Blog di Krugman

Eufemismi al Fondo Monetario Internazionale (dal blog di Krugman, 4 aprile 2014)

 

Apr 4, 7:43 am

Euphemistic At The IMF

Ever since the financial crisis struck, we’ve suffered grievously from the tyranny of respectable opinion. As I’ve often argued, the problem with our inadequate and often perverse response to mass unemployment isn’t that we lack a workable economic framework; basic IS-LMish macroeconomics has, in fact, provided quite good guidance.The problem, instead, has been that following economic logic has been deemed unserious. Serious people want balanced budgets and price stability, never mind what the textbooks say. This has among other things led to the peculiar result that respectable people grab on to academic papers that present dubious nonstandard results — expansionary austerity! A debt cliff at 90 percent! — while radicals like me are the ones citing Econ 101.

In all of this, the IMF has played a somewhat strange role. It is, institutionally, the very model of respectability; historically, its main role has arguably been to impose austerity of one kind or another. Yet it has a sophisticated, fairly Keynesian research department — and management that actually listens to that department (as opposed to, say, the European Commission, whose attitude seems to be,”If I want your opinion I’ll tell you what it is.”) You might imagine that the IMF would therefore take the lead in challenging respectable opinion when it’s dead wrong. But it obviously feels constrained; its rebellions against respectability have to be discreet.

And the result is a proliferation of euphemisms.

There’s a fine example in the latest World Economic Outlook, which makes a strong case that “normal” real interest rates have fallen substantially over time, and not just because of the financial crisis:

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What does this imply for policy? Here we go:

With respect to monetary policy, a period of continued low real interest rates could mean that the neutral policy rate will be lower than it was in the 1990s or the early 2000s. It could also increase the probability that the nominal interest rate will hit the zero lower bound in the event of adverse shocks to demand with inflation targets of about 2 percent. This, in turn, could have implications for the appropriate monetary policy framework.

What does that actually say? Well, my subtitled version says this: Raise the inflation target to 4 percent, dummies. But the IMF wouldn’t,and presumably can’t, say that outright. And I suspect that the people who need to hear that won’t at all get what the Fund is really saying.

Secular stagnation, here we come.

 

Eufemismi al Fondo Monetario Internazionale

 

Da quando fummo colpiti dalla crisi finanziaria, abbiamo gravemente sofferto della tirannia delle opinioni rispettabili. Come abbiamo spesso argomentato, il problema della nostra inadeguata e spesso colpevole risposta alla disoccupazione di massa non è che difettiamo di uno schema di interpretazione  funzionante; di fondo, il modello macroeconomico IS-LM ha, in sostanza, fornito una buona guida. Il problema, piuttosto, è stato che si è ritenuto non serio seguire una logica economica. Le Persone Serie vogliono bilanci in pareggio e prezzi stabili, non conta quello che dicono i libri di testo. Questo tra le altre cose ha portato al peculiare risultato che le persone rispettabili si attaccano a studi accademici che presentano dubbi risultati irrituali – l’austerità espansiva! Il limite del debito al 90 per cento! – mentre i radicali come me sono quelli che citano i testi universitari.

In tutto questo, il FMI ha giocato in qualche modo un ruolo strano. Istituzionalmente, esso è il modello assoluto di rispettabilità; storicamente, il suo ruolo principale è stato probabilmente quello di imporre l’austerità, in un modo o nell’altro. Tuttavia, esso possiede un dipartimento di ricerca  discretamente keynesiano – ed una dirigenza che per la verità ascolta quel dipartimento (all’opposto, diciamo, della Commissione Europea, il cui metodo sembra il seguente: “Se vorrò una vostra opinione, vi dirò io quale deve essere”). Ci si sarebbe di conseguenza immaginati che il FMI avrebbe preso la guida nello sfidare le opinioni rispettabili, una volta accertato che avevano torto marcio. Ma esso ovviamente ha dei limiti; le sue ribellioni contro la rispettabilità devono essere discrete.

E il risultato è una proliferazione di eufemismi.

C’è un bell’esempio nell’ultimo World Economic Outlook, che avanza il rilevante argomento secondo il quale i “normali” tassi di interesse reali sarebbero in sostanza caduti nel corso del tempo, e non solo a causa della crisi finanziaria:

z 81

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa implica questo per la politica? Eccolo:

“Rispetto alla politica monetaria, un periodo di prolungati tassi di interesse reali bassi potrebbe significare che il tasso di riferimento neutro sarà più basso di quello che fu negli anni ’90 o nei prima anni 2000. Potrebbe anche aumentare la probabilità che i tassi di interessi nominali tocchino il limite inferiore dello zero, nella prospettiva di shocks negativi sulla domanda, con tassi di inflazione attorno al 2 per cento. Questo, a sua volta, potrebbe avere implicazioni per un modello adeguato di politica monetaria.”

Che cosa vuol dire effettivamente? Ebbene, la mia versione con i sottotitoli è la seguente: “Alzate l’obbiettivo di inflazione al 4 per cento, scemi!”. Ma il Fondo non potrebbe dirlo, e presumibilmente non può dirlo, così apertamente. Ed io ho il sospetto che la gente che deve ascoltare non capirà affatto quello che il Fondo sta realmente dicendo.

Stagnazione secolare, siamo in arrivo.

La quinta libertà (3 aprile 2014)

aprile 3, 2014

 

Apr 3, 10:42 am

The Fifth Freedom

Never mind freedom of speech, freedom of religion, freedom from want, freedom from fear. What America’s embattled billionaires are demanding, as their birthright (and I mean that pretty much literally), is something much more important: freedom from criticism. Making a desperate stand in the maquis the Wall Street Journal, heroic, oppressed men like Tom Perkins and now Charles Koch have been telling it like it is: anyone who says anything negative about them is just like the Nazis, or maybe Stalin.

OK, to be fair, Koch didn’t explicitly say that his critics are like Hitler or Stalin. Here’s what he said:

Instead of encouraging free and open debate, collectivists strive to discredit and intimidate opponents. They engage in character assassination. (I should know, as the almost daily target of their attacks.) This is the approach that Arthur Schopenhauer described in the 19th century, that Saul Alinsky famously advocated in the 20th, and that so many despots have infamously practiced. Such tactics are the antithesis of what is required for a free society—and a telltale sign that the collectivists do not have good answers.

So, as Jonathan Chait points out, he could be referring to some other despots. Maybe Francisco Franco?

And yes, character assassination is the mark of collectivism. You would never, ever, see the Wall Street Journal doing that; and liberals are absolutely never subjected to personal attack from the right. Oh, wait.

But freedom from criticism isn’t meant to be a universal right. It’s for the job creators. You might call it the droit du seigneur.

Anyway, what’s interesting is just how thin-skinned these people are.

 

La quinta libertà

 

Non contano la libertà di parola, la libertà d religione, la libertà dal bisogno, la libertà dalla paura [1]. Quello che i miliardari americani in lotta stanno rivendicando, come loro diritto dalla nascita (e intendo in senso quasi letterale), è qualcosa di molto più importante: la libertà dalle critiche. Uomini eroici, oppressi come Tom Perkins ed ora Charles Koch, assumendo una presa di posizione disperata alla macchia  sul Wall Street Journal, stanno pressappoco dicendo questo: chiunque dica qualcosa di negativo nei loro confronti è proprio come i nazisti, o forse come Stalin.

Va bene, per esser giusti, Koch non ha detto esplicitamente che i suoi critici sono come Hitler o come Stalin. Ecco quello che ha detto:

Invece di incoraggiare un dibattito libero ed aperto, i collettivisti si sforzano di discreditare e di intimidire i loro oppositori. Ingaggiano una sorta di pubblica diffamazione della reputazione (dovrei saperlo, essendo quasi quotidianamente il bersaglio dei loro attacchi). Questo è il metodo che Arthur Schopenhauer descriveva nel 19° Secolo, che Saul Alinsky [2] notoriamente sostenne nel 20° Secolo, e che tanti despoti hanno praticato con infamia. Tali tattiche sono l’opposto di quello che è necessario in una società libera – e sono la spia che i collettivisti non hanno ricevuto risposte adeguate.”

Dunque, come ha indicato Jonathan Chait, potrebbe darsi che egli si riferisca ad altri despoti. Forse a Francisco Franco [3]?

E sì, la diffamazione della reputazione personale è il segno distintivo del collettivismo. Non vedrete mai, dico mai, il Wall Street Journal fare cose del genere; ed i progressisti non sono mai oggetto di attacchi personali da parte della destra. E non è finita.

Con la libertà dalla critiche, inoltre, non si intende un diritto universale. Riguarda i cosiddetti “creatori di posti di lavoro”. Potreste chiamarla grosso modo “ius primae noctis”.

In ogni modo, la cosa interessante è come questa gente sia proprio permalosa.



[1] Queste erano le quattro libertà fondamentali  contenuto nel discorso di Roosevelt al Congresso degli Stati Uniti del 6 gennaio 1941.

[2] Scrittore ed organizzazione di comunità di base americano, nato nel 1909 a Chicago e morto nel 1972. Famoso il suo libro: “Regole per radicali”.

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[3] Se non sbaglio a suo tempo il dittatore spagnolo fu oggetto di simpatie da parte della famiglia Koch, della quale Charles è oggi esponente di punta, che è nota, oltre che per le ricchezze e gli affari, anche per il finanziamento di varie fondazioni e movimenti della destra americana (dalla Fondazione Heritage al Tea Party).

Sulla sinistra patetica (dal blog di Krugman. 3 aprile 2014)

aprile 3, 2014

 

Apr 3, 10:16 am

On The Pathetic Left

Simon Wren-Lewis asks,

Why does the economic policy pursued or proposed by the left in Europe often seem so pathetic?

citing the Hollande government as the prime example, but also the limpness of Labour in Britain. And he suggests that it’s a question of resources and organization:

Seeking out good advice (and distinguishing it from bad advice) takes either money or time. An established government finds this much easier than an opposition or a new government.

Well, I can’t speak to the European situation, but we had our own version of the sorta-kinda left utterly failing to take on austerian macro — Obama’s “pivot” from jobs to deficits, which actually began in 2009, back when Democrats still controlled both houses of Congress. And you can’t make the resources argument there; not only was Obama a sitting president with a Congressional majority, but modern U.S. progressivism has a large policy-analysis apparatus outside the government, much of which was arguing strenuously against the pivot. Yet there was Obama in November 2009 (!) warning, on Fox News no less, that excessive deficits might cause a double-dip recession.

So how did that happen? Based on my observations, I’d put it down to the influence of the Very Serious People, whose views on economics tend in turn to be driven largely by the financial industry. It’s hard to believe, but back when Obama was telling Fox that the deficit was a huge threat, there were also widespread rumors that he would soon replace Tim Geithner with … Jamie Dimon.

And what those finance-industry people were telling Obama was to beware of the invisible bond vigilantes.

I would guess that it’s much the same in Europe. Labour should be listening to Jonathan Portes and, well, Simon Wren-Lewis, but I’m sure that it’s listening much more to well-tailored men from the City. Hollande may be a man of the left in a way that nobody in US politics is, but he’s still getting advice from bankers telling him that fiscal rectitude is all (and although France may be well to the left of the United States in most respects, it has nothing like the intellectual infrastructure of the US progressive movement to counter the alleged wisdom of big money.)

I guess you could say that it was ever thus. But the nature of our current economic situation is that smart policy requires that you ignore what supposedly responsible people, who sound as if they know what they’re talking about — and hey, they’re rich, so they must know something — have to say. And no government of the moderate left has had the intellectual and moral courage to do that.

 

Sulla sinistra patetica

 

Simon Wren-Lewis si domanda:

“Perché la politica economica perseguita o proposta dalla sinistra in Europa appare spesso così patetica?”, citando il Governo Hollande come primo esempio, ma anche la fiacchezza del Labour in Gran Bretagna. E suggerisce che sia una questione di risorse e di organizzazione:

“Cercare all’esterno buone consulenze (e distinguerle da quelle cattive) richiede sia denaro che tempo. Un governo in carica può trovare tutto questo più facilmente che non una opposizione o un nuovo governo.”

Ebbene, io non posso parlare della situazione europea, ma noi abbiamo avuto la nostra versione del completo fallimento di una sorta di sinistra nello sfidare la macroeconomia di scuola austriaca –  il “voltafaccia” di Obama dai posti di lavoro ai deficit, che effettivamente ebbe inizio nel 2009, quando i democratici controllavano ancora i due rami del Congresso. E in quel caso non si può avanzare l’argomento delle risorse; non solo Obama era in carica come Presidente con una maggioranza nel Congresso, ma il progressismo statunitense contemporaneo ha un ampio apparato di analisti della politica fuori dal Congresso, gran parte del quale argomentava strenuamente contro quel cambio di linea. Tuttavia fu Obama nel 2009 (!) a mettere in guardia, niente di meno che su Fox News, che deficit eccessivi avrebbero provocato una ricaduta nella recessione.

Come accadde, dunque? Basandomi sulle mie osservazioni, dovrei chiamare in causa l’influenza delle Persone Molto Serie, i punti di vista economici delle quali a loro volta tendono ad essere veicolati dal sistema finanziario. E’ difficile da credere, ma quando a quei tempi Obama diceva a Fox che il deficit era una grande minaccia, c’era anche un vasto chiacchiericcio sul fatto che avrebbe di lì a poco sostituito Tim Geithner con …. Jamie Dimon [1].

E ciò che quella gente del settore finanziario stava dicendo ad Obama era di stare attento ai ‘guardiani dei Bond’ [2].

Ritengo che sia in gran parte la stessa cosa in Europa. Il Labour dovrebbe ascoltare Jonathan Portes e, certamente, Simon Wren-Lewis, ma io sono certo che sta ascoltando molto di più gli elegantoni della City. Hollande può essere un uomo di sinistra come non ve ne sono nella politica americana, ma sta ancora ricevendo consigli da banchieri che gli dicono che la inflessibilità nella finanza pubblica è tutto (e sebbene la Francia può essere alla sinistra degli Stati Uniti sotto molti aspetti, essa non possiede niente di paragonabile alla organizzazione intellettuale del movimento progressista degli Stati Uniti per contrastare la pretesa saggezza del grande capitale).

Suppongo che si potrebbe sostenere che sia sempre stato così. Ma la natura della nostra attuale situazione economica è tale che ad una politica intelligente si richiede di ignorare ciò che hanno da dire le presunte persone responsabili, che sembrano conoscere le cose di cui parlano (e, suvvia, sono ricchi; debbono pur sapere qualcosa!). E nessun governo della sinistra moderata ha avuto il coraggio intellettuale e morale di farlo.



[1] Uomo d’affari americano, Presidente ed Amministratore delegato della J P Morgan, una delle quattro grandi banche d’America.

z 78

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Per espressioni come “Persone Molto Serie” e “Guardiani dei bond”, vedi le note sulla traduzione. Dopo il 2009 Krugman spesso citò ironicamente ‘i guardiani dei bond’, ovvero la pretesa dell’economia della destra secondo la quale gli investitori avrebbero punito le politiche di espansione della domanda, elevando paurosamente i tassi di interesse sulle obbligazioni. In realtà è accaduto il contrario dappertutto, con l’eccezione – per ragioni del tutto diverse – dei paesi aderenti all’euro dell’Europa Meridionale.

La stupidità nel discorso economico (1 aprile 2014)

aprile 1, 2014

 

Apr 1, 2:39 pm 81

Stupidity in Economic Discourse 2

I’ve written before about the myth of the stupid progressive economist.Many conservative economists have a fixed idea in their heads — it’s more than just a presumption, because it seems completely impervious to evidence — that progressive economists are dumb guys who don’t understand basic economics. And because of this fixed idea, conservatives appear literally unable to read what my side writes; they criticize the dumb things they’re sure we must have said, without checking to see if that’s what we actually said.

In the linked post I wrote about health reform issues, but you also see this in macro: five years and more into this discussion, freshwater economists still can’t wrap their brains around the notion that modern Keynesians (both New and eclectic) have actually done a lot of hard thinking over the past few decades. I’ve called this a failure of reading comprehension, but it’s actually an unwillingness to read at all, to so much as glance at what the actual argument might be.

And I mean that quite literally. Brad DeLong quotes from a John Cochrane paper (no link) which declares that those stupid Keynesians don’t understand why monetary policy is ineffective. It’s not because of the zero lower bound, it’s because bonds and monetary base are perfect substitutes:

In this analysis, monetary policy is impotent, but not for the usual reason that interest rates are nearly zero. The Fed can arbitrarily exchange Treasury debt for money, and increase the money supply as much as we like. But nobody cares if it does so, since the “flight to liquidity” is equally towards all forms of Government debt. If we want more fruit and less cheese, putting more apples and less oranges in the fruit basket won’t help.

So, I think I can say without boasting that the modern revival of liquidity-trap economics began with my 1998 Brookings Paper (pdf). Here’s the first sentence of that paper:

THE LIQUIDITY TRAP – that awkward condition in which monetary policy loses its grip because the nominal interest rate is essentially zero, in which the quantity of money becomes irrelevant because money and bonds are essentially perfect substitutes – played a central role in the early years of macroeconomics as a discipline.

That was 16 years ago. Just saying.

 

La stupidità nel discorso economico, 2

 

Ho scritto in precedenza [1] sul mito dell’economista progressista stupido. Molti economisti conservatori hanno un’idea fissa nelle loro teste, che gli economisti progressisti siano individui sciocchi che ignorano le basi dell’economia (è più di una semplice presunzione, perché sembra completamente impermeabile ai fatti). E a causa di questa idea fissa, i conservatori appaiono completamente incapaci di leggere quello che il mio schieramento scrive; criticano le stupidaggini che sono certi dobbiamo aver detto, senza controllare di vedere se le abbiamo dette effettivamente.

Il post connesso che scrissi riguardava i temi della riforma sanitaria, ma lo potete constatare anche a proposito di macroeconomia: cinque anni e più di questo dibattito, e gli economisti dell’ “acqua dolce” [2] non possono capacitarsi dell’idea che i keynesiani contemporanei (sia neokeynesiani che eclettici) abbiano in verità realizzato una quantità di pensieri approfonditi nei decenni passati. L’ho definita una incapacità di comprendere ciò che si legge, ma in realtà è proprio una non volontà di leggere, non più di un’occhiata qualsiasi sia l’argomento.

E intendo dire questo proprio alla lettera. Brad DeLong cita un saggio di John Cochrane (non c’è connessione) che afferma che quegli stupidi keynesiani non capiscono le ragioni per le quali la politica monetaria è inefficace. Ciò non dipende dal limite inferiore di zero, dipende dal fatto che i bond e la base monetaria sono perfetto sostituti:

“In questa analisi, la politica monetaria è impotente, ma non per la consueta ragione per la quale i tassi di interesse sono prossimi a zero. La Fed può scambiare debito del Tesoro con moneta, ed accrescere l’offerta di moneta a nostro piacimento. Ma se lo fa nessuno se ne cura, dal momento che la “fuga verso la liquidità” vale egualmente per tutte le forme di indebitamento del Governo. Se si vuole più frutta e meno formaggio, mettere più mele e meno aranci nel cestino della frutta non aiuterà.”

Dunque, penso di poter dire senza darmi troppe arie che il moderno revival dell’economia della trappola di liquidità cominciò con il mio scritto del 1998 su Brookings Paper (disponibile in pdf). Ecco la prima frase di quel saggio:

“LA TRAPPOLA DI LIQUIDITA’ – quella imbarazzante condizione nella quale la politica monetaria perde la sua presa perché il tasso nominale di interesse è praticamente zero, nella quale la quantità di moneta diventa irrilevante perché la moneta ed i bond sono perfetti sostituti – ha giocato un ruolo centrale nei primi anni della disciplina macroeconomica.”

Accadeva sedici anni orsono. Solo per dire.



[1] Post del 14 febbraio 2014.

[2] Per “freshwater economics” si vedano le note sulla Traduzione.

Una grossa faccenda, per dirla con Biden (1 aprile 2014)

aprile 1, 2014

 

Apr 1, 2:21 pm

A Big Biden Deal

Now that Obamacare has finished with an amazing surge in signups, apparently passing the 7 million mark for the exchanges, there have been two main responses. Republicans are in full-on denial — the books are cooked! Nobody has paid! It’s only because people have been forced to do it! Benghazi! Vince Foster! Meanwhile, progressives are full of caution. It’s just a start, we don’t know how well this will work in the longer run, too soon to celebrate.

The right-wing reaction is, of course, ludicrous. But the cautious progressives are being too cautious. This really is what Joe Biden would have called a Big Frothing Deal, or something like that.

The key question you need to ask is, what would make Obamacare fail if it did fail?

Contrary to what the right has been saying, there’s nothing at all wrong with the concept of a government guarantee of health insurance — every other advanced country does it, and they all have much cheaper care than we do. The question, instead, was whether the compromises made to get past the political barriers to universal insurance had produced a system too complex to work.

I’ve always thought of Obamacare as a sort of Rube Goldberg device that awkwardly simulates the results of a single-payer system. It’s run through private insurance companies in part to buy off the industry, in part to let most people with good insurance keep it. It relies on a mandate plus subsidies, rather than full funding via the tax system, in part to keep down the headline spending number. And so on. The resulting system isn’t what anyone would design from scratch; it was, however, probably the only kind of system we could get.

So, the risk was that it would be too Rube Goldbergy — that it would be too hard to get the system up and running, that people wouldn’t hear about their options or be able to navigate their way through the choices available. And for a while, with the botched website, it looked as if this worst-case scenario was coming true.

But now we know: despite the initial botch, despite difficulty getting the word out to Latinos and others, we have a lot of people signing up. And that was the hard part. When the next signup window opens, even more of the bugs will have been worked out, and many people who didn’t sign up for 2014 will be hearing word-of-mouth stories about the benefits.

We’ve had proof of concept, and that means we’re over the hump. This was a very big day.

 

Una grossa faccenda, per dirla con Biden

 

Ora che la riforma sanitaria di Obama ha finito col salire sorprendentemente nelle iscrizioni, in apparenza superando il limite dei 7 milioni presso le “borse sanitarie”, ci sono state due principali reazioni. I repubblicani sono nel pieno del negazionismo – “I registri sono stati truccati!”, “Nessuno ha pagato!”, “E’ solo dipeso dal fatto che la gente c’è stata costretta!”, “Bengasi!” [1], “Vince Foster! [2]” Nel frattempo i progressisti sono pieni di cautele. “E’ solo una partenza”, “Non sappiamo bene come tutto questo si risolverà nel più lungo periodo”, “Troppo presto per festeggiare”.

La reazione della destra, naturalmente, è grottesca. Ma i cauti progressisti sono anche troppo cauti. Si tratta di qualcosa che se non sbaglio Joe Biden avrebbe definito “una faccenda grossa e spumeggiante”, o qualcosa del genere.

La domanda cruciale che ci si deve porre è: cosa avrebbe fatto fallire la riforma di Obama, se essa fosse finita male?

Contrariamente a quello che la destra ha sostenuto, non c’è niente di sbagliato nell’idea di una garanzia statale sulla assicurazione sanitaria – ogni altro paese avanzato lo fa, ed hanno una assistenza molto più conveniente della nostra. La domanda, piuttosto, era se i compromessi fatti per superare le barriere politiche alla assicurazione universalistica avessero prodotto un sistema troppo complicato per funzionare.

Ho sempre pensato alla riforma sanitaria di Obama come uno di quegli aggeggi di Rube Goldberg [3] che goffamente simulano i risultati di un sistema con i pagamenti centralizzati. Essa si snoda attraverso le società assicuratrici private in parte per ottenere l’appoggio del settore, in parte per consentire alla maggioranza delle persone con una buona assicurazione di mantenerla. Essa si fonda sul ‘coinvolgimento’ dei singoli in aggiunta ai sussidi, piuttosto che su un completo finanziamento tramite il sistema fiscale, in parte per contenere i dati della spesa sulle prime pagine dei giornali. E così via. Il sistema risultante non è quello che ognuno avrebbe immaginato, potendo partire da zero; tuttavia, era probabilmente l’unico sistema che potevamo avere.

Dunque, il rischio sarebbe stato quello di essere troppo nello stile di Rube Goldberg – qualcosa troppo difficile da metter su e da gestire, con la gente che non sarebbe venuta a sapere delle proprie possibilità o che non sarebbe stata capace per conto suo di navigare attraverso le scelte disponibili. E per un po’, con il sito web raffazzonato, parve che si stesse realizzando lo scenario peggiore.

Ma ora lo sappiamo: nonostante il pasticcio iniziale, nonostante la difficoltà a tirar fuori le parole di bocca dai latino americani e dagli altri, abbiamo avuto una quantità di americani che si sono iscritti. E questa era la parte difficile. Quando si aprirà la prossima finestra delle registrazioni, una quantità anche maggiore di errori sarà stata risolta e molte persone che non si sono registrate nel 2014 ascolteranno dalla viva voce i racconti sui benefici.

Si è trattato di una prova sul campo, il che significa che siamo oltre l’ostacolo. E’ stato davvero un gran giorno.


 

 


[1] “Bengasi” per Krugman è da mesi il sinonimo delle esagerazioni propagandistiche della destra americana che, alla fine, producono gli effetti opposti. Come nel caso dell’assalto al consolato USA di Bengasi, che i repubblicani vollero far diventare un fattore di imbarazzo per Obama, con argomenti inventati.

[2] Quest’ultimo fu lo sfortunato protagonista di una sorta di ‘giallo’ durante la Presidenza Clinton. Consigliere della Casa Bianca, nonché collega di Hillary nella  precedente attività legale, pare che si suicidasse per depressione, ma la destra ne fece un caso, arrivando ad ipotizzare un omicidio con responsabilità della signora Clinton. Il clima all’epoca lo si può dedurre da questa immagine contraffatta, nella quale compare la Clinton con una pisola in mano sotto il titolo “Spiacente Vince!”.

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[3]  Famosi creatore di fumetti statunitense, che disegnava macchine divertenti nelle quali cose semplici venivano realizzate attraverso marchingegni complicatissimi. Come, ad esempio, questa:

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Falchi senza tregua (1 aprile 2014)

aprile 1, 2014

 

Apr 1, 9:25 am

Permahawkery

Martin Feldstein warns us that the Fed isn’t taking the risk of rapidly rising inflation seriously enough. Certainly nobody can accuse him of that failing: he’s been warning about looming inflation for four years, eleven months,and two weeks, and hasn’t let the fact that inflation has kept falling below target alter his concerns in the slightest.

In fact, Marty’s new column is almost identical in its argument to what he wrote in April 2009: he warns that the Fed won’t pull back the liquidity it created when the economy recovers, and inflation will soar. What’s interesting now is that he freely admits that the Fed does, in fact, have multiple instruments with which to pull back liquidity and forestall inflation if recovery ever really comes. It can raise the interest rate on reserves; it can sell securities. But he worries that it won’t do these things because it will be embarrassed if it finds itself paying more in interest than it is earning on its portfolio.

Might we suggest that the answer here is, don’t be embarrassed? We’re talking about trivial sums — I’m not sure if Treasury has already promised to hold the Fed financially harmless, but if not it could easily be arranged. The point is that this has to be one of the weakest policy arguments I’ve ever seen: Arguing that the Fed should shy away from doing all it can to create jobs because you’re afraid that at some point in the future Fed officials will be insufficiently hawkish because they’re afraid that people will make fun of them.

But being an inflation hawk means never having to say you’re sorry.

 

Falchi impenitenti

 

Martin Feldstein ci mette in guardia che la Fed starebbe abbastanza seriamente rischiando di far salire rapidamente l’inflazione. Certamente nessuno lo può accusare di non averci provato: sta mettendoci in guardia da una incombente inflazione da quattro anni, undici mesi e due settimane, e il fatto che l’inflazione continui a scendere  al di sotto l’obbiettivo non ha modificato minimamente le sue preoccupazioni.

Di fatto, il nuovo articolo di Marty è quasi identico agli argomenti che scrisse nell’aprile del 2009: egli ammonisce che la Fed non ritirerà la liquidità che ha creato quando ci sarà la ripresa, e l’inflazione salirà alle stelle. Quello che ora è interessante, è che egli ammette apertamente che la Fed, in sostanza, ha molti strumenti con i quali restringere la liquidità e bloccare l’inflazione semmai la ripresa davvero arrivasse. Essa può elevare il tasso di interesse sulle riserve; può vendere i titoli. Ma si preoccupa del fatto che non vorrà farlo, perché sarebbe imbarazzata se si ritrovasse a pagare per interessi di più di quello che sta guadagnando nel suo portafoglio.

Possiamo suggerire che in questo caso la risposta è: non si imbarazzi? Stiamo parlando di somme banali – non sono sicuro che il Tesoro abbia già promesso alla Fed di non subire alcun danno finanziario, ma se non l’ha fatto potrebbe gestirlo facilmente. Il punto è che questo è probabilmente uno degli argomenti politici più deboli che abbia mai visto: sostenere che la Fed debba rifuggire dal fare tutto il possibile per creare posti di lavoro perché si ha timore che ad un certo momento del futuro i dirigenti della Fed saranno insufficientemente aggressivi, dato che hanno paura che la gente li prenderebbe in giro.

Ma essere falchi dell’inflazione comporta non dover mai dire che siete dispiaciuti (degli sbagli fatti).

La riforma di Obama, l’ideale sconosciuto (dal blog di Krugman, 31 marzo 2014)

marzo 31, 2014

 

Mar 31, 3:58 pm

Obamacare, The Unknown Ideal

No, I haven’t lost my mind — or suddenly become an Ayn Rand disciple. It’s not my ideal; in a better world I’d call for single-payer, and a significant role for the government in directly providing care.

But Ross Douthat, in the course of realistically warning his fellow conservatives that Obamacare doesn’t seem to be collapsing, goes on to tell them that they’re going to have to come up with a serious alternative.

 

But Obamacare IS the conservative alternative, and not just because it was originally devised at the Heritage Foundation. It’s what a health-care system that does what even conservatives say they want, like making sure that people with preexisting conditions can get coverage, has to look like if it isn’t single-payer.

 

I don’t really think one more repetition of the logic will convince many people, but here we go again. Suppose you want preexisting conditions covered. Then you have to impose community rating — insurers must offer the same policies to people regardless of medical history. But just doing that causes a death spiral, because people wait until they’re sick to buy insurance. So you also have to have a mandate, requiring healthy people to join the risk pool. And to make buying insurance possible for people with lower incomes, you have to have subsidies.

 

And what you’ve just defined are the essentials of ObamaRomneyCare. It’s a three-legged stool that needs all three legs. If you want to cover preexisting conditions, you must have the mandate; if you want the mandate, you must have subsidies. If you think there’s some magic market-based solution that obviates the stuff conservatives don’t like while preserving the stuff they like, you’re deluding yourself.

What this means in practice is that any notion that Republicans will go beyond trying to sabotage the law and come up with an alternative is fantasy. Again, Obamacare is the conservative alternative, and you can’t move further right without doing no reform at all.

 

La riforma di Obama, l’ideale sconosciuto

 

No, non sono uscito di testa, né sono diventato improvvisamente un discepolo di Ayn Rand [1]. Questo non è il mio ideale: in un mondo migliore sarei a favore di un sistema sanitario con un unico centro di costi, e con un ruolo significativo dello Stato nella fornitura diretta della assistenza.

Ma Ross Douthat, nel mentre  ammoniva realisticamente i suoi colleghi conservatori che la riforma sanitaria di Obama non pare prossima al collasso, è andato oltre e ha detto loro che sono destinati a fare i conti con l’obbligo di una seria alternativa.

Sennonché la riforma di Obama “è” l’alternativa conservatrice, e non solo perché fu originariamente concepita dalla Fondazione Heritage. Essa rappresenta la soluzione a cui un sistema di assistenza sanitaria – che fa quello che anche i conservatori dicono di volere, come rendere sicure le persone con preesistenti patologie di essere protette – deve assomigliare, se non è un sistema con i pagamenti centralizzati [2].

In realtà non penso che ripetere i soliti concetti convincerà molte persone, ma torniamo al solito punto. Supponiamo che voi vogliate assicurare le condizioni sanitarie ‘preesistenti’ [3]. A quel punto dovete imporre un sistema di valutazione ‘comunitario’ [4] – le assicurazioni debbono proporre alle persone le stesse polizze a prescindere dalle loro patologie pregresse. Ma così facendo si instaura una spirale fatale, perché le persone attendono finché non sono ammalate a pagarsi l’assicurazione. Dunque c’è bisogno di un ‘coinvolgimento’ [5], richiedendo alle persone in salute di essere incluse nella previsione dei rischi. E per rendere possibile l’acquisto della assicurazione alle persone con i redditi più bassi, c’è bisogno di avere i sussidi.

E quello che abbiamo appena descritto sono gli elementi essenziali delle riforma della assistenza di Obama e di Romney [6]. Se volete proteggere le patologie preesistenti, dovete avere il coinvolgimento; se volete il coinvolgimento, dovete avere i sussidi. Se pensate che ci sia qualche magica soluzione basata sul mercato che rimedi a quello che non piace ai conservatori, preservando quello che a loro piace, vi state illudendo.

Quello che questo significa in pratica è che ogni idea per la quale i repubblicani andranno oltre, cercando di sabotare la legge e di venir fuori con una alternativa, è fantasia. Di nuovo, la riforma di Obama è l’alternativa conservatrice, e non vi potete spostare ulteriormente a destra senza rinunciare del tutto ad un riforma.



[1] Per la figura della scrittrice e stravagante filosofa russo-americana Ayn Rand, vedi le note sulla traduzione.

[2] “Single-payer” significa un sistema che elimina la mediazione delle assicurazioni private: i contribuenti, i pazienti, e lo stato che paga per i costi della sanità, come spesso accade in Europa.  E’ noto che la sanità americana, anche dopo la riforma di Obama, continua ad essere basata su un ruolo rilevante della assicurazioni private, che ricevono le polizze assicurative degli utenti (talora pagate dai singoli, talora dalle imprese) ed i rimborsi dello Stato alle categorie protette (anziani, poveri ed oggi anche redditi più bassi).

Quello che la riforma ha fondamentalmente cambiato sono altri tre aspetti: 1) ha fatto divieto alle assicurazioni di discriminare gli utenti sulla base delle loro condizioni sanitarie; 2) ha obbligato tutti i cittadini ad avere una assicurazione: 3) ha stabilito forme di sussidio ai cittadini meno abbienti perché possono permettersi i costi della assicurazione (ed i sussidi sono stati compensati da tasse sui ceti più ricchi).

In pratica la riforma di Obama non si è molto differenziata dai suggerimenti che nel passato erano venuti dalla proposta della Fondazione di orientamento conservatore Heritage (e che erano stati alla base di una riforma al livello del singolo Stato del Massachusetts, all’epoca governato dal repubblicano Mitt Romney). Il punto è che, nel frattempo, dagli anni di Bush in poi, i repubblicani si erano spostati su posizioni puramente reazionarie.

[3] Ovvero, le patologie pregresse che la riforma di Obama garantisce, ma che erano discriminate nel sistema precedente con polizze per molti insostenibili.

[4] Ovvero, una stima dei costi assicurativi che non si basa più sul ‘rischio’ sanitario delle singole persone – inevitabilmente discriminatoria verso i più anziani e cagionevoli – ma sul ‘rischio’ sanitario medio di intere comunità.

[5] Nel linguaggio politico americano l’obbligo ad acquistare una assicurazione è stato definito “mandate” – cioè delega – per una complessa ragione giuridica che è spiegata nelle note sulla traduzione.  ‘Coinvolgimento’ è un termine che lo rende anche a noi comprensibile.

[6] Il riferimento a Romney si spiega con quanto chiarito alla nota 2) precedente.

Memorie dell’austerità (dal blog di Krugman, 31 marzo 2014)

marzo 31, 2014

 

Mar 31, 8:15 am

Austerity Memories

Preparing for this morning’s class (pdf), I inevitably found myself thinking back to the austerity debate of 2010-2012, which was simultaneously exhilarating and deeply depressing. On one side, the critique of austerity was a classic example of high-quality, relevant economic research done in real time to respond to important issues – and it has left us with much better evidence on the effects of fiscal policy than we had before. On the other side, the nakedness of the way policymakers seized on research telling them what they wanted to hear made you wonder whether economic research can, in fact, actually make a positive difference in the real world.

 

Before the debate, it was possible to say that we had little evidence for the Keynesian proposition that increases (decreases) changes in government spending and/or deficits lead, other things equal, to short run increases (decreases) in output and employment. The problem was that other things are rarely equal. In fact, the raw correlation goes the other way, because slumps that happen for reasons unrelated to fiscal policy (like housing busts) lead to increased deficits and to some extent increased spending, e.g. on unemployment benefits.

 

The Alesina/Ardagna work, which purported to correct for these cyclical effects and still show that austerity is expansionary, helped provoke a surge of empirical work, much of it involving the search for natural experiments. And austerity in the euro area itself provided a massive natural experiment.

The result is that we now have overwhelming evidence for the Keynesian proposition, and very strong evidence that when monetary policy can’t lean against fiscal policy – when you either have a fixed exchange rate or are in a liquidity trap – the multiplier is greater than one. The efficacy of fiscal policy in the short run is now as well-established a concept, as grounded in empirical evidence, as the efficacy of monetary policy. (Of course, some people still haven’t gotten that memo either.)

But again, the course of policy – and the relationship of policy to research – was something else. It’s still amazing to look at the eagerness with which policymakers abandoned 60 years’ worth of textbook economics in favor of a radical anti-Keynesian claim that was subjected to intense criticism from the very beginning. As I said, the nakedness of it is just astonishing. People who had no idea what the data or the history looked like, who had no idea of what was involved in attempts to tease out the effect of fiscal policy from the noise, jumped on Alesina/Ardagna as refuting everything anyone else had said on the subject. Were they really unaware that they were committing the sin of letting wishful thinking drive their choices? Did they just not care?

 

 

Oh, and of course, nobody except the IMF – which was much closer to being right than other key players – has admitted having been wrong about anything.

 

Memorie dell’austerità

 

Preparando la lezione di questa mattina (disponibile in pdf), mi sono inevitabilmente ritrovato a pensare al dibattito sull’austerità del 2010-2012, che fu assieme esilarante e profondamente deprimente. Da una parte, la critica all’austerità fu un esempio di rilevante ricerca economica di elevata qualità, condotta in tempo reale per rispondere a temi importanti – e ci ha lasciato con molte migliori prove sugli effetti della politica della finanza pubblica di quelle che avevamo in precedenza. Dall’altra parte, la brutalità del modo in cui gli operatori politici colsero al volo le ricerche che dicevano loro quello che volevano sentirsi dire, vi faceva chiedere se la ricerca economica possa, nei fatti, esercitare effettivamente una differenza positiva nel mondo reale.

Prima del dibattito, era possibile affermare che c’erano modeste prove a sostegno della affermazione keynesiana secondo la quale i mutamenti in crescita (o in calo) della spesa pubblica o dei deficit portano, a parità delle altre condizioni, ad una crescita (o ad un calo) della produzione e dell’occupazione nel breve termine. Il problema era che raramente le altre condizioni restano eguali. Di fatto, la rozza correlazione va in senso inverso, perché le crisi che avvengono per ragioni non connesse con la politica della finanza pubblica (come l’esplosione di bolle immobiliari) portano ad accrescere i deficit e in qualche misura ad accrescere la spesa pubblica, ad esempio nei sussidi per la disoccupazione.

Il lavoro di Alesina/Ardagna, che pretendeva di correggere questi effetti ciclici e tuttavia di dimostrare che l’austerità è espansiva, contribuì a provocare una crescita di studi empirici, molti dei quali riguardarono la ricerca di esperimenti naturali. E l’austerità nell’area euro fornì di per sé un massiccio esperimento naturale.

Il risultato è che adesso disponiamo di prove schiaccianti per la concezione keynesiana, e di una testimonianza molto forte che quando la politica monetaria non può contrastare la politica della finanza pubblica – quando si ha un tasso di cambio fisso o si è in una trappola di liquidità – il moltiplicatore [1] è più grande di uno. L’efficacia nel breve periodo della politica della finanza pubblica è ora un concetto ben definito, in quanto fondato su prove empiriche, come l’efficacia della politica monetaria (naturalmente alcune persone non hanno neppure ricevuto la notizia[2]).

Ma l’andamento della politica – e la relazione tra politica e ricerca – fu anche qualcos’altro. E’ ancora sorprendente guardare alla prontezza con la quale gli operatori politici abbandonarono l’apprezzabile economia dei libri di testo degli anni ’60 a favore di una radicale argomentazione antikeynesiana, che fu oggetto di grandi critiche sin dall’inizio. Come ho detto, la brutalità di tutto questo fu semplicemente strabiliante. Persone che non avevano alcuna idea delle risultanze dei dati o dei fatti della storia, che non avevano alcuna idea di quello che era in ballo nei tentativi di districare l’effetto della politica della finanza pubblica dal frastuono circostante, saltarono sulle tesi di Alesina/Ardagna come se potessero confutare tutto quello che chiunque altro aveva detto sul tema. Erano davvero inconsapevoli di star commettendo il peccato di far guidare le loro scelte semplicemente dai loro desideri? O proprio non se ne curavano?

E naturalmente nessuno – ad eccezione del Fondo Monetario Internazionale, che si avvicinò alla ragione molto di più di altri attori principali – ha ammesso di aver avuto torto su nulla.



[1] Per il concetto di ‘multiplier’ vedi le note sulla traduzione.

[2] Il riferimento nel link è ad un post precedente del gennaio del 2014, nel quale in realtà si elogiava il Presidente della Fed di Minneapolis – Narayana Kocherlakota – per aver preso atto degli insegnamenti di questi anni ed aver cambiato opinione, diversamente da vari altri.

Il blackout sulla crescita di registrazioni al sistema della riforma sanitaria (30 marzo 2014)

marzo 30, 2014

 

Mar 30, 12:52 pm

The ACA Surge Blackout

 

Update: And the 4th-ranking Republican in the Senate is already accusing the administration of cooking the books. I really think the possibility that the ACA might actually work never occurred to them.

It’s not in itself that big a deal, but I’m somewhat amazed by what amounts to a de facto blackout by major news media on a developing story that’s really obvious if you read the invaluable Charles Gaba, or even the White House blog: a huge surge in Obamacare enrollments in the final days of the signup period. The print sources I read are still putting out basically downbeat reports about the ACA, with maybe a mention 10 paragraphs in that exchange enrollments passed the 6 million mark last week. I don’t watch cable news, but from what I hear it’s all still Malaysian airways.

 

 

In the end, I guess it won’t matter in a direct sense; the final number for year 1, which looks likely to be very close to the original 7 million projection, will eventually come out. But you wonder why news media that are happy to speculate about the 2016 election aren’t interested in at least putting out a heads-up about the strong possibility of a bombshell number next week.

And where I think this does matter is that it shows a persistent slant in much reporting toward emphasizing the negatives about health reform. The website woes were, and deserved to be, a big story; the quite amazing comeback somehow doesn’t fit the preferred narrative, and is being ignored — and this despite the fact that, as Gaba notes, it offers great visuals too.

 

Il blackout sulla crescita di registrazioni al sistema della riforma sanitaria

 

Aggiornamento: e la quarta carica più importante tra i repubblicani del Senato sta già accusando l’Amministrazione di falsificare i registri. Penso che davvero la possibilità che la Legge per una Assistenza Sostenibile potesse funzionare per loro non è mai esistita.

 

In sé non è una gran faccenda, ma sono in qualche modo sorpreso per quello che in pratica è un oscuramento da parte dei più importanti media dell’informazione su una storia che sta assumendo dimensioni sempre maggiori, davvero abbastanza evidente se leggete l’inestimabile Charles Gaba o anche il blog della Casa Bianca: una grande crescita nelle registrazioni alla riforma sanitaria di Obama nei giorni finali del periodo di iscrizione. Le fonti di stampa che io leggo stanno ancora pubblicando  fondamentalmente resoconti pessimistici sulla Legge sulla Assistenza Sostenibile, forse accennando una solo volta  in dieci paragrafi che le registrazioni alle “borse sanitarie” hanno superato il limite di 6 milioni la scorsa settimana. Non leggo informazioni via cavo, ma da quello che sento dire siamo ancora al livello delle linee aeree della Malesia.

Alla fine, suppongo che non sarà importante in senso diretto; il numero finale del primo anno, che sembra molto vicino alla previsione iniziale dei 7 milioni, alla fine verrà fuori. Ma chiedetevi perché i media che sono felici di speculare sulle elezioni del 2016 non sono interessati neppure a pubblicare un avviso sulla forte possibilità di una notizia bomba sul numero della prossima settimana.

E dove penso che questo sia importante è che mostra una persistente tendenza in molti resoconti ad enfatizzare i dati negativi sulla riforma sanitaria. Le disgrazie del sito web (il sito ufficiale della riforma sanitaria, che agli inizi andò in tilt) erano, e meritavano di essere, una grande storia; l’abbastanza sorprendente recupero non si attaglia alle narrazioni preferite, e viene ignorato – e nonostante questo fatto, come nota Gaba, offre anch’esso grandi spunti.

Lo zombie delle competenze (29 marzo 2014)

marzo 29, 2014

 

The Skills Zombie

One of the most frustrating aspects of economic debate since 2008 has been the preference of influential people for stories about our troubles that sound serious as opposed to those that actually are serious. The reality, all along, has been that our economy is depressed because there isn’t enough spending, and that what we need is something, almost anything, that increases total spending. But policymakers and pundits want to hear about tough decisions and hard choices, and they just recoil from any suggestion that terrible problems might have easy answers.

The most destructive example is, of course, the deficit obsession that almost completely dominated establishment thinking from late 2009 until very recently, and is still hanging on as a source of bad analysis. Yes, many of the deficit scolds were simply using debt panic as an excuse to dismantle social insurance programs. But many fellow-travelers either sincerely believed that we had a fiscal crisis or felt that it was important to sound as if they believed it, because that was the kind of thing people who make tough decisions and hard choices were expected to say.

As an aside, I think the same kind of policy machismo was an important reason so many people who really, really should have known better supported the Iraq war.

The deficit obsession has faded a bit; but we still have others. And this new EPI report is a useful reminder of the extent to which another doctrine that sounds serious retains a grip on discourse — namely, the notion that we have big problems because our work force lacks essential skills.

This is very much a zombie doctrine — that is, a doctrine that should be dead by now, having been repeatedly refuted by evidence, but just keeps on shambling along. EPI presents some very interesting evidence from a survey of manufacturing, but they’re hardly the first to show that the data don’t at all support the skills-shortage hypothesis. And it’s not just labor-associated think tanks or progressives who have rejected the skill shortage story based on the evidence. The Boston Consulting Group did its own study,and the only hints of a skills shortage it found were in unglamorous skilled blue-collar work:

 

 

By BCG’s definition, only five of the nation’s 50 largest manufacturing centers (Baton Rouge, Charlotte, Miami, San Antonio, and Wichita) appear to have significant or severe skills gaps. Occupations in shortest supply are welders, machinists, and industrial-machinery mechanics.

Some readers may recall that when we finally had a really clear-cut example of a skill so much in demand that wages were soaring, the skill was … operating a sewing machine.

And Eddie Lazear, very much a Republican, looked at the evidence and reached the same conclusion (pdf).

Yet the skills story just keeps showing up in supposedly informed discussion. Again, I think that this is because it sounds like the kind of thing serious people should say.

The sad truth is that while disasters brought on by inadequate demand have an easy economic answer — just spend more! — the psychology of policy elites is such that they generally refuse to believe in this answer, and look for tough choices to make instead. And the result is that unless something comes along to jolt them out of that mindset — something like a war — the slump goes on for a very long time.

 

Lo zombi delle competenze

 

Uno degli aspetti più frustranti del dibattito economico dal 2008 è stata la preferenza delle persone influenti per racconti sui nostri guai che sembrano seri, al contrario di quelli che sono seri effettivamente. La realtà è sempre stata che la nostra economia è depressa perché non c’è una spesa sufficiente, e che abbiamo bisogno di qualcosa, di una cosa qualsiasi, che incrementi la spesa totale.  Ma gli operatori politici ed i commentatori vogliono sentir parlare di decisioni forti e di scelte difficili, e proprio aborriscono ogni suggerimento per il quale problemi terribili potrebbero avere risposte semplici.

L’esempio più distruttivo, naturalmente, è l’ossessione del deficit che ha quasi completamente dominato il pensiero ufficiale dalla fine del 2009 al periodo più recente, e che ancora resta al suo posto come una fonte delle peggiori analisi. E’ vero, molte delle Cassandre del deficit hanno usato il panico del debito solo per smantellare i programmi della sicurezza sociale. Ma molti compagni di viaggio credevano sinceramente che ci fosse una crisi della finanza pubblica, o sentivano che era importante far sembrare che ci credessero, perché era quello il genere di cose che ci si aspetta dicano coloro che prendono decisioni dure e che fanno scelte difficili.

Tra l’altro, io penso che un ‘machismo politico’ dello stesso genere  fosse stata una importante ragione per la quale tante persone sostennero la guerra in Iraq, persone che avrebbero dovuto conoscere meglio le cose.

L’ossessione del deficit è un po’ svanita; ma ne abbiamo altre ancora. E questo resoconto dell’ Economic Policy Institute ci rammenta utilmente in quale misura un’altra dottrina che sembra seria mantiene una presa sul dibattito – in particolare, l’idea secondo la quale abbiamo grandi problemi a causa della carenza delle competenze essenziali nella nostra forza di lavoro.

E’ davvero una dottrina zombi – vale a dire una dottrina che dovrebbe ormai essere defunta, essendo stata smentita numerose volte dai fatti, ma continua a camminare come per inerzia. L’EPI presenta alcune prove molto interessanti da un sondaggio sul settore manifatturiero, ma essi non sono i primi a riconoscere che quei dati non supportano affatto l’ipotesi di un a carenza di competenze. E non sono solo i gruppi di ricerca collegati con il mondo del lavoro o i progressisti ad aver respinto le spiegazioni sulla carenza di competenze basandosi sui fatti. Il Boston Consulting Group ha compiuto un proprio studio, ed i soli accenni ad un carenza di competenze ha scoperto che si trovavano nei lavori non entusiasmanti di operai professionalizzati:

“Secondo la definizione del Boston Consulting Group, solo 5 dei 50 più grandi centri manifatturieri del paese (Baton Rouge, Charlotte, Miami, San Antonio e Wichita) sembra abbiano significative o gravi carenze di professionalità. Gli impieghi nelle offerte di più breve durata sono i saldatori, i macchinisti ed i meccanici di macchinari per l’industria.”

Alcuni lettori ricorderanno che quando abbiamo finalmente trovato un esempio lampante di competenze per le quali c’era un domanda tale che i salari salivano molto in alto …. si è trattato di operatori con macchine da cucire.

Ed Eddie Lazear, un repubblicano autentico, ha dato un’occhiata alle testimonianze ed è arrivato alla medesima conclusione (disponibile in pdf).

Tuttavia la storia delle competenze semplicemente continua a dar mostra di sé nei presunti dibattiti tra competenti. Io penso che anche in questo caso dipenda dal fatto che essa assomiglia al genere di cose che le persone serie sentono di dover dire.

La triste verità è che mentre i disastri provocati da una domanda inadeguata hanno una semplice risposta economica – non dovete far altro che spendere di più! – la psicologia della classi dirigenti della politica è tale che esse non vogliono credere a questa risposta, preferiscono cercare  scelte dure. E il risultato è che se non interviene qualcosa che dia una scossa a questa loro mentalità – qualcosa come una guerra – la crisi andrà avanti per un tempo lunghissimo.

Quello che intendo quando parlo del modello IS – LM (per esperti) (28 marzo 2014)

marzo 28, 2014

 

Mar 28, 6:56 pm

What I Mean When I Talk About IS-LM (Wonkish)

Just a brief note: I gather from some comments and emails that there are a few misunderstandings about what’s going on when I talk about the success of the IS-LM model since 2008.

First, what is IS-LM? There’s an explainer in the links at the right; or just click here.

Second, am I unaware that the Fed doesn’t control the money supply, which is largely determined by the behavior of banks? No, I explained all that a while ago. I may sometimes be sloppy and talk about the Fed setting the money supply, but I always mean “monetary base”, and I’m well aware that the simple money multiplier isn’t an adequate story, and breaks down completely at the zero lower bound.

Third, isn’t the “success” of IS-LM just saying that you can use the model to rationalize anything? No, not at all. Those of us who understood IS-LM and took it seriously declared *in advance* — in late 2008 and early 2009 — that big deficits and huge increases in the monetary base would lead neither to soaring interest rates nor to soaring inflation. This was very much not what many influential people were saying: there were widespread forecasts of soaring rates and soaring inflation. Later, there were many people denying that austerity would have negative effects on output. So we’re talking about a genuine predictive success — actually, multiple predictive successes — relative to what many supposed experts were claiming.

I may be wrong. But if you think I’m making elementary analytical errors, or that I didn’t stick my neck out with some seriously contrarian predictions that ended up coming true, you just haven’t been paying attention.

 

Quello che intendo quando parlo del modello IS – LM (per esperti)

 

Solo una breve nota: comprendo da alcuni commenti e mail che ci sono un po’ di incomprensioni su quello che intendo quando parlo del successo del modello IS – LM a partire dal 2008.

Prima di tutto cosa è lo IS – LM? C’è una spiegazione nei link sulla destra [1]; oppure semplicemente cliccate qua.

In secondo luogo, sono io inconsapevole che la Fed non controlla l’offerta di moneta, che è in gran parte determinata dal comportamento della banche? No, spiegai tutto al proposito un po’ di tempo fa [2]. Talvolta posso essere approssimativo e parlare della Fed che stabilisce l’offerta di moneta, ma intendo sempre la “base monetaria”, e sono ben consapevole che il semplice moltiplicatore della moneta non è una spiegazione adeguata, e si smonta completamente quando si arriva al limite inferiore di zero.

In terzo luogo, il “successo” dello IS-LM non significa proprio che si può usare quel modello per razionalizzare ogni cosa? No, niente affatto. Coloro tra noi che compresero il modello IS-LM e lo presero sul serio, dichiararono in anticipo – nel tardo 2008 ed agli inizi del 2009 – che i grandi deficit ed i grandi incrementi nella base monetaria non avrebbero fatto schizzare alle stelle né i tassi di interesse né l’inflazione. Questo era esattamente quello che molte persone influenti all’epoca non dicevano: c’erano previsioni generalizzate di impennate nei tassi di interesse e nell’inflazione. Successivamente, ci furono molte persone che negarono che l’austerità avrebbe avuto effetti negativi sulla produzione. Dunque, stiamo parlando di un vero e proprio successo nelle previsioni – in verità, di un successo multiplo – in relazione a quello che molti presunti esperti sostenevano.

Posso sbagliare. Ma se pensate che stia facendo banali errori analitici, o che non mi sia messo in gioco con qualche previsione controcorrente che ha poi finito col rivelarsi giusta, siete proprio voi che non avete prestato attenzione.



[1] Ovvero, sulla destra nella pagina del blog, dove compaiono alcuni post precedenti sui temi fondamentali, tra i quali un “IS-LMentary” del 2011 che è una spiegazione dedicata esclusivamente a quel tema. Nota: abbiamo ritradotto il post dell’ottobre 2011, che ora compare in testa alla ribrica “saggi etc.” ed a quella “Selezione della settimana.

[2] Il riferimento è ad un post del 23 agosto 2013 dal titolo “La base monetaria, lo IS – LM e tutto il resto”. Ora è anch’esso stato tradotto e compare in calce al post di cui alla nota precedente.

Crescita contro distribuzione: “Hunger games” (28 marzo 2014)

marzo 28, 2014

 

Mar 28, 10:06 am

Growth Versus Distribution: Hunger Games

It’s fairly common for conservative economists to try and shout down any discussion of income distribution by claiming that distribution is a trivial matter compared with the huge gains from economic growth. For example, Robert Lucas:

Of the tendencies that are harmful to sound economics, the most seductive, and in my opinion the most poisonous, is to focus on questions of distribution.

The usual answer to this is to point out that we don’t actually know much about how to produce rapid economic growth — conservatives may think they know (low taxes and all that), but there is no evidence to back up their certainty. And on the other hand, we know how to make a big difference to income distribution, especially how to reduce extreme poverty. So why not work on what we know, as at least part of our economic strategy?

But even this argument may be conceding too much. A new study finds that in poor and lower-middle-income countries, one of the most crucial aspects of well-being, child malnutrition, isn’t helped at all by faster growth:

An increase in GDP per capita resulted in an insignificant decline in stunting. And when the researchers compared the changes in GDP to the changes in the number of wasting and underweight children, there was no correlation at all.

“It wasn’t that [the association] was just weak or small,” Subramanian told Shots. That was the case, he said, especially for stunting. More striking was the fact that the effect overall “was just practically zero.” He says things like unequal income distribution and lack of efficient implementation of public services are possible causes.

Yes, rapid growth is good, but it doesn’t solve all problems even if you know how to make it happen, which you don’t.

 

Crescita contro distribuzione: “Hunger games” [1]

 

E’ abbastanza comune tra gli economisti conservatori cercare di tacitare ogni discussione sulla distribuzione del reddito con l’argomento secondo il quale la distribuzione sarebbe un aspetto banale, a confronto con i grandi guadagni che derivano dalla crescita economica. Per esempio, Robert Lucas:

“Tra le tendenze che sono dannose per una sana teoria economica, la più seducente, e secondo il mio giudizio la più velenosa, è quella che si concentra sui temi della distribuzione.”

A questo di solito si risponde mettendo in evidenza che in verità non sappiamo granché su come produrre crescita economica – i conservatori possono pensare di saperlo (basse tasse e tutto il resto), ma non c’è alcuna prova a sostegno delle loro certezze. E, sull’altro lato, sappiamo come realizzare una importante differenza nella distribuzione del reddito, specialmente come ridurre la povertà estrema. Perché, dunque, non lavorare su quello che conosciamo, almeno come una parte della nostra strategia economica?

Ma può darsi che anche questo argomento conceda troppo. Un nuovo studio scopre che nei paesi poveri e di redditi medio-bassi, uno degli aspetti fondamentali del benessere, la malnutrizione dei bambini, non è affatto aiutato da una crescita più rapida:

Un incremento del PIL pro-capite ha avuto conseguenze sulla crescita [2] insignificanti. E quando i ricercatori hanno confrontato i mutamenti nel PIL con i cambiamenti nel numero dei bambini debilitati e sotto peso, non risultava affatto alcuna correlazione.

“(Quella correlazione) non era soltanto debole o modesta”, ha detto Subramanian a ‘Shots’ [3]. In particolare, questo era il caso per gli aspetti della crescita. Ma è stato più impressionante il fatto che l’effetto complessivo ‘è stato proprio praticamente nullo’.” Egli sostiene che cose come l’ineguale distribuzione del reddito e il mancato potenziamento dei servizi pubblici sono le possibili cause.

Si, la crescita rapida è una buona cosa, ma non risolve tutti i problemi anche se sapete come renderla possibile, cosa che in effetti non sapete.

 



[1] Hunger Games (The Hunger Games) è un romanzo per ragazzi scritto da Suzanne Collins. Il romanzo è ambientato in un Nord America post apocalittico. Protagonista è la sedicenne Katniss Everdeen, che vive nella terra di Panem, divisa in Distretti e governata da un regime totalitario con sede a Capitol City. In seguito ad un passato tentativo di rivolta, ogni anno da ciascun distretto vengono scelti un ragazzo e una ragazza per partecipare agli Hunger Games, un combattimento mortale trasmesso in televisione.

z 67

[2] Dei bambini. “To stunt” significa prevenire od impedire la crescita e lo sviluppo, ma la azione correlata a quel verbo indica l’atto o l’esempio del crescere. Un’altro ‘stunt’ significa ‘acrobazia’.

[3] S.V. Subramanian è un epidemiologo della Università di Harvard che è stato intervistato  dal blog “Shots”.

Realismo economico (per esperti) (28 marzo 2014)

marzo 28, 2014

 

Mar 28, 9:51 am

Economic Realism (Wonkish)

Mark Thoma sends us to Paul Pfleiderer (pdf) on the misuse of economic models. Pfleiderer writes his paper as a condemnation of “chameleons” — of what we might alternatively call three-card-monte economics. Someone markets a theoretical model as something that carries lessons for the real world, but when challenged on the assumptions retreats to claiming that it’s just theory.

It’s a very good paper, but I don’t think it’s mainly about chameleons. What it is, instead, is a more general discussion of where, in the process of modeling, you should start “filtering” by what you know about the world. There’s an extreme position associated with Milton Friedman, which says that you should pay no attention to the realism of assumptions, only to the predictions the model makes (which Friedman was arguing largely in order to dismiss the overwhelming evidence against perfect competition in most markets.) Pfleiderer makes short work of this claim, and argues that you should employ filters all the way, testing the realism of assumptions as well as those of predictions.

He’s right about that. But the hard part is knowing how tight to set the filter. As Pfleiderer acknowledges, any model involves untrue assumptions; how unrealistic are you allowed to be? That’s always a judgment call.

I would add one point that I think Pfleiderer would agree to, but that isn’t explicit: a lot depends on the kind of weight your assumptions are being asked to bear.

Let me give an example from one of my own fields, overlapping a bit with Pfleiderer’s. Here’s the question: is it OK to assume rational expectations in financial markets?

Consider first one of the classic models in international macro, Dornbusch’s overshooting model (pdf) of the exchange rate, which is used to show how exchange rates can be as volatile as they are — basically it’s the combination of fast-moving asset markets where prices react quickly to news and slow-moving goods markets where prices can take years to adjust. To make his model as clean as possible (which is to say, very clean — Rudi was my role model), Dornbusch assumed rational expectations in asset markets, so that the exchange rate immediately reflects news about the money supply and other things. Was this assumption realistic? No — there is in fact a lot of evidence that the specific result that interest differentials are equal to expected future exchange rate changes isn’t right. But that really wasn’t crucial to Dornbusch’s point; he was using rational expectations as a simple way to get fast-moving asset prices, and his story wasn’t too sensitive to the precise correctness of the assumption.

 

 

Now compare this to people who say that because asset markets are efficient, there can’t be bubbles. They’re making the same assumption — but they’re putting much more weight on it, weight that it can’t actually bear.

So the question isn’t “Is this assumption realistic?” It isn’t even “Is it realistic enough?” It’s, “Is it realistic enough for what I’m trying to do?”

 

Realismo economico (per esperti)

 

Mark Thoma ci rinvia a Paul Pfleiderer (disponibile in pdf) a proposito del cattivo uso dei modelli economici. Pfleiderer scrive il suo saggio per condannare i “camaleonti” –  il fenomeno che altrimenti potremmo definire l’economia del ‘gioco delle tre carte’. C’è chi rivende un modello teorico come qualcosa che diffonde lezioni per il mondo reale, ma quando sono sfidati sulle premesse, battono in ritirata sostenendo che è solo teoria.

E’ un saggio molto buono, ma io non penso che si tratti principalmente di camaleonti. Piuttosto, si tratta della più generale disputa di dove, nel processo di modellazione, si dovrebbe iniziare a ‘filtrare’ sulla base di quello che si sa del mondo. C’è una posizione estrema, associata a Milton Friedman, che dice che non dovreste prestare alcuna attenzione al realismo delle premesse, ma soltanto alle previsioni che determina il modello (la qual cosa Friedman sostenne in gran parte allo scopo di liquidare le schiaccianti prove contrarie all’idea della competizione perfetta in gran parte dei mercati). Pfleiderer non si cura granché di questa tesi, e sostiene che i filtri si dovrebbero impiegare sino in fondo, mettendo alla prova il realismo delle premesse come quello delle previsioni.

Su ciò ha ragione. Ma l’aspetto difficile è sapere quanto stringente debba essere il filtro che si adopera. Come Pfleiderer riconosce, ogni modello include premesse non vere; quanto vi è permesso di essere non realistici? Questa è sempre una decisione discrezionale.

Vorrei aggiungere un punto sul quale penso che Pfleiderer sarebbe d’accordo, ma che non è esplicito: in gran parte dipende dalla natura del peso che si chiede alle vostre premesse di sopportare.

Lasciatemi fare un esempio da uno di miei campi, che si sovrappone a quello di Pfleiderer. Ecco la domanda: è giusto assumere aspettative razionali nei mercati finanziari?

Si consideri dapprima uno dei modelli classici della macroeconomia internazionale, il modello dell’eccedenza del tasso di cambio di Dornbusch (disponibile in pdf), che è utilizzato per mostrare come i tassi di cambio possano essere volatili come accade che siano – fondamentalmente è la combinazione di mercati degli asset in rapido movimento, laddove i prezzi reagiscono rapidamente alle novità, e mercati dei beni in lento movimento, laddove ai prezzi possono occorrere anni per correggersi. Per rendere questo modello pulito quanto possibile (il che significa molto pulito – Rudi è stato per me un esempio), Dornbusch supponeva aspettative razionali nei mercati degli asset, in modo tale che il tasso di cambio riflettesse immediatamente le notizie sull’offerta di moneta e su altri aspetti. Era un assunto realistico? No – di fatto c’erano molte prove  secondo le quali il risultato particolare che i differenziali dell’interesse fossero uguali ai tassi di cambio attesi nel futuro non era giusto. Ma ciò non era decisivo per il punto di vista di Dornbusch; egli stava usando le aspettative razionali come un modo semplice per ottenere prezzi degli asset in rapido movimento, ed il suo racconto non era particolarmente sensibile all’esatta correttezza dell’assunto.

Confrontiamo ora questo alle persone che sostengono che, giacché i mercati degli asset sono efficienti, non ci possono essere bolle. Stanno avanzando lo stesso assunto – ma lo stanno caricando di molto maggiore peso, di un peso in effetti insostenibile.

Dunque la domanda non è “Questo assunto è realistico?”. Non è neppure “E’ sufficientemente realistico?”. La domanda è “E’ abbastanza realistico per quello che sto cercando di fare?”.

La riforma di Obama non riesce a fallire (27 marzo 2014)

marzo 27, 2014

 

Mar 27, 2:20 pm

Obamacare Fails to Fail

Update: And exchange-based enrollments pass 6 million. Gaba now projects 6.5 million by 3/31, and with the extensions it will go higher. The original CBO projection of 7 million now looks basically right, despite the website woes.

 

Predictably, Republicans are in an uproar over the latest tweak to the Obamcare signups — an extension of the March 31 deadline for people who say that they tried to apply but encountered technical difficulty. As Jonathan Cohn says, the real objection here seems to be not so much that Obama is overstepping his bounds as that this will make it possible for more people to get insurance.

But I also have the sense that people in the GOP are still working with a completely wrong narrative — namely, that Obamacare is failing, and that these are desperate ploys to save a sinking ship. The reality is quite different: enrollments have clearly surged in the final month. Charles Gaba is now projecting 6.4 million through the exchanges, and many more directly purchased from insurers.

 

True, we don’t yet know how many signups were previously uninsured, and we don’t know the age/health mix of the people signing up. So we don’t know how well year one of the ACA really worked, and won’t for some time. The point, however, is that the system has evidently overcome most of its teething troubles.

 

How will the GOP respond when the numbers come in? If present behavior is any guide, they’ll spend months listening to “unskewers” claiming that nobody is actually going to pay for policies, or that there are untold millions who lost their insurance and can’t replace it, etc, etc.. There really isn’t any room in their worldview for the possibility that this thing might work.

 

La riforma di Obama non riesce a fallire

 

Aggiornamento: e le iscrizioni basata sulle ‘borse sanitarie’ superano i 6 milioni. Gaba ora prevede 6,5 milioni, e con le proroghe saliranno ancora. Ora l’originaria previsione del CBO di 7 milioni sembra fondamentalmente giusta, nonostante i guai del sito web.

 

Prevedibilmente, i repubblicani sono in rivolta per l’ultimo ritocco alle iscrizioni al sistema della riforma sanitaria di Obama – una proroga della scadenza del 31 marzo per le persone che affermano di aver cercato di metterle in atto ma hanno incontrato difficoltà tecniche. Come dice Jonathan Cohn, in questo caso l’obiezione non sembra essere tanto che Obama vada oltre il suoi limiti, quanto che questo renderà possibile ad altre persone di ottenere l’assicurazione.

Ma io ho anche la sensazione che quelli del Partito Repubblicano siano ancora alle prese con un racconto completamente sbagliato – precisamente, che la riforma di Obama stia fallendo, e che questi siano piani disperati  per mettere in salvo una nave che affonda. La realtà è abbastanza diversa: le registrazioni stanno chiaramente crescendo nel mese finale. Charles Gaba sta ora prevedendo un numero di 6,4 milioni che transita dalle ‘borse sanitarie’, e molti di più hanno direttamente acquistato dagli assicuratori (privati).

E’ vero, non sappiamo quante iscrizioni riguardino persone precedentemente non assicurate, e non conosciamo la combinazione di età e di condizione di salute di coloro che si iscrivono. Dunque, non sappiamo quanto funzionerà bene  nel primo anni la Legge sulla Assistenza Sostenibile, e non lo sapremo per un po’. Il punto, tuttavia, è che il sistema ha chiaramente superato gran parte dei suoi problemi di avvio.

Come risponderà il Partito Repubblicano con l’arrivo dei dati? Se il comportamento attuale è un indizio, spenderanno mesi del dar retta a tutti i “bastian contrari” [1] che pretendono che nessuno in realtà stia andando a pagare le polizze, o che ci siano milioni di persone inascoltate che hanno perso la loro assicurazione e non riescono a sostituirla, etc. etc. Davvero non c’è alcuno spazio nella loro visione del mondo per la possibilità che questa faccenda possa funzionare.



[1] Suppongo che si possa tradurre in questo modo. “Skew” è anche “tendenza” (oltre che deviazione) e dunque il senso può essere “contro la tendenza”. “Skewer” in effetti sta per spiedino … ma può essere usato anche in sensi molto figurati, come in “skewer contradictions”: “mettere in fila le contraddizioni di un ragionamento ‘infilzandole’ una ad una”.

Troppa fiducia nei modelli, versione tassazione sui capitali (27 marzo 2014)

marzo 27, 2014

 

Mar 27, 2:05 pm

Too Much Faith In Models, Capital Taxation Edition

Yesterday I offered a rousing defense of the use of simplified models in economics. So maybe it’s appropriate that today I offer a caution: you should use models, but you should always remember that they’re models, and always beware of conclusions that depend too much on the simplifying assumptions. And I have a case in point, which ties into one of my other big concerns: the appropriate taxation of capital income.

Greg Mankiw is upset at my suggestion that the Bush administration was motivated by class interests in its determination to slash taxes on capital income and eliminate estate taxes. He wants us to know that it was all about optimal taxation, as dictated by economic theory.

 

Well, we could have a political discussion: How many people really, truly believe that George W. Bush chose to slash taxes on dividends and phase out the inheritance tax because Greg Mankiw and Glenn Hubbard told him that this was the conclusion from economic theory? Can we have a show of hands?

But let me instead point out that the case for zero or low taxation of capital income rests on very strong, very unrealistic assumptions — basically perfectly rational intertemporally optimizing agents, with dynasties behaving as if they were infinitely lived individuals. Question those assumptions, and the whole case falls apart. Don’t take my word for it — read Peter Diamond and Emmanuel Saez (pdf), who also point out that the intertemporal optimizing model of saving is in fact rejected by lots of evidence.

 

 

And when it comes to bequests, read Irving Fisher (pdf):

The ordinary millionaire capitalist about to leave this world forever cares less about what becomes of the fortune he leaves behind than we have been accustomed to assume. Contrary to a common opinion, he did not lay it up, at least not beyond a certain point, because of any wish to leave it to others. His accumulating motives were rather those of power, of self-expression, of hunting big game.

The point here is that the economic case for not taxing capital rests on a stylized model that we know does a bad job of capturing real behavior; the case for taxing capital rests on considerations of equity and concerns about excessive concentration of wealth that are very much grounded in real-world observation. You don’t have to be a know-nothing to argue that the second case trumps the first.

 

Oh, and you can believe this without renouncing the use of intertemporal optimization as a useful simplifying gadget in some cases. My original liquidity-trap paper involving embedding a minimalist monetary framework in, yes, a model of perfectly rational, infinitely-lived individuals. I did that to clear out the clutter and focus on what I considered the core issue — but I wouldn’t have pursued it if I thought the results depended crucially on the truth of those assumptions.

Using models without believing that they represent The Truth is hard; it’s very easy to fall of that tightrope one way or the other. But it’s what you have to do if you want to do useful economics.

 

Troppa fiducia nei modelli, versione tassazione sui capitali

 

Ieri ho presentato una difesa dei modelli semplificati in economia, allo scopo di stimolarne l’utilizzo. Forse è dunque opportuno che oggi presenti una messa in guardia: dovreste usare modelli, ma dovreste sempre ricordare che di modelli si tratta, ed essere sempre diffidenti da conclusioni che dipendano troppo da assunti semplificatori. E su tale argomento ho un esempio, che si collega ad una delle mie preoccupazioni maggiori: la tassazione appropriata del capitale.

Greg Mankiw va su tutte le furie per la mia indicazione per la quale la Amministrazione Bush era spinta da interessi di classe nella sua determinazione a ridurre le tasse sui redditi da capitale ed a eliminare le tasse di successione. Vuole che si sappia che dipendeva tutto dalla tassazione ottimale, come prescritta dalla teoria economica.

Ebbene, potremmo ben discuterne in termini politici: quante persone credono sul serio, veramente, che George W. Bush scelse di abbattere le tasse sui dividendi e di eliminare gradualmente la tassa di successione perché Greg Mankiw e Glenn Hubbard gli avevano detto che a questo conduceva la teoria economica? Vogliamo fare una votazione per alzata di mano?

Ma lasciatemi piuttosto mettere in evidenza che gli argomenti per una tassazione sui capitali molto bassa, o a zero, si basano su assunti molto arditi, del tutto irrealistici – fondamentalmente gli agenti economici che sono capaci di ottimizzare, perfettamente e razionalmente, gli sviluppi intertemporali [1], con le dinastie che si comportano come individui con sconfinata esperienza. Mettete in discussione questi assunti, e l’intero esempio cade a pezzi. Non dovete credermi sulla parola – leggete Peter Diamond ed Emmanuel Saez (disponibili in pdf), i quali anche indicano come il modello di risparmio della ottimizzazione intertemporale è stato nei fatti destituito di fondamento da una gran quantità di prove.

E quando si passa ai lasciti (della storia della teoria economica), si legga Irving Fisher (disponibile in pdf):

“I normali capitalisti miliardari prossimi a lasciare per sempre questo mondo, si preoccupano meno della fine che fanno le fortune che si lasciano alle spalle di quello che siamo soliti immaginare. Contrariamente all’opinione comune, essi non le hanno messe da parte, almeno non oltre una certa quantità, per un qualche desiderio di lasciarle agli altri. I motivi della accumulazione erano stati piuttosto quelli del potere, della auto affermazione, del partecipare alla ‘grande partita’.”    

In questo caso il punto è che l’argomento economico per non tassare i capitali si basa su un modello semplificato che sappiamo non funziona granché nell’interpretare i comportamenti effettivi; la tesi del tassare i capitali si basa invece su considerazioni di equità e su preoccupazioni sulla eccessiva concentrazione della ricchezza che poggiano molto sull’osservazione del mondo reale. Non c’è bisogno di essere sprovveduti per sostenere che il secondo genere di argomenti surclassa il primo.

Infine, in qualche caso potete convincervi di questo rinunciando alla ottimizzazione intertemporale come utile strumento di semplificazione. Il mio saggio originario sulla trappola di liquidità includeva l’impianto di uno schema monetario minimalista in un modello, proprio così, di individui perfettamente razionali e infinitamente esperti. Feci così per far piazza pulita degli elementi di disordine e per concentrarmi su quello che consideravo il tema centrale – ma non sarei andato avanti se avessi pensato che i risultati dipendevano fondamentalmente dalla verità di quegli assunti.

Utilizzare i modelli senza credere che essi rappresentino ‘La Verità’ è difficile; è molto facile cadere da quella corda da funambolo, in un modo o nell’altro. Ma è quello che si deve fare se si vuol praticare un’economia utile.



[1] Ovvero, le differenze che normalmente intervengono tra una previsione economica e gli esiti della decisione derivante da quella aspettativa.

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