November 4, 2014 4:56 pm
When a nation is engaged in a real policy debate — the kind we’re not having in the United States, because America’s right wing knows what it knows, and never looks at evidence or admits mistakes — certain decisions take on significance that goes beyond their substantive importance, because they are symbols of the broader direction. So it is with Japan’s current plan to hike consumption taxes a second time. Not that this is a trivial decision on the substance; it would be a fairly big deal in any case. But right now it has become more — a sort of Rubicon for policy.
And let me admit that people I respect — like Adam Posen, and some officials at international organizations — believe that Abe should go through with the hike. But I strongly disagree.
The funny thing is that both sides of this debate believe that it’s about credibility; but they differ on what kind of credibility is crucial at this moment.
Right now, Japan is struggling to escape from a deflationary trap; it desperately needs to convince the private sector that from here on out prices will rise, so that sitting on cash is a bad idea and debt won’t be so much of a burden. At the same time, Japan has huge public debt and lousy demography, which implies large implicit liabilities too.
The pro-tax-hike side worries that if Japan doesn’t go through with the increase, it will lose fiscal credibility and that this will endanger the economy right now — basically, that the bond vigilantes will attack. Why don’t I share that view?
Partly because I don’t see how this supposed crisis of confidence is supposed to work. This was the point of my Mundell-Fleming lecture (pdf) at the IMF last year: when a country borrows in its own currency and doesn’t face inflationary pressure (quite the contrary), it’s very hard to see how a Greek-style crisis is even upossible. Short-term interest rates are controlled by the Bank of Japan; long-term rates mainly reflect expected short rates. Yes, investors could push the yen down, but that would be a good thing from Japan’s point of view. Posen says stocks could crash, but I guess I don’t see why if interest rates stay low and corporate Japan becomes more competitive thanks to a weaker yen.
Seriously: tell me how this is supposed to work. In fact, tell me how a loss in fiscal confidence — fear that Japan might eventually monetize some of its debt — isn’t actually a positive development.
Meanwhile, it seems to me that Japan should be very, very afraid of losing momentum in the fight against deflation. Suppose that a second tax hike causes another downturn in real GDP, as I predict it would, and that all the progress made against inflation so far evaporates, which is surely a real possibility. How likely is it that the Bank of Japan could come back after that, saying “Trust us — this time we really will get inflation up to 2 percent in two years, no, really” — and be believed? I’d argue that stalling the current drive would cause a fatal loss of credibility on the deflation front. And this would, by the way, do huge fiscal damage too.
Could I be wrong about all of this? Of course: life is complicated, and as I said, people I respect are on the other side (although I really don’t understand their logic here.) But it’s all about weighing the risks. Right now, the risk of losing anti-deflation credibility looks much worse than the risk of losing fiscal credibility.
Please, don’t hike those taxes!
Il Giappone dinanzi al ciglio
Quando una nazione è impegnata in un dibattito politico vero – di un genere che non stiamo avendo negli Stati Uniti, perché la destra americana è certa di quello che sa, e non guarda mai ai fatti né ammette mai errori – certe decisioni assumono un significato che va oltre la loro importanza reale, perché sono simboli di un indirizzo più generale. Così è nel caso dell’attuale progetto del Giappone di elevare per una seconda volta le tasse sui consumi. Non che nella realtà questa sia una decisione banale; in ogni caso si tratterebbe di una faccenda discretamente rilevante. Ma in questo momento è diventata di più – una sorta di Rubicone della politica.
E devo riconoscere che persone che rispetto – come Adam Posen ed altri dirigenti di organizzazioni internazionali – credono che Abe dovrebbe procedere con quel rialzo. Ma io sono in forte disaccordo.
La cosa buffa è che in questa discussione, entrambi gli schieramenti ritengono che essa riguardi la credibilità; ma divergono su quale genere di credibilità sia cruciale in questo momento.
In questo momento, il Giappone sta combattendo per sfuggire ad una trappola deflazionistica; ha disperatamente bisogno di convincere il settore privato che d’ora in avanti i prezzi cresceranno, cosicché restar seduti sui propri capitali è una pessima idea e il debito non sarà un peso così grande. Nello stesso tempo, il Giappone ha un grande debito pubblico ed un andamento demografico misero, il che intrinsecamente comporta anche grandi responsabilità.
Lo schieramento a favore dell’innalzamento delle tasse teme che se il Giappone non passerà da quell’aumento, perderà la sua credibilità in materia di finanza pubblica e che questo metterà da subito in pericolo l’economia – in sostanza, che ci sarà un’offensiva da parte dei ‘guardiani dei bond’. Perché non condivido questo punto di vista?
In parte perché non capisco come si ritenga che questa ipotetica crisi di fiducia si manifesti. Era questo l’oggetto della mia conferenza (disponibile in pdf [1]) alle celebrazioni per Mundell-Fleming del FMI dello scorso anno; quando un paese si indebita nella propria valuta e non si trova dinanzi ad una pressione inflazionistica (piuttosto il contrario), è molto difficile vedere come sia persino possibile una crisi del genere di quella della Grecia. I tassi di interesse a breve termine sono controllati dalla Banca del Giappone; i tassi di interesse a lungo termine riflettono principalmente le aspettative sui tassi a breve. E’ vero, gli investitori potrebbero spingere lo yen in basso, ma dal punto di vista del Giappone questa sarebbe una buona cosa. Posen dice che le azioni potrebbero crollare, ma io credo di non vederne il motivo, se i tassi di interesse restano bassi e le imprese giapponesi diventano più competitive grazie ad uno yen più debole.
Dico sul serio: spiegatemi come si pensa che questo possa accadere. In sostanza, spiegatemi come un perdita di fiducia nella finanza pubblica – la paura che alla fine il Giappone potrebbe monetizzare una parte del suo debito – non costituisca effettivamente uno sviluppo positivo.
Contemporaneamente, a me pare che il Giappone dovrebbe avere davvero tanta paura di perdere lo slancio nella lotta contro la deflazione. Supponiamo che un altro aumento delle tasse provochi una nuova diminuzione nel PIL reale, come io prevedo che accadrebbe, e che tutto il progresso sinora ottenuto contro la deflazione [2] svanisca, che è certamente nell’ordine delle cose possibili. Quanto è probabile che, dopo ciò, la Banca del Giappone torni a dire: “Credeteci, questa volta per davvero avremo un inflazione che salirà al 2 per cento nel giro di due anni, diciamo sul serio” – e sia creduta? Direi che interrompere l’indirizzo attuale provocherebbe una fatale perdita di credibilità sul fronte della deflazione. E questo, per inciso, provocherebbe anche un gran danno alle finanze pubbliche.
Potrei sbagliarmi in tutto ciò? Ovviamente: la vita è complicata e, come ho detto, ci sono persone che rispetto che sostengono il punto di vista opposto (sebbene, in questo caso, davvero non capisca la loro logica). Ma tutto dipende da come si soppesano i rischi. In questo momento, il rischio di perdere credibilità contro la deflazione appare assai peggiore del rischio di perdere credibilità nei conti pubblici.
Per favore, non rialzate quelle tasse!
[1] Il testo è qua tradotto, con il titolo “Regimi valutari, flussi di capitali e crisi, di Paul Krugman – 27 ottobre 2013”.
[2] “Inflation” mi pare un errore nel testo.
novembre 4, 2014
Nov 4 3:06 am
As I’ve been noting recently, there’s a lot of opposition within Japan to the Bank of Japan’s policy of printing more money; there’s also a lot of pressure on the government to raise taxes. And that’s not really very different from what has been happening in the rest of the advanced world: central banks that have pursued quantitative easing have done so despite political pressure, not because of it, and fiscal austerity has been imposed almost everywhere.
The funny thing is that when you ask for justifications for pursuing hard money and tight budgets in a depressed, low-inflation economy, the answers you get often start from the presumption that money-printing and deficit finance are immensely tempting to politicians, so that you don’t dare let them get even a slight taste of these addictive drugs. This is often said in a tone of great wisdom, and presented as the lesson history teaches us.
Now, as Simon Wren-Lewis points out — and as I’ve pointed out in the past — history actually teaches us no such thing. Fiscal stimulus in the United States, far from becoming permanent, has always faded out fast, indeed too fast; monetary retrenchment has also tended to come too quickly, at least sometimes. And even when things did run away from us in the 1970s, it was not at all the story conservatives now like to tell, in which central banks printed money to cover deficit spending; deficits weren’t actually big, and inflation took off because of oil shocks and macroeconomic misjudgments, not populist temptation.
But why don’t these things happen in advanced countries? After all, the story — populist politicians should love it when people tell them that printing money and running big deficits is OK — seems plausible. And things like this have happened in Latin America — indeed are happening again today in Venezuela and Argentina. So why don’t they ever happen in America, Europe, or Japan? Why, in a time of deflationary pressure, have calls for belt-tightening dominated the political scene?
I actually don’t know, although I continue to think about it. But it is a puzzle worth pondering.
Perchè non abbiamo un’economia più ‘populista’ [1]?
Come sono venuto osservando di recente, all’interno del Giappone c’è molta opposizione verso la politica della Banca del Giappone di stampare più valuta, come c’è molta spinta perché il Governo alzi le tasse. E in realtà ciò non è molto diverso da quello che sta accadendo nel resto del mondo avanzato: le banche centrali che si sono impegnate nella ‘facilitazione quantitativa’ l’hanno fatto a dispetto delle pressioni della politica, non per loro causa, e l’austerità della finanza pubblica è stata imposta quasi dappertutto.
La cosa curiosa è che quando si chiedono giustificazioni rispetto all’obbiettivo di una moneta forte e della restrizione dei bilanci di fronte ad un’economia depressa e con bassa inflazione, le risposte che si ottengono partono spesso dal presupposto che lo stampar moneta e la finanza in deficit abbiano una grandissima fortuna presso gli uomini politici, cosicché non si deve osare di consentire loro neanche leggermente di assaporare queste droghe che creano dipendenza. La qualcosa è spesso affermata con un tono di grande saggezza, e presentata come la lezione che si apprende dalla storia.
Ora, come mette in evidenza Simon Wren-Lewis – e come ho anch’io fatto nel passato – la storia in effetti non ci insegna una cosa del genere. Le misure di sostegno della finanza pubblica negli Stati Uniti, lungi dal diventare permanenti, sono sempre svanite rapidamente, in effetti troppo rapidamente; anche la restrizione monetaria di solito è intervenuta troppo rapidamente, almeno in alcuni casi. E persino quando le cose ci stavano scappando di mano negli anni ’70, non era nei termini nei quali oggi i conservatori vogliono raccontare, secondo i quali le banche centrali stamparono moneta per coprire una spesa in deficit; per la verità i deficit non erano grandi, e l’inflazione decollò a causa degli shock petroliferi e di scorrette valutazioni macroeconomiche, non di tentazioni populiste.
Ma perché queste cose non accadono nei paesi avanzati? Dopo tutto le circostanze [2] – il fatto che gli uomini politici dovrebbero gradire quando la gente dice loro che stampar moneta e gestire ampi deficit è una cosa giusta – sembrano plausibili. E cose del genere sono accadute in America Latina – in effetti stanno accadendo ancora oggi in Venezuela e in Argentina. Perché, dunque, esse non accadono mai in America, in Europa o in Giappone? Perché, in un tempo di spinte deflazionistiche, i pronunciamenti per lo stringere le cinghie hanno dominato la scena politica?
Effettivamente non lo so, sebbene continui a pensarci. Ma è un mistero sul quale vale la pena di riflettere.
[1] Come si è notato altre volte, il termine ‘populista’ non ha, nel linguaggio politico americano, necessariamente la stessa connotazione negativa che nel nostro. E’ populista una politica che non teme di esibire la sua sensibilità alle esigenze del popolo, di farsene una bandiera. Del resto, tradurre con ‘popolare’ sarebbe troppo generico.
[2] Noto che “story” – oltra a ‘racconto, storia etc’ – ha il senso di un resoconto di un evento, o anche dei fatti, dei materiali, dell’evento stesso che stanno alla base di tale resoconto. Ovvero ‘circostanze, in un senso talora piuttosto simile a ‘spiegazione’.
ottobre 28, 2014
Oct 28 3:07 pm
I’m going to Japan soon, and have been putting some numbers and thoughts together, both about Abenomics and the longer-term lessons from the Japanese experience. Here are some notes on the way.
First, can we stop writing articles wondering whether Europe or the United States might have a Japanese-type lost decade? At this point the question should be whether there is any realistic possibility that we won’t. Both the US and Europe are approaching the 7th anniversary of the start of their respective Great Recessions; the US is far from fully recovered, and Europe not recovered at all. Japan is no longer a cautionary tale; in fact, in terms of human welfare it’s closer to a role model, having avoided much of the suffering the West has imposed on its citizens.
Part of the impression that Japan has been a bigger disaster comes, of course, from Japanese demography: if you look at total GDP, or even GDP per capita, you miss the fact that Japan’s working-age population has been declining since 1997. I’ve tried to update the numbers on real GDP per working-age adult, defined as 15-64; I start in 1993 because of annoying data problems, but it would look similar if I took it back a few more years. Here’s a comparison of the euro area, the US, and Japan:
So even in growth terms Japan doesn’t look much worse than the US at this point, and is actually slightly ahead of the euro area. That doesn’t mean Japan did OK; it just means that we’ve done terribly.
What about Abenomics? The decision to go ahead with the consumption tax increase — which some of us pleaded with them not to do — dealt a serious blow to the plan’s momentum. There has been some recovery in growth:
But losing momentum is a really bad thing here, since the whole point is to break deflationary expectations and get self-sustaining expectations of moderate inflation instead. For what it’s worth, the indicator of expected inflation I suggested, using US TIPS, interest differentials, and reversion to long-run purchasing power parity, is holding up:
But I still worry that Japan may fall into the timidity trap.
The whole business with the consumption tax drives home a point a number of people have made: the conventional view that short-term stimulus must be coupled with action to produce medium-term fiscal stability sounds prudent, but has proved disastrous in practice. In the US context it means that any effort to help the economy now gets tied up in the underlying battle over the future of the welfare state, which means that nothing happens. But even where that isn’t true, talking about fiscal sustainability when deflationary pressure is the clear and present danger distracts policy from immediate needs, and can all too easily lead to counterproductive moves — as just happened in Japan. When I see, say, the IMF inserting into its latest Japan survey (pdf) a section titled “Maintaining focus on fiscal sustainability” my heart sinks (and so, maybe, does Abenomics); it’s hard to argue against sustainability, but under current conditions it means taking your eye off the ball, and Japan really, really can’t afford to do that.
More notes as my cramming for the coming quiz continues.
Note sul Giappone
Sto per andare in Giappone ed ho messo assieme alcuni dati e pensieri, sia sulla Abenomics che sulle lezioni a più lungo termine della esperienza giapponese. Ecco alcune note strada facendo.
In primo luogo, possiamo smetterla di scrivere articoli nei quali ci si chiede se l’Europa o gli Stati Uniti possano fare l’esperienza di un decennio perduto del tipo di quello del Giappone? A questo punto la domanda dovrebbe essere se c’è qualche seria possibilità che non accada. Sia gli Stati Uniti che l’Europa stanno raggiungendo il settimo anniversario dall’inizio della loro Grande Recessione; gli Stati Uniti sono lungi dall’essersi ripresi e l’Europa non si è ripresa affatto. Il Giappone non è più un racconto utile a mettere in guardia: di fatto, in termini di benessere umano è più vicino ad essere un modello guida, avendo evitato gran parte delle sofferenze che l’Occidente ha imposto ai suoi cittadini.
Naturalmente, in parte l’impressione che il Giappone sia stato un grande disastro viene dalla demografia di quel paese: se guardate al PIL totale, o anche al PIL procapite, non vi accorgete del fatto che la popolazione in età lavorativa del Giappone è calata a partire dal 1997. Ho cercato di aggiornare i dati sul PIL reale per le persone adulte in età di lavoro, considerate nella fascia tra i 15 ed i 54 anni; sono partito dal 1993 a causa di fastidiosi problemi statistici, ma avrei osservato lo stesso se fossi tornato indietro di alcuni anni. Ecco il confronto tra l’area euro, gli Stati Uniti ed il Giappone:
Dunque, a questo punto, persino in termini di crescita il Giappone non sembra molto peggiore degli Stati Uniti, ed è effettivamente leggermente in avanti rispetto all’area euro. Non significa che il Giappone sia andato bene; significa soltanto che non è andato in modo terribile.
Che dire della Abenomics? La decisione di procedere con l’aumento delle tasse sui consumi – che alcuni di noi si erano raccomandati di non mettere in atto [1] – ha dato un colpo serio allo slancio del programma. C’è stata una qualche ripresa nella crescita:
Ma in questo caso, perdere lo slancio è davvero una cosa negativa, dal momento che tutta la faccenda consiste nell’interrompere le aspettative deflazionistiche ed ottenere al loro posto aspettative di moderata inflazione che si autoalimentino. Per quello che conta, l’indicatore della inflazione attesa che ho indicato, utilizzando i Buoni del Tesoro protetti dall’inflazione degli Stati Uniti, i differenziali degli interessi, ed un ritorno alla parità del potere di acquisto nel lungo periodo, sta resistendo:
Ma io sono ancora preoccupato che il Giappone possa cadere in quella che ho definito come ‘trappola della timidezza’ [2].
Tutta la questione della tassa sui consumi fa ben capire un aspetto che un certo numero di persone avevano avanzato: il punto di vista convenzionale secondo il quale misure di sostegno a breve termine debbano essere accompagnate da iniziative per ottenere nel medio periodo una stabilità della finanza pubblica sembra prudente, ma in pratica si è rivelato disastroso. Nel contesto degli Stati Uniti ciò significa che ogni sforzo per sostenere l’economia adesso viene collegato con la sottostante battaglia sul futuro dello stato assistenziale, il che comporta che non accade niente. Ma se anche così non fosse, parlare di sostenibilità della finanza pubblica nel mentre la pressione deflazionistica è il chiaro ed attuale pericolo, distrae la politica dalle necessità del momento, e può portare anche troppo facilmente a mosse controproducenti – come è accaduto nel Giappone. Quando io vedo, ad esempio, il FMI inserire nel suo ultimo sondaggio sul Giappone (disponibile in pdf) una sezione intitolata “Mantenere la concentrazione sulla sostenibilità della finanza pubblica”, provo un senso di scoramento (e forse lo stesso accade alla politica economica di Abe); è difficile esprimersi contro la stabilità, ma nelle attuali condizioni ciò comporta perdere la concentrazione, ed è proprio quello che il Giappone non può permettersi.
Seguiranno altre note a mano a mano che la mia sgobbata per il prossimo esame proseguirà.
[1] Il riferimento è ad un suo post del 9 settembre 2013, qua tradotto, dal titolo “Fa che il Giappone sia casto e continente, ma non ancora”.
[2] Vedi il post, qua tradotto, del 21 marzo 2014 “Analisi timida (per esperti)”.
ottobre 27, 2014
Oct 27 6:05 am
OK, an admission: Sometimes it seems to me as if economists and policymakers have spent much of the past six years slowly, stumblingly figuring out stuff they would already have known if they had read my 1998 Brookings Paper (pdf) on Japan’s liquidity trap. For example, there’s been huge confusion about whether Ricardian equivalence makes fiscal policy ineffective, vast amazement that increases in the monetary base haven’t led to big increases in the broader money supply or inflation; yet that was all clear 16 years ago, once you thought hard about the Japanese trap.
And now here we go with another: the role of troubled banks. Europe has done its stress tests, which aren’t too bad; but now we’re getting worried commentary that maybe, just maybe, a clean bill of banking health won’t stop the slide into deflation.
Folks, we’ve been there; in the 90s it was conventional wisdom that Japan’s zombie banks were the problem, and that once they were fixed all would be well. But I took a hard look at the logic and evidence for that proposition (pp. 174-177), and it just didn’t hold up.
I know, I know — blowing my own horn, and all that. But if I am not for myself, who will be for me? And in any case, it has been really frustrating to watch so many people reinvent fallacies that were thoroughly refuted long ago.
Oh, and if people had read my old stuff they might have managed to avoid embarrassing themselves so much in open letters to Bernanke and suchlike.
Quando le banche non sono il problema
Lo ammetto: qualche volta mi sembra che gli economisti e gli uomini politici abbiano speso gran parte di questi anni ad immaginarsi, lentamente e con non pochi inciampi, cose che avrebbero già conosciuto se avesse letto il mio saggio alla Brookings del 1998 (disponibile in pdf) sulla trappola di liquidità giapponese. Per esempio, c’è stata una grande confusione sul fatto che l’ “equivalenza ricardiana” [1] renda la politica della finanza pubblica inefficace, una vasta sorpresa che gli incrementi nella base monetaria non abbiano portato ad una grande crescita della più generale offerta di denaro o all’inflazione; tuttavia era già tutto chiaro 16 anni fa, una volta che si fosse riflettuto con impegno sulla trappola giapponese.
Ed ora ci ripetiamo con un’altra questione: il ruolo delle banche in difficoltà. L’Europa ha fatto i suoi stress test, che non sono così negativi; ma adesso abbiamo commenti preoccupati secondo i quali forse, solo forse, un certificato di buona salute sulle banche non fermerà lo scivolamento nella deflazione.
Signori, è una questione già nota; negli anni ’90 il punto di vista convenzionale diceva che le banche zombi del Giappone erano il problema, e che una volta che fossero state messe a posto sarebbe andato tutto per il meglio. Ma io esaminai con impegno tale concetto, alla luce della logica e dei fatti (pagg. 174-177 del saggio), e proprio non stava in piedi.
Non ce bisogno che me lo diciate – mi vanto sempre delle mie cose, e così via. Ma se non faccio un po’ di propaganda a me stesso, chi me la farà? E in ogni caso, è stato davvero frustrante osservare tanta gente reinventare sbagli che erano stati scrupolosamente confutati molto tempo fa.
Infine, se le persone avessero letto quel mio studio di un tempo avrebbero cercato di evitare di infilarsi in cose talmente imbarazzanti come le lettere aperte a Ben Bernanke, e cose simili.
[1] Per una spiegazione del termine, vedi “ricardian equivalence” sulle note della traduzione.
ottobre 27, 2014
Oct 27 5:49 am
Et tu, Gavyn? In the course of an interesting piece suggesting that there has been a sustained slowdown in the trend rate of growth, Gavyn Davies declares that
Some version of secular stagnation does seem to be taking hold.
He later acknowledges that there are different meanings assigned to the term; but it’s really important not to feed the confusion. To the extent that secular stagnation is an important and perhaps shocking concept, it really has to be distinguished from the proposition that potential growth is slowing down. What I wrote:
For those new to or confused by the term, secular stagnation is the claim that underlying changes in the economy, such as slowing growth in the working-age population, have made episodes like the past five years in Europe and the US, and the last 20 years in Japan, likely to happen often. That is, we will often find ourselves facing persistent shortfalls of demand, which can’t be overcome even with near-zero interest rates.
Secular stagnation is not the same thing as the argument, associated in particular with Bob Gordon (who’s also in the book), that the growth of economic potential is slowing, although slowing potential might contribute to secular stagnation by reducing investment demand. It’s a demand-side, not a supply-side concept. And it has some seriously unconventional implications for policy.
This is a really important distinction, because secular stagnation and a supply-side growth slowdown have completely different policy implications. In fact, in some ways the morals are almost opposite.
If labor force growth and productivity growth are falling, the indicated response is (a) see if there are ways to increase efficiency and (b) if there aren’t, live within your reduced means. A growth slowdown from the supply side is, roughly speaking, a reason to look favorably on structural reform and austerity.
But if we have a persistent shortfall in demand, what we need is measures to boost spending — higher inflation, maybe sustained spending on public works (and less concern about debt because interest rates will be low for a long time).
So please, let’s not confuse these issues. This isn’t some academic quibble; we’re trying to understand what ails us, and saying that high blood pressure and low blood pressure are more or less the same thing is not at all helpful.
Cosa non è la stagnazione secolare
“Et tu”, Gavyn? Nel corso di un interessante articolo che indica come ci sia stato un prolungato rallentamento nel tasso tendenziale di crescita, Gavyn Davies afferma che:
“Una qualche versione della stagnazione secolare sembra proprio stia facendo presa.”
Egli successivamente riconosce che al termine vengono assegnati significati diversi; ma è realmente importante non alimentare la confusione. Nella misura in cui la stagnazione secolare è un concetto importante e forse impressionante, esso deve essere effettivamente distinto dalla affermazione secondo la quale la crescita potenziale sta diminuendo. Scrissi questo a proposito:
“Per coloro che sono nuovi o incerti dinanzi al termine, la stagnazione secolare è la tesi che cambiamenti profondi nell’economia, come una rallentamento nella crescita della popolazione in età lavorativa, hanno reso probabile che episodi come quello dei cinque anni passati in Europa e negli Stati Uniti, e degli ultimi 20 anni in Giappone, accadano di frequente. Ovvero, ci ritroveremo spesso a fronteggiare persistenti cadute della domanda, che non possono essere superate neppure con tassi di interesse vicini allo zero.
La stagnazione secolare non è la stessa cosa della tesi, associata in particolare a Bob Gordon (anch’esso tra gli autori del libro [1]), che la crescita del potenziale economico stia rallentando, sebbene il rallentamento del potenziale potrebbe contribuire alla stagnazione secolare riducendo la domanda di investimenti. E’ un concetto dal lato della domanda, non dal lato dell’offerta. Ed ha alcune implicazioni seriamente non convenzionali per la politica.”
Si tratta di una distinzione davvero importante, perché la stagnazione secolare ed il rallentamento della crescita dal lato dell’offerta hanno implicazioni politiche completamente diverse. Di fatto, in qualche modo le loro morali sono quasi opposte.
Se stanno calando la crescita della forza lavoro e della produttività, le risposte appropriate sono: a) vedere se ci sono modi per accrescere l’efficienza, e b) se non ci sono, vivere con mezzi ridotti. Un rallentamento della crescita dal lato dell’offerta è, per dirla semplicemente, una ragione per guardare con favore a riforme strutturali ed all’austerità.
Ma se si ha una persistente caduta nella domanda, ciò di cui c’è bisogno sono misure per incoraggiare la spesa – una inflazione più elevata, magari sostenuta dalla spesa in opere pubbliche (e minori preoccupazioni sul debito, perché i tassi di interesse saranno bassi per un lungo periodo).
Dunque, per favore, non confondiamo queste tematiche. Non si tratta di un cavillo professorale; stiamo cercando di capire cosa ci fa star male, e dire che l’alta pressione o la bassa pressione arteriosa sono più o meno la stessa cosa non è proprio utile.
[1] Il libro a cui si riferisce è un lavoro collettaneo pubblicato sul blog Vox, nel quale compare anche un breve saggio di Krugman qua tradotto (Quattro osservazioni sulla stagnazione secolare, di Paul Krugman – da “Stagnazione secolare: fatti, cause e rimedi”, VoxEU. Agosto 2014)
ottobre 25, 2014
October 25, 2014 8:38 am
I’ve received some angry mail over this William Cohan piece attacking Janet Yellen for supposedly feeding inequality through quantitative easing; Cohan and my correspondents take this inequality-easy money story as an established fact, and accuse anyone who supports the Fed’s policy while also decrying inequality as a hypocrite if not a lackey of Wall Street.
All this presumes, however, that Cohan knows whereof he speaks. Actually, his biggest complaint about easy money is mostly a red herring, and the overall story about QE and inequality is not at all clear.
Let’s start with the complaint that forms the heart of many attacks on QE: the harm done to people trying to live off the interest income on their savings. There’s no question that such people exist, and that in general low interest rates on deposits hurt people who don’t own other financial assets. But how big a story is it?
Let’s turn to the Survey of Consumer Finances (pdf), which has information on dividend and interest income by wealth class:
The bottom three-quarters of the wealth distribution basically has no investment income. The people in the 75-90 range do have some. But even in 2007, when interest rates were relatively high, it was only 1.9 percent of their total income. By 2010, with rates much lower, this was down to 1.6 percent; maybe it fell a bit more after QE, although QE didn’t have much impact on deposit rates. The point, however, is that the overall impact on the income of middle-income Americans was, necessarily, small; you can’t lose a lot of interest income if there wasn’t much to begin with. If you want to point to individual cases, fine — but the claim that the hit to interest was a major factor depressing incomes at the bottom is just false.
There’s a somewhat different issue involving pensions: as the Bank of England pointed out in a study (pdf) that a lot of Fed-haters have cited but fewer, I suspect, have actually read, easy money has offsetting effects on pension funds: it raise the value of their assets, but reduces the rate of return looking forward. These effects should be roughly a wash if a pension scheme is fully funded, but do hurt if it’s currently underfunded, which many are. So the BoE concludes that easy money has somewhat hurt pensions — but also suggests that the effect is modest.
So where does the impression that QE has involved a massive redistribution to the rich come from? A lot of it, I suspect, comes from the fact that equity prices have surged since 2010 while housing has not — and since middle-class families have a lot of their wealth in houses, this seems highly unequalizing.
Here, however, I think it’s useful to go back to first principles for a second. Do we expect easy money to have differential effects on asset prices? Yes, but mainly having to do with longevity. Values of short-term assets like deposits or, for that matter, software that will soon be obsolete don’t vary much with interest rates; values of long-term assets like housing should vary a lot. Equities are claims on the assets of corporations, which include a mix of short-term stuff like software, long-term stuff like structures, and invisible assets like goodwill and market position that may span the whole range of longevity.
The point is that it’s not at all obvious why housing should be left behind in general by easy money. In fact, one of the dirty little secrets of monetary policy is that it normally works through housing, with little direct impact on business investment.
So why was this time different? Surely the answer is that housing had an immense bubble in the mid-2000s, so that it wasn’t going to come roaring back. Meanwhile, stocks took a huge beating in 2008-9, but this was financial disruption and panic, and they would probably have made a strong comeback even without QE.
If we take a longer-term perspective, you can see that the relationship between monetary policy and stocks versus housing varies a lot. The charts show real stock prices (from Robert Shiller) and real housing prices:
The easy-money policies that followed the bursting of the 90s stock bubble produced a surge in housing prices, not so much in stocks — the opposite of recent years. The point is that a lot depends on the history, and the belief that QE systematically favors the kinds of assets the wealthy own is wrong or at least overstated.
Meanwhile, for most people neither interest rates nor asset prices are key to financial health — instead, it’s all about wages. And new research just posted on Vox, using time-series methods on micro data, finds that the empirical evidence points toward monetary policy actions affecting inequality in the direction opposite to the one suggested by Ron Paul and the Austrian economists.
Which brings me back to the reason most of us favor QE. No, Janet Yellen and I aren’t secretly on the Goldman Sachs payroll. Nor do I (or, I suspect, Yellen) believe that unconventional monetary policy can produce miracles. The main response to a depressed economy should have been fiscal; the case for a large infrastructure program remains overwhelming.
But given the political realities, that’s not going to happen. The Fed is the only game in town. And you really don’t want to trash the Fed’s efforts without seriously doing your homework.
Appunti sulla moneta facile e sull’ineguaglianza
Ho ricevuto qualche mail arrabbiata su quest’articolo di William Cohan che attacca Janet Yellen per alimentare l’ineguaglianza attraverso la ‘facilitazione quantitativa’; Cohan ed i miei corrispondenti considerano questa storia dell’ineguaglianza dipendente dalla moneta facile come un fatto sicuro, ed accusano tutti coloro che sostengono la politica della Fed e al tempo stesso denunciano l’ineguaglianza come ipocriti, se non come servi di Wall Street.
Tutto questo suppone, tuttavia, che Cohan sappia di quello di cui parla. In verità, la sua maggiore lamentela sul denaro facile è una falsa pista, e il complessivo racconto sulla ‘facilitazione quantitativa’ e l’ineguaglianza non è affatto chiaro.
Cominciamo con l’addebito che costituisce il cuore di molti attacchi sulla facilitazione quantitativa: il danno fatto alla gente che cerca di vivere sul reddito derivante dagli interessi sui propri risparmi. Non c’è dubbio che tali persone esistano, e che in generale i bassi tassi di interesse sui depositi danneggino chi non possiede altri asset finanziari. Ma quanto è importante questa storia?
Rivolgiamoci al Sondaggio sulle finanze dell’utente (disponibile in pdf), che fornisce una informazione sui dividendi e sui redditi da interesse per classi di ricchezza:
I tre quarti di coloro che stanno più in basso nella distribuzione della ricchezza sostanzialmente non hanno reddito da investimenti. Le persone tra il 75°-90° posto nella graduatoria ne hanno un po’. Ma persino nel 2007, quando i tassi di interesse erano relativamente elevati, costituiva soltanto l’1,9 per cento del loro reddito totale. Nel 2010, con tassi molto più bassi, sono scesi all’1,6 per cento; può darsi che sia caduto un po’ a seguito della facilitazione quantitativa, sebbene la facilitazione quantitativa non abbia avuto un particolare impatto sui tassi dei depositi. Il punto, tuttavia, è che l’impatto complessivo sugli americani con medio reddito è stato, per forza di cose, basso; non si può perdere molto reddito da interesse se non ce n’era molto sin dagli inizi. Se si vogliono indicare casi individuali, va bene – ma la pretesa che il colpo sugli interessi sia stato un fattore importante di depressione dei redditi nelle fasce più in basso è semplicemente falsa.
C’è un tema in qualche modo diverso che riguarda le pensioni: come la Banca di Inghilterra ha messo in evidenza in uno studio (disponibile in pdf), che una quantità di individui che hanno in odio la Fed citano ma che molti di meno, ho il sospetto, hanno letto effettivamente, la moneta facile ha effetti compensativi sui fondi pensionistici: accresce il valore dei loro asset, ma guardando in avanti riduce il tasso di rendimento. Questi effetti dovrebbero essere grosso modo a risultato zero se lo schema pensionistico è pienamente finanziato, ma provocano un danno se esso è attualmente sottofinanziato, come sono in molti. Dunque, conclude la Banca di Inghilterra, il denaro facile ha in qualche modo danneggiato le pensioni – ma indica anche che l’effetto è modesto.
Da dove viene, dunque, l’impressione che la facilitazione quantitativa abbia comportato una massiccia redistribuzione a favore dei ricchi? Per una gran parte, sospetto, deriva dal fatto che i prezzi delle azioni, a partire dal 2010, si sono innalzati, diversamente da quelli delle abitazioni – e dal momento che le famiglie di classe media hanno molta della loro ricchezza in abitazioni, questo appare produrre una elevata ineguaglianza.
In questo caso, tuttavia, io penso che sia utile per un attimo tornare ai principi fondamentali. Ci aspettiamo che il denaro facile abbia effetti differenziali sui prezzi degli asset? Sì, ma questo principalmente dipende dalla loro durata nel tempo. I valori nel breve periodo di asset come i depositi (o, per la stessa ragione, come il software che diventerà rapidamente obsoleto) non variano molto per effetto dei tassi di interesse; i valori di asset di lungo periodo come le abitazioni variano molto. Le azioni sono diritti sugli asset delle società, che includono una combinazione di cose di breve durata come il software, di cose di lunga durata come le strutture, e di cose indefinibili come la reputazione e la posizione sul mercato, che possono abbracciare l’intera graduatoria della longevità.
Il punto è che non è affatto evidente il motivo per il quale le abitazioni dovrebbero in generale essere lasciate indietro dal denaro facile. Di fatto, uno dei piccoli segreti sporchi della politica monetaria è che essa normalmente funziona attraverso il settore immobiliare, con un impatti diretti modesti sugli investimenti di impresa.
Perché, dunque, questa volta è diverso? Sicuramente la risposta è che il settore immobiliare conobbe una bolla gigantesca alla metà degli anni 2000, cosicché esso non era destinato a tornare a ruggire. Nel frattempo, negli anni 2008-2009 le azioni presero una gran botta, ma questo dipese dal disastro finanziario e dal panico, e probabilmente avrebbero avuto un forte recupero anche senza la facilitazione quantitativa.
Se assumiamo una prospettiva a più lungo termine, si può notare che la relazione tra la politica monetaria e le azioni, a confronto con la abitazioni, varia molto. I diagrammi mostrano i reali prezzi delle azioni (desunti da Robert Shiller) ed i prezzi reali delle abitazioni:
Le politiche del denaro facile che seguirono all’esplosione della bolla azionaria degli anni ’90 produssero un innalzamento nei prezzi delle abitazioni, non altrettanto per le azioni – il contrario degli anni recenti. Il punto è che molto dipende dalla storia, ed il convincimento che la facilitazione quantitativa favorisca sistematicamente i generi di asset posseduti dai ricchi è sbagliato, o almeno sovrastimato.
Nel frattempo, per gran parte delle persone né i tassi di interesse né i prezzi degli asset sono la chiave della benessere finanziario – piuttosto, esso dipende interamente dai salari. Ed una nuova ricerca appena pubblicata su Vox, utilizzando metodi di serie temporali basate su dati micro, scopre che la prova empirica indica che la politica monetaria influisce sull’ineguaglianza nella direzione opposta a quella suggerita da Ron Paul e dagli economisti austriaci.
La qualcosa mi riporta alla ragione per la quale molti di noi sono a favore della facilitazione quantitativa. No, Janet Yellen ed il sottoscritto non sono segretamente sui libri paga di Goldman Sachs. Neppure il sottoscritto (o, suppongo, la Yellen) crede che una politica monetaria non convenzionale possa fare miracoli. La risposta principale ad una economia depressa dovrebbe essere quella della spesa pubblica; l’argomento di un ampio programma di infrastrutture resta schiacciante.
Ma date le condizioni della politica, non è questo che è destinato ad accadere. La Fed è l’unica via possibile. E davvero non si dovrebbero criticare ferocemente gli sforzi della Fed senza essersi seriamente preparati sull’argomento.
ottobre 24, 2014
Oct 24 11:41 am
I caught a bit of CNBC in the locker room this morning, and they were talking about stock buybacks. Oddly — or maybe not that oddly, given my own experiences with the show — nobody brought up what I would have thought was the obvious question. Profits are very high, so why are companies concluding that they should return cash to stockholders rather than use it to expand their businesses?
After all, we normally think of high profits as a signal: a profitable business is one people should be trying to get into. But right now we see a combination of high profits and sluggish investment :
What’s going on? One possibility, I guess, is that business are holding back because Obama is looking at them funny. But more seriously, this kind of divergence — in which high profits don’t signal high returns to investment — is what you’d expect if a lot of those profits reflect monopoly power rather than returns on capital.
More on this in a while.
La disconnessione profitti-investimenti
Ho catturato un brano della CNBC mentre ero nello spogliatoio questa mattina, e stavano parlando dei riscatti delle azioni. Stranamente – o forse non così stranamente, data la mia stessa esperienza con quella trasmissione – nessuno ha sollevato quella che avrei pensato fosse la domanda naturale. I profitti sono molto elevati, perché dunque le imprese stanno derivandone di dover restituire contante agli azionisti, anziché utilizzarli per espandere i loro affari?
Dopo tutto, normalmente consideriamo gli alti profitti come un segnale: in un affare profittevole, una persona dovrebbe cercare di infilarsi. Ma in questo momento osserviamo una combinazione di alti profitti e di investimenti fiacchi:
Cosa sta succedendo? Una possibilità, suppongo, è che gli impresari si stanno ritirando perché Obama li guarda male. Se vogliamo esser seri, invece, questo genere di divergenza – secondo la quale alti profitti non segnalano un elevato ritorno agli investimenti – è quello che ci si dovrebbe aspettare se molti di quei profitti riflettono un potere di monopolio, anziché rendimenti del capitale.
Tornerò tra breve su questo tema.
ottobre 24, 2014
Oct 24 11:19 am
I actually agree with a lot of what David Brooks says today. But — you know there has to be a “but” — so does a guy named Barack Obama. Which brings me to one of the enduringly weird aspects of our current pundit discourse: constant calls for a moderate, sensible path that supposedly lies between the extremes of the two parties, but is in fact exactly what Obama has been proposing.
So, David says that
The federal government should borrow money at current interest rates to build infrastructure, including better bus networks so workers can get to distant jobs. The fact that the federal government has not passed major infrastructure legislation is mind-boggling, considering how much support there is from both parties.
Well, the Obama administration would love to spend more on infrastructure; the problem is that a major spending bill has no chance of passing the House. And that’s not a problem of “both parties” — it’s the GOP blocking it. Exactly how many Republicans would be willing to engage in deficit spending to expand bus networks? (Remember, these are the people who consider making rental bicycles available an example of “totalitarian” rule.)
Also, there’s this:
the government should reduce its generosity to people who are not working but increase its support for people who are. That means reducing health benefits for the affluent elderly …
Hmm. The Affordable Care Act subsidizes insurance premiums for lower-income workers, and pays for those subsidies in part by eliminating overpayments for Medicare Advantage. So conservatives are celebrating both ends of that deal, right? Oh, wait, death panels.
It’s an amazing thing: Obama is essentially what we used to call a liberal Republican, who faces implacable opposition from a very hard right. But Obama’s moderation is hidden in plain sight, apparently invisible to the commentariat.
Il moderato invisibile
Per la verità sono molto d’accordo con quello che David Brooks dice oggi. Ma – sapete che ci sarebbe stato un “ma” – la stessa cosa dice un individuo dal nome Barack Obama. La qual cosa mi riporta ad uno degli strani costanti aspetti dei ragionamenti attuali dei nostri commentatori: gli inviti continui ad un indirizzo moderato, ragionevole che si suppone si collochi in mezzo alle posizione estreme dei due pertiti, ma che è di fatto esattamente quello che Obama viene proponendo.
Dunque, David dice che:
“Il Governo Federale dovrebbe prendere in prestito denaro agli attuali tassi di interesse per costruire infrastrutture, incluse migliori di trasporti collettivi su strada in modo che i lavoratori possano raggiungere posti di lavoro distanti. Il fatto che il Governo federale non abbia fatto approvare alcuna importante legislazione in materia di infrastrutture è una enormità, considerando quanto sostegno esiste da entrambi gli schieramenti.”
Ebbene, la Amministrazione Obama sarebbe ben felice di spendere di più in infrastrutture; il problema è che una importante proposta di legge non ha alcuna possibilità di essere approvata dalla Camera. E questo non è un problema di “entrambi gli schieramenti” – è il Partito Repubblicano che la blocca. Quanti repubblicani con esattezza sarebbero disponibili ad impegnarsi in una spesa in deficit per espandere le reti degli autobus (si ricordi, ci sono persone che considerano il mettere a disposizione biciclette in affitto come un esempio di una deliberazione “totalitaria”).
C’è inoltre questo:
“il governo dovrebbe ridurre la sua generosità verso chi non sta lavorando ed aumentare il sostegno a chi lavora. Questo significa ridurre i sussidi sanitari per gli anziani benestanti ….”
Mah. La Legge sulla Assistenza Sostenibile fornisce aiuti alle assicurazioni per i lavoratori con redditi più bassi, e finanzia tali sussidi in parte con l’eliminazione di eccessivi contributi su Medicare Advantage [1]. Cosicché i conservatori stanno salutando con soddisfazione entrambe le parti di tale misura, non è così? Eh no, andiamoci piano, ci sono le ‘giurie della morte’ [2].
E’ una cosa stupefacente: Obama è sostanzialmente quello che siamo soliti chiamare un repubblicano liberal, e fronteggia una opposizione implacabile da parte di una destra dura e pura. Ma la moderazione di Obama è nascosta a piena vista, quasi fosse invisibile ai commentatori.
[1] “Medicare Advantage” è un particolare programma nell’ambito di Medicare – e dunque rivolto agli anziani – che è in genere fruito da persone a reddito medio o medio alto.
[2] Per “death panel” vedi le note sulla traduzione. In sostanza, è stata la parola d’ordine del Tea Party contro la legge sanitaria, il pretesto secondo il quale una misura di quella legge che mira a contenere la spesa pubblica (non quella dei privati) in casi di accanimento terapeutico, sarebbe stata come dare ai burocrati federali il potere di interrompere le vita (da lì la definizione di tali commissioni sanitarie come “tribunali o giurie della morte”).
ottobre 21, 2014
Oct 21 9:13 am
Last night Atif Mian and I flew up to Boston for a conference — and as I slid into my seat, who should I see staring at me but Ron Paul. It turned out that all of the seatback screens in the plane were showing Newsmax TV — who knew there was such a thing? Is it there to serve people who find Fox News too liberal? — and as best I could tell from the visual context (the sound was blessedly off), the elder Paul was lecturing us about monetary policy.
This sort of thing is obviously an important part of the reason we’re living in an age of derp. Events and data may have made nonsense of claims that the Fed’s policies would inevitably produce runaway inflation, and made those insisting on such claims look like fools; but there’s a large audience of people who, pulled in by affinity fraud, live in a bubble where they never hear about such evidence.
Truly, we live in a world in which people feel entitled not just to their own opinions but their own facts.
Volare sui cieli dell’ottusità
La scorsa note Atif Mian e il sottoscritto erano in volo per Boston per una conferenza – e quando mi sono infilato nel mio sedile, chi mi stava fissando se non Ron Paul? Si è scoperto che tutti gli schermi di fronte ai sedili dell’aeroplano stavano mostrando Newsmax TV . Chi sapeva che esistesse una cosa del genere? Sono programmi al servizio delle persone che trovano Fox News troppo progressista? E, per dire il massimo, dal contesto visivo (il suono era misericordiosamente spento) direi che l’anziano Paul ci stava facendo una ramanzina sulla politica monetaria.
Cose del genere sono evidentemente una parte importante della ragione per la quale stiamo vivendo in un’età di ottusità. I fatti ed i dati hanno reso privi di senso gli argomenti secondo i quali le politiche della Fed avrebbero inevitabilmente prodotto una inflazione fuori controllo, ed hanno reso sciocchi coloro che insistono su tali tesi; ma c’è un largo pubblico che, costretto da una truffa originata dall’appartenenza ad una identità di gruppo [1], vive in una bolla nella quale non sente mai parlare di di tali prove.
In realtà, noi viviamo in un mondo nel quale le persone si sentono autorizzate non solo ad avere le loro proprie opinioni, ma anche i loro propri fatti.
[1] Per “affinity fraud” si intende un vero e proprio reato che è normalmente oggetto di procedure giudiziarie, allorquando l’affinità (spesso religiosa, ma anche sociale, culturale etc.) provoca comportamenti ispirati al raggiro ed alla truffa. Normalmente il raggiro è ai danni dei componenti del gruppo, la cui affinità viene utilizzata da qualcuno per trarne indebito vantaggi.
ottobre 19, 2014
Oct 19 3:29 pm
I gather that some readers were puzzled by my use of the term “derp” with regard to peddlers of inflation paranoia, even though I’ve used it quite a lot. So maybe it’s time to revisit the concept; among other things, once you understand the problem of derpitude, you understand why I write the way I do (and why the Asnesses of this world whine so much.)
Josh Barro brought derp into economic discussion, and many of us immediately realized that this was a term we’d been needing all along. As Noah Smith explained, what it means — at least in this context — is a determined belief in some economic doctrine that is completely unmovable by evidence. And there’s a lot of that going around.
The inflation controversy is a prime example. If you came into the global financial crisis believing that a large expansion of the Federal Reserve’s balance sheet must lead to terrible inflation, what you have in fact encountered is this:
I’ve indicated the date of the debasement letter for reference.
So how do you respond? We all get things wrong, and if we’re not engaged in derp, we learn from the experience. But if you’re doing derp, you insist that you were right, and continue to fulminate against money-printing exactly as you did before.
The same thing happens when we try to discuss the effects of tax cuts — belief in their magical efficacy is utterly insensitive to evidence and experience.
Now, not every wrong idea — or claim that I disagree with — is derp. I was pretty unhappy with the claim that doom looms whenever debt crosses 90 percent of GDP, and not too happy with the later claims that the relevant economists never said such a thing; that’s what everyone from Paul Ryan to Olli Rehn heard, and they were not warned off. But there has not, thankfully, been a movement insisting that growth does too fall off a cliff at 90 percent, so this is not a derp thing.
But there is, as I said, a lot of derp out there. And what that means, in turn, is that you shouldn’t pretend that we’re having a real discussion when we aren’t. In fact, it’s intellectually dishonest and a public disservice to pretend that such a discussion is taking place. We can and indeed are having a serious discussion about the effects of quantitative easing, but people like Paul Ryan and Cliff Asness are not part of that discussion, because no evidence could ever change their view. It’s not economics, it’s just derp.
Now, saying this brings howls of rage, accusations of rudeness and being nasty. But what else can one do?
Quest’epoca di “derp”
Capisco che alcuni lettori si interroghino sul mio uso della parola “derp” a riguardo dei divulgatori della paranoia dell’inflazione, anche se l’ho utilizzata molto. Tra le altre cose, una volta che si capisce il problema della “derpitudine”, si capisce perché ne scrivo in questo modo (e perché tutti gli Asness di questo mondo si lamentino tanto) [1].
Fu Josh Barro a introdurre il termine “derp” nel dibattito, e molti di noi compresero immediatamente che era un termine del quale avevamo bisogno da tempo. Come ha spiegato Noah Smith, ciò che esso significa, almeno in questo contesto, è una determinata convinzione, in qualche dottrina economica, che è completamente inamovibile sulla base dei fatti. E c’è molto di questo in circolazione.
La controversia sull’inflazione è un primo esempio. Se si era entrati nella crisi finanziaria globale credendo che una larga espansione degli equilibri patrimoniali della Federal Reserve dovevano portare ad una inflazione terribile, quello che abbiamo trovato è stato questo [2]:
Per memoria, ho indicato la data della lettera sulla svalutazione del dollaro.
Come si può rispondere, dunque? Facciamo tutti cose sbagliate e, se non siamo dediti a quella forma di ottusità, impariamo con l’esperienza. Ma se vi siamo dediti, si ribadisce di essere dalla parte della ragione e si continua a scagliarsi contro lo stampar moneta esattamente come si faceva in precedenza.
La stessa cosa succede quando si prova a discutere degli effetti sugli sgravi fiscali – la fede nella loro magica efficacia è completamente insensibile alle testimonianze e dall’esperienza.
Ora, non tutte le idee sbagliate – o gli argomenti con i quali non sono d’accordo – sono “derp”. Rimasi assai insoddisfatto dalla tesi secondo la quale ogni qualvolta il debito superava il 90 per cento del PIL si sarebbe profilata una sorte tragica, e non particolarmente soddisfatto dai successivi argomenti secondo i quali quegli economisti di rilievo non avevano mai detto cose del genere; quello fu quanto intesero tutti, da Paul Ryan a Olli Rehn, e nessuno li dissuase. Ma c’era stato, fortunatamente, un movimento che aveva insistito che la crescita non crolla a quel limite del 90 per cento, cosicché quella tesi non è definibile come “derp”.
Eppure c’è, come ho detto, una grande quantità di ottusità in giro. E ciò significa a sua volta che non si dovrebbe pretendere di avere un dibattito serio quando non l’abbiamo. Di fatto, è disonesto intellettualmente, oltre ad essere un pessimo servizio pubblico, far finta che sia in atto una discussione del genere. Possiamo avere un dibattito serio sugli effetti della ‘facilitazione quantitativa’, e in effetti lo stiamo avendo, ma individui come Paul Ryan e Cliff Asness non fanno parte di tale dibattito, perché nessuna prova cambierà mai il loro punto di vista. Questa non è economia, è ottusità.
Ora, dire questo comporta grida rabbiose, accuse di rozzezza e di cattiveria. Ma cos’altro si può fare?
[1] Nella nota del 17 ottobre avevo provato a interpretare il termine “derp”, mi pare andandoci vicino. Si conferma che la “derpitude” è una forma di ottusità inossidabile. Per aiutare a comprendere da dove il termine provenga, ecco Mr. Derp, il personaggio ispiratore della parola in South Park:
[2] Il punto indicato con la freccetta rossa corrisponde alla famosa ‘lettera aperta’ di vari personaggi – economisti, commentatori, politici conservatori – che accusarono Ben Bernanke, allora Presidente della Fed, di attivare politiche che avrebbero minato il valore del dollaro.
ottobre 18, 2014
Oct 18 9:19 am
David Wessel has a very nice explainer in the WSJ — although I wonder how the editor allowed his citation of a particular expert under point #2 to slip through. One thing he doesn’t do, however, is make it clear that zero is not a magic red line here — as even the IMF has made a point of emphasizing, too-low inflation has all the adverse effects of outright deflation, just to a lesser degree.
Most notably, the euro area currently has 0.8 percent core inflation, far below its 2 percent target, which is itself too low. This means that Europe is already in a lowflationary trap, qualitatively the same as a deflationary trap.
Perchè preoccuparsi della deflazione
David Wessel fornisce una spiegazione proprio bellina sul Wall Street Journal – sebbene mi chieda come l’editore abbia consentito che la sua citazione di un particolare esperto (al punto due del suo articolo) sia passata inosservata [1]. Una cosa che egli non fa, tuttavia, è chiarire come in questo caso lo zero non sia una magica linea rossa – come persino il FMI ha scelto di sottolineare, l’inflazione troppo bassa ha gli effetti negativi di una vera e propria deflazione, solo in minore misura.
La cosa più importante è che l’area euro ha lo 0,8 percento di inflazione sostanziale, molto al di sotto del suo obbiettivo del 2 per cento, che è di per sé troppo bassa. Questa significa che l’Europa è già in una trappola di bassa inflazione, che qualitativamente è la stessa cosa di un trappola deflazionistica.
[1] Come si può intuire, l’esperto insolitamente citato dal giornale conservatore è Krugman.
ottobre 18, 2014
Oct 18 9:08 am
At this point in the great inflation-deflation debate, a lot of what the inflationistas have to say takes the form of whining about the rudeness of their critics — of course, me in particular. I would say that this is a de facto confession that they’ve run out of substantive defenses for their position — although I guess I would say that, wouldn’t I?
But there’s something else you should know: the inflation derpers aren’t just ignorant about monetary policy, they also don’t understand the rules of argument. In particular, the constant complaint about “ad hominem” attacks shows that they don’t know what that means.
I think the Wikipedia definition is pretty good: an ad hominem is
a form of criticism directed at something about the person one is criticizing, rather than something (potentially, at least) independent of that person.
So if, for example, somebody discussing my views on monetary policy refers to me as “Enron consultant Paul Krugman”, that’s ad hominem. But if I say that inflationistas have been
bobbing and weaving, refusing to acknowledge having said what they said, being completely unwilling to admit mistakes.
that’s really not ad hominem; I’m attacking how these people argue, not their personal attributes.
What about the lexicon we’ve developed over the course of the past few years — zombies, cockroaches, confidence fairies, derp? These are all terms directed at arguments, not people; no, I didn’t call Olli Rehn a cockroach, just his historically ignorant assertion that Keynes wouldn’t have called for fiscal stimulus in the face of high debt.
The point is that at no point, as far as I know, have I relied on personal attacks as a substitute for substantive argument. I never accuse someone of practicing derp without showing that he is, indeed, practicing derp.
Still, why use such colorful language? To get peoples’ attention, of course, and to highlight the sheer scale of the folly. And it’s working, isn’t it?
Now, the people who make zombie arguments and engage in derp feel deeply insulted by all of this. But if you’re going to engage in public debate, with very real policy concerns that affect the lives of millions at stake, you are not entitled to have your arguments treated with respect unless they deserve respect.
One more thing: I also don’t think that the derp brigade understands what it means to argue from authority. When I say that you shouldn’t opine on monetary policy unless you’re willing to invest some time on understanding the monetary debate, I am saying exactly that. I’m not saying that you need a Ph.D. or a chair at a fancy university; I’m saying that you need to do your homework.
In a better world, none of this would be relevant. Policy disputes would be based on defensible, well-informed positions, on which reasonable people could disagree, and people who were proved wrong would acknowledge that fact and revise their views. Also, everyone would get a pony.
La civiltà delle lagne
A questo punto nel grande dibattito su inflazione-deflazione, molto di quello che i fissati dell’inflazione hanno preso a dire ha preso la forma di una lagna sulla asprezza dei loro critici – naturalmente, del sottoscritto in particolare. Direi che di fatto si tratta della confessione di essere rimasti senza difese sostanziali della loro posizione – anche se suppongo sarei io a dirlo, non è così?
Ma c’è qualcos’altro che si deve sapere; gli sciocchi [1] dell’inflazione non solo sono ignoranti di politica monetaria, neppure capiscono le regole della argomentazione. In particolare, la lamentela costante sugli attacchi “ad hominem” dimostra che non sanno neppure cosa significhi.
Penso che la definizione di Wikipedia sia abbastanza buona: un “ad hominem” è:
“una forma di critica indirizzata verso qualcosa che riguarda la persona che viene criticata, anziché (almeno virtualmente) verso qualcosa che è indipendente da quella persona.”
Così, se ad esempio qualcuno che discute le mie opinioni si riferisce a me come “Paul Krugman, consulente della Enron [2]”, quello è un “ad hominem”. Ma se io dico che gli inflazionisti sono stati
“a cincischiare, rifiutando di riconoscere di aver detto quello che avevano detto, essendo del tutto indisposti ad ammettere errori”
Questo, per la verità, non è “ad hominem”; io sto attaccando come questa gente argomenta, non le loro caratteristiche personali.
Che dire del lessico che abbiamo sviluppato nel corso degli ultimi anni – zombi, scarafaggi, fate della fiducia, stupidotti? Sono tutti termini che si riferiscono agli argomenti, non alle persone. Io non ho definito Olli Rehn uno scarafaggio, mi sono solo riferito al suo giudizio storicamente infondato, secondo il quale Keynes, a fronte di un debito elevato, non si sarebbe pronunciato a favore di misure di sostegno pubblico.
Il punto è che da nessuna parte, per quanto ne so, mi sono basato su attacchi personali in sostituzione di argomenti sostanziali. Non ho mai accusato nessuno di praticare la stupidità senza mostrare che, in effetti, ne stava facendo uso.
Inoltre, perché usare un tale linguaggio colorito? Per provocare l’attenzione delle persone, naturalmente, e mettere in luce la pura e semplice dimensione della follia. E funziona, non è vero?
Ora, le persone che avanzano argomenti zombi e si impegnano in stupidaggini si sentono profondamente insultate da tutto ciò. Ma se avete intenzione di impegnarvi in un dibattito pubblico, con concretissimi interessi politici che interessano le esistenze di milioni di persone che sono in ballo, non avete diritto a veder trattati con rispetto i vostri argomenti se essi non lo meritano.
Una cosa ancora: io penso che la brigata degli stupidotti non comprenda neppure cosa significhi argomentare su basi di autorevolezza. Quando dico che non si dovrebbero fare congetture sulla politica monetaria se non si è disponibili ad investire un po’ di tempo nella comprensione del dibattito monetario, non sto dicendo altro che quello. Non sto dicendo che c’è bisogno di un dottorato o di una cattedra in una università di prestigio; sto dicendo che c’è bisogno di fare i compiti a casa.
In un mondo migliore, niente di questo sarebbe rilevante. Le dispute politiche sarebbero basate su posizioni giustificabili ed aggiornate, sulle quali le persone ragionevoli potrebbero non concordare, e chi fosse trovato in errore riconoscerebbe il fatti e modificherebbe i suoi punto di vista. E ognuno avrebbe in regalo un trenino![3]
[1] “Derper” – il sostantivo di “derp” – è spiegato nella nota sul post precedente.
[2] Nel passato Krugman svolse una attività di consulenza per la società Enron, che fu oggetto di varie critiche. La multinazionale americana, infatti, fallì nel 2011 e l’improvviso crollo del valore delle sue azioni danneggiò gravemente i suoi dipendenti, che ne possedevano. Non danneggiò invece i dirigenti, che le vendettero tutte per tempo.
[3] Nel senso che un mondo del genere appare utopistico. Quanto al regalo, un pony evidentemente non è un trenino, ma i cavallini da noi non sono frequenti come regali ai bambini.
ottobre 17, 2014
Oct 17 7:30 pm
Via Business Insider, Zero Hedge directed its readers to an “excellent interview” in which Jim Rogers declared that “we are all going to pay a terrible price for all this money-printing and debt.” And I asked the obvious question: How long has Rogers been predicting a printing-press-and-deficits disaster?
The answer is, a very, very long time. Here he is in October 2008 — six full years ago — declaring that we were setting the stage for a “massive inflation holocaust.”
Now, you might have thought that after years of being completely wrong (with a diversion into inflation trutherism), one of two things would happen: 1. Rogers would question his own premises 2. People would stop taking his views on macroeconomics seriously.
But no. His views haven’t changed (and given what we’ve seen from others of similar views, he would deny that anything was amiss with his predictions); and he’s still treated by financial media as a source of deep wisdom.
The ability of inflation derp to persist, even flourish, in an age of disinflation remains remarkable.
L’idiozia dell’inflazione continua.
Tramite Business Insider, Zero Hedge indirizza I suoi lettori ad un “eccellente intervista” nella quale Jim Rogers ha dichiarato che “stiamo andando tutti a pagare un prezzo terribile per tutto questo stampare moneta e per tutto questo debito”. Ed io ho posto la nota domanda: da quanto tempo Rogers sta prevedendo il disastro dello stampare e dei deficit?
La risposta è: da un lunghissimo tempo. Eccolo in questa connessione dell’ottobre 2008 – sei anni pieni orsono – mentre dichiara che stiamo preparando la scena per “un olocausto di massiccia inflazione”.
Ora, potreste pensare che dopo anni di errori su tutta la linea (con una digressione sino alla negazione in chiave di complotto dei dati sull’inflazione), dovrebbe essere accaduta una di queste due cose: 1 – Rogers avrebbe dovuto mettere in dubbio le sue stesse premesse; 2 – la gente avrebbe dovuto smettere di prendere sul serio i suoi punti di vista sulla macroeconomia.
Invece no. I suoi punti di vista non sono cambiati ( e dato quello che abbiamo osservato da parte di altri con punti di vista simili, semmai negherebbe che ci sia mai stato niente di scorretto nelle sue previsioni); e continua ad essere considerato dai media finanziari come un fonte di profonda saggezza.
La capacità dell’idiozia [1] dell’inflazione di restare sul campo in un’epoca di disinflazione, e persino di prosperare, resta considerevole.
[1] “Derp” è una termine che si trova raramente sui dizionari, se non sono strumenti particolari come “UrbanDictionary”. Pare sia stato introdotto – o reintrodotto – da un omonimo personaggio delle serie di South Park; un individuo piuttosto stupido che entra in scena esclamando “derp!” come un suono di riconoscimento e contemporaneamente picchiandosi la testa con un martello. Ma i “derp” dell’inflazione si guardano bene dal picchiarsi in testa con un martello e dall’ammettere alcunché.
ottobre 15, 2014
Oct 15 10:15 am
From the beginning, economists who had studied the Great Depression warned that policy makers needed, above all, to be careful not to pull another 1937 — a reference to the fateful year when FDR prematurely tried to balance the budget and the Fed prematurely tried to normalize monetary policy, aborting the recovery of the previous four years and sending the economy on another big downward slope.
Unfortunately, these warnings were ignored. True, the Fed at least stood up to the inflationistas demanding tighter money now now now; but its actions were at the least hobbled by the chorus. The ECB actually did raise rates for a while, as did the Riksbank in Sweden. And fiscal austerity driven by fear of the invisible bond vigilantes (and justified by faith in the confidence fairy) was the norm everywhere, although worse in Europe.
And now things are sliding everywhere. Actually, Europe already had one 1937, with its slide into a double-dip recession; but now it’s very much looking like another. And the world economy as a whole is weakening fast.
So now we have another milestone: Earlier today the 10-year yield dropped below 2 percent. It’s up again slightly as I write this, but all the market signals are saying that once again the big risk is deflation or at least very sub-par inflation.
I hope that the Fed will stop talking about exit strategies for a while. We are by no means out of the Lesser Depression.
1937
Sin dagli inizi, gli economisti che avevano studiato la Grande Depressione avevano messo in guardia che gli operatori politici avevano soprattutto bisogno di non tirar fuori un altro 1937 – un riferimento all’anno disastroso nel quale Franklin Delano Roosevelt cercò prematuramente di mettere in equilibrio il bilancio e la Fed cercò prematuramente di normalizzare la politica monetaria, con il che abortì la ripresa dei quattro anni precedenti e si spedì l’economia su un altro grande pendio scosceso.
Sfortunatamente questi ammonimenti vennero ignorati. E’ vero, la Fed almeno resistette ai fissati dell’inflazione che chiedevano una restrizione monetaria senza perdere un istante; ma le sue azioni furono come minimo danneggiate da quel coro. Per la verità la BCE per un po’ elevò per davvero i tassi, come ha fatto la Riksbank in Svezia. E l’austerità della finanza pubblica guidata dalla paura degli invisibili guardiani dei bond (e giustificata dalla fede nella fata della fiducia) fu la norma dappertutto, sebbene in Europa in modo peggiore.
Ed ora le cose stanno scivolando dappertutto. In effetti, l’Europa ha già avuto un 1937, con il suo scivolone in una seconda tappa della recessione; ma ora sembra molto probabile ce ne sia un’altra. E l’economia mondiale nel suo complesso si sta indebolendo rapidamente.
Abbiamo dunque un’altra pietra miliare: agli inizi della giornata il rendimento dei bond decennali è sceso al di sotto del 2 per cento. Sta risalendo leggermente nel mentre scrivo, ma tutti i segnali del mercato stanno dicendo che una volta ancora il grande rischio è la deflazione o almeno una inflazione al di sotto della norma.
Io spero che la Fed smetterà per un po’ di ragionare di strategie di uscita. Non siamo in alcun modo fuori dalla Depressione Minore[1].
[1] Depressione Minore sta a significare la crisi di questi anni, che è anche definita Grande Recessione. Quella degli anni ’30 è invece chiamata Grande Depressione. Nel gergo economico, come è noto, la depressione è un fenomeno più grave della recessione. Il problema è che, soprattutto in Europa, le stime che servono a definire l’entità di una crisi, la sua natura depressiva o recessiva, sono meno scrupolose che negli USA. Può così accadere che si considerino come due o tre recessioni successive, eventi che in realtà sono evidentemente connessi in una unica trama. Se la durata e l’intensità di quelle recessioni venisse sommata, il risultato sarebbe quello di una depressione più grave che negli anni Trenta. E così, ad esempio, nel caso dell’Italia; nel cui caso definire la depressione in corso come ‘minore’ rispetto agli anni Trenta è forse impreciso. Sicuramente lo è in relazione alla durata.
ottobre 14, 2014
Oct 14 6:17 pm
Cliff Asness, one of the signers of the infamous open letter warning Ben Bernanke that his policies risked debasing the dollar, weighs in with a complaint that I am being a big meanie. As Brad DeLong immediately notes, what Asness mainly ends up doing is showing that he doesn’t at all get the whole notion of the liquidity trap, and the resulting irrelevance of monetary expansion to both prices and output.
Clearly, Asness has never read anything at all on the subject — not what I’ve written, not what Mike Woodford has written, not what Ben Bernanke has written. And he seems to view the failure of inflation to follow from quantitative easing as some sort of weird coincidence, not what anyone who applied basic macroeconomics to the situation predicted.
Now, I understand that busy people can’t keep track of everything, and even that you can sometimes be a successful money manager without reading up on monetary economics. But if you’re one of those people who don’t have time to understand the monetary debate, I have a simple piece of advice: Don’t lecture the chairman of the Fed on monetary policy.
Nessuno capisce la trappola di liquidità, versione Cliff Asness
Cliff Asness, uno dei firmatari della famigerata lettera aperta che ammoniva Ben Bernanke che le sue politiche rischiavano di svalutare il dollaro, interviene con una lamentela secondo la quale io starei diventando un individuo meschino. Come Brad DeLong immediatamente osserva, quello che Asness fondamentalmente continua a fare è mostrare che egli non ha per niente compreso l’intero concetto della trappola di liquidità, e la conseguente irrilevanza della espansione monetaria sia verso i prezzi che verso la produzione.
Chiaramente, Asness non ha mai letto niente su quel tema – non quello che ho scritto io, non quello che ha scritto Mike Woodford, non quello che ha scritto Ben Bernanke. Ed egli sembra considerare il fatto che l’inflazione non sia venuta dietro la facilitazione quantitativa come una misteriosa coincidenza, non come qualcosa che chiunque applichi alla situazione la macroeconomia di base poteva prevedere.
Ora, io capisco che le persone indaffarate non possono andar dietro a tutto, e che vi può persino capitare di essere un manager finanziario di successo, senza aver letto di economia monetaria. Ma se siete una di quelle persone che non hanno tempo per capire il dibattito monetario, vi do un semplice consiglio: non fate ramanzine al Presidente della Fed sulla politica monetaria.