Blog di Krugman

Ragionando sulla nuova crisi greca (dal blog di Krugman, 28 gennaio 2015)

 

Thinking About the New Greek Crisis

January 28, 2015 9:49 am

Markets are panicking. It’s important to understand that this is not a verdict on the new Greek government, or at any rate only the new Greek government; it’s a judgment that the risk of no agreement, and a disorderly breakdown of the whole process, is high.

I think it’s important to be as clear as we can about the stakes and the real interests here, lest players stumble into a disaster they could and should have avoided. So, some points about where things stand:

1. We are not talking about whether Greece will pay its debt. As I tried to explain the other day, the headline Greek debt number is more or less meaningless. The question is how much Greece will transfer to its creditors by running primary surpluses — and yes, at this point that’s the question, there’s no possibility that the creditors will transfer more resources to Greece.

2. If Greece were to adhere totally to the previous terms, over the next five years it would make resource transfers of about 20 percent of one year’s GDP. From the point of view of the creditors, that’s a trivial sum. From the point of the Greeks, however, it’s crucial; the difference between a primary surplus of 4.5 percent of GDP and, say, 1.5 percent of GDP for the Greek economy and the welfare of its citizens is huge. The only reason for the creditors to play hardball would be to make Greece an example, to discourage other debtors from trying to negotiate relief.

3. If the creditors do play hardball, their leverage does not come from the ability to refuse new loans to the Greek government. With Greece running a primary surplus, all new loans — and then some — are going to pay principal and interest on old loans, with less than nothing going to the Greeks. There was modest de facto aid to Greece in 2010-2012, but no aid is currently flowing, nor will it.

4. Instead, the power of the creditors over Greece comes via the ability to crash the Greek banking system, which is heavily dependent on the ability to borrow at need from the ECB. Cut off that support, and Greece suffers banking collapse. So yes, the creditors have a large club they can use on a recalcitrant Greece. But do they really want to do that? Within a European Union supposedly dedicated to democratic ideals? Actually, you have to wonder whether the ECB, which surely understands the stakes, would even be willing to go along. If the situation continues to look like unraveling, I would expect Draghi to say something to reassure the markets that a Greek bank cutoff is not on the table.

5. Ideals aside, the consequences of playing hardball with Greece over its banks could very easily be immense. Up until now, the euro has proved very durable, largely thanks to the point Barry Eichengreen emphasized: any country that even hinted at the possibility of leaving would face the mother of all bank runs. But as I worried some time ago, this argument becomes moot if the banking system has already collapsed. Grexit — the often speculated about, never so far materializing Greek exit from the euro — becomes a very real possibility if European creditors try to exert leverage by taking away the safety net for Greek banks.

6. And if Greece really does leave the euro — if it turns out that the single currency is not irreversible — do you really think there would be no contagion? Wanna bet on it?

7. In particular, think about what happens if Greece leaves the euro and then manages to find its footing — which it probably would after a chaotic year or two. The EU could prevent that by deliberately undermining the post-euro Greek economy. But that would be a betrayal of European principles.

8. At the moment, Germany is talking as if it intends to follow the Michael Corleone strategy. But do we really think that Syriza will or even can retreat with its tail between its legs immediately after winning a dramatic election victory? Again, wanna bet on it?

Daniel Davies tells us that “European policy makers aren’t stupid.” But they do say stupid things, still talking about expansionary austerity, still treating debt as a purely moral issue. Can and will they be realistic, accept that they can’t extract blood from a stone — at any rate not at the rate of 4.5 percent of GDP — in time to avert a spiral into disaster?

 

 

Ragionando sulla nuova crisi greca

I mercati stanno entrando nel panico. E’ importante capire che questo non è un verdetto sul nuovo Governo greco, o in ogni caso soltanto sul nuovo Governo greco; è un giudizio su quanto sia alto il rischio che non ci sia alcun accordo, e che l’intero processo si interrompa disordinatamente.

Credo che, in questo caso e per quanto possiamo, sia importante la chiarezza sulla posta in gioco e sugli interessi reali, affinché gli attori non vadano a sbattere in un disastro che potevano e dovevano evitare. Dunque, alcuni punti su come le cose si presentano:

1 Non stiamo discutendo se la Grecia pagherà il suo debito. Come ho cercato di spiegare l’altro giorno, il dato complessivo del debito greco è più o meno senza significato. La domanda è quanto sarà grande il trasferimento che la Grecia metterà in atto a favore dei propri creditori attraverso la gestione degli avanzi primari – ed è vero, a questo punto quello è il problema, non c’è possibilità che i creditori trasferiscano maggiori risorse sulla Grecia.

2 Se la Grecia aderisse completamente alle condizioni precedenti, nei prossimi cinque anni essa dovrebbe trasferire risorse pari al 20 per cento del PIL all’anno. Dal punto di vista dei creditori, si tratta di una somma banale. Dal punto di vista dei greci, tuttavia, è fondamentale; per l’economia greca e per il benessere dei suoi cittadini, la differenza tra un avanzo primario del 4,5 per cento del PIL e, diciamo, dell’1,5 per cento del PIL è vasta. L’unica ragione per i creditori di scegliere un gioco pesante sarebbe quella di fare della Grecia un esempio, per scoraggiare altri debitori dal cercare di negoziare una attenuazione.

3 Se i creditori fanno un gioco pesante, il loro potere non deriverà dalla possibilità di rifiutare nuovi prestiti al Governo greco. Con la Grecia che gestisce un avanzo primario, tutti i nuovi prestiti – ed ancora di più – sono destinati a pagare capitale ed interessi sui vecchi prestiti, con meno che niente che andrà ai Greci. C’è stato un modesto aiuto alla Grecia nel 2010-1012, ma attualmente non c’è alcun aiuto in corso, né ci sarà.

4 Piuttosto, il potere dei creditori sulla Grecia deriva dalla possibilità di mettere in crisi il sistema bancario greco, che è pesantemente dipendente dalla possibilità di indebitarsi per quanto necessita presso la BCE. Si interrompa quel sostegno, e la Grecia patirà un collasso del sistema bancario. Dunque è vero, i creditori hanno un gran bastone che possono usare sulla Grecia recalcitrante. Ma è davvero quello che vogliono? All’interno di un’Unione Europea che si suppone dedita a ideali democratici? In effetti, ci si deve chiedere se la BCE, che comprende la posta in gioco, sarebbe mai persino disponibile ad acconsentire. Se la situazione continuasse ad apparire ingarbugliata, mi aspetterei che Draghi dicesse qualcosa per assicurare i mercati che un limite verso la banca greca non è tra le opzioni possibili.

5 A parte gli ideali, le conseguenze di un gioco duro con la Grecia sulle sue banche potrebbero con facilità essere immense. Sino a questo punto, l’euro ha dimostrato una grande tenuta, in gran parte grazie al fattore su cui Barry Eichengreen mise l’accento [1]: ogni paese che solo accennasse alla possibilità di lasciare l’euro si troverebbe dinanzi alla madre di tutti gli assalti agli sportelli bancari. Ma, come mi preoccupavo un po’ di tempo fa, questo argomento diventa opinabile se il sistema bancario è già collassato. La cosiddetta ‘Grexit’ – la spesso vagheggiata ma sinora mai materializzatasi uscita della Grecia dall’euro – diventerebbe una possibilità assai reale se i creditori europei cercassero di esercitare influenza togliendo di mezzo le reti di sicurezza per le banche greche.

6 E se la Grecia per davvero lasciasse l’euro – se si scoprisse che la moneta unica non è irreversibile – pensate per davvero che non ci sarebbe alcun contagio? Sareste disposti a scommetterci?

7 In particolare, si pensi a cosa accadrebbe se la Grecia lasciasse l’euro e poi cercasse di ottenere un proprio equilibrio – la qualcosa probabilmente accadrebbe dopo un anno o due di caos. L’Unione Europea potrebbe impedirlo, deliberatamente mettendo a repentaglio l’economia greca successiva all’euro. Ma quello sarebbe un tradimento dei principi europei.

8 Al momento, la Germania sta parlando come se intendesse seguire la ‘strategia di Michele Corleone’ [2]. Ma si pensa davvero che Syriza potrà o vorrà tornare indietro con la coda tra le gambe, immediatamente all’indomani di una vittoria spettacolare nelle elezioni? Ancora, ci scommettereste?

Daniel Davies ci dice che “gli attori politici in Europa non sono stupidi”. Sennonché continuano per davvero a dire cose stupide, parlando ancora di austerità espansiva, ancora trattando il debito come un tema meramente morale. Potranno e vorranno essere realistici, prendere atto che non possono tirar fuori sangue da un sasso – in ogni caso non ad un tasso del 4,5 per cento del PIL – in tempo per evitare di finire a capofitto in un disastro?

 

 

 

 

[1] Un articolo apparso su VoxEU nel maggio del 2010.

[2] Il riferimento è alla famose espressione di Michele Corleone nel film “Il padrino”: “La mia offerta è …. niente!”

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La tirannia della Grecia sulla Germania (27 gennaio 2015)

gennaio 27, 2015

 

Jan 27 8:45 am

The Tyranny of Greece Over Germany

No, I haven’t lost my mind. That’s the title of a classic book by Eliza Marian Butler arguing that German culture was warped by an obsession with ancient Greece, which has nothing at all to do with the current problems of macroeconomic policy. But the title came to mind when I read Simon Wren-Lewis’s meditation on two different hypotheses about the disastrous 2010 turn to austerity. One hypothesis, as he says, is that it was just bad luck: Greece blew up at the end of 2009, and false analogies with Greece soon dominated policy debate; you can call this Hellenization of discourse the tyranny of Greece, not so much over Germany, as over the OECD as a whole.

The other hypothesis is that Greece was simply a useful tool for people who would have turned policy in the wrong direction anyway. If Greece hadn’t happened, they would have found other excuses. Consider, if you will, the fact that Nick Clegg just declared that recent events in Greece are an argument for austerity policies.

I’m mostly with the second hypothesis, not just for the reasons Wren-Lewis mentions, but because of what I was hearing in the fall of 2009, pre-Greece: namely, that even within the Obama administration, and despite very low borrowing costs, many officials had managed to convince themselves and each other that the US fiscal position was fragile. Others were hearing the same thing.

Greece certainly made their sell easier. But the determination to obsess over the deficit in the face of mass unemployment ran deep.

 

La tirannia della Grecia sulla Germania

No, non sono uscita di testa. Questo è il titolo di una classico libro di Eliza Marian Butler che sosteneva che la cultura tedesca era deformata da una ossessione verso l’antica Grecia, che non ha niente a che fare con gli attuali problemi della politica macroeconomica [1]. Ma il titolo mi è venuto in mente quando ho letto la riflessione di Simon Wren-Lewis su due differenti ipotesi sulla svolta verso l’austerità del 2010. Una ipotesi, come egli dice, è che si trattò proprio di sfortuna: la Grecia esplose alla fine del 2009, e ben presto false analogie con la Grecia dominarono il dibattito politico; questa ‘ellenizzazione’ del dibattito la si può definire come la tirannia della Grecia, non tanto sulla Germania, quanto sull’OCSE nel suo complesso.

L’altra ipotesi è che la Grecia sia stata semplicemente uno strumento utile per individui che avrebbero indirizzato in ogni modo la politica nella direzione sbagliata. Se non ci fosse stata la Grecia, avrebbero trovato altre scuse. Si consideri, tanto per dire, il fatto che Nick Clegg [2] ha appena dichiarato che gli eventi recenti in Grecia sono un argomento a favore delle politiche di austerità.

Io sono in gran parte a favore della seconda ipotesi, non solo per le ragioni che ricorda Wren-Lewis, ma a causa di quello che sentivo dire nell’autunno del 2009, prima delle vicende greche: in particolare, del fatto che persino all’interno della Amministrazione Obama, e nonostante costi di indebitamento molto bassi, molti dirigenti avevano cercato di convincere se stessi e gli altri che la situazione della finanza pubblica negli Stati Uniti era fragile. Le stesse cose le sentirono raccontare altri.

La Grecia senza dubbio rese la messa in circolazione di quelle posizioni più facile. Ma la determinazione alla ossessione del deficit a fronte di una disoccupazione di massa agì nel profondo.

 

 

[1] Il libro venne pubblicato nel 1935. La tesi era che la cultura tedesca aveva subito una influenza eccessiva della letteratura e dell’arte greca, e che le mentalità tedesca si era lasciata contagiare dalla “tirannia di un ideale”. In qualche modo, questo aveva incoraggiato i nazisti a proporsi di modellare l’Europa sulla loro immagine. Ciononostante, il libro venne messo al bando proprio in Germania.

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[2] Attuale Vice Primo Ministro del Regno Unito, leader del partito liberal-democratico.

La non-spirale del debito (27 gennaio 2015)

gennaio 27, 2015

 

Jan 27 8:23 am

The Debt Non-Spiral

Amid all the other economic news, the CBO has issued its latest budget projections. According to the projections, the US deficit will soon stop shrinking and begin to rise again. Cue the Very Serious People, who are deeply distressed at the failure of the promised fiscal crisis to materialize; I’m sure we’ll see editorials and op-eds in the next few days warning us that the deficit is still public enemy #1.

But as Matt Klein points out — and as I pointed out around a year ago, after a similar CBO projection — there’s a funny thing about that projected rise in the deficit: it’s not about rising entitlement spending or any of the usual things the VSPs want to cut. It’s based on an assumption that interest payments will rise.

Well, you might say, that makes sense — as debt rises, so do interest payments. Isn’t this about that debt spiral?

Well, no. CBO shows the ratio of debt to GDP barely rising; just about all the rise in payments comes from an assumption that interest rates will rise. And as both Klein and I have tried to explain, we don’t really know that; there’s a plausible case that it’s wrong.

I’m not attacking CBO, which needs to make some kind of rate assumption. But if you read someone trying to resurrect deficit panic, bear in mind that even the modest rise in the new projections is just an assumption, with nothing solid behind it.

Oh, and in other news: It appears that Obamacare is coming in 20 percent cheaper than originally projected.

 

La non-spirale del debito

In mezzo a tutte le altre notizie economiche, il CBO [1] ha messo in circolazione le sue ultime previsioni sul bilancio. Secondo tali previsioni, il deficit degli Stati Uniti presto cesserà di restringersi e comincerà a salire nuovamente. Entrano in scena le Persone Molto Serie, che sono profondamente addolorate dalla mancata materializzazione della promessa crisi della finanza pubblica; sono sicuro che nei prossimi giorni leggeremo editoriali e commenti che ci mettono in guardia sul fatto che il deficit è ancora il nemico pubblico numero 1.

Ma come Matt Klein mette in evidenza – e come io avevo messo in evidenza circa un anno fa, dopo una simile previsione del CBO – c’è una cosa buffa a proposito di questa prevista crescita del deficit: essa non riguarda una crescita della spesa sui programmi assistenziali o su alcune delle cose che solitamente le Persone Molto Serie vogliono tagliare. Si basa sull’assunto di un aumento dei tassi di interesse.

Bene, direte, è una cosa che ha senso – come il debito cresce, così crescono i pagamenti sugli interessi. Non riguarda questo la spirale del debito?

Ebbene, no. Il CBO mostra che il rapporto tra debito e PIL sta appena crescendo: la crescita nei pagamenti deriva praticamente quasi tutta dall’ipotesi che crescano i tassi di interesse. E come Klein e il sottoscritto hanno cercato di spiegare, quella è una cosa che davvero non conosciamo; ci sono argomenti plausibili per i quali potrebbe essere sbagliata.

Non sto attaccando il CBO, che deve pur fare ipotesi di un qualche genere sui tassi. Ma se leggete qualcuno che prova a rimettere in pista il panico per il deficit, tenete a mente che persino la modesta crescita nelle nuove previsioni, è meramente una ipotesi, che non ha dietro niente di solido.

E inoltre, in altre notizie: sembra che la riforma dell’assistenza di Obama stia diventando del 20 per cento meno costosa di quanto originariamente previsto.

 

 

[1] Congressional Budget Office (vedi note sulla traduzione).

La Grecia: si pensi ai flussi, non alle giacenze (dal blog di Krugman, 26 gennaio 2015)

gennaio 26, 2015

 

Greece: Think Flows, Not Stocks

January 26, 2015 7:26 pm

 

How should we think about the bargaining that may or may not now take place between the new Greek government and the troika? (No bargaining if the troika basically says no concessions.) Most discussion is framed in terms of what happens to the debt. But as both Daniel Davies and James Galbraith point out — with very different de facto value judgments, but never mind for now — at this point Greek debt, measured as a stock, is not a very meaningful number. After all, the great bulk of the debt is now officially held, the interest rate bears little relationship to market prices, and the interest payments come in part out of funds lent by the creditors. In a sense the debt is an accounting fiction; it’s whatever the governments trying to dictate terms to Greece decide to say it is.

OK, I know it’s not quite that simple — debt as a number has political and psychological importance. But I think it helps clear things up to put all of that aside for a bit and focus on the aspect of the situation that isn’t a matter of definitions: Greece’s primary surplus, the difference between what it takes in via taxes and what it spends on things other than interest. This surplus — which is a flow, not a stock — represents the amount Greece is actually paying, in the form of real resources, to its creditors, as opposed to borrowing funds to pay interest.

Greece has been running a primary surplus since 2013, and according to its agreements with the troika it’s supposed to run a surplus of 4.5 percent of GDP for many years to come. What would it mean to relax that target?

It would not mean demanding that creditors throw good money after bad; everyone has already implicitly acknowledged that the debt will never be fully paid at market rates, but Greece is making a transfer to its creditors by running a primary surplus, and we’re just arguing now about how big that transfer will be.

So let’s think of a maximalist case, in which Greece stopped running a primary surplus at all (this is not a proposal). You might think that this would let the Greeks spend an additional 4.5 percent of GDP — but the benefits to Greece would actually be much bigger than that. Remember, the main reason austerity has been so harsh is that cutting spending leads to economic contraction, which leads to lower revenues, which forces further cuts to hit the budget target. A relaxation of austerity would run this process in reverse; the extra spending would mean a stronger economy, which means more revenue, which means that the primary surplus wouldn’t fall as much.

Suppose that the multiplier is 1.3 — which is what IMF estimates seem to suggest — and that Greece can collect 40 percent of a rise in GDP in revenue (roughly matching its average revenue/GDP). Then an additional billion euros in spending should generate around 0.5 billion euros in revenue, reducing the primary surplus by only 0.5 billion euros.

And if you follow that through, you find that dropping the requirement that Greece run a primary surplus of 4.5 percent of GDP would allow spending to rise by 9 percent of GDP — twice as much — and that this would raise GDP by 12 percent relative to what it would have been otherwise. Unemployment would fall by around 10 percentage points relative to no relief.

OK, this is not going to happen — even in the best of circumstances, Syriza is going to be able to get a relaxation of the primary surplus requirement, not complete abrogation. But even a partial move in the direction I’ve described could have quite significant positive effects on Greek welfare.

The point is that while issues of debt relief are in large part arguments about accounting fiction, the question of how large a primary surplus Greece runs is real and has powerful implications for the economic outlook. Keep your eyes on that ball.

 

La Grecia: si pensi ai flussi, non alle giacenze

In che modo dovremmo pensare alla trattativa che può, oppure no, aver luogo tra il nuovo Governo greco e la troika (se la troika in sostanza dirà no alle concessioni, non ci sarà trattativa)? Gran parte del dibattito viene schematizzato nei termini di quello che accadrà al debito. Ma, come mettono in evidenza sia Daniel Davies che James Galbraith – con giudizi di valore nei fatti diversissimi, ma per il momento questo non è importante – a questo punto il debito greco, misurato come una giacenza, non è una cifra particolarmente significativa. Dopo tutto, attualmente gran parte del debito è detenuto in modo ufficiale, il tasso di interesse è gravato da una relazione modesta con i prezzi di mercato, ed i pagamenti degli interessi derivano in parte da finanziamenti dati in prestito dai creditori. In un certo senso il debito è una finzione contabile; è qualsiasi cosa i Governi che cercano di dettare le condizioni alla Grecia decidono di dire che sia.

E’ vero, so che non è così semplice – il debito è un numero che ha una importanza politica e psicologica. Ma io penso che favorisca la chiarezza mettere tutto ciò per un po’ da parte e concentrarsi sull’aspetto della discussione che non riguarda le definizioni: l’avanzo primario della Grecia, la differenza di quello che essa ottiene con le tasse e quello che spende sulle cose al netto degli interessi. Questo avanzo – che è un flusso, non una giacenza – rappresenta quanto la Grecia sta attualmente pagando, nella forma di risorse reali, ai suoi creditori, in alternativa ai finanziamenti presi a prestito per pagare gli interessi.

La Grecia dal 2013 sta gestendo un avanzo primario, e secondo gli accordi con la troika si suppone che gestisca un avanzo del 4,5 per cento del PIL per molti anni a venire. Cosa comporterebbe attenuare quell’obbiettivo?

Non sarebbe mia intenzione chiedere ai creditori di buttare soldi buoni dopo i cattivi; tutti hanno già implicitamente riconosciuto che il debito non sarà mai pagato interamente ai tassi di mercato, ma la Grecia sta facendo un trasferimento ai suoi creditori con la gestione di un avanzo primario, e noi stiamo soltanto ragionando di quanto debba essere grande tale trasferimento.

Fatemi dunque pensare ad una ipotesi massimalista, per la quale la Grecia smetta del tutto di gestire un avanzo primario (questa non è una proposta). Potreste pensare che questo consenta alla Grecia di spendere un 4,5 per cento aggiuntivo di PIL – ma i benefici per la Grecia sarebbero effettivamente molto maggiori. Si ricordi, la principale ragione per la quale l’austerità è stata così dura è che tagliare la spesa porta ad una contrazione dell’economia, la quale porta a minori entrate, che costringe ad ulteriori tagli per raggiungere l’obbiettivo di bilancio. Una attenuazione della austerità farebbe andare il processo nel senso opposto; le spese aggiuntive significherebbero un’economia più forte, il che comporterebbe maggiori entrate, il che comporterebbe che l’avanzo primario non cadrebbe altrettanto.

Supponiamo che il moltiplicatore sia 1,3 – che è quanto le stime del FMI sembrano suggerire – e che la Grecia possa raccogliere il 40 per cento del PIL in entrate (grosso modo collocandosi sulla sua media nel rapporto tra entrate e PIL). In quel caso un miliardo di euro aggiuntivi di spesa dovrebbe generare mezzo miliardo di euro di entrate, riducendo l’avanzo primario di solo mezzo miliardo di euro.

E se portate sino in fondo quel ragionamento, scoprite che far cadere la richiesta che la Grecia gestisca un avanzo primario del 4,5 per cento del PIL consentirebbe di aumentare la spesa del 9 per cento – due volte tanto – e che questo accrescerebbe il PIL di un 12 per cento, rispetto a quello che accadrebbe altrimenti. A confronto con nessuna attenuazione, la disoccupazione cadrebbe di 10 punti percentuali.

E’ vero, non è questo che è destinato ad accadere – nelle migliori circostanze Syriza è destinata ad essere capace di ottenere una attenuazione della richiesta di avanzo primario, non una completa abrogazione. Ma persino una mossa parziale nella direzione che ho descritto potrebbe avere effetti abbastanza significativi sul benessere greco.

Il punto è che mentre i temi di una attenuazione del debito sono in larga parte argomenti relativi ad una finzione contabile, la questione di quanto è largo l’avanzo primario che la Grecia gestisce è reale ed ha potenti implicazioni per le prospettive economiche. Tenete gli occhi aperti su quell’aspetto.

Svalutazione interna in Grecia (26 gennaio 2015)

gennaio 26, 2015

 

Jan 26 7:49 am

Internal Devaluation in Greece

One point that seems relevant to talk about Grexit (Greek exit from the euro) and all that: at this point it’s not clear that Greece needs a big boost to competitiveness. “Internal devaluation” via falling wages is incredibly costly — but Greece has been paying incredible costs, and has achieved a sharp fall in relative wages:

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Eurostat

Why, then, might exit from the euro happen? The main answer would be the Greek banks, which are dependent on the availability of a lender of last resort — a role that the Greek government can’t play, because it doesn’t own the currency.

But what this says is that if Greece is driven out of the euro, it will be because Brussels and Frankfurt have in effect chosen to hold the Greek banking system hostage, and Greece has declined to pay ransom. Kind of a different perspective, isn’t it?

 

Svalutazione interna in Grecia

Un punto che sembra rilevante per parlare del ‘grexit’ (l’uscita della Grecia dall’euro) e tutto il resto: a questo punto non è chiaro se la Grecia abbia bisogno di incoraggiare la competitività. La “svalutazione interna” attraverso la caduta dei salari è incredibilmente costosa – ma la Grecia sta pagando un costo enorme ed ha ottenuto una brusca caduta nei salari relativi:

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Eurostat

 

Perché, dunque, potrebbe accadere l’uscita dall’euro? La risposta principale sarebbe a causa delle banche greche, che sono dipendenti dalla disponibilità di un prestatore di ultima istanza – un ruolo che il Governo greco non può giocare, perché non dispone di valuta propria.

Ma questo ci dice che se la Grecia sarà spinta fuori dall’euro, dipenderà dal fatto che Bruxelles e Francoforte avranno deciso di tenere il sistema bancario greco in ostaggio, e la Grecia si sarà rifiutata di pagare il riscatto. Un genere di prospettiva abbastanza diverso, non è così?

 

Quei radicali delle Persone Molto Serie (26 gennaio 2015)

gennaio 26, 2015

 

Jan 26 7:41 am

Those Radical VSPs

As we head for the big Greek face-off, Francesco Saraceno makes a point I’ve also made on a number of occasions: although many of the press reports describe Syriza as “far-left”, it’s actually preaching fairly conventional economics, while the supposedly responsible officials of Brussels and Berlin have been relying on radical doctrines like expansionary austerity and a growth cliff at 90 percent. The same has to a certain extent been true in the US context.

Once again: textbook macroeconomics says that focusing on deficit reduction in a depressed economy, where the zero lower bound constrains the effectiveness of monetary policy, is a very bad idea. And although nobody will believe it, textbook macro has actually been a very good guide to the economy since the financial crisis, as Jared Bernstein also emphasizes.

This is one reason it irks me when the people who have been running Greece, or those in Brussels, are described as “technocrats.” Crat me no techno — real technocrats would (and did) warn about the downside of austerity, not seize eagerly on faddish research purporting to make a case for policies they probably wanted for other reasons.

And as we go into confrontation season, Saraceno gets it exactly right: we shouldn’t consider it sensible and non-radical to accept

the position of those who, despite having grossly underestimated the negative effects of austerity, ask for more of the same; of those who insist on advocating supply-side reforms to cope with a chronic lack of demand; and of those who boast having achieved a balanced budget one year ahead of forecasts, when Europe would benefit from a recovery of domestic demand in Germany.

 

Quei radicali delle Persone Molto Serie

Mentre ci rivolgiamo al grande confronto greco, Francesco Saraceno avanza un argomento che anch’io ho posto in varie occasioni: sebbene molti resoconti di stampa descrivano Syriza come di “estrema sinistra”, essa effettivamente sta propugnando una teoria economica abbastanza convenzionale, mentre i presunti dirigenti responsabili di Bruxelles e di Berlino si stanno basando su dottrine radicali come l’austerità espansiva e la soglia della crescita al 90 per cento (del debito) [1]. La stessa cosa è stata, in una certa misura, vera nel contesto degli Stati Uniti.

Ripetiamolo: la macroeconomia dei libri di testo dice che concentrarsi sulla riduzione del deficit in una economia depressa, dove il limite superiore dello zero (nei tassi di interesse) limita l’efficacia della politica monetaria, è una pessima idea. E, sebbene nessuno ci vorrà credere, la macro dei libri di testo dall’inizio della crisi finanziaria è stata in effetti un’ottima guida per l’economia, come sottolinea lo stesso Jared Bernstein.

Questa è la ragione per la quale mi irrito quando le persone che hanno governato in Grecia, o quelli di Bruxelles, vengono definiti come “tecnocrati”. Ditemi (buro)crati [2] ma non ‘tecno’ – i reali tecnocrati metterebbero in guardia sugli svantaggi dell’austerità, non si aggrapperebbero alle ricerche di una moda passeggera che danno a intendere di avanzare argomenti per una politica che probabilmente volevano per altre ragioni.

E se ci addentriamo in un periodo di scontri, Saraceno lo afferma in modo assolutamente giusto: non dovremmo considerare sensato e responsabile accettare:

“la posizione di coloro che, nonostante abbiano grossolanamente sottostimato gli effetti dell’austerità, ne chiedono ancora di più; oppure di coloro che insistono nel sostenere riforme dal lato dell’offerta per misurarsi con una cronica deficienza della domanda; e di coloro che si vantano di aver ottenuto un bilancio in equilibrio un anno in anticipo sulle previsioni, quando l’Europa trarrebbe beneficio da una ripresa della domanda interna in Germania.

 

 

[1] Negli anni passati la prima tesi fu sostenuta dall’economista Alberto Alesina, e venne accolta negli ambienti della Commissione Europea (e della BCE ai tempi di Trichet) con grande soddisfazione. La seconda tesi, secondo la quale quando un debito pubblico supera il 90% del PIL ne deriva un rallentamento quasi obbligato della crescita, fu sostenuta da Ken Rogoff. La tesi tornò alla ribalta quando uno studente si accorse che era basata su stime assai incomplete e per giunta su errori di calcolo.

[2] “Crat” è un termine che può riferirsi sia alle classi medio alte che alla burocrazia, raramente in forma di verbo, se non con qualcosa di implicito. Almeno così penso io.

L’“accordo sostitutivo” greco (dal blog di Krugman, 25 gennaio 2015)

gennaio 25, 2015

 

Jan 25 9:09 pm

The Greek Stand-By Arrangement

For tomorrow’s column I went back to the original, May 2010 stand-by arrangement for Greece, to see what the troika was demanding and predicting at the beginning of the austerity push, and how it compares with what actually happened.

First of all, I quite often encounter people who claim that Greece never really did austerity. I guess this is based on national stereotypes, or something, because the numbers are actually awesome. Here’s non-interest spending as projected in the original agreement versus actual spending since 2010. Because the troika kept increasing its demands, Greek spending has ended up far lower – austerity has been far more intense – than anything envisaged at the beginning.

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International Monetary Fund

So how can Greece still be in debt trouble? The original agreement assumed a brief, fairly shallow recession followed by recovery – nothing like the reality of depression and deflation. Here’s nominal GDP as predicted versus actual outcome. Naturally, the collapse of GDP reduced revenue and raised the debt/GDP ratio.

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International Monetary Fund

Oh, and unemployment was supposed to peak a bit under 15 percent, not hit 28.

How did they get it so wrong? In the spring of 2010 both the ECB and the European Commission bought fully into expansionary austerity; slashing spending wasn’t going to hurt the Greek economy, because the confidence fairy would come to the rescue. The IMF never went all the way there, but it used an unrealistically low multiplier, which it arrived at by looking at historical examples of austerity while ignoring the difference in monetary conditions.

The thing is, we now have essentially the same people who so totally misjudged the impacts of austerity lecturing the Greeks on the need to be realistic.

 

L’“accordo sostitutivo” greco

Per l’articolo di domami, sono tornato all’originario “accordo sostitutivo” per la Grecia, per vedere cosa la troika chiedeva e prevedeva agli inizi della spinta per l’austerità, e cosa risulta al confronto con quello che è effettivamente successo.

Prima di tutto, incontro abbastanza di frequente persone che sostengono che la Grecia non ha mai davvero messo in atto l’austerità. Suppongo che questo si basi su luoghi comuni nazionalistici, o qualcosa del genere, giacché i numeri sono in effetti terribili. Ecco la spesa al netto degli interessi come era prevista nell’accordo originale, a confronto con la spesa effettiva a partire dal 2010. Dato che la troika ha continuato ad aumentare le proprie richieste, la spesa greca è finita molto più in basso – l’austerità è stata molto più intensa – di quanto ci si immaginava agli inizi.

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Fondo Monetario Internazionale

 

Come può dunque la Grecia essere ancora nei guai per il debito? L’accordo originario supponeva una breve, abbastanza superficiale recessione seguita da una ripresa – niente al confronto della realtà della depressione e della deflazione. Ecco come era previsto il PIL nominale in rapporto alla produzione effettiva. Naturalmente, il collasso del PIL ha ridotto le entrate ed ha elevato il rapporto debito/PIL:

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Fondo Monetario Internazionale

 

Infine, la disoccupazione si riteneva avrebbe avuto un picco sotto il 15 per cento, non che raggiungesse il 28.

Come è stato possibile un errore del genere? Nella primavera del 2010 sia la BCE che la Commissione Europea si ispiravano pienamente alla austerità espansiva; l’abbattimento della spesa non era destinato a colpire l’economia greca, perché la fata della fiducia sarebbe venuta in soccorso. Il FMI non aderì pienamente a quella impostazione, ma usò un moltiplicatore irrealisticamente basso, che derivava dalla osservazione di esempi storici di austerità, ma ignorava le differenze nelle condizioni monetarie.

Il punto è che oggi abbiamo le stesse persone responsabili di quel totale fraintendimento degli impatti sull’austerità che fanno prediche ai greci sulla necessità di essere realistici.

Addetti e non addetti ai lavori e la politica monetaria degli Stati Uniti (22 gennaio 2015)

gennaio 22, 2015

 

Insiders, Outsiders, and U.S. Monetary Policy

January 22, 2015 7:34 pm

I ran into Olivier Blanchard over breakfast the other day. This isn’t as prosaic as it sounds, because we were both in Hong Kong. On the other hand, that in turn isn’t as much of a coincidence as it might seem, because there was a big financial conference here, and the set of economists who get invited to such things isn’t that extensive. More broadly, many of the people who either make monetary policy or comment on it from fairly influential perches are members of what you might call the 1970s Cambridge mafia. Olivier, Ben Bernanke, Ken Rogoff, Mario Draghi, and your truly all overlapped at MIT in the mid-70s; Larry Summers was at Harvard at the same time, taking courses at MIT; just about everyone was Stan Fischer’s student.

I mention this not to claim membership of an exclusive club, but by way of noting that most of this group shares fairly similar views about how policy works. It’s always funny when people paint me as some kind of wild Marxist, with views on monetary and fiscal policy completely outside the mainstream; I may write forcefully, but on the substance there’s usually very little difference between what I say and what my ultra-respectable former schoolmates say.

Which brings me to the point. Unusually, Olivier and I do have a significant disagreement right now, over US monetary policy (this isn’t insider info — he told the conference about it later that day). I’m very worried that the Fed may be gearing up to raise rates too soon; he’s sanguine, considering the risk of a Japan-type trap in the US minimal and the case for a rate hike this year solid.

And when I look around I realize that our disagreement over coffee is part of a wider split. Among the Cambridge mafia, and in general among policy-oriented, more or less Keynesian types, there’s a surprisingly sharp divide over near-term US monetary policy. And the divide seems to depend on one thing: whether the economist in question is currently in a policy position. Larry has had his time running the world, but right now he sounds exactly like me:

“Deflation and secular stagnation are the threats of our time. The risks are enormously asymmetric,” said Larry Summers, the former US Treasury Secretary. “There is no confident basis for tightening. The Fed should not be fighting against inflation until it sees the whites of its eyes.”

And I mean exactly:

Don’t tighten until you see the whites of inflation’s eyes — and at this point there is absolutely zero sign that inflation is nigh.

So why this divide? We don’t have access to different facts; we don’t, in any fundamental sense, have different economic models. It’s an uncertain world, but why do those in office come down on one side of that uncertainty, while those outside come down on the other?

Well, even smart, flexible people can fall prey to incestuous amplification. And I worry that this is what is happening to the insiders. On the whole, it seems less likely for the outsiders, although it’s true that the Keynesian econoblogs form what amounts to a tight ongoing discussion group that could be doing some amplification of its own:

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But if you ask me, there’s a worrying complacency among the insiders right now, and I would urge them to consider the potential consequences if they’re wrong.

 

Addetti e non addetti ai lavori e la politica monetaria degli Stati Uniti

L’altro giorno, durante la colazione, mi sono imbattuto in Olivier Blanchard. Non è così banale come sembra, perché eravamo entrambi ad Hong Kong. D’altra parte, anch’essa non è una coincidenza come potrebbe sembrare, giacché c’era una grande conferenza sui temi della finanza, e il gruppo di economisti che vengono invitati a cose del genere non è così ampio. Più in generale, molte delle persone che fanno la politica monetaria o la commentano da posizioni discretamente influenti, sono membri di quella che potreste chiamare la ‘mafia di Cambridge degli anni ’70’. Olivier, Ben Bernanke, Ken Rogoff, Mario Draghi e il sottoscritto, alla metà degli anni ’70, facevano gruppo al MIT; nello stesso tempo Larry Summers era ad Harvard, frequentando corsi al MIT; erano proprio quasi tutti allievi di Stan Fischer.

Ricordo questo non per vantare l’appartenenza ad un club esclusivo, ma come un modo per osservare che la maggioranza dei componenti di questo gruppo condividono punti di vista abbastanza simili su come funziona la politica. E’ sempre divertente quando alcuni mi ritraggono come un marxista sfegatato, con opinioni sulla politica monetaria e della finanza pubblica completamente estranee all’orientamento prevalente; io posso scrivere con una certa veemenza, ma nella sostanza normalmente c’è davvero poca differenza tra quello che dico e quello che sostengono i miei ultra-rispettabili colleghi di università di un tempo.

La qualcosa mi porta all’argomento. Insolitamente, in questo momento Olivier ed io abbiamo davvero un disaccordo significativo, sulla politica monetaria degli Stati Uniti (questa non è una informazione per addetti – l’ha detto lui alla conferenza, successivamente nello stesso giorno). Io sono molto preoccupato che la Fed si stia preparando ad elevare i tassi troppo presto; lui è ottimista, considera il rischio di una trappola del tipo di quella del Giappone minimo nel caso degli Stati Uniti, e considera valida la tesi di un rialzo dei tassi durante quest’anno.

E quando mi guardo intorno mi viene in mente che il nostro disaccordo nel mentre si beveva il caffè è parte di una spaccatura più ampia. All’interno della ‘mafia di Cambridge’, e più in generale tra gli individui più o meno keynesiani interessati alla politica, c’è una divisione sorprendentemente aspra sulla politica monetaria a medio termine negli Stati Uniti. E la divisione sembra dipendere da una cosa: se l’economista in questione abbia attualmente un incarico politico. Larry ha avuto i suoi giorni di impegno a giro per il mondo, ma in questo momento dice cose esattamente simili a me:

“La deflazione e la stagnazione secolare sono le minacce del nostro tempo. I rischi sono enormemente asimmetrici” ha detto Larry Summers, il passato Segretario al Tesoro degli Stati Uniti. “Non c’è alcun fondamento sicuro per una restrizione. La Fed non dovrebbe mettersi a combattere contro l’inflazione, sinché non ce l’ha di fronte agli occhi.”

Ed è esattamente quello che io intendo:

“Non procedete ad una stretta sinché non avete l’inflazione dinanzi agli occhi – e a questo punto non c’è assolutamente alcun segno che l’inflazione sia vicina.”

Perché dunque questa divisione? Noi non siamo al corrente di fatti diversi; in nessun senso sostanziale ci riferiamo a modelli economici diversi. E’ il mondo che è incerto, ma perché coloro che hanno incarichi pubblici si collocano da una parte di quella incertezza, mentre coloro che ne sono fuori si collocano dall’altra?

Ebbene, persino persone intelligenti e sensibili possono finire preda delle ‘incestuose amplificazioni’ [1]. Ed io temo che sia questo che sta accadendo agli ‘addetti ai lavori’. Nel suo complesso, ciò sembra meno probabile per i non addetti, sebbene sia vero che i blog economici di orientamento keynesiano formano quello che corrisponde ad un ristretto gruppo di ininterrotto dibattito che potrebbe essere indotto ad una qualche ‘amplificazione’ di se stesso [2]:

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Ma, se volete il mio parere, in questo momento c’è una preoccupante compiacenza tra gli addetti ai lavori, ed io vorrei sollecitarli a considerare le potenziali conseguenze di un loro errore.

 

 

[1] Espressione (del tutto sproporzionata, direi) con la quale a suo tempo ufficiali del Pentagono descrissero la tendenza – nel giudicare le situazioni – ad essere suggestionati dai modi consueti di vedere e/o dall’interesse a vedere le cose in modo simile, in un ambiente dato. Credo fosse in corso la guerra in Iraq, e l’ufficiale si riferisse alla tendenza a descrivere gli andamenti di tale evento in modo favorevole alla sua parte. Banalmente, si potrebbe dire “suggestionati dalla propaganda”, nel senso che la propaganda si riproduce e si rafforza in un gruppo omogeneo.

[2] La buffa immagine apparve tempo fa su un blog, e si riferiva agli economisti Paul Krugman e Brad DeLong, mostrati come gatti inestricabilmente legati l’uno all’altro.

Quanto è stato ‘super’ Mario? (per esperti) (dal blog di Krugman, 22 gennaio 2015)

gennaio 22, 2015

 

Jan 22 9:28 pm

How Super Was Mario? (Wonkish)

Mario Draghi pulled off a political triumph on QE, coming in with a program that is bigger and more open-ended than anyone expected. The goal was to jolt expectations, to convince markets that there has been a fundamental shift toward aggressiveness. And markets certainly moved in the right direction. But how much was achieved? Inquiring minds want to know — or at least I do. So I’ve done some back-of-the-envelope calculations on the question of how much Draghi managed to move inflation expectations.

A side note: many people seem to use the 5-year-5-year forward swap rate here, but that seems very strange to me; it’s a measure of expected inflation, not from 2015 to 2020, but of 2020 to 2025. Why, exactly, should that be the measure? It’s much more natural, I’d think, to just use 5-year or 10-year break-evens, the spread between index and nominal bonds.

So look at German yields (Germany because it’s presumably the safe asset of Europe). A week ago German index bonds coming due in 5 years yielded -.31, while ordinary bonds of the same maturity offered a slightly negative yield; so the implied prediction of inflation was about 0.3 percent over the next five years. Now the index yield is -.46, while nominal yield is slightly positive, implying expected inflation of around 0.5 percent. So that’s a 0.2 percentage point rise in the expected 5-year inflation rate.

At a 10-year horizon it seems to be a bit less but in the same ballpark, maybe 0.15 percentage points.

We can also estimate the effect indirectly, via the exchange rate. Not much change in the US-Germany interest differential, but around a 2 percent fall in the euro; as I explained in the linked post, this is consistent with a roughly 0.2 percent rise in expected euro area inflation over the next decade.

So, Draghi’s big announcement seems to have raised expected European inflation by one-fifth of a percentage point. That’s actually a lot to accomplish under the circumstances, but it’s also far too little to turn Europe around on its own. Great work, Mr. Draghi, but it’s going to take a lot more than this to save the day.

 

Quanto è stato ‘super’ Mario? (per esperti)

Mario Draghi ha messo a segno un trionfo politico sulla QE, presentandosi con un programma che è privo di scadenze e più grande di quanto tutti si aspettavano. L’obbiettivo era dare una scossa alle aspettative, convincere i mercati che c’era stata una svolta fondamentale nel senso dell’aggressività. Ed i mercati si sono mossi certamente nella direzione giusta. Ma quanto è stato realizzato? E’ ciò che vorrebbe sapere chi ha una mentalità indagatrice – o almeno che vorrei sapere io. Così ho fatto due conti semplici sul tema di quanto Draghi sia riuscito a spostare le aspettative di inflazione.

Una nota a margine: molti pare usino, in questo caso, il tasso di cambio dei bond che partono nei 5 anni con quelli che vanno a scadenza in cinque anni [1], ma ciò mi sembra assai strano; questa è una misura dell’inflazione attesa non tra il 2015 ed il 2010, ma tra il 2020 ed il 2025. Perché, esattamente, dovrebbe essere quello il metro di misura? Penso che sia molto più naturale utilizzare il breakeven [2] dei bond di 5 o 10 anni, la differenza tra i bond indicizzati e quelli nominali.

Si guardi, dunque, ai rendimenti tedeschi (perché la Germania è presumibilmente l’asset sicuro in Europa). Una settimana passata i bond tedeschi che vengono in scadenza tra cinque anni rendevano meno 0,31, mentre i bond ordinari della stessa maturità offrivano un rendimento leggermente negativo; cosicché l’implicita previsione di inflazione era attorno allo 0,3 per cento nei prossimi cinque anni. Adesso il rendimento degli indicizzati è meno 0,46, mentre il rendimento nominale è leggermente positivo, comportando una aspettativa di inflazione di circa lo 0,5 per cento. Dunque, quella è una crescita di 0,2 punti percentuali nel tasso di inflazione atteso nei cinque anni

Su un orizzonte decennale parrebbe essere un po’ meno ma approssimativamente simile, forse di 0,15 punti.

Possiamo anche stimare l’effetto indirettamente, attraverso il tasso di cambio. Non molto mutamento nel differenziale dell’interesse tra Stati Uniti e Germania, ma una caduta di circa il 2 per cento dell’euro; come spiegavo nel post in connessione [3], questo è coerente con una crescita dello 0,2 per cento nella inflazione attesa nell’area euro nel prossimo decennio.

Dunque, il grande annuncio di Draghi sembra aver elevato l’inflazione attesa europea di un quinto di punto percentuale. Si tratta di un risultato rilevante in queste circostanze, ma esso è al tempo stesso, da solo, troppo modesto perché l’Europa faccia marcia indietro. Gran lavoro, signor Draghi, ma ci vorrà molto di più di questo per uscire dai guai.

 

 

[1] Trovo questa spiegazione sul blog “In Touch, Capital Markets”, ammesso che l’abbia ben compresa.

[2] Letteralmente, “punto di pareggio”.

[3] Nella connessione precedente nel testo inglese. Il post è del 27 ottobre 2013.

Eurocantonate (dal blog di Krugman, 21 gennaio 2015)

gennaio 21, 2015

 

Jan 21 8:43 pm

Euroblunders

The contrast between the mood in the US and in Europe is amazing. Obama wasn’t exactly able to claim morning in America in this week’s SOTU, but he was able to talk about success and moving forward. Meanwhile Mario Draghi is doing what he can and should, but I don’t know anyone who really believes that it will be enough.

So why the difference? Are the forces of secular stagnation stronger in Europe? Was it fiscal austerity? Was it wrong-headed monetary policy? As far as I can tell, the answer from the data is yes. That is, there are multiple possible culprits for Europe’s deflationary trap, and it’s hard to assign responsibility.

On the secular stagnation front, just note that the euro area’s working-age population peaked in 2009, and is now on a Japanese-style downward path. US working-age growth has slowed, but at least it’s still positive.

On policy, aggregate euro-area fiscal policy has been substantially tighter than in the US. Here’s the IMF’s estimate of general government (i.e., including state and local) primary cyclically adjusted budget balance as a percent of GDP — that’s a mouthful, but it means looking at non-interest spending minus taxes, corrected to take out the effects of a depressed economy:

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Meanwhile, on the monetary side Europe zagged when America zigged. At no point in the past five years has euro area core inflation (CPI excluding food, energy, alcohol, and tobacco) reached, let alone exceeded, the ECB’s legal target of 2 percent:

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Nonetheless, in the first half of 2011, when rising commodity prices boosted headline inflation — and when the Fed was proceeding with quantitative easing despite the howls of conservatives — the ECB raised rates twice.

Overall, European policy has behaved throughout as if debt and inflation were the overwhelming risks, giving no consideration until very recently to the risk of deflation and persistent weakness. And the old mindset has by no means gone away — the monetary hawks are still hawkish despite deflation, inventing new reasons why interest rates must rise.

Anyway, the point is that Europe’s woes are no mystery, although it’s hard to allocate the blame; policy did everything wrong, so it’s hard to tell which wrongness mattered most.

 

Eurocantonate

Il contrasto di umore tra gli Stati Uniti e l’Europa è incredibile. Obama, nel discorso sullo Stato dell’Unione di questa settimana, non è stato esattamente capace di rivendicare “è giorno in America” [1], ma è stato nella condizioni di parlare di un successo e di progressi ulteriori. Nel frattempo Mario Draghi fa quel che può e deve, ma non conosco nessuno che creda davvero che sarà sufficiente.

Perché, dunque, quella differenza? Le forze della stagnazione secolare sono più forti in Europa? E’ stata l’austerità della finanza pubblica? E’ stata una politica monetaria male indirizzata? Per quanto posso dire sulla base dei dati, la risposta è affermativa. Ovvero, c’è una molteplicità di possibili colpevoli per la trappola deflazionistica dell’Europa, ed è difficile stabilire la responsabilità.

Sul fronte della stagnazione secolare, noto semplicemente che l’area euro ha avuto il picco della popolazione in età lavorativa nel 2009 e adesso è su una strada discendente sul modello giapponese. La crescita della popolazione in età di lavoro negli Stati Uniti è rallentata, ma almeno è ancora positiva.

Sul piano della politica, la politica della finanza pubblica aggregata nell’area euro è stata sostanzialmente più restrittiva che negli Stati Uniti. Ecco la stima del FMI sugli equilibri primari del bilancio generale pubblico (ovvero, comprensivo degli Stati e dei governi locali) , corretti in relazione al ciclo economico – è uno scioglilingua, ma significa riferirsi alla spesa senza gli interessi al netto delle tasse, corretta per tener fuori gli effetti di un’economia depressa [2]:

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Nel frattempo, sul lato monetario, quando l’America andava da una parte, l’Europa andava dall’altra. In nessun momento dei cinque anni passati l’inflazione sostanziale nell’area euro (ovvero l’indice dei prezzi al consumo esclusi gli alimentari, l’energia, l’alcool e il tabacco [3]) ha raggiunto, per non dire ecceduto, l’obbiettivo legale della BCE del 2 per cento:

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Nondimeno, nella prima metà del 2011, quando i prezzi in crescita delle materie prime spinsero l’inflazione apparente – e quando la Fed stava procedendo con la ‘facilitazione quantitativa’ nonostante gli strepiti dei conservatori – la BCE elevò due volte i tassi di interesse.

Soprattutto, la politica europea si è comportata dappertutto come se il debito e l’inflazione fossero i rischi soverchianti, non dando alcuna considerazione, sino al periodo recente, al rischio della deflazione e di una perdurante debolezza. E tale vecchia mentalità non è per niente scomparsa – i falchi della moneta sono ancora falchi a dispetto della deflazione e si inventano nuove ragioni per le quali i tassi di interesse dovrebbero salire.

In ogni modo, il punto è che i guai dell’Europa non sono un mistero, sebbene sia difficile attribuire la colpa; la politica ha sbagliato tutto, cosicché è difficile dire quale errore abbia contato di più.

 

 

[1] Il titolo di una famosa trasmissione radiofonica di Ronald Reagan.

[2] Come si vede con il 2012 l’Europa torna ad avere un avanzo primario, mentre gli Stati Uniti il massimo della spesa pubblica si interrompe nel 2010 – per effetto di un esaurimento dello stimulus di Obama ed anche dei vari “sequestri” repubblicani nel Congresso – ma con un divario che sussiste, superiore a quello che era nel 2006, ancora nel 2015.

[3] Per una spiegazione della ragione per la quale traduco “core inflation” con inflazione sostanziale, e successivamente “headline inflation” con inflazione apparente, si vedano le note sulla traduzione a “headline and core inflation”. Una traduzione letterale (“inflazione centrale” ed “inflazione complessiva”) non chiarirebbe granché i diversi significati politici e sostanziali dei due modi di misurazione. Essi in sostanza si risolvono nel fatto che la “core” – quella sostanziale – nel medio periodo si impone come quella reale, mentre la “headline” subisce volta a volta gli effetti distorsivi dei beni di consumo più ‘fluttuanti’.

Esclusivamente cilindrici (21 gennaio 2015)

gennaio 21, 2015

 

Jan 21 2:31 am

Totally Tubular

I didn’t watch the SOTU — I probably wouldn’t have even if I had been on the right side of the Pacific. But I’m reading some of the reporting; and because evil is more interesting than good, I think the most revealing remarks actually came from Joni Ernst’s GOP reply.

Not that she offered a realistic alternative — but that’s the point. As far as anyone can tell, the dominant Republican economic idea is to license the Keystone pipeline. And that’s ridiculous.

The standard estimate — accepted by pipeline advocates — is that building the pipeline would temporarily add 42,000 jobs, the vast bulk of which would go away after two years. That’s in an economy with 140 million workers. So Keystone would temporarily increase US employment by 0.03, that’s right, 0.03 percent. Or to put it another way: given the recent pace of job creation, the number one GOP policy priority, basically the only job measure the party has to offer, would create about as many jobs as the Obama recovery is adding every five days.

So there’s a mystery here. Do Republicans not know this? (I’m not a scientist, man — or a mathematician.) Do they know it but count on the innumeracy of voters, having found that pipelines sound good to focus groups?

In other news, Ernst spoke about Obamacare as a failed policy — because a sharp drop in the number of uninsured and a marked slowdown in health costs are clear evidence of failure. Actually, in this case I suspect that Republicans truly are ignorant — Fox News only reports bad news, so if that’s what you watch you just know that things are going badly.

 

Esclusivamente cilindrici [1]

Non ho visto il Discorso sulla Stato dell’Unione – probabilmente non l’avrei visto neanche fossi stato sulla sponda giusta del Pacifico. Ma sto leggendo un po’ di resoconti; e poiché il male è più interessante del bene, penso che le osservazioni più rivelatrici vengano effettivamente dalla replica del Partito Repubblicano con Joni Ernst [2].

Non che ella abbia offerto una alternativa realistica – ma il punto è lì. Per quello che si può dire, l’idea economica dominante del Partito Repubblicano è licenziare l’oleodotto Keystone. E questo è ridicolo.

La stima più accreditata – accettata dai sostenitori dell’oleodotto – è che la costruzione dell’infrastruttura aumenterebbe i posti di lavoro temporaneamente di 42.000 unità, gran parte dei quali se ne andrebbero via dopo due anni. Questo in un’economia con 140 milioni di lavoratori. Dunque, Keystone aumenterebbe temporaneamente l’occupazione degli Stati Uniti dello 0,03 – proprio così – dello 0,03 per cento. O, per dirla diversamente: dato il recente ritmo nella creazione di posti di lavoro, la priorità numero uno del programma del Partito Repubblicano, fondamentalmente l’unica misura in materia di occupazione che il partito ha da offrire, sarebbe creare circa gli stessi posti di lavoro che la ripresa di Obama sta aggiungendo ogni cinque giorni.

Dunque, siamo dinanzi ad un mistero. I repubblicani non lo sanno? (io non sono un uomo di scienza o un matematico) Oppure lo sanno, ma fanno affidamento sulla scarsa propensione alla matematica degli elettori, avendo scoperto che l’oleodotto suona bene ai gruppi di ascolto?

Secondo altri resoconti, la Ernst ha parlato della riforma sanitaria di Obama come di una politica fallita – perché una brusca caduta nel numero dei non assicurati ed un marcato rallentamento dei costi sanitari sono una prova evidente di fallimento. In effetti, in questo caso ho il sospetto che i repubblicani siano realmente ignoranti – Fox News fornisce solo le cattive notizie, cosicché se è quello ciò che guardate, sapete soltanto che le cose stanno andando male.

 

[1] Ovvero, hanno solo l’oleodotto in testa (penso!).

[2] E’ prassi che i discorsi presidenziali sullo Stato dell’Unione abbiano una replica da parte del Partito che non esprime il Presidente. In questo caso il compito è stato affidato ad una Senatrice repubblicana dello Iowa, che di mestiere era tenente colonnello dell’Esercito, appunto Joni Ernst.

Iowa Senate

 

 

 

 

 

 

 

 

La scena europea (19 gennaio 2015)

gennaio 19, 2015

 

Jan 19 7:59 pm

The European Scene

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This is the week we’re supposed to hear the ECB’s plan for monetary expansion; the German media are already howling, with Bild warning that Draghi’s expected actions will reduce the pressure for reform in “crisis-hit countries such as Spain, Greece, Italy, or France.” Above are European long-term interest rates as of close of business yesterday.

So, first of all, look at “crisis-hit” France; investors are so worried about France that they won’t hold its bonds unless offered, um, 0.64 percent, the lowest rate in history. But never mind — everyone knows that the French must be in crisis, because they still believe in social insurance, and besides, they’re French.

Notice also that crisis-hit Spain is now paying a lower interest rate than Britain. It’s surely a higher interest rate in real terms, because Spain faces the prospect of years of deflation. But this should — but won’t — put an end to all the talk about how low British rates are the reward for austerity, and so on.

More generally, those very low rates reflect market expectations that (a) the European economy will remain very weak and (b) that the ECB will continue to fall far short of its inflation target. German 5-year bonds are yielding minus 0.05 percent; index bonds of the same maturity are yielding -0.44 percent. So the market is saying both that there are very few good investment opportunities out there — few enough that paying the German government to protect the real value of your wealth is a good move — and that inflation over the next five years will be around 0.4 percent, not the target of 2 percent.

Will the QE policy turn this around? Unless it’s shockingly larger and more aggressive than expected, it’s hard to see how. Unconventional monetary policy works, if it does, largely by changing expectations; but the markets know this is coming, and are notably unimpressed.

Oh, and the markets don’t believe that the US is immune to these ills. Market expectations of inflation, as embodied in the 5-year break-even, have fallen off a cliff — it’s a bigger decline than the one that preceded the beginning of QE2 in 2010. Fed officials seem weirdly complacent about this, and about the risk that we, too, could find ourselves in a low-inflation trap.

Worrying times.

 

La scena europea

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Questa è la settimana nella quale si suppone conosceremo il programma di espansione monetaria della BCE; i media della Germania stanno già strepitando, con il Bild che mette in guardia che le attese iniziative di Draghi ridurranno la spinta per le riforme “nei paesi colpiti dalla crisi, come Spagna, Grecia, Italia o Francia.” Sopra i tassi di interesse europei a lungo termine a fine giornata di ieri.

Guardiamo, dunque, prima di tutto alla Francia “colpita dalla crisi”; gli investitori sono così preoccupati dalla Francia che non voglio tenersi i suoi bond se non con un tasso offerto dello 0,64 per cento, guarda un po’, il più basso della storia. Ma non conta – tutti sanno che i francesi devono essere in crisi, perché credono ancora nella sicurezza sociale, ed inoltre perché sono francesi.

Si noti anche che la Spagna colpita dalla crisi sta oggi pagando un tasso di interesse più basso di quello dell’Inghilterra. In termini reali è sicuramente un tasso di interesse più elevato, perché la Spagna ha di fronte la prospettiva di anni di deflazione. Ma dovrebbe – anche se non accadrà – zittire tutti quelli che parlano di come i bassi tassi inglesi siano un premio all’austerità, e via dicendo.

Più in generale, quei tassi molto bassi riflettono le aspettative del mercato, secondo le quali: a) l’economia europea rimarrà molto debole, e b) la BCE continuerà a mancare il suo obbiettivo di inflazione. I bond tedeschi sui 5 anni stanno rendendo meno dello 0,05 per cento; i bond indicizzati alla stessa scadenza stanno rendendo il meno 0,44 per cento. Dunque il mercato sta dicendo sia che ci sono in giro opportunità molto scarse di buoni investimenti – talmente scarse che pagare il Governo tedesco per proteggere il valore reale della vostra ricchezza è una buona iniziativa – e che l’inflazione per i prossimi cinque anni sarà attorno allo 0,4 per cento, e non all’obbiettivo del 2 per cento.

La QE capovolgerà tutto questo? E’ difficile vedere come, a meno che essa non sia in modo impressionante più ampia e più aggressiva di quello che ci si aspetta. La politica monetaria non convenzionale funziona, se funziona, in gran parte per effetto di un mutamento delle aspettative; ma i mercati sanno che essa è in arrivo, e sono evidentemente non impressionati.

Per finire, i mercati non credono che gli Stati Uniti siano immuni da questi mali. Le aspettative del mercato sull’inflazione, come incorporate nel ‘punto di pareggio’ a 5 anni, sono cadute a strapiombo – si tratta di un declino più grande di quello che precedette la seconda QE nel 2010. I dirigenti della Fed sembrano stranamente compiaciuti di questo, ed anche del rischio per il quale potremmo ritrovarci in una trappola di bassa inflazione.

Tempi preoccupanti.

Illogicità sospette sugli accordi commerciali (19 gennaio 2015)

gennaio 19, 2015

Jan 19 3:55 am

Suspicious Nonsense on Trade Agreements

I am in general a free trader; there is, I’d argue, a tendency on the part of some people with whom I agree on many issues to demonize trade agreements, to make them responsible for evils that have other causes. And my take on both of the trade agreements currently under negotiation — Pacific and Atlantic — is that there’s much less there than meets the eye.

But my hackles and suspicions rise when I listen to the advocates.

Tom Donohue, head of the US Chamber of Commerce, warns against economic populism, which he says is really a push to create a “state-run economy.” Yep — so much as mention rising inequality, and you’re Joseph Stalin (unless you’re Mitt Romney.) But what really gets me is the Chamber’s supposed agenda for growth. Topping the list — the number one priority — is completing those trade agreements.

This is absurd, and disturbing.

Think about it. The immediate problem facing much of the world is inadequate demand and the threat of deflation. Would trade liberalization help on that front? No, not at all. True, to the extent that trade becomes easier, world exports would rise, which is a net plus for demand. But world imports would rise by exactly the same amount, which is a net minus. Or to put it a bit differently, trade liberalization would change the composition of world expenditure, with each country spending more on foreign goods and less on its own, but there’s no reason to think it would raise total spending; so this is not a short-term economic boost.

But maybe it’s about the supply side, about raising efficiency and productivity? Well, standard economic models do say that liberalization should have that effect in principle — but the effects are only large when you start from high levels of protectionism. Cutting average effective tariffs (including the effects of quantitative restrictions) from, say, 40 percent to 10 percent can be a fairly big deal. But cutting from effective protection of only a few percent, which is where most of the world is now, isn’t going to give you a boost that you’ll be able to tell from statistical noise.

Maybe you still think we should do this. But trade agreements as your top economic priority? Really? That’s so bizarre that it should make you wonder why, exactly, the likes of Tom Donohue want these deals. And you have to suspect that the reason is that some of his important clients think that the non-trade aspects of the deals — stuff like intellectual property protection — will yield them a lot of monopoly rents.

There are reasons to support these deals and reasons to oppose them. But my immediate take is that when the US Chamber of Commerce makes a huge priority out of complicated deals, and offers an obviously false rationale, you should strongly suspect that there’s bad stuff hidden in the fine print.

 

Illogicità sospette sugli accordi commerciali

In generale io sono per il libero commercio: direi che c’è una tendenza, da parte di alcune persone con le quali concordo su molte questioni, di demonizzare gli accordi commerciali, rendendoli responsabili di mali che hanno altre cause. E la mia opinione su entrambi gli accordi commerciali per i quali sono attualmente in corso negoziati – Pacifico e Atlantico – è che c’è molto meno di quello che sembri.

Ma mi saltano i nervi e mi crescono i sospetti quando ascolto i sostenitori.

Tom Donohue, capo della Camera di Commercio, mette in guardia contro il populismo economico, che rappresenta, egli dice, una spinta a creare una “economia a direzione statale”. Sì – se fate tanto di parlare della crescente ineguaglianza, siete come Giuseppe Stalin (a meno che non siate Mitt Romney). Ma quello che davvero mi attrae è il presunto programma della Camera per la crescita. In cima alla lista – la priorità numero uno – è il completamento di quegli accordi commerciali.

Questo è assurdo e inquietante.

Si pensi a questo. Il problema immediato dinanzi a gran parte del mondo è la domanda inadeguata e la minaccia di deflazione. Darebbe un aiuto, su quel fronte, la liberalizzazione commerciale? No, niente affatto. E’ vero, nella misura in cui il commercio diventa più facile, le esportazioni mondiali crescerebbero, il che è un vantaggio netto per la domanda. Ma le importazioni mondiali crescerebbero esattamente della stessa quantità, il che costituisce un diminuzione netta per la domanda. Oppure, per dirla un po’ diversamente, la liberalizzazione commerciale cambierebbe la composizione della spesa mondiale, con ogni paese che spenderebbe di più di beni esteri e di meno dei propri, ma non c’è ragione di pensare che aumenterebbe la spesa globale; cosicché questa nel breve termine non è una spinta all’economia.

Ma forse riguarderebbe il lato dell’offerta, la crescita dell’efficienza e della produttività? Ebbene, i modelli economici standard dicono che in via di principio la liberalizzazione dovrebbe avere quell’effetto – ma gli effetti sono ampi quando si parte da livelli elevati di protezionismo. Tagliare le tariffe medie effettive (inclusi gli effetti delle restrizioni quantitative), diciamo, dal 40 al 10 per cento, sarebbe un discreto buon affare. Ma tagliare solo pochi punti percentuali della protezione effettiva, quale è la condizione di gran parte del mondo oggi, non è destinato a farvi ricevere quell’aiuto che potreste distinguere dal frastuono delle statistiche.

Si può forse pensare che, tuttavia, questo è quanto dovremmo fare. Ma gli accordi commerciali sono in cima alle vostre priorità economiche? Davvero? E’ una cosa così bizzarra che viene da chiedersi perché, esattamente, personaggi come Tom Donohue vogliono tali accordi. E si deve sospettare che alcuni dei suoi clienti importanti pensi che gli aspetti non commerciali degli accordi – cose come la protezione della proprietà intellettuale – renderanno loro un bel po’ di rendite di monopolio.

Ci sono ragioni per sostenere questi accordi e ragioni per opporvisi. Ma la mia immediata reazione è che quando la Camera di Commercio degli Stati Uniti fa di tali complicati accordi una fondamentale priorità, ed offre una spiegazione chiaramente falsa, si dovrebbe fortemente sospettare che ci sia roba cattiva, nascosta con caratteri minuscoli.

Svizzera: anche la “Facilitazione Quantitativa” (18 gennaio 2015)

gennaio 18, 2015

 

Jan 18 7:26 pm

Switzerland: QE Too

OK, arrived in Hong Kong, and IT is working a lot better. So let me weigh in a bit more on the Swiss miss. Basically, my take is the same as Brad DeLong’s: what we have here is a central bank that let itself be bullied by the balance sheet bugaboo brigade.

The way to think about the franc peg, I’d argue, is to view currency intervention as essentially a form of quantitative easing. What we mean by QE is open-market operations in which the central bank buys stuff other than the usual purchases of short-term government debt. This could be long-term assets, it could be private-sector debt, or it could be foreign securities. Obviously the channels of influence depend to some extent on which route you choose, although remember that the Fed was accused of waging currency war when it was only purchasing domestic assets, and the main clear effect of Abenomics so far has run through the exchange rate. But the main point is to think of any kind of non-Treasury-bill open market operation as a form of QE.

This in turn helps us put the explicit exchange rate target into the right slot: it was about making QE effective through commitment, so that you got the maximum impact on expectations. Actually, the success of the currency program suggests that other central banks might want to try things like setting a ceiling on some long-term interest rate.

But back to Switzerland: they had a policy that was working, so why did they stop? And the answer, Brad and I both suspect, is that the SNB, like the Fed, faced constant pressure from finance types saying “Your balance sheet is too big! Debasement! Inflation! Unnatural monetary acts! Francisco d’Anconia!” But unlike the Fed, the SNB lacked the intellectual self-confidence (and perhaps the institutional strength, seeing as how it’s partially privately owned) to stand up to that pressure.

The irony is that having been bullied into worrying about its own profitability, which is not what central banks should do, the SNB ended up imposing huge losses on itself. But that’s neither here nor there for Swiss national interests. The main thing is that the credibility essential to getting traction at the zero lower bound has been dissipated for Switzerland, and damaged for everyone else.

 

Svizzera: anche la “Facilitazione Quantitativa”

Bene, arrivato ad Hong Kong, e “lui” [1] sta funzionando assai meglio. Dunque, vorrei intervenire un po’ di più sul disastro svizzero. Fondamentalmente, la mia opinione è la stessa di quella di Brad DeLong: quello a cui assistiamo è una banca centrale che si è lasciata impressionare dalla brigata dello spauracchio degli equilibri patrimoniali.

Il modo di riflettere sull’ancoraggio del franco, direi, è considerare l’intervento sulla valuta essenzialmente come una forma di ‘facilitazione quantitativa’. Quello che si intende per QE sono le operazioni di mercato-aperto nelle quali la banca centrale acquista cose che sono diverse dai consueti acquisti di debito a breve termine. Questi potrebbero essere asset a lungo termine, debito del settore privato, o potrebbero essere azioni estere. Ovviamente i canali dell’influenza dipendono in qualche misura dall’indirizzo che si sceglie, sebbene ricordo che la Fed fu accusata di aver dichiarato una guerra valutaria mentre stava soltanto acquistando asset nazionali, ed il principale chiaro effetto, sino a questo punto, della politica economica di Abe ha operato tramite il tasso di cambio. Ma l’aspetto più importante è pensare ad ogni genere di operazioni sul mercato aperto estranee a buoni del Tesoro come ad una “facilitazione quantitativa”.

Questo a sua volta ci aiuta a porre l’obbiettivo esplicito del tasso di cambio nella collocazione giusta: esso dipendeva dal rendere efficace la QE attraverso l’impegno, in modo tale da avere il massimo impatto sulle aspettative. Effettivamente il successo del programma valutario indica che le altre banche centrali possono voler cercare cose come lo stabilire un tetto a un qualche tasso di interesse a lungo termine.

Ma, tornando alla Svizzera: essi avevano una politica che stava funzionando, dunque perché interromperla? E la risposta, sia io che Brad sospettiamo, è che la SNB come la Fed hanno dovuto fronteggiare una costante pressione dagli individui del settore finanziario che dicevano “I vostri equilibri patrimoniali sono troppo grandi! Inflazione! Iniziative monetarie innaturali! Francisco d’Anconia! [2]” Ma, diversamente dalla Fed, la SNB ha mancato di auto stima intellettuale (e forse di forza istituzionale, considerato come essa sia in parte di proprietà privata) per resistere ad una tale pressione.

L’ironia è che essendo stata impressionata ad aver timore della sua stessa capacità di ottenere profitti, che non è quello che le banche centrali dovrebbero fare, la SNB ha finito per imporsi grandi perdite. Ma tutto ciò non ha un gran significato per gli interessi nazionali della Svizzera. La cosa principale è che la credibilità essenziale per ottenere una capacità di spinta nelle condizioni del limite inferiore dello zero, è stata dissipata nel caso della Svizzera, facendo danni a tutti gli altri.

 

 

[1] La connessione internet, come si è visto in precedenza.

[2] Un personaggio dell’ormai famoso racconto di Ayn Rand (vedi alle note sulla traduzione).

Cambio di regime in Svizzera (16 gennaio 2015)

gennaio 16, 2015

 

Jan 16 12:14 am

Regime Change in Switzerland

Blogging will be limited for the next few days, unless I can resolve the tech problems here in Delhi. But I did want to say something about the Swiss de-pegging, beyond what I put in the column.

These days it’s fairly widely accepted that it’s very hard for central banks to get traction at the zero lower bound unless they can convince investors that there has been a regime change – that is, changing expectations about future policy is more important than what you do now. That’s what I was getting at way back in 1998, when I argued that the Bank of Japan needed to “credibly promise to be irresponsible,” something it has only managed recently.

The trouble is that regime change is hard to engineer. FDR did it by taking America off the gold standard, but going off gold isn’t something you get to do very often.

On Thursday, however, the Swiss National Bank managed a credible regime change. Unfortunately, it was a regime change in the wrong direction. By throwing in the towel on the peg to the euro, the SNB immediately convinced markets that its previous apparent commitment to do whatever it takes to avoid deflation is null and void. And this expectations effect trumped the concrete, immediate policy of drastically negative interest rates on reserves.

Two things to bear in mind. First, having in effect thrown away its credibility – in today’s world, the crucial credibility central banks need involves, not willingness to take away the punch bowl, but willingness to keep pushing liquor on an abstemious crowd – it’s hard to see how the SNB can get it back. Second, there will be spillovers: the SNB’s wimp-out will make life harder for monetary policy in other countries, because it will leave markets skeptical about whether other supposed commitments to keep up unconventional policy will similarly prove time-limited.

All in all, quite a day’s work.

 

 

Cambio di regime in Svizzera

Nei prossimi giorni l’attività sul blog sarà limitata, a meno che non possa risolvere i problemi tecnici qua a Delhi. Ma volevo dire qualcosa sul disancoraggio del franco svizzero, oltre a ciò che ho scritto nell’articolo (sul New York Times).

Di questi tempi è abbastanza ampiamente accettato che sia difficile per le banche centrali, quando si è al limite inferiore dello zero (dei tassi di interesse), provocare un effetto di trazione che possa convincere gli investitori che c’è stato un cambiamento di regime – ovvero, che un cambiamento di aspettative sulla politica futura è più importante di ciò che si fa adesso. Questo è quanto intendevo affermare nel passato 1998, quando sostenni che la Banca del Giappone aveva bisogno di “promettere credibilmente di essere irresponsabile”, qualcosa che ha cercato di fare solo di recente.

Il guaio è che un cambio di regime è difficile da architettare. Franklin Delano Roosevelt lo face portando l’America fuori dal gold standard, ma uscire dall’oro non è qualcosa che si riesce a fare spesso.

Tuttavia, giovedì, la Banca Nazionale Svizzera ha gestito un cambiamento di regime credibile. Sfortunatamente, era un cambiamento di regime nella direzione sbagliata. Gettando la spugna dell’ancoraggio con l’euro, la SNB ha immediatamente convinto i mercati che il suo precedente impegno apparente a fare tutto ciò che fosse necessario per evitare la deflazione era dichiarato nullo. E questo effetto delle aspettative ha di gran lunga superato la concreta, immediata politica di tassi di interesse drasticamente negativi sulle riserve.

Ci sono due cose da tenere a mente. La prima, avendo in sostanza gettato via la propria credibilità – nel mondo odierno, la cruciale credibilità di cui le banche centrali hanno bisogno non riguarda la volontà di ‘togliere di mezzo la tazza del punch’, ma la volontà di continuare ad offrire alcolici a folle astemie – è difficile capire come la SNB possa riottenerla. La seconda, ci saranno ricadute: la pusillanimità della SNB renderà più difficili le politiche monetarie in altri paesi, giacché lascerà scettici i mercati sul fatto che altri presunti impegni a proseguire politiche non convenzionali si mostreranno egualmente limitati nel tempo.

Nel complesso, un bel po’ di lavoro in un giorno.

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