Jun 2 5:09 am
I recently had a discussion with someone who felt disappointed in Obama; he had not, this person complained, lived up to the high hopes of his supporters. My response apparently came as a surprise: I’m liking Obama more and more as he slogs through his second term.
Of course you’re disappointed if you believed that soaring rhetoric could transform our political life, or if you believed that Obama could, by sheer force of will, turn crazy right-wingers into centrists. But I never bought into all of that. In fact, I was always exasperated by the inspiring speeches, which suggested to me that Obama didn’t understand what he was facing.
What mattered instead were concrete achievements, things that would shape America for the better over time. And in the end, Obama has delivered. Health reform is working, and the repeal crowd is slinking slowly away. And now, the environment.
The power-plant proposal isn’t enough, by itself, to save the planet; and like heath reform, it could be undone if enough justices on the Supreme Court decide that their partisan loyalty trumps the law and sound policy. But if the plan does go into effect, it could have huge implications. Climate diplomacy could resume; and if something like cap and trade is actually implemented, it will prove far cheaper than the doomsayers claim, undermining anti-environmentalists in much the way that the success of the ACA has undermined enemies of universal coverage.
So this is really encouraging. I just hope the president sticks to his guns — and the good news is that I’m starting to believe that he will.
2 giugno 2014
Il conforto del carbone
Recentemente ho avuto una discussione con una persona che si sentiva delusa da Obama: questa persona che si lamentava, non condivideva la soddisfazione dei suoi sostenitori. In apparenza la mia risposta fu una sorpresa: a me Obama sta piacendo sempre di più, nel mentre si affatica nel corso del suo secondo mandato.
Naturalmente si è delusi se si è creduto che una montante retorica poteva trasformare la nostra vita politica, o se si è creduto che Obama avrebbe potuto, sulla base della sola forza di volontà, trasformare pazzeschi individui di destra in centristi. Non ho mai abboccato a niente del genere. Di fatto, sono sempre stato esasperato dai discorsi ispirati, che mi davano l’impressione che Obama non stesse comprendendo quello che stava facendo.
Quello che invece era importante erano le realizzazioni concrete, cose che avrebbero trasformata in meglio l’America nel tempo. E, alla fine, le ha messe a segno. La riforma sanitaria è funzionante, e la folla di quelli che la vogliono abrogare sta lentamente ritirandosi. Ed ora l’ambiente.
La proposta sulle centrali elettriche non è sufficiente, da sola, a salvare il pianeta; e, come la riforma sanitaria, potrà essere disfatta se un numero sufficiente di giudici della Suprema Corte decide che la loro faziosa fedeltà può averla vinta sulla legge e sulla buona politica. Ma se il piano si concretizza, potrebbe avere vaste implicazioni. La diplomazia del clima potrebbe rialzare la testa; e se qualcosa del genere del “cap-and-trade” [1] fosse effettivamente messo in atto, esso si dimostrerebbe molto più economico di quello che i profeti di disgrazie sostengono, sgominando gli antiambientalisti come il successo delle legge della riforma sanitaria ha sgominato i nemici della assistenza universale.
Questo, dunque, è realmente incoraggiante. Io spero proprio che il Presidente mantenga il suo impegno – e la buona notizia è che sto cominciando a credere che lo farà.
[1] Ovvero, un sistema mirante alla limitazione delle emissioni che si basa sulla definizione di un limite (“cap”) e sulla possibilità successiva di aprire un commercio tra le imprese, facendo diventare il rispetto o il superamento qualitativo di tale limite un valore, ed il non-rispetto un costo. Vale a dire che chi realizza buone prestazioni può “venderle” a chi non le realizza, per consentire a questi ultimi di continuare ad operare. In altre parole, ci sarebbero limiti e su quei limiti si avvierebbe una competizione economica reale, essendo interesse di tutti – almeno in teoria – di comportarsi nel migliore dei modi, per guadagnare ed evitare costi, ed anche – se virtuosi – di ‘rivendere’ i propri buoni risultati.
maggio 31, 2014
May 31 4:25 am
Brad DeLong links to the now extensive list of pieces debunking the FT’s attempted debunking of Thomas Piketty, and pronounces himself puzzled:
I still do not understand what Chris Giles of the Financial Times thinks he is doing here…
OK, I don’t know what Giles thought he was doing — but I do know what he was actually doing, and it’s the same old same old. Ever since it became obvious that inequality was rising — way back in the 1980s — there has been a fairly substantial industry on the right of inequality denial. This denial didn’t rely on any one argument, nor did it involve consistent objections. Instead, it involved throwing many different arguments against the wall, hoping that something would stick. Inequality isn’t rising; it is rising, but it’s offset by social mobility; it’s cancelled by greater aid to the poor (which we’re trying to destroy, but never mind that); anyway, inequality is good. All these arguments have been made at the same time; none of them ever gets abandoned in the face of evidence — they just keep coming back.
Look at my old article from 1992: every single bogus argument I identified there is still being made today. And we know perfectly well why: it’s all about defending the 1 percent from the threat of higher taxes and other actions that might limit top incomes.
What’s new in the latest round is the venue. Traditionally, inequality denial has been carried out on the editorial page of the Wall Street Journal and like-minded venues. Seeing it expand to the Financial Times is something new, and is a sign that the FT may be suffering from creeping Murdochization.
31 maggio 2014
Quella negazione dell’ineguaglianza dei vecchi tempi
Brad DeLong si connette con il nuovo vasto elenco di articoli che smascherano il tentativo del FT di smascherare Thomas Piketty, e si dice perplesso:
“Ancora non capisco quello che Chris Giles pensa di aver fatto, in questo caso …”
Ebbene, io non so cosa Giles pensi di aver fatto – ma so quello che effettivamente ha fatto, e si tratta dello stesso vecchio ritornello. Dal momento in cui divenne evidente che l’ineguaglianza stava crescendo – nei passati anni ’80 – c’è stata a destra praticamente una attività continua di negazione dell’ineguaglianza. Questa negazione non si è fondata su un qualsiasi argomento, né ha riguardato obiezioni omogenee. Piuttosto, è consistita nel tirare contro il muro argomenti diversi, nella speranza che qualcuno andasse a segno. L’ineguaglianza non sta crescendo; sta crescendo, ma è bilanciata dalla mobilità sociale; è cancellata dagli aiuti maggiori ai poveri (che stiamo cercando di eliminare, ma non conta); in ogni modo, l’ineguaglianza è positiva. Tutti questo argomenti sono stati avanzati contemporaneamente; nessuno di essi è mai stato abbandonato a fronte dei fatti – essi semplicemente continuano a susseguirsi.
Si guardi al mio vecchio articolo del 1992 [1]: ogni singolo argomento contraffatto che io identificai è ancora all’opera oggi. E sappiamo benissimo perché: tutto ha a che fare con il difendere l’1 per cento dalla minaccia di tasse più elevate e di altre azioni che possano limitare i redditi più alti.
Quello che c’è di nuovo è la sede. Tradizionalmente, la negazione dell’ineguaglianza era a cura della pagina editoriale del Wall Street Journal o di ambienti simili. Vedere che si diffonde al Financial Times è una cosa nuova, ed è il segno che il FT potrebbe soffrire di una ‘murdocchizzazione’ strisciante.
[1] In realtà l’articolo appare pubblicato on-line su “The American Prospect” nel dicembre del 2001. L’articolo è in effetti quasi una copia del dibattito in corso e si riferisce ad un dibattito su quei temi dell’anno 1992, ma è apparso nove anni dopo (e Krugman ripete la stessa inesattezza nell’articolo sul New York Times del 1 giugno 2014).
maggio 30, 2014
May 30 9:49 am
OK, Thomas Piketty has replied at length (pdf) to the attempted takedown of his work by Chris Giles, and done it very effectively. Essentially, Giles tried to compare apples and oranges, and the result was a lemon.
The central point here is one that’s familiar to anyone who works at length on inequality issues. We have two kinds of data on distribution of both income and wealth: surveys, in which people are asked what they make or own, and tax data. Survey data are better at describing lower-income families, who often aren’t covered by taxes; but they notoriously understate top incomes and wealth, roughly speaking because it’s hard to interview billionaires. Also, survey data start fairly recently — after World War II, and often much later than that.
So Piketty works mainly with tax data, although he also makes some use of survey data; when he combines them, he makes adjustments for the known downward bias of top wealth estimates from surveys. Giles, however, basically noted that some relatively recent survey estimates of large fortunes are smaller than some tax-based estimates for earlier periods, and used this to claim that there isn’t any clear trend toward wealth concentration. Bzzzt! Error!
This should really settle the issue, but of course it won’t. Inequality deniers will pick up on the FT’s bad critique, and it will become part of what they “know” to be true.
I dubbi confutati su Thomas
Ci siamo. Thomas Piketty ha replicato per esteso (disponibile in pdf) al tentativo di ridimensionamento del suo lavoro da parte di Chris Giles, e l’ha fatto con molta efficacia. Sostanzialmente, Giles ha cercato di confrontare mele ed arance, e il risultato è stato un limone.
In questo caso il punto centrale è del genere di quelli che sono familiari a chiunque lavori nel dettaglio sui temi dell’ineguaglianza. Abbiamo due tipi di dati in distribuzione, sia sul reddito che sulla ricchezza: sondaggi, nei quali viene chiesto alle persone che cosa fanno o possiedono, e statistiche fiscali. I dati dei sondaggi sono migliori per descrivere le famiglie a più basso reddito, che spesso non sono rappresentate nei dati fiscali; ma essi notoriamente sottostimano i redditi e le ricchezze più alte, per dirla semplicemente perché è difficile intervistare i miliardari. Inoltre, i dati dei sondaggi sono partiti in un’epoca relativamente recente – dopo la Seconda Guerra Mondiale, e spesso molto dopo essa.
Dunque Piketty lavora principalmente con le statistiche fiscali, sebbene egli faccia anche un qualche uso dei dati dei sondaggi; quando li combina, egli opera correzioni per la nota tendenza a sottovalutare le stime sui più ricchi da parte dei sondaggi. Giles, tuttavia, ha notato che alcune stime delle grandi fortune di sondaggi relativamente recenti sono più piccole delle stime basate sulle tasse di periodi precedenti, ed ha utilizzato questo fatto per sostenere che non c’è alcuna chiara tendenza ad una concentrazione crescente della ricchezza. Suvvia! E’ un errore!
Questo dovrebbe realmente sistemare la questione, ma non sarà così. I negazionisti dell’ineguaglianza attingeranno alla pessima critica del Financial Times, e ciò andrà a far parte di quello che essi “sanno” essere vero.
maggio 26, 2014
May 26 11:13 am
Sitting in a room listening to EU officials reacting to the European Parliament elections — and it seems to me that they’re deep in denial. Barroso just declared that the euro had nothing to do with the crisis, that it was all failed policies at the national level; a few minutes ago he said that Europe’s real problem is a lack of political will.
This is quite amazing, in a really bad way.
Sorry, but depression-level slumps didn’t happen in Europe before the coming of the euro. And we know very well what happened: first the creation of the euro encouraged massive capital flows to southern Europe, then the money dried up — and the absence of national currencies meant that the debtor countries had to go through an extremely painful process of deflation. How anyone could deny any role for the currency …
And if there’s one thing Europe has, it’s political will. All across the southern tier, governments have dutifully imposed incredibly harsh austerity in the name of being good Europeans. What should they have done that they haven’t?
I guess the notion is that if the Greeks, or the Portuguese, or the Spaniards really, truly committed their all-powerful wills to reform and adjustment, their economies would boom despite deflation and austerity. The possibility that things are so bad — and radicals have been empowered — because the policies are fundamentally misguided just doesn’t seem to be considered.
Le Lanterne Verdi europee [1]
Sono seduto in una stanza ad ascoltare le reazioni dei dirigenti dell’Unione Europea alle elezioni del Parlamento – e mi pare che siano profondamente incapaci di ammettere. Barroso ha appena dichiarato che l’euro non ha niente a che fare con la crisi, che essa è dipesa tutta dal fallimento delle politiche a livello nazionale; pochi minuti prima aveva detto che il problema reale dell’Europa è una mancanza di volontà politica.
Il che è davvero formidabile, in un senso davvero negativo.
Spiacente, crisi al livello della depressione non erano avvenute in Europa prima dell’arrivo dell’euro. E sappiamo benissimo cosa è successo: in primo luogo la creazione dell’euro ha incoraggiato massicci flussi di capitali verso l’Europa meridionale, poi i finanziamenti si sono prosciugati – e l’assenza di valute nazionali ha comportato che i paesi debitori sono dovuti passare attraverso un processo di deflazione estremamente doloroso. Come si possa negare qualsiasi ruolo della valuta ….
E se c’è una cosa che l’Europa possiede è la volontà politica. Su tutto il livello meridionale, i governi hanno coscienziosamente imposto una austerità incredibilmente dura allo scopo di comportarsi da buoni europei. Che cosa avrebbero dovuto fare, che non hanno fatto?
Mi immagino che l’idea sia che se i greci, o i portoghesi, o gli spagnoli si fossero davvero, realmente impegnati con tutta la volontà di cui sono capaci a riformare ed a correggere, le loro economie avrebbero avuto un boom, nonostante la deflazione e l’austerità. La possibilità che le cose siano così negative – e che i radicali siano stati rafforzati – perché le politiche sono state fondamentalmente sbagliate, proprio non sembra essere presa in considerazione.
[1] Mi immagino, dato che è un motivo che ricorre scherzosamente in Krugman, che l’espressione ‘Lanterne Verdi’ derivi dalla fiction fantascientifica e cinematografica, e si riferisca a personaggi dotati di magici anelli verdi che davano ad essi il potere di trasformare il mondo fisico. Il ragionamento di Barroso che in seguito viene esaminato, è un po’ come ipotizzare di poter disporre di poteri sovrumani.
maggio 24, 2014
May 24 3:15 am
Great buzz in the blogosphere over Chris Giles’s attack on Thomas Piketty’s Capital in the 21st Century. Giles finds a few clear errors, although they don’t seem to matter much; more important, he questions some of the assumptions and imputations Piketty uses to deal with gaps in the data and the way he switches sources. Neil Irwin and Justin Wolfers have good discussions of the complaints; Piketty will have to answer these questions in detail, and we’ll see how well he does it.
But is it possible that Piketty’s whole thesis of rising wealth inequality is wrong? Giles argues that it is:
The exact level of European inequality in the last fifty years is impossible to determine, as it depends on the sources one uses. However, whichever level one picks, the lines in red in the graph show that – unlike what Prof. Piketty claims – wealth concentration among the richest people has been pretty stable for 50 years in both Europe and theUS.
There is no obvious upward trend. The conclusions of Capital in the 21st century do not appear to be backed by the book’s own sources.
OK, that can’t be right — and the fact that Giles reaches that conclusion is a strong indicator that he himself is doing something wrong.
I don’t know the European evidence too well, but the notion of stable wealth concentration in the United States is at odds with many sources of evidence. Take, for example, the landmark CBO study on the distribution of income; it shows the distribution of income by type, and capital income has become much more concentrated over time:
It’s just not plausible that this increase in the concentration of income from capital doesn’t reflect a more or less comparable increase in the concentration of capital itself.
Beyond that, we have, as Piketty stresses, evidence from Forbes-type surveys, which show soaring wealth at the very top. And we have other estimates of wealth concentration, like Saez-Zucman, that use completely different methods but point to the same conclusion.
And there’s also the economic story. In the United States, income inequality has soared since 1980 by any measure you use. Unless the affluent starting saving less than the working class, this rise in income disparity must have led to a rise in wealth disparity over time.
The point is that Giles is proving too much; if his attempted reworking of Piketty leads to the conclusion that nothing has happened to wealth inequality, what that really shows is that he’s doing something wrong.
None of this absolves Piketty from the need to respond to each of the individual questions. But anyone imagining that the whole notion of rising wealth inequality has been refuted is almost surely going to be disappointed.
24 maggio 2014
Ha sbagliato tutto, Piketty?
Grande scalpore nella blogosfera per l’attacco di Chris Giles al Capitale nel Ventunesimo Secolo di Thomas Piketty. Chris scopre pochi evidenti errori, sebbene non sembrino molto importanti; più importante, egli avanza interrogativi sugli assunti e sulle imputazioni che Piketty utilizza per misurarsi sulle differenze dei dati e sul modo in cui egli varia le sue fonti. Neil Irwin e Justin Wolfers hanno discusso correttamente quegli addebiti; Piketty dovrà rispondere di queste obiezioni in dettaglio, e vedremo con quanta efficacia lo farà.
Ma è possibile che l’intera tesi di Piketty sulle crescente diseguaglianza nella ricchezza sia sbagliata? Giles sostiene che è così:
“L’esatto livello della ineguaglianza europea negli ultimi cinquanta anni è impossibile da determinare, nella misura in cui dipende dalle fonti che si usano. Tuttavia, qualsiasi livello si scelga, le linee in rosso nel grafico mostrano che – diversamente da quello che sostiene il professor Piketty – la concentrazione della ricchezza tra le persone più ricche è stata abbastanza stabile per 50 anni, sia in Europa che negli Stati Uniti.
Non c’è alcuna evidente tendenza verso l’alto. Le conclusioni di “Il capitale nel Ventunesimo Secolo” non sembrano essere confortate dalle stesse fonti del libro.”
Ebbene, questo non può essere giusto – e il fatto che Giles raggiunga questa conclusione è un forte indicatore che egli stesso sta facendo qualcosa di sbagliato.
Non conosco a sufficienza le prove europee, ma il concetto di stabile concentrazione della ricchezza negli Stati Uniti è all’opposto alla testimonianza di molte fonti. Si prenda, ad esempio, il riferimento fondamentale dello studio del Congressional Budget Office sulla distribuzione del reddito: esso mostra la distribuzione del reddito secondo la tipologia, e il reddito da capitale è diventato molto più concentrato nel corso del tempo:
E’ semplicemente non plausibile che questo incremento della concentrazione del reddito da capitale non rifletta una più o meno paragonabile concentrazione del capitale stesso.
Oltre a ciò, come Piketty analizza, abbiamo le prove dai sondaggi del genere di quelli di ‘Forbes’, che mostrano una ricchezza crescente tra i molto ricchi. Ed abbiamo altre stime sulla concentrazione della ricchezza, come quelle di Saez-Zucman, che utilizzano metodi completamente differenti ma arrivano alla stessa conclusione.
E c’è anche la storia economica. Negli Stati Uniti, l’ineguaglianza del reddito è fortemente cresciuta qualsiasi misurazione si utilizzi. A meno che i benestanti non abbiano cominciato a risparmiare meno della classe lavoratrice, questa crescita nella disparità del reddito deve aver portato con il tempo ad una crescita nella disparità delle ricchezza.
Il punto è che Giles sta dimostrando troppo; se il suo tentativo di rielaborazione di Piketty porta alla conclusione che non è successo niente quanto a ineguaglianza della ricchezza, quello che egli mostra è che in realtà sta facendo uno sbaglio.
Questo non dispensa per niente Piketty dalla necessità di rispondere a ciascuna delle singole questioni. Ma chiunque si immagini che l’intero concetto di crescente ineguaglianza sia stato confutato, quasi sicuramente è destinato ad essere disilluso.
maggio 21, 2014
May 21, 10:39 am
People are pretty down on European economic performance these days, with good reason. But mainly what we’re looking at is bad macroeconomic policy, the result of premature monetary union plus austerity mania. That’s a very different story from the old version of Eurotrashing, which focused on Eurosclerosis — persistent low employment allegedly caused by excessive welfare states.
Now, people like John Schmitt and Dean Baker began pointing out a long time ago that this story was out of date. If you looked at Europe in general and France in particular, you saw that yes, people retired earlier than in America, and also that fewer young people worked — in part because they didn’t have to work their way through college. But on the eve of the economic crisis employment rates among prime-working-age adults had converged.
Well, I hadn’t looked at this data for a while; and where we are now is quite stunning:
Since the late 1990s we have completely traded places: prime-age French adults are now much more likely than their US counterparts to have jobs.
Strange how amid the incessant bad-mouthing of French performance this fact never gets mentioned.
I ‘mangiatori di formaggi’ [1] creatori di lavoro
La gente è abbastanza delusa per gli andamenti economici europei rivelati in questi giorni, a buona ragione. Ma soprattutto viene in evidenza la negativa politica macroeconomica, il risultato di una prematura unione monetaria alla quale si è aggiunta la mania dell’austerità. Che è una storia assai diversa dal tradizionale dar lezioni all’Europa, che si concentrava sulla sua presunta sclerosi – una presunta persistente bassa occupazione provocata dai troppo generosi Stati assistenziali.
Oggi, persone come John Schmitt e Dean Baker cominciano a riconoscere che è da molto tempo che questa storia è datata. Se guardavate l’Europa in generale e la Francia in particolare, vedevate che, sì, la gente andava in pensione prima che in America, ed anche che meno giovani erano al lavoro – in parte perché non dovevano farsi la loro strada durante il periodo dell’Università. Ma con l’epoca della crisi economica i tassi di occupazione tra gli adulti nella loro principale [2] età lavorativa sono risultati convergenti.
Ebbene, era un po’ che non osservavo questi dati, e il punto in cui siamo ora è abbastanza stupefacente:
Rispetto agli ultimi anni ’90, ora i posti sono completamente scambiati: per gli adulti francesi nella principale età lavorativa è oggi molto più facile avere posti di lavoro che per i loro omologhi americani.
[1] Così gli americani talora definiscono i francesi.
[2] Ovvero, nel periodo 25-54 anni, che è appunto considerato il periodo lavorativo ‘principale’. Una delle ragioni per la quale le statistiche americane sul lavoro si riferiscono a quel periodo, è che esso è meno suscettibile alle variazioni non strutturali che possono darsi nel periodo della prima giovinezza e nella tarda maturità.
maggio 19, 2014
May 19, 6:31 am
I’ve been giving various talks and fireside chats here in Oxford, and one thing I keep coming back to is the pivotal role of the 1980s in the development of economic thought.
This isn’t what you usually hear — the 70s have taken on mythical status, and are constantly invoked by inflation worriers, while the 80s get mentioned, if at all, as somehow proving the truth of supply-side economics. But what really happened in the early 80s was a decisive refutation of Lucasian macroeconomics — albeit a refutation met in many places with denial.
For those wondering what I’m talking about: in the 1970s rational-expectations macroeconomists, led above all by Chicago’s Robert Lucas, made an extremely influential case against any kind of activist policy. The key proposition in that case was an assertion, based on Lucas-type models, that only unanticipated changes in monetary policy had real effects. As soon as people understood that, say, the central bank had targeted a lower rate of inflation, prices and wages would adjust, without the need for sustained high unemployment.
What actually happened in the 80s, however, was that central banks — most famously the Fed, but also the Thatcherite Bank of England and others — drastically tightened monetary policy to bring inflation down. And inflation did indeed come down — eventually. But along the way there were deep recessions and soaring unemployment, which went on much longer than you could justify with any plausible story about the monetary shock being unanticipated.
This was very much a vindication of more or less Keynesian views about the economy, and the 80s were in fact marked by the New Keynesian comeback. But many economists had already dug themselves in too deep, denouncing Keynesian economics as nonsense, declaring it dead. Unable to backtrack, they went even deeper, insisting despite all appearances that monetary policy had no real effects whatsoever, that it was all technological shocks.
But leaving that half of the macroeconomics profession aside, for the rest of us the 80s were just as important as the 70s in setting attitudes toward policy. If you like, the 70s showed the limits of policy, but the 80s showed that there were limits to those limits — that monetary policy (and fiscal policy, under some conditions) remained powerful as a tool to stabilize the economy. And that insight has stood the test of time.
Quello show degli anni ‘80
Ho vari colloqui e chiacchierate al caminetto qua ad Oxford, ed una cosa sulla quale continuo a tornare è il ruolo degli anni ‘80 nel cambiamento di prospettiva della evoluzione del pensiero economico.
Non si tratta di quello che solitamente si sente dire – gli anni ’70 hanno assunto uno status mitico, e sono costantemente invocati dagli ‘ansiosi’ dell’inflazione, mentre gli anni ’80 vengono menzionati, quando accade, come la testimonianza della verità dell’economia dal lato dell’offerta. Ma quello che realmente accadde negli anni ’80 fu una confutazione decisiva della macroeconomia ‘lucasiana’ [1] – sebbene una confutazione accolta in molti ambienti con un diniego.
Per coloro che si chiedono di cosa sto parlando: negli anni ’70 i macroeconomisti delle ‘aspettative razionali’, guidati sopra tutti da Robert Lucas di Chicago, avanzarono una tesi estremamente influente contro ogni tipo di politica economica attiva. Il concetto chiave a tale proposito fu un argomento, basato su modelli del genere di quelli di Lucas, che soltanto cambiamenti imprevisti nella politica monetaria hanno effetti reali. Appena le persone lo compresero, diciamo così, la banca centrale dovette adottare un obbiettivo di inflazione più basso: i prezzi ed i salari si sarebbero corretti, senza il bisogno di una elevata disoccupazione duratura.
Quello che effettivamente accadde negli anni ’80, tuttavia, fu che le banche centrali – nel modo più notorio la Fed, ma anche la ‘thatcheriana’ Banca di Inghilterra ed altre – restrinsero drasticamente la politica monetaria per abbassare l’inflazione. E, alla fine, l’inflazione in effetti scese. Ma per la strada ci furono profonde recessioni ed una disoccupazione che schizzò in alto, la qualcosa durò molto più a lungo di quello che si potrebbe giustificare con qualche plausibile racconto sullo shock monetario che deve essere imprevisto.
Questo fu un risarcimento davvero notevole dei punti di vista sull’economia più o meno keynesiani, e gli anni ’80 furono di fatto segnati dal ritorno dei neokeynesiani. Ma molti economisti avevano già scavato troppo a fondo, denunciando l’economia keynesiana come un nonsenso, insistendo nonostante tutte le apparenze che la politica monetaria non aveva in nessun modo alcun effetto reale, che era tutto un problema di shock tecnologici.
Ma mettendo da parte quella metà della disciplina macroeconomica, per noi che restammo fuori gli anni ’80 furono proprio altrettanto importanti degli anni ’70 nel predisporre le attitudini verso la politica. Se preferite, gli anni ’70 mostrarono i limiti della politica, ma gli anni ‘80 mostrarono che c’erano limiti a quei limiti – che la politica monetaria (e quella della finanza pubblica, a certe condizioni) restava uno strumento potente per stabilizzare l’economia. E quella intuizione ha resistito nel tempo.
[1] Robert Lucas, nato nel 1937, è un economista americano, cresciuto culturalmente a Chicago, dove alla fine è tornato ad insegnare.
maggio 19, 2014
May 19, 6:12 am
When Alvin Hansen first proposed the concept of secular stagnation, he emphasized the role of slowing population growth in depressing investment demand (and his warnings were made moot by the postwar baby boom.) Modern discussions return to that emphasis: Japan’s shrinking working-age population looks like an important source of its problems, and slowing population growth in Europe and America are important reasons to believe that we may be entering a similar regime.
But whenever I raise these points, I get questions from people who ask why I don’t regard slowing population growth as a good thing. After all, it means less pressure on resources, less environmental damage, and so on.
What’s important to realize, then, is that slower population growth indeed could and should be a good thing — but that what passes for sound economic policy is all too likely to turn this potentially good development into a major problem. Why? Because under the current rules of the game, there’s a strong bicycle aspect to our economies: unless they’re moving forward sufficiently rapidly, they tend to fall over.
It’s a pretty straightforward point. To have more or less full employment, we need sufficient spending to make use of the economy’s potential. But one important component of spending, investment, is subject to the accelerator effect: the demand for new capital depends on the economy’s rate of growth, rather than the current level of output. So if growth slows due to a falloff in population growth, investment demand falls — potentially pushing the economy into a semi-permanent slump.
Now, you could say that this should be easy to deal with; just reduce the interest rate sufficiently to sustain investment demand despite population slowdown. The problem is that the required real interest rate on safe assets may end up being negative, and is therefore achievable only if we have sufficient inflation — which runs into an ideological commitment to price stability.
This is basically a technical problem, and in a better world we would simply deal with that problem while enjoying the benefits of a less crowded planet. In this world, however, technical problems — magneto trouble — can in fact do immense damage, because so few people are willing to think clearly about their nature. And that’s why we worry about slowing population growth.
La demografia e l’effetto bicicletta
Quando Alvin Hansen propose per primo il concetto di stagnazione secolare, enfatizzò il ruolo del rallentamento nella crescita della popolazione nel deprimere la domanda di investimenti (ed i suoi ammonimenti vennero resi irrilevanti dal boom demografico post bellico). Il dibattito attuale ritorna su quell’enfasi: il restringersi della popolazione in età lavorativa del Giappone appare una fonte importante dei suoi problemi, ed il rallentamento della crescita della popolazione in Europa ed in America sono buone ragioni per credere che stiamo entrando in un’epoca simile.
Ma quando sollevo questi aspetti, mi arrivano domande da persone che chiedono perché non considero il rallentamento della crescita della popolazione come una buona cosa. Dopotutto, esso significa minore pressione sulle risorse, minore danno all’ambiente, e così via.
Quello che è importante comprendere, dunque, è che una crescita più lenta della popolazione potrebbe e dovrebbe essere una buona cosa – ma quella che sembra una sana economia politica è anche troppo probabile che trasformi questo sviluppo potenzialmente buono in un serio problema. Perché, con le regole attuali del gioco, c’è un cospicuo effetto ‘bicicletta’ per le nostre economie: se non si muovono in avanti in modo sufficientemente rapido, esse tendono a cadere.
E’ un punto abbastanza inequivocabile. Per avere una occupazione più o meno piena, abbiamo bisogno di una spesa sufficiente a fare utilizzare il potenziale dell’economia. Ma una importante componente della spesa, l’investimento, è soggetta all’effetto dell’acceleratore: la domanda di nuovo capitale dipende dal tasso di crescita dell’economia, piuttosto che dal livello attuale della produzione. Così, se la crescita rallenta a seguito di una diminuzione della crescita della popolazione, la domanda di investimenti cade – potenzialmente spingendo l’economia in una recessione semi-permanente.
Ora, si potrebbe dire che dovrebbe essere facile misurarsi con questo problema; basterebbe ridurre il tasso di interesse a sufficienza per sostenere la domanda di investimenti nonostante il rallentamento della popolazione. Il problema è che il tasso di interesse reale richiesto su asset sicuri può finire col diventare negativo. E di conseguenza ottenibile solo in presenza di una sufficiente inflazione – la qualcosa va a sbattere contro l’impegno ideologico alla stabilità dei prezzi.
Questo è fondamentalmente un problema tecnico, e in un mondo migliore semplicemente ci occuperemmo di quel problema godendoci i benefici di un pianeta meno affollato. In questo mondo, tuttavia, i problemi tecnici – il guaio del ‘magnete’[1] – può provocare di fatto un immenso danno, perché sono così poche le persone disponibili a riflettere chiaramente sulla loro natura. E questa è la ragione per la quale ci preoccupiamo del rallentamento della crescita della popolazione.
[1] Il ‘magnete’ che smette di funzionare è la famosa immagine che usò Keynes per descrivere la logica della Grande Depressione. Tutto sembra immutato, egli disse, la voglia di lavorare, la tecnologia, il desiderio di consumare, la disposizione ad inventare cose nuove; ma quello che non funziona e che si scopre che non sappiamo esattamente come funzioni è il ‘magnete’, ovvero il motore d’avviamento dell’intero meccanismo.
maggio 17, 2014
May 17, 9:34 am
Matt O’Brien has an interesting if depressing piece on long-term unemployment, making the point that long-term unemployment is basically bad luck: if you got laid off in a bad economy, you have a hard time finding a new job, and the longer you stay unemployed the harder it becomes to find work.
Obviously I agree with this analysis – and I’d add that O’Brien’s results more or less decisively refute the alternative story, which is that the long-term unemployed are workers with a problem.
You can see how this story might work. Suppose that workers have some quality – sticktoitiveness, or something – that doesn’t show up in official skill measures but which potential employers can intuit. Then workers lacking this ineffable quality would tend to lose their jobs and have trouble getting new jobs; the difficulty the long-term unemployed have in job search would reflect their personal inadequacy.
Read between the lines of a lot of commentary on the unemployed – especially from those eager to slash benefits – and you’ll realize that something like this is the implicit underlying theory.
But here’s the thing: the association between worker quality and unemployment should be much stronger in a good economy than in a bad economy. In 2000, with labor scarce, there probably was something wrong with many people who got laid off; in 2009, it was just a matter of being in the wrong place. So if unemployment was about personal characteristics, being unemployed should have mattered less for job search after the Great Recession than before. What we actually see, of course, is the opposite.
In other words, it’s nothing personal; it’s the economy, stupid. And as O’Brien said, it’s one more reason failure to provide more stimulus is a crime against American workers.
Disoccupazione: non c’è niente di personale
Matt O’Brien ha un articolo interessante, seppur deprimente, sulla disoccupazione di lungo periodo, nel quale avanza la tesi che la disoccupazione di lungo periodo sia fondamentalmente una cattiva sorte: se siete stati licenziati in un periodo economico negativo, è difficile trovare un nuovo posto di lavoro, e più a lungo si resta disoccupati, più difficile è trovare lavoro.
Naturalmente sono d’accordo con questa analisi – e aggiungerei che i risultati di O’Brien confutano in modo abbastanza definitivo il racconto opposto, secondo il quale i disoccupati di lungo periodo sono lavoratori con un problema.
Ci si rende conto come questo racconto possa stare in piedi. Supponiamo che i lavoratori abbiano alcune qualità – la capacità di portare a fondo le cose, o qualcosa del genere – che non si manifesta nei modi ufficiali di misurare le competenze ma che i potenziali datori di lavoro possano intuire. In tal modo, i lavoratori che difettano di questa indescrivibile qualità tenderebbero a perdere i loro posti di lavoro ed a avere difficoltà nel trovare nuovi posti di lavoro; la difficoltà dei disoccupati di lungo termine nel cercare lavoro rifletterebbe la loro personale inadeguatezza.
Se si leggono tra le righe molte cronache sui disoccupati – specialmente quelle di coloro che sono ansiosi di tagliare i sussidi di disoccupazione – si comprenderà che qualcosa di questo genere è la teoria implicita di quelle descrizioni.
Ma il punto è qua: la associazione tra qualità del lavoratore e disoccupazione dovrebbe essere molto più forte in un periodo economico positivo che non in un periodo negativo. Nel 2000, con una scarsità di lavoro, probabilmente c’era qualcosa di sbagliato in molte persone che venivano licenziate; nel 2009, era solo una questione di trovarsi nel posto sbagliato. Dunque, se la disoccupazione dipendesse dalle caratteristiche delle persone, agli effetti della ricerca di una posto di lavoro, essere disoccupati dovrebbe avere avuto minore importanza dopo la Grande Recessione che prima. Per la verità ovviamente, si constata l’opposto.
In altre parole, non c’è niente di personale; è l’economia, stupidi! [1] E come ha detto O’Brien, essa è una ragione in più per la quale mancare di fornire maggiori misure pubbliche di sostegno è un crimine contro i lavoratori americani.
[1] Come è noto, l’espressione, ovvero l’aggiunta di “stupido/i!”, venne spontanea nella occasione di un dibattito pubblico a Bill Clinton, e da quel momento è entrata nell’uso comune.
maggio 17, 2014
May 17, 3:03 am
Most discussion about the possibility of secular stagnation has focused on US data, partly because most of the new secular stagnationists are American, partly because the data are easier to work with. But as Izabella Kaminska and James Mackintosh point out, the euro area seems closer to Japanification than the US. So are there structural changes in Europe that arguably will lead to persistently lower demand unless offset by policy?
Indeed there are. Start with demography: a falling rate of growth in the working-age population leads, other things equal, to lower investment as a share of GDP, because there is less need to equip workers with new factories, office buildings, houses, etc. And if we look at working-age population for the US, the euro area (EA), and Japan we see that Europe is now where Japan was around 1998, when I and other Japan worriers started talking in earnest about liquidity traps:
Add to this the end of ever-increasing leverage. In the US we focus on how ever-growing household debt was a major source of demand before 2008, which won’t come back; in Europe much the same was going on, but it also makes sense to focus on a different measure, large capital flows to peripheral countries, which won’t come back even if the woes of austerity abate. And these flows were a big part of overall European demand before the crisis:
So with a shrinking working-age population and without the boost to demand caused by the capital-flow bubble, Europe is extremely likely to have a significantly lower natural real rate of interest heading forward than it had in the past. This in turn suggests that it’s a really really bad idea to let inflation drift down, whether or not it turns into outright deflation.
La stagnazione secolare nell’area euro
La maggior parte delle discussioni sulla stagnazione secolare si sono concentrate sui dati degli Stati Uniti, in parte perché gran parte dei nuovi ‘stagnazionisti’ sono americani, in parte perché è più facile lavorare con quelle statistiche. Ma come hanno sottolineato Izabella Kaminska e James Mackintosh, l’area euro sembra più vicina degli Stati Uniti a seguire le orme del Giappone. Dunque, ci sono modifiche strutturali in Europa che potranno portare ad una domanda più bassa in modo persistente, se non saranno compensate dalla politica?
In effetti ci sono. Cominciamo con la demografia: una caduta del tasso di crescita della popolazione in età lavorativa conduce, a parità delle altre condizioni, ad una percentuale degli investimenti sul PIL più bassa, perché c’è meno necessità di attrezzare i lavoratori con nuovi stabilimenti, nuovi palazzi per uffici, nuove residenze etc. E se guardiamo alla popolazione in età lavorativa nei casi degli Stati Uniti, dell’area euro e del Giappone, vediamo che l’Europa è adesso dove era il Giappone nel 1998, quando io ed altri che eravamo preoccupati per il Giappone cominciammo esplicitamente a parlare di trappole di liquidità:
Si aggiunga a questo la fine di rapporti di indebitamento in continua crescita. Negli Stati Uniti ci concentriamo sul problema di come un debito in continua crescita delle famiglie fosse una importante fonte di domanda prima del 2008, e su come non sia destinato e tornare indietro; in Europa è avvenuta in gran parte la stessa cosa, ma essa autorizza a mettere in evidenza un diverso dato: gli ampi flussi di capitali sui paesi periferici, anch’essi non destinati a ritornare anche se le pene dell’austerità si riducono. E quei flussi erano un gran parte della complessiva domanda europea prima della crisi [1]:
Dunque, con una popolazione in età lavorativa che si riduce e senza la spinta alla domanda provocata dalla bolla dei flussi dei capitali, è estremamente probabile che, andando in avanti, l’Europa abbia un tasso di interesse reale naturale più basso che nel passato. Questo a sua volta indica che è per davvero una pessima idea lasciare che l’inflazione scivoli verso il basso, che essa si trasformi o meno in una aperta deflazione.
[1] Il titolo della tabella indica il complesso dei paesi debitori dell’Europa, forse più noti come PIGS. La differenza tra PIGS e PGIIS – a parte l’insultante omonimia del primo acronimo con il termine “maiali”, che provocò l’indignazione del Portogallo e della Spagna e fece decidere al Financial Times di sopprimere tale espressione – è in questo; che in uno c’è solo la lettera “I” dell’Italia, nell’altro c’è anche la lettera “I” dell’Irlanda. Il primo termine, in effetti, è abbastanza antico, perché si cominciò ad usarlo nei primi anni novanta, per indicare semplicemente i quattro paesi dell’Europa Meridionale; l’aggiunta dell’Irlanda venne dopo la crisi finanziaria del 2008.
maggio 17, 2014
May 17, 3:18 am
Just a brief belated note on the “neo-Fisherite” view that lower interest rates lead to lower inflation, which has produced some surprising diffidence from economists you would expect to ridicule it; why doesn’t this debate emphasize the large empirical literature on the effects of monetary shocks?
I mean, we have a lot more evidence than just historical correlations between interest rates and inflation; we have multiple studies (like this recent one in Vox) that use either statistical techniques or a narrative approach (or a mix of the two) to identify innovations in monetary policy, which take the form of a rise or fall in policy rates. And we know what happens after a positive shock to policy interest rates: output and inflation both fall.
I mean, this is largely what Chris Sims got his prize for. It’s about as close to a fully established empirical result as we have in economics.
So why are people busy trying to come up with stories in which the opposite happens? Yes, if you work hard enough at it you can produce a model for perverse outcomes (that’s pretty close to a theorem). But what empirical motivation is there for doing all of this?
What I think happened here was actually that some economists said something silly, not out of deep conviction, but because they weren’t really thinking about what their equations meant; and that rather than back off, they have now spent the past few years trying to justify their initial claims. But there’s no reason to take this stuff seriously.
Tassi di interesse, inflazione e fatti
Soltanto una nota breve e tardiva sul punto di vista “neo-fisheriano” secondo il quale tassi di interesse più bassi portano ad una inflazione più bassa, che ha provocato una qualche sorprendente timidezza da parte di economisti che ci si sarebbe aspettato lo prendessero di mira; perché questo dibattito non dà rilievo alla ampia letteratura empirica sugli effetti degli shocks monetari?
Voglio dire, abbiamo molte prove in più che non soltanto le correlazioni storiche tra tassi di interesse ed inflazione; abbiamo molteplici studi (come questo recente sul blog Vox) che utilizzano sia le tecniche statistiche che l’approccio narrativo (o un misto dei due) per identificare le innovazioni nella politica monetaria, che prendono la forma di una salita o di una discesa nei tassi di riferimento. E sappiamo quello che accade dopo un shock positivo ai tassi di interesse di riferimento: la produzione e l’inflazione cadono entrambe.
Intendo dire, questo è in larga parte quello su cui Chris Sims ha preso il Premio (Nobel) [1]. E’ quanto abbiamo nella teoria economica di più vicino ad un risultato empirico pienamente confermato.
Perché dunque ci sono persone impegnate a tirar fuori storie nelle quali accade l’opposto? Sì, se ci si impegna abbastanza duramente si può produrre un modello per risultati devianti (cioè, abbastanza vicino ad un teorema). Ma quali motivazioni empiriche ci sono per far questo?
Quello che in questo caso penso sia successo è stato che alcuni economisti hanno detto qualcosa di sciocco, non per convinzione profonda, ma perché in realtà non stavano riflettendo al significato delle loro equazioni; e che piuttosto che tornare sui loro passi, adesso hanno speso gli ultimi anni nel cercare di dimostrare le loro tesi iniziali. Ma non c’è alcuna ragione di prendere queste cose sul serio.
[1] Christopher Albert Sims (Washington, 21 ottobre 1942) è un economista statunitense; è attualmente l’Harold B. Helms Professor of Economics and Banking presso l’Università di Princeton. Il 10 ottobre 2011 gli è stato assegnato il premio Nobel per l’economia assieme a Thomas J. Sargent, della New York University, per “la loro ricerca empirica su cause ed effetti nella macroeconomia”. (Wikipedia)
maggio 16, 2014
May 16, 11:46 am
Noah Smith isn’t very happy with Steve Levitt, who thinks he was being smart by telling David Cameron that he should scrap the NHS and let the magic of the marketplace deal with health care. Strangely, Cameron wasn’t impressed.
I think there are actually several things going on here. One is a Levitt-specific, or maybe Freakonomics-specific, effect: the belief that a smart guy can waltz into any subject and that his shoot-from-the-hip assertions are as good as the experts’. Remember, Levitt did this on climate in his last book, delivering such brilliant judgements as the assertion that because solar panels are black (which they actually aren’t), they’ll absorb heat and make global warming worse. So it’s true to form that he would consider it unnecessary to pay attention to the work of lots of health economists, or for that matter the insights of Ken Arrow, and assert that hey, I don’t see any reason not to trust markets here.
There’s also the resurgence of faith-based free-market fundamentalism. I’ll write more on this soon, but I’m seeing on multiple fronts signs of an attempt to wave away everything that happened to the world these past seven years and go back to the notion that the market always knows best. Hey, it’s always about allocating scarce resources (never mind all those unemployed workers and zero interest rates), and why would you ever imagine that market prices are wrong (don’t mention the bubble).
And underlying all of this is a problem of methodology.
How should you use the perfectly competitive model, so beloved of economists? It is, of course, only a model, and we know that its underlying assumptions are untrue. There’s the Friedman dictum that this doesn’t matter as long as the model makes good predictions; that’s actually quite problematic, and there are good reasons to argue that the realism of the assumptions matters too.
But one thing you surely shouldn’t do — one thing that even Friedman would or at least should have said you shouldn’t do — is cling to the idealized free-market model when it makes lousy predictions.
In the case of health care, we know that all the assumptions behind free market optimality are grossly violated. Maybe, maybe, you could still justify treating health as a normal market if free markets in health care seemed, in practice, to work well. But they don’t! Even at the rawest level, health costs in advanced countries look like this, with health spending as a percentage of GDP on the vertical axis:
That’s us in the upper right-hand corner: our uniquely privatized system is uniquely expensive, while overall indicators of the quality of care don’t point to any US superiority. So on the face of it, the evidence strongly suggests that the proposition that health is an area where private markets work badly is borne out by experience.
If you choose to reject that evidence, if you insist that markets must work just as well for surgery as for shoes, one has to ask, is there anything at all that would make you question free-market fundamentalism? If not, then you’re just selling pure faith.
Stravaganze basate sulla fede
Noah Smith è tutt’altro che contento di Steve Levitt, che pensa di essere stato furbo dicendo a David Cameron che dovrebbe smantellare il Sistema Nazionale Sanitario e lasciare che la magia del mercato si occupi della assistenza sanitaria. Strano a dirsi, Cameron non è rimasto impressionato.
Penso che in effetti vengano al pettine alcune cose a questo proposito. Una è il particolare effetto di Levitt, o forse della Freakonomics [1] : la convinzione che un tipo sveglio possa saltellare su ogni tema e che i suoi giudizi improvvisati siano affidabili come quelli degli esperti. Si ricordi, Levitt ha dedicato il suo ultimo libro al clima, esprimendo giudizi particolarmente brillanti come quello secondo il quale, poiché i pannelli solari sono neri (in effetti, non lo sono), essi assorbiranno il calore e renderanno il riscaldamento globale anche peggiore. Dunque, c’era da aspettarsi che egli avrebbe considerato superfluo prestare attenzione ai lavori di una quantità di economisti sanitari, o nello stesso modo alle intuizioni di Ken Arrow, e sostenesse che, signori cari, non c’è alcuna ragione per non dare fiducia ai mercati, in questa materia.
C’è anche il raffacciarsi di un fondamentalismo fideistico del libero mercato. Scriverò più a fondo prossimamente su questo tema, ma sto osservando in una molteplicità di fronti i segnali di un tentativo di liquidare tutto quello che è successo nel mondo nei sette anni passati e tornare all’idea che il mercato valuta le cose sempre nel migliore dei modi. Il suo ruolo è sempre quello di allocare risorse scarse (tutti quei lavoratori disoccupati ed i tassi di interesse allo zero non contano), e non si vede perché i prezzi di mercato dovrebbero essere sbagliati (a parte le bolle).
E, sullo fondo di tutto questo, c’è un problema di metodologia.
Come si dovrebbe adoperare il modello della competizione perfetta, così amato dagli economisti? Esso è, ovviamente, solo un modello, e sappiamo che i suoi impliciti assunti non sono veri. C’è il detto di Friedman secondo il quale questo non conta, finché un modello produce buone previsioni; che per la verità è abbastanza problematico, essendoci buone ragioni per sostenere che anche il realismo delle premesse è importante.
Ma sicuramente una cosa che non si dovrebbe fare – una cosa che persino Friedman avrebbe detto o avrebbe dovuto dire che non si deve fare – è aggrapparsi al modello idealizzato del libero mercato quand’esso produce previsioni scadenti.
Nel caso della assistenza sanitaria, sappiamo che tutti gli assunti che stanno dietro l’ottimalità del libero mercato sono grossolanamente violati. Forse, dico forse, si potrebbe ancora giustificare il trattare la salute come un normale mercato se i liberi mercati, nel caso della assistenza sanitaria, fossero risultati ben funzionanti. Ma non è così! Anche al livello più elementare, i costi sanitari nei paesi avanzati appaiono come nel diagramma seguente, con la spesa sanitaria come percentuale del PIL sull’asse verticale:
Si consideri che noi ci collochiamo nell’angolo in alto a destra: il nostro sistema, privatizzato come nessun altro, è come nessun altro dispendioso, mentre gli indicatori generali di qualità della assistenza non indicano alcuna superiorità negli Stati Uniti. Dunque, a giudicare dalla apparenze, le prove indicano con forza che l’idea secondo la quale la sanità è un’area nelle quale i mercati privati funzionano malamente è suffragata dall’esperienza.
Se scegliete di respingere quella evidenza, se insistete che i mercati debbano funzionare egualmente bene con la chirurgia come con le scarpe, è il caso di chiedere se ci sarebbe mai qualcosa che potrebbe provocarvi un dubbio sul fondamentalismo del libero mercato. Se così non è, allora state mettendo in circolazione fideismo assoluto.
[1] Steven David “Steve” Levitt è un economista americano che insegna all’Università di Chicago, che si è occupato di fenomeni criminali, in generale segnalandosi per un passione per la applicazione di tecniche analitiche di derivazione economica agli oggetti più diversi (e, rispetto all’economia, talora anche un po’ stravaganti). E’ famoso per due bestseller, di cui è stato coautore col giornalista del New York Times Stephen J. Durben: Freakonomics (2005) e Superfreakonomics (2009). Per farsi un’idea, tra gli argomenti del libro: la tendenza all’imbroglio in categorie come gli insegnanti, i praticanti del sumo o i venditori di ciambelle nell’area di Washington; l’economia dello spaccio di droghe; il ruolo della legalizzazione dell’aborto nella riduzione del crimine.
maggio 15, 2014
May 15, 7:26 am
There have been many proclamations that the euro crisis is over, that Europe’s economy is on the mend. Behind these proclamations lie something very real — a huge convergence in interest rates, thanks to the ECB’s support and growing belief that the political risks to the euro have receded — and something more dubious — a modest uptick in debtor-country growth.
So it’s worth saying that the latest GDP numbers are really disappointing.
It’s not just that overall growth remains slow — although after an extended slump economies are supposed to have a period of above-average growth as they return to trend, and 0.9 percent at an annual rate doesn’t cut it. It’s also that the growth is in the wrong places. We need to see convergence between the austerity-ravaged peripheral countries and the core; in fact, Germany is the main source of growth, with the periphery falling further behind.
Oh, and has anyone noticed that the Baltic miracles are looking a bit less miraculous now? Estonia is actually down on the year, and Latvia is growing no faster than the US.
The European story remains one of deeply destructive economic policies, which have inflicted vast harm — but have not led to unraveling, because the political cohesion of the euro is stronger than people like me realized. The cohesion is a good thing, I guess, but the policies still aren’t working.
Non in via di guarigione
Ci sono stati proclami sulla crisi dell’euro che era finita, sull’economia dell’Europa che era in via di guarigione. Dietro questo proclami c’è qualcosa di effettivamente reale – una vasta convergenza dei tassi di interesse, grazie al sostegno della BCE ed al crescente convincimento che i rischi politici connessi con l’euro si siano allontanati – e qualcosa di più dubbio – un modesto miglioramento della crescita nei paesi debitori.
E’ il caso di notare, dunque, che gli ultimi dato sui PIL sono davvero deludenti.
Non è solo il fatto che la crescita complessiva rimane lenta – sebbene dopo una crisi prolungata si suppone che le economie abbiano un periodo di crescita sopra la media nel mentre tornano alla loro tendenza, e lo 0,9 per cento di un tasso annuale non è uno stacco. Il punto è anche che la crescita è nei paesi sbagliati. Il bisogno che abbiamo è quello di assistere ad una convergenza tra i paesi della periferia devastati dall’austerità ed il centro: di fatto, la Germania è la fonte principale di crescita, con la periferia che cade ancora più indietro.
Inoltre, ha notato qualcuno che in questo momento i miracoli baltici stanno apparendo un po’ meno miracolosi? L’Estonia è in effetti al punto più basso dell’anno, e la Lettonia non sta crescendo più velocemente degli Stati Uniti.
La storia europea resta segnata da politiche economiche profondamente distruttive, che hanno provocato un danno grande – ma non hanno portato ad un disfacimento, perché la coesione politica dell’euro è più forte di quanto le persone come me avessero compreso. La coesione è un buona cosa, ma le politiche ritengo non stanno ancora producendo effetti.
maggio 13, 2014
May 13, 7:22 am
A followup to my post about Jaime Caruana at the BIS. One other thing that struck me was his claim that
policymakers respond asymmetrically over successive business and financial cycles, hardly tightening or even easing during booms and easing aggressively and persistently during busts
Is this true? Anyway, is symmetry in policy responses inherently desirable?
The claim that policymakers have an easy-money bias is one of those things usually said with an air of worldy wisdom; of course people don’t want to take away the punchbowl when everyone is having fun. But the reality doesn’t look at all like that. After all, if policy were consistently doing too much to fight slumps and not enough to curb booms, what you would expect is a steady ratcheting up of inflation — which isn’t at all what has happened over the past 35 years. This supposed piece of wisdom is actually a cliche from the 1970s, which hasn’t been remotely true for a generation.
And look at the ECB in particular. Twice since the crisis hit it has raised rates at the merest hint of above-target inflation, despite good reason to believe that these were just blips driven by commodity prices. But as inflation slides ever further below target, what we get is equivocation and persistent failure to act. If there’s an asymmetry here, it’s in the opposite direction: hasty action against dubious inflation threats, inaction against deflationary threats.
Incidentally, the fake wisdom on monetary policy resembles a corresponding piece of fake wisdom on fiscal policy — the claim that fiscal stimulus inevitably turns into a permanent rise in government spending, because the programs never go away. That didn’t happen this time:
And in fact it has never happened in the United States, as far as I can tell — the WPA and the CCC did not, in fact, become permanent fixtures.
Beyond that, there are in fact good reasons for asymmetry in the response to booms and slumps, even if central banks don’t actually do that. Suppose that central banks wait too long to raise rates in a boom, so that the inflation rate rises above target. Well, we have the tools to reduce inflation: just raise rates enough to create a recession. It’s not nice, and you might worry a bit about the political economy — but see above on how little of a problem that has posed in practice.
On the other hand, suppose you wait too long to fight a slump, and the economy develops a case of deflation or at least lowflation. Turning that around is really hard — it depends on either fiscal policy (which tends not to happen) or unconventional monetary policy of uncertain effectiveness.
So there are good reasons to believe that it’s much more crucial to act quickly and forcefully to head off deflation than it is to head off inflation. Symmetry is not a virtue.
Travisamenti asimmetrici
Un seguito al mio post su Jaime Caruana, della Banca dei Regolamenti Internazionali. Un’altra cosa che mi ha colpito è stata la sua affermazione:
“gli uomini politici rispondono in modo asimmetrico ai cicli economici e finanziari che si succedono, raramente con restrizioni o persino con facilitazioni durante le espansioni e con facilitazioni aggressive e persistenti durante le crisi.”
E’ proprio così? In ogni modo, è intrinsecamente desiderabile l’asimmetria nelle risposte politiche?
La pretesa che gli uomini politici inclinino alla moneta facile è una di quelle cose che usualmente si dicono con un’aria di saggezza mondana: naturalmente le persone non vogliono togliere di mezzo la tazza del punch [1] quando tutti cominciano a divertirsi. Dopo tutto, se la politica con coerenza facesse troppo per combattere le crisi e non abbastanza per tenere a freno le espansioni, ciò che ci si aspetterebbe sarebbe un ininterrotto progresso dell’inflazione – che non è affatto quello che è accaduto nei passati 35 anni. Questo tratto di supposta saggezza è per la verità un cliché degli anni ’70, che per un generazione non è stato neanche lontanamente vero.
E si guardi alla BCE in particolare. Dal momento che la crisi ha colpito, essa per due volte ha elevato i tassi al minimo cenno di una inflazione sopra l’obbiettivo, nonostante buone ragioni per credere che si trattasse soltanto di ritocchi derivanti dai prezzi delle materie prime. Ma tutte le volte che l’inflazione scivola al di sotto dell’obbiettivo, quello che si ha sono reazioni ambigue e indisponibilità continua a fare alcunché. Se c’è una asimmetria, in questo caso, è nella direzione opposta: frettolosa azione a fronte di dubbie minacce di inflazione, inerzia contro le minacce deflattive.
Tra parentesi, la falsa saggezza sulla politica monetaria assomiglia ad una componente della falsa saggezza nella politica della finanza pubblica – la pretesa che le misure di sostegno pubbliche inevitabilmente si trasformino in una crescita permanente della spesa pubblica, perché i programmi (di quella spesa) durano all’infinito. Non è quello che sta accadendo in questo caso [2]:
E, in sostanza, per quanto io sappia, non era mai accaduto negli Stati Uniti – la WPA [3] ed il CCC [4] non divennero, di fatto, istituzioni permanenti.
Oltre a ciò, ci sono nei fatti buone ragioni per una asimmetria nella riposta alle espansioni ed alle crisi, anche se le banche centrali non si comportano in tal modo. Supponiamo che le banche centrali aspettino troppo a lungo ad elevare i tassi di interesse in una espansione, al punto che il tasso di inflazione cresca oltre l’obbiettivo. Ebbene, abbiamo gli strumenti per ridurre l’inflazione: è sufficiente soltanto elevare i tassi per determinare una recessione. Non è un buon comportamento, e nel caso ci si dovrebbe un po’ preoccupare della gestione economica – ma si consideri quanto sia modesto in pratica il problema che si crea.
D’altra parte, si supponga di aspettare troppo a lungo nel combattere una recessione, e che l’economia sviluppi una situazione di deflazione o di bassa inflazione. Tornare indietro è davvero difficile – dipende o dalla politica della finanza pubblica (la qualcosa tende a non accadere) o da una politica monetaria non convenzionale di una certa efficacia.
Ci sono dunque buone ragioni per credere che sia assai più importante agire rapidamente e con energia per sbarrare la strada alla deflazione che per sbarrare la strada all’inflazione. La simmetria non è una virtù.
[1] E’ una espressione frequentemente usata per indicare il comportamento al quale si dovrebbero attenere, in particolare, le banche centrali, che dinanzi a segni di ripresa e di espansione dovrebbero restringere la politica monetaria, come quando una festa comincia a ‘riscaldarsi’ ed è consigliabile togliere di mezzo la zuppiera del punch.
[2] La tabella mostra gli effetti della legge dello ‘stimulus’ di Obama sul totale delle spese del Governo federale.
[3] La Works Progress Administration (ribattezzata nel corso del 1939, Work Projects Administration; WPA) è stata la più grande agenzia del New Deal che diede lavoro a milioni di persone nella costruzione di opere pubbliche, come edifici, strade e nella realizzazione di grandi progetti nelle arti, teatro, media e alfabetizzazione. Sfamò bambini e distribuì alimenti, vestiti e alloggi. Quasi ogni comunità negli Stati Uniti ha un parco, un ponte o una scuola costruiti dalla WPA, soprattutto negli Stati occidentali e tra le popolazioni rurali. Per questi aiuti tra il 1936 e il 1939 spese circa 7 miliardi di dollari. (Wikipedia)
[4] Altro programma del New Deal, rivolto ai disoccupati, agli uomini non sposati ed ai giovani dai 18 ai 25 anni (l’obbiettivo era principalmente quello di sollevare le famiglie dal mantenimento di persone disoccupate, fornendo loro cibo e un modesto salario, spesso lontano dai luoghi di residenza), e consistente nel realizzare progetti infrastrutturali e di conservazione dell’ambiente. In nove anni parteciparono 9 milioni di persone.
maggio 13, 2014
May 13, 2014, 4:04 am
Ambrose Evans-Pritchard draws our attention to a speech by Jaime Caruana, General Manager of the Bank for International Settlements. It is indeed a quite remarkable speech — and I mean that in the worst way; it’s a perfect illustration of the way permahawks keep finding new arguments for their never-changing demand that we raise interest rates now now now.
Some background: the BIS has spent almost the whole period since the financial crisis struck calling for tighter money. Oddly, however, it keeps changing its justifications for that call. At first it was dire warnings of inflation just around the corner. Then it was financial instability. Now, with low inflation and possible deflation a growing concern, Mr. Caruana argues that (a) deflation is not so bad (b) we’re in a balance sheet slump, and that means loose money is bad.
On the first point, isn’t it quite remarkable how the BIS has slid from warning about inflation — and dismissing concerns about deflation — to saying that deflation is OK? Beyond that, the main case for arguing that deflation is OK is economic growth during the late 19th century. Is that really a good model? Just to take the most obvious point: the late 19th century was marked by rapid population growth in the “zones of recent settlement” (basically places where Europeans were moving in, displacing or wiping out the locals). In the United States, population grew 2 percent a year from 1880-1910, sustaining high investment demand. And the zones of recent settlement also offered an outlet for very large capital outflows from Europe. In other words, the global situation was conducive to a high natural real rate of interest, making mild deflation much more sustainable than in today’s world.
I’ll probably want to write more about Gilded Age deflation. But for now, let me turn to the balance-sheet thing. Mr. Caruana draws a distinction between the view that we’re suffering from inadequate aggregate demand, and what he claims is a contrasting view that the problem is too much debt; and he claims that the excess debt/balance sheet approach implies that expansionary monetary policy is unhelpful and counterproductive.
And I wonder what on earth he’s talking about.
It’s true that balance-sheet considerations were underemphasized in macroeconomics until recently. But it’s not too hard to put them into a more or less New Keynesian model — see, in particular (ahem) Eggertsson and Krugman (pdf). And what this analysis tells you is that expansionary monetary policy is more, not less, helpful than a model without balance-sheet effects would suggest, because high income and prices reduce the burden of debt.
And conversely, deflation is much worse in a debt-laden world than without, again because of its effect on the real burden. You don’t have to take my word for it — read Irving Fisher from 1933!
So how does the balance-sheet story turn into a case for tight money? I have no idea — there’s certainly no clear explanation in the Caruana speech.
By all means let’s talk about balance-sheet effects. But is it really too much to demand a model, or at least a carefully spelled-out mechanism? Right now it looks as if the BIS is claiming that balance sheets make the case for tight money because in Basel everything makes the case for tight money.
Squilibrati a Basilea
Ambrose Evans-Pritchard attira la nostra attenzione su un discorso di Jaime Caruana, Direttore Generale della Banca dei Regolamenti Internazionali. Si tratta in effetti di un discorso considerevole – nel senso peggiore, voglio dire; una perfetta illustrazione del modo in cui i falchi più ostinati continuino a trovare nuovi argomenti per la loro immutabile richiesta che si alzino i tassi di interesse senza alcun indugio.
Qualche passo indietro: la BRI, dal momento in cui esplose la crisi finanziaria, ha speso quasi tutto il tempo a pronunciarsi per una restrizione monetaria. Curiosamente, tuttavia, essa ha continuato a cambiare le motivazioni di tale richiesta. In un primo tempo ci furono terribili ammonimenti su una inflazione proprio dietro l’angolo. Poi venne l’instabilità finanziaria. Ora, con una preoccupazione crescente per la bassa inflazione e la possibile deflazione, il signor Caruana sostiene che: a) la deflazione non è così negativa; b) siamo in una crisi degli equilibri patrimoniali [1], e questo significa che il denaro facile è negativo.
Quanto al primo aspetto: non è abbastanza interessante come la BRI sia scivolata dagli ammonimenti sull’inflazione – e dall’ignorare le preoccupazioni sulla deflazione – al dire che la deflazione va bene? Oltre a ciò, l’argomento principale per sostenere che la deflazione è positiva è la crescita economica durante l’ultima parte del XIX Secolo. E’ proprio un buon modello? Solo per considerare l’aspetto più ovvio: l’ultima parte del XIX Secolo fu contrassegnata da un rapido aumento della popolazione nelle “zone di recente insediamento” (fondamentalmente, i luoghi nei quali gli europei si spostavano, rimuovendo o scacciando le popolazioni locali). Negli Stati Uniti la popolazione crebbe di un 2 per cento all’anno dal 1880 al 1910, sostenendo un’alta domanda di investimenti. Ed anche le zone di recente insediamento offrirono uno sbocco per ampi flussi di capitali dall’Europa. In altre parole, la situazione globale favoriva un alto tasso di interesse reale, rendendo una leggera deflazione assai più sostenibile che nel mondo di oggi.
Probabilmente avrò occasione di ritornare sulla deflazione nell’Età dell’Oro. Ma per il momento mi vorrei occupare della faccenda degli equilibri patrimoniali. Il signor Caruana indica una distinzione tra il punto di vista per il quale staremmo soffrendo di una inadeguata domanda aggregata, e quello che definisce un punto di vista opposto, secondo il quale il problema è l’eccessivo debito; e sostiene che l’approccio dell’“eccesso di debito/equilibri patrimoniali” implica che una politica monetaria espansiva non aiuta ed è controproducente.
Ed io mi chiedo di cosa diamine stia parlando.
E’ vero che le considerazioni sugli equilibri patrimoniali furono sottovalutate in macroeconomia sino al periodo recente. Ma non è così difficile inserirle in un modello più o meno neokeynesiano – si veda in particolare (spiacente per l’autocitazione) Eggertsson e Krugman (disponibile in pdf). E quello che questa analisi vi dice è che la politica monetaria espansiva è non meno, bensì più utile di quello che suggerirebbe un modello senza gli effetti degli equilibri patrimoniali, perché alti redditi e prezzi riducono il peso del debito.
E, di converso, la deflazione è molto peggiore in un mondo carico, anziché libero da debiti, ancora per il suo effetto sull’onere reale. Non credete a me – leggetevi Irving Fisher nel 1933!
Dunque, in che modo il racconto sugli equilibri patrimoniali si trasformano in un argomento per un alto costo del denaro? Non ne ho idea, e di certo non c’è una chiara spiegazione nel discorso di Caruana.
In tutti i modi, parliamo pure degli effetti degli equilibri patrimoniali. Ma è troppo chiedere un modello, o almeno un meccanismo espresso con un po’ di scrupolo? A questo punto sembra che la BRI sostenga che gli equilibri patrimoniali siano un argomento per una restrizione monetaria, perché a Basilea ogni cosa è un argomento per una restrizione monetaria.
[1] Per “equilibrio patrimoniale” si intende la descrizione, in un determinato momento, della situazione di una impresa derivante dalla lettura dei suoi attivi o assets e delle sue passività, alle quali vanno aggiunti i capitali propri degli azionisti. Il termine dunque, in questo caso, si riferisce in generale agli equilibri delle imprese globalmente intesi. Ma si può parlare, ad esempio, di equilibri patrimoniali anche in riferimento alle Banche Centrali, le quali con politiche monetarie espansive (è il caso delle “facilitazioni quantitative”, vedi alle note sulla Traduzione) ‘modificano’ i propri equilibri patrimoniali (li modificano e non li rendono negativi, perché esse hanno la facoltà di creare moneta).
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