Jan 5 1:45 pm
There are many risks in the world economy right now — a possible Chinese hard landing (local governments depend heavily on land sales for revenue? Oh, boy), a financial crisis in Russia and other oil exporters, etc.. But one thing is not a risk, because it has already happened: the euro area has entered a Japan-style deflationary trap.
No, it’s not literally deflation at an EA-wide level, but that doesn’t matter — slightly positive and slightly negative inflation with interest rates already at the zero lower bound are essentially the same. Furthermore, southern Europe still needs substantial amounts of “internal devaluation” — that is, still needs to reduce costs and prices relative to Germany — so that a low overall euro area inflation rate means destructive deflation in much of the continent.
And if you look at the implied market forecast, it’s truly disastrous. Right now, German 5-year bonds offer a yield of zero — an implicit firm forecast that Europe will be in a liquidity trap for the foreseeable future, while 5-year index bonds are yielding about -0.35 percent. That’s telling you two things: investors see so little in the way of profitable investment opportunities that they’re willing to pay the German government to protect their wealth, and they expect something like 0.3 percent inflation over the next five years, which is catastrophically below target.
How is this supposed to end? I like and admire Mario Draghi, and believe that he’s doing his best. But it’s really hard to see how the ECB could gain enough traction here to solve the problem even if it didn’t face internal dissent from the hard-money types.
So don’t think of Europe as having a tough but workable economic strategy, endangered by Greek voters and such. Europe is at a dead end; if anything, Greece is doing the rest of Europe a favor by sounding a wake-up call.
La trappola europea
Ci sono in questo momento molti rischi nell’economia mondiale – un possibile brusco atterraggio della Cina (le amministrazioni locali dipendono pesantemente nelle entrate dalle vendite delle aree? Attenti, signori.), una crisi finanziaria in Russia e tra gli altri esportatori di petrolio, etc. Ma c’è una cosa che non è un rischio, perché è già successa: l’area euro è entrata in una trappola deflazionistica di tipo giapponese.
No, non si tratta letteralmente di una deflazione al livello complessivo dell’area euro. Ma ciò non è importante – una inflazione leggermente positiva e leggermente negativa con tassi di interesse già allo zero sono sostanzialmente la stessa cosa. Inoltre, l’Europa meridionale ha ancora bisogno di quantitativi sostanziali di ‘svalutazione interna’ – vale a dire, ha bisogno di ridurre i costi ed i prezzi relativi rispetto alla Germania – cosicché un basso tasso di inflazione generale nell’area euro significa una deflazione distruttiva in gran parte del continente.
E se guardate alle sottintese previsioni del mercato, sono davvero disastrose. In questo momento, i bond tedeschi a cinque anni offrono un rendimento pari a zero – una implicita risoluta previsione di una trappola di liquidità per l’Europa per il futuro prevedibile, mentre i bond a cinque anni indicizzati mostrano un rendimento attorno allo 0,35 per cento. Il che vi dice due cose: che gli investitori vedono talmente scarsa la possibilità di investimenti convenienti che sono disponibili a pagare lo Stato tedesco perché mantenga in protezione la loro ricchezza, e che si aspettano per i prossimi cinque anni qualcosa come una inflazione allo 0,3 per cento, catastroficamente al di sotto dell’obbiettivo.
Come si pensa vada a finire? Ho simpatia ed ammirazione per Mario Draghi, e penso che stia facendo del suo meglio. Ma in questo caso è davvero difficile capire come la BCE potrebbe guadagnare sufficiente forza motrice per risolvere il problema, anche se non fosse di fronte al dissenso interno dei sostenitori della moneta forte.
Dunque, non si pensi all’Europa come se avesse una dura ma efficiente strategia economica, messa a rischio dagli elettori greci e da cose del genere. L’Europa è ad un punto morto; semmai, la Grecia sta facendo al resto dell’Europa un favore, suonando il segnale d’allarme.
gennaio 2, 2015
Jan 2 2:12 pm
Simon Wren-Lewis asks how good British economic recovery — which is being touted as a wonderful success story — really has been. Not very, he says. Indeed. Here’s a comparison of the UK with two other major economies since 2007:
Austerity triumphant. Or, maybe not.
Part of this is the growth rate fallacy — no matter how badly an economy has done over an extended period, you proclaim success after a year or two of good growth. As Wren-Lewis likes to say, on this basis the ideal policy is to shut half the economy down for a while, then start it up again — that way you get 100 percent growth. Also, hitting yourself in the head with a baseball bat is a great idea, because it feels good when you stop.
But surely we’re also seeing the ideological bias of many in the news media. France is supposed to be a terrible failure, because it still believes in a strong welfare state — and so it is reported as a failure, never mind the numbers. Austerity in Britain is politically approved, so it is pronounced a success on the shakiest of grounds.
It’s all pretty depressing.
La storia di successo dell’Inghilterra
Simon Wren-Lewis si chiede quanto sia stata davvero buona la ripresa dell’economia britannica – che viene pubblicizzata come una meravigliosa storia di successo. Non molto, sostiene. Per davvero. Ecco un confronto del Regno Unito con due altre importanti economie a partire dal 2007:
Trionfo dell’austerità, o forse no?
In parte questo dipende dalla fallacia del tasso di crescita – non conta quanto un’economia sia andata male per un periodo prolungato, si proclama il successo dopo un anno o due di crescita positiva. Come piace dire a Wren-Lewis, su questa base la politica ideale sarebbe chiudere metà dell’economia per un certo periodo, poi farla ripartire – in quel modo si avrebbe una crescita del 100 per cento. Oppure, battersi una mazza da baseball sul capo è una grande idea, perché ci si sente bene quando si smette.
Ma certamente siamo anche in presenza del pregiudizio ideologico di vari media. Si suppone che la Francia sia un terribile fallimento, perché ancora crede in uno stato assistenziale forte – e dunque se ne parla come di un fallimento, a prescindere dai dati. L’austerità in Inghilterra viene politicamente approvata, cosicché viene enunciata come un successo su basi assolutamente traballanti.
E’ tutto abbastanza deprimente.
gennaio 1, 2015
Jan 1 12:33 pm
A number of people have been putting up candidates for chart of the year. For me, the big chart of 2014 wasn’t actually from 2014 — it was from earlier work (pdf) by Branko Milanovic, which I somehow didn’t see until a few months ago. It shows income growth since 1988 by percentiles of the world income distribution (as opposed to national distributions):
What you see is the surge by the global elite (the top 0.1, 0.01, etc. would be doing even better than his top 1), plus the dramatic rise of many but not all people in emerging markets. In between is what Branko suggests corresponds to the US lower-middle class, but what I’d say corresponds to advanced-country working classes in general, at least if you add post-2008 data with the effects of austerity. I’d call it the valley of despond, and I think it’s going to be a crucial factor in developments over the next few years. More eventually.
La storia recente in un diagramma
Un certo numero di persone sono state incluse tra i candidati per il diagramma dell’anno. Per me, il grande diagramma del 2014 non viene per la verità dal 2014 – è venuto da un precedente lavoro (disponibile in pdf) da parte di Branko Milanovic, che per qualche ragione non avevo visto sino a pochi mesi orsono. Esso mostra a partire dal 1988 la crescita del reddito per percentili della distribuzione mondiale del reddito (in alternativa alle distribuzioni nazionali):
[1]
Quello che vedete è la crescita della élite globale (lo 0,1, lo 0,01 per cento dei più ricchi sarebbe persino migliore di questo uno per cento), in aggiunta allo spettacolare incremento di molte, ma non di tutte le persone nei mercati emergenti. In mezzo c’è quella che Branko suggerisce corrispondere alla classe medio-bassa degli Stati Uniti, ma che io direi corrispondere in generale alle classi lavoratrici dei paesi avanzati, almeno se si aggiungono i dati successivi al 2008 con gli effetti dell’austerità. La chiamerei la ‘vallata dello scoramento’, e penso sia destinata ad essere un fattore cruciale degli sviluppi nel corso dei prossimi anni. Col tempo, ne parlerò maggiormente.
[1] Il diagramma mostra la crescita del reddito reale ai vari percentili della distribuzione globale del reddito nel periodo 1988 – 2008, espressa in dollari “a parità dei poteri di acquisto” (PPP) relativi all’anno 2005. Se ben capisco, sulla linea verticale si mostra la crescita del reddito (dunque, non un valore assoluto ma il valore relativo che esprime l’entità della variazione); mentre quella orizzontale fa comprendere come il fenomeno della crescita si è distribuito per i vari “percentili” della popolazione mondiale. In altre parole: l’ultimo picco (quello tra il 99° ed il 100° percentile) indica l’enorme incremento che si è determinato per i più ricchi al mondo, espresso con un aumento verticale; il picco in prossimità del 60° percentile mostra il forte incremento che si è determinato per la popolazione mondiale con redditi intermedi, che corrisponde grosso modo alle condizioni di reddito della ‘classe media cinese’; mentre l’andamento in forte calo (attenuazione della crescita) riguarda la classe di reddito tra il 60° e l’80° percentile, sul quale si colloca normalmente la ‘classe medio bassa americana’.
dicembre 30, 2014
Dec 30 3:41 pm
Right-wing economists like Stephen Moore and John Cochrane — it’s becoming ever harder to tell the difference — have some curious beliefs about history. One of those beliefs is that the experience of disinflation in the 1980s was a huge shock to Keynesians, refuting everything they believed. What makes this belief curious is that it’s the exact opposite of the truth. Keynesians came into the Volcker disinflation — yes, it was mainly the Fed’s doing, not Reagan’s — with a standard, indeed textbook, model of what should happen. And events matched their expectations almost precisely.
I’ve been cleaning out my library, and just unearthed my copy of Dornbusch and Fischer’s Macroeconomics, first edition, copyright 1978. Quite a lot of that book was concerned with inflation and disinflation, using an adaptive-expectations Phillips curve — that is, an assumed relationship in which the current inflation rate depends on the unemployment rate and on lagged inflation. Using that approach, they laid out at some length various scenarios for a strategy of reducing the rate of money growth, and hence eventually reducing inflation. Here’s one of their charts, with the top half showing inflation and the bottom half showing unemployment:
Not the cleanest dynamics in the world, but the basic point should be clear: cutting inflation would require a temporary surge in unemployment. Eventually, however, unemployment could come back down to more or less its original level; this temporary surge in unemployment would deliver a permanent reduction in the inflation rate, because it would change expectations.
And here’s what the Volcker disinflation actually looked like:
A temporary but huge surge in unemployment, with inflation coming down to a sustained lower level.
So were Keynesian economists feeling amazed and dismayed by the events of the 1980s? On the contrary, they were feeling pretty smug: disinflation had played out exactly the way the models in their textbooks said it should.
Indeed, it was the other side of the macro divide that was left scrambling for answers. The models Chicago was promoting in the 1970s, based on the work of Robert Lucas and company, said that unemployment should have come down quickly, as soon as people realized that the Fed really was bringing down inflation. By a few years into the 80s it was obvious that those models were unsustainable in the face of the data. But rather than admit that their dismissal of Keynes was premature, most of those guys went into real business cycle theory — basically, denying that the Fed had anything to do with recessions. And from there they just kept digging ever deeper into the rabbit hole.
But anyway, what you need to know is that the 80s were actually a decade of Keynesian analysis triumphant.
I keynesiani e la disinflazione di Volcker
Economisti di destra come Stephen Moore e John Cochrane – sta diventando sempre più difficile dire la differenza tra i due – hanno alcuni curiosi convincimenti sulla storia. Uno di essi è che l’esperienza della disinflazione degli anni ’80 fu un grande colpo per i keynesiani, confutando tutto quello in cui credevano. Quello che rende questo convincimento curioso è che esso è l’esatto opposto della verità. I keynesiani si approcciarono alla disinflazione di Volcker – che fu, in effetti, principalmente un risultato della Fed, non di Reagan – secondo un modello consueto, in effetti da libro di testo, su quello che sarebbe successo. E gli eventi corrisposero alle loro aspettative quasi precisamente.
Sto mettendo a posto la mia biblioteca ed ho appena disseppellito la mia copia della prima edizione del 1978 della Macroeconomia di Dornbusch e Fischer. Un bel po’ di quel libro riguardava l’inflazione e la disinflazione, utilizzando una curva di Phillips sulla base di aspettative che si adattano – vale a dire una supposta relazione per la quale il tasso attuale di inflazione dipende dal tasso di disoccupazione e dalla inflazione ritardata. Utilizzando quell’approccio, essi in qualche misura stendono vari scenari per una strategia di riduzione del tasso di crescita della moneta, e di conseguenza alla fine di riduzione dell’inflazione. Ecco alcuni dei loro diagrammi, con la metà superiore che mostra l’inflazione e la metà inferiore che mostra la disoccupazione [1]:
Non sono le dinamiche più limpide in assoluto, ma l’aspetto sostanziale dovrebbe essere chiaro: tagliare l’inflazione comporta un temporaneo incremento della disoccupazione. Alla fine, tuttavia, la disoccupazione si riabbassa più o meno al livello originario; questa temporanea crescita della disoccupazione provocherebbe una riduzione permanente del tasso di inflazione, giacché modificherebbe le aspettative.
Ed ecco a cosa la disinflazione di Volcker effettivamente assomigliò:
Una temporanea ma vasta crescita della disoccupazione [2], con una inflazione che scende in modo prolungato ad un livello più basso.
Dunque, gli economisti keynesiani furono sbigottiti e turbati per gli eventi degli anni ’80? Al contrario, furono abbastanza compiaciuti: la disinflazione aveva operato esattamente nei modi nei quali era previsto nei loro libri di testo.
In verità, fu l’altro versante dello schieramento macroeconomico che dovette arrampicarsi sugli specchi per le risposte. I modelli che la scuola di Chicago proponeva negli anni ’80, basati sul lavoro di Robert Lucas e compagni, dicevano che la disoccupazione avrebbe dovuto tornare in basso rapidamente, appena le persone avessero compreso che la Fed stata effettivamente abbassando l’inflazione. In un breve periodo, nel corso degli anni ’80, fu evidente che dinanzi ai dati quei modelli erano insostenibili. Ma piuttosto che ammettere che la loro liquidazione di Keynes era prematura, gran parte di quegli individui passarono alle teoria del ciclo economico reale – fondamentalmente negando che la Fed avesse niente a che fare con le recessioni. E da allora stanno mettendo sempre di più la testa nella sabbia [3].
Ma in ogni modo, quello che si deve sapere è che gli anni ’80 furono in verità un decennio trionfale per l’analisi keynesiana.
[1] Nei due diagrammi, la linea nera definita “cold turkey” è indicativa della soluzione più brusca. Nel gergo del trattamento delle dipendenze, “cold Turkey” (“tacchino freddo”) indica la soluzione basata su una improvvisa rottura delle abitudini di dipendenza precedenti, in contrasto con soluzioni più graduali ed assistite da farmaci.
[2] La linea rossa.
[3] Letteralmente l’espressione idiomatica è: “stanno scavando sempre più profondamente nella buca del coniglio”.
dicembre 28, 2014
Dec 28 10:40 am
OK, not really. But falling oil prices will have very different effects on different regions of the United States, with those states that have benefited most from the shale boom hurt a lot even as most Americans gain.
The big losers will be in the Dakotas and Nebraska, but that whole region has a population not much bigger than that of Brooklyn. The big enchilada is Texas; so how big a deal will the oil slump be there?
Pretty big. If you look at the BEA regional data, you learn that mining output nationally is up a lot — 39 percent between 2007 and 2013 — but that this is still fairly small change on a national basis, 0.7 percent of 2007 GDP. However, more than half the mining growth took place in Texas, which was only 8 percent of the national economy. So in Texas mining directly contributed 4.7 percent to GDP; if we use a multiplier of 1.5, which is what the best research suggests, we conclude that the shale boom added 7 percent to Texas’s growth — and what shale giveth, shale may now take away.
We’re not talking real disaster here. I mean, it’s not as if Texas is a one-party state with a culture of corruption and crony capitalism. Oh, wait. But seriously, we surely aren’t looking at a Russia-style crisis. We could, however, be looking at a situation in which Texas is sliding into recession even as the rest of the country is doing fairly well. That is, after all, what happened after the 1985 oil price collapse:
Should be interesting to watch.
Mosca sul Brazos[1]
Va bene, non proprio così. Ma la caduta del prezzo del petrolio avrà effetti molto diversi sulle diverse regioni degli Stati Uniti, con quegli Stati che hanno beneficiato più di tutti dal boom delle scisti che subiranno un danno, anche se molti americani ci guadagneranno.
I grandi perdenti saranno nel Dakota e nel Nebraska, ma tutta quella regione ha una popolazione non più grande di quella di Brooklyn. Ma la grande questione è il Texas; dunque quanto sarà grande in quello Stato la faccenda del crollo del petrolio?
Abbastanza grande. Se guardate ai dati regionali del Bureau of Economic Analysis, apprendete che la produzione mineraria nazionale è cresciuta molto – il 39 per cento dal 2007 al 2013 – ma che questo è ancora un cambiamento abbastanza modesto su basi nazionali, lo 0,7 per cento del PIL del 2007. Tuttavia, più della metà della crescita mineraria ha avuto luogo nel Texas, che era solo l’8 per cento dell’economia nazionale. Dunque, la attività mineraria in Texas ha contribuito direttamente per il 4,7 per cento al PIL [2]; se utilizziamo un moltiplicatore di 1,5, che è quanto suggerito dalla migliore ricerca, concludiamo che il boom delle scisti ha aumentato del 7 per cento la crescita del Texas – e quello che le scisti danno, adesso le scisti possono togliere.
Non stiamo parlando, in questo caso, di un disastro vero e proprio. Voglio dire, non è come se il Texas fosse uno Stato a partito unico con una cultura di corruzione ed un capitalismo clientelare. Ma, non è detto. Eppure, seriamente, non stiamo certamente dinanzi ad una crisi del tipo di quella della Russia. Potremmo, tuttavia, assistere ad una situazione nella quale il Texas scivola nella recessione anche se il resto del Paese se la cava discretamente bene. Questo, in fondo, è quanto accadde dopo il collasso del prezzo del petrolio nel 1985:
Dovrebbe essere interessante osservare.
[1] Il Brazos è un fiume che scorre nel Texas e sfocia nel Golfo del Messico, in prossimità di Houston. Vicino a quel fiume, ancora a nord di Houston, venne fondata, quando il Texas faceva ancora parte del Messico, una cittadina che venne chiamata Washington on-the-brazos, probabilmente perché nel 1836 fu sede della convenzione con la quale i delegati firmarono la dichiarazione di indipendenza del Texas. A seguito di essa venne dato vita ad un governo ad interim, poi gli abitanti vennero evacuati per l’intervento dell’esercito spagnolo, ma alla fine la cittadina ebbe quel nome definitivo. Che ora è oggetto dello scherzo di Krugman.
[2] Mi pare, chiaramente, al PIL del Texas.
dicembre 28, 2014
Dec 28 10:03 am
Dean Baker is, of course, right: this is not a boom, and comparisons to the 1990s are insane. Still, growth has clearly picked up, and the public seems to be noticing. So what can we say about the Obama non-boom?
I’d argue that much of what we’re seeing reflects the tapering off of austerity. The US has never had a proclaimed austerity plan, UK style, but we’ve had a lot of the thing itself, especially from cutbacks in state and local spending. Spending hasn’t rebounded yet, but at least it has stopped shrinking:
And it’s important to realize that, despite all the rhetoric about how Obamacare/antibusiness rhetoric/Kenyan Islamic atheism is destroying business, the private sector has actually been relatively strong under Obama. Here’s employment:
Since Obama took office, we’ve gained 6.7 million private-sector jobs, compared with just 3.1 million at the same point under Bush. But under Bush we’d added 1.2 million public sector jobs, while under Obama we’ve cut 600,000. The point is that relatively good private sector performance has been masked by public-sector cutbacks; this is the opposite of what you usually hear, but that’s no surprise.
What about the prospects looking forward? As I’ve pointed out before, business investment has been relatively strong throughout. Residential investment, however, has been very low since 2006, suggesting that there’s a backlog of pent-up demand, which should come into play in an improving job market. So that’s one source of strength. Also, low oil prices are going to be mostly positive, although with some adverse regional effects; more on that in a later post.
Overall, then, the next year and probably the next two years are likely to be pretty good. This doesn’t mean that the overall track record of policy has been good — we’ve wasted trillions in foregone output, damaged the lives of millions if not tens of millions. But it will feel a lot better than the years before.
Il balzo di Obama
Naturalmente, Dean Baker ha ragione: questo non è un boom, ed i paragoni con gli anni ’90 sono privi di senso. Eppure la crescita si è chiaramente tirata su e l’opinione pubblica sembra lo stia notando [1]. Cosa possiamo dunque dire del non – boom di Obama?
Direi che molto di quello che stiamo osservando riflette l’affievolimento dell’austerità. Gli Stati Uniti non hanno mai proclamato un programma di austerità, nei modi del Regno Unito, ma abbiamo avuto una quantità di cose simili, in particolare tagli nella spesa degli Stati e delle amministrazioni locali. La spesa non ha ancora avuto una ripresa, ma almeno ha smesso di restringersi:
Ed è importante comprendere che, nonostante tutta la propaganda su come la riforma sanitaria di Obama/la sua retorica ostile alle imprese/ il suo ateismo “islamico keniano” stiano distruggendo gli affari, il settore privato sia andato effettivamente bene con Obama. Ecco l’occupazione:
Dal momento in cui Obama è entrato in carica abbiamo guadagnato 6,7 milioni di posti di lavoro nel settore privato, a confronto con soli 3,1 milioni allo stesso punto [2] sotto Bush. Ma sotto Bush avemmo 1,2 milioni di posti di lavoro in più nel pubblico impiego, mentre sotto Obama ne abbiamo tagliati 600 mila. Il punto è che la relativamente buona prestazione del settore privato è stata mascherata dai tagli nel settore pubblico: questo è l’opposto di quello che normalmente vi raccontano, ma non è una sorpresa.
Cosa dire delle prospettive, guardando in avanti? Come ho messo in evidenza prima, durante il periodo gli investimenti delle imprese sono stati relativamente forti. Gli investimenti nelle abitazioni, tuttavia, sono stati molto bassi a partire dal 2006, indicando un accumulo di domanda latente, che dovrebbe entrare in gioco in un miglioramento del mercato del lavoro. Dunque, quella è una fonte di forza. Inoltre, i bassi prezzi del petrolio sono destinati ad essere altamente positivi, sebbene con qualche effetto negativo regionale; su ciò dirò di più in un post successivo.
Nel complesso, dunque, il prossimo anno e probabilmente i prossimi due anni è probabile che saranno abbastanza buoni. Questo non significa che la prestazione complessiva della politica sia stata buona – abbiamo sprecato migliaia di miliardi della produzione che era prevedibile, provocato danni alle vite di milioni se non di decine di milioni di persone. Ma ci sentiremo un po’ meglio degli anni precedenti.
[1] La connessione è con una pagina che riporta un sondaggio della Pew Research secondo il quale il 26 per cento degli intervistati dichiara di aver avuto di recente ‘buone notizie in materia di posti di lavoro’, contro un 25 per cento che dichiara di averne ricevute di cattive, ed un 45 per cento che risponde di averne ricevute di entrambi i tipi. E’ la prima volta in cinque anni che gli ‘ascoltatori’ ottimisti’ superano il 20 per cento.
[2] Cioè, dopo lo stesso numero di anni dall’inizio di un periodo recessivo.
dicembre 27, 2014
December 27, 2014 3:23 pm
Update: I actually should have used total federal receipts, not just taxes. When you do this the pattern is weaker but basically the same: Real revenue growth 36 percent in the 8 years before Reagan, 26 percent under Reagan, 28 percent in the years following.
Last summer the editorial page editor of the Kansas City Star declared that she won’t be running any more op-eds by Stephen Moore, chief economist of the Heritage Foundation. She had cause: Moore had published an article that purported to refute my debunking of claims about the miraculous effects of tax cuts, but all of his numbers were wrong — they didn’t cover the time period he claimed, there were further inexplicable errors of fact, and all of the errors, surprise, tilted the supposed results in the direction he wanted.
But while the Kansas City Star may have had enough of Moore, the door is always open at the Washington Post.
As PGL at Econospeak points out, Moore’s latest contains one outright lie — and it’s a lie about yours truly. Moore declares that
Critics such as economist Paul Krugman object that rapid growth during the Reagan years was driven more by conventional Keynesian deficit spending than by reductions in tax rates.
No, I’ve never said that. I’ve written many times that both the 1979-82 slump and the recovery thereafter were driven by monetary policy:
The architect of America’s great disinflation was Paul Volcker, the Fed chairman. In fact, Mr. Volcker began the process in 1979, when he adopted the tight monetary policy that caused that record unemployment rate. He was also mainly responsible for the recovery that followed: it was his decision to loosen up on the money supply in the summer of 1982 that set the stage for the rebound a few months later.
The main reason recovery has been slower since the 2008 crisis is that we’ve hit the zero lower bound, preventing the kind of dramatic monetary loosening that took place in 1982, and also that we’ve seen unprecedented fiscal austerity. Oh, and I predicted the slow recovery in advance.
Still, did Moore get any numbers wrong this time? Not exactly — but he did do his best to convey a false impression. He declares that under Reagan
the government’s budget numbers show that tax receipts expanded from $517 billion in 1980 to $909 billion in 1988 — close to a 75 percent change (25 percent after inflation).
I have a suspicion that the Post forced him to include the inflation-adjusted number, rather than let him get away with the gee-whiz nominal number, which is, um, inflated by the relatively high rate of inflation that prevailed even in the later Reagan years. In any case, however, Moore offers no context, leaving the impression that this was an extraordinary achievement.
So I looked at real federal receipts over a longer period, shown above using a log scale so that the slope of the line represents the rate of growth. If you take the period Reagan was in the White House, 1981:1 to 1989:1, I get an increase of 14.3 percent; I’m not sure why Moore’s number is bigger, but never mind. What you might want to do, however, is compare that performance with the 8 years preceding and the 8 years following. And here’s what we get:
1973:1-1981:1: 30.3%
1981:1-1989:1: 14.3%
1989:1-1997:1: 31.4%
Laffer roolz! Or maybe not.
Does the WaPo mind being used as a platform for deliberately deceptive innuendo, with some plain old falsehoods thrown in for good measure?
Bugie, dannate bugie e Reaganolatria
Correzione: effettivamente avrei dovuto usare le entrate federali totali, non solo le tasse. Se utilizzate quello schema il risultato è più debole ma sostanzialmente il medesimo: la crescita del reddito reale fu il 36 per cento prima di Reagan, il 26 per cento sotto Reagan, il 28 per cento negli anni successivi.
La scorsa estate la curatrice della pagina editoriale del Kansas City Star dichiarò che non avrebbe più utilizzato alcun commento di Stephen Moore, l’economista principale della Fondazione Heritage. Ne aveva un motivo: Moore aveva pubblicato un articolo che pretendeva di confutare la mia liquidazione degli argomenti sugli effetti miracolosi degli sgravi fiscali, ma tutti i suoi dati erano sbagliati – essi non si riferivano al periodo che sosteneva, c’erano ulteriori inesplicabili errori di sostanza, e tutti gli errori, guarda un po’, facevano pendere i pretesi risultati nella direzione da lui voluta.
Ma se il Kansas City Star può averne avuto abbastanza di Moore, le porte sono sempre aperte al Washington Post.
Come PGL sul blog Econospeak mette in evidenza, l’ultima uscita di Moore contiene una bugia assoluta, ed è una bugia che riguarda il sottoscritto. Moore dichiara che:
“Critici come l’economista Paul Krugman obiettano che la rapida crescita durante gli anni di Reagan fu più guidata da una convenzionale spesa in deficit keynesiana che non da riduzioni nelle aliquote fiscali.”
No, non l’ho mai detto. Ho scritto molte volte che sia la recessione del 1979-1982 che la ripresa conseguente furono guidate dalla politica monetaria:
“L’architetto della grande disinflazione in America fu Paul Volcker, il Presidente della Fed. Di fatto, il signor Volcker iniziò il processo nel 1979, quando adottò la politica di restrizione monetaria che provocò un tasso di disoccupazione da primato. Egli fu anche il principale protagonista della ripresa che seguì: fu la decisione di allentare l’offerta di moneta nell’estate del 1982 che preparò le condizioni per la ripresa di pochi mesi successiva.”
La principale ragione per la quale la ripresa dalla crisi del 2008 è stata più lenta è che avevamo raggiunto il limite inferiore dello zero (dei tassi di interesse), impedendo quel genere di spettacolare allentamento monetario che ebbe luogo nel 1982, ed anche che abbiamo conosciuto una austerità della finanza pubblica senza precedenti. Inoltre, avevo previsto in anticipo la lenta ripresa.
Tuttavia, in questa occasione Moore ha fornito qualche numero sbagliato? Non esattamente – ma ha fatto del suo meglio per trasmettere una impressione falsa. Egli dichiara che sotto Reagan:
“i dati del bilancio governativo mostrano che le entrata dal fisco sono cresciute da 517 miliardi di dollari nel 1980 a 909 miliardi nel 1988 – un cambiamento prossimo al 75 per cento (25 per cento, considerata l’inflazione).”
Ho il sospetto che il Washinton Post l’abbia costretto a includere il dato corretto per l’inflazione, piuttosto di consentirgli di farla franca con il mirabolante dato nominale, che è, ehm, inflazionato dal tasso di inflazione relativamente alto che prevaleva negli ultimi anni di Reagan. Tuttavia, Moore non offre comunque alcun contesto, lasciando l’impressione che questo sia stato un risultato straordinario.
Dunque ho osservato le entrate federali reali in un più lungo periodo, che ho sopra mostrato utilizzando una scala logaritmica in modo tale che l’inclinazione della linea rappresenta il tasso di crescita. Se considerate il periodo nel quale Reagan fu alla Casa Bianca, da 1981:1 a 1989:1, ottengo un incremento del 14,3 per cento; non sono certo della ragione per la quale il dato di Moore sia più grande, ma non è importante. Quello che invece vi converrebbe fare, tuttavia, è confrontare quella prestazione con gli 8 anni precedenti e gli 8 anni successivi. Ed ecco quello che otteniamo:
1973:1-1981:1:30,3%
1981:1-1989:1:14,3%
1989:1-1997:1:31,4%
Effetto Laffer al governo! [1] O forse no.
La reputazione di assennatezza del Washington Post viene usata come una piattaforma per allusioni deliberatamente ingannevoli, con qualche semplice vecchia falsità aggiunta per buona misura?
[1] Arthur Laffer in quegli anni era un economista docente alla Università della California del Sud e pare che fosse stato l’ispiratore della politica fiscale di Reagan, al quale, secondo la leggenda, mostrò la “curva” sulla imposizione fiscale per la quale era diventato famoso, disegnandola su un foglietto in un ristorante. “Roolz” è una espressione gergale che sta per “rules” (ovvero: “Laffer governa”).
dicembre 27, 2014
Dec 27 9:12 am
Hmm. For a moment there I thought David Beckworth and I had reached a common understanding of the role and limitations of monetary policy at the zero lower bound. Leave aside Fed purchases of unconventional assets; we agree, I think, that conventional open-market operations are ineffectual in a liquidity trap unless the increase in the monetary base is perceived as permanent. As I explained, that’s why I pushed for a fiscal response in 2009; I didn’t believe that the Fed was ready to make a credible announcement of a regime change, so I didn’t believe monetary policy could get much traction.
But now Beckworth argues that the same logic means that fiscal policy would be ineffective too absent regime change. I think this is wrong, and would urge him to reconsider.
Beckworth:
But why do we think that fiscal policy would work any better given the Fed’s dedication to its low inflation target? For example, if the U.S. Treasury Department sent $5000 checks to every household and if they began to spend it as many helicopter drop advocates claim they would, then we would begin to see inflation go up. And at that point the Fed would tighten policy and snuff out the recovery. The response from the ECB to a similar helicopter drop in the Eurozone would be even more forceful.
OK, let’s think about this. What Beckworth seems to be saying is that the Fed and the ECB are at their inflation target, and would therefore tighten policy if the economy were to expand and inflation to rise. But they aren’t at their inflation targets! The Fed has been below target for a number of quarters; the ECB is way below target. And don’t say that the failure to raise inflation rates shows that they must be happy with where they are. The whole point of our previous discussion has been that monetary policy is ineffective under zero-interest conditions unless you are willing to change regimes, that is, accept higher inflation over a fairly long period. If you aren’t willing to do that, the central bank loses traction today and is unable to correct low inflation.
It seems to me that we’re seeing some backsliding here into the notion that the central bank can always hit whatever nominal GDP target it wants. No, it can’t, unless it is willing to make a long-term regime change.
Wait, there’s more. Even if the Fed or the ECB did for some reason tighten in the face of fiscal expansion, it would be a temporary tightening — and I thought we’d just agreed that temporary monetary changes don’t matter at the ZLB.
So I think the logic is all wrong here. Monetary policy at the ZLB requires a perceived regime change to be effective, fiscal policy doesn’t — in fact, fiscal policy works better if people believe that it’s temporary, and will end when the economy recovers.
I’m willing to concede that the politics of fiscal policy have proved worse than I could have imagined. But that’s a very different issue.
Ancora sulla politica della spesa pubblica [1] al livello inferiore dello zero
Uhm. Ad un certo punto, per un momento avevo pensato che David Beckworth ed io avessimo raggiunto una intesa sul ruolo e sui limiti della politica monetaria al livello inferiore dello zero (dei tassi di interesse). Lasciamo da parte gli acquisti da parte della Fed di asset non convenzionali; siamo d’accordo, credo, che le operazioni convenzionali a mercato aperto sono inefficaci in una trappola di liquidità, a meno che l’incremento nella base monetaria sia percepito come permanente. Come ho spiegato, quella era la ragione per la quale spingevo per una risposta in termini di spesa pubblica nel 2009; non credevo che la Fed fosse capace di avanzare un annuncio credibile di cambiamento del programma di fondo, di conseguenza non credevo che la politica monetaria potesse ottenere molta trazione.
Ma ora Beckworth sostiene che la stessa logica comporta che anche una politica che utilizzi lo strumento della finanza pubblica sarebbe inefficace in assenza di un cambiamento del programma di fondo. Penso che questo sia sbagliato e vorrei spingerlo ad una riconsiderazione.
Scrive Beckworth:
“Ma perché dobbiamo pensare che la politica della spesa pubblica funzionerebbe un po’ meglio, considerato l’impegno della Fed sul suo obbiettivo di bassa inflazione? Per esempio, se il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti avesse spedito assegni da 5000 dollari a tutti i proprietari di case ed essi avessero cominciato a spenderli come molti sostenitori della distribuzione dei soldi dagli elicotteri [2] sostengono che farebbero, allora avremmo cominciato a vedere l’inflazione salire. E a quel punto la Fed avrebbe provocato una restrizione e spento la ripresa. La risposta della BCE ad una tale ‘distribuzione dagli elicotteri’ sarebbe stata anche più energica.”
Va bene, riflettiamoci. Quello che Beckworth sembra stia dicendo è che la Fed e la BCE sono al loro livello di inflazione desiderato, e di conseguenza restringerebbero la loro politica se l’economia stesse per espandersi e l’inflazione stesse per salire. Ma esse non sono ai loro livelli obbiettivo! La Fed è stata sotto l’obbiettivo per un certo numero di trimestri; la BCE è assai al di sotto dell’obbiettivo. E non si dica che l’incapacità ad elevare i tassi di inflazione mostra che devono accontentarsi di quello che hanno. Il punto di fondo della nostra precedente discussione è stato che la politica monetaria è inefficace al di sotto di un interesse zero a meno che non si sia disponibili a modificare il programma di fondo, vale a dire ad accettare una inflazione più elevata per un periodo discretamente lungo. Se non si è disponibili a ciò, la banca centrale perde trazione nell’immediato ed è incapace di correggere la bassa inflazione.
In questo modo, a me sembra che stiamo assistendo ad una sorta di scivolamento all’indietro al concetto secondo il quale la banca centrale può sempre raggiungere l’obbiettivo di PIL nominale che desidera. No, non può, a meno che non sia intenzionata ad operare un mutamento di lungo periodo nel suo programma fondamentale.
Un momento, c’è di più. Anche se la Fed per qualche ragione operasse una restrizione a fronte di una espansione della finanza pubblica, sarebbe un restrizione temporanea – ed io pensavo che avessimo precisamente convenuto che cambiamenti monetari temporanei sono inefficaci, al livello inferiore dello zero.
Dunque, penso che in questo caso la logica sia del tutto sbagliata. La politica monetaria in condizioni di livello inferiore dello zero richiede che il cambiamento del programma di fondo sia percepito come efficace, la politica della spesa pubblica non lo richiede – di fatto, la politica affidata alla finanza pubblica funziona meglio se le persone credono che sia temporanea, e che finirà quando l’economia si riprende.
Sono disponibile ad ammettere che la politica dell’uso della finanza pubblica si sia mostrata peggiore di quello che potevo immaginare. Ma questa è tutt’altra questione.
[1] Sulla ragione per la quale traduco il termine “fiscal con “relativo alla finanza pubblica”, oppure, quando il significato più diretto è quello, “della spesa pubblica” si veda alle note sulla traduzione.
[2] L’immagine paradossale, ma non del tutto, venne per primo usata dall’economista Milton Friedman, ed era una semplificazione dell’idea monetarista secondo la quale un incremento della base finanziaria, addirittura ottenuto con la distribuzione gratuita di valore monetario, avrebbe l’effetto di contrastare la deflazione.
dicembre 27, 2014
Dec 27 8:54 am
Brad DeLong, who has been doing great World War II blogging, tells us that today is the 60th anniversary of FDR’s seizure of Montgomery Ward, the once-ubiquitous catalogue and retail operation whose chairman refused to comply with wartime labor agreements. It’s a fascinating story.
But why did Montgomery Ward ultimately disappear from the scene? It wasn’t the wartime obstructionism; it was bad macroeconomics. As the Times report on the final demise put it,
Retail historians date the start of [Montgomery Ward’s] decline to the postwar boom of the 1950’s, when its rival, Sears, Roebuck & Company, moved aggressively into the then nascent suburbs, while Ward, under the steely leadership of its then chief executive, Sewell Avery, hoarded cash and waited for a second Great Depression.
Or to put it a bit differently, Avery was a firm believer in secular stagnation, and a firm disbeliever in the ability of policymakers to do anything about it.
One interesting point here is that in the 1950s right-wingers like Avery didn’t necessarily believe that big government leads to hyperinflation; he seems to have believed that it would cause deflation instead.
Anyway, an interesting tale. In many ways, the history of Montgomery Ward from the late 19th to the mid-20th centuries is the story of America.
La caduta della Montgomery Ward
Brad DeLong, che sta usando in modo egregio il suo blog sui temi della Seconda Guerra Mondiale, ci ricorda che oggi è il sessantesimo anniversario del sequestro da parte di Franklin Delano Roosevelt della Montgomery Ward [1], il catalogo un tempo onnipresente e l’operazione di commercio al dettaglio che aveva per Presidente un personaggio che si rifiutò di applicare gli accordi sul lavoro del tempo di guerra. E’ una storia affascinante.
Ma perché alla fine la Montgomery Ward scomparve dalla scena? Non si trattò di ostruzionismo in tempo di guerra; si trattò di cattiva macroeconomia. Come spiega il resoconto del Times sulla caduta finale:
“Gli storici del commercio al dettaglio datano l’inizio del declino (della Montgomery Ward) al boom postbellico degli anni ’50, quando le sue rivali, Sears, Roebuck & Company, si spostarono aggressivamente nei quartieri periferici, mentre la Ward, sotto la guida dura come l’acciaio di Sewell Avery, allora suo amministratore delegato, accumulava contante nell’attesa di una seconda Grande Depressione.”
O, per dirla diversamente, Avery era un fermo credente nella stagnazione secolare, e diffidava altrettanto fermamente nella capacità degli uomini politici di fare niente al riguardo.
Un aspetto interessante è che le persone di destra come Avery, negli anni ’50, non credevano che il Governo portasse necessariamente alla iperinflazione; pare che lui credesse che piuttosto avrebbe provocato la deflazione.
In ogni caso, un racconto interessante, la storia di Montgomery Ward dalla fine del Diciannovesimo Secolo alla metà del Ventesimo è la storia dell’America.
[1] Il sequestro della compagnia Montgomery Ward – che era guidata da Sewell Avery – avvenne per il reiterato rifiuto del suo padrone di applicare i contratti di lavoro concordati tra le parti in tempo di guerra. Tali accordi avevano forza di legge, principalmente allo scopo di impedire chiusure e tensioni che avrebbero avuto conseguenze negative sui rifornimenti dell’esercito americano e degli alleati. La società forniva un po’ di tutto all’esercito, da componenti di trattori ed autoveicoli a generi di abbigliamento. Il 27 dicembre del 1944, stanco del rifiuto a rispettare le norme da parte di Avery, Roosevelt decise il sequestro di tutti gli impianti, negli Stati di New York, del Michigan, della California, dell’Illinois, del Colorado e dell’Oregon.
dicembre 26, 2014
Dec 26 3:39 pm
Mark Thoma — still the one place you should go every day if you want to keep in touch with the ongoing economics discussion — links to Martin Feldstein’s latest on macroeconomic policy, and editorializes with one word: “Wow”.
I’m wowed too.
Feldstein is a permahawk; he has been warning that the Fed’s policies are dangerously inflationary since early 2009. In his latest, however, inflation has vanished from the argument — yet he still insists that quantitative easing is bad, bad, bad. And to replace it he suggests an elaborate system of cyclically varying taxes, with tax breaks for investment when the economy is depressed that will be withdrawn when it recovers.
It’s a remarkable scheme for a conservative, of all people, to propose; it involves the government trying to muck around with private incentives on a regular basis, with lots of intrusive behavior — we’ll reward some kinds of spending, but not others — and obvious opportunities for gaming the system that would promote a lot of employment among tax lawyers. Also, one of Feldstein’s long-standing arguments about what’s wrong with quantitative easing is that we can’t trust the Fed to withdraw it when it’s no longer needed. Um, and we can count on Congress to withdraw tax breaks for corporations promptly when the macroeconomic justification has ended? The mind reels.
The really remarkable thing, however, is that the animus against QE remains even though the alleged reason for that animus has evaporated. True, Feldstein makes some vague claims about distorted incentives and reaching for yield; it always amazes me how ready conservatives are to assert that investors and markets are irrational when it serves their agenda. But basically at this point the case against QE is levitating in thin air; it was built on a foundation of inflation fears, but is still hovering there now that those fears have been sent down the memory hole.
It’s a very peculiar thing.
Levitazione quantitativa
Mark Thoma – ancora il luogo (blog) nel quale si dovrebbe andare ogni giorno se si vuole restare in collegamento con il dibattito economico in corso – offre la connessione con l’ultimo articolo di Martin Feldstein sulla politica macroeconomica, e lo pubblica con una parola: “Perdinci!”.
E anch’io dico: “perdinci!”.
Feldstein è un falco della prim’ora; ammoniva che le politiche della Fed erano pericolosamente inflazionistiche sin dagli inizi del 2009. Da ultimo, tuttavia, l’inflazione è svanita nella sua argomentazione – tuttavia, insiste ancora che la facilitazione quantitativa è negativa, negativissima. E in cambio di essa suggerisce un elaborato sistema di tasse ciclicamente variabili, con sgravi fiscali per gli investimenti quando l’economia è depressa che sarebbero ritirati al momento della ripresa.
E’ uno schema rilevante come proposta, in particolare, di un conservatore; riguarda il tentativo con il quale un Governo dovrebbe giocherellare con incentivi privati con modalità regolari, con una quantità di comportamenti intrusivi – si premierebbero alcuni generi di spesa, ma non altri – ed evidenti opportunità di scommettere su un sistema che creerebbero molta occupazione tra i legali che si occupano di fisco. Inoltre, uno degli argomenti di vecchia data su ciò che è sbagliato nella facilitazione quantitativa è che non si può aver fiducia nel ritiro di essa da parte della Fed, allorquando non sarà più necessaria. Uhm, e possiamo aver fiducia che il Congresso ritiri gli sgravi fiscali per le società con prontezza, quando la giustificazione macroeconomica sia esaurita? Vengono le vertigini.
La cosa realmente rilevante, tuttavia, è che l’animosità contro la facilitazione quantitativa resta immutata anche se la supposta ragione di quella animosità è svanita. E’ vero, Feldstein avanza qualche vago argomento sugli incentivi distorti e sul conseguimento del rendimento; mi stupisce sempre con quanta prontezza i conservatori asseriscono che gli investitori ed i mercati sono irrazionali, quando fa comodo ai loro programmi. Ma, a questo punto, fondamentalmente l’argomento contro la facilitazione quantitativa si è innalzato nell’aria pura; era costruito sul fondamento delle paure dell’inflazione, ma sta ancora volteggiando lassù, adesso che le paure sono state rinchiuse in un buco della memoria.
Una cosa davvero bizzarra.
dicembre 26, 2014
Dec 26 3:23 pm
Economists use a lot of jargon, and rightly so. When an economist refers to comparative advantage, or total factor productivity, or the neutrality of money, etc., she or he is using that phrase to refer to a concept developed over decades of discussion and debate; trying to spell that out in plain English every time you invoke the concept would be a huge waste of time, and would introduce much potential for confusion too.
Yet jargon has its own dangers, most notably the dangers that it will be used in aid of pomposity, and/or that jargon misapplied will add to confusion rather than clarity.
So I read George Magnus’s piece on China’s “structural deflation”, and while it’s innocent of pomposity, I worry that it suffers from the second sin. What, after all, does Magnus mean here by “structural”? In this context, I do not think that word means what he thinks it means.
Normally, what we mean by “structural” — usually as opposed to “cyclical” — is “something that can’t be cured with higher demand”. Structural unemployment is unemployment due to a mismatch between skills and what employers need, or bad institutions, or something, which makes an economy inflation-prone even at fairly high unemployment rates.
Now, there used to be a Latin American school of thought which saw inflation as structural, but I don’t think it ever made much sense. And I really don’t think structural deflation is at all a useful turn of phrase.
Suppose China had entered its recent slowdown with 20 percent inflation, and with everyone in China expecting inflation to remain at 20 percent. Would China have had any problem avoiding deflation? Surely not: simply by cutting nominal interest rates, the central bank would have been able to cut real rates all the way to minus 20 percent if it wanted, surely enough to overheat any economy.
So what is Magnus talking about here? I think he’s actually arguing that China requires a substantially negative real interest rate to achieve full employment. This doesn’t mandate deflation; it does, however, mean that low inflation is unsustainable, because demand will fall short, and the economy will tend toward deflation. This is pretty much what we mean by secular stagnation; calling it structural deflation just muddies the issue.
And that’s too bad, because I agree with a lot of what Magnus says. Still, somebody has to act as the jargon police, and if not me, who?
Confusione strutturale
Gli economisti usano un bel po’ di espressioni gergali, comprensibilmente. Quando un economista si riferisce al vantaggio comparativo, o alla produttività totale per fattore, o alla neutralità della moneta etc., sta usando quella frase per riferirsi ad un concetto sviluppatosi in decenni di spiegazioni e di discussioni; cerca di scandirlo in un lingua comprensibile ogni volta che riferirsi a quel concetto sarebbe una grande perdita di tempo, ed introdurrebbe anche un grande rischio di confusione.
Tuttavia il gergo ha i suoi pericoli, in specie i pericoli che potrebbero essere usati a sostegno della pomposità, oppure quello per il quale una cattiva applicazione del gergo aggiungerà confusione anziché chiarezza.
Così ho letto l’articolo di George Magnus sulla “deflazione strutturale” della Cina, e mentre esso è innocente quanto a pomposità, temo che soffra del secondo peccato. Dopo tutto, cosa Magnus intende in questo caso con “strutturale”? In questo contesto, non penso che la parola significhi quello che lui ritiene.
Normalmente, quello che intendiamo per “strutturale” – normalmente all’opposto di “ciclico” – è “qualcosa che non si può curare con una domanda più elevata”. La disoccupazione strutturale è una disoccupazione che deriva da un disaccoppiamento tra competenze date e quello di cui i datori di lavoro hanno bisogno, oppure da istituti negativi, o da qualcosa che rende una economia incline all’inflazione anche a tassi discretamente elevati di disoccupazione.
Ora, esisteva un scuola di pensiero latino-americana che considerava l’inflazione come strutturale, ma non penso che sia mai stato molto sensato. E davvero non penso che ‘deflazione strutturale’ sia una versione di tale frase affatto utile.
Supponiamo che la Cina fosse entrata nel recente rallentamento con una inflazione al 20 per cento, e che tutti in Cina si aspettino che l’inflazione resti al 20 per cento. Avrebbe avuto qualche problema la Cina ad evitare la deflazione? Certamente no: semplicemente tagliando i tassi di interesse nominali, la banca centrale, se avesse voluto, avrebbe avuto la possibilità di tagliare i tassi reali proprio sino a meno il 20 per cento, certamente abbastanza per surriscaldare ogni economia.
Dunque, di cosa sta parlando Magnus in questo caso? Penso che egli in verità stia sostenendo che la Cina ha bisogno di una tasso di interesse reale negativo per ottenere la piena occupazione. Questo non esige la deflazione; tuttavia significa che per davvero la bassa inflazione è insostenibile, perché la domanda non sarà alla altezza, e l’economia tenderà verso la deflazione. Questo è grosso modo quello che noi intendiamo con stagnazione secolare; chiamarla deflazione strutturale confonde la questione.
E questo è proprio spiacevole, perché io sono d’accordo con molte delle cose che Magnus dice. Eppure, qualcuno deve pur fare il lavoro di poliziotto del gergo, e se non io, chi?
dicembre 26, 2014
December 26, 2014 11:08 am
Robert Waldmann is shocked, shocked, to find conservative economists not doing their homework:
Even now, I am shocked that economists didn’t bother to look up the data on FRED before making nonsensical claims of fact.
I’m shocked that he’s shocked.
Waldmann’s issue is the relationship between government spending and growth in recent years, which everyone on the right knows has been negative, but is actually positive. Why, he asks, didn’t they look up the data — which takes only a few seconds on FRED — before making their claims?
But this is typical; it applies to issues across the board. The same people know that growth has been much faster since financial deregulation and the Reagan tax cuts, except that it hasn’t; they know that Reagan was the only president to oversee the creation of millions of jobs, because there never was a Clinton boom; they know that there has been unprecedented growth in government spending under Obama, when the reality is the opposite. At this point you shouldn’t be surprised.
Still, why this failure to do even the simplest homework? In general, people on the right seem to do economic history (and probably history in general) using the principle of 1066 And All That: “history is what you remember”, often what you sort of think you remember. They hear everyone around them saying stuff, repeat it, and that becomes what everyone knows; the idea of checking the facts themselves never seems to arise, indeed is almost anathema. I’ve had conversations in which people belligerently assert “I’m not impressed by your charts — you’ll never convince me that government spending has fallen under Obama.” Don’t bother me with facts!
But why this attitude? Mainly, I suppose, it’s the epistemic closure that comes from serving the interests of big money. There’s a world of think tanks that don’t want too much thinking, partisan media that don’t do fact-checking, and for that matter professional journals that erect high barriers against anything even vaguely Keynesian while uncritically publishing new classical stuff.
There’s also a more specific, wonkish issue. New classical macroeconomics decisively failed the reality test in the early 1980s, but rather than accepting this result, that camp rejected empirical testing. Instead, “empirical” work consisted of “calibrating” models to fit (some of) the data, using ever more abstruse techniques. One result, I suspect, was that conservative economists got out of the habit of looking at raw data; they could tell you about the moments of the distribution, but if you asked them what happened to unemployment and inflation between 1979 and 1989 they probably had no idea.
I will say, by the way, that writing for the Times — and especially doing so in the face of so much right-wing animosity — has been a useful discipline. In general, the Times maintains standards for fact-checking — and for explicit corrections when you get it wrong — that nobody else seems to. And I am especially careful, because so many people are gunning for me. So every assertion of fact in my columns does come with a source, usually visible in the links embedded in the online version. Oh, and for the haters: saying something that doesn’t match your opinion is not an error of fact.
But all this only proves my depravity. After all, the facts have a well-known liberal bias.
Il 1980 e tutto il resto
Robert Waldmann [1] è meravigliato, meravigliato di scoprire che gli economisti conservatori non si preparano sui loro argomenti:
“Anche a questo punto, sono colpito che economisti non si curino di osservare le statistiche sul data-base della Fed, prima di avanzare affermazioni di fatto prive di logica”.
Io sono sorpreso che lui sia sorpreso.
Il tema di Waldmann è la relazione tra spesa pubblica e crescita negli anni recenti, che tutti a destra sanno essere stata negativa, ma per la verità è stata positiva. Perché, si chiede, non danno un’occhiata ai dati – la qualcosa richiede pochi secondi sul data-base della Fed – prima di avanzare le loro tesi?
Ma questo è tipico: si applica a tematiche le più svariate. Le stesse persone sanno che la crescita è stata molto più veloce dopo la deregolamentazione finanziaria e gli sgravi fiscali di Reagan, salvo che non è così; essi sanno che Ronald Reagan fu l’unico Presidente a governare nel contesto di una creazione di milioni di posti di lavoro, perché non ci fu mai un boom nell’epoca di Clinton; sanno che c’è stata una crescita senza precedenti nella spesa pubblica con Obama, quando la realtà è quella opposta. A questo punto non si dovrebbe essere sorpresi.
Eppure, perché questa incapacità di fare persino i più semplici compiti a casa? In generale, le persone di destra sembrano fare la storia economica (e probabilmente la storia in generale) applicando il principio del “1066 e tutto il resto” [2]: “la storia è quanto si ricorda”, spesso quello che in qualche modo si pensa di ricordare. Essi sentono dire in giro da tutti certe cose, le ripetono e quello diventa ciò che tutti sanno; l’idea stessa di controllare i fatti non sembra mai comparire, in sostanza è una specie di bestemmia. Ho avuto conversazioni nelle quali individui aggressivamente asserivano: “Non mi fanno impressione i tuoi diagrammi – non mi convincerai mai che la spesa pubblica è caduta sotto Obama”. Non infastiditemi con i fatti!
Perché questa tendenza? Suppongo che principalmente si tratti della chiusura epistemica che deriva dal servire gli interessi delle grandi ricchezze. C’è un mondo di gruppi di ricerca che non vuole pensar troppo, media faziosi che non fanno alcuna verifica dei fatti, e per la stessa ragione riviste professionali che erigono alte barriere contro ogni cosa che sia anche vagamente keynesiano, nel mentre pubblicano acriticamente roba neo classica.
C’è anche un tema più specifico, per esperti. La macroeconomia neo classica decisamente non ha superato il test di realtà degli inizi degli anni ’80, ma piuttosto che prendere atto di questo risultato, quel settore ha rigettato il metodo delle prove empiriche. Invece, il lavoro ‘empirico’ è consistito nell’adattare (un po’) i dati, utilizzando tecniche sempre più astruse. Ho il sospetto che il risultato sia stato che gli economisti conservatori hanno perso l’abitudine di osservare i dati elementari; potrebbero parlarvi sui vari passaggi della distribuzione, ma se chiedeste loro cosa accadde alla disoccupazione e all’inflazione tra il 1979 ed il 1989, probabilmente non ne avrebbero idea.
Per inciso, devo dire che scrivere per il Times – e in particolare farlo a fronte di tanta animosità della destra – è stata una disciplina utile. In generale, il Times mantiene livelli standard che nessun altro sembra mantenere quanto a controllo dei fatti, e quanto ad esplicite correzioni ogni volta che si fanno sbagli. Ed io sono particolarmente scrupoloso, perché c’è tanta gente in giro pronta a impallinarmi. Cosicché ogni riferimento ad un fatto nei miei articoli compare assieme ad una fonte, normalmente visibile nelle correzioni inserite nella versione online. Inoltre, destinato in particolare agli amanti delle risse: dire qualcosa che non corrisponde alla vostra opinione non è un errore fattuale.
Ma sono cose che provano soltanto la mia depravazione. Dopo tutto, i fatti hanno una ben nota tendenza progressista.
[1] Economista statunitense che, se la ricerca è giusta, parrebbe anche esperto di tematiche sanitarie (laureato in biologia, ha pubblicato lavori sulla mortalità infantile, assieme ad analisi economiche in collaborazione con J. Bradford DeLong e Lawrence Summer), nonché parrebbe docente all’Università di Roma – Tor Vergata.
[2] Pare sia un libro satirico sulla storia degli Scozzesi.
dicembre 23, 2014
Dec 23 10:19 am
David Beckworth has a good post pointing out that the Fed has been signaling all along that the big expansion in the monetary base is a temporary measure, to be withdrawn when the economy improves. And he argues that this vitiates the effectiveness of quantitative easing, citing many others with the same view. My only small peeve is that you might not realize from his list that I made this point sixteen years ago, which I think lets me claim dibs. Yes, I’m turning into one of those crotchety old economists who says in response to anything, “It’s trivial, it’s wrong, and I said it decades ago.”
Beckworth offers as an example of how it should be FDR’s exit from the gold standard, which was expected to — and actually did — signal a permanent increase in the monetary base. Indeed, if you want to get monetary traction at the zero lower bound, that’s how to do it.
The point, however, is that this says that effective monetary policy in a liquidity trap requires both an actual and a perceived regime change, and that’s very hard to engineer. Japan may be pulling it off now, but only after 15 years of deflation — and even so the achievement is very fragile, vulnerable to fiscal tightening. Was there ever a realistic possibility of getting that in America, this time around?
I wrote about this back in 2011, explaining why I devoted my efforts in 2009 to pushing for fiscal stimulus. It seemed obvious to me that the Fed viewed the crisis as temporary, and was just not going to be willing (or even able) to commit to a permanent change in policy, especially with all the sniping it faced from the right. And that’s still true now, even after six years at the zero lower bound.
This is why I get annoyed with statements along the lines of “the Fed has pursued a tight-money policy”. We can argue about definitions, but that doesn’t get very well at the reality, which is “The Fed hasn’t been willing to commit to a permanent regime change in the face of what it considers a temporary problem.” And even if it had been willing to make that commitment, would people have believed it, enough to get the desired results?
The point is that going off the gold standard isn’t something you get to do very often. And anything non-gold — anything that isn’t the moral equivalent of that departure — is likely to be, and be seen as, ephemeral.
Niente è stabile in modo paragonabile all’abbandono dell’oro [1]
David Beckworth pubblica un buon pezzo con il quale mette in evidenza che la Fed è venuta segnalando sin dall’inizio che la grande espansione della base monetaria è una misura temporanea, da eliminare al momento in cui l’economia migliori. E sostiene che questo invalida l’efficacia della ‘facilitazione quantitativa’, citando molti altri che hanno espresso lo stesso punto di vista. Il mio solo piccolo fastidio è che dalla sua lista potreste non comprendere che io avanzai tale osservazione sedici anni orsono, la qualcosa penso mi valga un qualche diritto di prelazione. E’ così: mi sto trasformando in uno di quei vecchi economisti permalosi che, in risposta a tutto, dicono: “E’ banale, è sbagliato, e l’ho detto decenni orsono”.
Beckworth offre, come esempio di come avrebbe dovuto essere, l’uscita di Franklin Delano Roosevelt dal gold standard, che era attesa come un segnale di incremento permanente nella base monetaria, ed effettivamente fu tale. In effetti, se volete ottenere una trazione monetaria al livello inferiore dello zero (dei tassi di interesse), quello è il modo di farlo.
Il punto, tuttavia, è che questo dice che una efficace politica monetaria in una trappola di liquidità richiede un cambiamento di regime sia effettivo che percepito tale, e questo è difficile da congegnare. Forse il Giappone sta oggi riuscendoci, ma solo dopo 15 anni di deflazione – ed anche così il risultato è molto fragile, vulnerabile ad una restrizione della finanza pubblica. C’è mai stata, in questa occasione, la possibilità realistica di ottenere una cosa del genere in America?
Scrissi a questo proposito nel passato 2011, spiegando perché nel 2009 avevo indirizzato i miei sforzi a spingere per misure di sostegno della spesa pubblica. Mi sembrava evidente che la Fed considerasse la crisi come temporanea, e non si indirizzava proprio ad avere la volontà (o anche la capacità) di impegnarsi in un cambiamento permanente della politica, in particolare con tutta quell’opera di cecchinaggio proveniente dalla destra che si trovava a fronteggiare. E ciò è ancora vera oggi, persino dopo sei anni al limite inferiore dello zero.
Questa è la ragione per la quale ero infastidito dalle dichiarazioni del genere “la Fed ha perseguito una politica di restrizione monetaria”. Possiamo disputare sulle definizioni, ma quella non si attaglia affatto bene alla realtà, che è “la Fed non ha intenzione di impegnarsi in un cambiamento permanente di regime a fronte di quello che considera una problema temporaneo”. E persino se avesse avuto voglia di far proprio quell’impegno, la gente ci avrebbe creduto abbastanza da ottenere i risultati sperati?
Il punto è che uscire dal gold standard non è qualcosa che capita molto spesso. E tutto quello che è diverso dall’oro – tutto quello che non è l’equivalente morale di quell’abbandono – è probabile che sia effimero, e sia considerato tale.
[1] Ovviamente è una traduzione ‘libera’, ma il senso del post – vedi le conclusioni – mi pare quello.
dicembre 23, 2014
Dec 23 9:51 am
OK, that was a seriously impressive GDP report — 5 percent growth rate, and it’s all final demand rather than an inventory bounce. But what does it mean?
It does not necessarily mean that now is the time to tighten; that depends mainly on how far we still are from target employment and inflation, not on how fast we’re growing. Remember, the US economy grew 10 percent in 1934, which didn’t mean that the Depression was anywhere near over. With inflation still low and not accelerating, this report at most suggests that the Fed might get there a bit sooner than previously expected. It’s interesting to note that the bond market seems quite unimpressed, with only a slight uptick in long-term rates.
What the report should do, however, is further discredit the “Ma, he’s looking at me funny!” theory of the Obama economy. Remember, we were supposed to be having the worst recovery ever because Obama was a Kenyan socialist who scared businessmen. Actually, it’s a better recovery than the alleged Bush boom – and what’s really striking, as you can see from the chart, is how strong nonresidential investment — essentially, business investment — has been; all the weakness has been in housing.
Of course, you can count on hearing, any minute now, from people claiming that the numbers are cooked — we really have plunging output and double-digit inflation, plus they’re stealing our precious bodily fluids.
Cosa significa quel 5 per cento
D’accordo, è stato un rapporto sul PIL seriamente impressionante – un tasso di crescita del 5 per cento, e tutto relativo a domanda finale piuttosto che ad un rimbalzo nelle scorte. Ma cosa significa?
Non significa necessariamente che è il tempo di una restrizione; che principalmente dipende da quanto siamo ancora lontani dagli obbiettivi di occupazione e di inflazione, non da quanto stiamo crescendo rapidamente. Si ricordi, l’economia statunitense crebbe del 10 per cento nel 1934, il che non significava che la Depressione fosse in qualche modo vicina ad essere superata. Con l’inflazione ancora bassa e che non sta accelerando, questo rapporto al massimo indica che la Fed potrebbe arrivarci un po’ più rapidamente di quanto non ci si aspettava in precedenza. E’ interessante notare che il mercato dei bond sembra abbastanza non impressionato, mostrando soltanto un leggere ritocco mei tassi a lungo termine.
Quello che il rapporto dovrebbe fare, tuttavia, è portare ulteriore discredito alla teoria secondo la quale l’economia sotto Obama è sintetizzabile nella battuta: “Mamma, mi guarda male!” [1]. Si ricordi, si era ipotizzato che la ripresa peggiore tra tutte era stata provocata dal fatto che Obama era un socialista proveniente dal Kenya che metteva paura all’ambiente delle imprese. Per la verità, si tratta di una ripresa migliore del preteso boom di Bush – e quello che è realmente impressionante, come potete cedere dal diagramma, è quanto sia stato forte l’investimento non residenziale – sostanzialmente, l’investimento delle imprese; tutta la debolezza è stata nel settore immobiliare.
Naturalmente, potete far conto di sentir dire, d’ora in avanti, da parte delle persone che sostengono che i dati vengono falsificati – in realtà abbiamo la produzione che crolla e l’inflazione a due cifre, in aggiunta ci stanno derubando dei nostri preziosi fluidi vitali.
[1] Da tempo Krugman ironizza sulla pretesa degli ambienti conservatori americani, secondo la quale la lentezza della ripresa degli USA dipendeva tutta da alcune espressioni irrispettose che Obama aveva dedicato a settori della finanza. Obama si era limitato a dire che alcuni ambienti di Wall Street avevano avuto qualche responsabilità nella crisi finanziaria.
dicembre 20, 2014
December 20, 2014 1:12 pm Email
Simon Wren-Lewis, not surprisingly, gets my motivation in writing down an intertemporal-maximization model of the liquidity trap right; although originally, back in 1998, I wasn’t arguing with the market monetarists — I was arguing to some extent with old-fashioned monetarists, and to a larger extent with myself, trying to figure out how to think about this thing.
And I think there’s a larger, vaguer point about how to do economics here.
Where I came in was with the question — for Japan in the 90s, for most of the advanced world now — of whether the central bank can boost the economy simply by “printing money” when short-term interest rates are near zero. IS-LM analysis says no; but there were and still are many economists insisting that this conclusion can’t be right, that basic monetary economics says that increasing the money supply always raises prices in the long run and output in the short run if prices are sticky. And IS-LM is, after all, an ad hoc model that isn’t careful about budget constraints or expectations, so surely the notion of a liquidity trap would go away if you did it right.
I actually believed this myself. But unlike most of the people who say things like this, I actually set out to “do it right”– that is, write down an explicit model, as simple as possible, that didn’t fudge the budget constraints or the role of expectations. And what it told me was that the claim that monetary expansion always “works” is wrong.
The force of this conclusion does not depend on the little model being realistic — after all, the claim was that doing it right would show that the liquidity trap was a myth, so if even a simple, unrealistic model said otherwise, that was enough to prove the claim wrong.
Now, you might argue for the effectiveness of monetary policy at the zero lower bound by appealing to some kind of friction — imperfect capital markets, bounded rationality, something. OK, go ahead and explain to me how that works. The point, however, is that most ZLB denial does not, in fact, rest on a sophisticated argument about frictions; it relies, again, on the assertion that we “know” that money has to be effective, that this is a fundamental proposition. And this turns out to be false, just like the proposition that with rational expectations fiscal stimulus must always crowd out private spending.
Alternatively, you could argue that experience shows that monetary expansion is effective even at the zero lower bound. Again, however, ZLB denial does not rest on empirical evidence; it’s supposed to rest on fundamental economics that turns out not to be fundamental at all. And the empirical evidence actually goes the other way. Even in 1998 I could appeal to lessons from the 1930s; today we have lots more evidence, and it all looks like this:
So if you are convinced that monetary expansion must work, please tell me why. Don’t push words around; as I said, you’re probably engaged in deceptive word games, even if that’s not your intention. Give me a careful analysis of what people are doing, and how the frictions, whatever they are, cause the basic result of monetary impotence to go away.
Now, about the broader and vaguer implications: I don’t think of this story as a demonstration that a New Keynesian approach is superior to IS-LM. After all, what it ended up doing was confirming that IS-LM got it right. And look, people don’t actually engage in the kind of optimization NK models assume. Much of the time — and I know Simon and I aren’t in full agreement here — I think ad hoc, IS-LMish models are better for a first cut: they’re easier to work with, and I see no compelling evidence that fancier intertemporal approaches provide a better picture of reality.
Still, when I am making a policy argument using IS-LM, especially if it’s at odds with conventional policy wisdom, I like to cross-check it against an NK approach, to see if I can get a similar result. It’s just a way of kicking the tires, of increasing the odds that I’m really talking sense. And I also want to cross-check all the theoretical arguments, Hicksian or New Keynesian, against whatever evidence I can scare up.
All of this is a lot more work than, say, intoning solemnly about the dangers of a debased currency, or even than pointing to nominal GDP and asserting that the Fed could have achieved a different result if only it wanted to. But as Keynes said, economics is a difficult and technical subject, though no one will believe it.
Maggiori meta modelli nella macroeconomia
Simon Wren-Lewis, non ne sono sorpreso, utilizza la mia motivazione nel tirar giù un modello di massimizzazione intertemporale della trappola di liquidità; sebbene all’origine, nel passato 1998, io non stavo discutendo con i monetaristi di mercato – in una certo senso mi stavo confrontando con i monetaristi vecchia maniera, ed in larga misura con me stesso, cercando di immaginare come riflettere su questo tema.
E in questo caso, io penso che ci sia un più ampio e più indistinto aspetto su come fare macroeconomia.
Il punto in cui mi imbattei venne a seguito della domanda – per il Giappone negli anni ’90, per gran parte del mondo avanzato oggi – se la banca centrale possa incoraggiare l’economia semplicemente “stampando moneta” quando i tassi di interesse sul breve termine sono vicini allo zero. L’analisi IS-LM dice di no; ma ci sono stati ed ancora ci sono molti economisti che sostengono che questa conclusione non può essere giusta, che l’economia monetaria di base dice che accrescere l’offerta di moneta aumenta sempre o prezzi del lungo periodo e la produzione nel breve periodo, se i prezzi sono vischiosi. E lo IS-LM, dopo tutto, è un modello ad hoc che non è scrupoloso quanto ai limiti di bilancio o alle aspettative, cosicché il concetto di trappola di liquidità certamente uscirebbe di scena se si facessero le cose in modo corretto.
Per la verità io stesso la pensavo in questo modo. Ma diversamente dalla maggior parte delle persone che dicono cose come questa, mi prefissi di “farlo in modo corretto” – ovvero, di metter giù un esplicito modello, per quanto possibile semplice, che non rifugga dai condizionamenti di bilancio e dal ruolo delle aspettative. E quello che esso mi confermò fu che la tesi secondo la quale l’espansione monetaria è sempre efficace è sbagliata.
La forza di questa conclusione non dipende dal fatto che il piccolo modello sia realistico – dopo tutto, l’argomento era che facendo le cose correttamente si sarebbe dimostrato che la trappola di liquidità era un mito, dunque se persino un semplice e non realistico modello portava a conclusioni diverse, era abbastanza per dimostrare che la pretesa era sbagliata.
Ora, si potrebbe argomentare a favore dell’efficacia della politica monetaria al livelli inferiore dello zero rivolgendosi a qualche genere di frizione – mercati dei capitali imperfetti, una razionalità limitata, qualcosa del genere. D’accordo, andate avanti e spiegatemi come funziona. Il punto, tuttavia, è che la maggior parte del rifiuto del ‘limite inferiore dello zero’ non si basa, di fatto, su sofisticate argomentazioni sulle frizioni; si basa, ancora una volta, sul concetto che noi “sappiamo” che il denaro deve essere efficace, che questa è la proposizione fondamentale. E si scopre che questo è falso, proprio come il concetto secondo il quale le misure di sostegno della spesa pubblica, nel contesto di aspettative razionali, devono portare ad una ‘spiazzamento’ della spesa privata.
In alternativa, si potrebbe sostenere che l’esperienza dimostra che l’espansione monetaria è efficace anche al livello del limite inferiore dello zero. Anche qua, tuttavia, la negazione del limite inferiore di zero non si fonda su una esperienza empirica; si è supposto che si basi sulla teoria economica basilare, che si scopre non è basilare affatto. E le prove empiriche in verità vanno in tutt’altra direzione. Persino nel 1998 avrei potuto appellarmi alle lezioni degli anni Trenta; oggi abbiamo un sacco di prove maggiori, e tutte appaiono simili a questa [1]:
Dunque, se siete persuasi che l’espansione monetaria deve funzionare, per cortesia spiegatemi perché. Non fate girare le parole a vuoto; come ho detto, probabilmente siete alle prese con giochi di parole ingannevoli, anche se non è la vostra intenzione. Fornitemi una analisi scrupolosa di cosa le persone stanno facendo, e di come le frizioni, qualsiasi esse siano, provochino il risultato fondamentale di eliminare l’impotenza monetaria.
A questo punto, a proposito delle più ampie e indistinte implicazioni: io non mi riferisco a questa spiegazione come una dimostrazione che l’approccio neo keynesiano sia superiore al modello IS – LM. Dopo tutto, quello che essa finisce col fare è un conferma che il modello IS – LM aveva compreso le cose correttamente. E si badi, le persone in verità non si impegnano in quel genere di ottimizzazione che i modelli neo keynesiani considerano. Nella maggioranza dei casi – e so che Simon [2] ed io non siamo su questo in pieno accordo – io penso che i modelli ad hoc, del genere di quello IS – LM, siano migliori per una prima sfoltitura: sono più facili da usare e non vedo alcuna convincente prova che i più graziosi approcci intertemporali forniscano una quadro migliore della realtà.
Eppure, dal momento che sto avanzando un argomento politico con l’uso del modello IS – LM, in particolare se esso è agli antipodi della saggezza politica convenzionale, mi piace farne un controllo incrociato nei confronti di un approccio neo keynesiano, per vedere se posso ottenere un risultato simile. E’ semplicemente un modo per farmi una prima idea, sull’effettivo aumento delle probabilità che ho di dire cose realmente sensate. E desidero anche fare un controllo incrociato con tutti gli argomenti di natura teoretica, hicksiani o neo keynesiani, contro qualsiasi prova che mi possa scoraggiare.
Tutto questo rappresenta una quantità di lavoro maggiore, diciamo, che salmodiare solennemente sui pericoli della svalutazione della moneta, o anche indicare il PIL nominale e sostenere che la Fed avrebbe potuto ottenere un risultato diverso se solo l’avesse voluto. Ma come disse Keynes, la teoria economica è un oggetto difficile e tecnicistico, per quanto nessuno ci creda.
[1] Il diagramma, che riprende una valutazione espressa in un post precedente, mostra in blu l’andamento della base monetaria aggregata in Svizzera, in verde l’andamento sempre in Svizzera dello M1 – cioè l’aggregato monetario composto da banconote, monete e depositi di conto corrente, in rosso l’andamento, sempre in quel paese, dell’indice dei prezzi al consumo.
[2] Simon Wren-Lewis.
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