Blog di Krugman

Preferire la ricchezza al lavoro (22 marzo 2014)

 

Mar 22, 4:22 pm

Favoring Wealth Over Work

In my last post I tried to document the extent to which modern Republican rhetoric has already adopted the values of “patrimonial capitalism”, even though America’s top one percent still owes its high incomes largely to compensation rather than wealth. On reflection, I thought I should also document the extent to which the GOP has put its money — or, actually, taxpayers’ money — where its mouth is, with concrete policies that favor wealth over work.

Consider, as Exhibit A, the Bush tax cuts. Bush did cut the top tax rate on earned income from 39.6 to 35 percent, a 12 percent reduction. But he cut the rate on capital gains from 21 to 15, a 28 percent reduction; he cut the rate on dividends from 39.6 (because dividends were previously taxed as ordinary income) to 15, a reduction of more than 60 percent. And he put the estate tax on a path toward zero — a 100 percent reduction.

The estate tax made a partial comeback thanks to the awkward fact that a Democrat was in the White House, and there have been some tax hikes on capital income. The point, however, was that Bush tried to give people living off wealth, inherited wealth in particular, much bigger tax cuts than he gave high earners.

And the efforts go on. I know that Paul Ryan likes to lecture the poor about the dignity of work; but his famous initial “roadmap” called for the complete elimination of taxes on interest, capital gains, and dividends, plus elimination of the estate tax. In other words, he proposed eliminating all taxes on income derived from wealth.

Now, Ryan casts this as policy that favors saving. But the truth is that it would mainly favor people born on third base or beyond. Even now, 6 of the 10 wealthiest Americans are heirs rather than self-made entrepreneurs — the Koch brothers plus a bunch of Waltons. There’s every reason to believe that the role of inheritance will only grow over time.

And if it does, half our political system will be cheering it on and offering the ever-more-empowered heirs as much assistance as possible.

 

Preferire la ricchezza al lavoro

 

Nel mio post precedente ho cercato di documentare come la retorica contemporanea dei repubblicani abbia già adottato i valori del “capitalismo patrimoniale”, anche se l’uno per cento degli americani più ricchi deriva ancora largamente i suoi redditi elevati dai compensi piuttosto che dai patrimoni. Riflettendoci meglio, ho pensato che dovrei anche documentare in quale misura il Partito Repubblicano abbia fatto seguire i fatti – o meglio, i soldi dei contribuenti – alle parole, con concrete politiche  che favoriscono la ricchezza sul lavoro.

Si considerino, come prima prova, i tagli fiscali di Bush. Bush tagliò l’aliquota fiscale più elevata sui redditi dalla attività lavorativa dal 39,6 al 35 per cento, una riduzione del 12 per cento. Ma egli tagliò l’aliquota dei redditi da capitale dal 21 al 15 per cento, una riduzione del 28 per cento; tagliò l’aliquota sui dividendi dal 39,6 (perché in precedenza i dividendi erano tassati come redditi ordinari) al 15 per cento, una riduzione di più del 60 per cento. E pose la tassa di successione nella prospettiva di un azzeramento – una riduzione del 100 per cento.

La tassa di successione ebbe un parziale ritorno grazie alla spiacevole circostanza che un democratico era alla Casa Bianca, e c’è stato un qualche aumento della tassa sui redditi da capitale. Il punto, tuttavia, è che Bush cercò di far vivere la gente della propria ricchezza, in particolare della ricchezza ereditata, molto di più di quanto non consentì sgravi fiscali agli elevati guadagni da attività lavorativa.

E gli sforzi continuano. So che a Paul Ryan piace fare prediche ai poveri sulla dignità del lavoro; ma la sua famosa iniziale “road map” si pronunciava per la completa eliminazione delle tasse sugli interessi, sui profitti da capitale, sui dividendi, in aggiunta alla eliminazione della tassa di successione. In altre parole, egli propose di eliminare tutte le tasse sui redditi che provenissero dalla ricchezza.

Ora, Ryan presenta questa come una politica a favore del risparmio. Ma la verità è che essa favorisce soprattutto le persone che sono nate in ‘terza base’ [1] o oltre. Anche oggi, sei dei dieci americani più ricchi sono eredi, non imprenditori che si sono fatti da soli – i fratelli Koch più un mazzo di Walton [2]. Ci sono tutte le ragioni per credere che il ruolo dell’eredità non farà altro che crescere col tempo.

E se succede, metà del nostro sistema politico sarà di sostegno ed offrirà ai sempre più potenti eredi tutta l’assistenza possibile.



[1] Ovvero, particolarmente agiate.

[2] Ovvero, di proprietari della Walmart.

Lavorare per i proprietari (22 marzo 2014)

marzo 22, 2014

 

Mar 22, 9:36 am

Working for the Owners

I’ve just finished a draft of a long review of Thomas Piketty’s Capital in the 21st Century, which argues that we’re on the road back to “patrimonial capitalism”, dominated by inherited wealth. It’s an amazing book; among other things, it does an awesome job of integrating economic growth, the factor distribution of income (between capital and labor), and the individual distribution of income into a common framework. (It’s all about r-g). One slight weakness of the book, however, is that Piketty’s grand framework doesn’t do too good a job of explaining the explosion of income inequality in the United States, which so far has been driven mainly by wage income rather than capital. Piketty does take this on; but it’s kind of a side journey from the central story.

No matter; it’s still a masterwork. But I’ve been thinking about this quite a bit, and one thing that strikes me is the remarkable extent to which American conservatism in 2014 seems to be about defending and promoting patrimonial capitalism even though we aren’t there yet.

Think back to the Bush administration, whose main economic theme was the “ownership society“: in effect, the message was that you’re not really a full-fledged American, no matter how hard you work, unless you have a lot of assets. Think of Eric Cantor’s famous Labor Day tweet in which he used the occasion to celebrate business owners. More recently, Mike Konczal has pointed out that despite claims that the Tea Party somehow represents a rebellion against business domination of the GOP, the Tea Party agenda corresponds almost perfectly with Wall Street’s goals.

Oh, and let’s not forget the long crusade against the estate tax.

In short, the GOP is more and more a party that consistently, indeed reflexively, supports the interests of capital over those of labor. But why?

Well, one thing you might imagine would be that the party was responding to a change in society — aren’t more and more Americans asset owners, for example through their retirement accounts?

And the answer is no. In fact, the concentration of income from capital in a few hands has risen sharply. Tucked deep inside the CBO report on trends in the US distribution of income are data on the concentration of various types of income; here’s the one percent’s share of capital income:

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So what we’re seeing is that half the political spectrum now instinctively accords much more respect to capital than to labor, at a time when capital income is growing ever more concentrated in a few hands — and is surely on its way to being concentrated largely in the hands of people who inherited their wealth.

Curious, isn’t it?

 

Lavorare per i proprietari

 

Ho appena finite la stesura di una lunga recensione de Il capitale nel 21° Secolo di Thomas Piketty, dove si sostiene che siamo sulla strada di un ritorno al “capitalismo patrimoniale”, dominato dalla ricchezza ereditaria. E’ un libro formidabile; tra le altre cose, compie un lavoro fantastico nell’integrare la crescita economica, il fattore della distribuzione del reddito (tra capitale e lavoro) e la distribuzione individuale del reddito secondo uno schema comune (riguarda tutto il rapporto tra tasso di rendimento [1] degli asset e tasso di crescita). Una lieve debolezza del libro, tuttavia, consiste nel fatto che l’imponente inquadramento di Piketty non compie una ricognizione adeguata sull’esplosione della disuguaglianza di reddito negli Stati Uniti, che sino a qua è stata guidata principalmente dal reddito derivante dagli stipendi piuttosto che dal capitale. Piketty considera questo aspetto; ma è una sorta di digressione laterale rispetto al racconto fondamentale.

Non è importante: si tratta pur sempre di un capolavoro. Ma ho riflettuto un bel po’ su questo aspetto e una cosa che mi colpisce è il fatto che il conservatorismo americano di questi giorni sembra riguardare in considerevole misura la difesa e la promozione del capitalismo patrimoniale, sebbene non siamo ancora a quel punto.

Si torni a riflettere sulla Amministrazione Bush, il cui tema economico principale era la “società dei proprietari”: in effetti, il messaggio era che non si è pienamente americani, a prescindere da quanto si lavori duramente, se non si possiedono un bel po’ di asset. Si pensi al famigerato tweet di Eric Cantor nel quale approfittava dell’occasione del Giorno del Lavoro per celebrare i proprietari di impresa. Più di recente, Mike Konczal ha sottolineato come nonostante le pretese secondo le quali il Tea Party rappresenterebbe una ribellione contro il dominio degli affari all’interno del Partito Repubblicano, l’agenda del Tea Party corrisponda quasi perfettamente agli obbiettivi di Wall Street.

Senza dimenticare, infine, la lunga crociata contro la tassazione dei passaggi ereditari.

In poche parole, il Partito Repubblicano è sempre di più un partito che con costanza, in pratica con una specie di automatismo, sostiene gli interessi del capitale su quelli del lavoro. Ma perchè?

Ebbene, una cosa che si può ipotizzare è che il Partito abbia risposto ad un mutamento nella società – non sono sempre di più gli americani che possiedono asset, ad esempio attraverso fondi pensione?

E la risposta è no. Di fatto, la concentrazione del capitale in poche mani è cresciuta bruscamente. Rimpiattati in fondo al rapporto del Congressional Budget Office sulle tendenze della distribuzione del reddito negli Stati Uniti, ci sono i dati sulla concentrazione dei vari tipi di reddito; ecco qua la quota del reddito da capitale dell’uno per cento dei più ricchi [2]:

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Dunque, quello che stiamo osservando è che in questo momento metà dello schieramento politico è più in armonia col capitale che col lavoro, in un momento nel quale il reddito da capitale sta crescendo, sempre più concentrandosi in poche mani – ed è sicuramente in procinto di essere ampiamente concentrato  nelle mani delle persone che hanno ereditato la loro ricchezza.

Curioso, non è vero?



[1] Che si tratti di tasso di rendimento degli asset si comprende sulla base del precedente post del 14 marzo 2014 (“Note su Piketty”).

[2] La Tabella mostra come i tre tipi di reddito attribuibili all’1 per cento dei più ricchi ( redditi di impresa, dividendi, guadagni da capitale) si sono evoluti come percentuale del reddito totale.

Analisi timida (per esperti) (21 marzo 2014)

marzo 21, 2014

 

Mar 21, 1:39 pm

Timid Analysis (Wonkish)

I referred to this briefly in today’s column, but here’s more.

I just left the Brookings Panel meeting (yes, I’m finally back in the US), which included a paper on Abenomics; the two discussants were me and some guy named Ben Bernanke. Part of my discussion involved an issue I’ve worried about for a long time, which I think I’ve been able to formulate a bit better. Here goes:

If you look at the extensive theoretical literature on the zero lower bound since my 1998 paper, you find that just about all of it treats liquidity-trap conditions as the result of a temporary shock. Something – most obviously, a burst bubble and/or deleveraging after a credit boom – leads to a period of very low demand, so low that even zero interest rates aren’t enough to restore full employment. Eventually, however, the shock will end. So the way out is to convince the public that there has been a regime change, that the central bank will maintain expansionary monetary policy even after the economy recovers, so as to generate high demand and some inflation.

But if we’re talking about Japan, when exactly do we imagine that this period of high demand, when the ZLB is no longer binding, is going to happen? Even in the US, we’re talking seriously about secular stagnation, which means that it could be a very long time before “normal” monetary policy resumes.

Now, even in this case you can get traction if you can credibly promise higher inflation, which reduces real interest rates. But what does it take to credibly promise inflation? Well, it has to involve a strong element of self-fulfilling prophecy: people have to believe in higher inflation, which produces an economic boom, which yields the promised inflation.

But a necessary (not sufficient) condition for this to work is that the promised inflation be high enough that it will indeed produce an economic boom if people believe the promise will be kept. If it isn’t, then the actual rate of inflation will fall short of the promise even if people believe in the promise – which means that they will stop believing after a while, and the whole effort will fail.

Here’s the picture I put up this morning:

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On one side we have a hypothetical but I think realistic Phillips curve, in which the rate of inflation depends on output and the relationship gets steep at high levels of utilization. On the other we have an aggregate demand curve that depends positively on expected inflation, because this reduces real interest rates at the zero lower bound. I’ve drawn the picture so that if the central bank announces a 2 percent inflation target, the actual rate of inflation will fall short of 2 percent, even if everyone believes the bank’s promise – which they won’t do for very long.

So you see my problem. Suppose that the economy really needs a 4 percent inflation target, but the central bank says, “That seems kind of radical, so let’s be more cautious and only do 2 percent.” This sounds prudent – but may actually guarantee failure.

 

Analisi timida (per esperti)

 

Mi sono brevemente riferito a questo nell’articolo di oggi [1], ma qua presento la versione più ampia.

Ho appena lasciato l’incontro del Brookings Panel [2](sì, sono finalmente di ritorno negli Stati Uniti), che includeva una relazione sulla politica economica di Shinzo Abe; i due che la discutevano ero io e un tizio che risponde al nome di Ben Bernanke. Parte del mio intervento riguardava un tema che mi ha occupato a lungo, e che penso di essere stato capace di formulare un po’ meglio. Ecco di cosa si tratta:

Se guardate alla ampia letteratura teorica sul limite inferiore dello zero [3] a partire dal mio saggio del 1998 [4], trovate che essa riguarda quasi per intero le condizioni della trappola di liquidità come conseguenze di uno shock temporaneo. Qualcosa – nei casi più evidenti, lo scoppio di una bolla e/o la riduzione del rapporto di indebitamento dopo un boom creditizio – conduce ad un periodo di domanda molto bassa, così bassa che persino i tassi di interesse a zero non sono sufficienti a ripristinare la piena occupazione. Alla fine, tuttavia, lo shock avrà un termine. Dunque, la via d’uscita è convincere l’opinione pubblica che c’è stato un cambio di regime, che la banca centrale manterrà una politica monetaria espansiva anche dopo che l’economia si sarà ripresa, così da generare elevata domanda ed un po’ di inflazione.

Ma se parliamo del Giappone, dove esattamente possiamo immaginare di collocare questo periodo di elevata domanda, quando il limite inferiore dello zero non  più vincolante? Persino negli Stati Uniti, stiamo seriamente parlando di stagnazione secolare [5], il che significa che ci potrebbe essere un periodo molto lungo prima che riprenda una ‘normale’ politica monetaria.

Ora, anche in quel caso si può avere una capacità di trazione dell’economia alla condizione di poter credibilmente promettere una inflazione più elevata,  che riduce i tassi di interesse reali. Ma cosa rende credibile questa promessa di inflazione? Ebbene, essa deve riguardare una forte caratteristica di ‘profezia che si autoavvera’: le persone devono credere in una inflazione più elevata, che produca una espansione economica che a sua volta generi quella inflazione promessa.

Ma una condizione necessaria (non sufficiente) perché questo funzioni è che l’inflazione promessa sia abbastanza alta da produrre effettivamente una espansione economica, se le persone credono che essa sarà mantenuta. Se non è così, allora l’effettivo tasso di inflazione non sarà all’altezza della promessa anche se le persone credono in essa – il che significa che dopo un po’ smetteranno di crederci, e tutto lo sforzo sarà stato inutile.

Ecco il diagramma che ho messo su stamattina:

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Da una parte abbiamo una ipotetica, ma io credo realistica, curva di Phillips [6], nella quale il tasso di inflazione dipende dal prodotto e la relazione si impenna a livelli elevati di utilizzazione. Dall’altra abbiamo una curva della domanda aggregata che dipende positivamente dalla inflazione attesa, perché questa riduce i tassi di interesse reali al limite inferiore dello zero. Ho tracciato il diagramma in modo tale che se la banca centrale annuncia un obiettivo di inflazione al 2 per cento, il tasso effettivo di inflazione risulterà minore del 2 per cento, anche se tutti credono alla promessa della banca – cosa che non faranno molto a lungo.

Capite il mio problema. Supponiamo che l’economia abbia davvero bisogno di un obbiettivo di inflazione al 4 per cento, ma che la banca centrale dica: “Questo sembra piuttosto radicale, siamo quindi più cauti e fissiamolo soltanto al 2 per cento”. Sembra prudente – ma in verità può essere una garanzia di fallimento.



[1] Vedi l’articolo “La trappola della timidezza” (New York Times, 20 marzo 2014) qua tradotto.

[2] La Fondazione ‘Brookings’ è una importante istituzione americana che opera nel settore delle ricerche sociali, economiche, delle politiche metropolitane, della politica internazionale, dell’economia e dello sviluppo globale. Ha sede a Washington ed è una istituzione indipendente, forse di orientamento ‘centrista-progressista’, ma influente in tutti i settori politici.

[3] Dei tassi di interesse. Vedi le note sulla traduzione.

[4] Si tratta dello stesso saggio di Krugman del 1998 citato nel post precedente.

[5] Vedi la relazione di Larry Summers al Convegno di New York del FMI (tradotta nella sezione ‘Saggi, articoli su riviste etc.’) ed il post di Paul Krugman del 16 novembre 2013 dal titolo “Stagnazione secolare,  miniere di carbone, bolle e Larry Summers”).

[6] Economista neozelandese deceduto nel 1975. Per una spiegazione della “curva di Phillips” vedi le note sulla traduzione.

Nessuno l’avrebbe potuto prevedere, versione monetaria (blog di Krugman, 19 marzo 2014)

marzo 19, 2014

 

Mar 19, 5:09 pm

Nobody Could Have Predicted, Monetary Edition

Brad DeLong and Josh Bivens send us to a House hearing on monetary policy, in which three conservatives explain why it was totally forgivable for everyone on their side to predict runaway inflation from the Fed’s expansion of the monetary base, and why the failure of that inflation to appear says nothing at all about possible flaws in their approach.

It’s actually kind of amazing. In the exchange Brad highlights, Marvin Goodfriend says, how could you expect anyone to predict that reserves would just pile up and not be lent out — nothing like that had happened since the 1930s. And Larry White then adds that it was all sterilized because the Fed paid a whopping 0.25 percent interest rate on reserves.

Gosh. We had just had the worst financial crisis since, um, the 1930s. Why would anyone possibly think that 30s experience was relevant? I’m thinking, I’m thinking.

And you know, that experience — and specifically the collapse of the money multiplier when you hit the zero lower bound — had been extensively discussed in this 1998 paper (pdf). The author even included a figure showing what happened:

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Furthermore, it just wasn’t true that nothing like that had happened since the 1930s. Exactly the same thing had happened in Japan, and the big expansion of the Japanese monetary base in the early 2000s had exactly the same effect:

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Meanwhile, if you really believe that 25 basis points of interest on reserves is enough to sterilize $3 trillion of monetary base, you shouldn’t be worried at all about the inflationary effects of Fed policy, should you? After all, this makes them look very easy to contain.

But of course it wasn’t the interest on reserves, as both the 30s case and Japan show.

What gets me here is the complete unwillingness to accept the reality test. Here you have monetary economists who made a totally wrong prediction, at a time when other people were not only getting it right, but explaining carefully both the theoretical and the empirical basis for their prediction. Yet the reaction of those who wrongly predicted runaway inflation is to assert that (a) nobody could have predicted (even though some us did) and (b) it’s just special circumstances. The possibility of conceding that their model was wrong never seems to cross their minds.

 

Nessuno l’avrebbe potuto prevedere, versione monetaria

 

Brad DeLong e Josh Bivens ci indirizzano ad una audizione della Camera sulla politica monetaria, nella quale tre conservatori spiegano perché fu del tutto comprensibile che alcuni della loro parte avessero previsto una inflazione fuori controllo a seguito della espansione da parte della Fed della base monetaria, e perché il non avverarsi di tale inflazione non ci dica proprio niente sulle pecche nel loro approccio.

Sono in effetti cose sorprendenti. Nello scambio che Brad mette in evidenza, Marvin Goodfriend si chiede come ci si sarebbe potuti aspettare che qualcuno prevedesse che le riserve fossero solo accumulate e non date in prestito – niente del genere era successo dagli anni ’30. E Larry White poi aggiunge che tutto era stato sterilizzato perché la Fed pagava una tasso di interesse bestiale dello 0,25 per cento sulle riserve.

Perbacco! Abbiamo appena avuto la peggiore crisi finanziaria, diciamo, dagli anni Trenta. Perché qualcuno avrebbe dovuto pensare che quella esperienza degli anni ’30 fosse stata rilevante? Ci sto pensando, ci sto pensando …

E sapete, quella esperienza – e precisamente il collasso del moltiplicatore monetario quando si tocca il limite inferiore dello zero [1] – è stato ampiamente discusso in questo studio del 1998 (disponibile in pdf) [2]. L’autore incluse persino un diagramma che mostrava quello che era accaduto [3]:

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Inoltre, non era proprio vero che niente del genere fosse successo dagli anni Trenta. Era successa esattamente la stessa cosa in Giappone, e la grande espansione della base monetaria agli inizi del 2000 aveva avuto esattamente lo stesso effetto:

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Per non dire che se davvero credete che 25 punti base di interesse sulle riserve siano sufficienti a sterilizzare 3 mila miliardi di dollari di base monetaria, non dovreste affatto essere preoccupati degli effetti inflazionistici della politica della Fed, non è così? Dopotutto, questo li fa apparire molto facili da contenere.

Ma naturalmente non si trattava degli interessi sulle riserve, come sia il caso degli anni ’30 che quello del Giappone dimostrano.

Quello che qua mi colpisce è la completa mancanza di volontà di accettare il test di verità. Abbiamo in questo caso economisti monetari che fecero una previsione completamente sbagliata, in un periodo nel quale altre persone non solo non la consideravano giusta, ma spiegavano scrupolosamente le basi sia teoriche che empiriche per le loro previsioni. Tuttavia la reazione di coloro che avevano fatto previsioni sbagliate su una inflazione fuori controllo è asserire che: a) nessuno l’avrebbe potuto prevedere (anche se alcuni di noi lo fecero) e (b) si trattò solo di circostanze particolari. La possibilità di ammettere che il loro modello fosse sbagliato non sembra mai essere transitata dalle loro teste.



[1] Sui tassi di interesse, vedi Note sulla Traduzione.

[2] Il riferimento è ad uno studio di Krugman dal titolo: “Sta ritornando! La crisi del Giappone e il ritorno della trappola di liquidità”.

[3] Il confronto mostra come anche negli anni Trenta non vi fosse stata alcuna corrispondenza tra l’andamento della base monetaria (linea continua)– che indica, oltre alla moneta legale (banconote e monete metalliche che debbono essere accettate per legge come pagamenti, e le attività finanziarie convertibili in moneta legale rapidamente e senza costi, costituite da passività della banca centrale verso le banche (e, in certi paesi, anche verso altri soggetti) – e l’aggregato finanziario definito M2 (linea tratteggiata), che indica, oltre alla cosiddetta liquidità primaria (banconote e monete in circolazione ed i depositi di conti correnti trasferibili a vista tramite assegni, ma non le banconote e le monete depositate e dunque non in circolazione); anche  la liquidità secondaria, ovvero anche tutte le altre attività finanziarie con elevata liquidità e certezza futura di valore (depositi bancari e di altro tipo).  In pratica, la prima è la base monetaria virtualmente esistente, la seconda la base monetaria effettivamente utilizzata.

Ulteriori pensieri su ricci e volpi (18 marzo 2014)

marzo 18, 2014

 

March 18, 2014, 4:15 pm

Further Thoughts on Hedgehogs and Foxes

A few more thoughts on Nate Silver and his attempt to be a fox among hedgehogs.

First, a personal note: As an economist, I’m actually much more a fox than a hedgehog. In my home field of international economics, the great majority of researchers are either “real trade” people — using microeconomic models to understand international specialization and trade — or “international finance” types — using macroeconomic models to understand currency movements and the balance of payments. Only a relative handful of people straddle that divide; as someone who right from the beginning of my career was writing both about increasing returns and about currency crises, about economic geography and exchange rate regimes, I was pretty unusual. When I branched out into straight macro with my work on the liquidity trap, that was another foxlike move. And turning to income inequality as an issue was yet more of that.

Have I, in all of this, allowed the data to move my views? Very much so. I was initially very critical of the idea of self-fulfilling currency crises, but changed my mind after watching the Asian crisis unfold. I didn’t believe in the liquidity trap, in the possibility of a sustained shortfall in demand that couldn’t easily be solved with monetary policy, until Japan forced me to reexamine my model. I used to worry much more than I do now about the possibility of fiscal crisis induced by loss of confidence, even in countries that borrow in their own currency, but was persuaded by experience to rethink that view and reconsider my model.

It’s true that I haven’t changed my views on macroeconomics very much in the face of experience since 2008 — although I did mark down my views about the risks of outright deflation. But the reason I’ve pretty much stayed with the macro framework I already had in 2008 was the fact that the framework, you know, has worked — I made predictions about interest rates and inflation that were very much at odds with what a lot of people were saying, and I was right.

And right there you have an important lesson about what it means to take data into account. It very much does not mean changing your views all the time — if you have a model of how the world works, and the model is working, stability in what you say reflects respect for the data, not inflexibility. If I have spent the past 5+ years insisting, over and over again, that in a liquidity trap budget deficits don’t crowd out private spending and expanding the Fed’s balance sheet doesn’t cause inflation, that’s because they don’t. And if I return to those points many times, it’s because too much of the world still doesn’t get it.

Now, about FiveThirtyEight: I hope that Nate Silver understands what it actually means to be a fox. The fox, according to Archilocus, knows many things. But he does know these things — he doesn’t approach each topic as a blank slate, or imagine that there are general-purpose data-analysis tools that absolve him from any need to understand the particular subject he’s tackling. Even the most basic question — where are the data I need? — often takes a fair bit of expertise; I know my way around macro data and some (but not all) trade data, but I turn to real experts for guidance on health data, labor market data, and more.

 

What would be really bad is if this turns into a Freakonomics-type exercise, all contrarianism without any appreciation for the importance of actual expertise. And Michael Mann reminds me that Nate’s book already had some disturbing tendencies in that direction.

 

Ulteriori pensieri su ricci e volpi [1]

 

Qualche altro pensiero su Nate Silver e sul suo tentativo di essere una volpe in mezzo ai ricci.

Prima un nota personale: come economista, io sono effettivamente più una volpe che un riccio. Nel mio campo dell’economia internazionale, la grande maggioranza dei ricercatori sono o del genere del “commercio reale” – che utilizzano modelli microeconomici per capire la specializzazione ed il commercio internazionale – o del genere della “finanza internazionale” – che usano modelli macroeconomici per capire i movimenti valutari e la bilancia del pagamenti. Solo una manciata di persone stanno a cavallo di quella linea divisoria; da individuo che proprio agli inizi della propria carriera scriveva sia sui rendimenti crescenti che sulle crisi valutarie, sulla geografia economica e sui regimi dei tassi di cambio, ero abbastanza inconsueto. Quando mi allargai alla macroeconomia vera e propria con il mio lavoro sulla trappola di liquidità, quello era un’altra mossa da volpe. E spostandomi alla ineguaglianza dei redditi, come tematica era ancora ulteriormente diversa.

In tutto questo, ho consentito che i dati modificassero i miei punti di vista? Molto. Inizialmente ero molto critico con l’idea di crisi valutarie che si auto-avverano, ma cambiai la mia opinione dopo aver visto  lo svolgimento della crisi asiatica. Non credevo nella trappola di liquidità, nella possibilità di una prolungata caduta nella domanda che non potesse essere facilmente risolta con la politica monetaria, finché il Giappone non mi costrinse a rivedere il mio modello. Ero di solito molto più preoccupato di ora sulla possibilità di crisi finanziarie indotte dalla perdita di fiducia, anche in paesi che si indebitano nella propria valuta, ma sono stato persuaso dall’esperienza a ripensare quel punto di vista ed a riconsiderare il mio modello.

E’ vero che, a fronte dell’esperienza, a partire dal 2008 non ho modificato di molto i miei punti di vista – sebbene abbia molto attenuato le mie valutazioni sui rischi di una aperta deflazione. Ma la ragione per la quale non mi sono mosso granché dal modello macroeconomico che avevo già nel 2008, come sapete, è che quello schema ha funzionato – feci previsioni sui tassi di interesse e sull’inflazione che erano del tutto opposte a quello che molte persone venivano dicendo, ed avevo ragione io.

E proprio lì c’è una importante lezione su quello che significhi mettere in conto le statistiche. Non significa affatto cambiare i propri punti di vista ogni volta – se si ha un modello di come il mondo funziona, restare stabili in quello che si dice è una manifestazione del rispetto delle statistiche,  non della mancanza di flessibilità. Se ho speso i cinque anni passati e più nel sostenere, in continuazione, che in una trappola di liquidità i deficit di bilancio non ‘spiazzano’ la spesa privata e l’espansione degli equilibri patrimoniali della Fed non provoca inflazione, dipende dal fatto che è così. E se ritorno su quei concetti molte volte, è perché una parte troppo grande del mondo ancora non li afferra.

A questo punto, a proposito di FiveThirtyEight: io spero che Silver capisca quello che effettivamente significhi essere una volpe. La volpe, secondo Archiloco [2], conosce molte cose. Ma conosce per davvero tali cose – non affronta ciascun tema come una pagina ancora da scrivere, o non immagina che ci siano strumenti di analisi dei dati buoni per tutti gli usi che esimano dal comprendere l’oggetto particolare con il quale ci si sta misurando. Anche la questione più fondamentale – dove sono i dati di cui ho bisogno? – spesso richiede una discreta dose di esperienza; io mi oriento sui dati della macroeconomia e su una parte (ma non su tutti) i dati del commercio, ma mi rivolgo ad esperti veri per essere indirizzato sulle statistiche sanitarie, su quelle sul mercato del lavoro e su altre.

Quello che sarebbe davvero negativo è se questo si trasformasse in un esercizio del genere di una economia da individui stravaganti, una ostinata controtendenza su tutto, senza alcun apprezzamento sulla importanza di una esperienza effettiva. E Michael Mann mi rammenta che il libro di Nate già aveva fastidiose tendenze in quella direzione.



[1] Si riprende il tema del post del 18 marzo, h. 7,55. Essere una volpe anziché un riccio era un concetto espresso da Nate Silver, per esprimere lo stile cui voleva improntare il nuovo blog FiveThirtyEight, attorno al quale c’era molta attesa. Mi pare che intendesse che la volpe è un animale eclettico, che si occupa di tante cose, mentre il riccio è un soggetto che si specializza in poche cose, un po’ pedante. Non saprei dire se sia una differenza accertata in zoologia, anche se è vero che i ricci sono un po’ lenti.

[2] Tra gli scarsi frammenti di questo poeta lirico greco (nato nel 680 a.C) è rimasta una favola sulla volpe.

Il Sergente Friday non è stato una volpe (18 marzo 2014)

marzo 18, 2014

 

Mar 18, 7:55 am

Sergeant Friday Was Not A Fox

The new FiveThirtyEight is up, and Tyler Cowen is not impressed. I’m sorry to say that I had the same reaction. Here’s hoping that Nate Silver and company up their game, soon.

What worries me, based on what we’ve seen so far — which isn’t much, but shouldn’t the site have debuted with a bang? — is that it looks as if the Silverites have misunderstood their mission.

Nate’s manifesto proclaims his intention to be a fox, who knows many things, rather than a hedgehog, who knows just one big thing; i.e., a pundit who repeats the same assertions in every column. I’m fine with that.

But you can’t be an effective fox just by letting the data speak for itself — because it never does. You use data to inform your analysis, you let it tell you that your pet hypothesis is wrong, but data are never a substitute for hard thinking. If you think the data are speaking for themselves, what you’re really doing is implicit theorizing, which is a really bad idea (because you can’t test your assumptions if you don’t even know what you’re assuming.)

I feel bad about picking on a young staffer, but I think this piece on corporate cash hoards — which is the site’s inaugural economic analysis — is a good example. The post tells us that the much-cited $2 trillion corporate cash hoard has been revised down by half a trillion dollars. That’s kind of interesting, I guess, although it’s striking that the post offers neither a link to the data nor a summary table of pre- and post-revision numbers; I’m supposed to know my way around these numbers, and I can’t figure out exactly which series they’re referring to. (Use FRED!)

More to the point, however, what does this downward revision tell us? We’re told that the “whole narrative” is gone; which narrative? Is the notion that profits are high, but investment remains low, no longer borne out by the data? (I’m pretty sure it’s still true.) What is the model that has been refuted?

“Neener neener, people have been citing a number that was wrong” is just not helpful. Tell me something meaningful! Tell me why the data matter!

 

Il Sergente Friday [1] non è stato una volpe

 

E’ uscito il nuovo FiveThirtyEight [2], e Tyler Cowen non ne è rimasto colpito. Mi dispiace dirlo, ma neppure io. Di qua la speranza che Nate Silver e i suoi colleghi migliorino alla svelta le loro prestazioni.

Quello che mi preoccupa, basandomi su quello che ho visto sino a questo punto – che non è molto, ma il sito non avrebbe dovuto debuttare con un gran colpo? – è che sembra come se i “Silveriti” [3] abbiano frainteso la loro missione.

Il manifesto di Nate afferma la sua intenzione di essere una volpe, uno che sa molte cose, piuttosto che essere un riccio, ovvero uno che sa solo una cosa importante; ad esempio, un commentatore che ripete gli stessi giudizi in ogni articolo. Questo lo condivido.

Ma non si può essere una volpe efficiente solo lasciando che i dati parlino per se stessi – perché non succede mai. Si usano i dati per improntare la propria analisi, si fa in modo che essi vi dicano se la vostra ipotesi prediletta sia sbagliata, ma i dati non sostituiscono mai il pensiero profondo. Se pensate che i dati parlino da soli, quello che state davvero facendo è una teorizzazione implicita, e quella è proprio un pessima idea (perché non potete verificare i vostri assunti, se non sapete nemmeno cosa state assumendo).

Mi dispiace prendermela con un giovane redattore, ma penso che questo articolo sulle riserve di contante delle grandi imprese – che è l’analisi economica inaugurale del sito – sia un buon esempio. Il post ci racconta che la molto citata riserva delle imprese per 2.000 miliardi di dollari è stata diminuita di mezzo miliardo di dollari. E’ un genere di notizia interessante, suppongo, sebbene sia sorprendente che il post non offra né una connessione per quel dato, né una tabella sintetica dei numeri prima e dopo la revisione; si pensa che io sappia come muovermi tra questi numeri, eppure non posso immaginare esattamente a cosa si stanno riferendo (usate i dati della Federal Reserve Economic Data !)

Tuttavia, venendo al punto, che cosa ci dice questa revisione verso il basso? Ci viene detto che l’ ‘intero racconto’  è diventato inutilizzabile; quale racconto? Si tratta dell’idea che i profitti siano alti, ma gli investimenti restino bassi, che non sarebbe più confermata dai dati (io sono abbastanza certo che sia ancora vera)? Qual è il modello che sarebbe stato confutato?

Dire: “E’ tutto da ridere, le persone stanno utilizzando un dato sbagliato!”, non aiuta. Raccontami qualcosa di comprensibile! Dimmi perché i dati sono importanti!



[1] Il Sergente Friday era un personaggio di una serie radiofonica e  televisiva degli anni ’50 e ’60. Una sua espressione famosa era “Il mio nome è Friday e porto il distintivo”. Non saprei dire il nesso tra il sergente e l’iniziativa di un nuovo blog della quale si parla nel post. A meno che non sia una ironia sullo strano titolo del nuovo blog (538), che potrebbe avere una analogia con il fatto che anche il distintivo di Friday aveva un numero caratteristico (ma il suo distintivo era il numero 714).

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[2] E’ il nome di un nuovo blog.

Nate Silver è americano e ha 36 anni. Lunedì 17 marzo ha riaperto ufficialmente il suo sito di notizie: si chiama FiveThirtyEight, all’inizio era il suo blog personale, poi fu comprato e ospitato per tre anni dal sito del New York Times, adesso è stato rilanciato e molto allargato da ESPN. FiveThirtyEight si occupa di notizie di vario tipo, ma affrontate sempre attraverso analisi di dati e previsioni statistiche: ed era probabilmente il più atteso e discusso tra i nuovi siti di news internazionali che stanno nascendo e nasceranno nei prossimi mesi. (da “Il Post”)

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[3] In questo caso “Silveriti” dovrebbero essere i collaboratori di Silver, ovviamente. Ma erano Silveriti (diciamo, ‘seguaci della moneta d’argento’) anche i componenti di un movimento politico che negli Stati Uniti della fine del diciannovesimo secolo sostenevano che l’argento (“silver”) doveva costituire base monetaria come l’oro. Volevano che si coniasse liberamente l’argento, pensando che abbassare il ‘gold standard’ ad un ‘silver standard’ – o almeno ad una combinazione – avrebbe aumentato l’offerta di denaro e contrastato le deflazione che era in atto e penalizzava soprattutto le attività agricole. C’erano ‘silveriti’ in molti gruppi e partiti (il ‘Silver Party’, il ‘Populist Party’, il Partito Democratico e quello Repubblicano). Il principale candidato ‘silverita’ alle elezioni presidenziali fu William Jennings Bryan, che però le perse. Restò comunque famoso per la famosa accusa, rivolta ai suoi rivali, di voler ‘impiccare il popolo americano ad una croce d’oro’.

La carica della Brigata della destra (16 marzo 2014)

marzo 16, 2014

 

March 16, 2014, 11:37 am

Charge of the Right Brigade

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Canon to right of me, canon to left of me — actually, scratch that, it’s all canon to right of me.

Noah Smith writes about what he calls the “finance macro canon.” It’s mainly the view that money-printing and deficits lead inexorably to runaway inflation, plus assorted other arguments about why easy money is a terrible thing even in a depressed economy.

And Noah is right — it’s still a view that is dominant on much of Wall Street. I’ve had several recent conversations with finance-industry people — including traders — who talk with some wonderment about the failure of high inflation and a plunging dollar to materialize, because “all the experts” told them to expect that outcome. When I found myself on CNBC with Joe Kernan, he described me as a “unicorn” — he couldn’t believe that there was anyone out there who didn’t believe that deficits and QE were going to lead to rapid doom.

Now, it’s interesting to note that the really smart Wall Street money doesn’t buy into this canon. Jan Hatzius and the rest of the economics group at Goldman have an underlying macroeconomic framework pretty much indistinguishable from mine, and have consistently talked down the risks from easy money and deficits. But the great Armani-suited unwashed apparently don’t know that; they think that “everyone” shares their springtime-for-Weimar vision.

What makes this even more peculiar is the way the canon continues to dominate despite having failed the reality test in the most dramatic way possible. Here’s the budget deficit as a percent of GDP (red line) and the rate of growth of the monetary base (currency plus bank reserves; blue line) in recent years:

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Both exploded to unprecedented levels — yet inflation went nowhere, and is in fact running below the Fed’s target.

So how can this disastrous a failure of the canon’s predictions have failed to make a debt in its dominance — especially when us unicorns were predicting exactly this result?

Actually, an aside on prediction failures: there are failures, and then there are failures. Some people seem to think that something like Spain’s slight recovery this year — the best estimates now are that it may grow 1.5 percent — are as big a failure for the critics of austerity as the kind of thing I show above is a failure of the finance canon. But lots of stuff can cause the economy to grow a percentage point or two more or less than your forecast. On the other hand, if you believe that prices should move in proportion to the monetary base, there’s simply no way to rationalize triple-digit money growth associated with 2 percent or less inflation.

Anyway, what lies behind the canon’s continuing hold?

Class interest arguably explains the policy demands: tight money is what rentiers always want. But most of the consumers of this bad analysis are trying to make money, not influence policy, so what’s in it for them?

Noah suggests that it’s the need for the illusion of knowledge; but this in itself doesn’t explain why goldbug cranks should dominate so completely. Why haven’t the kind of people who listened to Peter Hyperinflation-by-2010 Schiff switched to, say, Warren Mosler?

It has to be in some sense political; the canon appeals to certain kinds of prejudices, in particular the prejudices of angry old white men with money to invest. But it remains amazing how little those prejudices have been dented by their failure to meet the most decisive real-world test you could imagine.

 

 

 

 

 

 

 

 

La carica della Brigata della destra

 

Regole alla mia destra, regole alla mia sinistra – in verità, gratta gratta, è tutta una regola alla mia destra.

Noah Smith scrive su quella che definisce “la regola macro della finanza”. Si tratta principalmente del punto di vista secondo il quale lo stampare moneta ed i deficit portano inesorabilmente all’inflazione, con l’aggiunta di altri argomenti assortiti sul perché la moneta facile sia una cosa terribile anche in una economia depressa.

E Noah ha ragione – esso è ancora un punto di vista dominante in gran parte di Wall Street. Ho avuto alcune recenti conversazioni con alcune persone del settore finanziario – inclusi operatori – che parlano con qualche meraviglia del fatto che non si siano materializzate una elevata inflazione ed un crollo del dollaro, perché “tutti gli esperti” avevano detto loro di aspettarsi un esito del genere. Quando mi ritrovai alla CNBC con Joe Kernan, egli mi descrisse come un “unicorno” – egli non poteva ammettere  che ci fosse qualcuno in circolazione che non aveva creduto che i deficit e la “Facilitazione Quantitativa” non stessero portando ad un rapido disastro.

Ora, è interessante notare che gli uomini potenti veramente intelligenti di Wall Street non abboccano a questa regola. Jan Hatzius e gli altri della squadra di economisti della Goldman hanno uno schema macroeconomico di base in gran parte indistinguibile dal mio, ed hanno continuamente trattato con sufficienza i rischi della moneta facile e dei deficit. Ma a quanto pare la folla di tutti coloro che vestono Armani non lo sa; essi pensano che “tutti” condividano la loro visione sull’avvento di una situazione come quella di Weimar.

Quello che rende tutto questo anche più peculiare è il modo in cui la regola continua a imperversare, nonostante che sia venuta meno alla prova dei fatti nel modo più spettacolare possibile. Ecco il deficit di bilancio come percentuale del PIL (linea rossa) ed il tasso di crescita della base monetaria (contante più riserve bancarie; linea blu) negli anni recenti:

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Sono entrambi esplosi a livelli senza precedenti . tuttavia l’inflazione non è andata da nessuna parte, e di fatto sta procedendo al di sotto dell’obbiettivo della Fed.

Dunque, come può un tale disastroso fallimento delle previsioni canoniche non essere riuscito a mettere il debito sotto la sua influenza – specialmente quando noi unicorni avevamo previsto esattamente questo risultato?

Occorre effettivamente una digressione sui fallimenti: c’è fallimento e fallimento. Alcune persone sembrano pensare che qualcosa come la leggera ripresa della Spagna di quest’anno – le stime migliori ora dicono che essa potrebbe crescere dell’1,5 per cento – sia un fallimento per i critici dell’austerità altrettanto grande del genere di situazione, relativa al disastro della regola della finanza, che ho sopra mostrato. Ma un sacco di cose possono spingere l’economia a crescere di un punto percentuale o due in più o in meno delle vostre previsioni. D’altra parte, se credete che i prezzi debbano muoversi in proporzione alla base monetaria, semplicemente non c’è alcun modo di concepire una crescita della moneta a tre cifre associata con una inflazione al due per cento o meno ancora.

In ogni caso, cosa sta dietro la perdurante capacità di reggere delle regole?

Interessi di classe probabilmente spiegano le richieste politiche: una restrizione monetaria è quello che i redditieri vogliono sempre. Ma la maggioranza di coloro che si abbeverano a questa pessima analisi stanno cercando di far soldi, non di guadagnare influenza politica, dunque cosa c’è in ballo per loro?

Noah suggerisce che si tratti del bisogno di una illusione di conoscenza; ma in se stesso questo non spiega perché gli stravaganti fanatici dell’oro dovrebbero avere un dominio così completo. Perché il genere di persone che ascoltavano la storia della “iperinflazione-entro-il-2010”  di Peter Schiff non sono passati, diciamo, ad ascoltare Warren Mosler? [1]

In qualche senso la spiegazione deve essere politica: la “regola” fa appello ad un certo genere di pregiudizi di anziani uomini bianchi con soldi da investire. Ma resta sorprendente quanto poco questi pregiudizi siano stati scalfiti dalla loro incapacità a fare i conti con il più decisivo test del mondo reale che si possa immaginare.


 

 


[1] Schiff e Mosler sono qua indicati come due rilevanti figure del capitalismo americano – ma in un certo senso anche due commentatori economici di una certa autorevolezza – con caratteristiche opposte.

Il primo – che oltre ad essere un commentatore finanziario è anche un operatore finanziario potente –  è l’antesignano repubblicano di una lettura economica conservatrice, ed aveva completamente aderito ad una concezione per la quale le politiche monetarie e della finanza pubblica contro la crisi avrebbero portato ad una “iperinflazione”.

Il secondo – Presidente della società automobilistica Mosler, ma anche autore di spicco della Teoria Monetaria Moderna, e dunque sostenitore di una concezione opposta sul ruolo della politica monetaria, nonché ispiratore di una vasta attività di promozione delle ricerca economica a livello universitario – può essere considerato come espressione del punto di vista opposto. Peraltro, egli ha pubblicato i libro “Le sette innocenti frodi capitali della politica economica”, con una prefazione di James Kenneth Galbraith.

 

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Non prosperare e morire precocemente (16 marzo 2014)

marzo 16, 2014

 

Mar 16, 10:41 am

Don’t Prosper and Die Early

I was pleased to see this article by Annie Lowrey documenting the growing disparity in life expectancy between the haves and the have-nots. It’s kind of frustrating, however, that this is apparently coming as news not just to many readers but to many policymakers and pundits. Many of us have been trying for years to get this point across — to point out that when people call for raising the Social Security and Medicare ages, they’re basically saying that janitors must keep working because corporate lawyers are living longer. Yet it never seems to sink in.

Maybe this article will change that. But my guess is that in a week or two we will once again hear a supposed wise man saying that we need to raise the retirement age to 67 because of higher life expectancy, unaware that (a) life expectancy hasn’t risen much for half of workers (b) we’ve already raised the retirement age to 67.

 

Non prosperare e morire precocemente

 

Mi ha fatto piacere di leggere questo articolo a cura di Annie Lowrey che documenta le disparità nell’aspettativa di vita tra gli abbienti e i non abbienti. E’ una sorta di frustrazione tuttavia,  che queste siano in apparenza novità non solo per molti lettori, ma anche per molti uomini politici e commentatori. Molti di noi hanno provato per anni a sostenere questo argomento – per mostrare come, quando le persone si pronunciano per un elevamento dell’età per la Sicurezza Sociale e per Medicare, fondamentalmente è come se dicessero che i portieri devono continuare a lavorare perché i legali delle imprese stanno vivendo più a lungo. Pare tuttavia che non si sia mai compresi.

Forse con quest’articolo le cose cambieranno. Ma la mia impressione è che tra una settimana o due ancora una volta sentiremo un uomo saggio affermare che abbiamo bisogno di elevare a 67 anni l’età di pensionamento a causa di una aspettativa di vita più elevata, senza sapere che: a) l’aspettativa di vita non è cresciuta molto per la metà dei lavoratori; b) abbiamo già aumentato l’età di pensionamento a 67 anni.

I salari degli uomini (16 marzo 2014)

marzo 16, 2014

 

Mar 16, 10:30 am

The Wages of Men

For reference: Here are changes in hourly real wages of men, 1973-2012, at different percentiles of the wage distribution, calculated from Census data by the Economic Policy Institute. As you can see, wages have fallen for 60 percent of men.

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Economic Policy Institute

I was curious to see how the House Budget Committee report on poverty deals with this fact, which surely plays some role in the persistence of poverty despite government efforts. The answer is, it never so much as mentions falling real wages.

 

I salari degli uomini

 

Per memoria: ci sono cambiamenti nei salari reali degli uomini, tra il 1973 ed il 2012, ai diversi percentili della distribuzione dei salari, secondo i dati del Censimento a cura dell’Economic Policy Institute. Come potete vedere, i salari sono scesi per il 60 per cento degli uomini:

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Economic Policy Institute

 

Sono curioso di vedere come il rapporto sulla povertà della Commissione Bilancio della Camera fa i conti con questo fatto, che sicuramente gioca un qualche ruolo nella persistenza della povertà a dispetto degli sforzi del Governo. La risposta è: neanche al punto di ricordare la caduta dei salari reali.

Preoccupazioni sul debito cinese (14 marzo 2014)

marzo 14, 2014

 

Mar 14, 7:56 am

Chinese Debt Worries

Atif Mian and Amir Sufi, our leading experts on the macroeconomic effects of private debt, have a new blog — and it has instantly become must reading. Their latest post is about China, which is looking a whole lot like an overleveraged economy at great risk of a Minsky moment. The key figure is this one:

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In the middle years of the last decade, China was able to sustain growth despite weak consumer spending thanks to massive and growing trade surpluses. But as the surplus eroded, it turned to sustaining extremely high and probably low-return investment via credit expansion — and now debt levels are looking scary.

We used to worry about America experiencing a China syndrome; but maybe we now need to worry about China experiencing an America syndrome.

 

Preoccupazioni sul debito cinese

 

Atif Mian e Amir Sufi, i nostri principali esperti degli effetti macroeconomici dei debiti privati, hanno un nuovo blog,  ed è diventato all’istante una lettura obbligata. Il loro ultimo post è sulla Cina, che assomiglia parecchio ad una economia sovra indebitata a gran rischio di un ‘momento Minsky’ [1]. La tabella fondamentale è la seguente [2]:

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Alle metà del decennio passato, la Cina era capace di sostenere la crescita nonostante una debole spesa per consumi grazie a massicci e crescenti surplus commerciali. Ma come i surplus si sono erosi, essa si è spostata verso un sostegno assai elevato e probabilmente caratterizzato da bassi rendimenti degli investimenti attraverso la espansione del credito – e adesso i livelli del debito appaiono allarmanti.

Eravamo soliti preoccuparci della possibilità che l’America sperimentasse una sindrome cinese; ma forse ora dobbiamo preoccuparci che la Cina sperimenti una sindrome americana.



[1] Hyman Minsky è stato un famoso economista americano (seppure non sufficientemente famoso), interprete di Keynes ed analista delle crisi finanziarie del capitalismo moderno. Per “momento Minsky” si intende esattamente la tendenza ad una accrescimento del rapporto di indebitamento (“Leverage”) sino allo scoppio delle bolle finanziarie.

[2] La linea continua si riferisce al credito nazionale verso il settore privato; la linea tratteggiata al rapporto tra conto corrente e PIL.

Note su Piketty (per esperti) (dal blog di Krugman, 14 marzo 2014)

marzo 14, 2014

 

March 14, 2014, 7:47 am

Notes on Piketty (Wonkish)

I’m working on a long-form review (for the New York Review of Books) of Thomas Piketty’s epic Capital in the 21st Century; I don’t want to steal my own thunder, so a broader reaction will have to wait. But for my own edification I wanted to write up a clarification of a couple of technical points.

Piketty’s big idea is that we are in the early stages of returning to a society dominated by great dynastic fortunes, by inherited wealth. And he has an analytic argument to back up that idea. I wonder, however, how many readers will fully appreciate either the strengths of the weaknesses of that argument.

To get at what is going on in his book, I think it’s useful to do it in the reverse order from his own presentation, first laying out a necessary condition for dynastic dominance, then asking what macroeconomic forces determine whether this condition is met.

So: Imagine a wealthy family that has managed, somehow or other, to guarantee that a large fraction of its income is used to accumulate more wealth. Can this family thereby acquire a dominant position in society?

The answer depends on the relationship between r, the rate of return on assets, and g, the overall rate of economic growth. If r is less than g, dynasties are doomed to erode: even if all income from a very large fortune is devoted to accumulation, the family’s wealth will grow more slowly than the economy, and it will slowly slide into obscurity. But if r is greater than g, dynastic wealth can indeed grow to gigantic size.

So what determines r-g? Piketty stresses the effects of changes in economic growth. I find this easiest to see in terms of a standard Solow model. In the figure below, we assume that s is the aggregate rate of saving; that technological change is labor-augmenting, so that it can be thought of as increasing the number of effective workers faster than the number of actual workers; and that there is an aggregate production function Q/L = f(K/L) where Q/L is output per effective worker and K/L is capital per effective worker. The familiar diagram then looks like this:

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Over time, the economy converges to steady-state growth at the rate n, which is the sum of labor force growth and technological progress, and the capital-output ratio converges to s/n.

As the figure shows, a decline in n will lead to a rise in the capital-output ratio and a fall in both r and g. Which falls more? Well, it depends on what happens to the capital share in output, which in turn depends on the elasticity of substitution between capital and labor.

I find this easiest to think of in terms of a numerical example. Let’s assume that s = .09 and initially n = .03. Then the capital-output ratio is 3; if the capital share is .3, r=.10. Now let n and hence steady-state g fall to .015. K/Q rises to 6. If the capital share doesn’t change, r falls to .05 – that is, it falls in proportion to growth. If the elasticity of substitution is less than 1, the higher ratio of capital to effective labor means a fall in the capital share, so the return on capital falls more than the growth rate. However, Piketty asserts that the elasticity of substitution is more than 1, so that the capital share rises, and r falls less than g.

And then Piketty tells us something remarkable: historically, r has almost always exceeded g – but there was an exceptional period in the 20th century, a period of rapid labor force growth and technological progress, when r was less than g. And he asserts that the kind of society we consider normal, in which high incomes reflect personal achievement rather than inherited wealth, is in fact an aberration driven by this exceptional period.

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It’s a remarkable, sweeping vision. A couple of questions:

1. How much of the decline in r relative to g in the 20th century reflected fast growth, and how much reflected policies that either taxed or in effect confiscated inherited wealth? In other words, how much was destiny, how much wars and political upheaval? Piketty stresses both factors, but never gives us a relative quantitative assessment.

2. How relevant is this story to what has happened so far? In the United States, as Piketty himself stresses, soaring inequality has to date been largely been driven by labor income – by “supermanagers” (I prefer superexecutives.)

Much more when I deliver the whole thing.

 

Note su Piketty (per esperti)

 

Sto lavorando ad una estesa recensione (per la New York Review of Books) del formidabile “Capitale nel 21° Secolo” di Thomas Piketty; non voglio rubarmi la scena, dunque per un commento più ampio occorrerà attendere. Ma per mia soddisfazione personale volevo annotare una chiarimento di un paio di aspetti tecnici.

La grande idea di Picketty è che noi siamo ai primi stadi di un ritorno ad una società dominata dalle grandi fortune dinastiche, dai ricchi eredi. E per sostenere questa idea, avanza un argomento analitico. Mi chiedo, tuttavia, se molti lettori comprenderanno sia i punti di forza che di debolezza di quell’argomento.

Per arrivare allo sviluppo di quella tesi nel libro, penso sia utile farlo in ordine inverso rispetto alla sua presentazione, anzitutto stabilendo una condizione necessaria per il dominio dinastico, per poi chiedersi cosa decidono gli agenti macroeconomici se questa condizione si realizza.

Dunque: immaginiamo una famiglia ricca che abbia operato, in un modo o nell’altro, per garantirsi che una larga parte del suo reddito fosse utilizzata per accumulare ulteriore ricchezza. Può questa famiglia, in conseguenza di ciò, acquisire una posizione dominante nella società?

La risposta dipende dalla relazione tra “r”, il tasso di rendimento degli asset, e “g”, il tasso generale di crescita dell’economia. Se “r” è minore di “g”, le dinastie sono destinate all’erosione: anche se tutto il reddito derivante da una fortuna molto vasta viene destinato alla accumulazione, la ricchezza della famiglia crescerà più lentamente dell’economia, e lentamente scivolerà nell’oscurità.  Ma se “r” è più grande di “g”, la ricchezza dinastica può crescere effettivamente sino a dimensioni gigantesche.

Cosa determina dunque il rapporto tra “r” e “g”? Piketty interroga gli effetti dei cambiamenti nella crescita economica. Io trovo che sia più facile osservare questo nei termini di un modello standard di Solow. Nella figura sotto, assumiamo che “s” sia il tasso aggregato di risparmio; che il mutamento tecnologico vada nel senso di aumentare la forza lavoro, in modo che si possa pensare che il numero dei lavoratori all’opera cresca più velocemente del numero dei lavoratori effettivi; e che ci sia una funzione aggregata di produzione Q/L = f(K/L), dove Q/L sta per il prodotto per lavoratore in funzione e K/L sta per il capitale per ogni lavoratore in funzione. Il diagramma consueto, allora, si sviluppa nel modo seguente:

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Con il tempo, l’economia converge verso una crescita da stato stazionario ad un tasso “n”, che è la somma della crescita della forza lavoro e del progresso tecnologico, ed il rapporto tra capitale e prodotto converge verso “s/n”.

Come mostra la figura, un declino di “n” porterà ad un crescita nel rapporto capitale/prodotto e ad una caduta sia di “r” che di “g”. Cosa diminuisce maggiormente? Ebbene, dipende da cosa accade alla quota del capitale nel prodotto, che a sua volta dipende dalla elasticità di sostituzione tra capitale e lavoro.

Trovo che questo sia più facile da pensare nei termini di un esempio numerico. Consideriamo che “s” sia uguale a .09 e inizialmente “r” sia uguale a .03. In quel caso il rapporto capitale-prodotto è 3; se la quota di capitale è .3, “r” è uguale a .10. Ora facciamo che “n” e di conseguenza lo stato stazionario diminuisca a .015. K/Q sale a 6. Se la quota di capitale non cambia, “r” cade a .05 – vale a dire, cade in proporzione alla crescita. Se l’elasticità di sostituzione è inferiore a 1, il più elevato rapporto tra i capitale ed il lavoro in funzione comporta una caduta nella quota del capitale, cosicché il rendimento del capitale diminuisce maggiormente del tasso di crescita. Tuttavia, Piketty asserisce che l’elasticità di sostituzione è maggiore di uno, cosicché la quota del capitale cresce, ed “r” cade meno di “g”.

E a quel punto Picketty ci dice una cosa importante: storicamente “r” ha quasi sempre ecceduto “g”, ma c’è stato un periodo eccezionale nel 20° secolo, una periodo di rapida crescita della forza lavoro e di progresso tecnologico, nel quale “r” era inferiore di “g”. Ed egli sostiene che quel genere di società che noi consideriamo normale, nella quale gli alti redditi riflettono conquiste personali piuttosto che ricchezze ereditate, di fatto è una aberrazione prodotta da un periodo eccezionale di quella natura.

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E’ una visione rilevante, di vasta portata. Un paio di domande:

1 Quanto del declino di “r” in relazione a “g” è dipeso dalla rapida crescita e quanto è dipeso da politiche, sia nella forma della tassazione che in sostanza della confisca delle ricchezze ereditate? In altre parole, quanto è dipeso dalla sorte, quanto dalle guerre e dagli sconvolgimenti politici? Piketty interroga entrambi i fattori, ma non ci fornisce mai un relativo giudizio quantitativo.

2 Quanto è importante questa ricostruzione agli effetti di quello che è accaduto sin qua? Negli Stati Uniti, come lo stesso Piketty esamina, l’ineguaglianza fortemente crescente deve essere sino ad oggi stata guidata in gran parte da redditi di lavoro – da parte dei “supermanager” (io preferisco “superdirigenti”).

Molto di più al momento in cui consegnerò l’intero lavoro.

Salari di paura (un po’ per esperti) (12 marzo 2014)

marzo 12, 2014

 

Mar 12, 7:38 am

Wages of Fear (Somewhat Wonkish)

Conventional wisdom can be a terrible thing. In 2009-10 all the serious people started telling each other that public debt was the number one threat facing advanced economies, and that austerity policies were needed immediately. We know how that turned out. Well, over the past few months I’ve been watching a new conventional wisdom take hold – among a narrower and more technical set of people, but still. According to this view, economic slack is vanishing fast; even though we still have huge unemployment, we’re actually running out of employable workers, and a dangerous acceleration in the pace of wage increases is already underway. Time to raise interest rates!

The trouble is that this emerging consensus is all wrong. In fact, it’s wrongheaded in at least four ways.

First, the widespread impression, after the latest job report, that we’re seeing a surge in wages is probably a snow job. Literally. The team at Goldman Sachs (no link) points out that average hourly wages normally spike after a spell of cold weather. Why? It’s a compositional effect: the workers idled by bad weather tend to be hourly workers, who are paid less than salaried workers. So the average worker in a snow-ridden month is better-educated and better-paid than in a normal month, because the lower-paid workers aren’t working. The blip in measured wages is a statistical artifact, not a sign of tight labor markets.

Second, almost all the talk about rising wages is driven by just one labor market indicator, the average wage of nonsupervisory workers. Other wage indicators, like the average of all employees and the Employment Cost Index, are telling a different story. Here are three measures; you do get an impression of rising wages:

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But take out the nonsupervisory workers, and that impression mostly though not entirely vanishes:

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Goldman Sachs has a composite indicator, which is the first principal component of several measures; it shows at best a slight hint of acceleration:

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Third, what’s so bad about rising wages? Wage increases are running far below their pre-crisis levels, and everything we’ve learned in this crisis – basically about the dangers of the two zeroes – says that pre-crisis wage increases, and inflation in general, was too low. And to get wage gains up to where they should be, we need a period of overfull employment.

 

Salari di paura (un po’ per esperti)

 

La saggezza convenzionale può essere una cosa tremenda. Nel 2009 – 2010 tutte le persone serie cominciarono a raccontarsi l’una con l’altra che il debito pubblico era per le economie avanzate il pericolo numero uno, e che avevamo bisogno immediatamente di politiche di austerità. Sappiamo come è andata a finire. Ebbene, nei mesi passati ho constatato il diffondersi di una nuova forma di saggezza convenzionale – su un complesso di individui più ristretto e più tecnico, ma tant’è. Secondo questo punto di vista, la fiacchezza dell’economia sta rapidamente svanendo; anche se abbiamo ancora molta disoccupazione, staremmo effettivamente esaurendo i lavoratori occupabili, ed una pericolosa accelerazione nel ritmo degli incrementi salariali sarebbe già in corso.

Il problema è che questo emergente consenso è del tutto sbagliato. Di fatto, è fuorviante in almeno quattro sensi [1].

Il primo, l’impressione generale, dopo l’ultimo rapporto sul lavoro, che siamo in presenza di una crescita dei salari è probabilmente ingannevole. Letteralmente. Il gruppo di Goldman Sachs (non c’è connessione) mostra che i salari medi orari normalmente si rialzano dopo un po’ di stagione fredda. Perché? E’ un effetto di composizione: i lavoratori inattivi per il tempo rigido tendono ad essere lavoratori su base oraria, che sono pagati meno dei lavoratori salariati. Dunque il lavoratore medio in un mese tormentato dalla neve è un lavoratore più istruito e meglio pagato di quello di un mese normale, perché i lavoratori con paghe più basse non stanno lavorando. Il lieve ritocco nei salari accertati è un artificio statistico, non il segno di mercati del lavoro con pochi margini.

In secondo luogo, praticamente l’intera discussione sui salari in crescita è determinata soltanto da un indicatore del mercato del lavoro, il salario medio dei lavoratori che non hanno funzioni di direzione e controllo. Altri indicatori salariali, come la media di tutti gli addetti e l’Indice dei Costi dell’Occupazione, ci raccontano una storia diversa. Ecco tre dati dai quali si trae una impressione di salari crescenti:

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Ma si tengano fuori i lavoratori senza funzioni di direzione e di controllo, e quella impressione, in gran parte se non interamente, svanisce:

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Goldman Sachs ha un indicatore composto, che è la prima principale componente di una serie di misurazioni; esso mostra al massimo un lieve cenno di accelerazione:

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In terzo luogo, che cosa c’è di così negativo in una crescita dei salari? Gli incrementi salariali stanno procedendo a livelli assai inferiori ai loro livelli precedenti alla crisi, e tutto quello che abbiamo imparato in questa crisi – fondamentalmente a riguardo dei pericoli dei ‘due zeri’  [2] – dice che gli incrementi precedenti alla crisi, e più in generale l’inflazione, erano troppo bassi. E per ottenere che gli incrementi salariali salgano al livello in cui dovrebbero essere, abbiamo bisogno di un periodo di occupazione davvero satura.



[1] Penso che il ‘quattro’ stia per ‘tre’, nel senso che gli esempi successivi sono in realtà tre.

[2] Vedi il post di Krugman del 5 marzo 2014. Il riferimento è allo ‘zero’ del limite inferiore dei tassi di interesse ed allo ‘zero’ della quota prevalente di retribuzioni ferme, senza alcun incremento o decremento.

La guida all’economia degli innalzatori dei tassi (10 marzo 2014)

marzo 10, 2014

 

Mar 10, 2:18 pm

The Rate-Hiker’s Guide to the Economy

The big headline on the front page of today’s FT — at least in the U.S. edition — goes to this report about the Bank for International Settlements. According to the article, the BIS is warning that “forward guidance” — the attempt to drive long-term interest rates down by promising to keep short-term rates low for a long time — “could endanger the international financial system.” So I thought, typical BIS — the gnomes of Basel have been consistently against anything that might restore full employment, have been into punishment all the way. And I got ready to write a BIS-bashing post.

But first I thought I should check the actual BIS report — and it’s not very much like the description in the FT. Yes, it mentions possible risks to financial stability, but it also talks about the reasons for forward guidance and the need for some kind of unconventional stimulus; if it seems somewhat down on the policy, it’s more about doubtful effectiveness than about looming doom. In other words, the fear factor here is more the FT projecting its own prejudices onto the BIS than the BIS itself.

And that, I think, is an indicator. The urge to hike rates — the rationale keeps changing, but the demand stays the same — is widespread in the financial press. Why? The ever-changing reasons for a never-changing policy suggest that we aren’t really talking about policy analysis. Instead we’re talking about some mix of class interest (rentiers want their rents) and desire to see economics as a morality play (easy money feels good, therefore it must be bad).

Anyway, quite amazing. And I worry that the incessant drumbeat of demands for rate hikes will eventually wear the central bankers down.

 

La guida all’economia degli innalzatori dei tassi

 

Il titolo principale sulla prima pagina del Financial Times di oggi – almeno nell’edizione statunitense – va a questo resoconto sulla Banca dei Regolamenti Internazionali.  Secondo l’articolo, la BIS sta mettendo in guardia che un “indirizzo anticipato” [1] – il tentativo di abbassare i tassi di interesse a lungo termine promettendo di mantenere quelli a breve termine bassi per un lungo periodo – “potrebbe danneggiare l’intero sistema finanziario”. Dunque, ho pensato, la solita BIS – gli gnomi di Basilea sono stati coerentemente contro ogni cosa potesse ripristinare la piena occupazione, appassionati in tutti i modi ad una soluzione punitiva. Ed ero pronto a scrivere un post di critica feroce alla BIS.

Ma ho pensato che prima avrei dovuto verificare l’effettivo rapporto della BIS – ed esso non è affatto come descritto dal FT. Sì, si parla dei possibili rischi per la stabilità finanziaria, ma si parla anche delle ragioni per un ‘indirizzo anticipato’ e del bisogno di un qualche genere di stimolo non convenzionale; se esso sembra in qualche modo criticare la politica, è più a proposito della sua dubbia efficacia che non di una incombente sventura. In altre parole, il fattore della paura è più nella proiezione da parte del Financial Times dei propri pregiudizi sulla BIS che non nella BIS stessa.

E questo, penso, sia un indicatore. Il bisogno di alzare i tassi – la motivazione cambia in continuazione, ma la richiesta resta la stessa – è generale nella stampa finanziaria. Perché? Le ragioni in continuo cambiamento di una politica che non cambia mai, indicano che propriamente non stiamo parlando di analisi dei contenuti politici. Piuttosto stiamo parlando di una qualche combinazione di interessi di classe (i redditieri vogliono le loro rendite) e del desiderio di riconoscere l’economia come una rappresentazione morale (la moneta facile si percepisce come cosa buona, dunque deve essere cattiva).

In ogni modo è abbastanza sorprendente. E sono preoccupato che l’incessante grancassa delle richieste di innalzamento dei tassi alla fine sfinirà i banchieri centrali.



[1] La “forward guidance” è l’indicazione, da parte di una banca centrale, di come saranno modificati i tassi di interesse in futuro. La Banca centrale europea l’ha introdotta per la prima volta il 4 luglio 2013: con questa svolta, che finora affidava le indicazioni a una sorta di linguaggio in codice per addetti ai lavori, ha reso la comunicazione esplicita, sul modello di quanto fa abitualmente la Federal Reserve. Analoga svolta è arrivata dalla Bank of England di Mark Carney. (Il Sole 24 Ore)

Mi pare che “indirizzo anticipato” sia dunque una traduzione letterale e corretta, e direi anche semplice.

Il confronto francese (9 marzo 2014)

marzo 9, 2014

 

Mar 9, 10:15 am

The French Comparison

I promised that I would share some nagging concerns about the Ostry et al paper on redistribution and growth (pdf); I think I can usefull phrase my concerns in terms of my favorite comparison on these matters, which is between the United States and France.

Why this pair? Because we’re talking about two advanced countries that clearly have similar levels of technological competence but have made very different social choices; in particular, France not only does much more redistribution, it has expanded its redistribution over time, limiting the rise in overall inequality, while the United States has not (see Table 4 here (pdf)).

So how have the countries’ destinies compared during the New Gilded Age? French growth actually has been somewhat slower, although hardly the catastrophe the country’s incessant bad press might lead you to expect:

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Even more strikingly, however, the level as opposed to the growth rate of French GDP per capita is substantially lower than that of the US.

This is my main concern about Ostry et al. Suppose we think that strong redistributionist policies reduce the level of output — but that it’s a one-time shift, not a permanent depression of growth. Then you could accept their result of a lack of impact on growth while still believing in serious output effects.

Now, the IMF researchers arguably have answered this objection by also including the current level of GDP per capita in their regressions; their regressions indicate that a country with lower GDP per capita than the US should be growing faster than the US, other things equal. So any level-depressing effect of redistribution should show up as a failure of this faster growth to materialize, i.e., as a negative coefficient on redistribution. But I’m uneasy about whether this is good enough.

Interestingly, French underperformance is a matter of low labor input rather than low productivity:

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Once you delve into this low labor input, it starts to look like the result of some very specific policies rather than redistribution in general: a pension system that encourages early retirement, regulations that give the French shorter hours and much more vacation time than we get.

Overall, I am still mostly persuaded by the Ostry et al work, but I think we need to acknowledge that it’s not quite as slam-dunky as liberals might like.

 

Il confronto francese

 

Avevo promesso che avrei messo in comune qualche assillante preoccupazione sul saggio di Ostry ed altri sulla redistribuzione e la crescita (disponibile in pdf); penso di poter utilmente formulare le mie preoccupazioni nei termini del mio confronto preferito su questa materia, che è quello tra gli Stati Uniti e la Francia.

Perché questo accoppiamento? Perché stiamo parlando di due paesi avanzati che hanno chiaramente livelli simili di competenza tecnologica e che hanno fatto scelte sociali molto diverse; in particolare, la Francia non ha soltanto una redistribuzione dei redditi molto maggiore, essa ha ampliato la sua redistribuzione nel corso del tempo, mentre gli Stati Uniti non l’hanno fatto (vedi in questa connessione, disponibile i pdf, alla Tabella 4).

Dunque, come si sono confrontati i destini di questi paesi durante la Nuova Età dell’Oro? La crescita francese effettivamente è stata in una certa misura più lenta, sebbene non si tratti affatto della catastrofe che la incessante pessima stampa su quel paese poteva indurvi ad immaginare:

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Ancora più considerevolmente, tuttavia, il livello del PIL francese procapite, in alternativa al tasso di crescita, è stato sostanzialmente più lento che negli Stati Uniti.

Questa è la mia principale preoccupazione a proposito di Ostry ed altri. Supponiamo che forti politiche redistribuzioniste riducano il livello della produzione – ma che  questa sia una variazione occasionale e non una depressione permanente della crescita. In quel caso si potrebbe accettare il loro risultato di una assenza di impatto sulla crescita pur credendo ancora in seri effetti sulla produzione.

Ora, probabilmente i ricercatori del FMI hanno risposto a questa obiezione anche con l’inclusione degli attuali livelli del PIL procapite nelle loro regressioni [1]; le loro regressioni indicano che un paese con un PIL procapite più basso degli Stati Uniti dovrebbe crescere più velocemente degli Stati Uniti, a parità delle altre condizioni. Dunque, ogni effetto di livello depressivo della redistribuzione dovrebbe mostrarsi nella forma di una mancata materializzazione di una crescita più veloce, ovvero come un coefficiente negativo sulla redistribuzione.

In modo interessante, la prestazione inferiore della Francia è più una questione di basso input del lavoro che di bassa produttività:

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Una volta che andate a vagliare questo basso input del lavoro, esso comincia ad apparire come la conseguenza di alcune politiche molto specifiche, piuttosto che della redistribuzione in generale: un sistema pensionistico che incoraggia i pensionamenti precoci, regolamenti che danno ai francesi orari più corti e periodi di vacanza molto maggiori di quelli che noi abbiamo.

In generale, sono ancora in gran parte persuaso dallo studio di Ostry ed altri, ma penso che si debba riconoscere che esso non è esattamente quel colpo definitivo [2] che potrebbe far piacere ai progressisti.



[1] L’analisi della regressione è una tecnica usata per analizzare una serie di dati che consistono in una variabile dipendente e una o più variabili indipendenti. La variabile dipendente nella equazione di regressione è modellata come una funzione delle variabili indipendenti più un termine d’errore. (Wikipedia)

[2] “Slam-dunk” in termini sportivi è una “schiacciata”.

Gli stati assistenziali nella crisi dell’euro (9 marzo 2014)

marzo 9, 2014

 

Mar 9, 9:44 am

Welfare States in the Euro Crisis

A followup on my last post, on redistribution and its role or lack thereof in the economic crisis. One thing we can do instead of looking at measures of redistribution — which is, in a way, the output of the welfare state — is look at social expenditures, which are in effect the input. And this gives us data on a few more countries. If we look at the relationship between social expenditures in 2007, on the eve of the crisis, and performance in the next five years, we get this:

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The countries that rode out the crisis best had relatively large welfare states by European standards, while those that did worst had somewhat smaller than average social expenditures.

I don’t think this is causal; what happened instead was that during the years of europhoria, money flowed from Europe’s wealthy core, with its well-established welfare states, to less developed economies on the periphery, which then went bust. The size of the welfare state probably had nothing to do with it either way. But then that’s the point: the right-wing theory of the crisis gets no support from the facts.

 

Gli stati assistenziali nella crisi dell’euro

 

Un seguito al mio post precedente sulla redistribuzione e sul suo ruolo nelle crisi economica, o meglio sulla assenza di effetto. Una cosa che possiamo fare invece di guardare alle misurazioni della redistribuzione – che è, in un certo senso, il prodotto degli stati assistenziali – è guardare alle spese sociali, che in effetti sono il dato di ingresso. E questo ci offre dati su pochi altri paesi. Se guardiamo alla relazione tra le spese sociali nel 2007, all’epoca della crisi, e la prestazione nei cinque anni successivi, otteniamo questo:

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I paesi che hanno superato nel modo migliore la crisi avevano stati assistenziali relativamente ampi per gli standard europei, mentre quelli che hanno fatto peggio avevano in qualche modo spese sociali minori della media.

Non penso che questo sia un rapporto di causa; quello che invece è successo è che negli anni dell’ ‘euroforia’ i capitali si sono riversati dal centro ricco dell’Europa, con i suoi ben attrezzati stati sociali,  alle economie meno sviluppate della periferia, che poi sono collassate. La dimensione degli stati assistenziali probabilmente non ha a che fare con questo in nessun senso. D’altro canto il punto è quello: la teoria delle crisi della destra non ha alcun sostegno dai fatti.

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