Jun 27 2:58 pm
There’s been a bit of back and forth over “reform conservatism” — which is, depending on your point of view, either an important new trend or an attempt by reasonably sane conservatives to pretend that they aren’t part of an essentially insane movement. And climate change, where the current GOP orthodoxy essentially revolves around a crazy conspiracy theory, is the flash point.
Ross Douthat attempts to justify the reform conservative backdown on climate policy; John Quiggin isn’t persuaded. But there’s one argument Quiggin, somewhat surprisingly, doesn’t make: Douthat has the economics all wrong.
Douthat’s essential point, as I understand it, is that economic troubles make this a bad time to take on the burden of climate adjustment, that they strengthen the case for waiting to see if we can get by doing less and using cheaper approaches.
But that’s exactly backwards. Yes, we’re having tough times — but the toughness stems from insufficient demand, which has led to an oversupply of both labor and capital. Here’s the real cost of government borrowing:
Climate action would mainly involve investment — especially investment in new or retrofitted power plants, replacing coal-fired plants with lower-emission sources. In good times such investment would mean diverting labor and capital from other useful activities. But in the post-2008 economy we’ve been awash in unemployed labor and capital with no place to go. This is an ideal time to be doing a lot about climate!
Now, you may believe that conservatives just don’t see it this way, that their shift on climate reflects an honest misunderstanding of the economics. If so, not only will I sell you a bridge, but I’ll throw in some free power plants on the side.
Economia della depressione e politica del clima.
C’è stato un po’ di tira e molla sul “conservatorismo riformatore” – che è, a seconda dei punti di vista, o una interessante nuova tendenza o un tentativo da parte di conservatori di discreto equilibrio mentale di fingere di non far parte di un movimento essenzialmente di squilibrati. E il cambiamento climatico, per il quale l’ortodossia del Partito Repubblicano in sostanza si impernia sulla pazzesca teoria di una cospirazione, è l’argomento culminante.
Ross Douthat tenta di giustificare il cedimento del conservatorismo riformatore sulla politica del clima; John Quiggin non è persuaso. Ma, in modo abbastanza sorprendente, c’è un argomento che Quiggin non avanza: l’economia di Douthat è tutta sbagliata.
Il punto essenziale di Douthat, per come lo comprendo, è che i guai economici rendono questo momento del tutto inadatto a prendersi carico del cambiamento climatico, che essi rafforzano l’ipotesi a favore di una pausa, per vedere se possiamo avere risultati facendo di meno ed utilizzando approcci più convenienti.
Sennonché è esattamente al contrario. E’ vero, abbiamo tempi difficili – ma la difficoltà deriva da un domanda insufficiente, che ha condotto ad una offerta eccedente sia di lavoro che di capitale. Ecco il costo reale dell’indebitamento da parte dello Stato:
L’iniziativa sul clima comporterebbe principalmente investimenti – specialmente investimenti in centrali elettriche nuove o ristrutturate, rimpiazzando impianti alimentati a carbone con fonti a minori emissioni. In tempi buoni tali investimenti dirotterebbero lavoro e capitale da altre attività utili. Ma nell’economia del dopo-2008 siamo inondati da lavoro disoccupato e da capitali che non sanno dove andare. E’ un momento ideale per fare molto sul cambiamento climatico!
Ora, si può ritenere che i conservatori semplicemente non la vedano in questo modo, che la loro deriva sul clima rifletta una onesta incomprensione dell’economia. Se è così, non solo vi farei accettare un ponte, ma in aggiunta ci metterei anche qualche centrale elettrica gratis [1].
[1] Forse il ponte di cui si parla è il tanto discusso tunnel ferroviario sul fiume Hudson, bloccato dal Governatore repubblicano del New Jersey?
giugno 27, 2014
Jun 27 11:13 am
Henry Petroski, an engineer who’s also a fine writer, has a lament about the decline of good construction in today’s Times. It’s a great read; I’m trying to figure out whether I believe in his premise.
One thing is clear: there has been a shocking and inexcusable decline in public investment at a time when we should be doing far more investment. Construction workers are suffering high unemployment; public borrowing costs are at record lows; the economy is essentially awash with excess labor and capital, begging to be used. And here’s what’s happening to public construction:
Public construction as percent of GDP
But Petroski argues that private construction is also in a bad way, with cheap materials and poor workmanship.
It’s easy to collect anecdotes to that effect, and almost everyone has the sense that we used to build things better. A few years ago there was a condo building under construction at 86th and West End Avenue; it bore a huge banner promising “Twenty-First Century Pre-War Living”. If you know New York, that meant high ceilings and thick walls.
And when I first moved to Princeton, for a while we lived in a brand-new McMansion in West Windsor, which was huge, with gigantic rooms, and was falling apart from day one.
But I worry about biased samples. Yes, the old buildings we know seem to be better built than the new ones. But isn’t there an issue of survivorship bias? Cheaply constructed buildings of the past are much more likely to have collapsed or for that matter torn down than the quality structures, so what we see now is the best of the bunch. The years after the Civil War were described at the time as the Age of Shoddy (originally a word for cheap fabric produced by war profiteers), and surely there were a lot of badly built tenements going up.
And when I was young — both as a graduate student and as an assistant professor — I and my friends lived in Boston area triple-deckers; let me tell you, they were not well built. Some of my friends had a rope tied around their refrigerator door, because otherwise it would swing open thanks to their slanting floor …
Oh, and not everything worth doing is doing well. Cheap construction makes sense if you suspect that changing land use will make expensively built structure obsolete fairly soon.
That said, I don’t know that Petroski is wrong; maybe we really are building worse. But I’d need better evidence.
Questi tempi di cose scadenti
Henry Petroski, un ingegnere che è anche un bravo scrittore, sul Times di oggi si lamenta del tramonto delle buone costruzioni. E’ una grande lettura: sto cercando di capire se condivido la sua premessa.
Una cosa è chiara: c’è stato un impressionante e imperdonabile declino dell’investimento pubblico in un’epoca nella quale avremmo dovuto realizzare molti più investimenti. I lavoratori dell’edilizia stanno subendo una disoccupazione elevata; i costi dell’indebitamento pubblico sono ai minimi storici; l’economia è essenzialmente inondata da un eccesso di lavoro e di capitale, che implora di essere utilizzato. Ed ecco quello che sta accadendo all’edilizia nel settore pubblico:
Edilizia pubblica come percentuale del PIL
Ma Petroski sostiene che anche l’edilizia privata è in cattive acque, con materiali di seconda mano e prodotti scadenti.
A tal fine è facile raccogliere aneddoti, e quasi tutti hanno l’impressione che fossimo abituati a costruire cose migliori. Pochi anni orsono era in costruzione un edificio condominiale sulla 86° strada e in West End Avenue; innalzava un grande striscione che prometteva “Ambienti di stile prebellico nel Ventunesimo Secolo”. Se si conosce New York, questa significava soffitti alti e pareti robuste.
E quando inizialmente mi spostai a Princeton, per un certo periodo vivevamo in una villetta nuova di zecca in West Windsor, un grande edificio, con stanze gigantesche, e che sin dall’inizio non faceva altro che cadere a pezzi.
Però mi preoccupano gli esempi tendenziosi. E’ vero, i vecchi edifici che conosciamo sembrano costruiti meglio dei nuovi. Ma non c’è in questo l’aspetto dell’errore di prospettiva di tutto ciò che sopravvive? I palazzi costruiti più economicamente del passato è molto più probabile che siano collassati o magari che siano anche stati demoliti delle strutture di qualità, cosicché noi oggi vediamo il meglio della categoria. Un tempo, gli anni dopo la Guerra Civile venivano descritti come l’Età delle Cose Scadenti (all’origine una parola che indicava tessuti a poco prezzo prodotti degli speculatori di guerra), e sicuramente ci furono una gran quantità di palazzi mal costruiti che vennero tirati su.
E quando ero giovane – nel periodo in cui studiavo all’Università ed in quello in cui ero professore assistente – con i miei amici vivevamo a Boston in una zona di edifici a tre piani [1]; consentitemi di dire che non erano affatto ben costruiti. Alcuni miei amici avevano una corda legata attorno allo sportello del loro frigorifero, perché altrimenti si sarebbe aperto in continuazione grazie alla pendenza del pavimento ….
Inoltre, non tutto quello che è il caso di fare viene fatto bene. Costruzioni economiche hanno senso se pensate che cambiando l’uso del territorio si renderanno abbastanza rapidamente obsolete strutture costruite con grandi costi.
Ciò detto, io non so se Petroski abbia torto: è possibile che stiamo costruendo cose peggiori. Ma avrei bisogno di qualche prova in più.
[1] Un esempio di “triple-decker”:
giugno 26, 2014
Jun 26 5:14 pm
For reference: I count at least six distinct predictions of Obamacare doom made by the usual suspects, not one of which has come true. Here they are:
1. Enrollment will be very low, and
2. Even if people sign up, they won’t pay their premiums.
Reality: Signups exceeded expectations, and the vast majority paid.
3. More people will lose coverage cancelled by Obamacare than gain it.
Reality: Sharp drop in the number of uninsured.
4. Rate shock.
Reality: Like it says, affordable care.
5. Young people not signing up, and death spiral.
Reality: Pretty good demographics.
Reality: Health costs are below anyone’s expectations.
It’s quite an impressive track record, actually. And what’s even more impressive is that none of the usual suspects will even consider admitting having been wrong.
Sei a zero
Per memoria: tengo il conto di almeno sei distinte previsioni di sciagura sulla riforma sanitaria di Obama avanzate dai soliti noti, nessuna delle quali si è avverata. Eccole:
1 Le iscrizioni saranno molto scarse, e …
2 anche se le persone si iscrivono, non pagheranno le loro polizze.
In realtà: le iscrizioni sono state superiori alle attese, e la grande maggioranza ha pagato.
3 Saranno di più le persone che perderanno una copertura assicurativa, di quelle che la otterranno a seguito della riforma di Obama.
In realtà: brusca caduta nel numero dei non assicurati.
4 Lo shock delle aliquote.
In realtà: come ho detto, assistenza sostenibile.
5 I giovani non si iscriveranno, e ci sarà una ‘spirale fatale’ [1].
In realtà: l’aspetto della composizione demografica è abbastanza buono.
6 I costi sanitari saliranno alle stelle.
In realtà: i costi sanitari sono al di sotto di ogni aspettativa.
In effetti, è una sequenza di prestazioni abbastanza impressionante. E quello che è ancor più impressionante è che nessuno dei soliti noti prenderà mai in considerazione l’ammettere di essersi sbagliato.
[1] Ovvero, i costi saliranno per la scarsità di persone giovani (le persone giovani, ovviamente, sono quelle che costano di meno in una assicurazione sanitaria) e di conseguenza i costi per i restanti diventeranno più alti ….
giugno 25, 2014
Jun 25 10:27 am
Jared Bernstein agonizes over the role of wonkish analysis (which spell-check keeps trying to change to “monkish”) in a political environment in which “facts and smart policy are on the run.” It’s something I worry about too.
On one side, if wonks don’t point out what we really should be doing, who will? To take a current pressing example, it may be that nobody in the British political mainstream is willing to take a stand against austerity, but economists should nonetheless keep pointing out that it’s really bad policy.
On the other hand, if wonks only propose things that won’t happen, what good are they?
The best answer I can come up with is to work on two tracks — to talk about first-best policies but also be prepared to support second-best policies if that’s what is on offer. Obamacare is a Rube Goldberg device that is nonetheless much better than nothing — and it’s working. Carbon taxes would be the way to go in a better world, but in this one various administrative actions may be the best you can do.
It’s a tricky balancing act. You don’t want to give up on good ideas and make it seem as if flawed political compromises are better than they are — and if they’re bad enough, you have to oppose them. (And how do we know if they’re bad enough? Um ….) But you certainly haven’t done your job if you just lay out your fine theory and walk away from the real choices on offer.
Nobody said life would be easy.
Sulla responsabilità sociale degli esperti
Jared Bernstein si arrovella sul ruolo delle analisi dei “wonkish” (che il controllo ortografico continua a cercar di modificare in “monkish” [1]) in un contesto politico nel quale “i fatti e la politica intelligente sono in fuga”. E’ qualcosa di cui mi preoccupo anch’io.
Da una parte, se gli esperti non mettono in evidenza quello che davvero si dovrebbe fare, chi lo farà? Per prendere un esempio attualmente incalzante, può darsi che nessuno nell’orientamento prevalente della politica inglese sia disponibile a prendere posizione contro l’austerità [2], ma gli economisti dovrebbero nondimeno continuare a mettere in evidenza che essa è realmente una pessima politica.
D’altra parte, se gli esperti si limitano a proporre cose che non accadono, a cosa servono?
La migliore risposta che mi viene in mente è lavorare su due prospettive – parlare delle migliori politiche in prima istanza, ma essere anche preparati a sostenere politiche di seconda istanza, se è quello che passa il convento. La riforma della sanità di Obama è un congegno alla Rube Goldberg [3] che purtuttavia è meglio di niente – e sta funzionando. Le tasse sull’anidride carbonica sarebbero il modo per andare verso un mondo migliore, ma in questo mondo reale varie azioni al livello amministrativo possono essere la cosa migliore da fare.
Si tratta di una azione complicata di bilanciamento. Non si deve rinunciare alle buone idee e far apparire che i compromessi politici siano meglio di quello che sono – e se essi sono assolutamente negativi, ci si deve opporre (e come sappiamo se sono assolutamente cattivi? Hm … ) Ma di certo non si fa il proprio lavoro se semplicemente ci si affida alle proprie belle teorie e si trascurano le scelte effettive che sono sul campo.
Nessuno ha detto che la vita sarebbe stata facile.
[1] “Wonkish” – da “wonk” più il suffisso “ish” – secondo i dizionari sarebbe principalmente traducibile con “secchione”, anche se io noto che non ha necessariamente la accentuazione ironica ed anche negativa del termine italiano. Ovvero, non è necessariamente qualcuno che eccelle solo per la volontà di studiare; talora ha più oggettivamente il senso di “sapientone”, quando non – come forse in questo caso – più semplicemente il significato di “esperto nella materia”. Anche se questa interpretazione è forse più esatta per “wonk”, dato che il suffisso “ish” dovrebbe accentuare un senso di relativa approssimazione o incertezza (magari “saputello”?). “Monkish” significa invece “da monaco, proprio di un monaco”, ma il suggerimento del controllo ortografico del computer, in questo caso, è solo casuale.
[2] La connessione nel testo è con un post su un blog britannico (“Stumbling and mumbling” – che significa “Inciampando e borbottando”) che è gestito da Chris Dillow, un simpatico giovane giornalista londinese. L’autore si presenta, nel sottotitolo del blog, come “Un estremista, non un fanatico”.
[3] Famoso autore americano di fumetti del dopoguerra. Riempiva le sue vignette di stranissimi congegni molto complicati destinati a fare cose semplicissime, come il seguente:
giugno 24, 2014
Jun 24 4:32 pm
So it looks quite likely that the Tea Party will claim a scalp from the business lobby, and kill the Export-Import Bank. And there is a case for doing away with the lender – except that this is the worst possible time for it.
Under normal circumstances, we can argue that ExIm neither improves the US trade balance nor creates jobs. Even if it does succeed in increasing some exports, the standard view would be that any expansion of the US economy would be choked off by a rise in interest rates as the Fed tries to prevent overheating, which would lead to a rise in the dollar, which would lead to a fall in other exports and/or a rise in imports. So you can claim that ExIm is mercantilist trade policy, and counterproductive.
Against this you can make various strategic trade policy arguments, but the case for a special export lender is weak at best.
Right now, however, we’re at the zero lower bound, which means that the Fed won’t raise rates. As I’ve said a number of times, under current conditions mercantilism works – so this is exactly the moment when ending an export-support program really would cost jobs.
By the way, I was sloppy in my post about America as a lousy exporter. When I said that the trade balance is determined by savings and investment, I should have added “under conditions where the Fed can achieve full employment.” I was thinking about history there; that’s not the case right now, and may not be the case for a long time.
L’ironia della Export-Import Bank [1]
Dunque, sembra abbastanza probabile che il Tea Party pretenderà uno scalpo dalla lobby affaristica, e farà fuori la Export-Import Bank. E c’è una ragione per sbarazzarsi di chi ha prestato i soldi – sennonché questo è il peggior momento possibile per farlo.
In condizioni normali, si può sostenere che la ExIm non migliora la bilancia commerciale degli Stati Uniti, né crea posti di lavoro. Persino se essa avesse davvero qualche risultato nell’accrescere le esportazioni, il punto di vista normale sarebbe che una qualsiasi espansione dell’economia americana verrebbe soffocata da una crescita nei tassi di interesse nel momento in cui la Fed cercasse di impedire un surriscaldamento, il che porterebbe ad un apprezzamento del dollaro, il che a sua volta porterebbe ad una caduta di altre esportazioni, oppure ad una crescita delle importazioni. Si può dunque sostenere che la ExIm è politica commerciale mercantilista e controproducente.
Contro ciò si possono avanzare vari argomenti strategici di politica commerciale, ma l’argomento di un istituto di credito speciale per le esportazioni è il più debole di tutti.
In questo momento, tuttavia, siamo dinanzi al limiti inferiore dello zero. Il che significa che la Fed non alzerà i tassi. Come ho detto un certo numero di volte, nelle attuali condizioni il mercantilismo funziona – cosicché questo è esattamente il momento nel quale chiudere un programma di sostegno alle esportazioni comporterebbe davvero la perdita di posti di lavoro.
Per inciso, sono stato superficiale nel mio post sull’America come pessima esportatrice. Quando ho affermato che la bilancia commerciale è determinata dai risparmi e dagli investimenti, avrei dovuto aggiungere “alle condizioni nelle quali la Fed può ottenere la piena occupazione”. In quel momento stavo pensando alla storia; non è quello il caso di oggi né lo sarà per un lungo periodo.
[1] Il post si riferisce ad un dibattito che è in pieno svolgimento negli USA sulla proroga delle funzioni di questo istituto di credito alla esportazione, oppure sulla sua scomparsa. La Export-Import Bank ha 80 anni di vita, e grandi aziende come la Boeing e la General Electric sono attivamente impegnate per un conferma delle sue funzioni. Il Presidente Obama si è espresso nettamente a favore della conferma, con un programma che innalzerebbe il tetto dei prestiti totale che la banca potrebbe garantire, dai 140 miliardi di dollari attuali ai 160. Obama ha affermato che gli interventi della Banca hanno interessato per l’89 per cento imprese di piccole dimensioni. Il numero due dei repubblicani della Camera, Kevin McCarthy, si è espresso invece per il non rinnovo delle funzioni della banca, e senza la approvazione della Camera, la solo approvazione da parte del Senato non sarebbe sufficiente. In sostanza, la tesi dei repubblicani è che le funzioni potrebbero essere assunte da imprese private, ed i componenti del Tea Party sono in questi giorni particolarmente attivi a sostegno della tesi della scomparsa della Banca. Il fatto che alla Camera ci sia una maggioranza di repubblicani rende l’ipotesi di un non rinnovo piuttosto plausibile.
Di seguito la foto di un intervento del Segretario di Stato John Kerry presso la Export-Import Bank:
giugno 24, 2014
Jun 24 12:32 pm
A number of people have asked me to comment on Greg Mankiw’s defense of inherited wealth. It’s a strange piece, oddly disconnected from the real concerns about patrimonial capitalism. But let me focus on two key problems with Mankiw’s analysis – one purely economic, one involving political economy.
So, on the economics: Mankiw argues that accumulation of dynastic wealth is good for everyone, because it increases the capital stock and therefore trickles down to workers in the form of higher wages. Is this a good argument?
Well, if there’s one thing I thought economists were trained to do, it was to be clear about opportunity cost. We should compare accumulation of dynastic wealth with some alternative use of resources – not assume, as Mankiw in effect does, that if not passed on to heirs that wealth would simply disappear. Maybe he’s assuming that the alternative would be riotous living by the current rich, but that’s not a policy alternative.
In fact, what we’re really talking about here is taxation of wealth., and the question is what would happen to that revenue versus what happens if the rich get to keep the money. If the government uses the extra revenue to reduce deficits, then all of it is saved – as opposed to only part of it if it’s passed on to heirs. If the government uses the revenue to pay for social insurance and/or public goods, that’s likely to provide a lot more benefit to workers than the trickle-down from increased capital.
The point is that you can only justify Mankiw’s claim that inherited wealth is necessarily good for workers by insisting that the government would do nothing useful with the revenue from inheritance taxes. I’d call that assuming your conclusions; in any case, it’s a claim that deserves to be made openly, not smuggled in on the pretense that you’re just doing economic analysis.
But the larger criticism of Mankiw’s piece is that it ignores the main reason we’re concerned about the concentration of wealth in family dynasties – the belief that it warps our political economy, that it undermines democracy. You don’t have to be a radical to share this concern; not only did people like Teddy Roosevelt openly talk about this problem, so (as Thomas Piketty points out) did Irving Fisher in his 1919 presidential address to the American Economic Association.
What’s curious is that conservative economists are well aware of the danger of “regulatory capture”, in which public institutions are hijacked by vested interests, yet blithely dismiss (or refuse even to mention) the essentially equivalent problem of democratic institutions hijacked by concentrated wealth. I take regulatory capture quite seriously; but I take plutocratic capture equally seriously. And this is not an issue you can deal with by claiming that the benefits of capital accumulation trickle down to workers.
If Mankiw wants to argue that the costs of any attempt to limit wealth concentration would exceed the benefits, fine. But “more capital is good” is not a helpful contribution to the discussion.
Simpatie per i “Trustafariani” [1]
Un certo numero di persone mi hanno chiesto di commentare la difesa di Greg Mankiw della ricchezza ereditaria. Si tratta di uno strano articolo, curiosamente disconnesso dalle preoccupazioni vere sul capitalismo ereditario. Ma consentitemi di concentrarmi su due problemi chiave della analisi di Mankiw – uno puramente economico e l’altro che riguarda anche l’economia politica.
Dunque, su quello economico: Mankiw sostiene che l’accumulazione della ricchezza dinastica è positiva per tutti, perché incrementa le riserve di capitale e di conseguenza scende sino alle tasche dei lavoratori nella forma di salari più elevati. Si tratta di un buon argomento?
Ebbene, se c’è una cosa alla quale pensavo gli economisti fossero esercitati, era quella di essere chiari a proposito del costo di opportunità [2]. Si dovrebbe stabilire un confronto tra la accumulazione della ricchezza dinastica ed un qualche uso alternativo delle risorse – non assumere, come fa Mankiw, che se non si trasferisce agli eredi una ricchezza, essa semplicemente scompare. Può darsi che egli stia ipotizzando che l’alternativa sarebbe un vivere sfrenato da parte dei ricchi attuali, ma quella non è una alternativa politica.
Di fatto, quello di cui stiamo effettivamente parlando in questo caso è la tassazione della ricchezza, e la domanda è che cosa accadrebbe di quella entrata a confronto con quello che accade se per i ricchi è possibile tenersi il denaro. Se il governo usa l’entrata supplementare per ridurre i deficit, allora essa viene tutta risparmiata – al contrario di quando una parte di essa si trasferisce agli eredi. Se il governo usa l’entrata per pagare la assicurazione sociale e/o i beni pubblici, quella soluzione è probabile che fornisca una quantità molto maggiore di benefici ai lavoratori che non un po’ di briciole [3] che derivano dal capitale aumentato.
Il punto è che l’unico modo per giustificare la pretesa di Mankiw secondo la quale la ricchezza ereditaria è per logica una buona cosa per i lavoratori, è quello di sostenere che il governo non farebbe niente di utile con le entrate derivanti dalle tasse di successione. Direi che si tratta di un assunto basato sulle conclusioni; in ogni caso è una tesi che merita di essere esposta apertamente, e non contrabbandata con la pretesa che si stia solo sviluppando una analisi economica.
Ma le maggiori critiche all’articolo di Mankiw sono che esso ignora la principale ragione per la quale siamo preoccupati della concentrazione della ricchezza nelle dinastie familiari – la convinzione che essa distorca la nostra economia politica, che mini la democrazia. Non c’è bisogno di essere radicali per condividere questa preoccupazione; non solo persone come Teddy Roosevelt parlarono apertamente di questo problema, lo stesso fece (come Thomas Piketty sottolinea) Irving Fisher nel suo discorso da presidente della Associazione Economica Americana del 1919.
Quello che è singolare è che gli economisti conservatori sono ben consapevoli del pericolo della cosiddetta “cattura normativa” [4], per il quale le istituzioni pubbliche sono prese in ostaggio dagli interessi costituiti, tuttavia liquidano spensieratamente (o rifiutano persino di menzionare) il problema essenzialmente equivalente di istituzioni democratiche prese in ostaggio dalla concentrazione della ricchezza. Io prendo abbastanza sul serio la “cattura normativa”; ma prendo altrettanto sul serio la cattura normativa plutocratica. E questo non è una tema che si possa affrontare sostenendo che le briciole della accumulazione del capitale scivolano sui lavoratori.
Se Mankiw vuole sostenere che i costi di ogni tentativo di limitare la concentrazione della ricchezza sarebbero superiori ai benefici, va bene. Ma dire che “più capitale è una buona cosa” non è un contributo utile alla discussione.
[1] Non saprei come inventare una espressione analoga in italiano. All’origine del termine c’è la setta dei “rastafariani”, che però era un’effettiva setta religiosa, nata in Etiopia attorno al mito dell’imperatore Hailé Selassié (anni ’30 del novecento), che veniva considerato come un erede di Cristo e che era nominato Ras Tafari. Ma quel termine è entrato nella successiva espressione di “trustafarian” sostanzialmente con il senso di una sottocultura un po’ eccentrica, abbastanza anarchica e dedita a forme di vita del tutto libere. Tale operazione linguistica è derivata dall’accostamento al termine “rastafarian” del suffisso “Trust fund” (laddove “trust” sostituisce “rast”) – che significa ‘fondo fiduciario’ – ed esprime la condizione di quei ragazzi ‘di buona famiglia’ che possono permettersi ogni genere di originalità, per effetto della disponibilità, appunto, di quei fondi finanziari che assicurano loro una esistenza agiata. Probabilmente “trustafiano” fu un termine coniato coniato da qualche conservatore fantasioso per prendersela con gli “hyppies”. In questo post “trustafariano” diventa sinonimo di erede di grandi ricchezze.
[2] Il costo opportunità in economia è il costo derivante dal mancato sfruttamento di una opportunità concessa al soggetto economico. Quantitativamente, il costo opportunità è il valore della migliore alternativa tralasciata. In altri termini, il costo opportunità è il sacrificio che un operatore economico deve compiere per effettuare una scelta economica. L’alternativa a cui si deve rinunciare quando si effettua una scelta economica è detta costo opportunità (opportunity cost). Ad esempio, quando una persona inizia a lavorare rinuncia ad una parte del proprio tempo libero al fine di ottenere un reddito economico, il tempo libero rappresenta il costo opportunità della scelta. (Wikipedia)
[3] Espressione quasi equivalente del “trickle down”. Che però non ha il significato polemico delle ‘briciole alla mensa dei ricchi’, visto che negli USA lo ‘sgocciolamento’ della ricchezza dall’alto in basso – almeno negli ambienti conservatori – ha la dignità di un a teoria economica, che era molto in voga all’epoca di Reagan.
[4] Il termine inglese regulatory capture (traducibile in italiano come “cattura normativa”) è utilizzato con riferimento a situazioni in cui un’agenzia di regolamentazione statale creata per agire nell’interesse pubblico, agisce invece in favore degli interessi commerciali o speciali dominanti nell’industria o nel settore oggetto della regolamentazione. La regulatory capture è una forma di fallimento dello stato, in quanto può agire come incentivo per le grandi imprese alla produzione di esternalità negative. (Wikipedia)
giugno 23, 2014
Jun 23 10:10 am
Tim Duy tells us that “inflation hysteria is gripping Wall Street“; that matches my own observations. A modest uptick in core inflation has all the usual suspects declaring that the Fed will/must tighten now now now. Meanwhile, Janet Yellen is looking at wages, which are going nowhere, and sitting tight.
There is actually a recent historical parallel, which I’m surprised hasn’t been pointed out: Britain in 2011, which had a much more pronounced inflationary bulge than anything we’re seeing here:
But wages were going nowhere, and the Bank of England refused to tighten.
I remember being given a great deal of grief for defending this policy, with many accusations of being blind to the terrible inflationary risks. In fact, however, it turned out that the inflation bump was a blip, that you can’t have an inflation takeoff with quiescent wages. And the BoE was right to stay the course.
So Yellen has history on her side.
Lezioni inglesi sull’isteria della inflazione
Tim Duy ci racconta che “l’isteria dell’inflazione sta afferrando Wall Street”; il che corrisponde alle mie stesse osservazioni. Un modesto incremento della inflazione sostanziale [1] porta tutti i soliti noti a dichiarare che la Fed deve operare una restrizione, senza alcun indugio. Nel frattempo, Janet Yellen sta osservando i salari, che non vanno da nessuna parte, e non si muovono di una virgola.
Per la verità c’è un parallelo storico recente, che sono rimasto sorpreso non sia stato messo in evidenza: l’Inghilterra nel 2011, che ebbe un rigonfiamento inflazionistico assai più pronunciato rispetto a quanto stiamo osservando nel nostro caso:
Ma i salari non si muovevano, e la Banca di Inghilterra si rifiutò di procedere ad una stretta.
Ricordo di essermi procurato una gran quantità di guai per aver difeso quella politica, con svariate accuse di cecità verso i terribili rischi di inflazione. Di fatto, tuttavia, venne fuori che quella gobba di inflazione era un contrattempo, che non era possibile un decollo dell’inflazione con i salari che restavano fermi. E la Banca di Inghilterra ebbe ragione a mantener ferma la rotta.
Dunque, la Yellen ha la storia dalla sua parte.
[1] Sulla differenza tra “headline inflation” e “core inflation” vedi le note sulla traduzione.
giugno 22, 2014
Jun 22 11:38 am
A note to myself, mainly. Look at the Spring 2008 World Economic Outlook of the IMF, which projected real GDP (pdf) for advanced countries, and compare it with the actual path:
That’s a huge shortfall. Yet the IMF believes that the output gap is only a couple of percentage points. If so, either there was a huge coincidence — a sudden, unanticipated drop off in potential growth that just happened to coincide with the financial crisis — or the crisis, and the poor macroeconomic management that followed, have done incredible damage.
Il danno fatto
Un appunto, principalmente per me stesso. Si guardi al World Economic Outlook del FMI della primavera del 2008, che forniva le prospettive del PIL reale per i paesi avanzati (disponibile in pdf), e lo si confronti con l’indirizzo attuale:
E’ un deficit grandissimo. Tuttavia il FMI crede che il differenziale della produzione sia soltanto di un paio di punti percentuali. Se è così, o c’è stata una grande coincidenza – una improvvisa, imprevista caduta della crescita potenziale che casualmente ha proprio coinciso con la crisi finanziaria – oppure la crisi, e la misera gestione macroeconomia che le ha fatto seguito, ha fatto un danno incredibile.
giugno 22, 2014
Jun 22 11:31 am 88
Hank Paulson has a very sad opinion piece about climate change in today’s Times. We must act, he declares, in the same way we acted to contain the financial crisis.
It’s a dubious analogy: the 2008 crisis was fast-moving, and people like Paulson could credibly warn that unless we acted the whole world economy would fall apart in a matter of days. Meanwhile, climate change is slow but inexorable, with enormous momentum; by the time it becomes undeniable that there’s a crisis, it will be too late to avoid catastrophe.
But that’s not the sad part about Paulson’s piece; no, what’s sad is that he imagines that anyone in the party he still claims as his own is listening. Earth to Paulson: the GOP you imagine, which respects science and is willing to consider even market-friendly government interventions like carbon taxes, no longer exists. The reins of power now rest firmly, irreversibly, in the hands of men who believe that climate change is a hoax concocted by liberal scientists to justify Big Government, who refuse to acknowledge that government intervention to correct market failures can ever be justified.
Given the state of U.S. politics today, climate action is entirely dependent on Democrats, With a Democrat in the White House, we got some movement through executive action; if Democrats eventually regain the House, there could be more. If Paulson believes that he can support Republicans while still pushing for climate action, he’s just delusional.
La solitudine del repubblicano sano di mente
Hank Paulson pubblica un tristissimo articolo di commento sul cambiamento climatico sul Times di oggi. Dobbiamo agire, afferma, nello stesso modo in cui agimmo per contenere la crisi finanziaria.
E’ una analogia dubbia: la crisi del 2008 si sviluppò rapidamente, e persone come Paulson potrebbero credibilmente mettere in guardia che se non avessimo agito il mondo intero sarebbe finito a pezzi in una manciata di giorni. Di contro, il cambiamento climatico è lento ma inesorabile, ha una forza interna enorme: quando diventerà innegabile l’esistenza di una crisi, sarà troppo tardi per evitare la catastrofe.
Ma non è questa la parte triste dell’articolo di Paulson; no, quello che è triste è che egli si immagini che qualcuno nel partito che egli continua a considerare come il suo stia dando ascolto. Metti i piedi per terra Paulson: il Partito Repubblicano che ti immagini, che rispetta la scienza ed è disponibile a prendere in considerazione addirittura interventi statali favorevoli al mercato come le tasse sull’anidride carbonica, non esiste più. In questo momento le redini del potere sono saldamente e irreversibilmente nelle mani di uomini che credono che il cambiamento climatico sia una balla escogitata da scienziati progressisti per giustificare una dilatazione delle funzioni pubbliche, che rifiutano di riconoscere che l’intervento dello Stato per correggere il fallimento del mercato possa mai essere giustificato.
Data la condizione della politica statunitense in questi tempi, l’iniziativa sul clima dipende interamente dai democratici, con un democratico alla Casa Bianca abbiamo ottenuto un qualche progresso attraverso una iniziativa al livello dell’esecutivo; se i democratici alla fine riconquisteranno la Camera, ci potrebbero essere possibilità maggiori. Se Paulson crede di poter sostenere i repubblicani nel mentre spinge per una iniziativa sul clima, semplicemente si illude.
giugno 20, 2014
Jun 20 9:34 am
Larry Ball has an important paper documenting, on a consistent basis, a very disturbing point: if you believe official estimates of potential output, the Great Recession and its aftermath have done incredible damage, not just to short-run output and employment, but to long-run prospects.
Here’s my back of the envelope version. If you look at the IMF’s “advanced country” real GDP aggregate, it grew 18 percent from 2000 to 2007 — and back in 2007 it was generally expected to keep rising at more or less the same rate. In fact, advanced-country GDP is likely to be only around 6 percent higher in 2014 than it was in 2007, or 10 percent below trend. Yet official estimates of economic slack are much lower than 10 percent — the IMF’s estimate for 2014 is only 2.2 percent. So the numbers seem to imply that the economic crisis caused something like an 8 percent hit to economic potential all across the advanced world, which is huge.
One possibility is that the output gap numbers are wrong; we’re actually having a very hard time figuring out how much slack there is. Another possibility is that it’s just a coincidence that underlying growth slowed at the same time as the crisis. But if you take the numbers seriously, they do seem to indicate that hysteresis — short-term shocks quasi-permanently hurt the economy’s potential — is a very big issue.
Suppose, in particular, that we look at the correlation between austerity policies and the decline in potential output. In the figure below I plot the IMF’s estimates of the change in structural deficits as a percentage of potential GDP, 2009-2013, against Ball’s estimates of the decline in potential output in 2013 relative to pre-crisis expectations:
This suggests that austerity equal to one percent of GDP reduces potential output by around 1 percent. That’s huge — easy enough to make austerity a hugely self-defeating policy even in purely fiscal terms.
There are various ways you can try to rationalize away this correlation. But it nonetheless looks as if economic policy has been even more destructive than we thought.
Austerità ed isteresi
Larry Ball pubblica un importante saggio che documenta, con abbondanza di riferimenti, un aspetto assai inquietante: se si crede alle cifre ufficiali sulla produzione potenziale, la Grande Recessione e le sue conseguenze hanno fatto un danno incredibile, non solo sulla produzione nel breve periodo e sull’occupazione, ma anche sulle prospettive di lungo periodo.
Ecco la mia versione buttata giù alla svelta. Se si osserva l’aggregato del PIL reale alla voce “paesi avanzati” del FMI, esso è cresciuto del 18 per cento dal 2000 al 2007 – e nel passato 2007 in generale ci si aspettava che continuasse a crescere più o meno allo stesso ritmo. Nei fatti, il PIL dei paesi avanzati è probabile che nel 2014 sia più alto di appena circa il 6 per cento rispetto al 2007, ovvero il 10 per cento al di sotto della linea di tendenza. Tuttavia, le stime ufficiali della lentezza dell’economia sono molto più basse del 10 per cento – la stima del FMI per il 2014 è soltanto il 2,2 per cento. Dunque, i numeri sembrano comportare che la crisi economica abbia provocato un colpo pari ad un 8 per cento al potenziale economico in tutto il mondo avanzato, che è un dato molto grande.
Una possibilità è che i dati sul differenziale della produzione siano sbagliati; in verità abbiamo molte difficoltà ad immaginarci quanto la situazione sia fiacca. Un’altra possibilità è che si tratti solo di una coincidenza, che la crescita in corso abbia rallentato nello stesso periodo della crisi. Ma se si prendono quei dati sul serio, essi sembrano indicare che l’isteresi – gli eventi negativi di breve periodo che danneggiano in modo quasi permanente il potenziale economico – sia un tema molto grande [1].
Supponiamo, in particolare, che si osservi la correlazione tra le politiche dell’austerità ed il declino nella produzione potenziale. Nella figura sotto traccio le stime del FMI sui mutamenti dei deficit strutturali come percentuali del PIL potenziale, periodo 2009-2013, a confronto con le stime di Ball sul declino della produzione potenziale nel 2013 in rapporto con le aspettative precedenti alla crisi:
Questo suggerisce che una austerità pari all’1 per cento del PIL riduce la produzione potenziale di circa l’1 per cento. E’ molto – del tutto sufficiente a rendere l’austerità una politica ampiamente autodistruttiva, persino in termini puramente di finanza pubblica.
Ci sono vari modi nei quali si può cercare di trarre spunti da questa correlazione. Nondimeno, sembra che la politica economica sia stata persino più distruttiva di quanto pensassimo.
[1] L’Isteresi è il fenomeno per il quale il valore assunto da una grandezza che dipende da altri fattori è determinato non solo dagli ultimi valori di tali fattori, ma anche dai valori che essi avevano in precedenza, che in qualche modo cumulano i loro effetti sull’oggetto che si sta considerando. Più semplicemente, è il fenomeno per il quale un sistema reagisce in ritardo alle sollecitazioni e sconta la loro linea di tendenza complessiva. Il termine, derivante dal greco ὑστέρησις (hystéresis, “ritardo”), fu introdotto nel senso moderno da James Alfred Ewing nel 1890, ed è usato in generale nella teoria dei sistemi dinamici, quindi non solo in fisica, ma anche in biologia ed economia. (Wikipedia)
giugno 20, 2014
Jun 20 9:17 am
Sorry about two-day silence — busy with real life and various obligations.
Resurfacing, I find that I have confused Ryan Avent by asserting that the United States is lousy at exporting. Mea culpa — I didn’t explain my criteria. But we are indeed lousy.
As Avent says, you can’t assess our export competence by looking at our trade balance — the trade balance is a macroeconomic phenomenon, determined by the excess of savings over investment. What you can look at, however, is the real exchange rate — and, in particular, the relative unit labor cost — at which a given trade balance is achieved.
And what you see here is that the U.S. consistently does well on international productivity comparisons, including those limited to manufacturing; and it also pays manufacturing workers less than many other advanced countries, as I showed in the previous post. So you would expect U.S. manufacturing to be super-competitive on world markets (or you would expect the dollar to rise so that our trade deficit occurs via high labor costs). You don’t.
And this situation, where U.S. manufacturing looks very competitive by the numbers but doesn’t seem that way when you look at trade flows, has persisted for decades. I remember talking about it with Rudi Dornbusch when I was in graduate school!
Just to be clear, this isn’t a major problem for the U.S. economy. If we were better at exporting we’d have better terms of trade, and slightly higher real income, but we’re not talking about large numbers. But it is a puzzle.
L’America è una pessima esportatrice
Spiacente per i due giorni di silenzio – ero occupato con la vita quotidiana e con varie scadenze.
Tornando alla superficie, ho scoperto di aver disorientato Ryan Avent [1] sostenendo che gli Stati Uniti hanno prestazioni negative come esportatori. Mea culpa – non ho chiarito il mio ragionamento. Ma siamo davvero assai mediocri.
Come dice Avent, non possiamo stimare le nostre capacità di esportare osservando la nostra bilancia commerciale – la bilancia commerciale è un fenomeno macroeconomico, determinato dall’eccesso dei risparmi sugli investimenti. Quello che si può osservare, tuttavia, è il tasso reale di cambio – e in particolare il costo relativo per unità di lavoro – sulla base del quale si ottiene una determinata bilancia commerciale.
E quello che in questo caso si vede è che gli Stati Uniti hanno costantemente buone prestazioni nei confronti internazionali sulla produttività, compresi quelli limitati al solo settore manifatturiero; ed anche che pagano i lavoratori del settore manifatturiero meno di altri paesi avanzati, come avevo mostrato nel post precedente. Dunque ci si aspetterebbe che il settore manifatturiero sia ultra competitivo sui mercati mondiali (oppure ci si aspetterebbe che il dollaro cresca di valore, cosicché il nostro deficit commerciale esisterebbe per gli alti costi del lavoro). Non è così.
E questa situazione, nella quale il settore manifatturiero americano appare sulla base dei dati molto competitivo, ma a questo non sembra corrispondano i flussi commerciali, dura da decenni. Ricordo che ne parlavo con Rudi Dornbusch quando ero all’università!
Per chiarezza, questo non è un problema importante per l’economia americana. Se fossimo più bravi nelle esportazioni avremmo ragioni di scambio migliori, ed un reddito reale leggermente più elevato, ma non stiamo parlando di grandi numeri. Eppure è un enigma.
[1] Giornalista che scrive su The Economist (l’articolo in questione è del 19 giugno).
giugno 17, 2014
Jun 17 4:08 pm
A belated reaction to Mark Thoma’s comments on Barry Ritholtz and the issue of pundit accountability. Mark writes:
I would separate those who are honestly wrong from those who take a misleading position (or one they know is wrong) for political purposes. There should be consequences in both cases, those who are honestly wrong again and again should come to be ignored, but those who intend to mislead and deceive should face much higher penalties.
That’s clearly right — but the division between the honestly wrong-headed and the politically motivated is not, I think, as clear-cut as all that. I don’t think there are all that many self-consciously cynical hacks, who privately admit to themselves that what they’re saying is all wrong but do it anyway to serve their masters. Much more common are people who rationalize — who know who they’re working for, but mostly manage to convince themselves that they’re engaged in honest intellectual inquiry that somehow always ends up justifying tax cuts for the rich, benefit cuts for the poor, and freedom to pollute.
You might think that such people would, once in a while, take their self-image of independent thought seriously and break with the party line. And it does happen now and then. But Orwell knew whereof he wrote when he introduced the concept of double-think: many people, including famous economists, are quite capable of being simultaneously cynical and self-righteous.
Il pensiero duplice tra i commentatori
Una reazione in ritardo ai commenti di Mark Thoma su Barry Ritholtz e sul tema della responsabilità degli esperti. Scrive Mark:
“Vorrei distinguere coloro che sbagliano onestamente da coloro che prendono una posizione fuorviante (o che essi sanno essere sbagliata) per ragioni politiche. Ci dovrebbero essere conseguenze in entrambi i casi, quelli che sbagliano onestamente di continuo dovrebbero essere ignorati, ma coloro che intendono fuorviare ed ingannare dovrebbero esser messi dinanzi a punizioni molto maggiori.”
E’ chiaramente giusto – ma la divisione tra coloro che sbagliano onestamente e quelli che hanno motivazioni politiche non è, penso, così evidente. Io non penso che ci siano molti pennivendoli cinicamente autocoscienti, che in privato ammettono con se stessi che quello che stanno dicendo è tutto sbagliato, ma in ogni modo lo fanno per ossequiare i loro padroni. Sono molto più comuni le persone che razionalizzano – che sanno per chi stanno lavorando, ma nella maggioranza dei casi cercano di convincersi di essere impegnati in una onesta indagine intellettuale che in qualche modo finisce sempre per giustificare gli sgravi fiscali ai ricchi, i tagli dei sussidi ai poveri e la libertà di inquinare.
Si potrebbe pensare che persone del genere dovrebbero, una volta ogni tanto, prendere sul serio l’immagine di se stessi come pensatori indipendenti e rompere con la linea del partito. E qua e là ogni tanto accade. Ma Orwell sapeva quello di cui scriveva quando coniò il concetto del ‘pensiero duplice’: molte persone, compresi economisti famosi, non hanno grandi difficoltà ad essere contemporaneamente ciniche e ipocrite con se stesse.
giugno 17, 2014
Jun 17 3:55 pm
The Commonwealth Fund is out with a new report comparing advanced-country health care systems, and the (mostly pre-Obamacare) US system looks very bad indeed: vastly higher spending per capita than anyone else, with worse results.
Of course, this is nothing new. And as always pointing out the obvious brings out claims that the US system is somehow superior despite its lousy outcomes. Aaron Carroll helpfully reminds us that all of the arguments surfacing here are zombies – arguments that should have died in the face of clear evidence that they’re wrong, but keep on shambling along nonetheless. (I actually learned the term “zombie idea” from the health care discussion, specifically the unending attempts to trash the Canadian system.)
I think it’s important, however, to be explicit about something Carroll obviously knows but doesn’t emphasize: the reason for the prevalence of zombies in this field. Some of it is chauvinism. But the main reason for the zombies is unwillingness to accept facts that conflict with ideology. The American health care system is by far the most privatized, most market-oriented system in the advanced world; it’s also far and away the most expensive, without any sign of getting anything for all that money.
If you are committed to the view that the magic of the market solves all problems, this is disturbing – so it must not be true. Bring on the zombies!
Il morto che pretende di saper tutto [1]
E’ uscito un nuovo rapporto di The Commonwealth Fund che confronta i sistemi di assistenza sanitaria dei paesi avanzati, e il sistema statunitense (in gran parte precedente alla riforma di Obama) appare assai negativamente: di gran lunga la spesa procapite più elevata di tutti gli altri, con risultati peggiori.
Naturalmente, non c’è niente di nuovo. E come sempre mettere in evidenza ciò che è ovvio ci riporta alle pretese secondo le quali il sistema statunitense sarebbe in qualche modo superiore nonostante i suoi risultati mediocri. Aaron Carroll fa bene a ricordarci che tutti gli argomenti che riappaiono sono ‘argomenti zombi’ – dovrebbero esser morti a fronte dell’evidenza della loro fallacia, ma ciononostante continuano a circolare, sia pur precariamente (in effetti, appresi il termine “idea zombi” in occasione di un dibattito sulla assistenza sanitaria, in particolare a proposito degli inesauribili tentativi di parlar male del sistema canadese).
Penso che sia importante, tuttavia, essere espliciti su qualcosa che Carroll ovviamente conosce, ma su cui non pone l’accento: per quale ragione gli zombi sono così numerosi in questo campo. In parte si tratta di sciovinismo. Ma la ragione principale degli zombi è la indisponibilità ad accettare i fatti che contrastano con l’ideologia. Il sistema americano di assistenza sanitaria è di gran lunga il più privatizzato, il più favorevole al mercato del mondo avanzato; esso è anche di gran lunga il più costoso, e non mostra in alcun modo di avere niente in cambio di tutti quei soldi.
Se siete legati al punto di vista secondo il quale la magia del mercato risolve tutti i problemi – questo è fastidioso, cosicché non deve essere vero. E via con gli zombi!
[1] “The walking dead”, come si sa, è il ‘morto che cammina’, ovvero lo zombi. “Wonk” è invece il “secchione”, colui che sa tutto o cerca di saper tutto in una materia. Se non è un errore, penso che il gioco di parole sia quello.
giugno 17, 2014
Jun 17 10:53 am
I gather from some of the reactions to my post on innovation hype that many readers don’t know about the remarkable German export story. Here’s the key point: German labor is very expensive, even compared with the United States:
And this has been true for decades. Yet Germany is a very successful exporter all the same. How do they do it? Not by producing the latest trendy tech product, but by maintaining a reputation for very high-quality goods, year after year.
If Germany seems remarkably competitive given its high costs, the United States is the reverse; our productivity is high, but we seem consistently bad at exporting — and have all my professional life. I used to think it was our cultural insularity, our difficulty in thinking about what other people might want. But is that still plausible?
I costi del lavoro tedeschi
Ho desunto da alcune reazioni al mio post sul battage pubblicitario sull’innovazione che molti lettori non conoscono la storia importante delle esportazioni tedesche. Ecco il punto chiave: il costo del lavoro in Germania è molto alto, persino se confrontato con gli Stati Uniti:
E questo è vero da decenni. Tuttavia la Germania è sempre stata una esportatrice di successo. Come ci riescono? Non producendo l’ultimo prodotto tecnologico di moda, ma preservando un apprezzamento per una qualità molto elevata dei prodotti, anno dopo anno.
Se la Germania, in considerazione dei suoi costi elevati, sembra molto competitiva, per gli Stati Uniti è l’opposto: la nostra produttività è alta, ma sembriamo regolarmente mediocri nelle esportazioni – ed è così da quando faccio questo lavoro. Ero abituato a pensare che dipendesse dalla nostra insularità culturale, dalla nostra difficoltà a ragionare nei termini delle preferenze degli altri paesi. Ma è ancora plausibile?
giugno 16, 2014
June 16, 2014 6:26 pm
Jill Lepore has a great article in the New Yorker debunking the hyping of “disruptive innovation” as the key to success in business and everything else. It’s not a bah-humbug piece; it is instead a careful takedown, in which she goes back to the case studies supposedly showing the overwhelming importance of upstart innovators, and shows that what actually happened didn’t fit the script. Specifically, many of the “upstarts” were actually long-established firms, and more often than not the big payoffs went not to disruptive innovators but to firms that focused on incremental change and ordinary forms of efficiency and quality.
Andrew Leonard reports that Silicon Valley types are not pleased. You can understand why. But their annoyance also tells you why the whole disruptive innovation thing took off: it glamorizes business, it lets nerdy guys come across as bold heroes.
The same impulse, I think, is why Schumpeter gets cited so much. If you read his stuff directly, it’s interesting, I guess, although his attempts to explain the business cycle were a waste of good paper. But it’s that glamorizing phrase “creative destruction” that did it, because it’s so flattering to the big money (and excuses a lot of suffering, too).
Lepore tells us that innovation became a popular buzzword in the 1990s. I guess I thought it came much earlier — I wrote about product-cycle models of trade back in the 1970s, and even then I was formalizing a much older literature.
And in trade, as in business competition, it’s far from clear that the big rewards go to those who trash the past and invent new stuff. What’s the most remarkable export success story out there? Surely it’s Germany, which manages to be an export powerhouse despite very high labor costs. How do the Germans do it? Not by constantly coming out with revolutionary new products, but by producing very high quality goods for which people are willing to pay premium prices.
So here’s a revolutionary thought: maybe we need to do less disruption and put more effort into doing whatever we do well.
Distruzione creativa etc. etc.
Jill Lepore ha un grande articolo sul New Yorker, che liquida tutto il battage sulla “innovazione perturbatrice” come la chiave del successo negli affari come in ogni altra cosa. Non è un pezzo di parole in libertà; piuttosto una verifica scrupolosa, nella quale ella ritorna agli studi specifici che si suppone dimostrino l’importanza degli innovatori che partono dalla gavetta, e dimostra che quello che è effettivamente accaduto è ben diverso dal copione. In particolare, molte delle esperienze innovative sono in effetti imprese da tempo in funzione, e il più delle volte i grandi profitti non sono venuti da innovatori che hanno rotto la tradizione, ma da imprese che si sono concentrate su modifiche incrementali e si forme ordinarie di efficienza e di qualità.
Secondo un resoconto di Andrew Leonard, questo non sarebbe stato gradito dagli individui di Silicon Valley. Si può comprendere il motivo. Ma questo fastidio ci dice anche perché abbia preso piede l’intera faccenda della innovazione perturbatrice: essa rende affascinante il mondo degli affari, consente a individui fanatici di alcune specialità di fare l’impressione di eroi coraggiosi.
Lo stesso impulso, suppongo, è il motivo per il quale Schumpeter è così tanto citato. Se si leggono le sue cose direttamente, credo che esse siano interessanti, sebbene i suoi tentativi di spiegare il ciclo economico furono uno spreco di carta. Ma fu quella frase accattivante sulla “distruzione creativa” a provocarlo, perché essa è talmente lusinghiera per i grandi affaristi (ed è anche una giustificazione di una gran quantità di sofferenze).
Lepore ci spiega che l’innovazione è diventata una parola di grido popolare negli anni ’90. Avrei detto che fosse avvenuto molto prima – io scrissi riguardo ai modelli sui cicli di vita dei prodotti del commercio nei passati anni ’70, ed anche allora mi riferivo ad una letteratura molto più antica.
E nel commercio, come nella competizione economica, è lungi dall’essere chiaro che i grandi premi vadano a coloro che buttano il passato nel cestino ed inventano nuove cose. Quale è in giro la più rilevante storia di successo nelle esportazioni? E’ certamente il caso della Germania, che riesce ad avere un primato nelle esportazioni nonostante costi del lavoro molto elevati. Come ci riescono i tedeschi? Non venendo fuori in continuazione con nuovi prodotti rivoluzionari, ma producendo beni di elevatissima qualità per quegli individui che sono disponibili a pagare prezzi maggiorati.
Eccolo, dunque, il pensiero rivoluzionario: forse abbiamo bisogno di fare minore perturbazione e di mettere maggiore impegno nel far bene tutto quello che facciamo.