Blog di Krugman

Keynesiani non autentici (28 marzo 2015)

 

Mar 28 1:08 pm

Unreal Keynesians

Brad DeLong points me to Lars Syll declaring that I am not a “real Keynesian”, because I use equilibrium models and don’t emphasize the instability of expectations.

One way to answer this is to point out that Keynes said a lot of things, not all consistent with each other. (The same is true for all of us.) Right at the beginning of the General Theory, Keynes explains the “principle of effective demand” with a little model of temporary equilibrium that takes expectations as given. If that kind of modeling is anti-Keynesian, the man himself must be excommunicated.

But surely we don’t want to do economics via textual analysis of the masters. The questions one should ask about any economic approach are whether it helps us understand what’s going on, and whether it provides useful guidance for decisions.

So I don’t care whether Hicksian IS-LM is Keynesian in the sense that Keynes himself would have approved of it, and neither should you. What you should ask is whether that approach has proved useful — and whether the critics have something better to offer.

And as I have often argued, these past 6 or 7 years have in fact been a triumph for IS-LM. Those of us using IS-LM made predictions about the quiescence of interest rates and inflation that were ridiculed by many on the right, but have been completely borne out in practice. We also predicted much bigger adverse effects from austerity than usual because of the zero lower bound, and that has also come true.

Now, what have those who declare themselves the true Keynesians had to offer? Has insisting that expectations are volatile and unpredictable been helpful in this context? Actually, if anything it lends support to believers in the confidence fairy. After all, if it’s all animal spirits, who are we to say they’re wrong?

Has declaring uncertainty to be unquantifiable, and mathematical modeling in any form foolish, been productive? Remember, that’s what the Austrians say too.

If you can show me any useful advice given by those sniping at me and other for our failure to be proper Keynesians, I’ll be happy to take it under consideration. If you can’t, then we’re just doing literary criticism here, and I’m not interested.

 

Keynesiani non autentici

Brad DeLong mi indirizza a Lars Syll, il quale afferma che io non sono un “keynesiano vero”, perché uso modelli di equilibrio e non enfatizzo l’instabilità delle aspettative.

Un modo di rispondere a ciò è che Keynes disse un sacco di cose, non tutte coerenti l’una con l’altra (la qualcosa è vera per tutti noi). Proprio all’inizio delle Teoria Generale Keynes spiega il “principio della domanda effettiva” con un piccolo modello di equilibrio provvisorio che assume le aspettative come date. Se quel tipo di modello è anti-keynesiano, lui stesso dovrebbe essere scomunicato.

Ma certamente non è nostra intenzione fare economia attraverso l’analisi testuale dei maestri. Le domande che ci si dovrebbe porre riguardo ad ogni approccio economico è se esso ci aiuta a capire cosa sta accadendo, e se ci fornisce una guida utile per le decisioni.

Io dunque non mi preoccupo se il modello hicksiano IS-LM sia keynesiano nel senso che Keynes stesso l’avrebbe approvato, e non dovreste farlo neppure voi. Quello che dovreste fare è chiedervi se quell’approccio è risultato utile – e se i critici hanno qualcosa di meglio da offrire.

E come ho spesso sostenuto, questi 6 o 7 anni passati, di fatto, sono stati un trionfo per il modello IS-LM. Coloro che lo usano hanno fatto previsioni sulla inerzia dei tassi di interesse e dell’inflazione sulle quali molti a destra fecero ironie, ma che nella pratica sono stati completamente confermate. Avevamo anche previsto dall’austerità effetti molto più negativi di quelli consueti, a causa del limite inferiore dello zero nei tassi di interesse, ed anche questo si è avverato.

Ora, coloro che si presentano come i veri keynesiani, cosa hanno avuto da offrire? Insistere che le aspettative sono volatili e imprevedibili, è stato utile in questo contesto? Per la verità, semmai ciò presta sostegno a coloro che credono nella fata della fiducia. Dopo tutto, se è tutta una questione di istinti vitali, chi siamo noi per dire che gli altri sbagliano? Dichiarare che l’incertezza è non quantificabile, e che i modelli matematici sono insensati in ogni forma, è stato produttivo? Si ricordi che è quello che sostengono anche gli ‘austriaci’ [1].

Se potete indicarmi qualche utile consiglio fornito da coloro che mandano frecciatine a me e ad altri sulla nostra incapacità ad essere keynesiani nel vero senso della parola, sarò felice di prenderlo in considerazione. Se non potete, allora si tratta soltanto di critiche retoriche, e non sono interessato.

 

[1] Ovvero, la scuola economica anche definita marginalista, che in sostanza ha rappresentato nel corso del secolo scorso la alternativa al keynesismo, in forme aggiornate rispetto alla tradizione classica. ‘Austriaca’, perché alcuni suoi ispiratori erano austriaci (vedi le note sulla traduzione alla voce ‘austrians’).

Inverni miti e teorie economiche stravaganti (28 marzo 2015)

marzo 28, 2015

 

Mar 28 12:36 pm

Mild Winters and Crank Economics

Neil Irwin writes about migration patterns within the United States, and points out that they overwhelmingly reflect just two factors. Most important, people are moving to places with mild winters:

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On top of this, they’re moving to places with cheap housing, although you need to allow for the fact that some places are cheap precisely because people are leaving.

As I pointed out the other day, this long-term movement toward the sun, in turn, probably has a lot to do with the gradual adjustment to air conditioning.

And as I also pointed out, the search for mild winters can lead to a lot of spurious correlations. With the exception of California — which has mild winters but also, now, has very high housing prices — America’s warm states are very conservative. And that’s not an accident: warm states were also slave states and members of the Confederacy, and a glance at any election map will tell you that in US politics the Civil War is far from over.

The point, then, is that these hot red states also tend to be low-minimum-wage, low-taxes-on-the-wealthy jurisdictions. And that opens the door to sloppy and/or mendacious claims that low wages and taxes are driving their growth.

This really shouldn’t even be controversial — I think it’s kind of obvious.

 

Inverni miti e teorie economiche stravaganti

Neil Irwin scrive sui modelli di migrazione all’interno degli Stati Uniti, e mette in evidenza che essi riflettono in gran misura solo due fattori. Il più importante, le persone si spostano verso i posti con inverni miti [1]:

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In aggiunta a questo, si spostano verso località con alloggi economici, sebbene si deve considerare il fatto che alcuni posti sono economici proprio perché le persone li lasciano.

Come ho indicato nei giorni passati, questi spostamenti a lungo termine verso il sole, probabilmente hanno molto a che fare con il graduale adattamento all’aria condizionata.

E come anche misi in evidenza, la ricerca di inverni miti può anche portare ad un buon numero di correlazioni improprie. Con l’eccezione della California – che ha inverni miti ma anche, in questo momento, prezzi immobiliari molto alti – gli Stati caldi dell’America sono molto conservatori. E non è un caso: gli Stati caldi erano anche gli Stati schiavistici e membri della Confederazione, ed uno sguardo ad una qualsiasi mappa elettorale ci dice che nella politica americana la Guerra Civile è lungi dall’essere superata.

Il punto, allora, è che questi Stati caldi e ‘rossi’ [2] tendono ad avere legislazioni con minimi salariali bassi e con basse tasse sui ricchi. E ciò apre la strada alle pretese superficiali e/o false secondo le quali i bassi salari e le tasse stanno guidando la loro crescita.

Questo non dovrebbe neppure essere oggetto di controversia – penso che sia evidente.

 

[1] La tabella mostra la crescita della popolazione in quattro gruppi distinti, a seconda delle categorie di temperature nel mese di gennaio del 2014. La crescita della popolazione è più elevata negli Stati con temperature più elevate.

[2] Ovvero, repubblicani.

Gli orrori nascosti della sanità (27 marzo 2015)

marzo 27, 2015

 

Mar 27 5:14 pm

Hidden Healthcare Horrors

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One of the odder subplots of the health reform saga has been the almost pathetic efforts of Republicans to come up with Obamacare horror stories. You might think that given the complexity of the law and the almost unlimited resources of the propaganda machine, they’d be able to come up with someone to serve as the poster child of the law’s terrible effects on innocent Americans. As far as I know, however, we have yet to see a single credible example — all the characters featured in Koch brothers ads or GOP speeches have turned out to be potential beneficiaries of the Affordable Care Act, if only they were willing to look at their actual options.

So Cathy McMorris Rodgers went on Facebook to ask for Obamacare horror stories — and instead got an avalanche of testimonials from people who got essential insurance and care thanks to the ACA.

Why can’t the GOP find the horror stories it knows, just knows, must be out there? Matthew Yglesias gets at most of it by noting that Obamacare does, in fact, redistribute from the few to the many:

[O]ne of the main things it does is raise taxes rather dramatically on a pretty small number of high-income people in order to give subsidized health insurance policies to a substantially larger number of low-income people. Indeed, this is one of the main things Republicans don’t like about it!

But there’s a bit more to the story. Millionaires paying higher taxes aren’t the only people hurt, at least slightly, by the law. If you are a young. healthy person (especially if you’re male), living in a state that didn’t have community rating pre-ACA, you may have had a cheap policy that went up in price once the law went into effect; and if you’re affluent as well, you don’t receive subsidies. So there are victims out there.

The problem for the GOP is that they’re the wrong kind of victims. What Republicans want are struggling, salt of the earth regular Americans, preferably older and with expensive medical conditions — not healthy, well-paid guys in their 20s. But the profile of the ideal Obamacare victim matches, pretty much exactly, the profile of the kind of person Obamacare was designed to help.

And the inability of the GOP to come up with true horror stories is, in its own way, a demonstration that the law is working as intended.

 

Gli orrori nascosti della sanità

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Una delle più bizzarre trame secondarie della saga della riforma sanitaria sono stati gli sforzi quasi patetici dei repubblicani di venirsene fuori con i racconti dell’orrore sulla riforma sanitaria di Obama. Potreste pensare che date la complessità della legge e le risorse quasi illimitate della macchina propagandistica, essi siano stati capaci di scovare qualcuno che funzionasse come amplificatore degli effetti terribili della legge sugli americani innocenti. Per quanto ne so, tuttavia, non abbiamo ancora visto alcun esempio credibile – tutti i personaggi mostrati negli annunci pubblicitari dei fratelli Koch [1] o nei discorsi del Partito Repubblicano si è scoperto che erano potenziali beneficiari della Legge sulla Assistenza Sostenibile, se solo avessero avuto la voglia di guardare alle loro opzioni effettive.

Così, Cathy McMorris Rodgers è andata su Facebook per sollecitare storie d’orrore della riforma sanitaria – ed ha invece avuto una valanga di testimonianze da parte di individui che hanno ottenuto, grazie alla legge, l’assicurazione e l’assistenza fondamentale.

Perché il Partito Repubblicano non riesce a trovare storie angosciose che sa, senza alcun dubbio, che da qualche parte devono pur essere? Matthew Yglesias coglie gran parte della questione osservando che la riforma di Obama ha, di fatto, operato una redistribuzione da poche persone a molte:

“Una delle cose principali che la riforma fa è elevare le tasse in modo piuttosto spettacolare su un numero abbastanza modesto di persone con alti redditi, allo scopo di offrire sussidi alle polizze della assicurazione sanitaria ad un numero sostanzialmente più ampio di persone con bassi redditi. In effetti, questa è una delle cose principali che i repubblicani non gradiscono della riforma!”

Ma nel racconto c’è un po’ d’altro. I milionari che pagano tasse più elevate non sono le uniche persone colpite, almeno leggermente, dalla legge. Se siete una persona giovane e in buona salute (specialmente di sesso maschile), che vivete in uno Stato che non aveva, prima della riforma, sistemi di valutazione del rischio assicurativo al livello delle comunità [2], potete aver avuto polizze convenienti che sono salite di prezzo allorché la legge è entrata in funzione; se poi siete anche benestanti, non ricevete sussidi. Ecco in che modo ci sono persone colpite dalla riforma.

Il problema del partito repubblicano è che esse sono un genere sbagliato di vittime. Quello che i repubblicani vogliono sono americani che faticano a tirare avanti, vero e proprio ‘sale della terra’ [3], preferibilmente più anziani e con condizioni sanitarie che comportano costi – non individui in buona salute e ben pagati, nel pieno della giovinezza. Ma il profilo delle vittime ideali della riforma sanitaria fa il paio, quasi esattamente, con il profilo del genere di persona che la riforma di Obama è destinata ad aiutare.

E l’incapacità del Partito Repubblicano di scovare vere storie dell’orrore, a suo modo, è una dimostrazione che la legge sta funzionando come si voleva.

 

 

[1] Mecenati della destra americana, nonché petrolieri.

[2] E’ un concetto di tecnica assicurativa. In alcuni Stati americani era in uso, anche prima della riforma, una modalità di valutazione del rischio assicurativo basata sulla morbilità di intere comunità (città, ad esempio); in tal modo il rischio si ‘spalmava’ sulla popolazione e provocava dei costi assicurativi ‘medi’. Ma questa tecnica non era molto diffusa, ed era invece frequente che il rischio assicurativo venisse stimato su ristrette categorie di individui. In questo secondo caso, le persone più anziane ed esposte a malattie, o con precedenti storie di patologie sanitarie serie, venivano costrette a costi assicurativi proibitivi. All’opposto, sempre in tale caso, i giovani in buona salute potevano permettersi assicurazioni relativamente economiche, i cui costi, con la riforma, sono cresciuti.

E’ noto che la riforma ha previsto – in questi casi – sussidi pubblici; ma soltanto, come è logico, per i redditi più bassi.

[3] L’espressione ‘sale della terra’ è spesso sinonimo di ‘santi’. In effetti, nel Vangelo di Matteo, Cristo parla del ‘sale della terra’ riferendosi agli Apostoli, invitandoli ad essere ciò che dà sapore e senso alle cose, ed ammonendo che una terra senza sale si isterilisce. Nel contesto che traduciamo, il senso è forse più precisamente quello di “testimoni”.

Il rimbalzo dell’Europa (dal blog di Krugman, 25 marzo 2015)

marzo 25, 2015

 

Mar 25 8:09 am

Eurobounce

A lot of the recent data coming in show a substantial acceleration in European growth. And you know what will be coming next: claims that this (a) vindicates austerity and (b) shows that there is no reason to worry about Japanification.

Time, then, for some prophylaxis.

First, on austerity: one of the truly amazing and depressing things about the whole fiscal policy debate is the apparent inability of large numbers of supposedly sophisticated commentators to appreciate the distinction between levels and rates of change. Maybe it would help to note that the US economy grew 10.8 percent — that’s right, 10.8 percent — in 1934, but nobody would claim that the Great Depression was over? Nah, it won’t help at all.

Still, for what it’s worth: think of Keynesian economics as asserting that

GDP = multiplier*government spending + other stuff

Then if we’re looking at growth

Change in GDP = multiplier*Change in government spending + change in other stuff

Now look at euro area fiscal policy, as estimated by the IMF:

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There was a major tightening after the Greek crisis struck and Germany reverted to type, but there hasn’t been much further tightening recently. So there’s nothing especially troubling about a return to growth.

What about Japanification? There seems to be a widespread misperception that Japan spent its lost decade in a continual downward spiral, with never an uptick. Not so. There was, in fact, a return to growth in the mid-1990s that lasted until contractionary fiscal policy and a banking crisis led to recession, and another period of growth under Koizumi that, however, wasn’t enough to get Japan out of deflation:

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You really don’t want to take a short-run rise in growth as a sign that secular stagnation is no longer a worry.

Right now, I’d argue that Europe is benefiting a lot from the weaker euro, which is coinciding with a de facto, if unacknowledged, pause in austerity. But the downdrafts — shrinking working-age population, a single currency in a distinctly non-optimum currency area, and the intellectual rigidity of too many policymakers — remain.

 

Il rimbalzo dell’Europa

Una quantità di dati recentemente in arrivo mostrano una sostanziale accelerazione della crescita europea. E vi immaginate cosa arriverà di conseguenza: pretese secondo le quali tutto questo: (a) risarcisce le politiche dell’austerità e (b) mostra che non c’è alcuna ragione per preoccuparsi della somiglianza con il Giappone.

E’ tempo, dunque, di un po’ di profilassi.

Prima di tutto sull’austerità: una delle cose davvero sorprendenti e deprimenti dell’intero dibattito sulla politica della finanza pubblica è la apparente incapacità di un buon numero di commentatori che si presumono sofisticati ad apprezzare la differenza tra livelli e tassi di cambiamento. Aiuterebbe forse considerare che l’economia statunitense crebbe del 10,8 per cento – proprio così, del 10,8 per cento – nel 1934, anche se nessuno sosterrebbe che la Grande Depressione era passata? Macché, non aiuterà per nulla.

Eppure, per quello che merita, si pensi all’economia keynesiana come basata su questo concetto:

 

PIL= prodotto della spesa pubblica per il suo moltiplicatore [1] + altre cose varie.

 

Perciò, se ci stiamo riferendo alla crescita:

 

Modifiche nel PIL=prodotto delle modifiche nella spesa pubblica per il suo moltiplicatore + modifiche su altre cose varie.

 

Ora si guardi alla politica della finanza pubblica, sulla base delle stime del FMI:

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Ci fu una importante restrizione dopo lo scoppio della crisi greca e dopo che la Germania tornò alle vecchie abitudini, ma non c’è stata di recente una grande restrizione ulteriore [2]. Dunque, non c’è niente di particolarmente problematico in un ritorno alla crescita.

Cosa dire della “nipponizzazione”? Pare ci sia un fraintendimento diffuso secondo il quale il Giappone avrebbe speso il suo decennio perduto in una continua spirale verso il basso, senza mai un miglioramento. Non è così. In realtà, ci fu un ritorno alla crescita nella metà degli anni ’90 che si mantenne sinché una politica finanziaria della finanza pubblica ed una crisi bancaria portarono alla recessione, ed un altro periodo di crescita con Koizumi che, tuttavia, non fu sufficiente a portare il Giappone fuori dalla deflazione:

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Non si dovrebbe davvero considerare una crescita di breve periodo come un segno che la stagnazione secolare non è più una preoccupazione.

Direi che in questo momento l’Europa sta molto beneficiando dell’euro più debole, la qualcosa sta coincidendo con una pausa di fatto, anche se non ammessa, nell’austerità. Ma resta il fenomeno della corrente discendente – la restrizione della popolazione in età di lavoro, una moneta unica in un’area valutaria chiaramente non ottimale, nonché la rigidità intellettuale di troppi operatori politici.

 

 

[1] Per il concetto di “moltiplicatore” vedi le note sulla traduzione.

[2] Come si legge, la Tabella si riferisce all’ “equilibrio primario strutturale”. Quando gli equilibri di bilancio peggiorano – ad esempio a seguito di gravi necessità di salvataggi e di spese conseguenti, come negli anni che in tabella arrivano sino al 2009 – nella tabella si mostra un discesa in territorio negativo degli equilibri. Quando, tra il 2009 ed il 2012, si mette in atto una politica di tagli alla spesa pubblica pesante, gli equilibri di bilancio migliorano, e la curva risale. Come si nota, a partire dal 2012, gli equilibri di bilancio sono rimasti abbastanza stabili, il che significa che la politica dell’austerità almeno non è stata incrementata.

Inoltre, un equilibrio di bilancio si definisce “strutturale” – secondo la definizione che ne dà l’OCSE – perché può essere scomposto in una componente ciclica ed in una componente non ciclica; è strutturale quando viene depurato della prima componente.

Illusioni anti keynesiane (25 marzo 2015)

marzo 25, 2015

 

Anti-Keynesian Delusions

March 25, 2015 7:00 am

I forgot to congratulate Mark Thoma on his tenth blogoversary, so let me do that now. It’s hard to imagine what current economic debate would look like without the incredible job Mark does in assembling and discussing the most important new work, every day; for sure it would be vastly impoverished. Live long and prosper, Mark.

Today Mark includes a link to one of his own columns, a characteristically polite and cool-headed response to the latest salvo from David K. Levine. Brad DeLong has also weighed in, less politely.

I’d like to weigh in with a more general piece of impoliteness, and note a strong empirical regularity in this whole area. Namely, whenever someone steps up to declare that Keynesian economics is logically and empirically flawed, has been proved wrong and refuted, you know what comes next: a series of logical and empirical howlers — crude errors of reasoning, assertions of fact that can be checked and rejected in a minute or two.

Levine doesn’t disappoint. Right at the beginning of the example he claims refutes Keynesian thinking, he says,

Now suppose that the phone guy suddenly decides he doesn’t like tattoos enough to be bothered building a phone.

OK, stop right there. That’s an adverse supply shock, and no Keynesian claims that demand-side policies can cure the economy from the effects of such shocks. If you have a harvest failure, deficit spending can’t put the crops back in the fields. But that’s not what happened to the world economy in 2008, or in 1930; productive capacity was unimpaired, as was the willingness to work, so what we were looking at was something quite different — a demand shock, according to most economists, and everything we’ve seen is consistent with this view.

Actually, it’s even funnier than that: as Nick Rowe points out, Levine has in effect made phones the medium of exchange, so that he’s actually modeling something like a contractionary monetary policy!

And by the way: if you want a simple, homely example of how demand shocks can happen and cause unemployment, there is the baby-sitting coop.

So it’s the usual.

Meanwhile, on the empirical side: Anti-Keynesians like Levine are actually anti-monetarists too, although they may not realize it; their whole beef is with the idea that demand shortfalls can ever be a problem, and that pumping up demand in any way, monetary or fiscal, can ever be helpful. And they invariably live under a strange delusion: that the empirical evidence supports their position. This was never really true, and in fact the opposite has been the case for more than 30 years.

I could give you a lot of direct evidence, but let me instead just cite a guy named Chris Sims, who I think got some kind of prize for statistical work on economic fluctuations. Here’s his prize lecture, in which he describes his results:

The effects of monetary policy identified this way were quite plausible: a monetary contraction raised interest rates, reduced output and investment, reduced the money stock, and slowly decreased prices … This pattern of results turned out to be robust in a great deal of subsequent research by others that considered data from other countries and time periods and used a variety of other approaches

Here’s how I see it: by any normal set of intellectual criteria, this debate should have been over 25 years ago. The evidence that monetary shocks have real effects was and is overwhelming, and it’s very difficult to write down a model in which this is true but in which fiscal policy is never effective at least on some occasions. The spectacular success of liquidity-trap predictions these past 6 years is just icing on the cake.

To understand why anti-Keynesian delusions persist, then, we need to turn to other social sciences, and try to make sense of the sociological forces that keep these delusions alive.

 

Illusioni anti keynesiane

Avevo scordato di congratularmi con Mark Thoma per il decimo anniversario del suo blog, cosicché lo faccio adesso. È difficile immaginare cosa sarebbe l’attuale dibattito economico senza il lavoro incredibile che Mark fa, nell’assemblare e discutere i più importanti nuovi contribuiti, giorno per giorno; di sicuro sarebbe assai più povero. Lunga vita e successi, Mark.

Oggi Mark include una connessione con uno dei suoi stessi articoli, una risposta caratteristicamente garbata e razionale all’ultima scarica di David K. Levine. Anche Brad DeLong era intervenuto, meno garbatamente.

Mi piacerebbe intervenire a proposito con un pezzo più generale sulla maleducazione, e osservo in questa intera area una forte regolarità empirica. Precisamente, ogni volta che qualcuno si fa avanti per dichiarare che l’economia keynesiana è logicamente ed empiricamente viziata, che è stata dimostrata sbagliata e confutata, sapete quello che segue: una serie di logiche ed empiriche castronerie – grossolani errori di ragionamento, asserzioni di fatti che possono essere verificati e rigettati in un minuto o due.

Levine non delude. Proprio all’inizio dell’esempio che pretende confuti il pensiero keynesiano, afferma:

“Ora supponiamo che l’individuo del telefono improvvisamente decida di non gradire a sufficienza i tatuaggi, da prendersi il disturbo di fabbricare un telefono [1]

Bene, fermiamoci subito qua. Quello è uno shock derivante da un’offerta sfavorevole, e nessun keynesiano sostiene che politiche dal lato della domanda possano curare l’economia dagli effetti di shock di tale natura. Se avete un crollo in un raccolto, la spesa in deficit non può riportare sui campi le vostre coltivazioni. Ma non è quello che è successo nell’economia del mondo nel 2008, o nel 1930; la capacità produttiva era inalterata, così come la voglia di lavorare, cosicché quello a cui stavamo assistendo era una cosa abbastanza diversa – uno shock da domanda, secondo l’opinione della maggioranza degli economisti, ed ogni cosa che abbiamo visto è stata coerente con questo punto di vista.

In effetti, è persino più curioso: come Nick Rowe mette in evidenza, Levine ha in effetti fatto dei telefonini il mezzo di scambio, cosicché sta in effetto modellando qualcosa che assomiglia ad una politica monetaria restrittiva!

E, tra parentesi: se volete un semplice esempio casalingo su come possano accadere gli shock da domanda e provocare disoccupazione, c’è l’esempio della cooperativa di baby sitter [2].

Dunque, siamo alle solite.

Nel frattempo, sul lato empirico: gli anti keynesiani come Levine sono in effetti anche anti monetaristi, sebbene possono non rendersene conto; l’intera loro recriminazione è con l’idea stessa che le crisi da domanda possano essere un problema, e che immettere in qualche modo domanda, per via monetaria o della spesa pubblica, possa mai essere utile. E vivono costantemente sotto una strana illusione: che le prove empiriche siano di sostegno alla loro posizione. In effetti questo non è mai stato vero, e di fatto è accaduto l’opposto per più di trent’anni.

Potrei fornire una quantità di prove dirette, ma consentitemi invece di citare una persona che risponde al nome di Chris Sims, che mi risulta abbia ricevuto qualche riconoscimento per il lavoro statistico sulle fluttuazioni economiche [3]. Ecco la sua conferenza in occasione del Premio, nella quale descrive i suoi risultati:

“Gli effetti della politica monetaria in tal modo identificati sono abbastanza plausibili: una contrazione monetaria ha elevato i tassi di interesse, ridotto la produzione e gli investimenti, ridotto le riserve di valuta, e lentamente ridotto i prezzi … Questo schema di risultati risulta essere in gran misura coerente con ricerche successive da parte di altri, che hanno considerato dati di altri paesi e di altri periodi ed hanno usato una varietà di approcci diversi.”

Ecco come la vedo io: per ogni normale complesso di criteri intellettuali, questo dibattito sarebbe dovuto terminare 25 anni orsono. La prova che gli shock monetari hanno effetti reali era ed è schiacciante, ed è molto difficile metter giù un modello nel quale questa verità sia riconosciuta, ma nel quale la politica della finanza pubblica non sia mai efficace, neppure in qualche occasione. Il successo spettacolare delle previsioni sulla base della trappola di liquidità nei sei anni passati è soltanto una ciliegina sulla torta.

Per comprendere la ragione per la quale le illusioni degli anti keynesiani persistono, dunque, abbiamo bisogno di rivolgerci ad altre scienze sociali, e cercare di dare un significato alle forze che tengono in vita tali illusioni, da un punto di vista sociologico.

 

 

[1] Nell’articolo di Levine compare questo ragionamento: si suppone che ci siano alcuni individui che producono o fanno cose diverse: telefonini, tatuaggi, taglio dei capelli etc. Tali individui si scambiano i loro prodotti o il loro lavoro, l’uno con l’altro. Tutto è perfetto, sostiene Levine, finché ognuno è contento di quello che fa. Ma il cerchio si rompe allorché uno di loro decide di non gradire più lo scambio con quello che offre l’altro.

L’articolo ha per titolo “L’illusione keynesiana”, e compare nel mese di marzo sul blog di Levine.

[2] La connessione è con un vecchio articolo di Krugman (anno 1998, rivista “Slate”), nel quale appunto si spiegava il processo di una crisi da domanda sulla base di un aneddoto, o meglio di un fatto realmente accaduto ad una informale cooperativa new yorkese.

[3] Ovviamente, espressione scherzosa. Sims è stato insignito del Premio Nobel per l’economia nell’anno 2011.

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Progressisti, conservatori e posti di lavoro (dal blog di Krugman, 24 marzo 2015)

marzo 24, 2015

 

Mar 24 11:36 am

Liberals, Conservatives, and Jobs

Just about everything I write evokes vituperative reactions from the usual suspects, but never so much as when I point out awkward facts. So there was a lot of mud-slinging when I pointed out last summer that California’s economy — which conservatives said was doomed by tax increases and generally liberal policies — was in fact experiencing an impressive recovery.

Well, the story continues:

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To be fair, California has a larger labor force than Texas, so its rate of job growth is still somewhat lower. Still, this wasn’t supposed to happen.

Why does this sort of thing bother conservatives so much? Well, it’s an essential part of their belief structure that they have a secret sauce that lets them deliver job growth that liberals can’t. As Rand Paul declared,

When is the last time in our country we created millions of jobs? It was under Ronald Reagan …

Actually:

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If creating “millions” of jobs means adding 2 million or more in a given year, then we did that in three of Jimmy Carter’s four years in office, and 13 times since Reagan left the White House — 8 times under Bill Clinton, twice under George W. Bush, and three times so far under Barack Obama. Actually, the only times we haven’t added millions of jobs under Democrats have been in the aftermath of severe shocks — the oil shock of 1979 and the financial crisis of 2008.

Am I claiming that Democratic presidents were responsible for all this job creation? No, not at all, nor do I need to. The point, instead, is that their policies didn’t prevent a lot of employment growth. That is, what you learn from both national experience and the California story is that you can raise taxes on the rich and expand access to health care without killing the economy.

Republicans, by contrast, need to claim that Reaganomics produced all the job growth of the 80s, just as they used to claim that Bush’s “ownership society” was responsible for any and all good news in the 2000s. That’s why they’re desperately trying to claim that the economic recovery now underway is an illusion.

They can’t handle the truth.

 

Progressisti, conservatori e posti di lavoro

Più o meno tutto quello che scrivo provoca da parte dei soliti noti reazioni al vetriolo, ma mai tante come quando metto in evidenza dati di fatto imbarazzanti. Così ci fu molto lancio di fango quando, la scorsa estate, sottolineai che l’economia della California – che i conservatori dicevano era condannata dalle politiche degli incrementi fiscali e in generale progressiste – stava di fatto conoscendo una impressionante ripresa.

Ebbene, quella storia prosegue:

z 581

 

 

 

 

 

 

 

 

Ad esser giusti, la California ha una forza di lavoro più ampia del Texas, cosicché il suo tasso di crescita dei posti di lavoro è ancora un po’ più basso. Eppure, non si pensava che accadesse.

Perché cose di questo genere infastidiscono così tanto i conservatori? Ebbene, una componente essenziale della struttura delle loro convinzioni è quella di avere una ricetta segreta che consente loro di promuovere una crescita di posti di lavoro, impossibile per i progressisti. Come dichiarò Rand Paul,

“Quando fu l’ultima volta che nel nostro paese creammo milioni di posti di lavoro? Fu con Ronald Reagan …”

In effetti [1]:

z 582

 

 

 

 

 

 

 

 

Se creare “milioni” di posti di lavoro significa aggiungerne due milioni o più in un determinato anno, allora è quello che avemmo in tre dei quattro anni della Presidenza di Jimmy Carter, e tredici volte da quando Reagan lasciò la Casa Bianca, – 8 volte con Bill Clinton, il doppio che con la presidenza di George W. Bush, e sino ad adesso tre volte con Obama. In effetti, le sole volte che, con i governi dei democratici, non abbiamo aggiunto milioni di posti di lavoro è stato a seguito di gravi shock – lo shock del petrolio del 1979 e la crisi finanziaria del 2008.

Sto sostenendo che i Presidenti democratici ebbero il merito della creazione di tutti questi posti di lavoro? No, niente affatto, e neppure ne ho bisogno. Il punto, tuttavia, è che le loro politiche non impediscono una notevole crescita dell’occupazione. Vale a dire, quello che si impara sia dalla esperienza nazionale che dalla storia della California è che si possono aumentare le tasse su ricchi ed ampliare l’accesso alla assistenza sanitaria senza ammazzare l’economia.

I repubblicani, per contrasto, hanno bisogno di sostenere che la politica economica di Reagan produsse tutta la crescita dei posti di lavoro degli anni ’80, proprio come erano abituati a sostenere che la “società dei proprietari” di Bush aveva il merito di ogni notizia positiva degli anni 2000. Questa è la ragione per la quale stanno disperatamente cercando di sostenere che la ripresa economica oggi in essere è una illusione.

Maneggiare la verità, per loro, è una cosa impossibile.

 

 

[1] Per una spiegazione di questa tabella in relazione ai periodi delle varie presidenze, vedi la nota alla stessa tabella nel post del 21 marzo “I boom dei democratici”. Ma questa tabella comprende anche il periodo di Carter, della fine degli anni ’70.

Eccentrici, ciarlatani e impianti di condizionamento dell’aria (23 marzo 2015)

marzo 23, 2015

 

Mar 23 7:53 pm

Charlatans, Cranks, and Cooling

Branko Milanovic notes Lee Kwan Yew’s explanation of the success of Singapore and other Asian economies; partly Confucian culture, partly air conditioning. If you’ve ever tried to walk around Singapore, you know whereof he speaks.

The same factor plays a major role in explaining differential US regional growth, and thereby hangs a tale.

The rise of the US sunbelt can be understood largely as a response to the emergence of widespread air conditioning, which made places that are warm in the winter attractive despite humid, muggy summers. It’s a gradual, long-drawn-out response, because location decisions have a lot of inertia; few people would choose de novo to live in the old industrial towns of upstate New York, but the existing housing stock and the fact that people have family and social networks prevent quick abandonment. So to this day temperature is a good predictor of state population growth. I’ve taken the NOAA data and divided states into three groups by average temperature: Group I is colder than Rhode Island, Group III warmer than California:

z 580

 

 

 

 

 

 

 

Who’s in Group III? The full list:

Oklahoma
Arizona
Arkansas
South Carolina
Alabama
Mississippi
Georgia
Texas
Louisiana
Florida

These are places where summer would be really oppressive without air conditioning. (Actually, I find it oppressive with — in Texas, in particular, indoor spaces are freezing. But that’s another story.)

Now, these states have several things in common besides high temperatures. They’re all very conservative. And all of them that were states before the Civil War were slave states. These commonalities are, of course, all interrelated. Hot states had slaves because they were suitable for planation agriculture; and today’s red states are, pretty much, the slave states of 150 years ago.

Now, all of this raises some interesting problems for the assessment of economic policy. Because they’re politically conservative, hot states tend to have low minimum wages and low taxes on rich people. And someone who is careless, cynical, or both, could easily take the faster growth of these states as evidence that conservative economic policies work. That is, charlatans and cranks can, all too easily, end up claiming credit for economic and demographic trends that are actually the result of air conditioning.

 

Eccentrici, ciarlatani e impianti di condizionamento dell’aria

Branko Milanovic prende nota della spiegazione del successo di Singapore e di altre economie asiatiche avanzata da Lee Kwan Yew [1]; in parte per la cultura confuciana, in parte per gli impianti di condizionamento dell’aria. Se avete mai provato ad andare in giro per Singapore, sapete di cosa parla.

Lo stesso fattore gioca un ruolo importante nello spiegare le differenze della crescita regionale negli Stati Uniti, e dunque c’è dell’altro.

La crescita del “Sunbelt” negli Stati Uniti [2] può essere in gran parte compresa come una risposta alla diffusione degli impianti di condizionamento, che rende attraenti le località che sono calde in inverno, nonostante estati umide e afose. Si tratta di una risposta graduale, che si protrae nel tempo, perché le decisioni su dove risiedere sono caratterizzate da molta inerzia; in pochi sceglierebbero d’un tratto di andare a vivere nelle vecchie cittadine industriali a nord dello Stato di New York, ma le riserve esistenti di alloggi e il fatto che le persone hanno famiglia e reti sociali, impediscono abbandoni rapidi. Dunque, di questi tempi la temperatura è un buon criterio di previsione della crescita della popolazione di uno Stato. Ho preso i dati del NOAA [3] e ho diviso gli Stati in tre gruppi a seconda delle temperature medie: il Gruppo I sono gli Stati più freddi del Rhode Island, il Gruppo III sono quelli più caldi della California:

z 580

 

 

 

 

 

 

 

 

Chi è nel Gruppo III? La lista completa:

Oklahoma
Arizona
Arkansas
South Carolina
Alabama
Mississippi
Georgia
Texas
Louisiana
Florida

Si tratta di località che d’estate, senza aria condizionata, sarebbero davvero opprimenti (per la verità – nel Texas in particolare – io trovo opprimenti gli spazi interni glaciali. Ma questa è un’altra storia).

Ora, quegli Stati hanno molto in comune, oltre alle alte temperature. Sono tutti molto conservatori. Ed erano tutti Stati schiavistici, prima della Guerra Civile. Naturalmente, queste caratteristiche comuni sono collegate tra loro. Gli Stati caldi avevano gli schiavi perché erano idonei alla agricoltura delle piantagioni; e gli stati repubblicani odierni sono, grosso modo, gli Stati schiavistici di 150 anni fa.

Ora, tutto questo solleva alcuni problemi interessanti per il giudizio sulla politica economica. Dato che sono politicamente conservatori, gli Stati caldi tendono ad avere bassi minimi salariali e basse tasse sulla popolazione ricca. E qualcuno che fosse poco scrupoloso, o cinico, o entrambe le cose, potrebbe facilmente prendere la più rapida crescita di questi Stati come la prova che le politiche economiche conservatrici funzionano. Vale a dire che gli stravaganti ed i ciarlatani possono, fin troppo facilmente, finire col rivendicare un credito per tendenze economiche e demografiche che, in effetti, dipendono dagli impianti di condizionamento dell’aria.

 

[1] Lee Kwan Yew è stato un politico singaporiano, fondatore della moderna città Stato. Nel rispondere ad una intervista ha sostenuto che ciò che ha reso possibile il successo di Singapore, oltre alla tolleranza multiculturale, è stata l’aria condizionata. “ …. L’aria condizionata fu una invenzione importante per noi, forse una delle invenzioni discriminanti nella storia. Cambiò la natura della civilizzazione rendendo lo sviluppo possibile ai Tropici. Senza aria condizionata si poteva lavorare solo nelle ore fresche del mattino o al tramonto. La prima cosa che feci quando divenni Primo Ministro fu l’installazione dell’aria condizionata nei palazzi dove lavoravano i dipendenti pubblici. Fu la chiave delle efficienza del sistema pubblico.”

z 579

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Il Sunbelt è una regione degli Stati Uniti d’America che si estende dalla costa atlantica alla costa pacifica raggruppando gli Stati meridionali del paese. il confine settentrionale della regione è il 37º parallelo di latitudine nord.

[3] Nome in codice di una agenzia: National Oceanic and Atmospheric Adiministration, dipendente dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti.

La solitudine dei conservatori non-folli (23 marzo 2015)

marzo 23, 2015

 

Mar 23 8:26 am

The Loneliness of the Not-Crazy Conservative

A few minutes before class, and I’m thinking about the plight of not-crazy conservatives. I have macroeconomics in mind at the moment, but it’s not a unique issue.

If you think about policy in general, it involves two kinds of decisions: values and models, or what you want and what you believe. There aren’t totally independent, but people should be able to make a distinction. And in that space there is room for legitimate argument. You can, for example, want a strong welfare state that does a lot of redistribution, or not; meanwhile, there is a range of defensible views about, say, the effectiveness of monetary policy or the incentive effects of taxes.

But not all views about how the world works are defensible. And here’s the thing: in modern US politics, trying to side with people who want a smaller welfare state means siding with people who insist on believing things that aren’t true. Think of it as a matrix:

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There have been people on the left who make claims about how the economy works that are radically at odds with the evidence — but it’s hard to find such people in America these days, and they certainly have no influence on the Democratic Party. On the other side, there are “reformicons” who try to more or less talk sense about the economy (more or less because market monetarism has big problems); but they are a tiny group of intellectuals with little influence on a Republican Party that gets its economics from Art Laffer and Ayn Rand.

The reformicons like to imagine that one day they’ll win over the party that reflects their values, and in the long run maybe that will happen. But for now, and my guess is for decades to come, they have no political home — unless they wake up and realize that they aren’t actually Republicans in the modern sense.

 

La solitudine dei conservatori non-folli

Pochi minuti prima della lezione, e sto pensando alla situazione difficile dei conservatori, quando non sono folli. In questo momento mi riferisco alla macroeconomia, ma non è l’unico tema.

Se si pensa in generale alla politica, quel pensiero riguarda due tipi di scelte: i valori e i modelli, ovvero quello che volete e in cui credete. Non sono del tutto indipendenti, ma le persone dovrebbero essere capaci di fare una distinzione. E in quell’ambito c’è spazio per un ragionamento valido. Ad esempio, potete volere uno stato assistenziale che operi molta redistribuzione, oppure no; nel contempo c’è una gamma di punti di vista difendibili, ad esempio, sulla efficacia della politica monetaria o degli effetti di incentivazione delle tasse.

Ma non tutti i punti di vista su come il mondo funziona, sono difendibili. E qua è il punto: negli Stati Uniti odierni, cercare di schierarsi con persone che vogliono uno stato assistenziale più ridotto significa schierarsi con persone che insistono a credere in cose che non sono vere. Ci si rifletta come in una matrice:

Stato assistenziale forte Stato assistenziale debole
Macroeconomia pragmatica Partito Democratico Conservatori riformisti
Macroeconomia fantasiosa Populisti macroeconomici Partito Repubblicano

 

Ci sono state persone a sinistra che hanno sostenuto posizioni su come l’economia funziona che erano agli antipodi dei fatti – ma di questi tempi è difficile trovare in America persone del genere, ed esse non hanno sicuramente alcuna influenza sul Partito democratico. D’altra parte, ci sono “conservatori riformisti” che cercano di parlare più o meno sensatamente di economia (più o meno perché il monetarismo di mercato (1)  ha seri problemi); ma sono un minuscolo gruppo di intellettuali con poca influenza sul Partito repubblicano, che derivano la propria economia da Art Laffer ed Ayn Rand.

Ai conservatori riformisti piace immaginare che un giorno prevarranno nel partito che riflette i loro valori, e nel lungo periodo forse accadrà. Ma per adesso, e la mia impressione è per molti decenni a venire, essi non hanno una casa in cui stare – a meno che non si sveglino e non comprendano che non sono effettivamente repubblicani, nel senso moderno del termine.

(1) E’ complesso far coincidere il “monetarismo di mercato” degli economisti ai quali Krugman qua si riferisce, con quella che negli anni molto recenti (dal 2011) si è preso a definire effettivamente come la scuola dei “monetaristi di mercato”.  Quest’ultima viene definita come un movimento abbastanza ristretto di economisti  – Scott Sumner viene considerato il più rappresentativo – che ritiene si dovrebbero sostituire, quali fattori di indirizzo delle banche centrali, gli obbiettivi dei “livelli di reddito nominali” a quelli della inflazione e della disoccupazione. Ma non sarei certo che questo sia di per sé l’elemento caratterizzante della presenza ‘politica’ di questo orientamento tra i cosiddetti ‘conservatori riformisti’. Probabilmente, più in generale, l’elemento caratterizzante è quello che si riferisce ad una accettazione dell’eredità monetarista di Milton Friedman, inteso come una rilevanza decisiva nella politica economica dei fattori monetari, che però si coniuga con un rigetto del keynesismo. Krugman, in effetti, ha più volte notato negli ultimi anni come il pensiero di Friedman, che di solito è assunto come ispiratore di posizioni conservatrici, in realtà conteneva assunti che a fatica si potrebbero connettere con l’ideologia economica attualmente prevalente tra i repubblicani americani.

Boom democratici (dal blog di Krugman, 21 marzo 2015)

marzo 21, 2015

 

Mar 21 3:41 pm

Democratic Booms

Everyone in the Republican Party knows that Reagan presided over an economy that has never been equalled, before or since. When I was on TV with Rand Paul, he confidently declared

When is the last time in our country we created millions of jobs? It was under Ronald Reagan …

Of course, it’s not true:

z 577

 

 

 

 

 

 

 

 

There was an even bigger job boom under Clinton than under Reagan, and Obama has now presided over three years of fairly rapid job growth, with the most recent year the fastest since the 90s.

But does this say anything about the presidents in question? Both the Reagan expansion and the Clinton expansion had much more to do with Federal Reserve policy than anything coming from the White House, and Obama’s macroeconomic policy has been hamstrung by GOP opposition almost from the beginning. There are presidents, and sometimes there are job booms when they are president, but the booms aren’t their doing.

But it is nonetheless the case that those Democratic booms vindicate liberal beliefs, while the Reagan boom does not, in any way, validate conservative ideology? Why? Because conservatives insisted that the Clinton and Obama booms were impossible.

I’m old enough to remember the cries of doom when Clinton pushed through an increase in top tax rates. If you were reading the WSJ editorial page, or Forbes, or listening to Newt Gingrich, you knew that it was time to sell all your stocks and wait for the depression.

And Obama, of course, was bringing on hyperinflationary collapse with his health reform and tax hikes at the top.

Needless to say, none of it happened; what the Democratic booms show is that you can strengthen the safety net and raise taxes on the wealthy without causing economic disaster.

But didn’t liberals make similar predictions of Reaganite disaster? Actually, no. As I’ve pointed out in the past, what happened under Reagan — tight money brought on a severe recession, but the economy recovered once money was loosened again, and the intervening period of slack brought inflation down — was exactly what the textbooks predicted.

If politics made any sense, Democrats would be celebrating Clinton in the way Republicans celebrate the blessed Ronald, and they’d be hailing Obama as Saint Bill’s second coming. Meanwhile Republicans would be fairly diffident about a pretty good job but not all that exceptional expansion that was mainly Paul Volcker’s doing, and was a long time ago.

 

Boom democratici

Tutti nel Partito Repubblicano sanno che il Presidente Reagan governò un’economia che non ebbe eguali, prima e dopo. Quando andai in televisione con Rand Paul, egli dichiarò con sicurezza:

“Quando fu l’ultima volta che creammo milioni di posti di lavoro nel nostro paese? Fu con Ronald Reagan ….”

Naturalmente, non è vero [1]:

z 577

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci fu un boom dei posti di lavoro persino più grande con Clinton che con Reagan, e adesso Obama ha governato nel corso di tre anni di crescita abbastanza rapida di posti di lavoro, con l’anno più recente che è stato il più veloce dagli anni ’90.

Ma questo ci dice tutto sui Presidenti in questione?

Sia l’espansione con Reagan che quella con Clinton ebbero molto più a che fare con la politica della Federal Reserve che con qualcosa proveniente dalla Casa Bianca, e la politica macroeconomica di Obama è stata azzoppata sin dall’inizio dalla opposizione del Partito Repubblicano. Ci sono Presidenti, e talvolta ci sono espansioni dei posti di lavoro nel periodi dei loro incarichi, ma tali espansioni non sono il loro prodotto.

Ciononostante si dà il caso che quelle espansioni dei democratici giustifichino i convincimenti dei progressisti, mentre il boom di Reagan non avvalora, in alcun modo, l’ideologia conservatrice. Perché? Perché i conservatori affermarono ripetutamente che i boom di Clinton e di Obama erano impossibili.

Sono anziano abbastanza per ricordare le grida di disperazione quando Clinton fece approvare un aumento delle tasse per i più ricchi. Se leggevate le pagine editoriali del Wall Street Journal, o di Forbes, o davate retta a Newt Gingrich, sapevate che era il tempo di vendere tutte le vostre azioni e di aspettarvi la depressione.

E Obama, ovviamente, con la sua riforma sanitaria e i suoi incrementi fiscali per i più ricchi, stava provocando un collasso iperinflazionistico.

Non c’è bisogno di dire che non è accaduto niente del genere; quello che i boom democratici dimostrano è che si possono rafforzare i programmi della sicurezza sociale ed aumentare le tasse sui ricchi senza provocare disastri nell’economia.

Ma i progressisti non avanzarono previsioni analoghe di un disastro reaganiano? Per la verità, no. Come ho messo in evidenza in passato, quello che accadde con Reagan – una restrizione monetaria provocata da una grave recessione, ma l’economia si riprese una volta che la politica monetaria venne di nuovo allentata, e il periodo intermedio di fiacca crescita portò in basso l’inflazione – era esattamente quanto prevedevano i libri di testo.

Se la politica avesse un qualche senso, i democratici dovrebbero celebrare Clinton nel modo in cui i repubblicani celebrano San Ronald, e adesso saluterebbero Obama come una reincarnazione di San Bill. Nel frattempo, i repubblicani dovrebbero essere abbastanza cauti per una espansione dei posti di lavoro discreta, ma niente affatto eccezionale, che fu principalmente opera di Paul Volcker, ed avvenne tanto tempo fa.

 

 

[1] Reagan fu Presidente dal 1981 al 1989. In cifre assolute fu più rilevante l’incremento occupazionale negli anni di Clinton (1993-2001)- una tendenza più prolungata – ed anche il recupero con Obama è stato più significativo, partendo dai livelli molto bassi della crisi che coincisa con l’ultimo anno di Bush. Gli anni di Bush figlio (2001-2008), invece, furono i più mediocri.

Perchè il dibattito economico inglese è così scadente? (20 marzo 2015)

marzo 20, 2015

 

Mar 20 12:10 pm

Why Is British Economic Discourse So Bad?

Still at SXSW, which accounts for lack of blog posts — I mean, seize the day and all that. Not much action this morning, except a discussion with Snoop Dogg, which I’m not going to; but whenever I think about Mr. Dogg, I think about Alan Simpson. Which brings me to the subject of this post.

BowlesSimpsonism — obsession with the deficit as the key economic problem, despite incredibly low borrowing costs by historical standards (and the inability of the Eek! Greece! crowd to come up with any plausible story about how a Greek-style crisis can happen to a country with debts in its own currency) — has been fading fast from the U.S. political scene. I wouldn’t go so far as to say that we have a rational macroeconomic discourse, with charlatans and cranks completely dominating half the political spectrum, but our Very Serious People have moved on, and may even feel a bit chastened.

As Simon Wren-Lewis has been documenting, however, British discourse seems stuck where ours was in 2011. Britain’s VSPs, very much including the news media, take it as axiomatic that the deficit is the dominant issue; terrible growth over the past 5 years (only slightly redeemed by an acceleration at the end of the period) and low productivity don’t seem to rate at all.

Yet objectively the deficit should have faded even more as an issue in Britain than it has in the US. Here are IMF estimates of the two countries’ structural (i.e., full employment) budget balances:

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International Monetary Fund

You can see a couple of things here. One is that the acceleration of British growth, far from vindicating austerity, came just when there was a pause in austerity, a slowdown in the pace of tightening. As I’ve said in the past, if you have been repeatedly hitting yourself in the head with a baseball bat, you’ll feel much better when you stop; this doesn’t mean that hitting yourself in the head was a good idea.

The other thing you can see is that Britain has even less reason than the US to worry about deficits right now. So why the difference in VSP beliefs?

I’m actually not sure. One possibility is that the very harshness of US partisanship makes the ulterior motives of austerians harder to ignore. Another is that greater involvement of US academics in public debate has given the broadly Keynesian consensus of the profession — and yes, it is a consensus — greater traction.

Anyway, the sad result is that Britain is going into an election with bad, foolish economics not simply getting a hearing, but being presented by the news media as obvious, unchallengeable truth.

 

Perchè il dibattito economico inglese è così scadente?

Ancora al SXSW [1], il che spiega il difetto di post sul blog – voglio dire, non mi perdo le occasioni, e tutto il resto. Stamani non c’è molto da fare, a parte una dibattito con Snoop Dogg, al quale non ho intenzione di andare; ma ogni volta che penso al signor Dogg, penso ad Alan Simpson [2]. La qualcosa mi porta al tema di questo post.

Il “Bowles Simpsonismo” – l’ossessione per i deficit come problema economico cruciale, nonostante i costi dell’indebitamento, nelle serie storiche incredibilmente bassi (e l’impossibilità per la gente terrorizzata dalla Grecia di venirsene fuori con una spiegazione plausibile su come una crisi di tipo greco possa avvenire in un paese indebitato con la propria valuta) – è svanita rapidamente nello scenario politico statunitense. Non arriverei a sostenere che abbiamo un dibattito macroeconomico razionale, con gli stravaganti ed i ciarlatani che dominano completamente la metà dello spettro della politica, ma le nostre Persone Molto Serie sono passate oltre, e forse provano anche qualche pentimento.

Tuttavia, come Simon Wren-Lewis sta documentando, il dibattito inglese sembra bloccato al punto in cui era il nostro nel 2011. Le persone Molto Serie del Regno Unito, in gran parte inclusi i media dell’informazione, considerano assiomatico che il deficit sia il tema dominante; una crescita terribile nel corso degli ultimi 5 anni (solo leggermente riscattata da una accelerazione alla fine del periodo) e una bassa produttività non sembra meritino alcuna considerazione.

Tuttavia, il deficit, come problema, dovrebbe essere scomparso in Inghilterra ancora di più che negli Stati Uniti. Questa è la stima del FMI dei due equilibri strutturali di bilancio (ovvero, in condizioni di piena occupazione) [3]:

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Fondo Monetario Internazionale

Potete notare qua un paio di cose. Una è che l’accelerazione della crescita inglese, lungi dall’essere un risarcimento per l’austerità, è intervenuta quando c’è stata una pausa nell’austerità, un rallentamento nel ritmo della restrizione. Come ho detto in passato, se vi siete picchiati ripetutamente in testa con una mazza da baseball, allorché vi fermate vi sentite molto meglio; il che non significa che picchiarvi in testa sia stata una buona idea.

L’altra cosa che si può notare è che l’Inghilterra ha anche meno ragione degli Stati Uniti per preoccuparsi in questo momento dei deficit. Perché, dunque, la differenza nei convincimenti delle Persone Molto Serie?

Per la verità, non ne sono certo. Una possibilità è che la asprezza della faziosità negli Stati Uniti renda più difficile trascurare i secondi fini dei patiti della austerità [4]. Un’altra è che il maggiore coinvolgimento nel dibattito pubblico degli accademici statunitensi ha fornito una maggiore spinta alla quasi unanimità della disciplina verso il keynesismo – è così, si tratta proprio di unanimità [5].

In ogni modo, il triste risultato è che l’Inghilterra sta andando verso elezioni con opinioni negative e sciocche sull’economia che non solo ottengono udienza, ma vengono anche presentate dai media alla stregua di una verità ovvia e inconfutabile.

 

 

[1] Se ho capito si tratta di un Festival annuale, musica e cinema, e sta per “South by Southwest”. Si svolge ad Austin, Texas, e talora ha in programma anche iniziative sui temi dell’istruzione, dell’ambiente e delle innovazioni produttive. Si consideri che Krugman è appassionato di musica.

[2] Il primo è un musicista, attore e produttore discografico. Il secondo è un uomo politico repubblicano americano, famoso soprattutto per aver copresieduto (assieme a Bowles, democratico) una commissione sul deficit nei primi anni della Presidenza Obama. Il nesso tra i due, Snoop Dogg e Simpson, non saprei dire quale sia.

[3] Ovvero, come si nota sul diagramma, gli equilibri di bilancio sono strutturali in quanto sono calcolati in rapporto al PIL potenziale, o alla occupazione che si avrebbe in condizioni di piena potenzialità dell’economia.

[4] “Austerian” è da tempo un altro neologismo di Krugman. Sono i filoausteri, da non confondersi con gli “austrians”, che sono gli economisti di scuola austriaca (vedi note sulla traduzione).

[5] La connessione è interessante. Si tratta di un sondaggio tra gli economisti svolto dallo IGM Forum di Chicago. Ad esempio, alla domanda se le misure di sostegno all’economia varate da Obama nel 2009 abbiano migliorato – alla fine del 2010 – il livello di disoccupazione che si sarebbe avuto senza di esse, la risposta degli intervistati è stata la seguente: il 53% si è detto molto d’accordo, il 44% d’accordo e solo il 3% in disaccordo.

Recessioni moderne e post moderne (dal blog di Krugman, 18 marzo 2015)

marzo 18, 2015

 

Mar 18 3:13 pm

Modern and Postmodern Recessions

As I mentioned yesterday, Romer and Romer have a new paper questioning the claim that recoveries are always slow after financial crises — and certainly slow recovery isn’t inevitable.

But I do think it’s important to realize that this dispute doesn’t invalidate a related point, namely, that the kind of recovery you can expect from a recession depends on the sources of that recession. Way back — before Lehman fell! — I argued that there was a distinction between modern and postmodern recessions. Pre-Great Moderation, recessions were brought on by the Fed, which raised rates to reduce inflation, then loosened the reins, producing a V-shaped recovery. Post-Great Moderation, with inflation low and stable, booms were allowed to run their course, so that recessions came from private-sector overreach — and the Fed had a much harder time engineering recovery. This was especially true after 2007, when we hit the zero sort-of lower bound.

You can see the difference clearly in a simple chart of interest rates and core inflation:

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The recessions of 69-70, 73-5, and 81-82 were responses to inflation and the high rates the Fed imposed to fight it; the economy bounced back when the Fed was done. The recessions of 90-91, 2001, and 2007-9 were completely different.

And every time you hear someone claim that Obama failed because he didn’t have a Reaganesque business cycle, consider the comparison of monetary policy:

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The Reagan recession involved a housing slump caused by the Fed, with a lot of pent-up demand that surged once the Fed had cut rates by 1000, that’s right, 1000 basis points. The Great Recession involved a housing slump that followed the mother of all bubbles, with a resulting overhang of both houses and debt — and interest rates could only fall a limited distance before hitting zero.

This doesn’t mean that a sustained slump was inevitable; we could have had a strong, sustained fiscal response. But that was prevented by the same people who now blame Obama for the delayed recovery.

 

Recessioni moderne e post moderne

Come ho riferito ieri, Romer e Romer hanno un nuovo studio che mette in dubbio la tesi secondo la quale le riprese sono sempre lente dopo le crisi finanziarie – e certamente la ripresa lenta non è inevitabile.

Ma io penso che sia davvero importante comprendere che questa disputa non invalida un aspetto connesso, vale a dire che il genere di ripresa che ci si può aspettare da una recessione dipende dalle origini di quella recessione. Nel passato – prima della caduta di Lehman! – sostenni che c’era un distinzione tra le recessioni moderne e postmoderne. Prima della Grande Moderazione [1], le recessioni venivano provocate dalla Fed, che elevava i tassi per ridurre l’inflazione, dopodiché allentava la presa, provocando una ripresa a forma di V. Dopo la Grande Moderazione, con l’inflazione bassa e stabile, alle espansioni venne consentito di avere il loro andamento, cosicché le recessioni derivarono da eccessi nel settore privato – e la Fed ebbe difficoltà molto maggiori a rendere possibile la ripresa. Questo fu particolarmente vero dopo il 2007, quando toccammo il limite più o meno inferiore allo zero (nei tassi di interesse).

Si può osservare la differenza in un semplice diagramma sui tassi di interesse e sulla inflazione sostanziale:

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Le recessioni del 69-70, del 73-75 e dell’81-82 furono risposte all’inflazione e agli alti tassi che la Fed impose per combatterla; una volta che la Fed terminò il suo lavoro, l’economia rimbalzò. Le recessioni del 90-91, del 2001 e del 2007-2009 furono completamente diverse.

E tutte le volte che sentite qualcuno che sostiene che Obama ha fallito in quanto non ha avuto un ciclo economico paragonabile a quello reaganiano, considerate il confronto delle politiche monetarie:

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La recessione di Reagan riguardò una crisi immobiliare provocata dalla Fed, con una gran quantità di domanda repressa che risalì una volta che la Fed ebbe tagliato 1000 , proprio così, 1000 punti base [2]. La Grande Recessione riguardò una crisi immobiliare che fece seguito alla madre di tutte le bolle, con una conseguente eccedenza sia di alloggi che di debito – ed i tassi di interesse poterono scendere di un tratto limitato, prima di raggiungere lo zero.

Questo non significa che una crisi perdurante fosse inevitabile; avremmo potuto avere una forte e prolungata risposta in termini di spesa pubblica. Ma questo fu impedito dalle stesse persone che oggi danno la responsabilità ad Obama per il ritardo nella ripresa.

 

 

[1] Ovvero l’epoca di relativa stabilità dei cicli economici che succedette ai primi anni ’80, e che durò grosso modo dal 1985 al 2005, come si può leggere in questo diagramma relativo alla crescita del PIL reale negli Stati Uniti (da Wikipedia):

z 573

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Un ‘punto base’ è una comune unità di misura per i tassi di interesse (e per altre percentuali finanziarie). Un punto base è eguale ad un centesimo di un 1%, ovvero ad uno 0,01% ed è usato per indicare il mutamento percentuale di uno strumento finanziario. La relazione tra mutamenti in percentuale e punti base può essere sintetizzata dallo schema seguente:

z 574

 

 

 

 

 

 

 

Di conseguenza, i 1000 punti base del taglio della Fed a cui si riferisce il post equivalgono ad una riduzione del 10% dei tassi di interesse.

Origini della lenta ripresa (17 marzo 2015)

marzo 17, 2015

 

Mar 17 2:11 pm

Sources of Slow Recovery

The other R&R — Christina and David Romer — have an interesting new paper questioning the other Reinhart-Rogoff result, the claim that financial crises consistently lead to deep, sustained slumps. I’m not ready to referee this one, at least not yet. Romer and Romer clearly have done an impressively systematic job of identifying financial distress in an objective way; but I wonder, very tentatively, if they’re looking at the wrong variable. My sense is that the aftermath of credit and housing bubbles is consistently remarkably bad – Alan Taylor and colleagues have been documenting this proposition — and that may not be well captured by reports of credit-market distress.

Still, Romer-Romer have some interesting thoughts about why recovery from the 2008 crisis was so slow. They suggest that hitting the zero lower bound may have been crucial. That’s actually why I was predicting a sluggish recovery well in advance, and in fact well before the Reinhart-Rogoff aftermath paper came out. And then there is the unprecedented fiscal austerity.

However this dispute eventually pans out, one thing should be clear: whether or not sluggish recovery from financial crisis is the norm, this particular episode didn’t have to happen. Better policy could have produced a much faster, stronger return to full employment.

 

Origini della lenta ripresa

Gli altri R&R [1] – Christina e David Romer – pubblicano una nuovo interessante studio che solleva quesiti sull’altro risultato di Reinhart-Rogoff, la tesi secondo la quale le crisi finanziarie portano regolarmente a recessioni profonde e prolungate. Non sono pronto a discutere di quest’ultimo, almeno non ancora. Romer e Romer hanno chiaramente condotto un impressionante sistematico lavoro di identificazione del disordine finanziario in termini oggettivi; ma mi chiedo, con qualche esitazione, se non abbiano considerato la variabile sbagliata. La mia sensazione è che i postumi delle bolle creditizie e immobiliari siano di solito considerevolmente negativi – concetto, questo, che è stato documentato da Alan Taylor e dai suoi colleghi – e che essi possano non essere stati compresi dai resoconti sulle difficoltà del mercato del credito.

Tuttavia, Romer-Romer avanzano alcuni pensieri interessanti sulle ragioni per le quali la ripresa dalla crisi del 2008 sia stata così lenta. Essi suggeriscono che toccare il limite inferiore dello zero (dei tassi di interesse) può aver avuto effetti cruciali. Quella è in effetti la ragione per la quale avevo previsto ben in anticipo una ripresa fiacca, di fatto ben prima che venisse fuori lo studio di Reinhart-Rogoff sulle conseguenze. Senza considerare che in seguito c’è stata l’austerità senza precedenti nei conti pubblici.

In qualunque modo alla fine questa disputa si risolva, una cosa dovrebbe essere chiara: che una lenta ripresa dalla crisi finanziaria sia o no la norma, questo episodio particolare non avrebbe dovuto accadere. Una migliore politica avrebbe potuto produrre un ritorno alla piena occupazione molto più veloce e più forte.

 

[1] Perché si abbrevia in R&R anche la coppia di economisti Reinhart-Rogoff. Mentre i Romer sono due economisti, anch’essi statunitensi, marito e moglie.

Tassi di cambio ed effetti degli equilibri patrimoniali (17 marzo 2015)

marzo 17, 2015

 

Mar 17 1:42 pm

Exchange Rates and Balance Sheet Effects

Neil Irwin writes about concerns that a rising dollar will damage developing countries where corporations have borrowed in dollars; as he says, this raises echoes of the Asian crisis of the late 1990s and the Argentine crisis of 2002.

He does seem to go slightly astray at one point, however:

The biggest difference this time around is that private companies, not governments, have incurred debt in a currency not their own.

Actually, this time is not different: the Asian and Argentine crises were also about private-sector debt, with Asian public debt, in particular, quite low before the crisis hit. And a number of economists, myself included, independently developed models of leverage, currency mismatch, and balance sheet effects to make sense of the Asian crisis.

This point matters, I think, for a couple of reasons. On one side, if you paid attention to Asia in 1997-98 you were pre-inoculated against the temptation to fiscalize crisis narratives – the urge to see everything that goes wrong as the result of budget deficits. (This is one reason I reacted to Irwin’s piece; there’s already been a huge effort to retroactively fiscalize the euro crisis, and we need to push back against attempts to do the same to Asia.)

On the other side, I sometimes hear people declaring that until the 2008 crisis struck, economists paid no attention to private debt as a source of economic problems. But everyone who worked on Asia 1998 was very well aware of the problems debt and leverage could create. If we didn’t realize how vulnerable the rise in household debt made America, that was a failure of observation, not a deep conceptual problem.

As I’ve tried to say on a number of occasions, the 2008 crisis came as a surprise but not, at least for me, as a shock – I realized almost immediately that what was happening fitted quite well into existing frameworks. We knew about bank runs; once you realized that something essentially the same as a bank run could happen with repo and other forms of shadow banking, it took about 30 seconds to make sense of the post-Lehman funk. We knew about balance-sheet effects, both from Irving Fisher and from Asia; it wasn’t hard at all to transfer that understanding to the aftermath of the housing bubble.

I mean, I wrote a book titled The Return of Depression Economics in 1999. Not too hard to take on board the fact that it was coming true.

 

Tassi di cambio ed effetti degli equilibri patrimoniali

Neil Irwin scrive sulle preoccupazioni che un dollaro in ascesa danneggerà i paesi in via di sviluppo, dove le società sono indebitate in dollari; come egli sostiene, questo solleva echi della crisi asiatica degli anni ’90 e della crisi dell’Argentina del 2002.

Su un punto, tuttavia, egli sembra davvero un po’ perdersi:

“La grandissima differenza è che, questa volta, hanno contratto debiti in una valuta che non era la loro le società private, anziché i Governi”

Per la verità, questa volta non è diverso: le crisi dell’Asia e dell’Argentina riguardarono anche il debito del settore privato, con il debito pubblico asiatico, in particolare, che era abbastanza basso quando colpì la crisi. Ed un certo numero di economisti, incluso il sottoscritto, svilupparono ognuno per suo conto modelli relativi all’indebitamento, alla discordanza valutaria ed agli effetti degli equilibri patrimoniali che facevano comprendere il significato della crisi asiatica.

Penso che questo aspetto sia importante per un paio di ragioni. Da una parte, se si è prestata attenzione all’Asia negli anni 1997-1998 ci si è vaccinati dal tentativo di ridurre i racconti sulla crisi alla finanza pubblica – il bisogno di considerare tutte le cose che vanno male come risultato dei deficit di bilancio (questa è una ragione per la quale ho reagito all’articolo di Irwin; c’è già stato un grande sforzo per ridurre retroattivamente a problemi di finanza pubblica la crisi dell’euro, ed è necessario respingere i tentativi di fare la stessa cosa nei confronti dell’Asia).

D’altra parte, sento talvolta persone dichiarare che sino a che non colpì la crisi del 2008, gli economisti non avevano prestato attenzione al debito privato come fonte di problemi economici. Ma tutti coloro che lavorarono sull’Asia del 1998 erano ben consapevoli dei problemi che il debito ed il rapporto di indebitamento avrebbero potuto creare. Se non si comprese quanto la crescita del debito delle famiglie rese vulnerabile l’America, questo dipese da un difetto di attenzione, non da un profondo problema concettuale.

Come ho cercato di dire in un certo numero di occasioni, la crisi del 2008 costituì una sorpresa, ma non, almeno per me, un trauma – compresi quasi subito che quanto stava accadendo calzava abbastanza bene con i miei modelli esistenti. Conoscevamo i fenomeni delle corse agli sportelli; una volta che si capiva che qualcosa di sostanzialmente simile all’assalto agli sportelli bancari poteva accadere con i ‘repo’ [1] e con altre forme del sistema bancario ombra, ci volevano 30 secondi per dar senso al panico successivo alla vicenda della Lehman. Conoscevamo gli effetti di cattivi equilibri patrimoniali, da Irving Fischer e dalla esperienza asiatica; non era affatto difficile trasferire quella comprensione alle conseguenze della bolla immobiliare.

Voglio dire, nel 1999 scrissi un libro dal titolo “Il ritorno dell’economia delle depressioni”. Non era così difficile ammettere la circostanza che si stava avverando.

 

[1] Il repo è un’abbreviazione di repurchase agreement. Si tratta di uno strumento di gestione del danaro a breve: dei due contraenti, uno vende un titolo contro contanti, e allo stesso tempo si impegna a riacquistare quel titolo allo scadere di un breve periodo (dall’overnight a qualche mese), dietro pagamento del prezzo originario aumentato dell’interesse.

Ragionando sui blog dell’ignoranza economica (16 marzo 2015)

marzo 16, 2015

 

Mar 16 12:08 pm

Economic Ignorance Blogging

We need a name for a syndrome related to, but not quite the same as, the Dunning-Kruger effect. That effect, you may or may not know, shows that truly incompetent people are so incompetent that they believe themselves competent.

So, my related phenomenon involves not competence but knowledge. The truly ignorant, I often find, don’t know that they’re ignorant — in fact, they’re often under the delusion of having deep knowledge and understanding.

Today’s case in point: Brad DeLong goes on a well-justified rant against David K. Levine, who apparently cannot even conceive of the possibility of a general deficiency of demand — which puts him a couple of centuries out of date.

What Brad may have forgotten, or perhaps never noticed, was Levine’s rant against me back in 2009, accusing me of failing to understand the depth and power of modern economic analysis.

 

Ragionando sui blog dell’ignoranza economica

Abbiamo bisogno di trovare un nome per la sindrome collegata, anche se non proprio la stessa, con l’effetto Dunning-Krueger [1]. Quell’effetto, può darsi che lo conosciate, mostra che le persone realmente incompetenti sono così incompetenti che si ritengono competenti.

Dunque, il mio fenomeno connesso non riguarda la competenza ma la conoscenza. Scopro di frequente che coloro che sono realmente ignoranti, non sanno di esserlo – nei fatti, si illudono spesso di avere una conoscenza ed una comprensione profonda.

L’esempio odierno a proposito: Brad DeLong si lascia andare ad una invettiva del tutto giustificata contro David K. Levine, che a quanto sembra non può neppure concepire un difetto generale della domanda – la qualcosa lo colloca indietro di un paio di secoli.

Quello che Brad forse ha dimenticato, o forse non ha mai notato, fu la filippica di Levine contro di me nel lontano 2009, accusandomi di non comprendere la profondità e il potere della analisi economica moderna.

 

[1] Due psicologi americani che nel 2000 vennero insigniti del satirico premio denominato “(Ig)Nobel” sulle “ricerche improbabili” per studi su questi temi.

Sant’Agostino e la stagnazione secolare (dal blog di Krugman, 16 marzo 2015)

marzo 16, 2015

 

Mar 16 9:59 am

St. Augustine and Secular Stagnation

Brad DeLong reminds me of Simon Wren-Lewis’s excellent piece on Eurozone fiscal policy, which emphasizes the extent to which European officials still don’t get the basic macroeconomics of their position. I realized, however, that recent discussion of secular stagnation — which seems like a realistic possibility for Europe, even more so than the US — adds a twist to the story, one that I’m not sure is widely appreciated.

The way to put both the basic argument and the twist is, I think, in terms of the neutral interest rate — the short-term interest rate that would produce full employment. In the aftermath of the financial crisis, this rate was clearly negative, which means — leaving the possibility of modestly negative rates aside — that conventional monetary policy had reached its limits. Most analyses, however, assume that this is a temporary condition. So the expected time path of the neutral rate looks like this:

z 569

 

 

 

 

 

 

 

 

 

What does this say about fiscal policy? Well, fiscal austerity in the first part of this figure, when the neutral rate is unattainable, is a terrible idea, even if you have high public debt. Why? Because multipliers are large, so that austerity has a large cost in lost output and unemployment; given hysteresis, it may even make the long-run fiscal situation worse. The appropriate policy during the era of the binding zero lower bound is fiscal stimulus to achieve full employment, and worry about debt later.

I think I was the first to quote St. Augustine here: “Grant me chastity and continence, but not yet.”

Within the euro area, as Simon correctly notes, there’s a question of allocation among countries, which should be decided on the basis of competitive adjustment, not debt burden: the average output gap should be zero, but countries in need of a relative fall in prices should run below potential, those in need of a relative rise run above potential, and fiscal policy should make it so.

But the assumption here is that the neutral rate will eventually rise, so that monetary policy can take over the job of achieving full employment. What if we have doubts about whether that will ever happen?

Well, that’s the secular stagnation question. In fact, I’d define secular stagnation as a situation in which the neutral interest rate is normally, persistently below zero. And this raises a puzzle: If we worry about secular stagnation, should we then say that St. Augustine no longer applies, because better days are never coming?

No.

The way to deal with secular stagnation, if we believe in our models, is to raise the long-run neutral interest rate above zero. If we can do this via structural reform and/or self-financing infrastructure investment, fine. If not, raise the inflation target.

And how do we get to the higher target inflation rate, when monetary policy is having trouble getting traction? Fiscal policy! If you’re really worried about secular stagnation, you should advocate a combination of a raised inflation target and a burst of fiscal stimulus to help the central bank get there.

So the St. Augustine approach is right either way, with secular stagnation suggesting the need to be even less chaste in the short run.

 

Sant’Agostino e la stagnazione secolare

Brad DeLong mi rammenta l’eccellente articolo di Simon Wren-Lewis sulla politica della finanza pubblica dell’eurozona, che pone l’accento su quanto i dirigenti europei non abbiano ancora compreso la macroeconomia di base della loro situazione. Mi sono reso conto, tuttavia, che il recente dibattito sulla stagnazione secolare – che sembra una possibilità realistica per l’Europa, ancor più che per gli Stati Uniti – aggiunga a quel racconto una torsione, che non sono sicuro sia ampiamente compresa.

Il modo per avanzare sia l’argomento fondamentale che quello relativo alla torsione penso che sia nei termini del tasso di interesse neutrale [1] – il tasso di interesse a breve termine che produrrebbe la piena occupazione. All’indomani della crisi finanziaria questo tasso era chiaramente negativo, il che significa che – lasciando da parte la possibilità di tassi modestamente negativi – la politica monetaria convenzionale ha raggiunto i suoi limiti. Gran parte delle analisi, tuttavia, suppongono che questa sia una condizione temporanea. Dunque, l’andamento atteso nel tempo del tasso neutrale appare nel modo seguente:

z 569

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa ci dice questo della politica della finanza pubblica? Ebbene, l’austerità della finanza pubblica nella prima parte di questo diagramma, quando il tasso di interesse neutrale è irraggiungibile, è un’idea terribile, anche se si ha un elevato debito pubblico. Perché? Perché i moltiplicatori sono ampi, cosicché l’austerità ha un grande costo in termini di produzione perduta e di disoccupazione; data l’isteresi [2], essa può rendere la situazione finanziaria di lungo periodo ancora peggiore. La politica appropriata nel periodo nel quale si è limitati dal limite inferiore dello zero (nei tassi di interesse) è lo stimolo della spesa pubblica per realizzare la piena occupazione, e preoccuparsi del debito successivamente.

Penso, in questo caso, di essere stato il primo a citare Sant’Agostino [3]: “Concedimi la castità e la continenza, ma non ancora”.

All’interno dell’area euro, come osserva correttamente Simon, c’è un problema di distribuzione tra i paesi, che dovrebbe essere decisa sulla base di una correzione competitiva, non del peso del debito: il differenziale medio della produzione dovrebbe essere zero, ma i paesi che hanno bisogno di una discesa relativa dei prezzi dovrebbero correre al di sotto di quel potenziale, quelli che hanno bisogno di una crescita relativa dei prezzi dovrebbero correre sopra il potenziale, e ciò dovrebbe essere realizzato dalla politica della finanza pubblica.

Ma l’assunto in questo caso è che alla fine il tasso neutrale salirà, cosicché la politica monetaria potrà subentrare nel compito di realizzare la piena occupazione. Cosa accade se abbiamo dubbi sul fatto che questo possa mai accadere?

Ebbene, quella è la questione della stagnazione secolare. Di fatto, definirei la stagnazione secolare come una situazione nella quale il tasso di interesse neutrale è normalmente e in modo continuativo al di sotto dello zero. E questo solleva un interrogativo: dovremmo dire in quel caso che l’espressione di Sant’Agostino non si applica più, perché giorni migliori non verranno mai?

No.

Il modo di trattare la stagnazione secolare, se abbiamo fiducia nei nostri modelli, è quello di elevare sopra lo zero il tasso di interesse neutrale di lungo periodo. Se possiamo farlo attraverso la strada di riforme strutturali e/o di investimenti autofinanziati in infrastrutture, bene. Altrimenti, si deve elevare l’obbiettivo di inflazione.

E come possiamo avere un obbiettivo più elevato del tasso di inflazione, quando la politica monetaria è in difficoltà a produrre una spinta in avanti? Con la politica della spesa pubblica! Se siete davvero preoccupati della stagnazione secolare, dovreste sostenere una combinazione di un obbiettivo di inflazione accresciuto e di una fiammata di stimolo di spesa pubblica che aiuti la banca centrale ad arrivare a quel punto.

Dunque, l’approccio di Sant’Agostino è giusto in entrambi i casi, la stagnazione secolare indica la necessità di essere ancora meno casti nel breve periodo.

 

 

[1] Il tasso di interesse neutrale, o anche ‘naturale’, è un concetto che deriva dall’economista svedese Knut Wicksell ed è il tasso al quale il PIL reale sta crescendo al suo tasso tendenziale e l’inflazione è stabile. In questo senso coincide con il tasso che è coerente con la piena occupazione ‘possibile’. ‘Possibile’ e non letterale, perché la condizione che determina la quantità di occupazione consiste nel fatto che essa non provochi spinte inflattive, e questo coincide con un livello di disoccupazione considerato il minimo ragionevole (la Fed lo stima attorno al 5/5,5).

[2] L’Isteresi è il fenomeno per il quale il valore assunto da una grandezza che dipende da altri fattori è determinato non solo dagli ultimi valori di tali fattori, ma anche dai valori che essi avevano in precedenza, che in qualche modo cumulano i loro effetti sull’oggetto che si sta considerando. Più semplicemente, è il fenomeno per il quale un sistema reagisce in ritardo alle sollecitazioni e sconta la loro linea di tendenza complessiva. Il termine, derivante dal greco ὑστέρησις (hystéresis, “ritardo”), fu introdotto nel senso moderno da James Alfred Ewing nel 1890, ed è usato in generale nella teoria dei sistemi dinamici, quindi non solo in fisica, ma anche in biologia ed economia. (Wikipedia)

[3] Questo buffo adattamento della umanissima massima di Sant’Agostino all’economia della ‘trappola di liquidità’ venne per la prima volta escogitato da Krugman nel post “Bernanke di Ippona”, del 27 febbraio 2013, qua tradotto.

 

giu 20 m

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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