Blog di Krugman

Demografia ed occupazione (per esperti) (blog di Krugman, 3 febbraio 2014)

 

February 3, 2014, 4:13 pm

Demography and Employment (Wonkish)

A blog post reporting research by Samuel Kapon and Joseph Tracy of the New York Fed is creating a splash in wonkworld today, and it is making an important point. However, the way that point is presented is, I think, likely to mislead, because it mixes two propositions together. One, which is clearly true, is that the aging of the adult population would have meant a considerable decline in the employment-population ratio over the past 7 years even if the economy had remained near full employment.

The other, which is far from obvious, is that the economy was highly overheated in late 2007, with employment far above sustainable levels. You can make that argument — although I would disagree. But the way they present the data, that argument is sort of smuggled in through the back door.

So, on the demography: a number of people have made this point, although without as much detailed modeling. I made a stab at it myself a while back. Here’s another version. Take BLS data on the composition of the noninstitutional population. Here’s a breakdown for December 2007 and December 2013:

zzzz 31

 

 

 

 

 

 

Here share07 is the share of the over-16 population in 12/07, share13 the share in 12/13, and ep07 is the employment-population ratio in 12/07. You can see the decline in the share of prime-age adults, and this should, other things being the same, have reduced the overall employment-population ratio. How much? Doing shift-share on the 07 employment rates, you get a decline from 62.9 to 61.3, or 1.6 points. This is almost the same as the Kapon and Tracy estimate of 1.7 points; what I take from this is that the crude calculation wasn’t missing too much.

Now, how much does this change our view of the Lesser Depression? The decline in the actual employment-population ratio looks like this:

zzzz 32

 

 

 

 

 

 

 

The actual decline was from 62.9 to 58.6, or 4.3 points. This would seem to suggest that around 40 percent of the decline is demographics, but the rest is cyclical, and that we’re still far below full employment.

But Kapon and Tracy suggest that we’re actually only 0.7 points below full employment. How do they get this result? By normalizing the data so that the baseline is the average adjusted employment-population ratio over their whole sample, reaching back to 1982. What this does is in effect build the Lesser Depression into your definition of normal, so that they get this picture:

zzzz 33

 

 

 

 

 

 

 

Federal Reserve of New York

What’s going on here? The small employment gap isn’t mainly because of the demographic adjustment — a bigger factor is the de facto reinterpretation of history, which now has a hugely overheated economy in December 2007. Oh, and this also says that the depressed economy of the early Bush years wasn’t actually depressed — in fact, it was overheated almost the whole time.

The authors seem to be aware that this is a problem, so they offer an alternative normalization that drops the post-2007 slump, and raises the employment gap to 1.7. Even that is, however, problematic. After all, inflation was considerably lower at the end of the pre-crisis era than the beginning, so that any kind of Phillips curve analysis would suggest that on average the economy was operating below capacity.

Anyway, the dramatic-sounding result that we don’t have much labor market slack isn’t what it may seem on casual reading. Just doing the demographic correction reduces the employment gap — but it’s still big unless you accept the idea that the U.S. economy was above full employment even during the early-Bush slump years, and that by late 2007 it was a highly overheated economy on the edge of major inflation.

 

Demografia ed occupazione (per esperti)

 

 

Un post sul blog ci informa che in questi giorni la ricerca a cura di Samuel Kapon e Joseph Tracy della Fed di New York sta facendo una grande impressione nel mondo degli esperti, avanzando un argomento importante. Tuttavia, il modo in cui tale argomento viene presentato, io penso, è probabile sia fuorviante, perché mette assieme due concetti diversi. Il primo, che è chiaramente vero, è che l’invecchiamento della popolazione adulta avrebbe comportato un notevole declino nel rapporto occupazione-popolazione negli ultimi 7 anni, pur essendo l’economia rimasta vicina alla piena occupazione.

L’altro, che è lungi dall’essere ovvio, è che sulla fine del 2007 l’economia era notevolmente surriscaldata, con una occupazione molto sopra i livelli sostenibili. E’ un tesi che si può avanzare – sebbene io sia in disaccordo. Ma nel modo in cui essi presentano i dati, quella tesi è come contrabbandata dalla porta di servizio.

Dunque, a proposito della demografia: un certo numero di persone hanno posto questo tema, sebbene senza una modellistica molto dettagliata. Io stesso feci un tentativo su tale aspetto un po’ di tempo da [1]. Ecco un’altra versione. Si prendano i dati dell’Ufficio delle Statistiche del Lavoro sulla composizione della popolazione non residente in strutture pubbliche [2].Ecco una scomposizione dei dati del dicembre 2007 e del dicembre 2013:

zzzz 31

 

 

 

 

 

 

In questo caso la quota dello 07 (“share07”) è la popolazione oltre i sedici anni al dicembre del 2007, la quota del 13 (“share13”) è quella stessa popolazione al dicembre del 2013, il dato “ep07” è il rapporto tra occupazione e popolazione al dicembre del 2007. Si può vedere il declino degli adulti  nella età di lavoro primaria [3], e questo dovrebbe, ferme le altre condizioni, aver ridotto il rapporto generale tra occupazione e popolazione. Di quanto? Facendo uno shift-share [4]sui tassi di occupazione del 2007, si ha un declino da 62,9 a 61,3, ovvero di 1,6 punti. Questo è quasi lo stesso di quello che Kapon e Tracy stimano in 1,7 punti; dal che ne derivo che il calcolo sbrigativo non è molto lontano dal vero.

Ora, quanto influisce questo cambiamento nel nostro punto di vista sulla Depressione Minore [5]? Il declino nel rapporto effettivo occupazione-popolazione appare in questo modo:

zzzz 32

 

 

 

 

 

 

 

Il declino effettivo è passato da un rapporto di 62,9 ad uno di 58,6, ovvero 4,3 punti. Questo sembrerebbe suggerire che circa in 40 per cento del declino sia provocato dalla demografia, ma che il resto sia derivante dal ciclo economico, e che siamo ancora assai al d sotto della piena occupazione.

Ma Kapon e Tracy indicano che siamo in verità soltanto di 0,7 punti al di sotto della piena occupazione. Come ottengono questo risultato? Normalizzando i dati in modo tale che la linea di partenza sia la media corretta del rapporto occupazione-popolazione per l’intero loro campione, arrivando indietro sino al 1982. In questo modo in effetti si incorpora la Depressione Minore nella definizione di ciò che rientra nella norma, in modo tale che essi ottengono questa rappresentazione:

zzzz 33

 

 

 

 

 

 

 

Federal Reserve di New York

 

Cosa accade in questo modo? Il modesto differenziale occupazionale non deriva principalmente dalla correzione demografica – un fattore più grande è la reinterpretazione vera e propria della storia, che ora mostra una economia ampiamente surriscaldata nel Dicembre del 2007. Inoltre questo ci dice anche che l’economia depressa dei primi anni di Bush non era effettivamente depressa – di fatto, era surriscaldata per quasi  l’intero periodo.

Gli autori sembrano essere consapevoli di questo problema, dunque offrono una normalizzazione alternativa, che abbassa la recessione dopo il 2007 ed alza il differenziale di occupazione all’1,7. Anche questo, tuttavia, è problematico. Dopo tutto, l’inflazione era considerevolmente più bassa alla fine dell’epoca precedente alla crisi che non all’inizio, cosicché ogni genere di analisi della curva di Phillips suggerirebbe che in media l’economia stesse operando al di sotto della sua capacità.

In ogni modo, il risultato che appare spettacolare per il quale non abbiamo molta fiacchezza nel mercato del lavoro non è quello che può sembrare ad una lettura casuale. Soltanto facendo la correzione delle cause demografiche riduce il gap occupazionale  – ma essa è ancora grande anche se non si accetta l’idea che l’economia americana era al di sopra della piena occupazione persino durante gli anni della prima recessione di Bush, e che alla fine del 2007 era una economia altamente surriscaldata sull’orlo di una importante inflazione.



[1] La connessione nel testo inglese è con un post del 12 ottobre 2012, “Occupazione a demografia costante (per esperti ma rilevante)”.

[2] Per “nonistitutional population” si intende la popolazione oltre i 16 anni che non risiede o non è confinata in strutture come le carceri, le case di cura per malati di mente o le case per anziani.

[3] Per adulti in  età di lavoro primaria (“Prime age adults”) si intendono le classi dai 16 anni ai 54, che, come si nota, sono quelle effettivamente in calo.

[4] L’analisi shift-share è una tecnica che consente di scomporre il tasso di crescita di una grandezza economica (gli aggregati della Contabilità nazionale, la produzione, l’occupazione, ecc.) in componenti strutturali e locali. (Wikipedia)

Letteralmente sarebbe: una “quota di spostamento”.

[5] La crisi degli ultimi anni, anche per distinguerla dalla Great Depression degli anni Trenta, viene talvolta chiamata “Great Recession” o anche “Lesser Depression”.

Ritorna il populismo macroeconomico (1 febbraio 2014)

febbraio 1, 2014

 

Feb 1, 12:55 pm

Macroeconomic Populism Returns

Matthew Yglesias says what needs to be said about Argentina: there’s no contradiction at all between saying that Argentina was right to follow heterodox policies in 2002, but it is wrong to be rejecting advice to curb deficits and control inflation now. I know some people find this hard to grasp, but the effects of economic policies, and the appropriate policies to follow, depend on circumstances.

I would add that we know what those circumstances are! Running deficits and printing lots of money are inflationary and bad in economies that are constrained by limited supply; they are good things when the problem is persistently inadequate demand. Similarly, unemployment benefits probably lead to lower employment in a supply-constrained economy; they increase employment in a demand-constrained economy; and so on.

So sometimes the relationship and money looks like this, from the best economics principles textbook:

zzzz 29

 

 

 

 

 

 

 

 

Money growth and inflation in Zimbabwe.

But sometimes it looks like this:

zzzz 30

 

 

 

 

 

 

 

 

And just to repeat a point I’ve made many times, those of us who understood IS-LM predicted in advance that the actions of the Bernanke Fed wouldn’t be inflationary, while the other side of the debate was screaming “debasement”.

There’s something else to be said about Argentina and, it seems, Turkey — namely, that we’re seeing a mini-revival of what Rudi Dornbusch and Sebastian Edwards long ago called macroeconomic populism. This involves, you might say, making the symmetrical error to that of people who think that running deficits and printing money always turns you into Zimbabwe; it’s the belief that the orthodox rules never apply. And it’s an equally severe mistake.

It’s not a common mistake these days; a few years ago one would have said that only Venezuela was making the old mistakes, and even now it’s just a handful of countries. But it is a mistake, and we need to say so.

 

Ritorna il populismo macroeconomico

 

Matthew Yglesias dice quello deve essere detto a proposito dell’Argentina: non c’è affatto contraddizione tra il dire che l’Argentina aveva ragione a seguire politiche eterodosse nel 2002, e il dire che è sbagliato respingere il consiglio di tenere a freno i deficit e di controllare l’inflazione oggi. So che alcuni lo troveranno difficile da afferrare, ma gli effetti delle politiche economiche, e le politiche appropriate da seguire, dipendono dalle circostanze.

Aggiungerei che sappiamo quali sono tali circostanze! Realizzare deficit e stampare grandi quantità di moneta è negativo ed inflazionistico nelle economie che sono condizionate da una offerta limitata; sono invece cose buone quando il problema è una domanda ostinatamente inadeguata. Nello stesso modo, i sussidi di disoccupazione probabilmente portano ad una occupazione più bassa in una economia condizionata dal lato dell’offerta; accrescono l’occupazione in una economia condizionata dalla domanda; e così via.

Così, talvolta la relazione e la moneta appaiono in questo modo, dal migliore libro di testo sui principi dell’economia:

zzzz 29

 

 

 

 

 

 

 

 

Crescita dell’offerta di moneta ed inflazione nello Zimbabwe

 

Ma talvolta in questo modo:

zzzz 30

 

 

 

 

 

 

 

 

E solo per ripetere un punto che ho trattato molte volte, quelli tra noi che comprendono il modello IS-LM avevano previsto in anticipo che le iniziative di Bernanke alla Fed no avrebbero avuto effetti inflazionistici, mentre sull’altro schieramento su urlava alla “svalutazione”.

C’è qualcos’altro da dire sull’Argentina e, a quanto sembra, sulla Turchia – il particolare che stiamo assistendo ad un mini risveglio di quello che Rudi Dornbusch e Sebastian Edwards un tempo chiamarono il populismo macroeconomico. Questo riguarda, si potrebbe dire, un errore simmetrico di quello delle persone che pensano che realizzare deficit e stampare moneta spedisca sempre nelle condizioni dello Zimbabwe; è la convinzione che le regole dell’ortodossia economica non si applichino mai. Ed è uno sbaglio egualmente grave.

Non un uno sbaglio frequente, di questi tempi; pochi anni orsono si sarebbe detto che solo il Venezuela stava facendo i vecchi errori, ed anche oggi si tratta solo di una manciata di paesi. Ma è uno sbaglio, ed abbiamo il dovere di dirlo.

La trappola della bassa inflazione (blog di Paul Krugman, 31 gennaio 2014)

gennaio 31, 2014

 

Jan 31, 3:09 pm

The Low-inflationary Trap

Dean Baker is, of course, completely right here. There isn’t a red line you cross when going from positive to negative inflation, with all sorts of bad things suddenly happening. What matters is inflation relative to the rate that best suits your circumstances. Since the euro area would clearly be best off with an inflation rate well above current levels, this is a disastrous report:

zzzz 8

 

 

 

 

 

To restate Dean’s points slightly, there are three reasons low inflation is bad for the euro area. First, the euro area as a whole remains depressed, with core interest rates near zero; falling inflation raises real rates, and deepens the slump. Second, many players in Europe, private and public, are burdened by an overhang of debt; inflation makes it easier to work down this debt, so low inflation makes things harder. Finally, Europe still needs large adjustments in relative wages, with wages in Club Med falling relative to wages in Germany; it’s much easier to do this via rising German wages than falling Club Med wages, so low inflation makes this much harder.

 

 

And yes, Europe is very much in a trap. Inflation is falling because the economy is weak, and the economy is being weakened in part by falling inflation. That’s the Japan syndrome. It leads eventually to actual deflation, but to the extent that there’s a red line (or more accurately, an event horizon), it’s crossed when monetary policy starts being limited by the zero lower bound, which happened years ago.

 

La trappola della bassa inflazione

 

In questo caso Dean Baker ha completamente ragione, come è evidente. Non c’è una linea rossa che si attraversa quando si passa dalla inflazione positiva a quella negativa, con tutti i tipi di cose cattive che avvengono all’improvviso. Quello che conta è l’inflazione in relazione al tasso che meglio si attaglia alle vostre circostanze. Dal momento che l’area euro starebbe chiaramente meglio lontana da una tasso di inflazione al di sotto dei livelli attuali, questo è un quadro disastroso (cliccare sulla tabella per ottenere una immagine migliore):

zzzz 8

 

 

 

 

 

Per riformulare leggermente i punti di Dean, ci sono tre ragioni per le quali la bassa inflazione è negativa per l’area euro. In primo luogo, l’area euro nel suo complesso resta depressa, con i tassi di interesse principali vicini allo zero; una inflazione in caduta fa crescere i tassi reali e approfondisce la crisi. In secondo luogo, molti protagonisti privati e pubblici in Europa sono appesantiti da un eccesso di debito; l’inflazione rende più facile far scendere questo debito, nello stesso modo la bassa inflazione rende le cose più difficili. Infine, l’Europa ha ancora bisogno di una ampia correzione nei salari reali, abbassando i salari del Club Med in rapporto a quelli della Germania; è molto più facile farlo alzando i salari tedeschi che non abbassando quelli delle nazioni del Sud Europa, dunque la bassa inflazione rende tutto questo più difficile.

Infine, è vero che l’Europa è proprio in una trappola. L’inflazione sta calando perché l’economia è debole e l’economia sta diventando debole in parte per la discesa dell’inflazione. Questa è la sindrome giapponese. Alla fine essa conduce ad una vera e propria deflazione, ma nella misura in cui si può parlare di una linea rossa (o più precisamente un punto di non ritorno), esso si attraversa quando la politica monetaria comincia ad essere condizionata dal limite inferiore dello zero [1], la qual cosa avvenne anni orsono.

 


[1] Dei tassi di interesse. Vedi “zero lower bound” sulle note della traduzione.

Io non sono un uomo saggio (31 gennaio 2014)

gennaio 31, 2014

 

Jan 31, 2:45 pm

I Am Not A Wise Man

A wise guy, yes. And maybe — I like to think so — someone with a pretty good though by no means error-free track record on depression economics. But Chris House is right, even though he refuses to say what nutty things I’ve said that come remotely close to Ed Prescott.

What he’s right about is that having a medal from Sweden doesn’t mean that you’re wise, or even sensible. And it certainly doesn’t grant you the right to have your opinion treated as gospel. Maybe the prize entitles you to a hearing, but no more than that; from there on, it’s the quality of the argument that matters. And if an economist, no matter how credentialed, consistently makes low-quality arguments, he should be tuned out — whereas someone who consistently makes very good arguments deserves attention, even if he or she lacks impressive-sounding formal credentials.

And oh yes, I deliberately included the “or she” in the second half of that sentence, but not the first. At this point we don’t have any highly credentialed female economists making insane arguments, while we have many women who deserve more attention than they get.

House is also right about one reason people smart enough to win a big prize can say remarkably stupid things: in many cases they are hedgehogs rather than foxes, experts in one narrow area with little sense of others. Worse, it’s pretty common to have done one big thing which turns out to be wrong. And it’s a natural human tendency to refuse to accept that, to let ego dominate empirical evidence.

But while this is a natural human tendency, it’s also a mortal sin. I see it all the time: economists and public intellectuals of all kinds (and pundits of all kinds too) digging into an obviously false position because they refuse to admit that they were wrong — and it’s truly shameful. Folks, we’re talking about real policies that can make or break millions of lives. If you let your ego dictate your position on, say, monetary policy, rather than do your best to get it right, you’re doing something truly vile.

It takes a real effort to, as Brad DeLong says, mark your beliefs to market. And since none of us are saints, ego will all too often find a way in. But you have to make the effort. Unfortunately, not enough famous economists do.

 

Io non sono un uomo saggio

 

Un sapientone, sì [1]. E forse – così mi piace pensare – qualcuno con un curriculum sulle depressioni economiche abbastanza buono, sebbene in nessun modo immune da errori. Ma Chris House ha ragione, anche se egli rifiuta di dire quali cose bizzarre io abbia detto pur alla lontana paragonabili a quelle di Ed Prescott [2].

Quello su cui ha ragione è che avere una medaglia ottenuta in Svezia non significa essere saggi, e neppure ragionevoli. E certamente non vi dà il diritto di veder trattate le vostre opinioni come vangelo. Forse il premio vi dà diritto ad essere ascoltati, ma non più di quello; da lì in poi, è la qualità degli argomenti che conta. E se un economista, non importa quanto accreditato, avanza in continuazione argomenti di scarsa qualità, dovrebbe essere ignorato – mentre chi regolarmente avanza buoni argomenti merita attenzione, anche se difetta di credenziali formali che facciano impressione.

Ed è vero, nella mia frase avevo scritto “lui o lei” solo in riferimento al secondo aspetto, ma non al primo. Al giorno d’oggi non abbiamo alcuna economista femmina accreditata che sostiene tesi irragionevoli, mentre abbiamo molte donne che meritano più attenzione di quella che ricevono.

House ha anche ragione riguardo ad un motivo per il quale le persone abbastanza intelligenti da vincere un premio importante, possono affermare cose considerevolmente stupide: in molti casi essi sono più ricci che volpi, esperti in un’area ristretta con poche considerazione delle altre. Peggio, è abbastanza frequente che abbiano fatto una cosa notevole che poi si scopre essere sbagliata. Ed è una tendenza umana naturale rifiutarsi di accettarlo, consentire all’ ego di prevalere sulle prove empiriche.

Ma se è una naturale tendenza umana, è anche un peccato mortale. Lo constato in continuazione: economisti ed intellettuali con funzioni pubbliche di tutti i generi (ed anche commentatori di tutti i generi) sprofondare in una posizione evidentemente sbagliata perché si rifiutano di ammettere di aver avuto torto – ed è realmente disonorevole. Signori, qua si sta parlando di scelte reali che possono aiutare o distruggere milioni di vite. Se si lascia che l’ego detti la propria posizione, ad esempio, sulla politica monetaria, piuttosto che fare del proprio meglio per comprendere le cose correttamente, si sta facendo qualcosa di veramente indegno.

Ci vuole uno sforzo vero, come dice Brad DeLong, per dare un voto ai propri convincimenti sul mercato. E dal momento che nessuno di noi è santo, l’ego anche troppo spesso troverà un ingresso. Ma quello sforzo deve essere fatto. Sfortunatamente un numero insufficiente di economisti famosi lo fa.



[1] “Wise guy” sta per “saputello”, e forse in questo caso, meglio ancora “sapientone”.

[2] Si riferisce alle dichiarazioni di Prescott riportate nel post del 28 gennaio “Kocherlakota e i membri sella setta”. L’articolo di Chris House aveva sostenuto la tesi che, al di là delle singole dichiarazioni, i Premi Nobel (Ed Prescott è stato anch’egli premiato negli anni ’80) siano una categorie di individui da trattare con una considerazione un po’ speciale, ed anche forse un pochino speciali di carattere.

Godwin aiutaci (30 gennaio 2014)

gennaio 30, 2014

 

Jan 30, 5:38 pm

Godwin Help Us

Not my line, alas — Jonathan Chait uses it as the excerpt for his report on the WSJ’s editorial defending Tom Perkins, now famed for comparing criticism of the one percent to Kristallnacht. And boy, am I jealous.

Chait also makes a very good point: what the WSJ piece really does is to confirm that Perkins-style paranoia is actually the norm over there. For throughout the piece the Journal equates criticism with persecution. If you say that the one percent is taking an excessive share of the pie, or that the Kochs exert undue influence on American politics, you’re engaged in vile persecution — OK, maybe not as bad as Hitler, but in the same ballpark.

May I say that if being criticized is a form of unjust persecution, every day of my life is a pogrom?

And what about freedom of speech? Hey, that’s only for corporations, I guess.

Slightly more seriously: the attitude of that WSJ editorial brought to mind Lincoln’s description of the attitude of Southern politicians in his Cooper Union speech. Obligatory declaration: I am not saying that a high income share for the top one percent is anything like slavery. The similarity lies not in what is being defended, but in the demands of those feeling insecure — namely, that any form of criticism be banned. Lincoln:

These natural, and apparently adequate means all failing, what will convince them? This, and this only: cease to call slavery wrong, and join them in calling it right. And this must be done thoroughly – done in acts as well as in words. Silence will not be tolerated – we must place ourselves avowedly with them … The whole atmosphere must be disinfected from all taint of opposition to slavery, before they will cease to believe that all their troubles proceed from us.

Yep. Until we all declare that the one percent is the source of all good, until all mention of inequality as a potentially troubling thing is expunged from public discussion, the rich are being persecuted by totalitarian liberals.

 

Godwin aiutaci [1]

 

Ahimè, la frase non è mia – la usa Jonathan Chait come estratto del suo resoconto sull’editoriale del Wall Street Journal a difesa di Tom Perkins, ormai famoso per avere paragonato le critiche all’1 per cento alla “Notte dei Cristalli” [2]. E, ammettiamolo, sono proprio geloso. [3]

Chait avanza anche un argomento molto buono: quello che il pezzo del WSJ fa, è confermare che la paranoia del genere di quella di Perkins è in effetti la norma da quelle parti. Perché dappertutto l’articolo del Journal equipara le critiche alla persecuzione. Se dite che l’1 per cento si sta prendendo una parte eccessiva della torta, o che i fratelli Koch [4] esercitano una influenza impropria sulla politica americana, siete impegnati in una persecuzione indegna – va bene, forse non indegna come quella di Hitler, ma sulla stessa lunghezza d’onda.

Posso dire che se essere criticati è una forma di persecuzione ingiusta, ogni giorno della mia vita è un pogrom?

E che dire della libertà di parola? Beh, suppongo che quella sia solo per le grandi imprese.

Un po’ più seriamente: l’atteggiamento di quell’editoriale del WSJ riporta alla mente la descrizione da parte di Lincoln della mentalità degli uomini politici del Sud nel suo discorso al Cooper Union[5] . Precisazione obbligata: non sto dicendo che un’alta quota di reddito a vantaggio dell’1 per cento sia come la schiavitù. La somiglianza non sta in quello che sul momento viene difeso, ma nelle pretese di coloro che si sentono insicuri – precisamente, che ogni forma di critica sia messa al bando. Disse Lincoln:

“Una volta che questi metodi naturali ed apparentemente adeguati fallissero, che cosa li convincerà? Questo e soltanto questo: smettere di dire che la schiavitù è sbagliata, ed unirsi a loro nel definirla giusta. E questo deve essere fatto in modo scrupoloso – negli atti come nelle parole. Il silenzio non sarà tollerato – dobbiamo schierarci apertamente dalla loro parte …. Tutto l’ambiente deve essere disinfettato da ogni contaminazione della opposizione alla schiavitù, prima che essi smettano di credere che siamo noi a provocare  tutti i loro problemi.”

Sì. Sino a che tutti non dichiariamo che l’1 per cento è la fonte di ogni bene, fino a che non esplicitiamo che la faccenda della potenziale problematicità dell’ineguaglianza  è stata espunta dal dibattito pubblico, continuerà la persecuzione dei ricchi da parte dei liberal totalitari.


 

 


[1] Il riferimento è al filosofo britannico William Godwin. Godwin (1756-1836) fu un pensatore repubblicano e radicale, considerato uno dei primi teorici anarchici moderni per il suo radicale programma di rovesciamento delle istituzioni politiche, sociali religiose dell’epoca. Ciononostante egli riteneva che solo una tranquilla discussione fosse l’unica cosa necessaria e utile per apportare il cambiamento, e dall’inizio alla fine della sua carriera sconsigliò ogni uso della violenza. L’ironico appello a Godwin nell’articolo di Chait verosimilmente si riferisce al fatto che, pur nella radicalità del suo pensiero, predicava quella forma di tolleranza. (da Wikipedia)

zzzz 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Vedi l’articolo sul New York Times del 26 gennaio (La paranoia dei plutocrati”).

[3] La forma “am I” come in questo caso – ovvero una forma interrogativa senza il punto interrogativo – dovrebbe dare  una certa enfasi a quello che si vuol dire (più o meno come “Non sarò geloso?”, oppure “Sono proprio geloso!”).

[4] Una famiglia, in particolare i due fratelli, che forniscono grandi aiuti finanziari alla destra americana.

[5] Lincoln pronunciò il 27 febbraio del 1860 un famoso discorso al Cooper Union (la sede del Sindacato dei ‘bottai’, dei costruttori di barili). Il tema fu quello della schiavitù e Lincoln esposte la sua originaria posizione seconda la quale non avrebbe consentito una espansione della schiavitù nei territori occidentali. Più in generale, rivolto agli uomini politici del Sud, li definì nel modo seguente: “ Il vostro proposito, per dirla semplicemente, è che voi distruggerete il Governo se non vi viene permesso di realizzare e di far rispettare la Costituzione a vostro piacimento, su tutti i punti sui quali tra noi e voi stiamo dibattendo. In ogni circostanza, o voi dominerete o manderete tutto in rovina.”

zzzz 7

 

 

 

 

 

 

 

 

Istanbul al ribasso (30 gennaio 2014)

gennaio 30, 2014

 

Jan 30, 9:55 am 30

Istanbearish

There cannot be a crisis next week. My schedule is already full.

– Henry Kissinger

OK, did we need this? Turkey? Who was paying attention to Turkey?

Some people were, of course, because that was their job. The IMF released the results of its latest Article IV consultation — regular reports that are supposed to provide a sort of early warning system — just over a month ago. It mentioned some worries. For example:

The most concerning aspect is the widening short FX position of the non-financial corporates. This has jumped from US$78 billion in 2008 to US$165 billion now.

But it went on to suggest that the risks weren’t large, among other things because “the floating exchange regime reduces the probability of a very large and abrupt adjustment in the exchange rate.”

Ahem:

zzzz 5

 

 

 

 

 

 

 

Turkish exchange rate against euro

Qualitatively, this looks like a classic emerging-markets crisis: foreign funds came flooding in, there was a sharp rise in private-sector foreign-currency-denominated debt, and then foreign money turned on its heel and fled. Quantitatively, it shouldn’t be that bad: Turkish external debt is only 40 percent of GDP (or was before the lira plunged), and supposedly Turkish businesses aren’t that leveraged. On the other hand, there’s a political crisis as well as a currency crisis.

Oh, and contagion among emerging markets.Lovely.

All this is happening with recovery in the West still very weak and growing deflation risk. Ambrose Evans-Pritchard goes more purple prose on this than I’m willing to — these economies are either fairly small (Turkey, South Africa) or not that heavily indebted (India). But definitely not what we needed right now.

And not really an accident either. If you take secular stagnation seriously, as you should, then we have a chronic problem of too much saving chasing too few good investment opportunities, which means that you only feel prosperous when money thinks it has found more good places to go than it really has — and soon enough figures that out, with nasty effects.

Lots more on this, probably, as I get up to speed on the Bosphorus.

 

Istanbul al ribasso [1]

 

“Non ci può essere una crisi la prossima settimana. Il mio calendario è già pieno.” – Henry Kissinger

 

Va bene, ci voleva anche questa? La Turchia? Chi stava attento alla Turchia?

Alcune persone lo facevano, naturalmente, perché era il loro lavoro. Il FMI aveva pubblicato  risultati della sua ultima consultazione ex Articolo IV – relazioni regolari che si pensava fornissero una sorta di sistema di messa in guardia precoce – soltanto il mese scorso. Faceva riferimento a qualche preoccupazione. Ad esempio:

“L’aspetto più preoccupante è la posizione a breve che si allarga nello scambio con l’estero delle imprese non finanziarie [2]. Questa ha fatto un salto dai 78 miliardi di dollari statunitensi del 2008 ai 165 miliardi di adesso.”

Ma esso proseguiva suggerendo che i rischi non erano rilevanti, tra le altre cose perché “il regime dei cambi fluttuanti riduce la probabilità di una correzione molto ampia ed improvvisa nel tasso di cambio.”

Ehm:

zzzz 5

 

 

 

 

 

 

 

Tasso di cambio turco nei confronti dell’euro

 

Qualitativamente, questa sembra una classica crisi da mercati emergenti: i finanziamenti stranieri sono arrivati in massa, c’è stata una brusca ascesa del debito del settore privato espresso in valuta straniera, dopodiché la moneta straniera ha girato i tacchi e si è dileguata.

Quantitativamente, non dovrebbe essere così negativo: il debito estero turco è soltanto il 40 per cento del PIL (o lo era, prima che la lira crollasse), e le imprese turche non si pensava avessero rapporti di indebitamento così negativi. D’altra parte, come c’è una crisi valutaria c’è anche una crisi politica.

Inoltre, si segnala il contagio tra i mercati emergenti. Splendido.

Tutto questo sta accadendo mentre la ripresa in Occidente è ancora molto debole e il rischio di deflazione è crescente. Ambrose Evans-Pritchard prosegue su questo aspetto con una prosa molto più elaborata di quanto io non abbia voglia – queste economie (Turchia e Sudafrica) sono tutte e due abbastanza piccole oppure non sono così pesantemente indebitate (India). Ma certamente non era quello di cui avevamo bisogno in questo momento.

E non sono affatto entrambe un caso. Se prendete sul serio, come dovreste, la stagnazione secolare, si ha il problema cronico di risparmi troppo grandi a caccia di troppo poche opportunità positive di investimento, il che significa che ci si sente prosperi soltanto quando il denaro suppone di aver trovato un numero maggiore di posti nei quali andare di quanti effettivamente ve ne sia – e lo comprende abbastanza rapidamente, con effetti malefici.

Tornerò molto più diffusamente su questo argomento, appena mi decido a correre sul Bosforo.



[1] “Bearish” significa un ‘movimento al ribasso’ sul mercato dei cambi. Il gioco di parole con Istanbul è evidentemente impossibile mantenerlo.

[2] La “net exchange position” di un’impresa indica in quale misura i suoi futuri flussi in entrata di valuta eccedano o siano inferiori ai suoi futuri flussi in uscita. (Business Dictionary)

Costi quello che costi? No, costa quello che ci vuole (29 gennaio 2014)

gennaio 29, 2014

 

Jan 29, 8:49 am

Whatever It Takes? No, It Takes Whatever

I think Josh Marshall gets this right. Obama came across relatively relaxed last night, basically because he knows two things: he isn’t getting anything substantive out of the GOP, but he’s achieved a lot, and his signature achievement is looking increasingly secure. The real theme of the SOTU was “Whatever.”

I think the fading of the deficit both in reality and as an issue is important here. A missive from Fix the Debt landed in my inbox:

We are disappointed that President Obama did not choose to place a greater focus on our nation’s long-term debt problems in tonight’s State of the Union address. The President should be actively working with Congress seeking solutions to our debt problem rather than relegating it to the political sidelines. The State of the Union was a chance for him to lead on this issue instead of leaving these tough choices to be made by the next President.

That’s the whine of people who have found themselves irrelevant. Obama isn’t afraid of the big bad deficit any more, and he knows that there won’t be a Grand Bargain, so there’s nothing he can or should do on the front that absorbed so much of his energy for three years.

Meanwhile, health reform. Substantively, there has been an impressive comeback from the two horrible first months. The workability of the law is now clear — in California, which never had the teething troubles, enrollments are running ahead of expectations, most insurers are pretty sanguine about the age and health mix, and the polling is slowly improving.

Republicans are meeting these developments with a mixture of denial and Benghazification — insistence that the law is collapsing, that people may be signing up but they won’t actually pay for their policies, etc., combined with the belief that if they just tell a few more dubious horror stories about rate shock or losing your favorite doctor, the public will rise up and demand repeal.

 

I’d be interested, by the way, to know the details about the constituent described in the official GOP response, who supposedly faced a $700 a month rise in premiums. What kind of plan did she have? Did that number include subsidies? The ACA is supposed to keep health costs to 8 percent of income, so the only way you could get numbers like that is if the individual (a) had a really bare-bones policy offering hardly any protection and (b) has an income well over $100,000.

We don’t know the particulars here, but many if not most stories of rate shock turn out to involve people who didn’t actually apply for a policy, and therefore never found out what it would really cost.

Anyway, the point is that despite his low poll numbers, time is on Obama’s side, and he knows it.

 

Costi quello che costi? No, costa quello che ci vuole

 

 

Penso che Josh Marshall abbia ragione. La sera scorsa Obama si è mostrato relativamente rilassato, principalmente perché sa due cose: non sta ottenendo niente di sostanziale dal Partito Repubblicano, ma ha realizzato molto, ed il suo risultato distintivo sembra sempre più sicuro. Il tema reale del discorso sullo Stato dell’Unione è stato “ad ogni modo”.

Penso che in questo caso il fatto che il deficit sia sparito, sia nella realtà che come tema, sia importante. Una missiva recapitata tra le mail in arrivo da parte di Fix the Debt [1]:

“Siamo delusi che il Presidente Obama nel discorso di questa sera sullo Stato dell’Unione non abbia scelto di dare grande centralità ai problemi debito a lungo termine della nazione. Il Presidente dovrebbe lavorare attivamente assieme al Congresso sul nostro problema del debito, piuttosto che relegarlo tra le cose secondarie. Il discorso sullo Stato dell’Unione era un’occasione per lui per mettersi alla testa di questo tema, anziché lasciare che queste scelte severe siano realizzate dal prossimo Presidente.”

Questo è il lamento di persone che si sono scoperte irrilevanti. Obama non è in alcun modo impaurito dal deficit grande e cattivo, e sa che non ci sarà la Grande Intesa, dunque non c’è niente che egli possa e debba fare sul fronte che ha assorbito le sue energie per tre anni.

Nel frattempo, la riforma sanitaria. In sostanza, c’è stato un impressionante ritorno in auge dopo i due orribili primi mesi. Il funzionamento possibile della legge ora è chiaro – in California, che non aveva mai avuto le difficoltà iniziali, le iscrizioni stanno volando oltre le aspettative, la maggioranza degli assicuratori sono abbastanza ottimisti sull’età e sulla composizione delle condizioni di salute [2], ed i sondaggi stanno lentamente migliorando.

I repubblicani stanno affrontando questi sviluppi con un misto di negazionismo e con un atteggiamento come quello che tennero nella vicenda di Bengasi [3] – ribadiscono che la legge sta collassando, che può darsi che le persone si stiano iscrivendo ma in realtà non vorranno pagare per le loro politiche, etc., assieme al convincimento che se soltanto avessero raccontato un po’ di più le dubbie storie dell’orrore sulle aliquote impressionanti o sulla perdita del proprio medico preferito [4], l’opinione pubblica si sarebbe sollevata ed avrebbe chiesto l’abrogazione.

Mi avrebbe interessato, per inciso, conoscere i dettagli sull’elettrice alla quale si fa riferimento nella risposta ufficiale del Partito Repubblicano, che si dice abbia dovuto far fronte ad un aumento mensile di 700 dollari nella polizza assicurativa. Che genere di programma aveva costei? Quella cifra includeva i sussidi [5]? La Legge sulla Assistenza Sostenibile si suppone mantenga i costi sanitari all’8 per cento del reddito, dunque l’unico modo nel quale si potrebbero avere cifre come quelle è che quella persona: a) avesse una polizza davvero ridotta all’osso, che non offriva alcuna protezione seria; b) abbia un reddito ben superiore ai 100.000 dollari.

In questo caso non conosciamo i particolari, ma molte se non quasi tutte le storie di aliquote esagerate si scopre riguardano individui che in effetti non avevano attivato alcuna polizza, e di conseguenza non avevano mai saputo quanto essa costasse realmente.

In ogni caso, il punto è che nonostante la sua bassa quotazione nei sondaggi, il tempo è dalla parte di Obama, e lui lo sa.



[1] La denominazione di un movimento di opinione di economisti e politici che pone il problema della riduzione del debito pubblico come centrale. Significa “riparare il debito”.

[2] Vale a dire che se tra gli iscritti ci sono percentuali apprezzabili di persone giovani – e non accade che i giovani preferiscano in massa non iscriversi per non pagare le assicurazioni, cosa che peraltro oggi sarebbe proibita – anche i conti delle assicurazioni risultano soddisfacenti, perché c’è una percentuale apprezzabile di persone che si suppongono in buona salute.

[3] Si riferisce alla vicenda dell’assalto alla sede diplomatica americana di Bengasi di mesi orsono. I repubblicani furono subito molto duri nel loro attacco al Presidente, salvo essere smentiti nella ricostruzione degli avvenimenti.

[4] La sostituzione del medico che si aveva in precedenza può essere necessaria se quest’ultimo ha deciso di non aderire alle nuove regole e di svolgere la professione solo privatamente.

[5] Ovvero, i contributi del Governo ai cittadini con redditi più bassi.

Manager degli hedge fund ed insegnanti (29 gennaio 2014)

gennaio 29, 2014

 

Jan 29, 8:27 am

Hedgies Versus Teachers

So one thing I learned last night is that the right has a new meme: inequality is the fault of the government — you see, it’s all those overpaid government workers.

I made the mistake of replying on the substance, which is that once you correct for education, government workers are paid about the same as their private-sector counterparts; basically, government workers are school teachers, which means that they need college degrees.

But there is a better answer, and a teachable moment here, which gets at the real nature of inequality in America. It’s not about overpaid teachers.

Let’s start by looking at the real winners in soaring inequality — the people who not only make incredible amounts of money, but get to pay very low taxes (and if you suggest closing their loopholes, you’re just like Hitler.) According to Forbes, in 2012 the top 40 hedge fund managers and traders took home a combined $16.7 trillion billion.

Now look at those supposedly overpaid government employees. According to the BLS, the median high school teacher earns $55,050 per year.

So, those 40 hedge fund guys made as much as 300,000, that’s three hundred thousand, school teachers — almost a third of all high school teachers in America.

OK, teachers get benefits, so their total compensation cost is higher than their wage, so maybe it’s only 200,000.

But you should keep numbers like these in mind whenever anyone tries to shift attention from the one percent (and the .001 percent) to Americans who aren’t even upper-middle class.

 

Manager degli hedge fund ed insegnanti

 

Dunque una cosa che ho imparato l’altra notte è che la destra ha un nuovo ritornello: l’ineguaglianza è colpa del Governo – sapete, sono tutti quegli impiegati statali superpagati.

Io ho fatto l’errore di replicare sulla sostanza, vale a dire che una volta che considerate il sistema educativo, i dipendenti dello Stato sono pagati all’incirca lo stesso dei loro omologhi del settore privato; fondamentalmente, i dipendenti pubblici sono insegnanti, il che significa che hanno bisogno della laurea.

Ma c’è una risposta migliore, e in questo anche un passaggio istruttivo, che alla fine riguarda la natura reale dell’ineguaglianza in America. Non riguarda gli insegnanti sovra stipendiati.

Cominciamo a guardare ai reali vincitori nella crescente ineguaglianza – le persone che non solo realizzano incredibili quantità di denaro, ma alle quali è concesso di pagare tasse molto basse (e se suggerite di interrompere le loro scappatoie, siete come Hitler). Secondo Forbes, nel 2012 i più ricchi 40 manager degli hedge fund e operatori di borsa hanno portato a casa un complessivo di 16,7 miliardi di dollari.

Ora si guardino gli impiegati pubblici che si suppongono pagati troppo. Secondo il Bureau of Labor Statistics, un insegnante medio di scuola superiore guadagna 55.050 dollari all’anno.

Dunque, quei 40 tizi degli hedge fund realizzano altrettanto di 300.000, in lettere trecentomila, insegnanti – quasi un terzo di tutti gli insegnanti di scuola superiore in America.

Va bene, gli insegnanti hanno le indennità, cosicché il loro compenso totale è superiore al loro salario, può darsi che la somma totale sia solo di 200.000 insegnanti.

Ma dovreste tenere numeri come questi a mente ogni qualvolta qualcuno cerca di spostare l’attenzione dall’1 per cento (e dallo 0,01 per cento) agli americani che non sono neppure classe media superiore.

Kocherlakota ed i membri della setta (28 gennaio 2014)

gennaio 28, 2014

 

Jan 28, 1:36 pm

Kocherlakota and the Cultists

Narayana Kocherlakota, president of the Minneapolis Fed, is the prodigal son of monetary stimulus. He was the Fed’s leading hawk a few years ago, reflecting in part the ultra-freshwater macro doctrines of the Minnesota econ department and his bank’s closely associated research department. But he did something amazing: he looked at evidence, listened to his critics, and changed his views — becoming the Fed’s leading dove.

This is totally praiseworthy, especially because it almost never happens.

Binyamin Applebaum’s article on NK also contains dramatic evidence of the intellectual climate from which he had to emancipate himself, in the form of an email from Ed Prescott, founder and relentless promoter of real business cycle theory. Prescott:

It is an established scientific fact that monetary policy has had virtually no effect on output and employment in the U.S. since the formation of the Fed.

In reality, few if any topics in economics have been studied as thoroughly as the real effects of monetary policy. And the overwhelming consensus, from multiple lines of inquiry — Sims-type econometrics, Romer-Romer style event studies, Mussa-style comparisons of exchange regimes (which are also monetary policy regimes) — is that monetary policy has powerful real effects. This consensus could be wrong — such things have happened — and Prescott could make the case that the consensus is wrong. But that’s not what he’s saying. He’s declaring it “an established scientific fact” that what everyone outside his sect believes is totally false.

That’s not science, whatever Prescott may think; it’s being part of an irrational cult. And kudos to Kocherlakota for learning to stop drinking the Kool-Aid.

 

Kocherlakota ed i membri della setta

 

Narayana Kocherlakota, Presidente della Fed di Minneapolis, è il figliol prodigo dello stimolo monetario. Alcuni anni fa era a capo dei falchi della Fed, in parte riflettendo le dottrine dell’oltranzismo della scuola dell’ “acqua dolce”   [1] del Dipartimento economico del Minnesota e del dipartimento di ricerca della sua banca, strettamente collegato al primo. Ma egli ha fatto qualcosa di sorprendente: ha guardato ai fatti, ha ascoltato i suoi critici ed ha cambiato i suoi punti di vista – diventando la guida delle colombe della Fed.

Questo è totalmente meritevole di apprezzamento, considerato soprattutto che non accade quasi mai.

L’articolo di Binyamin Applebaum sul New York Times [2] contiene anche una spettacolare prova del clima intellettuale dal quale egli ha dovuto emanciparsi, nella forma di una email da parte di Ed Prescott, fondatore ed indefesso promotore della teoria del ciclo economico:

“E’ un fatto scientifico accertato che la politica monetaria non ha avuto praticamente alcun effetto sul prodotto e sulla occupazione negli Stati Uniti sin dalla creazione della Fed.”

In realtà, pochi o punti temi in economia sono stati studiati altrettanto esaurientemente quanto gli effetti reali della politica monetaria. E lo schiacciante consenso, su molteplici linee di indagine – l’econometria sul modello di Sims [3], gli studi del generi di quelli dei coniugi Romer sugli eventi economici, i confronti del tipo di Mussa [4] dei regimi di scambio (che sono anche regimi di politica monetaria) – è che la politica monetaria ha potenti effetti reali. Questa unanimità potrebbe essere sbagliata – cose del genere sono successe – e Prescott potrebbe essere la prova che quel consenso è infondato. Ma non è quello che sta dichiarando. Lui sta dicendo che è “un fatto scientifico accertato” che quello che credono tutti, al di fuori della sua setta, sia totalmente falso.

Qualsiasi cosa pensi Prescott, questa non è scienza; è far parte di un culto irrazionale. E complimenti a Kocherlakota per aver imparato a smettere di bere il Kool-Aid [5].



[1] Vedi a Note sulla Traduzione, “freshwater and saltwater”.

[2] L’articolo di Applebaum è stato pubblicato il 27 sul NYT e la sigla non sta per Neo Keynesismo, ma indica le iniziali del dirigente della Fed, appunto Narayana Kocherlakota. Per i curiosi il nome è di origine indiana, e non degli indiani d’America. Ciononostante, il personaggio è stato allevato nella provincia Canadese del Manitoba, dove un certo culto per le originarie lingue dei pellerossa ci doveva essere per forza. Sotto il dirigente della Fed:

zzzz 1

 

 

 

 

 

 

 

 

[3] Christopher Albert Sims (Washington, 21 ottobre 1942) è un economista statunitense insignito del Premio Nobel per l’economia nel 2011.

[4] Michael Mussa è stato un economista americano. Capo economista al Fondo Monetario Internazionale ha diretto il gruppo dei consulenti economici sotto la presidenza di Ronald Reagan.

[5] Si tratta di una bevanda famosa, pare. Kool-aid è una polvere zuccherata che disciolta in acqua provoca un miscuglio al sapore di frutta.

Soldi e classi (blog di Krugman, 28 gennaio 2014)

gennaio 28, 2014

 

January 28, 2014, 8:37 am

Money and Class

My post on Americans starting to recognize class realities has brought some predictable reactions, which I’d place under two headings: (1) “But they have cell phones!” and (2) it’s about how you behave, not how much money you have.

My answer to both of these would be to say that when we talk about being middle class, I’d argue that we have two crucial attributes of that status in mind: security and opportunity.

By security, I mean that you have enough resources and backup that the ordinary emergencies of life won’t plunge you into the abyss. This means having decent health insurance, reasonably stable employment, and enough financial assets that having to replace your car or your boiler isn’t a crisis.

By opportunity I mainly mean being able to get your children a good education and access to job prospects, not feeling that doors are shut because you just can’t afford to do the right thing.

If you don’t have these things, I would say that you don’t lead a middle-class life, even if you have a car and a few electronic gadgets that weren’t around during the era when most Americans really were middle class, and no matter how clean, sober, and prudent your behavior may be.

Now, according to that Pew survey (pdf), in early 2008 only 6 percent of Americans considered themselves lower class — far below the official poverty rate! — only 2 percent upper class, and 1 percent didn’t know. So 91 percent of Americans — roughly speaking, people with incomes between $15,000 and $250,000 — considered themselves middle class. And a large portion of these people were wrong.

Consider health insurance: many Americans with incomes significantly above the poverty line are, or were until very recently uninsured, and many more were at risk of losing coverage. That, to me, says that they weren’t middle class on that basis alone. Many, probably most, low-wage workers have hardly any financial assets, no retirement plan, etc.

What about opportunity? Public schools in America vary widely in quality, and lower-income families can’t afford to live in good districts. College education has become far less accessible as aid to public institutions falls. The chance of finishing college varies drastically with family income (pdf).

I could go on, but surely it’s obvious when you think about it (and if you have any sense of the realities of life). A lot of Americans — quite arguably a majority — just don’t have the prerequisites for middle-class life as we’ve always understood it.

What about the upper end? In 2008 19 percent of Americans considered themselves upper-middle class. Here I think we have problems with defining what the class means. Pretty clearly, life at $250,000 is significantly, qualitatively different from life at $100,000. Yet Americans making 250K don’t feel rich, because above them loom the steep slopes of the upper tail of the income distribution (mixed metaphor, but whatever). So I won’t try to sort this one out.

But back to the lower end: the point is that we could, if we chose, guarantee the essentials of middle-class existence for almost all Americans; other advanced countries do it. Universal health care is the norm; we’re finally making a partial move toward that norm, but the right is fighting that move hysterically. Universal good basic education and free or cheap college education are available in other advanced countries.

The sad thing is that our fetishization of the middle class, our pretense that we’re almost all members of that class, is a major reason so many of us actually aren’t. That’s why the growing appreciation of class realities on the part of the public is a good thing; it raises the chances that we’ll actually start creating the kind of society we only pretend to have.

 

Soldi e classi

 

Il mio post sugli americani che cominciano  a riconoscere le realtà di classe ha provocato alcune prevedibili reazioni, che collocherei in due categorie: 1) “Ma hanno i cellulari!” e 2) è un faccenda che riguarda il comportamento, non quanto denaro si possiede.

La mia risposta ad entrambe consisterebbe nel dire che quando parliamo di far parte della classe media, mi parrebbe nella nostra mente che stabiliamo due fondamentali attributi di quella condizione: la sicurezza e l’opportunità.

Per sicurezza intendo che si abbiano abbastanza risorse e riserve per le quali le ordinarie emergenze della esistenza non ci precipitino nell’abisso. Questo significa avere una dignitosa assicurazione sanitaria, una occupazione ragionevolmente stabile, e sufficienti attivi finanziari per cui il dover cambiare una macchina o un impianto di riscaldamento non comporti una crisi.

Per opportunità intendo principalmente essere capaci di avere una buona istruzione per i vostri figli e l’accesso a prospettive di lavoro, senza sentire che le porte di chiudono solo perché non potete permettervi di fare la cosa giusta.

Se non avete queste due cose, direi che non state conducendo un’esistenza da classe media, anche se avete una macchina e pochi congegni elettronici che non erano in circolazione nell’epoca in cui gli americani erano per davvero classe media, e non è importante quanto la vostra condotta sia onesta, sobria e prudente.

Ora, secondo il sondaggio di Pew (disponibile in pdf), agli inizi del 2008 soltanto il 6 per cento degli americani si consideravano nella classe più bassa – assai al di sotto del tasso di povertà! – solo il 2 per cento tra le classi superiori, e l’1 per cento non aveva risposta. Dunque il 91 per cento degli americani  – grosso modo, persone con redditi tra i 15.000 ed i 250.000 dollari – si considerava classe media. Ed una larga parte di queste persone si sbagliava.

Si consideri l’assicurazione sanitaria: molti americani in modo significativo al di sopra della linea della povertà, sono od erano sino a molto di recente non assicurati, e molti di più erano a rischio di perdere la copertura assicurativa. Sulla base di quanto detto in precedenza, secondo me quello significava che non erano classe media. Molti, probabilmente la maggior parte, dei lavoratori con bassi salari non avevano alcun attivo finanziario, o programma pensionistico, etc.

Che dire dell’opportunità? Le scuole pubbliche in America variano largamente per qualità, e le famiglie a reddito più basso non possono permettersi di vivere in quartieri benestanti. L’istruzione universitaria è diventata assai meno accessibile da quando l’aiuto delle istituzioni pubbliche è caduto. Le possibilità di terminare l’università varia drasticamente a seconda del reddito delle famiglie (disponibile in pdf).

Potrei proseguire, ma certamente tutto questo è evidente se ci pensate (e se avete una qualche percezione delle realtà della vita). Una grande quantità di americani – è abbastanza probabile che si tratti della maggioranza – semplicemente non hanno i prerequisiti per una vita da classe media come la abbiamo sempre intesa.

Che dire della parte più alta? Nel 2008 il 19 per cento degli americani si considerava classe media superiore. In questo caso penso che abbiamo dei problemi a stabilire cosa significhi ‘classe’. E’ abbastanza chiaro che una vita da 250.000 dollari sia in modo significativo qualitativamente diversa da una vita da 100.000 dollari. Tuttavia gli americani che realizzano 250.000 dollari non si sentono ricchi, perché sopra di loro incombe il pendio ripido della coda superiore della distribuzione del reddito (metafora commista, ma pazienza). Così non cercherò di dare una collocazione a questi ultimi.

Ma tornando alla parte inferiore: il punto è se potremmo, decidendolo, garantire le cose essenziali della esistenza della classe media per quasi tutti gli americani; altre nazioni avanzate lo fanno. L’assistenza sanitaria universale è la norma; stiamo finalmente operando uno spostamento verso quella norma, ma la destra sta combattendo contro quello spostamento in modo isterico. Una buona istruzione di base universale ed una gratuita o economica istruzione universitaria è a disposizione in altri paesi avanzati.

La cosa triste è che il nostro feticismo della classe media, la nostra pretesa di essere quasi tutti componenti di quella classe, è una importante ragione per la quale così tanti tra noi non lo sono. Questo è il motivo per il quale una crescente comprensione delle realtà di classe da parte della opinione pubblica è un’ ottima cosa; essa accresce le nostre opportunità di cominciare veramente a creare il genere di società che fingiamo soltanto di avere.

La realtà di classe comincia ad essere compresa (27 gennaio 2014)

gennaio 27, 2014

 

Jan 27, 5:14 pm

The Realities of Class Begin To Sink In

One of the odd things about America has long been the immense range of people who consider themselves middle class — and are deluding themselves. Low-paid workers who would be considered poor by international standards, say with incomes below half the median, nonetheless considered themselves lower-middle class; people with incomes four or five times the median considered themselves, at most, upper-middle class.

But this may be changing. According to a new Pew survey (pdf), there has been a sharp increase in the number of people calling themselves lower class, and a somewhat smaller rise in the number calling themselves lower-middle, so that at this point the combined “lower” categories are close to a plurality of the population — in fact, closing in on, um, 47 percent:

zz 100

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pew

This is, I believe, a very significant development. The whole politics of poverty since the 70s has rested on the popular belief that the poor are Those People, not like us hard-working real Americans. This belief has been out of touch with reality for decades — but only now does reality seem to be breaking in. But what it means now is that conservatives claiming that character defects are the source of poverty, and that poverty programs are bad because they make life too easy, are now talking to an audience with large numbers of Not Those People who realize that they are among those who sometimes need help from the safety net.

And this still has a way to go. To Americans at the 86th percentile: if you think you’re upper-middle class, you really have no idea.

 

La realtà di classe comincia ad essere compresa

 

Una delle cose curiose dell’America è sempre stata l’immensa varietà di persone che si considerano classe media – illudendosi. Lavoratori con bassi salari che sarebbero considerati poveri secondo gli standards internazionali, diciamo con redditi al di sotto di metà della media, nondimeno si considerano classe media, sia pure della parte più bassa; persone con redditi quattro o cinque volte la media si considerano, al massimo, classe medio alta.

Ma forse questo sta cambiando. Secondo un nuovo sondaggio di Pew (disponibile in pdf), c’è stato un brusco incremento del numero delle persone che si definiscono appartenenti alla classe più bassa, ed una crescita un po’ minore del numero di coloro che si definiscono medio-bassi, cosicché a  questo punto le categorie “più basse” messe assieme riguardano una pluralità della popolazione – di fatto racchiudendo circa un 47 per cento [1]:

zz 100

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pew

Si tratta, io credo, di uno sviluppo molto significativo. L’intera politica sulla povertà a partire dagli anni ’70 si è fondata sul convincimento popolare che i poveri fossero “Quella Gente”, non americani veri e propri che come noi lavorano duramente. E’ da decenni che questa convinzione non è in sintonia con la realtà – ma solo adesso sembra che stia entrando in crisi. Ma ciò che questo adesso significa è che i conservatori che sostengono che i difetti di carattere siano la fonte della povertà, e che i programmi per i poveri siano negativi perché rendono la loro vita troppo facile, ora stanno parlando ad un pubblico con un largo numero di  persone “Diverse da Quella Gente” che comprendono di essere entrate nel novero di coloro che ogni tanto hanno bisogno dell’aiuto di quelle reti di sicurezza.

Ed è una situazione che non può che crescere. Agli americani dell’86° percentile [2]: se pensate di essere classe medio alta, davvero non avete idea.



[1] La tabella mostra, con riferimento agli ultimi sei anni, il fenomeno che definisce della “restrizione della classe media”, sulla base delle risposte dei cittadini ai sondaggi, dunque delle ‘auto classificazioni’ da parte dei cittadini stessi.

[2] Ovvero, che hanno redditi che si collocano nella graduatoria all’ottantottesimo punto percentuale, ovvero in una zona apparentemente alta dei redditi, in quanto prossima al novantesimo punto percentuale, oltre il quale si entra negli ultimi dieci percentili che normalmente connotano i ricchi.  Il senso è che anche in quella posizione è tutt’altro che certo che ci si collochi in una posizione medio-alta. Perché, mi pare, coloro che si staccano davvero dalla classe medio-bassa cominciano solo dopo.

Le mense dei poveri provocarono la Grande Depressione (versione dei Padri Fondatori della Scuola Austriaca) (27 gennaio 2014)

gennaio 27, 2014

 

Jan 27, 4:43 pm

Soup Kitchens Caused the Great Depression, AFF Edition

That’s AFF for “Austrian founding fathers.”

The blog Social Democracy for the 21st Century has a fascinating post about Austrian patron saint Ludwig von Mises in the Great Depression, and his attempts to make sense of what was happening. It’s a revealing story, because it bears so much resemblance to current right-wing flailing – and also highlights the lessons Keynes tried to teach but so few, economists included, have been willing to learn.

First of all, as the blog tells it, von Mises, faced with the reality of depression, basically dropped Austrian business cycle theory, and for the very reason people like me have always had trouble taking it seriously. (Yes, yes, we don’t grasp the depth and profundity of a theory that can never fail, it can only be failed.) ABCT is essentially a story about the excesses of the boom; it offers no clear or plausible story about how that boom leads to a sustained slump. And von Mises was in effect already conceding that point by 1931.

 

 

So what was the story? According to vM, it was excessive wages — trade unions were demanding too much, and unemployment benefits were leaving workers insufficiently desperate. Sound familiar? It should — it is, essentially, the current Republican story, in which unemployment is high because we’re being too nice to the unemployed — that, as I like to say, soup kitchens caused the Great Depression.

And this is where Keynes comes in. Suppose, for the sake of argument, that unions and the dole really were holding up wages, and that breaking the unions and starving the unemployed would have led to a big wage decline. How would this have promoted employment?

Don’t say that it’s obvious, that labor would get cheaper and more would be employed. As Keynes pointed out, this makes sense for an individual worker or group of workers, but not if everyone takes a wage cut and — as one would expect — prices also fall. In that case, the relative price of labor hasn’t fallen, so there is no reason for employment to rise.

Or think about it a different way. Again as Keynes pointed out, workers don’t negotiate real wages, they negotiate nominal wages. Why should the overall level of these wages matter? Rudi Dornbusch used to say that “it takes two nominals to make a real.” The usual argument for how wage-price flexibility leads to full employment is that wages “push” against a fixed nominal money supply, so that a fall in the overall wage level leads to a rise in the real money supply, a fall in interest rates, and so on. But under liquidity trap conditions this channel doesn’t work, and other channels — notably Fisherian debt deflation — almost surely mean that lower wages reduce, not increase, employment.

So it’s a nonsense story. But it turns out that it’s always the story the right turns to when market economies go bad — because the alternative would be to admit that market economies can in fact go bad, and that sometimes government is the solution, not the problem.

 

Le mense dei poveri provocarono  la Grande Depressione (versione dei Padri Fondatori della Scuola Austriaca)

 

 

Il blog Democrazia sociale per il XXI Secolo ha un post interessante sul santo patrono della scuola austriaca Ludwig von Mises nella Grande Depressione, e dei suoi tentativi di dare un senso a quello che stava accadendo. E’ un racconto rivelatore, perché ha molta somiglianza con l’attuale agitazione della destra – ed inoltre illumina le lezioni che Keynes cercò di insegnare ma che pochi, economisti inclusi, hanno avuto voglia di apprendere.

Prima di tutto, come dice il blog, von Mises, a fronte della realtà della depressione, in sostanza lasciò cadere la teoria del ciclo economico austriaca, e proprio per questa ragione persone come me hanno sempre avuto problemi a prenderlo sul serio (sì, sì e ancora sì: non riusciamo ad afferrare lo spessore e la profondità di una teoria che non può mai venir meno, salvo che è già venuta meno). La Teoria Austriaca del Ciclo Economico è essenzialmente un racconto sugli eccessi della espansione; non offre alcuna descrizione chiara o plausibile su come quella espansione abbia portato ad una prolungata recessione. E nel 1931 von Mises in effetti stava già ammettendo questo aspetto.

In cosa consiste, dunque, questo racconto? Secondo von Mises, furono i salari eccessivi – i sindacati chiedevano troppo ed i sussidi di disoccupazione mantenevano i lavoratori in condizioni di insufficiente disperazione. Vi suona familiare? Dovrebbe – è essenzialmente il racconto dei repubblicani dei nostri giorni, secondo il quale la disoccupazione è elevata perché siamo troppo premurosi con i disoccupati – così, come mi piace dire, le mense dei poveri provocarono la Grande Depressione.

Ed è a questo punto che Keynes entra in scena. Supponiamo, in coerenza con quella tesi, che i sindacati ed il sussidio di disoccupazione stessero davvero tenendo su i salari, e che la rottura dei sindacati ed il mettere alla fame i disoccupati avrebbe portato ad un grande declino salariale. Come tutto questo avrebbe promosso occupazione?

Non si dica che è evidente, che il lavoro sarebbe diventato meno caro ed in più avrebbero trovato lavoro. Come Keynes mise in evidenza,  questo ha senso per un lavoratore individuale o per un gruppo di lavoratori, ma non se ognuno riceve un taglio al salario e – come ci si aspetterebbe – anche i prezzi diminuiscono. In quel caso, il prezzo relativo del lavoro non è caduto, dunque non c’è ragione perché l’occupazione cresca.

Oppure si ragioni in un diverso modo. Ancora come Keynes mise in evidenza, i lavoratori non negoziano i salari reali, ma quelli nominali. Perché il livello generale di questi salari dovrebbe essere importante? Rudi Dornbusch era solito dire: “Ci vogliono due nominali per fare un reale”. L’argomento consueto su come la flessibilità dei salari e dei prezzi porta alla piena occupazione è che i salari “premono” contro un’offerta nominale di moneta definita, cosicché una caduta nel livello generale dei salari conduce ad un aumento dell’offerta reale di moneta, ad una caduta nei tassi di interesse, e così via. Ma in condizioni di trappola di liquidità questo canale non funziona, e gli altri canali – in particolare la ‘fisheriana’ [1] deflazione da debito – quasi certamente comporta che i bassi salari non accrescano, bensì riducano l’occupazione.

Dunque, è una storia senza senso. Ma si scopre che è la stessa storia che ci indica dove rivolgerci quando le economie di mercato vanno male – perché la alternativa sarebbe ammettere che le economie di mercato possono di fatto andar male, e talvolta i governi sono la soluzione, non il problema.

 


[1] Irving Fisher (Saugerties, 27 febbraio 1867 – New York, 29 aprile 1947) è stato un economista e statistico statunitense. Contribuì in modo determinante alla teoria dei Numeri indici analizzandone le proprietà teoriche e statistiche. Fu uno dei maggiori economisti monetaristi statunitensi dei primi del Novecento. Dal 1923 al 1936 il suo Index Number Institute produsse e pubblicò indici dei prezzi di diversi panieri raccolti in tutto il mondo. In campo finanziario a lui si deve la formalizzazione della equazione per stimare la relazione tra tassi di interesse nominali e reali. L’equazione è usata per calcolare lo “Yield to Maturity” ovvero il rendimento alla scadenza di un titolo, in presenza di inflazione. Tale equazione è conosciuta universalmente come Equazione di Fisher. Fu inoltre presidente dell’American Economic Association nel 1918 e dell’American Statistical Association nel 1932 nonché fondatore nel 1930 della International Econometric Society. Morì nella città di New York nel 1947. (wikipedia)

zz 99

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Obama e l’1 per cento (26 gennaio 2014)

gennaio 26, 2014

 

Jan 26, 11:38 am

Obama and the One Percent

Another week, another outburst by a one-percenter comparing progressive taxation to Nazi atrocities. I particularly liked the end:

Kristallnacht was unthinkable in 1930; is its descendent “progressive” radicalism unthinkable now?

Because it’s just obvious that San Francisco progressives are the political heirs of fascism, right?

You do wonder why the WSJ published this screed. Do billionaires have the right to get their views aired, regardless? Did the Journal think that it was doing a public service by letting the rest of us see the loose screws in this guy’s head? Or — what I suspect, to be frank — did the relevant editors actually think he was making a useful point?

Anyway, thinking about this sort of thing makes me realize that there’s a danger, especially for progressives, of confusing the proposition that Obama’s billionaire haters are stark raving mad — which is true — with the proposition that Obama has done nothing that hurts the plutocrats’ interests, which is false. Actually, Obama has been tougher on the one percent than most progressives give him credit for.

Start with taxes. The Bush tax cuts haven’t gone completely away, but at the very high end they have been pretty much reversed; plus there are additional high-end taxes associated with Obamacare. The result is that taxes on wealthy Americans have basically been rolled back to pre-Reagan levels:

zz 96

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The Atlantic

Meanwhile, financial reform looks as if it will have significantly more teeth than expected.

So the one percent does have reason to be upset. No, Obama isn’t Hitler; but he is turning out to be a little bit of FDR, after all.

 

Obama e l’1 per cento

 

Un’altra settimana, un’altra scenata dei difensori dell’1 per cento che fanno un paragone tra una tassazione progressiva e le atrocità dei nazisti. In particolare ho apprezzato la conclusione:

“La ‘Notte dei Cristalli’ era impensabile nel 1930; oggi è impensabile il “progressivo” [1] radicalismo, suo discendente diretto?”

Perché è semplicemente ovvio che i progressisti di San Francisco sono gli eredi politici del fascismo, non è così?

Ci si chiede perché il Wall Street Journal pubblichi tirate come questa. I miliardari hanno diritto ad avere i loro punti di vista pubblicizzati, nonostante tutto? Il Journal pensa di svolgere un servizio pubblico consentendo a tutti noi di osservare le valvoline fuse [2] nella testa di questo individuo? Oppure – ciò che sospetto, ad esser sincero – gli editori che contano pensano per davvero di dire una cosa degna di nota?

In ogni caso, pensando a cose di questo genere comprendo che c’è un pericolo, particolarmente per i progressisti, di confondere il concetto secondo il quale i miliardari che hanno in odio Obama siano totalmente fuori di testa – il che è vero – con il concetto secondo il quale Obama non avrebbe fatto niente per colpire gli interessi dei plutocrati, che è falso. In effetti, Obama è stato, nei confronti dell’1 per cento dei più ricchi, più duro di quello che la maggioranza dei progressisti gli riconosce.

Cominciamo con le tasse. Gli sgravi fiscali di Bush non sono completamente usciti di scena, ma ai livelli più alti sono stati in una buona misura ribaltati; in aggiunta,  sui redditi più elevati ci sono le tasse aggiuntive connesse con la riforma della assistenza sanitaria di Obama. Il risultato è che le tasse sugli americani ricchi fondamentalmente sono ritornate ai livelli precedenti a Reagan:

zz 96

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The Atlantic

 

Nel frattempo, la riforma del sistema finanziario pare destinata ad avere in modo significativo una presa maggiore di quello che ci si aspettava [3].

Dunque, gli individui dell’1 per cento hanno ragione di essere turbati. No, Obama non è Hitler; ma, in fin dei conti, si scopre che ha almeno un po’ di Franklin Delano Roosevelt.



[1] Leggendo l’articolo originario, penso che il senso di ‘progressive’ non fosse quello di ‘progressista’, ma quello di ‘sempre più in crescita, inarrestabile’.

[2] Sarebbe letteralmente “le viti allentate”.

[3] La notizia proviene da un articolo apparso alla fine di dicembre sulla rivista New Repubblic a cura di Mike Konczal, che vediamo adesso nella connessione e prossimamente tradurremo.

La divisione nella teoria economica: nessuno è così cieco (come chi non vuol vedere) (blog di Krugman, 25 gennaio 2014)

gennaio 25, 2014

 

January 25, 2014, 2:32 pm

None So Blind, Macroeconomics Division

Noah Smith reminds us of a quarter-century-old diatribe by Robert Barro against the New Keynesian economics, which is notable for its bitterness. You can sort of see why: people like Barro had triumphantly declared Keynes dead a decade earlier, and were evidently horrified to see even a mild version of Keynesian ideas making a comeback.

But what’s also striking is Barro’s evident inability to understand why these ideas didn’t shrivel up and die the way they were supposed to. His only answer was politics – leftists looking for rationales for government intervention – which is kind of funny when you realize that in its early days New Keynesian economics included among its leading lights Greg Mankiw and John Taylor. Also, the kind of intervention under discussion – monetary policy – was hardly the stuff of Big Government.

So why did so many macroeconomists feel that they needed to resurrect something Keynesian in feel? Don’t tell anyone, but they were looking at this thing called evidence.

Just an aside – Noah seems to me to have a blind spot here, an urge toward nihilism on the question of evidence in macro. I don’t really see why. The evidence that, at the very least, we don’t live in a classical world is very strong, and in any normal science would long have been considered conclusive.

Let’s ask what the debate in the 80s and 90s was about. It wasn’t about fiscal policy, which only came back into central focus after we hit the zero lower bound. Instead, it was about monetary policy: whether actions by central banks could drive economic fluctuations, or whether these were all real shocks of some kind. Keynesian models (including the monetarist subclass, which isn’t really very distinct in content as opposed to attitude) argue that money has real effects because some wages and/or prices are sticky in nominal terms. (This is not the same thing as arguing that increased price flexibility would help end recessions – I’ve written about that before, but just leave that on the side right now.)

So, what evidence might you look for on the proposition that monetary policy can drive the real economy? You could look for direct evidence of the asserted real effect – preferably in the form of natural experiments, where there was a clear change in policy and you could track the outcome. Alternatively or additionally, you could look for evidence of nominal stickiness.

And by the mid-1980s there was already overwhelming evidence of both kinds. Romer and Romer hadn’t yet published their classic event-study demonstration that money matters, but as they said, their methodology was largely based on the work of a guy named Milton Friedman. And the mother of all Romer-Romer natural experiments took place when Paul Volcker first tightened policy to break the back of inflation, then loosened it when he thought we had suffered enough; the results – the worst recession since the 30s, followed by a roaring recovery – were pretty decisive. I remember, during our time at the CEA in 1982-3, someone making a new classical argument, and Larry Summers saying something like “aren’t 12 million unemployed enough reason to stop listening to this nonsense?”

Meanwhile, on nominal stickiness: there was the evidence from real exchange rate behavior, where nominal and real rates not only moved in tandem, but real-rate behavior changed totally when the exchange rate regime changed. And there was clear evidence from surveys both that there was a spike in the distribution of wage changes at zero and that employers believed that nominal wage cuts were very costly for morale.

All of this evidence has, of course, only grown stronger since.

Seriously: if this were a normal scholarly field, can you imagine a large part of the profession not only ignoring this evidence but doing all it could to excommunicate anyone trying to face reality? And no, I’m not engaged in hyperbole: remember, it was Ken Rogoff, not me, who wrote about bearing the scars of “new neoclassical repression.”

So my take on macro is that we have plenty of evidence about what kind of approach works – and that approach really does work, giving lots of useful guidance. In fact, the empirical evidence for basic macro propositions is better than that for most of micro! The problem is that so many macroeconomists refuse to see the obvious.

 

La divisione nella teoria economica: nessuno è così cieco (come chi non vuol vedere)

 

 

Noah Smith ci ricorda la polemica di venticinque anni orsono di Robert Barro contro l’economia neo keynesiana, che fu notevole per la sua asprezza. Potete in qualche modo constatarne la ragione: persone come Barro avevano dichiarato in modo trionfalistico Keynes morto e sepolto un decennio prima, ed erano evidentemente inorridite nel vedere persino una versione edulcorata delle idee keynesiane tornare sulla scena.

Ma era anche stupefacente l’evidente incapacità di Barro di comprendere il motivo per il quale quelle idee non si erano esaurite e non erano scomparse come si era supposto. La sua sola risposta fu in termini politici – i progressisti cercavano argomenti per l’intervento dello Stato – la qualcosa era abbastanza buffa se si considera che nel suo primo periodo l’economia neo keynesiana includeva tra le sue muse ispiratrici Greg Mankiw e John Taylor. Inoltre, il tipo di intervento del quale si discuteva – la politica monetaria – non aveva proprio  che fare con posizioni stataliste.

Perché dunque tanti economisti sentirono di aver bisogno di resuscitare qualcosa della sensibilità keynesiana? Non ditelo in giro, ma dipese dal fatto che stavano osservando quel genere di cose che si chiamano fatti.

Solo un inciso – mi pare che in questo caso Noah finisca in un punto cieco, una propensione al nichilismo sul tema del ruolo delle prove in economia. Non capisco proprio perché. La prova che, quantomeno, non viviamo in un mondo classico è molto chiara, in una scienza normale sarebbe da tempo stata considerata definitiva.

Chiediamoci che cosa riguardasse il dibattito negli anni ’80 e ’90. Non riguardava la politica della finanza pubblica, che è tornata al centro dell’attenzione soltanto dopo che abbiamo toccato il limite inferiore dello zero [1]. Piuttosto riguardava la politica monetaria: se le azioni da parte delle banche centrali potevano provocare fluttuazioni economiche, o se si trattava in ogni caso di shocks reali di qualche natura. I modelli keynesiani (inclusa la sottocategoria monetarista, che non è in realtà molto distinta nei contenuti, quanto nella mentalità) sostenevano che la moneta ha i suoi effetti reali perché alcuni salari e/o prezzi sono vischiosi in termini nominali (questa non è la stessa cosa che sostenere che una maggiore flessibilità dei prezzi aiuterebbe a far finire le recessioni – ho già scritto a questo proposito in passato, ma in questo momento lasciamolo da parte).

Dunque, quale prova si deve cercare a proposito del concetto per il quale la politica monetaria può guidare l’economia reale? Si potrebbero cercare prove dirette dei supposti effetti reali – preferibilmente nella forma di esperimenti naturali, dove sia dato un evidente cambiamento nella politica e si possano seguire i risultati. In alternativa o in aggiunta, si potrebbero cercare prove della rigidità nominale (dei salari e/o dei prezzi).

E sulla metà degli anni ’80 c’erano già prove schiaccianti di entrambi i generi. I coniugi Romer [2] non avevano ancora pubblicato la loro classica dimostrazione, basata su uno studio di eventi reali, che la moneta ha importanza, ma, come dissero loro stessi, la loro metodologia si era ampiamente basata sul lavoro di un individuo chiamato Milton Friedman. E la madre di tutti gli esperimenti naturali dei coniugi Romer ebbe luogo quando Paul Volcker anzitutto diede una stretta alla politica monetaria per dare un colpo definitivo all’inflazione, poi la allentò quando pensò che avessimo sofferto abbastanza; i risultati – la peggiore recessione dagli anni ’30 [3], seguita da una ripresa vivace – furono abbastanza determinanti. Ricordo, durante il nostro periodo presso il Comitato dei Consiglieri economici nel 1983-3 [4], che qualcuno avanzava tesi neo classiche, e Larry Summers disse qualcosa come: “12 milioni di disoccupati non sono una ragione sufficiente per smettere di dare ascolto a queste insensatezze?”

Nel frattempo, a proposito della rigidità dei prezzi e dei salari nominali: ci fu la prova, dal comportamento del tasso di cambio reale, che non solo i tassi nominali e reali si muovevano in coppia, ma che il comportamento del tasso di cambio reale cambiava completamente quando cambiava il regime dei tassi di cambio. E ci fu la prova evidente, sulla base di sondaggi, che si determinò sia un picco nella distribuzione al punto più basso [5] delle modifiche salariali, sia che i datori di lavoro credevano che i tagli ai salari nominali sarebbero stati molto costosi in termini di motivazione dei lavoratori.

Da allora, evidentemente, tutte queste prove sono soltanto diventate sempre più chiare.

Seriamente: se ci fosse un ambiente accademico normale, vi potreste immaginare che una larga parte della disciplina non solo ignori queste prove, ma faccia anche il possibile per scomunicare chiunque si misura con la realtà? E non sto affatto esagerando: si ricordi, non sono stato io ma Ken Rogoff che ha scritto a proposito delle umiliazioni patite da parte della “nuova repressione neoclassica” [6].

Dunque, la mia posizione sulla macro è che siamo pieni di prove su quale sia il genere di approccio che dà risultati – e quell’approccio in realtà funziona davvero, offrendo una quantità di indirizzi utili. Di fatto, le prove empiriche dei fondamentali concetti macro sono migliori di gran parte di quelle che valgono per la microeconomia! Il problema sono i tanti economisti che rifiutano di riconoscere quello che è evidente.



[1] Nei tassi di interesse, vedi note sulla traduzione a “zero lower bound”.

[2] David e Christina Romer, sono due economisti americani che hanno studiato, appunto con vari importanti lavori soprattutto in un periodo successivo agli anni ’80, i temi dell’influenza della politica fiscale sulla crescita economica. Hanno studiato assieme al MIT e sono stati colleghi come docenti alla Università della California, Berkeley. Christina Romer ha guidato la Commissione presidenziale dei consiglieri economici con Obama, nel 2008. In quella veste aveva stimato e proposto come necessario un intervento economico statale contro la crisi di circa 1.800 miliardi di dollari. Alla fine Obama decise – in parte fu anche costretto a decidere, per l’opposizione repubblicana – un intervento di 800 miliardi di dollari, che provocò forti critiche da parte degli economisti di orientamento keynesiano.

Ecco i due economisti:

S030409JB-0043.JPG    zz 94

 

 

 

 

 

[3] Naturalmente per quei tempi, non certo peggiore di quella del 2008.

[4] Krugman fu membro di quella commissione nel primo mandato di Reagan.

[5] I sondaggi del genere di quelli citati, di solito misurano la “vischiosità/rigidità” dei salari misurandoli in termini di frequenza di modifiche. Spesso si esprimono attraverso grafici a dispersione, che mostrano come i cambiamenti si distribuiscono, indicando come punto più basso la condizione di ‘nessuna modifica’.

[6] Il giudizio di Rogoff su quegli anni, compreso il riferimento ai modi nel quali gli economisti neo classici osteggiavano gli interventi e le pubblicazioni di economisti di diverso orientamento,  è riferito nel post di Krugman del 13 dicembre 2013, dal titolo “Rudi Dornbusch e la salvezza della macroeconomia internazionale”.

Tutte le cose nuove sono a loro volta vecchie (blog di Paul Krugman, 23 gennaio 2014)

gennaio 23, 2014

 

January 23, 2014, 10:43 am

Everything New Is Old Again

Logistical note: I’ll be traveling the next couple of days — family, not work — so little if any blogging. Also, for those who like to plan their TV viewing far in advance, next week I’ll be doing SOTU commentary on CNN. I believe I’ve been assigned to discuss Michelle Obama’s wardrobe, or something.

But before we hit the very cold road, I thought I’d weigh in on an ongoing discussion about the state of Keynesian economics. Simon Wren-Lewis had a piece a few days ago that I never got around to discussing, and now John Quiggin has a further piece that lays out an interesting typology. I don’t really disagree with either piece, but have a slightly different take.

So Wren-Lewis asks whether the financial crisis and aftermath will lead to a revolution in macroeconomics. He thinks mostly not, and he’s probably right — but the absence of a revolution will be mainly for the wrong reasons.

There have been two big revolutions in macro. First was the Keynesian revolution, closely tied to the Great Depression; then the new classical counterrevolution, more loosely tied to stagflation in the 1970s. In the first case the linkage was obvious: Keynes offered a way to understand what was happening, and a solution too.

In the second case things weren’t quite so obvious — new classical models didn’t actually have anything much to say about inflation. But stagflation was predicted by Friedman and Phelps, using models that attempted to derive wage and price-setting behavior from rational choice. So the effect of the emergence of stagflation was to give a big boost to “microfoundations” as a modeling strategy

There was a limited Keynesian pushback, what Quiggin calls the Old New Keynesian economics. Basically, this approach tried to get as much rationality into the models as possible without reaching the conclusion that demand-side recessions can’t happen. So intertemporal optimization by consumers, optimal price-setting by firms, with just the caveat that for reasons not specified firms and/or workers had to set prices well in advance, so that surprises in demand could translate into real fluctuations.

There was never a compelling empirical case for this approach. Yet it became dominant for, I think, a couple of reasons. First, it aped the style of the new classical types, creating the illusion of intellectual convergence. Second,it was mathematically hard enough to give you the feeling that you were doing real theoretical work, not just writing down something ad hoc — and maybe even more important, hard enough to convince referees that it was serious stuff. Finally, on a more positive note, New Keynesian-type models did and do under certain circumstances force you to think harder about issues in a way that enhances your understanding, even if you don’t really believe them; that’s certainly been my experience, which is why I usually try to model macro issues both ways (old and new Keynesian), just to be sure I’m not missing something.

So now comes the Lesser Depression — and it turns out that the New Keynesian models have been of hardly any use, while old Keynesian approaches (sometimes with a consistency check using NK modeling) have been tremendously useful. The result has been the rise of what Quiggin, borrowing a phrase from Tyler Cowen, calls New Old Keynesian economics. I liked my term Neo-Paleo-Keynesianism, but whatever.

Quiggin says that I’m the leader in this movement; hey, I’ll take it, although Larry Summers is giving me a definite run for the money lately.

But will this sweep the academic world? No. Partly because of politics: as Quiggin says, new classical economics is effectively part of the broader right-wing apparatus of denial, into which awkward facts rarely penetrate.But there’s also a professional dynamic going on.

You see, both the Keynesian revolution and the classical counterrevolution had one great virtue for ambitious academics: they involved both new ideas and more elaborate math than their predecessors. (It’s often forgotten, but Keynesian economics and the Samuelsonian modeling revolution went hand in hand.) New Old Keynesian economics, on the other hand, involves turning away from hard math back toward rough-and-ready assumptions based on empirical observation. Aspiring up-and-coming economists may be able to publish empirical papers in this vein, but theoretical analyses are likely to be met with giggles and whispers. Just because the stuff works doesn’t mean that it will be publishable.

So I think we’re in for a long siege in which the economics that works remains virtually absent from economic journals (except policy journals like Brookings Papers) and largely untaught in graduate programs.

I hope I’m wrong.

 

Tutte le cose nuove sono a loro volta vecchie

 

Nota logistica: sarò in viaggio nei prossimi due giorni – per ragioni familiari, non per lavoro – dunque scriverò poco o niente. Inoltre, per coloro a cui piace pianificare in anticipo i programmi televisivi cui assistere, la prossima settimana commenterò alla CNN il Discorso sullo Stato dell’Unione [1]. Credo che sarò incaricato di discutere il guardaroba di Michelle Obama, o qualcosa del genere.

Ma prima di mettermi in marcia con questo freddo, ho pensato di intervenire su un perdurante dibattito sullo stato dell’economia keynesiana. Alcuni giorni fa pubblicò un pezzo Simon Wren-Lewis che non ha mai avuto il tempo di discutere, ed ora John Quiggin scrive un altro pezzo che propone una interessante tipologia. In effetti io non sono in disaccordo con entrambi gli articoli, ma direi le cose in modo leggermente diverso.

Dunque, Wren-Lewis si chiede se la crisi finanziaria e le sue conseguenze ci porteranno ad una rivoluzione nella teoria economica. Principalmente egli pensa che non accadrà, ed ha probabilmente ragione – ma la mancanza di una rivoluzione dipenderà principalmente da ragioni sbagliate.

Ci sono state due grandi rivoluzioni in macroeconomia. La prima fu la rivoluzione keynesiana, strettamente connessa con la Grande Depressione; poi la controrivoluzione neo classica, in modo più generico legata alla stagflazione degli anni ’70. Nel primo caso la connessione era evidente: Keynes offrì un modo per capire cosa stava accadendo, ed anche una soluzione.

Nel secondo caso le cose non furono altrettanto evidenti – i modelli neoclassici in verità non avevano molto da dire sull’inflazione. Ma la stagflazione fu prevista da Friedman e Phelps, utilizzando modelli che cercavano di derivare l’assestamento dei salari e dei prezzi dal comportamento sulla base di scelte razionali. Dunque, l’effetto dell’emergenza della stagflazione fu quello di dare un grande incoraggiamento alle “fondamenta microeconomiche” come strategia di definizione di modelli.

Ci fu una limitata reazione keynesiana, che Quiggin definisce il Vecchio Nuovo Keynesismo. Fondamentalmente, questo approccio cercò di ottenere la maggiore razionalità possibile nei modelli senza arrivare alla conclusione che le recessioni dal lato della domanda non possono aver luogo. Così, ottimizzazione intertemporale da parte dei consumatori, perfetta definizione dei prezzi da parte delle imprese, solo con l’avvertimento che per ragioni non specificate le imprese e/o i lavoratori dovevano definire i prezzi ben in anticipo, e che dunque sorprese nella domanda potevano tradursi in fluttuazioni reali.

Non ci furono mai convincenti esempi empirici per questo approccio. Tuttavia, penso per un paio di ragioni, esso divenne dominante. La prima, esso scimmiottava lo stile dei soggetti neoclassici, creando l’illusione di una convergenza intellettuale. La seconda, era matematicamente abbastanza difficile  convincersi che si stava facendo un vero e proprio lavoro teoretico, piuttosto che un prender nota di argomenti in qualche modo ad hoc – e, forse più importante ancora, era abbastanza difficile convincere coloro che giudicavano che si trattasse di una cosa seria. Infine, una considerazione più positiva. I modelli del genere neo keynesiano vi costringevano per davvero, e in certe circostanze ancora vi costringono, a pensare con più impegno su tematiche che accrescono la vostra facoltà di comprendere, anche se effettivamente non credete ad essi; questa è stata certamente la mia esperienza, e quella è la ragione per la quale io normalmente cerco di esprimere in modelli i temi macroeconomici in entrambi i modi (keynesismo vecchio e nuovo), proprio per essere sicuro di non perdere qualcosa.

Così ai nostri giorni arriva la Depressione Minore – e si scopre che i modelli neo keynesiani sono stati di poca utilità, mentre gli approcci del vecchio keynesismo (talvolta con una verifica di coerenza,   utilizzando la modellistica neo keynesiana) sono stati incredibilmente utili. Il risultato è stata l’ascesa di quello che Quiggin chiama, prendendo a prestito una espressione di Tyler Cowen,  l’economia del  Nuovo Vecchio Keynesismo. Io preferivo il mio termine Neo-Paleo keynesismo, ma tant’è.

Quiggin dice che sarei io il leader di questo movimento; attenzione, posso accettarlo, ma di recente Larry Summers mi  dà molto filo da torcere [2].

Ma questo metterà fuori scena il lavoro accademico? No. In parte a causa della politica: come Quiggin dice, l’economia neo classica è effettivamente una componente del più ampio apparato del ‘negazionismo’ della destra, nel quale i fatti imbarazzanti raramente riescono a penetrare. Ma c’è anche una dinamica professionale che va avanti.

Vedete, sia la rivoluzione keynesiana che la controrivoluzione neo classica ebbero una grande virtù per gli accademici ambiziosi: riguardavano sia le nuove idee che un uso della matematica più sofisticato di quello dei loro predecessori (spesso lo si dimentica, ma l’economia keynesiana e la rivoluzione nella modellistica di Samuelson procedettero mano nella mano). L’economia del Nuovo Vecchio Keynesismo, d’altra parte, consiste nel distogliere lo sguardo dalla matematica complessa per tornare a concetti ruvidi e di uso immediato basati sulla osservazione empirica. Gli economisti ambiziosi e di buone speranze possono essere capaci di pubblicare studi empirici su questo filone, ma le analisi teoretiche è probabile siano accolte con risatine e sussurri [3]. Il fatto che alcune cose funzionino non significa che saranno pubblicabili.

Penso dunque che il futuro ci riserverà un lungo assedio, nel quale l’economia che funziona resterà virtualmente assente dalla riviste economiche (ad eccezione di riviste che si occupano di politica come Brookings Papers[4] ) ed ampiamente trascurata nei programmi universitari.

Spero di aver torto.



[1] Il prossimo annunciato discorso di Obama, che Krugman ha commentato ex ante nel New York Times di questi giorni.

[2] Letteralmente “to give you run for your money” significa “farti correre per (meritare) il tuo denaro” …

[3] E’ l’espressione che un economista neo classico, Robert Lucas, utilizzò con compiacimento per definire il modo in cui, nei decenni passati, si accoglievano i riferimenti a Keynes nel corso di convegni accademici. Krugman fece un riferimento a questo in un post del giugno del 2011.

[4] E’ una rivista di economia che ha iniziato le pubblicazioni nel 1970. La sua caratteristica è quella di offrire riflessione e ricerche attinenti alla teoria macroeconomica, in riferimento costante agli eventi economici principali contemporanei.

« Pagina precedente — Pagina successiva »

Archivio