Jan 14 9:46 am
I’m heading off for an India/Hong Kong/China tour in a few hours, which gives me a reason to stop thinking about deflation in the West for a bit and think about long-run growth issues instead. And one point I mean to make is that the world has changed.
If you know your long-run history of world trade, you know that we’re living in the second global economy. The first, based on telegraphs, railroads, and steamships, flourished from around 1870 to World War I, then was shut down by war and protectionism. The second emerged after World War II, but gradually; remarkably, trade as a share of world income didn’t reach 1913 levels until the 1970s, and it wasn’t until after 1990 that “hyperglobalization” driven by breaking up the value chain — and also the first large-scale trade in services — took globalization to a level our great-grandfathers didn’t know.
So here’s a question: have the forces leading to convergence or divergence among nations returned the same as they were before? And the answer seems to be no.
I’m not going to do elaborate cross-country regressions, which ran into diminishing returns around the time hyperglobalization itself got going. But I do find simple scatterplots (using the Maddison database) illuminating.
First, here’s initial GDP per capita and growth thereof over the two decades before World War I, with a few countries labeled:
I don’t know what was going on in Greece there, or whether that’s just a glitch in the data. But two things do seem to be clear. First, there was no sign of a tendency toward convergence, for poorer countries to grow faster. Second, really fast growth by the standards of the era took place in resource-rich economies.
Now do the same thing for 1990-2010:
Several points. First, top growth rates have gotten much higher — presumably because the technological frontier is so much further out, so countries can really grow fast via catchup. Second, there’s a huge spread in growth rates among poor countries — but that largely reflects noneconomic factors, mainly war external and civil (plus negative growth in much of the former Soviet Union, again about social disruption). Some of the high growth rates reflect recovery from chaos — I believe that’s what Sudan and Burma are about — but for the most part not; instead, we’re witnessing successful catchup. And of course the really big countries in that group (Bangladesh has also done much better than people seem to know) mean that we’re looking at a very large number of people.
I do think there’s something systematic here; the Summers-Pritchett work on regression toward the mean is a useful corrective to overinterpretation and extrapolation, but is a bit too nihilist for my tastes.
But why the change in the rules? Good question. I hope to have an answer by the time I give my first talk.
Convergenza di due economie globali
Tra poche ore partirò per un viaggio in India/Hong Kong/Cina, il che mi offre una ragione per smettere di pensare per un po’ alla deflazione in Occidente e pensare piuttosto ai temi della crescita nel lungo periodo. E un argomento che intendo avanzare è che il mondo è cambiato.
Se conoscete la storia del commercio mondiale nel lungo periodo, sapete che stiamo vivendo nella seconda economia globale. La prima, basata sul telegrafo, le ferrovie e le navi a vapore, prosperò da circa il 1870 alla Prima Guerra Mondiale, poi fu abbattuta dalla guerra e dal protezionismo. La seconda emerse dopo la Seconda Guerra Mondiale ma gradualmente; è rilevante notare che il commercio come quota del reddito mondiale non raggiunse i livelli del 1913 sino agli anni ’70, e non avvenne sin dopo il 1990 quella “iperglobalizzazione” guidata dalla rottura della catena del valore – ed anche quel primo scambio su ampia scala dei servizi – che portò la globalizzazione ad un livello che i nostri nonni non conoscevano.
Ecco dunque una domanda: i fattori che guidano la convergenza o la divergenza tra le nazioni sono tornati ad essere quello che erano in precedenza? La risposta pare essere negativa.
Non ho intenzione di fare elaborate regressioni [1] tra vari paesi, che si incontrino con i rendimenti decrescenti attorno al periodo nel quale la stessa iperglobalizzazione è cominciata. Ma faccio semplici grafici a dispersione [2] illuminanti (utilizzando il data base della fondazione Maddison).
Anzitutto, ecco il PIL procapite iniziale e la sua crescita nel corso dei due decenni precedenti la Prima Guerra Mondiale, per un certo numero di paesi classificati:
Non so cosa stesse accadendo in Grecia in quel caso, oppure se si è solo in presenza di un disguido nei dati. Ma due cose sembrano chiare. La prima, non c’è alcun segno di una tendenza verso la convergenza. La seconda, una crescita effettivamente veloce per gli standard dell’epoca ebbe luogo nelle economie ricche di risorse.
Facciamo adesso la stessa cosa per gli anni 1990-2010:
Alcuni aspetti. Il primo, i tassi di crescita ai livelli più alti sono diventati molto più elevati – presumibilmente perché la frontiera tecnologica è talmente allontanata, che i paesi possono davvero crescere velocemente attraverso il mettersi al passo. La seconda, c’è un vasto differenziale di crescita tra i paesi poveri – ma riflette largamente fattori non economici, principalmente conflitti esterni e civili (in aggiunta, una crescita negativa in gran parte della precedente Unione Sovietica, anch’essa dipendente dal disordine sociale). Alcuni degli alti tassi di crescita riflettono una ripresa dal caos – credo che questo sia il caso del Sudan e della Birmania – ma per la maggior parte non è così; assistiamo, piuttosto, ad uno spettacolare raggiungimento di condizioni tecnologiche superiori. E naturalmente i paesi di quel gruppo realmente grandi (anche il Bangladesh ha avuto prestazioni molto migliori di quello che la gente sembra ritenere) significano che ci stiamo riferendo ad un numero elevatissimo di persone.
Penso che in questo caso accada qualcosa di veramente organico; il lavoro di Summers-Pritchett sulla regressione verso la media è un correttivo utile ad una sovra interpretazione ed estrapolazione, ma è un po’ troppo nichilista per i miei gusti. [3]
Ma perché quel cambiamento nelle regole? Bella domanda. Spero di fare in tempo ad avere una risposta in occasione della mia prima conferenza.
[1] In statistica la regressione lineare rappresenta un metodo di stima del valore atteso condizionato di una variabile dipendente, o endogena, dati i valori di altre variabili indipendenti, o esogene. (Wikipedia)
[2] Un possibile esempio dell’uso del grafico a dispersione è l’analisi dell’andamento delle seguenti due variabili: il debito pubblico e la percentuale di disoccupazione di un paese. Avendo due variabili, è necessario decidere quale rappresentare sull’asse delle ascisse (o x) e quale sull’asse delle ordinate (y). Non vi è una soluzione corretta o sbagliata, solitamente la variabile più importante è sull’asse delle y, quindi se fosse necessario mostrare quanto varia il debito pubblico in relazione alla disoccupazione si porrà quest’ultima sull’asse x, viceversa ponendo la disoccupazione sull’asse y verrà evidenziato come essa varia in relazione al debito pubblico. (Wikipedia)
[3] Un articolo sullo studio di Summers e Pritchett è apparso su Vox l’11 dicembre del 2014, a cura dei due autori. In sostanza, il concetto è semplicemente quello secondo il quale “in ogni processo nel quale ci sono fluttuazioni casuali, ci sarà una tendenza ad incrementi seguiti da decrementi, ed a livelli sopra la media seguiti da declini”. Come è ovvio, il giudizio riguarda in particolare il caso della Cina.
Mi pare che il riferimento di Krugman al “nichilismo” (eccessivo per i suoi gusti) di tale interpretazione, vada inteso nel senso che essa apparirebbe un po’ troppo scontata e pessimistica.
gennaio 13, 2015
Jan 13 9:19 am
House Republicans have passed a measure demanding that the Congressional Budget Office use “dynamic scoring” in its revenue projections — taking into account the supposed positive growth effects of tax cuts. It remains to be seen how much damage this rule will actually cause. The reality is that there is no evidence for the large effects that are central to right-wing ideology, so the question is whether CBO will be forced to accept supply-side fantasies.
Meanwhile, one thing is fairly certain: CBO won’t be applying dynamic scoring to the positive effects of government spending, even though there’s a lot of evidence for such effects.
A good piece in yesterday’s Upshot reports on a recent study of the effects of Medicaid for children; it shows that children who received the aid were not just healthier but more productive as adults, and as a result paid more taxes. So Medicaid for kids may largely if not completely pay for itself. It’s a good guess that the Affordable Care Act, by expanding Medicaid and in general by ensuring that more families have adequate health care, will similarly generate significant extra growth and revenue in the long run. Do you think the GOP will be interested in revising down estimates of the cost of Obamacare to reflect these effects?
And what about the damage to potential output caused by cutting spending in a depressed economy? The evidence that austerity reduces output and raises unemployment is overwhelming — and there’s now pretty good evidence that sustained high unemployment inflicts long-term damage on the economy’s potential. So will CBO now be instructed to include these effects in its estimates?
The point is that we’re not just looking at a possible mandate for using voodoo in budget estimates, we’re talking about selective voodoo, which incorporates some supposed dynamic effects while ignoring others for which there is if anything stronger evidence. Tax cuts for the rich: good! Spending that makes ordinary workers more productive? Bad!
Voodoo selettivo
I repubblicani della Camera hanno approvato un provvedimento che richiede che il Congressional Budget Office utilizzi un “punteggio dinamico” nelle sue stime delle entrate – mettendo nel conto i supposti effetti positivi degli sgravi fiscali. Resta da vedere quanto danno questa regola effettivamente provocherà. La realtà è che non c’è nessuna prova per gli ampi effetti che sono fondamentali nell’ideologia della destra, cosicché la domanda è se il CBO sarà costretto ad accettare le fantasie dell’economia dal lato dell’offerta.
Nel frattempo, una cosa è abbastanza sicura: il CBO non applicherà il punteggio dinamico agli effetti positivi della spesa pubblica, sebbene per tali effetti ci siano una quantità di prove.
Un buon articolo nei resoconti di Upshot [1] di ieri su uno studio recente sugli effetti di Medicaid per i bambini; esso dimostra che i bambini che hanno ricevuto aiuto non solo sono stati da adulti più in salute, ma anche più produttivi, ed hanno di conseguenza pagato tasse maggiori. Cosicché Medicaid per i ragazzi può largamente, se non interamente, ripagarsi da solo. Si può ben ipotizzare che la legge di riforma sanitaria, ampliando Medicaid e in generale assicurando che un numero maggiore di famiglie abbia una assistenza sanitaria adeguata, provocherà nello stesso modo nel lungo periodo significativi crescita e reddito aggiuntivi. Pensate che il Partito Repubblicano sarà interessato a rivedere verso il basso le stime del costo della riforma sanitaria di Obama per riflettere questi effetti?
E che dire del danno alla produzione potenziale provocato dai tagli alla spesa in una economia depressa? Le prove che l’austerità riduce la produzione ed aumenta la disoccupazione sono schiaccianti – e ci sono oggi prove abbastanza buone che una prolungata alta disoccupazione infligge un danno nel lungo periodo al potenziale di un’economia. Dunque, il CBO verrà ora istruito ad includere questi effetti nelle sue stime?
Il punto è che non siamo solo in presenza di qualcosa che si configura come un ordine ad utilizzare il voodoo nelle stime sul bilancio, stiamo parlando di un voodoo selettivo, che incorpora alcuni supposti effetti dinamici mentre ne ignora altri per i quali, semmai, ci sono prove più forti. Sgravi fiscali per i ricchi: benissimo! Spesa che rende i lavoratori comuni più produttivi? Negativa!
[1] E’ una rubrica del New York Times, che mi pare potrebbe essere tradotta con “risultati, esiti”. In pratica contiene alcuni degli articoli giudicati di maggiore interesse dei pochi giorni precedenti. Non capisco se per “risultati” si intende riferirsi agli articoli più seguiti, oppure a quelli più attinenti ai ‘fatti’.
L’articolo in questione è stato pubblicato dal giornale il 12 gennaio, a cura di Margot Sanger-Katz.
gennaio 12, 2015
Jan 12 1:19 pm
Emerging Markets After The Tantrum
And now for something completely different. I’m heading off to Asia in a few days, and trying to think about emerging-market issues. And I have something of a puzzle on my mind.
You all remember — well, if you do monetary policy you all remember — the “taper tantrum”; the sharp rise in U.S. long-term interest rates when the Fed began signaling its intention to slow and eventually stop buying long-term assets. One consequence of that tantrum was a sharp fall in emerging-market currencies, which made sense: prospective yields in the US were up, so less reason to go chasing yield in Brazil or India.
But here’s the thing: the tantrum has subsided, and US interest rates have retraced much of their rise. But EM currencies haven’t rebounded:
Why not?
I don’t have any definite answer. One guess is that we’re seeing retroactive evidence that the EM thing was a bubble, which the tantrum burst and the subsequent fall in US rates didn’t reinflate. But anyway, something to puzzle at.
I mercati emergenti dopo lo ‘scatto inconsulto’
E ora su qualcosa di completamente diverso. Tra pochi giorni partirò per l’Asia, e sto cercando di pensare ai temi dei mercati emergenti. Ed ho una sorta di rompicapo nella mia testa.
Vi ricordate tutti – beh, se vi occupate di politica monetaria ve lo ricordate tutti – lo “scatto inconsulto dell’assottigliamento”; la brusca ascesa dei tassi di interesse a lungo termine negli Stati Uniti allorché la Fed cominciò a segnalare la sua intenzione di rallentare ed alla fine di cessare l’acquisto di asset a lungo termine. Una conseguenza di quello scatto fu una brusca caduta delle valute dei mercati emergenti; che aveva un senso: i rendimenti in prospettiva negli Stati Uniti salivano, così c’erano meno ragioni di andare a caccia di rendimenti in Brasile o in India.
Ma il punto è questo: quello scatto passò e i tassi di interesse negli Stati Uniti retrocessero molto da quell’incremento. Eppure le valute dei mercati emergenti non ne subirono contraccolpi:
Perché no?
Non ho nessuna risposta definitiva. Una ipotesi è che stiamo assistendo alla prova retrospettiva che la questione dei mercati emergenti fu una bolla, che lo scoppio dello scatto emotivo e della successiva caduta nei tassi di interesse degli Stati Uniti non reinflazionò. Ma, in ogni caso, qualcosa su cui scervellarsi.
gennaio 12, 2015
Jan 12 9:05 am
I gather that some readers didn’t get what I was driving at in declaring that Joe Stiglitz and yours truly are the left’s “econoheroes”, but the likes of Stephen Moore and Art Laffer play that role on the right.
First of all, I was not declaring myself an actual hero; I’m nothing of the kind. Did I mention that I’m kind of short? (but not on a Friedman level) Actually, hero-worship of any kind, for anyone, is a big mistake; place too much faith in any individual, and you’re very likely to be let down, hard. (There are, however, real villains.) No, what I meant — I thought this was obvious — is that Joe and I do tend to get quoted, invoked, etc. on a frequent basis in liberal media and by liberals in general, usually with (excessive) approbation.
And the thing is that while there are people playing a comparable role in right-wing discussion, they tend not to be highly cited or even competent economists.
So don’t tell me that Greg Mankiw or Robert Barro are famous economists and also conservative. Indeed they are. But are they omnipresent on the conservative scene? Take a crude metric, and look at hits on Google News. If you put in “mankiw economy” you get about 5200 hits, many of them involving debates at the recent economics meetings. If you put in “stephen moore economy” you get 65,700 hits. If you put in “stiglitz economy” you get 43,800.
I see this as a real asymmetry. You can, if you like, claim that within the economics profession conservatives are the intellectual equals or superiors of liberals (and no, economics professors aren’t overwhelmingly liberal in the way that some other social sciences are.) The point, however, is that the right does not turn to these eminent conservative economists for guidance and support; it prefers the hacks.
Sui campioni dell’economia
Capisco che qualche lettore non ha compreso a cosa miravo dichiarando che Joe Stiglitz e il sottoscritto siamo i “campioni dell’economia” della sinistra, mentre soggetti come Stephen Moore e Art Laffer hanno quella funzione sulla destra.
Prima di tutto, non mi stavo sul serio dipingendo come un campione; non è il mio genere. Ho mai detto che sono piuttosto basso (ma non al livello di Friedman)? In verità, qualsiasi genere di culto per gli eroi, da parte di chiunque, è un grande errore; ponete troppa fiducia in qualsiasi individuo, ed è molto probabile che sarete malamente delusi (per quanto, tuttavia, i cattivi esistano sul serio). No, quello che volevo dire – pensavo che fosse evidente –è che io e Joe tendiamo ad essere citati, evocati etc. con molta frequenza sui media progressisti e da parte dei progressisti in generale, di solito con (eccessiva) approvazione.
E il punto è che mentre ci sono persone che svolgono un ruolo paragonabile nel dibattito della destra, essi tendono a non essere molto citati e non sono neppure economisti competenti.
Dunque, non ditemi che Greg Mankiw o Robert Barro sono economisti famosi ed anche conservatori. In effetti lo sono. Ma sono onnipresenti, sulla scena conservatrice? Si prenda un metro di misura grossolano, e si guardi ai risultati su Google News. Se voi inserite “mankiw economy” ottenete 5.200 risultati, molti dei quali riguardanti dibattiti nei recenti convegni economici. Se inserite “stephen moore economy” ne ottenete 65.700. Con “stiglitz economy” ne ottenete 43.800.
In questo io vedo una reale asimmetria. Potete, se volete, sostenere che all’interno della disciplina economica i conservatori siano intellettuali pari o superiori ai progressisti (peraltro, i professori di economia non sono di orientamento progressista in modo schiacciante come in altre scienze sociali). Il punto, tuttavia, è che la destra non si rivolge a questi eminenti economisti conservatori come guide e punti di riferimento; preferisce gli scribacchini.
gennaio 12, 2015
Jan 12 8:30 am
I’ve been having a hard time reading Barry Eichengreen’s Hall of Mirrors, about how the lessons of the Great Depression were ignored after 2008. It’s not that it’s a bad book; so far, it seems to be a very good book, with a lot about the 1930s that I didn’t know. But the recent history is painful, because I was watching in real time, warning desperately that what did happen, would happen.
And this raises a question: what didn’t we know, and when didn’t we know it?
You often hear assertions to the effect that in early 2009, when the Obama stimulus was being finalized, we didn’t know how deep and prolonged the slump would be; you also hear assertions that we didn’t realize just how much damage would be done by the pivot to deficit reduction. So it must be said: What do you mean “we”, white man?
Suppose we look at the Congressional Budget Office projections of the output gap — the extent to which the economy would be operating below capacity — as of January 2009, and compare them with what actually happened. It looks like the attached chart (I used the IMF estimates of the actual output gap, to save time; but I don’t think using CBO would change the story.)
Up through 2011 the CBO projection was, if anything, more pessimistic than what actually happened, possibly because the projection didn’t include the effects of stimulus. Thereafter CBO predicted a faster recovery than actually happened, but even so CBO didn’t expect the output gap to go away until around now.
So using conventional estimates available at the beginning of the Obama years, you had ample information to argue both that the proposed stimulus was inadequate and that 2010 would be way too soon to pivot to deficits. And yes, I made that case in real time.
As for the turn to austerity, it wasn’t at all hard to see, again in real time, that it was a huge mistake backed by really bad economic analysis.
Or to put it a bit more generally: It’s true that for years elite discourse was dominated by the worry that we were doing too much, that deficits and easy money were dangerous, that we were risking debt crisis and inflation. Now, seemingly suddenly, the Very Serious People have realized that in reality we did too little, that deflation and stagnation are looming as the great dangers, and there are cries of “Who could have known?” Well, everyone could and should have known. I certainly did.
Storia e fallimenti della politica
Ho qualche problema nella lettura di “La sala degli specchi” di Barry Eichengreen, su come le lezioni della Grande Depressione siano state ignorate dopo il 2008. Non che sia un cattivo libro; sino a questo punto sembra un ottimo libro, con una quantità di cose sugli anni ’30 che non conoscevo. Ma è la storia recente che è dolorosa, perché l’ho vissuta mentre si svolgeva, ammonendo disperatamente che quello che era successo sarebbe riaccaduto.
E questo pone una domanda: che cosa non conoscevamo, e quando avevamo smesso di conoscerlo?
Si sentono spesso affermazioni a proposito del fatto che agli inizi del 2009, quando le misure di sostegno di Obama stavano per essere portate a compimento, non sapevamo quanto sarebbe stata profonda e prolungata la recessione; si sentono anche affermazioni secondo le quali proprio non comprendevamo quanto danno sarebbe derivato dallo spostare l’attenzione sulla riduzione del deficit. Si dovrebbe dire: cosa intendi per ““noi”, uomo bianco [1]?
Supponiamo di osservare le stime del Congressional Budget Office sul differenziale di produzione – la misura nella quale l’economia starebbe operando al di sotto delle sua potenzialità – al gennaio 2009, e confrontiamole con quello che è effettivamente successo. Si nota quella che appare nel seguente diagramma (per far prima ho utilizzato le stime del FMI; ma non penso che utilizzando quelle del CBO cambierebbe niente)
Sino al 2011, semmai, la stima del CBO era più pessimistica di quello che effettivamente accadde, probabilmente perché le proiezioni non includevano gli effetti delle misure di sostegno. In seguito il CBO fece previsioni su una ripresa più rapida di quella che è effettivamente avvenuta, a anche allora il CBO non si aspettava che il differenziale della produzione scomparisse sino circa ad oggi.
Dunque, utilizzando le stime della produzione disponibili agli inizi del periodo di Obama, c’era un’ampia informazione per sostenere sia che le misure di sostegno fossero inadeguate, sia che il 2010 sarebbe stato troppo prematuro per spostare l’attenzione sui deficit. E in effetti, sostenni quella tesi al momento [2].
Così come, per passare all’austerità, non era affatto difficile osservare, sempre in tempo reale, che era un errore di grandi proporzioni, supportato da una analisi economica del tutto negativa.
Oppure, per dirla più in generale: è vero che per anni il discorso dell’élite è stato dominato dalla preoccupazione che stessimo facendo troppo, che i deficit e la moneta facile erano pericolosi, che stavamo rischiando una crisi da debito e l’inflazione. Ora, apparentemente all’improvviso, le Persone Molto Serie hanno compreso che facemmo troppo poco, che la stagnazione e la deflazione stavano incombendo come il grande pericolo, e ci sono i lamenti del genere “Chi poteva saperlo?” Ebbene, tutti avrebbero potuto e dovuto saperlo. Con certezza, io lo feci.
[1] Buffissima espressione già ritrovata, che non so se appartenga ai modi di dire degli afroamericani o prima ancora dei pellerossa.
[2] La connessione è con un editoriale del New York Times dell’8 gennaio 2009, dal titolo “Il differenziale di Obama”.
gennaio 12, 2015
Jan 12 7:17 am
Paul Krugman
OK, I’m accustomed to getting attacked — if what I write doesn’t induce some hysterical backlash, I’ve wasted the space. And it’s kind of flattering when people devote whole print columns to attacking yours truly; it’s kind of a compliment, a tribute to their sense of my malign influence.
But this piece by Robert Samuelson, attacking me over my debunking of the Reagan legend, is really strange — because Samuelson declares me “totally wrong,” then seems to agree with me about the economics.
My point was that the legend of Reaganomics — that supply-side tax cuts produced a disinflation that confounded Keynesians — is not at all what happened in the 1980s. What happened instead was that harshly restrictive monetary policies created a deep recession, and a period of very high unemployment broke the wage-price spiral. And events played out exactly the way Keynesian-leaning textbooks said they would.
So I thought maybe Samuelson would challenge that narrative, that he would say (as he has in the past) that stagflation was caused by the welfare state and that Reagan’s free-market policies were what did it. But no; he seems to accept that it was all about tight money, and he just wants to give Reagan credit for staying off Volcker’s back.
May I say that even if we buy this, it does nothing at all to resurrect the case for Reaganomics, for the magic of tax cuts? Maybe Reagan was a great guy, but that’s surely not what’s important for current debates.
As it happens, I don’t agree on the political story either; based in part on what I saw during my year in government (1982-3), Reagan’s inner circle didn’t even understand that monetary policy was what was going on. But that’s not the key point. The key point is that the great disinflation of the 1980s was essentially a monetary affair, and fully consistent with Keynesian economics. And as far as I can tell, Samuelson doesn’t disagree with that assessment.
L’indifesa politica economica di Reagan
di Paul Krugman
E’ vero, mi sono abituato a ricevere attacchi – se quello che scrivo non provoca qualche reazione isterica, ho sprecato il mio spazio. Le adulazioni alle quali la gente ricorre per pubblicare interi articoli di attacco al sottoscritto sono di questa natura; sono una sorta di complimento, un tributo per la loro percezione della mia maligna influenza.
Ma questo articolo di Robert Samuelson, che mi attacca a proposito della mia smitizzazione della leggenda di Reagan, è proprio strano – perché Samuelson dichiara che ho “totalmente torto”, e poi sembra essere d’accordo con me sull’aspetto economico.
La mia tesi era che la leggenda della politica economica di Reagan – secondo la quale gli sgravi economici dal lato dell’offerta avevano prodotto una disinflazione che aveva imbarazzato i keynesiani – non è quello che accadde negli anni ’80. Quello che accadde fu invece che le politiche monetarie duramente restrittive determinarono una profonda recessione, ed un periodo di disoccupazione molto elevata ruppe la spirale salari-prezzi. E gli eventi si svolsero esattamente nel modo in cui nei libri di testo di orientamento keynesiano era previsto.
Dunque, io pensavo che Samuelson volesse sfidare questo racconto, che avrebbe detto (come fece in passato) che la stagflazione fu determinata dallo stato assistenziale e che furono le politiche di libero mercato di Reagan ad ottenere quel risultato. Invece no; egli sembra accettare che esse dipesero dalla restrizione monetaria, e vuole soltanto dare credito a Reagan per essersi astenuto dal seguire Volcker.
Posso far notare che se anche si crede a questa spiegazione, non cambia niente al fine di resuscitare la tesi della Reaganomics, quanto alla magia degli sgravi fiscali? Forse Reagan fu un gran personaggio, ma non certamente tale da essere così importante per le discussioni odierne.
Si dà il caso che io non sia neanche d’accordo con la spiegazione politica; basandomi in parte su quello a cui assistetti durante gli anni della mia attività presso il Governo (1982-1983)[1], i più stretti collaboratori di Reagan non capirono neppure cosa stava provocando la politica monetaria. Ma non è questo il punto centrale. Il punto chiave è che la grande disinflazione degli anni ’80 fu essenzialmente un affare monetario, e fu pienamente coerente con la teoria economica keynesiana. E per quanto posso dire, Samuelson non è in disaccordo con questo giudizio.
[1] In effetti, una delle prime esperienze di Krugman come consulente economico fu durante il Governo Reagan.
gennaio 10, 2015
Jan 10 3:31 pm
Where Are The Friedmans Of Yesteryear?
I never got around to commenting on the infamous Economist list of influential economists; they’ve been given plenty of deserved grief, to which I needn’t add. But I think I might have something useful to say about a fact that is really unmistakable when you look at a list corrected by removing central bankers, or make a more subjective judgment: these days, the economist as public intellectual is overwhelmingly likely to be a liberal.
As Noah Smith says, it was not always thus. He argues that the field of economics has changed, with greater emphasis on market failures, and there’s arguably something to that. I’d also argue that the descent of right-leaning macroeconomics into hermetic absurdity matters quite a lot, because macro looms larger in the public sphere than it does within the academy.
But there’s another important factor. Modern conservatism doesn’t have Friedman-like figures — people who would be prominent economists thanks to their research whatever their politics, who are also public intellectuals– because it doesn’t want them. The movement prefers hacks, who needn’t be even minimally competent but can be counted on to defend the party line without any risk of taking an independent stand.
Let me offer my own two short subjective lists. I think if you were going to name the two current econoheroes of U.S. liberals they would probably be Joe Stiglitz and yours truly. (Thomas Piketty has made a huge and well-deserved splash, but so far only on one issue.) The thing that is obvious about Joe is that before becoming a public figure with a political following he established his reputation with vast amounts of widely cited academic research; you can get a sense of what he did by looking at his top entries on Google Scholar. And here are mine.
Now, who would be the conservative counterparts? Who gets cited by, say, Republican governors seeking authority for their tax cuts, or published on a regular basis on conservative opinion pages? I’d say Stephen Moore and Arthur Laffer. No point in looking them up on Google Scholar, although Laffer does show up, marginally, for a 1971 paper co-authored with Eugene Fama.
And it’s not as if Moore and Laffer are guys who may lack academic cred but have proved themselves as working analysts. On the contrary, they’re guys who can’t even cook numbers without screwing up, who have spent years telling us to get ready for soaring interest and inflation rates. But it doesn’t matter; being right is not what they’re paid for.
So in trying to understand where the Milton Friedmans of yore have gone, you want to look at the demand side. The right lacks heavyweight economists with independent reputations partly because they are hard to find, but also because it doesn’t want them. Only hacks need apply.
Dove sono i Friedman dei tempi andati?
Non mi sono mai messo a commentare la famigerata lista dell’Economist sugli economisti influenti; essi hanno ricevuto una abbondanza di meritate afflizioni, alle quali non sentivo il bisogno di unirmi. Ma penso di aver qualcosa di utile da dire su un fatto che è realmente inequivocabile, quando ci si trova dinanzi ad una lista corretta per l’esclusione dei banchieri centrali, o si avanzano giudizi di natura più soggettiva: di questi tempi, è assolutamente probabile che gli economisti come intellettuali pubblici siano di orientamento progressista.
Come dice Noah Smith, non è sempre stato così. Egli sostiene che la disciplina economica è cambiata, con una maggiore enfasi sui fallimenti dei mercati, e probabilmente c’è qualcosa del genere. Direi anche che la china della macroeconomia con orientamenti di destra verso una ermetica assurdità conta molto, perché la macroeconomia incombe maggiormente nella sfera pubblica che non dentro gli ambienti accademici.
Ma c’è un altro fattore importante. Il conservatorismo odierno non ha figure del genere di Friedman – persone che sarebbero economisti eminenti grazie alle loro ricerche qualsiasi siano le loro politiche, e che sono anche intellettuali pubblici – perché non le vuole. Quel movimento preferisce i pennivendoli, che non hanno bisogno di essere minimamente competenti ma sui quali si può contare per difendere la linea del Partito senza alcun rischio che assumano posizioni indipendenti.
Consentitemi di offrire due brevi liste soggettive mie proprie. Penso che se si intende fare i nomi di due attuali campioni dell’economia dei progressisti statunitensi, essi probabilmente sarebbero Joe Stiglitz ed il sottoscritto (Thomas Picketty ha ricevuto una vasta e ben meritata accoglienza, ma sinora solo su un tema). La cosa che è evidente a proposito di Joe è che prima di diventare una figura pubblica con un seguito politico, egli ha fissato la sua reputazione in una ampia quantità di ricerche accademiche generalmente riconosciute; potete avere una percezione di quello che ha fatto osservando le sue principali citazioni su Google Scholar. E in questa connessione trovate le mie.
Ora, quali sarebbero gli omologhi sul versante conservatore? Coloro che vengono citati, diciamo, dai Governatori repubblicani alla ricerca di autorità per i loro tagli fiscali, oppure pubblicati in modo regolare sulle pagine dei commenti dei giornali conservatori? Io direi Stephen Moore e Arthur Laffer. Non è il caso di andarli a cercare su Google Scholar, sebbene Laffer compaia, marginalmente, per un saggio scritto nel 1971 in collaborazione con Eugene Fama.
E non è che Moore e Laffer siano soggetti che forse difettano di credito accademico, ma si sono messi in mostra come analisti efficaci. Al contrario, sono individui che non possono neppure improvvisare i dati senza prendere cantonate, che hanno speso anni raccontandoci di star pronto a tassi di interessi e di inflazione che sarebbero schizzati alle stelle. Ma ciò non conta; non erano pagati per aver ragione.
Dunque, nel cercare dove siano andati i Milton Friedman del passato, dovete guardare all’economia dal lato della domanda. La destra difetta di economisti di peso con reputazione indipendente, in parte perché è difficile trovarli, in parte perché non li vuole. Si adoperano solo pennivendoli.
gennaio 10, 2015
January 10, 2015 10:04 am
Many economists responded badly to the economic crisis. And there’s a lot wrong with mainstream economic analysis. But how closely are these two assertions related? Not as much as you might think. So I’m very much in accord with Simon Wren-Lewis on the remarkable unhelpfulness of recent heterodox assaults on the field. Not that there’s anything wrong with being heterodox in general; but a lot of what we’ve been seeing misidentifies the problem, and if anything gives aid and comfort to the wrong people.
The point is that standard macroeconomics does NOT justify the attacks on fiscal stimulus and the embrace of austerity. On these issues, people like Simon and myself have been following well-established models and analyses, while the austerians have been making up new stuff and/or rediscovering old fallacies to justify the policies they want. Formal modeling and quantitative analysis doesn’t justify the austerian position; on the contrary, austerians had to throw out the models and abandon statistical principles to justify their claims.
Let’s look at several examples.
I often see people who should know better claiming that the debate over whether fiscal stimulus can work involved the question of whether Ricardian equivalence — an implication of representative-agent, rational-expectations models — holds in practice. But that’s all wrong. Claims that a temporary rise in government spending crowds out an equal amount of private spending were based either on crude confusions between accounting identities and causation, or on a complete misunderstanding of what Ricardian equivalence means.
What about expansionary austerity? That’s really hard to get out of any formal model, and by and large the advocates of that position didn’t even try. They invoked the confidence fairy pretty much on faith, backed by casual econometrics that fell apart as soon as anyone looked hard at the data.
Claims that the US and the UK were at risk of an attack by bond vigilantes were similarly hard to justify in terms of models — when you work through the analysis, it’s very hard to come up with a way such an attack can either happen or do much damage to a country that borrows in its own currency. As I’ve written many times, I reproach myself for having worried about such things back in 2003, when my own models refused to tell that story. And the persistence of “we are Greece” arguments now goes along with a rejection of clear modeling, not excessive formalism.
Last but not least, all that 90 percent threshold of doom stuff was based on no model whatsoever, just an alleged statistical regularity. What mainstream economists should have said right away (as some of us did) was that any negative correlation between debt and growth, in the absence of any mechanism, probably reflected a lot of reverse causation.
So if you go around claiming that model-oriented, quantitative economics gave rise to austerity mania, you’re getting the story all wrong. Worse, you are in effect covering up for the austerians’ intellectual sins. They were not orthodox economists following their models to their logical conclusion; instead, they revealed their true colors when they proved themselves either unable to understand their own models or willing to throw their analysis away the moment it conflicted with their political preferences.
Uncritical embrace of austerity by economists has been a problem for the world. But don’t blame modeling or quantitative analysis; the fault lies not in models but in themselves.
Ortodossia, eterodossia e ideologia
Molti economisti hanno reagito malamente alla crisi economica. E c’è stato molto di sbagliato nella analisi economica prevalente. Ma questi due concetti quanto sono strettamente correlati? Non così tanto come si potrebbe pensare. In questo senso, io sono molto d’accordo con Simon Wren-Lewis sulla considerevole inutilità dei recenti assalti eterodossi nella disciplina. Non che ci sia niente di sbagliato in generale nell’eterodossia; ma molto di ciò a cui stiamo assistendo fraintende il problema, e semmai porta aiuto e conforto alle persone sbagliate.
Il punto è che la macroeconomia ordinaria NON giustifica gli attacchi sulle misure di sostegno della spesa pubblica e l’abbraccio della austerità. Su questi temi, persone come Simon e il sottoscritto si sono ispirate a modelli ed analisi ben definiti, mentre i filoausteri si sono inventati cose nuove e/o hanno riscoperto errori antichi per giustificare le politiche di loro gradimento. I modelli formali e l’analisi quantitativa non giustificano la posizione a favore dell’austerità; al contrario, i filoausteri si sono dovuti liberare dei modelli ed hanno dovuto abbandonare i principi statistici per giustificare le loro pretese.
Si considerino vari esempi.
Spesso osservo persone che dovrebbero saperne di più sostenere che il dibattito sul tema se le misure di sostegno della spesa pubblica possano funzionare riguarda la questione della ‘equivalenza ricardiana’ [1] (qualcosa che implica modelli di agenti rappresentativi e di aspettative razionali) e se essa nella pratica stia in piedi. Ma ciò è completamente sbagliato. Le pretese secondo le quali un aumento temporaneo della spesa pubblica ‘spiazzerebbe’ una quantità equivalente di spesa privata erano basate sia su una grossolana confusione tra identità contabili e causalità, ed erano un completo fraintendimento del significato della ‘equivalenza ricardiana’.
Che dire della austerità espansiva? E’ veramente difficile derivarla da un qualsiasi modello formale, e in generale i sostenitori di quella posizione non ci si sono neppure provati. Hanno piuttosto invocato la fata della fiducia, sostenuti da una econometria occasionale che è caduta in frantumi appena qualcuno ha osservato i dati con impegno.
Le pretese che gli Stati Uniti ed il Regno Unito fossero a rischio di un attacco da parte dei ‘guardiani dei bond’ erano in modo simile difficili da giustificare in termini di modelli – quando si opera attraverso analisi, è molto difficile procedere in un modo che confermi sia la possibilità di un attacco del genere, sia che esso possa recar danno ad un paese che si indebita con la propria valuta. Come ho scritto molte volte, mi rimprovero di essermi preoccupato di cose del genere nel passato 2003, quando i miei stessi modelli erano in contrasto con storie del genere. E l’insistenza su argomenti del tipo “Siamo come in Grecia” procede sulla base di un rifiuto di una chiara modellistica, non certo sulla base di un formalismo eccessivo.
Da ultimo ma non per ultimo, tutta la roba sulla sventura sulla soglia del 90 per cento [2] non era basata su alcun modello, solo su una pretesa regolarità statistica. Quello che gli economisti dell’orientamento prevalente avrebbero dovuto dire da subito (come alcuni di noi fecero) era che ogni negativa correlazione tra debito e crescita, nell’assenza di ogni meccanismo, probabilmente era in gran parte il riflesso di un rapporto di causa opposto.
Dunque, se si va in giro a sostenere che una economia quantitativa incline ai modelli ha dato la stura alla mania dell’austerità, si racconta una storia completamente sbagliata. Peggio ancora, si dà in effetti copertura ai peccati intellettuali dei sostenitori dell’austerità. Non erano economisti ortodossi che seguivano i loro modelli sino alle loro logiche conclusioni; piuttosto, rivelavano la loro vera natura mostrandosi o incapaci di comprendere i loro stessi modelli, o disponibili a metter da parte le loro analisi quando esse entravano in conflitto con le loro preferenze politiche.
L’adesione acritica degli economisti alla austerità è stato un problema per il mondo intero. Ma non si dia la colpa ai modelli o all’analisi quantitativa; la responsabilità non sta nei modelli, ma in quegli stessi economisti.
[1] Vedi le note sulla traduzione a “ricardian equivalence”.
[2] Ovvero, la tesi di Rogoff secondo la quale oltre un rapporto del 90 per cento tra debito e PIL si determina un danno alla crescita.
gennaio 10, 2015
Jan 10 8:01 am
Ambrose Evans-Pritchard writes that Europe’s slide toward deflation amounts to a “betrayal” of Southern Europe. This sounds over the top, but it is the simple truth. So let me elaborate with a picture I find illuminating.
The attached chart shows core inflation (excluding energy, food, alcohol, and tobacco) in Germany, Spain, and the euro area as a whole. As you can see, there have been two distinct eras for the euro system.
In the first era, up to the crisis, capital was flooding into southern Europe. In retrospect, this was a bad thing, but few in positions of authority were complaining at the time — oh, and in Spain it was private borrowing, not public. The result was a boom in the south, and also somewhat elevated inflation. Again, however, this was regarded as perfectly normal and good at the time. After all, you don’t expect everyone in a currency union to have the same inflation rate. Overall inflation was fine — and rising prices in southern Europe helped Germany become super-competitive and emerge from the economic doldrums it was in at the end of the 90s, without needing actual deflation.
Then the capital flows stopped, and it become necessary for southern Europe to reverse the rise in relative costs and prices that had taken place during the era of inflows. Both basic macroeconomics and the agreed-on rules of the game for the euro said that this adjustment should be symmetric with what went before — that overall euro area inflation should remain at target (or higher, says the economics, but leave that aside), with Germany running significantly higher inflation so that low inflation in the south could deliver the needed “internal devaluation”.
In fact, however, there was no rise in German inflation, and at this point it amounts to a fall. Overall euro inflation, even using the core, is far below target. And southern Europe has been forced into deflation, which is very costly and also worsens the debt burden.
And then you have the Germans saying that they dealt with their problems, so why can’t southern Europe do the same? Why, because southern Europe played by the rules, but in its time of need the rules were changed, hugely to its disadvantage.
You might ask, what would have been needed to avoid this situation? The ECB should have been aggressively expanding as soon as it became clear that inflation was sliding. There should have been a determined effort to offset fiscal austerity in southern Europe with expansion in the north. Instead, inflation and deficit obsession were allowed to rule for years; and now the situation is very close to irretrievable.
The market clearly thinks the cause is almost lost. German 5-year bonds are yielding zero; index bonds of the same maturity are yielding -0.2. That’s an implied forecast of just 0.2 percent inflation over the next five years, which means intense deflationary pressure in the south. Really not good.
La deflazione come un tradimento
Ambrose Evans-Pritchard scrive che la scivolata dell’Europa verso la deflazione si configura come un “tradimento” dell’Europa meridionale. Suona un po’ sopra le righe, ma è la semplice verità. Consentitemi di sviluppare l’idea con un grafico che trovo illuminante.
Il diagramma di questo post mostra l’inflazione sostanziale (esclusa l’energia, gli alimentari, l’alcool ed il tabacco) in Germania, in Spagna e nell’area euro nel suo complesso. Come potete vedere ci sono stati due distinti periodi per il sistema dell’euro.
Nel primo periodo, sino alla crisi, i capitali affluivano nell’Europa meridionale. Retrospettivamente, si trattò di una cosa negativa, ma pochi in posizione autorevole a quel tempo se ne lamentavano – inoltre in Spagna si trattava di indebitamento da parte dei privati, non del pubblico. Il risultato fu un boom nel Sud, ed anche una qualche elevata inflazione. Anche questo, tuttavia, venne considerato all’epoca come perfettamente normale. Dopo tutto, non ci si aspetta che tutti, in una unione monetaria, abbiano lo stesso tasso di inflazione. L’inflazione complessiva era positiva – ed i prezzi crescenti nell’Europa meridionale aiutarono la Germania a diventare super-competitiva e a venir fuori dai guai nei quali si trovava alla fine degli anni ’90, senza aver bisogno di una deflazione effettiva.
Poi i flussi dei capitali si interruppero, e divenne necessario per l’Europa meridionale invertire la crescita dei costi e dei prezzi relativi che aveva avuto luogo nel periodo di quel fenomeno. Sia la macroeconomia di base che le regole del gioco che erano state concordate per l’euro dicevano che questa correzione avrebbe dovuto essere simmetrica rispetto a quello che era avvenuto in precedenza – l’inflazione complessiva nell’area euro avrebbe dovuto restare al livello dell’obbiettivo (l’economia direbbe più alta, ma lasciamo perdere), la Germania avrebbe dovuto gestire una inflazione significativamente più elevata in modo tale che la bassa inflazione al sud avrebbe potuto produrre la necessaria “svalutazione interna”.
Di fatto, tuttavia non ci fu alcuna crescita dell’inflazione tedesca, e a questo punto essa si configura come una caduta. L’inflazione complessiva europea, anche utilizzando quella sostanziale, è assai al di sotto dell’obbiettivo. E l’Europa meridionale è stata costretta alla deflazione, la qualcosa è molto costosa ed anche peggiora il peso del debito.
E poi ci sono i tedeschi che dicono che loro hanno fatto i conti con i loro problemi, dunque perché l’Europa meridionale non fa lo stesso? Perché, perché l’Europa meridionale è stata alle regole, ma nel tempo in cui ne aveva bisogno le regole furono cambiate, ampiamente a suo svantaggio.
Potreste chiedere, cosa sarebbe stato necessario per evitare questa situazione? La BCE avrebbe dovuto mettere rapidamente in atto una espansione, appena diventava chiaro che l’inflazione stava cadendo. Ci sarebbe dovuto essere uno sforzo determinato per bilanciare l’austerità della finanza pubblica nell’Europa meridionale con l’espansione nel nord. Invece, si è consentito per anni all’inflazione e all’ossessione per il deficit di comandare; ed ora la situazione è molto vicina all’irrecuperabile.
Il mercato ritiene chiaramente che la causa sia quasi persa. I bond tedeschi a 5 anni stanno fruttando zero; i bond indicizzati che maturano nello stesso periodo stanno rendendo 0,2. Quelle è una previsione implicita di una inflazione nei prossimi cinque anni soltanto dello 0,2 per cento, il che significa una intensa pressione deflazionistica al sud. Davvero una situazione pessima.
gennaio 7, 2015
Jan 7 7:43 pm
Simon Wren-Lewis offers a clever way to think about whether US growth despite sequestration is a huge problem for Keynesians — he shows that under a hypothetical in which the US maintained spending at 2009 levels, a Keynesian analysis says that growth would have been higher — but not enormously higher. Another way of saying this is that US austerity, while real and destructive, hasn’t been world-class, and is well within the range that is consistent with some growth.
Here’s a different way of making the same point. Look at the scatterplot of government spending and growth I put up a couple of days ago, and add in actual US spending and growth over the year ending in the third quarter of 2014:
We’ve done better than the average relationship would have predicted, but better enough to be considered a serious challenge to the overall Keynesian view? Really?
The question then becomes, why would anyone — let alone a well-trained economist with a reputation to defend — stick his neck out and make that claim?
Well, Wren-Lewis points us to a 2010 article I’d missed, co-authored by Jeff Sachs and — drum roll — George Osborne, making the case for immediate fiscal austerity despite zero policy interest rates and the depressed state of the economy. While I never saw that article at the time, its argument was exactly the austerity logic I described soon afterwards; it was all about the invisible bond vigilantes and the confidence fairy (a term I introduced in that piece).
The point is that 2010 was a real moment of truth. Were you going to go with the logic of more or less Keynesian macroeconomic models, or were you going to decide that loose psychological speculation about confidence trumped the arithmetic of spending? Being a forthright Keynesian at the time meant sticking out your neck quite a lot: you were running very much counter to what the Very Serious People were saying, and you would have been ridiculed and possibly suffered some serious career damage if US or UK interest rates had soared the way the VSPs warned, if inflation had taken off, if the correlation between government spending and GDP had turned out to be negative instead of positive.
As it turned out, however, the Keynesian view came out looking very good, and siding with the VSPs was not a good move after all.
The consequences were, however, somewhat different depending on who and what you were. Politicians can get the economics all wrong and still prosper, in part because they have bigger agendas — in the UK as in the US, dire warnings about debt had and have much more to do with a push to cut social spending than with real worries about financing — and in part because electoral politics have little memory: your policy can fail years in a row, but if the economy is growing in the runup to the election you win all the same.
But if you’re an economist, or at any rate someone whose career is bound up with being considered wise about matters economics, it’s not so easy to walk away unscathed from getting it wrong in a moment of truth.
Enough said.
Professori, politici e momenti di verità
Simon Wren-Lewis offre un modo intelligente per riflettere se la crescita degli Stati Uniti nonostante il “sequestro” [1] sia un serio problema per i keynesiani – egli dimostra che con l’ipotesi per la quale gli Stati Uniti avessero mantenuto la spesa ai livelli del 2009, una analisi keynesiana direbbe che la crescita avrebbe dovuto essere più elevata, ma non enormemente più elevata. Un altro modo di dire la stessa cosa sarebbe che l’austerità degli Stati Uniti, per quanto reale e distruttiva, non è stata di prima categoria, ed è stata ben dentro una portata coerente con qualche crescita.
Ecco un modo diverso di avanzare la stessa questione. Si guardi il grafico a diffusione sulla spesa pubblica e sulla crescita che ho pubblicato una paio di giorni fa, e ci si aggiunga l’effettiva spesa pubblica e la crescita statunitense verso la fine dell’anno nel terzo trimestre del 2014:
Abbiamo fatto meglio rispetto alla relazione che si sarebbe prevista, ma talmente meglio da essere considerati una seria sfida al complessivo punto di vista keynesiano? Davvero?
La domanda poi diventa: perché qualcuno – per non dire un economista ben addestrato con una reputazione da difendere – si espone alle critiche avanzando una pretesa del genere?
Ebbene, Wren-Lewis ci rimanda ad un articolo del 2010, del quale Jeff Sachs era coautore assieme – rullio di tamburi – a George Osborne, che avanzava la tesi di una immediata austerità della finanza pubblica nonostante tassi di interesse di riferimento a zero e le condizioni depresse dell’economia. Pur non avendo visto all’epoca quell’articolo, il suo argomento era esattamente la logica dell’austerità che descrissi subito dopo: riguardava gli invisibili ‘guardiani dei bond’ e la ‘fata della fiducia’ (termine che introdussi nell’articolo in connessione).
Il punto è che il 2010 fu un reale momento di verità. Si pensava di procedere con la logica dei modelli macroeconomici più o meno keynesiani, oppure si riteneva di decidere che la vaga speculazione psicologica sulla fiducia avrebbe surclassato l’aritmetica della spesa? A quel tempo, essere un keynesiano esplicito significava esporsi un bel po’ alle critiche: si era davvero in controtendenza rispetto a quello che le Persone Molto Serie stavano affermando, si sarebbe stati ridicolizzati e probabilmente si sarebbe subito qualche serio danno nella carriera se i tassi di interesse degli Stati Uniti o del Regno Unito fossero schizzati alle stelle nei modi nei quali le Persone Molto Serie ammonivano, se l’inflazione fosse decollata, se la correlazione tra spesa pubblica e PIL fosse risultata negativa anziché positiva.
Come si scoprì, tuttavia, il punto di vista keynesiano si comportò benissimo, mentre collocarsi dalla parte delle Persone Molto Serie, dopo tutto, non fu una gran mossa.
Le conseguenze, tuttavia, furono in qualche modo diverse a seconda di chi eravate e di cosa rappresentavate. Gli uomini politici possono sbagliare tutto in economia e continuare a prosperare, in parte perché essi hanno programmi più impegnativi – nel Regno Unito come negli Stati Uniti, i terribili ammonimenti sul debito avevano ed hanno molto più a che fare con la pressione per tagliare la spesa sociale che non con reali preoccupazioni sui finanziamenti – ed in parte perché la base elettorale ha poca memoria: la vostra politica può essere un fallimento per anni di fila, ma se l’economia è in crescita nel periodo antecedente le elezioni, vincete in ogni modo.
Ma se siete un economista, o in qualche modo se siete qualcuno la cui carriera è dipendente dall’essere considerato saggio in materia economica, non è così facile venirsene fuori incolume dall’aver fatto uno sbaglio in un momento di verità.
Ho detto abbastanza.
[1] Ossia, il blocco dei finanziamenti al Governo che si produsse per effetto di un ricatto repubblicano nella cosiddetta approvazione del ‘tetto del debito’.
gennaio 7, 2015
Jan 7 10:20 am
Some people are suddenly panicking over the announcement that the euro area is officially in deflation. But sudden panic is the wrong reaction; you should have been gradually panicking over an extended period. Today’s news isn’t actually any worse than what we’ve been seeing for a while.
The key is not to look at the headline number; you should keep your eyes on the core.
Core inflation — like the Keynesian multiplier — is one of those much-ridiculed concepts (hey, you’re measuring inflation without the inflation!) that has in fact performed extremely well in recent years. Back in 2010-11, when rising gas prices were sending headline numbers up, I and many others received a lot of hostile comments for claiming that there wasn’t any real inflation bulge; but core inflation has indeed been a much more reliable guide than headline inflation, which fluctuates wildly. As the accompanying chart shows, this has been as true for Europe as it is for America.
And core inflation is basically unchanged in the latest report. It has been on a long slide, and is far below the ECB’s target (which is itself too low). But no more bad news today, anyway. The same logic that made me ignore the inflation bulge when oil was going up says to ignore the dip from plunging oil. I won’t say not to panic — you should be panicking about Europe. But keep it steady, OK?
Il panico, velocità e lentezza
Alcune persone sono all’improvviso entrate in panico all’annuncio che l’area euro è ufficialmente in deflazione. Ma il panico improvviso è la reazione sbagliata; si dovrebbe aver avuto graduali sensazioni di panico per un periodo prolungato. Le notizie odierne non sono in nessun modo peggiori di quelle che osserviamo da un po’.
La chiave non sta nell’osservare il dato della inflazione apparente (complessiva) [1]; dovevate mettere gli occhi su quella sostanziale.
L’inflazione sostanziale – come il moltiplicatore keynesiano – è uno di quei concetti sui quali si è ironizzato molto (ma guarda, state misurando l’inflazione senza l’inflazione!) che di fatto ha funzionato benissimo negli anni recenti. Nel passato 2020-2011, quando i prezzi della benzina stavano spedendo in alto i dati dell’inflazione apparente, io e molti altri ricevemmo molti commenti critici perché sostenevamo che non c’era alcun particolare rialzo dell’inflazione reale; ma l’inflazione sostanziale è stata una guida molto più affidabile di quella apparente, che fluttua esageratamente. Come mostra il diagramma di accompagnamento, questo è stato vero sia per l’Europa che per l’America.
E l’inflazione sostanziale è sostanzialmente immutata nell’ultimo resoconto. Essa ha subito un lungo scivolamento, ed è molto al di sotto dell’obbiettivo della BCE (che a sua volta è troppo basso). Ma, in ogni caso, non c’è oggi alcuna ulteriore cattiva notizia. La stessa logica che mi faceva ignorare la gobba dell’inflazione quando il petrolio saliva, mi dice di ignorare la flessione che deriva dal crollo del petrolio. Non dirò di non entrare in panico – dovreste essere in panico per l’Europa. Ma stateci regolarmente, va bene?
[1] Complessiva, nel senso che comprende anche gli andamenti dei prezzi più volatili, come quelle energetici e di altre materie prime. Vedi meglio alle note sulla traduzione, alle voci “headline and core inflation”.
gennaio 6, 2015
Jan 6 1:42 pm
Let me jump right in here. How many people, I wonder — even among economists who have eagerly taken sides in the austerity debate — have a sense of what the overall picture looks like since the great turn to austerity in 2010? I don’t mean what happened in country X in year Y, which you imagine supports your position; I mean the overall shape of events across many countries and multiple years.
Well, here’s a quick and easy picture. I’ve taken annual data on the growth of real GDP and of government purchases from Eurostat, using every country for which data are available 2010-2013. I was tempted to edit out minor countries like Malta, but decided to do this as cleanly as possible. What we get are 33 countries for 4 years, 132 observations. And they look like this (bear in mind that these are percentage changes, so you can’t read the slope of a trend line as a multiplier):
Does this picture make you think that Keynesian economics is nonsense? You can, if you like, argue that it’s a spurious correlation for some reason. But surely the raw observations are consistent with the view that in depressed economies, cutting government spending hurts growth.
Of course, the fit isn’t perfect. In fact, the R-squared is only 0.31. That’s because in economics as in life, and as the bumper stickers don’t quite say, stuff happens. And that is why we have statistics. Government spending only explains part of the variation in growth, but the t-statistic is 7.7; for the uninitiated, anything over around 2 is statistically significant at the 95 percent level.
As I said, you can, if you like, try to argue that this relationship is spurious, maybe not causal. But one form of argument that is really illegitimate is to comb through the data, pick out outliers, and claiming that the existence of these outliers — because stuff does, in fact, happen — disproves Keynesian logic. Unfortunately, you see a lot of that, including from economists who really should know better.
Testimonianze di austerità
Lasciatemi proprio buttare. Quante persone, mi chiedo – persino tra gli economisti che si sono schierati con entusiasmo nel dibattito sull’austerità – percepiscono a che cosa assomigli il quadro generale dal momento della grande svolta all’austerità nel 2010? Non intendo quello che è successo nel paese X nell’anno Y, che si immagina conforti la vostra posizione; intendo la forma generale che hanno assunto gli eventi in molti paesi e in vari anni.
Ebbene, c’è una rappresentazione rapida e semplice. Ho preso le statistiche sulla crescita del PIL reale da Eurostat, utilizzando ogni paese per il quale erano disponibili dati nel periodo 2010-2013. Ero tentato di escludere i paesi minori come Malta, ma ho deciso di farlo nel modo più ordinato possibile. Quello che otteniamo sono 33 paesi per 4 anni, per un totale di 132 osservazioni. Ed essi appaiono in questo modo (si tenga a mente che questi sono mutamenti nelle percentuali, dunque non si può leggere l’inclinazione di una linea percentuale come un moltiplicatore):
Questo quadro vi fa pensare che l’economia keynesiana sia un nonsenso? Potete, se volete, sostenere che si tratti di una correlazione spuria, per varie ragioni. Ma certamente le osservazioni grezze sono coerenti con il punto di vista secondo il quale, nelle economie depresse, tagliare la spesa pubblica danneggia la crescita.
Naturalmente, il taglio non è perfetto. Di fatto, il coefficiente di determinazione è soltanto 0,31[1]. Questo perché nell’economia, come nella vita, e come gli adesivi da paraurti non dicono abbastanza, le cose succedono. E quella è la ragione per la quale abbiamo le statistiche. La spesa pubblica spiega solo in parte la variazione nella crescita, ma il t-statistic [2] è 7,7; per gli inesperti, ogni cosa al di sopra di un valore 2 è statisticamente significativa al livello del 95 per cento.
Come ho detto, se volete, potete cercare di sostenere che questa relazione sia spuria, che non sia forse di natura causale. Ma un modo di argomentare che è davvero illegittimo è passare al setaccio i dati, tirar fuori le anomalie, e sostenere che l’esistenza di queste anomalie – perché, appunto, le cose succedono – smentisca la logica keynesiana. Sfortunatamente si assiste molto a cose del genere, anche da parte di economisti che per davvero dovrebbero saperne di più [3].
[1] In statistica, il coefficiente di determinazione, (più comunemente R2), è una proporzione tra la variabilità dei dati e la correttezza del modello statistico utilizzato. (Wikipedia)
[2] In statistica il “t-statistic” è il rapporto di deviazione di un parametro stimato tra il suo valore concettuale ed il suo standard di errore. (Wikipedia)
[3] Il riferimento nella connessione è ad un articolo di Jeffrey D. Sachs, apparso il 5 gennaio anche su Project Syndicate.
gennaio 6, 2015
Jan 6 9:37 am
Bloomberg
I’ve written often about the remarkable track record of U.S. debt-and-inflation doomsayers, who have warned again and again that we’re about to turn into Greece if not Zimbabwe, and are now completely unwilling to admit that they were wrong, or even that their model of how the world works needs some revision. But as interest rates plunge almost everywhere, let’s look back at the bad-mouthing of another economy, which looks equally wrong-headed if not more so.
It’s really amazing how much bad press France gets — and not just from goldbugs and the like. It was the Economist that declared, on its cover more than two years ago, that France was the time bomb at the heart of Europe. And of course the inflationistas were even more certain that France faced imminent doom; for example, John Mauldin proclaimed that France was in fact worse than Greece.
Now that time bomb — which has actually had better economic growth since 2007 than Britain — can borrow at an interest rate of only 0.8 percent.
It seems obvious to me that the bad-mouthing of France was and is essentially political. Of course France has big problems; who doesn’t? But the real sin of the French body politic is its refusal to buy into the notion that the welfare state must be sharply downsized if not dismantled; hence the continuing warnings that France is doomed, doomed I tell you.
And this in turn reflects the larger issue of what calls for austerity are really about. Can we imagine a clearer demonstration that they’re not really about appeasing bond vigilantes?
Su quella bomba ad orologeria francese
Bloomberg
Ho scritto spesso sui considerevoli precedenti dei predicatori di sventura sul debito e l’inflazione negli Stati Uniti, che hanno messo in guardia di continuo sul fatto che stavamo trasformandoci nella Grecia, se non nello Zimbabwe, e che ora non mostrano alcuna disponibilità ad ammettere di aver avuto torto, e neppure che i loro modelli sull’andamento del mondo abbiano bisogno di una revisione. Ma nel momento in cui i tassi di interesse crollano quasi dappertutto, torniamo ad osservare il gran sparlare su un’altra economia, che sembra egualmente, se non più ancora, in malafede.
E’ davvero stupefacente di quanta pessima stampa sia stata oggetto la Francia – e non solo da parte dei fissati sui sistemi aurei e gente simile. Fu The Economist che dichiarò, più di due anni orsono sulla sua copertina, che la Francia era la bomba ad orologeria nel cuore dell’Europa. E gli inflazionisti, naturalmente, erano ancora di più certi che la Francia fosse dinnanzi ad un imminente tracollo; ad esempio, John Mauldin proclamava che la Francia era di fatto peggio della Grecia.
Ora, quella bomba ad orologeria – che in verità, a partire dal 2007, ha avuto una crescita economica migliore dell’Inghilterra – può indebitarsi ad un tasso di interesse soltanto dello 0,8 per cento.
Mi pare evidente che la maldicenza sulla Francia era ed è soltanto essenzialmente politica. Naturalmente la Francia ha grandi problemi: chi non ne ha? Ma il vero peccato della nazione francese è il rifiuto di farsi abbindolare dall’idea che lo stato assistenziale deve essere bruscamente ridimensionato se non smantellato; da qua gli ammonimenti che proseguono sul fatto che la Francia è condannata, condannata senza scampo.
E questo a sua volta riflette in tema più generale di quale sia l’oggetto delle prese di posizione a favore dell’austerità. Possiamo immaginare una dimostrazione più chiara che esse non riguardano affatto il tranquillizzare i ‘guardiani dei bond’?
gennaio 5, 2015
January 5, 2015 4:08 pm
One of the occupational hazards of being a professional economist writing for a broader audience is that sometimes you lose track of what is and isn’t obvious to smart people who haven’t spent their lives immersed in your field. (Actually, the same problem arises in teaching undergraduates.) So I welcome it when people ask questions in an open-minded spirit, and reveal that there is some bit of stuff that I’ve been taking for granted as obvious, but isn’t.
So, here’s the question I was just asked: How can it be that interest rates on U.S. government bonds are so much higher than on European bonds — not just German bunds, but even Spanish and Italian bonds are now paying less than their U.S. counterparts. My correspondent asks, Is the U.S. government really a riskier bet than that of Spain?
The answer is no, it isn’t. In fact, investors assign virtually no risk premium to holding U.S. government debt, and rightly so. I mean, even if you thought the US might default in the next 10 years, what, exactly, would you propose to hold instead? A world in which America defaults is one in which you might want to invest in guns and survival rations, not German bonds.
In that case, however, what explains our relatively high interest rates?
Well, let’s compare with Germany, also perceived as almost completely safe — but paying much lower interest. Why?
The crucial point here is that German bonds are denominated in euros, while U.S. bonds are denominated in dollars. And what that means in turn is that higher U.S. rates don’t reflect fear of default; they reflect the expectation that the dollar will fall against the euro over the decade ahead.
But why should we expect a falling dollar vis-a-vis the euro? One big reason is that European inflation is very low and falling, while the U.S. seems to be holding near (although below) its 2 percent target. And other things equal, higher inflation should translate into a falling currency, just to keep competitiveness unchanged. If you look at the expected inflation implied by yields on inflation-protected bonds relative to ordinary bonds, they seem to imply roughly 1.8 percent inflation in the US over the next decade versus half that in the euro area, which means that the inflation differential explains about 60 percent of the interest rate differential.
Beyond that, there is good reason to expect the dollar to fall in real terms over the medium term. Why? The relative strength of the US economy has led to a perception that the Fed will raise rates much sooner than the ECB, which makes dollar assets attractive — and as Rudi Dornbusch explained long ago, what that does is cause your currency to rise until people expect it to fall in the future. The dollar is strong right now because the U.S. economy is doing better than the euro area, and this very strength means that investors expect the dollar to fall in the future.
So that’s what the Germany-US differential is about: higher US inflation (which is a good thing) plus the expectation that the dollar-euro rate, adjusted for inflation, will eventually revert to a normal level. Ultimately, it’s all about European weakness and relative US strength.
Finally, Spain and Italy have higher rates than Germany because they really are perceived as risky. But the risk spreads are fairly small these days, so that at this point their rates are nonetheless lower than ours.
Now, the interesting point about my correspondent’s confusion is that it ties right into a key policy issue, namely, how much should countries like the US or the UK worry about bond vigilantes? The answer is, not much, which is apparent once you realize that economic expectations, not fear of default, are the main reason their rates go up and down. It’s too bad that so much of the financial press still doesn’t understand this.
Pensando ai rendimenti internazionali dei bond
Uno dei rischi del mestiere di un economista di professione che scrive per un ampio pubblico è che talvolta si perde traccia di quello che è o che non è ovvio per le persone intelligenti che non hanno speso le loro vite immersi nella vostra disciplina (per la verità, lo stesso problema si presenta con gli studenti universitari). Dunque, io saluto con favore quando le persone pongono domande in modo spregiudicato, e rivelano che ci sono un po’ di cose che avevo considerato ovvie, ma non lo erano.
Dunque, ecco la domanda che mi è appena stata posta: come può accadere che i tassi di interesse sui bond del Governo degli Stati Uniti siano molto più alti di quelli sui bond europei – non solo dei ‘bund’ tedeschi [1], ma persino dei bond spagnoli e italiani che vengono oggi pagati meno dei loro omologhi statunitensi. Il mio corrispondente chiede se davvero il Governo degli Stati Uniti è una scommessa più rischiosa di quella della Spagna?
La risposta è no, non è così. Di fatto, gli investitori non assegnano virtualmente alcun rischio a possedere obbligazioni sul debito del governo statunitense, e giustamente. Voglio dire, anche se pensaste che gli Stati Uniti potrebbero andare in default nei prossimi dieci anni, che cosa, esattamente, proporreste di detenere, al loro posto? Un mondo nel quale l’America va in default è tale che potreste voler investire in fucili e in scorte di sopravvivenza, non in bond tedeschi.
Cos’è che spiega, tuttavia, i nostri relativamente alti tassi di interesse in quel caso?
Ebbene, facciamo un confronto con la Germania, anch’essa percepita come completamente sicura – ma che paga interessi molto più bassi. Perché?
Il punto cruciale è che i bond tedeschi sono denominati in euro, mentre quelli statunitensi sono denominati in dollari. E ciò significa a sua volta che i più alti tassi di interesse statunitensi non riflettono il timore del default; riflettono l’aspettativa che il dollaro cada a confronto con l’euro nel prossimo decennio.
Ma perché dovremmo aspettarci una caduta del dollaro, a fronte dell’euro? Una ragione importante è che l’inflazione europea è molto bassa e sta scendendo, mentre quella statunitense sembra si stia mantenendo nei pressi (sebbene al di sotto) del suo obbiettivo del 2 per cento. Ed a parità delle altre condizioni, una inflazione più elevata si dovrebbe tradurre in una valuta che perde valore, solo per mantenere inalterata la competitività. Se guardate all’inflazione attesa implicita nei rendimenti dei bond protetti dall’inflazione in confronto a quelli ordinari, essi sembrano suggerire grosso modo una inflazione dell’1,8 per cento negli Stati Uniti a fronte di una metà nell’area euro, il che significa che il differenziale di inflazione spiega circa il 60 per cento del differenziale del tasso di interesse.
Oltre a ciò, c’è una buona ragione per aspettarsi nel medio termine una caduta del dollaro in termini reali. Perché? La forza relativa dell’economia americana ha guidato la percezione che la Fed eleverà i tassi molto più rapidamente della BCE, la qualcosa rende gli asset in dollari molto più attraenti – e come Rudi Dornbusch spiegò molto tempo fa, ciò che essa produce è far crescere la vostra valuta finché la gente si aspetta che diminuisca nel futuro. Il dollaro in questo momento è forte perché l’economia degli Stati Uniti sta andando meglio di quella dell’area euro, e questa forza reale significa che gli investitori si aspettano che il dollaro diminuisca nel futuro.
Dunque, ecco da cosa dipende il differenziale Germania-Stati Uniti: la più elevata inflazione degli Stati Uniti (che è una buona cosa) in aggiunta alla aspettativa che il rapporto dollaro-euro, corretto per l’inflazione, alla fine tornerà a livelli normali. Fondamentalmente, tutto dipende dalla debolezza europea e dalla relativa forza degli Stati Uniti.
Infine, la Spagna e l’Italia hanno tassi più elevati della Germania perché sono realmente percepite come nazioni rischiose. Ma i differenziali del rischio sono abbastanza modesti di questi tempi, cosicché a questo punto i loro tassi sono comunque più bassi dei nostri.
Ora, l’aspetto interessante nella confusione del mio corrispondente è che essa è collegata a ben vedere ad un tema politico fondamentale, vale a dire quanto paesi come gli Stati Uniti ed il Regno Unito dovrebbero preoccuparsi dei cosiddetti ‘guardiani dei bond’? La risposta è, non molto, la qualcosa diventa chiara quando comprendete che le aspettative economiche, non la paura di un default, sono la principale ragione per la quale i loro tassi salgono o scendono. Ed è assai negativo che tanta parte della stampa finanziaria ancora non lo capisca.
[1] Bund, abbreviazione del termine Bundesanleihen, è il nome con il quale vengono indicati i titoli di Stato a medio lungo termine emessi dalla Germania. I Bund furono emessi sul mercato per la prima volta l’11 dicembre 1952. Oltre alla classica scadenza decennale, i Bund possono avere una durata che può arrivare a 30 anni.
gennaio 5, 2015
Jan 5 2:07 pm
Martin Wolf writes sympathetically about Richard Koo’s latest; let me be a bit less sympathetic.
As Wolf notes, Koo had a big and important idea: he realized that Irving Fisher’s notion of debt deflation can explain persistent economic weakness even without literal deflation. As long as some part of the private sector has, for whatever reason, taken on levels of debt that now look excessive, the efforts of debtors to pay off their debts can act as a persistent drag on aggregate demand — one that is hard to counter with monetary policy, because many players in the economy can’t or won’t spend more no matter how cheap money becomes. Koo argues further that deficit spending can play a useful role in a balance sheet recession, not just by providing a temporary boost, but by providing a favorable environment for debtors to deleverage, setting the stage for durable recovery.
This is a very useful insight, and one that many of us have taken on board, fully acknowledging Koo’s contribution.
But Koo hasn’t just argued for the usefulness of fiscal stimulus in balance-sheet recessions; he has engaged in a relentless jihad against any attempt to use monetary policy, either as a supplement to fiscal policy or as the best you can do if fiscal policy is paralyzed by politics. And it’s very hard to see why.
Let’s be clear: antipathy to monetary policy does not, in any way, emerge naturally from a balance-sheet approach. Yes, it’s going to be hard for the central bank to gain traction, because excessively indebted firms or households can’t spend even if borrowing is cheap; but there have to be some players who aren’t excessively indebted — if there are debtors, there must be creditors — so there should be some margin on which monetary policy can act. Anyway, at worst monetary expansion will be irrelevant. And to the extent that central banks can raise inflation and/or fight deflation, this is an especially valuable thing if you’re in a balance-sheet slump — which was Fisher’s original point.
I’m not making these arguments casually: I’ve worked fairly hard to understand the implications of balance-sheet models, and they always come up supportive of QE and other forms of unconventional monetary policy.
So whence comes Koo’s bitter antipathy? Frankly, I can’t see any explanation other than not-invented-here syndrome; Koo’s original analysis — which we all admire, and for which we all give him credit — made the case for a fiscal solution, and he not only rejects any alternative but insists that it would be a terrible thing for reasons unclear. And it’s really too bad, because he’s hurting his own credibility.
Macroeconomia ‘non concepita qua’
Martin Wolf commenta con toni comprensivi l’ultimo articolo di Richard Koo [1]; consentitemi di essere un po’ meno comprensivo.
Come nota Wolf, Koo ha avuto un grande ed importante idea: ha compreso che il concetto di Irving Fisher della deflazione da debito può spiegare una prolungata debolezza economica anche in assenza di una deflazione letterale. Dal momento in cui una qualche parte del settore privato, per una qualsiasi ragione, si è assunta livelli di debito che al presente appaiono eccessivi, gli sforzi dei debitori per ripagare i loro debiti possono agire come un prolungato dragaggio sulla domanda aggregata – qualcosa che è difficile contrastare con la politica monetaria, perché molti protagonisti dell’economia non possono o non vorranno spendere di più, a prescindere da quanto divenga conveniente il denaro. Koo sostiene in aggiunta che la spesa pubblica in deficit può giocare un ruolo utile in una recessione provocata da difficoltà negli equilibri patrimoniali, non solo fornendo un provvisorio incoraggiamento, ma fornendo ai debitori un ambiente favorevole per ridurre il rapporto di indebitamento, ponendo le condizioni per una ripresa durevole.
Si tratta di una intuizione molto utile, che molti di noi hanno fatto propria, riconoscendo pienamente il contributo di Koo.
Ma Koo non ha soltanto sostenuto l’utilità del sostegno della finanza pubblica nelle recessioni provocate da crisi degli equilibri patrimoniali; egli si è impegnato in una ‘guerra santa’ implacabile contro ogni tentativo di utilizzare la politica monetaria, sia come integrazione alla politica della spesa pubblica che come il massimo che si può fare quando le scelte della finanza pubblica sono paralizzate per ragioni politiche. E capirne la ragione è molto difficile.
Cerchiamo di essere chiari: l’antipatia verso la politica monetaria in nessun modo deriva naturalmente da un approccio basato sugli equilibri patrimoniali. E’ vero, cha una banca centrale riesca ad ottenere una forza motrice è destinato ad essere arduo, perché le imprese eccessivamente indebitate o le famiglie non possono spendere anche se possono indebitarsi in modo conveniente; ma ci devono essere alcuni soggetti che non sono eccessivamente indebitati – se essi sono debitori, ci devono pur essere creditori – cosicché ci dovrebbe essere qualche margine entro il quale la politica monetaria può agire. In ogni modo, nel peggiore dei casi l’espansione monetaria sarà irrilevante. E nella misura in cui le banche centrali possono elevare l’inflazione e/o combattere la deflazione, questo – se si è in una recessione da squilibri patrimoniali – è un circostanza di particolare valore, ed era il punto di partenza di Fisher.
Non sto avanzando questi argomenti in modo casuale: ho lavorato abbastanza intensamente per comprendere le implicazioni dei modelli basati sugli equilibri patrimoniali, ed essi sempre risultano di sostegno alla ‘facilitazione quantitativa’ e ad altre forme di politica monetaria non convenzionale.
Dunque, da dove viene la acerrima avversione di Koo? Francamente, non trovo altra spiegazione della sindrome del “non è stato inventato qua”; la analisi originaria di Koo – che tutti noi ammiriamo e per la quale gli facciamo credito – ha avanzato l’argomento di una soluzione attraverso la finanza pubblica, e non solo egli respinge ogni alternativa, ma ribadisce, per ragioni non chiare, che sarebbe una cosa terribile. E ciò è davvero negativo, perché dà un colpo alla sua stessa credibilità.
[1] Economista taiwanese-americano, che risiede in Giappone ed è specializzato sul tema delle recessioni provocate da crisi negli equilibri patrimoniali.
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