei dati passati del PIL; il secondo, la affermazione implicita secondo la quale i Governi nel passato avrebbero dovuto basare la politica della finanza pubblica su una informazione (per la verità, tra virgolette) che non c’era.
Sul primo punto: stime ufficiali di questi giorni dicono che l’Inghilterra, sebbene avesse un modesto deficit effettivo nel 2006-2007, aveva un ampio deficit “strutturale”. Come è possibile? Ebbene, queste stime sono oggi basate su stime della produzione potenziale, con le quali si pretende di dimostrare che l’economia britannica nel 2006-2007 era ampiamente surriscaldata e operava molto al di sopra di livelli sostenibili.
Ma niente di ciò che si vedeva a quel tempo era coerente con questa opinione. In particolare, non c’era alcun segno di surriscaldamento inflazionistico. Dunque, perché i soliti noti pretendono che l’Inghilterra avesse un ampio differenziale positivo di produzione?
La risposta è che, in questo caso, le tecniche statistiche utilizzate dalla maggioranza dei soggetti reinterpretano ogni prolungata congiuntura negativa come un rallentamento nella crescita della produzione potenziale – e poiché esse anche ‘spianano’ la produzione potenziale, la supposta caduta nel potenziale si propaga all’indietro nel tempo passato, facendo apparire l’economia precedente alla crisi come sfrenatamente surriscaldata.
Alla stregua di un esempio limite, si consideri la Grecia. Questa è la stima del FMI sul differenziale di produzione prima della crisi:
Qualcuno può credere che la Grecia, nel 2007-2008, stesse operando per il 10 per cento – il 10 per cento! – al di sopra delle sue capacità? Questo è semplicemente un algoritmo che, appianando i dati, produce risultati insensati di fronte alla catastrofe economica.
E questa propagazione all’indietro del disastro economico porta anche, automaticamente, alla apparenza della sregolatezza finanziaria del passato. Nel passato 2006 George Osborne elogiava il paese come un “esempio brillante” di “saggia politica economica”, e in particolare elogiava la prudenza del paese in materia di finanza pubblica. Oggi, le stime che guardano indietro direbbero che l’Irlanda sia stata finanziariamente irresponsabile per tutto il tempo:
Anche se credete a queste stime (e non dovreste), è ingiusto criticare il governo irlandese di quel tempo per sregolatezza nella finanza pubblica. Essi credevano di stare agendo responsabilmente, e per quella ragione erano elogiati dalle persone migliori.
Dunque, Blair e Brown furono irresponsabili? Niente affatto. E’ vero, se avessero saputo della crisi che era in arrivo probabilmente avrebbero cercato di restituire il debito durante gli anni buoni. Ma non lo sapevano, e in ogni caso è difficile pensare che ciò avrebbe prodotto una differenza significativa. Pretendere che ciò abbia rappresentato una importanze mancanza di prudenza finanziaria non è nemmeno ragionare col senno di poi, è il senno di poi accompagnato da un grave caso di astigmatismo.
aprile 24, 2015
Apr 24 10:57 am
So there’s a lot of buzz about alleged scandals involving the Clinton Foundation. Maybe there’s something to it. But you have to wonder: is this just the return of “Clinton rules”?
If you are old enough to remember the 1990s, you remember the endless parade of alleged scandals, Whitewater above all — all of them fomented by right-wing operatives, all eagerly hyped by mainstream news outlets, none of which actually turned out to involve wrongdoing. The usual rules didn’t seem to apply; instead it was Clinton rules, under which innuendo and guilt by association were considered perfectly OK, in which the initial suggestion of lawbreaking received front-page headlines and the subsequent discovery that there was nothing there was buried in the back pages if it was reported at all.
Some of the same phenomenon resurfaced during the 2008 primary.
So, is this time different? First indications are not encouraging; it’s already apparent that the author of the anti-Clinton book that’s driving the latest stuff is a real piece of work.
Again, maybe there’s something there. But given the history here, we’d all be well advised to follow our own Clinton rules, and be highly suspicious of any reports of supposed scandals unless there’s hard proof rather than mere innuendo.
Oh, and the news media should probably be aware that this isn’t 1994: there’s a much more effective progressive infrastructure now, much more scrutiny of reporting, and the kinds of malpractice that went unsanctioned 20 years ago can land you in big trouble now.
Regole speciali per Clinton
C’è molto scalpore sui presunti scandali che coinvolgerebbero la Fondazione Clinton. Forse c’è qualcosa di vero. Ma dovete chiedervi: siamo tornati proprio alle “regole speciali per Clinton”?
Se siete anziani abbastanza da ricordare gli anni ’90, vi ricorderete la parata infinita dei presunti scandali, il Whitewater soprattutto [1] – che vennero tutti agitati da agenti della destra, entusiasticamente pubblicizzati dai principali organi di stampa, nessuno dei quali risultò comportare violazioni della legge. Non sembrò che si applicassero le regole comuni; c’era piuttosto la ‘versione’ per Clinton, secondo la quale l’insinuazione e la colpa per favoreggiamento erano considerate perfettamente plausibili, l’iniziale suggestione della violazione della legge riceveva i titoli delle prime pagine e la successiva scoperta che non c’era niente veniva seppellita nelle ultime pagine, quando se ne dava notizia.
Qualcosa dello stesso fenomeno venne resuscitato nelle primarie del 2008.
Dunque, questa volta è diverso? Dalle prime informazioni non sembrerebbe; è già evidente che l’autore del libro contro i Clinton che ha provocato l’ultima faccenda è proprio un bell’elemento [2].
Può darsi, ripetiamolo, che in questo caso ci sia qualcosa. Ma considerata la storia, dovremmo esser tutti messi sull’avviso di applicare le nostre proprie regole speciali per i Clinton, ed essere assai sospettosi di ogni resoconto su supposti scandali, a meno che non esistano prove consistenti, e non mere insinuazioni.
Inoltre, i media dovrebbero essere probabilmente consapevoli che non siamo nel 1994; oggi c’è una organizzazione progressista molto più efficace, una analisi molto più dettagliata della attività giornalistica, ed i tipi di abusi che non vennero sanzionati vent’anni orsono, oggi vi possono condurre a grandi guai.
[1] Principalmente, una vicenda giudiziaria che riguardò le attività finanziarie dei coniugi Clinton nella Whitewater Development Corporation. L’articolo da cui ebbero inizio i sospetti fu pubblicato nel 1992 dal New York Times. L’interesse delle autorità giudiziarie riguardò un successivo fallimento di una banca di risparmio locale, la Madison Guaranty Savings and Loan, nel cui fallimento si ipotizzavano connessioni con la diversa vicenda della Whitewater. Tutti i fatti erano relativi al periodo nel quale Bill Clinton era Governatore dell’Arkansas. Alcune persone vicine a Clinton subirono condanne, ma per i coniugi Clinton non si trovarono prove di colpevolezza sufficienti neppure all’avvio di un procedimento.
[2] Le notizie alle quali si allude, che mettono in evidenza alcuni errori e strumentalizzazioni nel libro in questione, sono apparsi sul blog “Mediamatters for America”, e l’autore del libro – tale Peter Schweizer – sembra abbia una lunga storia di giornalismo approssimativo.
aprile 23, 2015
Apr 23 12:24 pm
Yesterday I mentioned the phenomenon of austerity airbrushing — the way people who made pro-austerity arguments that have been refuted by events now claim that they said something quite different from what they did, in fact, say. There’s a comparable development when it comes to health reform — except that this is even more amazing, because it depends on observers forgetting what the debate looked like in the very recent past.
Thus, Jonathan Chait has some fun with the very thin-skinned Cliff Asness, who claims that it was “never in dispute” that Obamacare would increase the number of Americans with health insurance. Hmmm:
As Brad DeLong likes to say, I’ll stop calling these people Orwellian when they stop using 1984 as an operations manual. Although in these cases I suspect that we’re really talking about a pathetic level of self-delusion.
Ritocchi, versione Legge sulla Assistenza Sostenibile [1]
Ricordavo ieri il fenomeno dei ritocchi all’austerità – il modo in cui le persone che avevano avanzato argomenti a favore dell’austerità che sono stati smentiti dai fatti, ora sostengono di aver detto cose diverse da quelle che di fatto dissero. C’è uno sviluppo paragonabile quando si passa alla riforma sanitaria – se non per il fatto che esso è ancor più sorprendente, perché si basa sulla dimenticanza da parte degli osservatori del modo in cui tale dibattito appariva in un passato recentissimo.
Così, Jonathan Chait ironizza con il permalosissimo Cliff Asness, che sostiene che non venne “mai messo in discussione” che la riforma sanitaria di Obama avrebbe aumentato il numero degli americani provvisti di assicurazione sanitaria. Mmmh [2].
Come ama dire Brad DeLong, io smetterò di chiamare queste persone ‘orwelliani’, quando esse smetteranno di usare il libro “1984” come manuale operativo. Sebbene, in questi casi ho il sospetto che di fatto si stia parlando di un livello patetico di auto illusione.
[1] La tabella indica l’andamento della percentuale dei non-assicurati, per trimestre. Come si nota, la percentuale è sensibilmente calata a partire dal terzo trimestre del 2013.
[1] Il testo del titolo dell’articolo del Washington Post recita: “La tesi di Boehner secondo la quale la riforma sanitaria di Obama si è conclusa con una ‘perdita netta’ di individui provvisti di assicurazione sanitaria”. Come è noto, Boehner era ed è il leader repubblicano Presidente della Camera dei Rappresentanti.
aprile 22, 2015
Apr 22 8:23 am
Ken Rogoff weighs in on the secular stagnation debate, arguing basically that it’s Minsky, not Hansen — that we’re suffering from a painful but temporary era of deleveraging, and that normal policy will resume in a few years.
As far as I can tell, however, Rogoff doesn’t address the key point that Larry Summers and others, myself included, have made — that even during the era of rapid credit expansion, the economy wasn’t in an inflationary boom and real interest rates were low and trending downward — suggesting that we’re turning into an economy that “needs” bubbles to achieve anything like full employment.
But what I really want to do right now is note something else, which is visible in the Rogoff piece and in many other things one reads lately — a backward-looking view of the austerity fever that swept policymaking circles in 2010 and airbrushes out the reality of intellectual folly. You see this sort of thing when people who predicted soaring interest rates from crowding out right away now claim that they were only talking about long-term solvency; when people who issued dire warnings about runaway inflation say that they were only suggesting a risk, or maybe talking about financial stability; and so on down the line.
So, in Rogoff’s version of austerity fever all that was really going on was that policymakers were excessively optimistic, counting on a V-shaped recovery; all would have been well if they had read their Reinhart-Rogoff on slow recoveries following financial crises.
Sorry, but no — that’s not how it happened. When I wrote about fear of invisible bond vigilantes and belief in the confidence fairy, I wasn’t inventing stuff out of thin air.
David Cameron didn’t say “Hey, we think recovery is well in hand, so it’s time to start a modest program of fiscal consolidation.” He said “Greece stands as a warning of what happens to countries that lose their credibility.” Jean-Claude Trichet didn’t say “Yes, we understand that fiscal consolidation is negative, but we believe that by the time it bites economies will be nearing full employment”. He said
As regards the economy, the idea that austerity measures could trigger stagnation is incorrect … confidence-inspiring policies will foster and not hamper economic recovery, because confidence is the key factor today.
I can understand why a lot of people would like to pretend, perhaps even to themselves, that they didn’t think and say the things they thought and said. But they did.
Ritocchi all’austerità
Ken Rogoff interviene sul dibattito sulla stagnazione secolare, sostenendo in sostanza che riguarda Minsky, non Hansen – che stiamo sopportando un periodo doloroso ma temporaneo di riduzione dei rapporti di indebitamento, e che una politica normale riprenderà tra pochi anni.
Per quanto posso dire, tuttavia, Rogoff non affronta il punto chiave che Larry Summers ed altri, compreso il sottoscritto, hanno avanzato – che persino durante l’epoca della rapida espansione del credito, l’economia non era in un boom inflazionistico e i tassi di interessi reali erano bassi e tendevano a scendere – indicando che stavamo trasformandoci in un’economia che “ha bisogno” di bolle per realizzare qualcosa che assomigli alla piena occupazione.
Ma quello che realmente sento il bisogno di fare in questo momento è notare qualcosa d’altro, che è visibile nel pezzo di Rogoff e in altre cose che si leggono di recente – un punto di vista retrospettivo della febbre dell’austerità che dilagò nei circoli degli operatori politici nel 2010 e che corregge con qualche ritocco la realtà di quella follia intellettuale. Potete osservare una cosa del genere quando le persone che avevano previsto che i tassi di interesse sarebbero saliti alle stelle per effetto dell’improvviso ‘spiazzamento’ [1], ora sostengono che stavano solo parlando di solvibilità a lungo termine; quando le persone che mettevano in circolazione terribili ammonimenti sull’inflazione fuori controllo, dicono che stavano soltanto indicando un rischio, o magari parlando della stabilità finanziaria; e così via con argomenti del genere.
Dunque, nella versione di Rogoff della febbre dell’austerità tutto ciò che accadde fu che gli operatori politici erano eccessivamente ottimistici, e contavano su una ripresa a forma di V; sarebbe tutto andato bene se essi si fossero studiati Reinhart-Rogoff a proposito delle lente riprese che fanno seguito alle crisi finanziarie.
No, sono spiacente, ma non è quello che accadde. Quando io scrissi sulla paura degli invisibili guardiani del bond e sulla fede nella fata della fiducia, non mi stavo inventando cose dal nulla.
David Cameron non diceva “Signori, pensiamo che la ripresa sia a portata di mano, quindi è il momento di avviare un modesto programma di consolidamento della finanza pubblica”. Egli disse: “La Grecia costituisce un ammonimento di quello che accade ai paesi che perdono la loro credibilità”. Jean-Claude Trichet non disse “Sì, comprendiamo che il consolidamento della finanza pubblica è negativo, ma crediamo che per il tempo in cui esso farà soffrire le economie, ci saremo avvicinati alla piena occupazione”. Egli disse:
“A proposito dell’economia, l’idea che l’austerità inneschi la stagnazione non è corretta … le politiche che ispirano fiducia promuoveranno e non danneggeranno la ripresa economica, perché il fattore chiave di oggi è la fiducia”.
Posso capire il motivo per il quale molte persone vorrebbero fingere, persino con se stesse, di non aver pensato e detto le cose che pensarono e dissero. Ma lo fecero.
[1] “Spiazzamento” degli investimenti privati, i quali avrebbero sofferto gli effetti di un eccessivo debito pubblico.
aprile 21, 2015
Apr 21 5:53 am
Yes, I’m wide awake at a ridiculous hour thanks to jet lag. Why do you ask?
A couple of weeks ago Ben Bernanke wrote a detailed takedown of … somebody, who has been arguing that money should be tighter even in a depressed economy, so as to safeguard financial stability. It was actually about John Taylor and maybe the BIS. Now Tony Yates goes after Taylor much more directly. This is all good stuff — but I wonder whether it’s making the issue more complex than it needs to be.
The thing that strikes me about the financial stability group is that they are all permahawks. Taylor and the BIS have often argued that money is too loose; have they ever, at least in the past two decades, argued that it is too tight? Not that anyone has noticed.
But if monetary policy is too expansionary on a sustained basis, surely we expect to see accelerating inflation. And there have in fact been repeated warnings from this group that inflation is about to take off. But what we see instead is this:
You might expect some rethinking, given this absence of inflationary trouble to materialize. But the only rethinking that seems to happen is a search for new reasons to make the same complaints about loose money. Inflation is still perpetually looming — no argument is ever abandoned — but now loose money is also a danger to financial stability.
As Yates suggests, this is especially strange when it takes the form of attributing the financial crisis to deviations from the Taylor rule. That rule was devised to produce stable inflation; it would be a miracle, a benefaction from the gods, if that rule just happened to also be exactly what we need to avoid bubbles. But even aside from Taylor’s insistence that he, and only he, can offer the One True Rule, the two-step — the ever-changing rationale for never-changing policy — is reason in itself to discount the whole thing.
Let me also add that if it’s really that easy for monetary errors to endanger financial stability — if a deviation from perfection so small that it leaves no mark on the inflation rate is nonetheless enough to produce the second-worst financial crisis in history — this is an overwhelming argument for draconian bank regulation. Modest monetary mistakes will happen, so if you believe that these mistakes caused the global financial crisis you must surely believe that we need to do whatever it takes to make the system less fragile. Strange to say, however, I don’t seem to be hearing that from Taylor or anyone else in that camp.
It’s all very odd stuff. And you should worry a lot about the possibility that one of these days the Fed may be run by people who think this way.
Il doppio passo della stabilità
Sì, sono completamente sveglio a quest’ora ridicola grazie al fuso orario. Perché lo chiedete?
Un paio di settimane fa Ben Bernanke scrisse una dettagliata e completa critica su …. qualcuno, che ha scritto che la politica monetaria dovrebbe essere restrittiva anche in una economia depressa, in modo da salvaguardare la stabilità finanziaria. Per la verità si trattava di John Taylor e forse della BIR [1]. Adesso Tony Yates attacca Taylor molto più direttamente. Sono tutte cose molto buone – ma io mi chiedo se non si stia facendo diventare quel tema più complicato di quanto ce ne sia bisogno.
La cosa che mi stupisce a proposito del gruppo della stabilità finanziaria è che tutti loro restano i ‘falchi’ di sempre. Taylor e la BIR hanno spesso sostenuto che la politica monetaria è troppo facile; hanno mai detto, almeno nei due decenni passati, che essa era troppo restrittiva? No, come può constatare chiunque.
Ma se la politica monetaria è troppo espansiva su basi prolungate, di sicuro ci aspettiamo di vedere una accelerazione nell’inflazione. E ci sono stati di fatto ripetuti ammonimenti, da parte di questo gruppo, secondo i quali l’inflazione stava decollando. Ma quello che abbiamo osservato è invece stato questo:
Vi sareste attesi un qualche ripensamento, considerato che le difficoltà inflazionistiche non si sono materializzate. Ma il solo ripensamento che sembra sia intervenuto è stata la ricerca di nuove ragioni per avanzare le medesime lamentele sulla politica monetaria facile. L’inflazione è ancora eternamente incombente – nessun argomento è mai abbandonato – ma ora la moneta facile è anche un pericolo per la stabilità finanziaria.
Come suggerisce Yates, questo è particolarmente strano quando prende la forma dell’attribuire la crisi finanziaria a deviazioni dalla regola di Taylor. Quella regola era stata concepita per produrre una inflazione stabile; sarebbe un miracolo, una benedizione divina, se davvero accadesse che quella regola sia anche esattamente quello di cui abbiamo bisogno per evitare le bolle. Ma anche a prescindere dalla insistenza di Taylor secondo la quale lui, e solo lui, può offrire l’Unica Vera Regola, il doppio passo – il cambiare sempre argomenti per non cambiare mai politica – è il motivo in sé per non prendere in considerazione l’intera faccenda.
Consentitemi di aggiungere che se è davvero così facile che gli sbagli monetari mettano in pericolo la stabilità finanziaria – se una deviazione dalla perfezione così piccola che non lascia alcun segno sull’inflazione è nondimeno sufficiente per produrre la seconda più grave crisi finanziaria della storia – questo sarebbe un argomento schiacciante per una regolamentazione draconiana delle banche. Ci saranno ancora modesti errori di politica monetaria, cosicché se si crede che questi errori abbiano provocato la crisi finanziaria globale si deve di sicuro anche credere che si debba fare qualunque cosa per rendere il sistema meno fragile. Strano a dirsi, tuttavia, ma non sembra di sentire niente del genere da parte di Taylor o di chiunque altro, in quel campo.
È tutta roba molto strana. E ci si dovrebbe preoccupare molto della possibilità che uno di questi giorni la Fed possa essere gestita da persone che ragionano in questo modo.
[1] Banca Internazionale dei Regolamenti, con sede in Basilea.
aprile 19, 2015
Apr 19 5:35 am
As Francesco Saraceno notes, the IMF’s research department, which was always excellent, has become an extraordinary source of information and ideas in this Age of Blanchard. In particular, these days you can pretty much count on the semiannual World Economic Outlook to offer some dramatic new insight into how the world works. And the latest edition is no exception.
The big intellectual news here is Chapter 4, on business investment. As the report notes, weak business investment has been a major reason for global economic weakness. But why is business investment weak?
Broadly speaking, there are two views out there. One is that we have a special problem of lack of business confidence, driven by fiscal worries, failure to make needed structural reforms, and maybe even careless rhetoric. The U.S. right, in particular, is fond of the “Ma! He’s looking at me funny!” hypothesis – the claim that President Obama, by occasionally suggesting that some businessmen have behaved badly, has hurt their feelings and perpetuated the slump.
The other view is that business investment is weak because the economy is weak. Specifically, it is that the effects of household deleveraging and fiscal consolidation have produced slow growth, which has reduced the incentive to add capacity – the “accelerator” effect – leading to low investment that further reduces growth.
The IMF comes down strongly for the second view. In fact, if anything it finds that business investment has held up a bit better than one might have expected in the face of economic weakness:
This is, interestingly, something I concluded a while back looking at U.S. data, during the height of the he’s-looking-at-me-funny era.
But wait, there’s more.
In order to deal with the problem of reverse causation – weak investment can cause weak growth as well as vice versa – the IMF adopts an “instrumental variables” approach. Loosely speaking, it looks for episodes of weak growth that are clearly caused by other factors, so that it can be sure that falling investment is an effect rather than a cause. And the instrument it uses is fiscal consolidation. That is, it finds cases where spending cuts and/or tax hikes depress demand and hence investment.
What it doesn’t say explicitly is that in using this procedure, it manages in passing both to refute a very widely held but false belief about deficits and to confirm a highly controversial Keynesian proposition.
The false belief is that government deficits necessarily “crowd out” investment, so that reducing deficits should free up funds that lead to higher investment. Not so, says the IMF: when governments introduce deficit-reduction measures, investment falls instead of rising. This says that the deficits were crowding investment in, not out.
And there’s another way to look at it: when governments introduce austerity measures, they are trying to reduce their net borrowing – in effect, they are raising their savings rate. What the IMF tells us is that such attempts to increase saving actually lead to lower, not higher, investment – and since saving equals investment, actual savings fall. So what we have here is an empirical confirmation of the existence of the paradox of thrift!
Remarkable stuff. Someone tell Wolfgang Schäuble.
L’aggregazione (degli investimenti) [1] e il paradosso del risparmio
Come nota Francesco Saraceno, il dipartimento di ricerca del FMI, che è stato sempre eccellente, nell’Era di Blanchard [2], è diventato una fonte straordinaria di informazioni e di idee. In particolare, di questi tempi si può in pratica affidarsi alla edizione semestrale di World Economic Outlook, dove vengono offerte alcune spettacolari nuove intuizioni su come il mondo va avanti. E l’ultima edizione non fa eccezione.
La grande novità intellettuale si trova al capitolo 4, relativo agli investimenti delle imprese. Come nota il rapporto, gli investimenti deboli delle imprese sono stati una ragione importante della debolezza economica globale. Ma perché gli investimenti delle imprese sono fiacchi?
Su tale questione, parlando in termini generali, ci sono due punti di vista. Uno è che siamo in presenza di un particolare problema di mancanza di fiducia da parte delle imprese, determinato dalle preoccupazioni per la finanza pubblica, dalla mancata realizzazione di necessarie riforme strutturali, e forse anche da prese di posizione malaccorte. La destra americana, in particolare, è affezionata all’ipotesi del “Mamma, mi guarda male!” [3] – la pretesa seconda la quale il Presidente Obama, avendo occasionalmente suggerito che alcuni imprenditori si sarebbero comportati negativamente, avrebbe ferito i loro sentimenti e perpetuato la crisi.
L’altro punto di vista è che gli investimenti sono deboli perché l’economia è debole. In particolare, sono gli effetti della riduzione del rapporto di indebitamento delle famiglie e del consolidamento delle finanze pubbliche che hanno prodotto la crescita lenta, che hanno ridotto l’incentivo ad aumentare la capacità produttiva – l’effetto di “accelerazione” – portando ad investimenti modesti cha hanno ulteriormente ridotto la crescita.
Il FMI prende con forza posizione a favore del secondo punto di vista. Di fatto, esso scopre semmai che gli investimenti delle imprese sono stati un po’ migliori di quello che ci si sarebbe aspettati a fronte della debolezza economica [4]:
Si tratta, in modo interessante, della stessa conclusione alla quale ero giunto in passato osservando i dati degli Stati Uniti, all’apice del periodo del “mi sta guardando male!”.
Ma c’è anche di più.
Allo scopo di misurarsi con l’ipotesi di una origine opposta – i deboli investimenti possono provocare una crescita debole, come all’opposto – il FMI adotta un approccio delle “variabili strumentali”. Parlando in termini approssimativi, esso osserva episodi di crescita debole che sono stati chiaramente provocati da altri fattori, in modo che si può esser certi che la caduta dell’investimento sia stata un effetto, anziché una causa. E lo strumento che utilizza è il consolidamento delle finanze pubbliche. Vale a dire, esso individua i casi nei quali i tagli alla spesa e/o gli incrementi fiscali hanno depresso la domanda e di conseguenza gli investimenti.
Quello che non dice esplicitamente è che utilizzando questa procedura, esso riesce incidentalmente sia a confutare l’ampiamente condiviso ma falso convincimento sui deficit, sia a confermare un concetto keynesiano che è oggetto di ampie controversie.
Il falso convincimento è quello secondo il quale i deficit statali necessariamente “spiazzano” gli investimenti, in modo tale che una riduzione dei deficit dovrebbe aiutare a liberare finanziamenti che condurrebbero ad investimenti (privati) più elevati. Non è così, dice il FMI: quando i Governi introducono misure di riduzione dei deficit, gli investimenti cadono invece di salire. Questo ci dice che i deficit hanno provocato una maggiore aggregazione degli investimenti, anziché escluderli gli uni con gli altri.
E c’è un altro modo di guardare al fenomeno: quando i Governi introducono misure di austerità, essi stanno provando a ridurre il loro indebitamento netto – in sostanza, stanno alzando il loro tasso di risparmio. Quello che il FMI ci dice è che, in effetti, tali tentativi di aumentare i risparmi portano a investimenti minori, non maggiori – e dal momento che i risparmi sono pari agli investimenti, i risparmi effettivi calano. Dunque, quella che abbiamo è una conferma empirica dell’esistenza del ‘paradosso del risparmio’ [5].
Cose importanti. Qualcuno le dica a Wolfgang Schäuble.
[1] Come spesso, l’uso delle preposizioni dinanzi ai verbi tipico della lingua inglese, non è facilmente traducibile. In economia esiste il concetto del “crowding out” – che in genere in italiano si traduce con “spiazzamento” – secondo il quale il deficit pubblico comporta che gli Stati si appropriano di risorse che “spiazzano” gli investimenti privati, per la semplice ragione che li sottraggono. Il concetto opposto, che viene qua espresso con un “crowding in”, lo traduciamo con “aggregazione”, che è abbastanza comprensibile.
[2] Olivier Blanchard, economista di orientamento keynesiano della ‘leva’ dei principali economisti allevati al MIT (Bernanke, Draghi, lo stesso Krugman e in qualche misura anche Larry Summers), dal 2008 è capoeconomista del FMI e la sua direzione ha provocato un cambiamento di orientamenti e di metodi sensibile:
[3] Espressione ironica coniata in un post del 2014 ed usata in seguito varie volte da Krugman.
[4] La Tabella offerta dal FMI – con un titolo secondo il quale “le dimensioni della crisi negli investimenti delle imprese a partire dalla crisi riflettono la debolezza dell’attività economica” – osservando la differenza tra l’andamento effettivo (linea nera) e quello previsto (linea rossa), osserva anche che per “ampi gruppi di economie avanzate, ci sono modesti investimenti inesplicabili”.
[5] Era l’espressione che Keynes utilizzò per analizzare il fenomeno simile, seppur più generale, secondo il quale una contemporanea tendenza di tutti i soggetti a risparmiare provoca una diminuzione della domanda ed un impoverimento della crescita tali da ridurre i risparmi effettivi.
aprile 19, 2015
Apr 19 5:05 am
OK, that was intense. I’ll write more about my visit, but right now (from Frankfurt, where I’m laying over for a couple of hours) I want to make a data point. about just how much adjustment Greece has done.
First, on the fiscal side, Greece has made an incredible adjustment — close to 20 percent of potential GDP, or the U.S. equivalent of about $3 trillion per year (not our usual 10-year calculation) in spending cuts and tax hikes:
IMF
Second, Greece has accepted roughly a 25 percent cut in nominal private-sector labor costs, or more than 30 percent relative to the euro average, far more than anyone else:
Eurostat
You can make a pretty good case that the costs of this adjustment were so large that Greece would have been better off exiting the euro in 2010. You can make an even better case that Greece would have been much better off if it had never joined in the first place. But at this point these are sunk costs. If Greece can negotiate a halfway reasonable compromise, one that more or less pauses further austerity, it’s hard to see that the risks of exit would be worth it.
And the creditors would be equally well served by such a compromise.
So is it going to happen? Well, it’s the right thing to do — which tells you nothing.
Note sulla Grecia
É così, è stato un periodo intenso. Scriverò di più sulla mia visita, ma in questo momento (da Francoforte, dove sto facendo una sosta per un paio d’ore) voglio fare un punto sulle statistiche, a proposito di quanto sia stata rilevante la correzione messa in atto dalla Grecia.
Anzitutto, dal lato delle finanze pubbliche, la Grecia ha operato una correzione incredibile – vicina al 20 per cento del PIL potenziale, ovvero l’equivalente di circa 3.000 miliardi di dollari all’anno (non il calcolo decennale cui siamo soliti) in tagli alle spese ed aumenti fiscali:
FMI
In secondo luogo, la Grecia ha accettato un taglio grosso modo del 15 per cento nei costi nominali del lavoro nel settore privato, ovvero di più del 30 per cento in rapporto alla media euro, assai di più di chiunque altro:
Eurostat
Si può avanzare l’argomento che i costi di questa correzione sono stati talmente ampi che la Grecia avrebbe fatto meglio ad uscire dall’euro nel 2010. Si può avanzare la tesi persino più forte, secondo la quale la Grecia avrebbe fatto prima di tutto molto meglio se non avesse mai aderito. Ma a questo punto i costi sono sprofondati. Se la Grecia può negoziare un ragionevole compromesso a mezza strada, del genere di qualcosa che più o meno interrompa una ulteriore austerità, è difficile pensare che i rischi di un’uscita valgano la candela.
E da un compromesso del genere i creditori sarebbero altrettanto ben compensati.
Dunque, è quello che accadrà? Ebbene, sarebbe la cosa giusta da fare – il che non ci dice niente.
aprile 15, 2015
April 15, 2015 8:12 am
There’s been another blogospheric debate on methodology, this time involving a currently fashionable critique of mainstream macroeconomics — namely, that it’s too reliant on linear models and fails to make allowance for multiple equilibria. Frances Coppola and Wolfgang Munchau are leading the charge, with Roger Farmer (I think) in support; Brad DeLong and Tony Yates beg to differ. So do I.
There’s plenty wrong with macroeconomics as practiced, and plenty more wrong with macroeconomists as practitioners — and I haven’t been shy about pointing these failings out. But this is the wrong line of attack, for two reasons.
First, claims that mainstream economists never think about, and/or lack the tools to consider, nonlinear stuff and multiple equilibria and all that are just wrong. Tony Yates notes Munchau declaring that the zero lower bound is a minefield that economists have avoided; what? As Yates says,
The implication is ‘ooh, look at this really obvious real world thingy that economists just can’t deal with’. But actually, they can and do, and it’s embraced by 100s of papers now, since Krugman wrote the first modern one in 1998.
What about multiple equilibria? Well, most of my academic macroeconomic work is in international macro, especially on currency crises, and in that sub-field multiple equilibria — oh, and the effects of leverage and balance sheet effects — is a long-standing part of the approach. Here’s my 1999 paper on a multiple-equilibrium approach to the Asian financial crisis. For that matter, Diamond-Dybvig — the standard model for thinking about bank runs — is all about multiple equilibria and self-fulfilling prophecies.
So if your assertion is that economists don’t have the tools to think about such things, and/or are too boring and conventional to go there, well, that’s just uninformed. Been there, done that.
But maybe the complaint is simply that economists don’t do enough nonlinear analysis. And I can say personally that while I am, I think, pretty well aware of the possibilities of multiple equilibria and all that, they aren’t the staple of my analysis. There is, however, a reason for that: that kind of stuff is too easy and too much fun.
When you first start playing around with multiple-equilibrium models — in my generation that generally happened in grad school — there’s a period of enthusiasm. Crazy things can happen! Anything can happen! I can write down a model in which X leads to Z instead of Y!
Also, you can call spirits from the vasty deep. But will they come when you do call?
The point is that it’s quite easy, if you’re moderately good at pushing symbols around, to write down models where nonlinearity leads to funny stuff. But showing that this bears any relationship to things that happen in the real world is a lot harder, so nonlinear modeling all too easily turns into a game with no rules — tennis without a net. And in my case, at least, I ended up with the guiding principle that models with funny stuff should be invoked only when clearly necessary; you should always try for a more humdrum explanation.
So, was the crisis something that requires novel multiple-equilibrium models to understand? That’s far from obvious. The run-up to crisis looks to me more like Shiller-type irrational exuberance. The events of 2008 do have a multiple-equilibrium feel to them, but not in a novel way: once you realized that shadow banking had recreated the hazards of unregulated traditional banking, all you had to do was pull Diamond-Dybvig off the shelf.
And since the crisis struck, as I’ve argued many times, simple Hicksian macro — little equilibrium models with some real-world adjustments — has been stunningly successful. Notice, by the way, that in the linked post I do include the zero lower bound — no minefield here — which in turn makes the model nonlinear, with a qualitative change in behavior when the economy is sufficiently depressed that the zero bound is binding. But all that comes straight out of a quite simple framework, with no huffing and puffing and diatribes against conventional economics.
As I said, there are plenty of problems with economics. But I’d argue that ranting about the need for new models is not helpful; in policy terms, our problem has been refusal to use the pretty successful models we already have.
La non linearità, gli equilibri multipli ed il problema degli effetti troppo stravaganti (per esperti)
C’è stato un altro dibattito blogosferico sulla metodologia, questa volta riguardante critiche attualmente di moda alla macroeconomia prevalente [1] – in particolare, che essa si basa troppo sui modelli lineari e non riesce a dare considerazione agli equilibri multipli [2]. Frances Coppola e Wolfgang Munchau guidano la carica, con Roger Farmer (mi sembra) a sostegno; Brad DeLong a Tony Yates prendono le distanze. Come faccio io.
C’è una quantità di cose sbagliate nella macroeconomia per come è praticata, ed una quantità di cose sbagliare nei macroeconomisti come praticanti – e io non sono stato certo timido nell’indicare questi difetti. Ma per due ragioni questa è la linea di attacco sbagliata.
Il primo, le pretese che i macroeconomisti convenzionali non abbiano mai riflettuto, e/o abbiano difettato degli strumenti per considerare, le questioni della non linearità e degli equilibri multipli, e tutto il resto, sono proprio sbagliate. Tony Yates osserva che Munchau ha dichiarato che il limite inferiore dello zero (nei tassi di interesse) è un campo minato che gli economisti hanno evitato. Che cosa? Come dice Yates,
“L’implicazione è di questo genere: ‘Suvvia, si consideri questa faccenduola talmente evidente nel mondo reale, con la quale gli economisti proprio non riescono a fare i conti!’. Ma in realtà, ce li possono fare e ce li fanno, e a questo punto essa è accolta da centinaia di studi, dal momento in cui Krugman ne scrisse la prima versione moderna nel 1998.”
E cosa dire degli equilibri multipli? Ebbene, gran parte del mio lavoro accademico di macroeconomia è sull’economia internazionale, in particolare sulle crisi valutarie, e in quella sotto disciplina degli equilibri multipli – per non dire degli effetti della riduzione dell’indebitamento e degli effetti degli (s)quilibri patrimoniali – sono una componente di lunga data del mio approccio. Ecco in questa connessione un mio saggio del 1999 sull’approccio di multi-equilibrio alla crisi finanziaria asiatica [3]. Nello stesso senso, il Diamond-Dybvig [4] – il modello standard per ragionare degli assalti agli sportelli bancari – è tutto relativo agli equilibri multipli ed alle profezie che si autoavverano.
Dunque, se la vostra asserzione è che gli economisti non hanno gli strumenti per ragionare di cose del genere, e/o sono troppo noiosi e convenzionali per arrivarci, ebbene, siete semplicemente disinformati. Non si tratta certo di novità.
Ma forse la lamentela è semplicemente che gli economisti non fanno a sufficienza analisi non lineari. E personalmente posso dire che, mentre penso di essere abbastanza ben consapevole delle possibilità degli equilibri multipli (e cose simili), essi non sono la base della mia analisi. Questo ha, tuttavia, una sua ragione: quel genere di cose sono troppo facili e fanno anche non pochi scherzi.
Quando per la prima volta cominciate a giocare attorno ai modelli di equilibrio multiplo – che nella mia generazione di solito accadeva negli anni della laurea magistrale – c’è un periodo di entusiasmo. Succedono cose pazzesche! Può succedere di tutto! Posso buttar giù un modello nel quale X porta a Z invece cha a Y!
Potete anche richiamare gli spiriti dalle immense profondità. Ma gli spiriti verranno, al vostro richiamo?
Il punto è che, se siete moderatamente bravi nel fare quello che volete con i simboli, è abbastanza semplice buttar giù dei modelli nei quali la non linearità conduce a effetti stravaganti. Ma dimostrare che questo comporta una relazione con cose che accadono nella realtà è molto più difficile, cosicché la modellazione non lineare con troppa facilità si trasforma in un gioco senza regole – come giocare a tennis senza la rete. E nel mio caso, io almeno mi risolsi al principio guida secondo il quale i modelli con implicazioni stravaganti dovrebbero essere invocati solo quando chiaramente necessari; dovreste sempre cercare spiegazioni più noiose.
Dunque: la crisi, per essere compresa, era qualcosa che richiedeva nuovi modelli di equilibrio multiplo? E’ tutt’altro che evidente. Il periodo precedente alla crisi a me sembra maggiormente simile all’esuberanza irrazionale del genere di quella di Shiller. Gli eventi del 2008 davvero hanno dato l’impressione dell’equilibrio multiplo, ma non in modo insolito: una volta che si comprende che il sistema bancario ombra aveva ricreato gli azzardi del tradizionale sistema bancario senza regole, tutto quello che si doveva fare era tirar giù dagli scaffali il modello Diamond-Dybvig.
E dal momento che la crisi è scoppiata, come ho sostenuto in molte occasioni, una semplice macroeconomia hicksiana – piccoli modelli di equilibrio con qualche correzione derivante dal mondo reale – ha prodotto in modo sorprendente un risultato positivo. Si osservi, per inciso, che nel post che ho messo in connessione ho incluso il limite inferiore dello zero – non c’è alcun campo minato – che a sua volta rende il modello non lineare, alla stregua di un cambiamento qualitativo di comportamenti quando l’economia è sufficientemente depressa da rendere il limite inferiore dello zero vincolante. Ma tutto questo deriva direttamente da uno schema abbastanza semplice, senza che ci si debba agitare e polemizzare contro l’economia convenzionale.
Come ho detto, ci sono molti problemi con la teoria economica. Ma ritengo che sproloquiare sulla necessità di nuovi modelli non aiuti; in termini politici, il nostro problema è stato il rifiuto di utilizzare modelli abbastanza risolutivi che avevamo già a disposizione.
[1] Normalmente traduciamo “mainstream macroeconomics” con “macroeconomia prevalente”. E’ forse una traduzione insoddisfacente, ma è anche una questione piuttosto complicata.
Da una parte l’espressione porta istintivamente alla memoria la polemica di Keynes contro la “saggezza convenzionale” dell’economia classica (ed anche in quel caso occorrerebbe precisare che economisti diversi hanno definito ‘classiche’ scuole diverse l’una dall’altra. Keynes si riferiva soprattutto a Marshall, che del resto trattava con molto maggiore riguardo di altri; per Marx la classicità era quella di Ricardo, ‘sviata’ da altre successive interpretazioni ‘neoclassiche’. Ma un altro ‘neoclassicismo’ ha costituito nei decenni passati il motivo principale delle contese della scuola keynesiana – per quanto sia stato un fenomeno che si è dipanato per circa un secolo – e quest’ultimo non era esattamente l’aspetto di maggiore rilievo nella polemica di Keynes, dato che alla sua epoca, della Grande Depressione, non appariva ancora come il suo interlocutore principale).
Ma, venendo all’oggi, se si traducesse con l’italiano “convenzionale” – che pure sarebbe anche una soluzione corretta – sembrerebbe implicita una critica che in realtà non è nelle intenzioni di Krugman. Come mostra questo stesso post, Krugman di solito principalmente difende il ‘corpo’ delle acquisizioni prevalenti nei decenni passati della teoria economica (che talora semplifica con l’espressione “la macroeconomia dei libri di testo”, forse avendo in mente il più prestigioso di quei libri di testo, del Premio Nobel Paul Samuelson) , e considera il suo stesso contributo all’interno di quel ‘mainstream’. Naturalmente, quei decenni hanno visto la contesa di diverse scuole economiche: a destra, per dir così, quella di lontana derivazione austriaca, ravvivata nella scuola americana dell’ “acqua dolce”; a sinistra il keynesismo ( o la sua versione ‘neo’). Ed anche questa distinzione, nella sua ricostruzione, è meno ovvia di quanto potrebbe sembrare; ad esempio, egli ha spesso fatto una considerevole eccezione per alcuni aspetti del contributo di Milton Friedman, che egli non omologa in modo semplicistico al primo orientamento.
Per questo traduciamo di solito ‘mainstream macroeconomics’ con “macroeconomia prevalente”. Di solito, credo che Krugman voglia sottolineare questo aspetto della ‘prevalenza’, anche se la faccenda è complicata dal fatto che egli oggi considera quell’approccio prevalente, mentre due o tre decenni orsono era ben consapevole che rischiava di essere prevalente la scuola economica ‘conservatrice’.
[2] Nella teoria economica dominante fino agli anni trenta del secolo scorso gli economisti neoclassici sostenevano che in una economia di mercato l’equilibrio possibile fosse soltanto uno perché, con tutti i mercati con concorrenza pura e senza poteri per ciascun operatore, il sistema economico si sarebbe sempre e da solo riportato all’equilibrio di piena occupazione. Pertanto la politica economica non aveva alcun ruolo e semmai doveva seguire regole ferree per non interferire con le leggi del mercato … Ci volle la Teoria Generale di John Maynard Keynes per dimostrare che l’economia di mercato non ha come unico punto di equilibrio quello corrispondente alla piena occupazione, ma può avere equilibri “multipli”. Se cade la produzione, cade l’occupazione e quindi cade la domanda. Se cade la domanda cade la produzione e si avvia una spirale perversa verso il basso. Il problema è che se i mercati sono a concentrazione oligopolistica e non nella teorica concorrenza pura, alla caduta della produzione può seguire una caduta di domanda e può quindi determinarsi, a qualunque livello, un equilibrio con disoccupazione. Senza intervento pubblico l’economia non si muove da quel punto e la disoccupazione non rientra, né il sistema nel suo complesso sarà mai in grado di tornare alla piena occupazione.
Da Mario Baldassarri, “f! formiche” – 13/05/2020
[3] Il saggio aveva il titolo “Equilibri patrimoniali, il problema dei trasferimenti e le crisi finanziarie”, Paul Krugman, MIT, 1999.
[4] Il modello di Diamond-Dybvig (1983) è un modello teorico che si propone di spiegare le modalità attraverso cui si determina un fenomeno di run bancario (corsa agli sportelli), fornendo al contempo una rappresentazione teorica del meccanismo attraverso cui le banche creano liquidità. Il modello rappresenta ad oggi il punto di riferimento teorico per la spiegazione dei fenomeni considerati, e non a caso di esso sono state proposte varie riformulazioni successive. (Wikipedia)
aprile 11, 2015
Apr 11 11:21 am
There are two big lessons from GE’s announcement that it is planning to get out of the finance business. First, the much maligned Dodd-Frank financial reform is doing some real good. Second, Republicans have been talking nonsense on the subject. OK, maybe point #2 isn’t really news, but it’s important to understand just what kind of nonsense they’ve been talking.
GE Capital was a quintessential example of the rise of shadow banking. In most important respects it acted like a bank; it created systemic risks very much like a bank; but it was effectively unregulated, and had to be bailed out through ad hoc arrangements that understandably had many people furious about putting taxpayers on the hook for private irresponsibility.
Most economists, I think, believe that the rise of shadow banking had less to do with real advantages of such nonbank banks than it did with regulatory arbitrage — that is, institutions like GE Capital were all about exploiting the lack of adequate oversight. And the general view is that the 2008 crisis came about largely because regulatory evasion had reached the point where an old-fashioned wave of bank runs, albeit wearing somewhat different clothes, was once again possible.
So Dodd-Frank tries to fix the bad incentives by subjecting systemically important financial institutions — SIFIs — to greater oversight, higher capital and liquidity requirements, etc.. And sure enough, what GE is in effect saying is that if we have to compete on a level playing field, if we can’t play the moral hazard game, it’s not worth being in this business. That’s a clear demonstration that reform is having a real effect.
Now, the more or less official GOP line is that the crisis had nothing to do with runaway banks — it was all about Barney Frank somehow forcing poor innocent bankers to make loans to Those People. And the line on the right also asserts that the SIFI designation is actually an invitation to behave badly, that institutions so designated know that they are too big to fail and can start living high on the moral hazard hog.
But as Mike Konczal notes, GE — following in the footsteps of others, notably MetLife — is clearly desperate to get out from under the SIFI designation. It sure looks as if being named a SIFI is indeed what it’s supposed to be, a burden rather than a bonus.
A good day for the reformers.
Una vittoria contro le ombre
Ci sono due grandi lezioni nell’annuncio che General Electric sta programmando l’uscita dagli affari della finanza. Anzitutto, la tanto diffamata riforma finanziaria Dodd-Frank sta producendo risultati reali positivi. La seconda, i repubblicani su tale questione hanno detto cose insensate. Ammetto che il punto 2 non è realmente una novità, ma è importante comprendere esattamente il genere di insensatezze che sono venuti dicendo.
GE Capital era la quintessenza dell’esempio di una ascesa del sistema bancario ombra. Sotto i profili più importanti essa agiva come una banca; ma era effettivamente priva di regole, e dovette essere salvata attraverso soluzioni specifiche che comprensibilmente fecero infuriare molte persone per aver mandato i contribuenti allo sbaraglio per irresponsabilità private.
Penso che la maggioranza degli economisti credano che l’ascesa del sistema bancario ombra abbia meno a che fare con i vantaggi reali di tali banche fittizie, di quanti non ne abbia avuti per effetto della arbitrarietà dei regolamenti – vale a dire, istituti come GE Capital consistettero interamente nello sfruttamento di una mancanza di adeguata supervisione. E l’opinione generale è che la crisi del 2008 intervenne in parte più o meno ampia perché l’evasione delle regole aveva raggiunto il punto nel quale un’ondata di vecchio stampo di corsa agli sportelli, sebbene in qualche modo in forme diverse, era una volta ancora possibile.
E’ per questo che la Dodd-Frank cerca di correggere gli incentivi negativi sottoponendo gli “istituti finanziari importanti da un punti di vista sistemico” (SIFI) ad una vigilanza maggiore [1], alle condizioni di capitali e liquidità superiori etc. E di fatto, quello che la GE sta dicendo è che se si deve competere con regole uguali per tutti, se non si può approfittare del ricorso all’azzardo morale [2], non merita di restare in questo affare. Quella è la chiara dimostrazione che la riforma sta avendo un effetto reale.
Ora, la linea più o meno ufficiale del Partito Repubblicano è che la crisi finanziaria non ebbe niente a che fare con le banche fuori controllo – dipese tutta da Barney Frank che in qualche modo costrinse poveri banchieri innocenti a fare prestiti a Quella Gente [3]. E a destra tale linea afferma anche che con la designazione degli istituti SIFI, nella sostanza, si invita a comportarsi in modo negativo, giacché gli istituti così definiti sanno di essere troppo grossi per fallire, e possono cominciare a fare la bella vita appropriandosi dello strumento dell’azzardo morale.
Ma, come osserva Mike Konczal [4], la GE – seguendo le orme di altri, in particolare di MetLife – ha chiaramente perso la speranza di sottrarsi al peso della definizione come istituto SIFI. Pare dunque accertato che la denominazione di SIFI è in effetti quello che si supponeva fosse, un peso piuttosto che una facilitazione.
Un buon giorno per i riformatori.
[1] In effetti, come spiega questo stesso post più oltre, la legge Dodd-Frank – tramite la previsione dell’obbligo di definire come “istituti importanti dal punto di vista sistemico” gli istituti finanziari parabancari rilevanti – ottiene l’effetto di estendere ad essi forme di regolamentazione che nel passato erano inesistenti.
[2] “Moral hazard” è, come è noto, un termine con il quale in microeconomia si definisce “una forma di opportunismo post-contrattuale, che può portare gli individui a perseguire i propri interessi a spese della controparte, confidando nella impossibilità, per quest’ultima, di verificare la presenza di dolo o negligenza”. (Wikipedia)
Nel caso in questione, l’azzardo morale poteva dipendere dalla sostanziale deresponsabilizzazione di un sistema bancario ombra deregolamentato (ad esempio, non tenuto a regole di mantenimento di una quota di capitali propri adeguata ai rischi).
[3] Frank è un congressista democratico, che si era occupato attivamente della questione dei mutui per la prima casa, e successivamente divenne uno dei ‘padri’ della riforma del sistema finanziario. Entrò nel mirino del Partito Repubblicano per l’influenza che aveva avuto nel sostenere le politiche delle due principali agenzie pubbliche che si occupavano dei mutui. In realtà, il fenomeno dei cosiddetti mutui “subprime” – ovvero dei prestiti concessi a persone che si rivelarono, con la crisi, insolventi – riguardò massimamente istituti di credito privati, facenti parte appunto del sistema bancario ombra che era prosperato al riparo da ogni regola. Frank, in precedenza, aveva avuto anche una certa notorietà, per essere stato il primo uomo politico americano ad aver rivendicato la propria omosessualità; la qual cosa non deve essere stata del tutto estranea, immagino, alla aggressione subita in seguito, quando la destra lo indicò in modo abbastanza ridicolo come il primo responsabile delle crisi finanziaria del 2008.
L’espressione “Quella Gente”, come si sarà notato altre volte, sta in generale ad indicare, nel linguaggio della destra americana, i meno abbienti, preferibilmente di colore.
[4] Di Mike Konczal, che si occupa spesso in modo attento dei problemi della legislazione sul sistema finanziario americano, si può leggere si questo blog l’articolo del 13 dicembre 2013 “Il 2013 è stato una anno cattivo per i lobbisti di Wall Street”.
aprile 10, 2015
April 10, 2015 2:53 pm
Like lots of people, I’m paying attention to the Apple Watch buzz, and doing some of my own speculation. Needless to say, I have no special expertise here. But what the heck; I might as well put my own thoughts out there.
So, here’s my pathetic version of a grand insight: wearables like the Apple watch actually serve a very different function — indeed, almost the opposite function — from that served by previous mobile devices. A smartphone is useful mainly because it lets you keep track of things; wearables will be useful mainly because they let things keep track of you.
As I’ve written before, these days I wear a Fitbit, not because I want precise metrics on my fitness regime — which I’m probably not getting — but precisely because the thing spies on me all the time, and therefore doesn’t let me lie to myself about my efforts. And to get that benefit, I don’t need to be able to read information off the device — the basic version is just a blank band, communicating its information by Bluetooth. All I need is to be able to check up on myself once or twice a day.
Now, in this case the only intended recipient of this information is myself, although for all I know the NSA, the Machine, and Samaritan are tracking me too. (If you’re not watching Person of Interest, you should be.) But it’s easy to imagine how a wristband that provides information to others could be very useful — easy to imagine because it already happens at Disney World, where the Magic Band tracks you, letting rides know that you have bought a ticket, restaurants know that you’ve arrived and what table you’re sitting at, and more.
And yes, I know that your phone can do some of this; but a wearable can gather more information while being, you know, wearable.
But will people want a Disney-like experience out in the alleged real world? Almost surely the answer is yes.
Consider the Varian rule, which says that you can forecast the future by looking at what the rich have today — that is, that what affluent people will want in the future is, in general, something like what only the truly rich can afford right now. Well, one thing that’s very clear if you spend any time around the rich — and one of the very few things that I, who by and large never worry about money, sometimes envy — is that rich people don’t wait in line. They have minions who ensure that there’s a car waiting at the curb, that the maitre-d escorts them straight to their table, that there’s a staff member to hand them their keys and their bags are already in the room.
And it’s fairly obvious how smart wristbands could replicate some of that for the merely affluent. Your reservation app provides the restaurant with the data it needs to recognize your wristband, and maybe causes your table to flash up on your watch, so you don’t mill around at the entrance, you just walk in and sit down (which already happens in Disney World.) You walk straight into the concert or movie you’ve bought tickets for, no need even to have your phone scanned. And I’m sure there’s much more — all kinds of context-specific services that you won’t even have to ask for, because systems that track you know what you’re up to and what you’re about to need.
Yes, it can sound kind of creepy. Even if there are protocols that supposedly set limits, revealing only what and to whom you want, there will tend to be an expansion of your public profile and contraction of your private space — not to mention the likelihood that the NSA, the Machine, and Samaritan are watching regardless. But two points here. First, most people probably don’t have that much to be private about; most of us don’t actually have double lives and deep secrets — at most we have minor vices, and the truth is that nobody cares. Second, lack of privacy is actually part of the experience of being rich — the chauffeur, the maids, and the doorman know all, but are paid not to tell, and the same will be be true of their upper-middle-class digital versions. The rich already live in a kind of privatized surveillance state; now the opportunity to live in a gilded fishbowl is being (somewhat) democratized.
So that’s my two cents (which purchase as much in digital terms as several hundred dollars back when). I think wearables will become pervasive very soon, but not so that people can look at their wrists and learn something. Instead, they’ll be there so the ubiquitous surveillance net can see them, and give them stuff.
Apple e lo Stato dell’auto sorveglianza
Seguo, come molte persone, lo scalpore che sta provocando Apple Watch [1], e sto facendo qualche mia personale riflessione. Non è il caso di dire che non ho alcuna particolare esperienza in materia. Ma che diavolo: avrò bene il diritto di mettere in giro qualche mio pensiero!
Ecco, dunque, la mia versione meschinella di una stupenda intuizione: oggetti che si possono tenere indosso come l’orologio della Apple possono effettivamente essere utili per una funzione assai diversa – in effetti, quasi la funzione opposta – rispetto a quella per cui erano utili i precedenti congegni mobili. Uno smartphone è utile principalmente perché vi consente di tener traccia delle cose; questi oggetti che si indossano saranno utili principalmente perché sono le cose che tengono traccia di voi stessi.
Come ho scritto altre volte, di questi tempi io indosso un Fitbit [2], non perché voglia la misurazione precisa del regime della mia forma fisica – ma esattamente perché quell’oggetto mi spia per tutto il tempo, e di conseguenza non mi permette di raccontarmi bugie sugli sforzi che faccio. E per ottenere un vantaggio del genere, non ho bisogno di sfogliare le informazioni dal congegno – la versione fondamentale è solo una striscia bianca, che comunica l’informazione attraverso Bluetooth [3]. Tutto quello di cui ho bisogno è essere capace di controllarmi una o due volte al giorno.
Ora, in questo caso, l’unico beneficiario programmato di questa informazione sono io medesimo, sebbene sappia che la NASA, la Macchina e il Samaritano mi stanno anch’essi seguendo (se non state guardando il programma Person of interest, dovreste farlo [4]). Ma è facile immaginare come un braccialetto che fornisce informazioni a qualcuno, potrebbe essere molto utile – facile da immaginare perché già accade a Disney World [5], dove il Bracciale Magico vi segue, consente alle giostre di sapere che avete acquistato il biglietto, ai ristoranti di sapere che siete arrivati e a quale tavolo vi state sedendo, ed altro ancora.
Ed è vero, so che il vostro telefono può fare alcune di queste cose; ma un oggetto che si indossa può riunire più informazioni nel mentre. Inoltre, sapete, è indossabile.
Ma le persone vorranno portar fuori, nel cosiddetto mondo reale, una esperienza del tipo di quella di Disneyland? Quasi sicuramente la risposta è affermativa.
Si consideri la regola di Varian [6], che dice che si può prevedere il futuro osservando quello che i ricchi hanno a disposizione oggi – cioè, quello che le persone benestanti vorranno nel futuro è, in generale, qualcosa che oggi possono permettersi solo coloro che sono veramente ricchi. Ebbene, una cosa chiarissima se spendete un po’ di tempo attorno ai ricchi – ed una delle pochissime cose che io, che in generale non mi preoccupo mai dei soldi, talvolta invidio – è che i ricchi non sono gente che ‘aspetta in linea’. Hanno galoppini che assicurano che c’è un’automobile in attesa sul marciapiede, che il maître direttamente li accompagnerà al tavolo, che c’è un componente dello staff che consegna loro le chiavi e che i loro bagagli sono già nella stanza.
Ed è abbastanza evidente come, per i semplici benestanti, braccialetti intelligenti potrebbero replicare alcune di queste cose. Il vostro programma delle prenotazioni fornisce al ristorante i dati necessari per riconoscere il vostro bracciale, e forse fa in modo che il vostro tavolo appaia sul vostro orologio, cosicché non dovete girovagare all’entrata, ma solo camminare e sedervi (il che accade già a Disneyland). Andate direttamente al concerto o al film per i quali avete prenotato i biglietti, senza nemmeno sia stato necessario scannerizzarli dal telefono. E sono persuaso che ci sia molto di più – tutti i tipi di servizi in contesti particolari che non avrete neppure bisogno di richiedere, perché i sistemi che seguono le vostre tracce sanno che vi spettano e di che cosa avete bisogno.
E’ vero, può sembrare un po’ raccapricciante. Persino se ci sono protocolli che si suppone pongano dei limiti, che stabiliscano che cosa si vuole e per chi lo si vuole, essi tenderanno a costituire una espansione del vostro profilo pubblico ed una contrazione del vostro spazio privato – per non dire della probabilità che la NASA, la Macchina e il Samaritano vi stiano osservando in ogni caso. Ma ci sono a questo proposito due aspetti. Il primo, la maggioranza delle persone non ha così tanto privato di cui curarsi; la maggioranza di noi non hanno in verità doppie vite e profondi segreti – al massimo abbiamo qualche vizio secondario, e la verità è che non interessa a nessuno. In secondo luogo, il difetto di privacy è in effetti una componente dell’essere ricchi – l’autista, le domestiche e il portiere sanno ogni cosa, ma sono pagati per non dirlo, e così sarà anche per la loro versione digitale a disposizione delle classi medio alte. I ricchi vivono già in un sorta di sorveglianza statale privatizzata; adesso l’opportunità di vivere in un vaschetta dorata per pesci rossi (in qualche modo) costituisce un progresso democratico.
Dunque, questo è il mio contributo da due soldi (che in termini digitali vale quanto svariate centinaia di dollari dei tempi andati). Io penso che gli ‘oggetti indossabili’ diventeranno molto presto pervasivi, ma non al punto che le persone possano guardare ai loro polsi ed imparare qualcosa. Piuttosto, saranno presenti in modo tale che la rete della sorveglianza ubiquitaria possa osservarli, e dar loro cose di qualche natura.
[1] Da ‘Milano Finanza’ di oggi, martedì 14 aprile:
“Debutto record per Apple Watch, il primo smartwatch del colosso di Cupertino che ha debuttato in nove Paese venerdì totalizzando, secondo le prime stime, un milione di ordini nei soli Stati Uniti. Secondo i dati elaborati dalla società di ricerca Slice Intelligence, nei soli Stati Uniti il nuovo dispositivo ha toccato il milione di pezzi, confermando quindi le aspettative elevatissime degli analisti per l’ultimo gadget di Apple, che dovrebbe toccare quota 20 milioni di unità vendute nel primo anno surclassando gli analoghi dispositivi basati sul sistema operativo Android di Google e prodotti da una pletora di società, a partire da Samsung, Lg e Asus.”
[2] Un braccialetto che monitora l’attività fisica di chi lo porta.
[3] Nelle telecomunicazioni Bluetooth è uno standard tecnico-industriale di trasmissione dati per reti personali senza fili (WPAN: Wireless Personal Area Network). Fornisce un metodo standard, economico e sicuro per scambiare informazioni tra dispositivi diversi attraverso una frequenza radio sicura a corto raggio. (Wikipedia)
[4] Pare che sia una serie televisiva che narra di una storia analoga; ovvero di un ‘informatore’ tecnologico che segue le condotte di individui posti sotto controllo, ma potenzialmente di una infinità di persone. Il programma era niente più che una commedia, ma si è scoperto che una situazione non molto dissimile era in atto nel mondo reale.
La “Macchina” ed il “Samaritano” sono i nomi di due progetti informatici che, nella fiction, configurano stadi diversi di quei programmi di intelligenze artificiali da ‘Grande Fratello’. Protagonista del racconto è un ex ingegnere informatico: Arthur Thomas Claypool. E questo è l’ingegnere protagonista (il volto un po’ provato dipende forse dal fatto che nella storia ha un tumore al cervello):
[5] Walt Disney World è il gigantesco parco dei divertimenti della omonima società, sito a Buena Vista, presso Orlando, in Florida. In genere, noi chiamiamo Disneyland le versioni europee. E il “Bracciale Magico” è appunto uno strumento con il quale si possono fare varie cose, compresa la prenotazione di un post al ristorante.
[6] Hal Ronald Varian (Wooster, 18 marzo 1947) è un economista statunitense specializzato in microeconomia ed economia dell’informazione.
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