Blog di Krugman

Una teoria generale dei racconti fantastici sulla riforma della assistenza di Obama (26 febbraio 2014)

 

Feb 26, 4:28 pm

A General Theory of Obamacare Fiction

Conservatives appear to be really upset that liberals are actually taking on the facts in the anti-Obamacare ads they’ve been running. How dare you question whether the people in these ads are giving an accurate picture — they’re suffering!

OK, we’ve seen this kind of play before. Remember how anyone suggesting that Dick Cheney and whatshisname misled us into invading Iraq was attacking American’s brave fighting men and women?

But there’s a different kind of struggle anyone trying to point out the facts encounters — a barrage of anecdotes. You say that the Obamacare horror stories are fake, but I kind of know this man who is being told that he has to buy a policy he can’t possibly afford / I read this sad story in the Wall Street Journal / I heard this tale on the radio / etc..How do you answer that?

Well, it can’t be done retail. If the Koch brothers are pouring money into ads featuring a person, or the GOP response to the SOTU tells a story, then it’s worth trying to track down the particulars of this case. But to deal with the broader problem of anecdotes, what you need is a framework that tells you which anecdotes are almost surely wrong.

So here’s what you need to understand. The Affordable Care Act isn’t magic — it produces losers as well as winners. But it’s not black magic either, turning everyone into a loser. What the Act does is in effect to increase the burden on fortunate people — the healthy and wealthy — to lift some burdens on the less fortunate: people with chronic illnesses or other preexisting conditions, low-income workers.

Suppose, then, that someone comes to you with an anecdote about a cancer patient, or just an older person in poor health, and tells you that this person is about to lose the care she needs, or face a huge increase in expenses, under Obamacare. Well, it’s almost certainly not true — people like that are overwhelmingly beneficiaries of health reform, thanks to community rating, which means that they can’t be discriminated against because of their condition.

Or suppose that someone tells you about a struggling worker who had adequate coverage but is now being confronted with unaffordable premiums. You should immediately ask, what about the subsidies? Because the Affordable Care Act has subsidies that are there specifically to keep premiums affordable for lower earners.

If someone insists that he knows about someone in these categories who really is being grievously hurt, well, the burden of proof rests with the claimant. Basically, stories like that are going to be very rare.

Obamacare opponents could, of course, go with the real losers — people in the one percent paying higher taxes, healthy young men who are getting by with cheap, minimalist policies. But they want sob stories — the sick middle-aged woman facing tragedy. And so far, every single one of those sob stories has turned out to be false — because the very nature of the reform is such that such things hardly ever happen.

 

Una teoria generale dei racconti fantastici sulla riforma della assistenza di Obama

 

I conservatori  sembrano essere davvero turbati dal fatto che i democratici stanno effettivamente sfidando gli avvisi pubblicitari ostili alla riforma sanitaria di Obama che essi stanno mettendo in circolazione. “Come osate chiedere se le persone in questi avvisi pubblicitari danno una rappresentazione accurata della realtà : esse stanno soffrendo!”

Va bene, abbiamo visto giochi di questo genere in precedenza. Ricordate come chiunque suggerisse che Dick Cheney e “Comesichiama” [1] ci avevano ingannato a proposito della invasione dell’Iraq, stessero attaccando uomini e donne di coraggio che combattevano per l’America?

Ma c’è una battaglia di diversa natura cui va incontro chiunque cerchi di mettere in evidenza i fatti – uno sbarramento di aneddoti. Voi dite che le storie terribili sono false, ma … io conosco vagamente quest’uomo cui è stato detto che deve acquistare una polizza che probabilmente non può permettersi / io leggo questa storia triste sul Wall Street Journal /   io ho sentito questo racconto alla radio / etc. Come si risponde a tutto ciò?

Ebbene, non lo si può fare nel dettaglio. Se i fratelli Koch mettono denaro in avvisi pubblicitari che mostrano una persona, o la risposta del Partito Repubblicano al Discorso sullo Sato dell’Unione racconta una storia, allora è il caso di provare a rintracciare i particolari di questi casi. Ma per misurarsi con il più generale problema degli aneddoti, c’è bisogno di uno schema che vi spieghi quali aneddoti sono quasi sicuramente sbagliati.

Ecco dunque quello che avete bisogno di capire. La Legge sulla Assistenza Sostenibile non è magia – determina sia vincitori che perdenti. Ma non è neanche magia nera, che trasforma tutti in perdenti. Quello che la legge fa è che in effetti aumenta l’onere sulle persone fortunate – quelli che sono in salute e sono ricchi – per alleviare qualche peso dai meno fortunati: persone con malattie croniche o altre preesistenti patologie, lavoratori a basso reddito.

Supponiamo dunque che qualcuno si presenti con un paziente ammalato di cancro, o semplicemente una persona anziana con una salute malandata, e vi racconti che con la riforma di Obama questa persona è vicina a perdere l’assistenza di cui ha bisogno, oppure si trova dinanzi ad una forte crescita delle spese. Ebbene, quasi certamente non è vero – persone come quelle sono in misura schiacciante beneficiarie della riforma sanitaria, grazie alla valutazione comunitaria [2], il che significa che esse non possono essere discriminate a causa delle loro condizioni.

Oppure, supponiamo che qualcuno vi racconti di un lavoratore che ha difficoltà perché ha una copertura assicurativa adeguata, ma ora si misura con premi assicurativi insostenibili. Dovreste subito chiedere, che cosa accade con i sussidi? Perché la Legge sulla Assistenza Sostenibile ha sussidi che servono in modo specifico a mantenere i premi più bassi per coloro che hanno stipendi minori.

Se qualcuno ribadisce di conoscere qualcuno di queste categorie che viene realmente danneggiato in modo serio, ebbene, l’onere della prova ricade su chi lo afferma. Fondamentalmente, storie di quel genere sono destinate ad essere molto rare.

Gli oppositori della legge di riforma di Obama, naturalmente, potrebbero avanzare casi di persone che realmente ci rimettono – individui dell’1 per cento dei più ricchi che pagano tasse più elevate, persone in buona salute che se la stanno cavando con polizze molto economiche e minimaliste. Ma essi vogliono storie delle quali si possa piangere – la donna ammalata di media età che fa i conti con una situazione tragica. E sino a questo punto, ogni singola storia strappalacrime di questo genere si è dimostrata falsa – perché la vera natura della riforma è tale che cose del genere accadono molto raramente.



[1] George Bush, che, se non sbaglio, Krugman definisce “Comesichiama” perché fu tra i primi ad accusarlo di dire il falso all’epoca della invasione dell’Iraq, e per questo si procurò molte critiche di lesa maestà, al punto che prese ogni tanto a definirlo ironicamente  in quel modo.

[2] La ‘valutazione di comunità’ significa che il costo della polizza assicurativa non viene più stimato sulla base delle condizioni – di età e di salute – degli individui, ma sulla base delle condizioni medie di intere comunità. Il che comporta che gli individui più anziani ed ammalati non possono vedersi caricare, come in precedenza, i costi più elevati.

Spread rossi (26 febbraio 2014)

febbraio 26, 2014

 

Feb 26, 8:21 am

Red Spreads

Uh-oh. Chinese equivalents of the TED spread and other gauges of financial stress in the US have widened sharply. The widening in the TED spread was one of the key reasons I was already very scared in late 2007. If past is prologue, we should be very worried about China now.

 

Spread rossi

 

Oh, oh. Gli equivalenti cinesi del TED spread [1] e di altri segnalatori di stress finanziari negli Stati Uniti stanno bruscamente allargandosi. L’ampliamento dello spread TED fu una delle ragioni per le quali io era già assai spaventato sulla fine del 2007. Se il passato è un precedente corretto, ora dovremmo essere molto preoccupati per la Cina.


 

 

 


[1] Il ‘TED spread’ è il differenziale tra il tasso di interesse sui prestiti interbancari e quello sui Buoni del Tesoro americani. Il termine TED è composta da T, che sta per i Buoni del Tesoro americani a tre mesi (Treasury Bills) ed ED, che sta per i contratti a termine in eurodollari, che in realtà, dopo la crisi del 1987, è rappresentato dal tasso interbancario offerto sul mercato di Londra (LIBOR), sempre a tre mesi. L’andamento di quello spread nel periodo precedente la crisi del 2008 è rappresentato dal diagramma seguente; come si vede il rapporto tra LIBOR (in verde) e buoni del tesorio americani (in blu) cominciò ad alterarsi nell’estate del 2007, segnalato da una crescita del TED spread (in rosso) che esplose nella seconda metà del 2008.

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Persone Molto Serie del 2010 (26 febbraio 2014)

febbraio 26, 2014

 

Feb 26, 8:10 am

VSPs of 2010

Dan Drezner has an interesting article in Politico that’s framed as a rebuttal to Nick Kristof’s condemnation of irrelevant academics, but is actually much broader. Drezner argues that there are three tribes — money men, political insiders, and academics — each of which has its own strengths and weaknesses, and each of which would be well advised to listen to the others (but doesn’t).

One passage expresses extremely well what anti-austerians were and to some extent still are fighting against:

One of the Beltway tribe’s greatest strengths is also one of its greatest weaknesses: groupthink. As I noted before, a Beltway consensus actually counts for something in the world of international policymaking. That does not mean that this consensus emerges from any solid analysis, however. For example, a hidden cause of the enthusiasm for austerity in Washington that crested in 2010 was the consensus among foreign policy pundits that U.S. debt was spiraling out of control, rendering Washington vulnerable to foreign holders of U.S. Treasuries. This groupthink formed at the same time that the budget deficit as a percentage of output was shrinking at the fastest rate in American history. By the time the consensus had emerged, however, the change in the facts didn’t matter. Since the principal activity of Beltway folk is to talk to each other, the result is a feedback loop of confirmation bias that eventually leads to epistemic closure.

Yes indeed. When you tried to talk about the deficit, and why it didn’t deserve the crisis rhetoric, you ran up not so much against people who disagreed but people who thought that “nobody” shared your relaxed attitude; it was “Paul Krugman against the world.” I mean, surely nobody else was that crazy. Except that the anti-austerians were intellectual moderates, basically applying Econ 101, while the austerians were making up new economic doctrines on the fly to justify their groupthink.

Drezner also mentions that his own most influential publication was one making the obvious point that China’s ownership of a bunch of US bonds doesn’t give it leverage over America; a point people like Dean Baker and yours truly have also made. When you try to make this point to Beltway types, however, you encounter not so much disagreement as incredulity — “everyone” knows that China has immense power over us, “nobody” disagrees. Indeed, if you go to the link you’ll see that Dean was reacting to a news article that stated the Chinese power thing not as a dubious hypothesis but as simple fact.

The thing about this epistemic closure is that it’s highly resistant not just to analysis but to experience. Rarely in the course of human events has “everyone” been so wrong, and “nobody” so right, as in the case of the alleged deficit threat. Yet you will have a hard time finding anyone among the fearmongers acknowledging his wrongness, let alone engaging in some self-examination about why he was wrong. After all, he was only saying what everyone knew was true.

 

Persone Molto Serie del 2010

 

Dan Drezner pubblica un articolo interessante su Politico, che viene proposto come una confutazione della denuncia di Nick Kristof sulla irrilevanza degli accademici, ma in effetti è molto più ampio.  Drezner sostiene che ci sono tre gruppi – gli uomini dei soldi, gli addetti alla politica e gli accademici – ciascuno dei quali ha i propri punti di forza e di debolezza, ed a ciascuno dei quali si dovrebbe  caldamente suggerire di ascoltare gli altri (ma non lo si fa).

Un passaggio esprime particolarmente bene ciò per cui gli oppositori dell’austerità hanno combattuto e in qualche misura stanno ancora combattendo:

“Uno dei più grandi punti di forza del raggruppamento dei politici di Washington è anche uno dei suoi massimi punti di debolezza: il pensiero di gruppo. Come ho notato in precedenza, l’orientamento comune di Washington pesa qualcosa nel mondo della politica internazionale. Questo non significa che questo consenso derivi, tuttavia, da una analisi in qualche modo solida. Per esempio, una causa nascosta dell’entusiasmo per l’austerità a Washington che si determinò nel 2010 fu il consenso tra i commentatori di politica estera secondo il quale il debito degli Stati Uniti stava viaggiando fuori controllo, rendendo il Governo vulnerabile ai proprietari stranieri di buoni del tesoro statunitensi. Questo pensiero di gruppo si formò nello stesso periodo nel quale il deficit di bilancio come percentuale della produzione si stava restringendo al ritmo più veloce nella storia americana. All’epoca di quel consenso, tuttavia, questo cambiamento della situazione di fatto non contò. Dal momento che la principale attività della gente della capitale è il parlare l’uno con l’altro, il risultato è una predilezione circolare per le opinioni già espresse che alla fine porta ad una chiusura epistemica.”

In effetti è così. Quando si cercava di parlare di deficit e del perché esso non meritava tutta quella retorica di crisi, ci si imbatteva non tanto in persone che non erano d’accordo, ma in persone che vi insegnavano che ‘nessuno’ condivideva la vostra attitudine rilassata; la partita era tra Paul Krugman e il resto del mondo. Voglio dire, cioè, nessuno che non fosse pazzo. Sennonché gli oppositori dell’austerità erano intellettuali moderati,  che fondamentalmente applicavano testi di economia universitari, mentre i filo austeri venivano improvvisando nuove dottrine economiche per giustificare il loro pensiero di gruppo.

Dresner ricorda anche che la sua propria influente pubblicazione era quella che sosteneva che la proprietà cinese di un mucchio di obbligazioni degli Stati Uniti non dava a quel paese il potere di avere influenza sull’America; argomento che avevamo sostenuto anche Dean Baker ed il sottoscritto. Quando si prova ad avanzare questo argomento nei confronti degli individui di Washington, tuttavia, si incontra non tanto disaccordo quanto incredulità – “ognuno” sa che la Cina ha un potere immenso nei nostri confronti, non c’è “nessuno” che non sia d’accordo. In effetti, se andate alla connessione notate che Dean stava reagendo ad articoli di notizie che affermavano che il potere cinese non  era una ipotesi discutibile, ma un semplice fatto.

Il punto, rispetto alla ‘chiusura epistemica’ è che essa è altamente resistente non solo alle analisi ma anche alle prove dei fatti. Raramente nel corso degli eventi umani “ognuno” ha avuto così torto, e “nessuno” così ragione, come nel caso della pretesa minaccia del deficit. Tuttavia avrete molti problemi a trovare qualcuno tra i ‘seminatori di paura’ che riconosca i suoi errori, per non dire qualcuno che si impegni in un esame di coscienza sul perché del suo errore. Dopo tutto, stava solo dicendo quello che tutti sapevano essere vero.

Abbassare la parte alta della scala sociale (25 febbraio 2014)

febbraio 25, 2014

 

Feb 25, 10:25 am

Down the Up Staircase

James Surowiecki makes an important point: if you want a society in which everyone has a decent life, you need to construct a society in which everyone has a decent life — not a society in which everyone has a small but equal chance of living the lifestyle of the rich and famous.

Not that we’re anywhere close to the second condition, anyway — the most important factor in whether you can become rich is whether you chose the right parents: Most people are going to end up with socioeconomic status close to where they started. But even if that weren’t true, those moving up the ladder would be matched by an equal number moving down. Since anyone could find himself or herself downwardly mobile, social mobility arguably actually strengthens the case for a strong safety net.

I think you want to read Surowiecki in the context of people like Eric Cantor, who first chose to celebrate Labor Day by congratulating people who start businesses — forgetting about the workers — then, more recently, tried to get his fellow Republicans to understand that most people work for other people, and that employees vote too. The point is that even in the best of worlds, only a few people will live out Horatio Alger stories; the quality of our society depends on what happens to everyone else.

 

Abbassare la parte alta della scala sociale

 

James Surowiecki avanza un argomento importante: se si vuole una società nella quale tutti abbiano una vita decente, si deve costruire una società nella quale ognuno abbia una vita decente – non una società nella quale ognuno abbia una possibilità, minuscola ma uguale a quella degli altri, di vivere lo stile di vita delle persone ricche e famose.

Non che noi si sia in qualche modo vicini alla seconda condizione – il più importante fattore della possibilità di diventare ricchi è essersi scelti i genitori giusti: la maggioranza delle persone sono destinate a finire in una condizione socioeconomica vicina a quella da cui sono partite. Ma, se anche fosse vero, coloro che si muovono verso l’alto della scala sarebbero  eguagliati da un egual numero che scende verso il basso. Dal momento che ognuno potrebbe, uomo o donna, scoprirsi suscettibile di una discesa verso il basso, è probabile per la verità che la mobilità sociale rafforzi la tesi di forti reti di sicurezza sociale.

Penso che si debba leggere Surowiecki nel contesto di persone come Eric Cantor, che anzitutto scelse di celebrare il Giorno del Lavoro congratulandosi con le persone che avviano una impresa – ovvero scordandosi dei lavoratori – e poi, più di recente, ha cercato di far capire ai suoi colleghi repubblicani che la maggioranza delle persone lavora alle dipendenza di altri, e che anche gli impiegati votano. Il punto è che anche nel migliore dei mondi possibili, soltanto a poche persone capitano racconti come quelli di Horatio Alger [1]: la qualità della nostra società dipende da quello che accade a tutti gli altri.



[1] Uno scrittore americano nato nel 1832, che scrisse molti racconti su persone che da condizioni di povertà passavano a vite di successo.

Grandi bugie naturali (24 febbraio 2014)

febbraio 24, 2014

 

Feb 24, 1:27 pm

Natural Big Lies

I’ve been doing some more Fed transcript readings, and noticing how implausible everyone found it that what did happen, could happen. And I have a small insight as I remember the days of bubble denial. It involves a violation of Godwin’s Law, but in a good cause.

Background: One of the really striking insights I gained from Robert Shiller is his notion that bubbles are natural Ponzi schemes — Ponzi schemes without a Ponzi schemer. What happens is that early buyers make money, drawing in more buyers, who drive prices up and allow people to make even more money, and it just keeps on growing for years. After a while, people insisting that the prices make no sense start to look stupid, and are tuned out — and so it’s a great shock when the bubble runs out of suckers and deflates.

So, my insight: while the process of bubble inflation is a natural Ponzi scheme, a thoroughly inflated bubble is a natural Big Lie — that is, a lie so audacious nobody will believe that anyone would dare to invent it. When you have something like this:

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the notion that it’s all a bubble, that market prices could be that far off fundamentals, stretches belief. What? You think home prices in California could fall in half? That’s crazy!

And this cognitive difficulty is reinforced by herd behavior: you don’t want to be the guy shouting that the sky is falling when everyone else who matters is treating it as a minor correction at most.

And so it was very difficult, even once the bubble began popping, for Fed officials (and others) to wrap their minds both around the scale of the housing bust and the financial implications of that bust.

24 febbraio 2014

Grandi bugie naturali

 

Sto facendo alcune altre letture dei verbali della Fed, e noto come tutti trovassero implausibile che ciò che stava accadendo potesse accadere. E mi viene una piccola intuizione al ricordo dei giorni della negazione della bolla. Essa riguarda una violazione della legge di Godwin [1], ma in senso buono.

Un passo indietro: una delle intuizioni veramente sorprendenti che ho acquisito da Robert Shiller è il concetto che le bolle sono degli ‘schemi Ponzi’ naturali – ovvero degli schemi Ponzi senza che vi sia un responsabile dello schema Ponzi [2]. Quello che succede è che i compratori iniziali producono denaro, attraendo nuovi compratori, che spingono in alto i prezzi e consentono alla gente di produrre altro denaro ancora, e tutto ciò semplicemente continua a crescere per anni. Dopo un certo periodo, la gente stabilisce che il fatto che i prezzi non abbiano alcun senso comincia ad apparire stupido, ed è indotta a perdere l’attenzione – e c’è così una grande impressione quando la bolla sfugge di mano ai gonzi e sgonfia.

Dunque, la mia intuizione: se il processo di una inflazione da bolla è uno schema Ponzi naturale, una bolla scrupolosamente alimentata è una grande bugia naturale – vale a dire, una bugia così audace che nessuno potrà mai credere che ci sia stato qualcuno che abbia osato inventarla. Quando succede qualcosa come nel diagramma seguente:

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l’idea che sia tutta una bolla, che i prezzi di mercato potrebbero a tal punto essere lontani dai fondamentali, prolunga la fiducia. “Cosa? Si pensa che i prezzi degli immobili in California potrebbero cadere della metà? Ma è pazzesco.”

E questa difficoltà cognitiva è rafforzata da un comportamento da gregge: non si vuole apparire come quel tizio che urlava che il cielo stava cadendo, nel mentre tutti gli altri che contavano al massimo la consideravano una correzione secondaria.

E così è stato molto difficile, persino una volta che la bolla cominciò a scoppiare, per i dirigenti della Fed (e per altri) capacitarsi sia delle dimensioni del disastro immobiliare che delle conseguenze finanziarie di quel disastro.



[1] La ‘Legge di Godwin’ è una strana risultanza di una analisi statistica, secondo la quale in una discussione sulla rete complessiva globale che include una infinità di server (Usenet), tutte le volte che compare un riferimento ad Hitler o al nazismo, questo comporta che la discussione è sul punto di chiudersi. Introdurre il tema del nazismo equivale di norma a chiudere ogni dibattito.

In riferimento al contenuto di questo post, la violazione di tale legge mi pare consista appunto nel fatto che non sempre un argomento ‘off limits’, o se si vuole in una certa misura paradossale, ‘spenge’ un comportamento … Ci sono paradossi che si impongono per il loro realismo, che dipende soltanto dal fatto che in molti li trovano sempre più realistici.

[2] Charles Ponzi era un signore italo americano – nasce a Lugo di Romagna, trascorre l’adolescenza a Parma, trova lavoro alle Poste, si iscrive alla Sapienza di Roma e poi emigra a Boston – che agli inizi  del secolo scorso, negli Stati Uniti, concepì una vasta – come spesso si chiama – ‘catena di S. Antonio’, inducendo molte persone  a versare soldi con la promessa di trarne successivamente un vantaggio. In realtà la sua storia è abbastanza complessa – si snoda tra il Canada, gli Usa, varie galere, la Florida, il ritorno in Italia, il Brasile – e per averne un’idea si può leggere la voce su Wikipedia.

Il mito dell’austerità tedesca (23 febbraio 2014)

febbraio 23, 2014

 

Feb 23, 11:05 am

The Myth of German Austerity

Every once in a while I hear people trying to dismiss the overwhelming evidence for large economic damage from fiscal austerity by pointing to Germany: “You say that austerity hurts growth, but the Germans have done a lot of austerity and they’re booming.”

Public service announcement: Never, ever make claims about a country’s economic policies (or actually anything about economics) on the basis of what you think you’ve heard people say. Yes, you often hear people talking about austerity, and the Germans are big on praising and demanding austerity. But have they actually imposed a lot of it on themselves? Not so much. Again, my euro area austerity versus growth plot for 2009-13:

Germany did less austerity than almost anyone else in the euro area.

 

Il mito dell’austerità tedesca

 

Ogni tanto sento persone che cercano di sminuire le prove schiaccianti del grande danno che viene dalla austerità delle finanze pubbliche riferendosi alla Germania: “Tu dici che l’austerità danneggia la crescita, ma i tedeschi hanno praticato molta austerità e sono in grande espansione.”

Annunzio di pubblica utilità: mai e poi mai esprimere convincimenti sulle politiche economiche di un paese (o, per la verità, su ogni cosa che riguardi l’economia) sulla base di quello che pensate di aver sentito dire da altri. Sì, spesso si sentono persone parlare di austerità, ed i tedeschi sono imbattibili nell’elogiare e nel chiedere austerità. Ma ne hanno effettivamente imposta così tanta a se stessi? Non così tanta. Ancora, il mio grafico a dispersione sulla austerità a confronto della crescita nell’area euro, dal 2009 al 2013 [1]:

La Germania ha realizzato minore austerità di quasi tutti gli altri, nell’area euro.



[1] Come si vede, nel periodo del quadriennio, la Germania ha avuto il risultato più elevato in termini di crescita del PIL, assieme ad uno dei risultati minori  in termini di variazioni degli equilibri strutturali di bilancio, come percentuali del PIL. Come si vede, chi ha avuto più austerità (Italia, Spagna, Portogallo e naturalmente Grecia) ha avuto i risultati negativi maggiori in termini di crescita. La Francia ha avuto una austerità maggiore che la Germania.

Età di austerità (22 febbraio 2014)

febbraio 22, 2014

 

Feb 22, 4:53 pm

Age of Austerity

Zachary Goldfarb defends the argument that we’ve been living in an age of austerity against conservative denialists. He’s right, of course — but I think there are more graphic ways to make the point.

One simple measure is the ratio of government spending to potential GDP — the ratio to actual GDP is somewhat inflated by the fact that GDP itself is depressed. And I would argue that you should look at expenditure by all levels of government — state and local as well as federal — partly because state and local austerity measures have in part been a political choice, partly because not providing sufficient federal aid to avert harsh budget cuts is another political choice. (The numbers are similar but less striking if you look only at federal expenditures). What you get is this:

Ratio of government expenditure to potential GDP

There was a temporary rise in this spending ratio, driven in part by the stimulus, in part by automatic stabilizers like unemployment insurance and food stamps. That rise has now been fully reversed — which means that all government support has been withdrawn despite a still-depressed economy, with the Fed unable to cut interest rates because they’re already zero.

You should also bear in mind that there with unchanged policy this ratio would in fact have risen significantly between 2007 and 2014, for several reasons: automatic stabilizers, but also the aging of the population and hence increased Social Security and Medicare rolls, plus some health care cost growth (though not as much as before). So this is indeed a picture of serious austerity.

There’s no real question that without this austerity we would have a significantly lower unemployment rate, indeed might be close to full employment at this point.

 

Età di austerità

 

Zachary Goldfarb difende, contro i conservatori che lo negano,  la tesi  per la quale staremmo vivendo un periodo di austerità. Ha ragione, ovviamente – ma penso che ci siano modi più espliciti per sostenere quella tesi.

Un semplice modo di misurarlo è il rapporto tra la  spesa pubblica e il PIL potenziale  – il rapporto riferito al PIL effettivo è in qualche modo gonfiato dal fatto che il PIL stesso è depresso. E riterrei che si debba guardare alla spesa a tutti i livello dello stato – cioè a quella degli Stati e delle comunità locali come a quella federale – in parte perché le misure di austerità degli Stati e delle comunità locali sono state in qualche misura una scelta politica, in parte perché non fornire un sufficiente aiuto federale per evitare gravi tagli di bilancio è anch’essa una scelta politica (se si guarda solo alle spese federali, i numeri sono simili ma meno sorprendenti). Si ottiene questo:

 

Rapporto tra la spesa pubblica complessiva e il PIL potenziale

 

C’è stata una crescita temporanea in questo tasso di spesa, provocato in parte dallo stimulus e in parte dagli stabilizzatori automatici come la assicurazione di disoccupazione e gli aiuti alimentari. Quella crescita ora è pienamente capovolta – il che significa che l’intero sostegno statale è stato ritirato nonostante un’economia ancora depressa, con la Fed impossibilitata a tagliare tassi di interesse che sono già a zero.

A questo proposito, dovreste anche tenere a mente che con una politica immutata questo rapporto sarebbe significativamente cresciuto tra il 2007 ed il 2014, per varie ragioni: gli stabilizzatori automatici, ma anche l’invecchiamento della popolazione e di conseguenza le accresciute iscrizioni alla Previdenza Sociale ed a Medicare, in aggiunta ad una certa crescita di costi di assistenza sanitaria (per quanto minore che in precedenza). Questa dunque è davvero una rappresentazione di una austerità seria.

Non c’è alcun dubbio che senza questa austerità avremmo avuto un tasso di disoccupazione significativamente più basso, in effetti a questo punto si sarebbe stati prossimi alla piena occupazione.

Il bisogno di restringere (22 febbraio 2014)

febbraio 22, 2014

 

Feb 22, 9:25 am

The Urge To Tighten

People are going through the Fed’s 2008 transcripts, and finding that most officials had no idea what was going down. (Incidentally, guys, whatever you want to call 2008, the one thing it definitely wasn’t was a FISCAL crisis. A case of BowlesSimpson on the brain?) I’m a bit surprised, but that’s not the most surprising thing.

What’s really surprising, and a bit dismaying, is the fact that a number of Fed officials were evidently focused on inflation, and some were eager to raise rates. That is, there were a fair number of people at the Fed — very much not, however, including Janet Yellen –who would, if they could, have echoed the ECB’s big mistake.

What’s kind of shocking about this is that official Fed doctrine is to focus on core inflation, not react to short-run fluctuations in commodity prices. And the history of the past decade or so has showed that this is very much the right thing to do — headline inflation has swung widely, while focusing on core inflation has been a much better (though not perfect) guide to appropriate policy:

Were Fed officials just not on board with this doctrine? Or was it part of a general urge to tighten, because central bankerly types just really dislike easy money?

 

Il bisogno di stringere

 

Si passa attraverso i verbali della Fed del 2008 e si scopre che gran parte di quei dirigenti non avevano idea di cosa stesse andando storto (tra parentesi, signori, in tutti i modi nei quali vogliate definire il 2008, l’unica  cosa che esso assolutamente non era,  fu una crisi della finanza pubblica. E’ un caso di infezione al cervello, del tipo Bowles-Simpson?). Sono abbastanza sorpreso, ma non è la cosa più sorprendente.

Quello che è realmente sorprendente, per non dire che sgomenta, è il fatto che un certo numero di dirigenti della Fed erano evidentemente concentrati sull’inflazione, ed alcuni erano impazienti di alzare i tassi. Vale a dire, c’era un discreto numero di persone alla Fed – non molti, inclusa tuttavia Janet Yellen – che avrebbero voluto imitare, se avessero potuto, il grande errore della Banca Centrale Europea.

Quello che è stupefacente, a questo proposito, è che la dottrina ufficiale della Fed si basa sulla inflazione ‘sostanziale’, e non reagisce alle fluttuazioni di breve periodo nei prezzi delle materie prime. E la storia del decennio passato ha mostrato che questa è davvero la cosa giusta da fare – l’inflazione comprensiva di tutti i prezzi ha oscillato ampiamente, mentre attenersi alla inflazione dei prezzi più stabili è stata una guida assai migliore, per quanto imperfetta,  ad una politica appropriata:

I dirigenti della Fed non erano al corrente di questa dottrina? O erano presi dal bisogno generale di andare ad una restrizione, giacché i soggetti delle banche centrali proprio non possono fare a meno di avversare la moneta facile?

Le riforme strutturali sono l’ultimo rifugio dei birbanti (21 febbraio 2014)

febbraio 21, 2014

 

Feb 21, 8:02 am

Structural Reform is the Last Refuge of Scoundrels

OK, let’s be clear: I’m in favor of structural reform (as long as it’s the right kind of reform). I’m also in favor of peace, kindness, and good coffee for everyone.

But when I see influential people calling for structural reform as the universal answer to all economic problems, I get angry.

Hence my morning ire at the OECD.

Some background: the OECD is definitely one of the bad guys of this crisis. Back in 2010, it not only enthusiastically endorsed fiscal austerity, it demanded sharply higher interest rates too. When austerity and inadequate monetary stimulus led Europe to an economic performance now in line with that of the 1930s, the OECD warned vociferously against any change in course.

Now, with growth terrible and disinflation-heading-toward-deflation a real threat — largely thanks to the tight fiscal and inadequate monetary policies the OECD cheered on — the OECD warns that things don’t look good. And the answer is … structural reform!

I’m sorry: This may sound serious, but it’s intellectually lazy and cowardly.

 

Le riforme strutturali sono l’ultimo rifugio dei birbanti

 

E va bene, cerchiamo di essere chiari: io sono favorevole alla riforme strutturali (nella misura in cui sono il giusto genere di riforme). Allo stesso tempo sono a favore della pace, della cortesia e di un buon caffè per tutti.

Ma quando vedo persone influenti che si pronunciano per riforme strutturali come una risposta universale ai problemi economici, mi arrabbio.

Da qua la mia ira mattutina nei confronti dell’OCSE.

Un passo indietro: l’OCSE è senza alcun dubbio uno tra i pessimi soggetti di questa crisi. Nel passato 2010, essa non solo appoggiò entusiasticamente l’austerità della finanza pubblica, chiese anche che i tassi di interesse si alzassero bruscamente. Quando l’austerità ed un inadeguato stimolo monetario condussero l’Europa ad una prestazione economica oggi in linea con gli anni Trenta, l’OCSE mise in guardia rumorosamente contro ogni cambiamento di indirizzo.

Ora, con una crescita molto negativa ed una minaccia reale di disinflazione-che-volge-alla-deflazione – in gran parte grazie alle politiche monetarie inadeguate e di restrizione della finanza pubblica per le quali l’OCSE aveva fatto il tifo – l’OCSE mette in guardia perché le cose non vanno bene. E la risposta è … riforme strutturali!

Spiacente: può sembrare serio, ma è intellettualmente pigro e vile.

Grafici cruciali sullo stimulus (20 febbraio 2014)

febbraio 20, 2014

 

Feb 20, 9:59 am

Key Stimulus Graphs

I thought it might be useful to put up a few graphs that are key to how I think about the sad tale of fiscal policy in the Great Recession and afterwards.

First, during the debate over stimulus there was one key issue: what would happen to interest rates. Opponents warned darkly of soaring rates and crowding out; proponents argued that this wouldn’t happen in a depressed economy. Results:

Second, while there have been a number of studies using various approaches to estimate the impact of fiscal policy in a depressed economy, I think the really decisive evidence comes from differential austerity in Europe. Here’s a crude picture, simply comparing the change in IMF estimates of the cyclically adjusted budget balance with growth from 2009 to 2013:

You can try to explain this correlation away — but it’s a steep climb. The prima facie evidence is that austerity is contractionary, with a multiplier more than 1.

So how did US political debate come to be shaped by the idea that the stimulus was a failure? Go back to the original Romer-Bernstein projection (pdf):

The striking thing here isn’t what they thought the Recovery Act would achieve, it’s how optimistic they were about how the economy would perform even without stimulus — that we would be back to 5 percent unemployment after 5 years, i.e., by now. The stimulus was simply supposed to shave off the top of what would in any case be a fairly brief bulge in unemployment.

I have never understood where that optimism came from, but in any case, what happened is that the actual protracted effects of the financial crisis and the debt overhang got interpreted as a failure of stimulus.

 

Grafici cruciali sullo stimulus

 

Ho pensato potesse esser utile caricare pochi grafici che sono cruciali su come io penso al triste racconto della politica della finanza pubblica nella Grande Recessione e nelle sue conseguenze.

In primo luogo, durante il dibattito sullo stimolo ci fu un tema fondamentale: cosa sarebbe successo ai tassi di interesse? Gli oppositori minacciosamente mettevano in guardia sui tassi di interesse e sull’effetto di ‘spiazzamento’ del settore privato; i sostenitori argomentavano che in un’economia depressa, questo non sarebbe accaduto. Risultato:

In secondo luogo, mentre c’è stato un certo numero di studi che hanno utilizzato vari approcci per stimare l’impatto della politica della finanza pubblica in un’economia depressa, io penso che la prova davvero decisiva provenga dal differenziale di austerità in Europa. Questo è un quadro sommario, dal semplice confronto del mutamento nelle stime del FMI degli equilibri di bilancio, corretti sulla base del ciclo economico, con la crescita dal 2009 al 2013:

Si può provare a giustificare questa correlazione – ma è una fatica ardua. Ad una prima impressione, c’è la testimonianza che l’austerità è restrittiva, con un moltiplicatore superiore ad 1 [1].

Dunque, come è potuto accadere che il dibattito politico negli Stati Uniti giungesse ad essere plasmato dall’idea che lo stimulus fosse un fallimento? Si torni all’originale previsione di Romer-Bernstein (disponibile in pdf):

In questo caso, la cosa sorprendente non è quello che essi pensavano che sarebbe stato ottenuto dalla legge dello stimolo, ma quanto erano ottimisti su come l’economia si sarebbe comportata anche senza stimolo – vale a dire che saremmo tornati ad una disoccupazione al 5 per cento dopo cinque anni, ovvero ai nostri giorni. Si pensava che lo stimolo doveva semplicemente limare il punto più alto di quella che in ogni caso sarebbe stata una crescita abbastanza breve della disoccupazione.

Non ho mai capito da dove venisse questo ottimismo, ma in ogni caso quello che è successo è stato che gli effetti prolungati reali della crisi finanziaria e l’eccesso di debito vennero interpretati come un fallimento delle misure di sostegno all’economia.



[1] Per il concetto di ‘moltiplicatore’ vedi le note sulla traduzione. In questo caso ci si riferisce ad un effetto negativo di moltiplicatore, ovvero a quanto una riduzione della spesa pubblica produce di effetto aggiuntivo sulla produzione complessiva. E’ noto che agli inizi anche il FMI aveva ipotizzato un moltiplicatore inferiore alla unità, mentre poi ha giudicato ragionevole constatarlo superiore ad 1. Per inciso, è stata una circostanza che ha molto contribuito a far deragliare tutte le previsioni che la troika aveva fatto sull’effetto dell’austerità sull’economia greca.

Lasciar fallire la Lehman (19 febbraio 2014)

febbraio 19, 2014

 

Feb 19, 10:08 am

Letting Lehman Fail

One of the really good things about teaching a new course is that the work you put into developing your lectures often leads you to stuff you didn’t know about, missed, or had forgotten. Today’s class was a sort of narrative walkthrough of the financial crisis, and in the course of preparing I found myself trying to recall who actually thought letting Lehman fail was a good idea.

The answer is, a lot of people — and there were a fair number of op-eds and editorials congratulating Hank Paulson the next day, before it had become clear that the whole financial system was freezing up. Two notable examples:

Vince Reinhart:

The resources of the U.S. government are vast, but not unlimited. Thus far this year, officials have put federal funds at risk to facilitate the takeover of an investment bank, Bear Stearns, and to provide unconditional support to two government-sponsored enterprises, Fannie Mae and Freddie Mac.

At some point, the government had to say enough. That point came this weekend.

…

Those judgments can be second-guessed. But one thing is clear: Lehman did not cast a long enough shadow over markets to warrant support. And Treasury Secretary Henry Paulson and his colleagues are to be congratulated for the courage to make that determination.

Ken Rogoff:

No More Creampuffs
The Government Is Willing to Let Wall Street Firms Fail. That’s Good.

…

This past weekend, the U.S. Treasury and the Federal Reserve finally made it abundantly clear that they won’t bail out every significant financial firm in America. Certainly this came as a rude shock to many financiers. In allowing the nation’s fourth-largest investment bank, Lehman Brothers, to file for bankruptcy, and by forcefully indicating that they are prepared to see even more bankruptcies, our financial regulators showed Wall Street that they are not such creampuffs after all.

…

By allowing firms that took excessive risks to fail, regulators also reduce the political pressure to overregulate the system in the aftermath of the crisis. Let’s hope they hang tough for at least a little while longer.

Interesting.

 

Lasciar fallire la Lehman

 

Una delle cose davvero positive dell’insegnamento di un nuovo corso è che il lavoro che mettete nello sviluppare le vostre letture spesso vi conduce a cose delle quali non avevate nozione, che avevate perso o dimenticato. La lezione di oggi era una sorta di narrazione passo a passo della crisi finanziaria, e nel corso della preparazione mi è capitato di dover cercare di ricordare chi effettivamente pensò che lasciar fallire la Lehman fosse un buona idea.

La risposta è, un sacco di gente – ed il giorno successivo ci fu un discreto numero di commenti e di editoriali che si congratulavano con Hank Paulson [1], prima che diventasse chiaro che l’intero sistema finanziario si stava bloccando. Due esempi autorevoli:

 

Vince Reinhart:

“Le risorse del Governo degli Stati Uniti sono ampie, ma non illimitate. Perciò, con quest’anno, i dirigenti hanno messo a rischio i finanziamenti federali per facilitare la acquisizione di una banca di investimenti, la Bear Stearns, e per fornire un sostegno senza condizioni a due imprese sostenute dl Governo, la Fannie Mae e la Freddie Mac.

A un certo punto, il Governo ha dovuto dire basta. Quel punto è arrivato questo fine settimana.

….

Questi possono essere giudizi col senno di poi. Ma una cosa è chiara: la Lehman non proiettava un’ombra sufficientemente lunga sui mercati per giustificare un sostegno. E ci si deve congratulare con il  Segretario al Tesoro Henry Paulson e con i suoi colleghi per il coraggio nell’assumere tale determinazione.

 

Ken Rogoff:

“Basta con i regali. Il Governo ha deciso di lasciar fallire le imprese di Wall Street. E’ una buona cosa.

….

In questo fine settimana il Tesoro degli Stati Uniti e la Federal Reserve hanno finalmente reso del tutto chiaro che non andranno in salvataggio di tutte le imprese finanziarie significative d’America. Per molti uomini di finanza sarà certamente un duro colpo. Nel permettere che la quarta banca di investimenti della nazione, la Lehman Brothers, si presenti per la bancarotta, e nell’indicare energicamente di esser pronti a prendere atto anche di nuove bancarotte, i nostri regolatori finanziari hanno dimostrato a Wall Street di non essere in fondo così accomodanti [2].

….

Consentendo alle imprese che hanno preso rischi eccessivi di fallire, i regolatori hanno anche ridotto la pressione politica per una eccessiva regolamentazione del sistema a seguito della crisi. Speriamo che almeno tengano duro per un altro po’.

 

Interessante.



[1] Henry Merritt Paulson (Palm Beach, 28 marzo 1946) è un politico e banchiere statunitense. È stato 74° Segretario al Tesoro degli Stati Uniti sotto la presidenza di George W. Bush.

Precedentemente (1999–2006) era stato amministratore delegato di Goldman Sachs Group.

[2] Per l’esattezza “creampuff” sono i bignè alla panna. Dunque, il senso è che hanno dimostrato di non essere così ‘buonisti’, o ‘dolcioni’ se si preferisce.

 

 

 

L’anniversario dello ‘stimulus’ (18 febbraio 2014)

febbraio 18, 2014

 

Feb 18, 2:57 pm

The Stimulus Anniversary

Lots of discussion around the fifth anniversary of the Recovery Act. I don’t have time for an extended discussion today, but my quick verdict remains the same as it was right from the beginning: this was a plan that did considerable economic good but considerable political harm.

The economic good was straightforward: everything we have seen since 2009 confirms that expansionary fiscal policy is expansionary, contractionary fiscal policy is contractionary. There is every reason to believe that the Recovery Act boosted GDP and employment while it was in effect relative to what would have happened without it.

The political harm came mainly from the fact that the ARRA was too small and too short-lived to do the job, but partly also from a serious mistake in the way the administration sold it.

There’s a widespread canard against those of us who said that the ARRA was too small — namely, that we were only making excuses after the fact. No, we weren’t — people like Joe Stiglitz and I warned right from the beginning that the thing was way too small, and that there would be serious political economy damage as a result. Me on January 6, 2009:

I see the following scenario: a weak stimulus plan, perhaps even weaker than what we’re talking about now, is crafted to win those extra GOP votes. The plan limits the rise in unemployment, but things are still pretty bad, with the rate peaking at something like 9 percent and coming down only slowly. And then Mitch McConnell says “See, government spending doesn’t work.”

Let’s hope I’ve got this wrong.

Alas, I wasn’t wrong.

You can argue that there was no way the administration could have gotten a bigger plan. Actually, they could have used reconciliation to bypass the 60-vote hurdle; but that was considered too radical. And why was it considered too radical? I’d argue that it was in part because the administration had a wrong theory about the recession, which also wreaked havoc with the selling of the plan.

The notorious Romer-Bernstein forecast of the ARRA’s impact is notorious because it predicted a quick return to full employment, which didn’t happen. But it didn’t say that this quick recovery would happen because of the stimulus — in fact, it predicted a quick recovery even without the stimulus. The ARRA’s role was limited to shaving off the peak in unemployment, then getting out of the way as a natural bounceback took hold.

So underlying this forecast was the view that the economy would come roaring back once the financial crisis had been stabilized.

This was never plausible if you knew history — not just the history of financial crises, but the history of the post-1990 US business cycle. Worse, the administration clearly failed to consider the political economy consequences if the quick-recovery view proved wrong.

All of this is water long under the bridge. But it’s probably worth reminding ourselves why some of us were tearing our hair out in early 2009.

 

L’anniversario dello ‘stimulus’

 

Un gran dibattito attorno al quinto anniversario del Recovery Act. Oggi non ho tempo per una prolungata discussione, ma in mio giudizio in breve resta quello che fu sin dall’inizio: quello è stato un programma che ha portato considerevoli benefici economici ma un considerevole danno politico.

Il beneficio economico fu inequivocabile: tutto ciò che abbiamo visto a partire dal 2009 conferma che le politiche espansive della finanza pubblica sono espansive, quelle restrittive sono restrittive. Ci sono tutte le ragioni per credere che il Recovery Act sostenne il PIL e l’occupazione, finché lo si considera in effetti in relazione con quello che sarebbe successo senza di esso.

Il danno politico venne principalmente dal fatto che la legge sulla ripresa e sui nuovi investimenti fu troppo piccola e di troppo breve durata per assolvere al suo scopo, ma in parte anche per un serio errore del modo in cui la Amministrazione la fece accettare.

C’è una diffusa balla contro quelli tra noi che sostennero che la legge era troppo modesta – precisamente, che noi staremmo solo accampando scuse a cose fatte. Non facemmo questo – persone come Joe Stiglitz e il sottoscritto misero in guardia sin dall’inizio che era una soluzione troppo piccola, e che si sarebbe stato come conseguenza un serio danno politico. Il sottoscritto, il 6 gennaio del 2009:

“Vedo il seguente scenario: un debole programma di sostegno, forse persino più debole di quello di cui si è parlato sino a questo punto, è fatto per convincere quei voti aggiuntivi del Partito Repubblicano. Il programma limita la crescita della disoccupazione, ma le cose restano abbastanza negative, con il tasso che arriva a toccare qualcosa come il 9 per cento e scende solo lentamente. E a quel punto Mitch McConnell dice ‘Vedete, la spesa pubblica non funziona.’

Speriamo che abbia torto.”

Ahimè, non avevo torto.

Si può sostenere che non c’era modo per la amministrazione per far approvare un programma più ampio. In effetti, avrebbe potuto utilizzare l’istituto della ‘riconciliazione’ per aggirare l’ostacolo del 60 per cento dei voti [1]; ma quello fu considerato troppo radicale. E perché era considerato troppo radicale? Suppongo che in parte dipendesse dal fatto che la amministrazione aveva una teoria sbagliata sulla recessione, che peraltro creò un serio danno anche azione di convincimento attorno al programma.

La famigerata previsione Romer-Bernstein sull’impatto della legge è famigerata perché aveva previsto un rapido ritorno alla piena occupazione, che non avvenne. Ma essa non diceva che questa rapida ripresa ci sarebbe stata per effetto dello stimolo – di fatto, prevedeva una rapida ripresa anche senza lo stimolo. Il ruolo della legge sulla ripresa e sul reinvestimento fu limitato a limare il picco della disoccupazione, esso sarebbe poi stato reso inutile dal prender piede di una naturale ripresa.

Implicito in questa previsione c’era dunque il punto di vista secondo il quale l’economia sarebbe tornata a ruggire una volta che la crisi finanziaria si fosse stabilizzata.

Questo non era affatto plausibile se si fosse conosciuta la storia – non solo la storia delle crisi finanziarie, ma quella del ciclo economico statunitense dopo il 1990. Peggio ancora, la Amministrazione chiaramente non seppe valutare le conseguenze sul piano della politica economica, una volta che la rapida ripresa si fosse mostrata sbagliata.

Tutta questa è acqua che da tempo è passata sotto i ponti. Ma probabilmente merita riportare alla memoria che alcuni di noi agli inizi del 2009 si strappavano i capelli.



[1] Si tratta di una regola del Senato americano, in parte successivamente modificata, secondo la quale un ostruzionismo senza limiti di tempo poteva essere superato solo disponendo del 60% dei voti dei senatori, con i quali si poteva imporre la chiusura della discussione (tramite la cosiddetta “cloture”, ovvero la mozione di interruzione del dibattito). Poiché quella non era la condizione della maggioranza democratica ai tempi della prima amministrazione Obama, il pericolo di ostruzionismo era apparentemente insuperabile. In effetti la soluzione avrebbe potuto essere quella di trasferire il tema nella fase finale dei provvedimenti di bilancio controversi, definita fase di “riconciliazione”. A quel punto, per i provvedimenti di natura finanziaria, non valeva più quell’obbligo di una maggioranza del 60 per cento e il programma avrebbe potuto essere approvato, senza ostruzionismo, a maggioranza semplice.

Il guaio dell’essere astrusi (leggermente per esperti) (17 febbraio 2014)

febbraio 17, 2014

 

Feb 17, 8:26 am

The Trouble With Being Abstruse (Slightly Wonkish)

Political scientists who write clearly for a broader audience are upset with Nick Kristof for saying that political scientists no longer write for a broader audience. I’m not going to get into that fight. I do want to register one point, however: In my field there is indeed a problem with abstruseness, with the many academics who never even try to put their thoughts in plain language.

And what is the nature of that problem? It’s not that laypeople don’t understand what the academics are saying. It is, instead, that the academics themselves don’t understand what they’re saying.

Don’t get me wrong: I like mathematical modeling. Mathematical modeling is a friend of mine. Math can be a powerful clarifying tool. So, in some cases, can jargon, which used right can both save time and add clarity to the discussion. If I talk about Dixit-Stiglitz preferences, or for that matter the zero lower bound, technically trained economists immediately know whereof I speak, where plain English would both take longer and leave room for misunderstanding.

But it’s really important to step away from the math and drop the jargon every once in a while, and not just as a public service. Trying to explain what you’re doing intuitively isn’t just for the proles; it’s an important way to check on yourself, to be sure that your story is at least halfway plausible.

Take real business cycle theory – I know it’s a horse I beat a lot, but it’s not dead, and it’s a prime example within economics of what I have in mind. I still want to spend at least some time explaining that theory to my undergrads, so I’ve been looking for a simple, intuitive explanation by an RBC theorist of what’s going on. And I haven’t been able to find one!

I mean, I could do it myself. Strip the story down to basics – make it a steady-state model, not a growth model, and drop the capital accumulation; what you’re left with is fluctuations in the marginal productivity of labor, which have a magnified impact on output because workers choose to work less when the technology is bad and more when the technology is good. As I’ve written before someplace, it’s the story of a farmer who stays inside when it’s raining and puts in extra hours when the sun is shining.

But the RBC theorists never seem to go there; it’s right into calibration and statistical moments, with never a break for intuition. And because they never do the simple version, they don’t realize (or at any rate don’t admit to themselves) how fundamentally silly the whole thing sounds, how much it’s at odds with lived experience.

I once talked to a theorist (not RBC, micro) who said that his criterion for serious economics was stuff that you can’t explain to your mother. I would say that if you can’t explain it to your mother, or at least to your non-economist friends, there’s a good chance that you yourself don’t really know what you’re doing.

Math is good. Sometimes jargon is good, too. But plain language and simple intuition are important to keep you grounded.

 

Il guaio dell’essere astrusi (leggermente per esperti)

 

Gli scienziati della politica che scrivono per un ampio pubblico sono turbati perché Nick Kristof dice che gli scienziati della politica non scrivono più per un ampio pubblico. Non prenderò parte a quella contesa. Tuttavia, voglio davvero segnalare un aspetto: nel mio settore in effetti un problema di astruseria c’è, per via di molti accademici che neppure provano a mettere il loro pensieri in un linguaggio semplice.

E qual è la natura del problema? Non è che i non esperti non capiscono quello che gli accademici dicono. Piuttosto è che gli accademici stessi non capiscono cosa stanno dicendo.

Non consideratemi in modo sbagliato: a me piacciono i modelli matematici; fare modelli matematici è una mia passione. La matematica può essere un potente strumento di chiarificazione. Dunque, in vari casi, un linguaggio gergale usato correttamente può sia far risparmiare tempo che aggiungere chiarezza al dibattito. Se io parlo delle preferenze ‘Dixit-Stiglitz’ [1], o per la stessa ragione del limite inferiore di zero, economisti esperti dal punto di vista tecnico riconoscono immediatamente quello di cui sto parlando, laddove la semplice lingua inglese avrebbe richiesto più tempo ad anche lasciato spazio ad incomprensioni.

Ma ogni tanto è davvero importante venir fuori dalla matematica e lasciar cadere il linguaggio tecnico, e non solo per pubblico servizio. Cercar di spiegare intuitivamente cosa si sta facendo non vale solo per il popolo; è un modo importante per fare una verifica su se stessi, per essere certi che il vostro racconto sia almeno mediamente plausibile.

Si prenda la teoria del ciclo economico reale – so che mi accanisco contro di essa, ma è sempre in piedi, ed è un esempio eccellente, dall’interno dell’economia, di quello che ho in mente. Voglio ancora spendere almeno un po’ di tempo nello spiegare quella teoria ai miei studenti, cosicché mi sono messo a cercare una spiegazione semplice ed intuitiva, da parte di un teorico della teoria in questione, di ciò che sta succedendo. E non sono stato capace di trovarne una!

Voglio dire, potrei farlo io stesso. Riducete la storia agli aspetti fondamentali – ponete un modello di una condizione stabile, non un modello di crescita, e fate cadere la accumulazione di capitale; siete alle prese con le fluttuazioni nella produttività marginale del lavoro, che hanno un impatto amplificato sul prodotto perché i lavoratori scelgono di lavorare di meno quando la tecnologia è cattiva e di più quando la tecnologia è buona. Come ho scritto da qualche parte nel passato, questo è il racconto di un agricoltore che se ne sta in casa quando piove e fa lavoro straordinario quando il sole è splendente.

Ma i teorici della Real Business Theory non sembrano mai arrivare a quel punto: si riduce tutto alla calibrazione ed a episodi statistici, senza mai una pausa per l’intuizione. E poiché non danno mai la stessa versione, neppure comprendono (o comunque non lo ammettono a se stessi) come l’intera faccenda appaia fondamentalmente sciocca, quanto si collochi all’opposto della vita vissuta.

Una volta parlavo con un teorico (non un RBC, un microeconomista) che diceva che il suo criterio per una economia seria era roba che non si può spiegare a vostra madre. Io direi che se non potete spiegarla a vostra madre, o almeno ai vostri amici non-economisti, c’è una buona possibilità che voi stessi non sappiate realmente cosa state facendo.

La matematica va bene, talvolta va bene anche il linguaggio gergale. Ma un linguaggio semplice ed una comune intuizione sono importanti per tenervi con i piedi a terra.



[1] Modelli e formule con i quali i due Autori.  nei decenni passati, hanno chiarito il funzionamento del potere di monopolio nella realizzazione dei profitti di impresa.

Gli Iron Men di Wall Street (16 febbraio 2014)

febbraio 16, 2014

 

Feb 16, 10:59 am

Iron Men of Wall Street

Greg Mankiw has written another defense of the 0.1 percent — and this one is kind of amazing.

Before I get to the amazing part, however, can I say enough with the movie stars. Yes, a handful of media stars make a lot of money. But they are a trivial part of the story (pdf):

The upper tiers of the income distribution are overwhelmingly occupied by executives of one kind or another — corporate, finance, real estate, and lawyers who are surely more corporate than Perry Mason. And even the biggest names in media aren’t real players. Remember, the 40 top-paid hedge fund managers and traders made an average of more than $400 million each in 2012.

Which brings me to the amazing part of the column. Mankiw invokes the strong role of financial fortunes in U.S. inequality to argue that the incomes are deserved:

A similar case is the finance industry, where many hefty compensation packages can be found. There is no doubt that this sector plays a crucial economic role. Those who work in banking, venture capital and other financial firms are in charge of allocating the economy’s investment resources. They decide, in a decentralized and competitive way, which companies and industries will shrink and which will grow. It makes sense that a nation would allocate many of its most talented and thus highly compensated individuals to the task.

Has Greg been living in a cave since 2006? We’re now in the seventh year of a slump brought on by Wall Street excess; the wizardly job of “allocating the economy’s investment resouces” consisted, we now know, largely of funneling money into a real estate bubble, using fancy financial engineering to create the illusion of sound, safe investment. We also know that there is a real question whether hedge funds, in particular, actually destroy value for their investors.

One more thing: Mankiw argues that our tax system is fair because the top 0.1 percent pays a higher share of income in federal taxes than the middle class. This neglects the partial offset of this progressivity by regressive state and local taxes. But surely the main point is that to the extent that taxes on the 0.1 percent are high (they aren’t really, in historical context) that’s largely because Mitt Romney lost the 2012 election, so that Obama’s partial rollback of the Bush tax cuts and the high-income surcharges that partially finance health reform remained in place and the Ryan budget didn’t happen. It’s kind of funny to claim that our system is fair thanks to policies that you and your friends tried desperately to kill.

Anyway, the wolves of Wall Street are more Gordon Gekko than Iron Man; if they’re the best argument you have for the justice of extreme inequality, you’re not doing too well.

 

Gli Iron Men di Wall Street

 

Greg Mankiw è nuovamente intervenuto a difesa dello 0,1 per cento dei più ricchi – e stavolta è davvero incredibile.

Prima di arrivare alla parte incredibile, tuttavia, devo un po’ spiegare da dove la storia comincia. E’ vero, una manciata di personaggi famosi dei media fanno un sacco di soldi. Ma sono una parte del tutto secondaria dell’intera faccenda [1] (si veda la connessione, disponibile in pdf):

I settori più in alto della distribuzione del reddito sono in termini quasi assoluti occupati da dirigenti di un tipo o dell’altro – imprese, finanza, settore immobiliare ed avvocati che somigliano a dirigenti di azienda certamente di più che non Perry Mason. E persino i nomi più noti nel mondo dei media non sono i veri protagonisti. Si ricordi, i dirigenti e gli operatori finanziari con paghe più alte degli hedge fund realizzano una media di più di 400 milioni di dollari per ciascuno nel 2012.

La qual cosa mi porta alla parte strabiliante dell’articolo. Mankiw invoca il forte ruolo delle fortune finanziarie negli Stati Uniti per sostenere che i redditi sono meritati:

“Un caso simile è il settore della finanza, dove si possono trovare molti cospicui blocchi di compensi. Non c’è dubbio che questo settore giochi un ruolo economico cruciale. Coloro che lavorano nel settore bancario, nel capitale di rischio ed in altre società hanno il compito di allocare le risorse di investimento dell’economia. Essi decidono, in modi decentrati e competitivi, quali imprese ed industrie subiranno restrizioni e quali cresceranno. Ha un senso che una nazione collochi in quella posizione molti dei suoi migliori talenti, e di conseguenza li compensi generosamente.”

A partire dal 2006, Greg è forse vissuto in una grotta? Siamo oggi al settimo anno di una crisi provocata dagli eccessi di Wall Street; il lavoro geniale dell’ “allocare le risorse di investimento dell’economia” è in gran parte consistito, sappiamo ora, nell’incanalare denaro dentro la bolla immobiliare, utilizzando fantasiose ingegnerie finanziarie per creare l’illusione di investimenti sani e sicuri. Sappiamo anche che è fondato il dubbio che, in particolare gli hedge fund abbiano effettivamente distrutto valore per i loro investitori.

Una cosa ancora: Mankiw sostiene che il nostro sistema fiscale è giusto perché lo 0,1 per cento dei più ricchi paga in tasse federali una quota maggiore di reddito della classe media. In questo modo trascura il parziale bilanciamento di questa progressività da parte della tassazione regressiva al livello degli Stati e delle comunità locali. Ma sicuramente il punto principale è che, nella misura in cui le tasse sullo 0,1 per cento sono alte (in realtà non lo sono, nel contesto storico), ciò in gran parte è dovuto al fatto che Mitt Romney perse le elezioni del 2012, di modo che il parziale ritorno ai livelli precedenti da parte di Obama rispetto agli sgravi fiscali di Bush ed il sovraccarico sugli alti redditi che in parte finanzia la riforma sanitaria, sono rimasti in campo ed il bilancio proposta da Ryan non si è avverato. E’ una cosa curiosa che uno sostenga che il nostro sistema è giusto grazie alle politiche che lui ed i suoi amici avevano cercato di liquidare.

In ogni modo, i lupi di Wall Street sono più Gordon Gekko che Iron Man; se sono il migliore argomento di cui si dispone per sostenere la giustezza di una ineguaglianza estrema, non si è messi bene.



[1] Se si amplia l’immagine, si trova che i personaggi dello spettacolo e dello sport si appropriano dello 0,27 per cento del reddito nazionale, a fronte di un 7,34 di tutto il mondo dello 0,1 per cento dei più ricchi.

La stupidità nel dibattito economico (14 febbraio 2014)

febbraio 14, 2014

 

February 14, 2014, 7:39 am

Stupidity in Economic Discourse

Jonathan Gruber is mad as hell, and he’s not going to take it anymore. The eminent health care economist and health reform architect is annoyed at Casey Mulligan’s latest, which misrepresents Gruber’s views; mine too.

Gruber is right to be mad: that was a disgraceful, deceptive column. But I think you also want to put it into a larger picture: the enduring myth of the stupid progressive economist.

So about Mulligan: As Gruber documents, he pulls multiple fast ones, asserting things that he says are conclusions of the CBO report when they aren’t — they’re his own views, pulled out of, um, thin air, or maybe someplace else, which he is projecting onto the budget office to make them seem authoritative.

Beyond that, Mulligan tells his readers that both Gruber and I are too dumb or craven to admit that the disincentives to work created by some aspects of the Affordable Care Act impose economic costs. One suspects that Mulligan didn’t actually read either of the pieces he links to. If he had, he would have found this from Gruber:

But the likelihood of voluntary reductions in work is not the only issue. The CBO also projects work reduction by individuals who cut back on hours or avoid moving up the job ladder because they don’t want to lose Medicaid eligibility, or because they don’t want to make so much in wages that they would lose tax credits to help pay insurance premiums. Unlike voluntary job leaving, this second kind of work reduction would entail real economic distortions and be a cost, not a benefit.

And this from me:

Just to be clear, the predicted long-run fall in working hours isn’t entirely a good thing. Workers who choose to spend more time with their families will gain, but they’ll also impose some burden on the rest of society, for example, by paying less in payroll and income taxes. So there is some cost to Obamacare over and above the insurance subsidies. Any attempt to do the math, however, suggests that we’re talking about fairly minor costs, not the “devastating effects” Mr. Cantor asserted in his next post on Twitter.

So both of us acknowledge that there are incentive effects and that they have a cost; but both of us argue on quantitative grounds that the cost isn’t large. Hardly the doctrinaire liberalism Mulligan thinks he sees.

Oh, and bonus misrepresentation: Mulligan:

Paul Krugman goes even further and calls it “misrepresentations” to interpret the marginal tax rate provisions of the Affordable Care Act as destructive.

No, I didn’t — I called talk about “2 million jobs destroyed” a misrepresentation, because it is. Who says so? The CBO itself.

On to the broader point. What one sees in this particular Mulligan piece is something I encounter all the time, in many contexts: the myth of the stupid progressive economist.

It works like this: Conservatives in general, and conservative economists in particular, often have a very narrow vision of what economics is all about — namely supply, demand, and incentives. Anything that interferes with the sacred functioning of markets or reduces the incentive to produce must be a bad thing; any time a progressive economist supports policies that don’t fit neatly into this orthodoxy, it must be because he doesn’t understand Econ 101. And conservative economists are so sure of this that they can’t be bothered to actually read what the progressives write — at the first hint of deviation from laissez-faire, they stop paying attention and begin debating with the stupid progressive in their mind, not the real economist out there.

As a result, many conservatives seem utterly unable to take on board the notion that people like Jon Gruber or yours truly might understand Econ 101, but also believe with good reason that you need to go beyond that point.

On the health care issue: yes, there are incentive effects — as there are with all insurance, by the way. But there’s also good reason to believe that there’s a major market imperfection in the form of job lock, and that even aside from this, there are important benefits to expanding health insurance that must be weighed against any costs. All of that is, in brief, in both of the pieces Mulligan denounces, and there at much greater length in our other writings; but as so often happens, conservatives develop problems of reading comprehension whenever such issues come up.

I’ve encountered similar responses on many other issues. You say that deficit spending is helpful in a depressed economy? You must be saying that deficits and bigger government are always good, which is stupid hahaha. You say that increasing unemployment benefits in a demand-constrained economy can create jobs? But you also said once upon a time that unemployment insurance can raise the natural rate of unemployment, so you’re stupid hahaha.

Well, somebody’s being stupid, anyway.

I can’t resist going back to the 2009 debate over stimulus, when one after another, prominent conservative economists dismissed calls for a temporary increase in spending as being clearly stupid and/or corrupt, because accounting identities, or maybe the effect of expected future taxes, clearly showed that stimulus made no sense. Along the way these notables reinvented classic conceptual errors from 80 years ago and added a few new howlers too; yet their faith in the proposition that progressive economists must be idiots never wavered.

But then John Stuart Mill knew all about this.

 

La stupidità nel dibattito economico

 

Jonathan Gruber è fuori di sé dalla rabbia, e non ha intenzione di subire più oltre. L’eminente economista di assistenza sanitaria nonché architetto della riforma sanitaria è irritato per l’ultimissima presa di posizione di Casey Mulligan, che deforma le opinioni di Gruber, e quelle del sottoscritto.

Gruber ha ragione ad essere furioso: si tratta di un articolo vergognoso e ingannevole. Ma penso che si debba anche collocarlo in un quadro più ampio: l’eterno mito dell’economista progressista stupido.

Dunque, a proposito di Mulligan: come Gruber documenta, egli accosta rapidamente un insieme di cose, presentandole come conclusioni del rapporto del CBO, mentre non lo sono – sono sue opinioni personali, dedotte in genere dal nulla, o magari da qualche altra sede, che egli intitola all’Ufficio del bilancio per renderle più autorevoli.

Oltre a ciò, Mulligan racconta ai suoi lettori che Gruber ed io siamo troppo sciocchi o vili per ammettere che i disincentivi a lavorare creati da alcuni aspetti della Legge sulla Assistenza Sostenibile comportino costi economici. In verità, viene il dubbio che Mulligan non abbia letto alcun articolo al quale si riferisce. Se l’avesse fatto, da parte di Gruber avrebbe trovato queste parole:

“Ma la probabilità di riduzioni volontarie del lavoro non sono l’unico tema. Il CBO prevede anche una riduzione del lavoro da parte di persone che tagliano i loro orari o rifiutano di far carriera sulla scala dei posti di lavoro perché non vogliono perdere le condizioni per aver diritto a Medicaid, o perché non vogliono realizzare compensi che gli farebbero perdere i crediti di imposta che contribuiscono a pagare i premi assicurativi. Diversamente dall’abbandono volontario del posto di lavoro, questo secondo genere di riduzione del lavoro comporterebbe distorsioni economiche vere e proprie e sarebbe un costo, non un beneficio.”

Nonché queste mie parole:

“Solo per chiarezza, la prevista diminuzione a lungo termine in ore lavorate non è interamente una cosa positiva. I lavoratori che hanno scelto di spendere più tempo con le loro famiglie avranno un vantaggio, ma imporranno anche un qualche peso al resto della società, ad esempio pagando meno tasse sugli stipendi e sui redditi. Dunque c’è un qualche costo della riforma della assistenza di Obama che va oltre e si aggiunge ai sussidi per l’assicurazione. Ogni tentativo di fare due conti, tuttavia, indica che stiamo parlando onestamente di costi minori, non degli ‘effetti devastanti’ che il signor Cantor asserisce nel suo successivo post su Twitter.”

Tutti e due, dunque, riconosciamo che ci sono effetti di incentivazione e che hanno un costo; ma entrambi sosteniamo che in termini quantitativi il costo non è ampio. Tutt’altro che il progressismo dottrinario che Mulligan crede di vedere.

Inoltre, e come mistificazione aggiuntiva, scrive Mulligan:

“Paul Krugman va persino oltre e definisce ‘mistificazioni’ l’interpretare come distruttive le aliquote fiscali marginali della Legge sulla Assistenza Sostenibile.”

No, non l’ho detto – io ho chiamato ‘mistificazione’ il parlare di ‘due milioni di posti di lavoro distrutti’, perché è tale. Come lo so? Lo dice il CBO medesimo.

Sul punto più generale: quello che si constata in questo particolare articolo di Mulligan è qualcosa che io incontro di continuo, in molti contesti: il mito dell’economista progressista stupido.

Funziona così: i conservatori in generale, e gli economisti conservatori in particolare,  spesso hanno una concezione molto ristretta degli ambiti dell’economia – in particolare, offerta, domanda e incentivi. Ogni cosa che interferisca con il sacro funzionamento dei mercati o riduca l’incentivo a produrre deve essere una cosa negativa; ogni volta che un economista progressista sostiene politiche che non si attagliano accuratamente a questa ortodossia, deve dipendere dal fatto che non capisce l’economia dei corsi universitari. E gli economisti conservatori sono talmente sicuri di questo che possono in effetti non preoccuparsi di leggere quello che i progressisti scrivono – al primo cenno di deviazione dal ‘laissez faire’, essi smettono di prestare attenzione e cominciano nella loro mente a discutere con il progressista stupido, non con il reale economista che hanno dinanzi.

Di conseguenza, molti conservatori sembrano del tutto incapaci di realizzare che individui come John Gruber ed il sottoscritto possono comprendere l’economia di un libro di testo universitario, e credono anche con buona ragione di doverlo considerare un punto acquisito.

Sul tema della assistenza sanitaria: è vero, ci sono gli effetti di incentivazione – come, per inciso, ci sono con ogni assicurazione. Ma c’è anche una buona ragione per credere che sussista un imperfezione rilevante del mercato nella forma di una costrizione dentro modalità obbligate di lavoro, e, anche a parte questo, che ci siano benefici importanti nella espansione della assicurazione sanitaria che devono essere stimate in rapporto ai costi. Tutto questo, in breve, è in entrambi gli articoli che Mulligan denuncia, e in modo molto più ampio in altri nostri scritti; ma come accade spesso, i conservatori sviluppano problemi di comprensione di quello che leggono ogni volta che emergono questioni del genere.

Ho incontrato risposte di questo genere su molte altre tematiche. Si dice che la spesa pubblica in deficit è di aiuto in una economia depressa? Vuol dire che si sta dicendo che i deficit e governi con maggiori compiti sono sempre una cosa positiva, il che è stupido (risate fragorose!). Si dice che aumentare i sussidi di disoccupazione in una economia limitata dalla domanda può creare posti di lavoro? Ma in un’altra occasione si disse anche che la assicurazione di disoccupazione può far crescere il tasso naturale di disoccupazione, dunque si è stupidi (altre risate fragorose!).

Ebbene, in ogni caso qualche stupido c’è.

Non posso resistere a tornare al dibattito sulle misure di sostegno del 2009, quando, uno dopo l’altro, eminenti economisti conservatori liquidavano gli appelli per una incremento temporaneo della spesa pubblica come qualcosa di stupido e/o disonesto, perché le identità contabili [1] o, forse, l’effetto delle tasse future attese, chiaramente mostravano che lo stimolo non avrebbe avuto effetto. Per quella strada questi notabili reinventarono errori concettuali classici da 80 anni ed aggiunsero anche nuove castronerie; tuttavia la loro fede nel concetto per il quale gli economisti progressisti devono essere scemi non ebbe esitazioni di sorta.

Ma d’altro canto, John Stuart Mill di cose di questo genere era espertissimo.



[1] Nella contabilità, nella finanza e nell’economia una identità contabile, come traduco letteralmente,  è una eguaglianza che deve essere vera a prescindere dal valore delle sue variabili.

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