Blog di Krugman

La redistribuzione e la Depressione Minore (8 marzo 2014)

 

Mar 8, 4:10 pm

Redistribution and the Lesser Depression

I’ve finally gotten around to a careful read of the new IMF paper on redistribution and growth (pdf) — which concludes that there is no negative effect of redistributionist policies, at least within the range we normally see, and quite possibly a positive effect from the reduction in inequality. I like this conclusion, politically — which is a good reason to kick the tires, and I’ll present some cautions in a later post. For now, however, a quick-and-dirty piece of data analysis inspired by the paper’s method.

Ostry et al measure redistribution by the difference between the Gini coefficient (a measure of inequality) before and after taxes and transfers. The LIS project, with which I will soon be associated, has done this for a number of countries (pdf), so we can all do such exercises.

So what I found myself thinking about was the common trope on the right that the economic crisis is the result of overlarge welfare states. This is generally stated not as a hypothesis but as a fact. But what do the data say?

First, look at a sample of advanced countries, and compare the LIS measure of redistribution with their economic performance in the first five years of the ongoing economic crisis:

z 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

There is a suggestion of a slight negative correlation, and if you fit a regression line it is indeed downward-sloping, although the slope isn’t significant. But you can see right away that this result is driven by the relatively good performance of Anglo-Saxon countries that arguably gain from not being on the euro.

Suppose we restrict the sample to countries on or pegged to the euro (Denmark). It looks like this:

z 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

There is, it turns out, a fair bit of variation among euro area countries in the amount of redistribution — and there is actually a positive correlation between redistribution and growth over the post-crisis period, significant at the 10 percent level.

Overall, the data offer no reason to believe that the economic crisis has something to do with the welfare state — an empirical observation that will have no impact whatsoever on the right’s convictions.

 

La redistribuzione e la Depressione Minore

 

Ho finalmente trovato il tempo di leggere con attenzione il nuovo studio del FMI su redistribuzione e crescita (disponibile in pdf) [1] – che stabilisce che non ci sono effetti negativi delle politiche di redistribuzione, almeno negli ambiti che normalmente osserviamo,  e che è abbastanza possibile un effetto positivo della riduzione dell’ineguaglianza. In termini politici mi fa piacere questa conclusione – e questa è una buona ragione per farne una ispezione superficiale, e presentare qualche avvertenza in un post successivo. Per il momento, tuttavia, un pezzo sbrigativo di analisi dei dati ispirato dal metodo dello studio.

Ostry e gli altri stimano la redistribuzione attraverso la differenza tra il coefficiente Gini [2] (una misura dell’ineguaglianza) prima e dopo le tasse ed i trasferimenti.  Il progetto del LIS [3] , di cui sarò presto socio, ha fatto lo stesso per un certo numero di paesi (disponibile in pdf), cosicché possiamo tutti fare tali esercizi.

Così, quello che mi sono ritrovato a pensare è stato il luogo comune della destra secondo il quale la crisi economica sarebbe il risultato di stati assistenziali troppo ampi. Questa in generale non viene affermata come una ipotesi, ma come un dato di fatto. Ma cosa dicono le statistiche?

In primo luogo si guardi all’esempio dei paesi avanzati, e si confronti la stima della misurazione della redistribuzione da parte della LIS con la loro prestazione economica nei primi cinque anni della perdurante crisi economica:

z 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’è una suggestione di una correlazione leggermente negativa, e se disponete una regressione lineare in effetti risulta una inclinazione verso il basso, sebbene la tendenza non sia significativa. Ma potete subito notare che questo risultato è guidato dalla prestazione relativamente buona (in termini di crescita, ndt) dei paesi anglosassoni, che probabilmente guadagnano dal non far parte dell’euro.

Supponiamo di restringere l’esempio ai paesi che fanno parte o che sono ancorati all’euro (Danimarca). Appare in questo modo:

z 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si scopre che c’è una discreta variazione all’interno dei paesi dell’area euro nelle dimensioni della redistribuzione – e c’è effettivamente una correlazione positiva tra redistribuzione e crescita nel periodo successivo alla crisi, significativa al livello del 10 per cento.

Complessivamente, i dati non offrono alcuna ragione per credere che la crisi economica abbia qualcosa a che fare con lo stato assistenziale – una osservazione empirica che non avrà effetti di alcun genere sulle convinzioni della destra.


 

 


[1] Lo studio è a cura di Jonathan D. Ostry, Andrew Berg e  Charalambos G. Tsangarides.

[2] Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini[1], è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. Si può incontrare la notazione con indice di Gini espresso in percentuale (0% – 100%), ovvero anche tra 0 e 100.(Wikipedia)

Nella tabelle in questione, se capisco, la linea orizzontale indicherebbe la differenza tra l’indice Gini calcolato semplicemente sui redditi e quello calcolato sui redditi successivi alla tassazione ed ai trasferimenti in gran parte dovuti alle politiche di protezione sociale. Suppongo che sia naturale che l’indice diminuisca “dopo” le misure fiscali ed i trasferimenti, dunque che si avvicini allo zero e si allontani dall’unità. Come si può notare alla tabella 1 i paesi dell’area del Nord Europa hanno la differenza maggiore (che dovrebbe significare che l’indice diminuisce maggiormente a seguito degli interventi statali, ovvero che c’è minore ineguaglianza); nei paesi anglosassoni esso avrebbe una differenza minore; Italia e Francia si collocherebbero nel mezzo. Quanto alle differenze di crescita esse appaiono effettivamente derivare da altri fattori, in particolare se si osserva la tabella 2.

[3] Il “Luxembourg Income Study”  è un centro di elaborazioni statistiche transnazionali per il quale Krugman ha annunciato la sua prossima collaborazione (vedi l’ultimo articolo sul New York Times).

Una nazione di CRINOs. (7 marzo 2014)

marzo 7, 2014

 

Mar 7, 9:24 am

Nation of CRINOs

A term we really need: Center-Right In Name Only.

John Sides at The Monkey Cage — a political science blog you should be reading — takes on the often-repeated claim that America is a center-right nation, which is mainly based on polls showing many more people identifying themselves as conservatives than as liberals. He points out that if you ask people about their position on issues, as opposed to how they label themselves, the picture is reversed:

Looked at this way, almost 30 percent of Americans are “consistent liberals” — people who call themselves liberals and have liberal politics. Only 15 percent are “consistent conservatives” — people who call themselves conservative and have conservative politics. Nearly 30 percent are people who identify as conservative but actually express liberal views. The United States appears to be a center-right nation in name only.

Sides surmises that when people call themselves conservative, they’re talking about lifestyle choices — and we’re talking about their personal lifestyles, not necessarily their desire to impose their choices on others. Americans who go to church, and/or are faithful to their spouses, and/or are devoted to their children, say that they are conservative — but more often than not also favor a higher minimum wage and stronger social safety net programs.

Basically, economic conservatism has very little popular constituency. If it has often dominated policy nonetheless, that has to do with the power of organized money and the popularity of conservative ideas among the political elite.

 

Una nazione di CRINOs.

 

Un termine che ci farebbe davvero molto comodo: Centro-Destra-Solo-a-Parole.

John Sides su The Monkey Cage  – un blog di politologia che dovreste leggere [1] – considera la spesso ribadita pretesa secondo la quale l’America sarebbe una nazione di centro-destra, che principalmente è basata su sondaggi che mostrano che molte persone in più si identificano con i conservatori che non con i liberals. Egli mette in evidenza che se le gente viene interrogata sulle proprie posizioni sui temi effettivi, contrariamente a come essi si classificano, il quadro si inverte:

“Considerate le cose in questo modo: quasi il 30 per cento degli americani sono “progressisti coerenti” – persone che si definiscono ‘liberals’ e sono per programmi progressisti. Solamente il 15 per cento sono “conservatori coerenti” – persone che si definiscono conservatrici e sono per programmi di conservazione. Quasi il 30 per cento sono individui che si definiscono conservatori ma esprimono effettivamente punti di vista progressisti. Gli Stati Uniti sembrano essere una nazione di centro destra solo a parole.”

Sides ipotizza che quando le persone si definiscono di orientamento conservatore, parlano di scelte sugli stili di vita – e si sta parlando dei loro personali stili di vita, non necessariamente del loro desiderio di imporre le loro scelte agli altri. Gli americani che vanno in chiesa, o che sono fedeli alle loro consorti, e che si dedicano ai loro figli, dicono di essere conservatori – ma nella maggioranza dei casi sono a favore di un salario minimo più alto e di programmi sulla rete della sicurezza sociale più forti.

Fondamentalmente, il conservatorismo economico ha una base di consensi popolari molto piccola. Se ciononostante esso ha spesso dominato la politica, ciò dipende dal potere e dalla organizzazione del capitale e dalla popolarità delle idee conservatrici tra le classi dirigenti della politica.


 

 

 


[1] “La gabbia della scimmia”, e questa è la pagina del blog:

zzzz 92

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aspettate che i salari comincino a ripartire (6 marzo 2014)

marzo 6, 2014

 

Mar 6, 4:24 pm

Wait Until Wages Start Rising

And then wait some more — a lot more.

There’s a growing meme in discussions of monetary policy to the effect that we’re actually getting close to full employment, because the long-term unemployed don’t actually count in wage determination. Soon, this story goes, wages will start to rise, and so it’s time to get ready for monetary tightening.

This is a terrible idea.

For one thing, we can speculate all we like about the true state of labor markets, but we won’t really know until we start seeing solid wage increases. So why not wait until that happens?

Now, you might say that it’s important to get ahead of the curve, lest inflation rear its ugly head. But this is in fact a case where you really want to be behind the curve.

Look at what has happened to wage growth since the crisis began. The various series are noisy; I’ve followed Goldman Sachs in using principal components to take a weighted average of nonsupervisory wages, total compensation, and the employment cost index. Still a bit jumpy, but the picture seems fairly clear:

zzzz 93

 

 

 

 

 

 

 

 

 

So far, no clear sign that wage growth is accelerating. Even more important, however, wages are growing much more slowly now than they were before the crisis. There is no argument I can think of for not wanting wage growth to get at least back to pre-crisis levels before tightening. In fact, given that we’ve now seen just how dangerous the “lowflation” trap is, we should be aiming for a significantly higher underlying rate of growth in wages and prices than we previously thought appropriate.

So even if we believe that full employment is now 6.5 percent unemployment or something like that — and I’m not at all convinced — we need a period of overfull employment to get inflation back up to where it should be.

There is absolutely no case for monetary tightening for a long time to come.

 

Aspettate che i salari comincino a ripartire

 

E poi aspettate altro ancora – molto altro ancora.

C’è un pensiero che si diffonde nei dibattiti di politica monetaria, nel senso che staremmo effettivamente arrivando vicini alla piena occupazione, perché i disoccupati a lungo termine in realtà non incidono nella determinazione dei salari. Presto, il racconto è questo, i salari cominceranno a salire, e dunque è tempo di essere pronti ad una restrizione monetaria.

Si tratta di una idea terribile.

Da una parte, possiamo speculare tutto quello che vogliamo sulla condizione reale dei mercati del lavoro, ma non la conosceremo realmente finché non cominciamo a vedere solidi incrementi salariali. Dunque, perché non attendere finché non succede?

Ora, si potrebbe dire che quello che è importante è arrivare davanti alla curva, nel timore che l’inflazione faccia la sua sgradevole comparsa. Ma è proprio questo il caso nel quale si deve davvero essere oltre la curva.

Si guardi a quello che è accaduto alla crescita dei salari dal momento in cui è iniziata la crisi. Le varie serie sono assai disturbate; noi abbiamo seguito quella di Goldman Sachs nell’utilizzare le principali componenti per assumere una media ponderata dei salari dei lavoratori che non hanno funzioni di controllo, dei compensi totali e dell’indice del costo di occupazione. Anche in questo caso molti salti, ma il quadro sembra abbastanza chiaro:

zzzz 93

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sino a questo punto, nessun segno chiaro che la crescita dei salari stia accelerando. Ancora più importante, tuttavia, è il fatto che i salari stiano crescendo molto più lentamente di prima della crisi. Non c’è alcuna ragione che posso immaginare per la quale non volere che la crescita dei salari non torni almeno ai livelli precedenti la crisi, prima della riduzione. Di fatto, dato che oggi stiamo constatando quanto sia pericolosa la trappola della “lowflation” [1] , dovremmo mirare ad un tasso di fondo della crescita dei salari e dei prezzi significativamente più elevato di quello che si giudicava appropriato in precedenza.

Dunque, se anche crediamo che la piena occupazione comporti oggi un 6,5 per cento di disoccupazione o qualcosa di simile – ed io non ne sono affatto convinto – abbiamo bisogno di un periodo di occupazione molto elevata per riportare l’inflazione al punto in cui dovrebbe essere.

Per un lungo periodo non ci sarà assolutamente alcun motivo perché abbia luogo una restrizione monetaria.



[1] Vedi il post di Krugman del 5 marzo a proposito del neologismo “lowflation”, ed anche lo studio del FMI del 4 marzo.

Fategli mangiare la dignità (6 marzo 2014)

marzo 6, 2014

 

Mar 6, 4:12 pm

Let Them Eat Dignity

We’re getting reports about Paul Ryan’s performance at CPAC, the big conservative gathering — and they’re actually kind of awesome, in the worst way.

I mean, the caricature of Ryan and people like him is that they treat the hardships of poverty as if they were merely psychological, that they talk big about dignity while ignoring the difficulty of getting essentials like food and health care. Well, it’s not a caricature: Ryan says never mind having enough to eat, it’s about spirituality:

“The left is making a big mistake,” Ryan predicted. “What they’re offering people is a full stomach and an empty soul. People don’t just want a life of comfort. They want a life of dignity, they want a life of self determination.”

Um, yes, but how dignified can you be on an empty stomach? How much self-determination do you have?

And who is supposed to value dignity over having enough to eat? Children. Ryan tells an anecdote about one sad child:

“He told Eloise he didn’t want a free lunch. He wanted his own lunch, one in a brown-paper bag just like the other kids,” he continued. “He wanted one, he said, because he knew a kid with a brown-paper bag had someone who cared for him. This is what the left does not understand.”

And if the child’s mother can’t provide that lunch in a brown paper bag, then what?

The total failure to accept that the poor face real physical hardship, that affluent politicians have no business lecturing people having trouble buying food or having trouble paying for health care about dignity, is just stunning.

 

Fategli mangiare la dignità

 

Arrivano resoconti sulla performance di Paul Ryan alla “Conferenza di iniziativa politica dei conservatori”, il grande raduno conservatore – e sono per davvero qualcosa di fantastico, nel senso peggiore possibile.

Voglio dire, la caricatura offerta da Ryan e da quelli come lui consiste nel trattare le difficoltà della povertà come se fossero meramente psicologiche, nel parlare tanto di dignità nel mentre si ignora la difficoltà ad ottenere cose essenziali come il cibo e la assistenza sanitaria. Ebbene, non è una caricatura: Ryan dice che non è mai importante se si ha abbastanza da mangiare, la questione attiene alla spiritualità:

“La sinistra sta facendo un grande errore” , ha pronosticato Ryan. “Quello che stanno offrendo alla gente è un stomaco pieno con un’anima vuota. La gente non vuole soltanto una vita di agi. Vuole una vita di dignità, vuole una vita di autodeterminazione.”

Hm, e quanto si può essere dignitosi a stomaco vuoto? Di quanta autodeterminazione si può disporre?

E chi si pensa che valuti la dignità, oltre l’avere da mangiare a sufficienza? I bambini. Ryan ci racconta un aneddoto su un bambino triste:

“Egli raccontò ad Eloisa che non voleva un pranzo gratuito. Voleva il suo pranzo, quello nel sacchetto di carta marrone proprio come gli altri ragazzi” ha proseguito. “Voleva quello, disse, perché sapeva che un ragazzo con un sacchetto di carta marrone aveva chi si prendeva cura di lui. Questo è quello che la sinistra non capisce.”

E se la mamma del bambino non può fornirgli quel pasto in un sacchetto di carta marrone, allora che succede?

E’ del tutto stupefacente la totale incapacità ad accettare il fatto che i poveri si misurino con reali difficoltà materiali,  che i politici benestanti farebbero meglio a non fare prediche sulla dignità alle gente che ha problemi a comprarsi cibo o che ha problemi a pagarsi la assistenza sanitaria.

La bassa inflazione ed i due zeri (blog di Krugman, 5 marzo 2014)

marzo 5, 2014

 

March 5, 2014, 8:19 am

Lowflation and the Two Zeroes

Via the always invaluable Mark Thoma, the IMF blog — yes, the IMF has in effect become an econblogger — has a terrific piece on the problem with low inflation in Europe. It’s the perfect antidote to the do-nothing voices insisting that there’s no problem, because we don’t see actual deflation yet.

Part of the IMF analysis concerns debt dynamics. They don’t put it quite this way, but I’d say that to have debt deflation — in which falling prices due to a weak economy increase the real burden of debt, which depresses the economy further, and so on — you don’t need to have literal deflation. The process begins as soon as you have lower inflation than expected when interest rates were set. It’s also noteworthy that inflation rates in the highly indebted countries are all well below the eurozone average (pdf), with actual deflation in Greece and near-deflation in the rest. So the debt deflation spiral is in fact well underway.

Beyond that, the trouble with low inflation is that it exacerbates the problem posed by the two zeroes — the impossibility of cutting interest rates below zero and the great difficulty of cutting nominal wages.

Is ECB policy constrained by the zero lower bound? You could argue that it isn’t, since it could cut a bit further than it has but hasn’t. I’d argue, however, that if nominal interest rates were much higher — say, 4 percent — but the overall euro macro situation were what it is, with inflation clearly below target and unemployment very high, the ECB wouldn’t (and certainly shouldn’t) hesitate at all about cutting rates substantially. It’s only the fact that zero is already so close that makes cutting rates seem like a big deal, an admission that things are looking dangerous (which they are).

Meanwhile, the zero on wages is hugely important now. The fundamental issue here is that Spain (and other debtors) needs to reduce its wages relative to Germany, reversing the runup in relative wages during the bubble years. The argument some of us have been making for a long time is that it’s vastly easier if this adjustment takes place via rising German wages rather than falling Spanish wages — partly because of the debt dynamics, but also and crucially because it’s very hard to cut nominal wages.

What would you look for if downward nominal wage rigidity were a seriously binding constraint? A spike in the distribution of actual wage changes at zero. And sure enough:

zzzz 69

 

 

 

 

 

 

 

International Monetary Fund

To be technical about it: Yowza. This is prima facie evidence that excessively low European inflation is already a huge problem.

The point is that there is no red line at zero inflation; excessively low inflation is still a very severe problem, especially given the European situation, even if the number is positive.

So when people warn about Europe’s potential Japanification, they’re way behind the curve. Europe is already experiencing all the woes one associates with deflation, even though it’s only low inflation so far; and the human and social costs are, of course, far worse than Japan ever experienced.

This need not lead to a breakup of the euro: Pessimists on that front, me very much included, misjudged the strength of European elites’ commitment to the project. But the euro might yet survive — and be a continuing disaster.

 

La bassa inflazione ed i due zeri

 

Tramite l’inestimabile Mark Thoma, apprendiamo che il blog del FMI – sì, il FMI è diventato in effetti un ‘econblogger’ – ha un pezzo formidabile sul problema della bassa inflazione in Europa. E’ il perfetto antidoto alle voci del non-far-niente che insistono sul fatto che non ci sarebbe problema, perché non si vede ancora  alcuna effettiva deflazione.

Parte della analisi del FMI riguarda le dinamiche del debito. Essi non si esprimono in questo modo, ma io direi che per avere deflazione da debito [1] – nella quale la caduta dei prezzi derivante da una economia debole accresce il peso reale del debito, che deprime ulteriormente l’economia, e così di seguito – non c’è bisogno di avere una deflazione letterale. Il processo ha inizio appena si ha una inflazione più bassa di quello che ci si aspettava al momento in cui erano stati definiti i tassi di interesse. Merita anche di essere osservato che i tassi di inflazione nei paesi altamente indebitati sono ben al di sotto della media dell’eurozona (disponibili in pdf nella connessione), con una deflazione effettiva in Grecia ed una quasi deflazione negli altri. Dunque, la spirale della deflazione da debito è di fatto chiaramente iniziata.

Otre a ciò, il guaio con la bassa inflazione è che essa esacerba il problema costituito dai due zeri – l’impossibilità di tagliare i tassi di interesse al di sotto dello zero e la grande difficoltà a tagliare i salari reali.

La politica della BCE è limitata dal limite inferiore dello zero? Si potrebbe sostenere che non lo sia, dato che potrebbe tagliare un po’ di più ma non lo fa. Riterrei, tuttavia, che se i tassi nominali di interesse fossero molto più alti – diciamo, al 4 per cento – ma la situazione macroeconomica generale dell’euro fosse quella che è, con l’inflazione chiaramente al di sotto dell’obbiettivo ed una disoccupazione molto elevata, la BCE certamente non dovrebbe affatto esitare, e non esiterebbe, a tagliare sostanzialmente i tassi di interesse. E’ solo il fatto che lo zero sia già così vicino che fa sembrare il taglio dei tassi una grande questione, una ammissione che le cose cominciano ad apparire pericolose (come sono).

Nel frattempo, a questo punto lo zero sui salari è molto importante. In questo caso il tema fondamentale è che la Spagna (e gli altri debitori) ha bisogno di tagliare i salari rispetto alla Germania, invertendo  la rapida crescita dei salari relativi durante gli anni della bolla. L’argomento che molti di noi avevano avanzato da lungo tempo era che questa correzione avrebbe potuto aver luogo molto più facilmente attraverso un aumento dei salari tedeschi piuttosto che una caduta di quelli spagnoli – in parte per le dinamiche del debito, ma anche e fondamentalmente perché è molto difficile tagliare i salari nominali.

A cosa prestereste attenzione se la rigidità nominale dei salari verso il basso fosse un serio limite condizionante? Ad una impennata nei cambiamenti della distribuzione dei salari effettivi vicina allo zero. Ed infatti [2]:

zzzz 69

 

 

 

 

 

 

 

Fondo Monetario Internazionale

 

Per dirla tecnicamente: “per la miseria!” [3] A prima vista questa è la prova che l’inflazione europea eccessivamente lenta è già un grande problema.

Il punto è che non c’è alcuna linea rossa alla inflazione zero; anche una inflazione eccessivamente bassa è un problema grave, specialmente data la situazione europea, anche se il dato resta positivo.

Dunque, quando le persone ammoniscono sulla potenziale somiglianza dell’Europa ai casi del Giappone, sono già in ritardo sugli eventi. L’Europa sta già facendo esperienza di tutti i guai che si associano alla deflazione, anche se per adesso ha solo una bassa inflazione; ed i costi umani e sociali sono, ovviamente, assai peggiori di quelli che il Giappone ha mai conosciuto.

Non c’è bisogno che questo porti ad una rottura dell’euro: su quel fronte, i pessimisti, incluso in buona misura il sottoscritto, hanno male interpretato la forza dell’impegno delle classi dirigenti europee su quel progetto. Ma l’euro potrebbe ancora sopravvivere – e continuare ad essere un disastro.



[1] La ‘teoria’ della deflazione da debito si deve principalmente all’economista americano Irving Fisher, che nel 1933 spiegò come recessioni e depressioni potevano essere conseguenze di restrizioni del debito (deflazioni) e che il quel modo il ciclo del credito poteva essere causa del ciclo economico più generale. Nella formulazione di Fisher allo scoppio di una bolla del debito conseguono i seguenti fenomeni:

(a) la liquidazione del debito porta ad un crisi delle vendite ed a una contrazione dei depositi valutari, al momento in cui i prestiti vengono ripagati, nonché ad una diminuzione della velocità di circolazione del denaro;

(b) la contrazione dei depositi e della velocità di circolazione porta ad un abbassamento del livello dei prezzi. Se questa caduta dei prezzi non è contrastata con una reflazione si ha …

(c)  una caduta ancora più forte dei valori netti delle attività economiche che precipitano in bancarotte e …

(d) una probabile caduta dei profitti che porta a preoccupazioni di perdite economiche, che a loro volta determinano …

(e) una riduzione nel prodotto, nei commerci e nell’occupazione. Tutto questo – perdite, bancarotte e disoccupazione – porta …

(f) ad un pessimismo ed ad una perdita di fiducia, che a sua volta comporta la accumulazione di capitale e l’ulteriore diminuzione della sua velocità di circolazione. Tutto questo conduce a …

(g) disturbi complessi nei tassi di interesse, e in particolare ad una caduta di quelli nominali e ad una crescita di quelli reali.

La teoria fisheriana della deflazione da debito era di pochi anni precedente alla Teoria Generale di Keynes ed a lui nota, anche se  la ritenne difettosa e non la incluse nella sua teoria della “preferenza della liquidità”. Negli anni ’80 essa è stata rivalutata, tra gli altri da parte dell’economista post keynesiano Hyman Minsky.

L’economista americano Irving Fisher:

zzzz 70

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] La tabella fornisce il quadro delle variazioni sui salari nominali in Spagna in termini di distribuzione percentuale in due periodi: nel 2007-2008 (in blu) e nel 2011-2012 (in rosso). Suppongo che i cambiamenti siano registrati nei vari settori economici, e le varie asticelle indicano il peso percentuale corrispondente alle varie possibilità di mutamento, dal -20 per cento al + 20 per cento. Come si vede, relativamente al periodo 2011-12, in oltre il 25 per cento dei casi non c’è stato alcun mutamento, ma in oltre l’80 per cento dei casi in cambiamento è stato minimo, sia in calo che in crescita. Appariva assai diversa la situazione negli anni 2008-2009, quando la grande maggioranza dei cambiamenti di distribuiva tra il +3 ed il + 13 per cento di incrementi.

[3] E’ chiaro che Yowza non è un acronimo; è una espressione che deriva, se ho ben capito, da un serie televisiva e che sta ad indicare estrema sorpresa e disappunto.

La vera trappola della povertà (4 marzo 2014)

marzo 4, 2014

 

Mar 4, 3:15 pm

The Real Poverty Trap

Earlier I noted that the new Ryan poverty report makes some big claims about the poverty trap, and cites a lot of research — but the research doesn’t actually support the claims. It occurs to me, however, that the whole Ryan approach is false in a deeper sense as well.

How so? Well, Ryan et al — conservatives in general — claim to care deeply about opportunity, about giving those not born into affluence the ability to rise. And they claim that their hostility to welfare-state programs reflects their assessment that these programs actually reduce opportunity, creating a poverty trap. As Ryan once put it,

we don’t want to turn the safety net into a hammock that lulls able-bodied people to lives of dependency and complacency, that drains them of their will and their incentive to make the most of their lives.

OK, do you notice the assumption here? It is that reduced incentives to work mean reduced social mobility. Is there any reason to believe this as a general proposition?

Now, as it happens the best available research suggests that the programs Ryan most wants to slash — Medicaid and food stamps — don’t even have large negative effects on work effort. There is, however, some international evidence that generous welfare states have an incentive effect: America has by far the weakest safety net in the advanced world, and sure enough, the American poor work much more than their counterparts abroad:

zzzz 66

 

 

 

 

 

 

 

Great! So poor Americans aren’t condemned to lives of complacency that drain their wills — or at least not nearly as much as the poor in other countries. So we must have much more upward social mobility than they do, as our poor make the most of their lives, right?

Um, no.:

zzzz 67

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In fact, the evidence suggests that welfare-state programs enhance social mobility, thanks to little things like children of the poor having adequate nutrition and medical care. And conversely,of course, when such programs are absent or inadequate, the poor find themselves in a trap they often can’t escape, not because they lack the incentive, but because they lack the resources.

I mean, think about it: Do you really believe that making conditions harsh enough that poor women must work while pregnant or while they still have young children actually makes it more likely that those children will succeed in life?

So the whole poverty trap line is a falsehood wrapped in a fallacy; the alleged facts about incentive effects are mostly wrong, and in any case the entire premise that work effort = social mobility is wrong.

 

La vera trappola della povertà

 

In precedenza ho notato che la nuova relazione sulla povertà di Ryan avanza alcuni grandi argomenti sulla trappola della povertà, e cita una quantità di ricerche – ma le ricerche in effetti non sono coerenti con quegli argomenti. Mi pare, tuttavia, che l’intera relazione di Ryan sia falsa anche in un senso più profondo.

In che senso? Ebbene Ryan ed altri – i conservatori in generale – sostengono di avere a cuore le opportunità, il dare a coloro che non sono nati nell’opulenza la possibilità di crescere. E sostengono che la loro ostilità ai programmi  dello stato assistenziale riflette il loro giudizio, secondo il quale questi programmi effettivamente riducono le opportunità, creando una trappola di povertà. Come si espresse in una occasione Ryan:

“Noi non vogliamo trasformare le reti di sicurezza in una amaca che trastulla persone di buona prestanza verso esistenze di dipendenza e di autocommiserazione, che le priva della loro volontà e dell’incentivo a fare delle loro vite il meglio di quello che possono.”

Dunque: vi siete accorti di quale sia il presupposto, in questo caso? E’ che ridotti incentivi a lavorare significano ridotta mobilità sociale. C’è qualche ragione di credere a questo, come proposizione generale?

Ora, si dà il caso che la migliore ricerca disponibile indichi che i programmi su cui Ryan soprattutto vuole fare tagli –  Medicaid e sugli aiuti alimentari – addirittura non abbiano ampi effetti sugli sforzi a lavorare: l’America possiede le reti di sicurezza sociale più deboli del mondo avanzato, ma è abbastanza chiaro che i poveri americani lavorano molto di più dei loro omologhi all’estero [1]:

zzzz 66

 

 

 

 

 

 

 

Ma guarda! Dunque i poveri americani non sono condannati a vite di autocommiserazione che li privano della loro volontà – o almeno neanche lontanamente quanto i poveri di altri paesi. Dunque, noi abbiamo molta maggiore mobilità sociale verso l’alto di loro, dato che i nostri poveri fanno delle loro vite il meglio che possono, non è così?

No, non è così [2]:

zzzz 67

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di fatto, le prove indicano che  programmi degli stati assistenziali accrescono la mobilità sociale, grazie a piccole cose come la possibilità dei figli dei poveri di ricevere adeguato nutrimento ed assistenza sanitaria. Al contrario, naturalmente, quando tali programmi sono assenti o inadeguati, i poveri si ritrovano in una trappola dalla quale spesso non possono fuggire, non perché gli manchino gli incentivi, ma perché gli mancano le risorse.

Intendo dire, riflettiamoci: ma si può davvero credere che rendere le condizioni di vita dure, a un punto tale che le donne povere debbano lavorare quando sono incinte o mentre hanno ancora i figli piccoli, renda effettivamente più probabile che i loro figli abbiano successo nella vita?

Dunque, tutta la storia della trappola delle povertà è un inganno per di più confezionato con una falsità: le pretese prove sugli effetti di incentivazione sono del tutto sbagliate, e in ogni caso l’intero presupposto secondo il quale lo sforzo del lavoro favorisce la mobilità sociale è fuori luogo.



[1] La tabella indica il totale delle ore lavorate dal capofamiglia e dal coniuge all’interno delle famiglie classificate povere e non composte da anziani.

[2] La tabella mostra la relazione tra l’ineguaglianza (asse orizzontale, andando a destra l’ineguaglianza dei redditi è crescente) e la mobilità sociale (asse verticale, andando verso l’alto la mobilità diminuisce). Come si vede Italia, Regno Unito hanno la minore mobilità sociale e la maggiore ineguaglianza di redditi. La Francia ha una mobilità sociale un po’ migliore (meno bassa) ed una diseguaglianza di redditi anch’essa un po’ migliore (ovvero, minore). La Germania ha un diseguaglianza di redditi sensibilmente migliore (minore) e corrispondentemente una mobilità sociale più elevata. La situazione migliore in assoluto è quella dei paesi del Nord Europa, con le minori disuguaglianza di redditi e le maggiori mobilità sociali. Si consideri, infine, che la mobilità sociale viene misurata sulla base del parametro della elasticità dei guadagni delle generazioni; vale a dire di quanto i figli di famiglie povere o in condizioni modeste possono elevare i loro guadagni, a prescindere dalle loro condizioni economiche di origine.

La prossima generazione di fandonie (4 marzo 2014)

marzo 4, 2014

 

Mar 4, 9:32 am

Flimflam, The Next Generation

I took Paul Ryan’s measure almost four years ago, back when everyone in Washington was determined to see him as the Serious, Honest Conservative they knew had to exist somewhere. Everything we’ve seen of him since then has confirmed that initial judgment. When you see a big report from Ryan, you shouldn’t ask “Is this a con job?” but instead skip right to “Where’s the con?”

And so it is with the new poverty report.

Give Ryan some points for originality. In his various budgets, he relied mainly on magic asterisks — unspecified savings and revenue sources to be determined later; he was able to convince many pundits that he had a grand fiscal plan when the reality was that he was just assuming his conclusions, and that the assumptions were fundamentally ridiculous. But this time he uses a quite different technique.

What he offers is a report making some strong assertions, and citing an impressive array of research papers. What you aren’t supposed to notice is that the research papers don’t actually support the assertions.

In some cases we’re talking about artful misrepresentation of what the papers say, drawing angry protests from the authors. In other cases the misdirection is more subtle.

Take the treatment of Medicaid and work incentives. I’m going to teach the best available survey on these issues tonight, which looks at the research and finds little evidence of significant disincentive effects from Medicaid (or food stamps). That’s not at all the impression you get from the Ryan report. So I looked at the Medicaid section, and found that it contains a more or less unstructured listing of lots of papers; if you read that list carefully, you find that there really isn’t anything in there making a strong case for large incentive effects.

In other words, the research citations are just there to make the report sound well-informed; they aren’t actually used to derive the conclusions, which more or less come out of thin air.

Oh, and there are the usual Medicaid zombies too.

The thing is, we could be having a serious discussion about welfare and incentives; there are some real issues. But there isn’t anyone to have that discussion with.

 

La prossima generazione di fandonie

 

Presi le misure a Paul Ryan quattro anni orsono [1], quando tutti a Washington si erano persuasi di vedere in lui il Serio ed Onesto Conservatore, che sapevano da qualche parte dovesse pur esistere. Ogni cosa abbiamo osservato in lui da quel momento in poi ha confermato il giudizio iniziale. Quando leggete una importante relazione di Ryan, non dovreste chiedervi “E’ un imbroglio?”, invece saltate subito a “Dov’è l’imbroglio?”.

Così è anche per il nuovo rapporto sulla povertà.

Concediamo a Ryan una qualche originalità. Nelle sue varie proposte di bilancio egli si basava principalmente sui magici asterischi – risparmi non specificati e fonti di reddito da determinare in un secondo tempo; egli era capace di convincere molti opinionisti di possedere un superbo programma di finanza pubblica quando la realtà era che stava soltanto presupponendo quelle che erano le sue conclusioni, e che quei presupposti erano fondamentalmente ridicoli. Ma questa volta usa una tecnica piuttosto diversa.

Quello che egli offre è un rapporto che stabilisce alcuni giudizi forti, e cita una varietà impressionante di ricerche. Quello che si suppone è che voi non notiate che le ricerche per la verità non sostengono quei giudizi.

In alcuni casi stiamo parlando di mistificazioni artefatte di quello che dicono quegli studi, che stanno provocando irate proteste da parte degli autori. In altri casi la mistificazione è più sottile.

Si consideri il modo in cui vengono trattati Medicaid e gli incentivi sul lavoro. Questa sera terrò una lezione sul miglior saggio disponibile su questi temi, che analizza le ricerche e trova poche prove di  significativi effetti disincentivanti da parte di Medicaid (e degli aiuti alimentari). Non è affatto quella l’impressione che ricevete dal rapporto di Ryan.   Dunque ho guardato al paragrafo su Medicaid, ed ho scoperto che esso contiene una lista più o meno confusa di una quantità di articoli; se leggete con attenzione quella lista, troverete che in realtà non c’è niente in essa che giustifichi  una forte affermazione su ampi effetti di quegli incentivi.

In altre parole, le citazioni dalle ricerche sono inserite a bella posta per far apparire bene informato il rapporto; esse non sono in effetti utilizzate per derivarne le conclusioni, che più o meno sono campate in aria.

Per non dire che compaiono le solite idee zombi su Medicaid.

La questione, se potessimo avere una serio dibattito sullo stato assistenziale e sugli incentivi, è la seguente: ci sono alcuni temi reali. Ma non c’è nessuno con cui discuterne.

 

 


[1] Si veda in particolare l’articolo sul New York Times del 5 agosto 2010 (qua tradotto nella serie di traduzioni dal 20 giugno al 30 dicembre 2010), dal titolo “The flimflam man”.

Dunque Paul Ryan, il soprannominato “uomo delle fandonie”,  è un noto conservatore: contrario ai matrimoni gay ma anche all’aborto, lotta per l’abolizione delle tasse come ad esempio quelle sul guadagno in conto capitale o l’imposta sul reddito delle società ed è favorevole alla privatizzazione di Medicare.

zzzz 65

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rabbia, non invidia (blog di Krugman 3 marzo 2014)

marzo 3, 2014

 

Mar 3, 2:27 pm

Envy Versus Anger

Suddenly, or so it seems, inequality has surged into public consciousness — and neither the one percent nor its reliable defenders seems to know how to cope.

Some of the reactions are crazy — it’s Kristallnacht, they’re coming to kill us — with the craziness quite widespread; notice how many billionaires, plus of course the Wall Street Journal, rallied around Tom Perkins. But even the saner-sounding voices evidently have a hard time wrapping their minds around the notion that anyone might find 21st-century finance capitalism a bit, well, unfair.

A case in point: this article by Arthur Brooks, the president of the American Enterprise Institute. Brooks is deeply worried about changing popular attitudes toward wealth:

According to Pew, the percentage of Americans who feel that “most people who want to get ahead” can do so through hard work has dropped by 14 points since about 2000. As recently as 2007, Gallup found that 70 percent were satisfied with their opportunities to get ahead by working hard; only 29 percent were dissatisfied. Today, that gap has shrunk to 54 percent satisfied, and 45 percent dissatisfied. In just a few years, we have gone from seeing our economy as a real meritocracy to viewing it as something closer to a coin flip.

And how does he see this sea-change in attitudes? Why, it must be about growing envy of the rich, which is a terrible thing.

But the polling data don’t say anything about envy: when people say that they have lost their belief that hard work will be rewarded, they aren’t saying that they are envious of the rich; they’re saying that they have lost their belief that hard work will be rewarded. To the extent that people have negative feelings about the one percent, the emotion involved isn’t envy — it’s anger, which isn’t at all the same thing. Envy is when you have negative feelings about rich because of what they have; anger is when you have negative feelings about the rich because of what they do.

Think about it: Did the Occupy protests focus on how the one percent lives? Does muckraking journalism obsess over lifestyles?Yes, everyone knows about Mitt Romney’s car elevator, but it was the dorkiness rather than the luxury that made it a story. Actually, considering just how much the lives of the superelite have diverged from those of ordinary Americans, it’s kind of amazing how few articles there have been salaciously describing parties in the Hamptons and all that.

No, what’s really driving most of the ire is the sense that many of the rich didn’t actually earn that position, that they grew rich at the rest of America’s expense.

And what has happened since 2007 that might justify such a belief? Um, how about all those .01 percenters who were boasting about what a great job they were doing, but turned out to be leading us into a catastrophic financial crisis? What about the much-admired leaders who assured us that Wall Street was doing great stuff, and turned out to be totally clueless?

Or what about the remarkable fact that since the crisis, profits have soared, while workers’ incomes have stagnated?

zzzz 63

 

 

 

 

 

 

 

People aren’t envious, they’re angry — and with good reason.

 

Rabbia, non invidia

 

All’improvviso, o almeno così sembra, l’ineguaglianza si è elevata all’interno della coscienza dell’opinione pubblica – e né l’1 per cento dei più ricchi, né i loro fidati difensori sanno come reagire.

Alcune delle reazioni sono folli – “è la Notte dei Cristalli”, “stanno venendo ad ammazzarci” – di una follia abbastanza generalizzata; si noti come molti miliardari, in aggiunta naturalmente al Wall Street Journal, si stringono attorno a Tom Perkins [1]. Ma anche le voci più assennate fanno fatica a capacitarsi dell’idea che qualcuno potrebbe trovare il capitalismo della finanza del 21° Secolo, diciamo così, un po’ ingiusto.

Un esempio a proposito: l’articolo (in connessione) di Arthur Brooks, il Presidente dell’ American Enterprise Institute. Brooks è profondamente preoccupato del mutamento delle attitudini popolari verso i ricchi:

“Second il Pew [2], la percentuale degli americani che ritengono che ‘la maggioranza delle persone che vogliono andare avanti’ possono farlo attraverso il lavoro duro, è scesa di 14 punti a partire dal 2000. Ancora di recente nel 2007, l’Istituto Gallup rendeva noto che il 70 per cento erano soddisfatti delle loro opportunità di andare avanti lavorando duramente; solo il 29 per cento era insoddisfatto. Oggi, questa differenza si è ristretta ad un 54 per cento di soddisfatti e ad un 45 per cento di insoddisfatti. Solo in pochi anni, siamo passati dal giudicare la nostra economia come una vera meritocrazia a considerarla come qualcosa di più vicino ad una fortuita scommessa.”

E come giudica questa profonda trasformazione delle attitudini? La giudica come qualcosa che deve dipendere da una crescita dell’invidia verso i ricchi, che è una cosa terribile.

Ma i dati dei sondaggi non dicono niente a proposito dell’invidia; quando le persone affermano di aver perso la loro fiducia nel fatto che il lavoro duro verrà ricompensato, non stanno dicendo di essere invidiose dei ricchi; stanno dicendo di non aver più fiducia sul fatto che il lavoro duro sarà ricompensato. Nella misura in cui le persone hanno sensazioni negative nei confronti dell’1 per cento dei più ricchi, il sentimento che viene coinvolto non è l’invidia – è la rabbia, che non è affatto la stessa cosa. L’invidia è la sensazione negativa che si percepisce verso i ricchi per quello che possiedono; la rabbia è quando si hanno sensazioni negative verso i ricchi per quello che fanno.

Si pensi a questo: le proteste di “Occupy” si sono concentrate su come vive l’1 per cento? Il giornalismo scandalistico è ossessionato dai loro stili di vita? E’ vero, tutti sanno dell’ascensore per automobili di Mitt Romney [3], ma è diventato una notizia più per la pacchianeria che non per l’esibizione di lusso. Per la verità, proprio considerando quanto la vita della super élite sia diventata diversa da quella degli americani comuni, è abbastanza sorprendente quanti pochi articoli che descrivessero in modo salace le feste nelle ville di Hamptons e tutto il resto, ci siano stati.

No, quello che realmente provoca gran parte dell’ira è la sensazione che i ricchi non si guadagnino effettivamente quella posizione, ma diventino ricchi a spese del resto dell’America.

E che cose è accaduto, a partire dal 2007, che possa giustificare tale convincimento? Pensiamoci. Che ne direste di tutti quei ricchi all’apice delle graduatorie che si vantavano del gran lavoro che stavano svolgendo, e che si è scoperto ci stavano portando in una crisi finanziaria catastrofica? Oppure, di tutti quei dirigenti circondati da ammirazione che ci assicuravano che Wall Street stava facendo grandi cose, e che si è scoperto erano completamente senza una bussola?

Oppure, del fatto considerevole che dal momento della crisi i profitti sono saliti alle stelle, mentre i salari dei lavoratori sono rimasti stagnanti?

zzzz 63

 

 

 

 

 

 

 

La gente non è invidiosa – è arrabbiata, e a buona ragione.


 

 

 


[1] Impresario e capitalista americano nato nel 1932.

[2] Società di statistiche e sondaggi.

[3] Pare che in una delle sue case, Romney tenga quattro automobili con un ascensore, evidentemente per sollevarle ai piani superiori. Ovvero, per entrare direttamente in macchina dal salotto, come, mi pare, nei film di Batman. E questo è lo strumento in funzione, dal costo di 55.000 dollari:

zzzz 64

 

 

 

 

 

 

Petrolio, gas naturale e Rick Perry (3 marzo 2014)

marzo 3, 2014

 

Mar 3, 8:14 am

Oil, Gas, and Rick Perry

Philip Longman has a very good article in the Washington Monthly debunking the hype about the Texas economy. Things I didn’t know include the fact that net inward migration by native-born Americans is actually quite small.

But I wanted to follow up on one particular point: the role of oil and gas in recent years. Longman concedes that these industries directly account for a fairly small share of the economy even in Texas, but argues that their rapid growth, combined with multiplier effects, makes them a much bigger story when it comes to Texas growth. Indeed. Let me put some numbers to this, using the BEA data on real GDP by state.

What you learn from these data right away is that Texas is indeed king of the extractive expansion. Nationwide, mining output, measured in 2005 dollars, expanded $29 billion between 2007 and 2012; Texas accounted for $22.7 billion of that expansion. Nationally, the expansion of mining was 0.2 percent of 2007 GDP; in Texas, it was 10 times that, 2 percent.

This mining expansion must also have had a multiplier effect, as mining operations and workers spent money in the local economy, raising incomes, and generating further increases in demand. The state of the art estimates of regional multipliers come from Nakamura and Steinsson (pdf), who use fluctuations in defense spending as natural experiments; they conclude that the multiplier is around 1.5. So that 2 percent of GDP Texas extractive boom should have raised the state’s GDP by 3 percent, or 2.7 percent relative to the nation as a whole.

Meanwhile, overall Texas GDP rose 13 percent from 2007 to 2012, while national GDP rose only 2.5 percent. What this calculation suggests is that the oil and gas boom accounts for more than a quarter of that growth difference.That’s a lot, although it’s not the whole story.

What about the rest? Partly we’re seeing the continuation of the long-term movement of U.S. population and jobs to the Sunbelt; Ed Glaeser likes to point out that the single best predictor of state growth is the number of winter degree days. On top of that, Texas does do one very important thing right: it has relaxed zoning, which keeps housing abundant and cheap.

And what about the more general miracle of free-market capitalism? It exists only in the eyes of the beholder.

 

Petrolio, gas naturale [1] e Rick Perry [2]

 

Philip Longan ha un articolo molto buono sulla Washington Monthly che ridicolizza il battage pubblicitario sull’economia del Texas. Cose che non conoscevo, incluso in fatto che la migrazione interna da parte di americani natii è effettivamente abbastanza modesta.

Ma avevo intenzione di riprendere un punto particolare: il ruolo del petrolio e del gas naturale negli anni recenti. Longan ammette che queste industrie pesano effettivamente per una quota abbastanza modesta dell’economia persino in Texas, ma sostiene che la loro rapida crescita, combinata con gli effetti di moltiplicatore, le rende molto più importanti quando si passa alla crescita del Texas. Consentitemi di avanzare qualche dato al proposito, utilizzando le statistiche BEA [3] sui PIL reali al livello degli Stati.

Quello che si apprende immediatamente da questi dati è che il Texas è in effetti il re della espansione estrattiva. Nell’intera nazione, la produzione mineraria, misurata in dollari 2005, si è ampliata di 29 miliardi di dollari dal 2007 al 2012. Il Texas ha pesato per 22,7 miliardi di quella espansione. Nazionalmente, l’espansione nel settore estrattivo è stata lo 0,2 per cento del PIL del 2007; nel Texas è stata dieci volte tanto, il 2 per cento.

Questa espansione mineraria ha anche avuto un effetto di moltiplicatore, dato le operazioni minerarie ed i lavoratori che hanno speso i soldi nell’economia locale, elevando i redditi e generando ulteriori incrementi nella domanda. Lo stato dell’arte sulle stime sui moltiplicatori regionali derivano da Nakamura e Steinsson (disponibili in pdf), che usano le fluttuazioni nella spesa per la difesa come una sorta di esperimenti naturali; essi concludono che il moltiplicatore è attorno all’1,5. Cosicché il 2 per cento del PIL del boom estrattivo del Texas avrebbe elevato il PIL dello Stato per il 3 per cento, oppure per il 2,7 per cento in relazione alla nazione nel suo complesso.

Nel frattempo, il PIL del Texas è cresciuto del 13 per cento dal 2007 al 2012, mentre il PIL nazionale è cresciuto soltanto del 2,5 per cento. Quello che questo calcolo indica è che l’espansione del petrolio e del gas incidono per più di un quarto in quella differenza di crescita. Questo è molto, sebbene non sia ancora tutta la storia.

Cosa dire del resto? In parte stiamo osservando una prosecuzione degli spostamenti a lungo termine della popolazione degli Stati Uniti e dei posti di lavoro nel Sunbelt[4] . A Ed Gleaser piace sottolineare che l’unico ottimo fattore di previsione della crescita degli Stati è quello delle giornate con temperature invernali. In cima a quel dato, il Texas ha una importante caratteristica adatta: ha una pianificazione urbanistica disinvolta [5], che mantiene gli alloggi in condizioni di  abbondanza e di economicità.

E cosa dire più in generale del miracolo del capitalismo del libero mercato? Che esiste soltanto agli occhi di chi ci crede.



[1] In americano “gas” sta talora per “benzina” solo per effetto di una abbreviazione di “gasoline”. E’ chiaro che in questo articolo si parla di gas naturale.

[2] James Richard “Rick” Perry è un politico statunitense, membro del Partito Repubblicano e dal 21 dicembre 2000 quarantasettesimo Governatore del Texas.

[3] Bureau of Economic Analysis

[4] Il “Sunbelt” è la grande area degli Stati Uniti che include gli Stati del Sud e del Sudest. Climi caldi in estate e moderati in inverno, all’interno del Sunbelt si trovano condizioni diverse, tipiche di aree desertiche, mediterranee (California) o subtropicali. (Wikipedia)

zzzz 62

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[5] Se l’effetto è quello di rendere economici i prezzi delle abitazioni, suppongo che “relaxed” stia per “disinvolto” e non per “rilassato”.

E’ la benzina (2 marzo 2014)

marzo 2, 2014

 

Mar 2, 4:11 pm

It’s the Gas Gas Gas

Mostly a note to myself: short-run fluctuations in the inflation rate are more or less entirely about gasoline prices, which affect headline and even, to some extent, core inflation via their impact on costs. The picture:

zzzz 61

 

 

 

 

 

 

 

Meanwhile, gas prices have no predictive power at all for future inflation. So anyone reacting to short-run movements in headline inflation is making a big mistake.

 

E’ la benzina

 

Una nota più che altro per me stesso: le fluttuazioni a breve termine del tasso di inflazione riguardano più o meno i prezzi della benzina, che attraverso i loro impatti sui costi influenzano l’inflazione complessiva ed anche, in qualche misura, quella sostanziale. Il diagramma:

zzzz 61

 

 

 

 

 

 

 

Nel frattempo, i prezzi della benzina non hanno alcun potere previsionale sulla inflazione futura. Dunque, chiunque reagisca ai movimenti di breve periodo della inflazione complessiva sta facendo un grosso errore.

 

Crescita e tassi di interesse: sembra che abbia torto (2 marzo 2014)

marzo 2, 2014

 

Mar 2, 10:19 am

Growth and Interest Rates: I Appear To Be Wrong

In my last post I followed Floyd Norris in criticizing the CBO, which has marked down its estimates of future economic growth without marking down its estimates of future interest rates. I still think that’s a fair criticism. But I also offered a hypothesis: that interest rates fall more than one-for-one with slower growth, so that the crucial difference r-g — interest rate minus growth rate — actually falls, making debt easier, not harder, to handle.

So I’ve taken a quick and dirty look at US history, and it doesn’t seem to bear my hypothesis out. Here’s actual r-g — strictly speaking, interest rates minus the rate of growth of GDP over the previous year — since 1952:

zzzz 60

 

 

 

 

 

 

 

 

Interest rate minus GDP growth

Postwar US history broadly breaks into two eras: a fast-growth generation after World War II, and generally slower growth thereafter. If my hypothesis had been right, r-g should have been lower in the second era than the first. Well, it looks as if the opposite was generally true, even if you ignore the spikes around big recessions.

Now that I think about it, the case of Japan — although complicated by the zero lower bound — also counts in this direction: interest rates have been low, but GDP growth even lower.

I still think that a fall in g leads to a fall in r (as it did in Japan), so that the budgetary implications are weaker than CBO seems to think. But lower growth does appear to make debt harder, not easier, to carry.

 

Crescita e tassi di interesse: sembra che abbia torto

 

Nel mio post precedente, avevo seguito Floyd Norris nel criticare il CBO, che aveva abbassato le sue stime sulla futura crescita economica senza abbassare le stime sui tassi di interesse. Penso ancora che fosse una critica giusta. Ma avevo anche avanzato un’ipotesi: che i tassi di interesse cadessero in un rapporto superiore di 1 ad 1 con una crescita più lenta, cosicché la differenza fondamentale tra r e g – ovvero il tasso di interesse meno il tasso di crescita – effettivamente si ridurrebbe, rendendo la gestione del debito più facile, non più difficile.

Così ho dato un’occhiata superficiale alla storia statunitense, ed essa non sembra che confermi la mia ipotesi. Ecco, a partire dal 1952, l’effettivo r – g (strettamente parlando, i tassi di interesse sottratti dei tassi di crescita del PIL degli anni precedenti):

zzzz 60

 

 

 

 

 

 

 

 

Tasso di interesse meno tasso di crescita del PIL

 

La storia post-bellica degli Stati Uniti in generale si scompone in due epoche: la generazione della crescita rapida dopo la II Guerra Mondiale, e la generalmente più lenta crescita successiva. Se la mia ipotesi fosse stata giusta, la differenza tra interessi e crescita avrebbe dovuto essere più lenta nel secondo periodo che non nel primo. Ebbene, sembra che in generale sia stato vero l’opposto, anche ignorando i picchi attorno ai periodi di recessione.

Ora, io penso al caso del Giappone – sebbene complicato dal limite inferiore dello zero – che anch’esso conta in questa direzione: i tassi di interesse sono stati bassi, ma la crescita del PIL è stata persino più bassa.

Penso ancora che una caduta nella crescita comporti una diminuzione nei tassi di interesse (come è accaduto in Giappone), cosicché le implicazioni di bilancio sarebbero inferiori di quelle che il CBO sembra ritenere. Ma la crescita più bassa pare che renda il debito più difficile, e non più facile, da portare.

Congressional Budget Office, abbinamenti casuali (1 marzo 2014)

marzo 1, 2014

 

Mar 1, 11:47 am

CBO Mix-And-Match

Floyd Norris makes a really good point in criticizing the Congressional Budget Office; he argues that the office’s latest budget projections aren’t consistent. CBO has marked down its expectations for future growth, but it hasn’t marked down its expectations for future interest rates. And that leads to excessive fiscal pessimism.

Indeed. CBO seems to think, for some reason, that this represents the new normal:

zzzz 58

 

 

 

 

 

 

 

 

but that this does not:

zzzz 59

 

 

 

 

 

 

 

 

You can make the case that US long-term growth prospects have worsened substantially. But it’s hard to make that case without thinking that we will be at least flirting with secular stagnation, which will mean persistently very low interest rates.

One way to think about why this matters this is in terms of the relationship between “r”, the real interest rate, and “g”, the economy’s long-run growth rate. The extent to which public debt is a problem depends a lot of this relationship. If r is close to or even below g, debt is hardly a burden at all; if revenues pay for non-interest outlays, debt as a share of GDP will steadily erode. Only if r>>g should we worry about debt spirals and all that.

So what CBO has in effect done is mark down its estimate of g but not of r. And that’s surely not right. As Floyd says, we should expect lower g to lower r too. In fact, I think there’s good reason to believe that a fall in g will reduce r more than one for one, so that slow projected growth actually reduces the urgency of doing anything about debt. More about that when I have time to get to it.

Important stuff.

 

Congressional Budget Office, abbinamenti casuali [1]

 

Floyd Norris avanza un buon argomento nel criticare il Congressional Budget Office; sostiene che le ultime previsioni di bilancio dell’ufficio non sono coerenti.  Il CBO ha ribassato le sue aspettative per la futura crescita, ma non lo ha fatto per i tassi di interesse. E questo comporta un pessimismo eccessivo in materia di finanza pubblica.

E’ così. Il CBO sembra, per qualche ragione, ritenere che questa sia la nuova condizione di normalità:

zzzz 58

 

 

 

 

 

 

 

 

ma che in questo caso non sia tale [2]:

zzzz 59

 

 

 

 

 

 

 

 

Si può fare l’ipotesi che le prospettive a lungo termine della crescita statunitense siano peggiorate sostanzialmente. Ma è difficile avanzare quella ipotesi senza pensare che non ci si stia almeno trastullando con la stagnazione secolare, che comporterebbe persistentemente tassi di interesse molto bassi.

Un modo di riflettere su come tutto questo sia importante è pensarlo nei termini di una relazione tra “r”, il tasso di interesse reale, e “g”, il tasso di crescita dell’economia a lungo termine. Quanto il debito pubblico sia un problema, dipende in buona misura da questa relazione. Se “r” è prossimo o persino inferiore a “g”, è difficile in ogni modo che il debito sia un peso; se le entrate ripagano le spese al netto dell’interesse, il debito come percentuale del PIL diminuirà regolarmente. Soltanto se il tasso di interesse è superiore al tasso di crescita dovremmo preoccuparci sulle spirali del debito e tutto il resto.

Dunque, quello che il CBO ha in effetti fatto è ribassare la stima di crescita ma non la stima del tasso di interesse. E quello non è giusto sicuramente. Come dice Floyd, dovremmo aspettarci che una crescita più bassa comporti anche un tasso di interesse più basso. Io credo che ci sia una buona ragione per ritenere che una caduta nella crescita ridurrà il tasso di interesse in un rapporto superiore di 1 ad 1, cosicché la lenta crescita prevista riduce l’urgenza di fare alcunché per il debito. Tornerò su questo tema quando avrò tempo per farlo.

Cose importanti.



[1] “Mix-and-match” sembra sia una espressione usata per indicare una modalità di vendita di prodotti – di solito abbigliamento – che consente di prendere/pescare due oggetti e di abbinarli. Il senso è forse quello di indicare una certa leggerezza nella procedura utilizzata dal CBO, il quale prevedendo un abbassamento della crescita ed un innalzamento dei tassi di interesse si sarebbe comportato come se dovesse a piacimento combinare due capi di abbigliamento.

[2] La prima tabella è una stima della forza lavoro nel 2014, che dopo un chiaro declino a partire dalla recessione, non cala ma neanche si riprende. La seconda tabella è la previsione dei tassi di interesse sui bond decennali, che invece sono dati in chiara ascesa nell’anno 2014.

L’austerità Americana, un nuovo diagramma (1 marzo 2014)

marzo 1, 2014

 

Mar 1, 11:20 am

American Austerity, Charted Yet Again

OK, I don’t know why I haven’t done this before.

When you’re trying to track federal fiscal policy, a pretty good first cut is to focus on discretionary spending. For one thing, it is in fact the thing that has been moving a lot in recent years. Also, focusing on discretionary helps take out of the picture both spending rises driven by automatic stabilizers — like the slump-induced rise in unemployment benefits and food stamps — and spending driven by things like demography, as baby boomers hit retirement age.

So here’s federal discretionary spending since the 2007 business cycle peak, compared with spending after the 2000 peak:

zzzz 57

 

 

 

 

 

 

 

 

Office of Management and Budget

If spending had tracked what happened under Bush II, discretionary spending would be about a third — or more than 2 percent of GDP — higher. Since there is good reason to believe that the multiplier is 1.5 or more, this would mean real GDP 3-plus percent higher, closing much if not most of the output gap, and probably an unemployment rate below 5.5 percent. In short, we would have had a vastly healthier economy but for the de facto victory of disastrous austerity policies.

 

L’austerità Americana, un nuovo diagramma.

 

In effetti, non so perché non l’abbia fatto in precedenza.

Quando state cercando di tracciare la politica federale della spesa pubblica, un primo tentativo abbastanza utile è quello di concentrarsi sulla spesa discrezionale. Da una parte, è un fatto che questo aspetto sia molto variato negli anni recenti. Inoltre, concentrarsi sulle spese discrezionali aiuta a tener fuori gli incrementi di spesa provocati dagli stabilizzatori automatici – come la crescita indotta dalla crisi dei sussidi di disoccupazione e degli aiuti alimentari – nonché spese determinate da aspetti come la demografia, come quando i  baby-boomers raggiungono l’età della pensione [1].

Ecco dunque la spesa federale discrezionale a partire dal punto più alto del ciclo economico del 2007, confrontata con la spesa dopo il punto più alto dell’anno 2000:

zzzz 57

 

 

 

 

 

 

 

 

Ufficio della gestione e del Bilancio

 

Se la spesa avesse seguito quello che accadde sotto Bush figlio, la spesa discrezionale sarebbe stata circa un terzo più alta – ovvero più del 2 per cento del PIL. Dato che ci sono buone ragioni per credere che il moltiplicatore sia 1,5 o più ancora, questo significherebbe un PIL reale 3 punti più alto, in gran parte chiudendo, se non del tutto, il differenziale della produzione, e probabilmente un tasso di disoccupazione al di sotto del 5,5 per cento. In poche parole, avremmo un’economia ampiamente più sana, se non fosse per la vittoria di fatto delle disastrose politiche di austerità.



[1] Il “baby-boom” è il periodo di notevole aumento delle nascite che si determinò all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e che durò per alcuni anni. Quel fenomeno naturalmente ha transitato nel successivo mezzo secolo influendo su ogni statistica.

L’oligopsonio di Silicon Valley (1 marzo 2014)

marzo 1, 2014

 

Mar 1, 11:07 am

Silicon Oligopsony

This story about top tech firms agreeing not to compete for workers is really amazing. We’re accustomed to the notion that technology firms that win the race to dominate some segment become temporary monopolists; indeed, that temporary monopoly is the reward for successful innovation (although sometimes it ends up being a reward for just establishing an early market lock, rather than being either first or best with the technology.) What isn’t often mentioned is that the top few tech firms dominate certain specialized labor markets, too; this gives them an incentive to collude to hold down wages, and collude they do or at any rate did.

As a certain Scotsman once said,

People of the same trade seldom meet together, even for merriment and diversion, but the conversation ends in a conspiracy against the public.

But then we all know that Adam Smith was a left-winger — I mean, he also favored paper currency and bank regulation.

Meanwhile, Farhad Manjoo describes the huge success of antitrust in promoting competition and innovation in cell phone service.

Hmm. Maybe we need to get back to worrying seriously about market power?

 

L’oligopsonio di Silicon Valley [1]

 

Questa storia delle principali imprese di tecnologia che si mettono d’accordo per non competere sui lavoratori [2] è davvero sorprendente. Ci siamo abituati all’idea che le società che vincono la gara per il dominio di alcuni segmenti della tecnologia diventano provvisoriamente monopoliste; in pratica, il monopolio temporaneo è il premio per l’innovazione di successo (sebbene talvolta finisca con l’essere un premio soltanto per aver determinato una chiusura precoce del mercato, anziché per l’essere il primo o il migliore in una tecnologia). Quello che spesso si dimentica è che le poche più importanti imprese di tecnologie dominano anche certi mercati del lavoro specialistici e che questo le favorisce nel mettersi d’accordo per tenere bassi i salari, cosa che fanno o almeno hanno fatto.

Un tale “scozzese” [3] disse una volta:

“Gli individui dello stesso ramo commerciale raramente si incontrano, persino per feste o per svaghi, eppure le loro conversazioni finiscono con l’essere intese a danno dell’interesse pubblico.”

Ma sappiamo tutti che a quell’epoca Adam Smith era un individuo di sinistra – voglio dire era anche a favore della moneta cartacea e della regolamentazione delle banche.

Nel frattempo, Farhad Manjoo descrive il grande successo dell’antitrust nel promuovere  la competizione e l’innovazione nel settore della telefonia cellulare.

Un pensiero. Può darsi che si debba tornare a preoccuparci seriamente del potere del mercato?



[1] L’oligopsonio è una forma di mercato in cui la domanda è concentrata in un ristretto numero di operatori, mentre l’offerta è frammentata in un numero indefinito di operatori. (Wikipedia)

[2] Un articolo del 28 febbraio sul New York Times riporta che l’accordo tra le imprese riguardava l’impegno a non assumere ingegneri altrui. La conseguenza era che gli ingegneri non erano in pratica liberi di stare sul mercato del lavoro e delle competenze. In un periodo dal 2004 al 2009 quella intesa aveva danneggiato 64.000 programmatori con un danno economico che veniva stimato in miliardi di dollari. Secondo l’inchiesta il massimo ispiratore di questo reato era stato lo stesso Steve Jobs.

[3] Adam Smith.

La fobia dell’inflazione ha provocato la Grande recessione? (28 febbraio 2014)

febbraio 28, 2014

 

February 28, 2014, 3:18 pm

Did Inflation Phobia Cause the Great Recession?

We now know that many key people at the Fed spent 2008, the year of financial doom, obsessing about inflation, which wasn’t a threat at all. This is not good; what’s even not-gooder is that, as David Glasner and others have pointed out, the central bankers who got this so completely wrong remain in positions of great influence, and show no sign of having rethought their views.

But can we say that the Fed’s inflation-phobia caused the panic, and maybe even the Great Recession? I don’t think so.

That’s not to deny that the inflation phobia was a remarkable thing. Inflation in early 2008, like the later blip in 2010-11, was driven by commodity prices, and especially by gasoline prices. And the evidence is just overwhelming that while spikes in gas prices can push inflation up or down in the short run, they have no, zero, zip predictive power over inflation looking forward.

Here are two quick-and-dirty graphs covering the period since 1986. First, annual averages of the rate of change in gasoline prices versus the rate of change of overall CPI:

zzzz 54

 

 

 

 

 

 

 

 

A fairly strong relationship; in fact, gas prices explain a significant part of inflation variation year to year. But should you look at a gas price spike and worry that it presages a general rise in inflation? No, a thousand times no. Here’s the annual change in gas prices against the inflation rate over the next three years:

zzzz 55

 

 

 

 

 

 

 

 

Not a hint of sustained impact. So you really have to wonder about people for whom it is always 1979, who always take any bump in gas prices as a reason to worry about runaway inflation.

Incidentally, do these people react to falling gas prices by worrying about deflation or at any rate below-target inflation? My impression is no. We’ll be able to test that once we see the 2009 transcripts, but I’ll bet that the inflation hawks of 2008, so worried about rising prices then, showed no comparable concern over the impacts of plunging commodity prices the next year. In other words, I’m pretty sure that we’re seeing a general proclivity toward finding reasons to tighten, rather than simply a flawed model.

So plenty of blame to be sent the Fed’s way. But was inflation phobia that crucial in the crisis and the slump that followed and continues to this day? I’d say no, for two reasons.

First, preventing the financial crisis would have taken a lot more than cutting the Fed funds rate to zero in September 2008 rather than December. We were in the midst of an epic housing bust, which was in turn causing a collapse in the value of mortgage-backed securities, which in turn was causing a collapse of confidence in financial firms. Cutting rates from very low to extremely low a few months earlier wouldn’t have stopped that collapse.

What was needed to end the run on Wall Street was a bailout — both the actual funds disbursed and the reassurance that the authorities would step in if necessary. And that wasn’t in the cards until, as Rick Mishkin observed in the transcripts, “something hit the fan.”

Second, even avoiding the financial panic almost surely wouldn’t have meant avoiding a prolonged economic slump. How do we know this? Well, what we actually know is that the panic was in fact fairly short-lived, ending in the spring of 2009. It doesn’t really matter which measure of financial stress you use, they all look like this:

zzzz 56

 

 

 

 

 

 

 

Yet the economy didn’t come roaring back, and in fact still hasn’t. Why? Because the housing bust and the overhang of household debt are huge drags on demand, even if there isn’t a panic in the financial market.

So a pox on inflation phobia, and boo for the inflation-phobes who have learned nothing. But they didn’t cause the mess we’re in.

 

La fobia dell’inflazione ha provocato la Grande recessione?

 

Ora sappiamo che molte persone influenti alla Fed passarono il 2008, l’anno della rovina finanziaria, nell’ossessione dell’inflazione, che non era affatto una minaccia. Non è una cosa positiva; né è più positivo, come David Glasner ed altri hanno sottolineato, che banchieri centrali che ebbero così completamente torto, restino in posizioni di grande influenza, e non mostrino alcun segno di ripensamento sui loro punti di vista.

Ma possiamo dire che l’ossessione dell’inflazione da parte della FED abbia provocato il panico, e forse persino la Grande Recessione? Io non lo penso.

Questo non significa negare che la fobia dell’inflazione non sia stata una cosa considerevole. L’inflazione all’inizio del 2008, come il successivo piccolo segnale nel 2010-11, fu guidata dai prezzi delle materie prime, e specialmente dai prezzi della benzina. E ci sono prove proprio schiaccianti che mentre i prezzi dei carburanti possono spingere in alto o in basso l’inflazione nel breve periodo, essi non hanno alcun potere previsionale – zero, niente di niente – sull’inflazione a più lunga scadenza.

Ecco due grafici facili facili che coprono un periodo a partire dal 1986. Il primo riguarda le medie annuali del tasso di mutamento dei prezzi della benzina a confronto con il tasso di mutamento dell’indice generale dei prezzi:

zzzz 54

 

 

 

 

 

 

 

 

Una relazione abbastanza forte; di fatto i prezzi della benzina spiegano anno per anno una parte rilevante della variazione dell’inflazione. Ma dovreste guardare ad una impennata nel prezzo della benzina e preoccuparvi che essa costituisca una presagio di una crescita generale dell’inflazione? No, mille volte no. Ecco il mutamento annuale nei prezzi della benzina a confronto con il tasso di inflazione nei successivi tre anni:

zzzz 55

 

 

 

 

 

 

 

 

Neanche un cenno di un impatto duraturo. Si deve dunque essere meravigliati di persone per le quali si è sempre dinanzi alla situazione del 1979, che considerano sempre un ritocco nei prezzi della benzina come una ragione per preoccuparsi di una inflazione fuori controllo.

Per inciso, queste persone reagiscono a prezzi in caduta della benzina preoccupandosi della deflazione, o di un qualche tasso di inflazione al di sotto del suo previsto obbiettivo? Non mi pare. Potremo verificarlo una volta che conosceremo i verbali del 2009 [1], ma scommetterei che i falchi dell’inflazione, allora così preoccupati della crescita dei prezzi, non mostrarono alcuna paragonabile preoccupazione sugli impatti dei prezzi in caduta delle materie prime nell’anno successivo. In altre parole, sono abbastanza sicuro che siamo in presenza di una tendenza generale a individuare ragioni a favore di politiche restrittive, piuttosto che semplicemente in presenza di un modello difettoso.

Si deve dunque attribuire molta colpa a questa impostazione della Fed. Ma la fobia per l’inflazione fu così cruciale nella crisi e nella crisi che ne seguì e che continua di questi tempi? Direi di no, per due ragioni.

La prima, per prevenire la crisi finanziaria ci sarebbe voluto molto di più che un taglio sino allo zero del tasso di riferimento della Fed, attuato nel settembre anziché nel dicembre del 2008. Eravamo nel mezzo di uno scoppio di una bolla immobiliare epica, che a sua volta provocò un collasso nel valore dei titoli garantiti da ipoteche, che a sua volta provocò un collasso nella fiducia delle società finanziarie. Tagliare i tassi portandoli da una posizione molto bassa ad una posizione estremamente bassa, pochi mesi prima, non avrebbe fermato quel collasso.

Quello che era necessario per fermare la fuga su Wall Street fu un salvataggio – nel senso sia dei finanziamenti effettivi sborsati che della riassicurazione che le autorità sarebbero intervenute se necessario. E quello non era destino che accadesse finché, come osservò Rick Mishkin nei verbali, “non scoppiò il putiferio” [2].

In secondo luogo, persino evitare il panico finanziario quasi sicuramente non avrebbe significato evitare una prolungata crisi economica. Come lo sappiamo? Ebbene, quello che in verità sappiamo è che il panico finanziario fu di fatto abbastanza di breve durata, terminando con la primavera del 2009. In realtà non è importante quale metro del disordine finanziario si utilizza, appaiono tutti nel modo seguente:

zzzz 56

 

 

 

 

 

 

 

Tuttavia l’economia non tornò a ruggire, e in effetti non l’ha ancora fatto. Perché? Perché la bolla immobiliare e il debito eccessivo delle famiglie sono vaste sottrazioni di domanda, anche se non c’è panico nei mercati finanziari.

Dunque, malediciamo la fobia dell’inflazione, e fischiamo pure gli ‘inflazionofobi’ che non hanno imparato niente. Ma non furono loro la causa del casino in cui siamo finiti.



[1] Si consideri che il riferimento ai verbali della Fed – come nel post del 24 febbraio “Grandi bugie naturali” – è lo spunto di questi ragionamenti di Krugman. La Fed ha infatti la norma e la prassi di pubblicare i verbali delle proprie discussioni  interne dopo un certo numero di anni; i verbali che ora sono stati resi noti arrivano al 2008.

[2] Letteralmente “finché qualcosa non colpì il ventilatore”; dove quel “qualcosa” è un modo per esprimere più elegantemente l’effettiva espressione idiomatica. Che sarebbe: “when the filth hit the fan”, o peggio”when the shit hit the fan”; ovvero “quando la sozzura (o la merda) finisce nel ventilatore”.

« Pagina precedente — Pagina successiva »

Archivio