Apr 30, 8:30 am
Chris House replies graciously to my critique of his critique. However, I have some further thoughts here. The crucial question, it seems to me, is what econobloggers — and in particular, those who happen to be political progressives — are doing, and what they should be trying to do.
House sees the kind of blogging I and a number (but not a large number, which is important) of other people are doing as a matter of preaching to the choir, talking in the echo chamber, whatever. And he therefore argues that we should bend over backward to avoid reinforcing our audience’s prejudices.
But I see myself, and Mark Thoma, and Brad DeLong, and Mike Konczal, and Simon Wren-Lewis, and a few others as something quite different — as voices in the wilderness.
Now, you may say that it’s a pretty cushy wilderness — and in my case it definitely is; not just monetarily, but my spot at the Times is a dream gig for many journalists, I have a million Twitter followers, etc. etc. You may also say that there is indeed a choir that hears my preaching — and for sure there is; plenty of liberals read me for reassurance in what they already believed.
But other people also read me — often with distaste, but still they do hear what I say. What I and other econobloggers write is heard at the ECB, the IMF. the European Commission, CBO, the White House, Treasury, and so on. So there is some outreach.
And on the other hand, while it may be a comfortable wilderness, it’s a wilderness all the same. Politics and policy are overwhelmingly dominated by what I call the Very Serious People — people who insist that deficits are our most pressing problem, that high unemployment must be a matter of inadequate skills, that low marginal tax rates on the rich are essential for growth. Behind the conventional wisdom of the VSPs lies a vast mass of power and prejudice. As Ezra Klein once pointed out in connection with Alan Simpson, the influence of the deficit scolds is so great that by and large the press abandons any notion of objectivity and simply assumes that the VSPs are right and what they want is good.
And against all this power of conventional wisdom — which is often, by the way, at odds with basic economic analysis and the preponderance of evidence — you have … a handful of progressive economics bloggers. Some of them — well, mainly me — have prominent perches. But it’s still a very unequal match.
So I see no reason to bend over backwards to annoy my most loyal readers. I won’t ever say anything I don’t believe to be true, and I try not to sheer away from saying things my fan club will dislike. But shocking the liberal bourgeoisie is not how I see my job.
Sui blog economici progressisti
Chris House replica cortesemente alla mia critica della sua critica [1]. Tuttavia, io ho qualche pensiero ulteriore a questo proposito. La domanda cruciale, mi pare, è che cosa stiano facendo i blogger dell’economia – e, in particolare, quelli che per combinazione sono progressisti – e cosa dovrebbero cercar di fare.
House considera il genere di blog che io ed un certo numero (non un largo numero, il che è importante) di altre persone stiamo realizzando come una faccenda paragonabile allo sfondare porte aperte, al parlare in una camera di risonanza, o cose del genere. E di conseguenza ritiene che dovremmo farci in quattro per evitare di rafforzare i pregiudizi del nostro pubblico.
Ma io considero me stesso, e Mark Thoma, e Brad DeLong, e Mike Konczal, e Simon Wren-Lewis e pochi altri come qualcosa di assai diverso – piuttosto come voci solitarie.
Ora, si può dire che la nostra è una solitudine abbastanza comoda – e nel mio caso è chiaramente così; il mio posto al Times è un lavoretto da sogno per molti giornalisti, non solo da un punto di vista monetario, ho un milione di seguaci su Twitter, etc. etc. Si può anche dire che c’è un pubblico che ascolta le mie prediche [2] – e di sicuro c’è; una quantità di progressisti mi leggono per rassicurarsi di quello di cui sono già convinti.
Ma mi leggono anche altri – spesso con repulsione, eppure anche loro ascoltano quello che dico. Quello che io ed altri bloggers di economia scriviamo è ascoltato dalla BCE, dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Commissione Europea, dal Congressional Budget Office, dalla Casa Bianca, dal Tesoro, e così via. Dunque esiste un certo raggio di azione.
E d’altra parte, mentre è una solitudine comoda, è pur sempre una solitudine. I politici e la politica sono completamente dominati da quelle che chiamo le Persone Molto Serie – persone che insistono che i deficit sono il nostro problema più pressante, che l’alta disoccupazione deve essere una faccenda di competenze inadeguate, che aliquote fiscali marginali basse per i ricchi sono essenziali per la crescita. Dietro la presunta saggezza convenzionale delle Persone Molto Serie c’è una grande mole di potere e di pregiudizio. Come una volta Ezra Klein mise in evidenza in una connessione con Alan Simpson, l’influenza delle Cassandre del deficit è così grande che dappertutto la stampa mette da parte ogni principio di obiettività e semplicemente considera che le Persone Molto Serie hanno ragione e che quello che vogliono è la cosa giusta.
E contro questo potere di presunta saggezza convenzionale – che, per inciso, spesso è agli antipodi della analisi economica di base e di grandissima parte dei fatti – c’è …. una manciata di blogger economisti progressisti. Alcuni di loro – beh, principalmente il sottoscritto – hanno piedistalli di spicco. Ma è ancora una partita assolutamente impari.
Dunque, io non vedo ragione di farmi in quattro per disturbare i miei lettori più fedeli. Non dirò mai niente che non credo che sia vero, e non la prendo alla larga quando ho da dire cose che dispiaceranno alla mia squadra di tifosi. Ma traumatizzare la borghesia progressista non è il modo in cui concepisco il mio lavoro.
[1] Si tratta del post di Krugman del 29 aprile scorso. Christopher L. House e professore di economia all’Università del Michigan.
[2] “To preach to the choir” è normalmente una espressione idiomatica, che si traduce, come ho fatto in precedenza, con “sfondare porte aperte”. Ma lo è per il suo senso letterale, che significa “fare prediche al coro”, ovvero fare prediche alla parte del proprio pubblico che normalmente è già persuasa. In questo secondo caso traduco letteralmente, perché l’intenzione è propri quella di riferirsi al senso letterale.
aprile 29, 2014
Apr 29, 12:40 pm
Many American roads are in pretty bad shape — I can attest to that, after driving up to Massachusetts and back for family business last week. When you combine that fact with the underlying macroeconomic situation, of which more in a minute, the case for spending substantial sums on repair seems obvious.
But Obama’s proposal for what is actually a modest infrastructure program appears to be going nowhere, thanks to a fight over how to pay for it.
Which brings me back to something I started saying way back in 2008, which is still true: when you’re in a liquidity trap, virtue becomes vice and prudence becomes folly. Asking how we pay for infrastructure may seem prudent, but it is in fact deeply foolish.
Think about it: what would the true costs be of repairing our roads? It wouldn’t divert capital from other investments — capital has no place to go, and markets are practically begging the federal government to borrow funds and put it to work:
It also wouldn’t divert labor from other uses: unemployment among contraction workers remains high:
So it’s deeply irresponsible NOT to spend this money, and foolish to worry about financing.
Clearly, however, we’ve learned nothing from five-plus years of depression economics.
La follia della prudenza
Molte strade americane sono in condizioni piuttosto brutte – lo posso attestare personalmente, dopo aver guidato sino al Massachusetts e ritorno per impegni familiari la scorsa settimana. Quando mettete assieme questo fatto con la sottostante situazione macroeconomica, sulla quale vengo tra un attimo, la tesi favorevole alla spesa di somme sostanziali nelle riparazioni sembra ovvia.
Ma la proposta di Obama di quello che è in effetti un programma infrastrutturale modesto sembra non andare da nessuna parte, grazie ad uno scontro su come finanziarlo.
La qualcosa mi riporta a quello che cominciai a dire nel lontano 2008, che è ancora vero: quando si è in una trappola di liquidità, la virtù diventa vizio e la prudenza follia. Chiedersi come finanziamo le infrastrutture può sembrare prudente, di fatto è profondamente sciocco.
Si pensi a questo: quale sarebbe il costo reale della riparazione delle nostre strade? Esso non sposterebbe capitali da altri investimenti – i capitali non hanno posti dove andare, ed i mercati stanno implorando il Governo Federale di prendere a prestito finanziamenti e di metterli in cantiere:
Nello stesso modo, ciò non distrarrebbe il lavoro da altre utilizzazioni: la disoccupazione tra lavoratori che si riducono resta elevata:
Dunque è profondamente irresponsabile NON spendere questo denaro, ed è sciocco preoccuparsi di come finanziare la spesa.
Tuttavia è chiaro che non stiamo imparando niente da cinque anni e più di economia della depressione.
aprile 29, 2014
Apr 29, 8:45 am
America, it goes without saying, has a powerful, crazy right wing. There’s nothing equivalent on the left — yes, there are individual crazy leftists, but nothing like the organized, lavishly financed madness on the right.
But centrists have a very hard time acknowledging this asymmetry; they love to assert that both sides are equally wrong — and often seem to feel the need to invent extreme positions when they don’t actually exist.
Which brings me to this critical piece by Chris House. A while back House declared that both Ed Prescott and yours truly say crazy things; when asked for an example of me saying something remotely equivalent to something like Prescott’s declaration that there is no evidence that Fed policy matters, he never did answer.
Now House takes me and Noah Smith to task for preaching to the left-wing echo chamber in what we wrote about the Tom Sargent speech that’s making the rounds. And once again I have to wonder whether he actually read what I wrote, or simply assumed that it must be over the top.
First, House apparently missed the fact that I was explicitly not attacking Sargent; instead, I was questioning the efforts of people at AEI to promote a speech given in 2007, before the financial crisis, as the essence of wisdom in a world suffering a prolonged slump.
Second, House criticizes me for questioning the tradeoff between inequality and growth — but without quoting what I actually said. Here it is:
So, about the not so time-dependent points: Sargent declared as a principle, “There are tradeoffs between equality and efficiency.” Well, every economist would agree that Cuban-type equality is bad for efficiency. But would reducing our current level of inequality reduce efficiency? That’s far from clear: there are a number of reasons to believe that high levels of inequality have adverse effects on economic growth – and evidence to that effect is coming not from fringe leftists but from places like the IMF.
That seems pretty qualified to me — not a general assertion that there is never a tradeoff, but a suggestion that at current levels of inequality the tradeoff isn’t clear, backed by a link to serious research. What should I have said? Must one refuse to mention IMF research because it might reverberate in the echo chamber?
If you ask me, the real echo chamber here is the centrist echo chamber — and yes, it exists. In this chamber everyone knows that people like me are just as bad as the crazies on the right, and they know it because everyone says it. But where is the evidence?
L’America, non è il caso di dirlo, ha una destra potente e fanatica. Non c’è niente di equivalente a sinistra – sì, ci possono essere individui di sinistra fanatici anch’essi, ma niente come l’organizzata e generosamente foraggiata follia della destra.
Ma i centristi fanno grande fatica a riconoscere questa asimmetria; amano asserire che i due schieramenti hanno entrambi torto – e sembrano spesso sentire il bisogno di inventare posizioni estreme quando per la verità non esistono.
La qualcosa mi conduce a questo articolo critico di Chris House. Tempo addietro House dichiarò che sia Ed Prescott che il sottoscritto dicevano cose pazzesche; quando gli venne chiesto di fornire un esempio di una mia dichiarazione anche lontanamente paragonabile a ciò che aveva detto Prescott, secondo il quale non c’era alcuna prova che la politica della Fed avesse importanza, non rispose mai.
Ora House se la prende con me e con Noah Smith per aver fatto da camera di risonanza della sinistra con quello che abbiamo scritto a proposito del discorso di Tom Sargent [1] che sta circolando dappertutto. Ed una volta ancora mi devo chiedere se egli abbia effettivamente letto quello che ho scritto, oppure se abbia semplicemente presupposto che esso andasse sopra le righe.
In primo luogo, House sembra non accorgersi del fatto che io, per mia stessa affermazione, non stavo attaccando Sargent; stavo invece interrogandomi sugli sforzi degli individui dell’American Enterprise Institute nel promuovere, come esempio peculiare di saggezza in un mondo che soffre di una crisi prolungata, un discorso pronunciato nel 2007, prima della crisi finanziaria.
In secondo luogo, House mi critica per aver messo in dubbio il (necessario) compromesso tra ineguaglianza e crescita – ma si guarda dal citare quello che ho effettivamente detto. Che sono le cose seguenti:
“Dunque, a proposito di quei punti non così in sintonia con i tempi: Sargent ha dichiarato come un principio “Ci sono compromessi tra eguaglianza ed efficienza”. Ebbene, ogni economista converrebbe che una eguaglianza di tipo cubano è negativa per l’efficienza. Ma ridurre il nostro attuale livello di ineguaglianza ridurrebbe l’efficienza? Questo è tutt’altro che chiaro: ci sono varie ragioni per credere che alti livelli di ineguaglianza abbiano effetti negativi sulla crescita economica – e le prove di tali effetti non provengono da frange della sinistra, ma da luoghi come il Fondo Monetario Internazionale.”
Pare a me che questo sia abbastanza moderato – non un giudizio generale per il quale non c’è mai un compromesso, ma l’indicazione che agli attuali livelli di ineguaglianza il compromesso non è chiaro, seguita da un connessione con una ricerca seria. Cosa avrei dovuto dire? Uno deve rifiutare di citare la ricerca del Fondo Monetario Internazionale perché essa potrebbe risuonare come una camera di risonanza (della sinistra)?
Se volete la mia opinione, la vera camera di risonanza in questo caso è quella centrista – la quale esiste, senza alcun dubbio. In quella camera tutti sanno che gli individui come il sottoscritto sono altrettanto negativi dei mattoidi della destra, e lo sanno perché tutti lo dicono. Ma dove sono le prove?
[1] Vedi il post del 21 aprile “Non sono tempi per Sargent”.
aprile 28, 2014
Apr 28, 4:43 pm
Mark Thoma sends us to Justin Fox, who tries hard to be sympathetic to the latest hard science/engineering guy bustling in to show those dumb economists how to do it. But as Fox clearly realizes, the reason we don’t have a new economic paradigm isn’t that economists are dumb, or even that all of them are rigid in their beliefs (obviously some are, or I wouldn’t have as many arguments as I do.) The reason, instead, is that it’s hard.
Specifically: we have a body of economic theory built around the assumptions of perfectly rational behavior and perfectly functioning markets. Any economist with a grain of sense — which is to say, maybe half the profession? — knows that this is very much an abstraction, to be modified whenever the evidence suggests that it’s going wrong. But nobody has come up with general rules for making such modifications.
So, on the behavioral side, clearly people aren’t perfectly rational — but there are lots of ways to be slightly stupid, and it’s very hard to come up with a general theory about which of these ways they will choose in any given situation. Behavioral economics is a fine thing, but it’s more a collection of interesting and sometimes useful observations than a general, well, paradigm that can offer guidance across a wide range of cases.
Meanwhile, markets also fail much of the time — but while we know a fair bit about what happens to particular markets in practice, we don’t seem close to a general paradigm here either.
So how do you do useful economics? In general, what we really do is combine maximization-and-equilibrium as a first cut with a variety of ad hoc modifications reflecting what seem to be empirical regularities about how both individual behavior and markets depart from this idealized case. And people using this kind of rough-and-ready approach have done really well since 2008, on everything from inflation to interest rates to the effects of austerity.
But here’s the thing: economists have done their work this way for generations. So it’s really not a new paradigm. If anything, the true new paradigm was the attempt to justify everything with maximization and equilibrium — but that’s the paradigm that failed.
Now maybe, someday, someone will find a way to do something truly new — integrate neuroscience into economics for real, not as a marginal research topic, or turn agent-based models into a useful tool. I’m for it! But merely noting the foolishness of some economists and calling for a new paradigm in the abstract won’t get us there.
Fare paradigmi non è facile
Mark Thoma ci indirizza a Justin Fox, che si sforza di essere comprensivo nei confronti del più recente personaggio della ardua scienza ingegneristica [1] che si dà da fare per mostrare a quegli sciocchi di economisti come fare le cose. Ma come chiaramente Fox comprende, la ragione per la quale non abbiamo un nuovo paradigma economico non è che gli economisti sono scemi, e neanche che tutti loro sono rigidi nei loro convincimenti (ovviamente, alcuni lo sono, altrimenti non avrei tutti gli argomenti che ho). La ragione, invece, è che è difficile.
In particolare: abbiamo un corpo di teoria economica costruito attorno agli assunti del comportamento perfettamente razionale [2] e dei mercati perfettamente funzionanti. Ogni economista, con un grano di buon senso – vale a dire, forse metà della disciplina? – sa che questa è in gran parte una astrazione, che deve essere modificata ogni qual volta le prove indicano che essa è destinata a provocare errori. Ma nessuno si è fatto venire in mente regole generali per elaborare tali modifiche.
Cosicché, dal punto di vista dei comportamenti, chiaramente le persone non sono perfettamente razionali – ci sono invece una quantità di modi per essere leggermente stupidi, ed è molto difficile farsi venire alla mente una teoria generale su quali di queste modalità essi sceglieranno in una situazione data. L’economia dei comportamenti è una bella cosa, ma è più una collezione di interessanti e talora utili osservazioni che non effettivamente un paradigma generale che possa offrire un orientamento in mezzo ad una vasta casistica.
Contemporaneamente, anche i mercati in gran parte delle occasioni non vanno a buon fine – ma mentre conosciamo abbastanza di quello che accade a certi mercati nella pratica, neanche qua siamo vicini ad un paradigma generale.
Come fare utilmente economia, dunque? In generale, quello che realmente facciamo è combinare in prima istanza massimizzazione-e-equilibrio [3] con una varietà di modifiche ad hoc che riflettono quelle che sembrano le casistiche empiriche su come sia il comportamento individuale che i mercati si allontanano da quella ipotesi idealizzata. E le persone che utilizzano questo tipo di approccio, semplicistico e di uso immediato, a partire dal 2008 hanno ottenuto buoni risultati su ogni aspetto, dall’inflazione ai tassi di interesse, agli effetti dell’austerità.
Ma il punto è lì: gli economisti hanno operato in questo modo da generazioni. Dunque, non si può dire che esso sia un nuovo paradigma. Semmai, il vero nuovo paradigma è stato il tentativo di giustificare ogni cosa con la massimizzazione e l’equilibrio – ma quello è il paradigma che ha fallito.
Ora, è possibile che un giorno qualcuno troverà un modo di fare qualcosa di veramente innovativo – integrare le neuroscienze dentro l’economia in modo vero, non come un marginale argomento di ricerca, oppure trasformare i modelli basati sull’agente [4] in strumenti utili. Io me lo auguro! Ma notare semplicisticamente la stupidità di qualche economista e pronunciarsi in astratto per un nuovo paradigma non ci porterà a quel punto.
[1] Nell’articolo di Fox si interloquisce con un signore di nome George Cooper, che prima di diventare operatore di finanza era stato esperto di microingegneria.
[2] Degli attori economici.
[3] Ovvero, la massimizzazione della supposta razionalità nei comportamenti del soggetti economici, e l’equilibrio delle supposte razionali funzioni di armonizzazione dei mercati.
[4] In economia, un ‘agente’ è un attore ed un soggetto che assume decisioni entro un modello. Ad esempio, coloro che acquistano e coloro che vendono sono due tipi comuni di ‘agenti’ nei modelli di equilibrio parziale di un mercato singolo.
aprile 28, 2014
Apr 28, 8:10 am
OK, color me puzzled. I’ve seen a number of people touting this Bank of England paper (pdf) on how banks create money as offering some kind of radical new way of looking at the economy. And it is a good piece. But it doesn’t seem, in any important way, to be at odds with what Tobin wrote 50 years ago (pdf) — indeed, the BoE paper cites Tobin extensively. And I have always thought of money in Tobinesque terms, even if I sometimes use shorthand descriptions that can be misread if you take them out of context; the same is true of many economists.
Furthermore, the key Tobin insight — which is fully consistent with the BoE analysis — is that while banks are indeed more complicated creatures than the mechanical lenders of deposits we like to portray in Econ 101, this doesn’t mean either that they have unlimited ability to create money or that they are somehow outside the usual rules of economics. Don’t let monetary realism slide into monetary mysticism!
Un enigma monetario
Va bene, dite pure che sono perplesso. Ho visto un certo numero di persone presentare questo studio della Banca di Inghilterra (disponibile in pdf) su come le banche creano moneta come qualcosa che offre in un certo senso un modo radicalmente nuovo di guardare all’economia. E si tratta di un buon lavoro. Ma non mi pare che sia significativamente in antitesi con quanto scriveva Tobin 50 anni orsono (disponibile in pdf) – in effetti, la Banca di Inghilterra cita Tobin per esteso. Ed io ho spesso pensato al denaro in termini ‘tobiniani’, anche se talvolta utilizzo descrizioni approssimative che possono essere lette in modo fuorviante se le considerate fuori dal contesto; lo stesso è vero per molti economisti.
Inoltre, l’intuizione fondamentale di Tobin – che è pienamente coerente con l’analisi della BoE – è che se le banche sono in effetti creature più complicate dei semplicistici creditori degli istituti di deposito che siamo soliti ritrarre nei libri di testo universitari, questo non significa che abbiano una capacità illimitata di creare moneta o che siano in qualche modo escluse dalle regole ordinarie dell’economia. Cerchiamo di evitare che il realismo monetario scivoli nel misticismo monetario!
aprile 28, 2014
Apr 28, 7:45 am
Back when Obama was proposing a spending plan to boost the economy, and some of us were pleading for a bigger plan, it was common to hear people from both the right and the crazy center declaring that it was all a ruse, an attempt to smuggle in liberal priorities under the guise of fiscal stimulus. This was, as it happens, completely false – and in the case of the right-wingers, a case of projection. After all, Obama didn’t try to sell permanent spending increases as short-run stimulus – but Bush did exactly that when pushing his tax cuts.
And what’s more, it wouldn’t have worked. If anything, your best bet is to try it the other way – to push proposals that will stimulate the economy while also building infrastructure and/or reducing inequality, and to make the long-run, class-warfare aspects the heart of your sales pitch.
This may seem odd. Shouldn’t it be easier to sell win-win ideas, which will make everyone or almost everyone better off? Well, it would be if the public “got” Keynesian economics. But even educated readers tend not to get the idea that the economy as a whole can suffer from inadequate demand (hey, lots of U. of Chicago professors don’t get it either.) And I don’t think it’s for want of efforts to get the point across.
The key sticking point is right at the beginning. Never mind monetary and fiscal policy; the very notion that the economy can suffer from too little spending turns out to be inherently difficult. When I give public talks, I get some traction (I think) by asking people what happens if everyone tries to cut his or her spending at the same time, then pointing out that my spending is your income and your spending is my income. But I don’t think it sticks for many people: the appeal of the economy-as-household metaphor usually takes over.
I’m not making this judgment entirely based on gut feelings. We do have some metrics here – imperfect metrics, but still useful. Look, for example, at book sales: Has there ever been a monster bestseller about fighting recessions, or even about growth for its own sake? I don’t think so. The blockbusters are always, one way or another, about us versus them – going head to head, competing in a flat world, or now trying to stop the rise of the one percent. In saying this I don’t mean to denigrate the last entry: Piketty’s book is awesomely good, and deserves all the acclaim it’s getting. But it is notable that in a time of deeply depressed labor markets, our biggest thing is long-run inequality.
Or closer to home, I do of course track how my columns do on the most-emailed list; and there’s no question that inequality gets a bigger response than demand-side macro.
This doesn’t mean that we should (or that I will) stop trying to get the truth about depression economics across. But it’s an interesting observation, and I think it has implications for how politicians should go about doing the right thing.
Macroeconomia e lotta di classe
Quando nel passato Obama propose un piano di spesa per sostenere l’economia, e alcuni di noi fecero appello ad un programma più consistente, era frequente sentire persone sia della destra che del fantastico centro dichiarare che era tutto un trucco, un tentativo di mascherare gli obbiettivi prioritari dei progressisti nella forma di misure di sostegno tramite la spesa pubblica. Si dà il caso che questo fosse completamente falso – per quello che riguardava la destra, un episodio di proiezione. Dopo tutto, Obama non cercava di far accettare incrementi permanenti della spesa nella forma di misure di sostegno di breve periodo – invece Bush aveva esattamente fatto quello, quando impose i suoi sgravi fiscali.
E la cosa più importante è che tutto ciò non avrebbe funzionato. La cosa migliore è semmai quella di cercare di scommettere nel modo opposto – avanzare proposte che stimoleranno l’economia nel mentre si costruiscono assieme infrastrutture e/o si riduce l’ineguaglianza, e rendere gli aspetti della lotta di classe nel lungo periodo il cuore della vostra propaganda.
Questo può sembrare strano. Non dovrebbe essere più facile mettere in circolazione idee sicuramente vincenti, che farebbero star meglio tutti o quasi tutti? Ebbene, sarebbe così se l’opinione pubblica ‘capisse’ l’economia keynesiana. Ma persino i lettori più istruiti tendono a non capire l’idea che l’economia possa soffrire per una domanda inadeguata (si badi, neanche molti professori di Chicago lo capiscono). Ed io non penso che questo dipenda dalla insufficienza degli sforzi nel comunicare quell’argomento.
L’intoppo cruciale è proprio all’inizio. Non conta la politica monetaria o della finanza pubblica; è proprio il concetto che l’economia possa soffrire per una spesa inadeguata che si dimostra essere intrinsecamente difficile. Quando faccio discorsi pubblici, mi pare di ottenere un qualche vantaggio chiedendo alle persone cosa accadrebbe se tutti cercassero di tagliare le proprie spese contemporaneamente, per poi mettere in evidenza che la mia spesa è il tuo reddito e che la tua spesa è il mio reddito. Ma non penso che questo entri nella testa di molti; il fascino della metafora dell’economia-come-una-famiglia normalmente prevale.
Non avanzo questa impressione basandomi interamente su sensazioni istintive. In questo caso abbiamo alcuni metri di misura – metri di misura imperfetti, ma tuttavia utili. Si guardi, ad esempio, alle vendite di libri: c’è mai stato un bestseller di enorme fortuna sul come combattere le recessioni, o persino anche su come crescere per il proprio interesse? Non credo. I grandi successi commerciali riguardano tutti, in un modo o nell’altro, il confronto tra noi e gli altri – il procedere spalla a spalla, il competere in un mondo stagnante, oppure ai giorni nostri il cercar di fermare la crescita dell’1 per cento dei più ricchi. Nel dir questo non intendo svalutare l’ultimo ingresso in scena: il libro di Piketty è straordinariamente buono, e merita tutti gli elogi che sta ottenendo. Ma è notevole che in un’epoca di mercati del lavoro profondamente depressi, il nostro tema più grande sia l’ineguaglianza di lungo periodo.
O, per venire ai nostri casi, naturalmente io seguo quali risultati ottengono i miei articoli nell’elenco di quelli che ricevono maggiori commenti; e non c’è dubbio che l’ineguaglianza ottenga un responso più grande che non la macroeconomia dal lato della domanda.
Questo non significa che dovremmo smettere (o che io smetterò) di cercare di capire la verità sulla teoria economica all’interno delle depressioni. Ma si tratta di una osservazione interessante, e penso che abbia implicazioni sul come i politici dovrebbero comportarsi nel fare le cose giuste.
aprile 26, 2014
April 26, 2014, 3:38 pm
OK, a genuinely interesting debate on financial reform is taking place. I’m not even sure where I stand. But it’s certainly worth talking about.
Atif Mian and Amir Sufi draw our attention to proposals to either mandate or create strong incentives for 100-percent reserve banking, coming from Martin Wolf and, more surprisingly, John Cochrane. Equally surprising — at least to me — is that Cochrane seems more aware of the difficulties of the issue.
The basic idea both writers share is that banks as we know them — institutions that issue promises to pay money on, or almost on, demand, while holding liquid assets that cover only a fraction of that potential demand — are inherently subject to runs, self-fulfilling losses of confidence. So they propose that we aim to eliminate such institutions; there would still be things we call banks, but they would simply be custodians of government-issued liquid assets.
Wolf, unless I’m reading him wrong, seems to identify the whole issue with one particular form of short-term debt — bank deposits. This seems an oddly narrow view given the nature of the 2008 crisis, which involved very few runs on deposits but a massive run on shadow banking, especially repo — overnight lending that in a fundamental sense fulfilled the functions of deposit banking but also created the same kind of risks. Cochrane gets this, and calls for a “Pigouvian tax” — i.e., the kind of tax economics textbooks tell us we should have on pollution — imposed on any form of “run-prone short-term debt”.
So, three thoughts.
First, Wolf’s omission is a big one. If we impose 100% reserve requirements on depository institutions, but stop there, we’ll just drive even more finance into shadow banking, and make the system even riskier.
Second, Cochrane’s proposal calls for a remarkable amount of government intervention in finance; it makes liberal proposals for a transactions tax look like minor nuisances. Cochrane insists that we can easily run our economy without dangerous short-term private debt — that we can easily set things up so that the manager of your index fund sells a tiny piece of your stock portfolio every time you use a debit card at 7-11. Is this right?
Third, and on a quite different note: Are we really sure that banking problems are the whole story about what went wrong? I’ve made this point before, but look at any measure of financial stress: what you see is a huge peak in 2008 that quickly went down:
Yet the quick return to normality in financial markets (achieved, to be sure, through bailouts and guarantees) did not produce a quick recovery in the real economy; on the contrary, we’re still depressed and many advanced countries are now on the edge of deflation, more than five years later. This strongly suggests that while bank runs may have brought things to a head, the problems ran deeper; in particular, I’m strongly of the view (based in part on Mian and Sufi’s work) that broader issues of excess leverage, and the resulting balance-sheet problems of many households, are key. And neither 100% reserves nor a repo tax would have addressed that kind of leverage.
One small footnote: Cochrane argues in passing that if you really believed in Keynesian remedies, you shouldn’t care about the soundness of banks, because you can always offset the effects of a banking crisis with stimulus. There are multiple reasons why that isn’t right — among other things, people like me may argue that the dangers of government debt are exaggerated, but we’d still rather not have to engage in large-scale deficit spending on a regular basis. But the main point, surely, is that what stimulus could do and what it will do aren’t at all the same thing. What we’ve discovered over the past five years is that even under conditions that make an overwhelming case for government policies to boost demand, half the economics profession and a majority of policy makers will find reasons to do exactly the wrong thing. This argues for precautionary policies to avoid getting into such situations if possible.
La risposta è mettere al bando il sistema bancario?
E’ vero, sta sviluppandosi un interessante dibattito sulla riforma del sistema bancario. Non so bene neanche dove collocarmi. Ma certo vale la pena di discuterne.
Atif Mian e Amir Sufi [1] attirano la nostra attenzione sulle proposte o di imporre o di creare forti incentivi per un sistema bancario con un 100 per cento di riserve, provenienti da Martin Wolf e, più sorprendentemente, da John Cochrane [2]. Egualmente sorprendente – almeno per me – è che Cochrane sia il più consapevole delle difficoltà di tale tema.
L’idea di base che entrambi gli scrittori condividono è che le banche per come le conosciamo – istituti che emettono impegni a pagare in contanti denaro su richiesta, o quasi su richiesta, mentre detengono assets liquidi che coprono solo una frazione di tale domanda – sono intrinsecamente soggette agli assalti agli sportelli, a perdite di fiducia che si auto avverano. Dunque essi propongono che si punti ad eliminare tali istituzioni; ci sarebbero ancora cose che chiamiamo banche, ma sarebbero semplicemente custodi di assets liquidi emessi dallo Stato.
Wolf, se non lo leggo male, sembra far coincidere l’intera questione con una forma particolare del debito e breve termine – i depositi bancari. Questo pare un punto di vista curiosamente ristretto, data la natura della crisi del 2008, che riguardò molto pochi assalti agli sportelli dei depositi ma un massiccio assalto al sistema bancario ombra, in particolare i ‘repo’ [3]– crediti da un giorno all’altro che in senso sostanziale svolgono le funzioni di banca di deposito, ma creano anche lo stesso tipo di rischi. Cochrane lo comprende, e si pronuncia per una “tassa Pigouviana” [4]– vale a dire, il genere di tassa che i libri di testo di economia ci dicono che dovremmo istituire sull’inquinamento – imposta su ogni forma di “debito a breve termine suscettibile di creare crisi di panico”.
Dunque, tre pensieri.
Il primo, l’omissione di Wolf è importante. Se imponiamo requisiti di riserve al 100 per cento sugli istituti di deposito, ma ci fermiamo lì, il risultato sarà che spingeremo persino altra finanza nel sistema bancario ombra, e renderemo il sistema ancora più rischioso.
Il secondo, la proposta di Cochrane richiede un considerevole ammontare di intervento finanziario degli Stati; essa fa apparire le proposte dei progressisti per una tassa sulle transazioni come fastidi di minore importanza. Cochrane insiste che possiamo facilmente gestire la nostra economia senza un pericoloso debito privato a breve termine – che noi possiamo facilmente organizzare le cose in modo che il gestore del vostro index fund [5] venda una minuscola parte delle vostre riserve di portafoglio ogni volta che utilizzate una carta di debito dalle 7 del mattino alle 11 della notte [6]. E’ davvero così?
In terzo luogo, e relativamente ad una osservazione abbastanza diversa: siamo certi che i problemi bancari siano tutta la storia di quello che è andato storto? Ho avanzato questo argomento in precedenza, ma si guardi ad una qualsiasi misurazione dello stress finanziario: quello che si vede è un picco considerevole nel 2008 che è sceso rapidamente:
Tuttavia, il rapido ritorno alla normalità nei mercati finanziari (ottenuto, sia chiaro, attraverso salvataggi e garanzie) non ha prodotto una rapida ripresa nell’economia reale; al contrario, siamo ancora depressi e molti paesi avanzati son oggi sul bordo di una deflazione, più di cinque anni dopo. Questo indica con forza che mentre le crisi di panico bancario possono aver portato le cose verso un certo indirizzo, i problemi hanno continuato ad agire nel profondo; il particolare, io sono fortemente convinto del punto di vista (in parte basato sul lavoro di Mian e Sufi) che i temi più generali di un eccesso nel rapporto di indebitamento, e i problemi conseguenti degli equilibri patrimoniali in molte famiglie, sono stati cruciali. E né le riserve al 100 per cento, né una tassa sui “repo” avrebbero affrontato quel rapporto di indebitamento.
Una piccola nota finale: Cochrane sostiene di passaggio che se realmente si crede nei rimedi keynesiani, non si dovrebbe aver cura della salute delle banche, perché si possono sempre bilanciare gli effetti di una crisi bancaria con misure di sostegno. Ci sono molte ragioni per le quali questo non è giusto – tra le altre cose, le persone come me possono sostenere che i pericoli del debito statale siano stati esagerati, ma non dovremmo impegnarci in una spesa in deficit su larga scala come condizione normale. Ma il punto principale è che quello che le misure di sostegno potrebbero fare e quello che faranno non sono affatto la stessa cosa. Quello che abbiamo scoperto nei cinque anni passati è che persino nelle condizioni che indicano un argomento schiacciante a favore di politiche statali per incoraggiare la domanda, metà della disciplina economica e la maggioranza degli uomini politici hanno trovato motivi per fare esattamente la cosa sbagliata. Questo depone a favore di politiche cautelari, al fine di evitare per quanto possibile di finire in situazioni del genere.
[1] Due economisti che operano negli Stati Uniti e scrivono sul blog “House of debt”. Abbiamo qua tradotto un loro intervento sulla situazione finanziaria cinese del 13 marzo 2014.
[2] In effetti si tratta nel primo caso di un commentatore di prestigio di cose economiche del Financial Times, che in questi anni ha frequentemente sostenuto posizioni non diverse da quelle di Krugman e di altri economisti progressisti (in particolare sulle ragioni ed i rimedi della crisi dell’euro), e nel secondo caso di un professore della Università di Chicago, esperto in discipline finanziarie ed in macroeconomia, che è stato frequentemente convolto in aspre polemiche con Krugman.
[3] In generale un “repo” (“repurchase agreement”) è una vendita di titoli accompagnata dall’impegno del venditore a riacquistare i titoli ad una data successiva. Il cosiddetto ‘sistema bancario ombra’ ha fatto ampio uso di operazioni di questo genere, in qualche caso accompagnate da speculazioni evidenti.
[4] L’Imposta Pigouviana è un metodo di governo delle emissioni inquinanti ideato dall’economista inglese Arthur Cecil Pigou. Una Imposta Pigouviana (o Imposta Pigoviana) è un tipo di imposta applicabile in presenza di esternalità. (Wikipedia)
[5] Un “Index Fund” è uno schema di investimento collettivo che ha lo scopo di replicare i movimenti di ogni ‘indice’ di un mercato finanziario, oppure uno schema di regole di proprietà che sono tenute costanti, a prescindere dalle condizioni dei mercati.
[6] Trovo che nella etimologia di una delle più grandi catene di piccoli negozi – la “7 Eleven” – i due numeri erano alle origini considerati indicativi di un servizio orario prolungato, dalle 7 del mattino, appunto, alle 11 della notte. Suppongo che lo stesso possa valere anche per il funzionamento di una carta di credito. O forse si tratta di una aggettivazione generica, che indica la normalità delle numerose piccole operazioni che si possono svolgere in una giornata.
aprile 25, 2014
April 25, 2014, 10:09 am
It’s kind of a sideshow in the larger scheme of things, but something worth noting is taking place on the fringes (literally) of economic discussion: an upwelling of frustration on the part of heterodox economists. You see it in Thomas Palley’s complaint about gattopardo economics, which I discussed yesterday; you see it in the demands for a radical change in the economics curriculum, which Simon Wren-Lewis wrote about yesterday.
I understand the frustration, but the heterodox need to realize that they have, to an important extent, been working with the wrong story line.
Here’s the story they tell themselves: the failure of economists to predict the global economic crisis (and the poor policy response thereto), plus the surge in inequality, show the failure of conventional economic analysis. So it’s time to dethrone the whole thing — basically, the whole edifice dating back to Samuelson’s 1948 textbook — and give other schools of thought equal time.
Unfortunately for the heterodox (and arguably for the world), this gets the story of what actually happened almost completely wrong.
It is true that economists failed to predict the 2008 crisis (and so did almost everyone). But this wasn’t because economics lacked the tools to understand such things — we’ve long had a pretty good understanding of the logic of banking crises. What happened instead was a failure of real-world observation — failure to notice the rising importance of shadow banking. Economists looked at conventional banks, saw that they were protected by deposit insurance, and failed to realize that more than half the de facto banking system didn’t look like that anymore. This was a case of myopia — but it wasn’t a deep conceptual failure. And as soon as people did recognize the importance of shadow banking, the whole thing instantly fell into place: we were looking at a classic financial crisis.
What about the lousy policy response — austerity and all that? The key point here was that policymakers weren’t basing their decisions on conventional economics. On the contrary, they decided to blow off textbook macroeconomics and embrace exotic doctrines like expansionary austerity and a mysterious growth cliff at 90 percent debt relative to GDP. The disastrous policy responses that have perpetuated the slump are the result of mainstream economics having too little influence, not too much.
Now, to be fair, there is a civil war within academic macroeconomics, and what I’m calling “mainstream” is the saltwater side of that civil war. But the critics want much more than to boost saltwater macro at the expense of the new classical guys — they want to drive people like me out of the temple, too. And the thing is that they want to do this even though, as Wren-Lewis says, Keynesian macro has actually performed very well since 2008.
What about the new respect given to heterodox thinkers like Minsky, and heterodox ideas like secular stagnation? I agree that mainstream economists didn’t pay enough attention to such people — way back, one of my principles for working in economics was “listen to the Gentiles.” But it’s hard to claim that such work is deeply incompatible with mainstream economics when Janet Yellen embraces Minsky and Larry Summers becomes a secular stagnationist.
And what about inequality? Some people are annoyed at Thomas Piketty by presenting his data and ideas in a form that is fairly comfortable for conventional economists, at least those of eclectic disposition. But doesn’t that show that conventional economics is indeed capable of accommodating big concerns about inequality? You fairly often find heterodox economists insisting that to accept the idea that capital and labor are paid their marginal products, even as a working hypothesis to be modified when you address things like executive pay, is to accept that high inequality is morally justified. But that’s obviously not the case: there are plenty of economists who are willing to use marginal-product models (as gadgets, not as fundamental truth) who don’t at all accept the sanctity of the market distribution of income. So this complaint is, in its own way, as much of a distortion as the right-wing claim that anyone who so much as mentions inequality is a Marxist.
How should the crisis and the reemergence of very high income inequality affect how we do and teach economics? For sure, it says that we need to do a lot more history, including deep history. Events have also reflected very badly on the style of economics that prizes “microfoundations” based on ultra-rational behavior over evidence, and rules any kind of ad hockery out of bounds. But the heterodox want more than that; they want to interpret recent events as a refutation of the kind of economics Wren-Lewis, or Janet Yellen, or Larry Summers (as economist, not public official), or yours truly does. And that interpretation just doesn’t work. By all means, advance heterodox ideas if you believe they’re right. But don’t claim vindication from events that didn’t actually follow the script you wish they did.
Frustrazione degli eterodossi
E’ come un evento secondario nel quadro più ampio delle cose, ma qualcosa merita di essere annotato in queste prese di posizione sulle frange (letteralmente) del dibattito economico: una sorta di frustrazione montante dalle parti degli economisti eterodossi. La si vede nella lamentela di Thomas Palley a proposito dell’ “economia del gattopardo” [1], che ho discusso ieri; la si vede nelle richieste per un radicale cambiamento nel curriculum di economia, della quale Simon Wren-Lewis ha scritto ieri.
Io capisco la frustrazione, ma gli eterodossi hanno bisogno di comprendere che stanno lavorando, in buona parte, sulla trama sbagliata.
Ecco quello che essi si raccontano: l’incapacità degli economisti nel prevedere la crisi economica globale (e di conseguenza la povertà della risposta politica), in aggiunta alla crescita dell’ineguaglianza, mostrano il fallimento dell’analisi economica tradizionale. E’ dunque tempo di far scendere dal trono l’intera costruzione – fondamentalmente, l’intero edificio che data dal libro di testo di Samuelson del 1948 – e dare eguale spazio ad altre scuole di pensiero.
Sfortunatamente per gli eterodossi (e forse anche per il mondo), così si intende la storia di quello che è effettivamente avvenuto in modo del tutto sbagliato.
E’ vero che gli economisti non sono stati capaci di prevedere la crisi del 2008 (e fu così quasi per tutti). Ma questo non dipese dal fatto che all’economia mancavano gli strumenti per comprendere quei fatti – avevamo da lungo tempo una comprensione della logica delle crisi bancarie. Quello che accadde, invece, fu una incapacità di osservazione del mondo reale – l’incapacità di notare la crescente importanza del sistema bancario ombra. Gli economisti guardavano alle banche convenzionali, vedevano che esse erano protette dalla garanzia dei depositi, e non riuscivano a capire che più della metà del sistema bancario di fatto non assomigliava più a tutto ciò, in nessun modo. Fu un caso di miopia, ma non fu un profondo fallimento concettuale. E appena le persone riconobbero l’importanza del sistema bancario ombra, l’intera faccenda ritrovò la sua logica: stavamo assistendo ad una crisi finanziaria classica.
Che dire della risposta politica scadente, dell’austerità e di tutto il resto? Il punto chiave fu che gli uomini politici non stavano basando le loro decisioni sull’economia convenzionale. Al contrario, decisero di spazzar via la macroeconomia dei libri di testo e di abbracciare dottrine esotiche come quelle dell’austerità espansiva e della misteriosa soglia al 90 per cento della crescita del rapporto tra debito e PIL. Le risposte politiche disastrose che hanno perpetuato la crisi sono il risultato di una economia tradizionale che ha avuto una influenza troppo piccola, non troppo grande.
Ora, ad essere giusti, c’è una guerra civile all’interno dell’economia accademica, e quello che io sto chiamando “convenzionale” è lo schieramento dell’ “acqua salata” [2], all’interno di quella guerra civile. Ma i critici vogliono fare molto di più che non incoraggiare la macro dell’ “acqua salata” – essi vogliono anche spedire fuori dal “tempio” persone come il sottoscritto. E il punto è che vogliono fare questo anche se, come Wren-Lewis dice, la macroeconomia keynesiana si è comportata assai bene all’indomani del 2008.
Cosa dire del nuovo rispetto offerto a pensatori eterodossi come Minsky, ed alle idee eterodosse sulla stagnazione secolare? Io sono d’accordo che gli economisti tradizionali [3] non prestarono sufficiente attenzione a tali persone – nel passato, uno dei miei principi nel lavoro economico era “ascoltare i Gentili” [4]. Ma è difficile sostenere che un lavoro del genere sia profondamente incompatibile con l’economia convenzionale, una volta che Janet Yellen fa proprio Minsky e Larry Summers professa la “stagnazione secolare” [5].
E che dire dell’ineguaglianza? Alcune persone sono disturbate dal fatto che Thomas Piketty presenti i suoi dati e le sue idee in una forma che è abbastanza confortevole per gli economisti convenzionali, almeno per quelli con disposizione eclettica. Ma questo non mostra che l’economia tradizionale è in effetti capace di soddisfare le grandi preoccupazioni per l’ineguaglianza? Si trovano abbastanza frequentemente economisti eterodossi che insistono sul fatto che accettare l’idea che capitale e lavoro siano pagati per il loro prodotto marginale, pur essendo una ipotesi di lavoro da modificare quando ci si rivolge a cose come i compensi dei dirigenti di impresa, sia come accettare che l’elevata ineguaglianza sia moralmente giustificata. Ma in questo caso evidentemente non si tratta di questo: c’è una quantità di economisti che sono disponibili ad utilizzare i modelli del prodotto marginale (alla stregua di artifici logici, non di verità rivelate) che non accettano affatto la santità della distribuzione e del reddito di mercato. Dunque questa lamentela è, per la sua parte, altrettanto distorta della pretesa della destra, secondo la quale chiunque faccia menzione dell’ineguaglianza è un marxista.
Come dovrebbero, la crisi ed il ritorno della elevatissima ineguaglianza di reddito, influenzare i modi in cui facciamo ed insegnamo economia? Di certo, questo ci dice che abbiamo bisogno di un bel po’ di storia in più, inclusa la storia profonda. Gli eventi si sono anche riflettuti assai malamente sullo stile di quella teoria economica che valuta più dei riscontri reali i “fondamenti microeconomici” basati sui comportamenti ultra-razionali [6], e colloca fuori dai confini ogni tipo di approccio dipendente da soluzioni e ipotesi provvisorie. Ma gli eterodossi vogliono ben altro: essi vogliono interpretare i fatti recenti come una confutazione del genere di teoria economica utilizzata da Wren-Lewis, da Janet Yellen, da Larry Summers (come economista, non come dirigente pubblico), o dal sottoscritto. E quella interpretazione non sta proprio in piedi. In ogni caso, vengano avanti le idee eterodosse, se si crede che siano giuste. Ma non si pretenda una convalida da fatti che in verità non hanno seguito il copione che si desiderava seguissero.
[1] Vedi il post del 24 aprile.
[2] Per il termine di “teoria economica dell’acqua salata” vedi le note sulla traduzione a “freshwater and saltwater economists”. In breve, comunque, negli Stati Uniti furono chiamati dell’ “acqua salata” gli orientamenti keynesiani e dell’ “acqua dolce” quelli neoclassici. La ragione di queste bizzarre definizione, erano che i primi orientamenti erano diffusi nelle Università delle due aree delle coste oceaniche (nordest e California), mentre i secondi nella zona dei grandi laghi (Chicago in particolare).
[3] Difficilmente si può tradurre “mainstream economics” se non come “indirizzo/teoria economica prevalente, convenzionale, tradizionale”; tuttavia è una traduzione che può non soddisfare, proprio per quanto Krugman ha appena detto a proposito di “due” tendenze principali nella macroeconomia americana dei decenni passati. C’è una certa illogicità, dunque, a tradurre con “economia dell’indirizzo convenzionale”, quando c’erano due indirizzi in feroce contrasto l’uno con l’altro. Ma, come si è accorto chi nel passato ha letto altri posts di Krugman sull’argomento, c’è una ragione di fondo nel suo ragionamento: egli, diciamo così, non vuole “regalare” niente ai moderni teorici dell’austerità. Al punto che nel recente passato aveva spesso insistito come anche le posizioni teoriche di Milton Friedman fossero state assai diverse dai moderni ‘patiti’ dell’austerità e di una politica monetaria restrittiva.
In ogni caso, nella frase attualmente in questione egli si riferisce alla componente “progressista”: per i keynesiani o neokeynesiani Minsky fu sottovalutato (e rivalutato dopo la crisi, Krugman compreso); per i neoclassici, Minsky era semplicemente una specie di economista blasfemo e inutile, messo per definizione al bando.
[4] Il riferimento è ad un vecchio appunto di Krugman, dattiloscritto nella connessione, che ho trovato altre volte senza riuscire a datarlo. In esso spiegava che una delle sue regole (anzi, la prima) era quella di ascoltare le persone “intelligenti”, anche se non avevano le sue inclinazioni ed il suo linguaggio analitico. Non, proseguiva, per una sottovalutazione degli “eretici”, ma (suppongo) per la necessità di riferirsi ai blocchi intellettuali più consolidati.
[5] Come dire, che gli eretici alla Minsky furono sottovalutati, ma non si può dire che si sia rimasti impermeabili alla loro lettura delle cose. Il che, se mi è permesso, è convincente solo in parte. Perché, ad esempio, se l’errore fatto nel 2008 fu quello di non considerare il sistema bancario ombra, quell’errore dipese anche proprio da una sottovalutazione di Minsky.
[6] Ovvero, l’idea di un approccio alla macroeconomia unicamente basato sulla economia micro, che dà per implicito che la condotta razionale dei micro soggetti economici possa nello stesso modo regolare i comportamenti dei grandi soggetti collettivi.
aprile 25, 2014
Apr 25, 8:20 am
Well, it’s Piketty day at the Times, with David Brooks and yours truly even having more or less matching headlines. And David’s take reminds me of something I’ve been meaning to do: explain one important point in Piketty that even economist readers have, it seems, tended to miss.
In his critique David says of Piketty,
He predicts that family fortunes will concentrate, though big ones in the past have tended to dissipate and families like the Gateses give a lot away.
So, two points. Piketty doesn’t just assert that fortunes will concentrate, he shows that they have in fact concentrated in the past. That’s the whole point of his extended analysis of Belle Epoque France, with its dominance by inherited wealth. And for every Bill Gates, there are many families that do all they can to perpetuate dynastic wealth. Remember, the 10 wealthiest Americans include 4 Waltons and two Kochs.
Second, Piketty predicts a high concentration of wealth, but not concentration without limit. He alludes to his modeling here rather than presenting it explicitly, but maybe he should have said more.
Here’s how I think of it. Imagine that once a family acquires a certain level of wealth, it tends to engage in dynastic accumulation, consuming only a fraction of its asset returns while saving the rest and passing it on. However, there is in each generation some probability that the family fortune will be squandered by a wastrel.
In this case there will be an equilibrium distribution of family fortunes, comprising families that have accumulated wealth for three generations, a smaller number who have accumulated for four generations (smaller because some fortunes get squandered), a still smaller number who have accumulated for five generations, and so on.
How much wealthier will five-generation dynasties be than four-generation? It depends on the rate of return r — and their share of wealth also depends on the growth rate g. Furthermore, six-generation dynasties will be to five-gens as five gens are to four, etc.. The distribution of wealth will follow a Pareto distribution (which is true of actual wealth distributions at the top), with the exponent depending on r minus g.
So no dynasty lasts forever; there will be a slow “circulation of elites.” But some dynasties will last a long time — and if the after-tax rate of return is high, those dynasties will control a large share of wealth.
And let me add something here: if you think you’ve found an obvious hole, empirical or logical, in Piketty, you’re very probably wrong. He’s done his homework!
Piketty e Pareto
Ebbene, è il giorno di Piketty al Times, con David Brooks ed il sottoscritto che più o meno hanno persino titoli simili [1].E la posizione di David mi ricorda qualcosa che intendevo fare: spiegare un punto importante in Piketty, che anche i lettori economisti, a quanto pare, tendono a non capire.
Nella sua critica, David dice di Picketty:
“Egli predice che le fortune familiari si concentreranno, sebbene nel passato i pezzi grossi abbiano teso alla dissipazione e famiglie come quella dei Gates diano molto in beneficienza.”
Dunque, due punti. Piketty non soltanto asserisce che le fortune si concentreranno, dimostra che di fatto si sono concentrate nel passato. E’ quello l’intero oggetto della sua ampia analisi della Belle Époque francese, con il suo dominio delle ricchezze ereditarie. Inoltre, per ogni Billy Gates, ci sono molte famiglie che fanno quello che possono per perpetuare la ricchezza dinastica. Si ricordi che tra i dieci americani più ricchi sono inclusi quattro Walton e due Koch.
In secondo luogo, Piketty prevede una elevata concentrazione della ricchezza, ma non una concentrazione illimitata. In questo caso egli allude al suo modello piuttosto che presentarlo esplicitamente, ma forse avrebbe dovuto parlarne di più.
Ecco cosa penso di questo punto. Si immagini che ad un certo momento una famiglia acquisisca un certo livello di ricchezza, essa tende ad effettuare una accumulazione di tipo dinastico, consumando solo una frazione dei rendimenti del suo patrimonio nel mentre risparmia il resto e lo inoltra (agli eredi). Tuttavia, in ogni generazione c’è qualche probabilità che le fortune familiari siano sprecate da un dissipatore.
In questo caso ci sarà una distribuzione in equilibrio delle fortune familiari, che includerà famiglie che hanno accumulato ricchezza per tre generazioni, un numero più piccolo che le hanno accumulate per quattro generazioni (più piccolo perché un parte delle fortune sono state dissipate), un numero ancora più piccolo che l’hanno accumulata per cinque generazioni, e così via.
Quanto saranno più ricche le famiglie di cinque generazioni rispetto a quelle di quattro generazioni? Ciò dipenderà dal tasso di rendimento “r” – e la loro quota di ricchezza dipenderà anche dal tasso di crescita “g”. Inoltre, dinastie di sei generazioni staranno alle quinte generazioni come le quinte generazioni staranno alle quattro, etc. La distribuzione della ricchezza seguirà uno schema di distribuzione di Pareto (il che è vero per le attuali distribuzioni della ricchezza ai vertici), con l’esponente dipendente da “r” meno “g”.
Dunque, nessun dinastia dura all’infinito; ci sarà una lenta “circolazione delle élites”. Ma alcune dinastie dureranno a lungo – e se il tasso di rendimento dopo le tasse è elevato, quelle famiglie controlleranno una ampia quota di ricchezza.
E lasciatemi aggiungere qualcosa a questo proposito: se pensate di aver trovato una chiara falla, empirica o logica, in Piketty, è probabile che abbiate torto. Lui i compiti a casa li ha fatti!
[1] L’articolo di Krugman sul New York Times del 25 aprile – tradotto in questo blog – aveva il titolo “The Piketty Panic”; quello di Brooks “The Piketty Phenomenon”. Si noti che il diciamo così “abbinamento” dei temi degli articoli di Brooks a quelli di Krugman non è un fenomeno raro per il giornale americano. Brooks esprime una linea moderatamente conservatrice, Krugman una linea apertamente progressista. Le differenze di cultura e di intelligenza politica sono rilevanti, ma questo è un parere personale. Il giornale, suppongo, abbinandoli punti a tenere insieme un mercato di lettori più vasto.
aprile 24, 2014
Apr 24, 9:29 am
FT Alphaville sends us to Thomas Palley on Piketty and his boosters. Palley raises an interesting point, one that I’m hearing from some other people on the left: they’re disappointed that Piketty’s book relies mainly on conventional, mainstream economics.
And it’s mostly true. For the most part Piketty works with an “aggregate production function” in which labor works with a stock of capital to produce output, and both labor and capital are paid their marginal product — the rate of return on capital is equal to the amount an extra dollar’s worth of capital adds to production. True, when discussing the rise of “supermanagers” Piketty talks about imperfect competition and rents, but that’s not the core of his work.
So Palley and others are disappointed; and Palley worries that at least as far as doctrine is concerned, this could be “gattopardo economics” — the reference is to the novel, made into a Visconti movie, about how Sicilian aristocrats manage to maintain their position despite Garibaldi and the coming of democracy, by wooing and co-opting the bourgeoisie. Note: the aristocrats Palley has in mind are not Piketty’s oligarchs but mainstream economists like, well, me.
And I have some sympathy for his point — although if the suggestion is that people like me are jumping on the inequality bandwagon late, that just isn’t true; I was talking about the one percent literally decades ago.
The thing to bear in mind, however, is that you really don’t need to reject standard economics either to explain high inequality or to consider it a bad thing.
There are a few economists on the left who seem to believe that:
1. You need to believe in the existence of a perfectly well-defined aggregate measure of capital to believe in the marginal productivity theory of income distribution;
2. If you believe in, or even use, marginal productivity theory, you are conceding that capitalists deserve their income.
Neither of these things are true. Nothing about marginal productivity theory depends on the exact truth of a simple aggregate production function with capital defined by a single number. And saying that capital gets its marginal product in no way says that the people who own that capital deserve what they get.
So by all means let’s continue to debate how we do economics. But inequality really isn’t a wedge issue in that discussion. You can be perfectly conventional in your economics — or, my own attitude and what I think is Piketty’s, willing to use conventional models when they’re convenient and seem useful without treating them as irrefutable truth — while still taking inequality very seriously.
Sull’economia del Gattopardo
Il blog FT Alphaville ci indirizza alla presa di posizione di Thomas Palley a proposito di Piketty e dei suoi sostenitori. Palley solleva un punto interessante, che ho sentito da parte di altri a sinistra: essi sono delusi per il fatto che il libro di Piketty si basa principalmente su una teoria economica convenzionale, secondo la tendenza prevalente.
Ed è in gran parte vero. Piketty lavora soprattutto con una “funzione della produzione aggregata” nella quale il lavoro opera assieme ad uno stock di capitale per realizzare prodotto, e sia il lavoro che il capitale sono pagati per il loro prodotto marginale – il tasso di rendimento sul capitale è eguale alla quantità del valore di capitale di un dollaro aggiuntivo che si somma alla produzione. E’ vero, quando Piketty ragiona della ascesa dei “supermanager” egli parla di competizione imperfetta e di rendite, ma quello non è il centro del suo lavoro.
Di conseguenza Palley e gli altri sono delusi; e Palley teme che almeno per quello che riguarda la dottrina economica, questa potrebbe essere una “economia del Gattopardo” – il riferimento è al romanzo a cui si ispirò il film di Visconti, che raccontava come gli aristocratici siciliani cercarono di mantenere le loro posizioni nonostante Garibaldi e l’arrivo della democrazia [1], facendo la corte e cooptando la borghesia. Si noti: gli aristocratici che Palley ha in mente non sono gli oligarchi di Piketty, ma gli economisti della tendenza prevalente, del genere, ahimè, del sottoscritto.
Ed io ho una qualche simpatia per questo argomento – sebbene l’idea che persone come me stiano saltando all’ultimo momento sul carro del vincitore dell’ineguaglianza, non sia proprio vera: io parlavo dell’1 per cento esattamente decenni orsono.
La cosa da tenere a mente, tuttavia, è che non c’è davvero bisogno di rigettare la teoria economica normale per spiegare l’elevata ineguaglianza o per considerarla una cosa negativa.
Ci sono un certo numero di economisti a sinistra che sembrano credere:
1 . Che sia necessario credere nell’esistenza di una misura aggregata del capitale perfettamente ben definita, per credere nella teoria della distribuzione del reddito basata sulla produttività marginale;
2 . Che se si crede, o anche se si utilizza, la teoria della produttività marginale, è come si ammettesse che i capitalisti si meritano il loro reddito.
Nessuna di queste due cose è vera. Niente nella teoria della produttività marginale dipende dalla assoluta verità della semplice funzione della produzione aggregata, con il capitale espresso da una unica cifra. E dicendo che il capitale ottiene il suo prodotto marginale, in nessun modo si afferma che le persone che possiedono quel capitale si meritino quello che ottengono.
Dunque, continuiamo senza problemi a discutere di come facciamo teoria economica. Ma in quel dibattito, l’ineguaglianza non è davvero un tema controverso. Si può essere perfettamente convenzionali nelle proprie teorie economiche – oppure, come nella mia attitudine e penso in quella di Piketty, si può essere disposti ad utilizzare modelli tradizionali quando sono convenienti e sembrano utili, senza considerarli come verità inconfutabili – nel mentre si continua a considerare seriamente il tema dell’ineguaglianza.
[1] Questa idea ottimistica che Garibaldi abbia coinciso con l’arrivo della democrazia, si deve, suppongo, alla passione di Krugman per le grandi battaglie della Guerra Civile americana ….
aprile 22, 2014
Apr 22, 8:10 am
Via Mark Thoma, Larry Bartels produces the ultimate anti-Santorum argument. Santorum, you may recall, declared that we have no classes in America — even the term middle class, he says, is “Marxism talk“. The usual response is to point to the data and say that objectively we are indeed a class society.
But there’s more: Bartels shows that we are also subjectively a class society: that policy views are much more differentiated by income than in other advanced countries:
Bartels offers several hypotheses about why this may be true. But the main point to understand here is that we now know what it means when people urge us to stop talking about class, or denounce class warfare: it is essentially a demand that lower-income Americans and those upper-income Americans who care about them shut up, and stop messing with the elite desire for smaller government.
L’America tormentata dalle classi
Per il tramite di Mark Thoma, scopro che Larry Bartels fornisce l’ultimo spunto contro Santorum. Santorum, vi ricorderete, dichiarò che in America non avevamo classi – persino il termine classe media, disse era “linguaggio marxista”. La risposta normale è mostrare le statistiche e dire che obiettivamente siamo in effetti una società di classi.
Ma c’è di più: Bartels mostra che siamo anche soggettivamente una società di classi, che i punti di vista politici sono molto più differenziati in conseguenza del reddito che non negli altri paesi avanzati [1]:
Bartels offre varie ipotesi su come questo si possa spiegare. Ma il punto principale da capire in questo caso è che ora intendiamo il senso di quando in vari ci intimano di smettere di parlare di classi, o denunciano la lotta di classe: fondamentalmente chiedono di star zitti agli americani con redditi più bassi ed a quelli con redditi superiori che si preoccupano dei primi, e di smetterla di arrabbiarsi per il desiderio delle élites di governi più piccoli.
[1] La tabella mostra il sostegno netto, negli Stati Uniti e negli altri paesi avanzati, ai tagli alla spesa pubblica a seconda del reddito degli intervistati (non capisco cosa significhi l’aggettivo ‘netto’ aggiunto al termine ‘sostegno’). Sull’asse verticale la percentuale di sostegno degli intervistati, su quello orizzontale le diverse categorie di reddito di questi ultimi (dai percentili dei più poveri a sinistra, sino a quelli dei più ricchi a destra).
aprile 21, 2014
Apr 21, 5:22 pm
Like just about everyone who has looked at the numbers on renewable energy, solar power in particular, I was wowed by the progress. Something really good is in reach.
And so, inevitably, the usual suspects are trying to kill it.
For the Kochs, it’s partly a matter of financial interest. But for the conservative movement in general, Kevin Drum has it right: it’s all about tribalism. Liberals like solar power, so we’re against it. Or as Drum says,
We’ve now entered an era in which affinity politics has gotten so toxic that even motherhood and apple pie are fair targets if it turns out that liberals happen to like apple pie.
What makes it even worse is that one (not the only) reason to like the solar revolution is that it helps fight climate change. So if you’re a card-carrying conservative, who believes that climate change is the biggest, most intricate, and most incredibly successful conspiracy in history — thousands of scientists around the world, and not one of them squealing! — you want to block solar even if it saves money.
To reuse an old line from Brad DeLong, at this point right-wing paranoia is worse than you can possibly imagine, even if you take into account the fact that it’s worse than you can possibly imagine.
Dove va il sole
Come quasi tutti coloro che hanno osservato i dati sulle energie rinnovabili, l’energia solare in particolare, io sono rimasto a bocca aperta dal progresso. E’ in arrivo qualcosa di realmente positivo.
E di conseguenza, inevitabilmente, i soliti noti stanno cercando di liquidarlo.
Per i fratelli Koch, questo è in parte un interesse finanziario. Ma per il movimento conservatore più in generale, ha ragione Kevin Drum: ha a che fare col tribalismo. Ai progressisti piace l’energia solare, dunque noi siamo contro. O come dice Drum:
“Siamo oggi entrati in un’epoca nella quale la politica dell’appartenenza è diventata così tossica che persino l’istinto materno e la torta di mele sono obbiettivi giusti, se si scopre che ai progressisti capita che piacciano le torte di mele.”
Ciò che rende il tutto anche peggiore è che una ragione (non l’unica) per apprezzare la rivoluzione solare è che essa contribuisce a combattere il cambiamento climatico. Dunque, se siete un conservatore tesserato, che crede che il cambiamento climatico sia la più grande, la più macchinosa e la più incredibile cospirazione di successo nella storia – migliaia di scienziati in tutto il mondo, e nessuno di loro che lo ammette! – volete bloccare il solare anche se fa risparmiare soldi.
Per riutilizzare un vecchio detto di Bard DeLong, a questo punto la paranoia è forse peggiore di quanto si possa immaginare, persino se si mette in conto che sia forse peggiore di quanto si possa immaginare.
aprile 21, 2014
Apr 21, 11:12 am
I’m a little late to this, but there’s lately been some buzz about the unearthing of Tom Sargent’s 2007 graduation speech, in which he briefly laid out 12 principles of economics. For the most part the speech is getting favorable attention. So let me be a spoilsport. It’s not so much that what Sargent said is wrong, although some of his principles are by no means universally agreed upon, even in normal times. What’s so striking about Sargent’s points is that it’s hard to think of a worse time to cite them. And the people citing that old speech clearly have ulterior motives.
So, about the not so time-dependent points: Sargent declared as a principle, “There are tradeoffs between equality and efficiency.” Well, every economist would agree that Cuban-type equality is bad for efficiency. But would reducing our current level of inequality reduce efficiency? That’s far from clear: there are a number of reasons to believe that high levels of inequality have adverse effects on economic growth – and evidence to that effect is coming not from fringe leftists but from places like the IMF.
The main point, however, is that Sargent’s principles aren’t actually immutable truths; they’re statements about a fairly efficient market economy not too far from full employment. Even leaving general issues of market failure aside, they seem remarkably off-point in an economy still suffering from high unemployment and excess desired savings (as evidenced by the fact that interest rates are at the zero lower bound).
So when Sargent reminds us that communities face trade-offs, that’s much less clear at a time when the community is not at all like an individual – in which there are substantial amounts of unemployed resources, and putting those resources to work would be pure gain, not a tradeoff. And then he tells us this:
When a government spends, its citizens eventually pay, either today or tomorrow, either through explicit taxes or implicit ones like inflation.
There are very good reasons to believe that this is just wrong under current conditions. There’s overwhelming evidence that in an economy against the zero lower bound government spending has a large, positive multiplier, so the goods the government buys don’t come at the expense of other consumption or investment; and there’s a reasonable argument to the effect that even in purely fiscal terms spending more than pays for itself.
Now, when Sargent gave that speech – before the financial crisis – he could reasonably have imagined that conditions under which his eternal truths weren’t true would be rare. But at this point we’ve been against the zero lower bound for more than five years, and we’re talking seriously about the possibility that depression-like conditions are the new normal.
So why the sudden attention to Sargent’s 2007 speech? I think it’s fairly obvious: it’s essentially stealth anti-Keynesian propaganda, cloaked in the form of a widely respected and liked economist uttering what sound like eternal truths. But they aren’t, and the real goal here is to undermine the case for fighting unemployment in the here and now. There are virtues to that 2007 talk, but right now is no time for 2007 Sargent.
Non sono tempi per Sargent
Arrivo un po’ in ritardo su questo tema, ma c’è stato di recente un certo scalpore sul discorso pronunciato da Tom Sargent [1] per la cerimonia di laurea del 2007, nel quale egli indicò brevemente 12 principi dell’economia. Il discorso sta ottenendo una generale attenzione positiva. Fatemi dunque fare il guastafeste. Non si tratta tanto del fatto che quello che disse Sargent fosse sbagliato, sebbene sui suoi principi non ci sia affatto un consenso universale, anche in tempi normali. Quello che fa impressione nei punti di Sargent è che è difficile pensare ad un momento peggiore per citarli. E le persone che citano quel vecchio discorso chiaramente devono avere altri motivi.
Dunque, a proposito di quei punti non così in sintonia con i tempi: Sargent ha dichiarato come un principio “Ci sono compromessi tra eguaglianza ed efficienza”. Ebbene, ogni economista converrebbe che una eguaglianza di tipo cubano è negativa per l’efficienza. Ma ridurre il nostro attuale livello di ineguaglianza ridurrebbe l’efficienza? Questo è tutt’altro che chiaro: ci sono varie ragioni per credere che alti livelli di ineguaglianza abbiano effetti negativi sulla crescita economica – e le prove di tali effetti non provengono da frange della sinistra, ma da luoghi come il Fondo Monetario Internazionale.
Il punto principale, tuttavia, è che i principi di Sargent in effetti non sono verità immutabili; essi sono affermazioni relative ad una economia di mercato discretamente efficiente e non troppo lontana dalla piena occupazione. Persino lasciando da parte i temi generali delle carenze del mercato, essi sembrano considerevolmente fuori luogo in un’economia che ancora soffre di elevata disoccupazione e di un eccesso di risparmi attesi (come evidenziato dal fatto che i tassi di interesse sono al limite inferiore dello zero).
Dunque, quando Sargent ci ricorda che le comunità si trovano dinanzi a compromessi, questo è molto meno chiaro in un’epoca nella quale la comunità non è affatto simile ad un individuo – nella quale ci sono quantità importanti di risorse non occupate, e mettere in funzione tali risorse sarebbe solo un vantaggio, non un compromesso. Egli, inoltre, ci ricorda questo:
“Quando un Governo spende, i suoi cittadini alla fine pagano, oggi o domani, sia attraverso tasse vere e proprie che attraverso tasse implicite come l’inflazione.”
Nella attuali condizioni, ci sono buone ragioni per ritenere che questo sia proprio sbagliato. Ci sono prove schiaccianti che in un’economia costretta al limite inferiore dello zero [2] la spesa pubblica abbia un ampio moltiplicatore [3] positivo, cosicché i beni che il governo acquista non vanno a svantaggio di altri consumi o investimenti; e c’è un argomento ragionevole per il quale il risultato, persino nei termini della pura finanza pubblica, sia che una spesa maggiore si ripaghi da sola.
Ora, quando Sargent pronunciò quel discorso – prima della crisi finanziaria – egli poteva ragionevolmente immaginare che condizioni per le quali le sue verità eterne non fossero più vere, sarebbero state rare. Ma a questo punto sono più di cinque anni che siamo di fronte al limite inferiore dello zero, e stiamo seriamente riflettendo sulla possibilità che quelle condizioni di quasi depressione siano la nuova normalità.
Perché, dunque, questa improvvisa attenzione al discorso di Sargent del 2007? Penso sia abbastanza evidente: si tratta sostanzialmente di mascherata propaganda antikeynesiana, nascosta nella forma di un economista generalmente rispettato ed ammirato, che afferma quelle che appaiono come verità eterne. Ma non lo sono, ed il vero obbiettivo in questo caso è quello di mettere in crisi la tesi del combattere la disoccupazione, qua e subito. In quel discorso del 2007 ci sono verità, ma questi non sono tempi per il Sargent del 2007.
[1] Thomas John Sargent (Pasadena (California), 19 luglio 1943) è un economista statunitense, insignito del Premio Nobel per l’economia nel 2011 assieme a Christopher A. Sims, “per le loro ricerche empiriche su cause ed effetti in macroeconomia” (Wikipedia).
I 12 principi di cui si parla sono di recente stati ricordati da Mark J. Perry sul blog dell’ American Enterprise Institute.
[2] Nei tassi di interesse.
[3] Per il concetto di “multiplier” vedi le note sulla traduzione.
aprile 21, 2014
Apr 21, 8:29 am
A recent paper (pdf) by Martin Gilens and Benjamin Page is getting a lot of attention, and deservedly so. Gilens and Page look at a number of issues over the past 30+ years where polling data let us identify public policy preferences, which can be compared with elite and interest-group preferences. And what they find is that politicians don’t seem to care very much about what the public thinks: when elite preferences and popular preferences are different, the elite almost always wins.
This is an important insight — and it gains special force these days, when the elite’s views not only favor the elite versus the rest (duh) but have also been systematically wrong, on issues from invading Iraq to giving deficits a higher priority than jobs.
But there is a danger here of going too far, and imagining that electoral politics is irrelevant. Why bother getting involved in campaigns, when the oligarchy rules whichever party is in power?
So it’s worth pointing out it does make a difference. Yes, Democrats pay a lot of attention to plutocrats, and even make a point of inviting Patrimonial Capitalism: The Next Generation to White House galas (I would have missed that, even though it’s in my own paper, but for Kathleen Geier. Thanks!). But it’s quite wrong to say that the parties’ behavior in office is the same. As Floyd Norris points out, Obama has in fact significantly raised taxes on very high incomes, largely through special surcharges included in the Affordable Care Act; and what the Act does with the extra revenue is expand Medicaid and provide subsidies on the exchanges, both means-tested programs whose beneficiaries tend to be mainly lower-income adults. The net effect will be significant losses for the super-elite — not crippling losses, to be sure, and hardly anything that will affect their elite status — and major gains to tens of millions of less fortunate Americans.
If you’re waiting for a revolution, or even a new New Deal, this may seem disappointing. But it matters a lot all the same.
Classe, oligarchia e i limiti del cinismo
Uno studio recente (disponibile in pdf) di Martin Gilens e Benjamin Page sta ricevendo molta attenzione, e meritatamente. Gilens e Page osservano un certo numero di temi nel corso dei trenta e più anni passati, per i quali i dati dei sondaggi ci permettono di identificare le preferenze nel governo della cosa pubblica, che possano essere confrontate con le preferenze delle élites e dei gruppi di interesse. E quello che scoprono è che gli uomini politici non sembrano curarsi molto di quello che pensa l’opinione pubblica: quando le preferenze delle élites e quelle della gente comune sono diverse, quasi sempre i primi l’hanno vinta.
E’ una intuizione importante – ed acquista una forza particolare di questi tempi, quando i punti di vista della élite non solo favoriscono l’élite contro tutti gli altri (questa non è una scoperta), ma sono anche sistematicamente dalla parte del torto, su temi come l’invasione dell’Iraq e il dare ai deficit una priorità superiore rispetto ai posti di lavoro.
Ma c’è il pericolo di andare troppo oltre, e di immaginare che la politica elettorale sia irrilevante. Perché preoccuparsi delle campagne elettorali, quando l’oligarchia comanda, qualsiasi partito sia al potere?
Merita dunque mettere in evidenza quello che fa la differenza. Sì, i democratici prestano molte attenzioni ai plutocrati e considerano persino importante invitare la nuova generazione del “capitalismo patrimoniale” alle cerimonia di gala alla Casa Bianca [1] (non fosse stato per Kathleen Geier, mi sarei persa la notizia, pur essendo sul mio quotidiano. Grazie!). Ma è piuttosto difficile affermare che il comportamento dei due partiti sia il medesimo, quando sono al governo. Come mette in evidenza Floyd Norris, Obama di fatto ha significativamente elevato le tasse sui redditi molto alti, in gran parte attraverso particolari aggravi inclusi nella Legge sull’Assistenza Sostenibile; e quello che la legge fa con le entrate aggiuntive è ampliare Medicaid e fornire sussidi presso le ‘borse sanitarie’, entrambi programmi basati su verifiche di reddito i cui beneficiari sono principalmente le persone adulte con redditi più bassi. L’effetto netto saranno perdite significative per la super élite – non perdite rovinose, per l’esattezza, e niente che sia davvero destinato ad influenzare la loro condizione di élite – ed importanti vantaggi per le decine di milioni di americani meno fortunati.
Se stavate aspettando una rivoluzione, od anche un nuovo New Deal, questo può sembrare deludente. Ma è lo stesso assai importante.
[1] Nel link c’è un articolo della giornalista Kathleen Geier sul Washington Monthly che informa di una cerimonia per “giovani miliardari filantropi” alla Casa Bianca.
aprile 20, 2014
Apr 20, 3:10 pm
I’m still thinking about Sweden’s slide into deflation, which actually offers several lessons relevant to the rest of us.
First, it’s an object lesson in the power of sadomonetarism, the desire of many monetary officials to raise interest rates because, well, because. Look at Swedish macro data over the relevant period:
In 2010 Sweden had high unemployment and low inflation; Econ 101 level macro should have said that this was no time to raise rates. Yet the Riksbank went ahead and did so anyway. Why?
It now says that it was all about financial stability, about fears of excessive house prices and borrowing. But that’s not what it was saying at the time! The bank’s governor did a chat in December 2010 in which he declared that it was about inflation:
If the interest rate isn’t raised now, we’ll run the risk of too much inflation further ahead. This wouldn’t be good for the economy. Our most important task is to ensure that we meet our inflation target of 2%.
Strange to say, however, when inflation started coming in well below the target, the Riksbank just kept raising rates, and switched to the financial stability justification.
Second, Sweden’s experience helps shed light on a historical controversy over US policy. There is a substantial contingent of Fed critics who insist that the whole bubble-bust cycle of the last decade was the Fed’s fault, that it kept interest rates too low for too long. If you think about it, however, the Fed circa 2003-2004 was facing a situation very similar to that of the Riksbank in 2010: unemployment still high but coming down, inflation low, and housing prices rising:
So what those critics are saying is that the Fed — which was worried about inflation at the time — should have done what the Riksbank did. Looking at Sweden, are you still sure about that?
Finally, the Swedish saga is a stark illustration of the limits of intellectual influence. At the time policy was going off the rails, Lars Svensson — one of the world’s leading macroeconomists, and specifically an expert in deflation risks and liquidity traps — was a deputy governor at the Riksbank. He protested vigorously at the turn policy was taking — and was completely frozen out by colleagues who were sure they knew better. And note that this wasn’t a case of his colleagues clinging to economic orthodoxy while he was proposing radical new ideas; he was the one making basic Econ 101-type arguments, while they were inventing new rationales for tightening on the fly.
Actually, I think the Fed is better — it is, at least for now, something of a haven for academic influence. But you do wonder what might have happened at the Fed if Romney had won in 2012, and Paul Ryan had had de facto veto power over Bernanke’s successor.
Note ulteriori sulla Svezia
Sto ancora riflettendo sulla scivolata della Svezia nella deflazione, che offre effettivamente a tutti noi lezioni rilevanti.
In primo luogo, è una dimostrazione pratica del potere del sadomonetarismo, il desiderio di molti responsabili monetari di elevare i tassi di interesse così, senza alcuna ragione. Si guardi ai dati della Svezia nel periodo in questione [1]:
Nel 2010 la Svezia aveva alta disoccupazione e bassa inflazione; una macroeconomia al livello di un testo universitario avrebbe detto che quello non era il momento per alzare i tassi. Tuttavia la Riksbank è andata avanti e l’ha fatto comunque. Perché? Ora essa dice che tutto era dipeso dalla stabilità finanziaria, dai timori per i prezzi troppo alti delle abitazioni e per l’indebitamento. Ma non era quello che diceva a quel tempo! Il Governatore della banca nel dicembre del 2010, in un colloquio sul blog dell’istituto, dichiarava che era dipeso dall’inflazione:
“Se il tasso di interesse non crescesse adesso, correremmo il rischio di una inflazione troppo alta nel prossimo futuro. Questa non sarebbe una cosa positiva per l’economia. Il nostro obbiettivo più importante è assicurare il raggiungimento dell’obbiettivo di inflazione del 2%”
Strano a dirsi, tuttavia, quando l’inflazione cominciò a collocarsi ben al di sotto dell’obbiettivo, la Riksbank continuò semplicemente ad elevare i tassi, e passò alla giustificazione della stabilità finanziaria.
In secondo luogo, l’esperienza della Svezia aiuta a far luce su una controversia storica sulla politica statunitense. C’è un gruppo cospicuo di critici della Fed che insiste che l’intero ciclo bolla-esplosione dell’ultimo decennio fu una responsabilità della Fed, che continuò a tenere i tassi di interesse troppo bassi troppo a lungo. Se ci si riflette, tuttavia, la Fed attorno al 2003-2004 stava affrontando una situazione molto simile a quella della Riksbank nel 2010; una disoccupazione ancora elevata ma in discesa, una inflazione bassa e prezzi delle abitazioni crescenti [2]:
Dunque, quello che i critici stanno dicendo è che la Fed – che a quel tempo era preoccupata per l’inflazione – avrebbe dovuto fare quello che ha fatto la Riksbank. Guardando alla Svezia, ne siete proprio sicuri?
Infine, la saga svedese è una illustrazione desolante dei limiti della influenza intellettuale. Nel periodo in cui le scelte politiche stavano andando fuori dai binari, Lars Svensson – uno dei massimi macroeconomisti al mondo, nonché esperto in modo particolare sui rischi di deflazione e sulle trappole di liquidità – era Vice Governatore della Riksbank. Egli protestò energicamente per la svolta politica che si stava compiendo – e fu completamente messo ai margini da colleghi che erano certi di saperne di più. E si noti che non si trattava del fatto che i suoi colleghi si aggrappassero all’ortodossia economica mentre egli stava proponendo nuove idee radicali; stava avanzando argomenti di base da testi di economia al livello universitario, mentre loro si stavano inventando nuovi paradigmi per mettere in atto su due piedi una restrizione.
Meglio, penso, la Fed – almeno per ora, essa è una specie di rifugio per l’influenza accademica. Ma dovete chiedervi cosa sarebbe potuto accadere alla Fed se Romney avesse vinto le elezioni del 2012, e Paul Ryan avesse avuto un sostanziale potere di veto sul successore di Bernanke.
[1] In blu è il dato ‘armonizzato’ della disoccupazione, il rosso quello dei prezzi al consumo. “Armonizzato” dovrebbe significare calcolato secondo criteri statistici unici, che derivano da una armonizzazione delle diverse soluzioni nazionali all’interno dell’Unione Europea.
[2] I dati in blu sono relativi alla disoccupazione, quelli in rosso all’indice dei prezzi al consumo.