Jul 18 12:42 pm
Thomas Palley argues that mainstream macroeconomists have been looking in all the wrong places for an explanation of the stickiness of inflation in the face of high unemployment; what they should do is consider the old Tobin approach that combines multiple sectors (so that some workers have rising wages even in an economy that’s depressed on average) with downward nominal wage rigidity.
OK, I guess I’m a bit puzzled. I very much agree with Palley that Tobin’s approach does a lot to help explain what we’re seeing; but I don’t know why he thinks this is such a radical notion. I’ve been telling more or less the same story for a while, explicitly name-checking Tobin; and the formal modeling of Daly and Hobijn (pdf), which I’ve cited several times, declared in its first paragraph that it’s building on Tobin’s insights.
There are slight echoes here of an earlier exchange in which Palley made other declarations about insights that New Keynesians have supposedly abandoned, which was odd because those very insights feature in a number of models. But no matter: I do believe that Palley is on the right track here, because it’s pretty much the same track a number of us have been following for the past few years.
James Tobin e l’offerta aggregata (implicitamente per esperti)
Thomas Palley [1] sostiene che i macroeconomisti della tendenza prevalente hanno guardato in tutti i posti sbagliati per spiegare la vischiosità dell’inflazione a fronte della elevata disoccupazione: quello che dovrebbero fare è considerare il vecchio approccio di Tobin che mette assieme vari aspetti (come quello per cui alcuni lavoratori hanno accresciuto i salari pur a fronte di un’economia che in media è depressa) con una rigidità dei salari nominali verso il basso.
Devo dire che sono un po’ perplesso. Sono molto d’accordo con Palley che l’approccio di Tobin è di grande aiuto per spiegare quello a cui stiamo assistendo; ma non so perché pensi che sia un tale concetto radicale. Da tempo racconto più o meno la stessa storia, riferendomi esplicitamente al nome di Tobin; e l’illustrazione del modello formale di Daly e Hobjin, che ho varie volte citata, dichiarava al suo primo paragrafo di essere costruita sulle intuizioni di Tobin.
C’è in questo caso una leggera similitudine con un precedente scambio, nel quale Palley faceva altre dichiarazioni sulle intuizioni che egli supponeva i neo keynesiani avessero abbandonato, la qualcosa era curiosa perché proprio quelle intuizioni comparivano in un certo numero di modelli. Ma non è importante: credo per davvero che in questo caso Palley sia sulla strada giusta, giacché assomiglia abbastanza all’indirizzo che alcuni tra di noi stanno seguendo in questi ultimi anni.
[1] Thomas Palley è un economista americano. Scrive su riviste e giornali come: The Atlantic Monthly, Nation, American Prospect. I suoi temi principali sono le riforme necessarie per promuovere una società democratica ed aperta. In passato è stato consigliere del sindacato AFL-CIO.
luglio 17, 2014
Jul 17 10:25 am
James Pethokoukis and Ramesh Ponnuru are frustrated. They’ve been trying to convert Republicans to market monetarism, but the right’s favorite intellectuals keep turning to cranks peddling conspiracy theories about inflation. Three years ago it was Niall Ferguson, citing a bogus source. Ferguson was widely ridiculed, by moderate conservatives as well as liberals — but here comes Amity Shlaes, making the same argument and citing the same source. The “reform conservatives” have made no headway at all.
Why this lack of progress?
The answer is that inflation paranoia isn’t a simple misunderstanding that can be corrected by pointing to evidence. It’s deeply embedded in the modern conservative psyche. Government action must, by definition, have disastrous results; and whatever market monetarists may try to say, their political comrades will continue to lump monetary policy in with fiscal stimulus and Obamacare. And fiat money can’t work — Francisco D’Anconia said so, and it must be true. So it’s always the 70s, if not Weimar, and if the numbers say otherwise, they must be cooked. Evidence has a well-known liberal bias.
Even the rare conservative willing to admit that we don’t yet have high inflation won’t admit that this suggests something wrong with models that predicted a huge inflation surge. No, it’s just a miracle.
So market monetarism isn’t going anywhere, politically. It was conspicuously absent in the Eric Cantor-sponsored book of supposed new ideas — and Cantor himself was knocked out of Congress by a faith-based Randite (which doesn’t make sense, but sense also has a well-known liberal bias.)
Sorry, guys, but you have no home.
Per comprendere la stravagante epidemia
James Pethokoukis e Ramesh Ponnuru sono frustrati. Stanno cercando di convertire i repubblicani al monetarismo di mercato, ma gli intellettuali preferiti della destra continuano a rivolgersi a individui stravaganti che mettono in circolazione teorie della cospirazione sull’inflazione. Tre anni fa fu il caso di Niall Ferguson, con la citazione di una falsa fonte. Ferguson fu oggetto di una generale ironia, da parte di conservatori moderati come di progressisti – ma ora arriva Amity Shlaes, che avanza la stessa tesi e cita la stessa fonte. I “conservatori riformisti” non hanno fatto alcun progresso.
Perché questa difficoltà a progredire?
La risposta è che la paranoia dell’inflazione non è una semplice incomprensione che possa essere corretta riferendosi ai fatti. Essa è profondamente radicata nella psiche del conservatore moderno. L’azione del Governo deve avere, per definizione, risultati disastrosi; qualsiasi cosa i monetaristi di mercato cerchino di dire, i loro colleghi in politica continueranno a mettere sullo stesso piano la politica monetaria con lo stimolo della spesa pubblica e con la riforma sanitaria di Obama. E stampare moneta non può funzionare, lo disse Francisco D’Anconia [1] e deve essere vero. Siamo dunque in ogni caso agli anni ’70, se non a Weimar, e se i dati dicono altro, devono essere stati truccati. Le prove hanno una ben nota inclinazione progressista.
Persino i pochissimi conservatori disposti ad ammettere che non abbiamo avuto una alta inflazione, non riconosceranno che questo suggerisca qualcosa di sbagliato nei modelli che prevedevano una ampia risalita dell’inflazione.
Dunque, in termini politici, il monetarismo di mercato non sta andando da nessuna parte. Esso è rimasto significativamente assente nel libro sulle presunte nuove idee sponsorizzato da Eric Cantor [2] – e Cantor medesimo è stato liquidato dal Congresso dai fideisti seguaci della Rand (che è una cosa insensata, ma anche la sensatezza ha una ben nota inclinazione progressista).
Spiacente, signori, ma siete senza casa.
[1] E’ uno dei personaggi del romanzo di Ayn And “Athlas shrugged” (“Atlante non se ne curò”). Come più volte si è visto, la strana figura della scrittrice russo-americana e quel suo racconto sono numi tutelari delle destra americana.
[2] Eric Ivan Cantor è un politico statunitense, membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato della Virginia:
luglio 16, 2014
Jul 16 10:41 am
Jared Bernstein sends me to Congressional testimony on the state of the economy – his and Larry Kudlow’s (pdf). Jared’s remarks are, of course, sensible. Kudlow’s are … well, kind of amazing.
Kudlow’s side of the aisle has, of course, been predicting runaway inflation and a debased dollar for around five and a half years. Kudlow, to his credit, has actually admitted that his prediction didn’t pan out, which is rare. But what has he learned from the experience?
The zero Federal Reserve target rate, at five-years-plus after the financial meltdown, is too low and is contributing to a distortion of risk assessment in the financial markets. Moreover, the Fed has relapsed into the nonexistent Phillips-curve tradeoff between inflation and unemployment. Ms. Yellen’s dashboard of labor-market indicators makes your head spin. That’s no way to conduct policy. More people working does not cause inflation. Excess money and a devalued dollar do.
Miraculously, both actual and expected inflation indicators have stayed low.
Hey, nothing wrong with my model – it’s just that miracles happen.
Devi aver fede
Jared Bernstein [1] mi rinvia alla audizione Congressuale sullo stato dell’economia – la sua e quella di Larry Kudlow [2] (disponibili in pdf). Le osservazioni di Jared, ovviamente, sono sensate. Quelle di Kudlow sono …. ebbene, piuttosto sorprendenti.
Lo schieramento di Kudlow ha, come si sa, per cinque anni e mezzo previsto una inflazione fuori controllo ed un dollaro svalutato. A suo merito, Kudlow in effetti ha ammesso che la sua previsione non ha avuto successo, che è una cosa rara. Ma cosa ha appreso dall’esperienza?
“Il tasso di riferimento zero della Federal Reserve, dopo cinque anni e più dal cataclisma finanziario, è troppo basso e sta contribuendo ad una distorsione della valutazione del rischio nei mercati finanziari. Inoltre, la Fed è ricaduta nell’inesistente tesi della compensazione della curva di Phillips tra inflazione e disoccupazione. Il quadro degli indicatori della signora Yellen sul mercato del lavoro confonde le idee. Non c’è modo di sviluppare una politica. Più persone che lavorano non provocano inflazione. Troppa moneta ed un dollaro che si svaluta la provocano.
Miracolosamente, sia gli indicatori sulla inflazione attuale che su quella attesa sono rimasti bassi.”
Capite? Non c’è niente di sbagliato nel mio modello – solo che i miracoli certe volte accadono.
[1] E’ un intellettuale americano, componente del Center on Budget and Policy Priorities e già consigliere economico del Vice Presidente Joseph Biden.
[2] Economista americano, personalità televisiva e pubblicista.
luglio 15, 2014
Jul 15 5:20 pm
The estimable Sarah Kliff tabulates all the predictions of Obamacare disaster that didn’t come true; she puts it at seven major themes, ranging from “the website will never work” to “nobody will sign up”. We can presume, then, that people like John Boehner — who declared that it would never work and that more people would lose insurance than gain it — are spending some time now trying to understand how they could have been so wrong.
April fools! (Yes, I know it’s July.)
I guess there’s always been a human tendency to claim that you were right even when you have been totally wrong. George Orwell put it clearly in “In Front of Your Nose“:
The point is that we are all capable of believing things which we know to be untrue, and then, when we are finally proved wrong, impudently twisting the facts so as to show that we were right. Intellectually, it is possible to carry on this process for an indefinite time: the only check on it is that sooner or later a false belief bumps up against solid reality, usually on a battlefield.
Actually, if you look at the complete unrepentance of the Cheneys et al, even bumping up against reality on a battlefield seems not to be enough these days. And it does seem to me that denial runs even deeper than it used to; consider the impossible-to-be-more-wrong Rick Santelli angrily declaring that he was right.
It’s probably about partisanship, which means both living in an information bubble and being so deeply committed to a worldview that you literally can’t consider facts that don’t fit.
But it’s quite something to behold.
L’età dell’infallibilità
La preziosa Sarah Kliff dispone secondo uno schema tutte le previsioni di disastro della riforma della assistenza di Obama che non si sono avverate: le colloca secondo sette titoli maggiori, partendo dal “sito governativo che non funzionerà mai” sino al “nessuno si iscriverà”. Possiamo allora supporre che persone come John Boehner – che aveva dichiarato che essa non avrebbe mai funzionato e che gran parte delle persone avrebbero perso l’assicurazione invece di acquisirla – stiano ora passando un po’ di tempo nel cercare di capire come hanno potuto sbagliare tanto.
Pesce d’aprile! (sì, lo so, è luglio).
Immagino che ci sia sempre una tendenza umana a sostenere che si è avuto ragione anche quando si è avuto torto marcio. George Orwell l’aveva affermato chiaramente in “Di fronte al vostro naso”:
“Il punto è che tutti siamo capaci di credere a cose che sappiamo non essere vere, e poi, quando alla fine si dimostra che avevamo sbagliato, impudentemente a travisare i fatti in modo da far apparire che avevamo ragione. Dal punto di vista intellettuale, è possibile proseguire con questo meccanismo per un tempo indefinito: l’unica verifica è che presto o tardi una falsa convinzione va a sbattere contro la solida realtà, di solito un campo di battaglia”.
Effettivamente, se guardate alla totale impenitenza di Cheney e compagnia, di questi tempi persino andare a sbattere con la realtà in un campo di battaglia sembra non essere sufficiente. E mi pare davvero che il negare oggi vada più in profondo di un tempo: si consideri uno che non poteva sbagliare maggiormente come Rick Santelli, che dichiara furibondo di aver avuto ragione.
Dipende probabilmente dalla faziosità, il che significa sia vivere in una ‘bolla’ dell’informazione, sia essere profondamente coinvolti in una visione del mondo, al punto da non potere considerare i fatti che non vi si adattano.
Ma è qualcosa da osservare con attenzione.
luglio 15, 2014
Jul 15 5:05 pm
I’ve been following some of the discussion about Uber, Lyft, and all that, and I have a few unoriginal thoughts. Well, strictly speaking they are original, in the sense that I haven’t read them anywhere else — but surely they’re out there. So this post is partly a bleg for references.
Anyway: the big benefit from new IT-mediated car services will come if they make it possible for lots of people — and not just people in Manhattan — to live without owning their own cars. And if you think about it, you can see how that might work.
Right now, if you live in places without exceptionally good public transportation, it’s very difficult to manage without a car. Yet when you think about it, for most people owning a car is quite wasteful. It’s an expensive item of equipment that sits idle most of the time; it requires parking (and often a parking structure) both at origin and at destination; it requires maintenance and is a big hassle all around.
So reliable, quick-response chauffeur services could free many people from the need to tie up all those resources in a consumer durable that they only use now and then. And from a social point of view it would avoid the need to tie up so much capital that sits unused most of the time.
There is, however, an obvious problem: rush hour. Peak car use comes twice a day, and that would seem to dictate that we have nearly as many cars as we do now even if they’re supplied by the likes of Uber.
But here’s where surge pricing comes in. If traveling during peak hours is more expensive than off-peak, people will have an incentive to shave off those peaks. People who aren’t commuting to work will avoid travel at peak hours; some people will find other ways to travel; some people (and businesses) will rearrange their schedules to take advantage of cheaper off-peak travel. So you can imagine a society that still relies mainly on cars to get around, but manages to do this with significantly fewer cars than we need at present.
Cars aren’t the only consumer durable where something like this might work, of course. People in New York don’t need refrigerators (and in particular freezers) that are as big as those in the suburbs, because it’s so easy to pop around the corner for groceries; online ordering and delivery could produce a similar effect outside the city. But cars are surely the big prize.
Again, I’m sure this has been worked out by someone somewhere. But I’m having fun thinking about it.
Vita senza automobile
Sto un po’ seguendo il dibattito su Uber [1], Lyft e tutto il resto, ed ho qualche pensiero non particolarmente originale. Ovvero, strettamente parlando sono originali, nel senso che non li ho letti da altre parti – ma sicuramente sono in circolazione. Questo post, dunque, in parte è come una richiesta di riferimenti.
In ogni modo: il grande beneficio dei servizi automobilistici con il supporto delle tecnologie della comunicazione verrà dal fatto che essi rendono possibile per una quantità di persone – e non solo per quelle di Manhattan – di vivere senza possedere una propria autovettura. E, se ci pensate, potete immaginare come può funzionare.
In questo momento, se vivete in posti senza mezzi di trasporto pubblici particolarmente buoni, è molto difficile farcela senza una automobile. Tuttavia, quando ci riflettete, per gran parte delle persone possedere una macchina è un discreto spreco. E’ un genere di attrezzatura costosa che resta inutilizzata per gran parte del tempo; richiede luoghi per parcheggiare (e spesso strutture di parcheggio) sia alla partenza che all’arrivo; richiede manutenzione ed è una scocciatura in tutti i sensi.
Così, servizi automobilistici affidabili e di pronto impiego potrebbero liberare molte persone dalla necessità di destinare tutte quelle risorse in un bene di consumo durevole che viene utilizzato solo ogni tanto. E da un punto di vista sociale, ciò eviterebbe la necessità di impegnare tanto capitale che resta inutilizzato per gran parte del tempo.
C’è, tuttavia, un problema evidente: l’ora di punta. Di solito il culmine nell’uso dell’automobile viene due volte al giorno, ed è quello che sembra costringere ad avere circa le stesse autovetture che abbiamo oggi, anche se siamo assistiti dagli operatori di Uber.
Ma è qua che interviene l’aspetto del rialzo dei prezzi. Se viaggiare durante le ore di punta è più costoso che in quelle scariche, le persone avranno un incentivo a tagliare quei picchi. Le persone che non sono pendolari eviteranno di viaggiare alle ore di punta; alcune persone scopriranno altre forme di mobilità; alcune persone (e imprese) riorganizzeranno i loro orari per avvantaggiarsi della mobilità più economica nelle ore di calma. Dunque, si può immaginare una società che ancora si basa principalmente sulla automobili per circolare, ma che gestisce le cose con un numero significativamente minore di autovetture di quelle che ci necessitano al momento.
Naturalmente, le automobili non sono l’unico bene di consumo durevole per il quale potrebbe funzionare qualcosa di simile. La gente di New York non ha bisogno di frigoriferi (e in particolare di congelatori) che sono grandi come quelli delle periferie, dato che è talmente facile girare l’angolo per un negozio di alimentari; le ordinazioni via internet e le consegne dei cibi potrebbero produrre un effetto simile fuori dalle città. Ma le automobili sarebbero certamente il grande vantaggio.
Ancora, sono certo che in giro qualcuno ha riflettuto su questi temi. Ma mi sto divertendo a pensarci su.
[1] E’ una impresa nel settore dei trasporti, con filiali in molte città del mondo, che ha sede a San Francisco, in California. La flotta di automobili di Uber è disponibile al servizio al consumatore attraverso il semplice invio di un messaggio sul telefonino, mi pare non molto diversamente dai taxi. L’articolo di Neil Irwin sul New York Times nella connessione, riferisce che imprese del genere di Uber attualmente riescono a produrre prezzi inferiori di circa il 20/25 per cento. Il giornalista racconta una sua esperienza, nella quale la scelta di una ‘corsa’ Uber – che sarebbe stata più comoda e rapida dell’utilizzo di un mezzo pubblico, sarebbe costata 5,74 dollari, contro gli 8/9 dollari di un taxi. Dall’articolo, pare di capire che non ci sia una differenza sostanziale nella ‘chiamata’ del mezzo di trasporto, ma una diversa e più flessibile organizzazione che consente prezzi più convenienti. Va però aggiunto che – se ho ben capito – la chiamata si può basare su una forma di ‘fidelizzazione’ alla rete per il tramite dei mobile app, il che probabilmente comporta qualche differenza nella rapidità del servizio.
Lyft è una altra impresa del genere.
luglio 15, 2014
Jul 15 10:42 am
In a previous post I mentioned, sort of in passing, that recent data actually look like an old-fashioned pre-accelerationist Phillips curve — that is, unemployment determines the inflation rate, not the rate of change of the inflation rate.
Where did this assertion come from? There seems to be one of these funny situations right now where people who don’t work on such issues consider this a wild and crazy, or maybe just silly assertion, while those actually doing serious empirical work treat it as a matter of course.
Here’s what you see if you look at US data:
But is that just me? No. Consider two recent studies on unemployment and inflation.
First, there’s Michael Kiley (pdf), who had the very good idea of adding power by estimating the relationship across a number of metropolitan areas.You need to read it carefully, but it turns out that his Phillips curve is non-accelerationist for the past 15 years:
We estimate equation 2 over two sample periods (as in our national estimates), 1985-2013 and 1998-2013. For the 1985-2013 sample, we proxy expected inflation with a region-specific intercept and the national measure of long-run expected inflation from the Survey of Professional forecasters used in our national regression; for the 1998-2013 sample, region fixed effects are used to proxy for expected inflation (because, as in the national regressions presented earlier, the survey measure of expected inflation is es- sentially constant over the 1998-2013 period).
Then there’s the new post by Klitgaard and Peck at Liberty Street, which essentially does a similar exercise for eurozone countries. Their results look like this:
That’s a relationship between the change in unemployment and the change in inflation, equivalent to a relationship between the level of unemployment and the level of inflation — i.e., an old-fashioned Phillips curve.
I’m not saying that this is a fundamental truth. All I’m saying is that people trying to fit recent data keep finding something that looks like the old-fashioned relationship. You can offer various explanations — downward wage rigidity, anchored expectations, or maybe it just isn’t worth adjusting price-setting to match fairly small variations in expected inflation. But anyway, that’s what the data look like.
Sulla neo-paleo keynesiana curva di Phillips (per esperti)
In un precedente post mi sono riferito, quasi di passaggio, ai dati recenti che assomigliano ad una tradizionale curva di Phillips, quale essa era prima della scoperta dei fattori di accelerazione [1] – vale a dire, la disoccupazione determina il tasso di inflazione, e non la percentuale di cambiamento del tasso di inflazione.
Da dove deriva questa affermazione? Sembra in questo caso di essere in una di quelle curiose situazioni nelle quali le persone che non lavorano su tali temi considerano affermazioni di questo genere allucinanti e pazzesche, o magari solo sciocche, mentre quelli che effettivamente stanno facendo un serio lavoro empirico le trattano alla stregua di conseguenze naturali.
Ecco quello che si osserva se si guardano i dati degli Stati Uniti [2]:
Ma, si tratta solo di un mio giudizio? No. Si considerino due studi recenti sulla disoccupazione e sull’inflazione.
Quanto al primo, c’è Michael Kiley (disponibile in pdf) che ha avuto la buona idea di aumentare la visibilità stimando la relazione tra un certo numero di aree metropolitane. Si deve leggerlo con attenzione, ma si scopre che la curva di Phillips non ha avuto fenomeni di accelerazione nel corso degli ultimi 15 anni:
“Stimiamo l’equazione 2 su due periodi campione (come nelle nostre stime nazionali), quello 1985-2013 e quello 1998-2013. Per il campione 1985-2013 intermediamo la inflazione attesa sulla base informazioni colte su aree specifiche e la misurazione nazionale della inflazione attesa di lungo periodo sulla base del Sondaggio dei Previsori Professionali utilizzato nella nostra regressione nazionale; per il campione 1998-2013, gli effetti corretti al livello della regione sono utilizzati per intermediare il dato della inflazione attesa (giacché, come nelle regressioni nazionali presentate in precedenza, la misurazione del sondaggio sulla inflazione attesa è sostanzialmente costante nel periodo 1998-2013) [3]”.
C’è poi il nuovo post di Klitgaard e Peck sul blog Liberty Street [4], il quale sostanzialmente fa lo stesso esercizio per i paesi dell’eurozona. I loro risultati sono i seguenti:
Questa è la relazione tra i mutamenti nella disoccupazione e quelli nell’inflazione, equivalente alla relazione tra il livello della disoccupazione ed il livello dell’inflazione – vale a dire, una curva di Phillips di tipo tradizionale.
Non sto dicendo che questa sia una verità fondamentale. Tutto quello che sto dicendo è che le persone che cercano di adattare i dati recenti finiscono per trovare qualcosa che assomiglia ad una relazione simile a quello che si riteneva corretta nel passato. Si possono offrire varie spiegazioni – la rigidità verso il basso dei salari, le aspettative bloccate, o forse semplicemente non è il caso di correggere la definizione dei prezzi per metterli in equilibrio con variazioni abbastanza modeste nella inflazione attesa. Ma, in ogni modo, è a questo che i dati recenti assomigliano.
[1] A proposito della “curva di Phillips” si può leggere una ampia nota andando sulle “Note della traduzione”.
In sintesi Phillips fornì il suo contributo nel 1958 e il tema era relativo al rapporto tra inflazione e disoccupazione, che pareva allora fosse stabile. Ad un dato livello di disoccupazione corrispondeva un dato livello di inflazione, cosicché, come scrisse l’economista Robert Solow: “La società può permettersi un saggio di inflazione meno elevato o addirittura nullo, purché sia disposta a pagarne il prezzo in termini di disoccupazione”. In realtà, in precedenza anche l’economista americano Irving Fisher si era occupato dello stesso tema, come successivamente Paul Samuelson.
Il fenomeno della stagflazione del 1970 mostrò tuttavia che erano contemporaneamente possibili sia elevati livelli di disoccupazione che di inflazione. Le nuove teorie che cercarono di spiegare il fenomeno si basavano sulla indagine del ruolo delle “aspettative razionali”, distinguendo tra il significato nel breve periodo della curva di Phillips e quello nel lungo periodo. Queste teorie ritengono che nel lungo periodo solo un tasso di disoccupazione stabile è collegato ad un tasso di inflazione stabile. Qualora non si abbia un tasso naturale di disoccupazione (anche definito NAIRU, acronimo inglese che sta per “tasso di disoccupazione che non provoca una accelerazione dell’inflazione”), se la disoccupazione si colloca al di sotto di quel livello, l’inflazione subisce una accelerazione; se si colloca al di sopra, subisce una decelerazione. E’ chiaro che queste differenze di comportamento derivano dal ruolo delle “aspettative”, che amplificano nel lungo periodo gli effetti della situazione reale.
In questo senso, dunque, Krugman parla in questo post – come in quello del giorno 14 – di una curva “tradizionale” (old-fashioned) di Phillips, e di una curva “accelerazionista”.
[2] Come si può vedere, tutti i dati del periodo 1988-2008 si concentravano in un range di incrementi salariali (assunti come indicativi dell’inflazione) tra il 3 ed il 4 per cento, mentre il tasso di disoccupazione si collocava in questi tutti le rilevazioni tra il 4 ed il 6 per cento. Gli ultimi anni spostano il tasso di disoccupazione tra l’8 ed il 10 per cento, e rallentano gli incrementi salariali ad una fascia tra l’1,5 ed il 2,5.
[3] Traduzione, come forse si nota, laboriosa e non sicura. Utilizzo “proxy” nel suo significato più vicino al termine informatico, che mi pare l’unico che consenta di tradurlo come un verbo, come nel testo.
[4] Liberty Street, a New York, è la strada dove ha sede la Federal Reserve Bank di New York.
luglio 14, 2014
Jul 14 7:42 pm
The good news about Obamacare so far shouldn’t be considered disputable. Enrollments really are above target; multiple independent surveys show a sharp drop in the uninsured population; health care cost growth really has slowed dramatically, whatever the reason; the newly insured are generally satisfied with their coverage. If you want to insist that big problems lie ahead, fine (but please explain), but the facts so far are pretty good.
But what I’m getting — and what you get whenever you suggest that things are going OK — is an outpouring, not so much of disagreement, as of fury. People get red-in-the-face angry, practically to the point of incoherence, over the suggestion that it’s not a disaster.
What’s that about? Partly it may be Obama derangement syndrome. I was struck by mail I received after my last column accusing me of shilling for Obama and refusing to admit what a disaster he’s been — when the column didn’t so much as mention the guy. Obamacare was a label stuck on the Affordable Care Act by its opponents, to tie the president to the disaster to come; now they’re livid that it, and he, are turning out OK.
Partly it may be general hatred for any kind of program that helps the less fortunate, especially if they happen to be, you know, not white. Such programs must be disasters — don’t bother me with evidence.
And partly, I suspect, there’s now an element of shame. If this thing is actually working, everyone who yelled about how it would be a disaster ends up looking fairly stupid.
But, you know, sometimes looks don’t deceive.
L’odio verso l’assistenza sanitaria
Le buone notizie sulla riforma della assistenza di Obama, sino a questo punto, non dovrebbero essere considerate discutibili. Le iscrizioni sono sopra l’obbiettivo; molti sondaggi indipendenti mostrano una brusca caduta nella popolazione non assicurata; la crescita dei costi della assistenza sanitaria è davvero rallentata in modo spettacolare, qualsiasi sia la ragione; i nuovi assicurati sono generalmente soddisfatti della loro copertura assicurativa. Se si intende ribadire che i grandi problemi verranno più oltre, va bene (magari spiegatevi), ma i fatti sino a questo punto sono abbastanza positivi.
Ma quello che io ottengo – e che ottenete voi ogni qual volta mostrate che le cose stanno andando bene – è una sorta di sfogo, non tanto per una diversa valutazione, ma proprio per rabbia. La gente diventa rossa in faccia per la rabbia, praticamente sino al punto dell’illogicità, quando si suggerisce che non è stato un disastro.
Da cosa dipende? In parte, può darsi dalla sindrome di disordine mentale derivante da Obama. Sono colpito dalle mail che ho ricevuto dopo il mio ultimo articolo che mi accusano di fare la propaganda per Obama e di rifiutare di ammettere quale disastro sia stato – dato che l’articolo neanche faceva menzione del soggetto. “Obamacare” era un’etichetta affibbiata alla Legge sulla Assistenza Sostenibile dai suoi oppositori, per collegare il Presidente al disastro in arrivo; ora si diventa lividi alla notizia che la legge, e il Presidente, ne emergono positivamente.
In parte potrebbe essere il generale disprezzo verso ogni genere di programma che aiuti i meno fortunati, specialmente coloro che non sono – sapete, per combinazione – bianchi. Programmi del genere non possono che essere disastri – e non infastiditeci con le prove.
Ed in parte, ho il sospetto, ora c’è un senso di vergogna. Se la cosa sta effettivamente funzionando, ognuno che gridava il disastro che sarebbe stato, finisce col sembrare discretamente stupido.
Ma, sapete, qualche volta le apparenze ingannano.
luglio 14, 2014
Jul 14 7:28 pm
So, there was a fun moment on CNBC: Rick Santelli went on a rant about inflation and the Fed, and CNBC analyst Steve Liesman went medieval on him:
It’s impossible for you to have been more wrong, Rick. Your call for inflation, the destruction of the dollar, the failure of the US economy to rebound. Rick, it’s impossible for you to have been more wrong. Every single bit of advice you gave would have lost people money, Rick. Lost people money, Rick. Every single bit of advice. There is no piece of advice that you’ve given that’s worked, Rick. There is no piece of advice that you’ve given that’s worked, Rick. Not a single one. Not a single one, Rick. The higher interest rates never came, the inability of the U.S. to sell bonds never happened, the dollar never crashed, Rick. There isn’t a single one that’s worked for you.
You really need to watch this moment:
But here’s the thing: before Liesman started, Santelli yelled that he had been right all along — and some of the traders started applauding.
Think about that: Liesman is of course right about Santelli’s record, and as I’ve pointed out many times this goes for all the inflationistas. So any trader who believed him would have lost money hand over fist. So why the applause?
Basically, I think, it’s because Santelli is their kind of guy; he hates the poors, he hates people who want to help the poors, he was trashing Janet Yellen for suggesting that she actually cares about the plight of the unemployed. And the traders feel the same way. So they like Santelli even though he’s been wrong about everything.
Rick Santelly e la truffa dei gruppi identitari [1]
E così c’è stato un passaggio divertente alla CNBC: Rick Santelli [2] si è messo a sbraitare sull’inflazione e la Fed, e l’analista della CNBC Steve Liesman ha reagito in modo piuttosto primitivo:
“Non potrebbe avere torto maggiore, Rick. Lei parla di inflazione, di distruzione del dollaro, della incapacità dell’economia statunitense a riprendersi. Rick, lei non potrebbe dire cose più sbagliate. Ogni singolo pezzo dei consigli che lei ha fornito, Rick, avrebbe fatto perdere soldi alla gente. Perdere soldi, Rick. Ogni singola briciola di consiglio. Non c’è una briciola di consiglio tra quelle che ha fornito che ha funzionato, Rick. Non una. I tassi di interesse più alti non ci sono mai stati, l’incapacità degli Stati Uniti a vendere obbligazioni sul debito non c’è mai stata, il dollaro non è mai crollato, Rick. Non c’è niente che ha funzionato nel modo in cui lei afferma.”
Davvero è necessario che vediate questo passaggio [3]:
Ma il punto è questo: prima che Liesman partisse, Santelli aveva gridato che lui aveva sempre avuto ragione – ed alcuni degli operatori di borsa presenti avevano cominciato ad applaudire.
Ci si rifletta: Liesman ha ovviamente ragione sulla prestazione di Santelli, ed io ho sottolineato molte volte come questo valga per tutti gli ‘inflazionisti’. Dunque, ogni operatore che avesse creduto in lui dovrebbe aver perso soldi a piene mani. Perché, dunque, gli applausi?
Fondamentalmente, penso, perché Santelli è il soggetto che va loro a genio: odia i poveri, odia le persone che vogliono aiutare i poveri, critica ferocemente Janet Yellen per aver indicato che essa davvero si preoccupa della condizione difficile dei disoccupati. E gli operatori di borsa hanno gli stessi sentimenti. Dunque a loro piace Santelli, anche se ha avuto torto su tutto.
[1] Per “affinity fraud” si intende un vero e proprio reato che è normalmente oggetto di procedure giudiziarie, allorquando l’affinità (spesso religiosa, ma anche sociale, culturale etc.) provoca comportamenti ispirati al raggiro ed alla truffa. Normalmente il raggiro è ai danni dei componenti del gruppo, la cui affinità viene utilizzata da qualcuno per trarne indebito vantaggi. In questo post l’affinità viene considerata come un esempio di ‘corresponsabilità’ tra quello che dice Santelli e la claque di operatori di borsa presente che lo sostiene
[2] Rick Santelli è un editore della CNBC ed è stato un ispiratore del Tea Party.
[3] Il passaggio è in connessione video, ma io non riesco a trasmetterla. Santelly è quello di destra.
luglio 14, 2014
Jul 14 10:44 am
Brad DeLong finds Chris House taking me to task for failing to “own up” to the puzzling failure of deflation to emerge despite years of depression, and is baffled — because I have in fact repeatedly acknowledged the puzzle, and talked about it a lot.
Partly this is House once again desperately seeking false equivalence; he starts from the proposition that everyone must be equally at fault, and that I must therefore be as unwilling to acknowledge wrong predictions as the equilibrium macro types — no need to check what I actually wrote. (I’m still waiting for examples of things I’ve said that are as crazy as Prescott’s insistence that there is no evidence that monetary policy matters.)
But let’s leave that stuff aside; there’s a point I think needs making about how a Keynesian (or if you like, a Hicksian — let’s not get into the question of What Keynes Really Meant) thinks he knows.
As I see it, we have a general proposition — most recessions are the result of inadequate demand. And we have a pretty good model of aggregate demand, and of how monetary and fiscal policy affect that demand. That model is IS-LM, with endogenous money as appropriate. You can, for some purposes, usefully think of the IS curve as derived from intertemporal optimization, but that’s a metaphor rather than a principle.
We do not have an equally good model of aggregate supply. What we have, instead, is an observation: prices and wages clearly are sticky in the short run, and maybe for longer than that. There’s overwhelming evidence for that proposition, but in trying to justify it we engage in various kinds of hand-waving about menu costs and bounded rationality.
The thing is, for many purposes this slightly vague notion of aggregate supply is enough; we can, for example, be fairly sure that expansionary policies in a depressed economy won’t be inflationary, and we can use the pretty good demand side model to tell us that monetary expansion won’t work but fiscal policy will when we’re at the zero lower bound.
Still, we try. New Keynesians do stuff like one-period-ahead price setting or Calvo pricing, in which prices are revised randomly. Practicing Keynesians have tended to rely on “accelerationist” Phillips curves in which unemployment determined the rate of change rather than the level of inflation.
So what has happened since 2008 is that both of these approaches have been found wanting: inflation has dropped, but stayed positive despite high unemployment. What the data actually look like is an old-fashioned non-expectations Phillips curve. And there are a couple of popular stories about why: downward wage rigidity even in the long run, anchored expectations.
The point, however, is that the price-setting side of the models has never been an integral part of Keynesian doctrine, and the surprising resilience of inflation hasn’t undermined the core insights.
And it remains true that Keynesians have been hugely right on the effects of monetary and fiscal policy, while equilibrium macro types have been wrong about everything.
Domanda aggregata, offerta aggregata e quello che conosciamo (per esperti)
Brad DeLong scopre che Chris House mi rimprovera per aver rifiutato di “ammettere” la sconcertante non emersione della deflazione nonostante anni di depressione, ed è confuso – perché di fatto io ho ripetutamente riconosciuto quel mistero, ed ho detto molto a quel proposito.
In parte questo dipende ancora una volta dal disperato tentativo di House di affermare la ‘falsa equivalenza’; egli parte dall’idea che tutti debbono essere egualmente responsabili, e di conseguenza che io debba essere indisponibile a riconoscere le previsioni sbagliate come i soggetti della macroeconomia dell’equilibrio [1] – non c’è bisogno di controllare quello che ho effettivamente scritto (sto ancora aspettando esempi di cose che avrei detto che reggano il confronto con la pazzesca insistenza di Prescott seconda la quale non c’è alcuna prova della rilevanza della politica monetaria).
Ma, lasciando da parte quelle cose; c’è un punto che penso sia necessario porre su come un keynesiano ragiona di quello che conosce (o, se preferite, un hicksiano [2], per non finire nella discussione su “cosa Keynes effettivamente voleva dire”).
Per come la vedo io, c’è un concetto generale – gran parte delle recessioni sono il risultato di una domanda inadeguata. Ed abbiamo un modello piuttosto buono della domanda aggregata, e di come la politica monetaria e della finanza pubblica influenzino quella domanda. Quel modello è lo IS-LM, con la valuta che si considera proveniente dall’interno. Si può, per scopi particolari, pensare utilmente alla curva IS come derivante da una ottimizzazione intertemporale, ma si tratta di una metafora più che di un principio.
Non abbiamo un modello altrettanto buono di offerta aggregata. Quello che abbiamo, piuttosto, è una osservazione: chiaramente i prezzi ed i salari sono vischiosi nel breve periodo, e forse per un periodo anche più lungo. Ci sono prove schiaccianti di questa affermazione, ma nel cercare di giustificarla ci impegnamo in vari generi di approssimazione sul costo delle operazioni sui prezzi dei listini e sui deficit di razionalità.
Il punto è che per molti scopi questa nozione piuttosto vaga di offerta aggregata è sufficiente; possiamo, ad esempio, essere abbastanza certi che politiche espansive in una economia depressa non saranno inflazionistiche, e possiamo utilizzare il modello discretamente buono dal lato della domanda per apprendere che, quando siamo al limite inferiore dello zero dei tassi di interesse, l’espansione monetaria non funzionerà, mentre funzionerà la politica della spesa pubblica.
Eppure, ci proviamo. I neo keynesiani fanno cose come la fissazione di un prezzo di un periodo futuro o il metodo di definizione dei prezzi di Calvo, nel quale i prezzi sono corretti con casualità. I keynesiani impegnati nella analisi degli andamenti reali hanno teso a basarsi sulle curve “accelerazioniste” di Phillips, nelle quali la disoccupazione ha determinato il tasso di cambio piuttosto che il livello di inflazione.
Dunque, quello che è accaduto dal 2008 è che si è scoperto che entrambi questi approcci sono carenti: l’inflazione è caduta, ma è rimasta positiva nonostante l’elevata disoccupazione. Quello a cui i dati effettivamente assomigliano è una curva tradizionale di Phillips, che non considera le aspettative. E ci sono un paio di spiegazioni in circolazione sulle ragioni di ciò: la rigidità dei salari verso il basso, le aspettative bloccate.
Il punto, tuttavia, è che l’aspetto della definizione dei prezzi nei modelli non è mai stato una parte integrante della dottrina keynesiana, e che la sorprendente elasticità dell’inflazione non ha messo in crisi le intuizioni fondamentali.
E resta vero che i Keynesiani hanno avuto ampiamente ragione sugli effetti della politica monetaria e della finanza pubblica, mentre gli economisti dell’equilibrio macroeconomico hanno avuto torto pressoché su tutto.
[1] Ovvero, la macroeconomia secondo la quale la condizione di una economia è regolata dall’incontro obbligatorio tra la domanda e l’offerta aggregata. Cambiamenti fuori dalla norma su ognuno dei due versanti, troveranno una compensazione per effetto delle loro conseguenze sui prezzi, sull’occupazione e sull’inflazione.
[2] Ovvero un economista che si ispira a Hicks, e in particolare al suo modello IS-LM (vedi sulle note per la traduzione).
luglio 10, 2014
Jul 10 6:37 pm
A sample:
Well, I suppose some of the people who predicted doom will reconsider their views, and engage in some soul-searching about why they were so wrong — maybe even realize that they were letting their politics distort their analysis.
You can stop laughing now.
Osservare la riforma di Obama implodere
Ci si può connettere con questi tre siti [1].
Un esempio:
Ebbene, suppongo che qualcuno che aveva previsto disgrazie riconsidererà il suo punto di vista, e si impegnerà in una analisi di coscienza perché capire la ragione di uno sbaglio così grave – forse persino comprendendo di aver consentito agli orientamenti politici di distorcere la propria analisi.
Adesso smettetela di ridere.
[1] Si tratta di tre articoli sullo stato della riforma sanitaria in America, rispettivamente sul blog di Urban Institute, su quello di Gallup e su The Commonwealth Fund. Dal secondo è tratto il diagramma del post, ma può essere interessante mostrare anche il seguente diagramma, tratto da Urban Institute, che mostra i diversi andamenti dei ‘non-assicurati’ negli Stati che hanno aderito alla espansione di Medicaid ed in quelli, governati dai repubblicani, che l’hanno sabotata. Come si vede, la differenza dei non assicurati tra i primi ed i secondi è oggi abbastanza impressionante:
luglio 10, 2014
Jul 10 6:31 pm
Urg. Glug. Mmph. My head feels like it’s stuffed with oatmeal.
No, I haven’t been drinking (although I plan to start in a few minutes.) I have, instead, been spending a lot of time in the monetary fever swamps.
I was aware that there were a fair number of people on the right attacking the Fed, not for running the risk of inflation or financial instability or something, but for expropriating the property of right-thinking, clean-living people who deserve higher interest earnings. But there’s more of it, and it’s more explicit, than I realized. Here’s an example, but there are many more.
The starting point seems to be the notion that the Fed is keeping interest rates below their “free market” level. I don’t think the people saying this even realize that this is a problematic concept, let alone that open-market operations aren’t the same thing as price controls. Hey, even John Taylor has managed to fall into this absurd trap, which shows just how quickly tribal loyalty can eat your brain.
And then there is the assertion that there are lots of salt-of-the-earth regular Americans who are having their rightful incomes stolen by this anti-free-market policy. Actually, interest income for retirees is both fairly small in aggregate and highly concentrated among a small number of people. The AARP tells us that the average senior had more than $3,000 in interest income in 2012, but that the median was only $255. That’s saying that interest income is minor for the great majority.
But this stuff is out there, and has more influence than most economists suspect.
Le paludi della febbre monetaria
Accidenti. Devo inghiottire. Ma non respiro. Ho la testa come imbottita di fiocchi d’avena [1].
No, non mi sono fatto una bevuta (sebbene conto di cominciare tra pochi minuti). Piuttosto, ho speso un bel po’ di tempo nelle paludi della febbre monetaria.
Ero consapevole che ci fosse un discreto numero di persone sulla destra che attaccano la Fed non perché si corra il rischio dell’inflazione o della instabilità finanziaria o di qualcosa del genere, ma per l’espropriazione delle persone che ragionano correttamente, che vivono onestamente e che meritano di guadagnare interessi più elevati. Ma c’è molto di più di questo, ed è molto più esplicito di quello che avevo compreso. In questa connessione [2] c’è un esempio, ma ce ne sono molti altri.
Il punto di partenza sembra essere l’idea secondo la quale la Fed sta tenendo i tassi di interesse al di sotto del livello di “libero mercato”. Io non penso che le persone che lo sostengono si rendano neppure conto di quanto si tratti di un concetto arduo, a parte il fatto che le operazioni ‘a mercato aperto’ non sono la stessa cosa dei controlli dei prezzi. Si badi, persino John Taylor è riuscito a cadere in questa trappola assurda, il che dimostra proprio con quanto rapidità l’attaccamento ai preconcetti tribali possa mangiarsi il cervello delle persone.
E poi c’è il giudizio secondo il quale ci sarebbero moltissimi americani, il sale-della-Terra, che starebbero subendo il furto dei loro meritati guadagni da parte di questa politica ostile al libero mercato. In effetti, il reddito derivante da interessi dei pensionati è discretamente piccolo nel complesso e fortemente concentrato su un numero modesto di persone. Ma la AARP [3] ci riferisce che gli anziani in media hanno avuto più di 3.000 dollari nel 2012, mentre dato intermedio [4] era soltanto di 255 dollari. Il che è come dire che il reddito da interessi è minore per la grande maggioranza.
Ma questa roba riguarda altri, ed ha maggiore influenza di quello che gran parte degli economisti ritiene.
[1] Noi non disponiamo di tanti termini onomatopeici, forse per non aver avuto Paperino – che pure ci ha insegnato i vari ‘gasp’ e ‘gulp’ e ‘mumble’ – in lingua nostra. Quanto agli effetti dei fiocchi d’avena che, invece che scendere nello stomaco, si fermano nella testa, lascio giudicare ai consumatori abituali.
[2] La connessione è con un articolo di Robert Higgs sul blog di destra “The Beacon, The Indipendent Institute”.
[3] Una Associazione di pensionati americani.
[4] Ovvero, intermedio tra varie classi di reddito. Mentre il dato relativo alla media di tutti i pensionati è molto più elevato, perché la quantità di guadagni di una piccola fetta di pensionati lo alza molto.
luglio 9, 2014
No, it’s not about boredom. Instead, a further thought on the question of who might be upset about low-interest-rate policies. Low policy rates plus quantitative easing have indeed meant much lower interest earnings across the board, and this is a serious hit to the incomes of those who own interest-bearing assets. So who are we talking about?
Yes, there are some middle-class retirees collecting interest on their CDs. But the big losers are people with very high incomes. Again from the Piketty-Saez data, we can track the decline in interest incomes from 2007 to 2011 (measured in 2012 dollars) and compare it with income in 2007 at different percentiles. Here’s what it looks like:
It’s not a big deal for people in the bottom half of the top 10 percent, who might well consider themselves middle class. But among the top 0.01 percent, low interest rates have actually been a bigger income hit than Obama’s tax hikes (partial reversal of Bush cuts plus the ACA surcharge).
You’re living in a fantasy world if you don’t think this has something to do with the diatribes against currency debasement and all that.
Sulla perdita dell’interesse
No, non mi riferisco alla noia. Piuttosto, un ulteriore pensiero sul tema di chi potrebbe essere turbato dalle politiche dei bassi tassi di interesse. Tassi di riferimento bassi in aggiunta alla ‘facilitazione quantitativa’ hanno in effetti comportato in modo generalizzato guadagni molto minori dagli interessi, e questo è un colpo serio ai redditi di coloro i cui asset generano interessi. Dunque, di chi stiamo parlando?
E’ vero, ci sono alcuni pensionati della classe media che raccolgono interessi dai loro ‘certificati di deposito’. Ma coloro che ci rimettono molto sono le persone con redditi molto elevati. Ancora dalle statistiche di Piketty – Saez, noi possiamo seguire il declino dei redditi da interessi dal 2007 al 2011 (misurato in dollari del 2012) e confrontarlo con i redditi nel 2007 per i diversi percentili [1]. Ecco quello che ne deriva:
Non è un grande affare nelle persone della metà superiore del gruppo del 10 per cento dei più ricchi, che possono ben essere considerati classe media. Ma tra i ricchissimi dello 0,01 per cento, i bassi tassi di interesse sono effettivamente stati un colpo maggiore degli aumenti fiscali di Obama (ovvero, della parziale inversione degli sgravi di Bush in aggiunta alla nuova tassazione derivante dalla legge di riforma sanitaria).
Se pensate che tutto questo non abbia niente a che fare con le diatribe sulla svalutazione del dollaro e compagnia cantando, vivete in un mondo di fantasie.
[1] Come si vede i percentili del diagramma riguardano tutti i redditi più elevati, dal 90° percentile al 100° percentile. Essi sono suddivisi in questo modo: dal 90° al 95°; dal 95° al 99°; dal 99° al 99,5°; dal 99,5° al 99,9°; dal 99,9° al 99,99°; dal 99,99° al 100°. L’ultima categoria a destra, dunque, riguarda lo 0,01 per cento dei redditi e subisce una perdita pari al 9 per cento del reddito complessivo.
luglio 9, 2014
Jul 9 11:57 am
Brad Delong does a chart of the “reform conservative” wonks cited by Sam Tanenhaus in his “party of ideas” piece; basically, it’s all Yuval Levin and Ramesh Ponnuru. So what do we know about these would-be reformers?
Well, I went searching for what they said about Paul Ryan, which is kind of my touchstone, and both did indeed strongly defend his smoke-and-mirrors budgets. But what I found especially interesting was the back-and-forth between Levin and Jonathan Chait on a topic I know a lot about, austerity. Chait pointed out that Republicans in general, and Ryan in particular, went all in both on expansionary austerity and on doom at 90 percent, and therefore took a serious credibility hit when both Alesina/Ardagna and Reinhart/Rogoff pretty much collapsed.
Levin’s response was interesting, in the worst way. He could have defended the position he and Ryan took, or he could have acknowledged having gone somewhat off track. But what he actually did was to deny that he and his associates had in fact done what they did, complaining that Chait
assumes that what Paul Ryan or I or others on the right argue for is a version of European austerity, which it plainly isn’t, and that conservative fiscal worries were based on the particular finding of a particular paper by two Harvard economists that has been shown to have had some data errors.
OK, that’s just being dishonest. Go to the big JEC report “Spend less, owe less, grow the economy” (pdf) and you’ll see that it heavily features both Alesina/Ardagna and Reinhart/Rogoff.
So we have a problem. It’s one thing to get a major issue wrong, and rely on the wrong research. It’s something else, and much worse, to pretend after the fact that you did no such thing. If this is what new thinking on the right looks like, let’s just say that it’s not a good sign.
I conservatori riformisti con l’imbroglio
Brad DeLong stende un grafico degli esperti “conservatori riformisti” citati da Sam Tanenhaus nel suo “partito delle idee”; fondamentalmente si tratta di Yuval Levin e di Ramesh Ponnuru. Dunque, cosa sappiamo di questi aspiranti riformatori?
Ebbene, sono andato a cercare cosa dissero a proposito di Paul Ryan, che per me è una specie di pietra miliare, e in effetti ambedue difesero con forza le sue proposte di bilancio fatte di giochi di prestigio. Ma quello che ho trovato specialmente interessante è stato lo scambio di opinioni tra Levin e Jonathan Chait su un tema sul quale ho una certa competenza, l’austerità. Chait metteva in evidenza che in generale i repubblicani, e Ryan in particolare, erano stati tutti a favore della austerità espansiva e della supposta sventura del debito al 90 per cento, e di conseguenza la loro credibilità aveva preso un serio colpo quando sia Alesina/Ardagna che Reinhart/Rogoff ebbero una sostanziale smentita.
La risposta di Levin fu interessante, nel senso peggiore possibile. Egli avrebbe potuto difendere la posizione presa da lui e da Ryan, o avrebbe potuto riconoscere di aver fatto qualcosa fuori dalla norma. Ma quello che effettivamente fece fu negare che lui ed i suoi associati avessero mai fatto quello che fecero, lamentandosi per il fatto che Chait:
“sostiene che quello che a destra Paul Ryan, o io od altri sosteniamo sia una versione dell’austerità europea, il che semplicemente non è vero, e che le preoccupazioni dei conservatori sulla finanza pubblica siano basate su una particolare scoperta di un particolare studio da parte di due economisti di Harvard, che è stato dimostrato contenesse alcuni errori statistici”.
Ebbene, questo è proprio essere disonesti. Si vada al grande rapporto della Commissione Congiunta per l’economia (“Spendere di meno, aver meno debiti, far crescere l’economia”) – disponibile in pdf – e si vedrà che esso pesantemente si caratterizza per le tesi di Alesina/Ardagna e di Reinhart/Rogoff.
Dunque, abbiamo un problema. Una cosa è fare uno sbaglio su un tema importante, e basarsi su una ricerca sbagliata. Un’altra cosa, molto peggiore, è pretendere, dopo ciò, di non aver fatto niente del genere. Se è questo quello a cui il nuovo pensiero della destra assomiglia, diciamo che non è un buon segno.
luglio 8, 2014
Jul 8 12:37 pm
I’ve been writing a lot lately about the continuing influence of inflation hysterics despite their awesome wrongness over the past five-plus years. One question that naturally arises is whose interests are served by this unjustified influence.
You don’t want to be too crude about it. I don’t think there are a lot of clear-headed hard-money types who secretly admit to themselves that their models have failed and that the policies they advocate could mire the economy in a permanent slump, but nonetheless say what will support their class interests. Instead, interests feed ideology, and the ideologues may then be sorta-kinda sincere in their beliefs.
Still, it is worth asking who benefits from low inflation or deflation, and from higher interest rates. And the answer, basically, is rich old men.
On the rich part: Using SIPP data, we can look at the comparison between financial assets and debt by household net worth:
Only the top end have more financial assets (as opposed to real assets like housing) than they have nominal debt; so they’re much more likely to be hurt by mild inflation and be helped by deflation than the rest.
Now, it’s true that some of these financial assets are stocks, which are claims on real assets. If we only look at interest-bearing assets, even the top group has more liabilities than assets:
But the SIPP top isn’t very high; in 2007 you needed a net worth of more than $8 million just to be in the top 1 percent. And since the ratio of interest-bearing assets to debt is clearly rising with wealth, we can be sure that the truly wealthy are indeed in the category where they have more to lose than to gain by a rise in the price level.
I won’t give a chart by age, but it’s also clearly true that the elderly rich are especially likely to own lots of bonds and not have much debt.
But what about the people I keep hearing about — struggling middle-class retirees living on the interest on their CDs? Well, they exist, but there aren’t many of them and they’re less middle-class than you think.
Basically, inflation redistributes wealth down the scale of both wealth and age, while deflation does the reverse.
And therein lies the deep explanation for inflation hysteria. The Fed’s efforts to boost the economy haven’t had the disastrous effects the usual suspects predicted, but it’s nonetheless true that this is no policy for rich old men (ROMs?). And playing to the paranoia of the ROMs is basically what the WSJ editorial page, Fox News, etc. is all about.
Le classi e la politica monetaria
Di recente scrivo molto sulla perdurante influenza degli isterici dell’inflazione, nonostante i loro tremendi errori nei cinque anni e più passati. Un quesito che naturalmente si solleva è quello degli interessi ai quali questa ingiustificata influenza fa comodo.
A questo proposito, non si deve essere troppo rozzi. Io non credo che ci siano molti soggetti lucidamente a favore della moneta forte, che in segreto tra sé e sé riconoscono che i loro modelli non hanno funzionato e che le politiche da essi sostenute potrebbero impantanare l’economia in una recessione permanente, purtuttavia scegliendo di continuare a sostenere i loro interessi di classe. Piuttosto, gli interessi alimentano l’ideologia, e di conseguenza gli ideologi a modo loro possono essere sinceri nelle loro convinzioni.
Eppure vale la pena di chiedersi chi tragga beneficio dalla bassa inflazione o dalla deflazione, e da tassi di interesse più elevati. E, fondamentalmente, la risposta è le persone ricche ed anziane.
Per l’aspetto dei ricchi: utilizzando i dati SIPP [1] possiamo osservare il confronto tra gli asset finanziari ed il valore netto del debito delle famiglie [2]:
Solo la componente più elevata ha asset finanziari (che sono altra cosa dagli asset reali come le abitazioni) superiori al debito nominale; dunque è molto più probabile che essi siano danneggiati da una leggera inflazione e che siano aiutati dalla deflazione, rispetto agli altri.
Ora, è vero che alcuni di questi asset finanziari sono azioni, che costituiscono diritti su asset reali. Se noi guardiamo solo agli asset che sono gravati da interessi, anche il gruppo dei più ricchi ha passività superiori agli asset:
Ma la quota più elevata di quel sondaggio non è molto alta; nel 2007 si doveva possedere un valore netto superiore agli 8 milioni di dollari all’anno, soltanto per far parte dell’1 per cento dei più ricchi. E dal momento che la percentuale degli asset gravati da interessi rispetto al debito è chiaramente in crescita con la ricchezza, possiamo esser certi che i ricchi veri e propri sono di fatto dentro la categoria nella quale si ha più da perdere che da guadagnare da una crescita del livello dei prezzi.
Non fornirò un diagramma in relazione all’età, ma è abbastanza chiaro che per i ricchi più anziani è particolarmente probabile possedere grandi quantità di bond e non avere un debito molto grande.
Ma cosa dire delle persone delle quali continuo a sentir parlare – i pensionati della classe media che vivono a fatica sugli interessi sui loro ‘certificati di deposito’? Ebbene, ce ne sono, ma non ce ne sono molti tra di loro, e sono meno classe-media di quello che pensate.
Fondamentalmente, l’inflazione redistribuisce la ricchezza verso il basso della scala, sia della ricchezza che dell’età, mentre la deflazione fa l’inverso.
E in questo sta la spiegazione profonda dell’isteria dell’inflazione. Gli sforzi della Fed di incoraggiare l’economia non hanno avuto gli effetti disastrosi che i soliti noti prevedevano, nondimeno è vero che questa non è la politica per i ricchi uomini anziani (li chiamiamo ROM?). E giocare sulla paranoia dei ROM è fondamentalmente quello che fanno la pagina editoriale del Wall Street Journal, Fox News e tutti gli altri.
[1] Sono dati dell’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti, raccolti attraverso uno specifico sondaggio denominato SIPP (“Survey on Income and Program Participation”).
[2] Come si nota, sull’asse orizzontale sono espresse le varie categorie di reddito. Le famiglie, ad esempio, che hanno un reddito annuo pari o superiore a 500.000 dollari, hahnno un debito di poco superiore ai 100.000 ed asset vicini ai 160.000. Di contro, le famiglie che hanno un reddito tra i 25.000 ed i 50.000 dollari, hanno un debito che è pari a circa ¾ , ed asset che sono neppure 1/20 di quelli dei più ricchi. La qualcosa, forse, non stupisce tanto per gli asset, che si possono immaginare, quanto per la somiglianza dell’entità del debito. E si badi, come Krugman chiarisce subito dopo, che per asset si intendono quelli finanziari, escluse le abitazioni.
luglio 8, 2014
Jul 8 12:10 pm
Danny Vinik says that the “reform conservatives” may have decided to stop supporting Paul Ryan, which he says may pose a problem for the GOP’s erstwhile intellectual leader:
Ryan has long had passionate supporters among conservative intellectuals. Whenever Paul Krugman called Ryan “unserious,” they were often there to defend him. But Ryan is walking into a fight where he may not have the support from a large swath of conservative wonks—and that could put his carefully crafted reputation at risk.
But, you know, I didn’t just call Ryan unserious; I showed that he was unserious. It has been obvious since his first budget “plan” that he was just pretending to be a budget wonk; look even briefly at anything he has put out and it turns out to depend crucially on magic asterisks. Strip those out and he turns out to combine huge tax cuts for the rich with savage but smaller cuts in aid to the poor and the middle class, increasing inequality while worsening the deficit.
So Ryan wasn’t just a fake wonk, but an obviously fake wonk. And what does that say about the supposed wonks who passionately defended him?
L’esperto [1] che non è mai stato
Danny Vinik dice che i “conservatori riformisti” potrebbero aver deciso di smettere di sostenere Paul Ryan, il che egli dice può porre un problema al precedente leader intellettuale del Partito Repubblicano:
“Per molto tempo Ryan ha avuto sostenitori appassionati tra gli intellettuali conservatori. Ogni qual volta Paul Krugman definiva Ryan “poco serio”, essi di solito erano lì a difenderlo. Ma Ryan procede in una battaglia nella quale può non trovare sostegno da parte di un ampio gruppo di esperti conservatori – e che potrebbe mettere a rischio la sua reputazione attentamente costruita.”
Ma il punto è che io non l’ho semplicemente definito poco serio; ho dimostrato che era tale. Era ovvio sin dal suo promo ‘programma’ di bilancio che egli fingeva soltanto di essere un esperto di finanze; si guardi anche superficialmente tutto quello che ha esposto e si scoprirà che esso dipende fondamentalmente dalla tecnica dei ‘rimandi’ [2]. Eliminate quei rimandi e si vede che egli mette assieme grandi sgravi fiscali per i ricchi con selvaggi, seppure più modesti, tagli agli aiuti ai poveri ed alla classe media, accrescendo l’ineguaglianza nel mentre si peggiora il deficit.
Dunque Ryan non era soltanto un falso esperto, ma un evidentemente falso esperto. E cosa ci dice tutto ciò a proposito dei presunti esperti che appassionatamente lo difendevano?
[1] L’uso di “wonk” in questo post conferma che la traduzione suggerita dai dizionari che conosco (“secchione”) è spesso imprecisa. E’ vero che di solito per “wonk” si intende qualcuno che è particolarmente meticoloso e tende ad esibire la sua competenza; ma non necessariamente con la accentuazione negativa che ha ‘secchione’ in italiano.
[2] I “magici asterischi”, sui quali Krugman ha spesso ironizzato a proposito di Ryan, consistono nell’affermare concetti e numeri che ‘rimandano’ a delucidazioni in fondo pagina che non si trovano mai.
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