Aug 19 2:48 pm
Greg Sargent notes that the midterm election, which was supposed to be a referendum on Obamacare, isn’t looking at all like that in practice; Republican ads denouncing health reform have been dwindling month by month.
The reason is fairly obvious, although it’s not considered nice to state it bluntly: the attack on Obamacare depended almost entirely on lies, and those lies are becoming unsustainable now that the law is actually working. No, there aren’t any death panels; no, huge numbers of Americans aren’t losing coverage or finding their health costs soaring; no, jobs aren’t being killed in vast numbers. A few relatively affluent, healthy people are paying more for coverage; a few high-income taxpayers are paying more in taxes; a much larger number of Americans are getting coverage that was previously unavailable and/or unaffordable; and most people are seeing no difference at all, except that they no longer have to fear what happens if they lose their current coverage.
In other words, reform is working more or less the way it was supposed to (except for the Medicaid expansion in non-cooperating states).
Many of us argued all along that the right’s chance to kill reform would vanish once the program was actually in place; the horror stories only worked as long as the truth wasn’t visible. And that’s what seems to be happening.
Oltre le bugie
Greg Sargent osserva che le elezioni di medio termine, che si pensava sarebbe state un referendum sulla riforma sanitaria di Obama, in pratica non sembrano essere affatto niente del genere; la propaganda repubblicana di denuncia della riforma sanitaria sta scemando mese dopo mese.
La ragione è abbastanza evidente, sebbene non sia considerato gentile dirlo schiettamente: l’attacco alla riforma di Obama si basava quasi interamente su bugie, e quelle bugie, adesso che la legge sta effettivamente funzionando, stanno diventando insostenibili. No, non c’è alcun ‘tribunale della morte’ [1]; no, non stanno perdendo la loro copertura assicurativa molti americani, e neppure i loro costi stanno salendo alle stelle; no, non sta scomparendo un gran numero di posti di lavoro. Poche persone in salute e relativamente benestanti stanno pagando di più per l’assicurazione; pochi contribuenti con alti redditi stanno pagando di più di tasse; un numero molto più grande di americani ricevono quello che in precedenza era indisponibile e/o insostenibile e la grande maggioranza delle persone non stanno notando alcuna differenza, a parte il fatto che non debbono più aver paura di ciò che accade se perdono la loro attuale forma di assistenza.
In altre parole, la riforma sta funzionando più o meno come si era ritenuto (ad eccezione della mancata espansione di Medicaid negli Stati che non collaborano).
Molti di noi sostenevano che le possibilità per la destra di liquidare la riforma sarebbero svanite, una volta che il programma fosse effettivamente in funzione; le storie dell’orrore hanno funzionato solo sinché la verità non è stata visibile. Ed è quello che sembra stia accadendo.
[1] Per “death panel” vedi le note sulla traduzione.
agosto 16, 2014
Aug 16 11:08 am
Emily Badger tells us that sprawl is bad for your health; so are movie theater concession counters, reports Sarah Kliff, which is why Tom Harkin and Rosa DeLauro want to include popcorn under the rules requiring calorie disclosure. (At the risk of sounding whiny, they aren’t exactly “coming after” your popcorn; you’d be free to buy it, it’s just that the cinema would have to tell you how many calories you’re about to consume.)
In other words, neoclassical economics is all wrong.
OK, an overstatement. But both concerns about the health effects of urban layout and attempts to deter certain kinds of consumption are basically about the failings of rationality as a model of human behavior. People should get enough exercise — they will, in general, be happier if they do — but they tend not to get exercise if they live in an environment where it’s easy to drive everywhere and not as easy to walk. People should limit their caloric intake — again, they’ll be happier if they do — but have a hard time resisting those giant tubs of popcorn.
I can personally attest to the importance of these environmental effects. These days, I walk around with a pedometer on my wrist — hey, I’m 61, and it’s now or never — and it’s obvious just how much more natural it is to get exercise when I’m in New York than when I’m in Princeton; just a few choices to walk rather than take the subway fairly easily gets me to 15,000 steps in the city, while even with a morning run it can be hard to break 10,000 in the suburbs. Also, the Bloomberg nanny-state legacy, with calories displayed on practically everything, does help curb my vices (greasy breakfast sandwiches!).
The interesting and difficult question is how, and whether, these kinds of behavioral issues should be reflected in policy. There are some conventional externality arguments for promoting walkable development — less pollution, etc.. But can we, should we, also favor walkability and density because it promotes good habits? How far should regulation of fast food go? Etc., etc.
Also, isn’t it kind of interesting that these days big-city residents on average lead more “natural” lives, being outside and getting around on their own two feet, than “real Americans” who live in small cities and towns?
Now, time to finish my Mark Bittman-approved unsweetened oatmeal and not, repeat not, get a breakfast sandwich.
La città e le camminate (piuttosto leggero)
Emily Badger ci spiega che spaparanzarsi è negativo per la nostra salute; altrettanto lo sono i botteghini in concessione nei cinematografi, ci informa Sarah Kliff, e quella è la ragione per la quale Tom Harkin e Rosa DeLauro vogliono includere il popcorn tra i generi per i quali valgono le regole della informazione obbligatoria sulle calorie (a rischio di far la parte di chi si lamenta, esse non sono esattamente “conseguenze obbligate” del vostro popcorn; sareste liberi di acquistarlo, solo che il cinematografo vi dovrebbe spiegare quante calorie vi accingete a consumare).
In altre parole, l’economia neoclassica è tutta sbagliata.
Va bene, è una esagerazione. Ma entrambe le preoccupazioni sugli effetti sulla salute della struttura urbana e sui tentativi di scoraggiare certi tipi di consumi riguardano fondamentalmente i fallimenti della razionalità come modello di comportamento umano. Le persone dovrebbero tenersi in una certa misura in esercizio – in generale, se lo fanno sono più contente – ma tendono a non farlo in un ambiente nel quale è facile andare in macchina dappertutto e non è facile camminare. Le persone dovrebbero limitare i loro consumi calorici – ancora, starebbero meglio a farlo – ma non è facile resistere a quei giganteschi contenitori di popcorn.
Io posso personalmente attestare l’importanza di questi effetti ambientali. Di questi tempi, io cammino con un contapassi al polso – che volete, ho 61 anni, o ora o mai più – ed è proprio evidente che è più naturale che mi tenga in esercizio quando sono a New York rispetto a quando sono a Princeton; scegliere solo poche volte di camminare invece di prendere la metropolitana mi fa fare abbastanza facilmente 15.000 passi in città, mentre persino con una corsa mattutina sarebbe difficile oltrepassare i 10.000 passi in periferia. Inoltre, l’eredità della amministrazione prolifica di assistenza di Bloomberg, con le informazioni sulle calorie ostentate praticamente dappertutto, aiuta davvero a tenere a freno i miei vizi (grassi tramezzini per colazione!).
La domanda interessante e difficile è come, e se, queste specie di temi comportamentali dovrebbero riflettersi nella politica. Ci sono alcuni argomenti convenzionali sulle esternalità a favore di uno sviluppo basato sull’andare a piedi – minore inquinamento, etc. Ma possiamo, o dovremmo, anche favorire l‘andare a piedi e la densità, perché essa promuove buone abitudini? Sino a che punto ci si deve spingere con il regolamenti del “fast food”? Etc, etc.
Inoltre, non è interessante che di questi tempi i residenti nella grande città in media conducano vite più “naturali”, standosene fuori e girando per conto loro, degli “americani veri” che vivono nelle cittadine più piccole?
Adesso, il tempo di finire i miei biscotti di avena senza zucchero che hanno l’approvazione di Mark-Bittman [1], escludendo, ribadisco escludendo, di farmi un tramezzino a colazione.
[1] Giornalista del New York Times che pare si occupi di diete.
agosto 15, 2014
Aug 15 6:04 pm
The VoxEU servers were briefly overwhelmed by hits after I linked to their new ebook on secular stagnation, but you should be able to download it now. And I guess I should say a few more words about why it matters so much.
Way back in 2008 I (and many others) argued that the financial crisis had pushed us into a liquidity trap, comparable to the situation Japan has faced since the mid-1990s — a situation in which the Fed and its counterparts elsewhere couldn’t restore full employment even by reducing short-term interest rates all the way to zero. We can argue about what else central banks can do by way of buying longer term and/or risky assets, trying to change expectations, and so on, but in practice the zero lower bound has huge adverse effects on policy effectiveness. It also drastically changes the rules as long as it’s binding; as I said very early in the crisis, virtue becomes vice and prudence is folly. We want less saving, higher expected inflation, and more.
And let me simply point out that liquidity-trap analysis has been overwhelmingly successful in its predictions: massive deficits didn’t drive up interest rates, enormous increases in the monetary base didn’t cause inflation, and fiscal austerity was associated with large declines in output and employment.
What secular stagnation adds to the mix is the strong possibility that this Alice-through-the-looking-glass world is the new normal, or at least is going to be the way the world looks a lot of the time. As I say in my own contribution to the VoxEU book, this raises problems even for advocates of unconventional policies, who all too often predicate their ideas on the notion that normality will return in the not-too-distant future. It raises even bigger problems with people and institutions that are eager to “normalize” fiscal and monetary policy, slashing deficits and raising rates; normalizing policy in a world where normal isn’t what it used to be is a recipe for disaster.
Do we know that secular stagnation is here? No. But the case is strong enough that it should color almost every policy discussion.
Tutto sullo zero
I server di VoxEU erano momentaneamente sovraccarichi dai contatti dopo che ho fornito la connessione al loro nuovo libro elettronico sulla stagnazione secolare, ma ora dovreste essere nelle condizioni di scaricarlo.
Nel lontano 2008 io (e molti altri) sostenevamo che la crisi finanziaria ci aveva spinti in una trappola di liquidità, una situazione simile a quella che il Giappone aveva affrontato dalla metà degli anni ’90 – una situazione per la quale la Fed ed i suoi omologhi nel resto del mondo non potevano ripristinare la piena occupazione neppure riducendo i tassi di interesse a breve termine sino allo zero. Potevamo discutere su cos’altro le banche centrali potessero fare mediante l’acquisto di asset a più lungo termine e/o rischiosi, cercando di modificare le aspettative, ma in pratica il limite inferiore dello zero ha vasti effetti negativi sulla efficacia della politica. Inoltre, esso modifica drasticamente le regole per tutto il periodo in cui è vincolante; come dissi proprio agli inizi della crisi, la virtù diviene un vizio e la prudenza diventa follia. Abbiamo bisogno di minore risparmio, di una inflazione attesa più elevata, e di altro ancora.
Lasciatemi semplicemente sottolineare che l’analisi della trappola di liquidità è stata un successo dirompente nelle sue previsioni: deficit massicci non hanno spinto in alto i tassi di interesse, incrementi enormi nella base monetaria non hanno provocato inflazione e l’austerità della finanza pubblica è stata associata ad ampi decrementi nella produzione e nell’occupazione.
Quello che la stagnazione secolare aggiunge a tale combinazione è la forte possibilità che questo mondo da “Alice attraverso lo specchio” [1] sia la nuova norma, o almeno sia destinato ad essere il modo in cui il mondo apparirà per un lungo periodo. Come ho scritto nel mio contributo al libro di VoxEU, questo solleva problemi persino per i sostenitori di politiche non convenzionali, tutti i quali affermano le loro idee sulla base dell’idea che la normalità tornerà in un futuro non lontano. Solleva problemi persino maggiori alle persone ed alle istituzioni che sono desiderose di “normalizzare” la politica della finanza pubblica e monetaria, di abbattere i deficit e di elevare i tassi di interesse; una politica di normalizzazione in un mondo nel quale la normalità non è quello a cui si era abituati, è una ricetta per il disastro.
Sappiamo che la stagnazione secolare è dinanzi a noi? No. Ma è una ipotesi abbastanza forte da influenzare quasi l’intero dibattito politico.
[1] E’ il racconto del 1871 di Lewis Carroll, che fa seguito ad “Alice nel paese delle meraviglie” del 1865.
agosto 15, 2014
Aug 15 9:52 am
Ebook, actually: the invaluable VoxEU has a new ebook with contributions from a lot of good people — and also one from me — which is must-reading for anyone trying to keep up with current debates about our economic prospects.
For those new to or confused by the term, secular stagnation is the claim that underlying changes in the economy, such as slowing growth in the working-age population, have made episodes like the past five years in Europe and the US, and the last 20 years in Japan, likely to happen often. That is, we will often find ourselves facing persistent shortfalls of demand, which can’t be overcome even with near-zero interest rates.
Secular stagnation is not the same thing as the argument, associated in particular with Bob Gordon (who’s also in the book), that the growth of economic potential is slowing, although slowing potential might contribute to secular stagnation by reducing investment demand. It’s a demand-side, not a supply-side concept. And it has some seriously unconventional implications for policy.
Anyway, go thou and download. You need to read this.
La stagnazione secolare: il libro
Per la verità, il libro elettronico: l’inestimabile VoxEU presenta un nuovo libro elettronico con contributi da parte di varie ottime persone – ed anche uno da parte del sottoscritto – che è una lettura obbligatoria per chiunque sta cercando di tenersi aggiornato sul dibattito attuale sulle nostre prospettive economiche.
Per coloro per i quali il tema è nuovo o che sono confusi dalla terminologia, la stagnazione secolare è la tesi secondo la quale mutamenti profondi nell’economia, quali il rallentamento della crescita della popolazione in età lavorativa, hanno realizzato episodi quali gli ultimi cinque anni in Europa e negli Stati Uniti, e gli ultimi 20 in Giappone, che è probabile si ripetano frequentemente. Vale a dire, ci ritroveremo spesso a fronteggiare cadute persistenti nella domanda, che non possono essere superate neppure con tassi di interesse vicini allo zero.
La stagnazione secolare non è la stessa cosa della argomentazione, in particolare attribuita a Bob Gordon (anch’egli nel libro), secondo la quale la crescita del potenziale economico sta rallentando, sebbene il rallentamento potenziale potrebbe contribuire alla stagnazione secolare riducendo la domanda di investimento. Si tratta di un concetto dal lato della domanda, non dal lato dell’offerta. Ed ha alcune implicazioni seriamente inedite per la politica.
In ogni modo, andate a scaricarlo. E’ necessario che lo leggiate.
agosto 13, 2014
Aug 13 12:23 pm
Brad DeLong reminds us of the original Ryan budget plan — or actually “plan”, as I’ll explain — and emphasizes its dire warnings about a looming debt crisis that wasn’t. But pointing out that the debt panic was unjustified only gets at part of what was wrong with that Ryan budget (and all his subsequent proposals). For the fact is that it wasn’t a proposal made in good faith.
As I and others pointed out at the time, when you looked at the substance of what Ryan was proposing, it didn’t at all match up to his supposed deep concern over the deficit. Specifically, in the first decade he proposed savage cuts in aid to the poor, but he also proposed huge tax cuts for the rich — and the tax cuts for the rich were bigger than the aid cuts for the poor, so that the specifics of the plan were actually deficit-increasing, not deficit-reducing.
So how did he claim otherwise? By declaring that he would make his tax cuts deficit-neutral by closing loopholes — but he refused to say anything about which loopholes he would close; and by claiming that he would make huge cuts in discretionary spending, again without specifying what he would cut. So the budget was essentially a con job.
Now, when I say things like that, people start howling about lack of civility. But I wasn’t insulting someone for the sake of insult; if you didn’t understand the essential dishonesty of the plan, you weren’t getting the story right. Yes, I could have used diffident language — but why? Readers deserve to be told clearly what is going on.
Look, I wish we lived in a world in which you could reasonably assume that people with different political views were arguing their case honestly. But we don’t. And you have to argue with the politicians we have, not the politicians we wished we had.
Fandonie sulla finanza pubblica, una rivisitazione
Brad DeLong ci ricorda il programma originario sul Bilancio di Paul Ryan – per la verità, il “programma”, come stiamo per spiegare – ed enfatizza i suoi terribili ammonimenti su una incombente crisi da debito che non c’è stata. Ma mettendo in evidenza che il panico da debito era ingiustificato, riguarda solo una parte di quello che era sbagliato nel Bilancio di Ryan (e in tutte le sue proposte successive). Perché il fatto è che non era una proposta avanzata in buona fede.
A quel tempo, io ed altri mettemmo in evidenza che, quando si guardava alla sostanza di quello che Ryan veniva proponendo, esso non era affatto coerente con la sua supposta profonda preoccupazione sul bilancio. In particolare, aveva proposto nel primo decennio tagli selvaggi agli aiuti ai poveri, ma aveva anche proposto grandi sgravi fiscali ai ricchi – e gli sgravi per i ricchi erano più grandi dei tagli agli aiuti ai poveri, cosicché l’elemento distintivo del programma era effettivamente l’incremento del deficit, non la riduzione del deficit.
Come poté, dunque, sostenere una cosa diversa? Dichiarando che avrebbe realizzato i suoi sgravi fiscali senza effetti sul deficit, interrompendo elusioni del fisco – ma rifiutò di dire alcunché sulle scappatoie che avrebbe interrotto; e sostenendo che avrebbe realizzato ampi tagli nella spesa pubblica discrezionale, ancora senza specificare cosa avrebbe tagliato. Dunque il Bilancio era in pratica una fregatura.
Ora, quando io dico cose di questo genere, c’è gente che comincia a strepitare di una mancanza di civiltà. Ma io non stavo insultando qualcuno per il gusto di insultare; se non avevate capito l’essenziale disonestà del programma, non potevate intendere correttamente la storia. Sì, avrei potuto utilizzare un linguaggio più cauto – ma perché? I lettori meritano che si racconti loro con chiarezza cosa sta succedendo.
Vedete, mi piacerebbe vivere in un mondo nel quale si possa ragionevolmente supporre che le persone con diversi orientamenti politici stanno sostenendo le loro tesi onestamente. Ma non è così. E si deve discutere con i politici che abbiamo, non con quelli che vorremmo avere.
agosto 13, 2014
Aug 13 9:48 am
Just a few months ago Europe’s austerians were busy congratulating themselves, declaring that a modest upturn in southern Europe vindicated all their actions. But now the news is looking grim, with industrial production stalling out and good reason to fear yet another slide into recession:
This comes as many though not all US data points are suggesting stronger growth. So why has Europe done so badly? I’m actually not too committed to any one story here; there are arguably several factors.
First, there is fiscal austerity, which has been a very big drag. It’s important to realize, however, that the US has also had quite a lot of de facto austerity via the sequester and all that at the federal level, and state and local cutbacks. If we use the IMF’s measure of structural balances, Europe has indeed tightened relative to the United States:
International Monetary Fund
But it’s not as big a difference as you might think — maybe 2 1/2 points of potential GDP.
You can also argue that Europe’s fundamentals are considerably worse. If you’re worried that secular stagnation might be depressing the natural real rate of interest — the rate consistent with full employment — and you think that demography is a big factor, Europe looks really terrible, indeed full-on Japanese:
This says that Europe really, really needs to keep inflation expectations from sliding — in fact, it almost surely needs expected inflation higher than 2 percent. In fact, however, the ECB has been much less successful than the Fed at keeping expected inflation from declining.
And this reflects past policy choices and what they say about institutional biases. In the US, Janet Yellen and associates have been quite clear that they are prepared to take some inflation risks on the upside in order to avoid the “nightmare scenario” of raising rates only to discover that the economy was weakening again, and thereby deepening the liquidity trap. In Europe, however, the nightmare scenario isn’t hypothetical: it happened both in 2008 and, incredibly, again in 2011. And the sadomonetarists at the BIS and elsewhere continue to have much more influence in Europe than in the United States.
The thing is, I don’t believe that current management at the ECB is that different in its understanding of what policy should be doing from leadership at the Fed. But it has to struggle against an economy that is weaker in its underlying fundamentals, bad history, and a much more powerful contingent of monetary hawks.
It really is quite scary.
Cosa succede in Europa?
Solo pochi mesi fa i filo-austeri in Europa erano occupati a congratularsi reciprocamente, dichiarando che una modesta risalita nell’Europa meridionale faceva giustizia delle loro iniziative. Ma adesso le notizie sembrano sgradevoli, con la produzione industriale che ristagna e con buone ragioni per temere un’altra scivolata nella recessione:
Questo accade nel mentre molti, anche se non tutti, riferimenti statistici negli Stati Uniti stanno indicando una crescita più forte. Cosa ha fatto, dunque, l’Europa di così negativo? In questo caso, io per la verità non sono troppo legato a nessuna spiegazione particolare; ci sono probabilmente una molteplicità di fattori.
Il primo: c’è stata una austerità della finanza pubblica che è stata un vero grande fattore di trascinamento. E’ anche importante comprendere, tuttavia, che anche gli Stati Uniti hanno di fatto avuto una buona misura di austerità, attraverso il cosiddetto “sequestro” [1] e tutto il resto al livello federale, ed i tagli ai livelli degli Stati e delle istituzioni locali. Se utilizziamo le misure del FMI degli equilibri strutturali [2], l’Europa in effetti si è ristretta [3] rispetto agli Stati Uniti:
Fondo Monetario Internazionale
Ma non è una differenza così grande come si potrebbe ritenere – forse due punti e mezzo del PIL potenziale.
Si può anche sostenere che i fondamentali dell’Europa siano considerevolmente peggiori. Se siete preoccupati che la stagnazione secolare possa essere depressiva del tasso di interesse reale naturale – ovvero il tasso di interesse coerente con la piena occupazione – e pensate che la demografia sia un fattore importante, l’Europa sembra realmente in un condizione molto negativa, in sostanza pienamente ‘giapponese’:
[4]
Questo dice che l’Europa ha per davvero bisogno di evitare uno scivolamento delle aspettative di inflazione – di fatto, ha quasi certamente bisogno di una inflazione attesa più elevata del 2 per cento. In sostanza, tuttavia, la BCE ha molto meno successo della Fed nell’impedire un declino della inflazione attesa.
E questo riflette le passate scelte politiche e quello che esse ci dicono dei pregiudizi nelle istituzioni. Negli Stati Uniti, Janet Yellen e i suoi colleghi sono stati abbastanza chiari nell’affermare di essere pronti a correre alcuni rischi inflazionistici verso l’alto pur di evitare uno “scenario da incubo” di tassi crescenti al solo scopo di scoprire che l’economia si sta nuovamente indebolendo, e di conseguenza che si sta approfondendo la trappola di liquidità. In Europa, tuttavia, lo scenario da incubo non è ipotetico: è successo nel 2008 e, incredibilmente, ancora nel 2011. Ed i sadomonetaristi alla Banca dei Regolamenti Internazionali e dappertutto continuano ad avere molta maggiore influenza in Europa che non negli Stati Uniti.
Il punto è il seguente: io non credo che l’attuale governo della BCE sia così diverso nella comprensione di quale politica dovrebbe essere messa in atto, rispetto al gruppo dirigente della Fed. Ma esso deve combattere con un’economia che è più debole nei suoi sottostanti fondamentali, con una storia negativa, e con uno schieramento di falchi del monetarismo molto più potente.
Davvero è una situazione che fa non poca paura.
[1] E’ uno dei termini con i quali sono state descritte negli ultimi anni le controversie ostruzionistiche nel Congresso americano che hanno caratterizzato lo scontro tra i repubblicani e la Amministrazione Obama, con non pochi effetti pratici sull’andamento reale della politica finanziaria pubblica.
[2] Gli “equilibri strutturali”, ai fini della lettura del diagramma successivo, sono così definiti nel glossario dell’OCSE: “L’equilibrio di bilancio può essere scomposto in una componente ciclica ed in una componente non-ciclica, o strutturale. La scomposizione è rivolta a separare le influenze cicliche sul bilancio che derivano dalla divergenza tra la produzione effettiva e quella potenziale (il gap della produzione), dai fattori non ciclici. I cambiamenti di questo secondo genere possono essere considerati una causa piuttosto che un effetto delle fluttuazioni della produzione e possono essere interpretati come indicativi delle correzioni politiche discrezionali. Dovrebbe essere notato, tuttavia, che i cambiamenti nelle risorse in entrata – quali i risultati dei cambiamenti dei prezzi del petrolio, ad esempio – e nei pagamenti degli interessi – quali i risultati della passata accumulazione del debito o i cambiamenti nei tassi di interesse – non sono né ciclici né puramente discrezionali. Tuttavia, questi cambiamenti sono riflessi nella evoluzione della componente strutturale dell’equilibrio di bilancio”.
[3] Mi pare che l’espressione “si è ristretta”, alla luce della definizione precedentemente illustrata di “equilibrio strutturale”, significhi che, in riferimento alla produzione potenziale, gli equilibri strutturali sono ‘peggiorati’ maggiormente negli Stati Uniti, rispetto all’Europa. Ovvero che negli Stati Uniti c’è stata nel complesso una austerità minore, e conseguentemente un sostegno maggiore alla crisi di domanda.
[4] La tabella indica l’andamento della popolazione in età lavorativa compresa tra i 15 ed i 64 anni nell’area euro, e mostra l’andamento anno per anno – dal 2006 al 2013 – rispetto all’anno precedente. E’ dunque un indicatore demografico particolarmente significativo degli effetti della demografia sul mercato del lavoro, con un effetto di restrizione particolarmente significativo sia di una crescente quota di persone anziane, sia di un crescente basso ricambio di persone giovani.
agosto 10, 2014
Aug 10 8:32 pm
If climate change doesn’t scare you, and our failure to act doesn’t inspire despair, you’re not paying attention. And the great sin of the climate deniers is their role in delaying action, quite possibly until it’s too late.
But there are other, smaller evils; and one that strikes close to home for me is the campaign of personal destruction waged against Michael Mann.
Mann, as some of you may know, is a hard-working scientist who used indirect evidence from tree rings and ice cores in an attempt to create a long-run climate record. His result was the famous “hockey stick” of sharply rising temperatures in the age of industrialization and fossil fuel consumption. His reward for that hard work was not simply assertions that he was wrong — which he wasn’t — but a concerted effort to destroy his life and career with accusations of professional malpractice, involving the usual suspects on the right but also public officials, like the former Attorney General of Virginia.
As you can imagine, I find it easy to put myself in Mann’s shoes; obviously a lot of people would like to do something similar to me, although they haven’t (yet?) found a suitable line of attack.
Now for the slightly encouraging news: Mann filed suit against National Review for defamation. And as D.R. Tucker points out at Washington Monthly, the latest response from NR sounds very much like a publication running scared.
Also encouraging is the evident inability of NR to understand how you defend against a charge of defamation. You don’t repeat the false allegations — sorry, guys, but courts also have access to Google and Nexis, and can find that all the charges have been rejected in repeated inquiries. You try, instead, to show that you made the allegations in good faith. But of course they didn’t.
Good for Mann in standing up here; he’s doing all of us a service.
Gli empiristi contrattaccano
Se il cambiamento climatico non vi spaventa, e la nostra incapacità di agire non vi ispira angoscia, vuol dire che siete sovrappensiero. E il grande peccato dei negatori del problema del clima è il loro ruolo nel ritardare l’iniziativa, del tutto possibile finché non sarà troppo tardi.
Ma ci sono altri più piccoli mali; e uno che ci tocca da vicino, secondo me, è la campagna di distruzione personale intrapresa contro Michael Mann [1].
Mann, come alcuni di voi forse sanno, è uno scienziato di grande impegno che ha utilizzato la prova indiretta degli anelli degli alberi e delle carote di ghiaccio nel tentativo di creare una documentazione sul clima nel lungo periodo. Il suo risultato è stato il famoso grafico del “bastone da hockey” di una brusca crescita delle temperature nell’epoca della industrializzazione e del consumo del carbone fossile [2]. Il premio per il suo duro lavoro non sono stati soltanto i giudizi secondo i quali avrebbe sbagliato – il che non era vero – ma uno sforzo ben concertato per distruggere la sua vita e la sua carriera con accuse di cattiva pratica professionale, che hanno riguardato i soliti noti della destra ma anche pubblici ufficiali, come il passato Procuratore Generale della Virginia.
Come vi potete immaginare, è semplice per me mettermi nei panni di Mann; è evidente che una gran quantità di individui sarebbero contenti di fare lo stesso nei miei confronti, sebbene non abbiano (ancora?) trovato una adeguata linea di attacco.
Ora, per quanto concerne le notizie leggermente incoraggianti: Mann ha fatto causa contro la National Review per diffamazione. E come D.R. Tucker mette in evidenza nella Washington Monthly, l’ultima risposta da parte di National Review appare molto simile ad una fuga precipitosa dal testo pubblicato.
E’ anche incoraggiante l’evidente inidoneità di National Review a difendersi da una accusa di diffamazione. Non si ripetono le false accuse – spiacente, signori, ma anche i Tribunali hanno accesso a Google ed a Nexis, e possono scoprire che in ripetute indagini tutte quelle accuse sono state respinte. E’ invece possibile dimostrare che si sono fatte quelle asserzioni in buona fede. Ma ovviamente non era il loro caso.
In questo caso è bene che Mann abbia resistito; ci sta facendo un servizio a tutti.
[1] Michael Mann è professore di meteorologia e direttore dello Earth System Science Center. E questa è la sua immagine con una delle sezioni degli alberi che utilizza per lo studio degli andamenti climatici:
[2] La controversia sul “grafico del bastone da hockey” ha riguardato, appunto, gli studi sull’andamento climatico nell’ultimo millennio. L’espressione è stata originata dalla rappresentazione grafica di quegli studi, che è visibile nel diagramma sottostante, nella quale l’intero periodo che va dal clima caldo del Medioevo sino al clima molto caldo degli anni 2000, somiglia appunto ad uno strumento di quel genere:
Si consideri che alcune delle prime ricerche di Mann ed altri risalgono all’anno 1998. La polemica è stata dunque molto lunga, e la asprezza del dibattito americano su questi temi, in particolare dello scontro con gli ambienti della destra, non si comprenderebbe senza un riferimento a tale lunga storia. Già dagli inizi degli anni 2000 lo scontro fu molto vivo e coinvolse personaggi della Amministrazione Bush. Più di due dozzine di ricerche hanno nel tempo sostanzialmente concluso con un pieno sostegno ai risultati delle prime ricerche del 1998. Lo stesso Mann ha prodotto i risultati di nuove ricerche nel 2008.
agosto 9, 2014
Aug 9 2:54 pm
OK, not exactly. But I see that some of the commenters on my libertarian piece invoke the old “horrors of the DMV” line to claim that government never works.
What’s remarkable about this line is that it reflects a fantasy — in this case, a negative fantasy — more than the reality. I’m sure that there are terrible DMV offices where people have miserable experiences, but that’s by no means universal or even normal. These days you can usually make appointments online; and even when you don’t, how bad is the experience? I’ve visited the Baker’s Basin DMV on Route 1 many times, and while I’ve sometimes had to wait a while, the people have been generally helpful and the lines have moved fast.
And if you compare the DMV with some private-sector bureaucracies — [cough] ExpressScripts [cough] — it’s a model of customer service.
The point is that the vision of hopeless government isn’t grounded in personal experience, let alone data. At this point it’s a cultural cliche, or a projection by people who read Atlas Shrugged in their teens and never grew up.
In lode del Dipartimento dei Veicoli a Motore
Va bene, non esattamente. Ma vedo che qualche commentatore del mio articolo sul movimento libertariano fa appello al vecchio motivo degli “orrori del Dipartimento dei Veicoli a Motore” per sostenere che la amministrazione pubblica non funziona mai.
Quello che è rilevante di questa posizione è che essa è frutto di una fantasia – in questo caso, di una fantasia negativa – non di una realtà. Io sono certo che esistono uffici terribili del DMV, dove le persone fanno esperienze terribili, ma in nessun modo questo significa che sia un fenomeno complessivo e neanche consueto. In questi giorni potete normalmente prendere appuntamenti on-line; e persino quando non lo fate, l’esperienza è così negativa? Ho visitato il DMV di Baker’s Basin [1] sulla Strada 1 molte volte, e se talvolta ho dovuto un po’ attendere, le persone sono state generalmente servizievoli e le code si muovevano rapidamente.
E se confrontate il DMV con qualche burocrazia del settore privato – del tipo ExpressScripts [2] (colpi di tosse ripetuti) – la prima è un modello di servizio per gli utenti.
Il punto è che la concezione di una amministrazione pubblica senza speranza non è fondata sulle esperienze personali, per non dire sulle statistiche. Si tratta ormai di un cliché culturale, o di una proiezione di individui che hanno letto l’ “Atlas Shrugged”[3] nella loro adolescenza e non sono mai cresciuti.
[1] Città o quartiere del New Jersey.
[2] Dovrebbe essere una società che opera nel settore farmaceutico.
[3] Il racconto molto celebrato tra le persone di destra di Ayn Rand.
agosto 9, 2014
Aug 9 2:40 pm
One of the truly amazing (and disheartening) things about the Great Recession and its aftermath has been the continuing insistence of many economists that it’s somehow a supply-side slump, driven by the evils of Obamacare or something. This tends to come from people who view stagflation in the 1970s as having permanently refuted all things Keynes.
So I guess it’s worth pointing out repeatedly that the recent slump shows all the hallmarks of a demand-side shock; in particular, rising unemployment has been associated with falling inflation — the opposite of stagflation. Here’s an international comparison I happen to have produced for other purposes, comparing the change in unemployment from 2007 to 2013 with the change in inflation over the same period:
Unemployment and inflation, 2007-13. IMF World Economic Outlook database
An interesting point: if you fit a linear equation to these points, the slope of the implied Phillips curve is -0.16 — which is the same number the influential recent paper by Kiley (pdf) finds using combined time series and cross-section on US metropolitan areas. Just a coincidence, probably, but I had expected the international relationship to look weaker.
L’opposto della stagflazione
Una delle cose davvero stupefacenti (e demoralizzanti) sulla Grande Recessione e le sue conseguenze è stata la continua insistenza di molti economisti che essa fosse una crisi dal lato dell’offerta, guidata dai guasti prodotti dalla riforma sanitaria di Obama o da qualcosa del genere. Sono cose che di solito provengono da individui che considerano la stagflazione degli anni ’70 come se avesse definitivamente confutato ogni argomento di Keynes.
Dunque, credo sia il caso di sottolineare che la recente recessione mostra tutti i tratti di uno shock dal lato della domanda; in particolare, la disoccupazione crescente è stata associata con una caduta della inflazione – il contrario della stagflazione. Ecco un confronto internazionale che mi è capitato di realizzare per altri scopi, mettendo assieme il mutamento nella disoccupazione dal 2007 al 2013 con il mutamento nell’inflazione nello stesso periodo:
Disoccupazione e inflazione, 2007-2013. Database del World Economic Outlook del FMI
Si tratta di un aspetto interessante: se adattate a questi punti una equazione lineare, l’inclinazione della curva di Phillips [1] che ne deriva è -0,16 – che è lo stesso numero che l’importante recente saggio di Kiley [2] (disponibile in pdf) scopre utilizzando in modo congiunto serie temporali e campionature sulle aree metropolitane degli Stati Uniti. Solo una coincidenza, probabilmente, ma mi ero aspettato che la relazione internazionale apparisse più debole.
[1] Vedi le note sulla traduzione.
[2] Si tratta di uno studio di Michael T. Kiley, per conto del Consiglio della Federal Reserve di Washington, dal titolo. “Una valutazione della pressione inflazionistica associata con la disoccupazione a breve e lungo termine”.
agosto 9, 2014
Aug 9 9:09 am
Robert Draper’s long magazine piece about the possibility of a “libertarian moment” has drawn a fair bit of commentary; much of it involves questioning the supposed polling evidence. As Jonathan Chait points out, independent polling — as opposed to surveys conducted by libertarians seeking to boost their own profile — suggests that young Americans are actually much more pro-government than their elders. They may look relatively kindly on anti-war libertarians, but they really don’t support the policy agenda.
But there’s what I would consider an even bigger problem: when it comes to substance, libertarians are living in a fantasy world. Often that’s quite literally true: Paul Ryan thinks that we’re living in an Ayn Rand novel. More to the point, however, the libertarian vision of the society we actually have bears little resemblance to reality.
Mike Konczal takes on a specific example: the currently trendy idea among libertarians that we can make things much better by replacing the welfare state with a basic guaranteed income. As Mike says, this notion rests on the belief that the welfare state is a crazily complicated mess of inefficient programs, and that simplification would save enough money to pay for universal grants that are neither means-tested nor conditional on misfortune. But the reality is nothing like that. The great bulk of welfare-state spending comes from a handful of major programs, and these programs are fairly efficient, with low administrative costs.
Actually, the cost of bureaucracy is in general vastly overestimated. Compensation of workers accounts for only around 6 percent of non defense federal spending, and only a fraction of that compensation goes to people you could reasonably call bureaucrats.
And what Konczal says about welfare is also true, although harder to quantify, for regulation. For sure there are wasteful and unnecessary government regulations — but not nearly as many as libertarians want to believe. When, for example, meddling bureaucrats tell you what you can and can’t have in your dishwashing detergent, it turns out that there’s a very good reason. America in 2014 is not India under the License Raj.
In other words, libertarianism is a crusade against problems we don’t have, or at least not to the extent the libertarians want to imagine. Nowhere is this better illustrated than in the case of monetary policy, where many libertarians are determined to stop the Fed from irresponsible money-printing — which is not, in fact, something it’s doing.
And what all this means in turn is that libertarianism does not offer a workable policy agenda. I don’t mean that I dislike the agenda, which is a separate issue; I mean that if we should somehow end up with libertarian government, it would quickly find itself unable to fulfill any of its promises.
So no, we aren’t about to have a libertarian moment. And that’s a good thing.
Fantasie libertariane [1]
Il lungo articolo sulla rivista (Times Magazine) di Robert Draper sulla possibilità di un “momento libertariano” ha provocato una discreta quantità di commenti; una gran parte dei quali riguarda l’interrogativo sulle presunte prove dei sondaggi. Come mette in evidenza Jonathan Chait, i sondaggi indipendenti – al contrario di quelli promossi dai libertariani a sostegno del loro proprio profilo – indicano che i giovani americani sono per la verità più favorevoli al Governo che non gli anziani. Essi possono sembrare relativamente benevoli verso la contrarietà alla guerra dei libertariani, ma in realtà non sostengono il loro programma politico.
Ma c’è quella che io considererei una prova persino più grande: quando si va alla sostanza, i libertariani è come vivessero in un mondo fantastico. Spesso questo è vero quasi alla lettera: Paul Ryan pensa che stiamo vivendo in un racconto di Ayn Rand. Più in concreto, tuttavia, la visione della società che effettivamente otteniamo dai libertariani ha poca somiglianza con la realtà.
Mike Konczal considera un esempio specifico: l’idea attualmente di moda tra i libertariani secondo la quale faremmo cose molto migliori se rimpiazzassimo lo stato assistenziale con un reddito di base garantito. Come afferma Mike, questa idea si fonda sulla convinzione che lo stato assistenziale sia una congerie pazzescamente complicata di programmi inefficaci, e che con quella semplificazione si risparmierebbe denaro a sufficienza da pagare sussidi universali che non siano né sottoposti ai limiti di reddito, né al condizionamento della cattiva sorte. Ma la realtà è del tutto diversa. La maggior parte della spesa dello stato assistenziale consiste in una manciata di programmi importanti, e questi programmi sono discretamente efficienti, con bassi costi amministrativi.
Effettivamente, il costo della burocrazia è in generale grandemente sovrastimato. I compensi degli impiegati costituiscono soltanto il 6 per cento della spesa federale, esclusa quella militare, e solo una frazione di quei compensi va a persone che potreste ragionevolmente chiamare burocrati.
E quello che Konczal dice sullo stato assistenziale è anche vero, sebbene più difficile da quantificare, a proposito dei regolamenti. Di sicuro ci sono regolamenti governativi dispendiosi e superflui – ma neanche lontanamente così numerosi come i libertariani vogliono credere. Quando, ad esempio, burocrati ficcanaso vi dicono quello che potete e non potete avere nei detergenti per le lavastoviglie, si scopre che c’è un’ottima ragione. L’America del 2014 non è l’India all’epoca della License Ray [2].
In altre parole, il libertarianismo è una crociata contro problemi che non esistono, o almeno non nella misura in cui i libertariani vogliono immaginare. L’esempio nel quale questo a particolarmente bene illustrato è quello della politica monetaria, dove molti libertariani sono determinati a fermare la Fed dallo stampare moneta – che è qualcosa, di fatto, che essa non sta facendo.
A sua volta, quello che tutto questo significa è che il libertarianismo non offre un programma politico plausibile. Non intendo dire che io non gradisco quel programma, che è un problema distinto; intendo dire che se dovessimo finire con un governo libertariano, in breve lo si scoprirebbe incapace di mantenere ogni sua promessa.
Dunque non siamo davvero vicini ad un “momento” libertariano. Ed è un bene.
[1] Per il termine “libertariano” si può leggere questa estrema sintesi della vita e del pensiero di Ayn Rand, considerata la capostipite di tale ideologia, che si trova nelle note sulla traduzione:
“Ayn Rand, è lo pseudonimo di Alisa Zinov’yevna Rosenbaum O’Connor (San Pietroburgo, 2 febbraio1905 – New York, 6 marzo1982); scrittrice, filosofa e sceneggiatrice statunitense di origine russa. La sua filosofia e la sua narrativa insistono sui concetti di individualismo, egoismo razionale (“interesse razionale”) e ed etica del capitalismo, nonché sulla sua opposizione al comunismo ed a ogni forma di collettivismo socialista e fascista. Il pensiero cosiddetto “oggettivista” della Rand ha – come anche tutto il “libertarianism” – molteplici origini liberali, anarchiche, antitotalitarie ed anche, più singolarmente, capitalistiche; spesso con esiti irreligiosi. Ma il mito dell’industriale creativo soffocato dalla burocrazia e costretto ad una resistenza addirittura “militante” – che è il tema del suo romanzo “Atlas Shrugged” – è certamente una passione americana, nel senso almeno che sarebbe arduo immaginarlo come tema di un romanzo, altrove. Più recentemente, il libro della Rand è stato indicato come riferimento favorito da parte di molti repubblicani americani.”
Questo spiega anche perché il termine “libertariano” è praticamente intraducibile con espressioni apparentemente contigue – ad esempio: radicale, o liberista – che in realtà alludono a ben altro, nel pensiero politico europeo, pur presentando occasionali somiglianze. Neanche mi pare si possa immaginare che si tratti di una ideologia organica, cresciuta nel tempo con una sua struttura di approfondimenti, di ricerca e di organizzazione interna, al pari di altre ideologie del secolo passato.
Forse è più giusto concepire il fenomeno del “libertarianismo” come tipicamente americano; una sorta di attrazione che agisce in modo ‘carsico’ sul conservatorismo americano, in certi momenti storici collegando le politiche presenti ad una sensibilità antica e per qualche aspetto fondativa di una parte del pensiero politico di quel paese. L’idea, della quale Krugman parla alla fine di questo articolo, di una “economia forte per una completa assenza di regole” , è il caposaldo di questa mitologia libertariana fuori del tempo. Ma, in effetti, nel periodo recente quella attrazione è tornata a risultare evidente in movimenti come il Tea Party e in una componente probabilmente oggi maggioritaria del Partito Repubblicano.
[2] La License Ray era un complicato sistema di licenze, regolamenti e procedure burocratiche che nell’India accompagnavano l’avvio di attività economiche nel lungo periodo dal 1947 al 1990. In sostanza fu la versione indiana dello statalismo e dell’economia pianificata, talora anche definito come il “tasso di crescita Hindu”.
agosto 8, 2014
Aug 8 10:50 am
The truly vile attack on Rick Perlstein’s new book has been revealing in a number of ways. It’s not just the instinctive effort to suppress and punish anyone who raises questions; it’s also the way supposedly reasonable, civilized conservatives have contorted themselves to support the party line (which they always do when it matters, no matter how much open-mindedness they seem to display when it doesn’t).
And why this determination to quash Perlstein? It’s all about Reaganolatry, the right’s need to see the man as perfect. John Quiggin has some thoughts about the phenomenon; I’d just add that the economic myth of Reagan is truly remarkable. Everyone on the right knows that Reagan presided over job creation on a scale never seen before or since; but it just isn’t so. In fact, if you look at monthly rates of job creation for the past six administrations, it’s actually startling:
You may have known that Clinton was a better “job creator” than Reagan, but did you know that over the course of the Carter administration — January 1977 to January 1981 — the economy actually added jobs faster than it did under Reagan? Maybe you want to claim that the 1981-82 recession was Carter’s fault (although actually it was the Fed’s doing), so that you start counting from almost two years into Reagan’s term; but in that case why not give Obama the same courtesy? The general point is that the supposed awesomeness of Reagan’s economic record just doesn’t pop out of the data.
But don’t expect the Reaganlators to acknowledge that. Their whole sense of identity is bound up with their faith.
Sulla Reaganlatria
L’attacco davvero indegno al nuovo libro di Rick Perlstein [1] è stato in molti sensi rivelatore. Non si tratta soltanto del tentativo istintivo di liquidare e di punire chiunque sollevi domande; c’è anche il modo in cui conservatori che si supponevano ragionevoli e di buone maniere si sono aggrovigliati pur di sostenere la linea del partito (cosa che fanno sempre quando conviene, a prescindere da quanto mostrino una mentalità aperta su cose secondarie).
E perché questa determinazione quasi a cancellare Perlstein? Si tratta della Reaganlatria, del bisogno della destra di vedere perfezione in quell’uomo. John Quiggin ha un po’ riflettuto sul fenomeno; io aggiungerei soltanto che è il caso di sottolineare il mito economico di Reagan. Tutti a destra sanno che Reagan governò una creazione di posti di lavoro in una dimensione che non c’era mai stata, prima e dopo di lui; il punto è che non è così. Di fatto, se guardate ai tassi mensili di creazione dei posti di lavoro nelle passate sei amministrazioni, è effettivamente impressionante:
Forse sapevate che Clinton fu un “creatore di posti di lavoro” migliore di Reagan, ma sapevate che nel corso della Amministrazione Carter – da Gennaio 1977 a gennaio 1981 – l’economia crebbe quanto a posti di lavoro più velocemente che sotto Reagan? Potreste forse sostenere che la recessione del 1981-1982 fu una responsabilità di Carter (sebbene in effetti fosse stata provocata dalla Fed), cosicché potreste cominciare a fare i conti a partire da almeno due anni all’interno del mandato di Reagan; ma in qual caso perché non usare la stessa cortesia anche nei confronti di Obama? Il punto generale è che le presunte fantastiche prestazioni economiche di Reagan non c’è proprio verso che vengano fuori dai dati.
Ma non mi aspetto che i seguaci della Reaganolatria lo riconoscano. Il loro intero senso di identità dipende da quella fede.
[1] Eric Perlstein è uno storico ed un giornalista americano, che scrive su vari quotidiani e riviste di sinistra (The New Repubblic, The Nation, Mother Jones ed altri).
agosto 5, 2014
Aug 5 10:36 am
OK, this is grotesque. Rick Perlstein has a new book, continuing his awesomely informative history of the rise of movement conservatism — and he’s facing completely spurious charges of plagiarism.
How do we know that they’re spurious? The people making the charges — almost all of whom have, surprise, movement conservative connections — aren’t pointing to any actual passages that, you know, were lifted from some other book. Instead, they’re claiming that Perlstein paraphrased what other people said. Um, what? Unless there’s a very close match, telling more or less the same story someone else has told before is perfectly ordinary — in fact, it would be distressing if history books didn’t correspond on some things.
Can I say, I’m familiar with this process? There was a time when various of the usual suspects went around claiming that I was doing illegitimate things with jobs data; what I was doing was in fact perfectly normal — but that didn’t stop Daniel Okrent, the outgoing public editor, from firing a parting shot (with no chance for me to reply) accusing me of fiddling with the numbers. I also heard internally that there were claims of plagiarism directed at me, too, but evidently they couldn’t cook up enough stuff to even pretend to make that stick.
The thing to understand is that fake accusations of professional malpractice are a familiar tactic for these people. And this tactic should be punctured by the press, not given momentum with “opinions differ on shape of the planet” reporting.
Imbrattare Rick Perlstein
Questa è davvero grottesca. E’ uscito un nuovo libro di Rick Perlstein, che prosegue il suo fantastico racconto informativo sull’avvento della nuova destra [1] – e si trova a fare i conti con accuse completamente false di plagio.
Come sappiamo che sono false? Gli individui che formulano quelle accuse – che, sorpresa, hanno quasi tutti collegamenti con la nuova destra – non indicano alcun passaggio che, come vi aspettereste, sia stato copiato da un altro libro. Essi, invece, sostengono che Perlstein ha parafrasato quello che altri avevano detto. Un momento, cosa? Se non c’è un vero e proprio abbinamento, raccontare la stessa storia che qualcun altro ha raccontato in precedenza è perfettamente ordinario – di fatto, sarebbe devastante se i libri di storia non avessero punti di contatto su qualcosa.
Posso dire di avere una certa familiarità con accuse del genere? Ci fu un periodo nel quale vari soggetti tra i soliti noti andavano in giro sostenendo che io facevo cose non lecite con i dati sui posti di lavoro; in realtà quello che facevo era perfettamente normale – ma ciò non impedì a Daniel Okrent, l’estroverso public editor [2], di indirizzarmi una stoccata (senza che io avessi alcuna possibilità di replica) accusandomi di armeggiare con i numeri. Sentii anche dire, dall’interno, che c’erano pretese di plagio anche nei miei confronti, ma evidentemente non si poté architettare argomenti sufficienti per pretendere di avanzare anche tale accusa.
Quello che si deve sapere è che le false accuse di cattiva pratica professionale sono una tattica consueta per gente del genere. E questa tattica dovrebbe essere messa al bando dalla stampa, anziché dare l’occasione per un tipo di giornalismo secondo il quale “ci sono opinioni diverse sulla forma del pianeta”[3].
[1] “Nuova”, in realtà, sin dagli anni ’70; nel senso che – secondo la definizione che ne diede Nash nel 2009 – il movimento combinava almeno cinque principali indirizzi: i libertariani, i conservatori tradizionalisti, gli anticomunisti (che erano componenti ovviamente presenti da tempo, dagli anni ’30 agli anni ’60), ma anche i neoconservatori ed i rappresentanti di ideologie religiose.
[2] Occorrerebbe inventare, credo, un neologismo; si tratta di una figura di “controllore” o di “supervisore” del rispetto e della attuazione di norme di eticità e di correttezza, che normalmente appartiene allo stesso giornale che è oggetto della sua attività. Mi pare che l’aggiunta di “public” significhi che agisce nell’interesse della opinione pubblica. Il fatto che appartenga alla stessa ‘ditta’, almeno per i giornali importanti, non costituisce un limite rilevante, perché non verrebbe in mente a nessuno di licenziare un “public editor” particolarmente critico nei confronti dei contenuti del giornale stesso (per il prestigio del giornale, è maggiormente rilevante che la sua autonomia venga salvaguardata). Il che non significa necessariamente che le sue osservazioni siano sempre ineccepibili ed intelligenti.
[3] Si tratta di una battuta frequente di Krugman, che nacque all’epoca di Bush. Per sottolineare l’equilibrismo di molta stampa, egli notò che se addirittura Bush avesse dichiarato che la Terra era piatta, alcuni avrebbero dato la notizia di “diversi punti di vista” sulla forma del Pianeta.
agosto 5, 2014
Aug 5 10:01 am
Jonathan Cohn looks at the evidence so far on health insurance premiums, and finds things not too bad:
Coverage will get more expensive for the majority of consumers, as it almost always does. Changes in premiums will vary enormously, from state to state and from plan to plan. But, overall, the 2015 premiums increases will not be significantly worse than they were in the past. They might even be a little better.
Charles Gaba finds much the same. Furthermore, there’s a clear trend within the trend: states that did their best to make Obamacare work are also delivering good deals to their residents. California is heading for an increase of only 4.2 percent. On the other hand, things are not looking too good in Florida:
In Florida, by contrast, the Republicans in charge did very little to promote the law and, at times, seemed determined to undermine it. Never was this more clear than in 2013, when the legislature passed and Governor Rick Scott signed a bill that suspended state government’s ability to reject excessive premium increases.
Overall, yet more evidence that this reform works wherever politicians let it work.
Continua a non fallire
Jonathan Cook si attiene ai fatti sulle polizze assicurative sino a questo punto, e trova che le cose non sono troppo negative:
“La copertura assicurativa diventerà più costosa per la maggioranza dei consumatori, come accade quasi sempre. Le modifiche nelle polizze varieranno enormemente, da Stato a Stato e da programma a programma. Ma, nel complesso, gli incrementi delle polizze del 2015 non saranno significativamente peggiori di quelli che erano nel passato. Potranno persino essere un po’ migliori.”
Charles Gaba arriva in gran parte alla stessa conclusione. Inoltre c’è una chiara tendenza dentro la tendenza: gli Stati che hanno fatto del loro meglio per far funzionare la riforma sanitaria di Obama, stanno consegnando dei buoni affari ai loro cittadini. La California si sta indirizzando verso un incremento solo del 4,2 per cento. D’altra parte, le cose non sembrano così positive in Florida:
“In Florida, all’opposto, i repubblicani in carica hanno fatto molto poco per promuovere la legge e, talvolta, sono sembrati determinati a danneggiarla. Questo è stato particolarmente chiaro nel 2013, allorché la legislazione venne approvata ed il Governatore Rick Scott firmò una proposta di legge che sospendeva la possibilità per il governo statale di respingere eccessivi incrementi nelle polizze.”
In sostanza, una prova ulteriore che questa riforma funziona dovunque gli uomini politici la lasciano operare.
agosto 5, 2014
Aug 5 9:52 am
Does anyone remember this, from Erick Erickson of Red State?
Washington State has turned its residents into a group of drug runners — crossing state lines to buy dish washer detergent with phosphate. At what point do the people tell the politicians to go to hell? At what point do they get off the couch, march down to their state legislator’s house, pull him outside, and beat him to a bloody pulp for being an idiot? At some point soon, it will happen.
Yes, because there’s no possible reason meddling politicians should interfere with Americans’ God-given right to use phosphates however they like. Oh, wait.
It took a serendipitous slug of toxins and the loss of drinking water for a half-million residents to bring home what scientists and government officials in this part of the country have been saying for years: Lake Erie is in trouble, and getting worse by the year.
Flooded by tides of phosphorus washed from fertilized farms, cattle feedlots and leaky septic systems, the most intensely developed of the Great Lakes is increasingly being choked each summer by thick mats of algae, much of it poisonous. What plagues Toledo and, experts say, potentially all 11 million lakeside residents, is increasingly a serious problem across the United States.
It’s true that farms are the biggest problem, but every little bit hurts.
Oh, and when it comes to the obvious public health and safety issue of limiting pollution from farm runoff — well, you know what happens when the EPA, cooperating with state governments, tries to do something:
Earlier this year, a group of 21 Attorneys General from states as far away from the Chesapeake Bay as Alaska and Wyoming submitted an amicus brief that aims to strike down the EPA’s Chesapeake cleanup plan. The AGs argue that the cleanup plan raises serious concerns about states’ rights, and they worry that if the plan is left to stand, the EPA could enact similar pollution limits on watersheds such as the Mississippi.
As far as I can tell, there isn’t a well-organized phosphate denial campaign, insisting that runoff has nothing to do with algae blooms. But I’m sure one will arise as policy action grows nearer.
Memorie dei fosfati
Si ricorda qualcuno di queste parole, di Erick Erickson su Red State [1] ?
“Lo Stato di Washington ha trasformato i suoi residenti in un gruppo di trafficanti di droga, che attraversano i confini dello Stato per acquistare detergenti per lavapiatti che contengono fosfati. Quando succederà che la gente dirà agli uomini politici di andare all’inferno? Quando scenderanno dal divano per marciare sulla casa del loro deputato statale, tirarlo fuori da lì e picchiarlo sino a ridurlo in poltiglia sanguinolenta, per la sua idiozia?”
Sì, perché non c’è ragione alcuna perché i politici ficcanaso debbano interferire con il diritto che gli Americani hanno ricevuto da Dio di usare fosfati a piacimento. Aspettate un momento:
“C’è voluta una botta fortuita di tossine e la perdita dell’acqua potabile per un mezzo milione di residenti per far capire quello che gli scienziati e i dirigenti del Governo in questa parte del paese stavano dicendo da anni: il Lago Erie è messo male, e peggiorerà entro l’anno.
Inondato da una marea di fosforo dilavato dalle aziende agricole che usano fertilizzanti, dai recinti di ingrasso del bestiame e da fosse settiche a perdita, il più intensamente sviluppato dei Grandi Laghi ogni estate soffoca a seguito di densi tappeti di alghe, in gran parte velenose. Ciò che affligge Toledo e, dicono gli esperti, potenzialmente tutti gli 11 milioni di residenti sulle rive del lago, è sempre di più un problema serio in tutti gli Stati Uniti.”
E’ vero che le imprese agricole sono il problema più grande, ma il danno viene anche dagli inquinamenti minori.
Inoltre, quando si arriva all’ovvio tema di salute e di sicurezza pubblica del limitare gli sversamenti dalle imprese agricole – ebbene, è noto quello che accade quando l’EPA, in cooperazione con i Governi degli Stati, cerca di fare qualcosa:
“Agli inizi di quest’anno, un gruppo di 11 Procuratori Generali provenienti da Stati lontani dalla Chesapeake Bay quanto l’Alaska e il Wyoming hanno presentato un parere legale [2] che ha l’obbiettivo di annullare il programma di disinquinamento del Chesapeake dell’EPA. I Procuratori Generali sostengono che il programma di disinquinamento solleva serie preoccupazioni sui diritti degli Stati, ed essi sono preoccupati che se si consente che il programma resti in vigore, l’EPA potrebbe stabilire limiti analoghi all’inquinamento su interi bacini idrografici come quello del Mississippi.
Per quanto capisco, si tratta di una ben organizzata campagna di negazione del problema dei fosfati, tesa a ribadire che gli sversamenti non hanno niente a che fare con le fioriture delle alghe.
[1] Un blog della destra americana.
[2] Probabilmente esiste una espressione di tecnica giurisprudenziale più precisa. L’ “amicus curiae” è una espressione legale latina, dalla quale deriva “amicus brief”, che sta a indicare qualcuno che non è parte in una causa (è “amico della Corte”), e che offre informazioni che aiutano la Corte ad esprimere un giudizio, senza essere stato sollecitato da nessuna delle due parti. L’ “amicus brief” – ovvero l’ “informazione dell’amicus” – può essere una testimonianza o un parere legale e serve alla Corte in particolare per rappresentare preoccupazioni su possibili effetti legali delle decisioni che deve assumere, che potrebbero riguardare soggetti diversi, rispetto alle due parti in causa. E’ la Corte che ha discrezione se accogliere tali informazioni o pareri oppure no.
agosto 3, 2014
Aug 3 4:24 pm
Brad DeLong finds Larry Kotlikoff fulminating about how mean I am — so mean that he apparently could’t bring himself to read what I wrote. No, I didn’t say that Paul Ryan is stupid. I did imply — and have said explicitly on many other occasions — that he is a con man. Why did I do that?
Not as a way to avoid having a substantive discussion. I’ve documented Ryan’s many cons very extensively, showing in particular that his budgets were sold on false pretenses — all the alleged fiscal responsibility lay not in the much-hyped changes to Medicare, but in magic asterisks claiming huge but unspecified savings from discretionary spending and huge but unspecified revenue gains from closing loopholes he refused to name.
Still, why not pretend that we’re having a nice, honest discussion? Because I’m trying to inform readers about what’s going on — and the attempt to sell right-wing goals under false pretenses is an important part of the story. If you fell for the carefully crafted image of Ryan as an honest wonk, you were being taken in — and it’s my job to ensure that you’re properly informed.
I wish we lived in a world in which you could presume that major figures are arguing in good faith, in which what they claim to be doing in their policy proposals was what they were actually doing. But wishing doesn’t make it so, and I would be acting in bad faith myself if I pretended that the world was like that.
I truffatori non sono stupidi
Brad DeLong si accorge che Larry Kotlikoff si scaglia contro la mia supposta meschinità – una meschinità tale che in apparenza potrebbe indurlo a leggere quello che ho scritto. No, io non ho detto che Paul Ryan sia stupido. Ho suggerito – e l’ho detto esplicitamente in molte altre occasioni – che è un individuo che confonde le carte in tavola. Perché l’ho fatto?
Non per evitare di avere una discussione reale. Ho documentato molti imbrogli di Ryan assai per esteso, mostrando in particolare che i suoi bilanci venivano messi in circolazione sotto false apparenze – l’intera pretesa responsabilità finanziaria non si basava sui tanto conclamati cambiamenti di Medicare, ma sui ‘magici asterischi’ che pretendevano di ottenere vasti ma non specificati risparmi dalle spese discrezionali, e vasti ma non specificati miglioramenti delle entrate dalla interruzione delle elusioni fiscali, che Ryan rifiutava di definire con precisione.
Eppure, perché non fingere che sia in corso una discussione piacevole ed onesta? Perché io sto cercando di informare i lettori su quello che sta accadendo – ed il tentativo di rivendere gli obbiettivi della destra sotto false spoglie è una parte importante della storia. Se ci si fa ingannare dalla immagine costruita ad arte di Ryan come un onesto esperto, si viene abbindolati – e il mio lavoro è fare in modo che abbiate una informazione corretta.
Mi piacerebbe vivere in un mondo nel quale si possa supporre che le personalità importanti stanno discutendo in buona fede, nel quale quello che esse sostengono di fare con le loro proposte politiche corrisponde a quello che effettivamente fanno. Ma desiderare ciò non lo rende reale, ed io ingannerei me stesso se fingessi che veniamo da un mondo di questo genere.