Jul 7 8:28 pm
Neil Irwin has a nice piece about high asset prices that actually ties into my Wicksell discussion from earlier today.
What Irwin points out is that the price of just about every asset category is now high by historical standards. Bond prices in “safe” countries are very high, which is the same thing as saying that interest rates are very low. But so are prices of risky sovereign debt — Paul De Grauwe points out that Spain’s borrowing costs are now the same as Britain’s. Corporate bond rates are low; stock prices are high; all across the board, assets are up.
The proximate cause is obvious: policy interest rates are very low, and expected to remain low, so money is pouring into alternative assets, driving their yields down too. The question is what you think about this situation.
Quite a few people — including a lot of people on Wall Street, at the BIS, and so on — look at this and say that it’s terrible: the Fed is keeping interest rates “artificially low” and thereby distorting asset prices across the board, and it will all end in grief.
But although I hear the phrase “artificially low” all the time, I don’t think many people who use it have thought through what they mean. What would a non-artificial interest rate be?
Well, we do know from Wicksell what an unnatural rate, which sounds like more or less the same thing, would be: it would be an interest rate set too low in the sense that the economy overheats and we have accelerating inflation. But that hasn’t been happening; yes, there’s a slight uptick in some U.S. inflation measures, but nothing out there that suggests an interest rate that is way too low in this macroeconomic sense.
So what are the people complaining about artificially low rates talking about? Partly that they’re low by historical standards — but there are enough changes in the landscape, from deleveraging to demography, that this isn’t a convincing argument. But the main thing, I think, is those asset prices, which the advocates of tight money think are too high — because they wouldn’t make sense without those “artificially low” interest rates.
In case you haven’t noticed, this is a completely circular argument. Once you accept the possibility that rates belong where they are, or even a bit lower, to correspond to the Wicksellian natural rate, you also conclude that asset prices might make sense; and once you concede that asset prices might make sense, you lose the supposed evidence that rates are all wrong.
And one more thing: where is the wild exuberance that we associate with dangerous bubbles? I don’t see popular TV shows about house-flipping, and CNBC viewership is plumbing new lows.
Mainly, though, there simply isn’t any macroeconomic case for claiming that interest rates are wildly depressed relative to fundamentals, and not much reason to believe that assets in general are overvalued.
I prezzi degli asset di Knut [1]
Neil Irwin pubblica un bell’articolo sui prezzi degli asset che effettivamente si collega con la mia discussione su Wicksell di questa mattina.
Quello che Irwin mette in evidenza è che proprio il prezzo di tutte le categorie di asset è oggi elevato, in rapporto agli standard storici. I prezzi dei bond nei paesi “sicuri” sono molto alti, il che è come dire che i tassi di interesse sono molto bassi. Ma tali sono i prezzi del rischioso debito sovrano – Paul DeGrauwe indica che i costi di indebitamento della Spagna sono oggi gli stessi del Regno Unito. I tassi dei bond delle imprese sono bassi; i prezzi delle azioni sono alti; in generale, gli asset sono alti dappertutto.
La causa più vicina è evidente: i tassi di interesse di riferimento [2] sono molto bassi, e ci si aspetta che restino bassi, cosicché il denaro si riversa in asset alternativi, spingendo verso il basso anche i loro rendimenti. La questione è quello che si pensa di questa situazione.
Un certo numero di persone – inclusi molti a Wall Street, alla BIR, e in ambienti simili – osserva tutto ciò e dice che è terribile: la Fed sta tenendo i tassi di interesse “artificialmente bassi” e di conseguenza distorce in modo generalizzato i prezzi degli asset, e saranno dolori.
Ma, sebbene io senta in continuazione la frase “artificialmente bassi”, non penso che molte persone che la usano abbiano riflettuto su quello che significa. Cosa sarebbe un tasso di interesse non-artificiale?
Ebbene, noi sappiamo da Wicksell cosa è un tasso innaturale, che sembra più o meno la stessa cosa: esso sarebbe un tasso di interesse troppo basso, nel senso che l’economia si surriscalderebbe e accelereremmo l’inflazione. Ma non è quello che sta accadendo; sì, c’è una leggera crescita in alcune misure statunitensi dell’inflazione, ma non c’è niente in giro che indichi un tasso di interesse eccessivamente basso, in questo significato macroeconomico.
Dunque, di cosa stanno parlando coloro che si lamentano dei tassi artificialmente bassi? In parte essi sono bassi per gli standard storici – ma sono così tanti i cambiamenti nel paesaggio circostante, dalla riduzione dei rapporti di indebitamento alla demografia, che questo non è un argomento convincente. Ma la cosa principale, penso, siano quei prezzi degli asset, che i sostenitori della moneta forte pensano siano troppo elevati – perché essi non avrebbero senso senza quei tassi di interesse “artificialmente alti”.
Nel caso non l’abbiate notato, questo è un argomento completamente circolare. Una volta che si accetta la possibilità che i tassi debbano stare dove stanno, o persino un po’ più in basso, per corrispondere al tasso di interesse naturale wickselliano, si arriva anche alla conclusione che i prezzi degli asset potrebbero aver senso; ed una volta che si ammette che i prezzi degli asset potrebbero avere senso, scompaiono le presunte prove secondo le quali i tassi sarebbero tutti sbagliati.
Ed una cosa ancora: dov’è la selvaggia esuberanza che associamo con le bolle pericolose? Io non vedo i programmi televisivi popolari su come fare rapide speculazioni sul ‘mattone’, e la audience della CNBC sta scendendo ai livelli minimi.
Ciononostante, principalmente non c’è alcun argomento macroeconomico per sostenere che i tassi di interesse siano depressi in modo impressionante rispetto ai fondamentali, e non ci sono molte ragioni per credere che gli asset in generale siano sopravvalutati.
[1] Suppongo che prosegua, rispetto al post precedente, il riferimento a Knut Wicksell, e che “Knutty” sia il neologismo relativo. Ma forse potrebbe, oltre a questo, esserci un gioco di parole con “nutty”, che significa anche ‘pazzesco’.
[2] Ovvero, i tassi che la Banca Centrale stabilisce nelle relazioni interbancarie.
luglio 7, 2014
Jul 7 10:13 am
Gavyn Davies takes on the de facto debate between the hard-money men at the BIS and the monetary doves, and frames it as a conflict between Keynes and Wicksell. But I don’t think that’s right. The BIS position is in fact just as inconsistent with Wicksell as it is with Keynes. That doesn’t mean that the BIS is wrong (although I believe that it is); it does mean that its view is much stranger and harder to defend than Davies suggests.
So, for those wondering what this is all about: The Keynesian view of monetary policy is that the central bank should, if it can, set interest rates at a level that produces full employment. Sometimes it can’t: even at a zero rate the economy remains depressed, so you need fiscal policy. But in normal times the Fed and its counterparts should be aiming at the full-employment interest rate.
Wicksellian analysis is an older tradition; it argues that there is at any given time a “natural” rate of interest in the sense that keeping rates below that level leads to inflation, keeping them above it leads to deflation.
I have always considered these approaches essentially equivalent: the Wicksellian natural rate is the rate that would lead to full employment in a Keynesian model. I have, in fact, treated them as equivalent on a number of occasions, e.g. here.
Now, what about the BIS? It is arguing that central banks have consistently kept rates too low for the past couple of decades. But this is not a statement about the Wicksellian natural rate. After all, inflation is lower now than it was 20 years ago.
No, what the BIS is arguing is that there is some other appropriate rate, defined as a rate sufficiently high to discourage bubbles, and that central banks should target this rate even though it is above the Wicksellian natural rate – or, equivalently, that the economy should be kept permanently depressed in order to curb the irrational exuberance of investors.
It’s true that they don’t put it that way – probably because the policy recommendation sounds outrageous when you do. We can’t regulate finance effectively, so we have to accept a permanent slump instead? Really? But that’s what it amounts to.
Non è Knut [1]
Gavyn Davies interviene in sostanza sul dibattito tra le persone favorevoli alla ‘moneta forte’ alla BIR [2] e le colombe monetarie, e lo inquadra come un conflitto tra Keynes e Wicksell. Ma io non credo che sia giusto. La posizione della BIR è di fatto proprio in disaccordo sia con Wicksell che con Keynes. Questo non significa di per sé che la BIR abbia torto (sebbene io creda che abbia torto); significa che il suo punto di vista è più strano e più difficile da difendere di quello che Davies indica.
Dunque, per coloro che si stanno chiedendo di che cosa si tratti: il punto di vista Keynesiano sulla politica monetaria è che la banca centrale dovrebbe, se può, collocare i tassi di interesse ad un livello che produce la piena occupazione. Talvolta non è possibile: persino ad un tasso zero l’economia può restare depressa, cosicché si ha bisogno della politica della finanza pubblica. Ma in tempi normali, la Fed ed i suoi omologhi dovrebbero avere di mira il tasso di interesse della piena occupazione.
La analisi wickselliana è una tradizione più antica; essa sostiene che c’è, per ogni determinato periodo, una tasso di interesse “naturale”, nel senso che tenere i tassi al di sotto di quel livello conduce all’inflazione, tenerli sopra conduce alla deflazione.
Ho sempre considerato questi approcci sostanzialmente equivalenti: il tasso di interesse naturale wickselliano è il tasso che porterebbe alla piena occupazione in un modello keynesiano. Li ho, di fatto, trattati come equivalenti in un certo numero di occasioni, ad esempio in questa connessione [3].
Ora, cosa dire della BIR? Essa sta sostenendo che le banche centrali hanno tenuto stabilmente troppo bassi i tassi di interesse negli ultimi due decenni. Ma questa non è una affermazione che riguarda il tasso wickselliano naturale. Dopo tutto, l’inflazione è più bassa oggi di quanto lo fosse 20 anni fa.
No, quello che la BIR sta sostenendo è che c’è un qualche altro tasso appropriato, definito come tasso sufficientemente alto da scoraggiare le bolle, e che le banche centrali dovrebbero darsi come obbiettivo questo tasso anche se esso è superiore al tasso di interesse naturale wickselliano – oppure, il che è equivalente, che dovrebbero mantenere l’economia permanentemente depressa allo scopo di tenere a freno l’irrazionale esuberanza degli investitori.
E’ vero che non si esprimono in quel modo – probabilmente perché dirlo in quei termini sembrerebbe una raccomandazione politica inaccettabile. Noi non possiamo regolare le finanze efficacemente, dunque dovremmo accettare piuttosto una recessione permanente? Davvero? Ma in sostanza si tratta di questo.
[1] Johan Gustaf Knut Wicksell (Stoccolma, 20 dicembre 1851 – Stocksund, 3 maggio 1926) è stato un economista svedese. Wicksell, molto influenzato dalle visioni economiche di Léon Walras, Eugen von Böhm-Bawerk e David Ricardo, cercò di trovare una sintesi proprio tra questi tre importanti economisti. Il suo lavoro di creazione di una teoria economica sintetica gli valse l’appellativo di “economista degli economisti”. Partendo da presupposti marginalisti, e difendendo la distribuzione della ricchezza prodotta, Wicksell sostenne la necessità dell’intervento dello Stato per implementare lo stato sociale. Wicksell contribuì molto alla teoria dell’interesse, soprattutto attraverso l’opera del 1898, intitolata Geldzins und Güterpreise. Wicksell separò il concetto di interesse naturale da quello di interesse della moneta. Il primo è neutrale rispetto ai prezzi del mercato reale mentre il secondo è la mera visione dell’interesse del mercato dei capitali. Questo concetto si ricollega alla scuola austriaca, la quale sostiene che il boom economico avviene quando l’interesse naturale è più alto del prezzo di mercato. (Wikipedia)
[2] Banca Internazionale dei Regolamenti, con sede a Basilea.
[3] Un post del 4 settembre 2012.
luglio 6, 2014
Jul 6 9:56 am
Noah Smith has another post on John Cochrane’s anti-Keynesian screed, in which he takes on various “structural” stories about the continuing weakness of the economy. As usual, Noah is very mild and eager to give the benefit of the doubt, although even so there’s not much there.
What I’d like to point out, however, is that there’s an overarching reason not to take any of this stuff seriously. All the anti-Keynesian stories (except “uncertainty”, which as Nick Rowe points out is actually a Keynesian story but doesn’t know it) are supply-side stories; Cochrane even puts scare quotes around the word “demand”. Basically, they’re claiming that unemployment benefits, or Obamacare, or regulations, or something, are reducing the willingness of workers and firms to produce stuff.
How would you test this? In a supply-constrained economy, the kind of monetary policy we’ve had, with the Fed quintupling the size of its balance sheet over a short period of time, would be highly inflationary. Indeed, just about everyone on the right has been predicting runaway inflation year after year.
Meanwhile, if you had a demand-side view, and considered the implications of the zero lower bound, you declared that nothing of the sort would happen:
Now, the equation [the quantity equation for money] still holds. But all that tells us is that any changes in the money supply are offset one for one by changes in velocity …
Actually, in the real world it’s even worse, because central banks don’t control the money supply, they only control the monetary base. Broad aggregates like M2 may well be unaffected by what the central bank does: increase the monetary base, and all that happens is an offsetting fall in the money multiplier.
(I was arguing against neomonetarism, but the point holds more generally.)
Reality:
It seems to me that the failure of the inflation predicted by anti-Keynesians to appear — and the fact that this failure was predicted by Keynesian models — is a further big reason not to take what these people are saying seriously.
Storie di recessione e il test dell’inflazione
Noah Smith ha un altro post sul sermone anti keynesiano di John Cochrane, nel quale egli ha accolto varie spiegazioni “strutturali” per la perdurante debolezza dell’economia. Come al solito, Noah è molto gentile e desideroso di concedere il beneficio del dubbio, sebbene anche in questo modo c’è poco da fare.
Quello che vorrei segnalare, tuttavia, è che c’è una ragione complessiva per non prendere questa roba sul serio. Tutte le storie anti-keynesiane (eccetto “l’incertezza” che, come Nick Rowe sottolinea, effettivamente è una spiegazione keynesiano, anche se lui[1] lo ignora) sono racconti dal lato dell’offerta; Cochrane ha persino paura ad utilizzare il termine “domanda”. Fondamentalmente, quello che stanno sostenendo è che i sussidi di disoccupazione, la riforma sanitaria di Obama, o i regolamenti, o qualsiasi cosa simile, stanno riducendo la volontà dei lavoratori e delle imprese a produrre.
Come si potrebbe verificarlo? In una economia condizionata dall’offerta, il genere di politica monetaria che è in atto, con la Fed che sta quintuplicando l’ampiezza del suo bilancio patrimoniale in un breve periodo di tempo, sarebbe altamente inflazionistica. In effetti, praticamente tutti a destra stanno predicando, anno dopo anno, una inflazione fuori controllo.
Invece, se si avesse un punto di vista dal lato della domanda, e si considerassero le implicazioni del limite inferiore dello zero nei tassi di interesse, si sosterrebbe che niente del genere è destinato ad accadere [2]:
“Ora, l’equazione (l’equazione di quantità per la moneta) tiene ancora. Ma tutto ci dice che tutti i cambiamenti nell’offerta di moneta sono bilanciati, in rapporto di uno ad uno, da cambiamenti nella velocità ….
In effetti, nel mondo reale, le cose vanno ancora peggio, perché i banchieri centrali non controllano l’offerta di moneta, essi controllano soltanto la base monetaria. Gli aggregati generali come lo M2 possono ben essere non influenzati da quello che fa la banca centrale: si accresce la base monetaria e tutto quello che accade è una caduta compensativa del moltiplicatore della moneta”.
(allora stavo argomentando contro il neomonetarismo, ma il punto più in generale resta valido).
La realtà:
Sembra a me che il fallimento dell’inflazione che era stata prevista dagli anti keynesiani – ed il fatto che un tale esito fosse stato previsto dai modelli keynesiani – sia una ulteriore grande ragione per non prendere sul serio quello che dice questa gente.
[1] In questo caso “lui” è Cochrane.
[2] Krugman offre questa connessione con un suo vecchio post del 6 novembre 2009, dal quale trae la citazione tra virgolette.
luglio 5, 2014
Jul 5 3:05 pm
At Bloomberg View, Leonid Bershinksy weeps over the cruel world that for some reason isn’t listening to Jaime Caruana of the BIS, who warns that we must raise interest rates now now now. Why is this prophet so lonely?
Well, it might have something to do with the fact that three years ago Caruana and the BIS warned that interest rates must rise to avert a surge of inflation. That didn’t happen — in fact, low inflation and the threat of deflation came instead.
Now, everyone gets things wrong sometimes. But when that happens, you’re supposed to think about why you were wrong, and reconsider your policy views. If the BIS did any soul-searching, nobody else noticed — and it’s still calling for higher rates, with a new justification (and where it used to warn about inflation, now it’s arguing that deflation isn’t so bad.) Why, exactly, should anyone take its views seriously at this point?
But being a hard-money guy seems to mean never having to reconsider. I missed my chance to mark the anniversary, but it’s now five years plus since the WSJ warned that wildly inflationary monetary and fiscal policies were bringing on the bond vigilantes. And to read their opinion pages, you’d think they were right all along.
In che modo i profeti restano soli
Su Bloomberg View, Leonid Bershinski piange per il mondo crudele che per qualche motivo non presta ascolto a Jaime Caruana della Banca dei Regolamenti Internazionali, il quale mette in guardia che dobbiamo alzare i tassi di interesse senza perdere un istante. Perché questo profeta è così isolato?
Ebbene, potrebbe dipendere dal fatto che tre anni fa Caruana e la BIR avevano messo in guardia che i tassi dovevano salire, per evitare un rialzo dell’inflazione. La qualcosa non è successa – di fatto, sono invece arrivate la bassa inflazione e la minaccia di deflazione.
Ora, qualche volta tutti fanno cose sbagliate. Ma quando accade, si suppone che pensiate a cosa avete fatto di sbagliato, e che riconsideriate i vostri punti di vista politici. Se la BIR ha fatto un esame di coscienza, non se ne è accorto proprio nessuno – ed essa continua a pronunciarsi per tassi più elevati, con una nuova giustificazione (laddove era solita mettere in guardia sull’inflazione, ora sta sostenendo che la deflazione non è così male). Perché mai qualcuno dovrebbe proprio prendere sul serio i suoi punti di vista, a questo punto?
Ma per gli individui che sono a favore di una politica monetaria dura sembra non ci sia mai l’obbligo di una riconsiderazione. Ho sciupato l’occasione che avevo di segnalare l’anniversario, ma sono oggi cinque anni da quando il Wall Street Journal ammonì che politiche monetarie e della spesa pubblica estremamente inflazionistiche stavano mettendo in funzione i “guardiani dei bond”. E a leggere le loro pagine dei commenti, pensereste cha abbiano sempre avuto ragione.
luglio 5, 2014
Jul 5 11:36 am
OK, this is fairly amazing. I’ve written often about sadomonetarism among central bankers — the evident urge to find some reason, any reason, to raise interest rates despite high unemployment and low inflation. The most influential hive of this kind of thinking is the Bank for International Settlements, which for some reason commands great respect even though it offers an ever-changing rationale — inflation! Any day now! Or maybe not! Financial stability! — for its never-changing advocacy of tight money. But the place where policy makers most dramatically gave in to this urge is Sweden, where the majority at the Riksbank decided to indulge its rate-hike vice while freezing out one of the world’s leading experts on deflation risks, my friend and former colleague Lars Svensson.
Well, guess what: Lars has been proved so dramatically right by events — raising rates didn’t curb rising debt, but it did push Sweden into deflation — that the Riksbank has done an abrupt U-turn, slashing rates (and overruling the governor and first deputy governor).
Actually, the drama of this U-turn may be a very good thing, since it might convince investors that this is a real regime change.
Intoppo sadomonetarista svedese
Sì, questa è abbastanza sorprendente. Ho scritto spesso sul sadomonetarismo tra i banchieri centrali – il bisogno evidente di trovare una ragione, una ragione qualsiasi, per elevare i tassi di interesse nonostante l’elevata disoccupazione e la bassa inflazione. La più influente fucina di questo genere di pensieri è la Banca dei Regolamenti Internazionali, che per qualche ragione suscita grande rispetto anche se offre una logica in continuo mutamento (l’inflazione! E’ questione di giorni! O forse no! La stabilità finanziaria!), per il suo immutabile sostegno alla restrizione monetaria. Ma il posto nel quale gli operatori politici nel modo più spettacolare sottostanno a questo bisogno è la Svezia, dove la maggioranza della Riksbank ha deciso di concedersi al suo vizio del rialzo dei tassi tagliando fuori uno dei principali esperti dei rischi di deflazione del mondo, il mio amico e passato collega Lars Svensson.
Ebbene, indovinate un po’: Lars è stato confermato nel giusto in modo così plateale dagli eventi – alzare i tassi non ha tenuto a freno il debito crescente, ma ha spinto la Svezia nella deflazione – che la Svezia ha fatto una improvvisa curva ad U, tagliando i tassi (e revocando il Governatore ed il primo Vice Governatore).
In effetti, lo spettacolo di questo voltafaccia potrebbe essere un’ottima cosa, se potesse convincere gli investitori che è un mutamento reale di concezione.
luglio 4, 2014
Jul 4 10:34 amJul 4 10:34 am
One of the interesting things about the ongoing economic crisis is the way it has demonstrated the importance of historical knowledge. This is only the second global financial crisis serious enough to drive interest rates down to the zero lower bound in most major economies; making sense of it has depended crucially on knowing something about the first.
But it’s not just economic history that turns out to be extremely relevant; intellectual history — the history of economic thought — turns out to be relevant too.
Consider, in particular, the recent to-and-fro about stagflation and the rise of new classical macroeconomics. You might think that this is just economist navel-gazing; but you’d be wrong.
To see why, consider John Cochrane’s latest. Cochrane has opened his mind a bit over the past five years; in 2009 he was asserting that accounting identities implied that shortfalls in demand can’t happen and that a potential role for fiscal policy was a fairy tale nobody believed in. Now he’s at least aware that New Keynesian economics exists, even if he still seems to have trouble understanding that the case for fiscal policy doesn’t depend on second-round effects on consumption, and still puts scare quotes around the word “demand”.
But what’s interesting about Cochrane’s current argument is that it effectively depends on the notion that there must have been very good reasons for the rejection of Keynesianism, and that harkening back to old ideas must involve some kind of intellectual regression. And that’s where it’s important — as David Glasner notes — to understand what really happened in the 70s.
The point is that the new classical revolution in macroeconomics was not a classic scientific revolution, in which an old theory failed crucial empirical tests and was supplanted by a new theory that did better. The rejection of Keynes was driven by a quest for purity, not an inability to explain the data — and when the new models clearly failed the test of experience, the new classicals just dug in deeper. They didn’t back down even when people like Chris Sims (pdf), using the very kinds of time-series methods they introduced, found that they strongly pointed to a demand-side model of economic fluctuations.
And critiques like Cochrane’s continue to show a curious lack of interest in evidence. After all, we’ve had a series of big natural experiments in recent years: a quadrupling of the monetary base, massive deficits, extreme austerity measures. The results of all these natural experiments have been consistent with a Keynesian view, inconsistent with any kind of supply-side view. And there has also been an explosion of empirical work.
In short, you have a much better sense of what’s really going on here, and which ideas remain relevant, if you know about the unhappy history of macroeconomic thought.
Dibattiti di macroeconomia e l’importanza della storia intellettuale
Una delle cose interessanti della perdurante crisi economica è il modo in cui essa ha dimostrato l’importanza della conoscenza storica. Questa è soltanto la seconda crisi finanziaria globale a tal punto seria da spingere in basso i tassi di interesse sino al limite inferiore dello zero: dare un senso a ciò è dipeso fondamentalmente dalla conoscenza della prima crisi.
Ma non è solo la storia economica che si scopre essere estremamente rilevante; si scopre che anche la storia intellettuale – la storia del pensiero economico – è rilevante.
Si consideri, in particolare, il recente ripresentarsi del tema della stagflazione e della ascesa della muova macroeconomia neoclassica. Potreste pensare che si tratti soltanto del guardarsi all’ombelico di un economista; ma avreste torto.
Si consideri, ad esempio, il più recente John Cochrane. Cochrane ha discretamente aperto la sua mente negli ultimi cinque anni; nel 2009 egli sosteneva che le identità contabili comportavano che le cadute della domanda non possono aver luogo e che un ruolo possibile per la finanza pubblica era un racconto di fate a cui nessuno credeva. Oggi egli è almeno consapevole che l’economia neo keynesiana esiste, anche se sembra avere ancora problemi nel comprendere che l’argomento della politica della finanza pubblica non dipende dagli effetti in seconda battuta sui consumi, e se ancora avanza citazioni impaurite sulla sola parola “domanda”.
Ma quello che è interessante nella argomentazione attuale di Cochrane è che essa sostanzialmente dipende dal concetto che non possono non esserci state buone ragioni per il rigetto del keynesismo, e che tornare a dare ascolto a vecchie idee deve comportare una sorta di regressione intellettuale. E il punto che è importante da capire – come nota David Glasner – è quello che realmente è successo negli anni ’70.
Il punto è che la rivoluzione neo classica in economica non fu una classica rivoluzione scientifica, nella quale una vecchia teoria non superò fondamentali test scientifici e fu soppiantata da una nuova teoria che si mostrava più adatta. Il rigetto di Keynes fu guidato da una ricerca di purezza, non da una incapacità a spiegare i dati – e quando i nuovi modelli chiaramente non furono capaci di superare la prova dell’esperienza, i neoclassici semplicemente scavarono più in profondità. Essi non si ritirarono neppure quando persone come Chris Sims (disponibile in pdf), utilizzando esattamente i tipi di metodi delle serie temporali da essi introdotti, scoprirono che proprio questi ultimi indicavano un modello dal lato della domanda delle fluttuazioni economiche.
E critiche come quella di Cochrane continuano a mostrare un curioso disinteresse per tali prove. Dopo tutto, abbiamo avuto una serie di grandi esperimenti naturali negli anni recenti: una quadruplicazione della base monetaria, deficit massicci, misure di austerità estreme. I risultati di tutti questi esperimenti naturali sono stati coerenti con un punto di vista keynesiano, ed incoerenti con ogni genere di approccio dal lato dell’offerta. E c’è anche stata una esplosione di ricerche empiriche.
In breve, si è avuta una percezione molto migliore di quello che sta effettivamente accadendo, e di quali idee restano importanti, se si conosce la storia infelice del pensiero economico.
luglio 3, 2014
Jul 3 9:13 amJul 3 9:13 am
Here’s total public spending on construction, adjusted for the price level (GDP deflator) and population growth; 2007IV=100:
And if no deal is made on the federal highway fund, it will soon plunge even further.
It’s important here not to get caught up too much in the details. Yes, it’s absurd that the federal gasoline tax has been flat in nominal terms since 1993, which means that in real terms it has fallen 40 percent. But highways don’t have to be paid for with gas taxes — the fund could be (and has been) topped up with transfers from general revenue. And federal borrowing costs remain incredibly low by historical standards.
So the highway issue should be seen as part of the larger craziness of infrastructure policy, in which spending has crashed at a time when by any reasonable criterion we should have been building much more.
Il grande disinvestimento
Ecco la spesa pubblica totale nel settore delle costruzioni, corretta per il livello dei prezzi (deflatore del PIL) e la crescita della popolazione; fatto 100 il quarto trimestre del 2007:
E se non si fa niente sul fondo della viabilità federale, crollerà ulteriormente.
In questo caso non è importante essere troppo aggiornati nei dettagli. Sì, è assurdo che la tassa federale sulla benzina sia rimasta piatta in termini nominali a partire dal 1993, il che significa che in termini reali è diminuita del 40 per cento. Ma non è necessario pagare le strade principali con le tasse sui carburanti – il fondo potrebbe essere (ed è stato) rimpinguato con trasferimenti dalle entrate generali. E l’indebitamento federale resta incredibilmente ai minimi storici.
Dunque, il tema della viabilità dovrebbe essere considerato come un aspetto della più generale follia della politica delle infrastrutture, dove la spesa è crollata in un periodo nel quale ogni ragionevole criterio avrebbe dovuto essere costruire di più.
luglio 2, 2014
Jul 2 12:50 pmJul 2 12:50 pm
Sam Tanenhaus asks, “Can the G.O.P. Be a Party of Ideas?”
Why, no. This is another edition of simple answers to simple questions.
More specifically, the “reform conservatives” seem mainly to be offering supposedly new ideas for the sake of being seen to offer new ideas. And there isn’t much there there; can you find anything in the Tanenhaus piece that sounds like an important new idea rather than a minor tweak on the current conservative catechism? I can’t. I mean, converting federal poverty programs into bloc grants is supposed to be a major departure?
But then, the whole notion that new ideas are what politics is about is greatly overrated. Governing isn’t like selling smartphones; the underlying shape of the problems you have to confront changes quite slowly, and the basics of policy debate are quite stable.
In particular, the central policy debate in US politics hasn’t changed in decades, nor should it. Liberals want a strong social safety net, financed with relatively high taxes, especially on high incomes. Conservatives want much less of a safety net, and much lower taxes on the affluent.
Thirty-five years ago conservatives did produce a new argument — the claim that high taxes and generous benefits were producing such a drag on the economy that even lower-income Americans would be better off if we slashed all of that. And they got most of what they wanted — much lower taxes on top incomes, an end to welfare as we knew it, though not to the big middle-class programs. But growth failed to take off while inequality soared, so that the income of typical families grew much more slowly after the conservative revolution than before:
So much for that big idea. Is there anything like that on the horizon? No — and it’s not clear why you should expect anything of the kind. What’s certain is that tweaking policy at the edges isn’t going to do much.
And I suspect that at some level the reform conservatives know this. The point of their proposed policy tweaks, I’d argue, is less to achieve results than to let the GOP dissociate itself from soaring inequality and stagnating incomes, without changing its fundamental policy stance. And it’s not a trick that’s likely to work.
Trucchi e ritocchi
Sam Tanenhaus si chiede: “Il Partito Repubblicano può essere un partito di idee?”
Perchè no. Questa è un’altra versione di risposte semplici a domande semplici.
Più precisamente, i “conservatori riformisti” sembra che principalmente stiano offrendo nuove idee con l’interesse di far vedere che offrono nuove idee. E in tutto ciò non c’è davvero molto: trovate qualcosa in tutto l’articolo di Tanenhaus che assomigli ad una qualche importante nuova idea, piuttosto che ad un ritocco secondario del catechismo attuale dei conservatori? A me non riesce. Voglio dire, scambiare i programmi federali sulla povertà in un unico complesso di assegnazioni si suppone faccia una gran differenza?
Ma allora, è l’intero concetto che le nuove idee sono ciò che contraddistingue la politica ad essere grandemente sopravvalutato. Governare non è come vendere telefonini; la forma implicita dei problemi con i quali ci si misura cambia abbastanza lentamente, e gli aspetti fondamentali del dibattito politico sono relativamente stabili.
In particolare, sono decenni che il dibattito centrale delle politiche negli Stati Uniti non è cambiato, né avrebbe dovuto cambiare. I progressisti vogliono forti reti della sicurezza sociale, finanziate con tasse relativamente elevate, particolarmente sui redditi alti. I conservatori vogliono molta meno sicurezza sociale, e tasse molto più basse sui ricchi.
Trentacinque anni fa i conservatori avanzarono un nuovo argomento – la tesi secondo la quale alte tasse e sussidi generosi stavano producendo un tale prelievo sull’economia che persino gli americani con i redditi più bassi sarebbero stati meglio se avessimo abbattuto tutto ciò. Ed ottennero gran parte di quello che volevano – tasse molto più basse sui redditi più elevati, ed una fine dello stato assistenziale per come lo conoscevamo, sebbene non dei grandi programmi per le classi medie. Ma la crescita non decollò mentre crebbe l’ineguaglianza, cosicché il reddito delle famiglie comuni avanzò molto più lentamente dopo la rivoluzione conservatrice che non in precedenza:
Questo è quanto basta per quella grande idea. C’è qualcosa di simile all’orizzonte? No – e non è chiaro perché ci si dovrebbe aspettare niente del genere. Quello che è certo è che la politica dei ritocchi ai margini non è destinata a produrre granché.
Ed io sospetto che a qualche livello i conservatori riformisti lo sappiano. Il punto sui ritocchi politici che propongono, direi, non riguarda tanto ottenere risultati, quanto consentire al Partito Repubblicano di distinguersi dalla crescente ineguaglianza e dai redditi stagnanti, senza cambiare il suo fondamentale indirizzo politico. Ed è un trucco che è probabile che non funzioni.
luglio 1, 2014
Jul 1 8:30 pmJul 1 8:30 pm
Danny Vinik notes that “reform conservatives”, who are trying either to rescue the right from its intellectual torpor or to provide cover for its fundamental anti-intellectualism — your choice — have gotten a fair bit of lip service for some of their ideas, but none at all for one key proposal: activist monetary policy to assure full employment.
This was predictable.
The neomonetarist movement starts from an acknowledgement of reality: shortfalls of aggregate demand do happen, and they do matter, and we need an answer. Like the original monetarists, however, they reject any government role in the form of discretionary fiscal policy. Instead, they argue that the Fed and its counterparts can do the job all on their own if they really want to.
I don’t buy this on the economics; to do what’s needed central banks either have to take on a lot of risk, which is in effect a form of fiscal policy, or change inflation expectations, which is far beyond conventional monetary policy. But we don’t need to hash this out here. The more important point is that the neomonetarists are deluded in imagining that there is any constituency for their ideas in the modern conservative movement.
Remember what happened when the Fed began a partial move toward the kind of policy they want: practically the whole Republican establishment began screaming at Ben Bernanke that he was debasing the currency. And surely you don’t think that the failure of inflation to materialize has changed their minds.
And underlying this total opposition to monetary expansion lie two deep forces. First, much of the right is thoroughly committed to the view that bad things only happen because of the government, that the private sector will never have problems if it has low taxes and the security of the gold standard. Paul Ryan is effectively the intellectual leader of the GOP — and he gets his monetary economics from characters in Ayn Rand novels.
Moreover, the Kalecki argument about why business interests oppose activist fiscal policy applies to monetary policy too. If “captains of industry” want the body politic to believe that prosperity depends on their “confidence” — so that any criticism leads to depression — they’re going to hate monetarism as much as they hate Keynesianism, because both imply that full employment depends on policy, not their hurt feelings.
So there’s really no constituency for neomonetarism. Milton Friedman would be an isolated outcast in today’s conservative movement, and his would-be successors have no home.
Le illusioni neomonetariste
Danny Vinik nota che i “conservatori riformisti” che stanno cercando sia di salvare la destra dal suo torpore intellettuale che di dare copertura al suo fondamentale anti-intellettualismo – come preferite – hanno ottenuto una discreta adesione di facciata per alcune delle loro idee, ma non hanno ottenuto proprio niente su una proposta cruciale: una politica monetaria attiva per assicurare la piena occupazione.
Il movimento neomonetarista [1] prende le mosse dal riconoscimento della realtà: cadute della domanda aggregata accadono per davvero, e sono importanti, e dobbiamo dare una risposta. Come gli originali monetaristi, tuttavia, essi respingono ogni ruolo del Governo nella forma di una politica discrezionale della finanza pubblica. Invece, sostengono che la Fed ed i suoi omologhi, se davvero lo vogliono, possono fare tutto il lavoro per loro conto.
Io non aderisco a questa posizione di teoria economica; per fare quello che è necessario le banche centrali devono prendersi una buona dose di rischio, che in effetti è una forma di politica della finanza pubblica, ed anche modificare le aspettative inflazionistiche, che è qualcosa che va molto oltre la politica monetaria convenzionale. Ma non abbiamo bisogno di far pasticci oltre a questo. Il punto più importante è che i neomonetaristi si sono illusi che ci sia un qualche seguito alle loro idee nel movimento conservatore contemporaneo.
Ricordate cosa accadde quando la Fed cominciò a muoversi in parte verso il genere di politica che essi vogliono: praticamente l’intero gruppo dirigente del Partito Repubblicano cominciò a urlare verso Ben Bernanke, che stava svalutando la moneta. E di sicuro non è il caso di pensare che il fatto che non vi sia segno di inflazione abbia cambiato qualcosa nelle loro teste.
E dietro questa totale opposizione alla espansione monetaria sussistono due forze potenti. La prima. Gran parte della destra si attiene scrupolosamente al punto di vista secondo il quale le cose negative vengono solo dal Governo, e che il settore privato non avrà mai problemi se avrà basse tasse e la sicurezza del gold standard. Paul Ryan è effettivamente il leader intellettuale del Partito Repubblicano – e trae la sua economia monetaria dai personaggi dei racconti di Ayn Rand [2].
Inoltre, la tesi di Kalecki [3] secondo la quale gli interessi delle imprese si oppongono ad una politica della finanza pubblica attiva si applica anche alla politica monetaria. Se i “capitani dell’industria” vogliono che il corpo politico dipenda dalla loro “fiducia” – cosicché ogni critica sia come una spinta verso la depressione – sono destinati ad odiare il monetarismo nello stesso modo in cui odiano il keynesismo, perché per entrambi è implicito che la piena occupazione dipende dalla politica, e non dai loro sentimenti feriti.
Dunque, non c’è davvero nessun seguito per il neomonetarismo. Milton Friedman sarebbe un emarginato isolato nel movimento conservatore odierno, ed i suoi aspiranti successori sono senza casa.
[1] Il neomonetarismo – ovvero la versione più recente del monetarismo, il cui esponente principale nel secolo scorso fu Milton Friedman – vede tra i suoi esponenti Warren Mosler, L. Randall Wray, Stephanie Kelton, e Bill Mitchell e, forse con una maggiore autonomia di orientamenti e di ricerca, James K. Galbraith.
[2] Per la scrittrice Ayn Rand vedi le note sulla traduzione.
[3] A proposito di questa tesi di Kalecki, Krugman scrisse un articolo l’8 agosto 2013, dal titolo “Il fattore della paura fasulla”, qua tradotto.
Michał Kalecki (Łódź, 22 giugno 1899 – Varsavia, 18 aprile 1970) è stato un economista polacco. Le sue teorie sono considerate, da alcuni, come precorritrici delle idee esposte nella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keynes.[1]
Il suo lavoro ha riguardato principalmente la macroeconomia, in particolare il ciclo economico, la distribuzione del reddito e la matematica applicata alle analisi dinamiche dell’economia. Secondo John Kenneth Galbraith, va considerato, insieme a Oskar Lange uno dei due principali economisti socialisti del primo dopoguerra.[2] I punti di convergenza tra Kalecki e Keynes sono numerosi a partire dall’analisi delle classi sociali e dalla separazione delle decisioni di risparmio ed investimento, fino alla presa di coscienza di molte caratteristiche proprie di una economia monetaria, come quella per cui i lavoratori sono remunerati in termini monetari e non in termini reali (Wikipedia).
luglio 1, 2014
Jul 1 4:48 pmJul 1 4:48 pm
Simon Wren-Lewis is harsh about the current tight-money crowd, exemplified by the Bank for International Settlements, who are urging tight money despite weak economies, for fear that investors will take excessive risks. But he’s not harsh enough.
He’s right that it’s more or less insane to argue that the economy must be kept persistently depressed for fear that investors will be too exuberant — and at the same time to argue against fiscal expansion or anything else that might offset rising rates. What he doesn’t note, however, is that while the BIS has argued for raising interest rates at least since 2010, it keeps changing its reasoning. Here’s what it said in 2011 (pdf):
Tighter global monetary policy is needed in order to contain inflation pressures and ward off financial stability risks. It is also crucial if central banks are to preserve their hard-won inflation fighting credibility, which is particularly important now, when high public and private sector debt may be perceived as constraining the ability of central banks to maintain price stability. Central banks may have to be prepared to raise policy rates at a faster pace than in previous tightening episodes.
And it praised the ECB for what we now know was a terrible decision to raise rates.
So, that was three years ago, and Europe in particular is struggling with dangerously low inflation. Has the BIS changed its prescriptions? No, it’s just changed the reason for demanding the same thing.
What all this suggests is that the BIS basically just wants to raise rates, and is always looking for a reason. It’s about sadomonetarism, not stability.
Stabilità o sadomonetarismo?
Simon Wren-Lewis è duro sulla attuale affollamento a favore di politiche di restrizione monetaria esemplificato dalla Banca Internazionale dei Regolamenti, che stanno premendo per tali politiche nonostante le economie deboli, per paura che gli investitori assumano rischi eccessivi. Ma non è duro abbastanza.
Ha ragione che è più o meno pazzesco sostenere che l’economia debba essere tenuta costantemente depressa per paura che gli investitori diventino troppo esuberanti – e nello stesso tempo pronunciarsi contro una politica di espansione della spesa pubblica o qualsiasi altra cosa possa bilanciare i tassi crescenti. Quello che non nota, tuttavia, è che mentre la BIR si era pronunciata a favore di tassi di interesse crescenti almeno sin dal 2010, essa continua a cambiare il suo ragionamento. Ecco quello che disse nel 2010 (connessione in pdf):
“Una politica monetaria più restrittiva è necessaria allo scopo di contenere le spinte dell’inflazione e tener lontani i rischi per la stabilità finanziaria. E’ anche cruciale che le banche vogliano preservare la loro credibilità, conquistata con fatica, nel combattere l’inflazione, cosa che è particolarmente importante oggi, quando l’elevato debito pubblico e del settore privato può essere percepito come una limitazione alla capacità delle banche centrali nel mantenere la stabilità dei prezzi. E’ possibile che le banche centrali debbano essere pronte ad elevare i tassi di riferimento con un ritmo più rapido di quanto fatto in episodi precedenti di restrizione.”
Ed essa elogiava la BCE per quella che oggi sappiamo essere stata la decisione terribile di elevare i tassi.
Dunque, questo avveniva tre anni fa, e l’Europa in particolare sta combattendo contro una inflazione pericolosamente bassa. La BIR ha cambiato le sue prescrizioni? No, ha solo cambiato l’argomento per chiedere la medesima cosa.
Ciò che tutto questo suggerisce è che la BIR fondamentalmente vuole soltanto elevare i tassi, ed è alla permanente ricerca di un pretesto. Questo riguarda il sadomonetarismo, non la stabilità.
luglio 1, 2014
Jul 1 2:32 pmJul 1 2:32 pm
No, not about soccer. But since we’re talking about Belgium, a little-known fact is that the Belgian economy has actually done considerably better than its neighbors since the crisis began:
How have they managed this? Well, a leading hypothesis is that Belgium has benefited from not having a government, which means that it can’t pursue austerity policies:
International Monetary Fund (for 2007 to 2013)
Just saying.
Il segreto del successo del Belgio
No, non ha a che vedere col calcio. Ma dal momento che stiamo parlando del Belgio, un fatto poco noto è che l’economia belga ha avuto una prestazione assai migliore di quella dei suoi vicini, dal momento in cui la crisi è cominciata:
Come è stato ottenuto? Ebbene, l’ipotesi principale è che il Belgio abbia tratto beneficio dal non avere un Governo, il che significa che non ha potuto perseguire politiche di austerità:
Fondo Monetario Internazionale (dal 2007 al 2013)
Solo per dire.
luglio 1, 2014
Jul 1 10:51 amJul 1 10:51 am
One of the oddest, most frustrating things about the six years plus since the Great Recession began is the incessant whining from pundits that it’s all very complicated, and nobody knows what to do. As Dean Baker says, the story of this slump is remarkably simple; I would give more role to household debt than he does, but basically yes, it’s a huge slump in housing. Here’s residential investment as a percentage of GDP:
This created a big hole in demand, one that couldn’t be filled with conventional monetary policy; so the answer should have been some mix of fiscal expansion, unconventional monetary policy, and debt relief. This wasn’t hard or unconventional economics; it was not much beyond Econ 101.
What about all the objections raised? Expansionary monetary policy would cause inflation! Budget deficits will drive up interest rates! We need to reduce deficits to encourage the confidence fairy! Two things: First, none of this came from the standard economic models, which said that money wouldn’t be inflationary in a liquidity trap, deficits wouldn’t drive up interest rates, and contractionary policy would be contractionary. And so it proved: low inflation, low interest rates, and here’s the effect of austerity from 2009 to 2013:
So basic models told us what to do, and the models have worked very well.
The only complicated thing about responding to this crisis has been the ideological unwillingness of influential people to take yes for an answer. We had the knowledge and the tools to have avoided most of the pain, but we didn’t, and instead cried “It’s all so complicated.”
Inettitudine macroeconomica procurata
Una delle cose più curiose, più frustranti dei sei anni e più da quando la Grande Recessione ebbe inizio è l’incessante lamentela da parte dei commentatori secondo la quale tutto è molto complicato, e nessuno sa cosa fare. Come dice Dean Baker, la storia di questa crisi è considerevolmente semplice; io darei, rispetto a lui, un ruolo maggiore al debito delle famiglie, ma fondamentalmente è vero: si tratta di un vasto cedimento nel settore abitativo. Ecco l’investimento residenziale come percentuale del PIL:
Questo ha creato un grande buco nella domanda, un buco che non poteva essere riempito con la politica monetaria convenzionale; così la risposta avrebbe dovuto in qualche modo riguardare un mix di espansione delle finanza pubblica, di politica monetaria non convenzionale e di attenuazione del debito. Questa non era economia difficile o non convenzionale; non era molto di più di quello che è scritto nei libri di testo.
Che dire di tutte le obiezioni sollevate? La politica monetaria espansiva avrebbe provocato l’inflazione! I deficit di bilancio avrebbero spinto verso l’alto i tassi di interesse! Abbiamo bisogno di ridurre i deficit per incoraggiare la fata della fiducia! Due cose: la prima è che niente di questo viene dai modelli economici consueti, che dicono che la moneta, in una trappola di liquidità, non può avere effetti inflazionistici; che i deficit non possono spingere in alto i tassi di interesse; e che una politica restrittiva avrà effetti restrittivi. E così si è dimostrato: bassa inflazione, bassi tassi di interesse, ed ecco l’effetto dell’austerità dal 2009 al 2013:
Dunque, i modelli di base ci dicono cosa fare e i modelli hanno funzionato benissimo.
La sola cosa complicata nel rispondere alla crisi è stata l’indisponibilità ideologica delle persone influenti di non contentarsi di una risposta affermativa. Abbiamo la conoscenza e gli strumenti che potevano evitare gran parte della sofferenza, ma non li abbiamo usati, ci siamo invece lamentati perché “E’ tutto così complicato”.
giugno 30, 2014
Jun 30 5:40 pm
I don’t write much about Iraq and all that these days, but this report from James Risen brings back the horror of the whole thing. And I don’t just mean the fact that we were lied into war; that most of our media and policy elite rushed to join the bandwagon; that the venture led to awesome waste of lives and money.
No, Iraq was also a moral cesspit. Not only were we taken to war on false pretenses, it was clear that this was done in part for domestic political gain. The occupation was treated not as a solemn task on which the nation’s honor depended, but as an opportunity to reward cronies. And don’t forget the torture.
So in a way it’s not too surprising to learn that we didn’t just, incredibly, rely heavily on politically connected mercenaries, but that said mercenaries threatened violence against our own officials:
Just weeks before Blackwater guards fatally shot 17 civilians at Baghdad’s Nisour Square in 2007, the State Department began investigating the security contractor’s operations in Iraq. But the inquiry was abandoned after Blackwater’s top manager there issued a threat: “that he could kill” the government’s chief investigator and “no one could or would do anything about it as we were in Iraq,” according to department reports.
And guess what:
American Embassy officials in Baghdad sided with Blackwater rather than the State Department investigators as a dispute over the probe escalated in August 2007, the previously undisclosed documents show.
But it’s still shocking, and a reminder of just how deep the betrayal went.
La macchia irachena
Non scrivo molto questi giorni sull’Iraq e su tutto il resto – ma questo resoconto di James Risen [1] restituisce l’orrore dell’intera faccenda. E non intendo solo il fatto che fummo portati alla guerra con l’inganno; che la maggior parte dei media e della classe dirigente politica si precipitarono a raggiungere il carro del vincitore; o che quell’avventura condusse ad uno spreco terribile di vite umane e di soldi.
No, l’Iraq fu anche una fogna morale. Non soltanto fummo portati in guerra con falsi pretesti, era chiaro che questo in parte veniva fatto per un vantaggio politico interno. L’occupazione venne gestita non come un impegno solenne dal quale dipendeva l’onore della nazione, ma come una opportunità per premiare le clientele amiche. E non ci si scordi della tortura.
Così, in un modo che non sorprende poi tanto, apprendiamo che non solo, incredibilmente, ci basammo su organizzazioni di mercenari che erano politicamente ben inserite, ma che tali mercenari minacciavano con la violenza i nostri stessi ufficiali:
“Nel 2007, soltanto alcune settimane prima che le guardie della Blackwater [2] fatalmente sparassero su 17 civili presso la Baghdad’s Nisour Square, il Dipartimento di Stato aveva iniziato ad investigare sulle operazioni dell’impresa appaltatrice di sicurezza in Iraq. Ma l’inchiesta venne abbandonata – secondo fonti del Dipartimento – dopo che il massimo locale dirigente della Blackwater rese nota una minaccia: ‘che avrebbe potuto uccidere’ il capo degli investigatori governativi, e ‘nessuno ci avrebbe potuto o voluto far niente, dato che eravamo in Iraq’”.
E pensate un po’:
“I documenti in precedenza segreti dimostrano che i dirigenti dell’Ambasciata Americana a Bagdad si schierarono con la Blackwater, anziché con gli investigatori del Dipartimento di Stato, in occasione di uno scontro sull’inchiesta che si inasprì nell’agosto del 2007.”
Eppure si tratta di cose ancora impressionanti, a memoria di quanto il tradimento non conobbe limiti.
[1] Il riferimento è ad un articolo pubblicato dal New York Times il 29 di giugno.
[2] La Blackwater Worldwide, già conosciuta come Blackwater USA e Xe Services LLC, dal dicembre 2011, come Academi, è una compagnia militare privata statunitense fondata nel 1997 da Erik Prince, un ex-Navy SEAL erede di una ricca fortuna di famiglia. Ecco alcune guardie della Backwater che scortano un amministratore civile americano in ispezione:
giugno 30, 2014
Jun 30 10:34 am
Ah — so we learn that Ezra Klein’s Vox is under attack — as is the current Democratic agenda — because it’s “tired”, recycling ideas from the 60s and even earlier.
Indeed. You know what else is tired? The whole engineering agenda, which keeps recycling old ideas like conservation of energy and mass.
The point, of course, is that attacking ideas simply because they’ve been around for a long time is an act of deep intellectual laziness. What matters is whether the ideas work; clinging to old ideas only becomes a problem if you refuse to change in the face of contrary evidence. Yes, liberals call for progressive taxation and redistribution to limit inequality and reduce poverty; these aren’t new ideas, but they are ideas that work. Conservatives cling to supply-side economics, which is also an old idea — but the problem is that it’s an idea that keeps failing, but they refuse to accept that reality.
A case in point: remember the attempt to privatize Social Security in 2005? A fair number of allegedly liberal commentators supported that effort, on the grounds that we needed new structures for the information age, or something. In fact, a simple defined-benefit program makes even more sense in an unstable economic landscape. The age of the idea is neither here nor there.
And sometimes old ideas that have for whatever reason fallen out of the discourse can actually be liberating, even revolutionary — which is why Mark Thoma’s classic remark that “new economic thinking means reading old books” was so on the mark. The liquidity trap is an old idea, going back in essentially its modern form to Hicks 1937, yet people who understood it came across as radicals after 2008 — and were right.
So yes, the liberal agenda these days involves a lot of harking back to old concepts — concepts that were largely abandoned during the era of right-wing ascendancy. But those old concepts worked, whereas the “new” (now themselves quite old) ideas didn’t. Back to the future!
Vecchi ma buoni
Eccoci. Apprendiamo dunque che il blog Vox di Ezra Klein è sotto attacco – nello stesso modo del programma attuale dei democratici – perché è “trito”, ricicla idee degli anni ’60 e di prima ancora.
In effetti. Sapete cosa è anche trito? L’intero programma della facoltà di ingegneria, che continua a riciclare vecchie idee come quella della conservazione dell’energia e della massa.
Il punto, naturalmente, è che attaccare idee semplicemente perché sono in circolazione da lungo tempo è un atto di profonda pigrizia intellettuale. Quello che conta è se le idee funzionano; restare attaccati a vecchie idee diventa un problema se rifiutate di cambiarle a fronte delle prove contrarie. Sì, i liberals si pronunciano per una tassazione progressiva e per una redistribuzione, al fine di limitare l’ineguaglianza e di ridurre la povertà; queste non sono idee nuove, ma sono idee che funzionano. I conservatori restano attaccati all’economia dal lato dell’offerta, che è anch’essa una vecchia idea – ma il problema è che è un’idea che colleziona fallimenti, sennonché essi si rifiutano di accettare la realtà.
Un esempio a proposito: ricordate il tentativo di privatizzare la Previdenza Sociale nel 2005? Un discreto numero di commentatori sedicenti progressisti sostenevano quell’idea, basandosi sul fatto che avevamo bisogno di nuove strutture per l’epoca dell’informazione, o qualcosa del genere. Di fatto, un semplice programma con sussidi determinati ha ancora più senso in un orizzonte economico instabile. L’età dell’idea non c’entra un bel niente.
E talvolta le vecchie idee che per una qualche ragione sono uscite dalla discussione possono in effetti essere liberatorie, persino rivoluzionarie – che è la ragione per la quale la famosa osservazione di Mark Thoma seconda la quale “il nuovo pensiero economico significa leggere libri antichi” era così sensata. La trappola di liquidità è una vecchia idea, che nella sua forma attuale si rifà essenzialmente allo Hicks del 1937, tuttavia le persone che intesero quel modello dopo il 2008 diedero l’impressione di essere radicali – e avevano ragione.
Dunque sì, l’agenda progressista di questi tempi include una gran quantità di vecchi concetti che vengono riportati alla memoria – concetti che vennero abbandonati durante l’epoca dell’influenza della destra. Ma quei vecchi concetti funzionavano, mentre le “nuove” idee (peraltro esse stesse un po’ vecchiotte) non hanno funzionato. Ritorno al futuro!
giugno 28, 2014
June 28, 2014 3:00 pm
Simon Wren-Lewis and Mark Thoma write about the rise of New Classical Macroeconomics — basically the rejection of Keynes and the attempted assimilation of macro into micro. Unusually, I have some bones to pick with both, although we clearly agree on the big stuff.
Mark writes about the rise and fall of new classical macro — which is, I’m sorry to say, much too optimistic. Anti-Keynesian views, indeed real business cycle theory asserting that inadequate demand can never be a problem, retains a firm grip on much of the profession. It’s still quite hard to publish papers doing anything like what I would consider useful business cycle analysis in good journals, and it’s still very hard for young macroeconomists with a reality sense to get appointments and promotion.
More broadly, the fundamental shift in intellectual criteria that Simon has written about several times — from “does the model fit the facts?” to “does it have rigorous foundations in maximization?” — remains very much in force.
You might have expected both the 2008 crisis and the years of poor performance that followed — years in which new classical types made massively wrong predictions, while people who remembered IS-LM did much better — would have changed this a lot. But remember that new classical macro fundamentally elevated microfoundations above empirical success; so orthodoxy largely brushed aside empirical failure.
But my small quarrel with Simon involves how we got into this state. He dismisses the stagflation of the 1970s, on the grounds that IS-LM macroeconomics quickly adapted to the new information. Indeed, this happened very fast: by 1978 both the leading undergraduate macro textbooks, Dornbusch-Fischer and Gordon, had accelerationist Phillips curves and extensive discussions of stagflation. (Compare this with new classical macro, which failed decisively in the 1980s, but never adjusted at all.)
Nonetheless, I remember the 70s quite well, and stagflation did indeed play a role in the rise of new classical macro, albeit in a subtler way than the caricature that it proved Keynes wrong, or something like that.
What mattered instead was the fact that stagflation had in effect been predicted by Friedman and Phelps; and the way they made that prediction was by taking a step in the direction of microfoundations. Specifically, they asked what a more or less rational price-setter would do in the face of persistent inflation; their answer was, raise prices preemptively, and if everyone did this it would shift the Phillips curve up by the amount of expected inflation. Sure enough, the Phillips curve did seem to shift as predicted.
What this did was to give immense prestige to the notion that you could use the assumption of rationality to make better predictions than you could using historical experience alone. And for a while, this created a presumption that more rationality in the model was always progress.
In the 80s, as I said, this was proved wrong, and the whole enterprise should have been reconsidered. But by then you already had a self-perpetuating clique that cared very little about evidence and regarded the assumption of perfect rationality as sacrosanct — if you weren’t assuming that, you weren’t doing real economics. So the effects of events were asymmetric: the 70s led Keynesians to adapt, but new classicals shrugged off the 80s, just as they are shrugging off the Great Recession.
In the long run, new classical macro may erode in the face of its uselessness. But in the long run — well, you know.
La Stagflazione e la caduta della macroeconomia
Simon Wren-Lewis e Mark Thoma scrivono sulla ascesa di una Nuova Macroeconomia Neoclassica – fondamentalmente il rigetto di Keynes ed il tentativo di assimilare la macroeconomia alla microeconomia. Non è frequente, ma ho qualche punto da chiarirmi con entrambi, sebbene sulle cose più importanti siamo d’accordo.
Mark scrive della ascesa e della caduta di una nuova macroeconomia classica – la qualcosa, mi spiace dirlo, è troppo ottimistica. I punti di vista anti-keynesiani, in sostanza la teoria del ciclo economico reale che sostiene che una domanda inadeguata non può mai essere un problema, mantengono una forte presa su una buona parte della disciplina. E’ ancora abbastanza arduo pubblicare saggi facendo ciò che io riterrei utile come analisi del ciclo economico su riviste importanti, ed è davvero molto difficile per giovani macroeconomisti con un senso della realtà ottenere nomine e promozioni.
Più in generale, il fondamentale cambiamento nei criteri intellettuali di cui Simon ha scritto molte volte – da “il modello si adatta ai fatti?” al “ci sono fondamenti rigorosi nella teoria della massimizzazione?” – resta in gran parte irrealizzato.
Ci si sarebbe potuto aspettare che sia la crisi del 2008 che gli anni delle modeste prestazioni che sono seguiti – anni nei quali gli individui dell’orientamento neoclassico hanno fatto previsioni completamente sbagliate, mentre le persone che si ricordavano del modello IS-LM si sono comportate assai meglio – avrebbero modificato molto questa situazione. Ma si rammenti che la nuova macroeconomia classica sostanzialmente pone i fondamenti microeconomici al di sopra delle affermazioni empiriche; dunque l’ortodossia in gran parte trascura le controindicazioni empiriche.
Ma il mio piccolo dissenso con Simon riguarda il modo in cui siamo finiti in questa situazione. Egli trascura la stagflazione degli anni ’70, sulla base del fatto che la macroeconomia del modello IS-LM si adattò rapidamente alle nuove acquisizioni. In effetti, questo avvenne molto rapidamente: con il 1978, entrambi i più importanti libro di testo, di Dornbusch-Fisher e di Gordon, contenevano le curve accelerazioniste di Phillips [1] ed ampie trattazioni sulla stagflazione (a confronto con la macroeconomia classica, che in modo definitivo non fu all’altezza dei problemi negli anni ’80, ma non si corresse mai).
Purtuttavia io ricordo abbastanza bene gli anni ’70, e la stagflazione giocò in effetti un ruolo nell’ascesa della nuova macroeconomia classica, sebbene in un modo più sottile della caricatura secondo la quale essa avrebbe smascherato il torto di Keynes, o cose del genere.
Quello che invece fu importante fu il fatto che la stagflazione era in effetti stata prevista da Friedman e Phelps; ed il modo in cui essi fecero quella previsione consistette nel fare un passo verso la teoria dei fondamenti micro. In modo particolare, essi si chiesero cosa avrebbe fatto un più o meno razionale determinatore dei prezzi a fronte di una persistente inflazione; la loro risposta fu che avrebbe elevato i prezzi preventivamente, e se ognuno si fosse comportato in questo modo ciò avrebbe spostato verso l’alto la curva di Phillips per la quantità della inflazione attesa. Di fatto, la curva di Phillips non sembrò spostarsi come previsto.
Negli anni ’80, come ho detto, questo si mostrò infondato, e l’intera impresa dovette essere riconsiderata. Ma a quel punto esisteva già una cricca tendente alla auto-perpetuazione che si curava molto poco delle prove e considerava gli assunti della perfetta razionalità come sacrosanti – se non partivate da quelle premesse, non stavate facendo vera economia. Dunque, gli effetti dei fatti furono asimmetrici: gli anni ’70 portano i keynesiani ad un adattamento, ma i neoclassici trascurano gli anni ’80, proprio come stanno trascurando la Grande Recessione.
Nel lungo periodo la macroeconomia neoclassica può sgretolarsi a fronte della sua inutilità. Ma nel lungo periodo …. ebbene, lo sapete [2].
[1] Per la “curva di Phillips” vedi le note sulla traduzione.
[2] Nel lungo periodo, secondo la nota espressione di Keynes, saremo tutti morti.
« Pagina precedente — Pagina successiva »