Feb 13, 6:33 pm
Three somehow related stories of the day:
1. Brent Bozell’s Media Research Center is an important part of the machinery that has, for the most part, successfully intimidated the news media into adopting a right-wing slant. (I’ve faced mass mailings, concerted attacks on my university email, and so on.) But Jim Romenesko finds something interesting: Bozell doesn’t write his own columns or books, forcing a staffer to do it.
2. The Koch brothers have been running ads in Louisiana with distressed citizens facing ruination from Obamacare. But the people in the ads are all paid actors.
3. Best of all is the news from The Can Kicks Back, which is a Bowles-Simpson-run outfit that was supposed to be the youth arm of Fix the Debt. It has always been an astroturf operation, and a clumsy one at that, doing things like hiring dancers to stage fake flash mobs and placing identical ghostwritten articles in college newspapers. Now, The Can Kicks Back’s campaign against debt is running into trouble, because it’s, um, running out of money.
What these stories have in common is that they show how much of what passes for genuine expression of public concern is really just a bought and paid-for (or, in the case of The Can, not sufficiently paid-for) front for plutocratic priorities.
Falsificazioni
Tre storie del giorno in qualche modo collegate:
1 . Il Media Research Center di Brent Bozell è un pezzo importante del meccanismo che ha, per la maggior parte con successo, intimidito i media dei notiziari ad adottare una tendenza di destra (io devo fare i conti con invii massicci di mail, con attacchi combinati sulla mia email universitaria, e così via). Ma Jim Romanesko scopre qualcosa di interessante: Bozell non scrive i suoi articoli ed i suoi libri per conto suo, costringe un collaboratore a farlo.
2 . I Fratelli Koch hanno mantenuto attività di propaganda in Louisiana su cittadini sconvolti che si trovano di fronte alla rovina a seguito della riforma della assistenza di Obama. Ma i personaggi sugli spot pubblicitari sono tutti attori pagati.
3 . La notizia più bella viene da The Can Kicks Back [1], che è un gruppo della serie di Bowles-Simpson [2] che si pensava rappresentasse il braccio armato giovanile di Fix the Debt [3]. Si è sempre trattato di una operazione artificiale [4], ed anche di quelle maldestre, che fa cose come assumere ballerini per inscenare masse improvvisate di individui e piazzare articoli scritti a pagamento e tutti uguali sui giornali universitari. Ora, la campagna contro il debito di The Can Kicks Back è nei guai, guarda un po’, perché hanno esaurito i soldi.
Quello che queste storie hanno in comune è che mostrano come una buona parte di quello che passa per genuina espressione della preoccupazione dell’opinione pubblica è solo una facciata, acquistata e foraggiata a favore delle priorità dei plutocrati (nel caso di The Can, non pagata abbastanza).
[1] L‘espressione “kick the can down the road” – letteralmente ‘calciare il barattolo per la strada’ – ha il senso di ‘perder tempo, dilazionare, tirarla alle lunghe’. In questo caso, letteralmente sarebbe un barattolo che torna indietro. Ma “kick back” può anche significare prenderla facile, rilassarsi, nel qual caso sarebbe un barattolo che si rilassa. Probabilmente il senso è una ironia nei confronti del Governo che si suppone non faccia niente per il debito, neanche dar calci ad un barattolo.
[2] I due copresidenti di una commissione sul debito, a suo tempo voluta da Obama – il primo democratico ed il secondo repubblicano – che si erano caratterizzati per una valutazione del tutto allarmistica della situazione finanziaria, poi smentita dai fatti abbastanza nettamente.
[3] Associazione e gruppo di pressione in tema di deficit e di austerità, composto da opinionisti, economisti e politici.
[4] Strana l’origine del termine ‘astroturf’ – “campo erboso come quello dell’Astro’, dove ‘Astro’ è un campo di baseball in Texas, che fu il primo nel quale si utilizzò un sostituto in plastica dell’erba. Ma lo “astroturfing”, con un evidente procedimento di astrazione è diventato ‘un termine coniato negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ottanta del XX secolo: nell’ambito del marketing, esso definisce la creazione a tavolino del consenso proveniente dal basso, della memoria o della storia pregressa di un’idea, un prodotto o comunque qualsiasi bene oggetto di propaganda (bene di consumo, candidato alle elezioni, etc.). La tecnica di astroturfing si affida spesso a persone retribuite affinché esse producano artificialmente un’aura positiva intorno al bene da promuovere.’ (Wikipedia) I Fratelli Koch – magnati che si dedicano al finanziamento di varie attività della destra americana – tra l’altro sono specializzati in “astroturfing”. Ad esempio, è ‘astroturfing’ il gruppo ‘American for prosperity’, peraltro generoso nel finanziamento del Tea Party.
febbraio 13, 2014
Feb 13, 11:58 am 13
Right now the online current-policy economics journal VoxEU — edited by my old student Richard Baldwin — has two fantastic pieces on inequality.
First up, Andrew Oswald and Nattavudh Powdthavee test the effect of wealth on political attitudes by looking at people who got richer, not through their efforts or inheritance, but by winning the lottery. Sure enough, lottery winners become more right-wing. Maybe that’s not surprising, but in case you had any doubts about whether to be a cynic, this should dispel them.
Even more interesting is the effect on political attitudes: lottery winners also became more likely to praise the current, unequal distribution of income:
(This is just the top line of the table; a number of other variables are included as controls).
Think about that for a minute. You might imagine that a self-made man, reasoning from his own experience, might come to the conclusion that people get what they deserve. But here are people who demonstrably, by design, got rich(er) through pure chance, having nothing to do with their talents or efforts. Yet their increased wealth nonetheless convinces them that society is fair. Presumably a big enough lottery win would turn them into Tom Perkins.
In the second piece, Davide Furceri and Prakash Loungani use an event-study framework — looking at what happens on average after clear changes in policy — to assess the effects of “neoliberal” policy changes (although they don’t put it that way) on inequality. Sure enough, they find that both fiscal austerity and liberalization of international capital movements are followed by noticeable rises in income inequality.
So, if you were a ranting leftist, you might say that political attitudes are shaped by class, and that ideological justifications for high inequality are just a veil for class interest. You might also say that “sound” economic policies are really just policies that redistribute income upwards. And it turns out that the econometric evidence more or less supports your rant.
Vox anti-populi [1]
In questo momento la rivista online di attualità politica e di economia VoxEU – edita dal mio vecchio studente Robert Baldwin – mostra due splendidi articoli sull’ineguaglianza.
Nel primo, Andrew Oswald e Nattavudh Powdthavee stimano l’effetto della ricchezza sugli orientamenti politici mettendo sotto osservazione le persone che sono diventate ricche, non attraverso i loro sforzi o in seguito ad eredità, ma in quanto vincitori ad una lotteria. E’ abbastanza evidente che i vincitori della lotteria diventano più di destra. Forse non è sorprendente, ma nel caso aveste avuto qualche dubbio sulla opportunità di essere cinici, questo dovrebbe dissiparli.
Anche più evidente è l’effetto sugli orientamenti politici: diventa anche più probabile che i vincitori della lotteria elogino la attuale ineguale distribuzione del reddito:
(questa è solo la morale della favola della tabella; un certo numero di altre variabili sono incluse come verifiche).
Si pensi un attimo a questi risultati. Ci si potrebbe immaginare che un uomo che si è fatto con le proprie forze, ragionando sulla sua propria esperienza, possa arrivare alla conclusione che le persone ottengono quello che meritano. Ma in questo caso si tratta di persone che inconfutabilmente, per l’ipotesi di progetto, diventano più ricche per puro caso, senza che questo abbia niente a che fare con i loro talenti e con il loro impegno. Eppure la loro accresciuta ricchezza li persuade che la società sia giusta. Presumibilmente, se avessero vinto ad una lotteria abbastanza importante, questo li avrebbe trasformati in Tom Perkins.
Nel secondo articolo, Davide Furceri e Prakash Loungani usano una schema di analisi fattuale – osservando quello che in media accade dopo cambiamenti evidenti nella politica – per stabilire gli effetti sull’ineguaglianza di mutamenti ‘liberisti’ nelle politiche (sebbene essi non si esprimano in questi termini). Come previsto, essi scoprono che sia l’austerità delle finanze pubbliche che la liberalizzazione dei movimenti dei capitali sono seguiti da considerevoli incrementi nelle diseguaglianze di reddito.
Dunque, se foste estremisti di sinistra che sbraitano, potreste concludere che le inclinazioni politiche sono modellate dalle classi, e che le giustificazioni ideologiche per una forte ineguaglianza sono appena un velo degli interessi di classe. Potreste anche dire che le politiche economiche “sane” sono in sostanza solo politiche che redistribuiscono il reddito verso l’alto. E si scopre che le prove econometriche più o meno sarebbero di supporto alle vostre invettive.
[1] VoxEU” è il nome del blog che ha pubblicato i due articoli. “Anti-populi” è una imitazione di “vox populi”, ma è rimasto il genitivo indeclinato.
febbraio 12, 2014
Feb 12, 5:56 pm
If you’ve been tracking the news on signups under the Affordable Care Act – which is easy thanks to Charles Gaba’s invaluable site – you already knew that the program was making a pretty good recovery from the botched start. Now, however, it’s official: as of the end of January signups were only about a million behind their projected track as of last spring, which means that as of March 31 the total is likely to be 6-point-something million rather than the projected 7 million. In other words, basically OK.
But here’s the thing: every online article I’ve seen about the latest numbers is followed by a huge number of vitriolic comments insisting that it isn’t true, that Obamacare is a total disaster. Some commenters declare that all the numbers are lies; others, getting their take from right-wing bloggers, say that all of those who have signed up but not yet paid their first premium – ahem, 47 percent of the total – will never pay and are fake enrollees. And so on.
You can’t help but notice the resemblance to the “unskewing” fever of the final weeks of the 2012 election, when everyone on the right knew, just knew, that the polls showing a clear Obama edge were biased and wrong, and that if you reworked the numbers somehow they pointed to a Romney triumph.
Now, you might ask, how do I know that the Obamacare unskewers are wrong? Actually, I don’t know that for sure – but it’s very unlikely that they’re right. For one thing, they are more or less the same as the poll unskewers – people who know nothing about the subject, but know what they want to believe. For another, CBO – which has a reputation to defend – thinks it’s going to be OK. Finally, the insurers, who have real money on the line, seem fairly calm, which wouldn’t be the case if they saw really terrible enrollment.
Two things are interesting about all of this. First, the right has evidently learned nothing from the unskewing debacle. And second, right-wingers are totally vested in the idea of an Obamacare collapse. They have no plan B, and their only answer to growing evidence that it’s not going to happen is furious denial.
A proposito del non abboccare alle falsificazioni sulla riforma della sanità di Obama [1]
Se stavate seguendo le notizie sulle iscrizioni alla Legge sull’Assistenza Sostenibile – la qualcosa è facile grazie all’inestimabile sito di Charles Gaba – sapevate già che il programma stava realizzando un recupero piuttosto buono rispetto alla pasticciata partenza. Ora, tuttavia, è ufficiale: alla fine di gennaio le registrazioni erano soltanto un milione sotto il loro previsto andamento nella primavera passata, il che significa che al 31 marzo è probabile che esse siano sei milioni virgola qualche cosa, invece dei previsti sette milioni. In altre parole, fondamentalmente sta andando bene.
Ma qua è il punto: ogni articolo online che ho visto sugli ultimi dati è seguito da un gran numero di commenti al vetriolo che insistono sul fatto che questo non è vero e che la riforma della assistenza di Obama è un disastro totale. Alcuni commentatori dichiarano che tutti i dati sono menzogne; altri, derivando il loro giudizio dai bloggers della destra, dicono che tutti quelli che si sono iscritti ma non hanno ancora pagato la loro prima polizza – guarda caso, il 47 per cento del totale [2] – non pagheranno mai e sono registrazioni false. E così via.
Può non esservi d’aiuto, ma notate la somiglianza con la febbre del “non fidarsi delle falsificazioni ” delle settimane finali delle elezioni del 2012, quando tutti a destra sapevano, sapevano con certezza, che i sondaggi che mostravano un chiaro margine a favore di Obama erano tendenziosi e sbagliati, e che se rielaboravate i numeri essi in qualche modo indicavano un trionfo di Romney.
Ora, potete chiedervi, come faccio a sapere che i sostenitori della tesi del ‘non abboccare’ alle falsificazioni sulla riforma di Obama stiano sbagliando? Per la verità, non lo so con certezza – ma è molto improbabile che abbiano ragione. Per un aspetto, essi sono più o meno gli stessi che non volevano dar retta ai sondaggi – gente che sulla materia specifica non sa niente, ma sa cosa vuole credere. Per un altro aspetto, il Congressional Budget Office – che ha una reputazione da difendere – pensa che la vicenda sia destinata a finir bene. Infine, gli assicuratori, che mettono in ballo soldi veri, sembrano abbastanza calmi, e non sarebbe così se vedessero per davvero un dato sulle registrazioni terribile.
In tutto questo ci sono due cose interessanti. La prima, la destra non ha evidentemente imparato niente dalla debacle sui presunti imbrogli. E la seconda, la destra è totalmente presa dall’idea di un crollo della riforma della assistenza di Obama. Non hanno un Piano B, e l’unica risposta alle prove crescenti di quello che non sta accadendo è un negazionismo furioso.
[1] [1] “to skew” significa “distorcere”, dunque “unskewing” dovrebbe significare il contrario. E il contrario dovrebbe indicare non tanto l’impossibilità di distorcere, quanto la volontà di non farsi confondere dagli imbrogli, o dai brogli.
[2] Suppongo per combinazione, il 47 per cento era anche il famigerato numero con il quale Mitt Romney aveva ‘stimato’ la percentuale di americani che vivono alle spalle della assistenza pubblica.
febbraio 10, 2014
Feb 10, 11:11 am
John Quiggin looks at a recent book that purports to explain the big ideas in macroeconomics, but doesn’t contain any, well, macroeconomics. His meditation on how that can happen involves a useful take on what happened to the profession in the decades that preceded the 2008 crisis, and a very interesting take on the current state of affairs (DSGE is “dynamic stochastic general equilibrium” — basically, the particular form of modeling that is more or less the only thing one can publish in journals these days):
Broadly speaking, as far as academic macroeconomics is concerned, DSGE has won the day, not so much by force of argument as by maintaining control of the criteria for publication of journal articles in the field: it’s OK to assume full employment, and ignore inflation, but not to omit rigorous microfoundations for your model. On the other hand, with the collapse of the intellectual case for austerity (though not its political dominance), the terms of public debate are set almost entirely by New Old Keynesians like Krugman and DeLong (that’s true, even if you don’t believe, as I do, that the outcome of that debate has been a knockout win for the Keynesian side).
It’s a pretty strange situation; and it implies, I think, that somebody is going to end up in the dustbin of history. I wonder who?
Vincitori e perdenti in macroeconomia (implicitamente per esperti)
John Quiggin si riferisce ad un libro recente che si propone di spiegare le grandi idee in macroeconomia, ma che non contiene di fatto niente di macroeconomia. La sua meditazione su come ciò possa accadere riguarda una utile presa di posizione su cosa è successo nella disciplina nei decenni che hanno preceduto la crisi del 2008 ed una affermazione molto interessante sull’attuale stato dell’arte (DSGE sta per “equilibrio dinamico stocastico generale” – fondamentalmente, la particolare forma di utilizzo di modelli che è più o meno l’unica cosa che si può pubblicare sulle riviste di questi tempi):
“Parlando in generale, per quanto riguarda la macroeconomia accademica, il DSGE ha avuto completo successo, non tanto per la forza dell’argomentazione quanto per aver mantenuto il controllo dei criteri nel settore per la pubblicazione degli articoli sulle riviste: è corretto supporre la piena occupazione, e ignorare l’inflazione, ma non omettere rigorosi fondamenti microeconomici per il vostro modello. D’altra parte, con il collasso della argomentazione intellettuale a favore dell’austerità (sebbene non del suo dominio politico), i termini del dibattito pubblico sono fissati quasi per intero dai nuovi paleo keynesiani come Krugman e DeLong (quello è un fatto, anche se non credete, come me, che il risultato di quel dibattito sia stata una vittoria per KO dello schieramento keynesiano).”
E’ una situazione abbastanza strana: ed implica, io penso, che qualcuno sia destinato a finire nel cestino dei rifiuti della storia. Chi sarà, mi chiedo?
febbraio 10, 2014
February 10, 2014, 11:00 am
The brouhaha over the CBO report – I don’t want to call it a debate, because that would suggest that people on both sides are making sense, or even listening – continues. But there is a massive lack of clarity. This is, no doubt, in large part because incoherence serves the interests of some parties. But I think there’s also some genuine intellectual confusion that might, for a few players at least, actually be reduced by careful analysis.
So let me try this, by asking: why should anyone be upset if some workers take advantage of Obamacare to reduce their working hours, or even drop out of the labor force? That’s a real question, by the way, not a rhetorical one. There are, it turns out, some reasons to be concerned, although they’re much weaker than the rhetoric would lead you to believe.
It helps, I’d argue, if you think of the American population as comprising two groups: those who receive subsidies toward their health insurance and those who don’t – the subsidized and the subsidizers. In reality these categories are arguably a bit more complex than a mere matter of monetary transfers, since Obamacare also in effect subsidizes those in poor health by charging them the same premiums as the healthy. But I don’t think this changes the point.
So, we know that Obamacare has costs to the subsidizers, in the form of the subsidies that must be paid – about 0.9 percent of GDP — and that eventually must be reflected in higher taxes or lower spending than would otherwise take place. These subsidies correspondingly represent benefits to the subsidized; yes, Virginia, it’s redistribution, although many people who end up subsidizing rather than subsidized were at risk of being on the other side, and will therefore gain from the insurance aspect.
The question, however, is how those costs and benefits are affected if a significant number of the subsidized take advantage of their new freedom from health insurance fear to reduce hours or leave the work force.
For those who choose to work less, this is a clear gain – otherwise they wouldn’t do it! It’s likely to be especially beneficial because our pre-Obamacare system created so much “job lock”, trapping people in full-time employment because health insurance was an all-or-nothing affair.
What about the subsidizers? Don’t say that it’s obvious that they are hurt – remember, we’re talking about additional costs over and above the cost of the subsidies.
You might say that by withdrawing their labor, subsidized workers reduce the overall size of the economic pie, which is true. However, they also take a smaller share of the economic pie, because they earn less in wages and salaries. And if you believe to a first approximation in the marginal productivity theory of income distribution (as free-market advocates should), this means that the reduction in GDP from reduced labor input should be approximately equal to the reduced wages of those working less. In other words, the amount left over for everyone else should be unchanged. Why do you care how much other people work?
OK, what’s wrong with this story? The answer is that it’s a story about pre-tax wages. When someone chooses to work less, he or she imposes a hidden cost on everyone else, because he or she ends up paying less in taxes – or in some cases gets to collect more in means-tested benefits.
How big is this effect? I argued in an earlier post that if we believe the CBO estimate, labor withdrawal should reduce GDP by slightly over 0.5 percent. If we assume a marginal tax rate of 40 percent for the relevant workers (which seems in the ballpark for ordinary workers in the 15 percent bracket, paying 15 percent payroll tax, and some state and local taxes on top), this is a bit over 0.2 percent of GDP.
So yes, reduced labor supply adds modestly to the true cost of health reform, although it also adds to the benefits. But the key word is “modestly”.
Why, then, are the usual suspects so incensed? Partly because they don’t understand any of this. Beyond that, there’s a moralistic streak: people should be forced to work, for their own good, you see (are there no poorhouses?). And of course, there’s the underlying rage that a disproportionate share of the beneficiaries (though by no means a preponderance) will be Those People.
But when you take paternalism and prejudice out of the picture, what you’re left with is some pretty prosaic economics. Should you care how much other people work? Yes, a little – but not so much that it should change anyone’s views about health reform.
Perché preoccuparsi di quanto lavorano gli altri?
Il chiacchiericcio sul rapporto del CBO – non lo voglio chiamare un dibattito, che indicherebbe persone che da entrambi gli schieramenti dicono cose sensate, o anche ascoltano – continua. Ma c’è una enorme mancanza di trasparenza. In larga parte, non c’è dubbio, perché l’incoerenza fa il gioco di alcune fazioni. Ma penso che ci sia anche una qualche genuina confusione intellettuale, che potrebbe, almeno da parte di alcuni protagonisti, essere ridotta con una analisi scrupolosa.
Lasciatemi dunque fare una prova, chiedendo: perché ci dovrebbe essere chi resta turbato dal fatto che ci sono alcuni lavoratori che si avvantaggiano della riforma della assistenza di Obama per ridurre il loro orario di lavoro, o persino per uscire dalla forza di lavoro? Tra l’altro, è una domanda vera, non è retorica. Viene fuori che ci sono alcune ragioni per essere preoccupati, sebbene sono assai più fragili di quello che la propaganda vi indurrebbe a credere.
Penso che sia d’aiuto pensare alla popolazione americana come se si dividesse due gruppi: coloro che ricevono sussidi a favore della loro assicurazione sanitaria e coloro che non li ricevono – i sussidiati ed i sussidianti. In realtà queste categorie sono verosimilmente un po’ più complesse che una mera questione di trasferimenti monetari, dato che la riforma di Obama in effetti aiuta chi ha una salute malferma, dato che impone loro gli stessi premi assicurativi di coloro che sono in buona salute. Ma non penso che questo cambi la sostanza.
Dunque, noi sappiamo che la riforma dell’assistenza di Obama ha costi per i sussidianti, nella forma di sussidi che devono essere pagati – circa lo 0,9 per cento del PIL – e che alla fine saranno riflessi in tasse più alte oppure in minore spesa pubblica che altrimenti ci sarebbe stata. Questi sussidi di conseguenza rappresentano i benefici dei sussidiati; sì, Virginia, si tratta di redistribuzione, sebbene alcune persone che finiscono col sussidiare anziché coll’essere sussidiate rischiavano di finire dall’altra parte, e di conseguenza ci guadagneranno, per l’aspetto della assicurazione [1].
La domanda, tuttavia, è come questi costi e questi vantaggi sono influenzati da un significativo numero di sussidiati che si avvantaggiano per l’essersi liberati dalla paura della assicurazione sanitaria al punto di ridurre le ore di lavoro o di lasciare le forze di lavoro.
Per coloro che scelgono di lavorare meno, questo è chiaramente un vantaggio – altrimenti non lo farebbero! E’ probabile che sia particolarmente vantaggioso perché il nostro sistema precedente alla riforma della assistenza di Obama aveva costretto molti a restare prigionieri di un posto di lavoro, intrappolati in una occupazione a tempo pieno perché l’assicurazione sanitaria era un meccanismo del genere ‘o-tutto-o-niente’.
Che dire dei sussidianti? Non si dica che è naturale che essi siano danneggiati – si ricordi, stiamo parlando di costi addizionali in aggiunta al costo dei sussidi.
Si potrebbe dire che ritirando il loro lavoro, i lavoratori sussidiati riducono la quota complessiva della torta economica, il che è vero. Tuttavia, essi si appropriano anche di una quota minore della torta economica, perché guadagnano meno in stipendi e salari. E se in prima approssimazione credete nella teoria della produttività marginale della distribuzione del reddito (come dovreste, in quanto sostenitori del libero mercato) questo significa che la riduzione del PIL derivante dall’input del lavoro ridotto dovrebbe essere approssimativamente eguale ai compensi ridotti di coloro che lavorano di meno. In altre parole, la quantità che rimane su tutti gli altri dovrebbe essere immutata. Perché preoccuparvi tanto del lavoro degli altri?
Dunque, cosa c’è di sbagliato in questa storia? La risposta è che il racconto riguarda i compensi prima delle tasse. Quando qualcuno sceglie di lavorare di meno, costui, uomo o donna che sia, impone un costo nascosto su qualcun altro, perché finisce col pagare di meno in tasse – o in certi casi col poter ricevere di più in sussidi che dipendono dagli accertamenti dei redditi più bassi.
Quanto è grande questo effetto? Ho sostenuto in un post precedente che se crediamo alle stime del CBO, la rinuncia a quote di lavoro dovrebbe ridurre il PIL leggermente di più dello 0,5 per cento. Se assumiamo una aliquota fiscale marginale del 40 per cento per i lavoratori interessati (che sembra appropriata per i normali lavoratori nello scaglione del 15 per cento, che pagano un 15 per cento di tasse sugli stipendi e al massimo qualche tassa statale e locale), il risultato è un po’ sopra lo 0,2 per cento del PIL.
Dunque, sì, una ridotta offerta di lavoro aumenta modestamente il costo effettivo della riforma sanitaria, per quanto esso si aggiunga anche ai sussidi. Ma la parola chiave è “modestamente”.
Perché dunque i soliti noti sono così furibondi? In parte perché non riescono a capire niente di tutto questo. Oltre a ciò, c’è una vena di moralismo: sapete, le persone dovrebbero essere costrette a lavorare, per il loro bene (non ci sono gli ospizi per i poveri?). E, naturalmente, c’è la rabbia implicita secondo la quale una quota più che proporzionale di beneficiari (sebbene in nessun modo una quota preponderante) sarebbe composta da “Quella Gente [2]”.
Ma quando si toglie il paternalismo ed il pregiudizio dal quadro, quello che resta è un po’ di economia davvero modesta. Dovreste preoccuparvi di quanto lavorano gli altri? Un pochino – ma non così tanto da cambiare il punto di vista sulla riforma sanitaria.
[1] Non trovo una soluzione. Virginia è lo Stato, nel quale è accaduto qualcosa di significativo sotto questo profilo? E’ il nome di una commentatrice? E’ un modo di dire per riferirsi ad un interlocutore con speciali attitudini o inattitudini? Neanche ho chiaro in che senso molti di coloro che ‘sussidiano’ ci avrebbero guadagnato. Sussidiare, in questo caso, dovrebbe significare essere tra quelli che pagano il costo sociale di un certa rinuncia a lavorare (per le minori entrate fiscali che ne derivano). A meno che non significhi che rischiavano di restare semplicemente non assicurati.
[2] “Quella Gente”, per i conservatori, significa i soliti assistiti, e più precisamente le persone di colore.
febbraio 9, 2014
February 9, 2014, 7:57 pm
Simon Wren-Lewis protests against the division some of us (me included) have suggested between New Keynesians, or maybe New New Keynesians trying to revise their models to keep up with the financial crisis, and New Old Keynesians who are skeptical about the microfoundations imperative. He insists that the important divide is between Keynesians and anti-Keynesians, who aren’t expressing so much a theory as an ideology.
I see his point, and agree that this is by far the most important division both within the profession and among policymakers. But I think there’s more to this.
First, there are a lot more anti-Keynesians than Wren-Lewis seems willing to acknowledge. Real business cycle types may seemingly share a common language with New Keynesians — but when push came to shove, just about all of them ended up arguing not just that fiscal stimulus was a bad idea but that it couldn’t work in principle. New Keynesians, it turned out, were deluding themselves into believing that they were part of a discussion, when in fact their efforts to win some respect from the new classicals and avoid their giggles and whispers had accomplished nothing.
Or to put it differently, using some of the same equations doesn’t mean that you share anything in terms of underlying economic philosophy, or that any actual communication is taking place.
Second, there is a real cost to the dominance of micro-founded models; I don’t think Wren-Lewis would disagree, but I probably think that it’s a bigger cost than he does. I’d put it this way: the effect of the insistence that everything involve intertemporal optimization has been to drive out middlebrow economic modeling.
It used to be that someone who wanted to make sense of real-world phenomena could sketch out a rough, ad hoc model derived from plausible behavioral assumptions, and use that model to shape the interpretation of empirical results. These days, however, you’re not allowed to publish stuff like that. You can publish the empirical work, maybe. But there are only two ways you’re allowed to interpret it: either you restrict yourself to a more or less vague verbal exposition, which avoids getting you in trouble, or you have to lay out the full intertemporal Monty, which often ends up detracting from the point.
A couple of examples: there’s quite strong empirical evidence that multipliers at the zero bound are more than one — and it’s possible to get that result in an NK model, but only at the cost of making it pretty unwieldy. Or think about secular stagnation: have there been any NK models of that idea yet? I think I see some ways to do it (hey, I’m pretty good at this when I need to be), but it will be a pain, and people will fixate on the implausible details. Meanwhile, the discussion so far is almost entirely in terms of informal exposition, because the IS-LM-ish middlebrow models that are natural in this context are no longer considered respectable.
So my argument would be that in important ways the New Keynesian style, with its insistence on (a particular form of) rigor has actually lowered the level of discourse, by making it non-respectable to use middlebrow models even in contexts where they are probably the best way to go.
That view, I think, defines what I mean by Neopaleo Keynesianism. I want my ad hockery back — not as an exclusive approach, but as a permissible one. And that’s not a small thing, given the almost total exclusion of middlebrow modeling from academic macro for the past three decades.
L’esclusione di tutto quello che non è sofisticato [1](per esperti)
Simon Wren-Lewis protesta contro la divisione che alcuni di noi (me compreso) hanno suggerito tra neo keynesiani, o forse neo-neo keynesiani che cercano di rivedere i loro modelli per tenersi al passo con la crisi finanziaria, e neo paleo keynesiani che sono scettici sull’imperativo dei fondamenti micro dell’economia. Egli ribadisce che la divisione importante è quella tra keynesiani ed anti-keynesiani, i quali ultimi non esprimono tanto una teoria quanto una ideologia.
Capisco il suo punto di vista, e concordo che quella sia di gran lunga la divisione più importante, sia all’interno della disciplina che tra gli operatori politici. Ma penso che ci sia più di questo.
In primo luogo, ci sono molti più antikeynesiani di quelli che Wren-Lewis sembra voler riconoscere. Gli individui della teoria del ciclo economico reale può sembrare che condividano con i neo keynesiani un linguaggio comune – ma quando si viene al punto, proprio quasi tutti loro finiscono col sostenere che non solo le misure di sostegno della spesa pubblica sono una cattiva idea, ma che non possono funzionare in via di principio. I neokeynesiani, si scopre, si erano illusi essi stessi nel credere di far parte della discussione, quando di fatto i loro sforzi per ottenere un qualche rispetto da parte dei neoclassici ed evitare i loro risolini e sussurri [2] non avevano portato a niente.
Oppure, per dirla diversamente, utilizzare un po’ delle stesse equazioni non significa avere qualcosa in comune in termini di filosofia economica ispiratrice, o che si sia determinata una qualche effettiva forma di comunicazione.
In secondo luogo, c’è un prezzo reale nel dominio dei modelli con fondamenti microeconomici: non penso che Wren-Lewis sarebbe in disaccordo, ma io probabilmente penso che quel prezzo sia maggiore di quanto non pensi lui. Direi così: l’effetto dell’insistenza per la quale ogni cosa comporta una ottimizzazione intertemporale è stato quello di scacciare tutte le forme di modellazione economica non troppo sofisticate.
Accadeva nel passato che qualcuno che voleva dare un senso ai fenomeni del mondo reale poteva abbozzare un sommario modello ad hoc derivato da assunti di comportamento plausibili, ed usare quel modello per dare una forma di interpretazione ai risultati empirici. Di questi tempi, tuttavia, non è consentito pubblicare roba di questo genere. Forse, potete pubblicare lavori empirici. Ma ci sono solo due modi nei quali vi è permesso di interpretarli: o vi limitate ad una esposizione verbale più o meno vaga, con il che evitate di finire nei guai, oppure dovete stendere in tutti i modi una modellazione intertemporale [3], che spesso finisce col distogliervi dal punto che vi interessava.
Un paio di esempi: c’è una prova empirica abbastanza forte che i moltiplicatori nella condizione dei tassi di interesse al limite dello zero valgono più di uno [4] – ed è possibile ottenere quel risultato in un modello neokeynesiano, ma solo al prezzo di renderlo abbastanza ingombrante. Oppure si pensi alla stagnazione secolare: c’è ancora stato alcun modello neokeynesiano corrispondente a quell’idea? Penso di potere individuare alcuni modi per farlo (ehi, quand’è necessario sono abbastanza bravo in queste cose), ma sarebbe una sofferenza, e la gente finirebbe per intestardirsi su dettagli poco rilevanti. Nel frattempo, la discussione sino a questo punto è quasi interamente nei termini di una esposizione informale, perché i modelli non sofisticati del genere di IS-LM, che sono naturali in questo contesto, non son più considerati rispettabili.
Dunque, il mio argomento sarebbe che, in modi importanti, lo stile neokeynesiano, con la sua insistenza su (una particolare forma di) rigore ha effettivamente abbassato il livello del confronto, rendendo non rispettabile l’utilizzo di modelli di media cultura anche in contesti nei quali essi erano probabilmente il modo migliore per procedere.
Quel punto di vista, penso, definisce quello che intendo con neo paleo keynesismo. Rivoglio le mie ricerche ad hoc – non come un approccio esclusivo, ma almeno ammissibile. E questa non è una cosa da poco, considerata la quasi totale esclusione dei modelli non sofisticati dalla macroeconomia accademica dei trent’anni passati.
[1] “Middlebrow” significa “di media cultura” o anche “conformista”; ma in questo caso si intende qualcosa che cerca di utilizzare metodologie semplici ma utili, non inutilmente sofisticate.
[2] L’espressione sui “risolini e bisbigli” risale a Robert Lucas, che aveva in passato decretato che quella era ormai la accoglienza che negli ambienti accademici veniva riservata alle teorie keynesiane.
[3] Credo che K. scriva “full Monty” con la “m” maiuscola, per un ironico riferimento al famoso film di Uberto Pasolini del 1997, che in italiano venne tradotto con “Squattrinati organizzati” (ma per fortuna venne anche lasciata l’espressione inglese originaria). Il termine ha origini controverse, ed il significato che ha assunto lo potremmo tradurre con “Tutto quello che ci vuole”. Il film utilizzava quella espressione per rappresentare la storia di due proletari britannici che si risolvono a fare gli spogliarellisti per rimediare al loro collasso economico, peraltro con notevole successo. Probabilmente, in questo caso K. utilizza la maiuscola in riferimento a quel film, ed alla necessità – nel paragone con gli economisti ‘empirici’ di cui sta parlando – di fare proprio di tutto per essere accolti dalla cultura accademica.
[4] Il tema del valore del moltiplicatore nella situazione di crisi in corso, ha nel recente passato assunto un significato anche politico di prima grandezza, quando il FMI ha riconosciuto che misurare gli effetti dell’austerità utilizzando una stima del moltiplicatore inferiore alla unità poteva aver indotto a notevoli abbagli nella previsione degli effetti negativi della diminuzione della spesa pubblica sulle economie. Questo, ad esempio, fu il caso delle previsioni sull’andamento dell’economia greca, dove si sottovalutarono fortemente tali effetti, che pure erano stati posti alla base dei ‘diktat’ della cosiddetta Troika.
febbraio 7, 2014
Feb 7, 10:15 am
I’ve just praised Dave Weigel for his take on CBOghazi, the media debacle over health reform and employment. Let me now give an example of how even someone as good and skeptical as Weigel can be (slightly) taken in by right-wing spin. In another fine piece on the health-employment link, Weigel mentions states with falling unemployment, including North Carolina — and appropriately is skeptical about claims for NC’s success. But not skeptical enough! In his footnote he writes:
The unemployment insurance disaster in that state is a related story—part of the rise in employment numbers is due to people accepting lower-paying jobs than they otherwise would have, because state-feds disagreement has throttled UI.
Not quite — because employment in North Carolina hasn’t actually shown any upward bump. Here’s employment in NC and the nation as a whole:
Nothing distinctive here. What is distinctive is what has happened to the NC labor force:
There has been a sharp drop in the NC labor force, probably in large part because workers who could no longer get unemployment benefits — which require that you search actively for work — gave up on what they knew was a hopeless quest.
The point is that to the extent that there has been a distinctive drop in North Carolina’s measured unemployment rate, it has to do with reduced job search rather than increased employment.
La storia del Nord Carolina
Ho appena elogiato David Weigel per la sua posizione sulla ‘Bengasi del CBO’ [1], la debacle dei media sulla riforma sanitaria e l’occupazione. Lasciatemi ora fornire un esempio di come anche uno così bravo e non semplicistico come Weigel possa essere (leggermente) preso dalla manipolazione della destra. In un altro bell’articolo collegato con il tema della sanità e dell’occupazione, Weigel cita gli Stati nei quali la disoccupazione sta scendendo, includendo il Nord Carolina – ed egli è appropriatamente scettico sulle pretese di successo di quello Stato. Ma non è scettico abbastanza! In una nota a fondo di pagina, scrive:
“Il disastro della assicurazione di disoccupazione in quello Stato è una storia connessa – parte della crescita dei dati sull’occupazione è dovuta alle persone che accettano posti di lavoro con paghe più basse di quelle che potrebbero avere, perché i mancati accordi tra lo Stato e il governo federale hanno ristretto l’indennità di disoccupazione.”
Non proprio – perché l’occupazione nel Nord Carolina non ha per la verità mostrato alcuno strappo verso l’alto. Ecco il dato sull’occupazione nel Nord Carolina e nella nazione nel suo complesso:
Non appare alcuna particolare differenza. L’aspetto distintivo è quello che è successo alla forza lavoro del Nord Carolina:
C’è stata una brusca caduta [2] nella forza lavoro del Nord Carolina, probabilmente in gran parte a causa del fatto che i lavoratori che non potevano più ottenere i sussidi di disoccupazione – la qualcosa richiede che si vada attivamente in cerca di lavoro – hanno rinunciato a quella che sapevano essere una ricerca senza speranza.
Il punto è che nella misura in cui c’è stata una caduta rilevante nel tasso di disoccupazione accertato nel Nord Carolina, essa è dipesa di una ridotta ricerca di lavoro piuttosto che da una occupazione accresciuta.
[1] Vedi nota 1 sul penultimo post.
[2] Il dato del Nord Carolina è quello blu, mentre il rosso è il dato complessivo nazionale.
febbraio 7, 2014
Feb 7, 9:54 am
David Glasner has a thoughtful post about wage stickiness, a favorite topic of mine. And he is partially right in suggesting that there has been a bit of a role reversal regarding the role of sticky wages in recessions: Keynes asserted that wage flexibility would not help, but Keynes’s self-proclaimed heirs ended up putting downward nominal wage rigidity at the core of their analysis. By the way, this didn’t start with the New Keynesians; way back in the 1940s Franco Modigliani had already taught us to think that everything depended on M/w, the ratio of the money supply to the wage rate.
That said, wage stickiness plays a bigger role in The General Theory — and in modern discussions that are consistent with what Keynes said — than Glasner indicates.
For one thing, even Keynes said that there were circumstances in which monetary policy could do the job of stabilizing the economy, and that the reason this could work was the stickiness of wages:
During the nineteenth century, the growth of population and of invention, the opening-up of new lands, the state of confidence and the frequency of war over the average of (say) each decade seem to have been sufficient, taken in conjunction with the propensity to consume, to establish a schedule of the marginal efficiency of capital which allowed a reasonably satisfactory average level of employment to be compatible with a rate of interest high enough to be psychologically acceptable to wealth-owners. There is evidence that for a period of almost one hundred and fifty years the long-run typical rate of interest in the leading financial centres was about 5 per cent, and the gilt-edged rate between 3 and 3½ per cent; and that these rates of interest were modest enough to encourage a rate of investment consistent with an average of employment which was not intolerably low. Sometimes the wage-unit, but more often the monetary standard or the monetary system (in particular through the development of bank-money), would be adjusted so as to ensure that the quantity of money in terms of wage-units was sufficient to satisfy normal liquidity-preference at rates of interest which were seldom much below the standard rates indicated above.
That’s not the clearest passage in the world, but Keynes was clearly saying that in the past money mattered because of sticky w. He believed that by his own era the world had entered secular stagnation and a persistent liquidity trap, but that’s a different matter.
But there’s another point: even if you don’t think wage flexibility would help in our current situation (and like Keynes, I think it wouldn’t), Keynesians still need a sticky-wage story to make the facts consistent with involuntary unemployment. For if wages were flexible, an excess supply of labor should be reflected in ever-falling wages. If you want to say that we have lots of willing workers unable to find jobs — as opposed to moochers not really seeking work because they’re cradled in Paul Ryan’s hammock — you have to have a story about why wages aren’t falling.
So sticky wages are an important part of both old and new Keynesian analysis, not because wage cuts would help us, but simply to make sense of what we see.
Situazioni vischiose
David Glasner pubblica un post riflettuto sulla vischiosità dei salari, uno dei miei temi favoriti. Ed ha in parte ragione nel dire che c’è stato un po’ un rovesciamento di ruolo a proposito della funzione dei salari rigidi nelle recessioni: Keynes pensava che la flessibilità dei salari non avrebbe aiutato, ma i sedicenti eredi di Keynes hanno finito col collocare la rigidità dei salari nominali verso il basso al centro della loro analisi. Per inciso, questo non è cominciato con i neo keynesiani; nei passati anni ’40 Franco Modigliani ci aveva già insegnato a pensare che ogni cosa dipendeva da M/w, il rapporto dell’offerta di moneta con il saggio salariale.
Ciò detto, la vischiosità gioca un ruolo più grande nella Teoria Generale – e nei dibattiti contemporanei che sono coerenti con quello che Keynes disse – rispetto a quello che Glasner indica.
Per un aspetto, persino Keynes sostenne che c’erano circostanze nelle quali la politica monetaria poteva svolgere la funzione di stabilizzare l’economia, e che la ragione per la quale questo poteva funzionare era la rigidità dei salari:
“Durante il diciannovesimo secolo, la crescita della popolazione e delle scoperte, l’aprirsi di nuovi territori, la condizione della fiducia e la frequenza delle guerre, nella media si può dire di ogni decennio, sembra siano state sufficienti, considerate assieme alla propensione al consumo, a stabilire un modello di efficienza marginale del capitale che ha permesso ad un livello medio ragionevolmente soddisfacente di occupazione di essere compatibile con un tasso di interesse sufficiente per essere accettato dai possessori di ricchezza. C’è la prova che per quasi un periodo di centocinquanta anni il tipico tasso di interesse a lungo termine nei centri finanziari di riferimento sia stato attorno al 5 per cento, ed il tasso dei tagli aurei [1]tra il 3 ed il 3,5 per cento; e che questi tassi di interesse siano stati abbastanza modesti da incoraggiare un tasso di investimento coerente con una occupazione media che non è stata intollerabilmente bassa. Talvolta l’unità di salario, ma più spesso lo standard monetario o il sistema monetario (in particolare attraverso lo sviluppo della moneta bancaria), sarebbero state adeguate in modo da assicurare che la quantità di denaro in termini di unità salariali fosse sufficiente a soddisfare la normale preferenza per la liquidità a tassi di interesse che raramente finivano al di sotto dei tassi standard indicati sopra.”
Non sono espressioni tra le più chiare, ma Keynes stava chiaramente dicendo che nel passato la moneta era importante a causa di salari vischiosi. Egli credeva che nell’epoca sua il mondo era entrato in una stagnazione secolare e in una persistente trappola di liquidità, ma questa è una faccenda diversa.
Ma c’è un altro punto: se anche non pensate che la flessibilità dei salari nella attuale situazione sarebbe di aiuto (e come Keynes, io penso che non lo sarebbe), i keynesiani hanno ancora bisogno di una spiegazione del genere di quella della vischiosità dei salari per fare in modo che i fatti siano coerenti con la disoccupazione involontaria. Perché se i salari fossero flessibili , una offerta in eccesso di lavoro dovrebbe riflettersi in salari in continua caduta. Se volete sostenere che abbiamo una quantità di lavoratori che hanno la volontà ma non riescono a trovare lavoro – all’opposto dei parassiti che realmente non cercano lavoro perché si cullano sull’amaca di Paul Ryan [2] – dovete avere una spiegazione della ragione per la quale i salari non stanno scendendo.
Dunque, i salari vischiosi sono una parte importante sia della vecchia che della nuova analisi keynesiana, non perché i tagli salariali ci sarebbero utili, ma semplicemente per restituire significato a quello che constatiamo.
[1] Si indicano con questa espressione alcuni bond delle nazioni di lingua inglese (Regno Unito ed ex Commonwealth, come India e Sudafrica), e il termine deriva dalla denominazione di “gilt” a particolari titoli su debito britannici, caratterizzati dal loro grado elevato di sicurezza, di minor rischio, e dunque anche di minore rendimento.
[2] Il riferimento è ad una famigerata espressione del repubblicano Ryan, secondo la quale la disoccupazione sarebbe sostanzialmente volontaria, perché il sistema assistenziale funzionerebbe come una “amaca” che ‘culla’ i lavoratori nello stato assistenziale.
In sintesi, dunque, il pensiero è questo: i keynesiani hanno bisogno di una spiegazione che risalga alla rigidità/vischiosità dei salari, perché altrimenti la loro tesi – di una disoccupazione involontaria – non spiegherebbe perché a fronte di una disoccupazione realmente non evitabile, i salari non scendano. E’ chiaro che per ‘salari vischiosi’ si intende salari che tendono a non scendere, a restare ai loro livelli nominali, anche se la situazione di depressione dell’economia suggerirebbe il contrario. E, appunto, questa tendenza alla rigidità dei salari nominali fu uno dei motivi della riflessione keynesiana, sin dalle prime pagine della Teoria Generale. Quella rigidità mostrava che la ripresa non poteva facilmente avvenire attraverso la stimolazione di salari più bassi, semplicemente perché rinunciare a quote di salario nominale non era affatto una prassi per i lavoratori o per i sindacati, e in fondo non era e non è neanche una prassi così semplice per i datori di lavoro.
febbraio 7, 2014
Feb 7, 9:25 am
Dave Weigel looks at the disastrous initial media handling of the CBO report — CBOghazi, hah! — and addresses one of my pet peeves: reporting that skips right past the actual policy issues to speculation about how they will play politically. I think of this as “second-order” reporting, and it’s almost always a bad thing.
I wrote about this during the 2004 campaign, when I actually did some painful research, wading through two months of TV news transcripts. What I found:
Mr. Kerry proposes spending $650 billion extending health insurance to lower- and middle-income families. Whether you approve or not, you can’t say he hasn’t addressed the issue. Why hasn’t this voter heard about it?
Well, I’ve been reading 60 days’ worth of transcripts from the places four out of five Americans cite as where they usually get their news: the major cable and broadcast TV networks. Never mind the details – I couldn’t even find a clear statement that Mr. Kerry wants to roll back recent high-income tax cuts and use the money to cover most of the uninsured. When reports mentioned the Kerry plan at all, it was usually horse race analysis – how it’s playing, not what’s in it.
Now, it pains me to admit it, but by and large reporting on policy issues actually has gotten better since then. But you still see the old, lazy style pop up now and then. In this case, I suspect that one main reason reporters slid back was to cover their own embarrassment at initially getting the substance wrong. But it’s still worth saying that this is the wrong way to go.
Weigel actually makes a point beyond the one I made back in 2004. Not only does second-order reporting deny readers/viewers the information they should be getting; the truth is that nobody knows how any particular news item will play politically.What the political scientists tell us, in fact, is that most of what gets reported on in political journalism matters not at all: elections are primarily determined by economic developments and occasionally war, not by gaffes and all that. So reporting on the journalist’s view of how the perceptions of a budget document will affect the next election is a purely destructive action: not only does it divert scarce time and resources from reporting on the actual policy issue, it has zero value even in its ostensible goal of predicting future political developments.
I’m not against all political reporting: it has to be done, and colorful anecdotes are part of what motivates people to read newspapers. But substance should always come first. And if reporters don’t understand the substance well enough — if they don’t know enough about the economics of health reform to tell the difference between job loss and reduced labor supply — they should defer to or consult with someone who does before writing.
Giornalismo di second’ordine
Dave Weigel osserva la disastrosa gestione iniziale da parte dei media del rapporto del CBO – proprio una specie di Bengasi del CBO! [1] – e si rivolge ad uno dei miei argomenti favoriti: un giornalismo che salta proprio a piè pari i temi di sostanza della politica, per speculare su come essi giocheranno nella partita politicista [2]. Penso che si tratti di un giornalismo di second’ordine, ed è quasi sempre una cosa negativa.
Scrissi su questo durante la campagna presidenziale del 2004, quando feci effettivamente una faticosa ricerca, passando in mezzo a due mesi di trascrizioni di notiziari televisivi. Ecco cosa trovai:
“Il signor Kerry propone di spendere 650 miliardi di dollari per estendere l’assicurazione sanitaria alle famiglie con i redditi medi e più bassi. Che siate o meno d’accordo, non potete dire che non abbia affrontato le questione. Perché questo elettore non ne aveva sentito parlare?
Ebbene, mi sono letto l’equivalente di trascrizioni da quattro emittenti su cinque che gli americani citano come le trasmissioni dalle quali normalmente ricevono le loro notizie; le reti importanti delle televisioni via cavo e via etere. I dettagli non sono importanti – non ho potuto trovare nemmeno una chiara dichiarazione secondo la quale Kerry vuole ridurre i recenti sgravi fiscali sui redditi alti ed usare quel denaro per dare copertura a gran parte dei non assicurati. Quando i resoconti menzionavano in qualche modo il programma di Kerry, si trattava normalmente di una analisi come alle corse di cavalli – che effetto stanno facendo, non cosa sono in se stessi.”
Ora, mi addolora ammetterlo, ma i resoconti sui temi politici sono in verità diventati migliori da allora. Ma si può ancora constatare il vecchio, pigro stile saltar fuori qua e là. Suppongo che la principale ragione per la quale i giornalisti sono scivolati indietro sia stata per coprire il loro imbarazzo nell’avere inizialmente inteso la sostanza in modo sbagliato. Eppure è il caso di dire che non è questo il modo di procedere.
Effettivamente, Weigel pone una questione che va oltre quello che io scrissi nel 2004. Non solo un giornalismo di second’ordine in sostanza nega ai lettori/osservatori l’informazione che dovrebbero ottenere; la verità è che nessuno sa come un qualsiasi articolo di notizie giocherà sul piano politico. Quello che gli scienziati della politica ci dicono, è che gran parte delle cose di ciò che viene riportato dal giornalismo politico non ha alcuna importanza: le elezioni sono principalmente determinate dagli sviluppi economici e in certi casi dalle guerre, non dalle gaffe o da cose del genere. Dunque un resoconto sulla base del punto di vista del giornalista su come le percezioni di un documento di bilancio influenzeranno le prossime elezioni è una iniziativa puramente distruttiva: non solo essa distrae tempo e risorse limitate dall’informare sui temi politici effettivi, ha anche un valore nullo nel suo apparente obbiettivo di prevedere sviluppi politici futuri.
Io non sono contrario a tutti i servizi giornalistici sulla politica; ci devono essere, e aneddoti coloriti sono in parte quello che motiva la gente a leggere i giornali. Ma la sostanza dovrebbe sempre venire per prima. E se i cronisti non afferrano la sostanza in modo adeguato – se non conoscono abbastanza l’economia della riforma sanitaria per raccontare la differenza tra il perdere posti di lavoro e ridurre l’offerta di lavoro – dovrebbero differire o consultare qualcuno che conosce le cose prima di scrivere.
[1] Espressione che K. di recente declina in vari modi e che prende spunto dalla polemica repubblicana dopo i fatti di Bengasi e l’assalto alla sede diplomatica americana. Ovvero, una vicenda che si è giocata sulla iniziale convinzione che il rapporto del CBO fosse il ‘de profundis’ della riforma di Obama; salvo che quella convinzione sta un po’ alla volta scemando. Tutti gli argomenti che sembrano alla destra formidabili e poi si sfarinano sono casi di “bengasizzazione”.
[2] “Policy” è soprattutto la politica dei programmi, delle linee politiche e delle scelte sostanziali; ‘politics’ è soprattutto la politica della relazioni, dei rapporti tra i partiti e le persone. Nel primo caso lo stesso sostantivo ‘policy’ si usa in forma aggettivale (“policy maker”); nel secondo caso l’aggettivo è “political” e l’avverbio “politically”. Noi tendiamo ad usare il termine ‘politica’ per entrambe le sottolineature; se proprio ci siamo costretti parliamo nel secondo caso di ‘politicismo’.
febbraio 6, 2014
Feb 6, 9:40 am
Ryan Cooper writes about possibilities for a deal that actually does something to boost the economy. He suggests that with the deficit obsession fading, Democrats can go back to the old formula of spending increases in return for tax cuts — the formula that gave us, for example, the Children’s Health Insurance Program in the late 1990s.
I don’t buy it, basically because I believe you need to play the political economy long game. Starve the beast is still out there as a strategy; conservatives still push tax cuts in part because they expect, probably rightly, that this will tilt the balance toward cuts in the safety net the next time the deficit becomes a big issue. Don’t you think federal spending would be significantly higher now if the Bush tax cuts had never been passed?
But Cooper in passing reminds me of something I wrote during the depths of oh-my-God-90-percent-debt enthusiasm. As Cooper suggests, way back then I made all the key anti-debt-panic arguments that would be vindicated in 2013 — which is not so much a comment on my own perspicacity as it is a comment on how easy it was to see the flaws in the debt-panic argument right from the beginning, never mind the spreadsheet.
And following the link from my post to the article that inspired it, I see a reminder of what was really going on before the debt scolds tried to rewrite history. These days, they always insist that they weren’t arguing for short-run fiscal austerity. Oh yes they were: in the linked article, Ken Rogoff explicitly attacks those who wanted to maintain fiscal stimulus, and ridicules those suggesting that pursuing fiscal consolidation “risks throwing already weak economies into double-dip recessions, or even a sustained depression.”
Um, Europe?
The point is that it was or should have been obvious way back in 2010 both that debt panic was unjustified and that it was helping to rationalize policies that would be very destructive.
Memorie dell’austerità
Ryan Cooper scrive sulle possibilità di una intesa che effettivamente faccia qualcosa per incoraggiare l’economia. Suggerisce che con lo svanire della ossessione sul deficit, i Democratici possano tornare alla vecchia formula degli incrementi di spesa pubblica in cambio di sgravi fiscali – la formula che ci diede, ad esempio, il Programma per la Assicurazione Sanitaria dei Bambini negli ultimi anno ’90.
Siccome fondamentalmente credo che si debba giocare la lunga partita della linea di politica economica, non mi convince. ‘Affamare la bestia’ [1] , fuori di qua, è ancora una strategia; i conservatori premono ancora per tagli alle tasse perché si aspettano, probabilmente a ragione, che questo farà pendere l’equilibrio verso tagli alle reti della sicurezza sociale, la prossima volta che i deficit diventeranno un tema fondamentale. Non pensate che la spesa pubblica federale sarebbe più alta oggi, se gli sgravi fiscali di Bush non fossero mai stati approvati?
Ma Cooper di passaggio mi ricorda che io scrissi qualcosa nei momenti peggiori dell’entusiasmo per le teorie sulla “terribile soglia del 90 per cento del debito” [2]. Come Cooper indica, molto tempo fa io avanzai tutti i fondamentali argomenti contro il panico da debito che sarebbero stati confermati nel 2013 – il che non è tanto un commento sulla perspicacia del sottoscritto, quanto un commento su quanto fosse facile vedere sin dagli inizi i difetti nella argomentazione del panico da debito, a prescindere dagli errori sui fogli elettronici [3].
E seguendo la connessione dal mio post con l’articolo che lo ispirava, ho visto un ricordo di quanto stava realmente accadendo prima che le Cassandre del debito cercassero di riscrivere la storia. In questi giorni, costoro ribadiscono di continuo che non si stavano esprimendo per una austerità della finanza pubblica a breve termine. Eccome se lo facevano: nell’articolo collegato, Ken Rogoff esplicitamente attaccava coloro che volevano mantenere lo stimolo della spesa pubblica, e metteva in ridicolo coloro che suggerivano che perseguire il consolidamento delle finanze pubbliche “(rischiava) di gettare economie già deboli in un recessione ripetuta, o persino in una prolungata depressione.”
Si intendeva qualcosa come l’Europa [4]?
Il punto è che era o dovrebbe essere stato evidente sin dal 2010 sia che il panico del debito era ingiustificato, sia che esso stava aiutando a razionalizzare politiche che sarebbero state distruttive.
[1] “Affamare la bestia” è la definizione cruda che è stata data della strategia di riduzione delle tasse dei conservatori. Ridurre le tasse e le entrate sarebbe la strada per mettere in crisi lo Stato sociale e costringere ad una soppressione o revisione sostanziale dei suoi programmi. La “bestia”, dunque, sarebbe lo stato assistenziale.
[2] Il riferimento è ad un post su questo blog del 21 luglio 2010 (“Note su Rogoff”), con il quale Krugman avviava la sua polemica contro la nota tesi di Reinhart-Rogoff sulla soglia ‘fatale’ del debito al 90 per cento del PIL. Rileggere quel post è interessante, perché in sostanza esso prendeva le mosse da un forte apprezzamento per alcuni lavori fondamentali di Rogoff, mentre criticava nettamente l’adesione più recente di quell’economista alle ossessioni per il debito troppo elevato; peraltro fissato ad un livello – il 90% – che era stato abbastanza frequente nella storia ed era significativamente vicino alla prestazione statunitense (cosicché, in pratica, se quella soglia era terribile, una politica in qualche modo di austerità era a quel punto l’unica possibile). Quando poi scoppiò la vicenda degli “errori” commessi da Reinhart e Rogoff nel saggio nel quale si esplicitavano queste posizioni, la polemica divenne anche più aspra.
Scorrendo gli archivi di “Fataturchina” si ritrovano tutti quegli interventi successivi, sul blog e sul New York Times.
[3] Ovvero, a prescindere dalla vicenda degli errori materiali e logici che vennero successivamente accertati sullo studio di Rogoff.
[4] La tabella è relativa all’andamento della disoccupazione. Dunque, in questo caso le “due punte” della recessione (“double dip recession”) si leggono nei due picchi verso l’alto, del 2008-2009 e del 2011 e seguenti.
febbraio 6, 2014
Feb 6, 9:19 am
I had some fun (for weird econonerd values of “fun”) yesterday thinking through the interesting possibility that our pre-Obamacare health system created a “reverse notch” that induced some people to work too much. But I think I should step back and talk about the broader issue here.
So the CBO estimates that the incentive effects of the ACA will lead to a voluntary reduction in labor supply of around 1 1/2 percent, the equivalent of 2 million full-time jobs. Labor compensation would fall less, around 1 percent, because the reduction in hours would be skewed toward the less well paid. Although they don’t say this, we would expect potential GDP to fall by roughly the same amount (assuming wages more or less reflect marginal productivity); since compensation is about 55 percent of GDP, this would mean reducing potential GDP by a bit over 0.5 percent.
That’s not a very big number — nothing like the claims you hear on the right that Obamacare is bringing economic doom. Even so, however, it’s a clear overstatement of the true economic costs of the program.
Why? Because when workers voluntarily withdraw 1 percent of their hours, it’s very different from what happens when 1 percent of workers lose their jobs and become involuntarily unemployed.
When workers lose their jobs, it’s almost always a terrible experience: not only does it cause financial hardship, it eats away at the soul. Every study I’ve seen says that the effects of unemployment on perceived welfare are vastly greater than you can explain simply as a result of the loss of income. So the true cost of 2 million workers laid off is huge, much more than the GDP loss.
When workers choose to work less, by contrast, they presumably do so because they gain something that is, to them, worth more than the foregone income: more time with their children, an earlier retirement, etc.. Now, in making these choices they won’t take into account the spillovers to the rest of society that come from their paying less in taxes or receiving more in benefits; so you probably don’t want to think of the reduction in labor supply as a net economic good. But it’s surely a smaller cost than the headline effect on GDP.
A somewhat educated guess (I’m thinking of the de facto marginal tax rate on lower-income workers, which for the wonks out there is the only source of first-order welfare effects from a small change in labor supply) is that the net economic losses from the kind of labor supply effect CBO analyzes are on the order of 0.3 percent of GDP.
Oh, and that’s in the long run. In the next few years, with the economy still depressed, it’s all positive: reduced work by some will open up job opportunities for others, and higher incomes for beneficiaries will mean higher overall employment.
But back to the long run: Even if CBO is completely right about labor supply, we’re really talking about a very small economic cost here for a huge social benefit — giving Americans the assurance that they’ll be able to afford essential health care.
Offerta di lavoro e il significato della vita
Ieri mi sono un po’ divertito (nel bizzarro significato che i fanatici dell’economia danno al termine “divertimento”) a ragionare sulla interessante possibilità che il sistema sanitario precedente alla riforma della assistenza di Obama avesse creato una “soglia inversa”, che induceva alcune persone a lavorare troppo. Ma penso che in questo caso dovrei fare un passo indietro e parlare della questione più in generale.
Dunque, il CBO stima che gli effetti di incentivazione della legge di riforma porteranno ad una volontaria riduzione nell’offerta di lavoro di circa l’1,5 per cento, equivalente a due milioni di posti di lavoro a tempo pieno. I compensi al lavoro scenderebbero di meno, di circa l’1 per cento, perché la riduzione in ore verrà indirizzata verso coloro che sono pagati peggio. Sebbene essi non lo dicano, si aspettano che il PIL potenziale cada di circa la stessa entità (assumendo che i salari riflettano più o meno la produttività marginale); dal momento che i compensi sono circa il 55 per cento del PIL, questo significherebbe una riduzione del PIL potenziale di un po’ più dello 0,5 per cento.
Non è davvero una cifra rilevante – niente a che fare con le affermazioni che si sono sentite a destra secondo le quali la riforma di Obama sta comportando una rovina economica. Anche così, tuttavia, si tratta di una chiara sopravvalutazione degli effettivi costi economici del programma.
Perché? Perché quando i lavoratori riducono l’1 per cento delle loro ore di lavoro, è molto diverso da quello che accade quando l’1 per cento dei lavoratori perde i propri posti di lavoro e diventa involontariamente disoccupato.
Quando i lavoratori perdono il loro posto, è quasi sempre una esperienza terribile: non solo essa provoca difficoltà economiche, incide sull’animo delle persone. Ogni studio che ho visto dice che gli effetti della disoccupazione sul benessere percepito sono assai più grandi di quello che si può spiegare semplicemente come perdita di reddito. Dunque il costo effettivo di due milioni di licenziati è vasto, molto più vasto della perdita in termini di PIL.
Quando i lavoratori scelgono di lavorare di meno, all’opposto, presumibilmente lo fanno perché guadagnano qualcosa che, secondo loro, vale di più del reddito sacrificato: più tempo con i loro figli, un pensionamento anticipato, etc. Ora, nel fare queste scelte essi non metteranno nel conto le ricadute sul resto della società in tasse o nel ricevere maggiori sussidi che deriveranno dall’essere pagati di meno; cosicché è probabile che non si debba pensare che la riduzione nell’offerta di lavoro sia un bene, in termini economici netti. Ma è sicuramente un costo più piccolo dell’effetto di intestazione sul PIL [1].
Una stima in qualche modo ragionata (sto pensando alla aliquota marginale di fatto sui lavoratori con redditi più bassi, che per gli esperti in circolazione è l’unica fonte degli effetti principali sul welfare di un piccolo cambiamento dell’offerta di lavoro) è che le perdite economiche nette del genere dell’effetto sull’offerta di lavoro che il CBO analizza siano nell’ordine dello 0,3 per cento del PIL.
Inoltre, questo riguarda il lungo periodo. Nei prossimi anni, con un’economia ancora depressa, gli effetti saranno del tutto positivi: una riduzione del lavoro da parte di alcuni aprirà occasioni di lavoro per altri, ed i redditi superiori dei beneficiari comporteranno una occupazione complessiva più elevata.
Ma torniamo al lungo periodo: anche se il CBO avesse completamente ragione sull’offerta di lavoro, in questo caso stiamo parlando realmente di un costo economico molto piccolo in cambio di un beneficio sociale ampio – dare agli americani la sicurezza di essere nelle condizioni di sostenere l’assistenza sanitaria di base.
[1] Non saprei se in questo caso “headline” debba essere inteso nel significato più usuale (“titolo, intestazione”), o nel suo significato più implicito, che in fondo allude ad un operazione di sintesi, ad un sommario. Ma in fondo il significato sarebbe lo stesso.
febbraio 5, 2014
Feb 5, 3:31 pm
What with the fuss over the CBO estimates of employment effects of health reform — Appendix C — everyone seems to have overlooked Appendix B, on the reform’s effects in doing what it was supposed to do: cover the uninsured. How has the disastrous initial rollout affected CBO’s projections about reform’s near future?
Here’s the answer:
Oh noes! The exchanges will cover 6 million people, not the 7 million we expected! The number of uninsured will fall 13 million, not 14 million!
In short, CBO thinks that reform has been only mildly set back by the healthcare.gov mess, that at this point it’s going pretty well. And by the way, these are predictions we’ll be able to test in real time, unlike the labor force estimates, which will get lost in statistical noise.
Per il CBO la riforma sanitaria è OK
Quello che sembra sfuggito a tutti, con l’agitazione sulle stime del CBO [1] sugli effetti sull’occupazione delle riforma sanitaria (Appendice C), è l’Appendice B, sugli effetti della riforma nel fare quello che si suppone faccia: dare una copertura ai non assicurati. Come l’avvio disastroso ha influenzato le previsioni del CBO sul futuro prossimo della riforma?
Ecco la risposta:
Che disastro! [2] Le ‘borse’ daranno copertura a sei milioni di persone, non ai sette che ci si aspettava! Il numero dei non assicurati cadrà di 13 milioni, non di 14!
In poche parole, il CBO pensa che la riforma sia stata ostacolata solo leggermente dal disastro del sistema informatico governativo, che a questo punto sta andando abbastanza bene. E, per inciso queste sono previsioni che potremo accertare in tempo reale, diversamente dalle stime sulla forza lavoro, che si perderanno nel frastuono statistico.
[1] Congressional Budget Office. Vedi anche le note sulla Traduzione.
[2] “Oh noes” è la massima espressione di sconcerto, e ‘noes’ e il plurale di ‘no’.
febbraio 5, 2014
February 5, 2014, 10:55 am
OK, this discussion of the CBO report on labor supply effects of health reform has given me a professional itch I need to scratch — I won’t rest easy until I’ve done some funny diagrams showing how pre-reform work hours could have been too high, so that a reduction of labor supply is actually a move in the right direction.
Also, it’s fun to do this kind of thing once in a while. And I suspect that my background in old-fashioned trade theory — the analysis here has a lot in common with general-equilibrium analysis of tariffs — gives me a, well, comparative advantage here.
So, assume we have an economy in which labor is the only input, and all workers are identical. (I know, why would you have a welfare state? But bear with me.) In that case competitive equilibrium will look like this:
Competitive equilibrium.
Here TT is the tradeoff between consumption and leisure for a representative worker, reflecting productivity, and the blue arc is an indifference curve representing tastes. In equilibrium everything is efficient; the worker is on the highest feasible indifference curve. (Again, not realistic, but just a baseline.)
The traditional view of tax-and-transfer programs is that they provide a benefit while reducing the after-tax real wage. So individual workers see themselves as facing budget lines that are steeper than the true economic tradeoff between consumption and leisure — they see less payoff to an additional hour of work than the true payoff to the economy as a whole. This distorts their choices; in equilibrium, however, the economy still ends up on TT. So it looks like this:
Tax-and-transfer: the traditional view.
The tax and transfer program leads to lower work effort, and in this simplified world where everyone is the same, reduces welfare.
But health reform isn’t stepping into a world that had no government intervention; even on health care, we had a large subsidy via the tax code for employment-based insurance. This subsidy was, however, in general only available to full-time workers — that is, workers putting in a certain minimum number of hours. What would a system like that look like? Like this:
Subsidies for full-time employees only.
Here FT is the full-time employment level of work effort; workers get a tax-free lump of health insurance if and only if they work at least that many hours. This puts a notch in their budget line right at FT, with a discrete shift to the right as soon as leisure falls to that point. And this in turn could lead to the result shown, an equilibrium in which everyone works MORE than in the efficient equilibrium in order to get that tax break.
In this situation, policy changes that subsidize insurance for those not getting it through their employers could lead to lower work hours, not by introducing distortions of incentives, but by reducing the distortion created by the notch; the result could be an economy with less labor input, lower GDP, and higher welfare.
How plausible is this? I do know a fair number of people who feel compelled to hold down full-time jobs, not for the pay, but for the insurance. There’s also the related issue of job lock. On the other hand, we have to bear in mind that we have taxes for lots of things, not just health subsidies, and that reducing work effort reduces revenue, creating another distortion.
And then, of course, there’s the point that people aren’t identical; and there’s also the point that giving people insurance isn’t the same as giving them cash, because you’re also correcting the market failures of unsubsidized and unregulated private insurance.
So it’s complicated. But the argument that work effort actually should fall, for some people, isn’t crazy, and offers the occasion for a nifty (I think) little modeling exercise.
Scrivere sul blog sulla ‘soglia’ inversa (estremamente per esperti)
E’ così, questa discussione del rapporto del CBO sugli effetti della riforma sanitaria sulla offerta di lavoro’ mi ha provocato un prurito professionale che ho bisogno di grattare – non sarò a posto finché non avrò prodotto qualche simpatico diagramma che mostri come le ore di lavoro di prima della riforma potevano essere troppo alte, cosicché una riduzione delle ore di lavoro è in verità uno spostamento nella giusta direzione.
Tra l’altro, una volta ogni tanto è divertente fare cose di questo genere. Ed ho il sospetto che i miei trascorsi nella teoria una volta di moda del commercio – in questo caso l’analisi ha molto in comune con l’analisi dell’equilibrio generale delle tariffe – mi dia in questo caso, diciamo così, una sorta di vantaggio comparativo.
Supponiamo dunque di avere un’economia nella quale il lavoro sia l’unico input, ed i lavoratori siano tutti identici (lo so, perché allora avremmo uno stato del benessere? Ma abbiate pazienza assieme a me). In questo caso un equilibrio competitivo apparirà in questo modo:
Equilibrio competitivo
Qua la linea TT è lo scambio tra consumo e tempo libero per un lavoratore rappresentativo, che riflette la produttività, e l’arco blu è una curva di indifferenza [1] che rappresenta i gusti. In una condizione di equilibrio tutto (ogni punto della curva) è efficiente; il lavoratore è sulla curva di indifferenza più alta praticabile (anche questo non è realistico, ma è solo un punto di riferimento).
Il tradizionale punto di vista dei programmi basati sulla tassazione e sul trasferimento è che essi forniscono un beneficio nel mentre riducono il salario dopo le tasse. Dunque, i lavoratori individuali si ritrovano a fare i conti con linee di bilancio che sono più ripide che non il semplice scambio tra consumo e tempo libero – essi vedono minore vantaggio in un’ora di lavoro aggiuntiva rispetto al vero guadagno dell’economia nel suo complesso. Questo distorce le loro scelte; in una condizione di equilibrio, tuttavia, l’economia ancora si ritrova sulla linea TT. Dunque, appare in questo modo:
Tassazione e trasferimenti: il punto di vista tradizionale
Il programma basato sulla tassazione e sui trasferimenti conduce ad uno sforzo di lavoro minore, e in questo mondo semplificato dove tutti sono uguali, riduce l’assistenza collettiva.
Ma la riforma sanitaria non va ad operare in un mondo nel quale non esisteva alcun intervento del Governo; anche sulla assistenza sanitaria, avevamo un ampio sussidio tramite il codice fiscale per la assicurazione basata sull’occupazione. In generale, tuttavia, questo sussidio era disponibile soltanto per i lavoratori a tempo pieno – ovvero, i lavoratori che lavoravano un numero minimo di ore. A cosa somiglierebbe un sistema del genere? Somiglierebbe a questo:
Sussidi per i soli lavoratori a tempo pieno
In questo caso la linea FT indica il livello di sforzo lavorativo degli occupati a tempo pieno; i lavoratori ottengono un pezzo di assicurazione sanitaria esente da tasse se e solo se lavorano quel tanto di ore. Questo colloca una soglia nella loro linea di bilancio proprio sul punto FT; con un discreto spostamento verso la destra nel momento il cui la linea del tempo libero cade su quel punto. E questo a sua volta potrebbe condurre al risultato mostrato, una condizione di equilibrio nella quale ognuno lavora DI PIU’ che nella condizione di equilibrio efficiente allo scopo di ottenere quella agevolazione fiscale.
In questa situazione, i cambiamenti della politica che sussidia l’assicurazione per coloro che non la ottengono attraverso i loro datori di lavoro potrebbero portare a minori ore lavorate, non attraverso una distorsione degli incentivi, ma attraverso la distorsione creata dalla soglia: il risultato potrebbe essere una economia con minore apporto di lavoro, minore PIL e maggiore assistenza collettiva.
Come è plausibile? Io conosco per davvero un discreto numero di persone che si sentono costrette a conservare il lavoro a tempo pieno, non per la paga ma per l’assicurazione. C’è anche la questione connessa dell’essere bloccati in un posti di lavoro. D’altra parte dobbiamo tenere a mente che siamo sottoposti a tasse per una molteplicità di cose, non solo per i sussidi sanitari, e che ridurre lo sforzo lavorativo riduce le entrate, creando un’altra distorsione.
E poi, naturalmente, c’è il fatto che le persone non sono identiche; e c’è anche il fatto che dare alle persone l’assicurazione non è la stessa cosa che dare loro soldi contanti, perché nel contempo si stanno anche correggendo i difetti del mercato relativi alle assicurazioni private non sussidiate e non regolamentate.
Dunque è complicato. Ma l’argomento secondo il quale lo sforzo di lavoro potrebbe effettivamente per alcune persone scendere non è folle, e penso che offra l’occasione per un esercizio di modellistica ingegnoso.
[1] Nella scelta tra due beni – in questo caso tra consumo e tempo libero – la ‘curva di indifferenza’ indica un complesso di situazioni, che rappresentano varie propensioni di scelta tra quei due beni, che nel loro punto di contatto con la linea che connette i due beni definiscono l’equilibrio. Vale a dire che in quel punto si suppone che la sostituzione di una determinata quantità di un bene con una quantità dell’altro bene (ad esempio, più tempo libero e meno consumo) sia indifferente dal punto di vista della utilità complessiva. Ma tutti i punti di una ‘curva di indifferenza’ possono essere punti di equilibrio; se si scegliesse un punto di equilibrio più in alto sulla curva, la conseguenza sarebbe che la linea TT dovrebbe scendere da un livello più elevato del bene ‘tempo libero’ e cadere su un livello ridotto del bene ‘consumi'; se lo si scegliesse più in basso, si avrebbero più consumi e minore tempo libero.
febbraio 5, 2014
Feb 5, 9:35 am
Because I was teaching from 6 to 9 last night, I’m behind on the big wonkverse thing of the day, the new CBO report that, among other things, increases the budget office estimates of labor supply effects; it now says that affordable care will reduce labor supply by the equivalent of 2 million jobs.
That’s a valid point. And CBO, wich has been burned before on this sort of thing, really needs to be more careful in how it states things — a lot of the press ran with the headline “Obamacare costs 2 million jobs”, and it will become part of what everyone on the right “knows”, yet is totally untrue. First of all, we’re mainly talking about reduced hours rather than quitting the work force. Second, as Greg Sargent and Jonathan Cohn try to explain, we’re talking about a voluntary, supply-side response here — people choosing to work less — not about job destruction.
Still, don’t we have a problem with incentive effects here? Maybe, but maybe not. I’ll write this up at greater length later, but the basic point here is that we started with a system in which incentives were already strongly distorted by the deductibility of employer-paid health insurance premiums. This was a significant benefit, but one in general available only to full-time workers.
The result was to create something like the infamous “notches” sometimes created by welfare state benefits — but in reverse. The traditional notch comes when, say, housing subsidies are available as long as you’re below 150 percent of the poverty line — which means that you have a strong disincentive to move your income from slightly below to slightly above that threshold. What we had here was, instead, a system in which subsidies were available only if you worked more than a certain amount, surely leading some people to work more than they would have wanted to otherwise.
And that’s not a hypothetical — I know a fair number of people in just that situation. I also know some people in “job lock” — feeling trapped in their current job because they aren’t sure they could get implicitly subsidized health insurance if they moved.
Does the reverse notch plus job lock mean that the CBO’s estimate of work reduction (NOT job loss) actually represents a gain in welfare? It might or might not — the traditional tradeoffs surely apply to many workers too. But you don’t want to assume that it’s obviously a bad thing. Health reform isn’t an intervention in a previously undistorted economy; you might say that it replaces one set of distortions with a different set of distortions.
And the one thing that remains clear is that it will be a big plus for the people who most need help.
La riforma di Obama e la “soglia” inversa
Poiché dalle 18 alle 21 della sera scorsa stavo insegnando, sono in ritardo sul grande ingorgo informatico [1] della giornata, il nuovo rapporto del Congressional Budget Office che, tra le altre cose, innalza le stime dell’Ufficio del Bilancio sugli effetti sull’offerta di lavoro; esso ora dice che l’assistenza sostenibile (legge della) ridurrà l’offerta di lavoro per l’equivalente di 2 milioni di posti di lavoro.
Si tratta di un argomento fondato. Ed il CBO, che già in precedenza si è scottato su cose di questo genere, ha veramente bisogno di stare più attento quando fa certe affermazioni – gran parte della stampa si è precipitata con il titolo “La riforma di Obama costa due milioni di posti di lavoro” [2], e ciò diventerà un aspetto di quello che ognuno a destra “sa con certezza”, pur essendo completamente falso. In primo luogo, stiamo principalmente parlando di riduzione delle ore lavorate, non di abbandono di posti di lavoro. In secondo luogo, come Greg Sargent e Jonathan Cohn cercano di spiegare, stiamo in questo caso parlando di una risposta volontaria, dal lato dell’offerta – persone che scelgono di lavorare di meno – non della distruzione di posti di lavoro.
Eppure, non abbiamo in questo caso un problema con gli effetti degli incentivi? Forse, ma forse no. Scriverò su questo in modo più preciso successivamente, ma il punto fondamentale è che siamo partiti con un sistema nel quale gli incentivi erano già fortemente distorti dalla deducibilità dei premi delle assicurazioni sanitarie pagati dai datori di lavoro. Si trattava di un beneficio significativo, ma in generale a disposizione soltanto dei lavoratori a tempo pieno.
Il risultato è stato creare qualcosa come le famigerate “soglie” [3] che talvolta vengono create dai sussidi dello stato assistenziale – ma all’opposto. Una soglia tradizionale è quella che si ha, ad esempio, quando i sussidi per le abitazioni sono disponibili sinché siete al di sotto del 150 per cento della linea di povertà – il che significa che avete un forte disincentivo a spostare il vostro reddito da un livello leggermente al di sotto ad uno leggermente al di sopra di quella soglia. Quello che avevamo in questo caso era, invece, un sistema nel quale i sussidi erano disponibili solo se si lavorava più di una certa quantità di tempo, sicuramente inducendo molte persone a lavorare di più di quello che avrebbero voluto altrimenti.
E non si tratta di una ipotesi – conosco un discreto numero di persone proprio in quella situazione. Conosco anche alcune persone che si trovano ‘bloccate, in un posto di lavoro – ovvero si sentono intrappolate nel loro posto attuale perché non sono sicure di ottenere implicitamente una assicurazione sanitaria sussidiata se si spostano.
La soglia inversa in aggiunta al posto di lavoro bloccato significa che la stima del CBO di una riduzione del lavoro (non di una perdita di posti di lavoro) rappresenti effettivamente un vantaggio nello stato assistenziale? Può essere così oppure no – i tradizionali scambi certamente si applicano anche a molti lavoratori. Ma non si deve dare per scontato che questa sia necessariamente una cosa negativa. La riforma sanitaria non è un intervento su una economia in precedenza ben regolata; si può dire che essa rimpiazza un complesso di storture con un differente complesso di storture.
È l’unica cosa che resta chiara è che ci sarà un forte miglioramento per le persone che maggiormente hanno bisogno di aiuto.
[1] Procedo un po’ a tentoni. “Wonkvert”, e solo su alcuni dizionari, significa pasticciare sino a far diventare astruso un file nel tentativo di trasferirlo da un programma all’altro.
[2] Ad esempio l’ha fatto Rampini su La Repubblica di ieri, il quale ‘informa’ del crollo di due milioni di posti di lavoro a causa della riforma sanitaria, senza neppure spiegare il meccanismo, ed anzi stabilendo una sorta di automatismo tra la convenienza a lavorare meno e la sicura sostituzione da parte delle imprese di lavoratori a pieno tempo con lavoratori a tempo parziale.
[3] Uno dei significati di “notch” è “grado, livello”, precisamente quello che in casi del genere noi definiamo “soglia”. In realtà si potrebbe benissimo dire “threshold” che significa proprio ‘soglia'; se si usa in gergo il termine “notch” tra virgolette, probabilmente è perché lo si usa nel suo significato più comune di “tacca, intaglio”. Quei livelli ai quali scattano condizioni peggiori (o, all’inverso, migliori) nel linguaggio comune devono essere detti “tacche”. Forse.
febbraio 4, 2014
Feb 4, 11:30 am
So Noah Smith has a piece about how moderate yours truly really is. It’s almost completely right, except that I wish Noah would stop saying that my views on monetary policy in a liquidity trap derive from Eggertsson/Woodford; it’s a fine paper, but they were following me, not the other way around. Also, Arcade Fire’s “My body is a cage” isn’t a cover of Peter Gabriel; he was covering them.
OK, pettiness aside: on macroeconomics, there’s not a lot of air between my views and those of, say, staff economists at the Fed Board of Governors, the New York Fed, the IMF, and even (say it quietly) the ECB. They’re very much at odds both with freshwater macro and with austerian views; but no more so than those of many other economists — and austerian notions, like that of expansionary austerity, are far more radical than holding to old-fashioned concepts like the multiplier.
It’s not even true that I’m a hard-line opponent of modern Keynesian macro, which you might think from reading Noah’s piece. My original zero-lower-bound analysis was a New Keynesian thingie with intertemporal optimization and all that — much more stripped down than most such models, but clearly part of that genre. My work with Eggertsson (pdf) on deleveraging is similarly New Keynesian in style. It’s true that I say openly what a lot of New Keynesians think — that the new models aren’t necessarily better than ad hoc approaches, that in many cases they’re best thought of as tests of logical consistency rather than a good way to think about policy. But as I’ve just suggested, that’s actually a very widespread view, certainly in policy circles.
So where does the notion that I’m way out there come from? Politics, of course. But if you look at the examples people give of me supposedly saying something wild about economics, you’ll almost always find that they’re doing one or both of two things: citing an example where I was wrong (which is by no means the same as being nutty — it happens to everyone), and/or quoting something where I was being playful to get readers’ attention for a larger point. Space aliens? Hello?
In fact, in a way the impression that I’m some kind of far-out thinker largely comes from my willingness to go with what mainstream macroeconomics actually says, rather than shading my views and language to appease the Very Serious People. Mainstream macro said that once you’re in a liquidity trap, deficits don’t drive up interest rates; money-printing doesn’t cause inflation; contractionary fiscal policy is very contractionary. I said that, without hedging, and ridiculed the fashionable case for austerity. But what was radical, if you like, was my style, not my content.
I know some people think that all of Keynesian economics is crazy, or maybe just the idea that things change at the zero lower bound. But saying such things doesn’t set me apart from a lot of economists.
Sono un moderato? [1]
Dunque, Noah Smith ha un pezzo sul tema di quanto il sottoscritto sia effettivamente moderato. Ha quasi completamente ragione, fatta eccezione del fatto che io vorrei che smettesse di dire che i miei punti di vista sulla politica monetaria nella trappola di liquidità derivano da Eggertsson/Woodford; il loro era un bel saggio, ma furono loro a venirmi dietro, non il contrario. Anche “My body is a cage” degli Arcade Fire non è una cover di Peter Gabriel; è lui che fa da sostegno [2].
Va bene, a parte le frivolezze: sulla macroeconomia, non c’è una gran distanza tra i miei punti di vista e, diciamo, quelli del Comitato dei Governatori della Fed, della Fed di New York, del FMI, ed anche (sia detto sommessamente) della BCE. Tutti costoro sono molto agli antipodi con la macro della scuola dell’ “acqua dolce” o con i punti di vista dei cultori dell’austerità; ma non di più di quanto lo siano quelli di molti altri economisti – e i concetti dei cultori dell’austerità, come quello dell’austerità espansiva, sono assai più radicali che non attenersi alle vecchie idee come quella del moltiplicatore.
Non è neanche vero che io sia un oppositore inflessibile delle moderna macroeconomia keynesiana, come potreste pensare dal pezzo di Noah. La mia analisi originaria del limite inferiore di zero era un congegno dotato di ottimizzazione intertemporale e tutto il resto – assai più sommario di gran parte di quei modelli, ma chiaramente collegato con quella impostazione. Il mio lavoro con Eggertsson (disponibile in pdf) sulla riduzione del rapporto di indebitamento è anch’esso in stile neokeynesiano. E’ vero che io dico apertamente quello che molti neokeynesiani pensano – che i nuovi modelli non sono necessariamente migliori degli approcci ad hoc, che in molti casi essi sono riflessioni egregie come testi di coerenza logica piuttosto che un buon modo per ragionare dei contenuti politici. Ma come ho appena detto, questo per la verità è un punto di vista assai generale, certamente nei circoli del pensiero politico.
Dunque, da dove viene l’idea che io sia fuori da quel contesto? Dalla politica, naturalmente. Ma se guardate agli esempi che in giro si offrono del mio supposto scarso autocontrollo nel parlare di economia, troverete che quasi sempre essi si basano su entrambe queste due cose: citano un esempio nel quale ho avuto torto (che in nessun modo è la stessa cosa di essere fuori di testa – capita a tutti), e/o citano qualcosa si cui mi ero espresso in modo scherzoso per ottenere l’attenzione dei lettori ad un tema più ampio. Come la storia degli alieni dallo spazio, non è così? [3]
Di fatto, in un certo senso l’impressione di essere in qualche modo un pensatore fantasioso deriva ampiamente dalla mia volontà di accompagnare quello che la macroeconomia ufficiale effettivamente afferma, piuttosto che annacquare i miei punti di vista e il mio linguaggio per tranquillizzare le Persone Molto Serie. La macroeconomia ufficiale ha detto che una volta che si è in una trappola di liquidità, i deficit non spingono in alto i tassi di interesse; lo stampare moneta non produce inflazione; una politica di restrizione della finanza pubblica ha effettivamente effetti restrittivi. Io ho detto quello, fuori da ogni vaghezza, ed ho messo in ridicolo l’argomento alla moda dell’austerità. Ma era radicalismo, se volete, era il mio stile, non erano i miei contenuti.
So che molte persone pensano che tutta l’economia keynesiana sia folle, o forse hanno semplicemente l’idea quando si è al punto del limite inferiore di zero le cose cambino. Ma dire le cose che dico non mi colloca altrove rispetto ad una gran quantità di economisti.
[1] L’articolo di Noah Smith al quale questo post si riferisce è un tentativo di smitizzare il supposto estremismo dell’economista americano, che spesso è soprattutto un aspetto del suo stile. Buffa l’immagine che allega:
[2] Personaggi del mondo canzonettistico krugmaniano, che nel blog ha una stupefacente cadenza settimanale.
[3] Si riferisce ad un suo frequente paradosso, secondo il quale nelle situazioni di grave inadeguatezza della domanda, anche provocare un suo ampliamento non produttivo sarebbe meglio del non far niente. Keynes aveva usato il paradosso del nascondere denaro in vecchie miniere dismesse, lasciando libero il settore privato di appropriarsene; Krugman utilizza l’esempio aggiornato dell’inventarsi una guerra stellare.