Blog di Krugman

I rendimenti decrescenti non sono spreco (per esperti) (28 novembre 2014)

 

Nov 28 11:13 am

Diminishing Returns Aren’t Waste (Wonkish)

There’s a new paper out of China, claiming that more than a third of investment spending since 2008 was wasted. It’s a claim that resonates, given what we know about corruption, ghost cities, and all that. But as SR of The Economist points out, the paper itself doesn’t actually do what it claims. It doesn’t at all show that there has been a lot of waste — in fact, the data it cites are perfectly consistent with no waste at all.

Why do we care? Well, for one thing economics should be done right regardless. But the waste claims will also, of course, be used as a club to beat Keynesian fiscal policy. So you should know that anyone citing this estimate is actually revealing that he either doesn’t understand growth economics or doesn’t care.

What the paper does is look at the ratio of capital added to economic growth — the so-called incremental capital output ratio. It finds that the ICOR has been lower in recent years than it was in the past, and attributes all of the shortfall to waste.

But what if there were no waste at all? What if China were simply engaged in capital deepening? What would we expect to see in that case? The answer is, exactly what we do see. The ICOR data say nothing at all about waste.

Think about a standard production function (Figure 1), and imagine that the Chinese economy is moving up and to the right on that curve, from A to B to C, as it accumulates capital.

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Figure 1

In that case the economy does face diminishing returns, but that’s what is supposed to happen.

What the “$6.8 trillion in waste” paper does, however, is in effect to insist that the accumulation of capital in moving from B to C should yield the same increase in output per unit of capital as the accumulation from A to B. Graphically (Figure 2), it’s drawing a line from A to B and extrapolating it, then claiming that any shortfall from that extrapolation represents waste:

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Figure 2

Once you think about it that way, you see that it’s obviously silly. Diminishing returns are not the same as waste.

Now, I’m not claiming that there’s no waste in China; I’m sure there’s plenty. And at that point we need to get into the question of what would have happened to those resources otherwise; if they would have been unemployed, wasteful spending is better than no spending. But that’s all a different discussion, to which the $6.8 trillion estimate makes no contribution.

 

I rendimenti decrescenti non sono spreco (per esperti)

C’è un nuovo studio che proviene dalla Cina [1], che sostiene che, a partire dal 2008, più di un terzo della spesa per investimenti è stato buttato al vento. E’ una tesi che si comprende, dato tutto quello che sappiamo sulla corruzione, sulle città fantasma, e così via. Ma come mette in evidenza SR di The Economist, quello stesso studio per la verità non dice quello che sembra. Esso non mostra affatto che ci sia stato un grande spreco – di fatto, i dati che cita sono perfettamente coerenti con uno spreco nullo.

Perché ce ne occupiamo? Ebbene, da una parte l’economia dovrebbe essere condotta correttamente, a prescindere. Ma le pretese sullo spreco, naturalmente, saranno usate come una clava con la quale colpire la politica della spesa pubblica keynesiana. Dunque, dovreste sapere che chiunque cita questa stima, effettivamente mostra o che non conosce l’economia della crescita o non se ne cura.

Quello che lo studio fa è osservare la proporzione del capitale aggiunto sulla crescita economica – il cosiddetto rapporto incrementale capitale prodotto. Esso scopre che tale ICOR è stato più basso negli anni recenti che nel passato, ed attribuisce l’intera diminuzione allo spreco.

Ma cosa dire se non ci fosse stato affatto alcuno spreco? Cosa dire se la Cina fosse stata semplicemente interessata da una intensificazione del capitale? Che cosa ci aspetteremmo di vedere in quel caso? La risposta è: esattamente quello che abbiamo visto. I dati ICOR non dicono proprio niente sullo spreco.

Si pensi ad una funzione standard della produzione (Figura 1), e si immagini che l’economia cinese, nel mentre accumula capitale, si stia muovendo verso l’alto ed a destra d quella curva, da A a B ed a C.

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Figura 1

 

In quel caso l’economia si trova a fronteggiare rendimenti decrescenti, ma è quello che si suppone che accada.

Quello che lo studio dei “sei milioni e 800 mila miliardi di dollari di spreco” fa, tuttavia, è in effetti ribadire che l’accumulazione del capitale, nel suo movimento da B a C, dovrebbe rendere lo stesso incremento di prodotto per unità di capitale della accumulazione da A a B. Graficamente (Figura 2), è come se esso tracciasse una linea da A a B e la estrapolasse, sostenendo poi che ogni diminuzione da quella estrapolazione rappresenta uno spreco.

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Figura 2

 

Una volta che ci ragionate in questo modo, vi rendete conto che è ovviamente una sciocchezza. I rendimenti decrescenti non sono la stessa cosa dello spreco.

Ora, io non sto sostenendo che non ci sia spreco in Cina; sono sicuro che ce n’è in abbondanza. E a quel punto abbiamo bisogno di addentraci in una domanda su quello che sarebbe successo altrimenti a quelle risorse; se esse sarebbero rimaste inutilizzate, se la spesa buttata al vento sia meglio della non spesa. Ma questa è un discussione del tutto diversa, alla quale la stima dei 6 milioni e 800 mila miliardi di dollari non dà nessun contributo.

 

 

[1] Come si apprende dalle due connessioni (Business Insider e the Economist), lo studio sarebbe di fonti ufficiali cinesi.

I rendimenti dei bond nell’area euro (27 novembre 2014)

novembre 27, 2014

 

Nov 27 3:37 pm

Euro Bond Yields

The turkey gobblers aren’t here yet, so let’s take a moment to note the record lows being hit in European bond markets:

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10-year bond yields

As many people have pointed out, those ultra-low German rates are about weakness, not strength — basically, the market is pricing in many years of a depressed euro area economy with very low inflation (the implied expected inflation rate from index bonds is around 0.7 percent over the next five years.)

But the number that really jumps out at me here is France, with borrowing costs at a historical record low under 1 percent. And that is very interesting indeed.

After all, not very long ago we were being assured that France was on the edge of fiscal meltdown, that it was ready to become another Italy or Spain. Here’s a sample.

It turns out, however, that even Italy and Spain weren’t the next Italy and Spain — most of the spike in their borrowing costs was about self-fulfilling panic, which went away once the ECB started doing its job. And France is now paying only a small spread against Germany. It’s true that the French economy is sluggish — but a lot of that is because of the austerity imposed to head off an imaginary fiscal crisis.

What you see, above all, is that Greece — which exerted immense influence as a supposed template for what was going to happen to everyone — was and is sui generis. (What’s the Greek for that?) Europe’s problem isn’t fiscal, and never was.

 

I rendimenti dei bond nell’area euro

I maschi dei tacchini non sono ancora sul tavolo [1], dunque consentitemi in un attimo di notare il punto più basso nelle serie storiche raggiunto sul mercati dei bond europei:

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Rendimenti dei bond decennali

 

Come molti hanno sottolineato, questi tassi tedeschi bassissimi indicano debolezza, non forza – fondamentalmente il mercato sta stimando molti anni di una economia depressa nell’area euro con una inflazione molto bassa (l’inflazione attesa implicita nei tassi dai bond indicizzati è attorno allo 0,7 per cento nei prossimi cinque anni).

Ma il dato che realmente mi salta agli occhi in questo caso è quello della Francia, con costi di indebitamento ai minimi storici sotto l’1 per cento. E in effetti quel dato è molto interessante.

Dopo tutto, non sono passati molti mesi da quando ci veniva assicurato che la Francia era sull’orlo di un collasso della finanza pubblica, che era pronta a diventare un’altra Italia o Spagna. In questa connessione un esempio [2].

Si scopre, tuttavia, che persino l’Italia e la Spagna non erano quei paesi che ci si aspettava – gran parte dell’aumento dei loro costi di indebitamento dipendeva da una panico che si autoalimenta, che è scomparso una volta che la BCE ha cominciato a fare il suo lavoro. E la Francia sta oggi pagando solo un modesto differenziale rispetto alla Germania. E’ vero che l’economia francese è fiacca, ma gran parte di questo dipende dall’austerità che è stata imposta per sventare una crisi immaginaria della finanza pubblica.

Quello che si osserva, soprattutto, è che la Grecia – che aveva esercitato una immensa influenza come immaginato modello di quello che stava per succedere a tutti – era ed è un caso sui generis (cosa ne hanno avuto in cambio i Greci?). Il problema dell’Europa non era di conti pubblici, e non lo era mai stato.

 

 

[1] La “Festa del Ringraziamento” si celebra negli Stati Uniti il quarto giovedì del mese di novembre, dunque il 27 del novembre scorso. Perchè i tacchini debbano essere ‘maschi’ (“gobbler”) non saprei dire.

[2] Il riferimento è ad un articolo di John Mauldin apparso il 25 agosto scorso su Business Insider.

Keynes sta lentamente vincendo (26 novembre 2014)

novembre 26, 2014

 

Nov 26 9:40 am

Keynes Is Slowly Winning

Back in 2010, I had a revelation about just how bad economic policy was about to get; I read the OECD Economic Outlook, which called not just for fiscal austerity but for interest rate hikes — 350 basis points on the Fed funds rate by the end of 2011! — because, well, because.

Now, the OECD is calling for fiscal and monetary stimulus in Europe. It’s not the same people; the OECD has a new chief economist, Catherine L. Mann, whose excellent research has always been pragmatic in orientation (and who wrote her dissertation, way back when, under Rudi Dornbusch and yours truly.) But by selecting Ms. Mann the OECD was making a statement, and my sense is that the ground is shifting all around the world.

It has taken a while. In early 2013, with the infamous growth cliff at 90 percent debt and the case for expansionary austerity collapsing, many of us thought we had the austerians on the run. But we underestimated the extent to which officials and, to some extent, the news media had a professional stake in the positions they had staked out over the previous three years, and their willingness to seize on anything — slight recovery in southern Europe, a pickup in the UK when the government stopped tightening for a while, Latvia — as supposed vindication of views that were, in reality, overwhelmingly at odds with the evidence.

This still goes on. Simon Wren-Lewis complains, and rightly, about “mediamacro” — and his government has learned nothing. The Bundesbank is still what it always was.

But the hawks seem in retreat at the Fed; Mario Draghi (another MIT Ph.D.) sounds an awful lot like Janet Yellen; the whole way we’re discussing Japan is very much on Keynesian turf. Three and a half years ago Businessweek was declaring that expansionary austerian Alberto Alesina was the new Keynes; now it tells us that Keynes is the new Keynes. And we have people like Paul Singer complaining about the “Krugmanization” of the debate.

Why does the tide finally seem to be turning? Partly, I think, it’s just a matter of time; after six years it’s becoming hard not to notice that the anti-Keynesians have been wrong about everything. Europe’s slide toward deflation makes it even harder to deny the realities of liquidity-trap economics. And the refusal of almost everyone on the anti-Keynesian side to admit any kind of error has gradually made them look ridiculous.

All of this may be coming too little and too late to avoid policy disaster, especially in Europe. But it’s something to cheer, faintly.

 

Keynes sta lentamente vincendo

Nel passato 2010 ebbi come una rivelazione al riguardo esattamente di cosa una cattiva politica economica stesse per provocare: lessi l’Economic Outlook dell’OCSE, che si pronunciava non solo per l’austerità della finanza pubblica, ma per aumenti nel tasso di interesse – 350 punti base sul tasso di riferimento della Fed per la fine del 2011 ! – perché, beh, perché sì.

In questo momento, l’OCSE ha preso posizione per misure di sostegno monetario e della spesa pubblica in Europa. Non si tratta delle stesse persone; l’OCSE ha una nuova dirigente in materia di economia. Catherine L. Mann, le cui ricerche sono state sempre eccellenti nei loro orientamenti (e che scrisse la sua tesi, a quei tempi, sotto la supervisione di Rudi Dornbusch e del sottoscritto). Ma nello scegliere la signorina Mann l’OCSE ha espresso un giudizio, e la mia sensazione è che il terreno si stia spostando dappertutto nel mondo.

C’è voluto un po’. Agli inizi del 2013, con la famigerata tesi del precipizio della crescita al 90 per cento del debito e l’altra tesi della austerità espansiva che stavano crollando, molti di noi pensavano che avremmo avuto i seguaci della scuola austriaca in fuga. Ma sovrastimavamo la misura nella quale i responsabili della cosa pubblica e, in qualche misura, i media avessero un interesse professionale nelle posizioni che avevano rivendicato nei tre anni precedenti, e la loro volontà di sfruttare ogni cosa – la leggera ripresa nell’Europa meridionale, una ripresa nel Regno Unito quando il Governo interruppe per un po’ le restrizioni, la Lettonia – come supposte conferme di punti di vista che erano, nella realtà, agli antipodi dei fatti reali.

Tutto questo sta ancora continuando. Simon Wren-Lewis si lamenta, a buona ragione, sulla ‘macroeconomia dei media’ – e il suo governo non ha imparato niente. La Bundesbank è quello che è sempre stata.

Ma i falchi sembrano in ritirata alla Fed; Mario Draghi (altro dottore di ricerca al MIT) assomiglia in modo impressionante a Janet Yellen; l’intera modalità con la quale si discute del Giappone sembra in gran parte svolgersi su un terreno keynesiano. Tre anni e mezzo fa Businessweek dichiarava che il propugnatore dell’austerità espansiva Alberto Alesina era il nuovo Keynes: oggi ci viene detto che Keynes è il nuovo Keynes [1]. E abbiamo soggetti come Paul Singer che si lamentano della “krugmanizzazione” del dibattito [2].

Perché la corrente sembra stia per cambiare indirizzo? In parte, penso, sia solo una questione di tempi; dopo sei anni sta diventando difficile non accorgersi che gli anti keynesiani hanno avuto torto su tutto. Lo scivolamento dell’Europa verso la deflazione rende anche più difficile negare le realtà dell’economia della trappola di liquidità. Ed il rifiuto di ammettere errori di ogni genere da parte di quasi tutti nello schieramento anti keynesiano, li ha fatti apparire ridicoli.

Tutto questo può essere troppo poco ed arrivare troppo tardi per evitare un disastro politico, in particolare in Europa. Ma è qualcosa di cui compiacersi, almeno un pochino.

 

 

[1] La connessione è con un articolo dello stesso Businessweek dal titolo “Keynes è l’economista di cui il mondo ha bisogno oggi”.

[2] Vedi il post d Krugman del 6 novembre dal titolo “Gli usi del ridicolo”.

La saggezza di Peter Schiff (22 novembre 2014)

novembre 22, 2014

 

Nov 22 12:16 pm

The Wisdom of Peter Schiff

No, seriously. Well, sort of. Danny Vinik sends us to the latest from Schiff, who made a big splash in 2008-2009 predicting runaway inflation if not hyperinflation; he was a favorite of Glenn Beck’s.

And in his new piece Schiff lays out the analytical issue very clearly:

Mainstream economists (who hold sway in government, the corporate world, and academia) argued that as long as the labor market remained slack, inflation would not catch fire. My fellow Austrian economists and I loudly voiced the minority viewpoint that money printing is always inflationary-in fact, that it is the very definition of inflation.

The truth is that high levels of unemployment are historically correlated with higher inflation and low levels of unemployment with lower inflation. That is because an economy that more fully utilizes labor resources is more productive. More production brings down prices. In contrast, an economy that does not fully employ its citizens is less productive, and its government is more prone to pursue misguided inflationary policies to stimulate the economy.

OK, leave aside the business about defining money-printing as inflation; guys, nobody cares. But what Schiff says very clearly is that according to his worldview, rolling the printing presses should cause inflation (by the normal definition) even in a depressed economy, and that high unemployment should in fact make inflation higher, not lower.

He has that exactly right: the central dispute is between those who see depressions as the result of inadequate demand, implying that inflation will fall and that printing money does nothing unless it boosts employment, and those who see depressions as the result of maladapation of resources or something — anyway, something on the supply side — who predict that running the printing presses will lead to runaway inflation.

How could you test those rival views? Why, how about having a huge slump, to which central banks respond with aggressive monetary expansion? And that is, of course, the test we’ve just run. And everywhere you look, inflation is low, verging on deflation.

So we’ve just run the Schiff test — and his brand of economics, by his own criteria, loses with flying colors. And that goes for just about all anti-Keynesian doctrines: we ran as close to a clean experiment as you’re ever going to get, and the answer is no.

Now, just about everyone on that side insists that it’s not true, that sinister bureaucrats are smuggling away the inflation evidence and burying it in Area 51. That tells you a lot about who we’re dealing with. But at least Schiff states the issue clearly before refusing to admit error.

 

La saggezza di Peter Schiff [1]

No, dico seriamente. Insomma, quasi. Danny Vinik ci indirizza all’ultimo intervento di Schiff, che negli anni 2008-2009 fece gran clamore prevedendo una inflazione fuori controllo se non una iperinflazione; era uno dei favoriti di Glenn Beck [2].

E nel suo nuovo articolo Schiff espone i suoi argomenti analitici con molta chiarezza:

“Gli economisti della tendenza prevalente (che influenzano il Governo, il mondo delle imprese e delle Università) hanno sostenuto che per tutto il tempo in cui il mercato del lavoro resta fiacco, l’inflazione non si infiamma. I miei amici economisti di scuola austriaca ed io stesso abbiamo vivacemente espresso il punto di vista minoritario, secondo il quale nei fatti stampare valuta è sempre inflazionistico, giacché essa è la reale definizione di inflazione.

….

La verità è che alti livelli di disoccupazione sono storicamente correlati con una inflazione maggiore e bassi livelli di disoccupazione con una inflazione più bassa. Questo dipende dal fatto che un’economia che utilizza pienamente le risorse del lavoro è più produttiva. La maggiore produzione spinge i prezzi in basso. All’opposto, un’economia che non occupa pienamente i suoi cittadini è meno produttiva, ed il suo Governo è più disponibile a perseguire errate politiche inflazionistiche per stimolare l’economia.”

Va bene. Lasciamo da parte la faccenda della definizione dell’inflazione come stampare valuta; signori, non interessa nessuno.

Ma quello che Schiff dice molto chiaramente è che secondo la sua concezione del mondo, il ricorso alla creazione di valuta dovrebbe provocare inflazione (secondo la sua normale definizione) anche in una economia depressa, e che l’alta disoccupazione dovrebbe di fatto rendere l’inflazione più alta, non più bassa.

Egli comprende con esattezza il punto: la disputa fondamentale è tra coloro che considerano le depressioni come il risultato di una domanda inadeguata, il che implica che l’inflazione è destinata a cadere e che lo stampare moneta non cambia niente se non incoraggia l’occupazione, e coloro che le considerano come il risultato di un cattivo utilizzo di risorse o cose del genere – in ogni caso, qualcosa dal lato dell’offerta – che prevedono che creare moneta a tutto spiano porterà ad una inflazione fuori controllo.

Come si potrebbero sottoporre ad una prova, questi punti di vista opposti? Che ne direste di provare con una vasta crisi, alla quale le banche centrali rispondano con una espansione monetaria aggressiva? Ed è quella, ovviamente, la prova dalla quale siamo appena passati. E dovunque si osservi, l’inflazione è bassa, sul punto di diventare deflazione.

Dunque, abbiamo appena sperimentato il test di Schiff – e la sua scuola di economia, secondo i suoi stessi criteri, ha peso a vele spiegate. E ciò vale proprio per tutte le dottrine antikeynesiane: abbiamo sperimentato un passaggio quasi esemplare per nitidezza, come mai accade di avere, e la risposta è stata negativa.

Ora, su quello schieramento quasi tutti insistono che non è stato così, che burocrati infidi stanno nascondendo le prove dell’inflazione, seppellendole in qualche Area 51[3].Questo vi dice molto su quello con cui stiamo facendo i conti. Ma almeno Schiff espone il tema con chiarezza, prima di rifiutare di ammettere il proprio errore.

 

 

[1] Peter Schiff è un imprenditore, commentatore finanziario ed autore americano. In economia è orientato sulla scuola austriaca.

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[2] Glenn Beck è un conduttore televisivo americano, specializzato in teorie dei complotti e altre prestazioni simili, a diesa dei “valori americani”.

[3] Il famoso territorio segretissimo nel quale si dice che l’esercito americano compia esperimenti.

Ineguaglianza e crisi: lo scetticismo scandinavo (21 novembre 2014)

novembre 21, 2014

 

Nov 21 4:36 pm

Inequality and Crises: Scandinavian Skepticism

In early December I’m supposed to talk at a Columbia conference on inequality and its consequences, and one issue I’ll have to address is the ongoing question of whether rising inequality makes countries more vulnerable to financial crises, makes it harder to recover from such crises, or in some other way degrades performance.

I’ve been wary of this line of argument, in part because it appeals so much to my general leanings: inequality worries me a lot, and it would be great if it was bad on the macro side too. So I bend over backwards not to buy into that proposition too easily.

And I continue to be skeptical, in part because there have been some pretty bad crises with lousy recoveries in countries that don’t have a lot of inequality. Consider, in particular, the post-1990 Swedish slump, brought on by runaway deregulated banks and a real estate bubble (sound familiar), taking place in a society with very low inequality. How did that compare with the US experience after 2007? Actually, they were very close:

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I’ve included the LIS estimates of inequality as measured by the Gini coefficient for the relevant period; Sweden in the early 1990s had very low inequality, but nonetheless basically ran a dress rehearsal for the Great Recession and aftermath.

Just one piece of evidence. But I’m still having trouble with this one.

 

Ineguaglianza e crisi: lo scetticismo scandinavo

Agli inizi di dicembre è previsto che parli in una conferenza alla Columbia sull’ineguaglianza e le sue conseguenze, ed un tema del quale mi dovrò occupare è la perenne domanda se la crescente ineguaglianza renda i paesi più vulnerabili alle crisi finanziarie, se renda più difficile riprendersi da tali crisi, o se in qualche modo peggiori le loro prestazioni.

Sono stato diffidente rispetto a questo genere di argomenti, in parte perché fanno molto leva sui miei orientamenti generali: l’ineguaglianza mi preoccupa molto, e sarebbe fantastico se essa fosse negativa anche sotto l’aspetto macroeconomico. Cosicché faccio il possibile per non appagarmi di quell’idea troppo facilmente.

E continuo ad essere scettico, in parte perché ci sono state alcune crisi piuttosto negative con miserabili riprese in paesi che non avevano molta ineguaglianza. Si consideri, in particolare, le recessione svedese dopo gli anni ’90, provocata da banche senza regole fuori controllo e da una bolla immobiliare (suona familiare), che ebbe luogo in una società con una ineguaglianza molto bassa. Cosa accadde allora, al confronto con l’esperienza egli Stati Uniti dopo il 2007? In effetti, esse sono assai vicine:

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Ho incluso le stime del PIS sull’ineguaglianza come misurate dal coefficiente Gini per periodi rilevanti; la Svezia nei primi anni ’90 aveva una ineguaglianza molto bassa, nondimeno sperimentò una prova generale per la Grande recessione e le sue conseguenze.

E’ solo il pezzo di un testimonianza. Ma continua a darmi problemi.

 

Deformità strutturale (dal blog di Krugman, 20 novembre 2014)

novembre 20, 2014

 

Nov 20 9:03 am

Structural Deformity

Shinzo Abe is doing the right thing, seeking to delay the next rise in consumption taxes; this is good economic policy, and also a fairly new experience for me — I met with a national leader, made a case for the right policy, and he’s actually doing it! (Of course, there were many other people making the same case.)

But there’s a lot of skepticism, which on the whole is justified: Abe is trying to accomplish something very difficult, and it’s by no means clear whether the instruments he’s deploying are sufficient.

Still, there’s one type of criticism that I really, really hate, for Japan and elsewhere — and I hate it especially because it’s one of those things that is so completely accepted by Very Serious People that they don’t even realize that they’re spouting a dubious hypothesis rather than speaking The Truth. I refer to the claim that Japan doesn’t need a demand boost, it needs structural reform (TM).

What are we talking about here? Traditionally, structural reform was offered as an answer to the problem of stagflation. If your economy starts to overheat, with accelerating inflation, despite quite high unemployment, then the argument was that this was due to labor market rigidities — basically a euphemism for a system in which it’s hard to fire people or slash their wages — and that to allow better performance you needed to make the labor market more flexible, i.e., more brutal.

OK, this argument makes a fair bit of sense, although even when the problem is stagflation it’s less ironclad than conventional wisdom would have you believe; there’s always been reason to believe that much “structural” unemployment is actually the result of hysteresis, of the lasting damage done by prolonged recessions. Still, at least this was a coherent argument.

But Japan isn’t suffering from stagflation; neither is Europe. They are, instead, suffering from low inflation or deflation, and persistent shortfalls in demand despite zero interest rates. Why, exactly, is structural reform supposed to help cure this problem?

Indeed, the kind of structural reform people have mostly talked about in the past — making labor markets more flexible, so that it’s easier to cut wages — would, if anything, deepen the slumps. Why? The paradox of flexibility: falling wages and prices increase the real burden of debt, depressing demand further.

In fact, if you think about it, there’s a definite snake-oil feel to calls for structural reform, which is touted as a universal elixir — it cures inflation, but it cures deflation too! Also back pain and bad breath.

Now, there might be some kinds of structural reform that would do Japan some good. For example, changes in land use or building height regulations that made more infill possible in Japanese cities could spur investment, and help increase demand. But the point is that the blanket call for “structural reform” as the answer is intellectually lazy, and destructive. Not only would much of what we call structural reform hurt rather than help; declaring that the problem is structural causes policymakers to take their eye off the ball, since what Japan needs right now, more than anything else, is to escape from deflation any way it can.

 

Deformità strutturale

Shinzo Abe sta facendo la cosa giusta, cercando di rinviare la prossima crescita nella tassazione sui consumi; è una buona politica economica ed è anche una esperienza discretamente nuova per me – ho incontrato un leader nazionale, ho perorato una giusta politica, e lui la sta sul serio mettendo in atto! (naturalmente, c’erano molte altre persone che sostenevano la stessa idea).

Ma c’è molto scetticismo, che nel complesso è giustificato: Abe sta cercando di realizzare qualcosa di molto difficile, e non è in alcun modo chiaro se gli strumenti di cui dispone siano sufficienti.

Eppure, c’è un genere di critiche che io davvero odio, per il Giappone e in altri casi – e le odio specialmente perché sono una di quelle cose accettate così illimitatamente dalle Persone Molto Serie, al punto che esse nemmeno si rendono conto che stanno declamando una ipotesi dubbia, anziché dicendo la Verità con la maiuscola. Mi riferisco alla pretesa secondo la quale il Giappone non avrebbe bisogno di incoraggiare la domanda, esso ha bisogno di riforme strutturali.

Di cosa stiamo parlando in questo caso? Tradizionalmente, le riforme strutturali vennero offerte come una risposta al problema della stagflazione. Se la vostra economia comincia a surriscaldarsi, con una inflazione che accelera, nonostante una disoccupazione abbastanza elevata, allora la tesi era che questo fosse dovuto alle rigidità del mercato del lavoro – fondamentalmente un eufemismo per un sistema nel quale è difficile licenziare e ridurre i salari – e che per ottenere prestazioni migliori si dovesse avere un mercato del lavoro più flessibile, ovvero più brutale.

Va bene, questo argomento ha un po’ di senso, sebbene è meno a prova di bomba di quello che il punto di vista convenzionale vorrebbe far credere, anche quando il problema è la stagflazione; c’è sempre stata una ragione per credere che molta disoccupazione “strutturale” sia effettivamente il risultato dell’isteresi, ovvero del danno che perdura da prolungate recessioni. Eppure, questo almeno era un argomento coerente.

Ma il Giappone non sta soffrendo di stagflazione, e neppure l’Europa. Stanno invece soffrendo di bassa inflazione o di deflazione, e di un deficit di domanda nonostante i tassi di interesse allo zero. In che senso, precisamente, si suppone che le riforme strutturali curino questo problema?

In effetti, il genere di riforme strutturali delle quali si è soprattutto parlato in passato – rendere i mercati del lavoro più flessibili in modo da rendere più semplice i tagli ai salari – semmai approfondirebbero le crisi. Perché? Per il paradosso della flessibilità: la diminuzione dei salari e dei prezzi aumenta il peso reale del debito, deprime la domanda ulteriormente.

Di fatto, se ci si pensa, c’è una chiara allusione ad una sorta di pozione miracolosa nei pronunciamenti a favore delle riforme strutturali – che sono pubblicizzate alla stregua di un elisir universale – curano l’inflazione ma curano anche la deflazione! Anche i dolori alla schiena e le difficoltà di respirazione.

Ora, ci potrebbe essere alcuni tipi di riforma strutturale che porterebbero qualche beneficio al Giappone. Ad esempio, cambiamenti nell’uso del territorio o nei regolamenti sull’altezza degli edifici che rendano possibile maggiori mutamenti nella destinazione degli immobili nelle città giapponesi potrebbero spronare gli investimenti e contribuire ad un incremento della domanda. Ma il punto è quella richiesta generale di “riforme strutturali” come la risposta è intellettualmente pigra e distruttiva. Non solo molto di quello che definiamo riforma strutturale sarebbe più un danno che non un aiuto; dichiarare che il problema è strutturale distrae l’attenzione degli operatori pubblici, dal momento che quello di cui il Giappone ha bisogno in questo momento, più di ogni altra cosa, è venir via dalla deflazione in ogni modo possibile.

La mancanza di saggezza della teoria dello ‘spiazzamento’ (15 novembre 2014)

novembre 15, 2014

 

The Unwisdom of Crowding Out (Wonkish)

November 15, 2014 1:48 pm

I am, to my own surprise, not too happy with the defense of Keynes by Peter Temin and David Vines in VoxEU. Peter and David are of course right that Keynes has a lot to teach us, and are also right that the anti-Keynesians aren’t just making really bad arguments; they’re making the very same really bad arguments Keynes refuted 80 years ago.

But the Temin-Vines piece seems to conflate several different bad arguments under the heading of “Ricardian equivalence”, and in so doing understates the badness.

The anti-Keynesian proposition is that government spending to boost a depressed economy will fail, because it will lead to an equal or greater fall in private spending — it will crowd out investment and maybe consumption, and therefore accomplish nothing except a shift in who spends. But why do the AKs claim this will happen? I actually see five arguments out there — two (including the actual Ricardian equivalence argument) completely and embarrassingly wrong on logical grounds, three more that aren’t logical nonsense but fly in the face of the evidence.

Here they are:

First, there’s the Say’s Law argument: because spending must equal income, any increase in government spending must be matched by a fall in private spending. “This is just accounting,” declared John Cochrane. No, it isn’t — and it was the remarkable fact that prominent economists were saying things like this, as if none of the debates of the 1930s had happened, that led me to proclaim a Dark Age of macroeconomics.

Second, there’s the misuse of Ricardian Equivalence. It’s important to understand that we’re not debating about whether Ricardian equivalence is right; even if it were (it isn’t), what the anti-Keynesians were saying was wrong, as I tried to explain a number of times. It’s crucial, I’d argue, to realize that what the people invoking Ricardo were saying was wrong even in terms of their own model. If you don’t get that, you don’t appreciate the depths to which all too many economists sank.

Third, there’s the standard textbook crowding out story, in which increased government spending in the face of a fixed money supply, or maybe a nominal income target, causes interest rates to rise and private investment to fall. The money supply argument doesn’t work when we’re at the zero lower bound, which is after all why we’re talking about fiscal policy in the first place; but there is a school of thought that insists that the Fed and the ECB and the BoJ could achieve full employment if only they wanted to. I disagree, and I think this is mostly wishful thinking, but at least it’s not the kind of raw nonsense involved in arguments #1 and #2.

Fourth, there’s the claim that we’re at full employment, or maybe always at full employment, that demand-side economics is wrong, so any government use of resources must divert them from other uses. I think this is empirically silly for the US and Europe in recent years, but again it’s not the kind of raw nonsense of the first two arguments.

Finally, there’s the confidence fairy: demand-side economics is valid, but business hates big government so much that any attempt to use fiscal policy will backfire. Oh, kay.

My point is that you do a disservice to the debate by calling all of these things Ricardian equivalence; and the nature of that disservice is that you end up making the really, really bad arguments sound more respectable than they are. We do not want to lose sight of the fact that many influential people, including economists with impressive CVs, responded to macroeconomic crisis with crude logical fallacies that reflected not just sloppy thinking but ignorance of history.

 

La mancanza di saggezza della teoria dello ‘spiazzamento’ (per esperti)

Non sono così soddisfatto, con mia personale sorpresa, della difesa di Keynes da parte di Peter Tamin e David Vines su VoxEU. Peter e David naturalmente hanno ragione nel dire che Keynes ha molto da insegnarci, ed hanno anche ragione nel dire che gli antikeynesiani non stanno soltanto avanzando cattivi argomenti; essi stanno proponendo esattamente gli stessi cattivi argomenti che Keynes confutò 80 anni fa.

Ma l’articolo di Temin e Vines pare fondere diversi cattivi argomenti sotto il titolo della “equivalenza ricardiana” [1], e con ciò sottovaluta la loro negatività.

Il concetto degli anti keynesiani è che la spesa pubblica in deficit per incoraggiare un’economia depressa è destinata a fallire, perché essa porterà ad una eguale o maggiore diminuzione nella spesa privata – essa ‘spiazzerà’ gli investimenti e forse i consumi, e di conseguenza non risolverà niente se non uno spostamento in chi spende. Ma perché gli anti keynesiani pretendono che le cose vadano in questo modo? In questo io vedo cinque argomenti – due (incluso quello sulla ‘equivalenza ricardiana’) sprovvisti in modo assoluto ed imbarazzante di basi logiche, gli altri tre che non sono insensati dal punto di vista della logica ma sfidano l’esperienza dei fatti.

Ecco quali sono:

Anzitutto, c’è l’argomento della Legge di Say: poiché la spesa deve eguagliare il reddito, ogni incremento della spesa pubblica deve essere compensato da una diminuzione della spesa privata. “Questa è solo contabilità”, dichiarò John Cochrane. No, non è così – e fu la circostanza significativa che importanti economisti dicessero una cosa del genere, come se tutti i dibattiti degli anni 30 non ci fossero stati, che mi portò a dichiarare il “Periodo Buio” della macroeconomia.

In secondo luogo, c’è l’uso improprio della ‘equivalenza ricardiana’. E’ importante rendersi conto che non stiamo discutendo se l’equivalenza ricardiana sia giusta; anche se lo fosse (e non lo è), quello che hanno sostenuto gli anti keynesiani è sbagliato, come ho cercato di spiegare ripetutamente. Direi che è cruciale comprendere che quello che le persone che invocando Ricardo hanno affermato era sbagliato persino nei termini del loro stesso modello. Se non lo si capisce, non si comprende in quali abissi anche troppi economisti sono affondati.

In terzo luogo c’è la tradizionale spiegazione della tesi dello ‘spiazzamento’ sui libri di testo, nella quale la spesa pubblica accresciuta a fronte di una offerta fissa di moneta, o magari ad un obbiettivo di reddito nominale, spinge i tassi di interesse a crescere e l’investimento privato a diminuire. L’argomento dell’offerta di moneta non funziona quando siamo a fronte del limite inferiore dello zero (nei tassi di interesse), che dopo tutto è la ragione per la quale stiamo parlando in primo luogo di politiche della spesa pubblica; eppure c’è una scuola di pensiero che insiste che la Fed e la BCE e la Banca del Giappone potrebbero ottenere la piena occupazione, soltanto se lo volessero. Io non sono d’accordo, e penso che si tratti soprattutto di forzato ottimismo, ma almeno non è il genere degli argomenti rozzi che sono impliciti nei punto 1 e 2.

In quarto luogo c’è la tesi che siamo in piena occupazione, o forse che siamo sempre in piena occupazione, cosicché ogni utilizzo di risorse da parte del Governo deve distrarle da altri usi. Penso che nel caso degli Stati Uniti e dell’Europa negli anni recenti sia un’idea sciocca, ma anche questa non è del genere della grossolana insensatezza dei primi due argomenti.

Infine, c’è la fata della fiducia [2]: l’economia dal lato della domanda è valida, ma le imprese odiano le grandi dimensioni delle funzioni pubbliche a tal punto, che ogni sforzo di usare la spesa pubblica ci si ritorcerà contro. Quanta arguzia!

La mia opinione è che si fa un disservizio al dibattito se si chiamano tutte queste cose “equivalenza ricardiana”; e la natura di quel cattivo servizio è che si finisce per far sembrare argomenti pessimi più rispettabili di quello che sono. Non possiamo perdere di vista il fatto che molte persone influenti, inclusi economisti con spettacolari curriculum, hanno risposto alla crisi economica con grossolani errori logici, che non riflettevano soltanto un pensiero superficiale ma una ignoranza della storia.

 

 

[1] L’equivalenza ricardiana è una teoria economica che suggerisce come i consumatori internalizzino i vincoli di bilancio e come quindi la tempistica dei cambiamenti della tassazione non influisca sul loro profilo di spesa. Di conseguenza l’equivalenza ricardiana suggerisce che la scelta di finanziare le spese governative attraverso il debito piuttosto che con un aumento delle tasse non abbia influenza sul livello della domanda. Era stata prima proposta e poi rifiutata dall’economista del diciannovesimo secolo David Ricardo. In termini semplici la teoria può venire descritta come segue: il governo può sia finanziare la spesa tassando i contribuenti oggi, oppure può prendere denaro in prestito emettendo obbligazioni. Nel secondo caso, questo debito dovrà venir alla fine ripagato aumentando in futuro le tasse al di sopra del livello che avrebbero altrimenti avuto. La scelta è dunque tra “tassare ora” o “tassare poi”.

 

[2] Vedi “confidence fairy” alle note sulla traduzione.

La realtà vera dell’inflazione (14 novembre 2014)

novembre 14, 2014

 

Nov 14 1:35 pm

Inflation Truth, Really

I’m in Argentina for the day — literally (stuff came up, forcing me to make this a very quick visit; sorry, no time for media interviews or anything not already booked). And I thought it might be worth telling people something they may not know about the history of MIT’s Billion Prices Project.

If you’ve been following the sad story of America’s inflation truthers, you know that a variety of people — angry billionaires like Paul Singer, wannabe economic pundits like Niall Ferguson, etc. — have claimed in recent years that official US statistics vastly understate inflation. There are multiple ways to show that this is nonsense, but one of the easiest is to point to the Billion Prices data, collected independently from online prices, and note that while it doesn’t track the official CPI exactly — the basket of goods sold online doesn’t exactly match the coverage of the CPI — there is not a large, persistent discrepancy:

z 379

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

But does this mean that we can always trust governments? Of course not. The US Bureau of Labor Statistics is in fact squeaky clean, and if you know anything about how it works you realize would be impossible to put it under severe political pressure without that fact being obvious. But that isn’t going to be true in all times and places.

In fact, the BPP owes its origins to questions about Argentine inflation numbers. InflacionVerdadera.com was created in 2007 as an alternative to dubious official statistics, and this in turn led to the BPP and its offspring PriceStats. And PriceStats continues to produce independent Argentine inflation estimates; their number is in orange, the official number in blue:

z 380

 

 

 

 

 

 

 

 

Argentina really does seem to have much higher inflation than the government admits.

What’s going on? Basically, Argentina — having benefited hugely from heterodox policies after the collapse of its currency board in 2001 — kept being heterodox too long, and is now experiencing classic developing-country problems, with a persistent budget deficit that it is monetizing because it lacks access to capital markets, leading to persistent inflation and balance of payments problems.

And if anyone starts yelling that I’m being inconsistent in saying that deficit spending and money-printing are a problem in Argentina, because those are the same policies I want in the US, the answer is, yes, they are — because the US is in a liquidity trap, suffering from persistent lack of demand, while Argentina is overheated.

I may have more to say about Argentina, and maybe also about the talk I’m giving shortly before heading to the airport, tomorrow.

 

La realtà vera dell’inflazione

Sono in Argentina per un giorno – proprio così (saltano fuori cose che mi costringono a fare una visita molto rapida: spiacente di non aver tempo per interviste o per qualsiasi altra cosa che non fosse già prevista). Ed ho pensato che poteva essere utile raccontargli qualcosa che potrebbero non conoscere sulla storia del Billion Prices Project del MIT.

Se state seguendo la triste vicenda dei teorici del complotto sull’inflazione americana, sapete che c’è un certo numero di persone – miliardari arrabbiati come Paul Singer, esperti economici falliti come Niall Ferguson, etc. – che negli anni recenti hanno sostenuto che le statistiche degli Stati Uniti sottostimano ampiamente l’inflazione. Ci sono vari modi per mostrare che si tratta di un nonsenso, ma uno dei più semplici è raccogliere i dati del Billion Prices, raccolti separatamente dai prezzi on line, e notare che se essi non seguono esattamente l’indice dei prezzi al consumo (CPI) – il paniere dei beni venduti online non corrisponde alla copertura dell’Indice – non c’è una discrepanza ampia e persistente:

z 379

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma questo significa che possiamo sempre credere nei governi? Ovviamente no. L’Ufficio delle Statistiche del Lavoro degli Stati Uniti è in effetti tirato a lucido, e se sapete qualcosa di come lavora vi rendete conto che è impossibile porlo sotto un severo condizionamento politico senza che la cosa divenga evidente. Ma non è detto che questo sia vero in tutti gli ambienti ed in tutti i tempi.

In effetti, il Billion Prices Project deve le sue origini a domande sui dati dell’inflazione in Argentina.

InflacionVerdarera.com fu creata nel 2007 come alternativa alle dubbie statistiche ufficiali, ed a sua volta questo portò alla BPP ed al suo discendente PriceStats. E PriceStats continua a produrre stime indipendenti sull’inflazione argentina; i loro dati sono in arancione, quelli ufficiali in blu.

z 380

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Argentina sembra avere davvero una inflazione molto più elevata di quella che il Governo riconosce.

Cosa sta succedendo? Fondamentalmente, l’Argentina – avendo ampiamente beneficiato di politiche eterodosse dopo il collasso del suo comitato valutario nel 2001 – ha preso ad essere eterodossa troppo a lungo, e sta ora facendo esperienza dei classici problemi di un paese in via di sviluppo, con un persistente deficit di bilancio che essa monetizza perché manca di accessi ai mercati dei capitali, con la conseguenza di una continua inflazione e di problemi nella bilancia dei pagamenti.

E se qualcuno comincia a strepitare che io sto diventando incoerente nel dire che la spesa in deficit e lo stampar valuta sono un problema in Argentina, giacché quelle sono le stesse politiche che propugno per gli Stati Uniti, la risposta è che è vero, sono proprio quelle – perché gli Stati Uniti sono in una trappola di liquidità, soffrendo di un persistente difetto di domanda, mentre l’Argentina è surriscaldata.

Potrei aver voglia di dire di più sull’Argentina, e forse anche sul discorso che farò brevemente, prima di andare verso l’aeroporto domattina.

 

Accordi cinesi (12 novembre 2014)

novembre 12, 2014

 

Nov 12 4:35 pm

China Deals

I wish that I believed that logic and reason played any role in the politics of climate change. Because if I did, the news of the US-China deal on carbon emissions would be a moment for sudden new optimism.

After all, one of the main arguments the usual suspects make against action — after arguing that it’s all a gigantic hoax, any limits on emissions will destroy the economy, and liberals are ugly — is that nothing the US does can matter, because China will just keep on emitting. Some of us have long argued that this is way too pessimistic — that the advanced countries, if they are willing to limit their own emissions, can have a lot of leverage via the threat of carbon tariffs. But now China is showing itself willing to deal even without that.

So you could say that a major prop of the anti-climate-action campaign has just been knocked away. But as I said, it probably won’t matter; they’ll just come up with another excuse.

 

Accordi cinesi

Vorrei poter credere che la logica e la ragione giochino un ruolo nella politica sul cambiamento del clima. Perché se lo facessi, le notizie sull’accordo tra Stati Uniti e Cina sulle emissioni di anidride carbonica sarebbero una occasione di improvviso nuovo ottimismo.

Dopo tutto, uno dei principali argomenti che i soliti noti usano contro ogni iniziativa – dopo aver sostenuto che si tratta di una balla colossale, che ogni limite alle emissioni distruggerà l’economia, e che i liberals sono dei brutti ceffi – è che nulla di quello che fanno gli Stati Uniti ha importanza, perché la Cina continuerà semplicemente ad inquinare. Alcuni di noi hanno a lungo sostenuto che questo è davvero troppo pessimistico – che i paesi avanzati, se hanno la volontà di limitare le proprie emissioni, possono avere molto su cui far leva attraverso la minaccia di tariffe sull’anidride carbonica. Ma oggi la Cina si sta mostrando disponibile all’accordo anche senza di ciò.

Si direbbe dunque che un importante pilastro della campagna ostile alle iniziative sul clima sia proprio stato abbattuto. Ma, come ho detto, probabilmente non avrà importanza: se ne verranno soltanto fuori con un’altra scusa[1].

 

 

1] Chiaramente, il riferimento è ai conservatori americani ostili alle legislazioni sul clima.

Sulla stagnazione del reddito (12 novembre 2014)

novembre 12, 2014

 

Nov 12 4:27 pm

On Income Stagnation

Sorry about lack of posting; I’m scrambling on a couple of fronts, most crucially textbook revisions …

But I did want to share a couple of thoughts on the income stagnation issue, where a piece by David Leonhardt has been deservedly getting a lot of attention.

The first point is that although Leonhardt talks about wages, the chart he shows is median income, which is a somewhat different story. Wages for ordinary workers have in fact been stagnant since the 1970s, very much including the Reagan years, with the only major break during part of the Clinton boom. My first chart shows wages of production and nonsupervisory workers in 2014 dollars; we have never gotten back to 1973 levels.

z 255

 

 

 

 

 

 

 

 

The second point is that rising inequality is a big part of the story for stagnating household incomes. My second chart shows real GDP per household — nominal GDP, deflated by the consumer price index, divided by the total number of households; and compares it with median household income, both expressed as indexes with 1979=100. We’ve had substantial income growth since then, but very little for the median household, because so much of it has gone to the top.

z 256

 

 

 

 

 

 

 

 

So if Republicans are gaining from public frustration here, it is ironic. After all, the GOP is systematically opposed to anything that would increase workers’ bargaining power, and bitterly opposed to any suggestion that inequality is an issue — what we need, they say, is growth, which will raise all incomes (even though it hasn’t).

 

Sulla stagnazione del reddito

Spiacente per la carenza di note: mi sto strapazzando su un paio di fronti, il più importante quello della revisione del libro di testo …

Ma intendevo condividere un paio di pensieri sul tema della stagnazione dei redditi, a proposito del quale un articolo di David Leonhardt sta ottenendo meritatamente molta attenzione.

Il primo punto è che, sebbene Leonhardt parli di salari, il diagramma che mostra è il reddito mediano, che è in qualche modo una cosa diversa. Di fatto, i salari dei normali lavoratori sono stagnanti dagli anni ’70, includendo del tutto anche gli anni di Reagan, con l’unica importante interruzione durante una parte della espansione con Clinton. La mia prima tabella mostra i salari dei lavoratori alla produzione e non con funzioni di controllo e sorveglianza in dollari del 2014; non siamo mai tornati ai livelli del 1973.

z 255

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il secondo punto è che la crescente ineguaglianza è gran parte della storia dei redditi stagnanti delle famiglie. Il mio secondo diagramma mostra il PIL reale per famiglia – il PIL nominale, deflazionato sulla base dell’indice dei prezzi al consumo e diviso per il numero di famiglie; e lo confronta con il reddito medio di una famiglia, entrambi espressi come numeri indice, con il 1979 fatto uguale a 100. A partire da allora abbiamo avuto una sostanziale crescita del reddito, ma molto piccola per la famiglia media, perché gran parte della crescita è andata ai più ricchi.

z 256

 

 

 

 

 

 

 

 

Dunque, se i repubblicani stanno avvantaggiandosi per la frustrazione dell’opinione pubblica, la cosa è comica. Dopo tutto, il Partito Repubblicano si è sistematicamente opposto a tutto ciò che avrebbe potuto accrescere il potere di contrattazione dei lavoratori, e si è aspramente opposto ad ogni suggestione secondo la quale l’ineguaglianza è un problema – ciò che ci serve, dicono, è la crescita, che alzerà tutti i redditi (anche se non è così).

La misteriosa Fed (10 novembre 2014)

novembre 10, 2014

 

Nov 10 7:43 am

The Mysterious Fed

As usual, my inbox is full of speculations about when the Fed will raise interest rates. June 2015? Earlier? Has it already waited too long?

And as usual, I wonder why anyone is talking about this at all. Yes, unemployment has fallen. But there is huge ambiguity about what level of unemployment is sustainable given changing demography, the uncertain degree to which people might return to the work force given better job availability, and so on. There’s also a huge asymmetry in risks between raising rates too soon — which can leave us stuck in a low inflation or deflation trap for a very long time — and raising rates a bit too late, which at worst means temporarily overshooting an inflation target that’s arguably too low anyway.

Meanwhile, both the Fed’s preferred measure of inflation and wages are showing no hint of an overheating economy:

z 254

 

 

 

 

 

 

 

 

So what the heck is going on? Maybe it’s just pluralistic ignorance?

 

La misteriosa Fed

Come al solito, la mia corrispondenza è piena di congetture su quando la Fed alzerà i tassi di interesse. A giugno del 2015? Prima? Ha già aspettato troppo a lungo?

E come al solito, mi chiedo perché tutti stiano parlando di questa questione. E’ vero, la disoccupazione è scesa. Ma c’è grande ambiguità su quale sia il livello di disoccupazione sostenibile considerati i cambiamenti nella demografia, sull’incerta misura nella quale le persone possano tornare al lavoro sulla base della disponibilità di migliori posti di lavoro, e così via. C’è anche una grande asimmetria di rischi tra l’elevare troppo presto i tassi di interesse – che ci possono far impantanare in una trappola di bassa inflazione o di deflazione per un periodo molto lungo – oppure elevarli un po’ troppo tardi, che nel peggiore dei casi comporta un temporaneo superamento dell’obbiettivo di inflazione che, probabilmente, è in ogni caso troppo basso [1].

Nel frattempo, le misurazioni preferite della Fed in materia sia di inflazione che di salari non stanno mostrando alcun cenno di surriscaldamento dell’economia:

z 254

 

 

 

 

 

 

 

 

Che cosa diavolo sta accadendo, dunque? Forse si tratta solo di un caso di “ignoranza pluralistica” [2].

 

 

 

 

[1] La connessione è con il testo della relazione di Krugman alla Conferenza della BCE a SIntra (portogallo) del maggio 2014, qua tradotta.

[2] La connessione è su un articolo di una psicologa che spiega questo fenomeno per il quale si resta condizionati a lungo dalle supposte idee altrui che ci impediscono di convivere con le nostre. Più o meno.

L’economia come scienza, oppure no (9 movembre 2014)

novembre 9, 2014

 

Nov 9 10:36 am

Economics as a Science, Not

From Chris Sims’s Nobel lecture (pdf):

But though economics progresses unevenly, and not even monotonically, there are some examples of real scientific progress in economics. This essay describes one — the evolution since around 1950 of our understanding of how monetary policy is determined and what its effects are.

Indeed: you learn a lot from Sims-type empirical analysis, especially when it’s paired with Romer-Romer type analysis of natural experiments. We learn that monetary policy has large short-run effects on output and employment, that interest rates move in a predictable direction, that prices move very slowly.

But as soon as the political implications of all that research become inconvenient, it all goes out the window.

 

L’economia come scienza, oppure no

Dalla lezione di Chris Sims in occasione del Nobel:

“Ma sebbene l’economia progredisca in maniera discontinua, e per nulla uniforme, ci sono alcuni esempi di reale progresso scientifico nell’economia. Questo saggio ne descrive uno – l’evoluzione, a partire circa dal 1950, della nostra comprensione su come si determini la politica monetaria e su quali effetti abbia.”

In effetti: si impara molto dalle analisi empiriche di economisti come Sims, in particolare se accompagnate da quelle di economisti come i coniugi Romer sugli ‘esperimenti naturali’. Si impara che la politica monetaria ha larghi effetti di breve periodo sulla produzione e sull’occupazione, che i tassi di interesse si muovono in una direzione prevedibile, che i prezzi si evolvono con molta lentezza.

Ma appena le implicazioni politiche di tutte queste ricerche diventano sconvenienti, finisce tutto fuori dalla finestra.

La sindrome della agitazione da Keynes (dal blog di Krugman, 9 novembre 2014)

novembre 9, 2014

 

Nov 9 10:12 am

Keynes Derangement Syndrome

One of my favorite quotes in economics comes from Frank Graham, who wrote that disorder is the sole substitute in social science for the controlled experiments of the natural sciences. What he meant was that drastic events, outside the normal run of experience, offer a much better way to test competing theories than day-to-day events, which aren’t too hard to shoehorn into various dogmas.

So it was with the global economic crisis, and especially the monetary policy response. Broadly speaking there were two views about what would happen when central banks hugely expanded the monetary base. On one side, those with a more or less Keynesian viewpoint saw this action as harmless at worst, possibly somewhat helpful, because they expected most of the new bank reserves to just sit there given near-zero interest rates. After all, that is what happened during Japan’s attempt at quantitative easing after 2001:

z 253

 

 

 

 

 

 

 

 

On the other side, many people were quite sure that explosive inflation was just around the corner.

So this was as clear a test as you’re ever likely to get. But the side that got it wrong refuses to take no for an answer, because that would mean admitting that Keynes (and possibly other economists whose names begin with the same letter) was actually right about something, while they were wrong. And so we have denial on multiple levels.

The crudest level is that of the inflation truthers, who insist that the government is covering up real inflation. There’s also the “I never said that” faction, claiming that they haven’t been refuted, because they only said there was a “risk” of hyperinflation — I’m not sure which position is more contemptible.

At a higher level are those who claim that we would have had runaway inflation if only the Fed hadn’t decided to pay 0.25 percent, that’s right, 0.25 percent, interest on reserves. Aside from being highly implausible, this runs up against the example of Japan, which massively expanded the monetary base without paying interest, and got the same result.

And at the highest level we have the neo-Fisherite claim that everything we thought we knew about monetary policy is backwards, that low interest rates actually lead to lower inflation, not higher. At least this stuff is being presented in an even-tempered way.

But it’s still very strange. Nick Rowe has been working very hard to untangle the logic of these arguments, basically trying to figure out how the rabbit got stuffed into the hat; the meta-point here is that all of the papers making such claims involve some odd assumptions that are snuck by readers in a non-transparent way.

And the question is, why? What motivation would you have for inventing complicated models to reject conventional wisdom about monetary policy? The right answer would be, if there is a major empirical puzzle. But you know, there isn’t. The neo-Fisherites are flailing about, trying to find some reason why the inflation they predicted hasn’t come to pass — but the only reason they find this predictive failure so puzzling is because they refuse to accept the simple answer that the Keynesians had it right all along.

 

La sindrome della agitazione da Keynes

Una delle mie citazioni favorite in economia viene da Frank Graham, il quale scrisse che il disordine è il solo surrogato nelle scienze sociali degli esperimenti naturali nelle scienze naturali. Intendeva che gli eventi estremi, fuori dal normale andamento dell’esperienza, offrono un modo molto migliore di sperimentare le teorie in competizione che non gli eventi giorno per giorno, che non sono così difficili da adattare ai vari dogmatismi.

E’ stato così con la crisi economica globale, e specialmente per il responso della politica monetaria. Parlando in generale c’erano due punti di vista su ciò che può accadere quando le banche centrali ampliano grandemente la base monetaria. Da una parte, coloro che hanno un punto di vista più o meno keynesiano consideravano questa iniziativa nel peggiore dei casi innocua, probabilmente in qualche caso utile, perché si aspettavano che gran parte delle nuove riserve bancarie, a causa del limite inferiore dello zero nei tassi di interesse, semplicemente restassero ferme. Dopo tutto, questo è quanto accadde durante il tentativo di facilitazione quantitativa del Giappone dopo il 2001:

z 253

 

 

 

 

 

 

 

 

D’altra parte, in molti erano quasi certi che una inflazione improvvisa fosse proprio dietro l’angolo.

Dunque, questo è stato un chiaro test, come mai era accaduto di avere. Ma la parte che ha avuto torto si rifiuta di considerarla come una risposta, perché significherebbe ammettere che Keynes (e magari altri economisti il cui nome comincia con la stessa lettera) per qualche aspetto aveva effettivamente ragione, mentre loro si sbagliavano. Abbiamo così una negazione ad una molteplicità di livelli.

Il livello più grossolano è quello di coloro che credono in un complotto dell’inflazione e che insistono che il Governo stia nascondendo l’inflazione reale. Ci sono poi quelli della fazione del “io non l’ho mai detto”, che sostengono di non essere stati smentiti, perché avevano solo detto che c’era un “rischio” di iperinflazione – non sono sicuro di quale posizione sia più indegna.

Ad un livello più alto ci sono coloro che sostengono che avremmo una inflazione galoppante se solo la Fed non avesse deciso di pagare un interesse sulle riserve dello 0,25 per cento, proprio così, dello 0,25. A parte il fatto che è del tutto non plausibile, è poi smentito dall’esempio del Giappone, che ha ampliato massicciamente la base monetaria senza pagare interessi, ottenendo lo stesso risultato.

E ad un livello più elevato abbiamo la tesi neo-fisheriana [1], secondo la quale ogni cosa che pensavamo di sapere sulla politica monetaria è arretrata, che i bassi tassi di interesse conducono effettivamente ad una inflazione più bassa, non più alta. Almeno, questa roba viene presentata con un certo equilibrio.

Ma è ancora assai strano. Nick Rowe ha lavorato duramente per sbrogliare la logica di questi argomenti, fondamentalmente immaginandosi come il coniglio sia potuto entrare nel cappello; in questo caso l’aspetto generale è che tutti gli scritti che avanzano pretese simili contengono strani assunti che sono introdotti di soppiatto ai lettori in un modo non trasparente.

E la domanda è: perché? Quali motivazioni ci sarebbero per inventare complicati modelli che rigettano la sapienza tradizionale in fatto di politica monetaria? La risposta giusta sarebbe: se si è in presenza di un importante mistero che viene dai fatti. Ma si sa che non c’è. I neo-fisheriani si agitano su tale questione, cercando di trovare qualche ragione per la quale l’inflazione che avevano previsto non si è avverata – ma la sola ragione per la quale trovano questo fallimento previsionale così misterioso è il fatto che rifiutano di accettare la risposta che i keynesiani hanno correttamente adottato da molto tempo.

 

 

[1] Da Irving Fisher, importante economista americano del secolo scorso. Varie volte Krugman si è espresso per una più adeguata valutazione dell’importanza di questo economista, in modo particolare riferendosi alle sue intuizioni sui meccanismi che possono innescare una recessione/depressione originata dai debiti, o meglio da un contemporaneo brusco tentativo di riduzione dei debiti da parte dell’intero settore privato. Ma in questo caso sembrerebbe che ci siano di recente utilizzi di parti del pensiero di Fisher che vanno in una diversa direzione (e che non so a chi attribuire).

Gli usi del ridicolo (6 novembre 2014)

novembre 6, 2014

 

Nov 6 8:17 pm

The Uses of Ridicule

What I’ve been doing; en route home. Yes, I know there was a midterm election; thoughts in tomorrow’s paper.

Meanwhile, a quick hit. Matt O’Brien has a lot of fun with Paul Singer, a billionaire inflation truther who is sure that the books are cooked because of what he can see with his own eyes:

… check out London, Manhattan, Aspen and East Hampton real estate prices, as well as high-end art prices, to see what the leading edge of hyperinflation could look like

Hyperinflation in the Hamptons; hard to beat that for comedy, although Matt adds value with the Billionaires Price Index.

But Singer will get very angry if you make fun of him; in fact, he denounces reporting that points out how wrong he and others have been as the “Krugmanization” of the media, a term I’ll adopt with pride. It’s yet another illustration of one of the remarkable revelations of recent years, the incredibly sensitive feelings of the superrich, who are so hurt at any suggestion that great wealth does not also go with great wisdom and great virtue that they threaten to take the economy with them and go home.

But we must make fun of such people — and not just because, I admit, it’s one of the pleasures of life. Let me quote from a wonderful essay by Molly Ivins (read the whole thing):

Satire is a weapon, and it can be quite cruel. It has historically been the weapon of powerless people aimed at the powerful.

She went on to talk about how the likes of Rush Limbaugh misuse satire to attack the powerless, but let’s stick with the first point. Making fun of billionaires who are clueless about economics, and lack the menschood to admit their mistakes, serves a couple of functions. It reminds the audience that being rich doesn’t mean that you know what you’re talking about; it also provides other rich people some incentive to think before they speak, and maybe even do some homework before preaching to the rest of us. I’m snarky for a reason.

So I think Krugmanization is a great idea, although I would, wouldn’t I?

 

Gli usi del ridicolo

Ecco quello che sto facendo, sono di ritorno. So che ci sono state le elezioni di medio termine; le mie opinioni sono sul giornale di stamani.

Nel frattempo, un colpetto rapido. Matt O’Brien si diverte molto a spese di Paul Singer, un miliardario convinto della teoria del complotto sull’inflazione, che è sicuro che i dati siano stati truccati a causa di quello che può vedere con i suoi occhi:

“ … si dia un’occhiata ai prezzi degli immobili a Londra, a Manhattan, ad Aspen ed a East Hampton, oppure ai prezzi di oggetti artistici esclusivi, per vedere a cosa potrebbe assomigliare la punta estrema dell’iperinflazione”

Iperinflazione negli Hamptons: difficile immaginare una comica migliore, per quanto Matt ci metta del suo con l’Indice del Prezzo per Miliardari.

Ma Singer si arrabbierebbe molto se vi prendeste gioco di lui; infatti egli denuncia i resoconti che mostrano come lui e gli altri abbiano torto come una “krugmanizzazione” dei media, un termine che adotterò con orgoglio. C’è ancora un’altra manifestazione di una delle rivelazioni più importanti degli anni recenti, i sentimenti incredibilmente permalosi dei super ricchi, che sono così offesi ad ogni suggestione secondo la quale la grande ricchezza non va neanche di pari passo con la grande saggezza e la suprema virtù, da minacciare di prendersi l’economia e portarsela a casa.

Eppure dobbiamo prendere in giro persone del genere – e non solo perché, lo ammetto, questo è uno dei piaceri della vita. Fatemi usare una citazione da un meraviglioso saggio di Molly Ivins [1] (che andrebbe letto per intero):

“la satira è un’arma, e può risultare abbastanza crudele. Storicamente è stata l’arma del popolo senza potere, puntata sui potenti.”

Le capitò di parlarne a proposito di come soggetti come Rush Limbaugh usino impropriamente la satira per attaccare chi non ha potere, ma atteniamoci al punto precedente. Prendere in giro i miliardari che non hanno idea dell’economia, e mancano della dignità di ammettere i propri errori, serve ad un doppio scopo. Ricorda al pubblico che essere ricchi non significa sapere di cosa si stia parlando; offre inoltre agli altri ricchi un qualche incentivo a riflettere prima di parlare, e può darsi che alla fine essi persino facciano qualche approfondimento prima di venirci a far prediche. Se sono sarcastico c’è una ragione.

Cosicché penso che la ‘krugmanizzazione’ sia un grande idea, ammesso che ne sia capace.

 

 

[1] Mary Tyler “Molly” Ivins, è stata una giornalista, scrittrice, commentatrice politica ed umorista americana.

z 252

 

 

 

 

 

 

Il Fondo Internazionale tutto d’un pezzo (4 novembre 2014)

novembre 4, 2014

 

Nov 4 5:07 pm

International Mensch Fund

The IMF has released an audit of its own response during the aftermath of the financial crisis, which concludes that it messed up by embracing fiscal austerity in 2010. It failed to understand that you need to differentiate between economies that borrow in someone else’s currency and those that don’t; it failed to appreciate that the negative effects of fiscal contraction would be much larger in a zero-lower-bound environment than historical patterns might suggest.

Well, I could have told you all of that at the time — and in fact I did, over and over again.

But let us nonetheless celebrate the IMF’s willingness to look honestly at its own record and learn from it. Taking responsibility for your actions and statements — being a mensch, as my father would have said — is all too rare in modern economic discourse, as the comedic evasions of the open-letter crew demonstrate. The Fund, it turns out, is better than that, and deserves praise.

 

Il Fondo Internazionale tutto d’un pezzo [1]

Il FMI ha compiuto una verifica in relazione alle sue risposte nel periodo successivo alla crisi finanziaria, e la conclusione è stata che esso fece un danno abbracciando nel 2010 la tesi dell’austerità nelle finanze pubbliche. Non comprese che c’era bisogno di fare una differenza tra le economie che si indebitano con la propria valuta e quelle che non lo fanno; non considerò che gli effetti negativi della contrazione delle finanze pubbliche sarebbero stati molto più ampi nel contesto del limite inferiore a zero nei tassi di interesse, rispetto a quello che potevano suggerire gli schemi storici.

Ebbene, sono tutte cose che avrei potuto dirvi in quel momento – e di fatto lo dissi, in continuazione.

Nondimeno, mi sia consentito di apprezzare pubblicamente la volontà del FMI di guardare onestamente alle sue prestazioni e di imparare dalla esperienza. Prendersi la responsabilità per le proprie azioni e per i propri pronunciamenti – essere persone tutte d’un pezzo, come avrebbe detto mio padre – è anche troppo raro nel dibattito economico contemporaneo, come dimostra l’umoristico arrampicarsi sugli specchi degli individui della lettera aperta[2]. Il Fondo, si scopre, è una cosa più seria, e merita un elogio.

 

 

[1] Evidentemente, con il termine “mensch” (‘rispettabile, tutto d’un pezzo’), si ottiene un gioco di parole con lo stesso acronimo FMI.

[2] La famosa lettera del 2010 con la quale varie decine di politici, commentatori ed economisti protestavano contro la politica di Ben Bernanke, prevedendo una inflazione fuori controllo. In questi giorni alcuni di loro sono stati intervistati per fornire una spiegazione dei loro errori. E in effetti la lettura delle giustificazioni è abbastanza spassosa.

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