Blog di Krugman

Alla ricerca disperata di ciò che non conta (12 maggio 2014)

 

May 12, 7:06 am

Desperately Seeking Irrelevance

Simon Wren-Lewis says most of what needs to be said in response to Tony Yates. But I think it’s important to highlight the self-destructiveness of the attitude on display.

Consider the state of the debate over economic policy in 2009-2010. On one side you had economists who understood and took seriously simple macro models – extended versions of IS-LM with endogenous money, and various New Keynesian models designed mainly to show how IS-LMish results can be consistent with constrained maximization. On the other you had people who did macroeconomics not by models but via slogans and gut feelings.

The lay side of this debate looked at budget deficits and “money printing” (the expansion of the central bank balance sheet) and issued dire warnings about soaring interest rates and inflation. The other side said no, we’re at the zero lower bound, so none of this will happen. And these predictions – which the non-economists considered completely implausible and absurd – proved correct.

If economics were an ordinary field of scholarly inquiry, this outcome would have been celebrated as proof that we really do know something useful. (I personally was deeply gratified at the demonstration that I have not been fooling myself all these years.)

But no. Faced with a triumph of simple models, which made strong, counterintuitive predictions that panned out, a significant number of economists refuse to take yes for an answer; they seek out reasons to insist that things are more complicated than that, even though in practice they weren’t complicated at all, and to declare that the field isn’t ready to offer useful advice. Time for more research!

But surely the question here is why society should support such research. If your view is that after three generations of macroeconomics, the field had nothing helpful to say in the face of a huge economic crisis, why should anyone believe that your research program will ever produce anything useful?

And again: what we see here is a determination to declare that we as a profession have nothing useful to offer in the teeth of overwhelming evidence that we actually do know something.

I’m not sure what this is about. Maybe in part it’s academic distaste for the very notion of emerging from the ivory tower to engage with real concerns. But let me remind my colleagues that nobody has to take economists seriously. If we as a profession are going to squirt out clouds of ink and scuttle for safety whenever anyone suggests a real-world use for our work, what good are we?

 

Alla ricerca disperata di ciò che non conta

 

Simon Wren-Lewis dice molto di quello che andava detto in risposta a Tony Yates. Ma penso che sia importante mettere l’accento sulla auto distruttività della attitudine che viene ora in mostra.

Si consideri lo stato del dibattito sulla politica economica negli anni 2009-2010. Da una parte c’erano economisti che capivano e prendevano sul serio modelli economici semplici – versioni ampliate dell’ IS-LM con moneta endogena, e vari modelli neokeynesiani rivolti principalmente a dimostrare come risultati più o meno simili allo IS-LM potevano essere coerenti con una limitata massimizzazione. D’altra parte c’erano persone che facevano macroeconomia non con i modelli ma con sensazioni viscerali.

La componente profana di questo dibattito guardava ai deficit di bilancio ed allo “stampar moneta” (l’espansione degli equilibri patrimoniali della banca centrale) e avanzava ammonimenti terribili sui tassi di interesse e sull’inflazione che sarebbero saliti alle stelle. L’altra parte diceva il contrario, che non sarebbe successo niente del genere. E queste ultime previsioni – che i non-economisti consideravano completamente infondate ed assurde – si sono mostrate corrette.

Se l’economia fosse un campo ordinario di indagine per studiosi, un tale risultato sarebbe stato celebrato come la prova che effettivamente conosciamo nozioni utili (personalmente, sono rimasto molto gratificato dalla dimostrazione che non mi ero preso in giro in tutti gli anni passati).

Invece no. Dinanzi al trionfo dei semplici modelli, che avanzarono previsioni impegnative e contrarie al senso comune che ebbero successo, un significativo numero di economisti si rifiutarono di rispondere con una semplice ammissione; cercarono ragioni per insistere sul concetto che le cose erano più complicate, anche se in pratica esse non erano affatto complicate, e per dichiarare che la disciplina non era pronta ad offrire consigli utili. Era tempo di ulteriori ricerche!

Ma in questo caso la domanda evidentemente è perché la società dovrebbe sostenere tali ricerche. Se la vostra opinione è che dopo tre generazioni di teoria macroeconomica, la disciplina non ha niente di utile da dire a fronte di una vasta crisi economica, perché si dovrebbe credere che il vostro programma di ricerca produrrà mai qualcosa di utile?

Ed ancora: quello a cui assistiamo, in questo caso, è l’ostinazione a dichiarare che noi stessi, come soggetti di tale disciplina, non abbiamo niente di utile da dire, in barba alla prova evidente che in verità qualcosa sappiamo.

Non sono certo di come interpretare tutto questo. Forse, in parte, è una avversione professorale nei confronti della semplice idea di venir fuori dalla torre di avorio per impegnarsi sulle preoccupazioni vere. Ma lasciatemi ricordare ai miei colleghi che nessuno è tenuto a prendere sul serio gli economisti. Se siamo una professione destinata a schizzare nuvole di inchiostro e a darsi a fughe precipitose ogni qual volta qualcuno suggerisce di usare il nostro lavoro al servizio del mondo reale, quale è mai la nostra utilità?

Già nella trappola della bassa inflazione (10 maggio 2014)

maggio 10, 2014

 

May 10, 12:54 pm

Already in the Lowflation Trap

Dean Baker, reacting to Neil Irwin, feels that he needs to make the perennial point that zero inflation is not some kind of economic Rubicon. Below-target inflation is already a problem, and a very serious problem if you don’t have an easy way to provide economic stimulus.

Think about it. Suppose that you have a 2 percent inflation target, but you’ve cut interest rates close to zero and the inflation rate is 1 percent and falling. Then you’re already experiencing a cumulative process that will pull you deeper into the trap unless you get lucky.

How so? Actually, a couple of mechanisms. As inflation falls, real interest rates will rise, tending to depress the economy further. Also, debtors will find their debt growing because inflation isn’t as high as they expected, so that you have a debt-deflation cycle even if you don’t yet have deflation.

So Europe’s low and falling inflation isn’t a problem because it might turn into deflation — it’s a problem because of what it’s doing right now.

Oh, and a word on Sweden, where the central bank is indeed on the edge of deflation but say never mind because output is currently growing. Um, does the bank have an inflation target or doesn’t it? Yes, the economy can expand some of the time even if inflation is below target — but because the inflation rate is low, there isn’t as much room to respond to adverse shocks. So missing the target is a policy failure whatever the current output indicators.

Anyway, back to Europe: it’s not that something could go wrong, but the fact that it already has gone wrong.

And remember, above all, that the risks aren’t symmetric. Controlling inflation may be painful, but we do know how to do it. Exiting deflation or lowflation is really, really hard, which is why you never want to go there.

 

Già nella trappola della bassa inflazione

 

Dean Baker, in reazione a Neil Irwin, sente di aver bisogno di avanzare l’argomento sempre possibile che una inflazione a zero non è una specie di Rubicone economico. L’inflazione al di sotto dell’obbiettivo è già un problema, ed è un problema molto serio se non c’è un modo semplice per fornire misure di sostegno economiche.

Ci si rifletta. Supponiamo che si abbia un obbiettivo di inflazione al 2 per cento, ma che i tassi di interesse si siano ridotti a zero e il tasso di inflazione sia all’uno per cento, e stia calando. Si sta già facendo esperienza di un processo cumulativo che vi spingerà più in basso, in una trappola di liquidità, se non siete fortunati.

In che modo? In pratica con un meccanismo duplice. Come l’inflazione scende, il tasso reale di interesse salirà, tendendo a deprimere l’economia ulteriormente. Inoltre, i debitori scopriranno che il loro debito cresce perché l’inflazione non è così alta come si aspettavano, cosicché si ha un ciclo debito-deflazione anche se non si ha ancora deflazione.

Dunque, una inflazione bassa ed in calo in Europa non è un problema perché potrebbe mutarsi in deflazione – è un problema per quello che sta già provocando.

Ed anche una parola sulla Svezia, dove la Banca Centrale è in pratica sul limite della deflazione ma sostiene di non preoccuparsi perché la produzione attualmente sta crescendo. Mah. La Banca ha un obbiettivo di inflazione o non ce l’ha? Sì, l’economia può crescere per un po’ anche se l’inflazione è al di sotto dell’obbiettivo – ma dato che il tasso di inflazione è basso, non c’è molto spazio per rispondere a shock negativi. Dunque, rinunciare all’obbiettivo è un segno di impotenza politica, con qualunque indicatore della produzione attuale.

In ogni caso, tornando all’Europa: il punto non è che qualcosa potrebbe andare storto, ma che sta già andando storto.

E, soprattutto, si rammenti che i rischi non sono simmetrici. Controllare l’inflazione può essere doloroso, ma sappiamo come fare. Uscire dalla deflazione, o dalla lenta inflazione, è davvero molto difficile, e quello è il motivo per il quale è meglio non arrivarci.

Abusare della relatività (10 maggio 2014)

maggio 10, 2014

 

May 10, 12:34 pm

Abusing Relativity

Jonathan Chait has an extended discussion and takedown of the Fox News All-Star Panel reaction to the National Climate Assessment, which I won’t try to summarize. But I do want to delve a bit more into one point. Chait quotes Charles Krauthammer dismissing the scientific consensus because

99 percent of physicists were convinced that space and time were fixed until Einstein working in a patent office wrote a paper in which he showed that they are not.

As Chait notes, this logic would lead you to dismiss all science — hey, maybe tomorrow someone will write a paper showing that the germ theory of disease is all wrong, so why bother with sterilized instruments in the hospital? But there’s something else wrong here — the complete misunderstanding of what Einstein did.

Yes, Einstein showed that space and time were relative concepts. But did he show that everything physicists had been doing up to that point was all wrong? Of course not — classical physics was an incredibly useful and successful field, and almost none of what it said had to change in light of relativity. True, Einstein showed that it was a special case — but one that applied almost perfectly at the speeds and accelerations we encounter in normal conditions.

So if we had an Einstein equivalent in climate science, he or she would find that existing models were right in 99.9% of what they assert, even though under extreme conditions they might be misleading.

Or maybe the simpler way to put it is, Dr. Krauthammer, you’re no Einstein.

 

Abusare della relatività

 

Jonathan Chait discute e smonta pezzo a pezzo la reazione della giuria di All-Star di Fox News al rapporto nazionale sul clima, che io non cercherò di sintetizzare. Ma voglio scavare un po’ di più su un punto. Chait cita Charles Krauthammer che liquida l’unanimità nel mondo scientifico, perché:

“il 99 per cento dei fisici erano convinti che lo spazio ed il tempo fossero immutabili, finché Einstein lavorando in un ufficio brevetti scrisse un saggio nel quale mostrava che non lo erano.”

Come nota Chait, questa logica porterebbe ad ignorare tutta la scienza – perché no, può darsi che domani qualcuno scriva un articolo sulla base del quale la teoria delle malattie provocate dai microbi risulti tutta sbagliata, dunque perché perder tempo con gli strumenti sterilizzati negli ospedali? Ma c’è qualcos’altro di sbagliato qua – l’incomprensione completa di quello che Einstein fece.

Sì, Einstein mostrò che lo spazio ed il tempo erano concetti relativi. Ma dimostrò che ogni cosa che i fisici avevano fatto sino a quel punto era del tutto sbagliata? Ovviamente no – la fisica classica fu una disciplina incredibilmente utile e di successo. E quasi niente di quello che essa aveva affermato dovette essere cambiato alla luce della relatività. E’ vero, Einstein mostrò che essa era un caso speciale – eppure era un caso che aderiva quasi perfettamente alle velocità ed alle accelerazioni che incontriamo in condizioni normali.

Se dunque avessimo un equivalente di Einstein nella scienza del clima, costui (o colei) scoprirebbero che i modelli esistenti erano giusti nel 99,9% dei casi dei quali si ragione, anche se in condizioni estreme essi potrebbero essere fuorvianti.

O forse il modo più semplice è metterla così: Dr. Krauthammer, lei non è Einstein.

Leggende della finanza pubblica dell’Eurozona (dal blog di Krugman, 9 maggio 2014)

maggio 9, 2014

 

May 9, 9:39 am

Eurozone Fiscal Myths

Matthew Yglesias has a generally very good piece on the euro story so far; a combination of whatever-it-takes financial intervention and political commitment has stabilized the financial situation, but the real economy and the unemployed have suffered terribly.

But even Yglesias is somewhat taken in by the intense propaganda that portrays the crisis as mainly fiscal. Namely, he says that the coming of the euro, and the resulting low borrowing costs, led to “irresponsible budgeting” in Italy.

Sorry, but no (and when it comes to almost any fiscal issue, you always, always want to check the numbers yourself, not rely on what all the reporting seems to say.) Italy’s high debt is a legacy of policies long ago:

z 100

 

 

 

 

 

 

 

The country’s debt position actually improved during the euro boom years, and only worsened again recently thanks to the economic crisis.

In reality, here is the full list of countries for whom a fiscal irresponsibility story of the euro crisis makes any sense at all:

Greece

The truth is that Spain and Ireland were models of fiscal responsibility from 2000 to 2007, or so it seemed, and Italy wasn’t too bad. If you imagine otherwise, if you think you’ve heard that fiscal irresponsibility was more widespread than that, blame bad reporting.

 

Leggende della finanza pubblica dell’Eurozona

 

 

Metthew Yglesias scrive un articolo, ottimo in generale, sulla storia dell’euro sino a questo punto; una valutazione congiunta dell’intervento finanziario del “qualsiasi cosa serva” [1] e delll’impegno politico che ha stabilizzato la situazione, a parte il fatto che  l’economia reale e i disoccupati che abbiano sofferto in modo terribile.

Ma anche Yglesias in qualche modo è preso dalla spasmodica propaganda che ritrae la crisi principalmente derivante dalla finanza pubblica. In particolare, egli dice che l’arrivo dell’euro, ed i conseguenti bassi costi di indebitamento, portarono a ‘politiche di bilancio irresponsabili’ in Italia.

Spiacente, ma non è così (e quando si arriva ad un qualche tema di finanza pubblica, sempre, dico sempre, si debbono controllare i numeri per proprio conto, non fidarsi su quello che resoconti sembra che dicano). L’alto debito dell’Italia è un’eredità di politiche di molto tempo fa:

z 100

 

 

 

 

 

 

 

La posizione debitoria del paese in effetti migliorò durante gli anni di espansione dell’euro, ed è peggiorata solo di recente grazie alla crisi economica.

In realtà, ecco l’intero elenco di paesi per i quali ha davvero senso un racconto della crisi dell’euro in termini di irresponsabilità fiscale:

la Grecia.

La verità è che la Spagna e l’Irlanda furono modelli di responsabilità della finanza pubblica dal 2000 al 2007, o così sembrava, e anche l’Italia non si comportava male. Se vi immaginate cose diverse, se avete sentito dire che l’irresponsabilità fiscale fu più generalizzata, date la colpa ad un cattivo giornalismo.

 

 

[1] La famosa espressione del Governatore della BCE con la quale si annunciarono le possibili misure monetarie che interruppero la ‘china’ degli spread.

Assicurazione e libertà (9 maggio 2014)

maggio 9, 2014

 

May 9, 8:59 am

Insurance and Freedom

These are tough times for opponents of health care reform. They bet everything on a debacle, but Obamacare has failed to fail — and their efforts to deny the increasingly obvious success of the law are beginning to look ridiculous.

Oh, and they can’t come up with a conservative alternative; Obamacare IS the conservative alternative, a way to achieve sorta-kinda universal coverage without single payer, and all of its main elements are essential parts of the package.

So what’s left? Claims that guaranteed health insurance is an assault on America’s freedom.

Bill Gardner at The Incidental Economist offers a rather decorous, mild reply to the people making this argument. I’d put it more forcefully: the pre-ACA system drastically restricted many people’s freedom, because given the extreme dysfunctionality of the individual insurance market, they didn’t dare leave jobs (or in some cases marriages) that came with health insurance. Now that affordable insurance is available even if you don’t have a good job at a big company, many Americans will feel liberated — and this hugely outweighs the minor infringement on freedom caused by the requirement that people buy insurance. (Also, if you don’t like the mandate, why not support single payer?)

But no discussion of this latest argument should fail to mention the original insurance-is-slavery campaign — Operation Coffeecup, in which the AMA recruited doctors’ wives to gather their friends and listen to a recording of Ronald Reagan declaring that Medicare would destroy American liberty.

Strange to say, that didn’t happen. And Obamacare won’t turn into a form of slavery, either. On the contrary, as I said, it will be a liberating force for many Americans.

 

Assicurazione e libertà

 

Sono tempi duri per gli oppositori della riforma sanitaria. Scommettono tutto su una debacle, ma la riforma di Obama ha evitato il collasso – e i loro sforzi per negare il sempre più evidente successo della legge stanno cominciando ad apparire ridicoli.

Il punto è che non possono venirsene fuori con una alternativa conservatrice; la riforma di Obama “è” l’alternativa conservatrice, un modo per ottenere una specie di copertura universalistica senza un unico centro di pagamento, e tutte le sue componenti sono parti essenziali del pacchetto.

Dunque, cosa ci siamo persi? La pretesa che la assistenza sanitaria garantita sia un assalto alla libertà dell’America.

Bill Gardner su The Incidental Economist offre una replica alle persone che avanzano quell’argomento, bonaria ed abbastanza decorosa. Io lo direi in modo più energico: il sistema precedente alla riforma restringeva in modo drastico molte libertà delle persone, perché dato il pessimo funzionamento del mercato assicurativo individuale, esse non osavano lasciare posti di lavoro (o in qualche caso matrimoni), come sarebbe successo a seguito dell’assicurazione sanitaria [1]. Ora che è a disposizione una assicurazione disponibile anche se non si ha un buon posto di lavoro in una grande impresa, molti americani si sentiranno liberati – e questo supera ampiamente la modesta violazione alla libertà costituita dall’obbligo per le persone di acquistare l’assicurazione (per altro, se non piace quell’obbligo nella forma di una delega alle persone singole, perché non si sostiene un centro di pagamenti unico?).

Ma nessun dibattito su quest’ultimo aspetto dovrebbe far dimenticare l’originaria campagna su “l’assicurazione è una schiavitù” – l’ “Operazione Coffeecup”, nella quale la associazione dei medici americani reclutò le mogli dei dottori per mettere insieme le loro amiche ed ascoltare una registrazione di Ronald Reagan che affermava che Medicare avrebbe distrutto la libertà americana [2].

Strano a dirsi, non accadde. E la riforma sanitaria di Obama, a sua volta, non diventerà una forma di schiavitù. Al contrario, come ho detto, sarà un fattore di liberazione per molti americani.

 

 

 

 

1] Mi pare che questa affermazione si spieghi in questo modo, come si conferma nella frase successiva: che le assicurazioni individuali sono soprattutto quelle cui sono costretti i lavoratori delle imprese minori, che non si fanno carico del pagamento della assistenza sanitaria come invece avviene soprattutto nelle imprese maggiori. Dunque, nel passato, avere una assicurazione dignitosa comportava spesso rischiare il posto di lavoro per cercarne un altro migliore. Il matrimonio poteva andare in fumo di conseguenza.

[2] Quella campagna dell’AMA (American Medical Association) ebbe luogo durante gli anni ’50 ed i primi anni ’60. La registrazione dell’appello dell’allora attore Ronald Reagan fu nell’anno 1961; in esso Reagan attaccava violentemente la “medicina socializzata” che era a suo dire implicita nella proposta dei Democratici di istituire un programma di assistenza garantita alle persone anziane, che prese il nome di Medicare. A dire il vero, al giorno d’oggi i repubblicani non osano più attaccare Medicare, che è un programma federale molto amato. L’operazione “tazza di caffè” prese il nome dal fatto che le signore si raccoglievano nei loro salotti per ascoltare il disco di Reagan, assieme a qualche caffè e forsanche merendina.

z 96

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Economie di scala (8 maggio 2014)

maggio 8, 2014

 

May 8, 1:37 pm

Economies of Scales

Brad Plumer tells an important, little-known tale. It begins with things going badly:

Back in the 1980s and ’90s, many fisheries in the US were in serious trouble. Fish populations were dropping sharply. Some of New England’s best-known groundfish stocks — including flounder, cod, and haddock — had collapsed, costing the region’s coastal communities hundreds of millions of dollars.

So the government got involved. But we know that government is always the problem, never the solution; so you know what came next.

Or maybe you don’t. In fact, government intervention has been a big success. Many fisheries have rebounded, to the benefit of the fishermen as well as consumers.

Fighting climate change isn’t really all that different from saving fisheries; if we ever get around to doing the obvious, it will be easier and more successful than anyone now expects.

 

Economie di scala

 

Brad Plummer ci racconta una storia importante e poco nota. Essa comincia con alcune cose che volgono al peggio:

“Nei passati anni ‘80 e ’90 molti mercati del pesce negli Stati Uniti erano in seri guai. La popolazione ittica era in brusco calo. Alcune delle più conosciute riserve di pesci di fondale del New England – incluse le platesse, i merluzzi e gli asinelli [1] – erano in crisi, con un costo per le comunità delle regioni costiere di centinaia di milioni di dollari.”

Cosicché venne coinvolto il Governo. Ma noi sappiamo che il Governo è sempre il problema, mai la soluzione; dunque sapete cosa accadde.

O forse non lo sapete. Di fatto l’intervento del Governo ha avuto grande successo. Molti mercati del pesce hanno ripreso alla grande, a beneficio dei pescatori come dei consumatori.

Combattere il cambiamento climatico, in realtà, non è una cosa cos’ diversa dal salvare i mercati del pesce; semmai ci metteremo a fare quello che è ovvio, sarà più facile e più di successo di quello che oggi tutti si aspettano.

 

 

 

[1] Anche chiamato eglefino, pesce d’acqua salata diffuso nell’Atlantico Settentrionale.

z 99

 

 

 

 

 

 

Previsioni e pregiudizi (dal blog di Krugman, 8 maggio 2014)

maggio 8, 2014

 

May 8, 1:15 pm

Predictions and Prejudice

The 2008 crisis and its aftermath have been a testing time for economists — and the tests have been moral as well as intellectual. After all, economists made very different predictions about the effects of the various policy responses to the crisis; inevitably, some of those predictions would prove deeply wrong. So how would those who were wrong react?

The results have not been encouraging.

Brad DeLong reads Allan Meltzer in the Wall Street Journal, issuing dire warnings about the inflation to come. Newcomers to this debate may not be fully aware of the history here, so let’s recap. Meltzer began banging the inflation drum five full years ago, predicting that the Fed’s expansion of its balance sheet would cause runaway price increases; meanwhile, some of us pointed both to the theory of the liquidity trap and Japan’s experience to say that this was not going to happen. The actual track record to date:

z 98

 

 

 

 

 

 

 

 

Tests in economics don’t get more decisive; this is where you’re supposed to say, “OK, I was wrong, and here’s why”.

Not a chance. And the thing is, Meltzer isn’t alone. Can you think of any prominent figure on that side of the debate who has been willing to modify his beliefs in the face of overwhelming evidence?

Now, you may say that it’s always like this — but it isn’t. Consider the somewhat similar debate in the 1970s over the “accelerationist” hypothesis on inflation — the claim by Friedman and Phelps that any sustained increase in inflation would cause the unemployment-inflation relationship to worsen, so that there was no long-run tradeoff. The emergence of stagflation appeared to vindicate that hypothesis — and the great majority of Keynesians accepted that conclusion, modifying their models accordingly.

So this time is different — and these people are different. And I think we need to try to understand why. Were the freshwater guys always just pretending to do something like science, when it was always politics? Is there simply too much money and too much vested interest behind their point of view?

 

Previsioni e pregiudizi.

 

La crisi del 2008 e le sue conseguenze sono stati un periodo di prove per gli economisti – ed i test sono stati sia morali che intellettuali. Dopo tutto, gli economisti facevano previsioni molto diverse sugli effetti delle varie risposte politiche alla crisi; inevitabilmente, alcune di quelle previsioni si sono dimostrate profondamente sbagliate. Dunque, come hanno reagito coloro che avevano sbagliato?

I risultati non sono stati incoraggianti.

Brad DeLong riporta una lettura di Allan Meltzer sul Wall Street Journal, che avanza ammonimenti terribili sull’inflazione in arrivo. I nuovi arrivati a questo dibattito, in questo caso, possono non essere pienamente consapevoli della storia, dunque la ricapitolo. Meltzer cominciò a battere sul tamburo dell’inflazione cinque interi anni orsono, prevedendo che l’ampliamento del bilancio patrimoniale della Fed avrebbe provocato incrementi dei prezzi fuori controllo; nel frattempo, alcuni di noi indicavano sia la teoria della trappola di liquidità che l’esperienza del Giappone, per sostenere che ciò non era destinato ad accadere. Gli effettivi precedenti sino a questo punto [1] sono i seguenti:

z 98

 

 

 

 

 

 

 

 

Non si hanno in economia test più definitivi di questo; si sarebbe supposto che si fosse detto: “Va bene, mi ero sbagliato ed ecco qua le ragioni.”

Neanche per sogno. E il punto è che Meltzer non è solo. Vi viene in mente una qualche rilevante figura schierata da quel lato del dibattito che abbia avuto voglia di modificare i suoi convincimenti a fronte di una evidenza così schiacciante?

Ora, potreste dire che le cose vanno sempre in questo modo – ma non è così. Si consideri il dibattito in qualche modo simile del 1970 a proposito dell’ipotesi “accelerazionista” sull’inflazione – la tesi di Friedman e Phelps secondo la quale un qualche sostenuto incremento nell’inflazione avrebbe provocato un peggioramento del rapporto tra disoccupazione e inflazione, dato che nel lungo periodo non c’era alcun riequilibrio. L’emergere della stagflazione parve confermare quella ipotesi – e la grande maggioranza dei keynesiani accettò quella conclusione, modificando di conseguenza i propri modelli.

Dunque, i tempi sono cambiati e queste persone sono diverse. Ed io penso che dobbiamo cercare di capire il perché. Forse che gli individui dell’economia dell’ “acqua dolce” [2] fingevano soltanto di fare scienza, mentre si è sempre trattato di politica? Dietro i loro punti di vista, ci sono semplicemente troppi soldi e troppi interessi costituiti?

 

 

[1] In blu l’andamento in forte crescita della base monetaria, a seguito della politica espansiva ‘non convenzionale’ da parte della Fed (le cosiddette ‘facilitazioni quantitative’; vedi le note sulla Traduzione a ‘quantitative easing’).

[2] Per una spiegazione sulle due scuole economiche americane, dell’ “acqua dolce” e dell’ “acqua salata”, vedi a “freshwater and saltwater economists” sulle note della Traduzione.

Tre grafici sulla stagnazione secolare (dal blog di Krugman, 7 maggio 2014)

maggio 7, 2014

 

May 7, 4:25 am

Three Charts on Secular Stagnation

Apologies for blog silence — stuff happened. Right now I’m in Oxford, preparing for a talk tonight on secular stagnation and all that; and I thought I’d share three charts I find helpful in thinking about where we are.

Secular stagnation is the proposition that periods like the last five-plus years, when even zero policy interest rates aren’t enough to restore full employment, are going to be much more common in the future than in the past — that the liquidity trap is becoming the new normal. Why might we think that?

One answer is simply that this episode has gone on for a long time. Even if the Fed raises rates next year, which is far from certain, at that point we will have spent 7 years — roughly a quarter of the time since we entered a low-inflation era in the 1980s — at the zero lower bound. That’s vastly more than the 5 percent or less probability Fed economists used to consider reasonable for such events.

Beyond that, it does look as if it was getting steadily harder to get monetary traction even before the 2008 crisis. Here’s the Fed funds rate minus core inflation, averaged over business cycles (peak to peak; I treat the double-dip recession of the early 80s as one cycle):

z 86

 

 

 

 

 

 

 

 

And this was true even though there was clearly unsustainable debt growth, especially during the Bush-era cycle:

z 87

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The point is that even if deleveraging comes to an end, even stabilizing household debt relative to GDP would involve spending almost 4 percent of GDP less than during the 2001-7 business cycle.

Finally, the growth of potential output is very likely to be much slower in the future than in the past, if only because of demography:

z 88

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Suppose that potential growth is one percentage point slower, and that the capital-output ratio is 3. In that case, slowing potential growth would, other things being equal, reduce investment demand by 3 percent of GDP.

So if you take the end of the credit boom and the slowing of potential growth together, we have something like a 7 percent of GDP anti-stimulus relative to the 2001-7 business cycle — a business cycle already characterized by low real rates and a close brush with the liquidity trap.

Predictions are hard, especially about the future — but as I see it, these charts offer very good reasons to worry that secular stagnation is indeed quite likely.

 

Tre grafici sulla stagnazione secolare

 

Mi scuso per il silenzio sul blog – sono accadute varie cose. In questo momento mi trovo ad Oxford, preparandomi per un dibattito sulla stagnazione secolare e tutto il resto, che ci sarà questa sera [1], ed ho pensato di condividere tre tabelle che mi sembrano utili per pensare il punto in cui siamo.

La stagnazione secolare è l’idea secondo la quale periodi come gli ultimi cinque anni, quando persino tassi di interesse di riferimento a zero non sono sufficienti a ripristinare la piena occupazione, sono destinati ad essere più frequenti nel futuro di quanto non lo siano stati nel passato – che la trappola di liquidità sta diventando la nuova norma. Perché dovremmo pensare in tal modo?

Una risposta è semplicemente che questo episodio sta andando avanti da un bel po’. Anche se la Fed eleverà i tassi il prossimo anno, cosa che è tutt’altro che sicura, a quel punto avremo speso 7 anni – all’incirca un quarto del tempo dal momento in cui entrammo in un periodo di bassa inflazione negli anni ‘80 – presso il limite inferiore dello zero. Questo è largamente superiore alla probabilità del 5 per cento, o anche inferiore, che gli economisti della Fed sono soliti considerare ragionevole per eventi del genere.

Oltre a ciò, sembra che stesse diventando stabilmente più difficile provocare un effetto di spinta con l’iniziativa monetaria anche prima della crisi del 2008. Ecco i tassi di interesse dei finanziamenti della Fed al netto dell’inflazione ‘sostanziale’ [2], calcolati in media sui cicli economici (da picco a picco; io considero la recessione duplice [3] agli inizi degli anni ’80 come un unico ciclo) [4]:

z 86

 

 

 

 

 

 

 

 

E questo fu vero pur in presenza di una chiaramente insostenibile crescita del debito, particolarmente durante il ciclo dell’era Bush:

z 87

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il punto è che se anche la riduzione del rapporto di indebitamento giungesse a termine, persino lo stabilizzare il debito delle famiglie rispetto al PIL comporterebbe una spesa, rispetto al ciclo economico 2001-2007, inferiore di quasi quattro punti percentuali rispetto al PIL.

Infine, la crescita della produzione potenziale è molto probabile che sia più lenta nel futuro che nel passato, se non altro a causa della demografia [5]:

z 88

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Supponiamo che la crescita potenziale sia di un punto percentuale più lenta, e che il rapporto capitale – prodotto sia pari a tre. In quel caso il rallentamento della crescita potenziale, a parità degli altri fattori, ridurrebbe la domanda per investimenti di circa il 3 per cento del PIL.

Se considerate assieme la fine del boom del credito ed i rallentamento della crescita potenziale, abbiamo qualcosa come un 7 per cento del PIL che produce un effetto opposto alle misure di sostegno, rispetto al ciclo 2001-2007 – un ciclo economico già caratterizzato da bassi tassi di interesse, vicino a sfiorare la trappola di liquidità.

Le previsioni sono difficili, specialmente sul futuro – ma per come la vedo io, queste tre tabelle offrono ottime ragioni per temere che la stagnazione secolare sia in effetti abbastanza probabile.

 

 

[1] Dal link si apprende che il dibattito sarà con Adair Turner e con Robert Skidelsky.

[2] Per i concetti di “headline inflation” e “core inflation” vedi le note sulla traduzione.

[3] “Double-dip recession” è una seconda recessione che fa seguito alla prima, sostituendo l’effetto consueto della ‘ripresa’.

[4] Vale a dire che stima dal 1980 ad oggi tre cicli economici, e i dati medi sui tassi di interesse sono rappresentati dai tre segmenti neri.

[5] La tabella indica le percentuali di cambiamento medie delle popolazione nei quattro decenni considerati, gli ultimi due dei quali sono proiezioni.

I complessi degli eterodossi (appena per esperti) (dal blog di Krugman, 1 maggio 2014)

maggio 1, 2014

 

May 1, 3:41 pm

Hangups of the Heterodox (Vaguely Wonkish)

Thomas Palley and Simon Wren-Lewis have been having a backandforth over heterodox economics versus garden-variety saltwater economics, and their role in making sense of the economic crisis. Palley accuses Wren-Lewis and me of “flimflam”; Wren-Lewis wonders what he’s talking about.

Actually, I think I know what’s going on here, but first a point about flimflam. Palley tells us that

The essence of Keynes’ economics was the liquidity preference theory of interest rates and rejection of the claim that price and nominal wage flexibility would ensure full employment. New Keynesians abandon both. They replace liquidity preference theory with loanable funds interest rate theory and they use price and nominal wage rigidity to explain cyclical unemployment.

My reaction was, what? New Keynesians assert — as Keynes did, although I don’t think it matters for this debate what he said — that both liquidity preference and loanable funds are true. There are conditions under which one or the other is the main one to focus on — at full employment, loanable funds are crucial, in a liquidity trap, liquidity preference. But no modern Keynesian, new or paleo, forgets about the importance of liquidity preference.

And as for wage and price inflexibility as the cause of unemployment — grrr. I’ve written again and again on this subject, pointing out that in a liquidity trap price flexibility probably makes things worse, not better; Gauti Eggertsson and I have analyzed the paradox of flexibility in a New Keynesian model.

It’s hard to escape the impression that Palley here is engaging in his own version of the right-wing myth of the stupid progressive economist; he’s so sure that mainstream Keynesians have unlearned all the important lessons that he hasn’t bothered to read what we actually write.

So what’s this all about then? Palley goes on in both posts about the evils of the marginal productivity theory of distribution; like Wren-Lewis, I don’t see what this has to do with analyzing the crisis, one way or another. But I think I do understand where this is coming from. There’s a long if bizarre tradition among some left-leaning economists that sees the notion that factors of production are paid their marginal products — or even that this is a useful first cut when thinking about the factor distribution of income — as somehow implying an acceptance of the moral right of capitalists to keep their spoils. This doesn’t really make sense, but you do see attacks on marginal productivity theory cropping up in weird places — e.g., in Jamie Galbraith’s oddly off-center attack on Thomas Piketty.

And what’s going on here, I think, is a fairly desperate attempt to claim that the Great Recession and its aftermath somehow prove that Joan Robinson and Nicholas Kaldor were right in the Cambridge controversies of the 1960s. It’s a huge non sequitur, even if you think they were indeed right (which you shouldn’t.) But that’s what seems to be happening.

 

I complessi degli eterodossi (appena per esperti)

 

Thomas Palley e Simon Wren-Lewis hanno avuto un botta e risposta sull’economia degli eterodossi e la ordinaria economia “dell’acqua salata” [1] e sul loro ruolo nell’interpretare la crisi economica. Palley accusa Wren-Lewis ed il sottoscritto di “manipolazione”; Wren-Lewis si chiede di cosa stia parlando.

In verità, penso di sapere cosa stia succedendo, ma prima di tutto mi soffermo sulle “manipolazioni”. Palley ci racconta che:

“L’essenza dell’economia di Keynes era la teoria dei tassi di interesse basata sulla preferenza per la liquidità ed il rigetto della pretesa che la flessibilità dei prezzi e dei salari nominali avrebbe assicurato la piena occupazione. I neokeynesiani abbandonano entrambi i concetti. Essi rimpiazzano la teoria della preferenza per la liquidità con la teoria dei tassi di interesse basata sui fondi mutuabili ed utilizzano la rigidità dei prezzi e dei salari nominali per spiegare la disoccupazione ciclica.”

La mia reazione è stata: di cosa parla ? I neokeynesiani sostengono – come fece Keynes, sebbene non penso che conti per questo dibattito ciò che disse – che sia la teoria basata sulla preferenza della liquidità che quella basata sui fondi mutuabili sono vere [2]. Ci sono condizioni nelle quali l’una o l’altra diventano il punto principale su cui concentrarsi – in condizioni di piena occupazione i fondi mutuabili sono cruciali, in una trappola di liquidità è cruciale la preferenza per la liquidità. Ma non è vero che i keynesiani attuali, che siano di ispirazione nuova o antica, dimentichino l’importanza della preferenza per la liquidità.

E per quello che riguarda la non flessibilità dei salari e dei prezzi a causa della disoccupazione – mi viene rabbia. Ho scritto in continuazione su questo argomento, mostrando che in una trappola di liquidità probabilmente la flessibilità dei prezzi rende le cose peggiori; Gauti Eggertsson ed io abbiamo analizzato il paradosso della flessibilità in un modello neo-keynesiano.

E’ difficile sfuggire all’impressione che in questo caso Palley si stia impegnando in una versione sua propria del mito della destra della stupidità dell’economista progressista; egli è così sicuro che i keynesiani più noti abbiano disimparato tutte quelle importanti lezioni che non si è dato il fastidio di leggere quello che abbiamo effettivamente scritto.

Dunque, da che cosa dipende allora tutto questo? Palley procede in entrambi i post sui mali della teoria della distribuzione basata sulla produttività marginale; nello stesso modo di Wren-Lewis, io non vedo che cosa questo abbia a che fare con l’analizzare, in un modo o nell’altro, la crisi. C’è una lunga seppur bizzarra tradizione tra gli economisti di orientamento di sinistra che considera il concetto secondo il quale i fattori della produzione sono pagati per i loro prodotti marginali – o persino che questo sia un primo approccio utile quando si riflette sul fattore della distribuzione del reddito – come se questo in qualche modo implicasse una accettazione del diritto morale dei capitalisti a prendersi i loro bottini. Questo in realtà non ha senso, ma osservate gli attacchi sulla produttività marginale che spuntano fuori nei luoghi più strani – ad esempio nell’attacco sorprendentemente eccentrico di Jeremie Galbraith a Thomas Picketty.

E quello che in questo caso sta accadendo, penso, è un tentativo abbastanza disperato di sostenere che la Grande recessione e le sue conseguenze in qualche modo dimostrano che Joan Robinson e Nicholas Kaldor avevano ragione nelle controversie di Cambridge degli anni ’60. C’è molta illogicità, anche se pensaste che essi avevano davvero ragione (cosa che non dovreste). Ma è quello che sembra stia accadendo.

 

 

 

[1] Su “freshwater and saltwater economics” vedi le note sulla traduzione.

[2] La teoria del tasso di interesse basata sui “fondi mutuabili” (così normalmente si traduce alla lettera “loanable funds”, intendendo dire che quella teoria si basa sull’idea che i fondi risparmiati siano di per sé ‘concedibili’ per gli investimenti) appartiene alla teoria economica classica, ed è oggetto della critica di Keynes nel Capitolo tredicesimo della “Teoria Generale” (il tema in realtà prosegue anche nel capitolo quattordicesimo e quindicesimo). Scrive Keynes che in termini generali, nella teoria economica tradizionale, il tasso di interesse “è il fattore equilibratore che rende uguale la domanda di risparmio, sotto la forma di investimento nuovo realizzato a un tasso di interesse dato, all’offerta di risparmio risultante a quel tasso di interesse dalla propensione psicologica a risparmiare della collettività”. Ovvero: l’utilizzo di capitali per investimenti che si rivolge al risparmio, costituisce la domanda; la disponibilità a cedere quei capitali costituisce l’offerta. Dall’incontro tra quella domanda e quell’offerta, scaturisce un determinato tasso di interesse, che è il modo nel quale vengono soddisfatti gli investitori – che utilizzeranno quei capitali in ragione della maggiore convenienza degli investimenti che hanno in mente – ed i risparmiatori – che in virtù di quel tasso di interesse avranno un vantaggio rispetto a trattenere presso di sé i propri risparmi.

L’obiezione di Keynes è però che una volta che ci siano note sia la domanda che l’offerta, non per questo possiamo dedurne un tasso di interesse particolare, e dobbiamo constatare che quella definizione non può essere soddisfacente.

Una volta che un individuo, sulla base della sua propensione al consumo, abbia deciso quanto intende consumare e quanto accantonare per il suo consumo futuro, lo attende una seconda scelta. Egli ha deciso quanto intende consumare, ma deve ancora decidere in quale formaintende accantonare il resto, per consumi futuri. Vorrà tenersi la moneta nella forma di una disponibilità liquida immediata? “Oppure è disposto ad abbandonare la disponibilità immediata per un periodo determinato o indefinito, lasciando alle condizioni future del mercato di determinare a quali condizioni egli potrà convertire, ove necessario, la disponibilità differita di beni specifici in potere d’acquisto immediato su beni in generale?” Ovvero: terrà i propri soldi da parte, disponibili per ogni utilizzazione immediata, oppure li porterà ad una banca ed acquisterà titoli finanziari, che non gli consentiranno, per un periodo determinato o anche indefinito, un immediato riutilizzo per qualche consumo?

L’errore, dice K., delle teorie comunemente accettate sul tasso di interesse, consiste nel considerarlo come una “ricompensa per il risparmio o l’astinenza in quanto tali”, ovvero di considerare solo la prima scelta, trascurando il fatto che la preferenza psicologica si esprime anche con la seconda scelta. Con quest’ultima, l’individuo decide se rinunciare per un certo tempo alla possibilità di consumare, oppure se mantenersi in ogni momento la possibilità di consumare: e anche questo costituisce un aspetto della sua generale propensione a consumare.

In questo modo egli apre la strada ad una diversa teoria, nella quale la “preferenza per la liquidità” acquista il ruolo fondamentale. La trappola di liquidità è, in fondo, un lungo periodo nel quale quella preferenza per la liquidità domina nelle aspettative di coloro che risparmiano.

L’altro scandalo di Christie (30 aprile 2014)

aprile 30, 2014

 

Apr 30, 12:16 pm

The Other Christie Scandal

What is it that makes self-proclaimed centrists such easy marks for right-wing con men? Actually, it’s not that much of a mystery: the centrist creed is that the two parties are symmetrically extremist, and this means that there must, as a matter of principle, be Serious, Honest Republicans out there — so such people must be invented if they don’t actually exist. Hence the elevation of Paul Ryan despite clear evidence of his con-artist nature.

And hence, also, the love affair with Chris Christie.

That affair ended up in a breakup over Bridgegate, but the evidence of Christie’s true nature was obvious all along. I wrote two years ago about his fiscal fakery, and in particular the way he tried to silence independent critics of his budget projections via crude, vicious personal attacks.

Now Vox tells us that the critics were in fact completely right, and that Christie’s budget projections were absolutely as unrealistic as they said.

Can we say that someone who tries to browbeat anyone daring to question rosy scenarios is someone who should never, ever be allowed near higher office? And can we also say that there’s something very wrong with pundits who failed to see the obvious about this guy?

 

L’altro scandalo di Christie

 

Cos’è che rende I sedicenti centristi punti di riferimento così facili per i raggiri degli uomini della destra? Per la verità, la cosa non è così misteriosa: il credo centrista è che i due partiti siano estremisti in modo simmetrico, e questo comporta che ci debbano essere in giro Repubblicani Seri ed Onesti – dunque persone del genere devono essere inventate, laddove effettivamente non esistano. Da qui la consacrazione di Paul Ryan, nonostante le chiari prove della sua natura di genio della truffa.

E di conseguenza, la storia d’amore con Chris Christie [1].

La faccenda ha finito col provocare un dissolvimento del Bridgegate, ma la prova della vera natura di Christie era evidente da tempo. Io scrissi due anni orsono a proposito della sua tendenza alla falsificazione in materia di finanza pubblica, ed in particolare al modo in cui egli cercò di ridurre al silenzio le critiche indipendenti alle previsioni del suo bilancio, attraverso rozzi e feroci attacchi personali.

Ora il blog Vox ci racconta che i critici avevano di fatto interamente ragione, e che le previsioni del bilancio di Christie erano assolutamente irrealistiche, come essi dicevano.

Possiamo dire che ad uno che cerca di angariare chiunque osi porre interrogativi su scenari rosei non si dovrebbe mai neppure consentire di stare in prossimità dell’incarico più alto? E possiamo aggiungere che c’è qualcosa di assolutamente sbagliato in quei commentatori che non riuscirono ad accorgersi di quello che era evidente a proposito di un soggetto del genere?

 

 

 

[1] Chris Christie è il Governatore repubblicano del New Jersey. Si parlava da un po’ di lui come di uno dei possibili candidati alle prossime elezioni presidenziali, in competizione con la quasi certa candidata democratica Hillary Clinton. E’ nato nel 1951, di origine scozzese il padre e siciliana la madre. Oggi, la sua prossima candidatura appare un bel po’ più problematica, per effetto della strana vicenda dello scandalo della chiusura della corsia del ponte di Fort Lee. Pare che la mattina del 13 settembre 2013 le corsie del ponte vennero chiuse, con grave intasamento delle strade circostanti. Vennero poi riaperte il 13 settembre, a seguito di una ordinanza del Direttore della Autorità Portuale, che affermò che la precedente decisione, assunta senza alcun serio preavviso, poteva essere considerata come una violazione a leggi federali e statali, in quanto aveva provocato danni alla vita di molte persone. Il fulcro dello scandalo venne in evidenza subito dopo, perché alcune spiegazioni della inconsulta decisione la facevano risalire ad un sorta di ‘sgarro’ nei confronti de Sindaco di Fort Lee per non avere appoggiato Christie nelle elezioni a Governatore; mentre altre la mettevano in relazione con presunti interessi immobiliari dello stesso Sindaco in aree circostanti. Vari funzionari che espressero le loro opinioni furono oggetto di censure o di allontanamenti, ed i sondaggi misero in evidenza che la maggioranza dei cittadini del New Jersey credeva di essere un presenza di un chiaro insabbiamento.

L’intera vicenda venne sinteticamente intitolata dai media come “Bridgegate”.

La “storia d’amore” alla quale invece ci si riferisce nel post, sembrano essere gli echi positivi, sulla stampa ‘centrista’, di una recente conferenza stampa di Christie, nel corso della quale egli ha attaccato pesantemente la leadership del Partito Repubblicano. Il motivo immediato della filippica di Christie sarebbe stato la protesta contro il voto contrario dei repubblicani ad una legge sugli aiuti per i disastri provocati (in particolare nel New Jersey) dall’uragano Sandy. All’epoca dell’uragano, Christie si distinse per attivismo ed apprezzamenti nei confronti dell’impegno del Presidente Obama, la qualcosa probabilmente ferì il gruppo dirigente repubblicano, anche perché l’uragano Sandy venne fortemente enfatizzato dei progressisti per mostrare la diversità di Obama nei confronti della disastrosa condotta di Bush Jr in occasione della calamità dell’uragano Katrina.

z 79

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sui blog economici progressisti (30 aprile 2014)

aprile 30, 2014

 

Apr 30, 8:30 am

On Progressive Econoblogging

Chris House replies graciously to my critique of his critique. However, I have some further thoughts here. The crucial question, it seems to me, is what econobloggers — and in particular, those who happen to be political progressives — are doing, and what they should be trying to do.

House sees the kind of blogging I and a number (but not a large number, which is important) of other people are doing as a matter of preaching to the choir, talking in the echo chamber, whatever. And he therefore argues that we should bend over backward to avoid reinforcing our audience’s prejudices.

But I see myself, and Mark Thoma, and Brad DeLong, and Mike Konczal, and Simon Wren-Lewis, and a few others as something quite different — as voices in the wilderness.

Now, you may say that it’s a pretty cushy wilderness — and in my case it definitely is; not just monetarily, but my spot at the Times is a dream gig for many journalists, I have a million Twitter followers, etc. etc. You may also say that there is indeed a choir that hears my preaching — and for sure there is; plenty of liberals read me for reassurance in what they already believed.

But other people also read me — often with distaste, but still they do hear what I say. What I and other econobloggers write is heard at the ECB, the IMF. the European Commission, CBO, the White House, Treasury, and so on. So there is some outreach.

And on the other hand, while it may be a comfortable wilderness, it’s a wilderness all the same. Politics and policy are overwhelmingly dominated by what I call the Very Serious People — people who insist that deficits are our most pressing problem, that high unemployment must be a matter of inadequate skills, that low marginal tax rates on the rich are essential for growth. Behind the conventional wisdom of the VSPs lies a vast mass of power and prejudice. As Ezra Klein once pointed out in connection with Alan Simpson, the influence of the deficit scolds is so great that by and large the press abandons any notion of objectivity and simply assumes that the VSPs are right and what they want is good.

And against all this power of conventional wisdom — which is often, by the way, at odds with basic economic analysis and the preponderance of evidence — you have … a handful of progressive economics bloggers. Some of them — well, mainly me — have prominent perches. But it’s still a very unequal match.

So I see no reason to bend over backwards to annoy my most loyal readers. I won’t ever say anything I don’t believe to be true, and I try not to sheer away from saying things my fan club will dislike. But shocking the liberal bourgeoisie is not how I see my job.

 

Sui blog economici progressisti

 

Chris House replica cortesemente alla mia critica della sua critica [1]. Tuttavia, io ho qualche pensiero ulteriore a questo proposito. La domanda cruciale, mi pare, è che cosa stiano facendo i blogger dell’economia – e, in particolare, quelli che per combinazione sono progressisti – e cosa dovrebbero cercar di fare.

House considera il genere di blog che io ed un certo numero (non un largo numero, il che è importante) di altre persone stiamo realizzando come una faccenda paragonabile allo sfondare porte aperte, al parlare in una camera di risonanza, o cose del genere. E di conseguenza ritiene che dovremmo farci in quattro per evitare di rafforzare i pregiudizi del nostro pubblico.

Ma io considero me stesso, e Mark Thoma, e Brad DeLong, e Mike Konczal, e Simon Wren-Lewis e pochi altri come qualcosa di assai diverso – piuttosto come voci solitarie.

Ora, si può dire che la nostra è una solitudine abbastanza comoda – e nel mio caso è chiaramente così; il mio posto al Times è un lavoretto da sogno per molti giornalisti, non solo da un punto di vista monetario, ho un milione di seguaci su Twitter, etc. etc. Si può anche dire che c’è un pubblico che ascolta le mie prediche [2] – e di sicuro c’è; una quantità di progressisti mi leggono per rassicurarsi di quello di cui sono già convinti.

Ma mi leggono anche altri – spesso con repulsione, eppure anche loro ascoltano quello che dico. Quello che io ed altri bloggers di economia scriviamo è ascoltato dalla BCE, dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Commissione Europea, dal Congressional Budget Office, dalla Casa Bianca, dal Tesoro, e così via. Dunque esiste un certo raggio di azione.

E d’altra parte, mentre è una solitudine comoda, è pur sempre una solitudine. I politici e la politica sono completamente dominati da quelle che chiamo le Persone Molto Serie – persone che insistono che i deficit sono il nostro problema più pressante, che l’alta disoccupazione deve essere una faccenda di competenze inadeguate, che aliquote fiscali marginali basse per i ricchi sono essenziali per la crescita. Dietro la presunta saggezza convenzionale delle Persone Molto Serie c’è una grande mole di potere e di pregiudizio. Come una volta Ezra Klein mise in evidenza in una connessione con Alan Simpson, l’influenza delle Cassandre del deficit è così grande che dappertutto la stampa mette da parte ogni principio di obiettività e semplicemente considera che le Persone Molto Serie hanno ragione e che quello che vogliono è la cosa giusta.

E contro questo potere di presunta saggezza convenzionale – che, per inciso, spesso è agli antipodi della analisi economica di base e di grandissima parte dei fatti – c’è …. una manciata di blogger economisti progressisti. Alcuni di loro – beh, principalmente il sottoscritto – hanno piedistalli di spicco. Ma è ancora una partita assolutamente impari.

Dunque, io non vedo ragione di farmi in quattro per disturbare i miei lettori più fedeli. Non dirò mai niente che non credo che sia vero, e non la prendo alla larga quando ho da dire cose che dispiaceranno alla mia squadra di tifosi. Ma traumatizzare la borghesia progressista non è il modo in cui concepisco il mio lavoro.

 

 

[1] Si tratta del post di Krugman del 29 aprile scorso. Christopher L. House e professore di economia all’Università del Michigan.

[2] “To preach to the choir” è normalmente una espressione idiomatica, che si traduce, come ho fatto in precedenza, con “sfondare porte aperte”. Ma lo è per il suo senso letterale, che significa “fare prediche al coro”, ovvero fare prediche alla parte del proprio pubblico che normalmente è già persuasa. In questo secondo caso traduco letteralmente, perché l’intenzione è propri quella di riferirsi al senso letterale.

La follia della prudenza (29 aprile 2014)

aprile 29, 2014

 

Apr 29, 12:40 pm

The Folly of Prudence

Many American roads are in pretty bad shape — I can attest to that, after driving up to Massachusetts and back for family business last week. When you combine that fact with the underlying macroeconomic situation, of which more in a minute, the case for spending substantial sums on repair seems obvious.

But Obama’s proposal for what is actually a modest infrastructure program appears to be going nowhere, thanks to a fight over how to pay for it.

Which brings me back to something I started saying way back in 2008, which is still true: when you’re in a liquidity trap, virtue becomes vice and prudence becomes folly. Asking how we pay for infrastructure may seem prudent, but it is in fact deeply foolish.

Think about it: what would the true costs be of repairing our roads? It wouldn’t divert capital from other investments — capital has no place to go, and markets are practically begging the federal government to borrow funds and put it to work:

z 56

 

 

 

 

 

 

 

It also wouldn’t divert labor from other uses: unemployment among contraction workers remains high:

z 57

 

 

 

 

 

 

 

So it’s deeply irresponsible NOT to spend this money, and foolish to worry about financing.

Clearly, however, we’ve learned nothing from five-plus years of depression economics.

 

La follia della prudenza

 

Molte strade americane sono in condizioni piuttosto brutte – lo posso attestare personalmente, dopo aver guidato sino al Massachusetts e ritorno per impegni familiari la scorsa settimana. Quando mettete assieme questo fatto con la sottostante situazione macroeconomica, sulla quale vengo tra un attimo, la tesi favorevole alla spesa di somme sostanziali nelle riparazioni sembra ovvia.

Ma la proposta di Obama di quello che è in effetti un programma infrastrutturale modesto sembra non andare da nessuna parte, grazie ad uno scontro su come finanziarlo.

La qualcosa mi riporta a quello che cominciai a dire nel lontano 2008, che è ancora vero: quando si è in una trappola di liquidità, la virtù diventa vizio e la prudenza follia. Chiedersi come finanziamo le infrastrutture può sembrare prudente, di fatto è profondamente sciocco.

Si pensi a questo: quale sarebbe il costo reale della riparazione delle nostre strade? Esso non sposterebbe capitali da altri investimenti – i capitali non hanno posti dove andare, ed i mercati stanno implorando il Governo Federale di prendere a prestito finanziamenti e di metterli in cantiere:

z 56

 

 

 

 

 

 

 

Nello stesso modo, ciò non distrarrebbe il lavoro da altre utilizzazioni: la disoccupazione tra lavoratori che si riducono resta elevata:

z 57

 

 

 

 

 

 

 

Dunque è profondamente irresponsabile NON spendere questo denaro, ed è sciocco preoccuparsi di come finanziare la spesa.

Tuttavia è chiaro che non stiamo imparando niente da cinque anni e più di economia della depressione.

 

A caccia della falsa equivalenza (29 aprile 2014)

aprile 29, 2014

 

Apr 29, 8:45 am

The Hunt for False Equivalence

America, it goes without saying, has a powerful, crazy right wing. There’s nothing equivalent on the left — yes, there are individual crazy leftists, but nothing like the organized, lavishly financed madness on the right.

But centrists have a very hard time acknowledging this asymmetry; they love to assert that both sides are equally wrong — and often seem to feel the need to invent extreme positions when they don’t actually exist.

Which brings me to this critical piece by Chris House. A while back House declared that both Ed Prescott and yours truly say crazy things; when asked for an example of me saying something remotely equivalent to something like Prescott’s declaration that there is no evidence that Fed policy matters, he never did answer.

Now House takes me and Noah Smith to task for preaching to the left-wing echo chamber in what we wrote about the Tom Sargent speech that’s making the rounds. And once again I have to wonder whether he actually read what I wrote, or simply assumed that it must be over the top.

First, House apparently missed the fact that I was explicitly not attacking Sargent; instead, I was questioning the efforts of people at AEI to promote a speech given in 2007, before the financial crisis, as the essence of wisdom in a world suffering a prolonged slump.

Second, House criticizes me for questioning the tradeoff between inequality and growth — but without quoting what I actually said. Here it is:

So, about the not so time-dependent points: Sargent declared as a principle, “There are tradeoffs between equality and efficiency.” Well, every economist would agree that Cuban-type equality is bad for efficiency. But would reducing our current level of inequality reduce efficiency? That’s far from clear: there are a number of reasons to believe that high levels of inequality have adverse effects on economic growth – and evidence to that effect is coming not from fringe leftists but from places like the IMF.

That seems pretty qualified to me — not a general assertion that there is never a tradeoff, but a suggestion that at current levels of inequality the tradeoff isn’t clear, backed by a link to serious research. What should I have said? Must one refuse to mention IMF research because it might reverberate in the echo chamber?

If you ask me, the real echo chamber here is the centrist echo chamber — and yes, it exists. In this chamber everyone knows that people like me are just as bad as the crazies on the right, and they know it because everyone says it. But where is the evidence?

 

A caccia della falsa equivalenza

 

L’America, non è il caso di dirlo, ha una destra potente e fanatica. Non c’è niente di equivalente a sinistra – sì, ci possono essere individui di sinistra fanatici anch’essi, ma niente come l’organizzata e generosamente foraggiata follia della destra.

Ma i centristi fanno grande fatica a riconoscere questa asimmetria; amano asserire che i due schieramenti hanno entrambi torto – e sembrano spesso sentire il bisogno di inventare posizioni estreme quando per la verità non esistono.

La qualcosa mi conduce a questo articolo critico di Chris House. Tempo addietro House dichiarò che sia Ed Prescott che il sottoscritto dicevano cose pazzesche; quando gli venne chiesto di fornire un esempio di una mia dichiarazione anche lontanamente paragonabile a ciò che aveva detto Prescott, secondo il quale non c’era alcuna prova che la politica della Fed avesse importanza, non rispose mai.

Ora House se la prende con me e con Noah Smith per aver fatto da camera di risonanza della sinistra con quello che abbiamo scritto a proposito del discorso di Tom Sargent [1] che sta circolando dappertutto. Ed una volta ancora mi devo chiedere se egli abbia effettivamente letto quello che ho scritto, oppure se abbia semplicemente presupposto che esso andasse sopra le righe.

In primo luogo, House sembra non accorgersi del fatto che io, per mia stessa affermazione, non stavo attaccando Sargent; stavo invece interrogandomi sugli sforzi degli individui dell’American Enterprise Institute nel promuovere, come esempio peculiare di saggezza in un mondo che soffre di una crisi prolungata, un discorso pronunciato nel 2007, prima della crisi finanziaria.

In secondo luogo, House mi critica per aver messo in dubbio il (necessario) compromesso tra ineguaglianza e crescita – ma si guarda dal citare quello che ho effettivamente detto. Che sono le cose seguenti:

“Dunque, a proposito di quei punti non così in sintonia con i tempi: Sargent ha dichiarato come un principio “Ci sono compromessi tra eguaglianza ed efficienza”. Ebbene, ogni economista converrebbe che una eguaglianza di tipo cubano è negativa per l’efficienza. Ma ridurre il nostro attuale livello di ineguaglianza ridurrebbe l’efficienza? Questo è tutt’altro che chiaro: ci sono varie ragioni per credere che alti livelli di ineguaglianza abbiano effetti negativi sulla crescita economica – e le prove di tali effetti non provengono da frange della sinistra, ma da luoghi come il Fondo Monetario Internazionale.”

Pare a me che questo sia abbastanza moderato – non un giudizio generale per il quale non c’è mai un compromesso, ma l’indicazione che agli attuali livelli di ineguaglianza il compromesso non è chiaro, seguita da un connessione con una ricerca seria. Cosa avrei dovuto dire? Uno deve rifiutare di citare la ricerca del Fondo Monetario Internazionale perché essa potrebbe risuonare come una camera di risonanza (della sinistra)?

Se volete la mia opinione, la vera camera di risonanza in questo caso è quella centrista – la quale esiste, senza alcun dubbio. In quella camera tutti sanno che gli individui come il sottoscritto sono altrettanto negativi dei mattoidi della destra, e lo sanno perché tutti lo dicono. Ma dove sono le prove?

 

 

[1] Vedi il post del 21 aprile “Non sono tempi per Sargent”.

Fare paradigmi non è facile (28 aprile 2014)

aprile 28, 2014

 

Apr 28, 4:43 pm

Paradigming Is Hard

Mark Thoma sends us to Justin Fox, who tries hard to be sympathetic to the latest hard science/engineering guy bustling in to show those dumb economists how to do it. But as Fox clearly realizes, the reason we don’t have a new economic paradigm isn’t that economists are dumb, or even that all of them are rigid in their beliefs (obviously some are, or I wouldn’t have as many arguments as I do.) The reason, instead, is that it’s hard.

Specifically: we have a body of economic theory built around the assumptions of perfectly rational behavior and perfectly functioning markets. Any economist with a grain of sense — which is to say, maybe half the profession? — knows that this is very much an abstraction, to be modified whenever the evidence suggests that it’s going wrong. But nobody has come up with general rules for making such modifications.

So, on the behavioral side, clearly people aren’t perfectly rational — but there are lots of ways to be slightly stupid, and it’s very hard to come up with a general theory about which of these ways they will choose in any given situation. Behavioral economics is a fine thing, but it’s more a collection of interesting and sometimes useful observations than a general, well, paradigm that can offer guidance across a wide range of cases.

Meanwhile, markets also fail much of the time — but while we know a fair bit about what happens to particular markets in practice, we don’t seem close to a general paradigm here either.

So how do you do useful economics? In general, what we really do is combine maximization-and-equilibrium as a first cut with a variety of ad hoc modifications reflecting what seem to be empirical regularities about how both individual behavior and markets depart from this idealized case. And people using this kind of rough-and-ready approach have done really well since 2008, on everything from inflation to interest rates to the effects of austerity.

But here’s the thing: economists have done their work this way for generations. So it’s really not a new paradigm. If anything, the true new paradigm was the attempt to justify everything with maximization and equilibrium — but that’s the paradigm that failed.

Now maybe, someday, someone will find a way to do something truly new — integrate neuroscience into economics for real, not as a marginal research topic, or turn agent-based models into a useful tool. I’m for it! But merely noting the foolishness of some economists and calling for a new paradigm in the abstract won’t get us there.

 

Fare paradigmi non è facile

 

Mark Thoma ci indirizza a Justin Fox, che si sforza di essere comprensivo nei confronti del più recente personaggio della ardua scienza ingegneristica [1] che si dà da fare per mostrare a quegli sciocchi di economisti come fare le cose. Ma come chiaramente Fox comprende, la ragione per la quale non abbiamo un nuovo paradigma economico non è che gli economisti sono scemi, e neanche che tutti loro sono rigidi nei loro convincimenti (ovviamente, alcuni lo sono, altrimenti non avrei tutti gli argomenti che ho). La ragione, invece, è che è difficile.

In particolare: abbiamo un corpo di teoria economica costruito attorno agli assunti del comportamento perfettamente razionale [2] e dei mercati perfettamente funzionanti. Ogni economista, con un grano di buon senso – vale a dire, forse metà della disciplina? – sa che questa è in gran parte una astrazione, che deve essere modificata ogni qual volta le prove indicano che essa è destinata a provocare errori. Ma nessuno si è fatto venire in mente regole generali per elaborare tali modifiche.

Cosicché, dal punto di vista dei comportamenti, chiaramente le persone non sono perfettamente razionali – ci sono invece una quantità di modi per essere leggermente stupidi, ed è molto difficile farsi venire alla mente una teoria generale su quali di queste modalità essi sceglieranno in una situazione data. L’economia dei comportamenti è una bella cosa, ma è più una collezione di interessanti e talora utili osservazioni che non effettivamente un paradigma generale che possa offrire un orientamento in mezzo ad una vasta casistica.

Contemporaneamente, anche i mercati in gran parte delle occasioni non vanno a buon fine – ma mentre conosciamo abbastanza di quello che accade a certi mercati nella pratica, neanche qua siamo vicini ad un paradigma generale.

Come fare utilmente economia, dunque? In generale, quello che realmente facciamo è combinare in prima istanza massimizzazione-e-equilibrio [3] con una varietà di modifiche ad hoc che riflettono quelle che sembrano le casistiche empiriche su come sia il comportamento individuale che i mercati si allontanano da quella ipotesi idealizzata. E le persone che utilizzano questo tipo di approccio, semplicistico e di uso immediato, a partire dal 2008 hanno ottenuto buoni risultati su ogni aspetto, dall’inflazione ai tassi di interesse, agli effetti dell’austerità.

Ma il punto è lì: gli economisti hanno operato in questo modo da generazioni. Dunque, non si può dire che esso sia un nuovo paradigma. Semmai, il vero nuovo paradigma è stato il tentativo di giustificare ogni cosa con la massimizzazione e l’equilibrio – ma quello è il paradigma che ha fallito.

Ora, è possibile che un giorno qualcuno troverà un modo di fare qualcosa di veramente innovativo – integrare le neuroscienze dentro l’economia in modo vero, non come un marginale argomento di ricerca, oppure trasformare i modelli basati sull’agente [4] in strumenti utili. Io me lo auguro! Ma notare semplicisticamente la stupidità di qualche economista e pronunciarsi in astratto per un nuovo paradigma non ci porterà a quel punto.

 



[1] Nell’articolo di Fox si interloquisce con un signore di nome George Cooper, che prima di diventare operatore di finanza era stato esperto di microingegneria.

[2] Degli attori economici.

[3] Ovvero, la massimizzazione della supposta razionalità nei comportamenti del soggetti economici, e l’equilibrio delle supposte razionali funzioni di armonizzazione dei mercati.

[4] In economia, un ‘agente’ è un attore ed un soggetto che assume decisioni entro un modello. Ad esempio, coloro che acquistano e coloro che vendono sono due tipi comuni di ‘agenti’ nei modelli di equilibrio parziale di un mercato singolo.

Un enigma monetario (28 aprile 2014)

aprile 28, 2014

 

Apr 28, 8:10 am

A Monetary Puzzle

OK, color me puzzled. I’ve seen a number of people touting this Bank of England paper (pdf) on how banks create money as offering some kind of radical new way of looking at the economy. And it is a good piece. But it doesn’t seem, in any important way, to be at odds with what Tobin wrote 50 years ago (pdf) — indeed, the BoE paper cites Tobin extensively. And I have always thought of money in Tobinesque terms, even if I sometimes use shorthand descriptions that can be misread if you take them out of context; the same is true of many economists.

Furthermore, the key Tobin insight — which is fully consistent with the BoE analysis — is that while banks are indeed more complicated creatures than the mechanical lenders of deposits we like to portray in Econ 101, this doesn’t mean either that they have unlimited ability to create money or that they are somehow outside the usual rules of economics. Don’t let monetary realism slide into monetary mysticism!

 

Un enigma monetario

 

Va bene, dite pure che sono perplesso. Ho visto un certo numero di persone presentare questo studio della Banca di Inghilterra (disponibile in pdf) su come le banche creano moneta come qualcosa che offre in un certo senso un modo radicalmente nuovo di guardare all’economia. E si tratta di un buon lavoro. Ma non mi pare che sia significativamente in antitesi con quanto scriveva Tobin 50 anni orsono (disponibile in pdf) – in effetti, la Banca di Inghilterra cita Tobin per esteso. Ed io ho spesso pensato al denaro in termini ‘tobiniani’, anche se talvolta utilizzo descrizioni approssimative che possono essere lette in modo fuorviante se le considerate fuori dal contesto; lo stesso è vero per molti economisti.

Inoltre, l’intuizione fondamentale di Tobin – che è pienamente coerente con l’analisi della BoE – è che se le banche sono in effetti creature più complicate dei semplicistici creditori degli istituti di deposito che siamo soliti ritrarre nei libri di testo universitari, questo non significa che abbiano una capacità illimitata di creare moneta o che siano in qualche modo escluse dalle regole ordinarie dell’economia. Cerchiamo di evitare che il realismo monetario scivoli nel misticismo monetario!

« Pagina precedentePagina successiva »

Archivio