Feb 22 9:30 am
Now that the dust has settled a bit, we can look calmly at the deal — if it really is a deal that survives through tomorrow, which some people doubt. And it’s increasingly clear that Greece came out in significantly better shape, at least for now.
The main action, always, involves the Greek primary surplus — how much more will they need to raise in revenue than they can spend on things other than interest? The question these past few days would be whether the Greeks would be forced into agreeing to aim for very high primary surpluses under the threat of being pushed into immediate crisis. And they weren’t.
One way to see this is through careful parsing of the language, as done here. That’s quite useful. But I’d argue that in an important sense we’re past that kind of word-chopping. Instead, we need to think about what happens substantively from here out.
Right now, Greece has avoided a credit cutoff, and worse yet an ECB move to pull the plug on its banks, and it has done so while getting the 2015 primary surplus target effectively waived.
The next step will come four months from now, when Greece makes its serious pitch for lower surpluses in future years. We don’t know how that will go. But nothing that just happened weakens the Greek position in that future round. Suppose that the Germans claim that some ambiguously worded clause should be interpreted to mean that Greece must achieve a 4.5 percent of GDP surplus, after all. Greece will say no, it doesn’t — and then what? A couple of years ago, when all the VSPs of Europe believed utterly in austerity, Greece might have faced retaliation thanks to wording issues; not now.
So Greece has won relaxed conditions for this year, and breathing room in the run-up to the bigger fight ahead. Could be worse.
La Grecia ha fatto bene
Ora che la polvere si è un po’ depositata, possiamo guardare con calma all’accordo – ammesso che sia realmente un accordo destinato a resistere oltre una giornata, cosa della quale alcuni dubitano. E, almeno per adesso, è sempre più chiaro che la Grecia ne è uscita in una condizione significativamente migliore.
L’intervento principale riguarda, sempre, l’avanzo primario greco – di quante maggiori entrate i greci hanno bisogno, rispetto a quello che possono spendere al netto degli interessi? La domanda di questi giorni era se la Grecia sarebbe stata costretta a concordare con l’obbiettivo di avanzi primari elevatissimi, con la minaccia di essere spinta ad una crisi immediata. E non è quello che è avvenuto.
Un modo di osservarlo è attraverso una scrupolosa analisi linguistica, come viene fatto in questa connessione [1]. Ciò è abbastanza utile. Ma direi che in un senso importante abbiamo superato quella sorta di ‘spezzatino’ linguistico. Abbiamo bisogno piuttosto di riflettere su quello che sostanzialmente accadrà da ora in poi.
Sul momento, la Grecia ha evitato un taglio del credito, e peggio ancora ha evitato una iniziativa della BCE per staccare la spina alle sue banche, e lo ha fatto ottenendo una rinuncia sostanziale all’obbiettivo di avanzo primario per il 2015.
Il prossimo passo verrà tra quattro mesi, quando la Grecia pubblicizzerà seriamente le sue posizioni per avanzi primari più bassi nei prossimi anni. Non sappiamo come andrà a finire. Ma niente di quello che è appena accaduto indebolisce la posizione greca nel prossimo round. Supponiamo che i tedeschi sostengano che qualche clausola ambiguamente espressa debba, alla fine, essere interpretata nel senso che la Grecia deve ottenere un avanzo primario pari al 4,5 per cento del PIL. La Grecia dirà di no, che non intende farlo – ed allora? Un paio di anni fa, quanto tutte le Persone Molto Serie d’Europa credevano completamente nell’austerità, la Grecia avrebbe potuto subire rappresaglie per una questione di parole; oggi no.
Dunque la Grecia ha conquistato condizioni più tranquille per quest’anno, ed una pausa di respiro nel periodo che precede la prossima più grande battaglia. Poteva andar peggio.
[1] Il riferimento è ad un articolo di meticolosa disanima dell’accordo a cura di Norman Häring, un esperto tedesco. Come è noto il 16 febbraio l’eurogruppo aveva intimato alla Grecia di formulare per scritto un propria diversa proposta di accordo provvisorio – rispetto ad un testo presentato l’11 febbraio da Varoufakis – ed il 20 febbraio l’eurogruppo ha concordato su una “dichiarazione” sul caso greco. La analisi è istruttiva, delle sottigliezze spesso bizantine che sono intervenute nel passaggio dei quattro giorni; e l’esperto tedesco solleva il dubbio che Schäuble abbia guadagnato qualcosa di sostanziale nel bloccare la proposta iniziale di Varoufakis.
febbraio 21, 2015
Feb 21 2:27 pm
My soon-to-be-colleague Branko Milanovic writes forcefully against the term “human capital”; Elizabeth Bruenig notes an especially unpleasant use of the term by reformicons trying to sell child tax credits to their conservative allies.
I’m in agreement with both. It’s actually shocking how readily we have fallen into rhetoric that treats human beings as assets; it’s closely related to the remarkable, equally shocking way that we now talk about medical patients as health care “consumers”.
But I think there’s a bit more to add.
Branko says that the essential difference between skills and physical capital is that the former aren’t worth anything unless you work, and that is certainly an essential difference. I would, however, also emphasize the flip side: if you think of capital as something that rentiers can own, which is surely one of the important things we connote when we use the c-word, then labor force skills are not capital in that sense. Children of the wealthy can inherit or buy factories and buildings; absent indentured servitude or the coming of androids, they can’t buy worker skills.
Meanwhile, Bruenig is unhappy with James Pethokoukis for trying to sell humanitarian policies, more or less, as a cynical pro-capitalist ploy (which is, to give credit where it’s due, the opposite of the usual thing on the right). What I immediately noted was that Pethokoukis is wrong about what actually works in the direction he wants. He argues that big welfare states discourage having children, and dismisses pro-natalist policies as ineffectual. Here are fertility rates in advanced countries:
The two most extensive, generous welfare states in the world — France and Sweden — also have higher fertility than we do, significantly so in the case of France. And there’s a reason: strong pro-natalist policies, which greatly reduce the burden, financial and otherwise, of raising children. As I’ve written in the past, if you want to see policy informed by genuine family values — as opposed to “pro-family” values that are actually about patriarchy — France is a much better example than America.
Le persone non sono androidi
Colui che sarà tra breve mio collega, Branko Milanovic, interviene energicamente contro il termine “capitale umano”; Elizabeth Bruenig osserva un uso particolarmente sgradevole del termine da parte dei conservatori riformisti [1], che cercano di far accettare i crediti di imposta sui figli ai loro alleati conservatori.
Sono d’accordo con entrambi. Effettivamente è stupefacente con quanta prontezza ci siamo adeguati ad un linguaggio che tratta gli essere umani come asset; ciò è connesso strettamente all’altrettanto stupefacente e degno di nota vezzo di parlare dei pazienti della sanità come “consumatori” di assistenza sanitaria.
Ma penso ci sia qualcosa d’altro da aggiungere.
Branko dice che la differenza essenziale tra competenze professionali e capitale fisico è che le prime non valgono niente se non si lavora, e quella è certamente una differenza essenziale. Vorrei anche, tuttavia, mettere l’accento sull’altro lato della medaglia: se si pensa al capitale come qualcosa che i redditieri possono possedere, che è certamente una delle cose importanti alle quali alludiamo quando usiamo quella parola [2] , allora le competenze della forza lavoro non sono capitale in quel senso. I figli dei ricchi possono ereditare o comperare stabilimenti e palazzi; la lontana servitù a contratto o gli imminenti androidi non possono comprare le competenze di un lavoratore.
Nello stesso tempo, Bruenig è scontenta di James Pethokoukis per il suo tentativo, più o meno, di far accettare politiche umanitarie come uno stratagemma a favore dei capitalisti (che è l’opposto, per dire le cose come stanno, di ciò che solitamente fa la destra). Quello che notai immediatamente era che Pethokoukis si sbaglia a proposito di ciò che effettivamente funziona, nella direzione a cui è interessato. Egli sostiene che i grandi Stati assistenziali scoraggiano dall’avere figli, e liquidano le politiche a favore della natalità come inefficaci. Ecco i tassi di fertilità nel paesi avanzati:
I due stati assistenziali più esaurienti e generosi al mondo – la Francia e la Svezia – hanno tassi di natalità più elevati dei nostri, in modo particolarmente significativo nel casi della Francia. E c’è una ragione: le forti politiche a favore della natalità, che riducono grandemente il peso, finanziario e di altra natura, dell’allevare i figli. Come ho scritto nel passato, se si vogliono vedere politiche genuinamente ispirate ai valori della famiglia – all’opposto dei valori ‘familistici’ che in verità sono a favore del patriarcato – la Francia è un esempio molto migliore dell’America.
[1] In connessione un articolo di un esponente dei “conservatori riformisti”, James Pethokoukis, economista e blogger che opera presso l’American Enterprise Institute. L’articolo risale al giugno del 2014.
[2] “C-word” di solito è un modo per esprimersi con il massimo della volgarità nei confronti di una persona, soprattutto di un donna. In quel caso “c” sta per “cunt”. Ma non capirei il nesso e tantomeno l’ironia in questo contesto, per cui lo interpreto solo come un riferimento alla lettera iniziale.
febbraio 20, 2015
Feb 20 10:33 am
Jamelle Bouie has a very good article responding to Rudy Giulani’s attack on Obama’s patriotism, making the point that Obama, while clearly deeply patriotic, does talk about America a bit differently from his predecessors.
Oh, and read this about Giuliani.
But I’m not sure that Bouie has the whole story. He attributed Obama’s relatively chastened version of American exceptionalism to his personal identity — that as a black American he is more in touch with the areas of ambivalence in our history. That may well be true. But there are many Americans who love their country in pretty much the way the president does — seeing it as special, often an enormous force for good in the world, but also fallible and with some stains on its record. I’m one of them. So you don’t have to be black to see things that way.
What’s more, there have always been American patriots who could acknowledge flaws in the country they loved. For example, there’s the guy who described one of our foreign wars as “the most unjust ever waged by a stronger against a weaker nation.” That was Ulysses S. Grant — who long-time readers know is one of my heroes — writing about the Mexican-American War.
But now we (finally) have a president who is willing to say such things while in the White House. Why?
Maybe it’s history: the Greatest Generation is fading away, and the most recent war in our memories is Iraq — a war waged on false pretenses, whose enduring images are not of brave men storming Omaha Beach but of prisoners being tortured in Abu Ghraib. My sense is that Iraq has left a lasting shadow on our self-image; many people now realize that we, too, can do evil.
Maybe it’s just that we are becoming, despite everything, a more sophisticated country, a place where many people do understand that you can be a patriot without always shouting “USA! USA!” — maybe even a country where people are starting to realize that the shouters are often less patriotic than the people they’re trying to shout down.
All of this doesn’t change the fact that we really are an exceptional country — a country that has played a special role in the world, that despite its flaws has always stood for some of humanity’s highest ideals. We are not, in other words, just about tribalism — which is what makes all the shouting about American exceptionalism so ironic, because it is, in fact, an attempt to tribalize our self-image.
Un eccezionalismo più umile [1]
Jamelle Bouie scrive un ottimo articolo in risposta all’attacco di Rudy Giuliani sul patriottismo di Obama, avanzando la tesi secondo la quale Obama, pur essendo chiaramente patriottico nel profondo, parla dell’America in modo abbastanza diverso dai suoi predecessori.
E poi, a proposito di Giuliani, leggetevi questo [2].
Ma non sono sicuro che Bouie ci dica tutto. Egli ha attribuito la versione relativamente attenuata dell’eccezionalismo di Obama alla sua identità personale – ovvero al fatto che in quanto nero americano egli è più in sintonia con le aree di ambivalenza della nostra storia. Questo certamente può essere vero. Ma ci sono molti americani che amano il loro paese in modo abbastanza simile a quello del Presidente – lo considerano come un particolare, spesso come un enorme fattore positivo nel mondo, ma anche fallibile e non esente da macchie nella sua storia. Io sono uno di loro. Dunque, non c’è bisogno di essere neri per vedere le cose in quel modo.
Ciò che è più importante, è che ci sono sempre stati americani che potevano riconoscere difetti nel paese che amavano. Ad esempio, c’era un individuo che descrisse una delle nostre guerre all’estero come “la più ingiusta che sia mai stata dichiarata da una nazione più forte contro una nazione più debole”. Era Ulysses S. Grant – come sanno i miei lettori da lungo tempo, è uno dei miei eroi preferiti – che scriveva sulla Guerra Messicano-Americana.
Ma ora abbiamo (finalmente) un Presidente che ha voglia di dire cose del genere mentre è alla Casa Bianca. Perché?
Forse dipende dalla storia: la Generazione dei Più Grandi [3] se ne sta andando, e la guerra più recente nella nostra memoria è l’Iraq – una guerra dichiarata sulla base di falsi pretesti, le cui immagini durevoli non riguardano uomini coraggiosi che prendono d’assalto Omaha Beach [4], ma prigionieri che vengono torturati ad Abu Ghraib. La mia sensazione è che l’Iraq abbia lasciato un’ombra durevole sull’immagine che abbiamo di noi stessi; in molti ora si rendono conto che anche noi possiamo fare del male.
Forse si tratta soltanto del fatto che stiamo diventando, nonostante tutto, un paese più evoluto, un posto nel quale in molti si rendono conto che si può essere patrioti senza gridare in continuazione “USA! USA!” – forse persino un paese nel quale molte persone cominciano a capire che quelli che urlano sono spesso meno patriottici di coloro che cercano di sopraffare con le urla.
Tutto questo niente toglie al fatto che siamo per davvero un paese eccezionale – un paese che ha giocato un ruolo particolare nel mondo, che nonostante i suoi difetti si è sempre espresso per gli ideali più elevati dell’umanità. In altre parole, nel nostro caso non si tratta di un banale spirito di appartenenza ad una tribù – e quella è la cosa che rende tutti coloro che strillano sull’eccezionalismo americano così beffardi, dato che, di fatto, costituisce un tentativo di ridurre ad una tribù l’immagine che abbiamo di noi stessi.
[1] Il termine “eccezionalismo” nel linguaggio storico politico americano si riferisce alla “eccezionalità” della storia degli Stati Uniti, talora intesa letteralmente nel senso della sua straordinaria forza innovativa, più raramente, a sinistra, nel senso dell’esagerato orgoglio nazionalistico su cui si basa. “Chastened” potrebbe essere semplicemente tradotto nel senso di “attenuato”, ma anche nel senso di “maggiormente umile”, che nel caso di Obama è forse più appropriato.
[2] La connessione è con un articoletto sul blog “Daily News” nel quale si ricordano – a proposito della critica di Giuliani, secondo la quale Obama non “amerebbe” l’America – alcune sue storie di “amore coniugale”. Sembra che abbia ottenuto la separazione dalla prima moglie con un compiacente annullamento da parte di un sacerdote che stranamente si era accorto tardi che essa era sua seconda cugina, che si sia separato dalla seconda annunciandolo senza preavviso in una conferenza stampa di prima mattina, e che avesse avviato la sua relazione con la terza (prima del secondo divorzio) andandola a trovare nella sua residenza nei lussuosi sobborghi di Hamptons per 11 volte scortato da sette agenti con due SUV, per un costo a carico dei contribuenti pari a 3.000 dollari.
Mi scuso per il gossip che è un po’ istruttivo, se si pensa sia al moralismo della destra americana, sia alle italiche modeste vicende della ‘panda rossa’ in parcheggio vietato del povero sindaco della nostra capitale.
[3] The Greatest Generation è un termine coniato dal giornalista Tom Brokaw per riferirsi a quella generazione che crebbe negli Stati Uniti durante il disastro della Grande Depressione e che andò a combattere nella Seconda Guerra Mondiale e a quelli che, con la loro produttività all’interno della guerra nell’home front, hanno dato un contributo decisivo alla produzione di armi. (Wikipedia)
[4] Omaha Beach è il nome in codice dato dagli alleati ad una delle cinque spiagge su cui avvennero gli sbarchi il 6 giugno 1944. La spiaggia, dell’ampiezza di 8 chilometri, si snoda da Sainte-Honorine-des-Pertes a Vierville-sur-Mer nel dipartimento del Calvados, nella Bassa Normandia. (Wikipedia)
febbraio 20, 2015
Feb 20 10:05 am
I’ve been in correspondence with various people trying to track the current Greece/euro crisis, and everyone seems to have reached the same conclusion I’ve reached — namely, that what’s needed above all right now is some way to stop the clock, call a time-out, whatever. We’re talking about weeks, maybe a month or two — but that pause is desperately needed, because otherwise it will be all too easy to stumble into a preventable disaster.
Why do we need a time-out? Mainly because the new Greek government simply hasn’t had time to do its homework. This is not a criticism: it’s a new government, it’s outside the existing political establishment (because voters feel, with justification, that the establishment has failed), and Syriza doesn’t have a deep technocratic bench. Even with the best will in the world — and from what I hear, we are talking about well-intentioned people here — the Greeks can’t present a detailed proposal, decide exactly what they must do and can’t do, just yet.
In a different phase of history, they might have been able to turn to outside institutions with a lot of technical expertise — but now? The Commission is, in their eyes and pretty much in reality, a bad actor which has had terrible judgment. The IMF are pretty good guys these days, but are part of the troika and certainly can’t be directly involved in drafting the agenda of this government. Ditto the ECB.
Now, maybe after 60 or 90 days it would become clear that there is no possible deal, and Grexit it is. But we don’t know that.
What we do know is that what appears to be the demand of hardliners — that the new Greek government agree in the next few days to abandon everything it campaigned on, that it lock in draconian fiscal targets, privatization, and other things it hasn’t had time to assess — is impossible. I don’t know whether the hard-liners believe that this bum’s rush will work, or are just pushing Greece out the door. But this is not how it should go. Everyone needs some time to think.
L’Europa ha bisogno di fermare l’orologio
Sono stato in corrispondenza con varie persone cercando di seguire l’attuale crisi euro-greca, e sembrano essere tutti arrivati alle mie conclusioni – ovvero, che quello che è soprattutto necessario in questo momento, in qualche modo, è di fermare l’orologio, di chiedere una forma qualsiasi di sospensione. Stiamo parlando di settimane, forse di un mese o due – ma quella pausa è disperatamente necessaria, perché altrimenti sarà anche troppo facile fare un passo falso in un prevedibile disastro.
Perché abbiamo bisogno di una sospensione? Principalmente perché il nuovo Governo greco non ha semplicemente avuto il tempo di prepararsi. Questa non è una critica: si tratta di un nuovo Governo, estraneo alla esistente classe dirigente (perché gli elettori hanno sentito che, comprensibilmente, quella classe dirigente aveva fallito), e Syriza non ha una vasta panchina di tecnocrati. Persino con la migliore volontà del mondo – e da quello che sento dire, in questo caso stiamo parlando di persone ben intenzionate – i Greci non possono presentare una proposta dettagliata, decidere esattamente quello che devono fare e quello che non possono fare, su due piedi.
In un momento diverso della storia, potevano essere nelle condizioni di rivolgersi ad istituzioni esterne dotate di molta competenza tecnica – ma adesso? La Commissione, ai loro occhi e in gran parte nella realtà, è un pessimo soggetto che ha ricevuto un giudizio terribile. Il FMI è di questi tempi un soggetto abbastanza affidabile, ma fa parte della troika e certamente non può essere direttamente incluso nella stesura dei programmi di questo Governo. Lo stesso dicasi per la BCE.
Ora, può darsi che dopo 60 o 90 giorni diventerà chiaro che non c’è alcun accordo possibile, e a quel punto la Grecia uscirà. Ma non lo sappiamo.
Quello che oggi sappiamo è che quella che sembra essere la richiesta degli intransigenti – che il nuovo Governo greco concordi in pochi mesi di abbandonare tutto quello per cui si è mobilitato nelle elezioni, che si rinchiuda entro obbiettivi di finanza pubblica draconiani, in privatizzazioni e in altre cose che non ha il tempo di valutare – è impossibile. Non so se gli intransigenti credano che questa forzatura funzionerà, o se stanno semplicemente spingendo la Grecia fuori dalla porta. Ma non è in questo modo che si dovrebbe procedere. Hanno tutti bisogno di un po’ di tempo per riflettere.
febbraio 19, 2015
Feb 19 11:58 am
Germany says no to Greek request.To be fair, I think news reports describing the Greek letter as a complete u-turn and capitulation are wrong. I see this:
and it looks to me as if Greece is quite carefully not committing to the original fiscal targets; it will attain “appropriate primary fiscal surpluses”, which almost surely means less than 4.5 percent of GDP. So if the German complaint is that Greece is not agreeing to lock in total surrender to the preexisting austerity plan, this appears to be right. Instead, Greece appears to be seeking to buy some time to put together an economic strategy (remember, this is a new government without a deep bench of technocrats), and to negotiate terms later. Germany, on the other hand, is trying to force Syriza into complete abandonment of its election promises right now, today.
Do the Germans really think that’s a likely outcome? I suspect not. This looks to me like an attempt to force Greece out of the euro, right now. German policy is objectively pro-Grexit.
It’s also, given the likely fallout, objectively pro-Golden Dawn.
The role of the ECB is critical here, and Peter Doyle says what I’ve been meaning to say, but better:
[I]n the event that Euro-Greek negotiations fail, the ECB should unequivocally continue to provide full ELA to Greece. Furthermore, it should make that position clear now, while negotiations on the program continue. This would determine that Euro policymakers must not only resolve Greece without the ECB stick corralling them but must also find themselves another Euro enforcement mechanism.
Crunch time.
Metteteci una parolaccia tedesca
La Germania dice no alle richieste greche. A dir la verità, penso che i resoconti giornalistici che descrivono la lettera greca come un completo rovesciamento ed una capitolazione siano sbagliati. Io leggo questo:
“Lo scopo della proproga di sei mesi della durata dell’Accordo é:
a) Concordare i termini finanziari ed amministrativi reciprocamente accettabili l’attuazione dei quali, in collaborazione con le istituzioni [1], stabilizzerà la posizione della finanza pubblica della Grecia, conseguirà avanzi di amministrazione primari della finanza pubblica idonei, garantirà la sostenibilità del debito e contribuirà all’ottenimento degli obbiettivi finanziari per il 2015 che tengano conto della attuale situazione economica.”
e mi sembra che la Grecia sia abbastanza scrupolosa nel non impegnarsi sugli originari obbiettivi di finanza pubblica; essa conseguirà “avanzi primari della finanza pubblica appropriati”, il che quasi certamente significa inferiori al 4,5 per cento del PIL. Cosicché se la lamentela tedesca è che la Grecia non sta concordando di rinchiudersi in una totale resa al programma di austerità preesistente, questo sembra giusto. Piuttosto, sembra che la Grecia stia cercando di guadagnare un po’ di tempo per mettere assieme una strategia economica (si ricordi, questo è un nuovo governo senza molti tecnocrati in panchina) e negoziarne i termini successivamente. La Germania, d’altra parte, sta cercando di costringere Syriza ad un abbandono completo delle sue promesse elettorali sin da subito, oggi stesso.
Pensano davvero i tedeschi che questo sia un risultato probabile? Sospetto di no. Mi sembra piuttosto un tentativo di costringere la Grecia fuori dall’euro, sin da subito. La politica è obiettivamente a favore dell’uscita della Grecia.
Essa è, date le probabile conseguenze negative, obbiettivamente a favore di Alba Dorata.
In questo caso il ruolo della BCE è critico, e Peter Doyle [2] afferma, meglio di me, quello che io avevo intenzione di dire:
“(Nel)l’ipotesi che i negoziati euro-greci falliscano, la BCE dovrebbe inequivocabilmente fornire una piena ELA (Emergency Liquidity Assistance) alla Grecia. Inoltre, dovrebbe rendere chiara quella posizione sin da subito, mentre i negoziati sul programma sono in corso. In questo modo si stabilirebbe che gli uomini politici europei non solo devono giungere ad una decisione sulla Grecia senza che il bastone della BCE li tenga riuniti, ma anche trovare da soli un altro meccanismo di applicazione dell’euro.”
Tempi critici.
[1] Pare che il termine “istituzioni” sia la soluzione che è stata trovata per superare la parola “troika”.
[2] L’articolo nella connessione è apparso su FTAlphaville, blog del Financial Times, e Peter Doyle è un economista che in passato ha fatto parte dello staff del FMI.
febbraio 17, 2015
Feb 17 7:21 am
Kevin O’Rourke is angry at the Irish government for self-righteously lecturing Greece on the need to suck it up and be austere like the Irish. Indeed. Here’s a different comparison:
European Commission
Greece has done a lot more austerity than those countries cited as supposed success stories (which is another issue — success being defined as “not total collapse, and slight recovery after years of horror” — but that’s a different story). And as Kevin says, the Irish government is acting against its own citizens by beating up on Greece.
Austerità comparata
Kevin O’Rourke si arrabbia con la moralistica ramanzina alla Grecia da parte del Governo irlandese, sulla necessità che i greci si rassegnino e siano austeri come gli irlandesi. Non ha torto. Ecco quanta differenza c’è nel confronto [1]:
Commissione europea
La Grecia ha subito molta maggiore austerità di quei paesi che vengono citati come presunte storie di successo (che è un altro tema – il successo essendo definito come “un collasso non totale ed una leggera ripresa dopo anni di orrore” – ma appunto è una differente storia). E come dice Kevin, il Governo irlandese, picchiando sulla Grecia, opera contro i suoi stessi cittadini.
[1] La tabella mostra i mutamenti nella spesa al netto degli interessi, in termini percentuali. La spesa greca – negli anni dal 2007 al 2014 – è diminuita di circa il 22 per cento, mentre quella dell’Irlanda ci circa il 2 per cento.
febbraio 16, 2015
Feb 16 2:02 pm
OK, this is amazing, and not in a good way. Greek talks with finance ministers have broken up over this draft statement, which the Greeks have described as “absurd.” It’s certainly remarkable. On my reading, here’s the key sentence:
The Greek authorities committed to ensure appropriate primary fiscal surpluses and financing in order to guarantee debt sustainability in line with the targets agreed in the November 2012 Eurogroup statement. Moreover, any new measures should be funded, and not endanger financial stability.
Translation (if you look back at that Eurogroup statement): no give whatsoever on the primary surplus of 4.5 percent of GDP.
There was absolutely no way Tsipras and company could sign on to such a statement, which makes you wonder what the Eurogroup ministers think they’re doing.
I guess it’s possible that they’re just fools — that they don’t understand that Greece 2015 is not Ireland 2010, and that this kind of bullying won’t work.
Alternatively, and I guess more likely, they’ve decided to push Greece over the edge. Rather than give any ground, they prefer to see Greece forced into default and probably out of the euro, with the presumed economic wreckage as an object lesson to anyone else thinking of asking for relief. That is, they’re setting out to impose the economic equivalent of the “Carthaginian peace” France sought to impose on Germany after World War I.
Either way, the lack of wisdom is astonishing and appalling.
Atene delenda est
Questa è davvero incredibile, e non in senso positivo. I colloqui dei greci con i Ministri delle Finanze si sono rotti su questa bozza di dichiarazione, che i greci hanno definito “assurda”. Di sicuro essa è rilevante. Secondo la mia lettura, questa è la frase cruciale:
“Le autorità greche hanno preso l’impegno ad assicurare appropriati avanzi primari nella finanza pubblica e finanziamenti che servano a garantire la sostenibilità del debito, in linea con gli obbiettivi concordati con la dichiarazione dell’eurogruppo del novembre del 2012. Inoltre, ogni nuova misura dovrebbe avere copertura finanziaria, e non mettere a rischio la stabilità finanziaria.”
Traduzione (se tornate a leggere quella dichiarazione dell’eurogruppo): non si cede per niente su un avanzo primario pari al 4,5 per cento del PIL.
Non c’era assolutamente nessuna possibilità che Tsipras e compagni potessero sottoscrivere una dichiarazione del genere, la qualcosa porta a chiedersi se i Ministri dell’eurogruppo riflettono su quello che stanno facendo.
Credo che sia possibile che siano semplicemente dei pazzi – che non capiscano che la Grecia del 2015 non è l’Irlanda del 2010, e che questo genere di intimidazioni non funzioneranno.
In alternativa, e penso più probabilmente, hanno deciso di spingere la Grecia al limite di rottura. Piuttosto che offrire un qualche terreno, preferiscono vedere la Grecia costretta al default e probabilmente fuori dall’euro, in modo che il prevedibile naufragio economico sia una lezione pratica verso chiunque altro pensasse di chiedere una attenuazione. Vale a dire, si prefiggono di imporre l’equivalente economico della “pace cartaginese” [1] che la Francia cercò di imporre alla Germania dopo la Prima Guerra mondiale.
In ogni modo, la mancanza di saggezza è stupefacente e spaventosa.
[1] In realtà la frase sulla distruzione era riferita a Cartagine, e dunque quel genere di soluzione propriamente non era una “pace cartaginese”, ma una “pace romana”. Probabilmente Krugman, che è appassionato di storia romana, intende dire che era il genere di ‘pace’ che avrebbero dovuto subire i cartaginesi. Fu Marco Porcio Catone, “Catone il censore”, che dopo il suo ritorno a Roma nel 157 a.C., a seguito dei negoziati falliti con Massinissa, Re di Cartagine, nei vari anni successivi era solito chiudere ogni suo discorso nel Senato romano con la frase “Carthago delenda est”.
febbraio 15, 2015
Feb 15 9:56 am
Try to talk about macroeconomics, and you’re sure to encounter accusations that your policies would turn us into Weimar Germany; those wheelbarrows full of cash remain the ultimate bogeymen for many, despite years of being wrong about everything. As some of us have noted, however, there’s a peculiar selectivity in the use of Weimar as cautionary tale: it’s always about the hyperinflation of 1923, never about the deflationary effects of the gold standard and austerity in 1930-32, which is, you know, what brought you-know-who to power.
But that’s not the only piece of Weimar history that has gone missing; there was also the reparations issue, which as I noted yesterday has considerable bearing on the issue of how large a primary surplus Greece must run.
Thinking about this led me to an interesting question. We know that part of the reason large postwar reparations were such an unreasonable and irresponsible demand was the dire, shrunken state of the German economy after World War I. So how does Greece compare? The answer startled me:
Maddison Project, Eurostat
Austerity, it turns out, has devastated Greece just about as much as defeat in total war devastated imperial Germany. The idea of demanding that this economy triple the size of its primary surplus is … disturbing.
Weimar e la Grecia (continuazione)
Cercate di parlare di macroeconomia, e siate certi che incontrerete l’accusa che le vostre politiche ci porterebbero alla Germania di Weimar; quei carretti pieni di denaro contante restano per molti l’ultimo spauracchio, nonostante anni di sbagli generalizzati. Come alcuni di noi hanno notato, tuttavia, c’è una particolare selettività nell’uso di Weimar come racconto ammonitorio: esso riguarda sempre l’iperinflazione del 1923, mai gli effetti deflazionistici del gold standard e l’austerità negli anni 1930-1932, che furono, non dimenticatelo mai, quelli che portarono al potere quel soggetto che ben sapete.
Ma non è solo questo il pezzo della storia di Weimar che è andato perduto; c’è anche il tema delle riparazioni, che come ho notato ieri [1] ha una considerevole attinenza con la questione di quanto debba essere ampio l’avanzo di amministrazione gestito dalla Grecia.
Il ragionare su tale tema mi ha portato ad una interessante domanda. Noi sappiamo che una parte dei motivi per i quali le grandi riparazioni post belliche furono una pretesa talmente irragionevole ed irresponsabile furono le condizioni terribili, il letterale raggrinzimento dell’economia tedesca dopo la Prima Guerra Mondiale. Dunque, come confrontarlo con la Grecia? La risposta mi ha spaventato [2]:
Maddison Project, Eurostat
Si scopre che l’austerità ha devastato la Grecia esattamente come la sconfitta nella guerra generale devastò la Germania imperiale. L’idea di richiedere che questa economica triplichi il suo avanzo primario è, come dire, inquietante.
[1] Vedi l’articolo sul New York Times dal titolo “Weimar sull’Egeo”.
[2] Come si vede, il grafico rappresenta gli andamenti del PIL reale nei sette anni di crisi tedesca – dall’inizio della Prima Guerra Mondiale al 1920 – e nei sette anni della crisi greca – dal 2007 al 2014.
febbraio 14, 2015
February 14, 2015 3:34 pm
What’s the state of the Greek crisis? I have no idea, or at any rate no idea beyond what any diligent reader of press reports might glean. I do, however, have a pretty good idea of what Greece is asking for on the fiscal side, and it might be useful to talk about the arithmetic behind that position.
Here’s the basic point: Greece has, through incredible sacrifice, managed to achieve a primary budget surplus — a surplus excluding interest payments — despite a depression-level slump. That surplus is believed to be currently running at about 1.5 percent of GDP. The Greek government is not calling for a return to primary deficits; as I understand it, it is merely proposing that it be allowed to stabilize the surplus at that level, as opposed to raising it to 4.5 percent of GDP, a number that has few precedents in history.
Now, you might think that 3 percent of GDP is not that big a deal (although try finding $500 billion a year of spending cuts in the United States!) Given the macroeconomics, however, it is much bigger than it looks. Much like the reparations the Allies tried to extract from Germany after World War I — although for somewhat different reasons — forcing Greece to run huge primary surpluses at this point would impose a very large “excess burden” over and above the direct cost of the surpluses themselves.
First, austerity has a very negative effect on output in a country that does not have its own currency, and therefore cannot offset the fall in demand with monetary policy. The attached figure shows what was supposed to happen to Greek GDP according to the original 2010 request for a stand-by arrangement – that is, the original austerity-and-internal-devaluation plan — compared with what actually happened. There’s little question that the huge shortfall reflects the adverse effects of austerity, which the IMF admits it greatly understated. At this point a reasonable estimate for the Greek multiplier is on the order of 1.3.
This multiplier effect has immediate fiscal implications. Suppose that Greece were to spend somewhat more than contemplated under the current agreement; the primary surplus would surely be less than would otherwise be the case, but the effect would be much less than one-for-one. We can summarize the actual effect of higher government spending (ΔG) on the primary surplus (ΔPS) as follows:
ΔPS = -ΔG*(1-μτ)
where μ is the multiplier and τ is the marginal effect of a one-euro rise in GDP on revenues and/or cyclically linked spending like unemployment benefits. Say μ = 1.3 and τ=0.4, both more or less in the middle of the evidence; then higher spending would reduce the primary surplus by less than half the initial spending rise.
Or to turn this around, to achieve the extra three points of surplus the troika is demanding, Greece would actually have to find more than 6 points of GDP in spending cuts or tax hikes. And note that the multiplier is almost surely greater than one; this means that the fall in government spending would induce a fall in private spending too, which is an additional excess burden from the austerity.
The point, then, is that by demanding that Greece run even bigger primary surpluses, the troika is in effect demanding that Greece make sacrifices on the order of an additional 7.5 or 8 percent of GDP as compared with the standstill the Greek government proposes.
L’onere eccedente della Grecia
Quale è la situazione della crisi greca? Non ne ho idea, o almeno non ne ho idea oltre a quanto ogni lettore diligente dei resoconti giornalistici possa rendersi conto. Tuttavia, ho un’idea abbastanza precisa di quello che la Grecia sta chiedendo dal lato della finanza pubblica, e potrebbe essere utile parlare della aritmetica che sta dietro un posizione del genere.
Ecco il punto fondamentale: la Grecia, con un sacrificio incredibile, è riuscita a realizzare un avanzo primario nel bilancio – un avanzo, esclusi i pagamenti per gli interessi – nonostante una crisi al livello di una depressione. Si pensa che attualmente questo avanzo ruoti attorno all’1,5 per cento del PIL. Il Governo greco non sta chiedendo un ritorno a un deficit primario; per come comprendo, sta semplicemente proponendo che gli sia consentito di stabilizzare il surplus a quel livello, anziché aumentarlo sino al 4,5 per cento del PIL, un dato che avrebbe pochi precedenti nella storia.
Ora, potreste pensare che il 3 per cento del PIL non sia un grande affare (sebbene, provate a trovare 500 miliardi di dollari di tagli alla spesa negli Stati Uniti!). Considerato dal punto di vista macroeconomico, tuttavia, è molto più grande di quanto sembri. In modo molto simile alle riparazioni che gli Alleati cercarono di spremere dalla Germania dopo la Prima Guerra Mondiale – sebbene per tutt’altre ragioni – costringere la Grecia, questo punto, a realizzare un vasto avanzo primario imporrebbe un amplissimo “onere eccedente” [1], sopra ed oltre il costo diretto degli avanzi stessi.
In primo luogo, l’austerità ha effetti molto negativi sulla produzione di un paese che non dispone di una sua valuta, e di conseguenza non può bilanciare la caduta della domanda con la politica monetaria. Il diagramma all’inizio mostra quello che si pensava accadesse in Grecia sulla base delle richieste originarie del 2010 per un accordo di emergenza – vale a dire, il programma originario di austerità e di svalutazione interna – a confronto con quello che effettivamente è accaduto. C’è il piccolo problema che la vasta caduta riflette gli effetti negativi dell’austerità, che il FMI ammette di aver grandemente sottovalutato. A questo punto, una stima ragionevole del moltiplicatore greco è nell’ordine dell’1,3 per cento.
Questo effetto di moltiplicatore ha immediate implicazioni sulla finanza pubblica. Supponiamo che la Grecia debba spendere qualcosa di più di quanto previsto dall’accordo vigente; il surplus primario sarebbe sicuramente inferiore di quello che sarebbe altrimenti, ma il risultato sarebbe assai inferiore di un rapporto di uno ad uno. Possiamo riassumere l’effetto reale di una spesa pubblica più elevata (ΔG) sull’avanzo primario (ΔPS) come segue:
ΔPS = -ΔG*(1-μτ)
dove μ è il moltiplicatore e τ l’effetto marginale di un aumento di un euro nel PIL sulle entrate e/o sulla spesa dipendente dal ciclo economico, come i sussidi di disoccupazione. Stabiliamo che μ =1,3 e τ =0,4, entrambi più o meno nel mezzo delle testimonianze; in quel caso una spesa più elevata ridurrebbe l’avanzo primario di meno della metà della crescita iniziale della spesa.
Oppure, capovolgendo il ragionamento, per ottenere tre punti aggiuntivi di avanzo che la troika sta chiedendo, la Grecia dovrebbe in effetti trovare più di 6 punti di PIL in tagli alla spesa o incrementi delle tasse. E si noti che il moltiplicatore è quasi sicuramente più elevato di quello; questo significa che la caduta nella spesa pubblica indurrebbe anche una caduta nella spesa privata, la qualcosa rappresenterebbe un aggiuntivo ‘onere eccedente’ derivante dall’austerità.
Il punto, dunque, è che richiedendo che la Grecia gestisca avanzi primari persino maggiori, la troika in effetti chiede che la Grecia faccia sacrifici nell’ordine di un 7,5 o 8 per cento aggiuntivi del PIL, a confronto con il blocco che il Governo greco propone.
[1] E’ un termine tecnico di solito riferito agli effetti della tassazione, con il quale si definiscono gli effetti distorsivi che sono connessi con mutamenti nei regimi fiscali.
febbraio 14, 2015
Feb 14 10:10 am
I’ve read a couple of recent articles about what you might call peak Google — a nice piece by Farhad Manjoo, another via FT Alphaville — both of which argue, in effect, that Google’s past success is turning it into a dinosaur. Manjoo:
Old kingpins like Digital Equipment and Wang didn’t disappear overnight. They sank slowly, burdened by maintenance of the products that made them rich and unable to match the pace of technological change around them. The same is happening now at Hewlett-Packard, which is splitting in two. Even Microsoft — the once unbeatable, declared monopolist of personal computing software — has struggled to stay relevant in the shift from desktop to mobile devices, even as it has continued to pump out billions in profits.
Now Google is facing a similar question about its place among tech’s standard bearers.
It’s a common and plausible picture: basically, success makes you set in your ways, and unable to adapt when the environment changes. But here’s what I wonder: are we making up stories to explain essentially random events?
Consider the analogy with national growth. A few months ago Lant Pritchett and Larry Summers made a bit of a splash with a paper taking on a popular story about economic growth rates. Often, poor countries that have grown very fast in the past seem to slow down as they reach middle-income status, still far below the per capita incomes of Japan and the West. This has led to a lot of theorizing about a possible “middle-income trap”. But Pritchett and Summers argue that what we’re seeing is mostly just regression toward the mean: countries that have grown fast in the past tend to be more normal in the future, because that’s the way life is. All the rest is over-interpretation.
So I wonder: does the tendency of tech giants to lag in the next stage really represent the price of success and its attendant rigidity, or is it simply telling us that lightning doesn’t strike repeatedly in the same place? Tech giants — giants of any kind, actually — are generally built on the basis of one big idea, and grow huge by applying that idea. Why should we expect them to be great at the next big idea?
I’d also note, as an amateur in this field, that I’m hearing good stuff about Microsoft’s latest offerings. Weren’t they supposed to be a dinosaur, incapable of changing because the profits from the old ways are still too good? (Besides, the dinosaurs appear to have been wiped out by a random event.)
Anyway, just thoughts. But analysts of economic growth are familiar with the proposition that the more we study the issue, the less we think we know. I wonder if analysts of business success shouldn’t consider the possibility of a similar story in their field.
La trappola dei redditi medi e il preteso prezzo del successo
Ho letto un paio di articoli recenti su quello che si potrebbe chiamare il punto limite di Google – un bell’articolo da parte di Farhad Manjoo, un altro su FT Alphaville – che sostengono entrambi, in sostanza, che il passato successo di Google la sta trasformando in un dinosauro. Manjoo:
“Vecchi punti di riferimento come Digital Equipment e Wang non sono scomparse in una notte. Sono affondate lentamente, appesantite dai prodotti che le avevano rese ricche ed incapaci di stare al passo dei mutamenti tecnologici che maturavano attorno ad esse. Lo stesso sta accadendo adesso a Hewlett-Packard, che si sta spaccando in due pezzi. Persino Microsoft – una volta l’invincibile, indiscusso monopolista del software dei personal computer – ha faticato a mantenersi rilevante nel passaggio dai congegni da scrivania a quelli mobili, anche se ha proseguito ad accumulare miliardi di profitti.”
Adesso Google sta affrontando un problema simile in relazione alla sua posizione tra i più diffusi alfieri della tecnologia.
E’ un quadro frequente e plausibile: fondamentalmente, il successo consolida nelle proprie modalità, e rende incapaci di adattamento quando i contesti cambiano. Ma ecco cosa mi chiedo: stiamo forse inventandoci racconti per spiegare eventi essenzialmente casuali?
Si consideri l’analogia con la crescita nazionale. Pochi mesi orsono Lant Pritchett e Larry Summers fecero molto effetto con uno studio che interveniva su una spiegazione popolare sui tassi della crescita economica. Spesso i paesi poveri che sono cresciuti molto rapidamente nel passato sembrano rallentare quando raggiungono una condizione di medio reddito, seppure molto al di sotto dei redditi procapite del Giappone e dell’Occidente. Questo ha portato ad una grande quantità di teorizzazioni sulla “trappola del medio reddito”. Ma Pritchett e Summers sostengono che quello a cui assistiamo è in gran parte semplicemente una regressione verso posizioni mediane: i paesi che sono cresciuti velocemente nel passato tenderanno ad essere più nella norma nel futuro, perché le cose nella vita vanno in questo modo. Tutto il resto sono abusi interpretativi.
Dunque mi chiedo: la tendenza dei giganti della tecnologia a rallentare nei passaggi successivi rappresenta realmente il prezzo del successo e della sua connessa rigidità, o ci sta semplicemente dicendo che quel colpo di fulmine non colpirà nuovamente nello stesso punto? I giganti delle tecnologia – giganti di vario genere, per la verità – sono in generale costruiti sulla base di una grande idea, e crescono grandemente con la messa in atto di quell’idea. Perché dovremmo aspettarci che essi siano grandi con l’arrivo della prossima grande idea?
Osserverei anche, come amatore in questo campo, che sto sentendo dire cose buone sulle ultime offerte di Microsoft. Non si pensava che fossero dinosauri, incapaci di cambiamenti a causa dei profitti ancora troppo lauti che provenivano dai vecchi prodotti (a parte il fatto che i dinosauri sembra siano stati spazzati via da un evento casuale)?
In ogni modo, sono solo pensieri. Ma gli analisti della crescita economica hanno familiarità con il concetto secondo il quale più studiamo la materia, meno pensiamo di saperne. Mi chiedo se gli analisi dei successi di impresa non dovrebbero considerare la possibilità di una storia simile, anche nella loro disciplina.
febbraio 14, 2015
Feb 14 9:49 am
Shaila Dewan, in the Upshot, notes that a number of Republican governors are proposing tax increases — but that in every case the tax hike would fall most heavily on those with lower incomes, and many are proposing simultaneous tax cuts for business and/or the wealthy.
And that, ladies and gentlemen, is why I can’t take talk about “reform conservatism” seriously.
If you look for an overarching theme for overall conservative policy these past four decades, it definitely isn’t liberty — by and large the GOP has been enthusiastic about expanding the security and surveillance state. Nor is it in a consistent fashion smaller government, unless you define military and homeland security as not government. Instead, it has been about making the tax-and-transfer system harsher on the poor and easier on the rich. In short, class warfare.
Now, I don’t expect a conservative reformer to declare that we must reverse all of this, and start redistributing down again; that would make him a liberal. But what reform is supposed to be about is some combination of compassion and realism — some concern for the less fortunate, and a willingness to consider policy options that may not fit supply-side dogma.
So, can anyone show me an example of a prominent Republican politician proposing anything that would reduce after-tax-and-transfer inequality? Bank shots don’t count — saying that slashing food stamps will help the poor by making them less dependent, or that cutting capital gains taxes will bring the confidence fairy to everyone’s door, don’t qualify. On the other hand, I’m not demanding that every part of a politician’s program reduce the Gini coefficient, or even that the overall program have that effect. I just want to see one significant piece that goes in that direction.
Maybe there’s something out there, but if so, I haven’t heard about it. Even when there’s something that sounds like it might be in that direction — say, Paul Ryan proposing that the EITC be extended to childless workers — there’s no talk of an increase in funding, so it’s coming at the expense of current recipients.
As I see it, this is the acid test — not because redistribution is always the most important thing, but because it’s how you see whether reformicons (no, spell check, I do *not* mean “reform icons”) are willing to do anything beyond putting the same old pro-plutocratic policies in new bottles. Show me the downward-flowing money!
I combattenti della guerra di classe si sono scoperti nudi
Shaila Dewan, sulla pagina degli Upshot (del New York Times), osserva che un certo numero di Governatori repubblicani stanno proponendo aumenti delle tasse – ma che in ogni caso gli aumenti ricadranno pesantemente soprattutto su coloro che hanno redditi più bassi, e molti stanno proponendo contemporaneamente sgravi fiscali per le imprese e/o per i ricchi.
E questa, signore e signori, è la ragione per la quale io non posso prendere sul serio i discorsi sul “conservatorismo riformista”.
Se andate a cercare un tema onnicomprensivo per il complesso delle politiche conservatrici degli ultimi quattro decenni, di sicuro esso non è la libertà – in massima parte il Partito Repubblicano si è mostrato entusiasta sulla espansione di uno Stato fondato sulla sicurezza e sulla sorveglianza. Non trovereste quel tema neppure nella coerenza con la moda della riduzione delle funzioni di governo, a meno che non definiate la sicurezza delle forze armate e all’interno del paese come altra cosa dalle funzioni di governo. Piuttosto, quel tema è consistito nel rendere il sistema fiscale e dei trasferimenti finanziari più duro per i poveri e più comodo per i ricchi. In breve, la lotta di classe.
Ora, io non mi aspetto che un riformista conservatore dichiari che dobbiamo invertire tutto questo, e ricominciare a redistribuire verso il basso; il che farebbe di lui un progressista. Ma una riforma che si potrebbe ritenere idonea sarebbe una qualche combinazione di compassione e di realismo – una qualche preoccupazione per i meno fortunati, assieme alla disponibilità di prendere in considerazione opzioni politiche che non si esauriscano nel dogma dell’economia dal lato dell’offerta.
Dunque, c’è qualcuno che mi può mostrare un esempio di un eminente uomo politico repubblicano che sta proponendo qualcosa che ridurrebbe l’ineguaglianza, ‘dopo’ le tasse ed i trasferimenti? Mettiamo da parte i soliti ‘giochi di sponda’ – dire che abbattere i contributi alimentari sarà d’aiuto ai poveri perché li renderà meno dipendenti, oppure che tagliare le tasse sui profitti condurrà la fata della fiducia alla porta di ciascuno, sono posizioni che non hanno i requisiti. D’altra parte io non sto chiedendo che ogni aspetto di un programma politico riduca il coefficiente di Gini [1], e neppure che quel programma complessivo produca quell’effetto. Vorrei soltanto vedere un aspetto significativo che vada in quella direzione.
Forse in giro c’è qualcosa del genere, ma se è così, io non ne ho sentito parlare. Persino quando c’è qualcosa che sembrerebbe andare in quella direzione – ad esempio, la proposta di Paul Ryan di una estensione dei crediti di imposta ai redditi da lavoro per i lavoratori senza figli – non si tratta di incrementi nei finanziamenti, dunque viene a gravare sui beneficiari attuali.
Per come la vedo io, questa è la cartina di tornasole – non perché la redistribuzione sia sempre la cosa più importante, ma perché da essa dipende se i ‘reformicon’ [2] (attenzione alla pronuncia, io non voglio dire le “icone del riformismo”) sono disponibile a fare qualcosa che non sia il mettere in nuove bottiglie le solite politiche a favore della plutocrazia. Fatemi vedere i soldi che scendono verso il basso!
[1] Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. Si può incontrare la notazione con indice di Gini espresso in percentuale (0% – 100%), ovvero anche tra 0 e 100.(Wikipedia)
[2] Conservatori riformisti, accorciati in un neologismo.
febbraio 13, 2015
Feb 13 10:36 am
Simon Wren-Lewis has a long-form discussion of the “austerity con” in the London Review of Books, which is well worth reading; he also has a sort of commentary on his commentary on the blog, which makes some good points about the difficulty in talking about macroeconomics to a general audience.
Another point he makes, however, is how successful mainstream Keynesian macro — it didn’t matter too much whether you were neo- or neo-paleo — has been:
The other thing that struck me writing both the LRB and NIER articles was how little depends on the benefits of hindsight … With the Coalition, the key mistake was obvious at the time. What has come with hindsight are in a sense details, albeit important ones: exactly why the Eurozone was special, the motivations behind the policy, and mediamacro.
That’s exactly right. Back in 2009 I was trying to explain why massive expansion of the monetary base wouldn’t cause inflation and why budget deficits wouldn’t cause soaring interest rates; in 2010, in the original “confidence fairy” piece, I was trying to explain why the case for austerity was nonsense and fiscal contraction would reduce output. And it all looks really good, four or five years later.
True, the usual suspects do everything they can to claim that people like me were wrong somewhere — that one year’s performance of one country somewhere wasn’t what Keynesian models predicted. But that’s no way to assess economic models, and surely the overall pattern of economic performance, not to mention this world of deflation and low or even negative interest rates we’ve arrived at, fits the Keynesian vision and makes nonsense of the other side’s claims.
And look at the contrast between people like Simon and me, able to acknowledge not having been perfect but by and large having no need to make excuses, with the desperate and, well, shameful efforts of inflation/interest scaremongers to claim that they never said what they said.
The point is that in a rational world these past five years would be viewed as a triumph for mainstream economic analysis; the world has behaved the way the models said it would. And in the long run I think it will be seen that way. But in the long run …
Preveggenza col senno di poi
[1]
Simon Wren-Lewis pubblica un esteso intervento sull’ ‘imbroglio dell’austerità’ sulla London Review of Books, che merita davvero di esser letto; pubblica anche sul blog un commento sul suo commento, che avanza alcuni punti importanti sulla difficoltà di parlare di macroeconomia ad un vasto pubblico.
Un altro argomento che avanza, tuttavia, è relativo ai successi della convenzionale teoria economica keynesiana – non sono state così importanti le differenze tra la nuova teoria e la teoria ‘nuova e antica’ [2]:
“L’altra cosa che mi ha colpito nello scrivere sia l’articolo per la London Review of Books che quello per il NIER [3], è stata quanto poco dipenda dai benefici del senno di poi …. Con la Coalizione [4], l’errore fondamentale era evidente già a quel tempo. In un certo senso, ciò che è venuto col senso di poi sono dettagli, sebbene importanti: l’esatta ragione per la quale l’eurozona era un caso particolare, le motivazioni che stanno dietro le scelte politiche e la cosiddetta macroeconomia dei medi.”
Questo è assolutamente giusto. Ancora nel 2009 io stavo cercando di spiegare perché una massiccia espansione della base monetaria non avrebbe provocato inflazione e perché i deficit di bilancio non avrebbero spinto in alto i tassi di interesse: nel 2010, nell’originario articolo sulla “fata della fiducia”, stavo cercando di spiegare perché la tesi dell’austerità era un nonsenso e la contrazione della finanza pubblica avrebbe ridotto la produzione. E tutto ciò, quattro o cinque anni dopo, sembra davvero confermato.
E’ vero, i soliti noti fanno tutto quello che possono per sostenere che la gente come me da qualche parte sbagliasse – che l’andamento in un anno di un paese in qualche luogo non sia stato quello che i modelli keynesiani prevedevano. Ma non è quello il modo per controllare l’efficacia dei modelli economici, e certamente lo schema generale degli andamenti dell’economia, per non dire questo mondo di deflazione e di tassi di interesse bassi o persino negativi al quale siamo pervenuti, si adatta alla visione keynesiana e mostra l’illogicità degli altri argomenti.
E si guardi al contrasto tra persone come Simon e il sottoscritto, capaci di riconoscere di non essere stati perfetti ma in linea di massima di non dover accampare scuse, con gli sforzi disperati e, francamente, indegni degli allarmisti sull’inflazione e sui tassi di interesse, che affermano di non aver mai detto quello che hanno detto.
Il punto è che in un mondo razionale i cinque anni passati sarebbero stati considerati come un trionfo della analisi economica prevalente; il mondo si è comportato nel modo in cui i modelli dicevano sarebbe avvenuto. E io penso che nel lungo periodo le cose si vedranno in questo modo. Ma nel lungo periodo …..
[1] Da alcuni mesi Krugman spesso colloca un diagramma all’inizio di un post, anziché in un punto preciso della sua argomentazione, il che significa che i contenuti di quella informazione quantitativa informano un po’ tutto il post che la segue. Questa volta nel post non compare neppure una spiegazione o un rimando, nel senso che il nesso tra il dato quantitativo e l’argomentazione successiva dovrebbe essere evidente di per sé.
Il grafico presentato all’inizio viene definito “grafico di dispersione” e, in pratica, consiste nel riportare in uno spazio cartesiano il comportamento di vari soggetti (in questo caso le nazioni, ognuna delle quali si identifica con un quadratino celeste), rispetto a due variabili (in questo caso, sull’asse verticale, l’andamento del PIL e, sull’asse orizzontale, l’andamento delle spese da parte dei vari Governi). Frequentemente i soggetti singoli rappresentati in un grafico a dispersione non vengono neppure indicati, giacché quello che interessa è la rappresentazione nel suo complesso del fenomeno dell’andamento comparato di queste due variabili.
Come si nota, il baricentro sul quale si assesta la grande maggioranza delle esperienze dei vari paesi è in un’area nella quale a diminuzioni o a progressi minimi della spesa, corrisponde un progresso del PIL modestissimo, quando non negativo. Si consideri che il dato rappresenta l’andamento cumulativo di un quadriennio, dal 2010 al 2013. In sostanza, l’austerità ha nella maggioranza del casi bloccato l’andamento del PIL. Inoltre, nei casi nei quali l’andamento della spesa pubblica è stato caratterizzato da una cospicua diminuzione (i casi a sinistra in basso del grafico), ad esso ha corrisposto una diminuzione rilevante del PIL. In poche parole: se avessero funzionato le tesi sulla “austerità espansiva”, l’intero mucchietto degli andamenti nazionali avrebbe dovuto collocarsi più in alto – diciamo almeno attorno ad un +4% ed oltre.
[2] E’ un riferimento ad una complicata distinzione, della quale Krugman ha parlato in vari interventi nei mesi passati, tra una scuola neokeynesiana che sin dai decenni passati si affermò attorno a tentativi di riformulare quell’approccio basandosi su complessi nuovi modelli, che dovevano rispondere alle critiche sulle supposte inadeguatezze del keynesismo (ad esempio a proposito del ruolo degli aspetti intertemporali) – che sarebbe il neo keynesismo – ed una scuola diversa che ritiene tali aspetti meno rilevanti, e torna sulle idee fondamentali di Keynes, rivisitate con ‘senso pratico’ alla luce delle intuizioni di Hicks – che sarebbe il neo-paleo keynesismo, al quale vanno anche le simpatie di Krugman.
[3] National Institute of Economic and Social Research.
[4] Si riferisce alla Coalizione tra Tory e Liberaldemocratici nel Governo del Regno Unito, e alle sue scelte.
febbraio 10, 2015
February 10, 2015 11:39 am
Continuing a family tradition, Rand Paul is saying crazy things about the Fed and monetary policy. It’s important to note, however, that he’s not that far out of the modern Republican mainstream. Remember this:
I always go back to, you know, Francisco d’Anconia’s speech, at Bill Taggart’s wedding, on money when I think about monetary policy. Then I go to the 64-page John Galt speech, you know, on the radio at the end, and go back to a lot of other things that she did, to try and make sure that I can check my premises.
Yes, that’s Paul Ryan citing a second-tier character in Atlas Shrugged as the ultimate authority on monetary policy; and we’re not talking about when he was an adolescent, we’re talking about someone who was already a rising Republican star.
But why the craziness? It goes beyond class interest, I think, although that’s part of it. There’s something about money that promotes crazy thinking, backed with a lot of passion (and anger at anyone who doesn’t go along with the program). What makes money and monetary policy special?
Here’s my current thought: in some sense money is a really weird thing, which can look to individuals like a real asset — cold, hard, cash — but is ultimately, as Paul Samuelson put it, a “social contrivance” whose value is more or less conjured out of thin air. Mainstream macroeconomics acknowledges the weirdness — in particular, makes heavy reliance on the ability of central banks to create more fiat money at will — but otherwise treats money a lot like ordinary goods. But that intellectual strategy doesn’t come naturally to many people, so there’s always a constituency for monetary cranks.
Think about how most macroeconomists handle the role of money. First, we tell stories about the need for and emergence of mediums of exchange — transaction costs, double coincidence of wants, cigarettes in prisoner-of-war camps, etc.. Then we declare that we’re going to blur the details and introduce money into our models either with some stylized story like cash-in-advance constraints, or by deliberately burying the complexities and putting real balances in the utility function.
This in turn leads to the basic Hicks model of an economy in which there are three markets — for money, bonds, and goods — which are treated symmetrically; add price stickiness and that model becomes IS-LM. New Keynesian economics pretty much takes that base and adds explicit modeling of intertemporal choices and rational expectations.
Dealing with monetary economics this way lets you address monetary and fiscal policy in terms of lucid, elegant little models that are quite intuitive once you get used to them, but not at all intuitive to people who haven’t learned to think this way — witness the debates we’ve had since 2008. Still, there’s a bit of sleight of hand involved in the way we handle money itself: first acknowledge that it’s a special sort of good that people desire only because other people desire it, then ignore that specialness for the rest of the analysis. And you could imagine that this sleight of hand might lead you badly astray, that the predictions of those lucid little models would be all wrong, that you should only use models in which the role of money itself is microfounded.
But the conclusion of generations of macroeconomists has been that for most purposes models that treat money as if it were an ordinary good are good enough; whereas attempts to ground everything in models in which the role of money is in some (weak) sense derived rather than assumed have been generally useless. Still, there’s always an undercurrent of unease. And you can find heterodox economists on the left as well as the right unhappy with the standard approach.
Now, the elder and younger Pauls know nothing of this, nor, I suspect, does Paul Ryan. But that may be the point: having no contact with the intellectual tradition of macroeconomics, they find the role of money in the economy a great mystery and possibly an outrage — how dare banks/governments/the Illuminati pretend to create value out of nothing! Fiat money, whether created by the government or by banks, seems to them to be a violation of natural law; creating more fiat money in an attempt to relieve economic distress must surely lead to disaster.
The sad thing is that this epistemological panic is gaining a growing hold over American conservatives at a time when the standard way of dealing with money has, in fact, been covering itself in glory. That Hicksian approach, in which money is treated symmetrically with bonds and goods, made strong predictions about what happens with interest rates near zero — predictions that the Fed could expand its balance sheet many times over without inflation, that governments could borrow vast sums without driving up interest rates, that slashing government spending would cause private spending to fall rather than rise. Those predictions were ridiculed five or six years ago, but they have come true. It’s hard to imagine a worse time to reject the standard approach and “audit” — actually, intimidate — the Fed.
But so it goes.
C’è qualcosa che riguarda il denaro (intrinsecamente per esperti)
Continuando una tradizione familiare, Rand Paul [1] sta affermando cose pazzesche sulla Fed e sulla politica monetaria. E’ importante, tuttavia, notare che egli non è così lontano dall’orientamento repubblicano di questi tempi. Si tenga a mente questo:
“Quando rifletto sulla politica monetaria, io spesso ritorno, sapete, al discorso di Francisco d’Anconia sulla moneta, al matrimonio di Bill Taggart. Poi vado, sapete, al discorso a pagina 64, alla radio verso la fine, di John Galt, e ritorno ad una quantità di altre cose che ella fece, in modo da cercare di essere certo di poter verificare le mie premesse [2].”
E’ così, si tratta di Paul Ryan, che sta citando un personaggio secondario di Atlas Shrugged [3] come autorità definitiva sulla politica monetaria: e non stiamo parlando di quando era adolescente, stiamo parlando di qualcuno che era già una stella in ascesa nel firmamento repubblicano.
Ma perché la follia? Penso che ci sia qualcosa che va oltre l’interesse di classe, sebbene ne sia una componente. C’è qualcosa nella moneta che sollecita pensieri folli, sostenuto da molta passione (e da rabbia verso chiunque non aderisca a quel progetto). Cosa rende particolare la moneta e la politica monetaria?
Il mio odierno punto di vista è il seguente: in un certo senso la moneta è davvero una cosa strana, che può apparire agli individui come un asset reale – moneta sonante – ma in ultima analisi, come si espresse Paul Samuelson, è un “marchingegno sociale” il cui valore viene più o meno fuori dal nulla. La macroeconomia convenzionale riconosce questa stranezza – in particolare, pone un cospicuo affidamento sulla capacità delle banche centrali di creare valuta legale a volontà – ma per altri aspetti tratta in buona parte la moneta come un bene ordinario. Ma quella logica intellettuale non viene intesa da molte persone con naturalezza, cosicché c’è sempre un seguito per gli eccentrici della moneta.
Si pensi a come gran parte degli economisti trattano il tema del ruolo della moneta. Anzitutto, raccontiamo storielle sulla necessità e sulla comparsa dei mezzi di scambio – costi di transazione, coincidenza di una duplice volontà, il ruolo delle sigarette nei campi di prigionia etc. Poi dichiariamo che abbiamo intenzione di sfumare i dettagli e introduciamo la moneta nei nostri modelli, sia attraverso qualche racconto stilizzato del genere di quelli sulla condizione di avere denaro contante in anticipo [4], oppure attraverso la eliminazione degli aspetti complessi e introducendo gli equilibri reali nella funzione di utilità.
A sua volta questo conduce al modello di base di Hicks di una economia nella quale ci sono tre mercati – moneta, bonds e beni – che sono trattati in modo simmetrico; si aggiunga la rigidità dei prezzi e quello diventa il modello IS-LM. La teoria economica neokeynesiana in buona misura assume quella base ed aggiunge una modellazione esplicita delle scelte intertemporali e delle aspettative razionali.
Misurarsi in questo modo con l’economia monetaria vi permette di indirizzarvi alla politica monetaria e della finanza pubblica in termini di lucidi, eleganti modelli che sono abbastanza intuitivi una volta che vi siete abituati ad essi, ma non così intuitivi per la gente che non ha appreso le cose in questo modo – ne sono testimonianza i dibattiti che abbiamo avuto a partire dal 2008. Tuttavia, c’è un certo espediente implicito nel modo stesso nel quale ci occupiamo del denaro: anzitutto riconosciamo che esso è una specie speciale di bene, che la gente desidera soltanto perché altra gente lo desidera, dopodiché quella particolarità viene ignorata nel resto dell’analisi. E potreste immaginare che questo stratagemma vi possa condurre a finire malamente fuori strada, che le previsioni di questi lucidi modelli siano tutte sbagliate, che dovreste usare solo modelli nei quali il ruolo della moneta abbia esso stesso dei fondamenti microeconomici.
Ma la conclusione di generazioni di economisti è stata che, per la maggioranza degli scopi, i modelli che trattano la moneta come se fosse un bene, funziona abbastanza bene; mentre i tentativi di fondare tutto su modelli nei quali il ruolo del denaro sia in qualche (debole) senso derivato anziché presupposto, sono stati in generale inutili. Eppure, c’è sempre un indizio di disagio. E si possono trovare, sia a sinistra che a destra, economisti eterodossi insoddisfatti di quell’approccio consueto.
Ora, il vecchio Paul come il più giovane, non sanno niente di tutto questo, né, sospetto, ne sa qualcosa Paul Ryan. Ma il punto può essere quello: non avendo alcuna consuetudine con la tradizione intellettuale della macroeconomia, essi percepiscono il ruolo del denaro nell’economia come un grande mistero e probabilmente come un affronto – come osano le banche/ i Governi/ i gruppi framassonici fingere di creare valore dal nulla! La moneta con corso legale, se creata dal Governo o dalle banche, pare a loro una violazione della legge di natura: creare maggiore valuta legale nel tentativo di attenuare le difficoltà economiche deve certamente portare al disastro.
La cosa triste è che questo panico epistemologico sta guadagnando una presa crescente tra i conservatori americani, in un’epoca nella quale il modo convenzionale di misurarsi con la moneta sta ottenendo, di fatto, risultati straordinari. Quell’approccio di Hicks, nel quale la moneta è trattata simmetricamente con i bond ed i beni, ha fornito previsioni solide su quello che accade quando i tassi di interesse sono vicini allo zero – previsioni sulla base delle quali la Fed avrebbe potuto espandere molte volte i suoi equilibri patrimoniali senza inflazione, il Governo avrebbe potuto prendere a prestito grandi somme senza spingere in alto i tassi di interesse, oppure che abbattere la spesa pubblica avrebbe provocato una caduta, anziché un risalita, della spesa privata. Cinque o sei anni fa quelle previsioni furono oggetto di ironia, ma si sono dimostrate vere. E’ difficile immaginare un periodo peggiore per respingere l’approccio tradizionale e “fare una ispezione” [5] – in effetti, intimidire – la Fed.
Ma le cose vanno in questo modo.
[1] Attuale Senatore repubblicano del Kentucky, figlio di Ron Paul, deputato repubblicano del Texas nel 1976.
[2] Sono personaggi del romanzo di Ayn Rand “Atlas Shrugged”, amatissimo tra i repubblicani americani. Poiché sono tutti personaggi maschili, penso che il riferimento finale ad una figura femminile riguardi la stessa scrittrice russo-americana.
[3] Né Francisco d’Anconia, né John Galt erano figure di secondo piano nel romanzo della Rand. Dunque, si intende che erano ‘secondari’ come esperti di politica monetaria.
[4] Spesso nei modelli economici di base non è previsto un ruolo particolare per la moneta, sinché essi non sono sufficientemente dettagliati da toccare aspetti come quello relativo ai modi nei quali le persone possono acquistare le merci. Per trattare i temi dell’offerta di moneta, dell’inflazione o della politica monetaria, gli economisti hanno bisogno di aggiungere ai loro modelli alcuni assunti aggiuntivi. Una possibilità al proposito, la più diffusa, è quella di ipotizzare che nel modello ogni consumatore o impresa debba avere sufficiente contante disponibile, prima di acquistare un bene.
[5] “Fare una ispezione alla Fed” è esattamente il titolo di una campagna di Rand Paul di queste settimane.
febbraio 10, 2015
Feb 10 10:33 am
Jonathan Chait notes that people are still trying to cast Paul Ryan as reasonable and moderate — hey, he visits bookstores favored by liberals. As Chait says, this sort of political evaluation by personal style is unreliable at best; and Ryan quite clearly deliberately exploits it, too, making moderate noises without ever giving an inch on his hard-line right-wing policies. Remember, this is the guy who pretended to offer a budget based on fiscal responsibility, but when you took out the magic asterisks it was really tax cuts for the rich, severe benefit cuts for the poor, and overall would actually increase the deficit.
I would add that Ryan isn’t just exploiting the press corp’s preference for up-close-and-personal over policy analysis; he’s also exploiting the eternal search for a Serious, Honest, Conservative, a creature centrists know must be out there somewhere (because otherwise their centrism is a colossal error of judgment).
But let’s not make this just about Ryan, or even about conservatism (although conservatives have been the main beneficiaries of the up-close-and-personal syndrome.) The fact is that attempts to judge politicians by how they come across have been almost universally disastrous during my whole tenure at the Times. Younger readers may not remember the days when George W. Bush was universally portrayed in the press as a bluff, honest, guy; those of us who pointed to his lies about taxes and Social Security and suggested that these were a better guide to his character than how he came across got nowhere until years later. John McCain rode for many years on a reputation as a principled maverick, because that’s the way he talked; I think his shameless embrace of every right-wing twist and turn has dented that reputation, but he’s still the darling of Sunday morning talk.
And then, of course, there was the irrefutable case for invading Iraq, irrefutable because Colin Powell made it, and only a fool or a Frenchman could fail to be persuaded. Or, maybe, someone who asked what actual evidence Powell had presented and noticed that there wasn’t any.
Meanwhile, some public figures face the reverse treatment, portrayed as evil and devious because reporters have decided that this is how they come across. E.g., Hillary Clinton, whose harsh treatment by the press has nothing to do with her gender, no way, no how. Or Mitt Romney, portrayed as smarmy and unlikable because — well, actually, he really is smarmy and unlikable, but you should reach that judgment based on his policies, not his persona.
Back to Ryan: the really amazing thing about the persistence of his personality cult is that economic and budget policy is his chosen area, where he has left a broad paper trail. So there is plenty of evidence about what he really believes and stands for, every bit of which says that his overriding goal is to redistribute income from the poor to the one percent. If you want to claim otherwise, show me anything — anything at all — in his policy proposals that doesn’t go in that direction.
Intimo ed illusorio
Jonathan Chait osserva che ci sono ancora persone che cercano di accreditare Paul Ryan come ragionevole e moderato – ehi!, non visita forse le librerie preferite dai progressisti? Come Chait dice, questo genere di valutazioni politiche sulla base dello stile personale nel migliore dei casi è inaffidabile; peraltro Ryan le sfrutta in modo abbastanza chiaramente intenzionale, facendo cenni di moderatismo senza mai cedere di un pollice sulle sue politiche della destra pura e dura. Si ricordi, questo è l’individuo che pretendeva di offrire un bilancio basato sulla responsabilità della finanza pubblica, ma quando prescindevate dai magici asterischi [1], in realtà si trattava di sgravi fiscali ai ricchi, di gravi tagli nella assistenza ai poveri, e nel complesso il deficit avrebbe avuto un incremento.
Aggiungerei anche che Ryan non solo sta sfruttando la preferenza della corporazione dei giornalisti per le analisi intimistiche e personali, piuttosto che politiche; egli sta anche sfruttando l’eterna ricerca di un Conservatore Serio ed Onesto, una figura che i centristi sanno che da qualche parte deve pur essere (perché altrimenti il loro centrismo sarebbe un colossale errore di valutazione).
Ma consentitemi di non limitare questo argomento soltanto a Ryan, o anche soltanto ai conservatori (sebbene i conservatori siano stati i principali beneficiari di questa sindrome dell’ ‘intimo-e-personale’). Il fatto è che i tentativi di giudicare gli uomini politici per come si atteggiano sono stati quasi universalmente disastrosi, durante tutta la durata del mio incarico al Times. I lettori più giovani possono non ricordare i tempi nei quali George W. Bush era descritto come un individuo schietto ed onesto; quelli tra noi che indicarono le sue bugie sulle tasse e sulla Previdenza Sociale e suggerirono che queste erano un guida migliore alla comprensione del suo carattere dei suoi atteggiamenti, sino agli ultimi anni non andavano da nessuna parte. John McCain cavalcò per molti anni la reputazione di un anticonformista di buoni principi, perché era quello il modo in cui si esprimeva; penso che il suo abbraccio sfrontato di ogni contorsione della destra abbia scalfito quella reputazione, ma egli è ancora il beniamino delle trasmissioni mattutine della domenica.
E poi, naturalmente, ci fu la prova inconfutabile per l’invasione dell’Iraq, inconfutabile perché era stata confezionata da Colin Powell [2], e solo uno sciocco o un francese [3] potevano non esserne persuasi. Oppure, magari, qualcuno che avesse chiesto quale effettiva prova Powell avesse presentato, ed avesse notato che non ce n’era alcuna.
Nel frattempo, alcune persone subiscono il trattamento opposto, ritratte come cattive e subdole perché i cronisti hanno deciso che questo è il modo in cui si presentano. Ad esempio Hillary Clinton, che viene trattata con ruvidezza dalla stampa non certo per una ragione di genere, niente affatto, ci mancherebbe. Oppure Mitt Romney, ritratto come viscido e sgradevole perché … ebbene, perché in effetti è viscido e sgradevole, ma dovreste giungere a quel giudizio basandovi sulle sue politiche, non sulla sua persona.
Tornando a Ryan: la cosa davvero sorprendente sulla persistenza del culto della sua personalità è che la politica economica e del bilancio è la sua area prescelta, nella quale ha lasciato ampie tracce di articoli. Ci sono dunque una quantità di prove su quello in cui crede e che sostiene, ed ogni pezzo di quelle testimonianze dice che il suo obbiettivo prioritario è una redistribuzione del reddito dai poveri all’1 per cento dei più ricchi. Se volete sostenere una tesi diversa, mostratemi qualcosa – qualunque cosa – nelle sue proposte politiche che non vada in quella direzione.
[1] Uno degli argomenti che Krugman ha sempre usato nella polemica con Ryan; le sue proposte contenevano di solito obbiettivi dei quali non si spiegavano i dettagli, rimandando tramite asterischi a precisazioni che non venivano mai. Ad esempio, gli asterischi riguardavano risultati di una campagna contro le elusioni del fisco, senza mai precisare di cosa si sarebbe dovuto trattare.
[2] Il famoso momento della esibizione della prova sulle armi irakene di distruzione di massa da parte di Colin Powell alle Nazioni Unite.
[3] La connessione rimanda ad un espressione che il 6 febbraio del 2003 venne usata da Richard Cohen, il quale appunto affermò che le famose ‘prove’ della esistenza di armi di distruzione di massa presentata da Colin Powell potevano non essere credute solo da uno sciocco o ‘da un francese’.
febbraio 9, 2015
February 9, 2015 6:43 am
Relations between Greece and its creditors are not improving. Was this bad diplomacy on the part of Tsipras/Varoufakis? Maybe, but my guess is that there was nothing they could do to avoid a bitter confrontation short of immediate betrayal of the voters who put them in office. And creditor-country officials are acting as if they still expect that to happen, just as it has repeatedly over the past five years.
But they’re almost surely wrong. The dynamics are very different this time, and failing to understand them could all too easily lead to unnecessary disaster.
Actually, let me stress the “unnecessary” aspect. What Greece is asking for — although German voters probably don’t know this — is not a fresh infusion of money. All that’s on the table is a reduction in the primary surplus — that is, a reduction in Greek payments on existing debt. And we have often been told that everyone understands that the official target surplus, 4.5 percent of GDP, is unreasonable and unattainable. So Greece is, in effect, only asking that it get to recognize the reality everyone supposedly already understands.
Why, then, are things boiling over? Partly because what “everyone knows” has never been explained to northern European electorates, so that the time to recognize reality is always at some future date. Partly also, I suspect, because creditors have come to expect the symbolism of debtor governments abjectly abandoning their campaign promises in the name of responsibility, and are waiting for the new Greek government to pay the usual tribute of humiliation.
But as I said, the dynamic is very different this time.
I’ve long believed that Matthew Yglesias hit on something really important when he noted that small-country politicians generally have personal incentives to go along with troika demands even if they are against their nation’s interests:
Normally you would think that a national prime minister’s best option is to try to do the stuff that’s likely to get him re-elected. No matter how bleak the outlook, this is your dominant strategy. But in the era of globalization and EU-ification, I think the leaders of small countries are actually in a somewhat different situation. If you leave office held in high esteem by the Davos set, there are any number of European Commission or IMF or whatnot gigs that you might be eligible for even if you’re absolutely despised by your fellow countrymen. Indeed, in some ways being absolutely despised would be a plus. The ultimate demonstration of solidarity to the “international community” would be to do what the international community wants even in the face of massive resistance from your domestic political constituency.
But a genuine government of the left, as opposed to the center-left, is very different — not because its policy ideas are wild and crazy, which they aren’t, but because its officials are never going to be held in high esteem by the Davos set. Alexis Tsipras is not going to be on bank boards of directors, president of the BIS, or, probably, an EU commissioner. Varoufakis doesn’t even like wearing ties — which, consciously or not, is a way of declaring visually that he is not going to play the usual game. The new Greek leaders will succeed or fail, personally, based on what happens to Greece; there will be no consolation prizes for failing conventionally.
Do Berlin and Brussels understand this? If not, they are operating under a dangerous misconception.
Grecia: la cravatta che non crea vincoli [1]
I rapporti tra la Grecia ed i suoi creditori non stanno migliorando. E’ dipeso da una cattiva diplomazia da parte di Tsipras/Varoufakis? Forse, ma la mia impressione è che non ci fosse niente che essi potevano fare per evitare un confronto aspro, se non un immediato tradimento dei cittadini che li hanno eletti nella loro carica. Ed i dirigenti dei paesi creditori stanno agendo come si aspettassero ancora che accada quello, come è ripetutamente successo nei cinque anni passati.
Ma quasi certamente si sbagliano. Questa volta le dinamiche sono molto diverse, e non riuscire a comprenderle potrebbe anche troppo facilmente portare ad un disastro evitabile.
Mi sia consentito di riflettere meglio su questo aspetto della “evitabilità”. Quello che la Grecia sta chiedendo – sebbene probabilmente gli elettori tedeschi non ne siano al corrente – non è una immissione di nuovo denaro. Tutto quello che è sul tavolo è una riduzione nell’avanzo primario – vale a dire, una riduzione dei pagamenti sul debito esistente da parte dei greci. E ci è stato spesso detto che ognuno comprende che l’obbiettivo ufficiale di quell’avanzo, il 4,5 per cento del PIL, è irragionevole e irraggiungibile. Dunque, la Grecia sta in effetti solo chiedendo il riconoscimento di un dato di fatto che si suppone che tutti abbiano già chiaro.
Perché, dunque, si sta perdendo il controllo della situazione? In parte perché quello che “tutti sanno” non è mai stato spiegato agli elettori del nord Europa, secondo l’abitudine per la quale il tempo per riconoscere la realtà viene sempre rinviato a qualche data futura. In parte anche, sospetto, perché i creditori sono propensi ad aspettarsi l’effetto simbolico dei governi indebitati che abbandonano vilmente le loro promesse elettorali in nome della responsabilità, e stanno aspettando che il Governo greco paghi il consueto tributo di umiliazione.
Ma questa volta, come ho detto, la dinamica è assai diversa.
Da tempo ritengo che Matthew Yglesias abbia toccato un punto davvero importante quando osservò che gli uomini politici dei piccoli paesi hanno dei vantaggi personali ad assecondare le richieste della troika, anche se sono contrari agli interessi della loro nazione [2]:
“Normalmente si è indotti a pensare che la opzione migliore per il Primo Ministro di una nazione sia cercar di fare cose che è probabile lo portino ad essere rieletto. Non è importante quanto la prospettiva sia cupa, è questa la loro strategia dominante. Ma nell’epoca della globalizzazione e della ‘europeizzazione’, io penso che i dirigenti dei paesi piccoli siano effettivamente in una situazione un po’ diversa. Se fate in modo che il vostro incarico sia tenuto in alta stima dal gruppo di Davos, c’è un certo numero di Commissioni Europee o di Fondi Monetari Internazionali o di alcuni altri lavoretti per i quali potreste essere nominati, anche se siete assolutamente disprezzati dai vostri concittadini. In effetti, in qualche modo essere assolutamente disprezzati potrebbe essere un vantaggio. L’ultima dimostrazione di solidarietà verso la “comunità internazionale” è quella di fare ciò che la comunità internazionale vuole, anche a fronte di una massiccia resistenza da parte del vostro seguito politico nazionale.”
Ma un Governo genuino della sinistra, diversamente dal centro-sinistra, è assai diverso – non perché abbia opinioni politiche irriducibili e pazzesche, non è quello il punto, ma perché i suoi esponenti non sono mai destinati ad avere una stima elevata dal gruppo di Davos. Alexis Tsipras non è destinato a trovare un posto negli organi direttivi di una banca, o come Presidente della Banca per i Regolamenti Internazionali, né, probabilmente, come commissario dell’Unione Europea. A Varoufakis non piace neppure mettersi la cravatta – la qualcosa, coscientemente o meno, è un modo per affermare che egli non ha intenzione di giocare la solita partita. I nuovi dirigenti greci avranno successo o falliranno, in quanto persone, sulla base di quello che succede alla Grecia: non ci saranno premi di consolazione convenzionali per i loro insuccessi.
Capiscono questo Berlino e Bruxelles? Se non lo capiscono, stanno agendo sotto l’effetto di un pericoloso equivoco.
[1] Il legame. Ma in questo caso forse si tratta proprio della cravatta (di Varoufakis). O meglio, della non-cravatta di Varoufakis.
[2] La tesi sotto riportata venne espressa il 5 novembre del 2011 in un post di Yglesias dal titolo “La classe dirigente globale”.
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