Mar 3 12:55 pm
We now know that interest rates can, in fact, go negative; those of us who dismissed the possibility by saying that people could simply hold currency were clearly too casual about it. But how low? Evan Soltas is getting some attention with an interesting attempt to find the true lower bound on interest rates; David Keohane cited a similar, more detailed estimate a month ago.
But it seems to me that all such estimates that I’ve seen involve a misconception. (Maybe it’s me, so I’m happy to stand corrected.)
In both the Soltas and Keohane pieces, there’s a discussion of storage costs for currency, which are not as trivial as one might have assumed. But they go on to say that the real lower bound comes from the fact that bank deposits are more useful than currency in a safe, because you can write checks and all that. Basically, in the modern world deposits are actually more liquid than cash, at least for most transactions that don’t involve controlled substances or concrete overshoes.
But you need to think about the incentives for holding a dollar in one form or the other at the margin, and I think that changes the story.
In normal times, we invoke the convenience of money — its extra liquidity — to explain why people hold money at zero or at any rate low interest rates when there are other safe assets offering higher yields. We think of money demand as determined by people increasing their holdings up to the point where the opportunity cost of holding money, the interest rate on other safe assets, equals its utility from increased liquidity.
Once interest rates on safe assets are zero or lower, however, liquidity has no opportunity cost; people will saturate themselves with it. That’s why we call it a liquidity trap! And what this means is that the marginal dollar of money holdings is being held solely as a store of value — the medium of exchange utility is irrelevant.
This in turn should mean that the usefulness of deposits is irrelevant in trying to find the true lower bound. The marginal holder is simply looking for a store of value, and the only question should therefore be storage costs.
And I am pinching myself at the realization that this seemingly whimsical and arcane discussion is turning out to have real policy significance.
Come i tassi di interesse possono diventare negativi?
Oggi sappiamo che i tassi di interesse possono, di fatto, essere negativi; chi tra noi liquidava questa possibilità dicendo che le persone possono semplicemente tenersi il denaro contante, chiaramente, era troppo superficiale al riguardo. Ma quanto bassi? Evan Soltas sta ottenendo una certa attenzione nell’interessante tentativo di individuare il vero limite inferiore nei tassi di interesse; David Keohane, un mese fa, citava una stima simile, più dettagliata.
Ma a me sembra che tutte queste stime che ho visto comportano un fraintendimento (forse l’errore è mio, se così fosse sarei contento di essere smentito).
In entrambi gli articoli di Soltas e di Keohane, c’è una discussione sui costi di immagazzinamento della valuta, che non è così banale come si potrebbe aver immaginato. Ma essi proseguono col dire che il vero limite inferiore deriva dal fatto che i depositi delle banche sono più utili che tenere il contante in sicurezza, perché si possono scrivere assegni, e così via. Fondamentalmente, nel mondo moderno i depositi sono effettivamente più liquidi del contante, almeno per la maggioranza delle transazioni che non riguardino sostanze stupefacenti sottoposte a controlli o calzature di cemento [1].
Ma si deve pensare agli incentivi per detenere, in una forma o nell’altra, un dollaro al margine, e questo, credo, cambi la storia.
In tempi normali noi chiamiamo in causa la convenienza del denaro – la sua particolare liquidità – per spiegare perché le persone conservino il denaro ad un tasso di interesse pari a zero, o comunque basso, quando ci sono asset sicuri che offrono rendimenti più elevati. Pensiamo che la domanda di denaro sia determinata da persone che accrescono le loro dotazioni sino al punto nel quale il costo di opportunità nel detenere il denaro, il tasso di interesse su un altro asset sicuro, eguagli la sua utilità derivante da una liquidità superiore.
Una volta che i tassi di interesse su asset sicuri siano zero o più bassi, tuttavia, la liquidità non ha costo di opportunità; le persone si satureranno con essa. Ecco perché la chiamiamo trappola di liquidità! E ciò che questo significa è che il dollaro marginale delle dotazioni monetarie viene mantenuto esclusivamente come deposito di valore – il mezzo dell’utilità dello scambio è irrilevante.
Questo a sua volta dovrebbe significare che l’utilità dei depositi è irrilevante nel cercare di trovare l’effettivo limite inferiore. Il detentore marginale sta semplicemente cercando un deposito di valore, e l’unica domanda dovrebbe di conseguenza riguardare i costi di deposito.
Ed io mi sto spremendo nel cercar di capire in che modo questa discussione, apparentemente stramba ed arcana, risulti avere un significato politico reale.
[1] E’ un espressione che viene fatta risalire al linguaggio mafioso, e dovrebbe indicare un modo di liquidare individui per annegamento, ancorandoli a basi cementizie in fondo al mare. In sostanza: droga e affari mafiosi sono i più liquidi di tutti.
marzo 2, 2015
Mar 2 9:31 am
Jonathan Chait does insults better than almost anyone; in his recent note on Larry Kudlow, he declares that
The interesting thing about Kudlow’s continuing influence over conservative thought is that he has elevated flamboyant wrongness to a kind of performance art.
And Chait doesn’t even mention LK’s greatest hits — his sneers at “bubbleheads” who thought something was amiss with housing prices, his warnings about runaway inflation in 2009-10, his declaration that a high stock market is a vote of confidence for the president — but only, apparently, if said president is Republican.
But what’s really interesting about Kudlow is the way his influence illustrates the failure of the Chicago School, as compared with the triumph of MIT.
But, you say, Kudlow isn’t a product of Chicago, or indeed of any economics PhD program. Indeed — and that’s the point.
There are plenty of conservative economists with great professional credentials, up to and including Nobel prizes. But the right isn’t interested in their input. They get rolled out on occasion, mainly as mascots. But the economists with a real following, the economists who have some role in determining who gets the presidential nomination, are people like Kudlow, Stephen Moore, and Art Laffer.
Meanwhile, on the liberal side of the aisle it’s all Clark medalists, laureates, and/or economists who may not (yet) have those particular gongs but have large research CVs and lots of citations in the professional literature.
And yes, what those of us in that role say in policy debates is very much informed by the professional research. In my own case, I’d guess that about 80 percent of what I’ve had to say about macroeconomics since the crisis was prefigured in my 1998 liquidity trap paper, which was classic MIT style — a stylized little model backed by and applied to real-world events, with lots of data used simply. (Seriously, skim that piece and you’ll see why I sometimes seem so frustrated: People keep rolling out arguments I showed were wrong all those years ago, or trotting out arguments I made back then as something new and somehow a challenge to conventional wisdom.)
Maybe the right prefers guys without credentials because they really know how things work, although I’d argue that this proposition can be refuted with two words: Larry Kudlow. More likely, it’s that affinity fraud thing: Professors, even if they’re conservative, just aren’t the base’s kind of people. I don’t think it’s an accident that Kudlow still dresses like Gordon Gekko after all these years.
Anyway, food for thought — if thinking is the kind of thing you like to do.
Larry Kudlow e il fallimento della scuola di Chicago
Per davvero Jonathan Chait riesce e deridere meglio di quasi tutti; nella sua nota recente su Larry Kudlow, afferma che:
“La cosa interessante della permanente influenza di Kudlow sul pensiero conservatore è che egli ha elevato la strepitosa capacità di fare sbagli ad una sorta di manifestazione artistica.”
E Chait nemmeno rammenta i colpi più appariscenti di Larry Kudlow – i suoi sogghigni agli “sciocconi” che pensavano che ci fosse qualcosa di storto nei prezzi delle abitazioni, i suoi ammonimenti sull’inflazione fuori controllo nel 2009-2010, la sua dichiarazione per la quale un mercato azionario vivace è un voto di fiducia per il Presidente – ma soltanto, a quello che sembra, se il detto Presidente è repubblicano.
Ma quello che è veramente interessante di Kudlow è il modo in cui col suo ascendente illustra il fallimento della Scuola di Chicago, a confronto con il grande successo del MIT.
Eppure, direte, Kudlow non è un prodotto di Chicago, e neppure, per la verità, di qualsiasi programma per dottorandi in economia. E’ così – e il punto è proprio lì.
Ci sono una quantità di economisti conservatori con grandi credenziali professionali, sino ad includere premi Nobel. Ma la destra non è interessata al loro contributo. Vengono messi in mostra in molte occasioni, come mascotte. Ma gli economisti con un seguito reale, quelli che hanno un qualche ruolo nel determinare chi ottiene la nomina alle presidenziali, sono persone come Kudlow, Stephen Moore e Art Laffer.
Contemporaneamente, sulla navata laterale dei progressisti ci sono tutte ‘medaglie Clark’ [1], laureati e/o economisti che possono non avere (ancora) quei particolari riconoscimenti ma hanno ampi curricula di ricerca ed una quantità di citazioni nella letteratura professionale.
Ed in effetti, quello che dicono nei dibattiti coloro che, tra di noi, hanno quel ruolo, è molto basato sulla ricerca professionale. Nel mio caso personale, direi che circa l’80 per cento di quello che avevo da dire sulla macroeconomia a partire dalla crisi era prefigurato nel mio saggio sulla trappola di liquidità del 1998, che era nel classico stile del MIT – un piccolo modello stilizzato seguito ed applicato agli eventi del mondo reale, con una quantità di dati usati in modo semplice (sul serio, scorrete quell’articolo e capirete perché qualche volta sembro così frustrato: la gente continua a svolgere argomenti che io avevo mostrato errati tutti quegli anni fa, oppure tira in ballo come qualcosa di nuovo, e in qualche modo come una sfida alle convenzioni, argomenti ai quali ero arrivato allora).
Forse la destra preferisce personaggi senza credenziali perché sa sul serio come va il mondo, sebbene direi che questa affermazione potrebbe essere confutata con due parole: Larry Kudlow. E’ più probabile che si tratti di quella faccenda del reato ‘di affinità’ [2]: i professori, anche se conservatori, non sono proprio il genere di persone di quella base. Non penso che sia un caso se Kudlow, dopo tutti questi anni, vesta ancora come Gordon Gekko.
In ogni caso, cose che alimentano il pensiero – ammesso che il pensare sia ciò che vi piace fare.
[1] La ‘medaglia’ John Bates Clark è un premio che viene dato agli economisti con meno di quarant’anni che si giudica abbiano dato i migliori contributi alla ricerca nel settore. Istituito nel 1947, il premio è stato biennale sino al 2009 e annuale a partire dal 2010.
[2] La “affinity fraud”, negli USA, è un vero e proprio reato che è normalmente oggetto di procedure giudiziarie, allorquando l’affinità (spesso religiosa, ma anche sociale, culturale etc.) provoca comportamenti ispirati al raggiro ed alla truffa. Normalmente il raggiro è ai danni dei componenti del gruppo, la cui ‘affinità’ viene utilizzata da qualcuno per trarne indebito vantaggi; potremmo anche tradurlo con “reato di appartenenza”. Ad esempio, un finanziere come il famigerato Madoff, condannato all’ergastolo, truffò vari personaggi che si erano affidati a lui per iniziative sociali e filantropiche; in quel caso l’affinità o la appartenenza si riferiva paradossalmente a quegli ‘ideali’, da Madoff usati in modo truffaldino.
marzo 2, 2015
Mar 2 8:27 am
Arguments for tight money often rest on claims that inflation, even at low rates, is a slippery slope: say that 2 percent is OK, then people will make the case for 4, then 10, and before you know it we’re Weimar. It’s not clear whether that has ever really happened: actually existing Weimar, like all hyperinflations, was a byproduct of political chaos, and the 1970s had as much to do with oil shocks as with policy misjudgments. In any case, it’s certainly nothing we’ve seen in advanced countries for a long time.
Almost five years ago, however, I started worrying about the opposite problem — the slippery slope of disinflation. We already knew from empirical evidence that prices were sticky enough to prevent full-bore deflationary spirals; but that very fact could lead to another kind of trap, in which policymakers and pundits start to treat below-target inflation as OK, and invent new rationales for raising interest rates. I wrote this:
And this raises the specter what I think of as the price stability trap: suppose that it’s early 2012, the US unemployment rate is around 10 percent, and core inflation is running at 0.3 percent. The Fed should be moving heaven and earth to do something about the economy — but what you see instead is many people at the Fed, especially at the regional banks, saying “Look, we don’t have actual deflation, or anyway not much, so we’re achieving price stability. What’s the problem?”
The numbers and dates aren’t right, of course — it was an illustration, not a prediction — but it’s pretty close to what Martin Feldstein is saying, with the addition of the financial stability scare. Now Tony Yates catches Andrew Sentance taking below-target inflation as a reason for opportunistic disinflation — we’re so low, why not go for zero?
The answer is that central banks have a 2 percent, not zero, inflation target for a reason — actually two reasons. (Amongst their reasons are surprise — surprise and fear — surprise, fear, and a fanatical devotion to …) As I tried to explain in my paper for last year’s ECB conference, positive inflation helps both with avoiding the zero lower bound (which isn’t as binding as everyone thought, but there are still limits to rate cuts) and with limiting the problems caused by downward nominal wage rigidity. And the experience of the past six years has made those concerns stronger, not weaker:
The bottom line here is that the arguments used in the 1990s to argue for a positive inflation target rather than literal price stability now tell a significantly different quantitative story from what they used to suggest. Pre-2008, those arguments suggested that 2 percent inflation was probably enough to eliminate most of the damage caused by the two zeroes; that is no longer true.
So the arguments Feldstein and Sentance make were the subject of extensive prebuttals, years ago. It’s actually kind of annoying to see them being rolled out as if nobody had thought about this before.
La scivolosa china della disinflazione
Gli argomenti per la restrizione monetaria si fondano spesso sulla pretesa che l’inflazione, persino a bassi tassi, sia una china scivolosa; diciamo che il 2 per cento va bene, allora la gente prenderà per buono il 4, poi il 10, e prima di accorgersene ecco che siamo a Weimar. Non è chiaro se questo sia mai realmente accaduto; la Weimar effettivamente esistita, come tutte le iperinflazioni, fu un sottoprodotto del caos politico, e gli anni ’70 ebbero molto a che fare sia con gli shock petroliferi che con errori di indirizzo politico. In ogni caso, si tratta certamente di qualcosa che non si è mai visto nei paesi avanzati da lungo tempo.
Quasi cinque anni orsono, tuttavia, io cominciai a preoccuparmi per il problema opposto – la china scivolosa della disinflazione [1]. Sapevamo già da prove empiriche che i prezzi erano sufficientemente vischiosi da impedire complete spirali deflazionistiche; ma proprio quella circostanza poteva portare ad una trappola di altro genere, nella quale operatori e commentatori politici cominciano a considerare che l’inflazione al di sotto dell’obbiettivo non ha inconvenienti, e si inventano nuovi argomenti per alzare i tassi di interesse. Scrivevo questo:
“E questo solleva lo spettro di quella che concepisco come la trappola della stabilità dei prezzi: supponiamo di essere agli inizi del 2012, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è attorno al 10 per cento, l’inflazione sostanziale sta procedendo allo 0,3 per cento. La Fed dovrebbe smuovere cielo e terra per fare qualcosa sull’economia – ma quello che si nota, invece, è che molte persone alla Fed, particolarmente nelle banche regionali, stanno dicendo: ‘Guardate, non abbiamo una deflazione effettiva, in ogni caso non molta, dunque stiamo realizzando una stabilità dei prezzi. Qual è il problema?’”
I numeri e i dati, ovviamente, non sono quelli giusti – si trattava di una illustrazione, non di una previsione – ma (la rappresentazione) è abbastanza vicina a quello che Martin Feldstein sta dicendo, con l’aggiunta della paura per la stabilità finanziaria. Adesso Tony Yates sorprende Andrew Sentance che sostiene l’inflazione al di sotto dell’obbiettivo come una ragione per una disinflazione opportunistica – siamo così in basso, perché non arrivare allo zero?
La risposta è che la banca centrale assume un obbiettivo di inflazione al 2 per cento, e non allo zero, per una ragione – per la verità per due ragioni (tra le loro ragioni c’è la sorpresa – la sorpresa e la paura – la sorpresa, la paura ed una fanatica dedizione a ….). Come cercai di spiegare nella mia relazione per la conferenza della BCE dell’anno passato [2], l’inflazione positiva contribuisce sia ad evitare il limite inferiore dello zero (che non è così vincolante come tutti pensavano, ma ci sono pur sempre limiti per i tagli ai tassi), sia a limitare i problemi provocati da una rigidità dei salari nominali verso il basso. E l’esperienza dei sei anni passati ha reso queste preoccupazioni più forti, non più deboli:
“L’aspetto decisivo in questo caso è che gli argomenti utilizzati negli anni ’90 per sostenere un obbiettivo di inflazione positivo anziché una stabilità letterale dei prezzi raccontano oggi una storia quantitativa significativamente diversa da quella che si pensava indicassero. Prima del 2008 quegli argomenti indicavano che una inflazione al 2 per cento era probabilmente sufficiente ad eliminare il danno provocato dai due ‘zeri’ [3]; quello non è più vero.”
Dunque gli argomenti che avanzano Feldstein e Sentance erano oggetto di ampie contestazioni, da anni. In effetti è in qualche modo irritante vederli rimettere in circolo come se nessuno ci avesse pensato prima.
[1] Il tema venne trattato da Krugman in un post dell’agosto del 2012.
[2] Vedi in questo blog: “Una riconsiderazione degli obiettivi di inflazione”, di Paul Krugman – Maggio 2014, Relazione alla conferenza di Sintra, Portogallo della BCE (sezione “Saggi ed articoli da riviste …”).
[3] I “due zeri” ai quali Krugman si riferiva in quella relazione erano lo zero dei tassi di interesse e lo zero costituito dalla normale rigidità dei salari nominali, ovvero dalla difficoltà a ridurli in termini nominali.
marzo 1, 2015
Mar 1 9:12 pm
Monetary policy attracts crazy people like moths to a flame; goldbugs, 100-percent-reserve-banking types, amateur historians who think they know exactly what happened when Diocletian ruled Rome but have no idea what happened in Japan in the last decade. One thing that has surprised and depressed me in recent years, however, has been the obsession with raising interest rates among economists who used to seem sensible.
Five or six years ago, this was all about the allegedly imminent risk of high inflation. When that inflation failed to materialize, you might have expected a pause for reflection — an attempt to figure out why they got it so wrong, and maybe even to figure out why some of us basically got it right. But no; instead we got either recapitulations of the original argument, with no acknowledgment of past failures, or new reasons to do exactly the same thing, and raise rates.
The Bank for International Settlements remains tight-money central. But Marty Feldstein is effectively shadowing the BIS position, with added conspiracy theory, and it’s kind of shocking to see.
Up to a point, Feldstein has followed the now-usual arc: first dire warnings that inflation is looming; then, after years of inflation not happening, a quiet segue (or, as young people tend to write it, Segway) to “hey, what’s so bad about below-target inflation and maybe even a bit of deflation.”
You have to wonder: don’t the people making this new-reasons-for-the-same-policy switch feel even a bit embarrassed?
You also have to wonder about cognitive dissonance: in general, we’re talking about conservatives with vast faith in the wisdom of markets, who somehow are completely sure that markets will make terrible decisions due to low interest rates, and require paternalistic monetary policy to keep them on the strait and narrow.
What really strikes me about Marty’s latest, however, is the muttering that there must be some sinister hidden agenda driving the anxiety of central banks about below-target inflation, given that classic deflationary spirals don’t seem imminent.
Um, there have been many explanations of the current worry. The IMF published a very useful piece on why “lowflation” brings many of the same risks as outright deflation. It’s widely understood that the financial crisis and aftermath make the zero lower bound — even if less binding than we used to think — a very real concern, which means that not undershooting inflation targets is important. And the Fed is very much thinking about the example of Sweden, which decided to hike rates out of vague concerns about financial stability, only to find itself staring at the very real risk of deflation.
Instead, however, Feldstein suggests — with not a shred of evidence — that central banks are operating under ulterior motives, notably a desire to help finance budget deficits.
It’s very, very strange, and distressing.
La strana urgenza di alzare i tassi
La politica monetaria attrae i folli come la fiamma con le falene; i cultori della moneta aurea, gli individui che vorrebbero le riserve bancarie al 100 per cento, gli storici dilettanti che pensano di conoscere esattamente quello che accadde quando Diocleziano governava Roma ma non hanno idea di quello che è successo in Giappone il decennio scorso. Una cosa che mi ha sorpreso e demoralizzato negli anni recenti, tuttavia, è stata l’ossessione per l’elevamento del tassi di interesse tra economisti che sembrava fossero ragionevoli.
Cinque anni fa, questa riguardava il preteso imminente rischio di un’alta inflazione. Allorché quella inflazione non si materializzò, vi sareste aspettati una pausa di riflessione – un tentativo di comprendere il motivo per il quale si era fatto un tale sbaglio, oppure anche di capire perché alcuni di noi fondamentalmente avevano avuto ragione. Invece no; abbiamo avuto piuttosto o una ricapitolazione dell’argomento originario, senza alcun riconoscimento dei fallimenti passati, oppure nuove ragioni per fare esattamente la stessa cosa, ed elevare i tassi.
La Banca dei Regolamenti Internazionali resta la centrale della restrizione monetaria. Ma Marty Feldstein in effetti mette in ombra la posizione della BRI, con l’aggiunta di una teoria della cospirazione, ed è un genere di cosa impressionante da constatare.
Sino a un certo punto, Feldstein ha seguito la traiettoria oggi consueta: anzitutto terribili ammonimenti sulla inflazione incombente; poi, dopo anni di inflazione che non avveniva, un tranquillo passaggio (che i giovani oggi tendono a scrivere in altro modo [1]) a “ebbene, che c’è di male in una inflazione al di sotto dell’obbiettivo, e forse persino in un po’ di deflazione?”
Vi dovete chiedere: le persone che attuano questo spostamento di nuove ragioni per la stessa politica, si sentono anche un po’ imbarazzate?
Vi dovete anche interrogare sulla dissonanza cognitiva: in generale stiamo parlando di conservatori con una vasta fiducia nella saggezza dei mercati, che in qualche modo sono del tutto sicuri che i mercati metteranno in atto decisioni terribili a seguito di bassi tassi di interesse, e chiedono politiche monetarie paternalistiche per mantenerli in ristrettezza ed angustia.
Quello che davvero mi colpisce dell’ultimo Feldstein, tuttavia, è il borbottio secondo il quale ci deve essere qualche sinistro programma nascosto che guida l’ansietà delle banche centrali per l’inflazione al di sotto dell’obbiettivo, dato che le classiche spirali deflazionistiche non sembrano imminenti.
Vien da pensare che ci siano molte spiegazioni della attuale preoccupazione. Il FMI ha pubblicato un pezzo molto utile sulle ragioni per le quali la bassa inflazione comporta molti degli stessi rischi di una aperta deflazione. E’ generalmente riconosciuto che la crisi finanziaria e le sue conseguenze hanno reso il limite inferiore dello zero – persino se meno condizionante di quello che eravamo soliti pensare – una preoccupazione molto reale, il che comporta che il mancare per difetto gli obbiettivi di inflazione è importante. E la Fed sta molto riflettendo sull’esempio della Svezia, che ha deciso di elevare i tassi sulla base di generiche preoccupazioni sulla stabilità finanziaria, soltanto per trovarsi a guardare negli occhi un rischio vero e proprio di deflazione.
E tuttavia Feldstein suggerisce invece – senza uno straccio di prova – che le banche centrali stiano operando per ulteriori motivi, in particolare per contribuire a finanziare i deficit di bilancio.
Molto, molto strano e angosciante.
[1] Gioco di parole non esprimibile. “Segue” è una transizione ininterrotta – soprattutto nella musica – da un pezzo all’altro. “Segway” può essere usato nel senso di qualcosa che sposta/cambia indirizzo al senso di una conversazione (e forse è una espressione giovanile perché significa anche un tipo di scooter particolarmente costoso, o un consumo copioso di marjuana).
febbraio 28, 2015
February 28, 2015 2:42 pm
Not long ago I received a copy of MIT and the Transformation of American Economics, a collection of essays on how American economics became model- and math-oriented after World War II, and of the special role played by the department Paul Samuelson built. There was a lot in there I didn’t know, despite the many years I spent at MIT first as a student, then as faculty. So I found it — as Spock would say — fascinating.
But the book only really covers Chapter I in the MIT saga; while it alludes a bit to the role MIT grads play in the world today, it mostly cuts off circa 1970. And I think it’s interesting — and maybe even important — to talk a bit about what happened in the decade or so that followed. Of course, I would think that, since that was when I went to school there, and this post is surely self-indulgent. But today’s a good day for that, I think.
The basics: while there have been many articles discussing and either celebrating or deploring the influence of the Chicago School, it’s a less often noted fact that right now a remarkable number of the professional economists who either play important roles in making policy or appear to have influence on the discussion got their Ph.Ds from MIT in the second half of the 1970s. An incomplete list, with dates of degree:
Ben Bernanke 1979
Olivier Blanchard 1977
Mario Draghi 1976
Paul Krugman 1977
Maurice Obstfeld 1979
Kenneth Rogoff 1980
Larry Summers was at Harvard during the same period, but he was an MIT undergrad and very much part of that intellectual circle. Also, just about everyone on the list studied with Stan Fischer, who remains very much in the middle of policy-making.
You might ask, how does this list compare with similar lists you might draw up for other schools, Chicago in particular? The answer, I’d submit, is that there is no comparison. It’s true that the more or less Keynesian view of macroeconomics common to everyone on this list is by no means unchallenged in the real world; but the anti-Keynesians don’t really turn to academic economists for guidance. When a politician like Scott Walker tries to appeal to the conservative macro brains trust, it’s not some version of the Chicago Boys — it’s Stephen Moore, Art Laffer, and Larry Kudlow.
So how did MIT establish this unique position in academic economics applied to policy?
Well, that’s the kind of question that should be handled by a professional historian of thought, or at least someone with the time and inclination to go through a lot of records, do interviews, and so on. On the other hand, I was there, so maybe I can in effect interview myself and shed some light.
What I remember, then, was that the spirit of MIT economics in the 1970s was very much not one of intellectual imperialism. At Chicago they believed that they had The Truth, and all other views were nonsense to be consigned to the dustbin of history. At MIT, which had played such a large role in bringing Keynes to America, there was a lot of searching and self-doubt — my classmates would sometimes say things like “The rational expectations guys were right about stagflation, so might they be right about the rest?” There was almost a hint of an inferiority complex.
But not too much of one. Everyone was doing rational expectations in some version — Olivier and I worked out the geometry of anticipated shocks (“you jump immediately onto a new path that brings you to the post-shock saddle path just when the shock hits”) on the lunchroom table. But there was a generally shared view that perfect flexibility of prices was a bridge too far. I suspect that Rudi Dornbusch’s influence was important here; as I and others have said many times, even a glance at the evidence on exchange rates and prices makes stickiness obvious, which is why international macro never went off the deep end as much as the rest of the field.
The result was that MIT macroeconomics was teched up — everyone learned how to write down and solve rational expectations models, everyone learned how to emulate Lucas disciples — but didn’t unlearn Keynesian insights. And MIT students developed a style that was either wonderfully pragmatic or disgustingly lacking in rigor, depending on your tastes: models derived from microfoundations were always the goal, but when observed experience was clearly at odds with what the models predicted, you’d just impose realistic behavior and leave its ultimate explanation as a project for the future. Rudi’s overshooting model — rational expectations in the currency market, but ad hoc price stickiness in the good market — was the classic example; my own liquidity trap analysis, using rational expectations to think about demand and money, but assuming short-run rigidity to get real effects, was very much in the same tradition.
I think it’s obvious why this approach was better suited for producing future central bank governors, chief economists, and even pundits than an approach that elevated purity over realism. But for the school of thought — a school that didn’t and doesn’t have the backing of powerful interests, that doesn’t appeal to the intuition of whoever it is that watches CNBC — to achieve the kind of influence it has, the approach had to work.
And here’s the thing: it has. Macroeconomics that remembered Keynes and Hicks, that didn’t reject it all because stuff like that shouldn’t happen with perfectly rational agents, has had a very good six years — it’s been right on inflation, on interest rates, on austerity. Analytically, empirically, the MIT style has had an astonishing triumph.
Politically, of course, not so much — but you can’t have everything. And even some influence for good is a lot better than the irrelevance that has overtaken the doctrines that once loomed so large.
L’Impero dell’Istituto
Non molto tempo fa ho ricevuto una copia de “Il MIT e la trasformazione dell’economia americana”, una collezione di saggi su come, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’economia americana sia venuta orientandosi ai modelli ed alla matematica, e del ruolo particolare esercitato dal Dipartimento costruito da Paul Samuelson. C’erano molte cose che non conoscevo, nonostante avessi speso molti anni al MIT, prima come studente, poi come membro della Facoltà. Dunque, l’ho trovato – come direbbe Spock [1]– accattivante.
Ma il libro in realtà tratta solo nel Capitolo 1 della saga del MIT; mentre allude un po’ al ruolo che i laureati del MIT giocano nel mondo odierno, in gran parte si ferma attorno al 1970. Ed io penso che sia interessante – e forse persino importante – parlare un po’ di quello che accadde grosso modo nel decennio che seguì. Mi viene spontaneo pensarci, dal momento che avveniva quando frequentavo quell’università, e questo post è certamente auto indulgente. Ma penso che oggi sia il momento adatto per farlo.
Alcune cose fondamentali: mentre abbiamo avuto molti articoli che discutono, celebrano o deplorano, l’influenza della scuola di Chicago, è stato meno spesso notato il fatto che in questo momento un considerevole numero di economisti di professione, che giocano un ruolo fondamentale nell’azione pubblica oppure sembra abbiano influenza nel dibattito relativo, abbiano ottenuto il loro dottorato al MIT nella seconda metà degli anni ’70. Una lista incompleta, con le date di laurea:
Ben Bernanke 1979
Olivier Blanchard 1977
Mario Draghi 1976
Paul Krugman 1977
Maurice Obstfeld 1979
Kenneth Rogoff 1980 [2]
Durante lo stesso periodo, Larry Summers era ad Harvard, ma era stato studente prima della laurea al MIT ed aveva fatto parte in notevole misura di quella cerchia intellettuale. Inoltre, come quasi tutti in quella lista aveva studiato con Stan Fischer, che ancora oggi opera nel bel mezzo della politica pubblica [3].
Vi potreste chiedere, quanto è paragonabile questo elenco con liste simili che potreste stendere per altre scuole, quella di Chicago in particolare? La risposta che mi sento di affermare è che non c’è nessun confronto. E’ vero che il punto di vista più o meno keynesiano della macroeconomia, comune a tutti i componenti della lista, non è stato affatto incontrastato nel mondo reale; ma nella realtà gli anti keynesiani non si rivolgono agli economisti accademici come guide. Quando un uomo politico come Scott Walker [4] cerca di riferirsi al gruppo di cervelli della macroeconomia conservatrice, non si rivolge ad una qualche versione dei “Chicago Boys” – semmai a Stephen Moore, Art Leffer e Larry Kudlow [5].
In che modo, dunque, il MIT ha conquistato questa posizione unica nella economia accademica applicata alla politica?
Ebbene, è il genere di domanda di cui si dovrebbe occupare uno storico di professione del pensiero, o almeno qualcuno che avesse il tempo e l’inclinazione per passare in mezzo ad una quantità di testimonianze, per fare interviste, e cose del genere. D’altra parte, io ero là e dunque posso intervistare me stesso e fare un po’ di luce.
Quel che ricordo, dunque, è che lo spirito della economia del MIT negli anni ’70 non era affatto quello dell’imperialismo intellettuale. A Chicago credevano di avere la Verità, e che tutti gli altri punti di vista fossero insensatezze da consegnare al dimenticatoio della storia. Al MIT, che aveva giocato un ruolo così grande nel portare Keynes in America, c’era un gran quantità di indagine e di messa in discussione di se stessi – i miei compagni di corso talvolta potevano dire cose come: “I tipi delle aspettative razionali hanno avuto ragione sulla stagflazione, perché non potrebbero averla anche sul resto?” C’era quasi l’accenno di un complesso di inferiorità.
Ma non più di quello. Ognuno eseguiva qualche versione delle aspettative razionali – Olivier e il sottoscritto ci esercitavamo sulla geometria degli shock anticipati (“si salta immediatamente su un nuovo indirizzo che ti porta all’andamento ‘a sella’ [6] successivo allo shock, proprio quando esso colpisce”) sul tavolo della mensa. Ma c’era un punto di vista generalmente condiviso, secondo il quale la completa flessibilità dei prezzi era un intervallo troppo lungo. Sospetto che in questo caso l’influenza di Rudi Dornbusch sia stata importante; come ho detto molte volte assieme ad altri, persino uno sguardo alle testimonianze dei tassi e dei prezzi rende evidente il tema della ‘vischiosità’, e quella è la ragione per la quale la macroeconomia internazionale non si è mai fatta coinvolgere troppo emotivamente come il resto della disciplina.
Il risultato fu che la macroeconomia del MIT era assai ‘tecnicizzata’ – ognuno imparava come mettere sulla carta e risolvere i modelli delle aspettative razionali, ognuno imparava come emulare gli allievi di Lucas – ma non disimparò le intuizioni keynesiane. E gli studenti del MIT svilupparono uno stile che era, a seconda dei gusti, sia meravigliosamente pragmatico che disgustosamente difettoso di rigore: gli obbiettivi erano sempre i modelli derivati da fondamenti microeconomici, ma quando le testimonianze osservate erano agli antipodi di quello che i modelli prevedevano, ci si doveva semplicemente imporre un comportamento realistico e riservarsi l’ultima spiegazione come un progetto per il futuro. Il modello di Rudi dello “overshooting” (del tasso di cambio) [7] – le aspettative razionali sui mercati valutari, ma la vischiosità specifica del prezzo sul mercato dei beni – ne fu il classico esempio; la mia stessa analisi della trappola di liquidità, utilizzando le aspettative razionali per ragionare sulla domanda e sulla moneta, ma assumendo una rigidità di breve periodo per ottenere gli effetti reali, è molto nella stessa direzione.
Penso che siano evidenti le ragioni per le quali questo approccio fosse più idoneo a produrre futuri governatori delle banche centrali, capi economisti e persino commentatori, rispetto ad un approccio che colloca la purezza sopra il realismo. Ma perché quella scuola di pensiero – che non aveva e non ha il sostegno di interessi potenti e che non ha effetti attraenti per l’intuito di chiunque guardi una trasmissione economica in televisione – ottenesse il genere di influenza che ha, quell’approccio doveva funzionare.
E il punto è qua: esso funziona. La macroeconomia che si rifaceva a Keynes ed a Hicks, che non aveva rigettato tutto ciò perché roba del genere non dovrebbero accadere con agenti perfettamente razionali – ha avuto ragione sull’inflazione, sui tassi di interesse e sull’austerità. Da un punto di vista analitico ed empirico, lo stile del MIT ha avuto un trionfo stupefacente.
Da un punto di vista politico, evidentemente, non altrettanto – ma non si può avere tutto. E perfino una qualche influenza in senso positivo è molto meglio dell’irrilevanza che ha sopraffatto le dottrine che un tempo si stagliavano con tanta ampiezza.
[1] Probabilmente, data la simpatia di Krugman per la fantascienza, si tratta del personaggio di Star Trek.
[2] Nell’ordine, a parte Krugman: Bernanke è stato sino all’anno scorso Presidente della Fed, Blanchard è direttore del FMI, Draghi è Presidente della BCE, Obstfeld ha avuto una carriera accademica ma nel 2014 è andato a dirigere il Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca, Rogoff è uno studioso di prestigio, per quanto finito nel mezzo di una polemica aspra per alcuni errori in un suo saggio che venne assai utilizzato a sostegno delle politiche di austerità.
[3] Fischer – dopo la carriera accademica – ha avuto incarichi alla Banca Mondiale ed al FMI, è stato Governatore della Banca di Israele ed è oggi Vicepresidente della Fed.
[4] Repubblicano americano, dal 2011 Governatore del Wisconsin.
[5] In posts recenti Krugman ha spesso indicato questi personaggi che sono ai primi posti del gradimento dei conservatori americani, ma sono prevalentemente opinionisti e propagandisti della destra, talora inclini a gaffe notevoli nei loro giudizi economici.
[6] Nel senso, se ben ricordo, della ‘sella’ come figura geometrica.
[7] Ovvero di un comportamento del tasso di cambio che “eccede/oltrepassa” un risultato ragionevole sulla base dei dati di fatto, appunto per effetto del diverso comportamento delle aspettative nei mercati valutari ed in quelli dei beni, caratterizzati questi ultimi dai fenomeni di rigidità dei prezzi e dei salari nel breve periodo.
febbraio 28, 2015
Feb 28 9:08 am
CNN:
Lonegan also said Friday that in conjunction with the Fed’s annual Jackson Hole symposium in Wyoming this year, a group of conservative economists are planning to hold a meeting of their own “directly across the street” featuring former Federal Reserve Chair Alan Greenspan as the keynote speaker.
I guess we wait for confirmation before adding this to the file of examples establishing Maestrodamus as the worst ex-Fed chairman in history. But consider the notion that this group regards AG as an authority figure.
Never mind the bubble denial; almost five years have passed since Greenspan declared that we were on the verge of becoming Greece, Greece I tell you, and wrote one of the most awesomely terrible passages in the history of economic policy:
Despite the surge in federal debt to the public during the past 18 months—to $8.6 trillion from $5.5 trillion—inflation and long-term interest rates, the typical symptoms of fiscal excess, have remained remarkably subdued. This is regrettable, because it is fostering a sense of complacency that can have dire consequences.
Yep: he was annoyed at the markets for failing to deliver the crisis he was expecting, and considered it “regrettable” that the crisis had not arrived. Actually, though, this isn’t too different from the sentiment expressed by Paul Ryan and John Taylor, denouncing the Fed’s actions because they were preventing a fiscal crisis.
Anyway, the saga of the inflation cult continues.
L’uomo deplorevole
Dalla CNN:
“Lonegan ha anche detto che in coincidenza con il simposio annuale della Fed, a Jackson Hole nel Wyoming, una gruppo di economisti conservatori ha in programma di tenere un incontro tra loro stessi “direttamente sull’altro lato della strada”, includendo come relatore ospite il passato Presidente della Federal Reserve Alan Greenspan” .
Penso che aspetteremo una conferma prima di aggiungere questo alla serie di esempi che mostrano ‘Maestrodamus’ come il peggiore ex-Presidente della Fed della storia. Ma si rifletta sull’idea secondo la quale questo gruppo considera Alan Greenspan come una figura autorevole.
Non conta che avesse negato la bolla; sono passati quasi cinque anni dal momento in cui Greenspan dichiarò che eravamo sull’orlo di diventare come la Grecia, nientedimeno che la Grecia, e scrisse uno dei più fantasticamente terribili passaggi nella storia della politica economica:
“Nonostante la crescita del debito federale verso il pubblico durante i 18 mesi passati – da 5.500 a 8.600 miliardi di dollari – l’inflazione e i tassi di interesse a lungo termine, i sintomi tipici di un eccesso finanziario, sono rimasti considerevolmente sottomessi. Questo è deplorevole, perché sta incoraggiando un senso di autocompiacimento che può avere conseguenze terribili.”
E’ così: egli era indispettito perché i mercati non davano esecuzione alla crisi che stava aspettando, e considerava “deplorevole” che la crisi non fosse arrivata. Anche se, in effetti, tutto questo non è molto diverso dal sentimento espresso da Paul Ryan e John Taylor, che denunciano le iniziative della Fed perché avevano lo scopo di impedire una crisi della finanza pubblica.
In ogni modo, la saga dei cultori dell’inflazione continua.
febbraio 27, 2015
February 27, 2015 10:36 am
When I was a young economist trying to build a career, I lived — or thought I lived — in a world in which ideas and those who championed them met in relatively open intellectual combat. Of course there were people who clung to their prejudices, of course style sometimes trumped substance. But I believed that by and large better ideas tended to prevail: if your model of trade flows or exchange rate fluctuations tracked the data better than someone else’s, or resolved puzzles that other models couldn’t, you could expect it to be taken up by many if not most researchers in the field.
This is still true in much of economics, I believe. But in the areas that matter most given the state of the world, it’s not true at all. People who declared back in 2009 that Keynesianism was nonsense and that monetary expansion would inevitably cause runaway inflation are still saying exactly the same thing after six years of quiescent inflation and overwhelming evidence that austerity affects economies exactly the way Keynesians said it would.
And we’re not just talking about cranks without credentials; we’re talking about founders of the Shadow Open Market Committee and Nobel laureates.
Obviously this isn’t just a story about economics; it covers everything from climate science and evolution to Bill O’Reilly’s personal history. But that in itself is telling: academic economics, which still has pretenses of being an arena of open intellectual inquiry, appears to be deeply infected with politicization.
So what should those of us who really wanted to be part of what we thought this enterprise was about do? That’s the question Brad DeLong has been asking.
I see three choices:
So is there a reason I go for door #3, other than simply telling the truth and having some fun while I’m at it? Yes — because the point is not to convince Rick Santelli or Allan Meltzer that they are wrong, which is never going to happen. It is, instead, to deter other parties from false equivalence. Inflation cultists can’t be moved; but reporters and editors who tend to put out views-differ-on-shape-of-planet stories because they think it’s safe can be, sometimes, deterred if you show that they are lending credence to charlatans. And this in turn can gradually move the terms of discussion, possibly even pushing the nonsense out of the Overton window.
And the inflation-cult story is, I think, a prime example. Yes, you still get coverage treating both sides as equivalent — but not nearly as consistently as in the past. When Paul hyperinflation-in-the-Hamptons Singer complains about the “Krugmanization” of the media, who have the impudence to point out that the inflation he and his friends kept predicting never materialized, that’s a sign that we’re getting somewhere.
It really would be nice not having to do things this way. But that’s the world we live in — and, as I said, there’s some compensation in the fact that one can have a bit of fun doing it.
Il problema delle mentalità ristrette
Quando ero un giovane economista che cercava di costruirsi una carriera, vivevo – o pensavo di vivere – in un mondo nel quale le idee e quelli che le professavano si incontravano in un combattimento relativamente aperto. Naturalmente, c’erano individui che si afferravano ai loro pregiudizi, ovviamente lo stile, talvolta, sopravanzava la sostanza. Ma io credevo che in generale le buone idee tendessero a prevalere; se il vostro modello dei flussi commerciali o delle fluttuazioni dei tassi di cambio si adattava ai dati meglio di quello di qualcun altro, oppure risolveva i misteri che i modelli dell’altro non potevano risolvere, potevate aspettarvi di essere presi in considerazione da molti ricercatori in quella disciplina, forse dalla maggioranza.
Credo che questo sia ancora vero, per gran parte della macroeconomia. Ma nelle aree che hanno la maggiore importanza, data la situazione del mondo, non è vero affatto. Le persone che nel passato 2009 affermavano che il keynesismo era un nonsenso e che l’espansione monetaria avrebbe inevitabilmente provocato una inflazione fuori controllo, stanno ancora esattamente dicendo la stessa cosa, dopo sei anni di inflazione quiescente e dopo prove schiaccianti che l’austerità influenza le economie esattamente nel modo in cui affermavano i keynesiani.
E non stiamo soltanto parlando di ciarlatani senza credenziali; stiamo parlando dei fondatori della Commissione Ombra sul Mercato Aperto [1] e di premi Nobel.
Evidentemente non si tratta di un tema che riguarda soltanto l’economia; riguarda tutto, dalla scienza del clima e dall’evoluzionismo sino alla storia personale di Bill O’Reilly [2]. Ma di per sé ci dice che l’economia accademica, che ha ancora pretese di essere una arena di indagine intellettuale senza pregiudizi, sembra essere profondamente contaminata dalla politicizzazione.
Dunque, cosa dovrebbero fare quelli tra noi che per davvero desideravano partecipare a quell’impresa, come se l’erano immaginata? E’ questa la domanda che Brad DeLong si sta ponendo.
Io vedo tre scelte:
1 Continuare a scrivere ed a parlare come se ancora avessimo un dibattito intellettuale genuino, nella speranza che le buone maniere e la tenacia facciano in modo che quella pretesa si avveri. Penso che questo sia un modo di intendere quello che oggi possiamo in qualche modo definire il famigerato articolo di Olivier Blanchard [3] del 2008 sulle condizioni della macroeconomia; egli, si potrebbe dire, cercava di appellarsi agli spiriti migliori della natura dell’economia dell’ “acqua dolce” [4]. Il guaio di quella strategia, tuttavia, è che può finire per legittimare un lavoro che non merita rispetto – e c’è anche una tendenza per la quale anche il vostro lavoro subisce una distorsione, quando cercate di trovare un terreno comune dove non esiste affatto.
2 Indicare gli errori, ma con pacatezza e rispetto. Questa avrebbe il vantaggio di essere una soluzione onesta, e utile a chiunque la legga. Ma non lo farà nessuno.
3 Mettere in evidenza gli errori con modalità rivolte ad afferrare l’attenzione dei lettori – ridicolizzando quando è il caso, con irriverenza, e con nomi e cognomi. In questo modo si verrà letti; si avranno seguaci affezionati, ed una gran quantità di nemici rancorosi. Una cosa che non si provocherà, tuttavia, è modificare in niente quelle mentalità ristrette.
C’è dunque una ragione per la quale io mi indirizzo verso la terza soluzione, oltre al fatto di dire la verità ed anche di divertirmi un po’ nel farlo? Sì – perché il punto non è quello di convincere Rick Santelli o Allan Meltzer che stanno sbagliando, cosa che non succederà mai. E’, invece, scoraggiare altre componenti dalle false equivalenze. I cultori dell’inflazione non possono essere dissuasi; ma i giornalisti e gli editori che tendono ad affidarsi ai racconti del genere dei “punti-di-vista-diversi-sulla-forma-del-pianeta” [5] perché pensano che siano sicuri, possono esserne dissuasi se mostrate loro che stanno dando credito a ciarlatani. E questo a sua volta può gradualmente spostare i termini delle discussione, forse persino spingendo le cose insensate fuori dalla ‘finestra di Overton” [6].
E la storia dei cultori dell’inflazione, penso, ne sia un esempio di prima grandezza. E’ vero, ancora c’è una tendenza a dare le notizie trattando gli opposti schieramenti come equivalenti – ma neanche lontanamente simile a quella del passato. Quando Paul Singer – quello della ‘iperinflazione ad Hamptons’ [7] – si lamenta sulla “krugmanizzazione” dei media, che hanno l’impudenza di mettere in evidenza che l’inflazione prevista da lui e dai suoi amici non si è mai materializzata, quello è un segno che stiamo ottenendo un qualche risultato.
Sarebbe davvero piacevole non doversi comportare in questo modo. Ma questo è il mondo nel quale viviamo – e, come ho detto, un qualche compenso viene dal fatto che a comportarsi in quel modo un po’ ci si diverte.
[1] Vedi la polemica nei posts dei giorni passati su Allan Meltzer.
[2] William James “Bill” O’Reilly, Jr. è un giornalista, scrittore e conduttore televisivo di orientamento conservatore, sebbene con posizioni che spesso differiscono dalla ortodossia conservatrice.
[3] Noto economista, oggi direttore del FMI. In quell’articolo sosteneva, per l’appunto, in un anno fatale, le buone condizioni della ricerca economica, e in particolare la possibile convergenza di approcci nel passato opposti. Famigerato, perché evidentemente quegli approcci sono diventati con la crisi ancor più incompatibili.
[4] Una scuola della macroeconomia americana dei decenni passati. Vedi sulle note della traduzione, alla voce “freshwater and saltwater economics”.
[5] Antica ironia krugmaniana, inaugurata all’epoca di George Bush. Il senso era il seguente: il giornalismo centrista, che tende a legittimare le bugie di Bush per mera equidistanza, sarebbe capace – ove il Presidente se ne uscisse con l’affermazione che la Terra è piatta – di utilizzare titoli di giornali secondo i quali sarebbero stati espressi punti di vista diversi sulla forma del Pianeta.
[6] La “finestra di Overton” è una teoria politica – che prende il nome da Joseph Overton (1960-2003), che la inventò – secondo la quale la gamma delle idee che l’opinione pubblica può accettare può essere rappresentata come una ‘finestra stretta’. Esisterebbe, insomma, un contesto di quello che, nelle varie fasi, l’opinione pubblica considera ‘politicamente accettabile’, una medietas, e le posizioni che si collocano alle estremità di quella ‘finestra stretta’ – perché troppo originali, o radicali – non hanno le stesse possibilità di essere accolte di quelle che sono più aderenti a quel precedente senso comune. E questo è il politologo prematuramente scomparso:
[7] Paul Singer è un miliardario che aderisce all’idea del ‘complotto di Obama’ sull’inflazione, ovvero che ritiene che l’inflazione sia elevata, ma i dati governativi truccati. Nel 2014 ha espresso tale convincimento con un argomento abbastanza ridicolo; basterebbe, disse, dare un’occhiata ai prezzi degli immobili nel quartiere di East Hampton, per rendersi conto di quanto l’inflazione sia elevata. Quella località è famosa per una concentrazione di ville di miliardari. Krugman ironizzò su quell’argomento in un post del novembre 2014 (“Gli usi del ridicolo”).
febbraio 26, 2015
Feb 26 5:49 pm
I haven’t had time for the broader discussion of cognitive closure, but one more thing about Meltzer and all that: I get especially annoyed when economists who have been wrongly predicting inflation say that it’s not their fault — who could have known that banks would just sit on all those reserves? The answer is, anyone who had paid attention should have known that would happen.
Let me quote myself, from my 1998 — yes, 1998 — paper on the liquidity trap:
The point is important and bears repeating: under liquidity trap conditions, the normal expectation is that an increase in high-powered money will have little effect on broad aggregates, and may even lead to a decline in bank deposits and a larger decline in bank credit.
I presented data from the 1930s that seemed to confirm that point; a few years later Japan gave us another experiment, when it tried quantitative easing. Here’s how it went, with the monetary base and M2 both shown with January 2001=100:
So theory and experience both predicted exactly the sterility of monetary base expansion that we saw in practice. And, you know, that’s the kind of successful prediction that is supposed to change peoples’ minds: if you’re that wrong about how an experiment turned out, and someone else made a prediction you considered foolish but turned out completely right, you’re supposed to concede that just maybe, possibly, they were on to something.
The fact that essentially nobody on that side of the debate has budged in the slightest tells us that whatever it is they’ve been doing, it’s not scientific research.
La facilitazione quantitativa e gli aggregati monetari
Non ho avuto tempo per la più ampia discussione sulla ‘chiusura cognitiva’, ma una cosa in più a proposito di Meltzer e tutto il resto: in particolare io mi irrito quando gli economisti che hanno sbagliato nel prevedere l’inflazione dicono che non è stato per loro responsabilità – chi poteva sapere che la banche si sarebbero semplicemente sedute su tutte quelle riserve? La risposta è: chiunque avesse prestato attenzione, avrebbe dovuto sapere quello che sarebbe accaduto.
Consentitemi una citazione personale, dal mio saggio del 1998 – sì, 1998 – sulla trappola di liquidità [1]:
“E’ un punto importante e vale la pena di ripeterlo: nelle condizioni di una trappola di liquidità, la normale aspettativa è che una moneta molto potenziata avrà un effetto modesto sugli aggregati generali, e può persino portare ad un declino nei depositi bancari ed a un più ampio declino nel credito bancario.”
Presentai dati del 1930 che sembravano confermare quell’argomento; pochi anni dopo il Giappone ci fornì un altro esperimento, quando provò con la ‘facilitazione quantitativa’. Ecco come andò, con la base monetaria ed anche lo M2 mostrati, a partire dal gennaio 2001 = 100 [2]:
Dunque, sia la teoria che l’esperienza avevano previsto esattamente la sterilità dell’espansione della base monetaria che vedemmo nella pratica. E quella, come intuite, è il genere di previsione di successo che si suppone cambi il modo di ragionare della gente: se sbagliate in modo tanto evidente su come un esperimento si risolve, e qualcun altro fa un esperimento che consideravate sciocco ma si rivela completamente giusto, si suppone che ammettiate che questi ultimi forse, probabilmente, avevano davvero ragione su qualcosa.
In fatto che sostanzialmente nessuno da parte di quello schieramento nel dibattito abbia minimamente cambiato opinione ci dice che, qualsiasi cosa costoro stessero facendo, non si trattava di ricerca scientifica.
[1] Lo studio a cui si riferisce è: “La trappola del Giappone”, di Paul Krugman (1998), tradotto nella sezione “Saggi, articoli su riviste etc.” di questo blog.
[2] Per i concetti di “base monetaria” (ovvero M0) e dell’aggregato monetario chiamato M2, si torni alla nota sul post del 25 febbraio dal titolo “Monetarismo in inverno”. In sostanza, laddove nel 2001 la somma di tutte le banconote, le monete metalliche e le passività della banca centrale convertibili al pari della moneta legale del Giappone corrispondeva alla somma di quel denaro, più i depositi bancari di conto corrente e quelli bancari o postali non trasferibili tramite assegno etc. (M2), dopo nove anni durante i quali la base monetaria aveva avuto un notevolissimo incremento, lo M2 si era spostato minimamente.
Si deve considerare che la “base monetaria”, o M0, include, oltre al denaro circolante, tutte le passività della banca centrale convertibili rapidamente e senza costi, e quindi è un concetto che si riferisce ad un aggregato che può essere anche notevolmente superiore al cosiddetto “circolante”. Se anche le passività delle banche centrali sono espresse in banconote e monete, il fatto che una parte di esse restino in riserva e non circolino, le esclude dal conteggio degli aggregati “successivi” (M1, M2, M3). Questo spiega la sostanza di quello che è accaduto nel Giappone ed altrove: gran parte della base monetaria utilizzata per la ‘facilitazione quantitativa’ non è stata messa in circolazione dai soggetti economici (banche, imprese, consumatori).
La qualcosa non significa che le ‘facilitazioni quantitative’ siano prive di effetti. Su quest’ultimo aspetto si trovano spiegazioni in vari post recenti di Krugman o Wren-Lewis; gli effetti ci sono, ma non sono affatto equivalenti alle potenzialità teoriche (mentre l’uso da parte degli Stati di una base monetaria aggiuntiva per investimenti o sussidi, evidentemente, ha effetti diretti).
febbraio 26, 2015
Feb 26 10:43 am
I want to weigh in on the issue of “cognitive capture” and the appropriate tactics for the reality-oriented community; more later or tomorrow. But I did want to remind readers of the column that had Allan Meltzer complaining that I say vicious things that the Times shouldn’t print. Here’s the column.
It’s pretty stiff, and no doubt had Meltzer very upset. After all, he has spent his life positioning himself as a wise, stern critic of the Fed, in effect its monetary conscience. The financial crisis should have been his big, culminating moment; instead it has turned into a vast embarrassment, in which he has been wrong again and again.
But should I have tried to spare his feelings? I don’t think so. I think I owe it to readers to give a clear picture of what is going on — and yes, to make it entertaining, because an unread column does nobody any good. I’m snarky for a reason.
La mia spregevolezza monetaria
Voglio intervenire, più tardi o domani, sul tema della “cattura cognitiva” [1] e sulle tattiche appropriate per una comunità orientata alla realtà. Ma intendevo rammentare ai lettori l’articolo che provocò la lamentela di Allan Meltzer, secondo il quale mi esprimevo in modo aggressivo, in termini che il Times non dovrebbe pubblicare. L’articolo è questo [2].
E’ abbastanza duro, e non c’è dubbio che fece infuriare Meltzer. Dopo tutto, egli ha speso la sua vita a presentarsi come un critico saggio ed austero della Fed, in sostanza come la sua coscienza monetaria. La crisi finanziaria avrebbe dovuto essere la sua grande, culminante occasione; invece si è trasformata in un immenso imbarazzo, nel quale ha compiuto sbagli in continuazione.
Ma avrei dovuto cercare di essere gentile verso la sua sensibilità? Io non lo credo. Penso di dover fornire ai lettori un quadro chiaro di ciò che sta accadendo – e sì, anche di intrattenerli, giacché un articolo non letto non fa bene a nessuno. Sono irriverente per una ragione.
[1] Ovvero, di quella situazione nella quale la concentrazione su altro – pensieri o interessi propri, il temporaneo utilizzo di una strumento che vi assorbe etc. – provoca una sorta di cecità nei confronti dell’ambiente esterno. E’ il tema stimolato da Brad DeLong e trattato nel post “Monetarismo in inverno”, sul quale tornerà in un post successivo.
[2] Vedi “Il culto dell’inflazione” dell’11 settembre 2014, qua tradotto.
febbraio 26, 2015
Feb 26 10:34 am
Gail Collins has a characteristically hilarious piece about Chris Christie, who went around bellowing about his fiscal responsibleness, then, as soon as the question arose about how to pay for something he agreed to, welshed on the deal.
Gail thinks this is the end of Christie’s presidential ambitions; I think this gives his party too much credit for caring about reality. Christie probably is toast, but not because he has shown himself fiscally irresponsible and untrustworthy. Instead, he apparently doesn’t know when to stop bellowing — you do need to make nice to the big money, and he hasn’t.
But in any case, there’s a larger point: the Christie affair is yet another demonstration that there are no true fiscal hawks on the right, only deficit peacocks who strut around and preen themselves on their supposed fiscal virtue, but never show themselves willing to make any sacrifices for the cause.
In fact, all the supposed alarm about deficits ends up being a club such people use to slash benefits for workers and the poor; as soon as it becomes a question of taxes on the rich, they suddenly lose interest.
The fading of Chris Christie will lower the decibel level, but nothing else will change.
Chris Christie, il pavone
Gail Collins scrive un articolo come al solito divertentissimo su Chris Christie [1], che è andato in giro a strepitare sulla sua responsabilità nei conti pubblici, e poi, appena è emersa la questione di come pagare per qualcosa su cui aveva concordato, si è rimangiato l’impegno.
Gail pensa che questa sia la fine delle ambizioni presidenziali di Christie; io penso che in questo modo si dia troppo credito al suo partito di preoccuparsi della realtà. Probabilmente Christie è finito, ma non perché si sia mostrato irresponsabile e inaffidabile. Piuttosto, pare che non sappia quando è il momento di smetterla di vociare – con i ricchi c’è bisogno di essere aggraziati, e lui non lo è.
Ma in ogni caso, c’è un aspetto più generale: la faccenda di Christie è una ennesima dimostrazione che non ci sono veri falchi dei conti pubblici a destra, soltanto pavoni del deficit che vanno in giro impettiti e si danno arie sulle loro supposte virtù nella finanza pubblica, ma non si sono mai mostrati disponibili a fare nessun sacrificio per la causa.
In sostanza, tutto il presunto allarmismo sui deficit finisce con l’essere una clava che tali individui utilizzano per abbattere i sussidi ai lavoratori ed ai poveri; appena diventa una questione di tasse per i ricchi, perdono improvvisamente interesse.
Il declino di Chris Christie abbasserà il livello dei decibel, ma non cambierà nient’altro.
[1] Repubblicano, attuale Governatore del New Jersey, abbastanza noto per sommarietà e goffaggine.
febbraio 25, 2015
Feb 25 4:50 pm
Brad DeLong is writing about “cognitive closure” on the right, and focuses on the case of Allan Meltzer, the long-time monetarist standard-bearer and co-founder of the Shadow Open Market Committee. Meltzer has been predicting inflation, just around the corner, for six years; the experience apparently has had no impact on his conviction that he understands the economy better than the Fed. And he considers it rude and unprofessional when some of us point out how wrong he has been for how long.
But there’s one thing that struck me in particular about the last entry in Brad’s bill of particulars, where Meltzer says this:
The Fed’s third major error is its baffling inattention to the growth of monetary and credit aggregates. Central banks supply the raw material on which financial markets build the credit and money magnitudes. The reason given for neglecting these aggregates is usually a claim they are unstable. That is true only, if at all, of quarterly values. It is not true of medium- and longer-term values, as many researchers have shown.
I’m not sure what Meltzer is saying here, exactly. Surely the claim is not so much that the aggregates are unstable as that the relationship between those aggregates and variables of interest — like inflation — is unstable. Now, where might the Fed have gotten that idea? Maybe from this:
The velocity of M2 — the ratio of nominal GDP to a broadly defined version of the money supply — has turned out to be hugely variable. Once upon a time Milton Friedman called for slow, steady growth in M2 as the key to a stable economy; surely you can’t think that makes sense given developments since the mid-1980s.
But here we have Meltzer insisting that the Fed is making a terrible mistake by not worrying about monetary aggregates, and complaining bitterly about those who question whether, given his track record, he has any authority to lecture the Fed. It’s really very sad.
Monetarismo in inverno
Brad DeLong scrive sulla “chiusura cognitiva” della destra, e si concentra sul caso di Allan Meltzer, il porta vessillo da lunga data del monetarismo e cofondatore della Commissione ombra sul Mercato Aperto [1]. Per sei anni Meltzer ha previsto una inflazione sempre incombente; a quanto pare l’esperienza non ha avuto effetto sul suo convincimento di capire l’economia meglio della Fed. Inoltre ritiene che quando qualcuno di noi mette in evidenza quanto e per quanto tempo egli abbia avuto torto, si comporti in modo grossolano e non professionale.
Ma c’è una cosa che soprattutto mi ha colpito relativamente alla lista dei particolari dell’ultima presa di posizione di Brad, laddove Meltzer afferma quanto segue:
“Il terzo importante errore della Fed è la sua sconcertante disattenzione alla crescita degli aggregati monetari e creditizi. Le banche centrali offrono il materiale grezzo sul quale i mercati finanziari realizzano il credito e gli ordini di grandezza della moneta. Normalmente, la ragione addotta per trascurare questi aggregati è la pretesa che sarebbero instabili. Questo è vero, ammesso che lo sia, soltanto in relazione ai valori trimestrali. Non è vero nei valori di medio e lungo termine, come hanno mostrato molti ricercatori.”
Non sono certo in questo caso cosa Meltzer esattamente intenda. Certamente l’argomento non è tanto che gli aggregati sono instabili, quanto che la relazione tra quegli aggregati e le variabili dell’interesse – come l’inflazione – è instabile. Ora, da dove la Fed potrebbe aver dedotto quell’idea? Forse da questo:
Si è scoperto che la velocità dello M2 [2] – la percentuale di PIL nominale rispetto ad una versione definita in termini generali dell’offerta monetaria – è largamente variabile. Una volta Milton Friedman si pronunciò per una crescita lenta e regolare dello M2 come la chiave di una economia stabile; dati gli sviluppi a partire dalla metà degli anni ’80, non si può certamente pensare sia stato quello il caso.
Eppure abbiamo qua Meltzer che insiste che la Fed sta facendo un errore terribile a non preoccuparsi degli aggregati monetari, e si lamenta amaramente per coloro che mettono in dubbio che, dati i suoi precedenti, egli abbia una qualche autorità a fare lezioni alla Fed. E’ davvero molto triste.
[1] Il Federal Open Market Committee (italiano Comitato federale del mercato aperto, FOMC) è un organismo della Federal Reserve incaricato di sorvegliare le operazioni di mercato aperto negli Stati Uniti e ne è il principale strumento di politica monetaria. Il FOMC regola la politica monetaria specificando l’obiettivo a breve termine ovvero decidendo il federal funds rate, ovvero livello dei tassi d’interesse negli USA.
L’organismo diretto dal professor Meltzer (SOMC) è appunto una Commissione “ombra”, che ha come scopo il valutare le scelte politiche e le iniziative dell’altra commissione ufficiale. E’ stata fondata nel 1973, oltre che da Meltzer (Carnegie-Mellon University), da Karl Brunner (Rochester University).
[2] Le definizioni degli aggregati monetari sono utilmente elencate in questa voce di Wikipedia:
Poiché la moneta svolge nei sistemi economici varie funzioni, possono essere definiti diversi aggregati monetari in relazione alle funzioni che vengono prese in considerazione per stabilire se un’attività finanziaria può essere considerata quasi-moneta. In particolare, si definiscono solitamente i seguenti aggregati monetari, classificati secondo un grado decrescente di liquidità:
febbraio 25, 2015
Feb 25 4:17 pm
I was very interested by the new paper by Claeys and Walsh on “plucking” as an explanation of differential performance in Europe; basically, they’re saying that fast growth has come in countries that previously had deep slumps. But how does that result interact with the result many of us have found, which is that differences in austerity seem to explain a lot? Here’s an example of what I find:
I tried to see where their result fits in; but I used a slightly different sample. I included Greece; I’m not sure why they excluded it (they say that they’re dropping countries that didn’t have any recovery, but why?) I also used the same dates for everyone, 2007-9 for the slump and 2009-14 for the recovery. And since I wanted to use structural deficits to measure austerity, I could only include Latvia among the Baltics.
What I got was this:
Latvia stands out, but in this sample it’s alone; the estimated coefficient on the size of the slump is large but hugely uncertain.
What happens if you throw both variables in? With standard errors in parentheses, I get Growth in GDP 2009-14 = 7.91 – .26(.28)*Change in GDP 2007-9 – 1.41(.27)*Change in structural balance as % of potential GDP. Plucking might be important, but it’s hard to tell given the lack of data. Austerity, on the other hand, comes in very clear.
Maybe the point is that there aren’t any deep mysteries that need explaining. You can point to individual countries and say that they did better than you might have expected, but any kind of non-cherry-picked analysis of the data really, really wants to tell you not just that austerity hurts growth but that it’s the major factor causing some European countries to do worse than others.
Una spiegazione dell’andamento della ripresa in Europa
Sono molto interessato al nuovo studio di Claeys e Walsh sullo “stacco” come spiegazione dell’andamento differenziato in Europa; fondamentalmente, essi stanno dicendo che la rapida crescita è intervenuta in paesi che in precedenza erano in profonda recessione. Ma come interagisce quel risultato con l’altro che molti di noi hanno trovato, secondo il quale sembra che le differenze nella austerità spieghino molto? Ecco un esempio di quello che io trovo [1]:
Ho cercato di osservare come i loro risultati si accordino; ma ho usato un campione leggermente diverso. Ho incluso la Grecia; non sono sicuro del perché essi la abbiano esclusa (dicono che lasciano andare i paesi che non hanno avuto alcuna ripresa, ma perché?) Ho anche utilizzato gli stessi dati per ciascuno, il 2007-2009 per la recessione ed il 2009-2014 per la ripresa. E, dal momento che volevo usare i deficit strutturali per misurare l’austerità, tra i paesi Baltici ho potuto soltanto includere la Lettonia.
Ecco cosa ho trovato:
La Lettonia sta per conto suo, ma in questo campione è sola; il coefficiente stimato sulla dimensione della recessione è largo, ma altamente incerto.
Cosa accade se mettete dentro entrambe le variabili? Mettendo tra parentesi gli errori standard [2], ottengo che la crescita del PIL tra il 2009 ed il 2014 è pari a: 7,91 – 0,26 (0,28), moltiplicato per il mutamento nel PIL 2007-2009 – 1,41 (0,27), moltiplicato per il mutamento dell’equilibrio strutturale come percentuale del PIL potenziale. Lo “stacco” può essere rilevante, ma è difficile a dirsi, considerata la deficienza dei dati. D’altra parte, l’austerità entra in gioco molto chiaramente.
Forse il punto è che non ci sono misteri profondi che hanno bisogno di una spiegazione. Ci si può riferire a paesi singoli e sostenere che essi hanno fatto meglio di quello che ci si sarebbe aspettati, ma ogni genere di analisi dei dati non basata su una scelta arbitraria, in realtà quello che ci dice è che non solo l’austerità danneggia la crescita, ma che rappresenta il fattore importante che spinge alcuni paesi europei ad avere prestazioni peggiori degli altri.
[1] La tabella successiva mostra l’andamento del rapporto tra austerità e crescita (ovvero quella che risulta dalla linea di ricerca di Krugman ed altri).
Sulla linea delle ascisse appare il “mutamento nell’equilibrio strutturale”. Nel linguaggio della Commissione Europea “l’equilibrio di bilancio effettivo (viene considerato) al netto delle componenti cicliche, degli eventi straordinari e delle altre misure straordinarie”. Per “equilibrio strutturale” si intende “una misura della tendenza sottostante (implicita) dell’equilibrio di bilancio”. Suppongo che i mutamenti negli equilibri strutturali sulla linea delle ascisse siano, andando verso destra, l’indice di un maggiore equilibrio, e dunque di una crescente austerità, su una scala da 0 a 20. In questo caso si noterebbe che le prestazioni caratterizzate da maggiore austerità riguarderebbero Portogallo, Spagna, Irlanda e, in misura inferiore, Olanda, Italia e Francia.
Sulla linea delle ordinate compaiono invece i mutamenti nel PIL che, come si vede, sono negativi per Slovenia, Italia, Olanda, Spagna e Portogallo, e diversamente positivi per gli altri paesi esaminati (Germania, Repubblica Slovacca e Lettonia presentano gli andamenti più positivi).
In linea di massima, dunque, sembrerebbe che i paesi caratterizzati da maggiore equilibrio strutturale/austerità sono anche stati quelli caratterizzati da minore crescita/regresso nel PIL.
Ma, è il caso di aggiungere, mi pare che si mostrino anche eccezioni rilevanti, come quella della Francia, che con un mutamento nell’equilibrio strutturale simile all’Italia, mostra una crescita del PIL positiva (più simile, cioè, all’andamento tedesco che a quello italiano).
[2] In statistica l’errore standard di una misura è definito come la stima della deviazione standard dello stimatore. È dunque una stima della variabilità dello stimatore, cioè una misura della sua imprecisione. (Wikipedia)
febbraio 24, 2015
Feb 24 8:08 am
Matthew Klein takes on a subject dear to my heart — the mysterious, persistent fear that Japan and other countries that borrow in their own currencies could suddenly face a Greek-style fiscal crisis if bond investors lose confidence, and that this is a reason to raise taxes or cut benefits even in a depressed economy. I devoted my Mundell-Fleming lecture at the IMF to this topic, where I had this to say:
Remarkably, nobody seems to have laid out exactly how a Greek-style crisis is supposed to happen in a country like Britain, the United States, or Japan – and I don’t believe that there is any plausible mechanism for such a crisis.
That’s still true — but fear of such a crisis persists. That’s true even though — as you can see from the figure — the apparent relationship between debt levels and borrowing costs has vanished now that the ECB is doing its job as lender of last resort.
So what is the basis of this fear? It’s not just BowlesSimpsonGreenspan who believe in the threat; Taka Ito, whom Klein quotes, is a good and sensible economist; so is Olivier Blanchard, with whom I discussed the issue when we were in Hong Kong.
The answer I seem to get is fear of a dramatic flip in circumstances — that Japan, say, could engage in a sort of macroeconomic quantum tunneling, suddenly transitioning from deflation to crashing currency and runaway inflation. That’s not impossible. But it does seem an odd thing to be worrying about right now. Also, does raising the consumption tax in a slump, or obsessing about the state of Social Security in 2030, really make that much difference to the prospect of such an abrupt transition?
I don’t see the plausibility — and it seems really strange for that concern to loom so large in the face of everything else going wrong.
Crisi fantasma dei conti pubblici
Matthew Klein interviene su un tema che mi è molto caro – il misterioso, persistente timore che il Giappone ed altri paesi che si indebitano nelle loro valute possano all’improvviso ritrovarsi dinanzi ad una crisi dei conti pubblici del tipo di quella greca se gli investitori dei bond perdono fiducia, e che questa sia una ragione per aumentare le tasse o tagliare i sussidi persino in una economia depressa. Su questo tema resto fedele alla mia conferenza al Mundell-Fleming [1], dove ebbi occasione di dire:
“E’ rilevante il fatto che nessuno sembra avere esattamente esposto come si suppone che una crisi del genere di quella greca possa aver luogo in un paese come l’Inghilterra, gli Stati Uniti o il Giappone – ed io non credo che esista alcun plausibile meccanismo per una crisi del genere.”
Questo è ancora vero – ma la paura di una crisi simile persiste. Questo è vero anche se – come si può vedere dal diagramma – la apparente relazione tra i livelli del debito ed i costi dell’indebitamento sono svaniti, ora che la BCE sta facendo il suo mestiere come prestatore di ultima istanza.
Quale è, dunque, il fondamento di tale paura? Non sono soltanto i Bowles, i Simpson ed i Greenspan che credono nella minaccia; Taka Ito, che Klein cita, è un economista bravo e ragionevole; altrettanto si dica per Olivier Blanchard, con il quale discussi di questo tema quando ci incontrammo ad Hong Kong.
La risposta che mi pare di ottenere è la paura di uno spettacolare capovolgimento in particolari circostanze – che il Giappone, ad esempio, possa essere alle prese con una sorta di ‘perforazione quantistica macroeconomica’ [2], per il quale all’improvviso transita dalla deflazione al crollo della valuta e ad una inflazione galoppante.
Questo non è impossibile. Ma in questo momento, sembra una cosa curiosa di cui preoccuparsi. Inoltre, elevare in una recessione la tassa sui consumi, o avere l’ossessione delle condizioni della Previdenza Sociale nel 2030, farebbe una qualche differenza, nella prospettiva di un passaggio così inaspettato?
Non vedo in che cosa questo sia plausibile – e sembra davvero strano che quella preoccupazione incomba con tale ampiezza, a fronte di tutto il resto che sta andando male.
[1] Vedi nell’archivio, settore saggi, la traduzione del testo della Conferenza, dal titolo “Regimi valutari, flussi di capitali e crisi”, di Paul Krugman – 27 ottobre 2013.
[2] Dovrebbe trattarsi di un fenomeno della meccanica dei quanti per il quale una particella passa attraverso una barriera che convenzionalmente non avrebbe potuto attraversare.
febbraio 22, 2015
Feb 22 3:17 pm
Were the costs of Greek adjustment unavoidable, regardless of the currency? Could they have been much less, even given the euro? This paper says no; Simon Wren-Lewis is aghast, and rightly so. How can alleged experts have learned so little from so much terrible experience?
I’d like to focus in on one point in particular, which I’m not sure is completely clear in Simon’s argument. We’re all agreed that Greece needed to reduce its wages and other costs relative to those of the euro area core. This could have happened quickly, with no need for high unemployment, if Greece had had an independent currency to devalue — as happened in Iceland. Given membership in the euro area, however, Greece had to go through a period of relatively high unemployment depressing wage growth.
There was, however, a question of how fast this had to happen. Think of this schematic picture:
We can think of Greece needing to move wages toward a sustainable path that is itself rising over time thanks to inflation in the rest of the euro area (and of course it’s crucial that this inflation be fast enough). Even given this need, however, there’s the question of how fast; here Plan A is a cold turkey, very high unemployment and deflation route, while Plan B is one in which unemployment need only be high enough to keep wages from rising.
Clearly Plan A involves front-loading the pain. But is the total pain — as measured, say, in point-years of excess unemployment — the same in the two cases?
If the Phillips curve were linear, so that an additional point of unemployment always reduces wage inflation by the same amount, the answer would be yes. But we have overwhelming evidence at this point that the Phillips curve is NOT linear, that it gets very flat at low inflation because of downward nominal wage rigidity.
What this means is that Plan A doesn’t just front-load the pain; it produces a lot more total pain, even though it takes place over a shorter period, because you’re trying to break through strong inhibitions against actual wage cuts as opposed to mere wage restraint.
So Greece could have avoided the bulk of its nightmare if it had had its own currency; but it could have had a much less terrible nightmare even given the euro if austerity had been less extreme and adjustment slower.
L’austerità ed i costi della svalutazione interna
I costi della correzione in Grecia erano inevitabili, a prescindere dalla valuta? Avrebbero potuto essere inferiori, anche considerato l’euro? Questo articolo dice di no [1]; Simon Wren-Lewis è sbigottito, comprensibilmente. Come possono dei supposti esperti aver imparato così poco da una esperienza talmente terribile?
Vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare, che non sono certo sia completamente chiaro nella argomentazione di Simon. Abbiamo tutti condiviso il fatto che la Grecia avesse bisogno di ridurre i salari ed altri costi relativi a quelli al centro dell’area euro. Questo avrebbe potuto avvenire rapidamente, senza alcun bisogno di una elevata disoccupazione, se la Grecia avesse avuto una valuta indipendente da svalutare – come è successo in Islanda. In quanto componente dell’area euro, tuttavia, la Grecia è dovuta passare attraverso un periodo di disoccupazione relativamente alta deprimendo la crescita salariale.
C’era, tuttavia, una domanda sulla velocità con la quale questo avrebbe dovuto accadere. Si pensi a questa figura schematica [2]:
Possiamo ritenere che la Grecia avesse bisogno di muovere i salari verso un andamento sostenibile che fosse esso stesso crescente nel tempo, grazie all’inflazione nel resto dell’area euro (e naturalmente sarebbe stato cruciale che questa inflazione fosse sufficientemente rapida). Anche considerato questo bisogno, tuttavia, c’è la questione della misura della velocità: in questo caso il Piano A è la cosiddetta “crisi di astinenza” [3], disoccupazione molto elevata e percorsi di deflazione, mentre il Piano B è quello nel quale c’è solo il bisogno che la disoccupazione sia sufficiente ad impedire la crescita dei salari.
Chiaramente il Piano A ha a che fare con una sofferenza concentrata nel tempo. Ma la sofferenza totale – misurabile, ad esempio, con un punteggio di anni di eccesso di disoccupazione – è la stessa nelle due ipotesi?
Se la curva di Phillips [4] fosse lineare, in modo tale che un punto aggiuntivo di disoccupazione riducesse l’inflazione dei salari della stessa misura, la risposta sarebbe positiva. Ma a questo punto abbiamo prove schiaccianti che la curva di Phillips NON è lineare, che in condizioni di bassa inflazione essa diventa molto piatta a causa della rigidità dei salari nominali verso il basso.
Quello che questo significa è che il Piano A non comporta soltanto la concentrazione nel tempo della sofferenza; esso produce una sofferenza totale molto maggiore, persino se ha luogo in un periodo più breve, perché ci si impegna in una rottura attraverso forti costrizioni rispetto a tagli salariali, rispetto ad un mero contenimento dei salari.
Dunque la Grecia avrebbe potuto evitare gran parte del suo incubo se avesse avuto la propria valuta; ma anche considerato l’euro, avrebbe potuto avere un incubo molto meno terribile se l’austerità fosse stata meno estrema e la correzione più lenta.
[1] L’articolo è apparso sul blog Vox il 20 febbraio 2015. Gli autori sono: Lars P. Feld (Università di Friburgo), Christhoph M. Schmidt (Presidente del Centro di Ricerca di Politica economica), Isabel Schnabel (Università di Gutenberg), Benjamin Weigert (Segretario Generale del comitato di consulenti economici del Governo della Germania), Volker Wieland (Università Goethe di Francoforte).
[2] Sulla linea verticale i salari, su quella orizzontale il tempo. La linea a trattini indica un andamento sostenibile. Nella soluzione A essi vengono bloccati in modo brusco nella fase iniziale del processo, in quella B il loro incremento è posto sotto controllo.
[3] Con l’espressione “cold turkey” (“tacchino freddo”) si intende il comportamento di una persona che interrompe bruscamente la assunzione di una sostanza dalla quale è dipendente, anziché farlo con gradualità e con il sostegno di farmaci, andando inevitabilmente a misurarsi con i problemi di una crisi di astinenza.
[4] L’economista neozelandese Alban William Phillips (1914 – 1975), nel suo contributo del 1958 ‘The relationship between unemployment and the rate of change of money wages in the UK 1861-1957′ (La relazione tra disoccupazione e il tasso di variazione dei salari monetari nel Regno Unito 1861-1957), pubblicato su Economica, rivista edita dalla London School of Economics, osservò una relazione inversa tra le variazioni dei salari monetari e il livello di disoccupazione nell’economia britannica nel periodo preso in esame. Analoghe relazioni vennero presto osservate in altri paesi e, nel 1960, Paul Samuelson e Robert Solow, a partire dal lavoro di Phillips, proposero un’esplicita relazione tra inflazione e disoccupazione: allorché l’inflazione era elevata, la disoccupazione era modesta, e viceversa. ” La società può permettersi un saggio di inflazione meno elevato o addirittura nullo, purché sia disposta a pagarne il prezzo in termini di disoccupazione .“ (Robert Solow)
Vedi più ampiamente sulle note della traduzione.
febbraio 22, 2015
Feb 22 9:42 am
There’s been quite a lot of commentary about the Hamilton Project conference on robots and all that. Let me just add my two cents about the “framing paper“.
What strikes me about this paper — and in general what one still hears from many people inside the Beltway — is the continuing urge to make this mainly a story about the skills gap, of not enough workers having higher education or maybe the right kind of education. The paper acknowledges, sort of, that the trends people thought they saw in the 1990s aren’t visible in later data, but then jumps right back into discussing education as the solution as if nothing had happened.
But if my math is right, the 90s ended 15 years ago — and since then wages of the highly educated have stagnated. Why on earth are we still hearing the same rhetoric about education as the solution to inequality and unemployment?
The answer, I’m sorry to say, is surely that it sounds serious. But, you know, it isn’t.
Rip Van Skillsgap [1]
C’è stata una quantità di commenti sulla conferenzadell’Hamilton Project sui robot e tutto il resto. Consentitemi solo di aggiungere un piccolo contributo sull’ “articolo di inquadramento”.
Quello che mi stupisce di questo studio – e in generale di quello che si sente dire da parte di molte persone nella Capitale – è il bisogno continuo di farlo diventare principalmente un racconto sul difetto delle competenze, sul numero insufficiente di lavoratori con una istruzione superiore o forse con il tipo giusto di istruzione. Lo studio in qualche modo riconosce che le tendenze che la gente pensava di aver visto negli anni ’90 non è visibile negli ultimi dati, ma poi fa un salto indietro a discutere di istruzione come la soluzione, come se non fosse accaduto niente.
Ma se i miei conti sono giusti, gli anni ’90 sono finiti un quindicennio orsono – e da allora i compensi dei lavoratori con elevata istruzione sono rimasti stagnanti. Perché mai dobbiamo sorbirci la stessa retorica sull’istruzione come soluzione ai problemi dell’ineguaglianza e della disoccupazione?
Mi dispiace dirlo, ma certamente la risposta è che sembra una cosa seria. Eppure, sapete che non lo è.
[1] “Skillsgap” significa un “difetto/scarto di competenze professionali”. Ma potrebbe essere un nomignolo affibbiato a un personaggio, o ad un gruppo di personaggi, per affinità con un protagonista di un racconto dello scrittore Washington Irving del 1919. Il titolo del racconto era “Rip Van Winkle” e narrava di un personaggio che era uscito di scena in un lungo fantastico sonno, per sfuggire ad una moglie bisbetica, ed al ritorno nel villaggio natio aveva trovato tutto cambiato. Il senso potrebbe essere che anche i sociologi dell’Hamilton Project si devono essere addormentati, trascurando quello che sta davvero accadendo in tema di diseguaglianze negli ultimi venti anni. In effetti, anche Rip Van Winkle si era addormentato per venti anni.
Questo un dipinto relativo alla storia, dove appare lo spaesato vecchietto:
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