Sep 15 10:21 am
It’s one of those mornings when several small items I was thinking about blogging about have, oddly, merged into a single story.
I’ve been getting some mail in response to today’s column from people saying (by and large politely) that they predicted the crisis — by which, it turns out, they mean that they correctly diagnosed a housing bubble. Well, so did I — but I nonetheless don’t consider myself to have predicted the crisis, because I had no idea that the consequences of a burst bubble would be as cataclysmic as they were.
That said, even pointing out the bubble got you heckled; I still treasure the sneering piece by John Hinderaker insisting that the only reason I thought there was a bubble was because I hated Bush. Well, who knew — Hinderaker is still out there, as I learn from Bonddad (via the still invaluable Mark Thoma).
But why is he still out there? In part because being wrong is actually a virtue in the eyes of some people, as long as it’s the right kind of wrong. And those people have money and power: I’d actually forgotten about this, but the Koch brothers tried to install Hinderaker on the board of Cato, which they viewed as insufficiently hackish.
Still, think tanks are one thing; this doesn’t happen in the world of scholarship. Oh, wait. Via Daniel Kuehn, we know now that the Kochs sought to control economics hiring at Florida State University. And you have to wonder how much this sort of thing goes on — usually, one suspects, more subtly and implicitly, without as clear a paper trail.
In the 1940s moneyed interests made an initially successful effort to block the teaching of Keynesian economics, although Samuelson somehow slipped through. If you don’t think that similar things can happen now, you’re naive — and the rich are richer and more powerful now than they were then.
L’intesa universale di Cato e dei fratelli Koch
E’ una di quelle mattine nelle quali piccoli temi ai quali penso a proposito delle cose da scrivere sul blog, si fondono in una unica storia.
Ho ricevuto alcune mail in risposta all’articolo di oggi da persone che dicono (in generale correttamente) che avevano previsto la crisi – con il che, mi pare, essi vogliano dire che avevano correttamente diagnosticato una bolla immobiliare. Ebbene, io lo feci – cionondimeno non considero di aver previsto la crisi, perché non avevo idea che le conseguenze dello scoppio della bolla sarebbero state un cataclisma di quelle dimensioni.
Ciò detto, anche segnalando che la bolla vi aveva allarmato; ho tuttavia grande considerazione per l’articolo beffardo di John Hinderaker che ribadisce che l’unica ragione per la quale avevo pensato che c’era una bolla era il mio odio per Bush. Ebbene, chi lo sapeva – Hinderaker è ancora allo stesso posto, a quanto apprendo da Bonddad (per il tramite dell’inestimabile Mark Thoma).
Ma perché è ancora lì? In parte perché agli occhi di alcune persone aver torto è una virtù, sinché è il tipo giusto di torto. E quegli individui hanno soldi e potere: io l’avevo effettivamente dimenticato, ma i fratelli Koch cercarono di insediare Hinderaker a bordo di Cato [1], che consideravano insufficientemente prezzolata.
Eppure, i gruppi di ricerca servizievoli sono una cosa; queste cose non succedono nel mondo accademico. Aspettate. Per il tramite di Daniel Kuehn, sappiamo adesso che i Koch cercavano di controllare le assunzioni ad economia presso l’Università di Stato della Florida. E vi potete immaginare per quanto questo genere di cosa sia continuata – normalmente, si può immaginare, nel modo più sottile ed implicito, senza niente di chiaro come una documentazione cartacea.
Negli anni ’40 gli interessi delle classi abbienti fecero un tentativo, inizialmente con successo, per impedire l’insegnamento dell’economia keynesiana, per quanto Samuelson in qualche modo riuscì ad infilarsi. Se pensate che cose di questo genere non possano accadere oggi, siete ingenui – e i ricchi sono oggi più ricchi e potenti di quanto non fossero allora.
[1] Fondazione propagandistica e di ricerca della destra americana.
settembre 14, 2014
Sep 14 2:23 pm
Noah Smith writes that one should not be rude about people you disagree with, because they might turn out to be right. Indeed; what possible purpose can be served by, say, referring to Austrian economics as a brain worm? Oh, wait.
Actually, I think that Noah was doing the right thing when he brought in the brain worms, and is off on the wrong track on the civility thing. So let me make the case for brain worms.
First, picturesque language, used right, serves an important purpose. “Words ought to be a little wild,” wrote John Maynard Keynes, “for they are the assaults of thoughts on the unthinking.” You could say, “I’m dubious about the case for expansionary austerity, which rests on questionable empirical evidence and zzzzzzzz…”; or you could accuse austerians of believing in the Confidence Fairy. Which do you think is more effective at challenging a really bad economic doctrine?
Beyond that, civility is a gesture of respect — and sure enough, the loudest demands for civility come from those who have done nothing to earn that respect. Noah felt (and was) justified in ridiculing the Austrians because they don’t argue in good faith; faced with a devastating failure of their prediction about inflation, they didn’t concede that they were wrong and try to explain why. Instead, they denied reality or tried to redefine the meaning of inflation.
And if you look at the uncivil remarks by people like, well, me, you’ll find that they are similarly aimed at people arguing in bad faith. I talk now and then about zombie and cockroach ideas. Zombies are ideas that should have been killed by evidence, but keep shambling along — e.g. the claim that all of Europe’s troubled debtors were fiscally irresponsible before the crisis; cockroaches are ideas that you thought we’d gotten rid of, but keep on coming back, like the claim that Keynes would never have called for fiscal stimulus in the face of current debt levels (Britain in the 1930s had much higher debt to GDP than it does now). Well, what I’m doing is going after bad-faith economics — economics that keeps trotting out claims that have already been discredited.
Nor are zombies and cockroaches the only kinds of bad faith; the worst, as far as I’m concerned, involves refusing to take responsibility for your actual statements. “The failure of high inflation to materialize doesn’t mean that I was wrong, because I only said that there was a risk of inflation”. “When I said that Obamacare spending adds a trillion dollars to the deficit, I wasn’t misleading readers, because I didn’t actually deny that the ACA as a whole reduces the deficit.” And of course, people who engage in that kind of bad faith screech loudly about civility when they’re caught at it.
When there’s an honest, good-faith economic debate — say, the ongoing controversy about the effects of quantitative easing — by all means let’s be civil. But in my experience demands for civility almost always come from people who have forfeited the right to the respect they demand.
Parole dure, vermi nel cervello e civiltà
Noah Smith scrive che non si dovrebbe essere aspri con le persone con le quali non si è d’accordo, perché si potrebbe scoprire che hanno ragione. In effetti; a quale scopo può servire, ad esempio, riferirsi al pensiero economico degli ‘austriaci’ come ad un verme del cervello [1]? Ma aspettate.
Per la verità, io penso che Noah stesse facendo la cose giusta quando inserì il riferimento ai vermi del cervello, e che sia sceso sul sentiero sbagliato con la faccenda della civiltà. Fatemi dunque perorare la causa dei vermi nel cervello.
In primo luogo, un linguaggio pittoresco, usato giustamente, serve ad uno scopo importante. “Le parole devono essere un po’ aspre”, scrisse John Maynard Keynes, “perché esse rappresentano gli assalti dei pensieri verso coloro che non riflettono”. Potreste dire: “Io ho dubbi sulla tesi dell’austerità espansiva, che si fonda su prove empiriche discutibili etc. etc. ” – sino ad farvi venir sonno; oppure potreste accusare i patiti dell’austerità di credere nella Fata della Fiducia. Quale pensate sia il modo più efficace per sfidare una dottrina economica talmente negativa?
Ciò detto, la civiltà è un atteggiamento di rispetto – e non c’è dubbio che le più insistenti richieste di civiltà vengono da coloro che non hanno fatto niente per guadagnarsi tale rispetto. Noah si sentiva giustificato (e lo era) nel ridicolizzare gli ‘austriaci’ perché non ragionano in buona fede; di fronte al fallimento devastante della loro previsione sull’inflazione, non hanno ammesso di aver sbagliato e non hanno cercato di spiegarne le ragioni. Piuttosto, hanno negato la realtà ed hanno cercato di ridefinire il significato di inflazione.
E se osservate le osservazioni poco civili di persone come, ammettiamolo, il sottoscritto, troverete che esse sono similmente rivolte a persone che non argomentano in buona fede. Io parlo qua e là di zombi e di idee ‘scarafaggio’. Gli zombi sono le idee che avrebbero dovuto essere liquidate sulla base dei fatti, ma continuano a camminare come per inerzia – ad esempio, la pretesa che tutti i debitori in difficoltà dell’Europa siano stati irresponsabili nella gestione delle finanze pubbliche prima della crisi; gli scarafaggi sono le idee delle quali si pensava di essersi liberati, ma continuano a ripresentarsi, come la pretesa secondo la quale Keynes non si sarebbe mai pronunciato a favore di interventi della spesa pubblica, a fronte dei livelli attuali del debito (l’Inghilterra degli anni ’30 aveva un debito in relazione al PIL molto più elevato di oggi). Ebbene, quello che io faccio è prendermela con questa economia in mala fede – una economia che continua a tirare in ballo argomenti screditati.
Né gli zombi e gli scarafaggi sono gli unici esempi di mala fede; il peggiore, per quanto mi riguarda, riguarda il rifiutare di prendersi le responsabilità delle proprie dichiarazioni. “Il fatto che una elevata inflazione non sia comparsa non significa che avessi torto, perché avevo soltanto detto che c’era un rischio di inflazione”. “Quando dissi che la riforma sanitaria di Obama avrebbe aggiunto mille miliardi di deficit, non stavo ingannando i lettori, perché per la verità non avevo negato che la legge nel suo complesso avrebbe ridotto il deficit”. E, naturalmente, le persone che si prestano a quel tipo di mala fede strillano rumorosamente sulla civiltà, quando sono prese in fallo.
In presenza di un onesto dibattito economico in buona fede – ad esempio, la perdurante controversia sugli effetti della ‘facilitazione quantitativa’ – è bene essere civili in tutti i sensi. Ma, nella mia esperienza, le rivendicazioni di civiltà vengono quasi sempre da persone che hanno rinunciato al diritto al rispetto che chiedono.
[1] Espressione usata in un precedente post da Noah Smith, ed ora ironicamente rinfacciatagli da Krugman.
settembre 11, 2014
September 11, 2014 4:43
Lars Syll approvingly quotes Hyman Minsky denouncing IS-LM analysis as an “obfuscation” of Keynes; Brad DeLong disagrees. As you might guess, so do I.
There are really two questions here. The less important is whether something like IS-LM — a static, equilibrium analysis of output and employment that takes expectations and financial conditions as given — does violence to the spirit of Keynes. Why isn’t this all that important? Because Keynes was a smart guy, not a prophet. The General Theory is interesting and inspiring, but not holy writ.
It’s also a protean work that contains a lot of different ideas, not necessarily consistent with each other. Still, when I read Minsky putting into Keynes’s mouth the claim that
Only a theory that was explicitly cyclical and overtly financial was capable of being useful
I have to wonder whether he really read the book! As I read the General Theory — and I’ve read it carefully — one of Keynes’s central insights was precisely that you wanted to step back from thinking about the business cycle. Previous thinkers had focused all their energy on trying to explain booms and busts; Keynes argued that the real thing that needed explanation was the way the economy seemed to spend prolonged periods in a state of underemployment:
[I]t is an outstanding characteristic of the economic system in which we live that, whilst it is subject to severe fluctuations in respect of output and employment, it is not violently unstable. Indeed it seems capable of remaining in a chronic condition of subnormal activity for a considerable period without any marked tendency either towards recovery or towards complete collapse.
So Keynes started with a, yes, equilibrium model of a depressed economy. He then went on to offer thoughts about how changes in animal spirits could alter this equilibrium; but he waited until Chapter 22 (!) to sketch out a story about the business cycle, and made it clear that this was not the centerpiece of his theory. Yes, I know that he later wrote an article claiming that it was all about the instability of expectations, but the book is what changed economics, and that’s not what it says.
The point is that Keynes very much made use of the method of temporary equilibrium — interpreting the state of the economy in the short run as if it were a static equilibrium with a lot of stuff taken provisionally as given — as a way to clarify thought. And the larger point is that he was right to do this.
When people like me use something like IS-LM, we’re not imagining that the IS curve is fixed in position for ever after. It’s a ceteris paribus thing, just like supply and demand. Assuming short-run equilibrium in some things — in this case interest rates and output — doesn’t mean that you’ve forgotten that things change, it’s just a way to clarify your thought. And the truth is that people who try to think in terms of everything being dynamic all at once almost always end up either confused or engaging in a lot of implicit theorizing they don’t even realize they’re doing.
In fact, IS-LM works just fine with Minksyism! At each point in time we think of r and y reaching a short-run equilibrium, but we also think of the IS curve moving over time as investors forget the past, leverage rises, and the Wile E. Coyote moment approaches.
I guess the problem is that too many economists have the wrong attitude toward models. They’re not Truth; they’re intuition pumps, gadgets you use to clarify your story. You go badly wrong when you take them too seriously, and either forget that they’re just models or reject them because the world isn’t that simple.
Il Keynes immaginario di ciascuno (per esperti)
Lars Syll, nel denunciare la analisi IS-LM [1] come un “offuscamento” di Keynes, cita facendolo proprio Hyman Minsky [2]; Brad DeLong non è d’accordo. Come vi potete immaginare, io neppure.
In realtà, ci sono due aspetti in tale questione. Il meno importante è se qualcosa come lo IS-LM – una analisi statica, di equilibrio di produzione ed occupazione che considera le aspettative e le condizioni finanziarie come date – faccia violenza allo spirito di Keynes. Perché questo non è così importante? Perché Keynes era una persona intelligente, non un profeta. La Teoria Generale produce interesse ed ispirazioni, ma non è una scrittura sacra.
Essa è anche un lavoro multiforme, che contiene una quantità di idee diverse, non necessariamente coerenti l’una con l’altra. Eppure, quando leggo Minsky che mette in bocca a Keynes l’affermazione secondo la quale:
“Solo una teoria che fosse esplicitamente ciclica e dichiaratamente finanziaria aveva le condizioni per essere utile”,
mi devo chiedere se egli avesse davvero letto il libro! Per come io ho letto la Teoria Generale – e l’ho letta in modo scrupoloso – una delle intuizioni centrali di Keynes fu esattamente che si doveva fare un passo indietro nel ragionare di ciclo economico. Pensatori precedenti avevano concentrato tutte le loro energie nel cercare di spiegare le espansioni e i crolli; Keynes sosteneva che la cosa reale che chiedeva una spiegazione era il modo in cui l’economia sembrava spendere periodi prolungati in una condizione di sottoccupazione:
“Una caratteristica notevole del sistema economico nel quale viviamo è che, malgrado sia soggetto a severe fluttuazioni quanto a produzione ed occupazione, esso non è violentemente instabile. In effetti, esso sembra capace di restare in una cronica condizione di attività al di sotto della norma per un periodo considerevole, senza alcuna marcata tendenza verso la ripresa come verso un definitivo collasso.”
Dunque Keynes prendeva le mosse, è così, da un modello di equilibrio di una economia depressa. Successivamente passava ad offrire riflessioni su come i mutamenti negli ‘spiriti animali’ potrebbero alterare questo equilibrio; ma attendeva sino al Capitolo ventiduesimo (!) per abbozzare una storia del ciclo economico, e metteva in chiaro che questo non era l’aspetto centrale della sua teoria. Sì, so che egli successivamente scrisse un articolo sostenendo che tutto era in relazione alla instabilità delle aspettative, ma fu il suo libro a cambiare l’economia, non quello che lui disse.
Il punto è che Keynes fece moltissimo uso del metodo dell’equilibrio temporaneo (interpretare la condizione dell’economia nel breve termine come se fosse un equilibrio statico, con una quantità di cose provvisoriamente considerate come date) come un modo per avere maggiore chiarezza di pensiero. E l’aspetto più generale è che aveva ragione a fare così.
Quando le persone come me utilizzano cose come il modello IS-LM, noi non immaginiamo che la curva IS sia, da quel punto in poi, in una posizione immodificabile. Si tratta di una ipotesi a parità delle altre condizioni, proprio come l’offerta e la domanda. Assumere l’equilibrio a breve termine per alcuni aspetti – in questo caso i tassi di interesse e la produzione – non significa aver dimenticato che tali aspetti possono modificarsi, è solo un modo per avere maggiore chiarezza nel proprio ragionamento. E la verità è che le persone che si sforzano di pensare nei termini secondo i quali tutte le cose sono contemporaneamente dinamiche, quasi sempre finiscono o col confondersi, o coll’impegnarsi in una tale quantità di teorizzazioni implicite, che neppure comprendono cosa stanno facendo.
Di fatto, il modello IS-LM funziona proprio egregiamente assieme al ‘minskysmo’! Ad ogni punto del processo noi ragioniamo di tassi di interesse e di produzione immaginando un equilibrio di breve periodo, ma pensiamo anche che la curva IS si stia muovendo nel tempo, nella misura in cui gli investitori dimenticano il passato, i rapporti di indebitamento salgono, e si avvicina il momento di Wile E. Coyote [3].
Suppongo che il problema sia che troppi economisti hanno l’atteggiamento sbagliato verso i modelli. Essi non sono la Verità; sono come dei compressori delle intuizioni, arnesi che si usano per chiarire a voi stessi la spiegazione. Si va fuori strada quando li si prende troppo sul serio, e si dimentica che sono solo modelli o li si respinge perché il mondo non è così semplice.
[1] IS-LM sta per “investimenti/risparmi e liquidità/moneta”. Una maggiore spiegazione di tale modello la si può trovare, in questo blog, nella sezione “Saggi ed articoli su riviste” (titolo: “Lo IS-LM, una spiegazione di Krugman ….”) , nella quale si trovano due post, uno del 2011 ed uno del 2013, su tale argomento.
[2] Hyman Philip Minsky (Chicago, 23 settembre 1919 – 24 ottobre 1996) è stato un economista statunitense, collocabile vicino al filone dei post-keynesiani, noto per la sua teoria dell’instabilità finanziaria e sulle cause delle crisi dei mercati. Nel suo libro principale (Keynes e l’instabilità del capitalismo, 2008) ha studiato i processi di finanziarizzazione dell’economia, della creazione di bolle speculative e delle successive crisi, come fenomeni caratteristici delle società capitalistiche, alla luce di una lettura keynesiana del funzionamento dei meccanismi economici. Probabilmente è la figura principale di economista keynesiano degli ultimi decenni, ampiamente sottovalutato, sino almeno alla crisi finanziaria del 2008. Un economista italiano che sottolineò la sua importanza fu Silvano Andriani, nel suo importante “L’ascesa della finanza”, del 2006. Krugman stesso ha varie volte scritto di questa sottovalutazione, in un certo senso per il passato ammettendola anche da parte sua. In occasione del Convegno di Berlino uno dei principali esponenti di questo neo-minskysmo, Steve Keen, polemizzò abbastanza aspramente con Krugman, provocando alcuni suoi interventi (“Minsky e la metodologia”, post del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario”, post sempre del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario. Continuazione”, post del 30 marzo 2012).
[3] Famoso cartone animato, che in questo ragionamento mi pare alluda a quel momento in cui, indefettibilmente, il “coyote” va incontro ad un disastro. Quello che talora gli economisti chiamano il “momento Minsky” nell’economia capitalistica – ovvero il momento in cui esplodono gli effetti delle speculazioni finanziarie, della crescita del rapporto di indebitamento etc. – in pratica viene paragonato ai ciclici infortuni del cartone animato.
settembre 10, 2014
Sep 10 11:50 am
I’m going on Channel 4 in a couple of hours, and doing more homework. One thing that is likely to come up is the fact that some reputable economists (pdf) have concluded that Scotland-on-the-pound would be OK. What’s my answer?
It is, in short, that this analysis doesn’t seem to reflect the unpleasant things we’ve learned from the euro crisis. To be blunt, the reassurances from the working group sound like the kind of thing euro defenders used to say pre-2010. Unfortunately, we’ve discovered that sharing a currency without sharing a government is a lot more dangerous than even euro skeptics realized.
We are told, for example, that Scotland need not worry because its fiscal position is relatively strong. But that was true — or appeared to be true — of Spain and Ireland before the euro crisis. What we’ve learned, alas, is that a seemingly strong fiscal position can evaporate very fast in a crisis — especially if banks need to be bailed out. In that context, it’s interesting to note that Scotland’s banks are very big relative to the size of the country, because they serve much of the UK. Nothing wrong with that as long as you have a political union; but without, what’s to prevent an Irish-type situation in which a small country is trying to bail out big banks?
We’re also told that the Bank of England would of course provide liquidity — in effect, act as lender of last resort — to Scottish banks. Are we sure about this? It took the ECB years to step up to the plate in the euro crisis, in part because it turned out that you needed a lender of last resort to governments as well as fInancial institutions; even now, the ECB’s efforts rely to an important extent on a bluff, in the sense that nobody knows what would happen if OMT were actually required. Assuming that England — possibly an England run by a Conservative-UKIP coalition! — would be there when needed is a big leap of faith.
Let me say that I do understand why some people would like to be out of David Cameron’s UK — just as some of us coastal liberals occasionally wonder what America could be like without the old Confederacy. But getting currency realities right is crucial. The European project is a noble idea, and the euro is a grand gesture in support of that idea — but the willingness to ignore macroeconomics for the sake of that grand gesture may end up making Marine Le Pen president of France. You really have to get these things right, or else.
Qualcos’altro sulla Scozia
Di qua a due ore andrò su Channel 4 e mi sto preparando. Una cosa che è probabile venga fuori è che stimati economisti (disponibile in pdf) hanno concluso che una Scozia che si affida alla sterlina sarebbe una soluzione positiva. Qual è la mia risposta?
In breve, è che questa analisi non sembra riflettere le cose spiacevoli che abbiamo appreso dalla crisi dell’euro. Per esser chiari, le rassicurazioni da parte del gruppo di lavoro sembrano simili al genere di cose che i difensori dell’euro erano soliti dire prima del 2010. Sfortunatamente, abbiamo appreso che condividere una valuta senza condividere un Governo è molto più pericoloso di quello che persino gli euroscettici avevano compreso.
Ci viene detto, ad esempio, che la Scozia non deve preoccuparsi perché la sua situazione di bilancio è relativamente solida. Ma questo era vero – o sembrava tale – per la Spagna e l’Irlanda prima delle crisi dell’euro. Quello che abbiamo imparato, ahimè, è che una condizione relativamente solida può evaporare molto velocemente in una crisi – specialmente se la banche hanno bisogno di salvataggi. In quel contesto, è interessante osservare che le banche scozzesi sono molto grandi in relazione alla dimensione del paese, perché sono in buona parte al servizio del Regno Unito. Non c’è niente di sbagliato, sinché si ha una unione politica; ma senza di essa, cosa può impedire una situazione quale quella dell’Irlanda, nella quale un piccolo paese è alle prese con il salvataggio di grandi banche?
Ci viene anche detto che la Banca di Inghilterra fornirà naturalmente la liquidità alle banche scozzesi – operando, di fatto, come prestatore di ultima istanza. Ne siamo certi? Ci sono voluti anni perché la BCE prendesse in mano la situazione nella crisi dell’euro, in parte perché si scoprì che si aveva bisogno di un prestatore di ultima istanza per i Governi nello stesso modo che per gli istituti finanziari; anche adesso, gli sforzi della BCE si basano in una importante misura su un bluff, nel senso che nessuno sa cosa accadrebbe se le “Operazioni monetarie definitive” [1] fossero effettivamente richieste. Supporre che l’Inghilterra – magari un’Inghilterra governata da una coalizione di conservatori e dell’UKIP [2] – nel momento del bisogno sarebbe a disposizione, è un bell’atto di fede.
Lasciatemi dire che io capisco la ragione per la quale alcune persone preferirebbero uscire dal Regno Unito di David Cameron – proprio come, di quando in quando, alcuni progressisti sulle due sponde degli oceani si sorprendono a pensare cosa l’America potrebbe essere senza la vecchia Confederazione. Ma comprendere bene le realtà delle valute è cruciale. Il progetto europeo è un’idea nobile, e l’euro è, a sostegno di tale idea, un grande gesto – ma la disponibilità di ignorare la macroeconomia a favore di grandi gesti può finir col portare Marine Le Pen ad essere Presidente della Francia. Sono cose che davvero si debbono comprendere bene, o è peggio per noi.
[1] Le OMT consistono nell’acquisto diretto da parte della BCE di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà macroeconomica grave e conclamata (requisito di condizionalità). La situazione di difficoltà economica grave e conclamata è identificata dal fatto che il paese abbia avviato un programma di aiuto finanziario o un programma precauzionale con il Meccanismo Europeo di Stabilità o con la Struttura Europea per la Stabilità Finanziaria. La data di avvio, la durata e la fine delle OMT sono decise dal Consiglio direttivo della BCE in totale autonomia e in accordo con il suo mandato istituzionale.
[2] Il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (in inglese United Kingdom Independence Party, UKIP) è un partito politico britannico euroscettico, fondato nel 1993 da un gruppo di scissionisti del Partito Conservatore. Il suo obiettivo principale è il ritiro del Regno Unito dall’Unione europea. Alle elezioni locali del 2013 ha ottenuto il 23% dei consensi (contro il 25% del Partito Conservatore, suo diretto concorrente, e il 29% del Partito Laburista). Alle elezioni europee del 2014 è diventato il primo partito del Regno Unito con il 27,5% dei voti. L’attuale leader è Nigel Farage.
settembre 9, 2014
Sep 9 11:20 am
The FT has a pretty decent article on the emerging doctrine of “Draghinomics”, which looks a lot like Blanchardnomics, which looks a lot like Krugmanomics — hey, we all studied macro at MIT in the mid 1970s. But I was struck by this bit:
One other senior eurozone official attending the Italian forum which gathers together policy makers, business people and academics said: “Structural reforms are key. Those countries that have made these efforts are performing better: Ireland, Spain and Portugal. Italy and France should think a little bit about this.”
Yep, Spain offers a useful lesson for France:
For those of us not part of the structural reform cult, the story of Spain is this: the country experienced a full-scale depression when its housing bubble burst; this depression has led to a gradual, painful “internal devaluation” as labor costs come down, making Spain more competitive within Europe; and as a result, Spain is finally starting a slight recovery, with its growth rate in recent quarters (but only in recent quarters) higher than France. To see this as a triumph of structural reform requires preconceptions so strong it’s hard to see why you would even bother looking at data.
Il feticcio strutturale
Il Financial Times ha un articolo abbastanza decente sulla dottrina emergente della “Draghinomics”, che assomiglia molto alla Blanchardnomics, che a sua volta assomiglia alla Krugmanomics – che volete, abbiamo tutti studiato al MIT sulla metà degli anni ’70. Ma sono rimasto colpito da questo passaggio:
“Un altro dirigente di primo piano dell’eurozona che partecipava al forum che in Italia mette assieme operatori politici, persone del mondo economico ed universitario, ha detto: “Le riforme strutturali sono la chiave. Quei paesi che hanno fatto quegli sforzi vanno meglio: l’Irlanda, la Spagna e il Portogallo. L’Italia e la Francia dovrebbero un po’ riflettere su questo.”
Sì, la Spagna offre una lezione utile alla Francia:
Per coloro tra noi che non partecipano al culto delle riforme strutturali, la storia della Spagna è la seguente: il paese ha conosciuto una depressione su vasta scala quando è scoppiata la sua bolla immobiliare; questa depressione ha portato ad una graduale, dolorosa “svalutazione interna” dal momento che i costi del lavoro sono scesi, rendendo la Spagna più competitiva all’interno dell’Europa e, di conseguenza, alla fine la Spagna sta avviando una leggere ripresa, con il suo tasso di crescita che nei trimestri recenti (ma solo nei trimestri recenti) è più alto che in Francia. Considerarlo come un trionfo delle riforme strutturali richiede preconcetti così arditi che è difficile capire perché si dovrebbe persino darsi il fastidio di osservare le statistiche.
settembre 9, 2014
Sep 9 11:01 am
Let me restate and possibly clarify the points from yesterday’s column:
Declaring Scotland independent would mean a big disruption of existing economic and financial arrangements. As Simon Wren-Lewis says, the preponderance of professional economic opinion is that this disruption would leave Scotland worse off, but that is a point we can argue. However, that is not the argument the independence movement is making; what they have been telling voters is that there would be no disruption — in particular, that Scots could continue using the pound, and that this would pose no problem.
This is an astonishing claim to make at this point in history. Economists (starting with my late colleague and friend Peter Kenen) have long argued that sharing a currency without fiscal integration is problematic; the creation of the euro put that theory to the test. And the results have been far worse than even the harshest critics of the euro imagined, with euro Europe doing worse at this point than Western Europe did in the 1930s:
And an independent Scotland using the British pound would arguably be in even worse shape. Europe has somewhat stabilized recently thanks to Mario Draghi’s support for debtor countries — but Draghi is able to do this, in large part, because he is answerable to the whole euro area, not just Germany. An independent Scotland would be dependent on the kindness of the Bank of, um, England, with no say whatsoever in that bank’s policy.
I’ve read quite a lot of the independence literature, and it shows no appreciation for the dangers involved. What Scottish voters should do is look hard at the experience, just across the North Sea, of divorcing currency from statehood; it’s not encouraging.
La Scozia ed il presagio dell’euro
Fatemi ribadire e se possibile chiarire i punti dell’articolo di ieri:
dichiarare la Scozia indipendente comporterebbe una grande perturbazione degli assetti economici e finanziari. Come dice Simon Wren-Lewis, l’opinione di gran lunga prevalente dei professionisti dell’economia è che tale perturbazione lascerebbe la Scozia in condizioni peggiori, ma quello è un punto che possiamo discutere. Tuttavia, non è quello l’argomento che il movimento indipendentista sta avanzando; quello che stanno dicendo agli elettori è che non ci sarebbe alcuna perturbazione – in particolare, che gli Scozzesi potrebbero continuare ad usare la sterlina, e che questo non costituirebbe alcun problema.
Si tratta, a questo punto della esperienza storica, di una pretesa stupefacente. Gli economisti (a cominciare dal mio passato collega ed amico Peter Kenen) hanno lungamente sostenuto che condividere una valuta senza una integrazione di bilancio sia problematico; la creazione dell’euro ha messo tale teoria alla prova. Ed i risultati sono stati di gran lunga peggiori di quello che persino i critici più severi dell’euro si immaginavano, con l’Europa dell’euro che, a questo punto, sta facendo peggio di quello che fece l’Europa Occidentale negli anni ’30:
E una Scozia indipendente che utilizza la sterlina inglese si troverebbe probabilmente in una condizione anche peggiore. L’Europa in qualche modo si è di recente stabilizzata grazie al sostegno di Mario Draghi ai paesi debitori – ma Draghi è (stato) nelle condizioni di farlo perché, in larga parte, è responsabile dell’Intera area euro, non della solo Germania. Una Scozia indipendente sarebbe alle dipendenze della gentilezza della Banca, guarda un po’, d’Inghilterra, con nessuno che possa dire niente di niente nella politica di quella banca.
Ho letto abbastanza della letteratura indipendentista, ed essa non mostra alcuna avvertenza dei pericoli impliciti. Quello che gli elettori scozzesi dovrebbero fare è guardare in modo spietato ai fatti del divorzio tra la valuta e l’essere uno Stato, proprio dall’altra parte del Mare del Nord; non è incoraggiante.
settembre 8, 2014
Sep 8 10:12 am
I’ve often remarked on the remarkable tenacity of the inflationista doctrine (Santellinomics? CNBCnomics?) among investors, given the fact that believing the people who have been warning about soaring inflation and interest rates would have lost you a lot of money. How much money? Cordell Eddings at Bloomberg puts a number to it: $1 trillion in gains on U.S. government bonds since QE began. Actually, this is arguably a low estimate; if you really believed in this stuff, you wouldn’t just have failed to hold US debt, you would have bet against it — as, for example, John Paulson (as described in the article) and Eric Cantor did.
And let’s be clear: those of us who understood the nature of liquidity traps predicted low rates of both interest and inflation from the beginning — in the face of loud declarations that this was absurd, that big deficits and rapid expansion of the monetary base would of course be inflationary. This has to be one of the most dramatic examples in the history of economics of a surprising, successful prediction.
Yet as far as I can tell, not one of the people who signed the infamous 2010 letter accusing Bernanke of debasing the dollar has admitted having been wrong, or shown even a hint of reconsidering. More to the point, perhaps, the doctrine has retained much of its hold. Look at the comments on that Bloomberg piece; most of them either declare that we do too have high inflation, but the feds are hiding it in Area 51, or that the data don’t matter because the Fed is manipulating rates (hey, it can do that without adverse consequences? Then why not?)
As I’ve written on a number of occasions, I think it’s fundamentally about affinity fraud. The consumers of this stuff like the attitude of the inflationistas — their hostility to helping the poor, their disdain for snooty professors, etc. And so they trust them no matter how bad their past results have been.
I mille miliardi di dollari zombie
Ho spesso sottolineato la considerevole tenacia della dottrina inflazionista (chiamiamola Santellinomics? O CNBCnomics? [1]) tra gli investitori, in considerazione del fatto che gli individui che avevano messo in guardia su una inflazione e su tassi di interesse che sarebbero schizzati alle stelle, vi avrebbero fatto perdere una grande quantità di soldi. Quanti soldi? Cordell Eddings su Bloomberg tira un numero: mille miliardi di guadagni sulle obbligazioni statali degli Stati Uniti dal momento degli inizi della ‘facilitazione quantitativa’ [2]. In effetti, è probabilmente una stima bassa; se aveste realmente creduto in roba del genere, non avreste soltanto mancato di possedere il debito statunitense, avreste anche scommesso contro di esso – come, per esempio, John Paulson (come descritto nell’articolo) ed Eric Cantor fecero.
E siamo chiari: coloro tra noi che compresero la natura delle trappole di liquidità predissero bassi tassi sia degli interessi che dell’inflazione sin dall’inizio – a fronte di rumorose dichiarazioni secondo le quali si trattava di assurdità, giacché i grandi deficit e la rapida espansione della base monetaria sarebbero ovviamente stati fattori di inflazione. Si deve trattare di uno dei più spettacolari esempi, nella storia dell’economia, di una sorprendente previsione di successo.
Tuttavia, per quanto ne so, nessuna delle persone che firmarono la famigerata lettera del 2010, nella quale si accusava Bernanke di svalutare il dollaro, hanno ammesso di aver avuto torto, o anche solo mostrato un cenno di riconsiderazione. Più precisamente, forse, quella dottrina ha mantenuto gran parte della sua presa. Si guardi ai commenti su quell’articolo di Bloomberg; la maggioranza di essi afferma o che noi abbiamo per davvero una inflazione troppo alta, ma il Governo Federale la tiene nascosta in qualche Area 51 [3], o che i dati non contano perché la Fed sta manipolando i tassi (signori, può farlo senza conseguenze negative? Allora, perché non farlo?)
Come ho scritto in un certo numero di occasioni, penso che fondamentalmente si tratti di un “reato di sfruttamento dell’appartenenza”[4]. A coloro che si abbeveravano a queste frottole, piace la disposizione di fondo degli inflazionisti – la loro ostilità ad aiutare i poveri, il loro disprezzo per gli intellettuali altezzosi, etc. E dunque credono a cose del genere, a prescindere da quanti risultati negativi abbiano collezionato nel passato.
[1] Ovvero i nomi di due attori principali della propaganda conservatrice in materia di politiche monetarie: il giornalista Rick Santelli ed il canale televisivo CNBC.
[2] A proposito di ‘quantitative easing’, vedi le note sulla traduzione.
[3] La enorme area militare americana – collocata nello Stato del Nevada e grande in pratica come la Sardegna – nella quale si suppone avvengano anche ricerche ed esperimenti molto segreti, al punto da essere diventata un luogo privilegiato di varie congetture ufologiche.
[4] Traduco con “reato di sfruttamento dell’appartenenza” (non so se esista qualcosa di equivalente nel codice civile o penale italiano) uno specifico reato previsto negli Stati Uniti a carico di coloro che tentano raggiri di varie persone sfruttando la loro comune appartenenza a gruppi etnici, religiosi, assistenziali, ideali etc. Nello scandalo Madoff, come si ricorderà, una parte dei truffati erano individui – anche bene in vista – che si erano fidati del finanziere per avventurarsi in speculazioni che avrebbero dovuto produrre effetti benefici in attività di beneficienza di varia natura. Il reato, come è chiaro, non consiste nell’ “appartenere”, ma nello sfruttare la dabbenaggine indotta dall’appartenenza.
settembre 6, 2014
Sep 6 4:32 pm
Very busy, so no substantive posting today. But I did want to share a thought from the past few days. I posted about the surprisingly good news, at least so far, on Obamacare premiums for 2015 — and as usual was met with a wall of rage from the right. The idea that this thing might be working inspires a level of anger nothing else (except maybe climate science) matches.
No news there. Nor is it news that such people know things that ain’t so. But there’s something I’ve noticed from the combination of reactions to what I write and researching past coverage of Obamacare. It goes like this: a lot of the untrue beliefs people have about Obamacare come not so much from outright false reporting as from selective reporting. Every suggestion of bad news gets highlighted — especially, of course, but not only by Fox, the WSJ, etc.. But when it turns out that the news wasn’t really that bad, these sources just move on. There are claims that millions of people are losing coverage — headlines! When it turns out not to be true — crickets! Some experts claim that premiums will rise by double digits — big news! Actual premium numbers come in and they’re surprisingly low — not mentioned.
The result is that most news consumers — who form impressions rather than trying to work out details — have the sense that it’s been all bad news. This is true even for people who don’t rely on Fox — I get asked about the scary premium hikes by people on the Upper West Side! And of course for those who do get their news from Fox, well, they know, just know, that Obamacare has reduced the number of Americans with insurance and caused premiums to double or something, even though even their favorite news source isn’t saying such things.
We need a term for beliefs based on reports that have been superseded; maybe fossils instead of zombies. Anyway, it’s striking.
Una nota sulla dinamiche della disinformazione
Molto occupato, dunque nessun intervento sostanziale oggi. Ma sono alcuni giorni che volevo condividere un pensiero. Ero intervenuto sulle notizie sorprendentemente buone, almeno sino a questo punto, sulle polizze assicurative a seguito della riforma sanitaria di Obama per il 2015 – e come al solito ho sbattuto nel muro di rabbia della destra. L’idea che questa cosa possa funzionare ispira un livello d’ira come niente altro (ad eccezione, forse, del cambiamento climatico).
Da quel punto di vista, nessuna novità. Né è una novità che quelle persone siano a conoscenza di cose che io non conosco. Ma c’è qualcosa che ho notato dalla combinazione delle reazioni a quello che scrivo e le ricerche sulle passate coperture assicurative, rispetto alla riforma di Obama. La cosa è questa: gran parte delle convinzioni infondate che le persone hanno sulla riforma non provengono tanto da resoconti completamente falsi, quanto da resoconti selettivi. Ogni suggestione di notizia negativa viene enfatizzata – specialmente, ma non soltanto, da Fox, dal Wall Street Journal, etc. Ma quando si scopre che la notizia non era in fondo così negativa, queste fonti semplicemente voltano pagina. C’è l’argomento che milioni di persone stanno perdendo la copertura assicurativa – titoloni, per poi scoprire che non è vero! – un po’ di correttezza! [1] Alcuni esperti sostengono che le polizze saliranno di una percentuale a due cifre – Grande notizia! Arrivano i dati effettivi sulle polizze e sono sorprendentemente bassi – nessuna menzione!.
Il risultato è che gran parte degli utenti – che si formano impressioni piuttosto che cercare di approfondire i dettagli – hanno la sensazione che siano tutte state notizie negative. Questo è vero persino per persone che non si basano sulla Fox – mi vennero fatte domande su spaventosi incrementi delle polizze persino da individui dell’Upper West Side [2]! E naturalmente, per coloro che desumono le loro notizie da Fox, ebbene, loro sanno, lo sanno senza ombra di dubbio, che la riforma sanitaria di Obama ha ridotto il numero degli americani provvisti di assicurazione ed ha provocato un raddoppio delle polizze, o qualcosa del genere, anche se persino le loro preferite fonti di informazione non dicono cose simili.
Dobbiamo trovare una parola per le convinzioni basate sui resoconti che sono stati superati dai fatti; forse, anziché chiamarle idee zombi, dovremmo chiamarle idee fossili. In ogni caso, è impressionante.
[1] “Cricket” sta anche per ‘correttezza, lealtà’, e non credo che voglia dire che il giornali della destra si mettono a parlare del gioco del cricket.
[2] L’Upper West Side è un quartiere dell’isola newyorkese di Manhattan. Unisce Central Park con il fiume Hudson. I suoi confini sono considerati la 58ª street al sud e tra la 110ª e la 125ª street al nord. Il suo nome proviene dalla sua collocazione, essendo nella parte alta dell’isola di Manhattan (upper), ed al lato sinistro del parco (west side). Come l’Upper East Side, il West Side è originariamente un quartiere residenziale e commerciale, i cui abitanti lavorano nelle aree del Midtown e del Lower Manhattan. Il quartiere ha la reputazione di essere l’area di New York City con maggiori lavoratori in ambito culturale ed artistico, mentre l’East Side è tradizionalmente il quartiere dei lavoratori di affari e commercio.
settembre 5, 2014
Sep 5 3:03 pm
Claims that there is a huge “skills gap”, that much of our unemployment is structural, reflecting an inadequately prepared work force or something like that, generally rest on claims that we have an unusual situation in which many jobs are vacant even as many workers remain unemployed. For example, at the beginning of this year Jaime Dimon co-authored a piece on the alleged skills gap that began,
Today, nearly 11 million Americans are unemployed. Yet, at the same time, 4 million jobs sit unfilled. This is the “skills gap”—the gulf between the skills job seekers currently have and the skills employers need to fill their open positions.
Of course, there are always both unfilled job openings and unemployed workers; claims of an exceptional skills gap would only have some justification if the tradeoff between unemployment and vacancies — the so-called Beveridge curve — had worsened substantially. And for a while there were many claims that this had in fact happened.
But some analysts argued that this was a misreading of the data — the Beveridge curve always looks worse during a recession and the early stages of recovery, then returns to normal as recovery proceeds. And sure enough, researchers at the Cleveland Fed find that the supposed shift in the Beveridge curve has vanished:
And, refreshingly, they even indulge in a bit of discreet and forgivable snark:
Observers have followed the Beveridge curve during the recession and the recovery to glean some insight into potential structural changes in the labor market. Whether or not a shift implies an actual structural change—specifically, a decline in the matching efficiency of the labor market—is still debatable. However, one thing is clear: there is no shift to begin with.
Il “Beveridge” che rincuora
Le pretese secondo le quali ci sarebbe un ampio “gap di professionalità”, che gran parte della nostra disoccupazione sia strutturale, riflettendo una forza lavoro inadeguatamente addestrata o qualcosa del genere, generalmente si fondano sugli argomenti secondo i quali avremmo una situazione inusuale nella quale molti posti di lavoro sono vacanti mentre molti lavoratori restano disoccupati. Ad esempio, agli inizi dell’anno Jaime Dimon è stato coautore di un articolo sul preteso gap di professionalità che cominciava in questo modo:
“Oggi, quasi 11 milioni di americani sono disoccupati. Tuttavia, contemporaneamente, 4 milioni di posti di lavoro sono vacanti. Questo è il “gap di professionalità” – l’abisso tra la professionalità che hanno coloro che cercano lavoro e quella di cui hanno bisogno i datori di lavoro per coprire i posti vacanti.”
Naturalmente, ci sono sempre sia disponibilità di posti di lavoro non utilizzate che lavoratori disoccupati; le pretese su un gap eccezionale di professionalità avrebbe qualche giustificazione solo se lo scambio tra disoccupazione e disponibilità – la cosiddetta curva di Beveridge [1] – fosse sostanzialmente peggiorato. E per un po’ ci sono stati molti argomenti secondo i quali questo era davvero accaduto.
Ma alcuni analisti sostennero che questa era una lettura fuorviante dei dati – la curva di Beveridge sembra sempre peggiore durante una recessione e nei primi stadi di una ripresa, poi torna alla normalità quando la ripresa procede. E, come era prevedibile, ricercatori alla Fed di Cleveland ora scoprono che il supposto spostamento nella curva di Beveridge è svanito:
Ed essi, in modo rincuorante, indulgono persino in un discreto e comprensibile sarcasmo:
“Gli osservatori hanno seguito la curva di Beveridge durante la recessione e la ripresa per dedurne qualche intuizione sui potenziali mutamenti strutturali del mercato del lavoro. Che uno spostamento implichi oppure no un effettivo cambiamento strutturale – in particolare, un declino di efficienza del mercato del lavoro nel promuovere l’incontro – è ancora discutibile. Tuttavia, una cosa è chiara: non c’è alcuno spostamento dal quale trarre spunto.”[2]
[1] William Beveridge fu economista e sociologo, nonché autore di una famosissimo rapporto che nel dopoguerra costituì la base per la costruzione della Stato Sociale britannico, da parte dei governi laburisti. La “curva di Beveridge” indica la relazione negativa tra il tasso di disoccupazione e il numero di posti vacanti disponibili in rapporto alla forza lavoro. La relazione, dal nome dello studioso W. Beveridge (che ha ricoperto, tra gli altri incarichi, quello di direttore della London School of Economics), mostra che all’aumentare del numero di posti vacanti, e quindi al diminuire della congestione nel mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione diminuisce. Gli spostamenti, a destra o a sinistra, di questa relazione nel tempo sono da ricondursi a due ordini di ragioni: cambiamenti nel grado di efficienza nel mercato del lavoro e posizione del ciclo economico. Spostamenti della curva verso destra indicano, per es., che, per data offerta di posti vacanti, la disoccupazione è più alta in quanto il mercato del lavoro è meno efficiente. Ciò può essere dovuto alla presenza di maggiori frizioni, quali più elevati costi di assunzione e licenziamento, più alta tassazione sul lavoro, o schemi più onerosi di benefici alla disoccupazione, che non favoriscono l’incontro tra imprese e lavoratori. Anche le diverse fasi del ciclo possono influenzare la posizione della curva: durante le recessioni le condizioni del mercato del lavoro peggiorano, un maggior numero di lavoratori entra nella condizione di disoccupato, rendendo il mercato più congestionato e spostando la curva di B. verso l’esterno. Spostamenti nella posizione della curva sono da attribuirsi anche a cambiamenti delle caratteristiche istituzionali nel mercato del lavoro. Per es., istituzioni che facilitano l’incontro tra imprese e lavoratori (riduzioni dei costi di ricerca del lavoro, agenzie di collocamento ecc.) migliorano l’efficienza nel mercato del lavoro e spostano la curva verso sinistra, in una posizione, quindi, in cui un dato numero di posti vacanti è associato a una minore disoccupazione. D’altro canto, la maggiore partecipazione alla forza lavoro può, almeno nel breve periodo, aumentare il tasso di disoccupazione per un dato livello di posti vacanti: un numero superiore di persone alla ricerca di lavoro rende il mercato più congestionato e riduce quindi la probabilità che i posti disponibili siano coperti celermente. Infine, la presenza di disoccupazione strutturale, inducendo deterioramenti del capitale umano, provoca uno spostamento della curva verso destra. (di Ester Faia, da Treccani)
[2] In effetti (e la cosa andrebbe riflettuta anche in relazione agli argomenti usati da Mario Draghi nel suo discorso recente, che sembrano invece avvalorare, per l’Europa, la tesi di un andamento irregolare) il diagramma è abbastanza impressionante per la chiarezza: non c’è stata alcuna recessione, tra quelle esaminate, che si sia discostata dall’andamento prevedibile, sulla base della curva di Beveridge. Ovvero, nella quale non si sia tornati, alla fine dello shock recessivo, al rapporto precedente tra livelli di disoccupazione e disponibilità di posti di lavoro. Questo, per l’ultima recessione, è visibile nella linea marrone, che al secondo trimestre del 2014 torna più o meno ai livelli precedenti l’inizio della crisi.
settembre 5, 2014
Sep 5 9:38 am
Ezra Klein directs us to the latest from the Kaiser Family Foundation, which asks what the average Obamacare 2015 premium increase will be for those places for which we have full information — and finds that premiums will actually decline slightly. Ezra tries to get us to appreciate just how good the Obamacare news has been with a thought experiment:
Imagine taking a time machine back to 2010 and telling Republicans in Congress, who were arguing that the CBO was wildly underestimating Obamacare’s cost, that the law would be cheaper than predicted and, at least in the states that accepted its Medicaid dollars, cover more people than the Congressional Budget Office thought. After the laughing and mocking and the calling of security, let’s say you offered this prediction in the form a of a bet. What odds do you think Obamacare’s critics would have offered? 2:1? 5:1? 10:1?
But you don’t have to go back to 2010. Look at John Cochrane in late 2013, taking it for granted that Obamacare would implode in a death spiral within a few months. Look at The Hill just four months ago, telling us that double-digit premium hikes were coming.
One question we might ask here is, why is the news so good? The answer, I’d suggest — although I hope the real experts will weigh in — is that we’re actually seeing the opposite of a death spiral; call it a life spiral. For one thing, the huge surge in enrollments late in the day meant that the risk pool this year is better than insurers expected, and they now expect 2015 to be better still. Also, importantly, big enrollments mean that more insurers are entering the market, increasing competition. And, of course, the better the deal the more people will sign up: success feeds success.
Another question we might ask: Is our conservatives learning? Are those who bought into the death spiral stories, who seized on every hint of bad news, asking themselves how they got it so wrong? Are they, maybe, considering the possibility that they’re listening to the wrong people, that maybe Jon Gruber knows what he’s talking about and John Goodman is a hack?
Hahahaha.
La spirale fatale della riforma sanitaria di Obama
Ezra Klein ci indirizza a questa ultima notizia dalla Fondazione Kaiser Family, che si domanda quale sarà l’incremento medio della polizza assicurativa della riforma sanitaria di Obama nel 2015 per quelle posizioni sulle quale abbiamo piena informazione – e scopre che quella polizza effettivamente si ridurrà leggermente. Ezra cerca di farci apprezzare quanto siano state proprio buone le notizie della riforma, con un esperimento di pensiero:
“Si pensi di prendere una macchina del tempo che ci riporti al 2010 e di raccontare ai repubblicani del Congresso, che stavano sostenendo che il Congressional Budget Office sottostimava enormemente il costo della riforma sanitaria di Obama, che la legge sarebbe stata più economica del previsto e che, almeno negli Stati che hanno accettato i soldi che la legge offriva su Medicaid, avrebbe dato assistenza ad un numero maggiore di persone di quanto il CBO pensasse. Dopo il gran ridere ed il prendere in giro e le chiamate alle forze della sicurezza, si pensi che ci venga consentito di invitarvi, nella forma di una scommessa, ad avanzare una previsione. Quali probabilità secondo voi, i critici della riforma sanitaria di Obama avrebbero offerto: 2:1? 5:1? 10:1?”
Ma non dovete tornare indietro al 2010. Si guardi John Cochrane nel 2013, che considerava sicuro che la riforma di Obama sarebbe implosa in una spirale fatale [1] in pochi mesi. Si guardi, solo quattro mesi fa, The Hill che ci raccontava che erano in arrivo aumenti a doppia cifra delle polizze assicurative.
Una domanda che dovreste porre a questo punto è: perché le notizie sono così buone? La risposta che suggerirei – sebbene spero che esperti veri e propri vorranno intervenire – è che noi stiamo effettivamente assistendo all’opposto di una spirale fatale; chiamiamola una spirale vitale. Da una parte, l’ampia crescita delle iscrizioni all’ultimo momento hanno comportato che il rischio assicurativo complessivo quest’anno sia migliore di quello che gli assicuratori si aspettavano, ed ora si aspettano che il 2015 sia anche migliore. Inoltre, ed è importante, ampie iscrizioni significano che un numero maggiore di assicuratori stanno entrando nel mercato, aumentando la competizione. E, naturalmente, più è conveniente, più le persone si iscriveranno: il successo alimenta il successo.
Un’altra domanda che dovreste avanzare è se i conservatori stanno imparando qualcosa. Si stanno chiedendo perché hanno avuto torto coloro che credevano ai racconti sulla spirale fatale, che strumentalizzavano ogni accenno di notizia negativa? Stanno forse considerando la possibilità che stessero dando ascolto alla gente sbagliata, che forse Jon Gruber sa di cosa parla, mentre John Goodman è un pennivendolo [2]?
Risata fragorosa.
[1] Il termine “spirale fatale” – in questa discussione – sta a significare l’idea che molte persone giovani ed in salute non si sarebbero iscritte alla nuova sanità riformata. In quel modo sarebbe rimasta una percentuale eccessiva di anziani non in salute perfetta, e i premi assicurativi sarebbero sempre di più diventati insostenibili: una spirale fatale, appunto.
[2] Il primo è un economista che insegna al MIT sin dal 1992, esperto in particolare di finanza pubblica e di economia sanitaria. Il secondo (da non confondersi con il famoso attore, ovviamente) è un giornalista che si occupa di temi sanitari su giornali conservatori e in particolare sul Wall Street Journal.
settembre 4, 2014
Sep 4 4:01 pm
The stakes in this year’s midterms aren’t as high as in some elections; Republicans are sure to retain control of at least one house, Obama will still be president, so gridlock continues. Still, some things will be at stake — for example, whether the Congressional Budget Office turns into an adjunct of the Heritage Foundation. And whatever happens, it will be held up as giving somebody or other a mandate for something or other. So it’s definitely interesting to watch.
What also makes it interesting for social science wonks is that there is now a clear divide on methodology. Basically, how much weight should you put on polls, versus fundamentals like the known party lean of states. This matters a lot because the map gives Republicans a big advantage (in part because Democrats won in some normally very red states in 2008), but polls have tended to look somewhat better for Democrats than the fundamentals would lead you to expect.
So we have a range of models. The Times model is the most Republican-leaning — it gives 60 percent odds of Republican control, down thanks to the interesting developments in Kansas. Sam Wang at Princeton is at the other end, although I’m finding his latest update a bit confusing — I think he’s saying 90 percent odds of Democratic control if the election were held today, but only 65 percent for election day, since stuff happens.The Monkey Cage says 53 percent Republican chance, Dailykos says Dems 56 percent, Huffington Post was saying Dems 52 percent before the Kansas upheaval.
I don’t have a dog in this fight — not my field, and I haven’t done the homework to make my own judgment about different approaches. It is interesting that nobody seems to be predicting a GOP blowout, despite the map and Obama’s low ratings — which is consistent with the view that presidential approval ratings don’t mean what they used to thanks to extreme partisanship.
Anyway, fun stuff, except that this is my country and the fate of the world hinges on having the right people in office. Enjoy.
Modellare il Senato
Le poste in gioco in queste elezioni di medio termine non sono alte come in qualche altra elezione; i repubblicani sono sicuri di mantenere il controllo di almeno una Camera, Obama sarà ancora Presidente, dunque restiamo in un punto di stallo. Eppure, alcune cose saranno in gioco – per esempio, se il Congressional Budget Office si trasformerà in una appendice della Fondazione Heritage. E, qualsiasi cosa accada, esse saranno presentate come un modo per dare a qualcuno o a qualcun altro una delega per qualcosa o per qualcosa d’altro. Dunque, saranno sicuramente interessanti da osservare.
Ciò che le rende inoltre interessanti per gli esperti di scienze sociali è che adesso c’è una chiara alternativa di metodologie. Fondamentalmente, quanto peso si dovrebbe affidare ai sondaggi, rispetto alle caratteristiche fondamentali, quali i già noti orientamenti di partito degli Stati. Questo conta molto, perché la cartina dà ai repubblicani un grande vantaggio (in parte perché i Democratici nel 2008 vinsero in alcuni Stati che di norma erano davvero “rossi” [1]), ma i sondaggi sono sembrati apparire in qualche modo migliori per i democratici, rispetto a dove ci si aspetterebbe porterebbero i dati di fondo.
Abbiamo dunque una varietà di modelli. Il ‘modello’ Times’ è quello con la maggiore tendenza a favore dei repubblicani – esso dà il 60 per cento di probabilità alla prevalenza dei repubblicani, in calo grazie agli interessanti sviluppi del Kansas [2]. Sam Wang, dell’Università di Princeton, si colloca al lato opposto, sebbene il suo ultimo aggiornamento mi risulti un po’ confuso – penso che stia dicendo che, se le elezioni ci fossero oggi, ci sarebbe il 90 per cento di probabilità di una prevalenza dei democratici, ma soltanto il 65 per cento per il giorno effettivo delle elezioni, dato che sono cose che accadono. Il Monkey Cage dice che i repubblicani hanno il 53 per cento delle possibilità, DailyKos parla del 56 per cento ai democratici, Huffington Post si era espresso per un 52 per cento ai democratici prima del cambiamento radicale nel Kansas.
Non ho un particolare interesse in questa contesa – non è il mio campo e non ho svolto una preparazione sufficiente per avanzare un mio giudizio sui diversi approcci. E’ interessante che nessuno sembra stia prevedendo una vittoria a mani basse del Partito Repubblicano, nonostante il diagramma delle basse percentuali di apprezzamento su Obama – la qualcosa è coerente con l’opinione secondo la quale gli indici di consenso al Presidente non significano quello che erano soliti significare, grazie alla estrema faziosità.
In ogni modo, cose divertenti, sennonché questo è il mio paese e il destino del mondo dipende dall’avere le persone giuste in carica. Godiamocele.
[1] Ovvero, a maggioranza repubblicana.
[2] Da quello che capisco, nelle elezioni del Kansas starebbe emergendo una certa probabilità di successo di un candidato indipendente, tale Greg Orman. E credo di capire che questa sarebbe una cattiva sorpresa per i repubblicani, perché il candidato democratico non ha speranze, e sembra essersi posto in anticipo fuori gioco. Dalle dichiarazioni di Orman si è compreso che la sua successiva collocazione in Senato dipenderà dagli equilibri post elezioni; se i Democratici controlleranno almeno 50 seggi senza il Kansas, lui si schiererebbe con i Democratici; se i Repubblicani ne controlleranno almeno 51 senza il Kansas, si schiererebbe con i Repubblicani. Il tutto, nell’interesse del Kansas.
settembre 4, 2014
Sep 4 3:33 pm
“It is ideas, not vested interests, which are dangerous for good or evil.” So declared Keynes at the end of The General Theory; although I don’t think he appreciated the extent to which vested interests can buy the ideas they want to hear. Anyway, this seems relevant to Brad DeLong’s flashback to 2009, when I was lamenting bad ideas from freshwater economists and Justin Fox was dismissing them as having no influence on policy.
As Brad says, it turned out that the bad ideas mattered a lot; Henry Farrell and John Quiggin (pdf) explain why. The reality was that the Keynesian policy consensus of early 2009, such as it was — and it wasn’t much, even then — was fragile. Key actors with real power — Republicans in the US, Germany, and the Trichet-era ECB — were strongly anti-Keynesian by instinct. They were temporarily bowled over by the vocal Keynesian consensus among economists who had strong public platforms, but were ready to grab hold of seemingly credentialed people willing to offer justifications for austerity and hard money.
And a quorum of economists obliged. Alesina-Ardagna expansionary austerity never got a lot of traction among policy-oriented macroeconomists, but the Harvard connection meant that it was good enough to give the austerians an intellectual fig leaf; the same for Reinhart-Rogoff and the 90 percent of doom. Having John Cochrane insist that Keynesian economics had been proved wrong and nobody was teaching it helped the austerian case even though it was completely untrue; so did having Robert Lucas accuse Christy Romer of being intellectually corrupt. Bad economic ideas didn’t really drive bad policy, but they acted as enablers for bad policy instincts.
And the people who promulgated these bad ideas therefore have a lot to answer for.
Pericolose nel senso peggiore
“Sono le idee, non gli interessi costituiti, ad essere pericolose nel bene o nel male”. Così affermava Keynes alla fine di The General Theory; sebbene io creda che non si potesse render conto di quanto gli interessi costituti possano foraggiare le idee che vogliono sentirsi dire. In ogni modo, questo pare rilevante per la retrospettiva al 2009 di Brad DeLong, quando io mi lamentavo per le cattive idee degli economisti dell’ “acqua dolce” [1] e Justin Fox le liquidava come se non avessero peso nella politica.
Come dice Brad, si è scoperto che la cattive idee contavano molto; Henry Farrell e John Quiggin (disponibile in pdf) spiegano perché. La realtà era che il consenso alle politiche keynesiane degli inizi del 2009, per quello che era – e non era molto, neppure allora – era fragile. Protagonisti fondamentali con un potere effettivo – i repubblicani negli Stati Uniti, la Germania e la BCE dell’epoca di Trichet – erano fortemente antikeynesiani per istinto. Essi furono provvisoriamente atterrati dal dichiarato consenso al keynesismo tra gli economisti che avevano potenti tribune pubbliche, ma furono pronti ad afferrarsi a persone apparentemente dotate di credenziali che erano disponibili ad offrire giustificazioni per l’austerità e la moneta forte.
Ed un numero sufficiente di economisti fecero il favore. L’austerità espansiva di Alesina-Ardagna non ha mai avuto molto seguito tra i macroeconomisti orientati alla politica, ma la “Harvard connection” comportò che fosse buona a sufficienza per dare ai filo-austeri una foglia di fico intellettuale; lo stesso accadde per Reinhart-Rogoff e per il tragico destino di chi superava il 90 per cento del debito. (Lo comportò) consentendo a John Cochrane di insistere che l’economia keynesiana si era manifestata sbagliata mentre nessuno insegnava che questo aiutava la tesi dei filo austeri, anche se era completamente sbagliata; così come lo comportò consentendo a Robert Lucas di accusare Christy Romer di essere intellettualmente non onesta.
E di conseguenza, le persone che misero in giro queste pessime idee hanno molte risposte da dare.
[1] Per “freshwater economics” vedi le note sulla traduzione.
settembre 3, 2014
September 3, 2014 9:16 am
My old teacher Charles Kindleberger used to say that anyone who spends too much time thinking about international money goes mad; he meant that people start obsessing about the international role of the dollar or whatever, and start to think that it’s the most important thing in the world, when it’s actually fairly trivial. What he didn’t say, but seems obvious these days, is that a similar thing happens to people who spend too much time thinking about money in general — specifically, on trying to decode money’s true meaning and find the real, true measure of the money supply; they end up starting to believe that everything in economics hinges on getting that measure right, when in fact almost nothing does.
One particular variant of this madness — which I found myself thinking about after reading these two pieces by Simon Wren-Lewis and Frances Coppola (neither of whom has, I think, gone mad in this way, but allude to people who have) — is the sort of boomerang position that since we can’t clearly define money, and because there isn’t a fixed money multiplier, monetary policy doesn’t matter. That’s as wrong as the simplistic quantity-theory view that “printing money” leads directly to inflation, do not pass Go, do not collect $200.
It’s true that we’re living in a time of monetary impotence, where central banks trying to reflate economies are not having much success gaining traction. But it’s important to note that contractionary monetary policy is working just fine; all the central banks that mistakenly decided that it was time to raise rates succeeded in doing just that, before realizing their error and reversing course.
But what about the fact that vast increases in the monetary base have failed to do much to the economy, and that various broad measures of money haven’t moved; doesn’t this show that monetary policy doesn’t matter?
No, not at all. The irrelevance of the monetary base isn’t a generic issue, it’s something that happens when you’re in a liquidity trap — when interest rates are at the zero lower bound. And this is not hindsight. Way back in 1998, when I analyzed the liquidity trap in Japan, I predicted exactly this disconnect (pdf):
[P]utting financial intermediation into a liquidity trap framework suggests, pace Friedman and Schwartz, that it is quite misleading to look at monetary aggregates under these circumstances: in a liquidity trap, the central bank may well find that it cannot increase broader monetary aggregates, that increments to the monetary base are simply added to reserves and currency holdings, and thus both that such aggregates are no longer valid indicators of the stance of monetary policy and that their failure to rise does not indicate that the essential problem lies in the banking sector.
You can see, by the way, why I get annoyed both by people who declare that nobody could have predicted the failure of balance-sheet expansion to cause inflation, and by those who claim that conventional economists like me just don’t understand that money is endogenous. Guys, I laid it all out 16 years ago.
And as for the idea that the absence of a clear definition of money, plus the fact that most money is created by financial institutions, means that central banks don’t matter, James Tobin dealt with all that more than fifty years ago (pdf). Just read the first couple of pages of that paper; Tobin anticipated just about every piece of the current debate.
The point is that if you think something deeply disturbing from an analytical perspective has taken place, if you think that recent events require a fundamental rethinking of monetary theory, you basically weren’t paying attention. If you read your Tobin, if you read what people like Mike Woodford and I had to say about the liquidity trap, you expected to see exactly what we’re seeing.
La moneta nell’epoca dello zero
Il mio vecchio insegnante Charles Kindleberger era solito dire che quelli che spendono troppo tempo a pensare alla valuta su scala internazionale diventano matti; voleva riferirsi a quelle persone che cominciano ad avere l’ossessione del ruolo internazionale del dollaro o di qualcos’altro, e cominciano a pensare che questa sia la cosa più importante al mondo, quando per la verità è abbastanza banale. Quello che non diceva, ma che sembra abbastanza ovvio di questi tempi, è che una cosa simile accade alle persone che spendono troppo tempo a pensare in generale alla moneta – in particolare, nel cercare di decodificare il significato vero della moneta e di scoprire la vera, effettiva misura dell’offerta di moneta; costoro si ritrovano col cominciare a credere che ogni cosa in economia dipenda dall’avere quella misura giusta, quando di fatto quasi nessuna ce l’ha.
Una particolare variante di questa follia – sulla quale mi sono ritrovato a ragionare dopo aver letto questi due pezzi di Simon Wren-Lewis e Frances Coppola (nessuno dei quali è diventato matto per questa strada, ma si riferiscono a persone che lo sono diventate) – è quella sorta di posizione boomerang per la quale, dal momento che non possiamo chiaramente definire la moneta, e giacché non c’è un moltiplicatore fisso della moneta, la politica monetaria non conta. Il che è altrettanto sbagliato del semplicistico punto di vista della teoria quantitativa secondo la quale “stampare moneta” porta direttamente all’inflazione, non c’è niente da fare [1].
E’ vero che stiamo vivendo in un tempo di impotenza monetaria, nel quale le banche centrali che cercano di reflazionare le economie non stanno avendo molto successo nell’ottenere effetti di trazione. Ma è importante notare che la politica monetaria restrittiva sta proprio funzionando bene; tutte le banche centrali che hanno deciso sbagliando che era tempo di elevare i tassi sono proprio riuscite a farlo, salvo comprendere successivamente il loro errore e cambiare indirizzo.
Ma cosa dire del fatto che ampi incrementi nella base monetaria non sono riusciti a far molto per l’economia, e che le varie misurazioni generali della moneta non si sono mosse; non mostra tutto questo che la politica monetaria non conta?
No, niente affatto. L’irrilevanza della base monetaria non è un tema generico, è qualcosa che succede quando si è in una trappola di liquidità – quando i tassi di interesse sono al limite inferiore dello zero. E non dico questo col senno di poi. Nel passato 1998, quando analizzavo la trappola di liquidità nel Giappone, avevo previsto esattamente questa disconnessione (disponibile in pdf):
“Applicare l’intermediazione finanziaria dentro lo schema di una trappola di liquidità indica, con buona pace di Friedman e Schwartz, che è quasi fuorviante guardare agli aggregati monetari in queste circostanze: in una trappola di liquidità la banca centrale può tranquillamente scoprire di non poter incrementare gli aggregati monetari più generali, che gli incrementi alla base monetaria si vanno semplicemente ad aggiungere alle riserve e ai depositi di contante, e di conseguenza entrambi tali aggregati non sono più indicatori validi dei margini della politica monetaria e che la loro impotenza a crescere non indica che il problema essenziale consista nel settore bancario.”
Vi rendete conto, per inciso, della ragione per la quale mi arrabbio con le persone che affermano che nessuno avrebbe potuto prevedere che l’espansione degli equilibri patrimoniali non avrebbe provocato l’inflazione, e con coloro che sostengono che gli economisti convenzionali come il sottoscritto proprio non intendono che la moneta è un fattore endogeno. Signori, ho scritto quelle cose 16 anni fa.
Lo stesso vale per l’idea secondo la quale l’assenza di una chiara definizione della moneta, aggiunta al fatto che gran parte della moneta è creata dalle istituzioni finanziarie, comporta che la banca centrale non conta: James Tobin si era misurato con tutto ciò più di cinquanta anni orsono (disponibile in pdf). Leggete soltanto le prime due pagine del saggio; Tobin anticipava quasi ogni aspetto del dibattito attuale.
Il punto è che se si pensa che abbia preso piede da un punto di vista analitico qualcosa di profondamente sconcertante, se si pensa che gli eventi recenti richiedano un ripensamento complessivo della teoria monetaria, fondamentalmente vuol dire che non si è stati attenti. Se vi leggete il vostro Tobin, se leggete che cosa persone come Mike Woodford ed il sottoscritto hanno detto sulla trappola di liquidità, non siete stati sorpresi dal vedere esattamente quello che state vedendo.
[1] “Do not pass Go, do not collect $200” è una espressione che deriva dal gioco del Monopoli. Dovrebbe significare che non si può procedere e neanche raccogliere duecento dollari, ma ci giocavo mezzo secolo fa e in italiano. In ogni caso, secondo Wikipedia, ha acquisito nel linguaggio popolare il senso di una situazione nella quale c’è una via d’uscita unica, irreversibile ed altamente sfavorevole.
settembre 2, 2014
Sep 2 9:53 am
Steve Randy Waldman has a long, thoughtful take on my speculations about the hard-money preferences of the wealthy. Basically I confessed myself somewhat confused: I get why creditors should hate inflation, but aggressive monetary responses to the Lesser Depression have been good for asset prices, and hence for the wealthy. Why, then, the vociferous protests?
Waldman raises a historical point I neglected: if your view is that it’s all about the 1970s (by the way, “septaphobia” is Kevin Drum’s coinage, not mine), you have to ask not just about defense of the gold standard in the 30s but about the truly massive rallying of the propertied classes against William Jennings Bryan.
As I understand part of his argument, it is that while monetary expansion might be expected on average to be a good thing in a weak economy, that’s a risky proposition for wealth holders, and they hate risk. I might put it a bit differently: someone like me could argue that loose money, despite its direct adverse effects on creditors, will produce large gains indirectly; but those indirect effects are less certain than the direct effects, and assessing them depends on your model of the economy. So wealthy creditors may go for the direct stuff: they want low inflation and higher interest rates, and never mind the consequences.
But I’m not entirely prepared to give up on the false consciousness notion, in part because I keep being struck by the enormous appetite of the one percent for really bad economic analysis. Think about CNBC economics (aka Santellinomics, aka the finance macro canon). This stuff, with its prediction of soaring inflation and interest rates, has been utterly wrong for more than five years. Yet it remains very popular among wealthy investors.
I think this may in part reflect the problem that always comes with wealth and power: people tell you what you want to hear. CNBC economics stays on the air, despite its awesomely bad track record, because it caters to the prejudices of the target audience. Politicians who buy into this stuff also reap large rewards, in the form of campaign contributions when running and a very plus safety net when they leave. Eric Cantor is moving into investment banking — surprise — and the firm offering him the position explicitly says that it’s in part because he “has proven himself to be a pro-business advocate”.
Now, Waldman says that the elite loves the 70s — I’d say they hated them when they were happening, but love the morality play they’ve been turned into. For yes, the 70s can be portrayed (inaccurately) as the decade when it was proved that terrible things happen unless you cater to the interests and beliefs of the 0.01 percent.
Meanwhile, what I’m doing here is groping toward a story about why policy botched the Lesser Depression so badly. More in subsequent posts.
Interessi di classe e politica monetaria, parte seconda
Steve Randy Waldman ha una lunga presa di posizione sulle mie speculazioni sulle preferenze per le restrizioni monetarie da parte dei ricchi. Fondamentalmente avevo ammesso di essere rimasto in qualche modo confuso: capisco perché i creditori dovrebbero odiare l’inflazione, ma le risposte monetarie aggressive alla Depressione Minore [1] sono state positive per i prezzi degli asset, e dunque per i ricchi. Perché, allora quelle proteste sguaiate?
Waldman solleva un aspetto storico che avevo trascurato: se il vostro punto di vista è che tutto dipenda dall’influenza degli anni ’70 (per inciso, la “septafobia” fu una espressione coniata da Kevin Drum, non da me), ci si deve porre domande non solo sulla difesa del gold standard negli anni ’30, ma sul massiccio raccogliersi delle classi proprietarie contro William Jennings Bryan.
Per come io capisco una parte del suo argomento è che se in media ci si potrebbe aspettare che l’espansione monetaria sia una buona cosa in un’economia debole, quello è un concetto rischioso per i detentori di ricchezza, ed essi odiano i rischi. Io metterei le cose in modo un po’ diverso: alcuni come me potrebbero sostenere che il denaro facile, nonostante i suoi diretti effetti negativi sui creditori, produrrà indirettamente larghi guadagni; ma quegli effetti indiretti sono meno certi degli effetti diretti, e valutarli dipende dal vostro modello di economia. Dunque, i creditori ricchi possono indirizzarsi verso le cose dirette: vogliono bassa inflazione e più alti tassi di interesse, e non doversi curare mai delle conseguenze.
Ma io non sono del tutto pronto a rinunciare al concetto di falsa coscienza, in parte perché continuo ad essere sbalordito dall’enorme attrazione dell’1 per cento per le pessime analisi economiche. Si pensi all’economia della CNBC [2] (anche detta “Santellinomics” [3], oppure il “canone macroeconomico del mondo della finanza” [4]). Questa roba, con le sue previsioni di una inflazione e di tassi di interesse che schizzano alle stelle, si è mostrata completamente sbagliata per più di cinque anni. Tuttavia resta estremamente popolare tra gli investitori ricchi.
Penso che questo in parte possa essere il riflesso del problema di come le cose spesso vanno con la ricchezza ed il potere: le persone vi raccontano quello che volete sentirvi dire. L’economia della CNBC resta in circolazione, nonostante le sue terrificanti prestazioni negative, perché soddisfa i pregiudizi della audience alla quale si rivolge. Gli uomini politici che credono a cose del genere ne raccolgono larghe ricompense, nella forma di contributi elettorali quando sono in corsa e di sostanziose aggiuntive reti di sicurezza quando abbandonano. Eric Cantor si sta spostando nel settore delle banche di investimento – sorpresa – e l’impresa che gli offre il posto dice che questo in parte dipende dal fatto che “ si è dimostrato un sostenitore degli interessi delle imprese”.
Ora, Waldman dice che le élite amano gli anni ’70 – io direi che li hanno odiati quando erano in corso, ma che amano il genere di moralismo che sono diventati. Perché sì, gli anni ’70 possono essere descritti (impropriamente) come il decennio nel quale è stato mostrato quali cose terribili accadono se non si soddisfano gli interessi e le convinzioni dello 0,01 per cento dei più ricchi.
Nel frattempo, quello che in questo caso io sto facendo è brancolare verso una spiegazione del perché la politica si è misurata in modo così raffazzonato con la Depressione Minore. Dirò altro in post successivi.
[1] Ovvero alla crisi di questi anni, talvolta definita Grande Recessione (in quel caso, la differenza dagli anni ’30 è che in quel caso si trattò non di recessione, ma di una effettiva Depressione, ovvero di un fenomeno che secondo gli economisti e gli uffici di statistica ha una intensità maggiore), talvolta come Depressione Minore.
[2] La CNBC (“Notizie per i consumatori e canale per le imprese”) è un canale televisivo americano di proprietà della NBC Universal News Group).
[3] Si tratta di Rick Santelli, un commentatore economico della CNBC.
[4] E’ una espressione di recente coniata da Noah Smith sul suo blog, in un post del 15 marzo.
settembre 1, 2014
Sep 1 2:23 pm
The bad news from Europe is a reminder that the basic insight some of us have been trying to convey, mostly in vain, ever since 2008 remains valid: the great danger facing advanced economies is that governments and central banks will do too little, not too much. The risk of elevated inflation or fiscal difficulties is dwarfed by the risk of ending up trapped in a deflationary vortex. This view has been overwhelmingly supported by recent experience — if you acted on what they were saying on CNBC or the WSJ editorial page, you would have lost a lot of money. Yet the power of the hard money/fiscal austerity orthodoxy (yes, market monetarists want one without the other, but they have no constituency) remains immense. Why?
I’m currently mucking around on the political economy of hard money/austerity — looking at the available data, trying out various stories, to see how they work. This post is mainly notes to myself.
One thought I’ve had and written about is that the one percent (or actually the 0.01 percent) like hard money because they’re rentiers. But you can argue that this is foolish — that they have much more to gain from asset appreciation than they have to lose from the small chance of runaway inflation. In fact, if you compare stock prices in the US, with its aggressively easing Fed, with Europe, you can see the difference:
But maybe the 1% doesn’t make the connection?
An alternative is selective historical memory. Some time ago Kevin Drum suggested that it’s all about septaphobia, fear of the 1970s. And it’s true that the 70s were a really bad time for investors, although not nearly as bad for workers as the post-2008 era:
But weren’t the one percent equally devoted to the gold standard in the 1930s, with no Jimmy Carter in their past? And why does the inflation of 1979 remain seared in memory, while the boom after Volcker loosened money in 1982 is forgotten? (This is like the question of why Germans remember 1923 but not Bruening.)
Finally, there’s the notion that it’s implicitly about politics: crises are a chance to force “reforms” that strip away worker protections and the welfare state, and any suggestion that technical solutions, monetary or fiscal, could do the job is rejected.
The thing is, it sure looks like a form of false consciousness on the part of elite. But I’m still trying to figure it out.
L’inflazione, la fobia degli anni Settanta e la dottrina dello shock
La cattiva notizia dall’Europa ci ricorda che l’intuizione di fondo che alcuni di noi avevano cercato di trasmettere, in gran parte invano, sin dal 2008 resta valida: il grande pericolo dinanzi al quale si trovano le economie avanzate non è quello che i governi e le banche centrali facciano troppo, ma troppo poco. Il rischio della elevata inflazione o le difficoltà di bilancio sono poca cosa, rispetto al rischio di ritrovarsi intrappolati in un vortice deflazionistico. Le recenti esperienze hanno confermato in modo schiacciante questo punto di vista – se aveste agito sulla base di quello che dicevano la CNBC [1] o la pagina editoriale del Wall Street Journal, avreste perso una gran quantità di denaro. Tuttavia il potere della ortodossia della restrizione monetaria/austerità di bilancio (è vero, i monetaristi di mercato vorrebbero l’una senza l’altra, ma non hanno seguiti) resta immenso. Perché?
Attualmente sto un po’ giocando sui temi dell’economia politica della restrizione monetaria e dell’austerità – osservando i dati disponibili, provando varie ricostruzioni, per vedere come funzionano. Questo post è principalmente una annotazione per me stesso.
Un pensiero che ho avuto e che ho messo per scritto su questo è che l’1 per cento dei più ricchi (per la verità, lo 0,01 per cento) amano la moneta forte perché sono redditieri. Ma si può sostenere che sia una sciocchezza – che essi abbiano molto più da guadagnare da una rivalutazione degli asset, rispetto a quello che hanno da perdere da una piccola possibilità di una inflazione fuori controllo. Di fatto, se confrontate i prezzi delle azioni negli Stati Uniti, con le facilitazioni aggressive della Fed, con l’Europa, potete vedere la differenza [2]:
Ma forse l’1 per cento non coglie la connessione?
In alternativa si può ricorrere alla memoria storica selettiva. Un po’ di tempo fa indicò che questo dipende tutto dalla “septafobia”, dalla paura degli anni ’70. Ed è vero che gli anni ’70 furono un’epoca realmente negativa per gli investitori, sebbene neanche lontanamente così negativa come il periodo successivo al 2008 per i lavoratori:
Ma l’1 per cento non era in egual modo fanatico del gold standard degli anni ’30, senza che ci fosse alcun Jimmy Carter in quel passato? E perché l’inflazione del 1979 continua a bruciare nella memoria, mentre l’espansione dopo l’allentamento monetario di Volcker nel 1982 è dimenticata? Domanda, questa, simile a quella per la quale i tedeschi ricordano il 1923 ma non Bruening [3].
C’è, infine, un concetto che riguarda implicitamente la politica: le crisi sono una possibilità per costringere a quelle “riforme” che liquidano le protezioni dei lavoratori e lo stato assistenziale, ed ogni suggerimento secondo il quale soluzioni tecniche, monetarie o di bilancio, potrebbero creare lavoro, viene respinto.
Il punto è che sembra chiaro si tratti di una forma di falsa coscienza di una parte delle classi dirigenti. Ma sto ancora cercando di capirlo.
[1] La CNBC (“Notizie per i consumatori e canale per le imprese”) è un canale televisivo americano di proprietà della NBC Universal News Group).
[2] La tabella è interessante in particolare per noi. Il dato in rosso è relativo agli Stati Uniti, quello in blu alla Germania, quello in verde all’Italia. In particolare si nota che il disaccoppiamento ha cominciato ad essere marcato con le seconda recessione dovuta ai debiti sovrani in Europa, ma in modo molto più marcato nel caso italiano.
[3] Il 1923 fu l’epoca della iperinflazione tedesca. Bruening invece fu Cancelliere della Repubblica della Germania dal 1930 al 1932, ed è noto che reagì alla Grande Depressione con una forte restrizione monetaria e di bilancio che esasperò la disoccupazione e portò il Cancelliere alla sfiducia del Reichstag. Per quella ed altre ragioni, comprese alcune ambiguità nel rapporto con il Partito nazista, il fallimento di Bruening fu un fattore decisivo della ascesa del nazismo.
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