Blog di Krugman

Lo sconcerto della Pimco (30 settembre 2014)

 

The Pimco Perplex

September 30, 2014 1:10 pm Email

It’s fairly clear that the events of 2011 are a large part of the story of Bill Gross’s abrupt departure from Pimco; as Neil Irwin says,

A disastrous bet he made against United States Treasury bonds in 2011 led to three years of underperformance and billions in withdrawals.

And Joshua Brown has some choice quotes:

Gross compounded the move by being extremely vocal about his rationale – he went so far as to call Treasury bonds a “robbery” of investors given their ultra-low interest rates and the potential for inflation. He talked about the need for investors to “exorcise” US bonds from their portfolios, as though the asset class itself was demonic. He called investors in Treasury bonds “frogs being cooked alive in a pot.”

But why was Gross betting so heavily against Treasuries? Brad DeLong tries to rationalize Gross’s behavior in terms of a coherent story about an impending U.S. recovery, which would lift us out of the liquidity trap. But Gross wasn’t saying anything like that. Instead, he was claiming that the Fed’s asset purchases — QE2 — were holding rates down, and warned that the impending spike in rates when QE2 ended would derail recovery.

So why did he believe all that? It all comes down, I’d argue, to liquidity trap denial.

Since 2008 the basic logic of the economic situation has been that the private sector is trying to run a huge surplus, and the public sector isn’t willing to run a corresponding deficit. The result is an economy awash in desired savings with nowhere to go. This in turn means that budget deficits aren’t competing with private borrowing, and therefore need not drive up interest rates. This isn’t hindsight; it’s what I and others have been saying since the very beginning.

But a lot of people — politicians, of course, but also a lot of people in finance — have just refused to accept this account. They have clung to the view that budget deficits must lead to higher interest rates. You might think the failure of higher rates to materialize, year after year, would cause them to reassess — indeed, would have caused them to reassess years ago. Instead, however, many of them made excuses. Above all, the big excuse was that rates would have gone higher if only the Fed weren’t buying up the stuff. So QE2 acquired a much bigger role in their thinking than it deserved, leading to confident predictions of soaring rates as soon as it ended. And Gross put his money — and more importantly, his investors’ money — where his mouth was.

And he was wrong. QE2 ended, and nothing happened to rates.

You can see why I foundGillian Tett’s apologia for Gross — that he was blindsided by central bank intervention — frustrating. For one thing, that’s accepting a model that has failed with flying colors; but beyond that, Gross’s really bad call was almost exactly the opposite, his claim that rates would soar when the Fed’s intervention ended.

As I’ve said, Gross of all people shouldn’t have fallen into this trap, since his own chief economist understood liquidity trap logic better than almost anyone. But finance people seem weirdly determined to believe in a macro canon whose hold on their perceptions appears to be completely unbreakable, no matter how much money it causes them to lose.

 

Lo sconcerto della Pimco

E’ abbastanza chiaro che gli eventi del 2011 sono una larga parte del racconto della partenza improvvisa di Bill Gross dalla Pimco; come dice Neil Irwin:

“Una disastrosa scommessa che lui fece contro i bond del Tesoro degli Stati Uniti ha portato a tre anni di prestazioni negative e a miliardi di prelievi.”

E Joshua Brown ha alcune citazioni scelte:

“Gross aggravò la mossa con un atteggiamento estremamente deciso sulla sua logica – arrivò al punto di chiamare i bond del Tesoro una “ruberia” agli investitori, dati i loro tassi di interesse molto bassi ed il potenziale di inflazione. Parlò della necessità per gli investitori di “esorcizzare” i bond degli Stati Uniti nel loro portafoglio, come se la categoria stessa degli asset fosse demoniaca. Chiamò gli investitori in bond del Tesoro ‘rane che vengono bollite vive in pentola”.

Ma perché Gross scommetteva così pesantemente contro i buoni del Tesoro? Brad DeLong cerca di trovare una logica nel comportamento di Gross nei termini di una coerente narrazione su una incombente ripresa statunitense, che ci avrebbe trasportati fuori dalla trappola di liquidità. Ma Gross non diceva niente del genere. Piuttosto, egli sosteneva che gli acquisti degli asset da parte della Fed – la seconda facilitazione quantitativa – stesse tenendo bassi i tassi, e metteva in guardia che un incombente rialzo nei tassi, allorché quella seconda facilitazione quantitativa fosse terminata, avrebbe portato la ripresa fuori dai binari.

Dunque, perché credeva in tutto ciò? Io direi che il tutto si risolve in una negazione della trappola di liquidità.

A partire dal 2008 la logica di base della situazione economica è stata che il settore privato ha cercato di gestire un ampio surplus, e che il settore pubblico non è stato disponibile a gestire un deficit corrispondente. Il risultato è stato un’economia inondata di risparmi attesi che non erano collocabili da nessuna parte. Questo a sua volta significava che i deficit di bilancio non erano in competizione con il settore privato, e di conseguenza non c’era bisogno che spingessero i tassi di interesse verso l’alto. Non si tratta del senno di poi; è quello che io ed altri siamo venuti dicendo proprio dall’inizio.

Ma una quantità di individui – uomini politici, naturalmente, ma anche molta gente della finanza – hanno semplicemente rifiutato di accettare questa spiegazione. Essi si sono aggrappati al punto di vista secondo il quale i deficit di bilancio debbono portare a tassi di interesse più alti. Vi potevate immaginare che il fatto che tassi più alti non si siano visti, anno dopo anno, li avrebbe portati ad una riconsiderazione – in effetti, sono anni che avrebbe dovuto portali ad una riconsiderazione. Invece, nonostante ciò, molti di loro hanno accampato scuse. Soprattutto, la grande scusante è stata che i tassi sarebbero saliti più in alto se la Fed non stesse facendo incetta di tutta quella roba. Cosicché, la seconda ‘facilitazione quantitativa’ acquistò nei loro pensieri un ruolo molto più grande di quello che avrebbe dovuto, portando alle fiduciose previsioni di una brusca risalita nei tassi appena essa fosse terminata. E Gross non si limitò a dirlo, ci mise i suoi soldi – e più importante ancora, i soldi degli investitori.

Ed ebbe torto. La seconda facilitazione quantitativa terminò e ai tassi non accadde niente.

Vi rendete conto del perché ho trovato la apologia di Gross da parte di Gillian Tett – secondo la quale egli venne tradito dall’intervento della banca centrale – frustrante. Da una parte, questo è come salutare un modello che non ha funzionato come un gran successo; ma oltre a ciò, la presa di posizione sbagliata di Gross fu quasi esattamente l’opposto, il suo argomento fu che i tassi sarebbero saliti alle stelle al momento in cui l’intervento della Fed fosse terminato.

Come ho detto, tra tutte le persone Gross non avrebbe dovuto cascare in questa trappola, dal momento che il suo principale economista aveva compreso la logica della trappola di liquidità meglio di quasi tutti gli altri. Ma gli individui del settore finanziario sembrano stranamente determinati a credere in una regola macroeconomica secondo la quale chi si attiene ai propri presentimenti sembra essere del tutto indistruttibile, a prescindere da quanti soldi faccia loro perdere. 

Che succede in Alabama? (30 settembre 2014)

settembre 30, 2014

Sep 30 9:52 am

What’s the Matter With Alabama?

Bloomberg has an interesting map showing state job gains and losses since the pre-recession peak:

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Bloomberg News

You can clearly see how states with job-destroying liberal Democratic governors have fared much worse than those with job-creating conservative Republican governors. Oh, wait:

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Party affiliation of governors – Wikipedia

Actually, there’s not much correlation either way — both the best and the worst performers are red states. This is the same thing you learn when you look at the biggest states:

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But the right is, of course, claiming that you have to follow their policies to succeed — that you mustn’t tax the rich or help the poor because that would destroy job growth. Unfortunately for them, the only way to get that result is to invent your own facts.

 

Che succede in Alabama?

Bloomberg ha una interessante cartina che mostra i guadagni e le perdite di posti di lavoro’ negli Stati a partire dal livello più alto prima della recessione:

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Bloomberg News

 

Potete chiaramente vedere come gli Stati con Governatori democratici, progressisti che distruggono i posti di lavoro, siano andati molto peggio di quelli dei Governatori repubblicani, conservatori e creatori di occupazione. Un momento:

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Appartenenza di Partito dei Governatori – Wikipedia

In effetti, in entrambi i casi non c’è molta correlazione – sia gli andamenti migliori che quelli peggiori sono negli Stati repubblicani. Questa è la stessa cosa che si apprende se si osservano gli Stati più grandi:

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Ma la destra, naturalmente, sta sostenendo che per aver successo si devono seguire le sue proposte politiche – che non si devono tassare i ricchi o aiutare i poveri perché questo distruggerebbe i posti di lavoro. Sfortunatamente per loro, l’unico modo per arrivare a tale conclusione è inventarsi i fatti per conto proprio.

Nessuno l’avrebbe potuto prevedere, versione Bill Gross (29 settembre 2014)

settembre 29, 2014

Nobody Could Have Predicted, Bill Gross Edition

September 29, 2014 11:57 am

Gillian Tett feels sorry for BIll Gross, who was caught unaware by the sudden shift in bond market behavior. Who could have predicted that interest rates would stay low despite large budget deficits?

Um, how about Pimco’s own chief economist, Paul McCulley?

The truth is that the quiescence of interest and inflation rates was predicted by everyone who understood the obvious — that we had entered a liquidity trap — and thought through the implications. I explained it more than five years ago. When central banks have pushed policy rates as low as they can, and the economy is still depressed, what that tells you is that the economy is awash in excess desired savings that have nowhere to go. And as I wrote:

So what does government borrowing do? It gives some of those excess savings a place to go — and in the process expands overall demand, and hence GDP. It does NOT crowd out private spending, at least not until the excess supply of savings has been sopped up, which is the same thing as saying not until the economy has escaped from the liquidity trap.

So no crowding out, no reason interest rates should rise.

And Paul McCulley understood all this really well (pdf):

[I]n the topsy-turvy world of liquidity traps, these textbook orthodoxies do not apply, and acting irresponsibly relative to orthodoxy by increasing borrowing will do more good than harm.

Crowding out, overheating and rising interest rates are also not likely to be a problem as there is no competition for funds from the private sector. For evidence, look no further than the impact of government borrowing on long-term interest rates in the U.S. during the Great Depression, or more recently, Japan.

Really, this wasn’t and isn’t hard.

Or maybe it is. Strikingly, Tett’s version of what went wrong with Gross’s predictions makes no mention of deleveraging and the zero lower bound; it’s all a power play by central banks, which have been “intimidating” bond investors with unconventional monetary policy. This is utterly wrong, and in fact Gross’s own mistakes show that it’s wrong: one of his big failures was betting that rates would spike when the Fed ended QE2, which they predictably didn’t.

As an aside, whenever I hear people explaining away the failure of interest rates to spike as the result of those evil central bankers artificially keeping them down, I want to ask how they think that’s possible. Surely the same people, if you had asked them a few years ago about what would happen if the Fed tried to suppress interest rates by massively expanding its balance sheet, would have predicted runaway inflation. That didn’t happen, which should make you wonder what exactly they mean by saying that rates are artificially low.

Oh, and Tett ends the piece by citing the Bank for International Settlements as a voice of wisdom. That’s pretty amazing, too; the sadomonetarists of Basel have a remarkable track record of being wrong about everything since 2008, but always finding some reason to call for higher rates.

The thing is, Tett is a smart observer who talks to a lot of people in finance; seeing her present a discredited theory as obviously true, without so much as mentioning the kind of analysis that has been worked all along, says bad things about the extent to which anyone who matters has learned anything.

 

Nessuno l’avrebbe potuto prevedere, versione Bill Gross

Gillian Tett è dispiaciuta per Bill Gross, che è stato sorpreso dall’improvvisa modifica di comportamento nel mercato dei bond. Chi avrebbe potuto prevedere che i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi nonostante ampi deficit di bilancio?

Beh, perché non il principale economista della Pimco, Paul McCulley?

La verità è che lo stato di quiete dei tassi di interesse e della inflazione era stata prevista da chiunque comprendeva ciò che era evidente – che eravamo entrati in una trappola di liquidità – e rifletteva sulle implicazioni. Lo spiegai più di cinque anni orsono. Quando le banche centrali hanno spinto i tassi di riferimento più in basso che possono, e l’economia è ancora depressa, quello vi dice che l’economia è inondata di un eccesso di risparmi attesi che non hanno dove dirigersi. E come scrissi:

“Dunque, cosa fa il Governo indebitandosi? Offre ad una parte di questi eccessi un posto dove andare – e nel processo espande la domanda generale, e di conseguenza il PIL. Esso non spiazza la spesa privata, almeno sinché l’offerta in eccesso di risparmi non è stata assorbita, il che è lo stesso che dire finché l’economia non è venuta fuori dalla trappola di liquidità.”

Dunque, nessun spiazzamento, nessuna ragione per la quale i tassi di interesse dovrebbero crescere.

E Paul McCulley comprese tutto questo molto bene (disponibile in pdf):

 

“Nel mondo sottosopra delle trappole di liquidità, queste ortodossie dei libri di testo non si applicano, ed agire irresponsabilmente secondo l’ortodossia aumentando il ricorso ai prestiti farà più bene che male.

Inoltre, lo spiazzamento, il surriscaldamento ed i tassi di interesse in crescita è improbabile che siano un problema nello stesso modo in cui non c’è competizione per i finanziamenti da parte del settore privato. Come riprova, basta guardare all’impatto dell’indebitamento pubblico sui tassi di interesse a lungo termine durante la Grande Depressione, oppure, più recentemente, al Giappone.”

In realtà, non era e non è difficile.

O forse è difficile. In modo sorprendente, la versione di Tett su cosa è andato storto con le previsioni di Gross non fa menzione della riduzione del rapporto di indebitamento e del limite inferiore dello zero; essa riguarda tutta un gioco di potere da parte della banca centrale, che ha “intimidito” gli investitori dei bond con una politica monetaria non convenzionale. Questo è completamente sbagliato, e di fatto gli stessi errori di Gross mostrano che è sbagliato: uno dei suoi grandi insuccessi fu scommettere che i tassi sarebbero risaliti quando la Fed concluse la seconda ‘facilitazione quantitativa’, cosa che come era prevedibile non accadde.

Peraltro, ogni qual volta sento persone che spiegano il fatto che i tassi di interesse non risalgono come la conseguenza di quei maligni banchieri centrali che li tengono bassi, mi viene da chiedere come pensino che sia possibile. Sicuramente, le stesse persone, se pochi anni fa aveste chiesto loro cosa sarebbe accaduto se la Fed avesse cercato di trattenere i tassi di interesse attraverso una massiccia espansione dei suoi equilibri patrimoniali, avrebbero previsto un’inflazione fuori controllo. Non è accaduto, la qualcosa dovrebbe farvi chiedere che cosa esattamente essi intendano dicendo che i tassi sono artificialmente bassi.

Infine, Tett termina il suo articolo citando la Banca Internazionale dei Regolamenti come una voce di saggezza. Anche questo è abbastanza stupefacente; i sadomonetaristi di Basilea hanno messo assieme un considerevole curriculum di sbagli a partire dal 2008, ma sempre trovando un motivo per chiedere tassi di interesse più alti.

Il punto è che Tett è un’osservatrice intelligente, che parla con molta gente della finanza; osservarla presentare una teoria screditata come indiscutibilmente vera, senza fare un minimo riferimento al genere di analisi che ha funzionato per tutto questo tempo, ci dà un’idea sconfortante della misura in cui chiunque conti abbia imparato qualcosa.

Gross se ne è andato (27 settembre 2014)

settembre 27, 2014

Sep 27 7:45 am

 

Gross Gone

I don’t know anything about what’s been going on internally at Pimco; I just read the same stories as everyone else. I have, however, written a lot about Pimco’s macroeconomic analysis (which drove its bond-investment decisions).

The interesting thing is the Pimco was initially a bond bull, based on the correct understanding that deficits don’t crowd out lending when the economy is in a liquidity trap; but it then went off the rails, with Bill Gross insisting that rates would spike when the Fed ended QE2. I tried to explain why this was wrong, and got a lot of flak from people insisting that the great Gross knew more than any ivory-tower academic. But I knew what I was talking about!

 

Gross se ne è andato

Non so niente di quello che stava succedendo all’interno della Pimco [1]; ho solo letto le stesse cose di tutti gli altri. Tuttavia, ho scritto non poco a proposito della analisi macroeconomica della Pimco (che ha guidato le sue decisioni di investimento dei bond).

La cosa interessante è che agli inizi la Pimco era una ‘toro’[2] del mercato dei bond, basandosi sulla corretta comprensione che i deficit non ‘spiazzano’ i prestiti quando l’economia è in una trappola di liquidità; ma successivamente è andata fuori dai binari, con Bill Gross che insisteva che i tassi sarebbero risaliti al momento in cui la Fed terminò la seconda ‘facilitazione quantitativa’. Cercai di spiegare che si trattava di un errore, e ottenni molte critiche dalle persone che ripetevano che il grande Gross ne sapeva di più di un qualsiasi accademico in una torre d’avorio. Sennonché, io sapevo di cosa si stava parlando!

 

 

[1] Pacific Investment Management Company.

[2] Bull e bear, il toro e l’orso, sono da sempre i simboli del buon andamento (il toro=bull) o del cattivo andamento (the bear=l’orso) dei titoli azionari. L’origine del termine inglese “Bull” per indicare una fase rialzista andrebbe cercata nella prima Borsa organizzata, in Olanda, in relazione ai monosillabi con cui si accordavano i compratori, simili ai muggiti di una stalla. L’origine del termine “Orso” deriva invece più semplicemente dal classico detto “Non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso“: infatti nelle vendite allo scoperto si vende il titolo, metaforicamente la pelle dell’orso, prima di averlo acquistato. (Wikipedia)

La cerchia neo classica (dal blog di Krugman, 26 settembre 2014)

settembre 26, 2014

 

The New Classical Clique

September 26, 2014 4:12 pm

Simon Wren-Lewis thinks some more about macroeconomics gone astray; Robert J. Waldmann weighs in. For those new to this conversation, the question is why starting in the 1970s much of academic macroeconomics was taken over by a school of thought that began by denying any useful role for policies to raise demand in a slump, and eventually coalesced around denial that the demand side of the economy has any role in causing slumps.

I was a grad student and then an assistant professor as this was happening, albeit doing international economics – and international macro went in a different direction, for reasons I’ll get to in a bit. So I have some sense of what was really going on. And while both Wren-Lewis and Waldmann hit on most of the main points, neither I think gets at the important role of personal self-interest. New classical macro was and still is many things – an ideological bludgeon against liberals, a showcase for fancy math, a haven for people who want some kind of intellectual purity in a messy world. But it’s also a self-promoting clique.

I don’t think this clique could have formed and grown powerful in the first place without the intellectual and ideological foundations. Economics as a discipline being what it is, attacks on Keynesian economics as being inconsistent with rational behavior were bound to get some traction, and the stagflation of the 1970s certainly helped that attack, even if it was less relevant than claimed. Animus against government activism also played a key role, both in motivating the new classical economists themselves and in guaranteeing them external support.

Once the thing had gotten going, however, I think you understand its dynamics much better if you stop assuming that the motives of the movement’s leaders were pure.

Consider the extremism of Lucas and Sargent (pdf) in the early days, declaring Keynesian economics a complete failure – or Lucas talking about how Keynesian papers were greeted with “giggles and whispers”. As Wren-Lewis notes, the actual empirical failures of Keynesian economics weren’t nearly bad enough to justify that kind of total rejection – and as Waldmann says, the new classicals themselves turned their backs on empirical evidence when it began rejecting their own models. So why the utter rejection of anything Keynesian?

Well, while the explicit message of such manifestos is intellectual – this is the only valid way to do macroeconomics – there’s also an implicit message: from now on, only my students and disciples will get jobs at good schools and publish in major journals. And that, to an important extent, is exactly what happened; Ken Rogoff wrote about the “scars of not being able to publish sticky-price papers during the years of new neoclassical repression.” As time went on and members of the clique made up an ever-growing share of senior faculty and journal editors, the clique’s dominance became self-perpetuating – and impervious to intellectual failure.

OK, I know the members of the clique will be outraged – distorting incentives only apply to other people, only bureaucrats hijack institutions to serve their personal aggrandizement, etc.. As they say in Minnesota, ya sure, you betcha.

But what about me and my friends? Why, we’re pure and selfless seekers of truth. How dare anyone suggest otherwise?

OK, I think there is a sense in which I’m part of a counterclique. In fact, if you look at just about every economist in my cohort playing an influential role in formulating or discussing macroeconomic policy — Rogoff, Bernanke, Draghi, Blanchard, Summers — you’ll find that they studied macroeconomics at MIT or Harvard, and were formally or informally advised by Rudi Dornbusch and his good friend Stan Fischer.

As I said, international macro went in a different direction. I’ve written in the past that this had a lot to do with the overwhelming international evidence against a new classical view, although that view persisted on the domestic side despite compelling evidence after 1980. It also had to do with events. For domestic macro types, the big event of the 70s was stagflation; in international macro it was the collapse of Bretton Woods, and the shocking volatility in both nominal and real exchange rates that followed.

In that context, the very tight correlation between nominal and real rates meant that international macroeconomists kept sticky prices in their models. The famous Dornbusch “overshooting” analysis paired sticky goods prices with volatile, forward-looking asset prices, and seemed to have very interesting things to say – so international macro had a program other than the demolition of all things Keynes.

Also, my sense – it would be interesting to have some evidence – is that international macro has all along had stronger ties to real-world policymakers, especially at central banks, maybe because there are a lot of currencies and US-based economists therefore have a lot more opportunities to weigh in on actual policy decisions. Certainly Rudi pioneered a new role that combined highly regarded research with lots of country consulting. Since central banks never went all in for new classical – they tend to have this “but it doesn’t work in the real world” hangup – this too pulled international along a different path.

And yes, DornbuschFischerites tend to value research and people consonant with their worldview. I like to think that it’s nothing like the scourge-and-purge style of the new classical types, in part because my side of this thing likes to think of itself as open-minded, sometimes giving the impression of desperately seeking common ground (hi Olivier). But the friends-and-disciples effect certainly has some relevance, and there are a lot of DornbuschFischerites in influential places. Have I congratulated my old student Catherine Mann on her appointment as chief economist of the OECD?

These stories are not, of course, unique to economics; episodes like this have played out in many academic disciplines. Unfortunately, the rise of the new classical clique had consequences far beyond the academy, because it ended up playing an important role in the failure of policy to effectively confront the Lesser Depression.

 

La cerchia neo classica

Simon Wren-Lewis ha qualche pensiero ulteriore sulla macroeconomia andata alla deriva; sul tema interviene Robert J. Waldmann. Per coloro che sono nuovi a questo dibattito, il tema è perché a partire dagli anni ’70 molta della macroeconomia accademica fu sostituita da una scuola di pensiero che cominciò col negare ogni ruolo utile per politiche che incrementassero la domanda in una crisi, e alla fine si saldarono nel negare che, nell’economia, il lato della domanda avesse un qualche ruolo nel provocare le recessioni.

Mentre ciò stava avvenendo, io ero uno studente universitario e poi un professore assistente, sebbene mi occupassi di economia internazionale – e la macroeconomia internazionale andava in una diversa direzione, per ragioni alle quali arriverò in un attimo. Dunque ho una qualche percezione di quello che effettivamente stava accadendo. E mentre Wren-Lewis e Waldmann insistono sugli aspetti fondamentali, nessuno dei due, penso, si renda ben conto del ruolo fondamentale degli interessi personali. La nuova macroeconomia classica fu ed ancora è molte cose – un randello ideologico contro i progressisti, una vetrina di matematica attraente, un riparo per persone che volevano una qualche specie di purezza intellettuale in un mondo in subbuglio. Ma anche una cerchia di auto promozione.

Anzitutto, io non penso che questa cerchia avrebbe potuto formarsi e diventare potente senza le fondazioni intellettuali ed ideologiche. Essendo l’economia la disciplina che è, gli attacchi all’economia keynesiana, essendo incoerenti con un comportamento razionale, furono in quel modo certi di ottenere in qualche seguito, e la stagflazione degli anni ’70 certamente contribuì a tale attacco, anche se fu meno rilevante di quanto viene sostenuto. L’ostilità contro l’attivismo del governo giocò anch’essa un ruolo fondamentale, sia nel motivare gli stessi economisti neo classici che nel garantire loro il sostegno esterno.

Una volta che la cosa si mise in movimento, tuttavia, io penso che si comprendano molto meglio le sue dinamiche se si smette di dare per scontato che le motivazioni dei dirigenti di quel movimento fossero cristalline.

Si consideri l’estremismo iniziale di Lucas e Sargent (connessione disponibile in pdf), che dichiaravano l’economia keynesiana un completo fallimento – oppure i riferimenti di Lucas al fatto che gli studi keynesiani venissero accolti con “risatine e sussurri”. Come nota Wren-Lewis, gli effettivi insuccessi empirici dell’economia keynesiana non erano nemmeno lontanamente così negativi da giustificare quel tipo di rigetto viscerale – e come Waldmann afferma, furono gli stessi neoclassici a voltare le spalle alle prove empiriche quando esse presero a confutare i loro modelli. Perché, dunque, il rigetto completo di tutto quello che era keynesiano?

Ebbene, se il messaggio esplicito di tali manifesti è intellettuale – “questo è l’unico modo valido di fare economia” – c’è anche un messaggio implicito: d’ora in avanti, soltanto i miei studenti ed allievi avranno posti di lavoro e buone scuole e pubblicheranno nelle riviste più importanti. E ciò, in notevole misura, è esattamente quanto accadde; Ken Rogoff scrisse a proposito delle “cicatrici derivanti dal non poter pubblicare saggi sulla rigidità dei prezzi negli anni della repressione neoclassica”. Con il passar del tempo e con i componenti della cerchia che mettevano assieme una quota sempre più grande di posti nelle facoltà principali e di editori di riviste, il dominio della cerchia cominciò ad auto perpetuarsi e divenne insensibile agli insuccessi intellettuali.

E’ vero, so che i componenti della cerchia si sentiranno oltraggiati – l’utilizzo indebito degli incentivi si applica soltanto agli altri, soltanto alle istituzioni deviate che i burocrati asserviscono alle loro personali carriere etc. Come dicono nel Minnesota: “come no?, ci puoi scommettere” [1].

Ma che dire di me e dei miei amici? Perché, noi siamo ricercatori della verità, puri e disinteressati. Chi potrebbe avere l’ardimento di dire una cosa diversa?

E’ vero, penso che ci sia una spiegazione nel fatto che io faccio parte di una ‘contro-cerchia’. Di fatto, se guardate a come quasi ogni economista del mio gruppo ha un ruolo influente nel formulare o dibattere la politica macroeconomica – Rogoff, Bernanke, Draghi, Blanchard, Summers – scoprirete che hanno studiato macroeconomia al MIT o ad Harvard, e che erano formalmente o informalmente consigliati da Rudy Dornbusch e dal suo buon amico Stan Fischer.

Come ho detto, la macroeconomia internazionale andava in un’altra direzione. Ho scritto in passato che questo molto dipese dalle prove schiaccianti che venivano da quel settore contro il punto di vista neoclassico, sebbene quel punto di vista persisteva per l’aspetto nazionale, nonostante le prove persuasive dopo il 1980. Dipese anche dagli eventi. Per coloro che si occupavano di macroeconomia interna, il grande evento degli anni ‘70 fu la stagflazione; nella macro internazionale fu il collasso di Bretton Woods, e la impressionante volatilità dei tassi di cambio sia nominali che reali che seguì.

In quel contesto, la correlazione molto stretta tra tassi nominali e reali comportò che i macroeconomisti internazionali assunsero nei loro modelli la rigidità dei prezzi. La famosa analisi di Dornbusch sul fenomeno del “mancare il bersaglio” [2], accoppiava i prezzi rigidi dei beni con i prezzi volatili degli asset che guardavano al futuro, e sembrò avere cose molto interessanti da dire – cosicché la macroeconomia internazionale ebbe un programma diverso dalla demolizione di tutte le idee di Keynes.

Inoltre, la mia sensazione – sarebbe interessante averne qualche prova – è che la macroeconomia internazionale da sempre ha avuto legami più forti con gli operatori politici del mondo reale, in specie con le banche centrali, forse perché c’erano una quantità di valute e di conseguenza gli economisti con sede negli Stati Uniti avevano maggiori opportunità di intervento sulle effettive decisioni politiche. Certamente Rudi esplorò per primo un nuovo ruolo, che combinava ricerca di alto livello con una quantità di consulenze nei singoli paesi. Inoltre, dal momento che le banche centrali non hanno mai apprezzato le teorie neoclassiche – essi tendono ad avere l’impedimento secondo il quale quelle teorie “non funzionano nel mondo reale” – questo spinse la macro internazionale su un diverso indirizzo.

E, in effetti, gli allievi di Dornbusch e Fischer tendono a apprezzare le ricerche e le persone in sintonia con la loro visione del mondo. Preferisco pensare che non ci sia in ciò niente di simile allo stile del “purgare e castigare” proprio degli individui dell’orientamento neoclassico, in parte perché il mio schieramento ama dipingersi come intellettualmente aperto, talvolta dando l’impressione di cercare disperatamente di cercare un terreno comune (un saluto, Olivier! [3]). Ma l’effetto degli “amici ed allievi” certamente ha un qualche rilievo, e ci sono molti seguaci di Dornbusch e Fischer nei posti influenti. E’ il caso che mi congratuli con la mia passata studentessa Catherine Mann per la sua nomina come capo-economista all’OCSE?

Queste storie, naturalmente, non riguardano unicamente l’economia; episodi simili hanno avuto un ruolo in molte discipline accademiche. Sfortunatamente, l’ascesa della cerchia neoclassica ha avuto conseguenze che sono andate molto oltre l’accademia, giacché ha finito col giocare un ruolo importante nell’insuccesso della politica nell’affrontare con efficacia la Depressione Minore.

 

 

[1] Evidentemente, non lo dicono solo nel Minnesota; forse in quell’area usano il “betcha” per “bet you”.

[2] Il modello del “bersaglio oltrepassato”, oppure della “ipotesi del tasso di cambio che manca il suo obbiettivo”, dapprima sviluppato dall’economista Rudy Dornbusch, è una spiegazione teorica degli alti livelli di volatilità nei tassi di cambio. Le caratteristiche principali del modello riguardano gli assunti che i prezzi dei beni sono rigidi (o vischiosi), oppure lenti a modificarsi, nel breve periodo, mentre i prezzi delle valute sono flessibili; che nel mercato degli asset si mantiene un “arbitraggio” …. e che le aspettative di mutamenti nei tassi di cambio sono “coerenti” – vale a dire, razionali. La intuizione più importante del modello è che i ritardi di adattamento, in alcune parti dell’economia, possono indurre come compenso una volatilità in altri; in particolare quando una variabile esogena si modifichi, l’effetto nel breve periodo sul tasso di cambio può essere più grande dell’effetto sul lungo periodo, cosicché nel breve periodo il tasso di cambio manca il bersaglio del suo nuovo valore di equilibrio nel lungo periodo. (Wikipedia in lingua inglese).

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[3] Il riferimento scherzoso, come si comprende, è ad Olivier Blanchard, un componente del gruppo descritto che oggi svolge le funzioni di direzione del Fondo Monetario Internazionale .

Il terribile 2 per cento (dal blog di Krugman 25 settembre 2014)

settembre 25, 2014

 

Sep 25 4:26 pm

The Terrible Two

Jared Bernstein asks why the Fed (and just about all of its counterparts abroad) targets 2 percent inflation. I did some digging on this very issue in my paper for last spring’s ECB conference, and found that 2 was a convenient round number that seemed to provide a reasonable resolution to the conflict between the price stability crowd and economists worried about the two zeroes.

The price stability thing is obvious: there have always been a number of economists who view the purchasing power of money as a sort of sacred trust, the preservation of the unit of account as critical, etc.. They wanted an inflation target of zero, so that a dollar would be a dollar forever.

On the other side, realists pointed out that there were two troubling forms of downward stickiness: interest rates can’t go negative, and neither workers nor employers are happy with nominal wage cuts. These considerations argued for a positive inflation target, to provide room to cut real rates below zero in a downturn and to adjust relative wages without any actual cuts.

So why a 2 percent target? It was low enough that the price stability types could be persuaded, or were willing to concede as a possibility, that true inflation — taking account of quality changes — was really zero. Meanwhile, as of the mid 1990s modeling efforts suggested that 2 percent was enough to make sustained periods at the zero lower bound unlikely and to lubricate the labor market sufficiently that downward wage stickiness would have minor effects. So 2 percent it was, and this rough guess acquired force as a focal point, a respectable place that wouldn’t get you in trouble.

The problem is that we now know that both the zero lower bound and wage stickiness are much bigger issues than anyone realized in the 1990s — financial/balance sheet crises can produce situations in which the ZLB is binding for years on end, and in Europe, at least, we find ourselves needing large changes in relative wages.

Unfortunately, it’s now very hard to change the target; anything above 2 isn’t considered respectable.

 

Il terribile 2 per cento

Jared Bernstein si chiede perché la Fed (e quasi tutti i suoi omologhi all’estero) collochi l’obbiettivo di inflazione al 2 per cento. Feci qualche approfondimento proprio su questo tema nel mio saggio alla conferenza della BCE della scorsa primavera [1], e scoprii che il 2 era un numero tondo conveniente, che sembrava fornire una soluzione ragionevole al conflitto tra il partito della stabilità dei prezzi e gli economisti preoccupati dei “due zeri”.

L’aspetto della stabilità dei prezzi è evidente: c’è sempre stato un certo numero di economisti che considera il potere di acquisto del denaro come una sorta di fiducia sacra, la difesa dell’unità di conto come essenziale, etc. Essi volevano un obbiettivo di inflazione dello zero, in modo tale che il dollaro sarebbe stato un dollaro eterno.

Dall’altra parte, i realisti mettevano in evidenza che c’erano due preoccupanti forme di rigidità verso il basso: i tassi di interesse non possono diventare negativi, e né i lavoratori né i datori di lavoro sono contenti dei tagli ai salari nominali. Queste considerazioni deponevano per un obbiettivo di inflazione positivo, per lasciare lo spazio per tagliare i tassi reali al di sotto dello zero in una crisi e per correggere i salari relativi senza alcun taglio effettivo.

Perché, dunque, un obbiettivo del 2 per cento? Esso era abbastanza basso perché gli individui del fronte della stabilità dei prezzi potessero essere persuasi, o fossero disponibili ad ammettere come una possibilità che l’inflazione effettiva – mettendo nel conto la qualità dei cambi – fosse realmente zero. Contemporaneamente, come gli sforzi di modellazione della metà degli anni ’90 suggerivano, quel 2 per cento era sufficiente per rendere improbabili prolungati periodi al limite inferiore dello zero e per lubrificare a sufficienza il mercato del lavoro, in modo che la rigidità verso il basso dei salari avesse minori effetti. Dunque il 2 per cento era una posizione rispettabile per la quale non si sarebbe finiti nei guai, e questa sommaria stima si impose come un punto focale.

Il problema è che ora sappiamo che sia il limite inferiore dello zero che la rigidità dei salari sono questioni molto più grandi di quanto nessuno aveva compreso negli anni ’90 – le crisi degli equilibri patrimoniali possono produrre situazioni nelle quali il limite inferiore dello zero è vincolato per anni interminabili, e, almeno in Europa, ci ritroviamo ad aver bisogno di cospicui mutamenti nei salari relativi.

Sfortunatamente, ora è davvero difficile modificare il target: niente sopra il 2 è considerato rispettabile.

 

 

 

[1] Vedi in questo blog: “Una riconsiderazione degli obbiettivi di inflazione -maggio-2014 – Relazione di Paul Krugman alla Conferenza di-Sintra, Portogallo, della BCE.

Rischi monetari asimmetrici (25 settembre 2014)

settembre 25, 2014

 

Sep 25 10:36 am

Asymmetric Monetary Risks

How much slack is there in the U.S. labor market? Good question. The measured unemployment rate is fairly low, but labor force participation also seems low, and I have doubts about studies purporting to say that it’s overwhelmingly long-term demographics. Wage gains are still slow. My guess is that there’s considerably more slack than the unemployment number might lead you to suspect, but the truth is that I don’t know.

But here’s the thing: you don’t know either. Neither does Janet Yellen, or Charles Plosser, or anyone else; anyone who thinks he or she knows for sure is suffering from the Dunning-Kruger effect.

So let’s hear it for Charles Evans, who gets it exactly right: we need to focus on the asymmetry of risks.

If it turns out that there’s less slack than our best guess, inflation may overshoot before the Fed can react. That would be unpleasant. But it’s manageable: if there’s one thing the Fed knows, it’s how to tighten.

But if it turns out that there’s more slack than we guess, and the Fed tightens too soon, the result can be tragedy: we can end up back in the liquidity trap, facing years of below-target inflation (maybe even deflation) and economic stagnation. As Evans says, we’ve seen this movie — in fact, several remakes: Japan in the early 2000s, the ECB in 2010, the Riksbank in Sweden.

The prudent course is to wait for clear evidence of overheating. Damn the inflationistas and financial-stability-istas who want to torpedo recovery; full speed ahead.

 

Rischi monetari asimmetrici

Quanto è fiacco il mercato del lavoro negli Stati Uniti? Bella domanda. Il tasso di disoccupazione accertato è abbastanza basso, ma anche la partecipazione della forza lavoro sembra bassa [1], ed io dubito degli studi che pretendono di affermare che si tratti in modo di gran lunga prevalente di demografia a lungo termine. La mia impressione è che ci sia una notevole maggiore fiacchezza di quanto i dati sulla disoccupazione porterebbero ad immaginare, ma la verità è che non lo so.

Ma qua è il punto: non si sa né l’una cosa né l’altra. Non lo sanno Janet Yellen, o Charles Plosser o chiunque altro; chiunque pensi di saperlo con certezza sta soffrendo dell’effetto Dunning-Krueger [2].

Dunque, complimenti a Charles Evans, che intende la cosa nel modo più giusto: abbiamo bisogno di concentrarci sulla asimmetria del rischio.

Se si scopre che c’è minore fiacchezza della nostra migliore congettura, l’inflazione può passare i limiti prima che la Fed possa reagire. Ciò sarebbe spiacevole. Ma gestibile: se c’è una cosa che la Fed conosce è come operare una stretta.

Ma se viene fuori che c’è più fiacchezza di quella che immaginiamo, e la Fed restringe troppo rapidamente, il risultato può essere una tragedia: possiamo finir col tornare nella trappola di liquidità, fronteggiando anni di inflazione al di sotto dell’obbiettivo (forse persino di deflazione) e di stagnazione economica. Come dice Evans, questo film l’abbiamo già visto, di fatto in varie versioni: il Giappone nei primi anni 2000, la BCE nel 2010, la Banca Centrale in Svezia.

L’andamento prudente è attendere chiare prove di surriscaldamento. Al diavolo gli inflazionisti ed i patiti della stabilità finanziaria che vogliono silurare la ripresa; avanti a tutta velocità.

 

 

[1] Nel nostro linguaggio statistico corrisponde a “tasso di attività”, benché il senso sia più generico (“partecipazione alle forze di lavoro”) perché l’effettivo tasso di attività si esprime con “labor force participation rate”. In ogni caso si tratta del rapporto tra occupati e popolazione delle classi di età corrispondenti.  Per occupati, nel linguaggio statistico americano, si intendono coloro che sono in attività, ma anche coloro che sono in attiva ricerca di una attività. Si deve considerare che nei decenni, con l’eccezione di gravi recessioni, rispetto a noi  la mobilità inter lavorativa è stata più diffusa ed i tempi di reinserimento più brevi.

La stima sul tasso di attività spesso si ottiene considerando il rapporto con la popolazione delle generazioni dai 25 ai 54 anni. E’ un calcolo che viene considerato più oggettivo, perché l’inserimento delle fasce di popolazione più giovani o più anziane introduce elementi meno costanti nelle serie storiche, quali la scolarità ed i trattamenti assicurativi di anzianità.

[2] L’effetto Dunning–Kruger è una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti tendono a sopravvalutarsi, giudicando, a torto, le proprie abilità come superiori alla media. Questa distorsione viene attribuita all’incapacità metacognitiva, da parte di chi non è esperto in una materia, di riconoscere i propri limiti ed errori. (Wikipedia)

Note sconvenienti (25 settembre 2014)

settembre 25, 2014

 

Sep 25 10:24 am

Unseemly Notes

Something I didn’t know: David Brooks’s column that, among other things, lamented the failure of the wealthy to follow a “code of seemliness” was actually part of a broader complaint to that effect among conservative intellectuals. For example, Charles Murray’s “Coming Apart” is mainly about what has gone wrong with working-class values, but he devotes a fair bit of space to the “unseemly” ostentation of the elite; strange to say, he focuses on Hollywood producers rather than private equity managers, but still.

Was it ever different? Actually, yes. I’ve written before about the remarkable Fortune portrait of top executives in 1955, who really did live much more modest and sober lives than their modern counterparts (even if there was probably more sex and alcohol consumption than Fortune let on).

What’s interesting, however, is that Fortune claimed that this modesty was something new, a break with the previous generation — and it attributed the change not to a shift in values but to a change in circumstances: “The large yacht [has] foundered in the seas of progressive taxation.”

But that was then. The surge in executive compensation after the 1970s is well known; I’m not sure how many people know just how dramatic the cut in top taxes has been. The IRS has been collecting data on the incomes and taxes of the 400 top taxpayers (pdf) since 1992; as of the late naughties they were paying average income tax rates of less than 20 percent (and surely very little in other taxes). We can produce roughly comparable data (pdf) for the 1950s; in 1955 there were 427 filers with incomes over $750,000, and they paid 51.2 percent of their income in taxes. So taxes dropped from more than half to less than a fifth. That’s a lot.

And the implication, of course, is that it’s kind of silly to lament the loss of elite sobriety and seemliness without noticing that the big difference these days is that the rich have so much money.

While we’re on this topic, I’d like to thank Bruce Bartlett for directing me to a really interesting recent Fed paper on spending patterns (pdf), which shows that other things equal people are more likely to buy fancy cars if they live in highly unequal Census tracts. That is, inequality seems to drive conspicuous consumption, just as Veblen told us.

But back to the main point: anyone nostalgic for the manners and apparent morals of the good old WASP elite should be aware that a lot of that elite’s restraint came from the fact that it wasn’t at all rich by today’s standards.

 

Note sconvenienti

Qualcosa che non conoscevo: l’articolo di David Brook che, tra le altre cose, lamentava l’incapacità dei ricchi di seguire un “codice di decenza” era, per la verità, parte di una lamentela più generale su tale tema tra gli intellettuali conservatori. Per esempio, il libro “La disgregazione” di Charles Murray riguarda principalmente ciò che è andato in malora nei valori della classe lavoratrice, ma dedica una discreta quantità di spazio alla “sconveniente” ostentazione da parte delle élite; strano a dirsi, esso si concentra sui produttori di Hollywood piuttosto che sui dirigenti delle private equity, eppure …

E’ mai andata in modo diverso? Per la verità, sì. Ho scritto in passato sul rilevante ritratto dei massimi dirigenti di azienda da parte di Fortune nel 1955, che realmente conducevano esistenze molto più modeste e sobrie dei loro omologhi contemporanei (anche se c’era probabilmente più sesso e consumo di alcol di quello che Fortune dia a vedere).

Quello che è interessante, tuttavia, è che Fortune sosteneva che questa modestia era qualcosa di nuovo, una rottura con la generazione precedente – ed attribuiva il cambiamento non ad uno spostamento di valori ma ad una modifica delle circostanze: “I grandi yacht sono affondati nei mari della tassazione progressiva”.

Ma questo era allora. La crescita nei compensi degli amministratori dopo il 1970 è ben nota; non sono sicuro quante persone sappiano quanto è stato precisamente spettacolare il taglio delle tasse sui redditi più alti. L’Internal Revenue Service ha raccolto i dati sui redditi e sulle tasse dei 400 contribuenti più ricchi (disponibile in pdf) a partire dal 1992; a partire dagli ultimi anni 2000 essi pagavano aliquote medie sulla tassa sul reddito inferiori al 20% (e certamente molto piccole su altre tassazioni). Possiamo grosso modo produrre dati confrontabili con gli anni ’50; nel 1955 c’erano 427 fascicoli [1] con redditi sopra i 750.000 dollari, e pagavano il 51,2 per cento del reddito in tasse. Dunque le tasse sono scese da più della metà a un quinto. Che è molto.

E la conseguenza, ovviamente, è che è una specie di scemenza lamentare la perdita di sobrietà e di decoro della élite senza notare che la grande differenza di questi tempi è che i ricchi hanno tanto denaro.

Già che siamo su questo tema, mi piace ringraziare Bruce Bartlett per avermi indirizzato ad uno studio recente della Fed sui modelli di consumo davvero interessante (disponibile in pdf), che mostra che a parità di condizioni è più probabile che le persone acquistino macchine di lusso se vivono in aree censuarie con elevate diseguaglianze [2]. Vale a dire, l’ineguaglianza sembra provocare un consumismo vistoso, come Veblen ci ha raccontato.

Ma, tornando al punto principale: tutti coloro che sono nostalgici per i comportamenti e gli apparenti principi morali della buona vecchia élite WASP[3] dovrebbero essere consapevoli che molto del senso della misura di quella élite derivava dal fatto che non erano poi così ricchi, secondo gli standard odierni.

 

 

[1] Suppongo ci sia un errore e che il termine sia “files”.

[2] Ovvero, in quartieri abitati da persone con redditi diversi.

[3] Acronimo di “bianchi anglo-sassoni protestanti”, vale a dire storicamente i candidati a far parte della classe dirigente statunitense, almeno sino al secolo scorso.

Averli e metterli in mostra (24 settembre 2014)

settembre 24, 2014

 

Sep 24 10:21 am

Having It and Flaunting It

David Brooks is getting some ribbing for suggesting that the wealthy should “follow a code of seemliness”, not living the lavish lifestyles they can afford. I don’t want to join in the jeering; instead, I want to talk a bit about the economics of flaunting your wealth (which was actually a topic I was working on before David’s last column).

The first thing to say is that expecting the rich not to flaunt their wealth is, of course, unrealistic. If your sense is that the rich were more restrained in the 50s and 60s, well, that’s because they weren’t nearly as rich either absolutely or relatively. The last time our society was as unequal as it is today, giant mansions and yachts were every bit as ostentatious as they are now — there’s a reason Mark Twain called it the Gilded Age.

Beyond that, for many of the rich flaunting is what it’s all about. Living in a 30,000 square foot house isn’t much nicer than living in a 5,000 square foot house; there are, I believe, people who can really appreciate a $350 bottle of wine, but most of the people buying such things wouldn’t notice if you substituted a $20 bottle, or maybe even a Trader Joe’s special. Even really fine clothing derives a lot of its utility to the wearer by the fact that other people can’t afford it. So it’s largely about display — which Thorstein Veblen could, of course, have told you.

So why go after this display, as opposed to taxing away some of the income? You could say that taxes reduce the incentive to get rich; but so would sumptuary laws, which would undermine the point of getting rich, and so, in fact, would a “code of seemliness”, which would again reduce the fun of flaunting it, which is a lot of what people want lots of money for.

Wait, there’s more. If you feel that it’s bad for society to have people flaunting their relative wealth, you have in effect accepted the view that great wealth imposes negative externalities on the rest of the population — which is an argument for progressive taxation that goes beyond the maximization of revenue.

And one more thing: think about what this says about economic growth. We have an economy that has become considerably richer since 1980, but with a large share of the gains going to people with very high incomes — people for whom the marginal utility of a dollar’s worth of spending is not only low, but comes largely from status competition, which is a zero-sum game. So a lot of our economic growth has simply been wasted, doing nothing but accelerating the pace of the upper-income rat race.

And now it’s time for me to make my seemly way to the office, on foot and mass transportation, where I will gloat in my moral superiority and sneer at people who haven’t won as many academic honors. Oh, wait.

 

Averli e metterli in mostra

David Brooks si è procurato qualche presa in giro per aver suggerito che i ricchi dovrebbero “seguire un codice di decenza”, non vivendo le esistenze sfarzose che si possono permettere. Non voglio fare anch’io dell’ironia; piuttosto, voglio parlare un po’ dell’economia della ostentazione della propria ricchezza (che era un tema sul quale stavo in effetti lavorando prima dell’ultimo articolo di David).

La prima cosa da dire è che aspettarsi che i ricchi non esibiscano la loro ricchezza è, ovviamente, irrealistico. Se avete la sensazione che i ricchi fossero più sobri negli anni ’50 e ’60, ebbene, dipendeva dal fatto che non erano neanche lontanamente così ricchi, né in termini assoluti, né relativi. Nell’ultimo periodo nel quale la nostra società era così ineguale come oggi, ville gigantesche e yacht erano altrettanto ostentate come oggi – e la ragione era quella che Mark Twain chiamava l’Età dell’Oro.

Oltre a ciò, per molti ricchi l’ostentazione corrisponde allo stato di fatto. Vivere in un appartamento di trenta mila piedi quadrati non è molto più confortevole che vivere in uno di cinque mila piedi quadrati [1]; ci sono, io credo, persone che sono davvero nelle condizioni di apprezzare una bottiglia di vino da 350 dollari, ma la gran parte della gente che compera una cosa del genere non si accorgerebbe se la sostituiste con una bottiglia da 20 dollari, o forse persino con una specialità di Trader Joe [2]. Persino abiti realmente belli derivano molta della loro utilità per chi li indossa dal fatto che le altre persone non possono permetterseli. Dunque, in gran parte è una questione di esibizione – la qualcosa, ovviamente, avrebbe già potuto raccontarla Thorstein Veblen.

Perché dunque andare dietro a questa ostentazione, invece che portar via un po’ di reddito con le tasse? Si potrebbe dire che le tasse riducono l’incentivo a diventare ricchi; ma altra cosa sarebbero leggi sullo sfarzo, che metterebbero a rischio il significato di diventar ricchi, ed altra cosa, di fatto, un “codice di decenza”, che d’altra parte ridurrebbe il piacere dell’ostentazione, che è molto di quello che la gente vuole per un mucchio di soldi.

Aspettate, c’è dell’altro. Se percepite come cosa negativa per la società il fatto che ci siano persone che ostentano la loro ricchezza relativa, di fatto avete accettato il punto di vista per il quale la grande ricchezza impone al resto della popolazione esternalità negative – e quello è un argomento per la tassazione progressiva che va oltre la massimizzazione delle entrate.

Ed una cosa ancora: pensate a quello che questo ci dice in termini di crescita economica. Abbiamo un’economia che è diventata considerevolmente più ricca dal 1980, ma con una larga parte di guadagni che vanno alle persone con redditi molto elevati – persone per le quali l’utilità marginale del valore di una spesa di un dollaro non solo è bassa, ma deriva largamente da una competizione di status, che è un gioco a somma zero. Dunque, molta della nostra crescita economica è stata semplicemente sprecata, non facendo altro che accelerare il ritmo della competizione sfrenata dei redditi superiori.

Ed ora è venuto il momento che io mi diriga in modo appropriato all’ufficio, andando a piedi e con il trasporto pubblico, con il che mi compiacerò della mia superiorità morale e riderò sotto i baffi delle persone che non hanno ottenuto altrettante onorificenze accademiche. Eccomi.

 

 

 

[1] Ovvero, in metri quadrati, nel primo caso sarebbero 2787, nel secondo 464,5.

[2] “Trader Joe” è una catena di gastronomie presente in nove Stati americani: California, Arizona, Nevada, Oregon, Washington, Massachusetts, New York, Connecticut, and New Jersey.

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Ciarlatani e stravaganti per sempre (24 settembre 2014)

settembre 24, 2014

 

Sep 24 9:58 am

Charlatans and Cranks Forever

Back when Paul Ryan released his first big-splash budget — the one that had the commentariat cooing over its “seriousness” — it included a link to an absurd Heritage Foundation analysis claiming, among other things, that the plan would drive the unemployment rate down to 2.8 percent. (Heritage then tried, unsuccessfully, to send its nonsense down the memory hole and pretend it never happened.) Ryan defenders tried to claim that the plan didn’t actually rely on that Heritage stuff; but as some of us tried to explain, the plan actually didn’t add up, relying on a multi-trillion-dollar magic asterisk on tax receipts. And we predicted that sooner or later Ryan would embrace magical theories about how tax cuts increase revenue.

And here we are.

One disturbing effect if Republicans take the Senate, by the way, may be that the Congressional Budget Office becomes a purely partisan operation — effectively a department of Heritage.

 

Ciarlatani e stravaganti per sempre

In passato, quando Paul Ryan mise in circolazione il primo suo bilancio che fece grande impressione – che ricevette commenti che si sperticavano sulla sua “serietà” – esso comprendeva una connessione con una assurda analisi della Fondazione Heritage, che sosteneva, tra le altre cose, che il programma avrebbe portato il tasso di disoccupazione sotto il 2,8 per cento (Heritage successivamente provò, senza successo, a far dimenticare quella insensatezza ed a fingere che non ci fosse mai stata). I sostenitori di Ryan provarono ad argomentare che il programma in effetti non si basava su quella roba di Heritage; ma, come alcuni di noi cercarono di spiegare, il programma non aveva effettivamente senso, basandosi su magici asterischi del valore di molte migliaia di miliardi di dollari di entrate fiscali. E prevedemmo che prima o poi Ryan avrebbe abbracciato teorie magiche su come gli sgravi fiscali incrementano le entrate.

Ed è a quel punto che siamo arrivati [1].

Un effetto inquietante se i repubblicani prenderanno il controllo del Senato, per inciso, potrebbe essere che Congressional Budget Office diventi una operazione di puro schieramento di parte – in sostanza un dipartimento di Heritage.

 

[1] La notizia è desunta da un articolo di Jonathan Chait del 23 settembre su “News & Politics”.

Il metodo dell’equilibrio temporaneo (per i molto esperti) (22 settembre 2014)

settembre 22, 2014

 

The Temporary-Equilibrium Method (Very Wonkish)

September 22, 2014 10:01 am

David Glasner has some thoughts about macroeconomic methodology, reacting to my own previous piece, that I mostly agree with, but not entirely. So, a bit more.

Glasner is right to say that the Hicksian IS-LM analysis comes most directly not out of Keynes but out of Hicks’s own Value and Capital, which introduced the concept of “temporary equilibrium”. This involves using quasi-static methods to analyze a dynamic economy, not because you don’t realize that it’s dynamic, but simply as a tool. In particular, V&C discussed at some length a temporary equilibrium in a three-sector economy, with goods, bonds, and money; that’s essentially full-employment IS-LM, which becomes the 1937 version with some price stickiness. I wrote about that a long time ago.

So is IS-LM really Keynesian? I think yes — there is a lot of temporary equilibrium in The General Theory, even if there’s other stuff too. As I wrote in the last post, one key thing that distinguished TGT from earlier business cycle theorizing was precisely that it stopped trying to tell a dynamic story — no more periods, forced saving, boom and bust, instead a focus on how economies can stay depressed. Anyway, does it matter? The real question is whether the method of temporary equilibrium is useful.

What are the alternatives? One — which took over much of macro — is to do intertemporal equilibrium all the way, with consumers making lifetime consumption plans, prices set with the future rationally expected, and so on. That’s DSGE — and I think Glasner and I agree that this hasn’t worked out too well. In fact, economists who never learned temporary-equiibrium-style modeling have had a strong tendency to reinvent pre-Keynesian fallacies (cough-Say’s Law-cough), because they don’t know how to think out of the forever-equilibrium straitjacket.

What about disequilibrium dynamics all the way? Basically, I have never seen anyone pull this off. Like the forever-equilibrium types, constant-disequilibrium theorists have a remarkable tendency to make elementary conceptual mistakes.

In short, Hicks was a very smart guy — his method often seems to hit a sweet spot between rigorous irrelevance and would-be realism that ends up being just confused.

Still, Glasner says that temporary equilibrium must involve disappointed expectations, and fails to take account of the dynamics that must result as expectations are revised. I guess I’d say two things. First, I’m not sure that this is always true. Hicks did indeed assume static expectations — the future will be like the present; but in Keynes’s vision of an economy stuck in sustained depression, such static expectations will be more or less right. It’s true that you need some wage stickiness to explain what you see (which is not the same thing as saying that sticky wages are the cause of unemployment), but that isn’t necessarily about false expectations.

Second, those of us who use temporary equilibrium often do think in terms of dynamics as expectations adjust. In fact, you could say that the textbook story of how the short-run aggregate supply curve adjusts over time, eventually restoring full employment, is just that kind of thing. It’s not a great story, but it is the kind of dynamics Glasner wants — and it’s Econ 101 stuff.

In the end, I wouldn’t say that temporary equilibrium is either right or wrong; what it is, is useful. Which for some reason has me thinking of Edward Gibbon:

The various modes of worship, which prevailed in the Roman world, were all considered by the people, as equally true; by the philosopher, as equally false; and by the magistrate, as equally useful.

Which has nothing to do with my point, but I like it anyway.

 

Il metodo dell’equilibrio temporaneo (per i molto esperti)

David Glasner ha alcuni pensieri sulla metodologia macroeconomica (in reazione alla mia precedente nota) con i quali io concordo molto, sebbene non interamente. Dunque, qualcosa in più.

Glasner ha ragione ad affermare che la analisi hicksiana IS-LM non deriva direttamente da Keynes, ma da Valore e Capitale dello stesso Hicks, che introdusse il concetto di “equilibrio temporaneo”. Questo include l’utilizzo di metodi quasi-statici per analizzare un’economia dinamica, non perché non si comprenda che essa è dinamica, ma semplicemente come uno strumento. In particolare, Valore e Capitale ha trattato in qualche misura di equilibrio temporaneo in una economia a tre settori, con i beni, le obbligazioni ed il denaro; vale a dire essenzialmente un modello IS-LM a piena occupazione, che diventa la versione del 1937 con qualche rigidità dei prezzi. Scrissi su questo argomento molto tempo fa.

Dunque, il modello IS-LM è realmente keynesiano? Io penso di sì – nella Teoria Generale c’è molto equilibrio temporaneo, anche se c’è molto altro. Come ho scritto nel post recente, un aspetto chiave che distingue la Teoria Generale da teorizzazioni precedenti del ciclo economico fu precisamente che essa smetteva di cercar di descrivere una storia dinamica – non più periodi, risparmi forzati, espansioni e crolli, ma piuttosto una concentrazione sulle ragioni per le quali le economie possono restare depresse. E’ importante, in ogni caso? La vera domanda è se il metodo dell’equilibrio temporaneo è utile.

Quali sono le alternative? Una – che prese molto piede nella macroeconomia – è operare sino in fondo con un equilibrio intertemporale, con i consumatori che fanno programmi di consumo per l’intera esistenza, prezzi definiti sulla base di un futuro razionalmente previsto, e così via. E’ questo il DSGE – ed io penso che Glasner ed io concordiamo che non abbia funzionato granché bene. Di fatto, gli economisti che non hanno mai appreso l’uso dei modelli del genere dell’equilibrio temporaneo, hanno avuto una forte tendenza a ripetere errori pre keynesiani (la Legge di Say, colpetti di tosse!), perché non sanno cosa escogitare fuori dalla camicia di forza dell’equilibrio permanente.

E che dire di una soluzione tutta basata su dinamiche di non equilibrio? Fondamentalmente, che non ho mai visto nessuno metterla in pratica sino in fondo. Come gli individui dell’equilibrio permanente, i teorici dello squilibrio costante hanno una considerevole tendenza a fare errori concettuali elementari.

In breve, Hicks era un soggetto davvero astuto – il suo metodo sembra spesso raggiungere una gradevole collocazione tra una rigorosa scarsa influenza ed un mancato realismo che finisce con l’essere proprio confusa.

Eppure, Glasner dice che l’equilibrio temporaneo deve includere le aspettative deluse, e che non riesce a mettere in conto le dinamiche che devono conseguire da una revisione delle aspettative. Suppongo che avanzerei due osservazioni. La prima, non sono sicuro che questo sia sempre vero. In effetti Hicks assumeva aspettative statiche – il futuro sarà come il presente; ma nella visione di Keynes di una economia bloccata in una prolungata depressione, tali statiche aspettative possono essere più o meno giuste. E’ vero che si ha bisogno di una qualche vischiosità dei salari per spiegare ciò che si vede (che non è la stessa cosa del dire che salari vischiosi sono la causa della disoccupazione), ma questo non comporta necessariamente false aspettative.

La seconda, coloro tra noi che usano l’equilibrio temporaneo spesso ragionano in termini di dinamiche come adattamenti di aspettative. Di fatto, si potrebbe dire che la spiegazione dei libri di testo su come la curva dell’offerta aggregata si corregge nel breve termine, alla fine ripristinando la piena occupazione, è proprio quel genere di cosa. Non è una grande spiegazione, ma è il genere di dinamica che Glasner vuole – ed è roba da libri di testo universitari.

Alla fine, direi che l’equilibrio temporaneo non è né giusto né sbagliato; quello che sia, è utile. La qualcosa, per qualche ragione, mi fa pensare a Edward Gibbon:

“I vari tipi di culto che prevalevano nel mondo romano, erano tutti considerati dalla gente come egualmente veri; dai filosofi, come egualmente falsi; e dai magistrati, come egualmente utili.”

Che non ha niente a che fare con la mia opinione, ma mi piace lo stesso.

Scarafaggio conservatore canadese (21 settembre 2014)

settembre 21, 2014

 

Sep 21 9:24 am

Conservative Canadian Cockroach

Oh, my. Josh Barro tells us that conservatives are once again touting Canada as a role model, in particular using its experience in the 90s to claim that austerity is expansionary after all.

I think this qualifies as a cockroach idea (zombies just keep shambling along, whereas sometimes you think you’ve gotten rid of cockroaches, but they keep coming back.) I thought we had disposed of all this four years ago. But nooooo.

Barro hits the main points. Canadian austerity in the 1990s was offset by a huge positive movement in the trade balance, due to a falling Canadian dollar and raw material exports:

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IMF World Economic Outlook Database

Since we can’t all devalue and move into trade surplus, this meant that the Canadian story in the 1990s had no relevance at all to the austerity debate of 2010.

Also, the whole debate about austerity versus stimulus was driven by the problem that interest rates were at the zero lower bound, so that there wasn’t any easy way to offset the effects of austerity. Canada in the 1990s? Not so much:

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However, Josh misses a trick. When dealing with right-wing claims about economic data, you should never forget Moore’s Law: not only shouldn’t you accept their assertions, you should assume that what they say is probably wrong. Barro:

Squeezed by high interest rates, a left-of-center government instituted big spending cuts in the 1990s; as a result, Canada’s level of public expenditure as a share of its economy has fallen to match America’s.

From the IMF database:

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The gap between Canadian and US spending narrowed during the recession, because the recession was far worse in the US. This meant that any given level of spending was larger as a share of GDP, and it also led to a temporary spike in US spending, mainly on unemployment insurance and other safety net programs, but also briefly on stimulus. But that’s all in the past, and we are once again back to the normal situation in which Canadian spending as a share of GDP is quite a lot higher than ours — including much more spending on poverty reduction.

So conservatives have fallen in love with an imaginary Canada, whose history and current reality is nothing like the real place. Are you surprised?

 

Scarafaggio conservatore canadese

Oddio. Josh Barro ci racconta che i conservatori tornano ad insistere su un modello guida canadese [1], utilizzando in particolare l’esperienza di quel paese negli anni ’90 per sostenere che l’austerità, dopo tutto, è espansiva.

Penso che questa si qualifichi come un’idea scarafaggio (le idee zombi procedono proprio per inerzia, mentre qualche volta si pensa di essersi liberati degli scarafaggi, che invece continuano a ripresentarsi). Avevo pensato che avessimo eliminato tutto questo quattro anni orsono. E invece no.

Barro coglie i punti principali. L’austerità canadese negli anni ’90 venne bilanciata da un movimento ampiamente positivo della bilancia commerciale, a seguito di una caduta del dollaro canadese e dell’esportazione di materie prime:

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World Economic Outlook del FMI

Dal momento che non tutti possono svalutare e passare ad un avanzo commerciale, questo significava che la storia canadese negli anni ’90 non aveva alcuna rilevanza nel dibattito sull’austerità del 2010.

Inoltre, l’intero dibattito tra austerità e misure di sostegno era guidato dal problema che i tassi di interesse erano al limite inferiore dello zero, cosicché non era in nessun modo semplice bilanciare gli effetti dell’austerità. E il Canada negli anni ’90? Non altrettanto:

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Tuttavia, a Josh sfugge un inganno. Quando ci si misura con gli argomenti della destra in materia di dati economici, non si dovrebbe mai dimenticare la “legge di Moore [2] “: non solo non si dovrebbero accettare i loro giudizi, si dovrebbe considerare che probabilmente dicono cose non vere. Barro:

 

“Spremuto da alti tassi di interesse, un Governo di sinistra-centro decise grandi tagli alla spesa negli anni ’90; come conseguenza, il livello della spesa pubblica del Canada, in rapporto alla sua economia, è caduto sino ai livelli dell’America.

Dalla banca dati del FMI:

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La differenza tra la spesa canadese e quella statunitense si è ristretta, durante la recessione, perché la recessione fu molto peggiore negli Stati Uniti. Questo significò che ogni dato livello di spesa era più ampio in rapporto al PIL, ed inoltre ciò portò ad una provvisorio incremento della spesa negli Stati Uniti, principalmente sui programmi della assicurazione alla disoccupazione e di altre reti di sicurezza, ma anche per un breve periodo per le misure di sostegno all’economia. Ma ciò avveniva nel passato, ed oggi siamo di nuovo tornati alla situazione normale nella quale la spesa del Canada come percentuale del PIL è un bel po’ più elevata della nostra – compresa la molto maggiore spesa per la riduzione della povertà.

Dunque, i conservatori si sono innamorati di un Canada immaginario, la cui storia e realtà attuale non a niente a che fare con la posizione reale. Ne siete sorpresi?

 

 

[1] Josh Barro scrive sul New York Times come Krugman, e l’articolo è del 19 settembre.

[2] Il riferimento è ad una vicenda recente, della quale Krugman si è occupato, nella quale un editore, tale Moore, ha dovuto protestare con Heritage Foundation che aveva avuto ospitalità su un suo giornale, utilizzando dati truccati.

Il ritorno dei vagabondi del Welfare (dal blog di Krugman, 20 settembre 2014)

settembre 20, 2014

 

Sep 20 3:18 pm

Return of the Bums on Welfare

Thinking some more about John Boehner’s resurrection of the notion that we’re suffering weak job growth because people are living the good life on government benefits, and don’t want to work. It has long seemed to me that the issue of unemployment benefits is where the debate over economic policy in a depression reaches its purest essence. If you’r on the right, you believe — you more or less have to believe — that unemployment benefits hurt job creation, because you’re “paying people not to work.” To admit that depression conditions are different, that the economy is suffering from an overall lack of demand and that putting money into the pockets of people likely to spend it would increase employment, would mean admitting that the free market sometimes fails badly. And of course disdain for the unemployed helps a lot if you want to oppose any kind of aid for the unfortunate.

But there’s something remarkable about seeing these claims made now — because even if you believed that expanded unemployment benefits were somehow a cause rather than an effect of the economic crisis, those expanded benefits are long gone. Here’s unemployment benefits as a percentage of GDP:

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They’re back down to their level at the height of the “Bush boom”.

And here, from Josh Bivens, is the recipiency rate — the percentage of the unemployed receiving any benefits at all:

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It’s at a record low, and as Bivens says, the pullback in benefits is one main reason economic expansion isn’t reducing poverty.

So basically the right is railing against the bums on welfare not only when there aren’t any bums, but when there isn’t any welfare.

 

Il ritorno dei vagabondi del Welfare

Sto ripensando a John Boehner, che resuscita il concetto secondo il quale staremmo soffrendo di una crescita debole dei posti di lavoro perché la gente fa la bella vita con i sussidi pubblici e non vuole lavorare. Da tempo mi sembra che il tema dei sussidi di disoccupazione sia il punto dove il dibattito sulla politica economica nella depressione raggiunge la sua essenza più pura. Se siete di destra, credete – più o meno dovete credere – che i sussidi di disoccupazione danneggiano la creazione di posti di lavoro, perché “si sta pagando la gente per non lavorare”. Ammettere che le condizioni della depressione siano diverse, che l’economia stia soffrendo di una generale carenza di domanda e che mettere soldi nelle tasche delle persone che è probabile li spendano aumenterebbe l’occupazione, sarebbe come ammettere che i liberi mercati talvolta falliscono malamente. E naturalmente il disprezzo per i disoccupati è un buon ausilio, se si vuole opporsi ad ogni genere di aiuto a chi ne ha bisogno.

Ma c’è qualcosa di rilevante nell’osservare queste pretese in questo momento – perché, se anche credevate che aumentare i sussidi di disoccupazione fosse in qualche modo una causa anziché un effetto della crisi economica, questi aumentati sussidi se ne sono andati da tempo. Ecco i sussidi di disoccupazione come percentuale del PIL:

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Essi sono tornati al livello che avevano nel momento più alto del “boom di Bush”.

E qua possiamo vedere, a cura di Josh Bivens, l’andamento del tasso dei destinatari – la percentuale dei disoccupati che ricevono comunque un qualche sussidio:

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Si tratta di un record negativo, e come dice Bivens, la diminuzione dei sussidi è una delle principali ragioni per le quali l’espansione economica non sta riducendo la povertà.

Dunque, fondamentalmente la destra sta imprecando contro i vagabondi dello Stato assistenziale non solo quando non c’è nessun vagabondo, ma quando non c’è nessuno Stato assistenziale.

La teoria della classe abbiente di John Boehner (19 settembre 2014)

settembre 19, 2014

 

Sep 19 3:44 pm

John Boehner’s Theory of the Leisure Class

And, I’m back — I’ve been in a grueling battle against deadlines, which is not quite over, so blogging may remain scarce for a while longer. But I’m sticking my toe in for the moment — and whaddya know, oops, he did it again. John Boehner says that unemployed Americans are pretty clearly malingerers, bums on welfare who have decided that they don’t feel like working:

“This idea that has been born, maybe out of the economy over the last couple years, that you know, I really don’t have to work. I don’t really want to do this. I think I’d rather just sit around. This is a very sick idea for our country,” he said.
“If you wanted something you worked for it,” Boehner said, adding, “Trust me, I did it all.”

I could point to the overwhelming economic evidence that nothing like this is happening — after all, if what we were seeing was a mass withdrawal of labor supply, we should be seeing wages for those still willing to work taking off. What we actually see is this:

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I could also point to zero interest rates and low inflation as evidence that we’re living in a demand-constrained economy. I could ask how, exactly, Boehner believes that increased willingness to work would conjure more jobs into existence.

But what really gets me here is the fact that people like Boehner are so obviously disconnected from the lived experience of ordinary workers. I mean, I live a pretty rarefied existence, with job security and a nice income and a generally upscale social set — but even so I know a fair number of people who have spent months or years in desperate search of jobs that still aren’t there. How cut off (or oblivious) can someone be who thinks that it’s just because they don’t want to work?

When I see stuff like this, I always think of the opening of The Treasure of the Sierra Madre:

Anyone who is willing to work and is serious about it will certainly find a job. Only you must not go to the man who tells you this, for he has no job to offer and doesn’t know anyone who knows of a vacancy. This is exactly the reason why he gives you such generous advice, out of brotherly love, and to demonstrate how little he knows the world.

 

La teoria della classe abbiente di John Boehner

Rieccomi – sono stato impegnato in una ardua battaglia sulle scadenze, che non è ancora terminata cosicché la mia attività sul blog potrà restare scarsa ancora per un po’. Ma per il momento ci sto provando – e, ne sapete qualcosa?, oddio, l’ha fatto di nuovo. John Boehner dice che è abbastanza evidente che i disoccupati americani sono malati immaginari, vagabondi dello Stato assistenziale che hanno deciso che non hanno voglia di lavorare:

 

“Questa idea, che è stata concepita, suppongo fuori dall’economia, negli ultimi due anni, secondo la quale, sapete, non si ha bisogno di lavorare. Proprio non si ha voglia di farlo. Si pensa che sia abbastanza giusto trastullarsi. Si tratta di un’idea letale per il nostro paese”, ha detto. “Se volete qualcosa, procuratevelo col lavoro”, ha detto Boehner, aggiungendo “Credetemi, io ho sempre fatto così.”

 

Potrei mettere in evidenza le schiaccianti prove economiche che niente di questo genere sta accadendo – dopo tutto, se quello a cui stiamo assistendo fosse una astinenza di massa dall’offerta di lavoro, dovremmo vedere un decollo dei salari per coloro che hanno voglia di lavorare. Quello che effettivamente vediamo è questo:

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Potrei anche indicare i tassi di interesse a zero e la bassa inflazione come prove che stiamo vivendo in un’economia limitata dalla domanda. Potrei chiedere come, esattamente, Boehner crede che una accresciuta volontà di lavorare farebbe apparire dal nulla più posti di lavoro.

Ma quello che in questo caso realmente mi attrae è il fatto che persone come Boehner sia così evidentemente scollegate dalla esperienza vissuta dei lavoratori normali. Voglio dire, io vivo una esistenza abbastanza rarefatta, con la sicurezza del lavoro, un buon reddito e un contesto sociale in generale di alto livello – ma anche così conosco un discreto numero di persone che hanno speso mesi ed anni alla ricerca disperata di un posto di lavoro che ancora non c’è. Quanto isolato (o inconsapevole) può essere qualcuno che pensa che ciò avvenga solo perché non hanno voglia di lavorare?

Quando vedo cose del genere, penso sempre alle prima parole di “Il tesoro della Sierra Madre” [1]:

 

“Tutti quelli che hanno voglia di lavorare seriamente, troveranno con certezza un lavoro. Soltanto non dovete andare da un individuo che vi racconta storie, perché non ha un posto di lavoro da offrire e non conosce nessuno che sappia di un posto disponibile. Quella è esattamente la ragione per la quale vi dà consigli così generosi, non per amore fraterno, e per mostrare quanto poco conosca il mondo.”

 

 

 

[1] Un romanzo di B. Traven (1927), dal quale venne tratto il film di John Huston, con Humphrey Bogart:

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Gli anni ’30 di nuovo in onda, al rallentatore (15 settembre 2014)

settembre 15, 2014

Sep 15 5:07 pm

Replaying the 30s in Slow Motion

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When the 2008 crisis struck, anyone who knew even a bit of history had nightmares about a replay of the 1930s — not just the depth of the depression, but the downward political spiral into dictatorship and war. But this time was different: the banking crisis was contained, the plunge in output and employment leveled out, and modern Europe’s democratic political culture proved more resilient than that of the interwar years. All clear!

Or maybe not.

In terms of the economics, an effective crisis response was followed by a wrong-headed turn to austerity and, in Europe, a combination of bad monetary policy with a currency system that in some ways is turning out to be worse than the gold standard. The result is that while the first few years of this crisis were far better than the 1930s, at this point Europe’s economic performance is actually worse than it was in 1935.

And the political scene is eroding. One European nation has already reached the point where its leader openly declares his intention to end liberal democracy; thanks to austerity, extremist parties are gaining ground in elections, with Sweden (which squandered its early success) the latest shocker; and of course separatist movements are scaring everyone.

We’re still nowhere like the 30s politically. But you do start to wonder whether self-congratulation over the political handling of Depression 2.0 will eventually look as foolish as the economic optimism of a few years ago.

 

Gli anni ’30 di nuovo in onda, al rallentatore

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Quando scoppiò la crisi del 2008, chiunque conoscesse un po’ di storia ebbe l’incubo della ripetizione degli anni ’30 – non solo la profondità della depressione, ma la spirale politica che portò alle dittature ed alla guerra. Ma questa volta era diverso: la crisi bancaria è stata contenuta, il crollo delle produzione e dell’occupazione è stato attenuato e la moderna cultura politica dell’Europa si è mostrata più flessibile di quanto non accadde negli anni tra le due guerre. Tutto chiaro!

O forse no.

In termini economici, una efficace risposta alla crisi è stata seguita da una sbagliata ed ostinata svolta verso l’austerità e, in Europa, da una combinazione di una politica monetaria negativa e di un sistema valutario che in qualche modo si è mostrato peggiore del gold standard. Il risultato è stato che, mentre i primi anni della crisi sono stati migliori degli anni ’30, a questo punto l’andamento economico dell’Europa è nei fatti peggiore di quello che era nel 1935.

E lo scenario politico si sta erodendo. Una nazione europea ha già raggiunto il punto nel quale il suo leader dichiara apertamente la sua intenzione di abbandonare la democrazia liberale [1]; grazie all’austerità, i partiti estremisti stanno guadagnando terreno alle elezioni, con la Svezia (che ha dissipato i suoi iniziali successi) che appare come l’ultimo più impressionante esempio; e naturalmente i movimenti separatisti che spaventano tutti.

Politicamente non siamo ancora a niente di simile agli anni ’30. Ma si comincia a chiedersi se il reciproco congratularsi sulla gestione politica della Depressione “numero 2” alla fine non sembrerà altrettanto sciocco dell’ottimismo economico di pochi anni fa.

 

 

 

[1] Il riferimento è a Viktor Orban, Primo Ministro in Ungheria, che ha recentemente dichiarato di non ritenere che l’appartenenza all’Unione Europea impedisca all’Ungheria di “costruire un nuovo stato non liberale, basato su fondamenti nazionali”. Gli Stati liberali democratici, ha detto Orban, hanno mostrato di non saper essere “globalmente competitivi”, mentre esperienze di Stati non liberali e neanche democratici, come la Russia e la Turchia, sarebbero “di successo”.

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