Blog di Krugman

Il Sergente Friday non è stato una volpe (18 marzo 2014)

 

Mar 18, 7:55 am

Sergeant Friday Was Not A Fox

The new FiveThirtyEight is up, and Tyler Cowen is not impressed. I’m sorry to say that I had the same reaction. Here’s hoping that Nate Silver and company up their game, soon.

What worries me, based on what we’ve seen so far — which isn’t much, but shouldn’t the site have debuted with a bang? — is that it looks as if the Silverites have misunderstood their mission.

Nate’s manifesto proclaims his intention to be a fox, who knows many things, rather than a hedgehog, who knows just one big thing; i.e., a pundit who repeats the same assertions in every column. I’m fine with that.

But you can’t be an effective fox just by letting the data speak for itself — because it never does. You use data to inform your analysis, you let it tell you that your pet hypothesis is wrong, but data are never a substitute for hard thinking. If you think the data are speaking for themselves, what you’re really doing is implicit theorizing, which is a really bad idea (because you can’t test your assumptions if you don’t even know what you’re assuming.)

I feel bad about picking on a young staffer, but I think this piece on corporate cash hoards — which is the site’s inaugural economic analysis — is a good example. The post tells us that the much-cited $2 trillion corporate cash hoard has been revised down by half a trillion dollars. That’s kind of interesting, I guess, although it’s striking that the post offers neither a link to the data nor a summary table of pre- and post-revision numbers; I’m supposed to know my way around these numbers, and I can’t figure out exactly which series they’re referring to. (Use FRED!)

More to the point, however, what does this downward revision tell us? We’re told that the “whole narrative” is gone; which narrative? Is the notion that profits are high, but investment remains low, no longer borne out by the data? (I’m pretty sure it’s still true.) What is the model that has been refuted?

“Neener neener, people have been citing a number that was wrong” is just not helpful. Tell me something meaningful! Tell me why the data matter!

 

Il Sergente Friday [1] non è stato una volpe

 

E’ uscito il nuovo FiveThirtyEight [2], e Tyler Cowen non ne è rimasto colpito. Mi dispiace dirlo, ma neppure io. Di qua la speranza che Nate Silver e i suoi colleghi migliorino alla svelta le loro prestazioni.

Quello che mi preoccupa, basandomi su quello che ho visto sino a questo punto – che non è molto, ma il sito non avrebbe dovuto debuttare con un gran colpo? – è che sembra come se i “Silveriti” [3] abbiano frainteso la loro missione.

Il manifesto di Nate afferma la sua intenzione di essere una volpe, uno che sa molte cose, piuttosto che essere un riccio, ovvero uno che sa solo una cosa importante; ad esempio, un commentatore che ripete gli stessi giudizi in ogni articolo. Questo lo condivido.

Ma non si può essere una volpe efficiente solo lasciando che i dati parlino per se stessi – perché non succede mai. Si usano i dati per improntare la propria analisi, si fa in modo che essi vi dicano se la vostra ipotesi prediletta sia sbagliata, ma i dati non sostituiscono mai il pensiero profondo. Se pensate che i dati parlino da soli, quello che state davvero facendo è una teorizzazione implicita, e quella è proprio un pessima idea (perché non potete verificare i vostri assunti, se non sapete nemmeno cosa state assumendo).

Mi dispiace prendermela con un giovane redattore, ma penso che questo articolo sulle riserve di contante delle grandi imprese – che è l’analisi economica inaugurale del sito – sia un buon esempio. Il post ci racconta che la molto citata riserva delle imprese per 2.000 miliardi di dollari è stata diminuita di mezzo miliardo di dollari. E’ un genere di notizia interessante, suppongo, sebbene sia sorprendente che il post non offra né una connessione per quel dato, né una tabella sintetica dei numeri prima e dopo la revisione; si pensa che io sappia come muovermi tra questi numeri, eppure non posso immaginare esattamente a cosa si stanno riferendo (usate i dati della Federal Reserve Economic Data !)

Tuttavia, venendo al punto, che cosa ci dice questa revisione verso il basso? Ci viene detto che l’ ‘intero racconto’  è diventato inutilizzabile; quale racconto? Si tratta dell’idea che i profitti siano alti, ma gli investimenti restino bassi, che non sarebbe più confermata dai dati (io sono abbastanza certo che sia ancora vera)? Qual è il modello che sarebbe stato confutato?

Dire: “E’ tutto da ridere, le persone stanno utilizzando un dato sbagliato!”, non aiuta. Raccontami qualcosa di comprensibile! Dimmi perché i dati sono importanti!



[1] Il Sergente Friday era un personaggio di una serie radiofonica e  televisiva degli anni ’50 e ’60. Una sua espressione famosa era “Il mio nome è Friday e porto il distintivo”. Non saprei dire il nesso tra il sergente e l’iniziativa di un nuovo blog della quale si parla nel post. A meno che non sia una ironia sullo strano titolo del nuovo blog (538), che potrebbe avere una analogia con il fatto che anche il distintivo di Friday aveva un numero caratteristico (ma il suo distintivo era il numero 714).

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[2] E’ il nome di un nuovo blog.

Nate Silver è americano e ha 36 anni. Lunedì 17 marzo ha riaperto ufficialmente il suo sito di notizie: si chiama FiveThirtyEight, all’inizio era il suo blog personale, poi fu comprato e ospitato per tre anni dal sito del New York Times, adesso è stato rilanciato e molto allargato da ESPN. FiveThirtyEight si occupa di notizie di vario tipo, ma affrontate sempre attraverso analisi di dati e previsioni statistiche: ed era probabilmente il più atteso e discusso tra i nuovi siti di news internazionali che stanno nascendo e nasceranno nei prossimi mesi. (da “Il Post”)

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[3] In questo caso “Silveriti” dovrebbero essere i collaboratori di Silver, ovviamente. Ma erano Silveriti (diciamo, ‘seguaci della moneta d’argento’) anche i componenti di un movimento politico che negli Stati Uniti della fine del diciannovesimo secolo sostenevano che l’argento (“silver”) doveva costituire base monetaria come l’oro. Volevano che si coniasse liberamente l’argento, pensando che abbassare il ‘gold standard’ ad un ‘silver standard’ – o almeno ad una combinazione – avrebbe aumentato l’offerta di denaro e contrastato le deflazione che era in atto e penalizzava soprattutto le attività agricole. C’erano ‘silveriti’ in molti gruppi e partiti (il ‘Silver Party’, il ‘Populist Party’, il Partito Democratico e quello Repubblicano). Il principale candidato ‘silverita’ alle elezioni presidenziali fu William Jennings Bryan, che però le perse. Restò comunque famoso per la famosa accusa, rivolta ai suoi rivali, di voler ‘impiccare il popolo americano ad una croce d’oro’.

La carica della Brigata della destra (16 marzo 2014)

marzo 16, 2014

 

March 16, 2014, 11:37 am

Charge of the Right Brigade

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Canon to right of me, canon to left of me — actually, scratch that, it’s all canon to right of me.

Noah Smith writes about what he calls the “finance macro canon.” It’s mainly the view that money-printing and deficits lead inexorably to runaway inflation, plus assorted other arguments about why easy money is a terrible thing even in a depressed economy.

And Noah is right — it’s still a view that is dominant on much of Wall Street. I’ve had several recent conversations with finance-industry people — including traders — who talk with some wonderment about the failure of high inflation and a plunging dollar to materialize, because “all the experts” told them to expect that outcome. When I found myself on CNBC with Joe Kernan, he described me as a “unicorn” — he couldn’t believe that there was anyone out there who didn’t believe that deficits and QE were going to lead to rapid doom.

Now, it’s interesting to note that the really smart Wall Street money doesn’t buy into this canon. Jan Hatzius and the rest of the economics group at Goldman have an underlying macroeconomic framework pretty much indistinguishable from mine, and have consistently talked down the risks from easy money and deficits. But the great Armani-suited unwashed apparently don’t know that; they think that “everyone” shares their springtime-for-Weimar vision.

What makes this even more peculiar is the way the canon continues to dominate despite having failed the reality test in the most dramatic way possible. Here’s the budget deficit as a percent of GDP (red line) and the rate of growth of the monetary base (currency plus bank reserves; blue line) in recent years:

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Both exploded to unprecedented levels — yet inflation went nowhere, and is in fact running below the Fed’s target.

So how can this disastrous a failure of the canon’s predictions have failed to make a debt in its dominance — especially when us unicorns were predicting exactly this result?

Actually, an aside on prediction failures: there are failures, and then there are failures. Some people seem to think that something like Spain’s slight recovery this year — the best estimates now are that it may grow 1.5 percent — are as big a failure for the critics of austerity as the kind of thing I show above is a failure of the finance canon. But lots of stuff can cause the economy to grow a percentage point or two more or less than your forecast. On the other hand, if you believe that prices should move in proportion to the monetary base, there’s simply no way to rationalize triple-digit money growth associated with 2 percent or less inflation.

Anyway, what lies behind the canon’s continuing hold?

Class interest arguably explains the policy demands: tight money is what rentiers always want. But most of the consumers of this bad analysis are trying to make money, not influence policy, so what’s in it for them?

Noah suggests that it’s the need for the illusion of knowledge; but this in itself doesn’t explain why goldbug cranks should dominate so completely. Why haven’t the kind of people who listened to Peter Hyperinflation-by-2010 Schiff switched to, say, Warren Mosler?

It has to be in some sense political; the canon appeals to certain kinds of prejudices, in particular the prejudices of angry old white men with money to invest. But it remains amazing how little those prejudices have been dented by their failure to meet the most decisive real-world test you could imagine.

 

 

 

 

 

 

 

 

La carica della Brigata della destra

 

Regole alla mia destra, regole alla mia sinistra – in verità, gratta gratta, è tutta una regola alla mia destra.

Noah Smith scrive su quella che definisce “la regola macro della finanza”. Si tratta principalmente del punto di vista secondo il quale lo stampare moneta ed i deficit portano inesorabilmente all’inflazione, con l’aggiunta di altri argomenti assortiti sul perché la moneta facile sia una cosa terribile anche in una economia depressa.

E Noah ha ragione – esso è ancora un punto di vista dominante in gran parte di Wall Street. Ho avuto alcune recenti conversazioni con alcune persone del settore finanziario – inclusi operatori – che parlano con qualche meraviglia del fatto che non si siano materializzate una elevata inflazione ed un crollo del dollaro, perché “tutti gli esperti” avevano detto loro di aspettarsi un esito del genere. Quando mi ritrovai alla CNBC con Joe Kernan, egli mi descrisse come un “unicorno” – egli non poteva ammettere  che ci fosse qualcuno in circolazione che non aveva creduto che i deficit e la “Facilitazione Quantitativa” non stessero portando ad un rapido disastro.

Ora, è interessante notare che gli uomini potenti veramente intelligenti di Wall Street non abboccano a questa regola. Jan Hatzius e gli altri della squadra di economisti della Goldman hanno uno schema macroeconomico di base in gran parte indistinguibile dal mio, ed hanno continuamente trattato con sufficienza i rischi della moneta facile e dei deficit. Ma a quanto pare la folla di tutti coloro che vestono Armani non lo sa; essi pensano che “tutti” condividano la loro visione sull’avvento di una situazione come quella di Weimar.

Quello che rende tutto questo anche più peculiare è il modo in cui la regola continua a imperversare, nonostante che sia venuta meno alla prova dei fatti nel modo più spettacolare possibile. Ecco il deficit di bilancio come percentuale del PIL (linea rossa) ed il tasso di crescita della base monetaria (contante più riserve bancarie; linea blu) negli anni recenti:

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Sono entrambi esplosi a livelli senza precedenti . tuttavia l’inflazione non è andata da nessuna parte, e di fatto sta procedendo al di sotto dell’obbiettivo della Fed.

Dunque, come può un tale disastroso fallimento delle previsioni canoniche non essere riuscito a mettere il debito sotto la sua influenza – specialmente quando noi unicorni avevamo previsto esattamente questo risultato?

Occorre effettivamente una digressione sui fallimenti: c’è fallimento e fallimento. Alcune persone sembrano pensare che qualcosa come la leggera ripresa della Spagna di quest’anno – le stime migliori ora dicono che essa potrebbe crescere dell’1,5 per cento – sia un fallimento per i critici dell’austerità altrettanto grande del genere di situazione, relativa al disastro della regola della finanza, che ho sopra mostrato. Ma un sacco di cose possono spingere l’economia a crescere di un punto percentuale o due in più o in meno delle vostre previsioni. D’altra parte, se credete che i prezzi debbano muoversi in proporzione alla base monetaria, semplicemente non c’è alcun modo di concepire una crescita della moneta a tre cifre associata con una inflazione al due per cento o meno ancora.

In ogni caso, cosa sta dietro la perdurante capacità di reggere delle regole?

Interessi di classe probabilmente spiegano le richieste politiche: una restrizione monetaria è quello che i redditieri vogliono sempre. Ma la maggioranza di coloro che si abbeverano a questa pessima analisi stanno cercando di far soldi, non di guadagnare influenza politica, dunque cosa c’è in ballo per loro?

Noah suggerisce che si tratti del bisogno di una illusione di conoscenza; ma in se stesso questo non spiega perché gli stravaganti fanatici dell’oro dovrebbero avere un dominio così completo. Perché il genere di persone che ascoltavano la storia della “iperinflazione-entro-il-2010”  di Peter Schiff non sono passati, diciamo, ad ascoltare Warren Mosler? [1]

In qualche senso la spiegazione deve essere politica: la “regola” fa appello ad un certo genere di pregiudizi di anziani uomini bianchi con soldi da investire. Ma resta sorprendente quanto poco questi pregiudizi siano stati scalfiti dalla loro incapacità a fare i conti con il più decisivo test del mondo reale che si possa immaginare.


 

 


[1] Schiff e Mosler sono qua indicati come due rilevanti figure del capitalismo americano – ma in un certo senso anche due commentatori economici di una certa autorevolezza – con caratteristiche opposte.

Il primo – che oltre ad essere un commentatore finanziario è anche un operatore finanziario potente –  è l’antesignano repubblicano di una lettura economica conservatrice, ed aveva completamente aderito ad una concezione per la quale le politiche monetarie e della finanza pubblica contro la crisi avrebbero portato ad una “iperinflazione”.

Il secondo – Presidente della società automobilistica Mosler, ma anche autore di spicco della Teoria Monetaria Moderna, e dunque sostenitore di una concezione opposta sul ruolo della politica monetaria, nonché ispiratore di una vasta attività di promozione delle ricerca economica a livello universitario – può essere considerato come espressione del punto di vista opposto. Peraltro, egli ha pubblicato i libro “Le sette innocenti frodi capitali della politica economica”, con una prefazione di James Kenneth Galbraith.

 

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Non prosperare e morire precocemente (16 marzo 2014)

marzo 16, 2014

 

Mar 16, 10:41 am

Don’t Prosper and Die Early

I was pleased to see this article by Annie Lowrey documenting the growing disparity in life expectancy between the haves and the have-nots. It’s kind of frustrating, however, that this is apparently coming as news not just to many readers but to many policymakers and pundits. Many of us have been trying for years to get this point across — to point out that when people call for raising the Social Security and Medicare ages, they’re basically saying that janitors must keep working because corporate lawyers are living longer. Yet it never seems to sink in.

Maybe this article will change that. But my guess is that in a week or two we will once again hear a supposed wise man saying that we need to raise the retirement age to 67 because of higher life expectancy, unaware that (a) life expectancy hasn’t risen much for half of workers (b) we’ve already raised the retirement age to 67.

 

Non prosperare e morire precocemente

 

Mi ha fatto piacere di leggere questo articolo a cura di Annie Lowrey che documenta le disparità nell’aspettativa di vita tra gli abbienti e i non abbienti. E’ una sorta di frustrazione tuttavia,  che queste siano in apparenza novità non solo per molti lettori, ma anche per molti uomini politici e commentatori. Molti di noi hanno provato per anni a sostenere questo argomento – per mostrare come, quando le persone si pronunciano per un elevamento dell’età per la Sicurezza Sociale e per Medicare, fondamentalmente è come se dicessero che i portieri devono continuare a lavorare perché i legali delle imprese stanno vivendo più a lungo. Pare tuttavia che non si sia mai compresi.

Forse con quest’articolo le cose cambieranno. Ma la mia impressione è che tra una settimana o due ancora una volta sentiremo un uomo saggio affermare che abbiamo bisogno di elevare a 67 anni l’età di pensionamento a causa di una aspettativa di vita più elevata, senza sapere che: a) l’aspettativa di vita non è cresciuta molto per la metà dei lavoratori; b) abbiamo già aumentato l’età di pensionamento a 67 anni.

I salari degli uomini (16 marzo 2014)

marzo 16, 2014

 

Mar 16, 10:30 am

The Wages of Men

For reference: Here are changes in hourly real wages of men, 1973-2012, at different percentiles of the wage distribution, calculated from Census data by the Economic Policy Institute. As you can see, wages have fallen for 60 percent of men.

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Economic Policy Institute

I was curious to see how the House Budget Committee report on poverty deals with this fact, which surely plays some role in the persistence of poverty despite government efforts. The answer is, it never so much as mentions falling real wages.

 

I salari degli uomini

 

Per memoria: ci sono cambiamenti nei salari reali degli uomini, tra il 1973 ed il 2012, ai diversi percentili della distribuzione dei salari, secondo i dati del Censimento a cura dell’Economic Policy Institute. Come potete vedere, i salari sono scesi per il 60 per cento degli uomini:

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Economic Policy Institute

 

Sono curioso di vedere come il rapporto sulla povertà della Commissione Bilancio della Camera fa i conti con questo fatto, che sicuramente gioca un qualche ruolo nella persistenza della povertà a dispetto degli sforzi del Governo. La risposta è: neanche al punto di ricordare la caduta dei salari reali.

Preoccupazioni sul debito cinese (14 marzo 2014)

marzo 14, 2014

 

Mar 14, 7:56 am

Chinese Debt Worries

Atif Mian and Amir Sufi, our leading experts on the macroeconomic effects of private debt, have a new blog — and it has instantly become must reading. Their latest post is about China, which is looking a whole lot like an overleveraged economy at great risk of a Minsky moment. The key figure is this one:

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In the middle years of the last decade, China was able to sustain growth despite weak consumer spending thanks to massive and growing trade surpluses. But as the surplus eroded, it turned to sustaining extremely high and probably low-return investment via credit expansion — and now debt levels are looking scary.

We used to worry about America experiencing a China syndrome; but maybe we now need to worry about China experiencing an America syndrome.

 

Preoccupazioni sul debito cinese

 

Atif Mian e Amir Sufi, i nostri principali esperti degli effetti macroeconomici dei debiti privati, hanno un nuovo blog,  ed è diventato all’istante una lettura obbligata. Il loro ultimo post è sulla Cina, che assomiglia parecchio ad una economia sovra indebitata a gran rischio di un ‘momento Minsky’ [1]. La tabella fondamentale è la seguente [2]:

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Alle metà del decennio passato, la Cina era capace di sostenere la crescita nonostante una debole spesa per consumi grazie a massicci e crescenti surplus commerciali. Ma come i surplus si sono erosi, essa si è spostata verso un sostegno assai elevato e probabilmente caratterizzato da bassi rendimenti degli investimenti attraverso la espansione del credito – e adesso i livelli del debito appaiono allarmanti.

Eravamo soliti preoccuparci della possibilità che l’America sperimentasse una sindrome cinese; ma forse ora dobbiamo preoccuparci che la Cina sperimenti una sindrome americana.



[1] Hyman Minsky è stato un famoso economista americano (seppure non sufficientemente famoso), interprete di Keynes ed analista delle crisi finanziarie del capitalismo moderno. Per “momento Minsky” si intende esattamente la tendenza ad una accrescimento del rapporto di indebitamento (“Leverage”) sino allo scoppio delle bolle finanziarie.

[2] La linea continua si riferisce al credito nazionale verso il settore privato; la linea tratteggiata al rapporto tra conto corrente e PIL.

Note su Piketty (per esperti) (dal blog di Krugman, 14 marzo 2014)

marzo 14, 2014

 

March 14, 2014, 7:47 am

Notes on Piketty (Wonkish)

I’m working on a long-form review (for the New York Review of Books) of Thomas Piketty’s epic Capital in the 21st Century; I don’t want to steal my own thunder, so a broader reaction will have to wait. But for my own edification I wanted to write up a clarification of a couple of technical points.

Piketty’s big idea is that we are in the early stages of returning to a society dominated by great dynastic fortunes, by inherited wealth. And he has an analytic argument to back up that idea. I wonder, however, how many readers will fully appreciate either the strengths of the weaknesses of that argument.

To get at what is going on in his book, I think it’s useful to do it in the reverse order from his own presentation, first laying out a necessary condition for dynastic dominance, then asking what macroeconomic forces determine whether this condition is met.

So: Imagine a wealthy family that has managed, somehow or other, to guarantee that a large fraction of its income is used to accumulate more wealth. Can this family thereby acquire a dominant position in society?

The answer depends on the relationship between r, the rate of return on assets, and g, the overall rate of economic growth. If r is less than g, dynasties are doomed to erode: even if all income from a very large fortune is devoted to accumulation, the family’s wealth will grow more slowly than the economy, and it will slowly slide into obscurity. But if r is greater than g, dynastic wealth can indeed grow to gigantic size.

So what determines r-g? Piketty stresses the effects of changes in economic growth. I find this easiest to see in terms of a standard Solow model. In the figure below, we assume that s is the aggregate rate of saving; that technological change is labor-augmenting, so that it can be thought of as increasing the number of effective workers faster than the number of actual workers; and that there is an aggregate production function Q/L = f(K/L) where Q/L is output per effective worker and K/L is capital per effective worker. The familiar diagram then looks like this:

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Over time, the economy converges to steady-state growth at the rate n, which is the sum of labor force growth and technological progress, and the capital-output ratio converges to s/n.

As the figure shows, a decline in n will lead to a rise in the capital-output ratio and a fall in both r and g. Which falls more? Well, it depends on what happens to the capital share in output, which in turn depends on the elasticity of substitution between capital and labor.

I find this easiest to think of in terms of a numerical example. Let’s assume that s = .09 and initially n = .03. Then the capital-output ratio is 3; if the capital share is .3, r=.10. Now let n and hence steady-state g fall to .015. K/Q rises to 6. If the capital share doesn’t change, r falls to .05 – that is, it falls in proportion to growth. If the elasticity of substitution is less than 1, the higher ratio of capital to effective labor means a fall in the capital share, so the return on capital falls more than the growth rate. However, Piketty asserts that the elasticity of substitution is more than 1, so that the capital share rises, and r falls less than g.

And then Piketty tells us something remarkable: historically, r has almost always exceeded g – but there was an exceptional period in the 20th century, a period of rapid labor force growth and technological progress, when r was less than g. And he asserts that the kind of society we consider normal, in which high incomes reflect personal achievement rather than inherited wealth, is in fact an aberration driven by this exceptional period.

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It’s a remarkable, sweeping vision. A couple of questions:

1. How much of the decline in r relative to g in the 20th century reflected fast growth, and how much reflected policies that either taxed or in effect confiscated inherited wealth? In other words, how much was destiny, how much wars and political upheaval? Piketty stresses both factors, but never gives us a relative quantitative assessment.

2. How relevant is this story to what has happened so far? In the United States, as Piketty himself stresses, soaring inequality has to date been largely been driven by labor income – by “supermanagers” (I prefer superexecutives.)

Much more when I deliver the whole thing.

 

Note su Piketty (per esperti)

 

Sto lavorando ad una estesa recensione (per la New York Review of Books) del formidabile “Capitale nel 21° Secolo” di Thomas Piketty; non voglio rubarmi la scena, dunque per un commento più ampio occorrerà attendere. Ma per mia soddisfazione personale volevo annotare una chiarimento di un paio di aspetti tecnici.

La grande idea di Picketty è che noi siamo ai primi stadi di un ritorno ad una società dominata dalle grandi fortune dinastiche, dai ricchi eredi. E per sostenere questa idea, avanza un argomento analitico. Mi chiedo, tuttavia, se molti lettori comprenderanno sia i punti di forza che di debolezza di quell’argomento.

Per arrivare allo sviluppo di quella tesi nel libro, penso sia utile farlo in ordine inverso rispetto alla sua presentazione, anzitutto stabilendo una condizione necessaria per il dominio dinastico, per poi chiedersi cosa decidono gli agenti macroeconomici se questa condizione si realizza.

Dunque: immaginiamo una famiglia ricca che abbia operato, in un modo o nell’altro, per garantirsi che una larga parte del suo reddito fosse utilizzata per accumulare ulteriore ricchezza. Può questa famiglia, in conseguenza di ciò, acquisire una posizione dominante nella società?

La risposta dipende dalla relazione tra “r”, il tasso di rendimento degli asset, e “g”, il tasso generale di crescita dell’economia. Se “r” è minore di “g”, le dinastie sono destinate all’erosione: anche se tutto il reddito derivante da una fortuna molto vasta viene destinato alla accumulazione, la ricchezza della famiglia crescerà più lentamente dell’economia, e lentamente scivolerà nell’oscurità.  Ma se “r” è più grande di “g”, la ricchezza dinastica può crescere effettivamente sino a dimensioni gigantesche.

Cosa determina dunque il rapporto tra “r” e “g”? Piketty interroga gli effetti dei cambiamenti nella crescita economica. Io trovo che sia più facile osservare questo nei termini di un modello standard di Solow. Nella figura sotto, assumiamo che “s” sia il tasso aggregato di risparmio; che il mutamento tecnologico vada nel senso di aumentare la forza lavoro, in modo che si possa pensare che il numero dei lavoratori all’opera cresca più velocemente del numero dei lavoratori effettivi; e che ci sia una funzione aggregata di produzione Q/L = f(K/L), dove Q/L sta per il prodotto per lavoratore in funzione e K/L sta per il capitale per ogni lavoratore in funzione. Il diagramma consueto, allora, si sviluppa nel modo seguente:

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Con il tempo, l’economia converge verso una crescita da stato stazionario ad un tasso “n”, che è la somma della crescita della forza lavoro e del progresso tecnologico, ed il rapporto tra capitale e prodotto converge verso “s/n”.

Come mostra la figura, un declino di “n” porterà ad un crescita nel rapporto capitale/prodotto e ad una caduta sia di “r” che di “g”. Cosa diminuisce maggiormente? Ebbene, dipende da cosa accade alla quota del capitale nel prodotto, che a sua volta dipende dalla elasticità di sostituzione tra capitale e lavoro.

Trovo che questo sia più facile da pensare nei termini di un esempio numerico. Consideriamo che “s” sia uguale a .09 e inizialmente “r” sia uguale a .03. In quel caso il rapporto capitale-prodotto è 3; se la quota di capitale è .3, “r” è uguale a .10. Ora facciamo che “n” e di conseguenza lo stato stazionario diminuisca a .015. K/Q sale a 6. Se la quota di capitale non cambia, “r” cade a .05 – vale a dire, cade in proporzione alla crescita. Se l’elasticità di sostituzione è inferiore a 1, il più elevato rapporto tra i capitale ed il lavoro in funzione comporta una caduta nella quota del capitale, cosicché il rendimento del capitale diminuisce maggiormente del tasso di crescita. Tuttavia, Piketty asserisce che l’elasticità di sostituzione è maggiore di uno, cosicché la quota del capitale cresce, ed “r” cade meno di “g”.

E a quel punto Picketty ci dice una cosa importante: storicamente “r” ha quasi sempre ecceduto “g”, ma c’è stato un periodo eccezionale nel 20° secolo, una periodo di rapida crescita della forza lavoro e di progresso tecnologico, nel quale “r” era inferiore di “g”. Ed egli sostiene che quel genere di società che noi consideriamo normale, nella quale gli alti redditi riflettono conquiste personali piuttosto che ricchezze ereditate, di fatto è una aberrazione prodotta da un periodo eccezionale di quella natura.

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E’ una visione rilevante, di vasta portata. Un paio di domande:

1 Quanto del declino di “r” in relazione a “g” è dipeso dalla rapida crescita e quanto è dipeso da politiche, sia nella forma della tassazione che in sostanza della confisca delle ricchezze ereditate? In altre parole, quanto è dipeso dalla sorte, quanto dalle guerre e dagli sconvolgimenti politici? Piketty interroga entrambi i fattori, ma non ci fornisce mai un relativo giudizio quantitativo.

2 Quanto è importante questa ricostruzione agli effetti di quello che è accaduto sin qua? Negli Stati Uniti, come lo stesso Piketty esamina, l’ineguaglianza fortemente crescente deve essere sino ad oggi stata guidata in gran parte da redditi di lavoro – da parte dei “supermanager” (io preferisco “superdirigenti”).

Molto di più al momento in cui consegnerò l’intero lavoro.

Salari di paura (un po’ per esperti) (12 marzo 2014)

marzo 12, 2014

 

Mar 12, 7:38 am

Wages of Fear (Somewhat Wonkish)

Conventional wisdom can be a terrible thing. In 2009-10 all the serious people started telling each other that public debt was the number one threat facing advanced economies, and that austerity policies were needed immediately. We know how that turned out. Well, over the past few months I’ve been watching a new conventional wisdom take hold – among a narrower and more technical set of people, but still. According to this view, economic slack is vanishing fast; even though we still have huge unemployment, we’re actually running out of employable workers, and a dangerous acceleration in the pace of wage increases is already underway. Time to raise interest rates!

The trouble is that this emerging consensus is all wrong. In fact, it’s wrongheaded in at least four ways.

First, the widespread impression, after the latest job report, that we’re seeing a surge in wages is probably a snow job. Literally. The team at Goldman Sachs (no link) points out that average hourly wages normally spike after a spell of cold weather. Why? It’s a compositional effect: the workers idled by bad weather tend to be hourly workers, who are paid less than salaried workers. So the average worker in a snow-ridden month is better-educated and better-paid than in a normal month, because the lower-paid workers aren’t working. The blip in measured wages is a statistical artifact, not a sign of tight labor markets.

Second, almost all the talk about rising wages is driven by just one labor market indicator, the average wage of nonsupervisory workers. Other wage indicators, like the average of all employees and the Employment Cost Index, are telling a different story. Here are three measures; you do get an impression of rising wages:

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But take out the nonsupervisory workers, and that impression mostly though not entirely vanishes:

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Goldman Sachs has a composite indicator, which is the first principal component of several measures; it shows at best a slight hint of acceleration:

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Third, what’s so bad about rising wages? Wage increases are running far below their pre-crisis levels, and everything we’ve learned in this crisis – basically about the dangers of the two zeroes – says that pre-crisis wage increases, and inflation in general, was too low. And to get wage gains up to where they should be, we need a period of overfull employment.

 

Salari di paura (un po’ per esperti)

 

La saggezza convenzionale può essere una cosa tremenda. Nel 2009 – 2010 tutte le persone serie cominciarono a raccontarsi l’una con l’altra che il debito pubblico era per le economie avanzate il pericolo numero uno, e che avevamo bisogno immediatamente di politiche di austerità. Sappiamo come è andata a finire. Ebbene, nei mesi passati ho constatato il diffondersi di una nuova forma di saggezza convenzionale – su un complesso di individui più ristretto e più tecnico, ma tant’è. Secondo questo punto di vista, la fiacchezza dell’economia sta rapidamente svanendo; anche se abbiamo ancora molta disoccupazione, staremmo effettivamente esaurendo i lavoratori occupabili, ed una pericolosa accelerazione nel ritmo degli incrementi salariali sarebbe già in corso.

Il problema è che questo emergente consenso è del tutto sbagliato. Di fatto, è fuorviante in almeno quattro sensi [1].

Il primo, l’impressione generale, dopo l’ultimo rapporto sul lavoro, che siamo in presenza di una crescita dei salari è probabilmente ingannevole. Letteralmente. Il gruppo di Goldman Sachs (non c’è connessione) mostra che i salari medi orari normalmente si rialzano dopo un po’ di stagione fredda. Perché? E’ un effetto di composizione: i lavoratori inattivi per il tempo rigido tendono ad essere lavoratori su base oraria, che sono pagati meno dei lavoratori salariati. Dunque il lavoratore medio in un mese tormentato dalla neve è un lavoratore più istruito e meglio pagato di quello di un mese normale, perché i lavoratori con paghe più basse non stanno lavorando. Il lieve ritocco nei salari accertati è un artificio statistico, non il segno di mercati del lavoro con pochi margini.

In secondo luogo, praticamente l’intera discussione sui salari in crescita è determinata soltanto da un indicatore del mercato del lavoro, il salario medio dei lavoratori che non hanno funzioni di direzione e controllo. Altri indicatori salariali, come la media di tutti gli addetti e l’Indice dei Costi dell’Occupazione, ci raccontano una storia diversa. Ecco tre dati dai quali si trae una impressione di salari crescenti:

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Ma si tengano fuori i lavoratori senza funzioni di direzione e di controllo, e quella impressione, in gran parte se non interamente, svanisce:

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Goldman Sachs ha un indicatore composto, che è la prima principale componente di una serie di misurazioni; esso mostra al massimo un lieve cenno di accelerazione:

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In terzo luogo, che cosa c’è di così negativo in una crescita dei salari? Gli incrementi salariali stanno procedendo a livelli assai inferiori ai loro livelli precedenti alla crisi, e tutto quello che abbiamo imparato in questa crisi – fondamentalmente a riguardo dei pericoli dei ‘due zeri’  [2] – dice che gli incrementi precedenti alla crisi, e più in generale l’inflazione, erano troppo bassi. E per ottenere che gli incrementi salariali salgano al livello in cui dovrebbero essere, abbiamo bisogno di un periodo di occupazione davvero satura.



[1] Penso che il ‘quattro’ stia per ‘tre’, nel senso che gli esempi successivi sono in realtà tre.

[2] Vedi il post di Krugman del 5 marzo 2014. Il riferimento è allo ‘zero’ del limite inferiore dei tassi di interesse ed allo ‘zero’ della quota prevalente di retribuzioni ferme, senza alcun incremento o decremento.

La guida all’economia degli innalzatori dei tassi (10 marzo 2014)

marzo 10, 2014

 

Mar 10, 2:18 pm

The Rate-Hiker’s Guide to the Economy

The big headline on the front page of today’s FT — at least in the U.S. edition — goes to this report about the Bank for International Settlements. According to the article, the BIS is warning that “forward guidance” — the attempt to drive long-term interest rates down by promising to keep short-term rates low for a long time — “could endanger the international financial system.” So I thought, typical BIS — the gnomes of Basel have been consistently against anything that might restore full employment, have been into punishment all the way. And I got ready to write a BIS-bashing post.

But first I thought I should check the actual BIS report — and it’s not very much like the description in the FT. Yes, it mentions possible risks to financial stability, but it also talks about the reasons for forward guidance and the need for some kind of unconventional stimulus; if it seems somewhat down on the policy, it’s more about doubtful effectiveness than about looming doom. In other words, the fear factor here is more the FT projecting its own prejudices onto the BIS than the BIS itself.

And that, I think, is an indicator. The urge to hike rates — the rationale keeps changing, but the demand stays the same — is widespread in the financial press. Why? The ever-changing reasons for a never-changing policy suggest that we aren’t really talking about policy analysis. Instead we’re talking about some mix of class interest (rentiers want their rents) and desire to see economics as a morality play (easy money feels good, therefore it must be bad).

Anyway, quite amazing. And I worry that the incessant drumbeat of demands for rate hikes will eventually wear the central bankers down.

 

La guida all’economia degli innalzatori dei tassi

 

Il titolo principale sulla prima pagina del Financial Times di oggi – almeno nell’edizione statunitense – va a questo resoconto sulla Banca dei Regolamenti Internazionali.  Secondo l’articolo, la BIS sta mettendo in guardia che un “indirizzo anticipato” [1] – il tentativo di abbassare i tassi di interesse a lungo termine promettendo di mantenere quelli a breve termine bassi per un lungo periodo – “potrebbe danneggiare l’intero sistema finanziario”. Dunque, ho pensato, la solita BIS – gli gnomi di Basilea sono stati coerentemente contro ogni cosa potesse ripristinare la piena occupazione, appassionati in tutti i modi ad una soluzione punitiva. Ed ero pronto a scrivere un post di critica feroce alla BIS.

Ma ho pensato che prima avrei dovuto verificare l’effettivo rapporto della BIS – ed esso non è affatto come descritto dal FT. Sì, si parla dei possibili rischi per la stabilità finanziaria, ma si parla anche delle ragioni per un ‘indirizzo anticipato’ e del bisogno di un qualche genere di stimolo non convenzionale; se esso sembra in qualche modo criticare la politica, è più a proposito della sua dubbia efficacia che non di una incombente sventura. In altre parole, il fattore della paura è più nella proiezione da parte del Financial Times dei propri pregiudizi sulla BIS che non nella BIS stessa.

E questo, penso, sia un indicatore. Il bisogno di alzare i tassi – la motivazione cambia in continuazione, ma la richiesta resta la stessa – è generale nella stampa finanziaria. Perché? Le ragioni in continuo cambiamento di una politica che non cambia mai, indicano che propriamente non stiamo parlando di analisi dei contenuti politici. Piuttosto stiamo parlando di una qualche combinazione di interessi di classe (i redditieri vogliono le loro rendite) e del desiderio di riconoscere l’economia come una rappresentazione morale (la moneta facile si percepisce come cosa buona, dunque deve essere cattiva).

In ogni modo è abbastanza sorprendente. E sono preoccupato che l’incessante grancassa delle richieste di innalzamento dei tassi alla fine sfinirà i banchieri centrali.



[1] La “forward guidance” è l’indicazione, da parte di una banca centrale, di come saranno modificati i tassi di interesse in futuro. La Banca centrale europea l’ha introdotta per la prima volta il 4 luglio 2013: con questa svolta, che finora affidava le indicazioni a una sorta di linguaggio in codice per addetti ai lavori, ha reso la comunicazione esplicita, sul modello di quanto fa abitualmente la Federal Reserve. Analoga svolta è arrivata dalla Bank of England di Mark Carney. (Il Sole 24 Ore)

Mi pare che “indirizzo anticipato” sia dunque una traduzione letterale e corretta, e direi anche semplice.

Il confronto francese (9 marzo 2014)

marzo 9, 2014

 

Mar 9, 10:15 am

The French Comparison

I promised that I would share some nagging concerns about the Ostry et al paper on redistribution and growth (pdf); I think I can usefull phrase my concerns in terms of my favorite comparison on these matters, which is between the United States and France.

Why this pair? Because we’re talking about two advanced countries that clearly have similar levels of technological competence but have made very different social choices; in particular, France not only does much more redistribution, it has expanded its redistribution over time, limiting the rise in overall inequality, while the United States has not (see Table 4 here (pdf)).

So how have the countries’ destinies compared during the New Gilded Age? French growth actually has been somewhat slower, although hardly the catastrophe the country’s incessant bad press might lead you to expect:

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Even more strikingly, however, the level as opposed to the growth rate of French GDP per capita is substantially lower than that of the US.

This is my main concern about Ostry et al. Suppose we think that strong redistributionist policies reduce the level of output — but that it’s a one-time shift, not a permanent depression of growth. Then you could accept their result of a lack of impact on growth while still believing in serious output effects.

Now, the IMF researchers arguably have answered this objection by also including the current level of GDP per capita in their regressions; their regressions indicate that a country with lower GDP per capita than the US should be growing faster than the US, other things equal. So any level-depressing effect of redistribution should show up as a failure of this faster growth to materialize, i.e., as a negative coefficient on redistribution. But I’m uneasy about whether this is good enough.

Interestingly, French underperformance is a matter of low labor input rather than low productivity:

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Once you delve into this low labor input, it starts to look like the result of some very specific policies rather than redistribution in general: a pension system that encourages early retirement, regulations that give the French shorter hours and much more vacation time than we get.

Overall, I am still mostly persuaded by the Ostry et al work, but I think we need to acknowledge that it’s not quite as slam-dunky as liberals might like.

 

Il confronto francese

 

Avevo promesso che avrei messo in comune qualche assillante preoccupazione sul saggio di Ostry ed altri sulla redistribuzione e la crescita (disponibile in pdf); penso di poter utilmente formulare le mie preoccupazioni nei termini del mio confronto preferito su questa materia, che è quello tra gli Stati Uniti e la Francia.

Perché questo accoppiamento? Perché stiamo parlando di due paesi avanzati che hanno chiaramente livelli simili di competenza tecnologica e che hanno fatto scelte sociali molto diverse; in particolare, la Francia non ha soltanto una redistribuzione dei redditi molto maggiore, essa ha ampliato la sua redistribuzione nel corso del tempo, mentre gli Stati Uniti non l’hanno fatto (vedi in questa connessione, disponibile i pdf, alla Tabella 4).

Dunque, come si sono confrontati i destini di questi paesi durante la Nuova Età dell’Oro? La crescita francese effettivamente è stata in una certa misura più lenta, sebbene non si tratti affatto della catastrofe che la incessante pessima stampa su quel paese poteva indurvi ad immaginare:

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Ancora più considerevolmente, tuttavia, il livello del PIL francese procapite, in alternativa al tasso di crescita, è stato sostanzialmente più lento che negli Stati Uniti.

Questa è la mia principale preoccupazione a proposito di Ostry ed altri. Supponiamo che forti politiche redistribuzioniste riducano il livello della produzione – ma che  questa sia una variazione occasionale e non una depressione permanente della crescita. In quel caso si potrebbe accettare il loro risultato di una assenza di impatto sulla crescita pur credendo ancora in seri effetti sulla produzione.

Ora, probabilmente i ricercatori del FMI hanno risposto a questa obiezione anche con l’inclusione degli attuali livelli del PIL procapite nelle loro regressioni [1]; le loro regressioni indicano che un paese con un PIL procapite più basso degli Stati Uniti dovrebbe crescere più velocemente degli Stati Uniti, a parità delle altre condizioni. Dunque, ogni effetto di livello depressivo della redistribuzione dovrebbe mostrarsi nella forma di una mancata materializzazione di una crescita più veloce, ovvero come un coefficiente negativo sulla redistribuzione.

In modo interessante, la prestazione inferiore della Francia è più una questione di basso input del lavoro che di bassa produttività:

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Una volta che andate a vagliare questo basso input del lavoro, esso comincia ad apparire come la conseguenza di alcune politiche molto specifiche, piuttosto che della redistribuzione in generale: un sistema pensionistico che incoraggia i pensionamenti precoci, regolamenti che danno ai francesi orari più corti e periodi di vacanza molto maggiori di quelli che noi abbiamo.

In generale, sono ancora in gran parte persuaso dallo studio di Ostry ed altri, ma penso che si debba riconoscere che esso non è esattamente quel colpo definitivo [2] che potrebbe far piacere ai progressisti.



[1] L’analisi della regressione è una tecnica usata per analizzare una serie di dati che consistono in una variabile dipendente e una o più variabili indipendenti. La variabile dipendente nella equazione di regressione è modellata come una funzione delle variabili indipendenti più un termine d’errore. (Wikipedia)

[2] “Slam-dunk” in termini sportivi è una “schiacciata”.

Gli stati assistenziali nella crisi dell’euro (9 marzo 2014)

marzo 9, 2014

 

Mar 9, 9:44 am

Welfare States in the Euro Crisis

A followup on my last post, on redistribution and its role or lack thereof in the economic crisis. One thing we can do instead of looking at measures of redistribution — which is, in a way, the output of the welfare state — is look at social expenditures, which are in effect the input. And this gives us data on a few more countries. If we look at the relationship between social expenditures in 2007, on the eve of the crisis, and performance in the next five years, we get this:

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The countries that rode out the crisis best had relatively large welfare states by European standards, while those that did worst had somewhat smaller than average social expenditures.

I don’t think this is causal; what happened instead was that during the years of europhoria, money flowed from Europe’s wealthy core, with its well-established welfare states, to less developed economies on the periphery, which then went bust. The size of the welfare state probably had nothing to do with it either way. But then that’s the point: the right-wing theory of the crisis gets no support from the facts.

 

Gli stati assistenziali nella crisi dell’euro

 

Un seguito al mio post precedente sulla redistribuzione e sul suo ruolo nelle crisi economica, o meglio sulla assenza di effetto. Una cosa che possiamo fare invece di guardare alle misurazioni della redistribuzione – che è, in un certo senso, il prodotto degli stati assistenziali – è guardare alle spese sociali, che in effetti sono il dato di ingresso. E questo ci offre dati su pochi altri paesi. Se guardiamo alla relazione tra le spese sociali nel 2007, all’epoca della crisi, e la prestazione nei cinque anni successivi, otteniamo questo:

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I paesi che hanno superato nel modo migliore la crisi avevano stati assistenziali relativamente ampi per gli standard europei, mentre quelli che hanno fatto peggio avevano in qualche modo spese sociali minori della media.

Non penso che questo sia un rapporto di causa; quello che invece è successo è che negli anni dell’ ‘euroforia’ i capitali si sono riversati dal centro ricco dell’Europa, con i suoi ben attrezzati stati sociali,  alle economie meno sviluppate della periferia, che poi sono collassate. La dimensione degli stati assistenziali probabilmente non ha a che fare con questo in nessun senso. D’altro canto il punto è quello: la teoria delle crisi della destra non ha alcun sostegno dai fatti.

La redistribuzione e la Depressione Minore (8 marzo 2014)

marzo 8, 2014

 

Mar 8, 4:10 pm

Redistribution and the Lesser Depression

I’ve finally gotten around to a careful read of the new IMF paper on redistribution and growth (pdf) — which concludes that there is no negative effect of redistributionist policies, at least within the range we normally see, and quite possibly a positive effect from the reduction in inequality. I like this conclusion, politically — which is a good reason to kick the tires, and I’ll present some cautions in a later post. For now, however, a quick-and-dirty piece of data analysis inspired by the paper’s method.

Ostry et al measure redistribution by the difference between the Gini coefficient (a measure of inequality) before and after taxes and transfers. The LIS project, with which I will soon be associated, has done this for a number of countries (pdf), so we can all do such exercises.

So what I found myself thinking about was the common trope on the right that the economic crisis is the result of overlarge welfare states. This is generally stated not as a hypothesis but as a fact. But what do the data say?

First, look at a sample of advanced countries, and compare the LIS measure of redistribution with their economic performance in the first five years of the ongoing economic crisis:

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There is a suggestion of a slight negative correlation, and if you fit a regression line it is indeed downward-sloping, although the slope isn’t significant. But you can see right away that this result is driven by the relatively good performance of Anglo-Saxon countries that arguably gain from not being on the euro.

Suppose we restrict the sample to countries on or pegged to the euro (Denmark). It looks like this:

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There is, it turns out, a fair bit of variation among euro area countries in the amount of redistribution — and there is actually a positive correlation between redistribution and growth over the post-crisis period, significant at the 10 percent level.

Overall, the data offer no reason to believe that the economic crisis has something to do with the welfare state — an empirical observation that will have no impact whatsoever on the right’s convictions.

 

La redistribuzione e la Depressione Minore

 

Ho finalmente trovato il tempo di leggere con attenzione il nuovo studio del FMI su redistribuzione e crescita (disponibile in pdf) [1] – che stabilisce che non ci sono effetti negativi delle politiche di redistribuzione, almeno negli ambiti che normalmente osserviamo,  e che è abbastanza possibile un effetto positivo della riduzione dell’ineguaglianza. In termini politici mi fa piacere questa conclusione – e questa è una buona ragione per farne una ispezione superficiale, e presentare qualche avvertenza in un post successivo. Per il momento, tuttavia, un pezzo sbrigativo di analisi dei dati ispirato dal metodo dello studio.

Ostry e gli altri stimano la redistribuzione attraverso la differenza tra il coefficiente Gini [2] (una misura dell’ineguaglianza) prima e dopo le tasse ed i trasferimenti.  Il progetto del LIS [3] , di cui sarò presto socio, ha fatto lo stesso per un certo numero di paesi (disponibile in pdf), cosicché possiamo tutti fare tali esercizi.

Così, quello che mi sono ritrovato a pensare è stato il luogo comune della destra secondo il quale la crisi economica sarebbe il risultato di stati assistenziali troppo ampi. Questa in generale non viene affermata come una ipotesi, ma come un dato di fatto. Ma cosa dicono le statistiche?

In primo luogo si guardi all’esempio dei paesi avanzati, e si confronti la stima della misurazione della redistribuzione da parte della LIS con la loro prestazione economica nei primi cinque anni della perdurante crisi economica:

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C’è una suggestione di una correlazione leggermente negativa, e se disponete una regressione lineare in effetti risulta una inclinazione verso il basso, sebbene la tendenza non sia significativa. Ma potete subito notare che questo risultato è guidato dalla prestazione relativamente buona (in termini di crescita, ndt) dei paesi anglosassoni, che probabilmente guadagnano dal non far parte dell’euro.

Supponiamo di restringere l’esempio ai paesi che fanno parte o che sono ancorati all’euro (Danimarca). Appare in questo modo:

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Si scopre che c’è una discreta variazione all’interno dei paesi dell’area euro nelle dimensioni della redistribuzione – e c’è effettivamente una correlazione positiva tra redistribuzione e crescita nel periodo successivo alla crisi, significativa al livello del 10 per cento.

Complessivamente, i dati non offrono alcuna ragione per credere che la crisi economica abbia qualcosa a che fare con lo stato assistenziale – una osservazione empirica che non avrà effetti di alcun genere sulle convinzioni della destra.


 

 


[1] Lo studio è a cura di Jonathan D. Ostry, Andrew Berg e  Charalambos G. Tsangarides.

[2] Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini[1], è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. Si può incontrare la notazione con indice di Gini espresso in percentuale (0% – 100%), ovvero anche tra 0 e 100.(Wikipedia)

Nella tabelle in questione, se capisco, la linea orizzontale indicherebbe la differenza tra l’indice Gini calcolato semplicemente sui redditi e quello calcolato sui redditi successivi alla tassazione ed ai trasferimenti in gran parte dovuti alle politiche di protezione sociale. Suppongo che sia naturale che l’indice diminuisca “dopo” le misure fiscali ed i trasferimenti, dunque che si avvicini allo zero e si allontani dall’unità. Come si può notare alla tabella 1 i paesi dell’area del Nord Europa hanno la differenza maggiore (che dovrebbe significare che l’indice diminuisce maggiormente a seguito degli interventi statali, ovvero che c’è minore ineguaglianza); nei paesi anglosassoni esso avrebbe una differenza minore; Italia e Francia si collocherebbero nel mezzo. Quanto alle differenze di crescita esse appaiono effettivamente derivare da altri fattori, in particolare se si osserva la tabella 2.

[3] Il “Luxembourg Income Study”  è un centro di elaborazioni statistiche transnazionali per il quale Krugman ha annunciato la sua prossima collaborazione (vedi l’ultimo articolo sul New York Times).

Una nazione di CRINOs. (7 marzo 2014)

marzo 7, 2014

 

Mar 7, 9:24 am

Nation of CRINOs

A term we really need: Center-Right In Name Only.

John Sides at The Monkey Cage — a political science blog you should be reading — takes on the often-repeated claim that America is a center-right nation, which is mainly based on polls showing many more people identifying themselves as conservatives than as liberals. He points out that if you ask people about their position on issues, as opposed to how they label themselves, the picture is reversed:

Looked at this way, almost 30 percent of Americans are “consistent liberals” — people who call themselves liberals and have liberal politics. Only 15 percent are “consistent conservatives” — people who call themselves conservative and have conservative politics. Nearly 30 percent are people who identify as conservative but actually express liberal views. The United States appears to be a center-right nation in name only.

Sides surmises that when people call themselves conservative, they’re talking about lifestyle choices — and we’re talking about their personal lifestyles, not necessarily their desire to impose their choices on others. Americans who go to church, and/or are faithful to their spouses, and/or are devoted to their children, say that they are conservative — but more often than not also favor a higher minimum wage and stronger social safety net programs.

Basically, economic conservatism has very little popular constituency. If it has often dominated policy nonetheless, that has to do with the power of organized money and the popularity of conservative ideas among the political elite.

 

Una nazione di CRINOs.

 

Un termine che ci farebbe davvero molto comodo: Centro-Destra-Solo-a-Parole.

John Sides su The Monkey Cage  – un blog di politologia che dovreste leggere [1] – considera la spesso ribadita pretesa secondo la quale l’America sarebbe una nazione di centro-destra, che principalmente è basata su sondaggi che mostrano che molte persone in più si identificano con i conservatori che non con i liberals. Egli mette in evidenza che se le gente viene interrogata sulle proprie posizioni sui temi effettivi, contrariamente a come essi si classificano, il quadro si inverte:

“Considerate le cose in questo modo: quasi il 30 per cento degli americani sono “progressisti coerenti” – persone che si definiscono ‘liberals’ e sono per programmi progressisti. Solamente il 15 per cento sono “conservatori coerenti” – persone che si definiscono conservatrici e sono per programmi di conservazione. Quasi il 30 per cento sono individui che si definiscono conservatori ma esprimono effettivamente punti di vista progressisti. Gli Stati Uniti sembrano essere una nazione di centro destra solo a parole.”

Sides ipotizza che quando le persone si definiscono di orientamento conservatore, parlano di scelte sugli stili di vita – e si sta parlando dei loro personali stili di vita, non necessariamente del loro desiderio di imporre le loro scelte agli altri. Gli americani che vanno in chiesa, o che sono fedeli alle loro consorti, e che si dedicano ai loro figli, dicono di essere conservatori – ma nella maggioranza dei casi sono a favore di un salario minimo più alto e di programmi sulla rete della sicurezza sociale più forti.

Fondamentalmente, il conservatorismo economico ha una base di consensi popolari molto piccola. Se ciononostante esso ha spesso dominato la politica, ciò dipende dal potere e dalla organizzazione del capitale e dalla popolarità delle idee conservatrici tra le classi dirigenti della politica.


 

 

 


[1] “La gabbia della scimmia”, e questa è la pagina del blog:

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Aspettate che i salari comincino a ripartire (6 marzo 2014)

marzo 6, 2014

 

Mar 6, 4:24 pm

Wait Until Wages Start Rising

And then wait some more — a lot more.

There’s a growing meme in discussions of monetary policy to the effect that we’re actually getting close to full employment, because the long-term unemployed don’t actually count in wage determination. Soon, this story goes, wages will start to rise, and so it’s time to get ready for monetary tightening.

This is a terrible idea.

For one thing, we can speculate all we like about the true state of labor markets, but we won’t really know until we start seeing solid wage increases. So why not wait until that happens?

Now, you might say that it’s important to get ahead of the curve, lest inflation rear its ugly head. But this is in fact a case where you really want to be behind the curve.

Look at what has happened to wage growth since the crisis began. The various series are noisy; I’ve followed Goldman Sachs in using principal components to take a weighted average of nonsupervisory wages, total compensation, and the employment cost index. Still a bit jumpy, but the picture seems fairly clear:

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So far, no clear sign that wage growth is accelerating. Even more important, however, wages are growing much more slowly now than they were before the crisis. There is no argument I can think of for not wanting wage growth to get at least back to pre-crisis levels before tightening. In fact, given that we’ve now seen just how dangerous the “lowflation” trap is, we should be aiming for a significantly higher underlying rate of growth in wages and prices than we previously thought appropriate.

So even if we believe that full employment is now 6.5 percent unemployment or something like that — and I’m not at all convinced — we need a period of overfull employment to get inflation back up to where it should be.

There is absolutely no case for monetary tightening for a long time to come.

 

Aspettate che i salari comincino a ripartire

 

E poi aspettate altro ancora – molto altro ancora.

C’è un pensiero che si diffonde nei dibattiti di politica monetaria, nel senso che staremmo effettivamente arrivando vicini alla piena occupazione, perché i disoccupati a lungo termine in realtà non incidono nella determinazione dei salari. Presto, il racconto è questo, i salari cominceranno a salire, e dunque è tempo di essere pronti ad una restrizione monetaria.

Si tratta di una idea terribile.

Da una parte, possiamo speculare tutto quello che vogliamo sulla condizione reale dei mercati del lavoro, ma non la conosceremo realmente finché non cominciamo a vedere solidi incrementi salariali. Dunque, perché non attendere finché non succede?

Ora, si potrebbe dire che quello che è importante è arrivare davanti alla curva, nel timore che l’inflazione faccia la sua sgradevole comparsa. Ma è proprio questo il caso nel quale si deve davvero essere oltre la curva.

Si guardi a quello che è accaduto alla crescita dei salari dal momento in cui è iniziata la crisi. Le varie serie sono assai disturbate; noi abbiamo seguito quella di Goldman Sachs nell’utilizzare le principali componenti per assumere una media ponderata dei salari dei lavoratori che non hanno funzioni di controllo, dei compensi totali e dell’indice del costo di occupazione. Anche in questo caso molti salti, ma il quadro sembra abbastanza chiaro:

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Sino a questo punto, nessun segno chiaro che la crescita dei salari stia accelerando. Ancora più importante, tuttavia, è il fatto che i salari stiano crescendo molto più lentamente di prima della crisi. Non c’è alcuna ragione che posso immaginare per la quale non volere che la crescita dei salari non torni almeno ai livelli precedenti la crisi, prima della riduzione. Di fatto, dato che oggi stiamo constatando quanto sia pericolosa la trappola della “lowflation” [1] , dovremmo mirare ad un tasso di fondo della crescita dei salari e dei prezzi significativamente più elevato di quello che si giudicava appropriato in precedenza.

Dunque, se anche crediamo che la piena occupazione comporti oggi un 6,5 per cento di disoccupazione o qualcosa di simile – ed io non ne sono affatto convinto – abbiamo bisogno di un periodo di occupazione molto elevata per riportare l’inflazione al punto in cui dovrebbe essere.

Per un lungo periodo non ci sarà assolutamente alcun motivo perché abbia luogo una restrizione monetaria.



[1] Vedi il post di Krugman del 5 marzo a proposito del neologismo “lowflation”, ed anche lo studio del FMI del 4 marzo.

Fategli mangiare la dignità (6 marzo 2014)

marzo 6, 2014

 

Mar 6, 4:12 pm

Let Them Eat Dignity

We’re getting reports about Paul Ryan’s performance at CPAC, the big conservative gathering — and they’re actually kind of awesome, in the worst way.

I mean, the caricature of Ryan and people like him is that they treat the hardships of poverty as if they were merely psychological, that they talk big about dignity while ignoring the difficulty of getting essentials like food and health care. Well, it’s not a caricature: Ryan says never mind having enough to eat, it’s about spirituality:

“The left is making a big mistake,” Ryan predicted. “What they’re offering people is a full stomach and an empty soul. People don’t just want a life of comfort. They want a life of dignity, they want a life of self determination.”

Um, yes, but how dignified can you be on an empty stomach? How much self-determination do you have?

And who is supposed to value dignity over having enough to eat? Children. Ryan tells an anecdote about one sad child:

“He told Eloise he didn’t want a free lunch. He wanted his own lunch, one in a brown-paper bag just like the other kids,” he continued. “He wanted one, he said, because he knew a kid with a brown-paper bag had someone who cared for him. This is what the left does not understand.”

And if the child’s mother can’t provide that lunch in a brown paper bag, then what?

The total failure to accept that the poor face real physical hardship, that affluent politicians have no business lecturing people having trouble buying food or having trouble paying for health care about dignity, is just stunning.

 

Fategli mangiare la dignità

 

Arrivano resoconti sulla performance di Paul Ryan alla “Conferenza di iniziativa politica dei conservatori”, il grande raduno conservatore – e sono per davvero qualcosa di fantastico, nel senso peggiore possibile.

Voglio dire, la caricatura offerta da Ryan e da quelli come lui consiste nel trattare le difficoltà della povertà come se fossero meramente psicologiche, nel parlare tanto di dignità nel mentre si ignora la difficoltà ad ottenere cose essenziali come il cibo e la assistenza sanitaria. Ebbene, non è una caricatura: Ryan dice che non è mai importante se si ha abbastanza da mangiare, la questione attiene alla spiritualità:

“La sinistra sta facendo un grande errore” , ha pronosticato Ryan. “Quello che stanno offrendo alla gente è un stomaco pieno con un’anima vuota. La gente non vuole soltanto una vita di agi. Vuole una vita di dignità, vuole una vita di autodeterminazione.”

Hm, e quanto si può essere dignitosi a stomaco vuoto? Di quanta autodeterminazione si può disporre?

E chi si pensa che valuti la dignità, oltre l’avere da mangiare a sufficienza? I bambini. Ryan ci racconta un aneddoto su un bambino triste:

“Egli raccontò ad Eloisa che non voleva un pranzo gratuito. Voleva il suo pranzo, quello nel sacchetto di carta marrone proprio come gli altri ragazzi” ha proseguito. “Voleva quello, disse, perché sapeva che un ragazzo con un sacchetto di carta marrone aveva chi si prendeva cura di lui. Questo è quello che la sinistra non capisce.”

E se la mamma del bambino non può fornirgli quel pasto in un sacchetto di carta marrone, allora che succede?

E’ del tutto stupefacente la totale incapacità ad accettare il fatto che i poveri si misurino con reali difficoltà materiali,  che i politici benestanti farebbero meglio a non fare prediche sulla dignità alle gente che ha problemi a comprarsi cibo o che ha problemi a pagarsi la assistenza sanitaria.

La bassa inflazione ed i due zeri (blog di Krugman, 5 marzo 2014)

marzo 5, 2014

 

March 5, 2014, 8:19 am

Lowflation and the Two Zeroes

Via the always invaluable Mark Thoma, the IMF blog — yes, the IMF has in effect become an econblogger — has a terrific piece on the problem with low inflation in Europe. It’s the perfect antidote to the do-nothing voices insisting that there’s no problem, because we don’t see actual deflation yet.

Part of the IMF analysis concerns debt dynamics. They don’t put it quite this way, but I’d say that to have debt deflation — in which falling prices due to a weak economy increase the real burden of debt, which depresses the economy further, and so on — you don’t need to have literal deflation. The process begins as soon as you have lower inflation than expected when interest rates were set. It’s also noteworthy that inflation rates in the highly indebted countries are all well below the eurozone average (pdf), with actual deflation in Greece and near-deflation in the rest. So the debt deflation spiral is in fact well underway.

Beyond that, the trouble with low inflation is that it exacerbates the problem posed by the two zeroes — the impossibility of cutting interest rates below zero and the great difficulty of cutting nominal wages.

Is ECB policy constrained by the zero lower bound? You could argue that it isn’t, since it could cut a bit further than it has but hasn’t. I’d argue, however, that if nominal interest rates were much higher — say, 4 percent — but the overall euro macro situation were what it is, with inflation clearly below target and unemployment very high, the ECB wouldn’t (and certainly shouldn’t) hesitate at all about cutting rates substantially. It’s only the fact that zero is already so close that makes cutting rates seem like a big deal, an admission that things are looking dangerous (which they are).

Meanwhile, the zero on wages is hugely important now. The fundamental issue here is that Spain (and other debtors) needs to reduce its wages relative to Germany, reversing the runup in relative wages during the bubble years. The argument some of us have been making for a long time is that it’s vastly easier if this adjustment takes place via rising German wages rather than falling Spanish wages — partly because of the debt dynamics, but also and crucially because it’s very hard to cut nominal wages.

What would you look for if downward nominal wage rigidity were a seriously binding constraint? A spike in the distribution of actual wage changes at zero. And sure enough:

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International Monetary Fund

To be technical about it: Yowza. This is prima facie evidence that excessively low European inflation is already a huge problem.

The point is that there is no red line at zero inflation; excessively low inflation is still a very severe problem, especially given the European situation, even if the number is positive.

So when people warn about Europe’s potential Japanification, they’re way behind the curve. Europe is already experiencing all the woes one associates with deflation, even though it’s only low inflation so far; and the human and social costs are, of course, far worse than Japan ever experienced.

This need not lead to a breakup of the euro: Pessimists on that front, me very much included, misjudged the strength of European elites’ commitment to the project. But the euro might yet survive — and be a continuing disaster.

 

La bassa inflazione ed i due zeri

 

Tramite l’inestimabile Mark Thoma, apprendiamo che il blog del FMI – sì, il FMI è diventato in effetti un ‘econblogger’ – ha un pezzo formidabile sul problema della bassa inflazione in Europa. E’ il perfetto antidoto alle voci del non-far-niente che insistono sul fatto che non ci sarebbe problema, perché non si vede ancora  alcuna effettiva deflazione.

Parte della analisi del FMI riguarda le dinamiche del debito. Essi non si esprimono in questo modo, ma io direi che per avere deflazione da debito [1] – nella quale la caduta dei prezzi derivante da una economia debole accresce il peso reale del debito, che deprime ulteriormente l’economia, e così di seguito – non c’è bisogno di avere una deflazione letterale. Il processo ha inizio appena si ha una inflazione più bassa di quello che ci si aspettava al momento in cui erano stati definiti i tassi di interesse. Merita anche di essere osservato che i tassi di inflazione nei paesi altamente indebitati sono ben al di sotto della media dell’eurozona (disponibili in pdf nella connessione), con una deflazione effettiva in Grecia ed una quasi deflazione negli altri. Dunque, la spirale della deflazione da debito è di fatto chiaramente iniziata.

Otre a ciò, il guaio con la bassa inflazione è che essa esacerba il problema costituito dai due zeri – l’impossibilità di tagliare i tassi di interesse al di sotto dello zero e la grande difficoltà a tagliare i salari reali.

La politica della BCE è limitata dal limite inferiore dello zero? Si potrebbe sostenere che non lo sia, dato che potrebbe tagliare un po’ di più ma non lo fa. Riterrei, tuttavia, che se i tassi nominali di interesse fossero molto più alti – diciamo, al 4 per cento – ma la situazione macroeconomica generale dell’euro fosse quella che è, con l’inflazione chiaramente al di sotto dell’obbiettivo ed una disoccupazione molto elevata, la BCE certamente non dovrebbe affatto esitare, e non esiterebbe, a tagliare sostanzialmente i tassi di interesse. E’ solo il fatto che lo zero sia già così vicino che fa sembrare il taglio dei tassi una grande questione, una ammissione che le cose cominciano ad apparire pericolose (come sono).

Nel frattempo, a questo punto lo zero sui salari è molto importante. In questo caso il tema fondamentale è che la Spagna (e gli altri debitori) ha bisogno di tagliare i salari rispetto alla Germania, invertendo  la rapida crescita dei salari relativi durante gli anni della bolla. L’argomento che molti di noi avevano avanzato da lungo tempo era che questa correzione avrebbe potuto aver luogo molto più facilmente attraverso un aumento dei salari tedeschi piuttosto che una caduta di quelli spagnoli – in parte per le dinamiche del debito, ma anche e fondamentalmente perché è molto difficile tagliare i salari nominali.

A cosa prestereste attenzione se la rigidità nominale dei salari verso il basso fosse un serio limite condizionante? Ad una impennata nei cambiamenti della distribuzione dei salari effettivi vicina allo zero. Ed infatti [2]:

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Fondo Monetario Internazionale

 

Per dirla tecnicamente: “per la miseria!” [3] A prima vista questa è la prova che l’inflazione europea eccessivamente lenta è già un grande problema.

Il punto è che non c’è alcuna linea rossa alla inflazione zero; anche una inflazione eccessivamente bassa è un problema grave, specialmente data la situazione europea, anche se il dato resta positivo.

Dunque, quando le persone ammoniscono sulla potenziale somiglianza dell’Europa ai casi del Giappone, sono già in ritardo sugli eventi. L’Europa sta già facendo esperienza di tutti i guai che si associano alla deflazione, anche se per adesso ha solo una bassa inflazione; ed i costi umani e sociali sono, ovviamente, assai peggiori di quelli che il Giappone ha mai conosciuto.

Non c’è bisogno che questo porti ad una rottura dell’euro: su quel fronte, i pessimisti, incluso in buona misura il sottoscritto, hanno male interpretato la forza dell’impegno delle classi dirigenti europee su quel progetto. Ma l’euro potrebbe ancora sopravvivere – e continuare ad essere un disastro.



[1] La ‘teoria’ della deflazione da debito si deve principalmente all’economista americano Irving Fisher, che nel 1933 spiegò come recessioni e depressioni potevano essere conseguenze di restrizioni del debito (deflazioni) e che il quel modo il ciclo del credito poteva essere causa del ciclo economico più generale. Nella formulazione di Fisher allo scoppio di una bolla del debito conseguono i seguenti fenomeni:

(a) la liquidazione del debito porta ad un crisi delle vendite ed a una contrazione dei depositi valutari, al momento in cui i prestiti vengono ripagati, nonché ad una diminuzione della velocità di circolazione del denaro;

(b) la contrazione dei depositi e della velocità di circolazione porta ad un abbassamento del livello dei prezzi. Se questa caduta dei prezzi non è contrastata con una reflazione si ha …

(c)  una caduta ancora più forte dei valori netti delle attività economiche che precipitano in bancarotte e …

(d) una probabile caduta dei profitti che porta a preoccupazioni di perdite economiche, che a loro volta determinano …

(e) una riduzione nel prodotto, nei commerci e nell’occupazione. Tutto questo – perdite, bancarotte e disoccupazione – porta …

(f) ad un pessimismo ed ad una perdita di fiducia, che a sua volta comporta la accumulazione di capitale e l’ulteriore diminuzione della sua velocità di circolazione. Tutto questo conduce a …

(g) disturbi complessi nei tassi di interesse, e in particolare ad una caduta di quelli nominali e ad una crescita di quelli reali.

La teoria fisheriana della deflazione da debito era di pochi anni precedente alla Teoria Generale di Keynes ed a lui nota, anche se  la ritenne difettosa e non la incluse nella sua teoria della “preferenza della liquidità”. Negli anni ’80 essa è stata rivalutata, tra gli altri da parte dell’economista post keynesiano Hyman Minsky.

L’economista americano Irving Fisher:

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[2] La tabella fornisce il quadro delle variazioni sui salari nominali in Spagna in termini di distribuzione percentuale in due periodi: nel 2007-2008 (in blu) e nel 2011-2012 (in rosso). Suppongo che i cambiamenti siano registrati nei vari settori economici, e le varie asticelle indicano il peso percentuale corrispondente alle varie possibilità di mutamento, dal -20 per cento al + 20 per cento. Come si vede, relativamente al periodo 2011-12, in oltre il 25 per cento dei casi non c’è stato alcun mutamento, ma in oltre l’80 per cento dei casi in cambiamento è stato minimo, sia in calo che in crescita. Appariva assai diversa la situazione negli anni 2008-2009, quando la grande maggioranza dei cambiamenti di distribuiva tra il +3 ed il + 13 per cento di incrementi.

[3] E’ chiaro che Yowza non è un acronimo; è una espressione che deriva, se ho ben capito, da un serie televisiva e che sta ad indicare estrema sorpresa e disappunto.

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