Blog di Krugman

La sterzata di Leffer (10 aprile 2015)

 

Apr 10 10:03 am

The Laffer Swerve

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Congressional Budget Office

Jim Tankersley has a good article on Arthur Laffer’s never-stronger influence on the Republican party, with just one seriously misleading statement:

Laffer’s ideas have also grown out of fashion with much of the mainstream economic community. There is an entire branch of economic literature that uses detailed equations to show cutting top tax rates does not spark additional growth.

No, Laffer hasn’t “grown out of fashion” with mainstream economics — he was never in fashion. There was never any evidence to support strong supply-side claims about the marvels of tax cuts and the horrors of tax increases; even freshwater macroeconomists, despite their willingness to believe foolish things, never went down that road.

And nothing in the experience of the past 35 years has made Lafferism any more credible. Since the 1970s there have been four big changes in the effective tax rate on the top 1 percent: the Reagan cut, the Clinton hike, the Bush cut, and the Obama hike. Republicans are fixated on the boom that followed the 1981 tax cut (which had much more to do with monetary policy, but never mind). But they predicted dire effects from the Clinton hike; instead we had a boom that eclipsed Reagan’s. They predicted wonderful things from the Bush tax cuts; instead we got an unimpressive expansion followed by a devastating crash. And they predicted terrible things from the tax rise after Obama’s reelection; instead we got the best job growth since 1999.

And when I say “they predicted”, I especially mean Laffer himself, who has a truly extraordinary record of being wrong at crucial turning points. As Bruce Bartlett pointed out a few years ago, Laffer was even wrong during the Reagan years: he predicted that the Reagan tax hikes of 1982, which partially reversed earlier cuts, would cripple the economy; “morning in America” promptly followed. Oh, and let’s not forget his 2009 warnings about soaring interest rates and inflation.

The question you should ask, then, is why this always-wrong economic doctrine now has a stronger grip on the GOP than ever before.

It wasn’t always thus. George W. Bush’s inner circle clearly had little use for the likes of Laffer; they engaged in a lot of deceptive advertising about the economy (and a few other things), but they never made extravagant supply-side claims — and remember that Greg “charlatans and cranks” Mankiw served as chairman of the Council of Economic Advisers. But since 2009 the GOP has swerved hard right into fantasy land — and it has done so despite a remarkable string of dead-wrong predictions by the people peddling that fantasy.

Tankersley quotes me as saying that it’s about wanting economists who tell them what they want to hear, which is self-evidently true. But that kind of wishful thinking is always around. What seems to have happened to American conservatives is that they have lost all the checks and balances that used to limit that kind of solipsism. And of course it’s not just economic policy.

What do we do in the face of a major party gone mad?

 

La sterzata di Leffer

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Congressional Budget Office

 

Jim Tankersley ha un buon articolo sulla influenza di Arthur Laffer [1], che non è mai stata più forte sul Partito Repubblicano, che contiene soltanto una affermazione seriamente inesatta:

“Le idee di Laffer sono anche passate di moda presso gran parte della comunità economica principale. C’è un’intera branca della letteratura economica che utilizza equazioni dettagliate per mostrare che i tagli alle tasse sui più ricchi non innescano una crescita aggiuntiva.”

No, Laffer non è “passato di moda” nell’economia prevalente – egli non è mai stato di moda. Non c’è mai stata alcuna prova per sostenere le pretese dell’economia dal lato dell’offerta sulle meraviglie degli sgravi fiscali e sugli orrori degli aumenti delle tasse; persino i macroeconomisti dell’ “acqua dolce” [2], nonostante la loro disponibilità a credere in cose sciocche, non sono mai scesi su quell’indirizzo.

E niente nella esperienza degli ultimi 35 anni ha reso il ‘lafferismo’ in qualche modo più credibile. A partire dagli anni ’70 ci sono stati quattro grandi cambiamenti nelle aliquote fiscali effettive dell’1 per cento dei più ricchi: i tagli di Reagan, gli incrementi di Clinton, i tagli di Bush e gli incrementi di Obama. I repubblicani sono fissati sulla espansione che seguì gli sgravi fiscali del 1981 (che ebbe molto di più a che fare con la politica monetaria, ma lasciamo perdere). Ma avevano previsto effetti tremendi dagli incrementi di Clinton; invece si ebbe una espansione che eclissò quella di Reagan. Avevano previsto cose terribili dagli aumenti fiscali dopo la rielezione di Obama; invece abbiamo avuto la migliore crescita dei posti di lavoro a partire dal 1999.

E quando dico “avevano previsto”, intendo in particolare lo stesso Laffer, che ha un record veramente straordinario nel fare sbagli nei momenti di svolta cruciali. Come mise in evidenza alcuni anni orsono Bruce Bartlett, Laffer si sbagliò persino durante gli anni di Reagan: aveva previsto che gli aumenti fiscali del 1982, che in parte invertirono i tagli precedenti, avrebbero danneggiato l’economia; quello che seguì fu immediatamente il periodo del “buongiorno in America” [3]. E, infine, non dimentichiamo le sue messe in guardia del 2009 sui tassi di interesse e sull’inflazione che sarebbero saliti alle stelle.

La domanda che dovreste porvi, dunque, è perché questa dottrina economica sempre dalla parte del torto abbia una presa sul Partito Repubblicano, che oggi è più grande che mai.

Non è sempre stato così. Chiaramente, la cerchia più ristretta di Bush fece poco uso di personaggi come Laffer; essi si impegnarono in un bel po’ di consigli fallaci sull’economia (e su poche altre cose), ma non avanzarono mai tesi stravaganti dal lato dell’offerta – e si ricordi che il Greg Mankiw degli “eccentrici e stravaganti”[4], operò come Presidente della Commissione dei Consulenti Economici. Ma, a partire dal 2009, il Partito Repubblicano ha sterzato nettamente a destra, in un territorio fantastico – e lo ha fatto nonostante una serie considerevole di previsioni completamente sbagliate da parte delle persone che mettevano in circolazione quelle fantasie.

Tankersley mi cita quando io dico che ciò dipende dal desiderio di disporre di economisti che dicono quello che si vuole sentir dire, la qualcosa è evidentemente vera di per sé. Ma quel modo di ragionare basato sui desideri è sempre in circolazione. Quello che a me sembra sia accaduto ai conservatori americani è che hanno perduto l’abitudine a quelle forme di controllo e di equilibrio con le quali limitavano quella sorta di solipsismo. E ovviamente questa non è davvero politica economica.

Cosa fare, dinanzi ad un importante partito che è uscito di testa?

 

[1] Arthur Betz Laffer (Youngstown, 14 agosto 1940) è un economista statunitense, sostenitore della teoria dell’offerta, che divenne molto influente negli anni dell’amministrazione Reagan, tanto da esserne uno dei massimi consiglieri economici negli anni della sua presidenza. Laffer è conosciuto principalmente per la sua curva di Laffer. La curva ipotizza che se la pressione fiscale è troppo alta, le entrate fiscali calano, in virtù dei disincentivi a aumentare -in presenza di aliquote elevate- l’attività lavorativa. Sebbene non rivendichi la paternità di questo concetto, rimane popolare un incontro con esponenti repubblicani prima delle elezioni presidenziali del 1980. Leggenda vuole che Laffer incontrò Reagan in un ristorante e, scarabocchiando la curva su un tovagliolo, lo convinse della bontà della propria teoria. (Wikipedia)

 

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[2] E’ il termine con il quale curiosamente si definisce una intera scuola economica americana dell’ultimo mezzo secolo, di orientamento conservatore o neoclassico o anti keynesiano. Il nome deriva dal fatto che essa era particolarmente forte nelle zone interne, ovvero nelle Università del Nord nella regione dei Laghi, con centro a Chicago. Al contrario, la scuola keynesiana era più forte nelle università delle aree costiere dei due oceani, e per questo venne chiamata dell’ “acqua salata”.

[3] Era il titolo di una trasmissione radiofonica dello stesso Reagan, che ebbe un grande successo e favorì la sua rielezione alla presidenziali del 1984, dove il candidato democratico Walter Mondale – che era stato vicepresidente con Carter – subì una grande sconfitta.

[4] Professore di economia e consigliere economico di Bush, che usò quella espressione proprio per liquidare quelle posizioni economiche che si affidavano agli effetti miracolistici degli sgravi fiscali verso i ricchi.

Ben Bernanke e gli eterni falchi (8 aprile 2015)

aprile 8, 2015

 

Apr 8 8:11 am

BB and the Permahawks

Ben Bernanke comes down firmly against the idea that concerns about financial instability should lead central banks to raise interest rates even in a depressed economy. Good — and I was especially pleased to see him citing the Swedish example and the Ignoring of Lars Svensson as a case study.

One odd thing, however, is that I’m not at all sure that most people — even economists — would be able to figure out who, exactly, Bernanke is arguing with. And that is, I think, an important omission. We can and should have a pure economics debate about appropriate interest rate policy; but if we’re trying to understand the political economy — and we should, because this is about getting good decisions as well as good analysis — it is definitely relevant to note that the people making the financial stability argument for higher rates are permahawks, who keep coming up with new justifications for an unchanging policy demand.

Take, as possibly the most prominent advocate of the financials stability argument, the Bank for International Settlements. Originally (2011), the BIS demanded rate hikes to head off the alleged threat of inflation:

Central banks need to start raising interest rates to control inflation and may have to act faster than in the past, the Bank for International Settlements said.

“Tighter global monetary policy is needed in order to contain inflation pressures and ward off financial stability risks,” the BIS said in its annual report published yesterday in Basel, Switzerland. “Central banks may have to be prepared to raise policy rates at a faster pace than in previous tightening episodes.”

“The world economy is growing at a historically respectable rate of around 4 percent,” Caruana said. “The resurgence of demand has put concerns about deflation behind us. Accordingly, the need for continued extraordinary monetary accommodation has faded.”

Hmm:

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Since the inflation warning proved wrong, and deflation risks turned out to be far from over, you might expect some reconsideration of the policy demand. Instead, however, you get new reasons for the same policy:

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Note that suggestion that easy money reduces the incentive for “reform”, which in Europe as in America tends to take the form of cuts in social spending. This is quite close to the position of conservatives in the US, who seem annoyed that the Fed’s policies have prevented the crisis they were sure was imminent as a result of liberal big spending.

Anyway, I think Ben Bernanke did us a bit of a disservice by not linking to whoever it is he’s arguing with. It would help to know that John Taylor and the BIS are on the other side, because this would let readers place their position here in context with their other positions.

 

Ben Bernanke e gli eterni falchi

Ben Bernanke interviene con fermezza contro l’idea che le preoccupazioni per l’instabilità finanziaria dovrebbero portare ad elevare i tassi di interesse anche con una economia depressa. E’ una cosa positiva – e sono particolarmente compiaciuto di veder citare l’esempio svedese e il disconoscimento della posizione di Lars Svensson come oggetti da studiare.

Una cosa strana, tuttavia, è che io non sono affatto sicuro che la maggior parte delle persone – persino degli economisti – sarebbero nelle condizioni di immaginarsi con chi, esattamente, Bernanke stesse disputando. Potremmo e dovremmo avere un dibattito puramente economico sulla politica appropriata dei tassi di interesse; ma se stiamo cercando di farci un’idea sulla politica economica – e dovremmo farlo, dato che la questione riguarda il prendere buone decisioni, oltreché l’avere buone analisi – è di sicuro rilevante osservare che le persone che avanzano l’argomento della stabilità finanziaria per tassi di interesse più elevati sono gli ‘eterni falchi’ [1], che continuano a venirsene fuori con giustificazioni sempre nuove per una richiesta politica immutabile.

Si prenda, come il probabilmente più eminente sostenitore dell’argomento della stabilità finanziaria, la Banca dei Regolamenti Internazionali. Agli inizi (2011) la BRI chiedeva rialzi nei tassi per scongiurare la pretesa minaccia di inflazione:

“Le banche centrali hanno bisogno di cominciare al alzare i tassi di interesse per controllare l’inflazione e poter essere nelle condizioni di agire più rapidamente che nel passato, ha affermato la Banca dei Regolamenti Internazionali.

‘Una politica monetaria globale più restrittiva è necessaria allo scopo di contenere le spinte inflazionistiche e di tener lontani i rischi per la stabilità finanziaria’, ha affermato la BRI nel suo rapporto annuale pubblicato ieri a Basilea, Svizzera. ‘Le banche centrali possono dover essere nelle condizioni di elevare i tassi di riferimento ad un ritmo più veloce di precedenti episodi restrittivi’.

…..

“L’economia mondiale sta crescendo ad un tasso storicamente rispettabile di circa il 4 per cento” ha affermato Caruana. “La risalita della domanda ha posto le preoccupazioni sulla deflazione alle nostre spalle. Di conseguenza, il bisogno di una prolungata agevolazione monetaria è venuto meno.”

Avrei qualche dubbio:

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Dal momento che gli ammonimenti sull’inflazione si sono mostrati infondati, e che i rischi della deflazione sono risultati tutt’altro che finiti, vi sareste aspettati una qualche riconsiderazione su quella richiesta politica. Abbiamo invece ricevuto nuovi argomenti a favore della stessa politica:

z 624Caruana della BIR mette in guardia che un   contesto di bassi tassi consenta una dilazione  nelle riformeIl dirigente della BIR ammonisce che i regolatori potrebbero ‘star combattendo l’ultima guerra’, e invita i banchieri centrali a spingere per un ‘ritorno a finanze pubbliche sostenibili’.

 

 

z 624Caruana della BIR mette in guardia dai rischi di bassi tassi di interesse    

Jaime Caruana afferma che i bassi tassi di interesse hanno creato una situazione da ‘svantaggio della prima mossa’ che impedisce che i tassi salgano e alimenta l’instabilità finanziaria.

Si noti l’idea secondo la quale la moneta facile riduce l’incentivo per “le riforme”, che in Europa come in America tendono a prendere le forme dei tagli alla spesa sociale. Questa è abbastanza vicina alla posizione dei conservatori negli Stati Uniti, che sembrano irritati perché le politiche della Fed hanno impedito la crisi che erano sicuri fosse imminente, in conseguenza della grande spesa pubblica dei progressisti.

In ogni caso, io penso che Ben Bernanke, in un certo senso, non ci abbia aiutato, non chiarendo con chi stava polemizzando, chiunque egli fosse. Sarebbe stato utile sapere che John Taylor e la BRI sono dell’altro schieramento, perché avrebbe consentito di collocare la loro posizione nel contesto delle loro altre posizioni.

 

[1] “Perma” è un prefisso che può indicare, nei contesti più diversi, una condizione di permanenza (come nel caso di “permafrost”, che indica i terreni permanentemente ghiacciati, ad esempio nel Nord Europa).

L’economia del “love” (7 aprile 2015)

aprile 7, 2015

 

Apr 7 11:05 am

Economics of Love

Not love as in romance; love as in tennis, meaning zero. Cecchetti & Schoenholtz argue that “zero matters” in macroeconomics; specifically, both the zero almost-lower bound on interest rates and downward wage rigidity make the case that deflation or for that matter very low inflation is a bad thing.

Just to note: This is exactly the point I’ve made a number of times, talking about the two zeroes. Not complaining here — many people have made this point, and we need them to keep making it.

The message instead is for those people — you know who you are — who imagine that the macroeconomics in this blog and in my column is somehow way out there on the left. In reality, I’m almost depressingly mainstream. It’s the other side in these debates that is showing lots of creativity, coming up with novel and innovative arguments about why we should do stupid things.

 

L’economia del “love” [1]

Non l’amore come nelle storie d’amore; “love” come nel tennis, dove significa zero. Cecchetti e Schoenholtz [2] sostengono che “lo zero conta” in economia; in particolare, sia lo zero al limite quasi-inferiore dei tassi di interesse che la rigidità dei salari verso il basso comportano che la deflazione che peraltro un’inflazione molto bassa siano cose assai negative.

Solo una annotazione: è esattamente l’argomento che ho avanzato numerose volte, parlando dei due zeri [3]. In questo caso non mi lamento – in molti hanno posto questa argomento, ed abbiamo bisogno che continuino a farlo.

Il mio messaggio è piuttosto nei confronti di quelle persone – sapete a chi mi riferisco – che si immaginano che la macroeconomia in questo blog e negli articoli sia in qualche modo una bizzarria tipica della sinistra. In realtà, io sono convenzionale in modo quasi deprimente. E’ l’altro schieramento in questa discussione che sta mostrando molta creatività, venendosene fuori con argomenti originali ed innovativi, sulle ragioni per le quali dovremmo fare cose stupide.

 

[1] Come spiega subito il post, in questo caso “love” ha il significato di zero, come nel gergo tennistico. E’ il termine usato dall’arbitro per indicare lo zero nel punteggio o set di un giocatore. Es. 15-0 “fifteen-love”, oppure tre giochi a zero “is three games to love”. Tale termine deriva dal francese l’oeuf, l’uovo, che allude alla forma del simbolo dello zero.

[2] La connessione è con un articolo apparso sul blog ‘Moneyandbanking”, a cura dei due economisti. Stephen Cecchetti è un italoamericano, di origini lucchesi.

[3] La connessione è con il post del 10 settembre 2013, qua tradotto con il titolo “Licenza di ristagnare”. Ma più ampiamente, si veda “Una riconsiderazione degli obbiettivi di inflazione”, la relazione di Krugman alla conferenza della BCE di Sintra del maggio 2014.

Il futuro della finanza pubblica II: il debito non è sufficiente? (dal blog di Krugman, 7 aprile 2015)

aprile 7, 2015

 

The Fiscal Future II: Not Enough Debt?

April 7, 2015 10:53 am

 

Continuing my meditation on Brad DeLong’s meditation on the fiscal future. Brad doesn’t just argue that governments should be bigger in the future; he also argues that governments have historically not had enough debt, and should have more.

Why? Because, he says, r-g — the difference between the real rate of interest on government debt and the rate of economic growth — has been consistently negative. Why is this significant?

Well, we normally imagine that if a government engages in deficit spending now, it will have to engage in compensating austerity of some form later — even if it doesn’t plan to pay of the debt, it will still have to cut spending or raise taxes so as to run a primary, non-interest surplus if it wants to stabilize the ratio of debt to GDP.

But when r is less than g, a higher debt stabilizes itself: erosion of the debt ratio by growth means that no primary surplus is needed. So you can eat your cake and have it too. A bigger debt lets the government do useful things, like invest in infrastructure; it gives investors the safe assets they want; and it need not lead to any future pain as long as you don’t do foolish things like join a currency union with no well-defined lender of last resort.

But is r really less than g for all major players? Brad uses the average interest rate on debt, which I haven’t had time to compute. What I’ve done is use the 10-year bond rate — which is somewhat higher than the rate Brad uses, I believe — and examine the G7 over the period 1993-2007. And I think we get some interesting insights.

First, all of the G7 paid roughly the same real interest rate, using GDP deflators to measure inflation:

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As I’ve noted before, this doesn’t mean that the Wicksellian natural rate was the same everywhere; in the case of Japan, at least, the actual rate was well above the rate consistent with full employment. In any case, however, arbitrage looks quite strong.

However, countries differed a lot in their growth rates, so that r-g varies considerably. And this raises the question, did the “right” countries have a lot of debt?

Compare debt ratios in 2007 with r-g estimated over the 1993-2007 period:

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For English-speaking members of the G7, r-g is slightly positive, but would be negative if I used a broader interest definition. But it was much higher in Japan, Italy, and Germany, which all had slow growth over this period — and Japan and Italy also had high debt. (The causation almost surely ran from slow growth to high debt, not the other way around.)

This suggests, I think, that Brad’s case for higher debt, while powerful, doesn’t apply to everyone. It’s a good case for English speaking members of the G7 and also for Germany looking forward (the 10-year index yield is -1 percent). Unfortunately, the biggest debt accumulations have come in economies that have much lower growth — mainly demography in Japan, productivity collapse in Italy.

No strong moral here, but I do think we need to be careful not to assume that the US case generalizes to everyone. Hellenization — assuming that we’re all Greece — has been a big problem in recent years; but Americanization — assuming that the US is representative — could be a problem too.

 

 

Il futuro della finanza pubblica II: il debito non è sufficiente?

Proseguendo la mia riflessione sul ragionamento di Bard DeLong sul futuro della finanza pubblica. Brad non solo sostiene che nel futuro i governi dovrebbero essere più grandi; sostiene anche che storicamente i governi non hanno avuto un debito sufficiente, e dovrebbero averne di più.

Perché? Perchè, egli dice, “r-g” – la differenza tra il tasso di interesse reale sul debito pubblico e il tasso di crescita dell’economia – è stata regolarmente negativa. Perché questo è significativo?

Ebbene, normalmente ci immaginiamo che se un governo si impegna nel presente alla spesa in deficit, dovrà impegnarsi successivamente in una austerità di compensazione di qualche forma – anche se esso non programma di ripagare il debito, dovrà pure tagliare la spesa o alzare le tasse in modo da realizzare un avanzo primario, al netto degli interessi, se vuole stabilizzare la percentuale del debito sul PIL.

Ma quando r è inferiore a g, un debito più alto si stabilizzerà da solo: l’erosione della percentuale del debito da parte della crescita, comporta che non è necessario alcun avanzo primario. Potete avere la botte piena e la moglie ubriaca. Un debito più elevato consente al Governo di fare cose utili, come investire in infrastrutture; dà agli investitori gli asset sicuri che desiderano; e non c’è bisogno che comporti nessuna sofferenza futura, sinché non fate cose stupide come aderire ad un’unione monetaria senza un ben definito prestatore di ultima istanza.

Ma r è davvero inferiori a g per tutti i principali protagonisti? Brad utilizza il tasso di interesse medio sul debito, che io non ho avuto il tempo di calcolare. Quello che ho fatto è stato utilizzare il tasso di interesse sui bond decennali – che credo sia un po’ più alto del tasso che Brad usa – ed esaminare i dati del G7 nel periodo 1993-2007. E penso che se ne derivano alcuni spunti interessanti.

Prima di tutto, tutti i componenti del G7 hanno grosso modo pagato lo stesso tasso di interesse reale, utilizzando il deflatore del PIL per misurare l’inflazione:

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Come ho osservato in precedenza [1], questo non significa che il tasso naturale wickselliano sia stato lo stesso dappertutto; almeno nel caso del Giappone, il tasso effettivo è stato molto al di sopra del tasso coerente con la piena occupazione. Tuttavia, in ogni caso l’arbitraggio sembra abbastanza forte [2].

Tuttavia, i paesi hanno avuto differenze molto grandi nei loro tassi di crescita, in modo tale che “r-g” varia considerevolmente. E questo solleva la domanda se siano stati i paesi “giusti” ad aver avuto grandi debiti.

Si confrontino le percentuali del debito nel 2007 con i dati sulla differenza tra tassi di interesse reali sul debito e tassi di crescita, nel periodo 1993-2007:

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Per i paesi del G7 di lingua inglese, la differenza “r-g” è leggermente positiva, ma sarebbe negativa se utilizzassi una definizione di interesse più larga. Ma essa è stata molto più alta in Giappone, Italia e Germania, che hanno tutti avuto in quel periodo una lenta crescita – e il Giappone e l’Italia hanno anche avuto un debito elevato (il fattore di causa sicuramente procede dalla lenta crescita al debito elevato, non all’inverso).

Questo indica, penso, che la tesi di Brad per un debito più elevato, mentre è suggestiva, non si applica a tutti. E’ un buon argomento per i membri del G7 di lingua inglese e, guardando in avanti, per la Germania (il rendimento dei bond decennali indicizzati è al meno 1 per cento). Sfortunatamente, le più grandi accumulazioni di debito sono intervenute in economie che hanno una crescita molto più bassa – per l’effetto principale della demografia in Giappone, del collasso della produttività in Italia.

In questo caso non c’è un grande insegnamento, ma io penso che per davvero dobbiamo essere scrupolosi nel non considerare che il caso degli Stati Uniti si generalizzi a tutti. La ‘ellenizzazione’ – l’assumere che siamo tutti come la Grecia – negli anni recenti è stato un grande problema; ma anche l’americanizzazione – l’assumere gli Stati Uniti come rappresentativi – potrebbe essere un problema.

 

 

[1] La connessione con il post del 1 aprile scorso, qua tradotto “Trappole di liquidità locali e globali”.

[2] In economia e finanza, in senso generale, per arbitraggio di intende il trarre vantaggio da una differenza di prezzi tra due o più mercati. Forse in questo caso si riferisce alla differenza tra tassi di interesse nominali e reali.

Il futuro della finanza pubblica I; la provocatoria tesi di una amministrazione pubblica più vasta (dal blog di Krugman, 6 aprile 2015)

aprile 6, 2015

 

The Fiscal Future I: The Hyperbolic Case for Bigger Government

April 6, 2015 1:54 pm

 

Brad DeLong has posted a draft statement on fiscal policy for the IMF conference on “rethinking macroeconomics” — and I’m shocked, in a good way. As regular readers may have noticed, Brad and I share many views, so I expected something along lines I have also been thinking. Instead, however, Brad has come up with what I believe are seriously new ideas — enough so that I want to do two posts, following different lines of thought he suggests.

What Brad argues are two propositions that run very much counter to the prevailing wisdom, especially among Very Serious People. First, he argues that we should not only expect but want government to be substantially bigger in the future than it was in the past. Second, he suggests that public debt levels have historically been too low, not too high. In this post I consider only the first point.

So, how big should the government be? The answer, broadly speaking, is surely that government should do those things it does better than the private sector. But what are these things?

The standard, textbook answer is that we should look at public goods — goods that are non rival and non excludable, so that the private sector won’t provide them. National defense, weather satellites, disease control, etc.. And in the 19th century that was arguably what governments mainly did.

Nowadays, however, governments are involved in a lot more — education, retirement, health care. You can make the case that there are some aspects of education that are a public good, but that’s not really why we rely on the government to provide most education, and not at all why the government is so involved in retirement and health. Instead, experience shows that these are all areas where the government does a (much) better job than the private sector. And Brad argues that the changing structure of the economy will mean that we want more of these goods, hence bigger government.

He also suggests — or at least that’s how I read him — the common thread among these activities that makes the government a better provider than the market; namely, they all involve individuals making very-long-term decisions. Your decision to stay in school or go out and work will shape your lifetime career; your ability to afford medical treatment or food and rent at age 75 has a lot to do with decisions you made when that stage of life was decades ahead, and impossible to imagine.

Now, the fact is that people make decisions like these badly. Bad choices in education are the norm where choice is free; voluntary, self-invested retirement savings are a disaster. Human beings just don’t handle the very long run well — call it hyperbolic discounting, call it bounded rationality, whatever, our brains are designed to cope with the ancestral savannah and not late-stage capitalist finance.

When you say things like this, libertarians tend to retort that if people mess up on such decisions, it’s their own fault. But the usual argument for free markets is that they lead to good results — not that they would lead to good results if people were more virtuous than they are, so we should rely on them despite the bad results they yield in practice. And the truth is that paternalism in these areas has led to pretty good results — mandatory K-12 education, Social Security, and Medicare make our lives more productive as well as more secure.

Now, Brad argues that we’re going to need even more of this kind of paternalism. An aging population and the demand for a more highly educated work force certainly push in that direction. It’s less clear, I’d say, that health care will be a big driver, since the rate of growth of health spending seems to have slowed.

But he certainly has the principle right. To think about the growth of government, we need to look at the range of things government does well, a range that goes well beyond the narrow concept of public goods.

 

Il futuro della finanza pubblica I; la provocatoria tesi di una amministrazione pubblica più vasta

Brad DeLong ha pubblicato una comunicazione in bozza per la Conferenza del FMI sul “ripensare la macroeconomia” – e ne sono rimasto colpito, in senso positivo. Come forse i lettori affezionati hanno notato, Brad e il sottoscritto condividono molte opinioni, cosicché mi aspettavo qualcosa di simile a quello su cui sto anch’io ragionando. Invece Brad si e fatto avanti con quelle che credo siano sul serio idee nuove – al punto che intendo scrivere due post, seguendo i differenti percorsi del ragionamento che egli suggerisce.

Ciò che Brad sostiene sono due concetti che vanno davvero in una direzione opposta delle convenzioni prevalenti, particolarmente tra le Persone Molto Serie. Il primo, egli sostiene che per il futuro non dovremmo soltanto aspettarci, ma desiderare un governo che sia sostanzialmente più ampio del passato. Il secondo, egli suggerisce che i livelli del debito pubblico sono stati, nelle serie storiche, troppo bassi e non troppo alti. In questo post mi riferisco soltanto al primo argomento.

Dunque, quanto dovrebbe essere ampio il governo? La risposta, parlando in termini generali, è che di sicuro il governo dovrebbe fare quelle cose che fa meglio del settore privato. Ma quali sono queste cose?

La risposta di un normale libro di testo è che dovremmo guardare ai beni pubblici – beni che non sono in competizione e che non si possono eliminare, cosicché il settore privato non è destinato a fornirli. La difesa nazionale, i satelliti metereologici, il controllo delle malattie, etc. E nel diciannovesimo secolo questo era probabilmente quello che i governi facevano principalmente.

Ai nostri giorni, tuttavia, i governi si occupano di molto di più – istruzione, pensioni, assistenza sanitaria. Si può sostenere che ci sono vari aspetti dell’istruzione che sono un bene pubblico, ma in realtà questa non è la ragione per la quale ci basiamo sui governi per fornire la maggior parte dell’istruzione, e non è affatto la ragione per la quale il governo è in tal modo coinvolto nei sistemi pensionistici e sanitari. Piuttosto, l’esperienza dimostra che quelle sono aree nelle quali il governo fa un lavoro (molto) migliore che non il settore privato. E Brad sostiene che la modifica della struttura dell’economia comporterà che desidereremo avere maggiori beni di questa natura, di conseguenza maggiore governo.

Egli suggerisce anche – o almeno questo è il modo in cui io lo intendo – il filo comune che rende, all’interno di queste attività, il servizio governativo migliore di quello privato; precisamente, esse riguardano tutte individui che assumono decisioni a lunghissimo termine. La vostra decisione di restare negli studi o di uscirne per lavorare conformerà la carriera della vostra intera esistenza; la vostra possibilità di permettervi le cure mediche o il cibo e di andare in pensione a 75 anni ha molto a che fare con le decisioni che avete preso in un periodo precedente di decenni, quando era impossibile immaginarlo.

Ora, il punto è che le persone prendono decisioni di questa natura con difficoltà. Scelte sbagliate nell’istruzione sono la norma dove la scelta è libera; accantonamenti pensionistici volontari che vengono investiti in proprio sono un disastro. Semplicemente, gli essere umani non riescono a gestire in modo appropriato il lunghissimo periodo – chiamatela avventatezza [1] esagerata, chiamatela razionalità limitata, qualsiasi cosa sia, i nostri cervelli sono progettati per far fronte alle savane ancestrali, non alla finanza capitalistica più recente.

Quando si dicono cose come questa, i ‘libertariani’ [2] tendono a controbattere che i disastri personali sono colpa di chi prende tali decisioni. Ma nel caso dei liberi mercati l’argomento consueto è che sono quei mercati che portano a buoni risultati – non che essi porterebbero a buoni risultati se le persone fossero più virtuose di quello che sono, e dunque dovremmo basarci su di essi, nonostante i risultati negativi che nella pratica producono. E la verità è che, in queste aree, quella forma di paternalismo (pubblico) ha portato a risultati discreti – la scuola dell’obbligo, la Previdenza Sociale e Medicare rendono le nostre vite più produttive e più sicure.

Ora, Brad sostiene che avremo sempre più bisogno di questo genere di paternalismo pubblico. Una popolazione che invecchia e la domanda di una forza lavoro con più alti livelli di istruzione certamente spingono in quella direzione. E’ meno chiaro, direi, se l’assistenza sanitaria sarà un fattore altrettanto importante, dato che il tasso di crescita della spesa sanitaria sembra aver rallentato.

Ma il suo principio è certamente quello giusto. Per pensare ad una crescita delle funzioni di governo, dobbiamo guardare alla gamma di cose che il governo fa meglio, una gamma che va ben oltre il concetto ristretto di beni pubblici.

 

 

[1] Traduco “discount” nel senso di “non tenere in adeguata considerazione, trascurare”.

[2] Per il termine “libertariano” si può leggere questa estrema sintesi della vita e del pensiero di Ayn Rand, considerata la capostipite di tale ideologia, che si trova nelle note sulla traduzione:

“Ayn Rand, è lo pseudonimo di  Alisa Zinov’yevna Rosenbaum O’Connor (San Pietroburgo, 2 febbraio1905New York, 6 marzo1982);  scrittrice, filosofa e sceneggiatrice statunitense di origine russa. La sua filosofia e la sua narrativa insistono sui concetti di individualismo, egoismo razionale (“interesse razionale”) e ed etica del capitalismo, nonché sulla sua opposizione al comunismo ed a ogni forma di collettivismo socialista e fascista. Il pensiero cosiddetto “oggettivista” della Rand ha – come anche tutto il “libertarianism” – molteplici origini liberali, anarchiche, antitotalitarie ed anche, più singolarmente, capitalistiche; spesso con esiti irreligiosi. Ma il mito dell’industriale creativo soffocato dalla burocrazia e costretto ad una resistenza addirittura “militante” – che è il tema del suo romanzo “Atlas Shrugged” –  è certamente una passione americana, nel senso almeno che sarebbe arduo immaginarlo come tema di un romanzo, altrove. Più recentemente, il libro della Rand è stato indicato come riferimento favorito da parte di molti repubblicani americani.” Una immagine di Ayn Rand:

Risultati immagini per ayn rand

Questo spiega anche perché il termine “libertariano” è praticamente intraducibile con espressioni apparentemente contigue – ad esempio: radicale, o liberista – che in realtà alludono a ben altro, nel pensiero politico europeo, pur presentando occasionali somiglianze. Neanche mi pare si possa immaginare che si tratti di una ideologia organica, cresciuta nel tempo con una sua struttura di approfondimenti, di ricerca e di organizzazione interna, al pari di altre ideologie del secolo passato.

Forse è più giusto concepire il fenomeno del “libertarianismo” come tipicamente americano; una sorta di attrazione che agisce in modo ‘carsico’ sul conservatorismo americano, in certi momenti storici collegando le politiche presenti ad una sensibilità antica e per qualche aspetto fondativa di una parte del pensiero politico di quel paese. L’idea, della quale Krugman parla altrove, di una “economia forte per una completa assenza di regole” , è il caposaldo di questa mitologia libertariana fuori del tempo. Ma, in effetti, nel periodo recente quella attrazione è tornata a risultare evidente in movimenti come il Tea Party e in una componente probabilmente oggi maggioritaria del Partito Repubblicano.

 

 

 

John Galt odia Ben Bernanke (3 aprile 2015)

aprile 3, 2015

 

Apr 3 5:53 pm

John Galt Hates Ben Bernanke

Ah: I see that there was a Twitter exchange among Brad DeLong, James Pethokoukis, and others over why Republicans don’t acknowledge that Ben Bernanke helped the economy, and claim credit. Pethokoukis — who presumably gets to talk to quite a few Republicans from his perch at AEI — offers a fairly amazing explanation:

B/c many view BB as enabling Obama’s spending and artificially propping up debt-heavy economy in need of Mellon-esque liquidation

Yep: that dastardly Bernanke was preventing us from having a financial crisis, curse him.

Actually, there’s a lot of evidence that this was an important part of the story. As I pointed out a couple of months ago, Paul Ryan and John Taylor went all-out conspiracy theory on the Bernanke Fed, claiming that its efforts were not about trying to fulfill its mandate, but rather that

This looks an awful lot like an attempt to bail out fiscal policy, and such attempts call the Fed’s independence into question.

Basically, leading Republicans didn’t just expect a disaster, they wanted one — and they were furious at Bernanke for, as they saw it, heading off the crisis they hoped to see. It’s a pretty awesome position to take. But it makes a lot of sense when you consider where these people were coming from.

After all, what is Atlas Shrugged really about? Leave aside the endless speeches and bad sex scenes. What you’re left with is the tale of how a group of plutocrats overthrow a democratically elected government with a campaign of economic sabotage.

Look, I know it sounds harsh to say that Republicans opposed QE in large part out of fear that it would work, and deliver a success to a president they hated. I mean, the next thing you know I’ll be accusing them of crazy things they would never do, like deliberately trying to undermine delicate nuclear negotiations. Oh, wait.

 

John Galt odia Ben Bernanke

Ma guarda! Mi accorgo che c’è stato uno scambio su Twitter tra Brad DeLong, James Pethokoukis ed altri sulle ragioni per le quali i repubblicani non riconoscono che Ben Bernanke ha aiutato l’economia, e ne vantano il merito. Pethokoukis – che presumibilmente può parlare a un po’ di repubblicani a causa della sua posizione alla AEI [1] – offre una spiegazione piuttosto sorprendente:

“Perché molti considerano Ben Bernanke come colui che ha permesso la spesa pubblica di Obama ed ha sostenuto artificialmente una economia con un debito pesante che aveva bisogno di una liquidazione alla Mellon [2].”

Proprio così: quell’ignobile Bernanke ci ha impedito di avere una crisi finanziaria, accidenti a lui!

In effetti, ci sono molte prove che questo sia un aspetto importante della vicenda. Come sottolineai un paio di mesi fa, Paul Ryan e John Taylor se ne uscirono con la teoria della cospirazione sulla Fed di Bernanke, sostenendo che i suoi sforzi non riguardavano il cercar di onorare il suo mandato, ma piuttosto:

“Questo sembra davvero il tentativo di un salvataggio della politica della finanza pubblica, e tentativi del genere chiamano in causa l’indipendenza della Fed.”

Fondamentalmente, i dirigenti repubblicani non soltanto si aspettavano un disastro, ne volevano uno – ed erano infuriati con Bernanke perché, da quanto vedevano, ci stava portando fuori dalla crisi che speravano di vedere. Una posizione del genere è piuttosto fantastica. Ma ha un senso, quando si considera da dove viene questa gente.

Dopo tutto, quale era il tema di Atlas Shrugged [3]? Lasciate da parte gli sproloqui e le pessime scene di sesso. Quello che rischiate di dimenticarvi è il racconto di come un gruppo di plutocrati si sbarazza di un Governo democraticamente eletto attraverso una campagna di sabotaggio economico.

Vedete, so che sembra un po’ aspro dire che i repubblicani si opposero alla ‘facilitazione quantitativa’ in larga parte per il timore che essa funzionasse, e consegnasse un successo al Presidente che essi odiavano. Voglio dire, sapete che la prossima cosa li accuserò di cose pazzesche che mai farebbero, come provare deliberatamente a far saltare delicati negoziati sul nucleare. Eppure, date tempo al tempo!

 

[1] Lo American Enterprise Institute for Public Research, una Fondazione privata di netto orientamento conservatore degli Stati Uniti.

[2] Andrew W. Mellon, banchiere americano che fu Segretario al Tesoro dal 1921 al 1932. Le sue “liquidazioni” sono famose, probabilmente, soprattutto per l’aneddoto che venne raccontato dal Presidente Herbert Hoover, che presiedette nei primi tempi della disastrosa Grande Depressione. Hoover raccontò, a sua parziale giustificazione, che i consigli che gli venivano dal suo Segretario al Tesoro dinanzi alle prime manifestazioni della crisi finanziaria erano state tutte di quel genere: “Liquidate i sindacati, liquidate le azioni, liquidate il settore immobiliare …. Tutto questo purgherà il nostro sistema del suo marcio.” Ciononostante, venne immortalato in un francobollo:

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[3] Il titolo del romanzo della scrittrice Ayn Rand, icona della destra americana.

Simmetrie scozzesi (3 aprile 2015)

aprile 3, 2015

 

Apr 3 10:01 am

Symmetric Scots

Mervyn King gave the Graham lecture at Princeton last night, provoking a crisis of technology: he didn’t come with PowerPoint, but did want a lectern, which Princeton proved unable to provide. He had a lot of interesting things to say — boy, is he hard on euro area policymakers, and as I heard him he’s surprisingly sympathetic to the current Greek leadership. But wearing my technical international economist hat, I thought the most interesting discussion involved the hypothetical case of an independent Scotland using the pound as its currency.

I’ve written a fair bit about this, and my approach, given my background, was to view this issue through the lens of optimum currency area theory. This theory mainly focuses on the problem of responding to asymmetric shocks — a slump in Spain while Germany booms, etc.. We know, or we think we know, that when this happens fiscal integration — Florida can count on Washington to pay for pensions and medical care, Spain has no comparable cushion — is crucial. European experience since 2009 has also led us to focus on banking integration or the lack thereof.

What Mervyn suggested, however (after I pressed him a bit) was that these issues are relatively unimportant in the Scottish case. Scottish banks, he argued, aren’t really Scottish at this point — so much of their ownership and business is outside Scotland that they’re effectively English, so they would surely retain lender-of-last resort privileges from the Bank of England and be bailed out if necessary by Westminster. And he also argued that Scotland’s business cycle is closely correlated with the rest of the UK, so that asymmetric shocks of the kind experienced by euro area countries — or US regions — would be minor.

Interesting. I do remember that back in the early 1990s many euro advocates assured us that asymmetric shocks wouldn’t be a problem; in reality, the boom and bust in intra-European capital flows gave rise to the mother of all asymmetric shocks. On the other hand, Scotland doesn’t have a lot of warm beachfront real estate for people to speculate in …

 

Simmetrie scozzesi

La scorsa notte Mervyn King [1] ha tenuto la “Graham Lecture[2], provocando un collasso della tecnologia: non era venuto munito di Power Point, ma voleva a tutti i costi un leggio, che Princeton è stato incapace di fornirgli. Aveva molte cose interessanti da dire – ragazzi, è un personaggio severo con gli operatori politici dell’area euro, e da come l’ho compreso è sorprendentemente in sintonia con l’attuale gruppo dirigente greco. Ma, dal momento che indossavo la casacca della mia specialità tecnica di economista internazionale, ho pensato che la cosa più interessante poteva riguardare il tema ipotetico di una Scozia indipendente che utilizzi la sterlina come sua valuta.

Su questo argomento ha scritto un po’, e il mio approccio, dati i miei precedenti, concerneva il valutare questo tema attraverso le lenti della teoria dell’area valutaria ottimale. Questa teoria si concentra principalmente sul problema delle risposte agli ‘shock asimmetrici’ – una crisi in Spagna mentre la Germania è in forte espansione etc. Noi sappiamo, o pensiamo di sapere, che quando questo accade è cruciale l’integrazione della finanza pubblica – la Florida può contare su Washington per pagare le pensioni e l’assistenza sanitaria, la Spagna non ha alcun ammortizzatore paragonabile. L’esperienza europea a partire dal 2009 ci ha anche portato a concentrarci sull’integrazione bancaria, o sulla sua mancanza.

Quello che Mervyn ha tuttavia suggerito (dopo che io gli avevo un po’ fatto pressione), è stato che questi temi sono relativamente poco importanti nel caso scozzese. A questo punto, ha sostenuto, le banche scozzesi non sono effettivamente scozzesi – tanta parte della loro proprietà e dei loro affari sono esterni alla Scozia, al punto che in effetti sono inglesi, cosicché godrebbero certamente dei privilegi di prestatore di ultima istanza da parte della Banca di Inghilterra, e se necessario sarebbero salvate da Westminster. Egli ha anche affermato che il ciclo economico scozzese è strettamente correlato con il resto del Regno Unito, cosicché gli shock asimmetrici del genere di quelli sperimentati dai paesi dell’area euro – o delle regioni degli Stati Uniti – sarebbero minori.

Interessante. Io ricordo che agli inizi dei passati anni ’90 molti sostenitori dell’euro ci assicuravano che gli shock asimmetrici non sarebbero stati un problema; in realtà, la grande espansione ed il crollo dei flussi di capitale all’interno dell’Europa ci hanno regalato l’avvento della madre di tutti gli shock asimmetrici. D’altra parte, la Scozia non ha molto patrimonio immobiliare su caldi lungomari sui quali fare speculazioni …

 

[1] Mervyn Allister King è stato Governatore della Banca di Inghilterra e Presidente del Comitato della Politica Monetaria del Regno Unito dal 2003 al 2013. Nel 2013, quando venne sostituito da Mark Carney, venne nominato dalla Regina Elisabetta Pari del Regno Unito, ed entrò nella Camera dei Lord col titolo di Barone King di Lothbury.

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[2] Ovvero, una conferenza in occasione del consueto evento che all’Università di Princeton viene intitolato a Frank D. Graham, che fu docente di economia in quella Università dal 1921 al 1949.

Sconcezze percettive (3 aprile 2015)

aprile 3, 2015

 

Apr 3 9:45 am

Perceptual Sleaze

The resemblance between America’s right and a doomsday cult is something quite a few people have noticed: when various prophecies of disaster, from hyperinflation to an Obamacare death spiral, failed to materialize, the people predicting those disasters simply found new ways to maintain their faith. So Jonathan Chait’s detailed takedown of denialism about Obamacare’s success is well done, but not all that distinctive.

What he does put his finger on, however, is another aspect of the “debate” (it doesn’t really deserve to be dignified with that term): reliance not on substantive arguments about policy, but on public perceptions. In the case of health reform, this amounts to the assertion that it has failed because many Americans continue to believe the opponents’ lies.

This is a cheap, dishonest way to argue — but it’s also very widely used, and not just on the U.S. right. I’m doing some work on the UK austerity debate, and what’s striking to me is how crucial a role this kind of argument from perception plays in Simon Wren-Lewis’s “mediamacro”.

Consider, as a prominent example, the FT’s editorial from 2013 declaring austerity vindicated. At no point does the editorial actually take on the economics. Instead, it declares that “Mr. Osborne has won the political argument”, and dismisses actual economic analysis — a resumption of growth when fiscal consolidation pauses is exactly what you should expect — as too complicated for the voters, bless their pretty little heads.

Let’s be clear about the bad faith this involves. It’s perfectly OK to point out that elections seem to turn on the recent rate of growth rather than a true assessment of economic performance. What’s not OK is blurring the distinction between that kind of political analysis and a real analysis of how policy worked. And when people do that kind of blurring to make the case for policies they prefer, it’s deeply sleazy, no matter who they are.

 

Sconcezze percettive

La somiglianza tra la destra Americana e un culto da giorno del giudizio è qualcosa di cui poche persone si sono accorte: quando svariate profezie di disastro, dall’iperinflazione alla spirale fatale della riforma sanitaria di Obama, non si sono materializzate, coloro che prevedevano tali disastri hanno semplicemente trovato nuove ragioni per mantenere la loro fede. Dunque, la dettagliata demistificazione di Jonathan Chait del bisogno di negare il successo della riforma sanitaria di Obama è appropriata, ma non è affatto distintiva.

Il punto dove egli davvero mette il dito, tuttavia, è un altro aspetto del “dibattito” (in realtà, non merita di essere chiamato in quel modo): il basarsi non su argomenti sostanziali che riguardano la politica, ma sulle percezioni dell’opinione pubblica. Nel caso della riforma sanitaria, questo comporta il giudizio che essa sia fallita perché molti americani continuano a credere alle bugie degli oppositori.

Questo è un modo di ragionare disonesto e a buon mercato – ma è anche molto ampiamente utilizzato, e non solo dalla destra americana. Sto lavorando un po’ sul dibattito sull’austerità nel Regno Unito, e quello che mi colpisce è il ruolo cruciale che questo genere di argomento derivante dalla percezione gioca in quella che Simon Wren-Lewis definisce “macromedia”.

Si consideri, come esempio illustre, l’editoriale del 2013 del Financial Times, che affermava che l’austerità era stata pienamente confermata. In effetti, in nessun punto l’editoriale trattava di economia. Dichiarava invece che “il signor Osborne ha vinto sul piano dell’argomentazione politica”, e liquidava l’analisi economica – una ripresa della crescita quando il consolidamento delle finanze pubbliche si era interrotto è esattamente quello che vi dovreste aspettare – come troppo complicata per gli elettori, che Dio li benedica per il loro modesto acume.

E’ bene esser chiari sulla malafede che questo comporta. E’ del tutto giustificato mettere in evidenza che le elezioni sembrano riguardare il tasso di crescita più recente, piuttosto che un vero e proprio giudizio sulle prestazioni economiche. Quello che non è giustificato è appannare la distinzione tra quel genere di analisi e una analisi reale su come la politica ha funzionato. E quando ci sono persone che provocano quel genere di appannamento per perorare la causa delle politiche che prediligono, si tratta di una grande porcheria, a prescindere da chi esse siano.

 

Trappole di liquidità locali e globali (alquanto per esperti) (dal blog di Krugman, 1 aprile 2015)

aprile 1, 2015

 

Liquidity Traps, Local and Global (Somewhat Wonkish)

April 1, 2015 6:12 pm

There’s been a really interesting back and forth between Ben Bernanke and Larry Summers over secular stagnation. I agree with most of what both have to say. But there’s a substantive difference in views, in which Bernanke correctly, I’d argue, criticizes Summers for insufficient attention to international capital flows – but then argues that once you do allow for international capital movement it obviates many of the secular stagnation concerns, which I believe is wrong.

As it happens, the role of capital flows in the logic of liquidity traps is an issue I tackled right at the beginning, back in 1998; and I’ve been trying to work out how it plays into the discussion of secular stagnation, which is basically the claim that countries can face very persistent, quasi-permanent liquidity traps. So I think I may have something useful to add here.

Start with Bernanke’s critique of Summers. The most persuasive evidence that the US may face secular stagnation comes from the lackluster recovery of 2001-2007. We experienced the mother of all housing bubbles, fueled by a huge, unsustainable rise in household debt – yet all we got was a fairly unimpressive expansion by historical standards, and little if any inflationary overheating. This would seem to point to fundamental weakness in private demand. But one reason for the sluggish growth in demand for U.S.-produced goods and services was a huge trade deficit, the counterpart of huge reserve accumulation in China and other emerging markets. So Bernanke argues that what Summers sees as evidence of secular stagnation actually reflects the global savings glut.

That’s a good point. But Bernanke then goes on, as I understand him, to argue that international capital flows should solve the problem of secular stagnation unless if affects the world as a whole, because capital can seek higher returns abroad; he also argues that the global savings glut is mainly a thing of the past, and that in any case such problems can be addressed mainly by putting pressure on foreign governments to open their capital accounts and stop pursuing policies that promote excessive current account surpluses. And in these assertions, I’d suggest, he goes somewhat astray.

Let’s first ask whether the possibility of investing abroad obviates the problem of liquidity traps in general (as opposed to secular stagnation.) To do this, consider the analysis I laid out a couple of months ago when I was trying to think about the dollar and U.S. recovery, but run it in reverse. Suppose that a country or currency area – let’s call it Europe — suffers a decline in aggregate demand. And suppose that this threatens to push the Wicksellian natural rate of interest – the rate of interest at which desired savings and investment would be equal at full employment — below zero. Can this happen if there are positive-return investments outside of Europe?

You might think not: as long as there are positive-return investments abroad, capital will flow out. This will drive down the value of the euro, increasing net exports, and raising the Wicksellian natural rate. So you might think that you can’t have a liquidity trap in just one country, as long as capital is mobile.

But this isn’t right if the weakness in European demand is perceived as temporary (where that could mean a number of years). For in that case the weakness of the euro will also be seen as temporary: the further it falls, the faster investors will expect it to rise back to a “normal” level in the future. And this expected appreciation back toward normality will equalize expected returns after a decline in the euro that is well short of being enough to raise the natural rate of interest all the way to its level abroad. International capital mobility makes a liquidity trap in just one country less likely, but it by no means rules that possibility out.

Still, secular stagnation – as opposed to liquidity-trap analysis in general – is concerned with excess saving that lasts a very long time, that’s quasi-permanent. So in that case wouldn’t we expect capital mobility to be decisive? Shouldn’t it be impossible to have secular stagnation in just one country?

When I first approached this issue, that’s what I thought. But I immediately ran up against a big real-world counterexample: Japan. Japan has effectively been at the zero lower bound since the 1990s, and it wasn’t until the end of 2008 that the rest of the advanced world joined it there. So why didn’t capital flood out of Japan in search of higher returns, driving the yen down and boosting Japan out of its trap?

The answer is that real returns in Japan weren’t exceptionally low – they were, in fact, more or less equal to those abroad. But this equalization of real rates didn’t occur through an equalization of Wicksellian natural rates. Instead, what happened was that persistent deflation in Japan, combined with the zero lower bound, kept the actual real interest rate well above the Wicksellian rate. Here’s the data from 1996 to 2008, with inflation measured by the GDP deflator and interest rates measured by 6-month Libor:

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International Monetary Fund

OK, it’s not full equalization. but not too far off — despite being at the zero lower bound for many years, Japan ended up offering more or less competitive real returns.

The moral of the Japanese example is that if other countries are managing to achieve a moderately positive rate of inflation, but you have let yourself slip into deflation or even into “lowflation”, you can indeed manage to find yourself in secular stagnation even if the rest of the world offers positive-return investment opportunities.

Which brings me to the future of the global savings glut.

As Bernanke notes, as far as big current account surpluses go, Germany is the new China. However, he argues that the large current account surplus of the euro area as a whole is a temporary phenomenon driven by cyclical weakness in the euro periphery, and therefore not likely to be a source of persistent trouble.

But look at what bond markets are saying! German interest rates – presumably an indicator of perceived euro safe rates – are negative out to seven years; the 10-year rate is only 16 basis points. This is telling us that markets expect the euro area economy to be depressed, and ECB rates very low, for many years to come. In effect, European bond markets are flashing a secular stagnation warning.

And this makes sense: the case for secular stagnation in Europe is considerably stronger than it is for the U.S.. Working-age population is declining, Japan-style; the euro system, with a shared currency but no fiscal integration, arguably imparts a strong contractionary bias to fiscal policy; and core inflation is already down to just 0.6 percent.

By the logic I’ve already laid out, this should imply a persistently very weak euro and a persistently large European current account surplus, as Europe in effect tries to export its secular stagnation – a process limited only by the way low inflation or deflation interact with the zero lower bound to keep interest rates from falling to their Wicksellian equilibrium rate.

Sure enough, if we try to figure out the market’s implied prediction for the euro, it seems to imply persistent weakness. The euro/dollar rate is down around 30 percent from its level before Europe began running such large surpluses. Meanwhile, German 10-year real interest rates are around -1, while U.S. real rates are slightly positive; this implies that markets expect the euro to recover only a third or so of its recent decline over the next decade.

What this in turn implies is that even if you downplay domestic U.S. weakness and focus on the export of capital from other countries, especially Germany, there’s no good reason to believe that this new version of the global savings glut will end any time soon.

Which brings me to the policy debate. Bernanke seems to be saying that if there is a problem, it can be solved by cracking down on currency manipulation:

[T]he US and the international community should continue to oppose national policies that promote large, persistent current account surpluses and to work toward an international system that delivers better balance in trade and capital flows.

If my analysis of the European problem is right, however, this is pretty much irrelevant: Europe’s trade and capital imbalances are the result of fundamental weakness of domestic demand, which is then exported to the rest of us, who aren’t that strong either. If true, this says that we have a problem that must be solved with policies that boost demand. So on the policy debate, I come down firmly on the Summers side.

 

 

Trappole di liquidità locali e globali (alquanto per esperti)

C’è stato uno scambio davvero interessante tra Ben Bernanke e Larry Summers sulla stagnazione secolare. Concordo con gran parte di quello che hanno detto entrambi. Ma c’è una differenza sostanziale di punti di vista, per la quale Bernanke – correttamente, direi – critica Summers per una insufficiente attenzione ai movimenti internazionali dei capitali, ma poi sostiene che una volta che si consente il movimento internazionale dei capitali, esso elimina molte preoccupazioni sulla stagnazione secolare, la qualcosa credo sia sbagliata.

Si dà il caso che il ruolo dei flussi di capitale nelle trappole di liquidità è un tema con il quale mi sono misurato sin dagli inizi, nel lontano 1998; ed ho cercato di trovare una soluzione a come esso si collochi nel dibattito sulla stagnazione secolare, che in sostanza è l’argomento secondo il quale i paesi possono trovarsi dinanzi a trappole di liquidità persistenti, quasi permanenti. Penso dunque di avere qualcosa di utile da aggiungere a questo proposito.

Partiamo dalla critica di Bernanke a Summers. La prova più persuasiva secondo la quale gli Stati Uniti possono trovarsi dinanzi alla stagnazione secolare viene dalla fiacca ripresa del periodo 2001-2007. Conoscemmo allora la madre di tutte le bolle, alimentata da una vasta, insostenibile crescita del debito delle famiglie – tuttavia tutto quello che avemmo fu una espansione non stupefacente per gli standard storici, e un surriscaldamento inflazionistico, se di questo si può parlare, modesto. Questo sembrerebbe indicare una debolezza di fondo nella domanda privata. Ma una ragione della crescita fiacca nella domanda per beni e servizi prodotti negli Stati Uniti fu un ampio deficit commerciale, corrispondente ad un’ampia accumulazione di riserve in Cina e negli altri mercati emergenti. Dunque, Bernanke sostiene che quello che Summers individua come prova della stagnazione secolare, riflette l’eccesso del risparmio globale.

E’ un buon argomento. Ma Bernanke va oltre, da quello che comprendo, e sostiene che i flussi internazionali dei capitali dovrebbero risolvere il problema della stagnazione secolare, a meno che esso non riguardi il mondo nel suo complesso, giacché il capitale può cercare rendimenti più elevati all’estero; egli sostiene inoltre che l’eccesso dei risparmi globali è principalmente una cosa del passato, e che in ogni caso tali problemi possono essere affrontati principalmente mettendo pressione sui Governi stranieri perché aprano i loro conti dei movimenti dei capitali e interrompano politiche che promuovono eccessivi avanzi di conto corrente. E con queste osservazioni, direi, finisce in qualche modo fuori strada.

Chiediamoci anzitutto se la possibilità degli investimenti all’estero elimini in generale il problema delle trappole di liquidità (e sia una alternativa alla stagnazione secolare). Per fare ciò, si consideri l’analisi [1] che esposi un paio di mesi orsono quando provai a ragionare sul dollaro e sulla ripresa degli Stati Uniti, ma lo si svolga in senso opposto. Supponiamo che un paese o un’area valutaria – diciamo l’Europa – soffra di un calo nella domanda aggregata. E supponiamo che questo minacci di spingere il tasso di interesse wickselliano – il tasso di interesse al quale i risparmi attesi e gli interessi sarebbero in equilibrio in condizioni di piena occupazione – al di sotto dello zero. Può accadere questo, se esistono investimenti con rendimenti positivi fuori dall’Europa?

Si potrebbe pensare di no: finché ci saranno all’esterno rendimenti positivi per gli investimenti, i capitali andranno all’estero. Questo dovrebbe spingere verso il basso il valore dell’euro, aumentando le esportazioni nette ed elevando il tasso di interesse naturale wickselliano. Dunque, si potrebbe pensare che non si possa avere una trappola di liquidità in un solo paese, sinché il capitale è mobile.

Ma questo non è giusto se la debolezza nella domanda europea è percepita come temporanea (laddove ciò potrebbe significare un certo numero di anni). Perché in quel caso anche la debolezza dell’euro sarà considerata temporanea: maggiormente si svaluta, più velocemente gli investitori si aspetteranno torni ad un livello “normale” nel futuro. E questa attesa di una rivalutazione verso la normalità equivarrà ai rendimenti attesi dopo un declino dell’euro, vale a dire ben lontana dall’essere sufficiente ad elevare il tasso naturale di interesse sino al suo livello all’estero. La mobilità internazionale del capitale rende meno probabile la trappola di liquidità in un solo paese, ma in nessun modo esclude tale possibilità.

Eppure, la stagnazione secolare – all’opposto di una analisi in generale della trappola di liquidità – si preoccupa di un eccesso di risparmio che duri un tempo molto lungo, ovvero quasi permanente. Non dovremmo dunque aspettarci, in quel caso, che la mobilità del capitale sia decisiva? Non dovrebbe essere impossibile avere la stagnazione secolare in un solo paese?

Ebbene, quando mi occupai di questo tema la prima volta, era quello che pensavo. Ma incappai immediatamente in un grande esempio opposto del mondo reale: il Giappone. Il Giappone è essenzialmente rimasto al limite inferiore dello zero (dei tassi di interesse) a partire dagli anni ’90, e il resto del mondo avanzato non lo raggiunse sino alla fine del 2008. Perché dunque i capitali non uscirono dal Giappone alla ricerca di rendimenti più alti, portando lo yen in basso e incoraggiando il Giappone a venir fuori dalla sua trappola?

La risposta è che i rendimenti reali del Giappone non erano eccezionalmente bassi – erano, di fatto, più o meno eguali di quelli all’estero. Ma questo pareggiamento dei tassi reali non interviene attraverso un livellamento dei tassi naturali wickselliani. Piuttosto, quello che accadde fu che una deflazione persistente in Giappone, combinata con il limite inferiore dello zero, mantenne il tasso di interesse naturale effettivo ben al di sopra del tasso wickselliano. Ecco i dati dal 1996 al 2008, con l’inflazione misurata attraverso il deflatore del PIL ed i tassi di interesse attraverso il tasso semestrale di riferimento per i mercati finanziari (Libor) [2]:

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Fondo Monetario Internazionale

 

E’ vero, non si tratta di un livellamento completo. Ma non è molto distante – nonostante il limite inferiore dello zero per molti anni, il Giappone ha finito con l’offrire rendimenti reali più o meno competitivi.

Ma la morale dell’esempio giapponese è che se altri paesi stanno cercando di realizzare un tasso di inflazione moderatamente positivo, ma voi siete scivolati nella deflazione o anche in una ‘bassa inflazione’, può in effetti accadere che vi ritroviate in una stagnazione secolare anche se il resto del mondo offre opportunità di investimenti con rendimento positivo.

La qualcosa mi porta al futuro dell’eccesso globale di risparmi.

Come nota Bernanke, per quanto riguarda i grandi avanzi di conto corrente, la Germania è la nuova Cina. Tuttavia, egli sostiene che l’ampio avanzo di conto corrente dell’area euro nel suo complesso è un fenomeno temporaneo provocato dalla debolezza ciclica della periferia dell’euro, e di conseguenza non è probabile che sia una fonte di difficoltà permanenti.

Ma si guardi a quello che stanno dicendo i mercati dei bond! I tassi di interesse tedeschi – presumibilmente un indicatore dei tassi percepiti come sicuri in relazione all’euro – sono negativi sino ai sette anni; il tasso decennale è soltanto di 16 punti base. Questo ci sta dicendo che i mercati si aspettano che l’economia dell’area euro resti depressa per molti anni a venire, e che i tassi della BCE restino molto bassi. In sostanza, i mercati dei bond europei stanno emettendo il segnale di messa in guardia su una stagnazione secolare.

E questo ha un senso: in Europa l’argomento della stagnazione secolare è considerevolmente più forte che non negli Stati Uniti. La popolazione in età lavorativa sta diminuendo, sull’esempio del Giappone; il sistema dell’euro, con una valuta condivisa ma con nessuna integrazione delle finanze pubbliche, probabilmente dispensa una forte tendenza restrittiva alla politica finanziaria pubblica; è l’inflazione sostanziale è già scesa al livello minimo dello 0,6 per cento.

Secondo la logica che ho già esposto, questo dovrebbe comportare un euro persistentemente debole ed un avanzo persistentemente ampio del conto corrente europeo, mentre l’Europa in effetti cerca di esportare la sua stagnazione secolare – un processo limitato soltanto dal modo in cui la bassa inflazione o la deflazione interagiscono con il limite inferiore dello zero, nell’impedire che i tassi di interesse cadano al loro tasso di equilibrio wickselliano.

Di fatto, se cerchiamo di comprendere l’implicita previsione dei mercati sull’euro, essa sembra comportare una debolezza persistente. Il rapporto euro/dollaro è sceso di circa il 30 per cento dal suo livello precedente a quando l’Europa cominciò a gestire avanzi talmente ampi. Nel frattempo, i tassi di interesse reali tedeschi sono attorno al meno 1 per cento, mentre i tassi di interesse reali statunitensi sono leggermente positivi; questo comporta che i mercati si aspettano che l’euro si riprenda, nel prossimo decennio, soltanto circa per un terzo del suo declino recente.

Questo a sua volta implica che persino se si minimizza la debolezza interna degli Stati Uniti e ci si concentra sulla esportazione dei capitali dagli altri paesi, in particolare dalla Germania, non c’è alcuna buona ragione per credere che questa nuova versione dell’eccesso globale di risparmi finirà in breve tempo.

Il che mi conduce alla discussione politica. Pare che Bernanke stia affermando che se c’è un problema, esso può essere risolto con inasprimenti sulla manipolazione valutaria:

“Gli Stati Uniti e la comunità internazionale dovrebbero continuare ad opporsi a politiche che promuovono ampi e persistenti avanzi di conto corrente e lavorare per un sistema internazionale che realizzi un migliore equilibrio nei commerci e nei flussi dei capitali.”

Se la mia analisi del problema europeo è giusta, tuttavia, questo è abbastanza irrilevante; gli squilibri commerciali e dei capitali dell’Europa sono il risultato di una debolezza di fondo della domanda interna, che viene poi esportata a noi, che neanche siamo particolarmente forti. Se questo è vero, ci dice che abbiamo un problema che deve essere risolto con politiche che incoraggino la domanda. Dunque, quanto alla discussione programmatica, mi colloco risolutamente dalla parte di Summers.

 

 

[1] Vedi il post qua tradotto “Il dollaro e la ripresa (per esperti), del 6 febbraio 2015.

[2] Come si vede, si tratta di una comparazione tra il Giappone (in rosso) e gli Stati Uniti (in blu). La prima figura confronta il tasso di inflazione, che in Giappone è appunto negativo per la deflazione; la seconda i tassi di interesse nominali, in Giappone inchiodati al limite inferiore dello zero; la terza il tasso di interesse reale, dove il divario è molto minore.

Jeb Borbone (1 aprile 2015)

aprile 1, 2015

 

Apr 1 8:00 am

Jeb Bourbon

Talleyrand is supposed to have said of the Bourbons after their 19th century restoration, “They have learned nothing and forgotten nothing.” Based on what we’re hearing about Jeb Bush’s economic team, the same goes for the latest try at a Bush restoration too.

According to Reuters, Bush is leaning on Glenn Hubbard and Kevin Warsh. Now, the good news is that it’s not the base favorites, Stephen Moore, Larry Kudlow, and Art Laffer. But still: Really?

Hubbard is a competent economist, when he wants to be. But some people may recall that he went around loudly proclaiming that the “Bush boom” proved the efficacy of tax cuts, while Obamacare was a huge drag on business. You might think that this would provoke some reconsideration:

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That is, you might think that if you’ve been asleep for the past few decades.

Also, is someone who was a paid witness for Countrywide — years after the abuses of subprime lending had become common knowledge — really the best Bush can do?

As for Warsh, I wrote about him at some length back in 2010. He was a striking exemplar of an all-too-common phenomenon: the self-proclaimed wise man who urges us to ignore basic macroeconomics in favor of assertions about market psychology, assertions that aren’t even borne out by market prices. Back in 2010 he was urging tight money and tight fiscal policy, lest markets decide to fear inflation and send interest rates soaring. How’s that diagnosis working out?

If Jeb does get the GOP nomination, we’ll hear a lot about how he’d be centrist and reasonable in office. But what he is signaling, right from the start, is that he is committed to macroeconomic views that have been proved utterly wrong, and would have been disastrous if they had been put into practice.

 

Jeb Borbone

Si dice che Talleyrand, dopo la loro restaurazione nel diciannovesimo secolo, avesse detto dei Borboni: “Non hanno imparato niente e non hanno dimenticato niente”. Basandoci su quanto si sente a proposito della squadra di economisti di Jeb Bush [1], lo stesso si potrebbe dire per l’ultimo tentativo di restaurazione degli stessi Bush.

Secondo la Reuters, Bush si sta orientando su Glenn Hubbard e Kevin Warsh. Ora, la buona notizia è che non si tratta dei favoriti dalla base repubblicana, Moe, Larry e Curly [2] Stephen Moore, Larry Kudlow ed Art Laffer. Eppure: è davvero una buona notizia?

Hubbard è un economista competente, quando vuole esserlo. Ma alcuni ricorderanno che andava in giro proclamando che il “boom di Bush” dimostrava l’efficacia degli sgravi fiscali, mentre la legge di riforma sanitaria di Obama era un grande prelievo sulle imprese. Potreste supporre che questa tabella abbia provocato qualche ripensamento [3]:

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O meglio, forse potreste pensarlo se negli ultimi decenni avete dormito alla grande.

Inoltre, egli è uno che è stato testimone retribuito [4] per conto di Countrywide [5] – dopo anni che gli abusi dei prestiti a creditori insolvibili erano diventati a conoscenza di tutti. Era proprio il meglio che Bush potesse fare?

Nel caso di Worsh, io scrissi qualcosa su di lui nel passato 2010. Era un esemplare impressionante di un fenomeno anche troppo comune: la sedicente persona avveduta che ci sollecita ad ignorare la macroeconomia di base a favore di asserzioni sulla psicologia del mercato, asserzioni che non sono neppure corroborate dai prezzi di mercato. Nel passato 2010 egli premeva per una politica di restrizione monetaria e della finanza pubblica, affinché i mercati non decidessero di spaventarsi per l’inflazione e di spedire alle stelle i tassi di interesse. Come ha funzionato una diagnosi del genere?

Se Jeb otterrà per davvero la nomination del Partito Repubblicano, sentiremo parlar molto di come potrebbe essere equilibrato e ragionevole, una volta in carica. Ma quello che egli sta segnalando, proprio sin dall’inizio, è che aderisce a punti di vista macroeconomici che si sono mostrati completamente sbagliati, e che sarebbero disastrosi se fossero messi in pratica.

 

[1] L’ultimo dei Bush, fratello di George, già Governatore della California sino al 2007 ed aspirante alla ‘nomination’ repubblicana per le elezioni presidenziali del 2006.

z 605

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Come si intende, i tre economisti un po’ stravaganti che vanno per la maggiore nella base repubblicana (Moore, Kudlow e Laffer), per una certa assonanza dei nomi, vengono ironicamente ‘confusi’ e corretti con i tre comici Moe, Larry e Curly. Questi ultimi abbastanza famosi per il film “I tre marmittoni”:

z 604

 

 

 

 

 

[3] La tabella è relativa all’andamento della occupazione nel settore privato, in particolare negli ultimi anni della Presidenza Obama.

[4] Forse ha il significato giuridico di “perito di parte”, ma non ho trovato conferma.

[5] Countrywide Financial era un istituto finanziario che andò in fallimento nel 2008 e venne acquistata da Bank of America. L’istituto finanziava il 20 per cento di tutti i mutui degli Stati Uniti, nell’anno 2006. Quindi fu uno dei soggetti più importanti nella creazione della ‘bolla immobiliare’ americana.

La deflazione mancata e l’argomento a favore dell’inflazione (31 marzo 2015)

marzo 31, 2015

 

Mar 31 8:14 am

Missing Deflation and the Argument for Inflation

Matthew Klein has been going through Fed transcripts from 2009, and notes that the Fed was surprised at the persistence of inflation despite the Great Recession. Oddly, however, he seems to suggest that this episode weakens the case I and others have been making for a higher inflation target. Actually, it strengthens that case.

First of all, the Fed wasn’t alone in being surprised by the failure of actual deflation to emerge; so were many of us, and we treated it as a problem to be solved. And what emerged as at least one likely culprit was downward nominal wage rigidity, which has been overwhelmingly obvious in recent years, with a clear spike in the distribution of wage changes at precisely zero:

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What does this have to do with the case for a higher inflation target? That case rests on the problem of the two zeroes: it’s very hard both to cut interest rates below zero (not impossible, we’ve learned, but hard), and it’s also very hard to get cuts in nominal wages. Both problems are much more likely to be serious problems for the economy with, say, 1 percent inflation than with 4 percent inflation.

Now, economists and central bankers were aware of the two-zeroes problem back when they converged on the 2 percent inflation target. That’s why the target was 2, not 0. But they wrongly believed that 2 was enough — that with a 2 percent target neither zero would be binding except in rare cases.

What we’ve learned since then is that the zeroes are a much bigger issue than the consensus had it; that you can spend 6 years and counting at the zero lower bound on interest rates, that you can face many years of grinding, painful adjustment as countries or regions try to achieve “internal devaluation.”

So the failure of inflation to fall as much as predicted in 2009 was part of a series of events that were trying to tell us that the initial inflation target was too low.

 

La deflazione mancata e l’argomento a favore dell’inflazione

Matthew Klein ha esaminato con attenzione i verbali della Fed dal 2009, e osserva che la Fed rimase sorpresa dalla persistenza dell’inflazione nonostante la Grande Recessione. Stranamente, tuttavia, egli sembra indicare che questo episodio indebolisce l’argomento, che io ed altri stiamo avanzando, per un obbiettivo di inflazione più elevato. Per la verità, lo rafforza.

Prima di tutto, la Fed non fu l’unica ad essere sorpresa dal fatto che non si manifestasse una effettiva deflazione; fu lo stesso per molti di noi, e lo trattammo come un problema al quale andava trovata una spiegazione. E quello che emerse fu che almeno uno dei probabili responsabili era la rigidità dei salari nominali verso il basso, la qualcosa è stata completamente evidente negli anni recenti, con una chiara impennata dei mutamenti del salari esattamente sullo zero [1]:

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Quanto incide tutto questo nella tesi di un obbiettivo più alto di inflazione? Quell’argomento si basa sul problema dei due ‘zeri’: è molto difficile sia tagliare i tassi di interesse sotto lo zero (non impossibile, come abbiamo appreso, ma difficile), ed è anche molto difficile ottenere tagli nei salari nominali. Entrambi i problemi è molto più probabile che siano problemi seri per l’economia con una inflazione, diciamo, all’1 per cento, piuttosto che al 4 per cento.

Ora, gli economisti ed i banchieri centrali erano consapevoli a quel tempo del problema dei due zeri quando convennero su un obbiettivo di inflazione al 2 per cento. Quella è la ragione per la quale l’obbiettivo era 2 e non 0. Ma credevano erroneamente che 2 fosse sufficiente – che con un obbiettivo del 2 percento nessuno dei due zeri sarebbe stato condizionante, se non in rari casi.

Da allora, quello che abbiamo imparato è che gli zeri sono un problema molto più grande di quello che non si pensasse unanimemente; che si può spendere 6 anni e passa al limite inferiore dello zero sui tassi di interesse, che si può fare i conti con molti anni di opprimente e dolorosa correzione con paesi e regioni che cercano di realizzare una “svalutazione interna”.

Dunque, il fatto che l’inflazione non sia caduta di quanto era stato previsto nel 2009 è stata parte di una serie di eventi che avevamo provato a spiegarci, sostenendo che l’iniziale obbiettivo di inflazione al 2 per cento fosse troppo basso.

 

[1] La tabella mostra la distribuzione dei mutamenti salariali in un periodo di 12 mesi nei due anni: il 2006 ed il 2011 (il primo in grigio ed il secondo il nero). Come si vede, anche l’anno 2006 era caratterizzato da una prevalente concentrazione dei mutamenti attorno allo zero – ovvero, nessun mutamento – ma l’anno 2011 mostra una concentrazione assai più elevata attorno a quel livello. Quella differenza è chiaramente compensata da una minore concentrazione sui segmenti da 0 a + 20, che indicano i mutamenti positivi nei compensi salariali. Dunque, per un numero assai più elevato di lavoratori non ci sono stati mutamenti positivi nel 2011 e c’è stata maggiore rigidità salariale, rispetto al 2006.

Intervenendo sul blog di Ben Bernanke (30 marzo 2015)

marzo 30, 2015

 

Mar 30 8:05 am

Ben Bernanke Blog Blogging

Ben Bernanke’s Brookings blog begins! And the subject of the first post is a defense of the Fed against the charge that it has been keeping interest rates “artificially low” and hurting savers.

It’s a very clear, well-argued post; regular readers know that I’ve been making essentially the same arguments for years. I’d just add two points.

First, the image of the little old lady living hand to mouth off the interest on her bank account is basically a fiction. Most retired Americans depend on Social Security for the majority of their income, and have very little in interest earnings; the decline in rates has primarily hurt a small minority of very well-off seniors. Here’s a chart (from data here) showing the change in asset income of seniors from all sources (I couldn’t break out interest) from 2006 to 2010, as interest rates fell through the floor, averaged by quintile:

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Ebri

It’s not as smooth as I expected, but it’s clear that the decline was much bigger among the better-off; to the extent that Fed policy was reducing returns, it was reducing inequality among seniors.

Second, much of the critique of low rates simply assumes that saving is a meritorious activity that should be encouraged. But the very fact that the economy remained depressed despite zero rates was telling us that we were awash in desired savings with no place to go — that’s what a liquidity trap is all about. And in that context more saving actually hurts the economy; it even hurts investment via the paradox of thrift.

What I find most interesting about Bernanke’s first blog post — which is, as I said, clear and completely correct — is that he chose that topic. What that’s telling us, I think, is what the people he talked to as Fed chair complained about most: not the failure to hit the inflation target, not the persistence of high unemployment, but disappointing returns for rentiers. John Galt, it turns out, wants price supports.

 

Intervenendo sul blog di Ben Bernanke

Prende le mosse il blog su Brookings di Ben Bernanke! E il soggetto del primo post è una difesa della Fed contro l’accusa di aver tenuto i tassi di interesse “artificialmente bassi” e di aver danneggiato i risparmiatori.

E’ un post molto chiaro e ben argomentato; i lettori affezionati sanno che io ho avanzato sostanzialmente gli stessi argomenti per anni. Vorrei aggiungere solo due aspetti.

Il primo, l’immagine della piccola anziana signora che vive alla giornata degli interessi sul suo conto in banca è fondamentalmente pura fantasia. La maggioranza dei pensionati americani dipende, per gran parte del proprio reddito, dal programma della Previdenza Sociale, e riceve molto poco dai guadagni sugli interessi; il declino dei tassi ha principalmente colpito una piccola minoranza di anziani assai benestanti. Ecco un diagramma (in questa connessione si trovano i dati [1]) che mostrano il mutamento del reddito derivante da attivi finanziari [2] dal 2006 al 2010, allorché i tassi di interesse hanno toccato il fondo, in media per ogni quintile:

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Ebri

 

Non è così omogeneo come mi aspettavo, ma è chiaro che il declino è stato molto più grande tra i benestanti; nella misura in cui la Fed ha ridotto i rendimenti, è venuta riducendo l’ineguaglianza tra le persone anziane.

Il secondo, molte delle critiche sui bassi tassi semplicemente assumono che il risparmio sia una attività meritoria che dovrebbe essere incoraggiata. Ma il fatto inoppugnabile che l’economia è rimasta depressa nonostante i tassi a zero ci dice che siamo inondati di risparmi attesi [3] che non sanno dove andare – ed è questo che si intende quando si parla di trappola di liquidità. E in quel contesto, per la verità, una quota maggiore di risparmi danneggia l’economia; esso danneggia persino gli investimenti, per effetto del paradosso della parsimonia [4].

Quello che trovo più interessante del primo post sul blog di Bernanke – che, come ho detto, è chiaro e del tutto corretto – è che egli abbia scelto quel tema. Quello che ci sta dicendo, io penso, è quello di cui la gente con cui ha parlato come Presidente delle Fed si è massimamente lamentata: non l’incapacità a realizzare l’obiettivo dell’inflazione, non la persistenza di una elevata disoccupazione, bensì la delusione per i rendimenti dei redditieri. Viene fuori che John Galt [5] vuole il controllo dei prezzi.

 

 

 

[1] La connessione è con un studio dell’EBRI (Employee Benefit Research Insitute).

[2] Per “asset income” si intende soprattutto quella parte di reddito derivante da asset quali gli interessi su risparmi.

[3] Credo che in termini economici si possano intendere come “attesi” i risparmi che normalmente vengono considerati nello stesso senso degli “investimenti attesi”, vale a dire in riferimento al movimento che si suppone si produca nella trasformazione dei risparmi in investimenti. Attesi, in quanto desiderabili e prevedibili.

[4] E’ una espressione di solito attribuita a John Maynard Keynes, che del resto ne parla al capitolo 23 della Teoria Generale (in una parte del testo che in modo inconsueto si occupa di storia delle teorie economiche, cha ha come titolo “Note sul mercantilismo”) riferendosi ad una condizione nota anche in tempi molto più antichi (ad esempio, nella “favola delle api” del 1714). In sostanza si tratta della situazione per la quale, quando l’attitudine al risparmio si generalizza, l’effetto è quello di una caduta della domanda aggregata, e dunque di minori investimenti, minore crescita, e alla fine anche di minori risparmi. In questo senso si tratta di un paradosso: il culto della parsimonia fa scendere i risparmi stessi.

[5] John Galt, come si è più volte ricordato, è uno degli eroi del romanzo ‘liberista’ di Ayn Rand. Credo che l’espressione “sostegni dei prezzi” possa essere meglio intesa con riferimento ai “prezzi controllati”, ovvero a iniziative pubbliche tendenti a controllare l’evoluzione dei prezzi, togliendoli dai meccanismi autonomi dei mercati. Storicamente sono state pratiche più frequentemente rivendicate dalle forze progressiste (effetti considerevoli ci furono soprattutto in tempi di guerra, quando si trattava di impedire fenomeni speculativi), ma in questo caso ci si riferisce non al loro contenimento, quanto piuttosto ad un loro artificiale ‘sostegno’. Il concetto mi pare il seguente: che, paradossalmente, sembra che le posizioni delle politiche di controllo dei prezzi siano in questo caso rivendicate dai sostenitori del liberismo assoluto, almeno in materia di rivendicazione di livelli ‘non naturali’ dei tassi di interesse.

Il post di Ben Bernanke è tradotto in questo blog.

Austerità, grande e piccola (29 marzo 2015)

marzo 29, 2015

 

Mar 29 7:05 pm

Austerity, Big and Small

At this point it’s fairly common to look at the effects of austerity via cross-country scatterplots: one axis shows some measure of fiscal consolidation, while the other shows the change in GDP. Who started this practice? I think I did, here, although I’m happy to cede credit to someone else if I missed it.

There are problems with this approach: causation could run the other way, although given the extent to which austerity, in the eurozone at any rate, was driven by debt panic, those problems shouldn’t be too severe. Another issue, however, is concern that such cross-sectional pictures could be dominated by small outliers. Are we basing too much on Greece?

Well, I’ve been doing some class prep and decided to play around with bubble charts — scatterplots in which the size of the markers varies, in this case with PPP GDP. Here’s what the eurozone scatter looks like, using the IMF’s estimate of the change in the structural balance as a share of potential GDP:

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There seem to be three insights from this picture. First, the case that austerity really does hurt a lot does not depend on Greece. If anything, Greek economic contraction seems to have been somewhat less than you might have expected given the extreme austerity.

Second, and relatedly, the apparent multiplier looks larger if you focus only on the bigger economies; a weighted regression has a coefficient of -1.6, versus -1.3 for the unweighted version.

Finally, all the attention given to Latvia looks a bit … odd.

 

Austerità, grande e piccola

A questo punto è abbastanza comune osservare gli effetti dell’austerità attraverso grafici a dispersione [1] attraverso i vari paesi: un asse mostra una qualche entità di consolidamento delle finanze pubbliche, mentre l’altro mostra le modifiche del PIL. Chi cominciò con questa pratica? Suppongo di essere stato io, in questa connessione [2], ma sono felice di dare il merito a qualcun altro, se mi fosse sfuggito.

Con questo approccio ci sono problemi: il fattore della causalità può procedere in modo opposto, sebbene, considerata la misura nella quale l’austerità, almeno nell’eurozona, fu guidata dal panico per il debito, quei problemi non dovrebbero essere troppo gravi. Un altro tema, tuttavia, riguarda la preoccupazione che tali immagini a sezione trasversale possano essere dominate da piccole eccezioni. Non ci stiamo basando troppo sulla Grecia?

Ebbene, nel mentre preparavo una lezione ho deciso di trafficare un po’ con i diagrammi a bolla – grafici a dispersione nei quali la dimensione delle singole prestazioni varia, in questo caso con i PIL a parità di potere di acquisto. Ecco cosa mostra il grafico sull’eurozona, utilizzando le stime del FMI sul mutamento nell’equilibrio strutturale di bilancio come quota-parte del PIL [3]:

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Da questa rappresentazione sembrano derivare tre intuizioni. La prima, l’argomento secondo il quale l’austerità ha prodotto davvero un gran danno non dipende dalla Grecia. Semmai, la contrazione economica greca sembra essere stata in qualche modo inferiore a quello che ci si sarebbe aspettati, dato il grado estremo di austerità.

La seconda, connessa con l’altra, il moltiplicatore apparente pare più ampio se ci si concentra soltanto sulle economie maggiori; una regressione ponderata ha un coefficiente del meno 1,6, contro il meno 1,3 della versione non ponderata.

Infine, tutta l’attenzione data alla Lettonia appare un po’ …. bizzarra.

 

[1] Il grafico di dispersione o grafico a dispersione o scatter plot o scatter graph è un tipo di grafico in cui due variabili di un set di dati sono riportate su uno spazio cartesiano. I dati sono visualizzati tramite una collezione di punti ciascuno con una posizione sull’asse orizzontale determinato da una variabile e sull’asse verticale determinato dall’altra. (Wikipedia)

Ovviamente, il primato che di seguito Krugman rivendica, non riguarda l’uso di grafici a dispersione, ma la sua applicazione allo studio sugli effetti dell’austerità.

[2] Il riferimento è al post “Ancora su austerità e crescita” del 24 aprile 2012.

[3] A parte le spiegazioni che Krugman offre di seguito, quello che si nota – pur non essendo attribuite le nazionalità ad ogni singola ‘bolla’, che però è ovviamente più ampia quando è riferita ad una economia più ampia, e viceversa – è che laddove i mutamenti negli equilibri strutturali di bilancio sono stati maggiori (ovvero, c’è stata più austerità e le bolle risultano più spostate verso destra), i mutamenti nel PIL reale sono stati meno positivi e normalmente negativi (ovvero sono scesi in basso, rispetto al livello 0 del PIL precedente). Il periodo interessato riguarda gli anni dal 2009 al 2013. E’ verosimile che la bolla più grande, in alto a sinistra, sia quella tedesca, caratterizzata dalla maggiore crescita del PIL e dalla minore modifica degli equilibri strutturali. Quella inferiore dovrebbe essere la Francia, e sotto ancora dovrebbe esserci quella relativa all’Italia.

L’aria condizionata e la crescita del Sud (28 marzo 2015)

marzo 28, 2015

 

Mar 28 4:05 pm

Air Conditioning and the Rise of the South

Just a short further note on this subject. (If you’re wondering why I’m doing posting so much on a Saturday, I’m housebound with a cold, so why not?)

First, there’s a real demographic turning point for the South circa 1960, as a steadily falling share of the total US population shifts to a sustained rise:

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Second, this turning point coincides with the coming of widespread home air conditioning:

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So when you ask why Sunbelt states have in general grown faster than those in the Northeasy, don’t credit Art Laffer; credit Willis Carrier.

 

L’aria condizionata e la crescita del Sud

Solo una piccola ulteriore annotazione su questo tema (se vi state chiedendo perché tanti post di sabato, sono bloccato in casa da un raffreddore, dunque perché no?).

Anzitutto, c’è un vero punto di svolta demografico per il Sud attorno al 1960, quando una costante caduta come quota della popolazione totale degli Stati Uniti si trasforma in una prolungata crescita:

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In secondo luogo, questo punto di svolta coincide con l’arrivo di un diffuso condizionamento dell’aria [1]:

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Dunque, quando vi chiedete come mai gli Stati della “cintura del sole” hanno in generale una crescita più rapida di quelli del nord est [2], non date credito ad Art Laffer; datelo a Willis Carrier [3].

 

 

[1] Come si vede (con un po’ di zoom) in soli vent’anni (con il 1980) gli impianti di condizionamento dell’aria negli alloggi occupati passa nella regione meridionale atlantica dal 13,2 al 76,1%; in quella sud occidentale centrale dal 27,2 all’81,7%; in quella sud orientale centrale dal 15,6 al 66,5%. Invece nelle regioni più fredde del New England, nel 1980, la percentuale è al 34,3% ed in quelle più temperate del Pacifico al 33,8%.

[2] Suppongo sia un errore, per Northeast.

[3] E’ l’inventore dei sistemi di condizionamento dell’aria. Nacque nel 1876 ad Angola – Stato di New York – e morì a New York City nel 1950. Pare che nel 1902, dalle parti di Pittsburgh, sulla piattaforma di un treno, egli osservando una pioggerellina avesse compreso che avrebbe potuto disidratare l’aria facendola passare attraverso acqua e producendo nebbia. Fare ciò rese possibile agire artificialmente sull’aria con specifici livelli di umidificazione della stessa.

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Memorie della privatizzazione (dal blog di Krugman, 28 marzo 2015)

marzo 28, 2015

 

Privatization Memories

March 28, 2015 3:45 pm

Dave Weigel has one of the more interesting Harry Reid retrospectives, focusing on his role in fighting back Bush’s attempt to privatize Social Security — and in particular on the way he forged an alliance with liberal bloggers.

I remember that episode very well, for several reasons. One was that I, too, was writing a lot, debunking one bad argument for privatization after another. It wasn’t the first time I had done that kind of thing, but this was different in two ways: it was really intense, and for once my side of the argument won the political fight.

It was also a formative period for my perceptions of how policy arguments actually play out in modern America. There are always three sides here: the right, which isn’t interested in facts or logic; the left (which isn’t very leftist in this country — they’re really center-left by anyone else’s standards); and self-proclaimed centrists, who have very little in the way of a constituency in the country at large but have a lot of influence inside the Beltway.

And what you learned early on in the Social Security debate was that centrists desperately want to believe that there is symmetry between the left and the right, that Democrats and Republicans are equally extreme in their own way. And this means that they are always looking for ways to say nice things about Republicans and their policy proposals, no matter how bad those proposals are. That’s how Paul Ryan ended up getting an award for fiscal responsibility.

So back in 2005, Bush was making a dubious claim coupled with a complete non sequitur. First, the claim that Social Security was in crisis; second, that privatization was the answer, even though it would do nothing at all to help the system’s finances. How could centrists say nice things about such a crude bait-and-switch?

Well, here’s Joe Klein in 2005:

I agree with Paul [Krugman] in that private accounts have nothing to do with solvency and solvency is the issue. I disagree with Paul because I think private accounts [are] a terrific policy and that in the information age, you’re going to need different kinds of structures in the entitlement area than you had in the industrial age. But it is very hard to do that kind of change under these political circumstances where you have the parties at such loggerheads.

The Democrats have for the last 10 or 15 years blatantly, shamelessly demagogued this issue. They’ve offered nothing positive on Social Security or on Medicare or on Medicaid, and it’s time for them to compromise here.

Say what? To his credit, Klein later admitted that he was all wrong here. But the point is that what we saw here was the instinct to come up with something, anything, that would let centrists pretend symmetry between the parties.

Incidentally, about Democrats doing nothing about Medicare and Medicaid: it’s interesting to look at budget projections made around the time of the Social Security debate. Back then CBO projected that by fiscal 2014 Medicare spending would rise to $708 billion and Medicaid spending to $361 billion. The actual numbers for 2014 were 600 and 301, respectively, despite the Medicaid expansion under Obamacare. At least some of this unexpectedly low cost can be attributed to measures included in the Affordable Care Act. And strange to say, this was achieved without destroying or privatizing the programs.

But back to 2005: what Harry Reid realized was that it was time to stop courting the Very Serious People and instead make an alliance with the DFHs — which isn’t quite shorthand for Dirty Foolish Hippies — who, unlike the VSPs, were actually making sense on both the policy and the politics. It was an important turning point.

 

Memorie della privatizzazione

Dave Weigel ci offre una delle più interessanti retrospettive di Harry Reid [1], concentrandosi sul suo ruolo nel reagire al tentativo di Bush di privatizzare la Previdenza Sociale [2] – e in particolare sul modo in cui egli costruì una alleanza con i blogger progressisti.

Ricordo molto bene quell’episodio, per varie ragioni. Una fu quella che anch’io scrivevo molto, demistificando un cattivo argomento dietro l’altro per la privatizzazione. Non era la prima volta che facevo una cosa del genere, ma in questa occasione era diverso per due motivi: fu una esperienza davvero coinvolgente e, per una volta, la tesi del mio schieramento vinse, sul piano politico.

Fu anche un periodo creativo per la mia sensibilità su come gli argomenti della politica vanno effettivamente in scena nell’America odierna. Da questo punto di vista, c’erano sempre tre schieramenti: la destra, che non è interessata ai fatti ed alla logica; la sinistra (che in questo paese non è una sinistra vera e propria – secondo gli standard di tutti gli altri paesi è in sostanza un centro-sinistra); e i sedicenti centristi, che quanto a seguito hanno poca influenza nel paese nel suo complesso, ma ne hanno molta nella Capitale.

E quello che si capiva subito nel dibattito sulla Previdenza Sociale era che i centristi volevano a tutti i costi credere che ci fosse una simmetria tra destra e sinistra, che i democratici ed i repubblicani fossero egualmente su posizioni estreme, ognuno a modo suo. E questo significava che essi cercavano in ogni momento di esprimere apprezzamenti sui repubblicani e sulle loro proposte politiche, a prescindere da quanto fossero negative. Questo è il modo in cui Paul Ryan finì coll’ottenere un premio per il rigore in materia di finanza pubblica.

Dunque, nel passato 2005, Bush stava avanzando una tesi dubbia, seguita da una completa incongruenza. Anzitutto, l’argomento che la Previdenza Sociale fosse in crisi; in secondo luogo, che la privatizzazione fosse la risposta, anche se essa non avrebbe aiutato per niente la situazione finanziaria del settore. Come potevano i centristi esprimersi positivamente su un tale grossolano sistema di specchietti per le allodole?

Ebbene, questo scriveva Joe Klein nel 2005:

“Io sono d’accordo con Paul Krugman sul fatto che una contabilità privatistica [3] non ha niente a che fare con la solvibilità, e che essa è il problema. Non sono d’accordo con lui perché penso che la contabilità privatistica (sia) una politica formidabile e che, nell’epoca dell’informazione, si sia destinati ad avere necessità di differenti strutture nell’area dei servizi sociali, rispetto a quelle che esistevano nell’età dell’industrializzazione. Ma è difficile operare questo cambiamento in queste circostanze politiche, nelle quali i partiti politici sono a tal punto ai ferri corti.

I democratici hanno fatto demagogia in modo vergognoso e senza alcun ritegno su questo tema. Non hanno proposto niente di positivo per la Previdenza Sociale, per Medicare o per Medicaid, e su questa materia è venuto il tempo che cerchino un compromesso.”

Che dire? A suo merito, Klein successivamente ammise che in questo caso aveva sbagliato tutto. Ma il punto è che quello a cui assistemmo fu il bisogno istintivo di venirsene fuori con qualcosa, con qualunque cosa, che consentisse ai centristi di immaginare una simmetria tra i due partiti.

Tra parentesi, a proposito dell’inerzia dei democratici su Medicare e Medicaid: sono interessanti le previsioni di bilancio che venivano fatte al tempo del dibattito sulla Previdenza Sociale [4]. Allora il Congressional Budget Office prevedeva che la spesa per l’anno finanziario 2014 su Medicare sarebbe salita a 708 miliardi di dollari, e la spesa su Medicaid a 361 miliardi di dollari. I numeri effettivi nel 2014 sono stati rispettivamente 600 e 301 miliardi di dollari, nonostante l’espansione di Medicaid in conseguenza della legge di riforma sanitaria di Obama. Almeno alcuni di questi costi inaspettatamente bassi sono da attribuire alla Legge sulla Assistenza Sostenibile. E, guarda un po’, questo è stato ottenuto senza distruggere o privatizzare i programmi.

Ma tornando al 2005: ciò che Harry Reid comprese fu che era venuto il tempo di smetterla di corteggiare le Persone Molto Serie, e piuttosto di fare una alleanza con i “DFH” – che non è esattamente una abbreviazione per “Hippy Sciocchi e Sudici” [5] – che, diversamente dalle VSP [6], era in effetti una cosa sensata, sia dal punto di vista della tattica politica che dei programmi. Fu un punto di svolta importante.

 

[1] Harry Mason Reid (Searchlight, 2 dicembre 1939) è un politico statunitense, attuale senatore per lo stato del Nevada e leader della maggioranza democratica (precedente alle ultime elezioni di medio termine). In precedenza membro della Camera dei Rappresentanti per lo stesso stato dal 1983 al 1987.

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[2] Traduciamo “Social Security” con “Previdenza Sociale”, perché negli USA si tratta di un programma federale che principalmente riguarda i trattamenti previdenziali (pensioni e pensioni di reversibilità, ovvero, in inglese, per i “survivors”). Esso, però, contiene anche misure di assistenza nei confronti dei disabili ed altre misure minori. Negli altri paesi di lingua inglese, il termine riguarda, in senso più generale, tutta l’area dei diritti sociali. Dunque negli USA la “Social Security” è un aspetto delle legislazione sociale, distinto, ad esempio, dai programmi federali per la assistenza sanitaria agli anziani (Medicaid) o per la assistenza sanitaria alla popolazione indigente o con redditi bassi (Medicaid).

Il programma è finanziato attraverso la tassazione dei redditi da lavoro, dipendente (FICA) o autonomo (SECA).

[3] Suppongo che la differenza tra “contabilità pubblica e privata” riguardasse appunto diversi sistemi, a seconda che i meccanismi fiscali dei prelievi e i relativi diritti fossero definiti in termini generali per la popolazione, ovvero fossero determinati dalla contabilità delle contribuzioni individuali; ed evidentemente, nel dibattito di quegli anni, una implicazione rilevante riguardava il ruolo, nel secondo caso, del sistema assicurativo privato. Quella era la sostanza della proposta di Bush: anziché socializzare – sia pure parzialmente – la sanità (come avrebbe successivamente fatto Obama), privatizzare anche il sistema pensionistico.

[4] Si badi, le previsioni all’epoca di quel dibattito sul bilancio federale in generale, e non solo le previsioni sul bilancio specifico del programma della Previdenza Sociale.

[5] Provo ad indovinare l’ironia. Normalmente sono definiti DFH i settori dei blogger di orientamento progressista, di sinistra. Il termine è offensivo, in particolare perché per esteso sta per “Dirty Fucking Hippies”, ovvero per “Hippy Sudici e Fottuti”. Krugman in questo caso lo attenua, sostituendo i ‘fottuti’ con gli ‘sciocchi’ (Foolish e non Fucking), ma ammette che la abbreviazione non significa esattamente quello.

[6] Very Serious Pepole, Persone Molto Serie.

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