Blog di Krugman

Quadrilioni di quadrilioni (2 agosto 2014)

 

Aug 2 1:00 pm

Quadrillions and Quadrillions

I figured that I could count on Dean Baker to debunk Larry Kotlikoff’s “Eeek! Debt!” column. But Dean doesn’t go far enough.

What Kotlikoff does is calculate the present discounted value of predicted funding gaps in federal programs, point out that they are really, really big numbers, and declare America bankrupt. As Dean says, this is silly, disingenuous, or both. The US economy is expected to grow a lot in the future; meanwhile, real interest rates are expected to be only slightly above growth rates. So any persistent gap between spending and revenues as a percentage of GDP will be a huge number if converted to present values. However, the present value of expected future GDP is also immense — at least a couple of quadrillion dollars. So is the gap big compared with the resources available to cover it? Kotlikoff gives us no way to judge.

The questions you should ask are how the fiscal path is likely to play out in reality, and what if anything we should be doing now to make the story better.

It’s true that if current policies are continued with no change, we’re highly likely to face an unsustainable fiscal gap — a gap that can’t go on forever — if we look far enough away. Stein’s Law therefore applies: if something can’t go on forever, it will stop. Sooner or later, we will have some combination of benefits cuts and/or revenue increases.

Saying that this means that the United States is bankrupt is hyperbole; more important, it’s not helpful. What, exactly, should we be doing right now?

The answer all the deficit-panic types offer is basically that we must cut future benefits. But why, exactly, is that something that must be done immediately? If you state the supposed logic, it seems to be that to avoid future benefit cuts, we must cut future benefits. I’ve asked for further clarification many times, and never gotten it.

You can argue that it’s better to avoid abrupt changes — to put things on a glide path to sustainability. But that’s a much weaker point than you might expect given all the cries of bankruptcy and crisis.

And Dr. Evil-type invocations of two hundred trillion dollars serve no purpose at all, unless your real goal is to scare people into preemptively dismantling the welfare state.

 

Quadrilioni di quadrilioni [1]

Mi immaginavo di poter contare su Dean Baker nello smascherare l’articolo di Larry Kotlikoff, della fattispecie: “Oddio” Il debito!”. Eppure Dean non si spinge abbastanza in là.

Quello che Kotlikoff fa è calcolare il presente valore scontato dei previsti divari di finanziamento dei programmi federali, mettere in evidenza che si tratta di numeri per davvero proprio grandi, e dichiarare la bancarotta dell’America. Come dice Dean, è una operazione sciocca, in malafede, o tutte e due le cose. Ci si aspetta che l’economia degli Stati Uniti cresca molto nel futuro; nel frattempi ci si aspetta che i tassi di interesse reali siano solo leggermente sopra i tassi di crescita. Dunque, qualsiasi persistente divario tra la spesa e le entrate come percentuale del PIL sarà un numero enorme, se confrontato con i valori presenti. Tuttavia, anche il valore presente del PIL previsto per il futuro è immenso – almeno un paio di quadrilioni di dollari. Dunque, è confrontabile il grande divario con le risorse disponibili per coprirlo? Kotlikoff non ci offre alcun modo di giudicarlo.

Le domande che dovreste porvi sono come l’indirizzo della finanza pubblica è probabile che si comporti nella realtà, e semmai che cosa si dovrebbe fare per migliorare la situazione.

E’ vero che se le politiche attuali continuassero senza alcun cambiamento, molto probabilmente dovremmo affrontare un buco insostenibile nella finanza pubblica – un buco che non può proseguire all’infinito – se continuiamo a trascurare il problema. Si applica di conseguenza la legge di Stein [2]: se qualcosa non può procedere all’infinito, si fermerà. Prima o poi avremo una qualche combinazione di tagli ai sussidi e/o di aumenti delle entrate.

Dire questo significa che la bancarotta degli Stati Uniti è un’iperbole; ancora più importante, è un concetto inutile. Che cosa, esattamente, si dovrebbe fare a questo punto?

La risposta che offrono tutti i personaggi del ‘panico da deficit’ è che fondamentalmente dovremmo tagliare i sussidi futuri. Ma perché, esattamente, lo dovremmo fare immediatamente? Se stabilite quella presunta logica, la conclusione sembra essere che per evitare futuri tagli ai sussidi, si debbano tagliare i sussidi futuri. Ho richiesto un ulteriore chiarimento molte volte, e non l’ho mai ottenuto.

Potete sostenere che sia meglio evitare cambiamenti repentini – porre le cose su un terreno in discesa di sostenibilità. Ma si tratta di un concetto molto più debole di quello che vi potreste aspettare, considerati tutti gli strepiti di bancarotta e di crisi.

E le invocazioni del genere del Dottor Male sui duecento mila miliardi di dollari non servono proprio a nessuno scopo, a meno che il vostro obbiettivo reale non sia spaventare la gente allo scopo di smantellare preventivamente lo stato sociale.

 

 

[1] Un quadrilione è: 1.000.000.000.000.000.000.000.000; ovvero dieci alla ventiquattresima.

[2] Docente all’American Enterprise Institute, fu Presidente del Comitato dei consiglieri economici dei Presidenti Nixon e Ford. E’ scomparso nel 1999.

L’antintellettualismo che non osa esporsi (2 agosto 2014)

agosto 2, 2014

 

Aug 2 9:16 am

Anti-Intellectualism That Dares Not Speak Its Name

The right-wing attack on Neil deGrasse Tyson — which has reached a sort of apogee in the National Review cover story — is notable for a number of reasons. What’s especially interesting, as I see it, is the attempt to have it both ways. On one side, there’s the sneering disapproval of anyone who tries to bring facts and evidence into political debate — you think you’re so smart, huh? At the same time, there’s the claim that liberal “experts” are poseurs, not real experts. Hey, we’re not anti-science, not us!

One question you might ask, then, is whether the likes of Mr. Tyson are unrepresentative — whether the predominance of liberals among the nerds one sees in the public sphere is strongly at odds with the political leanings of scientists as a group. Well, we know the answer to that question:

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Scientists as a group are, in fact, a lot more liberal and Democratic-leaning than the population as a whole. In fact, in other contexts conservatives use this disparity to attack scientists, or academics in general, for their bias.

So what’s going on here? One simple explanation would be that current Republican doctrine really is anti-science and anti-intellectual, and that scientists are responding to that. But that would, of course, be an unbalanced view. So the right tries to insist both that public figures like Mr. Tyson are poseurs and that there is some kind of conspiracy causing scientists in general have similar views.

How about just using Occam’s razor?

 

L’antintellettualismo che non osa esporsi

L’attacco della destra su Neil deGrasse Tyson [1] – che ha raggiunto una sorta di apogeo nell’articolo di copertina della National Review – è rilevante per un certo numero di ragioni. Quello che è particolarmente interessante, a mio avviso, è il suo tentativo di avere la botte piena e la moglie ubriaca [2]. Da una parte, c’è la disapprovazione beffarda di chiunque cerchi di addurre fatti e testimonianze nel dibattito politico – pensate di essere così intelligenti? Al diavolo! Allo stesso tempo, c’è la pretesa che gli “esperti” progressisti si atteggino, non siano dei veri esperti. Ehi, non siamo noi contro la scienza, sono gli altri!

Una domanda che ci si può porre, allora, è se i soggetti a cui si riferisce il signor Tyson non siano rappresentativi – se il predominio dei progressisti che si osserva tra le persone competenti nella sfera pubblica sia decisamente agli antipodi degli orientamenti degli scienziati come gruppo. Ebbene, conosciamo la risposta a tale domanda [3]:

z 77

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli scienziati come gruppo sono, di fatto, molto più progressisti e favorevoli ai democratici della popolazione nel suo complesso. Per la verità, in altri contesti i conservatori usano questa disparità per attaccare gli scienziati, o gli accademici in generale, per le loro tendenze.

Cosa sta dunque accadendo in questo caso? Una spiegazione semplice sarebbe che la attuale dottrina repubblicana è effettivamente contro la scienza, e che gli scienziati stanno reagendo. Ma sarebbe, evidentemente, un punto di vista sbilanciato. Cosicché la destra cerca di insistere sia sul fatto che figure pubbliche come il signor Tyson siano degli impostori, sia che ci sia un qualche genere di cospirazione all’origine del fatto che gli scienziati hanno tali punti di vista.

Che dire di usare semplicemente il principio del “rasoio di Occam”? [4]

 

 

 

[1] Neil deGrasse Tyson è un astrofisico e divulgatore scientifico statunitense, attualmente direttore dell’Hayden Planetarium del Rose Center for Earth and Space di New York. Non ho capito bene perché sia finito al centro delle polemiche; parrebbe per alcune sue affermazioni sul crescente clima di scetticismo verso la scienza della destra americana. Una sua battuta che pare abbia particolarmente irritato è stata quella seconda la quale gli alieni avrebbero effettivamente raggiunto il nostro Pianeta, ma avrebbero deciso di non approfondire le ricerche per un evidente difetto di vita intelligente.

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[2] Ovviamente è il corrispondente italiano all’idiomatico “averlo in entrambi i modi”.

[3] Il sondaggio dal quale è estratta la tabella successiva è a cura dell’istituto di ricerca PEW Research.

[4] Rasoio di Occam (Novacula Occami in latino) è il nome con cui viene contraddistinto un principio metodologico espresso nel XIV secolo dal filosofo e frate francescano inglese William of Ockham, noto in italiano come Guglielmo di Occam. Tale principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più immediata suggerisce l’inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno quando quelle iniziali siano sufficienti.

La metafora del rasoio concretizza l’idea che sia opportuno, dal punto di vista metodologico, eliminare con tagli di lama e mediante approssimazioni successive le ipotesi più complicate. In questo senso il principio può essere formulato come segue: « A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire » (Guglielmo di Occam).

Wikipedia.

 

 

Buone notizie sulla riforma finanziaria (1 agosto 2014)

agosto 1, 2014

 

Aug 1 4:39 pm

Good News on Financial Reform

The two big achievements of the Obama administration are health reform and financial reform. (Maybe carbon regulation will be added to the list; stay tuned.) For the most part, however, neither has gotten much respect. I think this may finally be changing on health reform, as the evidence piles up for a dramatic improvement in coverage in states that didn’t obstruct the law. But financial reform is still unloved, attacked by the right as anti-business and by the left as too weak to work.

There is, however, an important new GAO report suggesting that reform is mattering a lot on one key hot-button issue: too big to fail. I’m not, however, seeing much clear writing about this; the always excellent Mike Konczal is on the case, but I suspect that most readers won’t know enough about the background to appreciate what’s going on.

So here’s an explanation. If you go back to what happened in 2008, you had a situation in which the impending collapse of some key financial institutions threatened to bring down the whole world economy. So they were bailed out — with many people complaining that the bailouts rewarded bad behavior. Indeed, some people — including me — argued for taking troubled banks into receivership, so that none of the bailout would go to stockholders. But key officials at Treasury argued that they didn’t have the legal authority.

This episode created a concern: now that everyone knew that big financial institutions would be bailed out if they went bad, wouldn’t this (a) give such too-big-to-fail institutions a continuing advantage, because their government guaranteed safety would make them able to borrow cheaply, and (b) encourage irresponsible behavior? And there was a fair bit of evidence for (a): large financial institutions did indeed seem to have a funding advantage.

To deal with this, Dodd-Frank created Ordinary Liquidation Authority, otherwise known as resolution authority — giving the government the legal authority to seize institutions the way it arguably should have in 2008-2009.

But Republican leaders fiercely opposed financial reform — and claimed that resolution authority actually made too-big-to-fail worse, because it institutionalized bailouts. This always seemed implausible; bailouts will happen in crises, one way or another. And if financial reform was a giveaway to the banks, why did Wall Street, which used to look relatively favorably on Democrats, turn overwhelmingly Republican after reform passed?

Still, you’d like some evidence. And GAO has the goods. There was indeed a large-bank funding advantage during and for some time after the crisis, but it has now been diminished or gone away — maybe even slightly reversed. That is, financial markets are now acting as if they believe that future bailouts won’t be as favorable to fat cats as the bailouts of 2008.

This news is part of broader evidence that Dodd-Frank has actually done considerable good, on fronts from consumer protection to bank capitalization. Of course it should have been stronger; and I don’t expect it ever to look as good as Obamacare increasingly does. But claims that it was counterproductive now look like claims that black is white. Are you surprised?

 

Buone notizie sulla riforma finanziaria

I due grandi risultati della Amministrazione Obama sono la riforma sanitaria e quella del sistema finanziario (può darsi che la regolamentazione sulla anidride carbonica si aggiungerà alla lista; stiamo a vedere). Nella maggioranza dei casi, tuttavia, nessuna delle due ha ottenuto grandi riconoscimenti. Penso che questo, nel caso della riforma sanitaria, stia finalmente per cambiare, dato che si accumulano prove di uno spettacolare miglioramento nella copertura assicurativa negli Stati che non hanno fatto ostruzionismo alla legge. Ma la riforma del settore finanziario resta non amata, attaccata dalla destra in quanto ostile agli affari e dalla sinistra in quanto troppo debole per funzionare.

C’è tuttavia un nuovo resoconto del Government Accountability Office [1] che indica che la riforma sta acquistando molta importanza su un tema fondamentale e molto sensibile: il “troppo grande per fallire”. Tuttavia, non sto leggendo cose molto chiare su questo aspetto; il sempre eccellente Mike Konczal se ne occupa, ma suppongo che la maggioranza dei lettori non conosca gli antefatti al punto da farsi una idea di quello che sta accadendo.

Ecco, dunque, una spiegazione. Se si torna a quello che accadde nel 2008, si aveva una situazione nella quale un imminente collasso di alcuni fondamentali istituti finanziari minacciava di abbattere l’intera economia mondiale. Così avvennero i salvataggi – con molte persone che si lamentarono che i salvataggi premiavano pessimi comportamenti. In effetti, alcuni – compreso il sottoscritto – si espressero per mantenere le banche in difficoltà in amministrazione controllata, in modo tale che nessuno dei benefici andasse agli azionisti. Ma i principali dirigenti del Tesoro sostennero di non averne l’autorità legale.

Quell’episodio creò una preoccupazione: dal momento che tutti sapevano che i grandi istituti finanziari sarebbero stati salvati se fossero finiti in difficoltà, tutto questo non avrebbe: a) fornito a tali istituti “troppo-grandi-per-fallire” un vantaggio permanente, giacché la loro sicurezza garantita dal Governo li avrebbe messi nelle condizioni di indebitarsi in modo conveniente; e b) incoraggiato condotte irresponsabili? E c’erano un bel po’ di prove a proposito del primo aspetto: grandi istituti finanziari in effetti sembrarono avere un vantaggio nei finanziamenti.

Per fare i conti con tutto questo, la Legge Dodd-Frank creò la Autorità per la Ordinaria Liquidazione, anche nota come autorità di risoluzione – che dà al Governo l’autorità legale per prendere possesso degli istituti nel modo in cui probabilmente si doveva fare nel 2008-2009.

Ma i dirigenti repubblicani si opposero accanitamente alla riforma del sistema finanziario – e sostennero che l’autorità di risoluzione avrebbe reso il problema del “troppo-grande-per-fallire” anche peggiore, perché avrebbe istituzionalizzato i salvataggi. Questo è sempre sembrato non plausibile; nel caso di crisi, i salvataggi ci saranno, in un modo o nell’altro. E se la riforma finanziaria era un omaggio alle banche, perché Wall Street, che era solita guardare con un certo favore ai democratici, si spostò massicciamente sui repubblicani, una volta approvata la riforma?

Eppure, sarebbe stata gradita qualche prova. E l’Ufficio della Trasparenza ha oggi le prove buone. C’è stato in effetti un vantaggio di finanziamento nel confronti della grandi banche, durante e per un po’ di tempo dopo la crisi, ma adesso esso è diminuito o scomparso – forse persino leggermente invertito. Vale a dire, i mercati finanziari si stanno ora comportando come se ritenessero che i salvataggi futuri non saranno così favorevoli ai magnati come i salvataggi del 2008.

Questa notizia fa parte di una più ampia testimonianza, secondo la quale la Dodd-Frank ha ottenuto risultati considerevolmente buoni, in materia di protezione dei consumatori e di capitalizzazione delle banche. Naturalmente, avrebbe dovuto essere più energica; né io mi aspetto che essa apparirà mai altrettanto positiva rispetto a quanto, in modo crescente, si manifesta la riforma sanitaria di Obama. Ma a questo punto la pretesa che fosse controproducente sembra essere una negazione dell’evidenza. Siete sorpresi?

 

 

[1] Si potrebbe tradurre: Ufficio Governativo della Trasparenza.

I fatti hanno ancora …. ebbene, lo sapete (1 agosto 2014)

agosto 1, 2014

 

Aug 1 10:38 am

Facts Still Have, Well, You Know

The Columbia Journalism Review has more about Stephen Moore’s fact-challenged attempt to demonstrate the virtues of tax cuts, which I wrote about the other day. We learn a bit more about the story — the piece was published because Moore demanded the opportunity to reply to my column about Kansas — which makes it even funnier and more remarkable that he couldn’t be bothered to get the numbers right. Also, my favorite line from the piece:

The original version published in Investor’s Business Daily remains uncorrected as of this writing. (IBD, which identifies Moore as part of its “brain trust,” did not respond to a request for comment.)

There’s more: Moore evidently did not admit error gracefully, instead engaging in a “snippy” exchange in which he protested a column highlighting his errors. And when he did sort of correct what he wrote, he did so not by presenting data over the period he originally claimed to be covering, but by shifting from five-year comparisons to comparisons of job growth since 1990, which (surprise!) do show higher growth in low-tax states.

What strikes me here, again, is the laziness and sloppiness. State job numbers aren’t hard to look up, but apparently that was too much work. Beyond that, it’s obvious that Moore simply doesn’t expect anyone ever to check his facts.

For what it’s worth, I know that there are lots of people gunning for me, and I also work for a publication that takes corrections very seriously — they have to appear in print, in a subsequent column, as well as being appended to the original online. So I supply fact-checking material with every article; these days most of that material is at the links you can see in the online version.

Let me also say that the people who published the piece appear to have been extremely naive. Again, from CJR:

Of course, both Pepper and Brownlee were republishing a piece that had appeared elsewhere first—it was in IBD before the Star—and therefore should have been factchecked already.

“You assume Heritage has edited these pieces too,” Pepper says. “But, lesson learned. There will be no future Heritage pieces published that don’t get thorough factchecking.”

Heritage, factchecking? That is really, really funny.

 

I fatti hanno ancora …. ebbene, lo sapete [1]

La Columbia Journalism Review ritorna sul tentativo di Stephen Moore di dimostrare, sfidando l’evidenza, le virtù degli sgravi fiscali, sulla quale ho scritto l’altro giorno. Apprendiamo qualcosa in più sulla storia – l’articolo era stato pubblicato perché Moore aveva richiesto l’opportunità di una replica a quello apparso sulla mia rubrica a proposito del Kansas – il che rende anche più divertente e rimarchevole il fatto che non potesse preoccuparsi di ottenere i dati corretti. Inoltre, la frase che preferisco dell’articolo in questione:

“La versione originale pubblicata su ‘Investor’s Business Daily’ resta non corretta, come quella di questo scritto (IBD, che identifica Moore come componente del suo ‘gruppo di esperti’, non risponde ad una richiesta di commento).”

C’è di più: Moore evidentemente non ha ammesso di buon animo l’errore, impegnandosi piuttosto in un brusco scambio nel quale si è lamentato dell’articolo che metteva in evidenza i suoi errori. E quando ha fatto una specie di correzione di quello che aveva scritto, lo ha fatto non presentando i dati sul periodo al quale all’origine aveva sostenuto di riferirsi, ma spostandosi dai confronti sui quinquenni a quelli sulla crescita dei posti di lavoro a partire dal 1990, i quali (sorpresa!) mostrano davvero una crescita più alta negli Stati con le tasse minori.

Quello che in questo caso mi stupisce, ancora una volta, è la pigrizia e la sciatteria. I dati sui posti di lavoro negli Stati non sono difficili da consultare, ma sembra che ci volesse molto lavoro. Oltre a ciò, è evidente che Moore semplicemente non si aspetta che gli altri controllino i suoi dati.

Per quel che vale, io so che ci sono molte persone che mi danno la caccia, e inoltre lavoro per una pubblicazione che consideri le correzioni molto seriamente – nell’articolo successivo, esse devono apparire pubblicate, come se fossero aggiunte all’originale on-line. Dunque, offro con ogni articolo materiale verificabile quanto ai dati; oggi gran parte di quel materiale è nei collegamenti che si possono vedere nella versione on-line.

Lasciatemi anche dire che le persone che hanno pubblicato il pezzo sembrano essere estremamente ingenue. Ancora, dalla Columbia Journalism Review:

“Naturalmente, sia Pepper che Brownlee stavano ripubblicando un articolo che era già apparso altrove una prima volta – era stato sull’Investor’s Business Daily prima che sullo Star – e di conseguenza avrebbe dovuto essere già verificato nei dati.

‘Si consideri’ – dice Pepper – ‘ che anche Heritage aveva già pubblicato questi articoli. Comunque, lezione imparata. Non saranno più pubblicati in futuro articoli provenienti dall’Heritage che non subiscono uno scrupoloso controllo sui dati’”.

Controllo sui dati di Heritage? Questa è davvero, proprio buffa.

 

 

[1] La frase intera che Krugman frequentemente adopera è che “i fatti hanno una tendenza di sinistra”.

I falchi se ne stiano alla larga (1 agosto 2014)

agosto 1, 2014

 

Aug 1 10:17 am

Hawks Be Gone

The inflation hawks went on another mini-rampage yesterday, after the latex number on the employment cost index came in above expectations. Inflation is here!!!!

Or, not. Core inflation remains low:

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And if you look at multiple series on wages, as you should, it’s clear that wage growth remains far below pre-crisis levels, with at most a slight uptick:

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There is simply no case in the data for tightening now.

One more thing: given that the measured unemployment rate is 6.2, inflation expectations appear to be stable, and wage growth still very low, there is nothing in the picture to support claims that there has been a large increase in structural unemployment.

 

I falchi se ne stiano alla larga

Ieri i falchi dell’inflazione sono tornati in piccolo ad infuriarsi, dopo l’arrivo degli ultimi dati sull’indice del costo del lavoro superiori alle aspettative. E’ arrivata l’inflazione !!!!!

O magari no. Perché l’inflazione sostanziale resta bassa:

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E se si guarda, come si dovrebbe, alle varie serie relative ai salari, è chiaro che la crescita dei salari resta assai al di sotto dei livelli precedenti alla crisi, al massimo con una leggera crescita:

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Semplicemente, non c’è niente nei dati per allarmarsi in questo momento.

Una cosa ancora: dato che il tasso della disoccupazione accertata è al 6,2, che le aspettative di inflazione appaiono stabili e che la crescita salariale è ancora molto bassa, non c’è niente in questo quadro che sostenga la pretesa che ci sia stata una ampia crescita della disoccupazione strutturale.

Competenza inutile (30 luglio 2014)

luglio 30, 2014

 

Jul 30 2:05 pm

Useless Expertise

Justin Wolfers calls our attention to the latest IGM survey of economic experts, which revisits the question of the efficacy of fiscal stimulus. IGM has been trying to pose regular questions to a more or less balanced panel of well-regarded economists, so as to establish where a consensus of opinion more or less exists. And when it comes to stimulus, the consensus is fairly overwhelming: by 36 to 1, those responding believe that the ARRA reduced unemployment, and by 25 to 2 they believe that it was beneficial.

This is, if you think about it, very depressing.

Wolfers is encouraged by the degree of consensus — economics as a discipline is not as quarrelsome as its reputation. But I think about policy and political discourse, and note that policy has been dominated by pro-austerity views while stimulus has become a dirty word in politics.

What this says is that in practical terms the professional consensus doesn’t matter. Alberto Alesina may be literally the odd man out, the only member of the panel who doesn’t believe that the fiscal multiplier is positive — but back when key decisions were being made, it was “Alesina’s hour” in Europe and among Republicans.

You might want to say that the professional consensus was rejected because it didn’t work. But actually it did. Mainstream macroeconomics made some predictions — deficits wouldn’t drive up interest rates in a depressed economy, “fiat money” wouldn’t be inflationary, austerity would lead to economic contraction — that drew widespread scorn; Stephen Moore at the WSJ (which was predicting soaring rates and inflation) dismissed “fancy theories” that “defy common sense.” The fancy theorists were, of course, right — but nobody who rejected the consensus has changed his mind. Oh, and Moore became the chief economist at Heritage.

So, two thoughts. One is a point I think I’ve made before. You fairly often hear people describe the very poor track record of policy since 2008 as an indictment of economists, who clearly didn’t have the right answers. But actually mainstream macro has a pretty decent track record since 2008 — the problem was that what it said about policy was disregarded by the policymakers, who went with what they wanted to believe.

The other is that you have to wonder what good we’re all doing. If policymakers ignore professional consensus, and if views about how the world works are completely insensitive to evidence and results, does knowledge matter. If a tree falls in the academic forest, but nobody in Brussels or Washington hears it, did it make a sound?

 

Competenza inutile

Justin Wolfers richiama la nostra attenzione sull’ultimo sondaggio di esperti economici da parte di Initiative on Global Markets [1], che torna sul tema della efficacia delle misure di sostegno tramite la spesa pubblica (della Amministrazione Obama). IGM cerca di porre regolarmente domande ad un gruppo più o meno equilibrato di economisti stimati, in modo da stabilire in quali casi esista un consenso di opinioni maggiore o minore. E quando si arriva allo ‘stimolo’, il consenso è abbastanza schiacciante: in un rapporto di 36 ad 1 gli intervistati credono che la Legge sulla Ripresa e i nuovi investimenti in America abbia ridotto la disoccupazione, e 25 di loro contro 2 credono che essa sia stata utile.

Se ci pensate, si tratta di una cosa molto deprimente.

Wolfers è incoraggiato dalla misura del consenso – la disciplina economica non è così litigiosa quanto la sua reputazione. Ma io penso alla politica ed al dibattito politico, ed osservo che la politica è stata dominata dai punti di vista favorevoli all’austerità, mentre in politica lo ‘stimolo’ è diventato una parola impronunciabile.

Questo ci dice che in termini pratici, il consenso professionale non conta. Alberto Alesina può essere letteralmente l’eccentrico che se ne sta ai margini, è l’unico membro del gruppo che non crede che il moltiplicatore [2] della spesa pubblica sia positivo – ma quando furono prese le decisioni fondamentali nel passato, quello fu “il momento di Alesina”, in Europa e tra i repubblicani (americani).

Potreste essere tentati di dire che il consenso professionale venne respinto perché non funzionava, alla prova dei fatti. Ma per la verità funzionava. La macroeconomia prevalente aveva stabilito alcune previsioni – in una economia depressa i deficit non avrebbero spinto in alto i tassi di interesse, stampare moneta non sarebbe stato inflazionistico, l’austerità avrebbe condotto alla contrazione dell’economia – che furono accolte con un generale disprezzo; Stephen Moore sul Wall Street Journal (che stava prevedendo tassi ed inflazione alle stelle) le liquidò come “teorie fantasiose” che “sfidano il senso comune”. Naturalmente, le teorie fantasiose erano giuste – ma nessuno che respinse quel consenso ha cambiato il suo modo di pensare. Per non dire che Moore divenne capo economista della Fondazione Heritage.

Cosicché, due pensieri. Uno è un argomento che ho avanzato in precedenza. Abbastanza spesso si sentono individui descrivere le prestazioni della politica a partire dal 2008 come una accusa verso gli economisti, che evidentemente non avevano le risposte giuste. Ma in verità, la macroeconomia prevalente ha avuto una prestazione piuttosto apprezzabile a partire dal 2008 – il problema è stato che quello che essa affermò in materia di politica economica non è stato preso in considerazione dagli operatori politici, che sono andati dietro a quello che volevano credere.

Il secondo pensiero è che ci si deve chiedere quanto bene essi, tutti assieme, stiano facendo. Se gli operatori politici ignorano il consenso professionale, e se i punti di vista su come il mondo funziona sono completamente insensibili alla prove ed ai risultati, quanto conta la conoscenza? Se nella foresta accademica casca un albero, ma nessuno lo sente a Bruxelles o a Washington, ha davvero fatto rumore?

 

 

[1] E’ lo stesso tema dell’articolo sul New York Times del 31 luglio.

[2] Per il concetto di “multiplier” vedi le note sulla traduzione.

Un unico centro di pagamento nascosto (dal blog di Krugman, 30 luglio 2014)

luglio 30, 2014

 

Jul 30 11:56 am

Stealth Single Payer

The Kaiser Family Foundation has a new survey (pdf) on Obamacare in California, and it’s full of remarkably good news. For those who haven’t been following this, CA — with its now-dominant Democratic Party — is where Obamacare was implemented the way it was supposed to be implemented: the website worked pretty well from the beginning, Medicaid expansion was implemented, and the state worked hard on outreach. It was also a place that really needed reform: the uninsured were a high percentage of the population, and an individual market without community rating meant that the mere hint of a preexisting condition was enough to prevent coverage.

So it now appears that most of California’s uninsured — 58 percent of the total, or well over 60 percent of those eligible (because undocumented immigrants aren’t covered) have gained insurance in the first year. Considering the complexity of the scheme, that’s really impressive, and it strongly suggests that next year, once those who missed out have had a chance to learn via word of mouth, California will have gotten much of the way toward universal coverage for legal residents.

But there’s something else the Kaiser report drives home: most of those gaining coverage are doing so not via the exchanges (although those are important too) but via Medicaid. And that’s important as an answer to critics of Obamacare from the left.

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There have always been critics complaining that what we really should have is single-payer, and angry that subsidies were being funneled through the insurance companies. And in principle they’re right; the trouble was that cutting the insurers out of the loop would have made the plan politically impossible, both because of the industry’s power and because of the unwillingness of people with good coverage to take a leap into a completely new system. So we got this awkward public-private hybrid, which I supported because it was what we could get and despite its impurity it dramatically improves many people’s lives.

But it turns out that many of the newly insured are in fact being covered under a single-payer system — Medicaid. And as I’ve pointed out before,

Medicaid is actually the piece of the US system that looks most like European health systems, which cost far less than ours while delivering comparable results.

All in all, liberals really should be celebrating. California shows how Obamacare can and should work, and it’s looking pretty good.

 

Un unico centro di pagamento nascosto

La Fondazione Famiglia Kaiser ha un nuovo sondaggio (disponibile in pdf) sulla riforma sanitaria di Obama in California, ed è pieno di rilevanti buone notizie. Per coloro che non stanno seguendo questa tematica, la California – con il suo oggi dominante Partito Democratico – è il posto dove la riforma sanitaria di Obama è stata messa in atto come si supponeva che dovesse: il sito web (relativo alle iscrizioni) ha funzionato abbastanza bene sin dagli inizi, l’espansione di Medicaid è stata attuata, e lo Stato ha lavorato con impegno nel coinvolgimento sociale. Era anche il posto che davvero aveva bisogno della riforma: i non assicurati erano una percentuale elevata della popolazione, ed un mercato individuale privo di una valutazione del rischio a livello di comunità significava che un mero accenno di preesistenti patologie era sufficiente ad impedire la copertura assicurativa [1].

Dunque, ora si constata che la maggioranza dei non assicurati della California – il 58 per cento del totale, ovvero ben più del 60 per cento degli aventi diritto (perché gli immigranti senza cittadinanza non sono coperti) si sono procurati sin dal primo anno l’assicurazione. Considerando la complessità del meccanismo, che è davvero impressionante, ciò indica con forza che il prossimo anno, una volta che coloro che sono rimasti esclusi avranno avuto la possibilità di comprendere le cose, leggendole o sentendole raccontare, la California avrà fatto gran parte della strada verso la copertura universale dei residenti legali.

Ma c’è qualcos’altro che il rapporto Kaiser fa ben capire: gran parte di coloro che ottengono l’assicurazione lo fanno non attraverso le ‘borse sanitarie’ [2] (sebbene anch’esse siano importanti), ma attraverso Medicaid. E ciò costituisce una risposta importante ai critici di sinistra della riforma della assistenza di Obama.

z 74

 

 

 

 

 

 

 

[3]

Ci sono sempre stati critici che si lamentavano che avremmo dovuto avere un unico centro di pagamenti, e che erano arrabbiati perché i sussidi venivano incanalati attraverso le società assicurative. E in via di principio, avevano ragione; il guaio era che mettere gli assicuratori fuori dal giro avrebbe reso il programma politicamente impossibile, sia per il potere del settore assicurativo, sia per l’indisponibilità delle persone che disponevano di una buona assistenza a fare un salto in un sistema completamente nuovo. Abbiamo dunque avuto questo sgraziato ibrido pubblico-privato, che io ho sostenuto perché era quello che potevamo ottenere e, nonostante la sua impurità, migliora in modo spettacolare la vita di molte persone.

Ma si scopre che molti dei nuovi assicurati vengono di fatto assistiti sotto un sistema con un unico centro di pagamenti – Medicaid. E, come avevo messo in evidenza in precedenza [4]:

“Medicaid è in realtà il pezzo del sistema statunitense che assomiglia maggiormente ai sistemi sanitari europei, che costano molto meno del nostro e ottengono risultati paragonabili.”

In conclusione i progressisti dovrebbero per davvero festeggiare. La California mostra che la riforma della assistenza sanitaria di Obama può e dovrebbe funzionare, e questa sembra un’ottima cosa.

 

 

[1] Per “community rating” si intende una valutazione del rischio assicurativo – in questo caso della possibilità media di ammalarsi e di aver bisogno di cure sanitarie – che viene condotta al livello di una intera area geografica o comunità. Con una valutazione di quel genere, che oggi in pratica è imposta dalla legge di riforma, i costi assicurativi calcolati nella definizione delle polizze si distribuiscono per tutta la popolazione, e vige dunque il principio di una sorta di solidarietà tra i più cagionevoli di salute ed anziani, ed i meno cagionevoli e giovani. Ma prima della riforma, l’equilibrio dei costi (a prescindere dai sovraprofitti …) veniva semplicemente messo a carico dei più deboli ed ammalati, e il costo della assicurazione veniva definito sulla base delle patologie preesistenti degli assicurati. Di conseguenza, molti non si assicuravano.

[2] Ovvero, i luoghi – prevalentemente informatici – introdotti dalla riforma, nei quali è possibile comparare le proposte dei vari pacchetti assicurativi, comprendere i meccanismi della riforma, le possibilità di ottenere sussidi etc.

[3] La tabella mostra, che coloro che restano non assicurati (il 42%) si dividono in un 29% di non assicurati che hanno tuttavia diritto ad iscriversi, ed in un 13% che non sono assicurati perché non hanno residenza regolare negli USA. Invece, ben il 25% dei nuovi assicurati sono stati inclusi nel programma Medicaid (a seguito della sua espansione, ovvero dell’ampliamento dei requisiti minimi di reddito di quel programma statale, che riguarda la popolazione povera o con bassi redditi); il 9% – se ben capisco – sono stati coperti da una integrazione di una programma statale californiano; il 12% sono stati coperti da assicurazioni favorite dai datori di lavoro. Gli altri gruppi minori sono meno definibili.

[4] Vedi il post di Krugman del 10 gennaio 2014, tradotto in questo blog.

Inflazione da “disordine ossessivo-compulsivo” (28 luglio 2014)

luglio 28, 2014

 

Jul 28 8:43 pm

Inflation OCD

Brad DeLong does yeoman work in tracking down a veritable host of right-wing proclamations over the past five years that high inflation is just around the corner, or maybe has already landed but the feds are hiding it in Area 51. But I think he falls short in analyzing the phenomenon, trying to attribute it to bad models or just finding it incomprehensible.

Clearly, there’s something deeper at work here. After all, clinging to beliefs that have been wrong, wrong, wrong for so long — beliefs that would have cost you money if you acted on them — and remember, Eric Cantor, the lost white knight of the reformicons, did in fact do just that — shows that there is some underlying reason those beliefs are a necessary part of the right-wing identity.

What has to be going on is that the general hatred of government activism, the constant complaint that bureaucrats are taking away your hard-earned wealth and giving it to moochers and looters, carries with it an overwhelming need to see fiat money as theft. Even alleged moderate Republicans do it. It’s a form of obsessive-compulsive political disorder, and not susceptible to rational argument.

And this in turn means that the market monetarists have a hopeless task. James Pethokoukis writes about the weird obsession of his political teammates with inflation; he needs to ask why that obsession persists, in fact has gotten stronger, after five years of utter empirical failure.

As I’ve said before, there are two topics on which, in my experience, conservatives become completely unhinged, red-in-the-face angry and screaming. One is health care, where the possibility of a successful government-backed program is unacceptable despite the fact that everyone, even America for its seniors, does it, and the other is monetary policy. It’s time to stop pretending that these are rational discussions, and start looking for the roots of the compulsion.

 

Inflazione da “disordine ossessivo-compulsivo” [1]

Brad DeLong ha compiuto un lavoro improbo [2] nel rintracciare un mucchio davvero rilevante di proclami della destra nei cinque anni passati, secondo i quali l’inflazione era proprio dietro l’angolo, o forse era già atterrata, ma i “federali” la stavano nascondendo in qualche “Area 51”. Ma penso che egli difetti nell’analizzare il fenomeno, cercando di attribuirlo a pessimi modelli, o trovandolo semplicemente incomprensibile.

Chiaramente, in questo caso c’è qualcosa di più profondo all’opera. Dopo tutto, aggrapparsi a convinzioni che sono state per tanto tempo così sbagliate ed ancora sbagliate – convinzioni che vi sarebbero costate soldi se aveste agito di conseguenza ad esse – dimostra che c’è una ragione implicita in queste convinzioni, che è una parte necessaria dell’identità della destra.

Quello che deve star accadendo è che il disprezzo generale per l’attività pubblica, la lamentela costante che i burocrati vi stanno togliendo la vostra faticata ricchezza per darla ai profittatori ed ai parassiti, si accompagna ad un bisogno generale di considerare l’emissione di denaro come un furto. Persino i repubblicani che si suppongono moderati ragionano così. E’ una forma di disordine ossessivo-compulsivo di natura politica, e non è suscettibile di argomentazione razionale.

E questo a sua volta significa che i monetaristi di mercato hanno un compito senza speranza. James Pethokoukis scrive a proposito della strana ossessione dei suoi colleghi per l’inflazione; deve chiedersi perché l’ossessione persista, di fatto è diventata più forte, dopo cinque anni di completi fallimenti nella pratica.

Come ho detto in passato, ci sono due temi sui quali, per la mia esperienza, i conservatori escono completamente di senno, diventano rossi dalla rabbia e strillano. Il primo è la riforma sanitaria, dove la possibilità di un programma di successo sostenuto dal governo è inaccettabile, nonostante il fatto che ognuno lo faccia, persino in America nel caso degli anziani, e l’altro è la politica monetaria. E’ tempo si smetterla di fingere che queste siano discussioni razionali, e cominciare a considerare le origini della compulsione.

 

 

[1] OCD è l’acronimo di “obsessive-compulsive disorder”.

[2] Traduco così, in questo caso, il termine “yeoman”, che originariamente si riferiva ai proprietari terrieri britannici, alcuni dei quali poi trasferitisi nel corpo delle “Guardie Reali” (che erano, dunque, un corpo volontario). Suppongo esprima un attività meritevole, laboriosa, servizievole.

Circoli di influenza (28 luglio 2014)

luglio 28, 2014

 

Jul 28 9:06 pm

Circles of Influence

Thomas Palley is upset with what I said about wages in a depressed economy, not because we disagree on the substance — we don’t — but because he thinks I gave him and those in his camp short shrift. I plead innocent, but there is a larger issue on which he does have a case.

What I chided him for in my post was not for coming in late — I never said he did — but for claiming that mainstream economists were too hidebound to see the obvious. If you read what I was reacting to, it was his claim that mainstreamers like me were looking in all the wrong places for an explanation of continuing slow inflation despite high unemployment; jn fact, as I pointed out, people like me have been trying to explain the phenomenon using pretty much the same argument he claims is a radical departure.

So this wasn’t about intellectual priority — it was about refuting a claim of ideological blindness.

Now, Palley says that he was there first; and while I guess I thought Tobin laid out the basics 40 years ago, I’m willing to accept that Palley was somewhat ahead of the curve. And it’s also very much true that even those like me who are sympathetic to the general approach think of it as an arc from Tobin to Akerlof-Dickens-Perry to Daly and Hobijn, missing the heterodox economists who have thought about the same issues.

Fair enough. And modern academic economics is very much an interlocking set of old-boy networks; to some extent this has become even more true since the decline of the journals, with most discourse taking place via working papers long before formal publication. I used to refer to the international trade circuit as the floating crap game — the same 30 or 40 people meeting in conferences all over the world, reading and citing each others’ work; it’s the same in each sub-field. And to some extent it’s inevitable: there’s so much stuff out there, and you have to filter somehow, so you mainly read stuff by people you know and people they tell you are worth reading.

But it’s also true that this is a tendency one ought to lean against. One of my principles for research has always been “Listen to the Gentiles“. If we’re finding good stuff in Minsky, this is a sign that mainstream economists haven’t paid enough attention outside the crap game. And of course the discovery that freshwater economists were completely unaware of the Keynesian revival was a reminder that this can happen even to people with fancy credentials.

On the other hand, if you want the mainstream guys to listen to you, you probably shouldn’t accuse them of being denser and more rigid than they really are.

So how about some more open-mindedness all around?

 

Circoli di influenza

Thomas Palley è disturbato da quello che ho detto sui salari in una economia depressa, non perché non si sia d’accordo sulla sostanza – siamo d’accordo – ma perché pensa che io abbia dato a lui e a quelli del suo campo poca considerazione. Mi dichiaro innocente, ma c’è un tema più vasto sul quale egli ha di certo un argomento.

Quello che io avevo rimproverato nel mio post non era di essere arrivato in ritardo – non l’ho mai detto nei suoi confronti – ma di aver sostenuto che gli economisti dell’orientamento principale erano di mentalità troppo ristretta per accorgersi di ciò che era evidente. Se si legge ciò a cui reagivo, era la pretesa che i cosiddetti economisti alla moda come il sottoscritto stessero guardando in tutti i posti sbagliati per una spiegazione della perdurante bassa inflazione, nonostante l’elevata disoccupazione; di fatto, come sottolineavo, le persone come il sottoscritto stanno cercando di spiegare il fenomeno utilizzando grosso modo lo stesso argomento che egli sostiene essere di derivazione radicale.

Dunque, non era una questione di proprietà intellettuale – riguardava la confutazione dell’argomento della presunta cecità intellettuale.

Ora, Palley sostiene che egli c’era arrivato per primo; e mentre io suppongo che Tobin avesse posto le basi 40 anni orsono, sono disponibile ad accettare la tesi che in qualche modo Palley era più avanti su quella strada. Ed è anche molto vero che persino coloro come me che sono in sintonia con la generale linea di pensiero che corre come un arco da Tobin a Akerlof-Dickens-Perry, a Daly e Hobijn, abbiano trascurato gli economisti eterodossi che hanno riflettuto sugli stessi temi.

Sta bene. E la moderna economia accademica è davvero molto un luogo di reti che si intrecciano tra vecchi colleghi di università; in un certo senso questo è diventato anche più vero dal momento del declino delle riviste, con gran parte del dibattito che avviene attraverso bozze di studi, molto prima della loro formale pubblicazione. Ero solito riferirmi al circuito degli studi sul commercio internazionale come al “gioco delle merde che galleggiano” [1] – le solite 30 o 40 persone che si incontrano in conferenze in tutto il mondo, leggendo e citando gli uni i lavori degli altri; e lo stesso è in ogni sotto settore. E in qualche misura è inevitabile: ci sono molte cose in circolazione e in qualche modo si devono filtrare, cosicché si leggono soprattutto cose di persone che si conoscono e di persone che vi dicono che vale la pena di leggervi.

Ma è anche vero che questa è una tendenza alla quale uno dovrebbe appoggiarsi [2]. Uno dei miei principi di ricerca è sempre stato “Ascolta i Gentili”. Se troviamo cose buone in Minsky, questo è un segno che non abbiamo posto abbastanza attenzione fuori dal “gioco delle merde galleggianti”. E naturalmente la scoperta che gli economisti dell’acqua dolce [3] erano completamente inconsapevoli del ritorno del keynesismo è stata la conferma che sono cose che possono accadere anche a persone con credenziali attraenti.

D’altra parte, se volete che i soggetti della corrente prevalente vi ascoltino, probabilmente non dovreste accusarli di essere più ottusi e più rigidi di quello che sono.

Come fare, dunque, per avere un po’ dappertutto vedute più aperte?

 

 

[1] E’ un po’ letterale, ma non vedo alternative. C’è un vecchio ‘forum’ del 2007 su WordReference.com che alla fine porta a quella traduzione obbligata. L’idea è forse attenuata dal fatto che il gioco consiste nel casuale incontrarsi e scontrarsi dei soliti elementi galleggianti nello stesso piccolo specchio acqueo. Ma gli elementi sono quelli.

[2] Il senso più logico parrebbe quello di “resistere, opporsi”, ma “to lean against” lo trovo solo nel significato di “appoggiarsi”. A meno che nel testo non si sia persa una negazione.

[3] Per “freshwater and saltwater economists” vedi le note sulla traduzione.

Come sta andando la California? (23 luglio 2014)

luglio 23, 2014

 

Jul 23 12:27 pm

How’s California Doing?

The states, said Louis Brandeis, are the laboratories of democracy — although that may not work as well as it used to now that the “I’m not a scientist” wing has taken complete control of the GOP. Still, state experiences can tell the rest of us something. There’s been a lot of talk lately about how the great Kansas tax-cut experiment is doing, namely very badly. But what about the anti-Kansas — California? It’s a state with a Democratic supermajority. Its policies aren’t left-wing in the way Kansas’s are right-wing, but it’s enough of a liberal agenda to have the right frothing at the mouth. So how is it going?

I wrote about the California comeback more than a year ago, to much vitriolic scorn from the usual suspects. But how’s it going now?

Well, David Cay Johnston tells us that job growth remains fast despite predictions of doom from tax hikes. I found myself wondering, however, whether this was just bounceback from an especially severe slump — after all, California was a major housing bubble state, suffered for it, and you would expect a period of relatively fast growth thereafter even if overall performance was lagging the nation.

If you look at the numbers, however, what you see is that while fast job growth has indeed largely reflected recovery from an especially deep slump, at this point California’s performance (blue) since the Great Recession began has fully matched that of the nation (red); that is, there is no sign of growth being hurt by liberal policies or whatever:

z 66

 

 

 

 

 

 

 

Meanwhile, the budget is in good shape, with room for some much-needed spending increases.

Oh, and California — which enthusiastically went about implementing health reform — appears to have cut the number of uninsured by half in the first year of Obamacare.

Is it a miracle? No — or at any rate not unless you consider any deviation from supply-side predictions miraculous. But it’s looking like a pretty solid record.

 

Come sta andando la California?

Gli Stati, disse Louis Brandeis, sono dei laboratori della democrazia – sebbene questo può non funzionare bene come un tempo, ora che l’ala del “io non sono uno scienziato” ha preso completo controllo del Partito Repubblicano. Eppure, le esperienze statali possono dire qualcosa a tutti noi. C’è stata una grande discussione di recente su come il grande esperimento degli sgravi fiscali del Kansas sta andando, ad esser precisi malissimo. Ma cosa dire dell’anti-Kansas, la California? E’ uno Stato con una super maggioranza democratica. Le sue politiche non sono di sinistra nello stesso modo nel quale quelle del Kansas sono di destra, ma fanno sufficientemente parte di un programma liberal da non provocare irritazione [1]. Dunque, cosa sta succedendo?

Io scrissi di un ritorno della California più di un anno fa, provocando reazioni al vetriolo dai soliti noti. Ma cosa sta accadendo adesso?

Ebbene, David Cay Johnston ci racconta che la crescita dei posti di lavoro resta veloce, nonostante le previsioni di sciagura per i rialzi delle tasse. Mi sono chiesto, tuttavia, se si trattava proprio di un recupero da una recessione particolarmente grave – dopo tutto, la California fu un importante Stato con una bolla immobiliare, ne pagò il prezzo, e vi sareste aspettati un periodo di crescita relativamente veloce anche se la prestazione in generale restava indietro rispetto alla nazione.

Se guardate ai dati, tuttavia, quello che osservate è che mentre una rapida crescita dei posti di lavoro ha in effetti largamente riflettuto una ripresa da una recessione particolarmente profonda, a questo punto la prestazione della California (linea blu) a partire dalla Grande Recessione ha cominciato ad eguagliare pienamente quella della nazione (linea rossa); cioè, non c’è segno che la crescita sia in qualche modo colpita dalle politiche liberal:

z 66

 

 

 

 

 

 

 

Nel frattempo, le condizioni del bilancio sono buone, c’è spazio per qualche indispensabile incremento di spesa.

Inoltre la California – che si era comportata con entusiasmo nel mettere in atto la riforma sanitaria – sembra aver tagliato della metà il numero dei non assicurati nel primo anno della riforma di Obama.

E’ un miracolo? No – in ogni caso no, se non considerate ogni deviazione dalle previsioni dal lato dell’offerta come miracolose. Eppure sembra un primato piuttosto solido.

 

 

[1] “Froth in the mouth” significa “avere la schiuma alla bocca”, ma avere “la giusta schiuma” alla bocca  è un po’ intraducibile, se non nel senso di non adirarsi troppo.

I “senza sbocco” del disastro del debito (22 luglio 2014)

luglio 22, 2014

 

Jul 22 4:33 pm

Debt Disaster Dead-Enders

I got some correspondence from people telling me to read Rob Portman’s op-ed in the WSJ, intended to refute the growing evidence that the budget deficit has been grossly overrated as an issue. And it is an interesting piece — it’s a very good illustration both of the desperate desire to see a debt crisis, and what happens when someone (Portman, or more likely the staffer who wrote it) tries to be a Very Serious Person without actually understanding the numbers or having followed any of the analysis.

One thing you need to know is that none of Portman’s numbers refer to the CBO‘s baseline scenario; instead they refer to a much more pessimistic alternate scenario. That’s something he should have shared with readers.

And what you should know about that alternate scenario is that well over half of the projected spending rise he complains about has nothing to do with entitlements; it’s about rising interest payments, because the alternate scenario both assumes that spending will be higher and revenue lower than in the baseline, and that nothing will be done to remedy this situation, so that debt grows without limit. Oh, and those interest payments greatly overstate the real burden of debt in a growing economy with inflation.

But the main thing that struck me was the policy recommendations, written as if he knows nothing about the ongoing discussion of these issues over the past decade and more.

Portman wants us to raise the Medicare and Social Security ages. But raising the Medicare age doesn’t save money, and the Social Security age is already on an upward track to 67 — while life expectancy at age 65 has risen very little for the bottom half of workers.

He also wants means-testing. But Social Security is already de facto means-tested, with a very nonlinear relationship of benefits to wages; meanwhile, means-testing Medicare would actually cost money, because it would force people into more expensive private insurance. Oh, and if you’re worried about the incentive effects of higher taxes, means-testing is actually a big source of disincentives — the highest effective marginal tax rates in America are on lower-income workers who lose benefits as their earnings increase.

For sure we need serious efforts to control health-care costs — which we seem to be getting in Medicare, but face relentless Republican demagoguery.

Finally, whenever someone warns about the supposedly unsupportable costs of entitlements decades into the future, you should ask why, exactly, it’s urgent that we solve that conjectural future problem now — and why it has any bearing at all on current fiscal issues. Don’t say that it’s obvious; it isn’t, and in fact deficit scolds bob and weave when confronted with that question.

But the deficit scolds do love their looming disaster, and they love making tough proposals that someone always involve sacrifices by the little people.

 

I “senza sbocco” del disastro del debito

Ho avuto un po’ di corrispondenza con persone che mi dicono di leggere il commento di Rob Portman sul Wall Street Journal, che intende confutare le prove crescenti secondo le quali il deficit del bilancio era stato grandemente sopravvalutato come problema. E si tratta di un articolo interessante – una ottima illustrazione sia del desiderio disperato di assistere ad una crisi del debito, sia di quello che accade quando qualcuno (Portman, o più probabilmente il suo aiutante che lo ha scritto) cerca di essere una Persona Molto Seria senza in effetti comprendere le statistiche o essersi attenuto ad una qualunque analisi.

Una cosa che si deve sapere è che nessuno dei dati di Portman si riferisce allo scenario di partenza del Congressional Budget Office; si riferiscono invece ad uno scenario alternativo molto più pessimistico. Questo è un aspetto su cui egli avrebbe dovuto rendere partecipi i lettori.

E quello che si dovrebbe sapere su quello scenario alternativo è che ben più della metà della crescita prevista della spesa non ha niente a che fare con i diritti sociali; riguarda il rimborso crescente degli interessi, giacché lo scenario alternativo considera che la spesa sarà più alta e le entrate più basse del quadro di riferimento, e che niente verrà fatto per rimediare a questa situazione, cosicché il debito crescerebbe illimitatamente. Inoltre, quei pagamenti degli interessi sopravvalutano grandemente il reale peso del debito in un’economia che cresce con l’inflazione.

Ma la cosa principale che mi ha colpito sono state le raccomandazioni politiche, scritte come se egli fosse completamente all’oscuro del dibattito su questi temi nel corso del passato decennio e più ancora.

Portman vuole innalzare l’età di accesso a Medicare ed alla Previdenza Sociale [1]. Ma alzare l’età per Medicare non fa risparmiare denaro [2], e la Previdenza Sociale è già su una strada in salita verso i 67 anni – mentre l’aspettativa di vita a 65 anni è cresciuta molto poco per la metà dai lavoratori con redditi minori [3].

Vuole anche estendere i programmi che si basano sulla verifica delle condizioni di reddito degli utenti. Ma la Previdenza Sociale è già nei fatti un programma del genere, con una relazione davvero non lineare tra i sussidi ed i salari; mentre introdurre il controllo dei redditi su Medicare in verità costerebbe soldi, perché costringerebbe le persone ad assicurazioni private più costose. Inoltre, se siete preoccupati sugli effetti di incentivazione delle tasse più elevate, il controllo dei redditi è in effetti una grande fonte di disincentivazione – le più alte aliquote fiscali marginali in vigore in America sono sui lavoratori con i redditi più bassi, che perdono i sussidi al momento in cui incrementano le retribuzioni.

Di sicuro abbiamo bisogno di seri sforzi per controllare i costi della assistenza sanitaria – la qualcosa pare la stiamo ottenendo nel caso di Medicare, ma deve fare i conti con l’inarrestabile demagogia dei repubblicani.

Infine, ogni qual volta qualcuno mette in guardia sui presunti insopportabili costi dei diritti sociali nei decenni futuri, dovreste chiedergli per quale motivo, esattamente, sarebbe urgente risolvere adesso ipotetici problemi futuri – e perché essi debbano avere un qualche peso sui temi della finanza pubblica attuali. Non dite che questo è evidente; non lo è, e di fatto gli allarmisti del deficit non sanno che pesci prendere quando sono messi dinanzi a tale domanda.

Ma gli allarmisti del deficit amano per davvero il loro disastro incombente, ed amano avanzare proposte dure che in qualche modo[4] includono sempre sacrifici per la povera gente.

 

 

[1] Traduciamo “Social Security” con “Previdenza Sociale”, perché in effetti si tratta del programma che si occupa delle pensioni assistite dal contributo pubblico. Vedi anche le note sulla traduzione.

[2] La spiegazione è fornita da un articolo in connessione del 25 ottobre 2013, sul blog “The incidental economist”, di Aaron Carrol ed Austin Frankt. In sostanza si tratta del fatto che l’espulsione di una quota di assistiti di Medicare non provoca altro che uno spostamento della spesa su Medicaid, ovvero sul programma per i redditi più bassi.

[3] E’ un tema che Krugman aveva toccato in precedenza. Ci sono due aspetti impliciti: il primo è che i mutamenti nella aspettativa di vita devono essere riferiti alla fascia di popolazione dai 65 anni in su, ovvero a quanto cambiano le aspettative di vita per gli ultrasessantacinquenni, ed ovviamente in quella fascia l’aspettativa cresce assai meno che da 0 anni in su, per effetto del crescente miglioramento delle condizioni sanitarie ed anche della sempre più ridotta mortalità neonatale. Il secondo aspetto, è che le aspettative di vita non mutano nello stesso modo per tutta la popolazione, e certo si modificano in modo minore per le persone che lavorano manualmente, con i redditi più bassi e con l’assistenza sanitaria peggiore.

[4] Suppongo sia un errore: “somehow” al posto di “someone”.

Dottrine asimmetriche (appena per esperti) (21 luglio 2014)

luglio 21, 2014

 

Jul 21 7:30 am

Asymmetrical Doctrines (Vaguely Wonkish)

Are Keynesians and market monetarists symmetric, both in their doctrines and in their political position? Nick Rowe says yes; Simon Wren-Lewis says no. Simon is right here, but in fact for more reasons than he gives.

This all started with me saying that the market monetarists have no resonance in the modern conservative movement. Nick says that this is equally true of “fiscalists”, who haven’t managed to get traction with governments, even leftish ones, either. What’s the difference?

As Simon says, one big difference is that people like me are eclectic, urging that multiple policy tools be brought to bear — and willing to accept second-best policies if that’s what is available. We’re all for quantitative easing, even if there are some doubts about its effectiveness, in a world where fiscal austerity is happening whether you like it or not. This is very different from the MM insistence that fiscal policy has no role, and that austerity has no effect because central banks (they claim) could offset it, whether or not they really do.

But there’s also a big difference in the intellectual roles of MM on the right and Keynes on the left.

Talk with Barack Obama, and you’ll find that he has a basically Keynesian view of the world. It may have wobbled a bit in the past, at times when he seemed to buy into the Confidence Fairy, but it’s still his basic outlook — and his aides are very much IS-LM macro types. True, they haven’t gone all out to push for fiscal expansion in the face of opposition (but remember the payroll tax cut), but that’s mainly a political judgement on their part. It’s not a fundamental difference in worldview from friendly economists.

Contrast this with Republican leaders, who get their macroeconomics from Hayek and Ayn Rand, and are clearly liquidationist; it’s not that they don’t take advice from MM, they’re actively hostile to its very concepts.

That’s what I mean when I say that MM is homeless, in a way that my tribe isn’t.

 

Dottrine asimmetriche (appena per esperti)

Sono simmetrici i keynesiani ed i monetaristi di mercato, nelle loro dottrine come nelle loro posizioni politiche? Nick Rowe dice di sì; Simon Wren-Lewis dice di no. In questo caso ha ragione Simon, ma di fatto per ragioni maggiori di quelle che presenta.

Tutto questo era partito dalla mia affermazione secondo la quale i monetaristi di mercato non hanno seguito nel movimento conservatore odierno. Rick dice che lo stesso è vero per i sostenitori della spesa pubblica, che non sono riusciti a portarsi dietro i Governi, neppure quelli di sinistra. Quale è la differenza?

Come dice Simon, una grande differenza è che le persone come me sono eclettiche, insistono sul fatto che debbono essere messi in funzione gli strumenti di una politica molteplice – e sono disponibile ad accettare politiche di seconda istanza, se esse sono quanto è disponibile. Siamo tutti a favore della ‘facilitazione quantitativa’ [1], anche se ci sono alcuni dubbi sulla sua efficacia, in un mondo nel quale, ci piaccia o no, l’austerità della finanza pubblica è in atto. E’ una posizione molto diversa rispetto alla insistenza dei monetaristi moderni secondo i quali la politica della spesa pubblica non ha alcun ruolo, e l’austerità non ha effetto perché le banche centrali (così sostengono) potrebbe bilanciarla, ammesso o no che lo facciano.

Ma c’è anche una grande differenza nei ruoli intellettuali del Monetarismo Moderno sulla destra e di Keynes sulla sinistra.

Se si parla con Barack Obama, si trova che egli ha una visione fondamentalmente keynesiana del mondo. Nel passato è possibile che abbia avuto qualche oscillazione, nei tempi nei quali sembrava credere nella Fata della Fiducia, ma quella è ancora la sua mentalità fondamentale – ed i suoi collaboratori sono in gran parte individui che si ispirano alla macroeconomia del modello IS-LM. E’ vero, costoro non si sono dati tutti da fare per spingere per una espansione della spesa pubblica di fronte all’opposizione (ma si ricordino gli sgravi fiscali sulle retribuzioni), ma quello è principalmente un giudizio politico a loro carico. Non è una differenza fondamentale nella visione del mondo rispetto agli economisti più vicini.

Si metta a confronto questo con i dirigenti repubblicani, che desumono la loro macroeconomia da Hayek e da Ayn Rand, e che sono fondamentalmente liquidazionisti [2]; il punto non è che essi non traggono spunti dal Monetarismo Moderno, essi sono attivamente ostili ai suoi concetti di fondo.

In questo senso io dico che il Monetarismo Moderno è senza casa, mentre io e la mia gente ne abbiamo una.

 

 

[1] Vedi “quantitative easing” alle note della Traduzione.

[2] Il termine suppongo si riferisca allo specifico ‘liquidazionismo’ che si presentò nel dibattito sulla crisi ai tempi della Grande Depressione. Probabilmente all’origine di quel termine ci furono alcune dichiarazioni nelle memorie del Presidente Hoover, che come noto fu travolto dalla crisi del ’29. Egli scrisse che vari suoi collaboratori, tra i quali il Segretario al Tesoro Mellon, lo consigliavano a fare in modo che “il Governo tenesse le sue mani fuori dalla crisi e lasciasse che essa si ‘liquidasse’ da sola”. Il termine, successivamente, venne riferito alle posizioni più elaborate di vari economisti della scuola ‘austriaca’ (Hayek, Schumpeter ma anche Lionel Robbins).

Ebbene, non abbiamo alcuna banana (21 luglio 2014)

luglio 21, 2014

 

Jul 21 7:54 am

Yes, We Have No Banana

Noah Smith has a funny piece on the hermetic system that is Austrian economics, with its multilayered defenses against any kind of criticism. What gets me in particular, because I’ve noticed it a lot lately, is this:

3. “Inflation” doesn’t mean “a rise in the general level of consumer prices,” it means “an increase in the monetary base”, so QE is inflation by definition.

So when Austrians were predicting runaway inflation, they didn’t actually mean consumer prices?

OK, you know that if the CPI had soared, they would have claimed vindication. But the main point is that nobody else cares about the monetary base, or at any rate they care about it only to the extent that it was presumed to say something about future rises in the CPI. Insisting that the term “inflation” means something else in your private language is just pathetic.

But maybe it would have helped, five or six years ago, to have pinned Austrian down on what they thought would happen to something else; following Alfred Kahn, they could have called a general rise in the CPI a banana. Were they predicting a banana? Of course they were. And they were wrong.

 

Ebbene, non abbiamo alcuna banana

Noah Smith ha un articolo divertente sul sistema ermetico che è l’economia austriaca, con le sue difese multistrato contro ogni genere di critica. Quello che in particolare mi convince, perché l’avevo notato molto tempo fa, è questo:

 

3. “Inflazione” non significa “una crescita nel livello generale dei prezzi al consumo”, significa “un incremento nella base monetaria”; cosicché la ‘facilitazione quantitativa’ è inflazione per definizione.

 

Dunque, quando gli ‘austriaci’ prevedevano una inflazione fuori controllo, in verità non intendevano i prezzi al consumo?

E’ vero, si sa che se l’indice dei prezzi al consumo fosse schizzato in alto, essi avrebbero sostenuto di aver avuto una convalida. Ma il punto principale è che nessun altro si cura della base monetaria, o in ogni caso loro se ne occupano solo nella misura i cui era previsto di dire qualcosa sui futuri incrementi dell’indice dei prezzi. Insistere che il termine “inflazione” significhi altro nel vostro linguaggio privato è solo patetico.

Ma forse sarebbe stato utile, cinque o sei anni fa, aver messo alle corde gli ‘austriaci’ su cosa pensavano sarebbe accaduto a qualcos’altro; sull’esempio di Alfred Kahn[1], essi avrebbero potuto chiamare una crescita dell’indice generale dei prezzi una ‘banana’. Avevano previsto una banana? Certo che l’avevano prevista. Ed avevano avuto torto.

 

 

[1] Alfred Kahn fu un architetto statunitense. Nella sua esistenza si occupò, nel senso che ne fu artefice importante, del processo di deregolamentazione del sistema dei trasporti americano, piuttosto invisa sia dai dirigenti delle imprese che dai sindacati. La deregolamentazione comportò forte competizione, miglioramenti cospicui nei prezzi (l’ascesa dei primi gruppi ‘lowcost’), ma anche varie crisi e fallimenti. Probabilmente sulla base della contrastata fama conseguita, ebbe successivamente, dal Presidente Carter, l’incarico di occuparsi del serio problema dell’inflazione – nel 1978 era balzata in alto dell’8 per cento – andando a ricoprire il difficile compito di Presidente del Consiglio per la Stabilità dei Salari e dei Prezzi. In pratica, fu probabilmente un tecnico ingegnoso e audace, al quale si chiedeva di far miracoli anche sulla spinosa questione del controllo dei prezzi. Da quello che comprendo si rese conto che si trattava di una missione improba, e il suo carattere non doveva essere incline alla moderazione (un suo amico disse che quella nomina era un po’ come “utilizzare un piromane nel lavoro di pompiere”). Alle prese con lo scivoloso linguaggio dell’economia (doveva chiamare quello che stava accadendo eufemisticamente una “recessione”, oppure come “una depressione molto seria”?), un giorno annunciò che, a scanso di ulteriori equivoci, l’avrebbe definita “una banana”. Il che gli provocò un pesante rimbrotto da parte del Presidente della United Fruit Company.

Ma così nacque la faccenda della banana, che ora Krugman resuscita contro gli economisti della cosiddetta scuola ‘austriaca’. Kahn, nella foto qua sotto, morì nel 2010, all’età di 93 anni.

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Tremendo, tremendo (20 luglio 2014)

luglio 20, 2014

 

Jul 20 8:06 pm

The Horror, The Horror

I happened to click on this John Mauldin post, in which he informs us that GDP is a Keynesian plot, and that without it Hayek would of course have won the macroeconomic debate. Oh, kay — but that’s not the horror. It’s this:

We have now made the Newt Gingrich and Niall Ferguson Strategic Investment Conference videos available. … This week, we are happy to provide even more material from this incredibly informative event. Newt Gingrich and Niall Ferguson were the two highest rated presenters at a conference packed with some of the finest economic and investment minds in the world.

Oh, boy.

 

Tremendo, tremendo

Mi è successo di cliccare su questo post di John Mauldin, nel quale egli ci informa che il PIL è un complotto keynesiano, e che senza di esso Hayek avrebbe ovviamente prevalso nel dibattito macroeconomico. E va bene così – ma non è questa la cosa tremenda. Si tratta di questo:

“Abbiamo ora disponibili i video della Conferenza sugli investimenti strategici di Newt Gingrich e Niall Ferguson …. Questa settimana, saremo lieti di fornire maggiore materiale da questo incredibile evento informativo. Newt Gingrich e Niall Ferguson sono stati i due maggiormente accreditati presentatori ad una conferenza gremita dei migliori cervelli dell’economia e degli investimenti nel mondo.” [1]

Oh, ragazzi.

 

 

[1] Newt Gingrich è un leader repubblicano dei decenni passati, che ebbe una certa fama per un primo esperimento di ostruzionismo che mise in atto contro Clinton. Niall Ferguson è uno storico, che ha scritto sui temi più svariati, che dopo la crisi del 2008 è stato oggetto di aspre critiche da parte di Krugman per le sue posizioni in materia di spesa pubblica e di politica monetaria, piuttosto rozzamente antikeynesiane, nonché per altri infortuni minori. Si può dire che Ferguson aveva ‘tendenzialmente’ una fama che è risultata piuttosto appannata da tali recenti prestazioni. La presenza ad un evento del genere dovrebbe essere indicativa di un suo spostamento definitivo su posizioni di destra.

Sempre inflazione, da qualche parte (19 luglio 2014)

luglio 19, 2014

 

Jul 19 5:07 pm

Always Inflation Somewhere

Whenever you point out that the hyperinflation the usual suspects have been predicting for the past 6 years hasn’t materialized, you get a rash of comments declaring that yes it has, the government is just lying about the statistics. One answer — aside from come on, how do you think that works? — is that independent measures, like the Billion Price Index, aren’t very different from the official index. Still, people will point to the price of something that has gone up as evidence that we have lots of inflation.

Not that I think such people can be budged, but it is important to realize that relative prices are always shifting around, and that some prices inevitably go up more than the average. As the figure shows, if you go back to the beginning of the Great Recession, food prices have risen more than the overall CPI (although hyperinflation it isn’t), but car prices have risen more slowly (and high-tech stuff has, of course, gotten much cheaper).

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And what about Shadowstats, which claims that inflation is much higher than the government lets on? A subscription costs $175 — the same as 8 years ago.

 

Sempre inflazione, da qualche parte

Ogni volta che mostrate che l’iperinflazione che i soliti noti avevano prevista per sei anni non si è materializzata, ottenete una serie di commenti che affermano che invece c’è stata, solo che il Governo ha mentito sulle statistiche. Una risposta – a parte quella: “andiamo, come pensi che possa succedere?” – è che le misurazioni indipendenti, come Billion Price Index, non sono molto diverse dall’indice ufficiale. Eppure, le persone indicheranno il prezzo di qualcosa che è aumentato come la prova che abbiamo avuto un mucchio di inflazione.

Non che io pensi che quelle persone possano cambiare opinione, ma è importante comprendere che i prezzi relativi si spostano in continuazione, e che qualche prezzo inevitabilmente sale sopra la media. Come mostra il diagramma, se si torna agli inizi della Grande Recessione, i prezzi dei generi alimentari sono saliti più dell’indice dei prezzi al consumo (sebbene non si tratti di iperinflazione), ma i prezzi delle automobili sono saliti più lentamente (ed i prodotti tecnologici, ovviamente, siano diventati molto più economici).

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E cosa dire di Shadowstats [1], che sostiene che l’inflazione è molto più elevata di quello che il Governo riconosce? Una sottoscrizione costa 175 dollari, lo stesso di 8 anni fa.

 

 

[1] “Shadow Government Statistics” è una associazione, con il relativo blog, che si propone di “analizzare dietro ed oltre i resoconti governativi”. Nella copertina dell’ultimo numero essa presenta una Tabella nella quale si confronta l’inflazione odierna ufficiale, con quella che risulterebbe se si adottassero i metodi statistici del 1990 (da quello che si comprende quelli attuali misurano i cambiamenti anno dopo anno, quelli precedenti mese dopo mese). Questa è la tabella delle differenze:

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