Blog di Krugman

L’eutanasia del rentier (blog di Paul Krugman, 22 gennaio 2014)

 

Jan 22, 5:53 pm

The Euthanasia of the Rentier

A commenter quotes John Maynard Keynes:

The outstanding faults of the economic society in which we live are its failure to provide for full employment and its arbitrary and inequitable distribution of wealth and incomes.

It is, of course, a perfect quote for our times, too. It comes from the last chapter of the General Theory — a chapter that definitely bears rereading in the light of current debates.

For what Keynes describes in this chapter is, pretty much, a condition of secular stagnation — of persistently low returns on investment, in which there is a chronic oversupply of saving. He believed, in 1936, that this would be the state of affairs in the decades ahead, and was of course wrong in that belief. But he wasn’t wrong about the possibility of such a state of affairs, and since Larry Summers came out as a secular stagnationist, the view that we may well be there now has gone mainstream.

What struck me, looking at what Keynes wrote, were his remarks on interest rates and the return to capital: low rates of interest, he suggested,

would mean the euthanasia of the rentier, and, consequently, the euthanasia of the cumulative oppressive power of the capitalist to exploit the scarcity-value of capital.

Actually, for now at least profits remain high — but bond yields are very low.

What Keynes didn’t say, but now seems obvious, is that the rentiers are unlikely to accept their euthanasia gracefully. And therein, I’d argue, lies the ultimate explanation of the persistent clamor for monetary tightening despite weak economies and low inflation. I’ve described on a number of occasions how tight-money advocates are constantly shifting their arguments — it’s about inflation; no, it’s about sound market functioning; no, it’s about financial stability — but always with the same bottom line: rates must rise now now now.

Well, what I think we’re hearing is the sound of rentiers and those who, explicitly or implicitly, work for them, demanding their natural right to earn good returns even if the resource they control isn’t actually scarce anymore. They are not willing to go gently into their euthanasia.

 

L’eutanasia del rentier

 

Un commentatore cita John Maynard Keynes:

“I rilevanti difetti della società economica nella quale viviamo sono la sua incapacità a fornire la piena occupazione e la sua distribuzione della ricchezza e dei redditi arbitraria ed iniqua.”

Si tratta, come è evidente, di una citazione perfetta anche per i nostri tempi. Proviene dall’ultimo capitolo della Teoria Generale – un capitolo che certamente conviene rileggere alla luce dei dibattiti attuali.

Perché quello che Keynes definisce in questo capitolo è, praticamente, una condizione della stagnazione secolare – dei rendimenti persistentemente bassi degli investimenti, a fronte dei quali c’è una cronica offerta eccessiva di risparmi. Egli riteneva, nel 1936, che questa sarebbe stata la condizione corrente nei decenni a venire, ed evidentemente in questo sbagliava. Ma non sbagliava sulla possibilità di una tale situazione, e dal momento che Larry Summers ha aderito alla tesi della stagnazione secolare, il punto di vista su cui possiamo ben convenire è diventato l’orientamento prevalente.

Quello che mi ha colpito, guardando quello che scrisse Keynes, sono le sue osservazioni sui tassi di interesse e sui rendimenti del capitale: i bassi tassi di interesse, suggeriva:

“significherebbero l’eutanasia del ‘rentier’ e, conseguentemente, l’eutanasia dell’aggiuntivo potere dispotico del capitalista di sfruttare il valore del capitale in termini di scarsità.”

In effetti, al momento almeno i profitti restano alti, ma i rendimenti dei bond sono molto bassi.

Quello che Keynes non diceva, ma che oggi sembra evidente, è che è improbabile che coloro che possiedono rendite finanziarie accettino la loro eutanasia senza batter ciglio. E in questo, direi, consiste in ultima analisi la spiegazione del perdurante clamore a favore di una restrizione monetaria nonostante le economie deboli e la bassa inflazione. Abbiamo illustrato in varie occasioni come i sostenitori del denaro a tasso elevato cambino in continuazione i loro argomenti – dipende dall’inflazione; no, dipende dal corretto funzionamento del mercato; no, dipende dalla stabilità finanziaria – ma sempre con la stessa morale della favola: i tassi devono crescere senza perdere un istante.

Ebbene, io penso che quello che stiamo udendo è il frastuono dei rentier e di coloro che, esplicitamente o implicitamente, lavorano per loro, che rivendicano il loro naturale diritto a guadagnare buoni rendimenti, anche se la risorsa che controllano in verità non è affatto scarsa, al giorno d’oggi. Non hanno nessuna voglia di accettare educatamente la loro eutanasia.

Il Washington Post si “de-Kleinizza” (21 gennaio 2014)

gennaio 21, 2014

 

Jan 21, 8:48 pm

The Washington Post is De-Kleining

Ezra Klein of Wonkblog is leaving the Washington Post. Not news, exactly — the impending move has been all over the blogs for a while. But now it’s official. And may I say respectfully to the Post: You idiots!

You see, Ezra and his team filled a huge gap. That gap exists throughout the news media, although the Times has, I believe, largely closed it in other ways. But it was especially severe at the Post.

Here’s the problem: When you’re covering policy, the usual tools of journalism — cultivating sources, pounding the pavement, pulling out the Rolodex — just won’t cut it. You have to have people who actually understand the policy issues — people who can pound a spreadsheet, or whose Rolodex includes academic experts as well as DC flacks.

Otherwise what you get at best is he-said-she-said reporting — what I mocked many years ago as responding to claims that the earth is flat with the headline “Views differ on shape of planet.” Or, even worse, you rely on people who seem like authority figures because of their style or their official position, but are in reality just guys with an agenda, and often completely untrustworthy.

The Post — I really don’t think I’m being unfair here — has been particularly guilty of the latter sin. Colin Powell says Iraq is building WMD — well, that settles it, doesn’t it? The Committee for a Responsible Federal Budget says we have a fiscal crisis — well, they’re the authorities, aren’t they?

What Ezra and company brought was a combination of sophistication about policy issues and skepticism toward the Very Serious People. Ezra and Sarah Kliff really understood health policy, and knew that if you needed to know more, you called Gruber or Cutler, not Senator Bomfog. Others on the team actually understood macroeconomic policy, and knew that you shouldn’t treat the hacks at Heritage as if they were symmetrical with, say, the careful wonks at the Center on Budget and Policy Priorities.

Wonkblog has generally come off as liberal-leaning, but that’s just because the facts have a well-known liberal bias.

I have to say, I wonder — based on nothing at all — whether there wasn’t some hostility to Wonkblog among older-line journalists at the Post. Just a feeling, based on extrapolation from some other cases I know about.

Anyway, I wish Ezra best of luck in his new venture. And let’s hope that the Post understands what it has lost, and needs to replace as best it can.

 

Il Washington Post si “de-Kleinizza”

 

Ezra Klein di Wonkblog sta lasciando il Washington Post [1]. Non è esattamente una notizia – che lo spostamento fosse incombente è stato per un po’ su tutti i blog. Ma ora è ufficiale. Ed io posso rispettosamente dire al Post: siete degli idioti!

Vedete, Ezra e la sua squadra riempivano un gran buco. Questo buco esiste in tutti i giornali di informazione, sebbene il Times, io credo,l’abbia ampiamente chiuso in altri modi. Ma esso era particolarmente grave al Post.

Il problema è il seguente: quando vi occupate di politica, gli strumenti normali del giornalismo – coltivare le proprie fonti, battere ogni pista, tirar fuori il Rolodex [2] – proprio non sono adatti. Dovete avere persone che davvero comprendano i contenuti della politica – persone che possano lavorare su un foglio elettronico, o i cui Rolodex contengano esperti universitari e non solo portavoce della Capitale.

Altrimenti, quello che potete avere è un giornalismo del genere “lui ha detto/lei ha detto” [3] – quello che molti anni fa prendevo in giro come se si rispondesse alla pretesa che la Terra sia piatta con un titolo di giornale del genere “Punti di vista diversi sulla forma del pianeta”. Oppure, anche peggio, basandosi su persone che sembrano individui autorevoli a causa del loro stile di vita o della loro posizione ufficiale, ma in realtà sono soltanto individui con i loro programmi, e spesso completamente inaffidabili

Il Post – e penso di non essere ingiusto nel dirlo – in particolare ha commesso peccati del secondo genere. Colin Powell dice che l’Iraq sta costruendo armi di distruzione di massa – bene, a posto così, non è vero? La Commissione per un Bilancio Federale Responsabile dice che abbiamo una crisi della finanza pubblica – ebbene, le autorità sono loro, non è così?

Quello che Ezra e compagni avevano portato era stata una combinazione di raffinatezza sui contenuti della politica e di scetticismo nei confronti delle Persone Molto Serie. Ezra e Sarah Kliff capivano per davvero la politica sanitaria e sapevano che se avevate bisogno di saperne di più, dovevate chiamare Gruber o Cutler, non il Senatore Bomfog [4]. Nel suo gruppo, altri in effetti si intendevano di politica macroeconomica, e sapevano che non potevate trattare i ‘falchi’ dell’Heritage [5] come se fossero simmetrici, diciamo, con gli scrupolosi esperti del Centro per il Bilancio e le Priorità Politiche.

Wonkblog, in generale, è apparso avere una tendenza liberal, ma questo è dipeso soltanto dal fatto che gli eventi hanno una ben nota inclinazione progressista.

Devo dire, mi chiedo – basandomi su niente di preciso – se ci fosse una qualche ostilità verso Wonkblog tra gli altri giornalisti di più vecchia data al Post. Solo una sensazione, basata su una estrapolazione da qualche altro caso che conosco.

In ogni modo, auguro tanta fortuna a Ezra nella sua nuova impresa. E speriamo che il Post capisca cosa ha perso, e senta il bisogno di rimpiazzarlo come meglio può.



[1] Come è noto, Ezra Klen in questi anni è stato un interlocutore costante dei posts di Krugman. Eccolo:

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[2] Il Rolodex è questo, e pare venga o venisse usato per archiviare informazioni, come uno schedario:

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[3] Intende dire un giornalismo che resoconta dando informazioni dei commenti di vari esponenti politici, senza mai correre il rischio di capire e di approfondire.

[4] Il Senatore BOMFOG significa un uomo politico che ripete frasi trite, dette e ridette. L’origine della espressione è questa: BOMFOG è l’acronimo della frase “the brotherhood of man, under the fatherhood of God” (che significa “spirito fraterno dell’uomo, avendo Dio come Padre”). Era un espressione che il Governatore di New York Nelson Rockfeller usava infilare in tutti i suoi discorsi, al punto tale che i giornalisti avevano preso a riferirla con l’acronimo. Dopodiché è diventata sinonimo di un “Quaquaraquà”, come più o meno diremmo noi, ovvero di qualcuno che chiacchiera a vuoto, anche se nel gergo mafioso ha il significato più specifico di “delatore”.

[5] Fondazione della destra americana.

Far andare le economie sulla sabbia (21 gennaio 2014)

gennaio 21, 2014

 

Jan 21, 12:17 pm

Running Economies Into the Sand

Hmm. Allies of the Cameron government are now taunting Hollande as having run the French economy “into the sand” — presumably by contrast with the British triumph. How does that look in terms of, you know, actual numbers?

Here’s French and British real GDP since the beginning of the crisis:

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Eurostat

Neither economy has covered itself with glory, but this sure doesn’t look like a British triumph.

OK, but maybe we should only look at developments since the coalition took power. That’s actually a bad idea — economies do tend to rebound from deep slumps, so you would expect faster growth since the trough in Britain, which had the deeper slump. Still, for what it’s worth:

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Eurostat

British performance was clearly worse than French until the last couple of quarters, when it pulled slightly ahead. Again, hardly the kind of thing that would justify the boasting.

It really is amazing to watch a so far brief and not all that impressive cyclical upswing get sold as a gigantic policy triumph. But I guess that’s politics.

 

Far andare le economie sulla sabbia

 

Mmmh. Adesso coloro che sono vicini al Governo Cameron stanno deridendo Hollande per aver portato l’economia francese “sulla sabbia” – si presume in contrasto col trionfo inglese. Come sempre in questi casi, cosa risulta dai dati effettivi?

Ecco i PIL reali francese ed inglese dall’inizio della crisi:

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Eurostat

 

Nessuna delle due economie ha brillato in modo particolare, ma questo di sicuro non sembra un trionfo britannico.

Va bene, forse dovremmo solo guardare agli sviluppi dal momento in cui la coalizione è entrata in funzione. Per la verità è una cattiva idea – le economie tendono a rimbalzare dalle crisi profonde, quindi vi aspettereste una crescita più rapida considerato il punto basso del Regno Unito, che ha avuto la recessione più profonda. Eppure, per quello che vale:

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Eurostat

 

La prestazione inglese è stata chiaramente peggiore di quella francese sino agli ultimi due trimestri, quando si è portata leggermente in avanti. Ancora, non proprio il tipo di cose che possono giustificare un gran vanto.

E’ davvero sorprendente osservare come un così breve e niente affatto impressionante oscillazione ciclica verso l’alto sia rivenduta come un gigantesco trionfo politico. Ma suppongo che sia la politica.

A proposito di Kim Guadagno (20 gennaio 2014)

gennaio 20, 2014

 

Jan 20, 11:41 am

In the Matter of Kim Guadagno

One of the interesting and bittersweet aspects of the burgeoning Bridgegate-plus scandal in New Jersey has been the centrality of local newspapers. The original story wasn’t broken by the crack investigative reporters at the New York Times, or the fake-scandal-chasers at 60 Minutes. It was broken by the transportation reporter of the Bergen Record.

What makes this bittersweet is that local news is in decline, savaged by the decline in classified ads and other key sources of revenue.

So I thought I might do a public service by drawing attention to another super-local report that I suspect hasn’t gotten on the radar of many big-paper reporters. I mean, unless you live right here, who reads US1, a weekly that mainly covers sports, movies, and restaurants in the Princeton area? But the current issue has an account of one person’s interactions with Kim Guadagno, the lieutenant governor now accused of threatening storm-wracked Hoboken — and it fits the narrative perfectly.

Maybe this account is all wrong. But if it isn’t, you have to wonder how many other similar stories of vindictiveness — enough to make the Hoboken accusations completely plausible — are out there, waiting for reporters to find them.

 

A proposito di  Kim Guadagno

 

Uno degli aspetti interessanti  ed agrodolci del montante scandalo del Bridgegate-ed-oltre nel New Jersey è stata la centralità dei giornali locali. Alle origini la storia non è scoppiata per i cronisti che investigano sui grossi scandali [1] al New York Times, oppure per coloro che inseguono falsi scandali a “60 Minutes” [2]. E’ scoppiato per il cronista di trasporti del Bergen Record [3].

Quello che rende la circostanza agrodolce è il fatto che i notiziari locali sono in declino, assaliti dal declino delle inserzioni pubblicitarie e di altre risorse fondamentali per le entrate.

Così ho pensato che avrei dovuto rendere un pubblico servizio attirando l’attenzione su un altro resoconto che sospetto non sia finito sui radar di molti giornalisti di grandi organi di informazione. Voglio dire, a meno che non viviate proprio lì, chi legge “US1”, un settimanale che principalmente si occupa di sport, di film e di ristoranti nell’area di Princeton? Ma l’edizione odierna ha un resoconto sui rapporti di un individuo con Kim Guadagno, la vicegovernatrice adesso accusata di aver minacciato la cittadina di Hoboken colpita dalla tempesta [4] – ed esso si attaglia perfettamente alla natura della storia in questione.

Forse questo resoconto è tutto sbagliato. Ma se non lo fosse, dovete chiedervi quanti altri simili racconti di spirito vendicativo – sufficienti a rendere le accuse della cittadina di Hoboken del tutto plausibili – ci siano in giro, in attesa di giornalisti che li scoprano.



[1] Che “crack” abbia nel contesto questo significato non ne sono certo.

[2] 60 Minutes è un programma televisivo statunitense di attualità, in onda sul network televisiva CBS.

[3] North Bergen è una cittadina della Contea di Hudson, nel New Jersey.

[4] Se ho compreso, la Vice Governatrice Kim Guadagno sarebbe oggi denunciata per aver minacciato un Sindaco di togliere alla cittadina di Hoboken gli aiuti per i danni provocati dal disastroso evento atmosferico “Sandy”, se non avesse dato il proprio consenso ad alcune speculazioni immobiliari. La stessa Guadagno, nella ricostruzione dell’articolo apparso sul settimanale locale, si sarebbe resa responsabile di un altro episodio di intimidazione nei confronti di un professionista. Ed ecco la signora Kim Guadagno, vice del Governatore repubblicano Chris Christie, possibile candidato repubblicano alle prossime presidenziali americane:

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Oggettivamente a favore della disoccupazione (20 gennaio 2014)

gennaio 20, 2014

 

Jan 20, 11:15 am

Objectively Pro-Unemployment

Jonathan Chait makes a good point about the deficit scolds: whatever they may say, they have in practice played a key role in promoting short-run fiscal austerity and therefore in keeping unemployment high.

That’s not what they say, of course. Talk to almost any tentacle of the Peterson octopus, and he or she will say “Of course I’m against spending cuts in a depressed economy — in fact, I’m for more stimulus.” But this will be followed by a declaration that such stimulus must be accompanied by an agreement on long-term deficit reduction. Confidence, don’t you know. See, for example, Robert Rubin’s latest.

And the point is that given America’s current political situation, long-run deficit reduction is simply not on the table except to the extent that it takes place by controlling health costs (which actually is going pretty well.) Democrats are willing to cut a deal, trading spending cuts for tax hikes, but Republicans insist on cuts only, and in fact want more tax cuts. So no deal — and no relief from austerity.

Even the scolds have to realize this, so their anti-austerity rhetoric is empty. Objectively — and I think knowingly — they are on the side of higher unemployment.

 

Oggettivamente a favore della disoccupazione

 

Jonathan Chait avanza un buon argomento sulle Cassandre del deficit: qualsiasi cosa possano dire, hanno in pratica giocato un ruolo chiave nel promuovere l’austerità della finanza pubblica nel breve termine, e di conseguenza nel tenere alta la disoccupazione.

Non è questo quello che loro dicono, naturalmente. Parlate quasi con ogni tentacolo della piovra di Peterson e vi dirà “Naturalmente io sono contro i tagli alla spesa in un’economia depressa – in sostanza, io sono a favore di misure di sostegno all’economia”. Ma questo sarà seguito da una dichiarazione per la quale tali misure di sostegno dovranno essere accompagnate da un accordo su una riduzione del deficit nel lungo periodo. Da ultimo, si veda ad esempio Robert Rubin.

Ed il punto è che, data la attuale situazione politica in America, una riduzione del deficit sul lungo periodo semplicemente non è sul tavolo, se non nella forma di un controllo dei costi sanitari (che per la verità sta andando piuttosto bene). I Democratici vogliono fare un accordo, tagliare le spese di rappresentanza al posto di aumenti delle tasse, ma i repubblicani insistono solo sui tagli, e di fatto vogliono maggiori sgravi fiscali.  Dunque, nessun accordo – e nessuna attenuazione dell’austerità.

Anche le Cassandre del deficit lo devono capire, e per questo la loro retorica contro l’austerità è vuota. Obiettivamente – e penso comprensibilmente – sono dalla parte di una disoccupazione maggiore.

Il Pirata Roberts Patacca (19 gennaio 2014)

gennaio 19, 2014

 

Jan 19, 2:13 pm

Derp Pirate Roberts

We finally saw American Hustle last night; it was a lot of fun, although heavy-handed in parts (I would have lost the microwave scene). But if this story on the arrest of the man accused of being Dread Pirate Roberts is any indication, being in the FBI these days is a lot more fun (unless you’re really into Amy Adams’s cleavage, which I can understand) than it was in the Abscam days.

I mean, there’s the hired killing contracted with a guy who was actually working for the FBI, and the fake video supposedly demonstrating that the deed had been done:

Dread Pirate Roberts agreed to the price but wanted “proof of death,” asking nob to instruct the killers to send a video, “and if they can’t do that, then pictures” of the deceased.

Only the broad outlines are known of what must have been a highly cinematic dumb show of violence. What is clear from the criminal complaint is that by Feb. 21, nob sent photos of Mr. Green doing a fine impression of a corpse. Mr. Green had “died of asphyxiation/heart rupture” while being tortured, nob explained. Dread Pirate Roberts replied that he found the images disturbing, but that he did not have any other choice.

“I just wish more people had some integrity,” D.P.R. wrote.

Whee!

What you also get from the report is just how connected all this stuff is with libertarian derp:

By the time Mr. Ulbricht left Penn State, his views had taken on a vehemently anti-tax tone. A friend in Austin said Mr. Ulbricht’s politics at the time were more “hard core” than his own.

“I’d say ‘Less government but we need the government to build roads,’ ” this friend said. “But for him, even when it came to building roads, he felt there ought to be a voluntary basis for that. The point for him wasn’t to abolish government. He just thought people should have the ability to opt out of paying taxes.”

…

Ross Ulbricht and Dread Pirate Roberts have other similarities, including a fondness for the Ludwig von Mises Institute, part of the Austrian School of Economics, which was celebrated by Mr. Ulbricht on his Google+ page and by D.P.R. in Silk Road pep talks.

This could be a coincidence. It could also be a coincidence that neither man nor pseudonym seemed motivated by greed. Mr. Ulbricht’s lifestyle was one notch above that of urban couch surfer. And the primary goal that D.P.R. professed was to unshackle humanity from what he regarded as economic tyranny. If a handful of miscreants — and yes, a few of their unfortunate roommates — were killed along the way, that is a shame. But Silk Road was like a tunnel under the gulag, and D.P.R. was digging for the sake of humanity.

Amazing stuff. Who will play DPR in the movie?

 

Il Pirata Roberts Patacca [1]

 

Abbiamo finalmente visto American Hustle la sera scorsa [2]: è stato molto divertente, in qualche parte un po’ opprimente (avrei fatto a meno della scena del forno a microonde). Ma, se la storia dell’arresto dell’uomo accusato di essere Dread Pirate Roberts ha fondamento, essere nella FBI di questi tempi è molto più divertente (a meno che non siate proprio sul solco di Amy Adams [3], cosa che potrei capire) di quanto fosse ai tempi dell’operazione Abscam.

Voglio dire, c’è la assunzione a contratto di un sicario che in realtà stava lavorando per la FBI ed il falso video che doveva dimostrare che l’atto era stato compiuto:

“Dread Pirate Roberts si accordava su un prezzo ma voleva la “prova della morte”, chiedendo al soggetto di istruire gli assassini di spedire un video sui defunti, “e se non possono farlo, allora foto”.

Sono noti soltanto i contorni più generali di quello che deve essere stato un muto spettacolo di violenza altamente cinematografico. Quello che è chiaro, da una lamentela del criminale, è che il 21 febbraio il signore in questione ha inviato le foto del Signor Green con una bella rappresentazione del cadavere. Il signor Green era “morto per asfissia/collasso cardiaco” nel mentre veniva torturato, spiegava il personaggio.  Dread Pirate Roberts ammetteva di aver trovato le immagini scioccanti, ma di non aver avuto altra scelta.

“Desidero soltanto che un numero maggiore di persone abbiano una qualche affidabilità”, aveva scritto Dread Pirate Roberts.

Allegria!

Quello che anche si capisce dal resoconto, è come tutta questa roba sia proprio collegata con il pensiero ‘libertariano’ [4] del Pirata-patacca:

“Al tempo in cui il signor Ulbricht lasciò l’Università Statale della Pennsylvania, i suoi punti di vista avevano assunto veementi toni anti fisco. Un suo amico ad Austin disse che la politica del signor Ulbricht a quell’epoca era più “estremista” della sua.

‘Io direi che abbiamo bisogno di meno Governo, ma che il Governo deve costruire le strade’, riferì questo amico. ‘Ma per lui, anche nel caso di costruire le strade, sentiva che doveva essere fatto su basi volontarie. Per lui il punto non era abolire il Governo. Pensava soltanto che le persone avrebbero dovuto esser capaci di tirarsi fuori dal pagare le tasse.’

….

Ross Ulbricht e Dread Pirate Roberts hanno altri punti di contatto, come la passione per il ‘Ludwig von Mises Institute’, un settore della Scuola di Economia di orientamento ‘austriaco’, che veniva elogiata dal signor Ulbricht nella sua pagina Google e dal Pirata nei suoi vivaci colloqui su Silk Road.

Questa potrebbe essere una coincidenza. Potrebbe anche essere una coincidenza che né l’individuo né il personaggio con lo pseudonimo sembravano motivati da avidità. Lo stile di vita del signor Ulbricht era di un gradino superiore di persone che vivono alla giornata [5].E l’obbiettivo primario che il Pirata professava era quello di liberare l’umanità da quella che considerava una tirannia economica. E’ un peccato che una manciata di furfanti – e magari alcuni loro sfortunati compagni di stanza – venissero assassinati nel percorso. Ma Silk Road era come un tunnel sotto il gulag, e lo Spaventoso Pirata Roberts scavava nell’interesse dell’umanità.”

Cose interessanti. A chi toccherà la parte dello Spaventoso Pirata Roberts nel film?



[1] Anzitutto una avvertenza: questo post potrebbe sembrare una stranezza, se non si ha un po’ di pazienza nel comprenderlo. Ma si badi che il tema è quello della cultura di persone in carne ed ossa che si ispirano alla destra americana, che gestiscono il più grosso commercio per via informatica di sostanze stupefacenti, che usano il crimine nel regolare le vicende di quel commercio e che hanno come moneta il Bitcoin. Coincidenze e banalità del male.

 

E veniamo alla traduzione avventurosa, che necessita di varie informazioni supplementari. Andiamo con ordine: “Dread Pirate Roberts” significa “Lo spaventoso Pirata Roberts” ed è un titolo di un racconto e di un film. Lo stesso nome veniva attribuito all’ignoto proprietario di un sito – “Silk Road” (“La strada della seta”) – che era il sito underground nel quale si commerciava ogni genere di droga. Il sito ed il proprietario avevano fama di inaccessibilità – utilizzando meccanismi informatici oscurissimi, a loro volta chiamati “il sistema Tor”. Particolare interessante: i commerci avvenivano attraverso il Bitcoin.

Ora la FBI ha trovato il Pirata e scoperto i segreti del sito, a seguito di un banalissimo arresto in una libreria nella quale il personaggio stava gestendo i suoi affari con un lap top sulle ginocchia in un retrolocale. Sembra che avesse commesso errori inqualificabili per un hacker, come aver usato in qualche caso il proprio nome e cognome, ovvero Ross Ulbricht. La stupidità degli errori fa ‘storpiare’ a Krugman il nome di battaglia del Pirata, sostituendo  “dread” (“Spaventoso”) con “derp”, che è una espressione che deriva dalla serie ‘South Park’ ed indica il nome di un soggetto  abbastanza stupido. Se avete ancora curiosità, eccoli in sequenza entrambi, il signor Ulbricht  e Mr Derp:

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[2] American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle) è un film del 2013 diretto da David O. Russell. Il film è incentrato su eventi reali e racconta l’operazione Abscam, creata dall’F.B.I. verso la fine degli anni settanta per indagare sulla corruzione dilagante nel Congresso degli Stati Uniti d’America e in altre organizzazioni governative.

[3] Una famosa attrice, protagonista appunto del film American Hustle, ma finché non lo vedo non so cosa significhi essere sul “suo solco”.

[4] Ovvero, l’ideologia un po’ folle del capitalismo senza limiti.

[5] Pare che non esista un equivalente italiano di “couch surfing”, che equivale – quando si va all’estero – a trovarsi un letto come sistemazione provvisoria. In questo caso il “couch surfing” è urbano, e quindi mi pare sinonimo del passare da una sistemazione provvisoria all’altra.

Il mito del ricco meritevole (18 gennaio 2014, blog di Krugman)

gennaio 18, 2014

 

Jan 18, 12:11 pm

The Myth of the Deserving Rich

Many influential people have a hard time thinking straight about inequality. Partly, of course, this is because of Upton Sinclair’s dictum: it’s hard for a man to understand something when his salary depends on his not understanding it. Part of it is because even acknowledging that inequality is a real problem implicitly opens the door to taking progressive policies seriously.

But there’s also a factor that, while not entirely independent of the other two, is somewhat distinct; I think of it as the urge to sociologize.

I’ve written about that urge in the context of poverty: many pundits and politicians clearly want to believe that poverty is all about dysfunctional families and all that, a view that’s at least 30 years out of date, overtaken by the raw fact of stagnant or declining wages for the bottom third of workers.

There is also a counterpart on the upside of the income distribution: an obvious desire to believe that rising incomes at the top are kind of the obverse of the alleged social problems at the bottom. According to this view, the affluent are affluent because they have done the right things: they’ve gotten college educations, they’ve gotten and stayed married, avoiding illegitimate births, they have a good work ethic, etc.. And implied in all this is that wealth is the reward for virtue, which makes it hard to argue for redistribution.

The trouble with this picture is that it might work for people with incomes of $200,000 or $300,000 a year; it doesn’t work for the one percent, or the 0.1 percent. Yet the bulk of the rise in top income shares is in fact at the very top. Here’s the CBO:

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What’s a sociologizer to do? Well, what you see, over and over, is that they find ways to avoid talking about the one percent. They talk about the top quintile, or at most the top 5 percent; this lets them discuss rising incomes at the top as if we were talking about two married lawyers or doctors, not the CEOs and private equity managers who are actually driving the numbers. And this in turn lets them keep the focus on comfortable topics like family structure, and away from uncomfortable topics like runaway finance and the corruption of our politics by great wealth.

This is, by the way, why the Occupy slogan about the one percent is so brilliant. I would actually argue that the number should be even smaller. But one percent is an easy to remember number, and small enough to make it clear that we’re not talking about the upper middle class.

And that’s good. The myth of the deserving rich is, in its own way, as destructive as the myth of the undeserving poor.

 

Il mito del ricco meritevole

 

Molte persone influenti hanno qualche problema a ragionare di ineguaglianza correttamente. In parte, evidentemente, lo si spiega con la massima di Upton Sinclair: è difficile per chiunque capire una cosa quando il suo stipendio dipende dal non capirla. In parte perché anche l’ammettere che l’ineguaglianza sia un problema reale, è implicitamente uno spiraglio a prendere sul serio le proposte politiche progressiste.

Ma c’è anche un fattore che, se non è interamente indipendente dagli altri due, è in qualche nodo distinto; lo definirei il bisogno di sociologizzare.

Ho scritto a proposito di quel bisogno nel contesto del tema della povertà: molti commentatori ed uomini politici evidentemente vogliono credere che la povertà riguardi contesti familiari marginali e tutto quanto ne consegue, un punto di vista che è vecchio almeno di trent’anni, superato dal fatto nudo e crudo dei salari stagnanti o in calo per un terzo dei lavoratori che sono in fondo alla scala sociale.

C’è anche una simmetria sul lato alto della distribuzione del reddito: il desiderio evidente di credere che i redditi in crescita dei più ricchi siano in qualche modo l’altra faccia della medaglia di pretesi problemi sociali dei più poveri. Secondo questo punto di vista, i benestanti sono benestanti perché fanno le cose giuste; hanno avuto istruzione universitaria, si sono sposati e hanno mantenuto la loro famiglia, hanno evitato figli illegittimi, hanno un’etica del lavoro corretta, etc. E in tutto questo è implicito che la ricchezza sia un premio per la virtù, il che rende difficile avanzare argomenti per la redistribuzione del reddito.

Il guaio in questo quadro è che esso potrebbe avere un senso con persone da 200.000 o 300.000 dollari all’anno; non funziona per l’1 per cento, o per lo 0,1 per cento. Tuttavia  il grosso della crescita del reddito dei più ricchi di fatto è ai livelli più alti. Ecco cosa ci dice il Congressional Budget Office [1]:

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Cosa debbono fare coloro che la buttano in sociologia? Ebbene, come potete vedere essi cercano in continuazione i modi per evitar di parlare dell’1 per cento. Parlano dell’ultimo quintile, o tutt’al più del 5 per cento dei più ricchi [2]; questo consente loro di riferirsi ai più ricchi come se stessero parlando di due avvocati o di due dottori sposati, non degli amministratori delegati o dei manager di società finanziarie che rilevano le imprese, che sono in effetti coloro che determinano i dati. E questo a sua volta consente loro di mantenere il dibattito su temi rassicuranti come la struttura della famiglia, e di escludere temi meno comodi come il sistema finanziario fuori controllo e la corruzione della nostra politica da parte del grande capitale.

Questa è, per inciso, la ragione per la quale lo slogan di Occupy sull’uno per cento è così geniale. In effetti, direi che il numero dovrebbe essere persino più piccolo. Ma l’1 per cento è un numero facile da ricordare, ed abbastanza piccino da rendere chiaro che non stiamo parlando della parte superiore della classe media.

Ed è giusto così. Il mito del ricco meritevole è, a modo suo, altrettanto devastante del mito della inadeguatezza dei  poveri.



[1] La tabella mostra, in relazione al periodo dal 1979 al 2007, nelle prime quattro posizioni i quintili “bottom”, cioè l’80 per cento dei redditi più bassi. Le ultime due posizioni sono invece, rispettivamente, relative ai diciannove percentili che individuano la parte più agiata della popolazione (dalla 81° alla 99° posizione) ed all’1 per cento dei ricchissimi.

[2] Un quintile è la quinta parte del totale della scala sociale, e dunque l’ultimo quintile dei redditi corrisponde al 20% più agiato della popolazione. Che è evidentemente un raggruppamento ancora più generico dell’ultimo cinque per cento più ricco della popolazione.

Perchè parliamo dell’1 per cento (17 gennaio 2014)

gennaio 17, 2014

 

Jan 17, 9:54 am

Why We Talk About the One Percent

Many people in Washington, even those willing to concede that inequality has been rising rapidly, are uncomfortable talking about the famous 1 percent — perhaps because it sounds too populist, too much like an invitation to crowds with pitchforks. For a long time respectable discussion focused on the top 20 percent; today I see my colleague David Brooks talking about the top 5 percent.

But framing the discussion in terms of some broader group is in this case deeply misleading. Here’s what the Piketty-Saez numbers tell us about the top 5 percent (incomes in 2012 dollars):

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Piketty and Saez

If you look at the bottom 4 percent of the top 5, you see good but not spectacular income gains. These are the kinds of gains that you might be able to explain in terms of skills, assortative mating, and so on. But the top 1 percent is in a different universe altogether. And in fact the gains within the top 1 percent are concentrated in an even smaller group: this is a Pareto distribution thing, in which the higher the income the greater the percentage gains.

The point is that using wider definitions than the one percent is, in effect, diluting the wolves of Wall Street by lumping them in with the upper middle class. Not the same story at all.

 

Perchè parliamo dell’1 per cento.

 

Molte persone nella Capitale, anche quelli che sono disposti ad ammettere che l’ineguaglianza è venuta crescendo rapidamente, trovano sgradevole parlare del famoso 1 per cento – forse perché suona troppo populista, troppo simile ad un incitamento alle folle a prendere i forconi. Per molto tempo il dibattito responsabile si concentrava sulla fascia del 20 per cento dei più ricchi; oggi vedo che il mio collega David Brooks parla della fascia del 5 per cento dei più ricchi.

Ma inquadrare il dibattito in riferimento a qualche gruppo più ampio è in questo caso profondamente fuorviante. Ecco quello che ci dicono i numeri di Picketty e Saez a proposito delle fasce del 5 per cento dei più ricchi:

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Picketty e Saez

Se guardate al 4 per cento più in basso del 5 per cento dei più ricchi, vedete guadagni nel reddito buoni ma non spettacolari. Questi sono i generi di guadagni che potreste esser capaci di spiegare in termini di competenze professionali, di accoppiamenti con persone della stessa estrazione [1], e così via. Ma la fascia dell’1 per cento è in un universo interamente diverso. E di fatto i guadagni della fascia dell’1 per cento sono concentrati in un gruppo persino più piccolo: questa è la faccenda della distribuzione di Pareto, secondo la quale più alto è il reddito più grande è la percentuale che aumenta.

Il punto è che utilizzando classificazioni più ampie dell’1 per cento, in effetti, è come diluire i lupi di Wall Street [2], raggruppandoli nella fascia superiore della classe media. E’ tutto un altro racconto.



[1] Questa espressione è davvero buffa; non si trova se non nel solito UrbanDictionary, che la definisce come “l’arte delle persone grasse di procreare con individui dalle medesime caratteristiche fisiche. Alla fine questo porta ad una popolazione che è grassa e responsabile”. Ho pensato che il riferimento poteva essere ampliato all’origine sociale, dato il contesto del ragionamento.

Ma sarebbe stato molto bello tradurre con il gaddiano “accoppiamenti giudiziosi” !

[2] Il titolo dell’ultimo film di Martin Scorsese è “Il lupo di Wall Street”.

Le crisi scintillanti (17 gennaio 2014)

gennaio 17, 2014

 

Jan 17, 9:04 am

The Glittering Crises

Many people have pointed out that the euro has ended up functioning a lot like the gold standard — and in so doing has replicated the “gold fetters” that many economic historians say played a big role in the propagation of the Great Depression.

Among other things, this whole discussion has ushered in, um, a golden age for economic history: I can’t think of a time when history has been as useful as a guide to current events (and current action, if only policymakers would listen) as it has since 2008.

And the historians still have more to teach us. Kevin O’Rourke goes back to the gold standard in its pre-1914 heyday, and points out that even under the favorable conditions of the day — relatively flexible wages and prices, a limited franchise so that the great unwashed couldn’t effectively complain — the system only worked even passably well during periods of inflation.

This is, as he says, all the more reason leaders in the euro zone should be deeply alarmed about the slide toward overall deflation.

 

Le crisi scintillanti

 

Molte persone hanno messo in evidenza che l’euro ha finito col funzionare in modo molto simile al gold standard – e così facendo ha replicato i cosiddetti “vincoli aurei” che molti storici dell’economia sostengono abbiano giocato un grande ruolo nella diffusione della Grande Depressione.

Tra le altre cose, questa intera discussione ha dato la stura, per così dire, ad una età aurea della storia dell’economia: non riesco a pensare ad un’epoca nella quale la storia è stata una guida così utile alla comprensione dei fatti attuali (ed anche alla iniziativa presente, se solo gli uomini politici volessero ascoltare) come a partire dal 2008.

E gli storici hanno ancora molto da insegnarci. Kevin O’Rourke ritorna al gold standard nel suo fulgore precedente al 1914, e mette in evidenza come persino nelle favorevoli condizioni dell’epoca – prezzi e salari relativamente flessibili, diritti di cittadinanza limitati in modo tale che le masse non potevano protestare efficacemente – il sistema funzionava persino passabilmente bene soltanto nei periodi di inflazione.

Questa, egli dice, è la ragione ancora più importante per la quale i dirigenti della zona euro dovrebbero essere profondamente allarmati per lo scivolamento verso una generale deflazione.

La ragione per una migliore (misurazione della) Disoccupazione (17 gennaio 2014)

gennaio 17, 2014

 

Jan 17, 8:54 am

The Case for a Better U

Unemployment has fallen a lot recently, but for a peculiar reason: not so much rising employment as a falling share of the population actively looking for work. This has sparked a debate over how much of the decline in labor force participation reflects a weak job market — why bother looking? — and how much demography, changing culture, and all that. And it looks like one of those debates that will go on, unresolved, for a long time — certainly past the point where a decisive win for one side or the other can inform policy.

Luckily, Jan Hatzius of Goldman Sachs makes a very good point: the headline unemployment rate is only one of several measures (it’s actually U3), and given our uncertainty about what’s going on it makes sense to also look at broader measures, notably U6, which counts discouraged and marginally attached workers. Normally all of the Us move in tandem, but lately, not so much.

Here’s my version: a scatterplot of U6 versus U3 since the U6 numbers became available in 1994, with data points up to June 2009 — the start of the official recovery — in blue, those after in red. The black line shows the average relationship before the current recovery.

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What you can see is that the two measures are telling different stories: U3 is considerably lower than you would have predicted using U6, and the labor market looks much worse using the broader measure.

My take on this is that at the very least you should look at both measures; it’s obvious from the figure that doing so would lead you to conclude that the economy still has a lot of slack, something confirmed by low inflation. This economy needs more, not less, stimulus.

 

La ragione per una migliore (misurazione della) Disoccupazione

 

Di recente la disoccupazione è molto calata, ma per una ragione peculiare: non tanto per una crescita dell’occupazione, quanto per una diminuzione della quota di popolazione che sta attivamente cercando lavoro. Questo ha scatenato il dibattito su quanto il declino della partecipazione alla forza lavoro rifletta un debole mercato del lavoro – perché disturbarsi a cercare? – e quanto dipenda dalla demografia, dal mutamento di cultura e da tutto il resto. E sembra uno di quei dibattiti che procederà a lungo, senza una soluzione – certamente oltre il punto in cui una vittoria dell’una o dell’altra parte potrebbe influenzare la politica.

Fortunatamente, Jan Hatzius avanza un ottimo argomento: il tasso complessivo di  disoccupazione [1] è soltanto uno dei vari metri di misura (si tratta in effetti della cosiddetta U3), e data la nostra incertezza su cosa sta succedendo è sensato anche guardare ad altre misurazioni più generali, in particolare alla U6, che conteggia i lavoratori scoraggiati e marginalmente impegnati. Normalmente tutte le varie misure della disoccupazione si muovono in sincronia, ma di recente non molto.

Ecco la mia versione: un grafico a diffusione dello U6 a confronto con lo U3, dal momento in cui i dati sull’U6 sono diventati disponibili nel 1994, con i dati sino a giugno del 2009 – la partenza della ripresa ufficiale – che si evidenziano in blu, e gli altri successivi in rosso. La linea nera mostra la relazione media prima della ripresa attuale.

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Quello che si vede è che le due misurazioni stanno raccontando storie diverse [2]: la U3 è considerevolmente più bassa di quello che si sarebbe previsto utilizzando la U6, ed il mercato del lavoro appare molto peggiore utilizzando la misurazione più generale.

La mia opinione su questo è che almeno si dovrebbe guardare ad entrambe le misurazioni; è evidente dalla figura che facendo così si sarebbe indotti a concludere che l’economia è ancora molto fiacca, circostanza confermata dalla inflazione bassa. Questa economia ha bisogno di maggiori, non di minori, misure di sostegno.



[1] Traduco “tasso di disoccupazione complessivo” per analogia a come trovo spesso tradotto in italiano “headline inflation” (in opposizione a “core inflation”, che è invece una misurazione “ridotta” dell’inflazione, o “sostanziale”, basandosi sui dati che escludono i generi che sul mercato hanno molta variabilità). Ma il senso di quel “complessivo”, mi pare e per essere precisi, non è quello di “totale”, bensì quello che deriva letteralmente dal suo significato comune di “titolo di giornale” (“linea di testa”), ovvero di “formulazione sintetica”, nel senso che un titolo normalmente sintetizza il contenuto più ampio di un articolo.

In ogni caso, vedi il Dizionario on-line di Cambridge, significa precisamente: “Il tasso di disoccupazione che è basato sul numero di persone che dicono di non avere un posto di lavoro e di stare cercando lavoro”.

[2] E’ doveroso tentare una interpretazione, se non altro per confessare la mia ignoranza. 1) In un grafico a dispersione, i dati singoli, rappresentati dai tondini, sono rilevazioni che si collocano senza una obbligata sequenza temporale, che può essere variabile. Però il fatto che i dati si addensino in zone particolari, mostra alla fine le diverse caratteristiche dei diversi periodi che si esaminano; 2) il periodo complessivo dovrebbe andare dal 1994 al 2013, ovvero riguardare 19 anni; 3) la collocazione delle singole rilevazioni mostra due valori, il valore ristretto – ovvero relativo ad una misurazione della disoccupazione ristretta, come per la U3 – che si legge in riferimento alla linea verticale (ordinata) e quello più largo – la U6, che si bada su una nozione più ampia di disoccupati – che si legge in relazione alla linea orizzontale (ascissa). Dunque, ogni periodo di rilevazione è rappresentato da un ‘tondino’ che si colloca nella figura esprimendo due valori, uno in relazione alla linea verticale ed uno in relazione a quella orizzontale; 4) I dati in blu sembrano tutti indicativi del periodo che va dal 1994 al 2009, mentre quelli in arancione mostrerebbero il periodo successivo; 5) Se questa interpretazione è giusta, il periodo 1994/2009 avrebbe mostrato una evoluzione della disoccupazione che quanto al valore U3 varia da un minimo di 4 ad un massimo tra il 6 ed il 7, e quanto a quella più ampia del valore U6 da un valore 7 ad un valore massimo di 11. Invece il periodo degli anni più recenti per la misurazione ristretta passerebbe da circa 7 a circa 10, per quella più ampia da un valore superiore vicino a 17 ad un valore inferiore vicino a 13.

Forse l’aspetto più significativo è che il ‘tondino’ che viene indicato come la rilevazione più recente esprimerebbe un valore di disoccupazione ristretta inferiore a 7 ed un valore di disoccupazione più larga superiore a 13, e la differenza è davvero notevole.

La Francia dai numeri (16 gennaio 2014, blog di Krugman)

gennaio 16, 2014

 

Jan 16, 5:22 am

France by the Numbers

“You shall not crucify mankind upon a croissant d’or.” That was Alan Taylor’s response (in correspondence) to François Hollande’s embrace of Say’s law — he literally said that “supply actually creates demand” — together with a shift to, again in his own words, supply-side policies. Kevin O’Rourke also weighs in, as did Ambrose Evans-Pritchard . Mark Thoma is your go-to site for the rapidly growing avalanche of horrified snark.

The amazing thing to me, aside from Hollande’s haplessness, is the extreme pessimism that has evidently enveloped French elite opinion. You’d think that France was a disaster area. Yet the numbers, while not good, just aren’t that dramatic.

Start with growth since the crisis. How does France stack up in the European context? Not as good as Germany, obviously. But if you compare it with other European countries — even if you leave out the troubled debtors — it doesn’t stand out as a poor performer:

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European Commission

What about declining competitiveness? It’s true that France has run consistent current account deficits in recent years, but they’re quite small:

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International Monetary Fund

France’s fiscal outlook doesn’t look at all worrying, except to the extent that it has slashed its structural deficit too much in the face of economic weakness:

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International Monetary Fund

Bond markets, which panicked during the worst of the euro crisis, don’t seem very worried at this point:

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French-German yield differential

Now, French performance has definitely been weak in recent quarters. But why? Francesco Saraceno argues, using survey evidence, that it’s demand, not supply. Inflation data also support this view:

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France, like much of Europe, seems to be flirting with deflation and very much at risk of a Japan scenario. Oh, and the IMF’s most recent Article IV consultation, while it tries to place some weight on “uncertainty” — zombies at the Fund! — still concludes that austerity policies are a large part of the story.

Again, things aren’t good. But you do have to wonder why the French elite is so easily intimidated into making a hard right turn while the elites of much worse cases like Finland and the Netherlands remain steadfast in their notion that the worse things get, the more committed they have to be to inflicting further pain.

 

La Francia dai numeri

 

“Non crocefiggerete il genere umano su un croissant d’oro!” [1]. Questa è stata la risposta di Alan Taylor (in corrispondenza) all’abbraccio da parte di François Hollande della Legge di Say (egli ha detto letteralmente che “ in verità l’offerta crea la domanda”) assieme ad uno spostamento, ancora con parole sue [2], verso politiche dal lato dell’offerta. Interviene su questo aspetto anche Kevin O’Rourke, come aveva fatto Ambrose Evans-Pritchard. Mark Thoma è il sito [3] da consultare per la valanga di scandalizzati sarcasmi.

La cosa per me sorprendente, a parte l’infortunio di Hollande, è l’estremo pessimismo che ha evidentemente coinvolto l’opinione dei gruppi dirigenti francesi. Sareste tentati di pensare che la Francia sia stata un paese disastrato. Eppure i dati, per quanto non buoni, non sono così drammatici.

Cominciamo con la crescita dal momento della crisi. Come si colloca la Francia nel contesto europeo? Non altrettanto bene della Germania, è evidente. Ma se la confrontate con gli altri paesi europei – persino se lasciate fuori i paesi debitori – la sua prestazione non spicca certo in termini negativi:

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Commissione Europea

E cosa dire del declino della competitività? E’ vero che la Francia ha realizzato consistenti deficit di conto corrente negli anni recenti, ma si tratta di dati abbastanza modesti:

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Fondo Monetario Internazionale

Le prospettive della finanza pubblica della Francia non sembrano così preoccupanti, ad eccezione del fatto che essa ha abbattuto troppo il suo deficit strutturale a fronte della debolezza dell’economia:

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Fondo Monetario Internazionale

Il mercato dei bonds, che è entrato in panico nel momento peggiore della crisi dell’euro, non sembra a questo punto particolarmente preoccupante:

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Differenziale franco-tedesco

Ora, nei trimestri recenti l’andamento della Francia è stato certamente debole. Ma perché? Francesco Saraceno sostiene, utilizzando i risultati di una indagine [4], che si tratta della domanda, non dell’offerta. Ed anche i dati sull’inflazione confortano questo punto di vista:

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La Francia, come una buona parte dell’Europa, sembra stia flirtando con la deflazione e sembra molto a rischio di uno scenario giapponese. Infine, il più recente “Article IV Consultation” del Fondo monetario Internazionale, nel mentre cerca di dare qualche credito al tema dell’ “incertezza” – ci sono zombi anche al Fondo! – conclude tuttavia che le politiche dell’austerità sono una larga parte della spiegazione.

Ripetiamolo, le cose non vanno bene. Ma dovete chiedervi perché i gruppi dirigenti francesi siano con tanta facilità intimiditi a realizzare un duro spostamento a destra mentre i gruppi dirigenti  di situazioni molto peggiori, come la Finlandia e l’Olanda, restano ben saldi nella loro idea per la quale più le cose peggiorano, maggiore impegno devono mettere nel provocare ulteriori sofferenze.


 

 


[1] La frase fu pronunciata da William Jennings Bryan nel 1896, durante la campagna elettorale nella quale egli rappresentava il Partito Democratico. Era l’epoca, tra l’altro, di un acuto scontro tra i sostenitori di una politica di ampliamento della base monetaria anche con il conio illimitato in argento, e coloro che volevano conservare il primato aureo. Gli ambienti rurali sostenevano la prima posizione, che divenne il cavallo di battaglia del neonato Partito Populista e che venne in seguito fatta propria anche dai Democratici. La frase pronunciata da Bryan era appunto rivolta ai Repubblicani, accusati di voler “crocifiggere” il popolo americana alla loro fissazione aurea. In realtà le elezioni furono vinte da William McKinley, il candidato repubblicano, il cui successo dipese fondamentalmente dal risultato degli Stati del Nord e dell’Est.

Alan Taylor, economista americano e docente alla Università della California – in quella che sembra essere una corrispondenza privata con Krugman, ironizza sulle recenti posizioni espresse da Hollande, trasformando la “croce” in un “croissant” aureo.

[2] Di Hollande.

[3] Il blog di Mark Thoma “Economist’s View” contiene un ampio resoconto delle varie posizioni espresse sul discorso di Hollande, che da noi hanno provocato dibattito soprattutto per la vicenda sentimentale.

[4] Saraceno, nel suo blog che titola “Sparse thoughts of a gloomy european economist” (“Pensieri sparsi di un economista europeo avvilito”) presenta e commenta questi risultati di una indagine condotta tre le imprese francesi, alle quali era stato chiesto quali principali motivi di difficoltà segnalassero (il dato in blu indica “difficoltà nella domanda”, quello in giallo “difficoltà nell’offerta”, quello in rosso “nessuna difficoltà”, quello in viola “difficoltà sia nella domanda che nell’offerta”):

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Il successo, stile europeo (13 gennaio 2014, blog Krugman)

gennaio 13, 2014

 

January 13, 2014, 9:56 am

Success, European Style

Since I’m in Ireland, I should give a belated plug to the very good piece by Fintan O’Toole debunking talk about Irish recovery.

It’s kind of amazing, really. Here’s what Ireland’s recovery — both what has happened so far, and what’s likely over the next two years — looks like, according to the European Commission itself:

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European Commission

It takes an almost heroic act of denial to look at this chart and see a success story, a vindication for austerity policies.

And for what it’s worth (which isn’t much), Dublin still looks like a depressed city, with a lot of vacant storefronts — although my impressions may be colored by what I know about the macro numbers. Also, hotel rooms are remarkably cheap — good for visitors, but a sign that business remains very slack.

It’s really quite awesome, then, how the slight uptick here and in a few other places is being greeted by the likes of Olli Rehn with victory dances.

 

Il successo, stile europeo

 

Da quando sono in Irlanda, non faccio altro che fornire una tardiva pubblicità all’ottimo articolo di Fintan O’Toole che demistifica tutte le chiacchiere sulla ripresa irlandese.

E’ una cosa davvero  stupefacente. Ecco in cosa consiste la ripresa irlandese – sia per quello che è avvenuto sinora che per i prossimi due anni – secondo la stessa Commissione Europea:

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Commissione Europea

 

Si richiede una disposizione quasi eroica al negazionismo per guardare questa tabella e trovarci una storia di successo, un risarcimento delle politiche di austerità.

E per quanto può valere (che non è molto), Dublino sembra ancora una città depressa, con una gran quantità di vetrine vuote – sebbene le mie impressioni possono essere condizionate da quello che so dei dati macroeconomici. Inoltre, le camere degli alberghi sono considerevolmente economiche – un  bene per i visitatori, ma il segno che gli affari restano molto fiacchi.

E’ davvero abbastanza terribile, dunque, come il leggero incremento, qua e in altri posti, venga salutato da personaggi come Olli Wren con danze di vittoria.

Siete tutti perdenti (13 gennaio 2014, blog Krugman)

gennaio 13, 2014

 

January 13, 2014, 5:18 am

You’re All Losers

The other day someone — I don’t remember who or where — asked an interesting question: when did it become so common to disparage anyone who hasn’t made it big, hasn’t gotten rich, as a “loser”? Well, that’s actually a question we can answer, using Google Ngrams, which track the frequency with which words or phrases are used in books:

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Sure enough, the term “losers” has become much more common since the 1960s. And I think this word usage reflects something real — a growing contempt for the little people.

This contempt surely isn’t limited to Republican politicians. Still, it’s striking how unable they are to show any empathy for people who are just doing their best to make a modest living. The most famous example, of course, is Mitt Romney, who didn’t just disparage 47 percent of the nation; he urged everyone to borrow money from their parents and start a business. I still think the most revealing example to date was Eric Cantor, who marked Labor Day by tweeting:

Today, we celebrate those who have taken a risk, worked hard, built a business and earned their own success.

But Marco Rubio’s latest speech deserves at least honorable mention, for the airy way he dismissed the idea of raising the minimum wage: “Raising the minimum wage may poll well, but having a job that pays $10 an hour is not the American dream.”

In a sense, he’s right: if the American dream means getting rich, then $10 an hour isn’t living that dream. But most people aren’t and won’t get rich. Raising the minimum wage would mean higher incomes for around 27 million people; in many cases the gains would amount to thousands of dollars a year, which is really a lot in low-income families. So what are all these people, chopped liver? Well, yes, at least in the eyes of the GOP — or maybe make that chopped losers.

OK, I know what the answer will be: conservative policies will lead to economic growth, and that will raise all boats, the way it did in the days of Saint Ronald. Except, you know, it didn’t. Here’s the real wage of nonsupervisory workers:

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Real wage of production and nonsupervisory workers

Even if you give Reagan credit for the 1982-9 business cycle expansion, which you shouldn’t, there’s no way to claim that his policies led to higher wages for ordinary workers.

So what is the GOP agenda to help people who aren’t going to build businesses and get rich? There isn’t one — partly because they really can’t reconcile any real agenda with their overall ideology, but also because, deep in their hearts, they consider ordinary people trying hard to get by a bunch of losers.

 

Siete tutti perdenti

 

L’altro giorno qualcuno – non ricordo chi né dove – pose una domanda interessante: quando ha cominciato a diventare comune denigrare come “perdente” chi non ha fatto grandi cose, chi non è diventato ricco? Ebbene, in effetti a questa domanda si può rispondere, utilizzando il programma Ngrams di Google, che traccia la frequenza con la quale le parole o le frasi sono utilizzate nei libri:

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E’ sicuro che il termine “perdenti” è diventato molto più frequente a partire dagli anni ’60. E credo che l’uso della parola rifletta qualcosa di reale – un disprezzo crescente per la povera gente.

Questo disprezzo certamente non è limitato agli uomini politici repubblicani. Eppure, è sorprendente come essi siano incapaci di mostrare una qualche empatia per persone che stanno semplicemente facendo del loro meglio per condurre una vita modesta. L’esempio più famoso, naturalmente, è Mitt Romney, che non si limitò a denigrare il 47 per cento della nazione; voleva che tutti prendessero soldi a prestito dai genitori ed avviassero un’impresa. Penso ancora che l’esempio più rivelatore a cui risalire sia stato Eric Cantor, che scrisse questo tweet per definire il Giorno del Lavoro:

“Celebriamo oggi coloro che si sono assunti rischi, che hanno lavorato duramente, hanno costruito un’impresa ed hanno ricevuto profitti dal loro successo personale.”

Ma l’ultimo discorso di Marco Rubio merita almeno un premio di consolazione, per il modo borioso con il quale ha liquidato l’idea di aumentare i minimi salariali: “Aumentare i minimi salariali può godere di buoni sondaggi, ma avere un posto di lavoro da 10 dollari all’ora non è il sogno americano.”

In un certo senso ha ragione:  se per sogno americano si intende diventare ricchi, allora dieci dollari all’ora non sono la realizzazione di quel sogno. Ma la maggior parte delle persone non sono ricche né lo diventeranno. Aumentare i minimi salariali significano redditi più elevati per circa 27 milioni di persone; in molti casi i guadagni ammonterebbero a migliaia di dollari all’anno, che sono realmente tanti in famiglie a bassi redditi. Chi sono tutte queste persone, figli di nessuno? Ebbene, sì, almeno agli occhi del Partito Repubblicano – o meglio sfigati figli di nessuno [1].

Va bene, so quale sarà la risposta: le politiche conservatrici porteranno alla crescita economica, e quella crescita sarà un bene per tutti [2], come fu ai tempi di San Ronaldo [3]. Sennonché, come sapete, non andò così. Ecco il salario reale dei lavoratori con funzioni non direzionali:

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Salari reali dei lavoratori alla produzione e con funzioni non direzionali

 

Anche se volete assegnare a Reagan il merito del ciclo espansivo dal 1982 al 1989, cosa che non dovreste fare, non potete in alcun modo sostenere che le sue politiche abbiano portato salari più alti per i lavoratori comuni.

Qual è dunque il programma del Partito Repubblicano per aiutare la gente che non è destinata a metter su imprese e a diventare ricca? Nessuno – in parte perché essi non possono per davvero riconciliare alcun programma effettivo con la loro ideologia complessiva, ma anche perché, dal profondo dei loro cuori, sono convinti che le persone ordinarie difficilmente possono essere altro che una accozzaglia di perdenti.



[1] “Chopped liver” sarebbe uno “spezzatino di fegato”, ovvero un piatto di importanza molto secondaria, per gli americani che non conoscono il ‘fegato alla veneta’. In Italia si potrebbe tradurre in mille modi, uno per regione: genericamente, con “figlio della serva” o con “ultima ruota del carro”; nel nordest “fiò de la gesa” (figlio della Chiesa); in Veneto “figlio della lattaia”; in Toscana il più rude “figlio della maiala” o, in Versilia, “figliolo della schifosa” etc etc.

[2] Letteralmente: “alzerà tutte le barche”. Una espressione adoperata in una occasione, se non sbaglio, da Clinton, per significare che il benessere è come l’alta marea, che alza ogni barca.

[3] Ovviamente, Reagan.

La rivoluzione antiscientifica in macroeconomia (12 gennaio 2014)

gennaio 12, 2014

 

January 12, 2014, 2:13 pm

The Anti-Scientific Revolution in Macroeconomics

Well, now I’m in Dublin to receive the James Joyce Award; life is interesting, although it does tend to get in the way of blogging.

But I thought I could squeeze out a few minutes to talk about something I’ve been thinking about a lot lately: the remarkable extent to which powerful groups, including a fair number of economists, have rejected intellectual progress because it disturbs their ideological preconceptions.

What brings this to mind is the debate over extended unemployment benefits, which I think provides a teachable moment.

There’s a sort of standard view on this issue, based on more or less Keynesian models. According to this view, enhanced UI actually creates jobs when the economy is depressed. Why? Because the economy suffers from an inadequate overall level of demand, and unemployment benefits put money in the hands of people likely to spend it, increasing demand.

You could, I suppose, muster various arguments against this proposition, or at least the wisdom of increasing UI. You might, for example, be worried about budget deficits. I’d argue against such concerns, but it would at least be a more or less comprehensible conversation.

But if you follow right-wing talk — by which I mean not Rush Limbaugh but the Wall Street Journal and famous economists like Robert Barro — you see the notion that aid to the unemployed can create jobs dismissed as self-evidently absurd. You think that you can reduce unemployment by paying people not to work? Hahahaha!

Quite aside from the fact that this ridicule is dead wrong, and has had a malign effect on policy, think about what it represents: it amounts to casually trashing one of the most important discoveries economists have ever made, one of my profession’s main claims to be useful to humanity.

If you read Barro’s piece, what you see is a blithe dismissal of the whole notion that economies can ever suffer from am inadequate level of “aggregate demand” — the scare quotes are his, not mine, meant to suggest that this is a silly, bizarre notion, in conflict with “regular economics.”

You’d never know, either from the WSJ or from people like Barro, why anyone ever felt that regular economics — the economics of supply and demand and all that — was inadequate.

But you see, there are these things we call recessions. And if you believe regular economics is all there is, you should find them very upsetting.

Think, for example, about the Great Recession and its aftermath. Regular economics says that economies should normally get richer each year, as their work force and capital stock grow, and technology advances. But after 2007 the United States and other advanced countries suddenly went into reverse, becoming poorer instead of richer, and for an extended period too:

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Real GDP per capita

So did plagues kill off part of the work force? Did termites eat part of the capital stock? Did technology retrogress? No, no. no. On the last point, has anyone noticed that the iPhone was introduced in 2007, and that the whole smartphone/tablet revolution has more or less coincided with a period of terrible economic performance?

So what did happen? Keynes offered an answer: it is, in fact, possible for economies to suffer from an overall lack of demand. Other people had said things along these lines, but Keynesian economics put it front and center.

This really was an intellectual revolution; indeed, while I’m generally against scientific pretensions, it amounted to a scientific revolution, something like plate tectonics in geology. Suddenly the seemingly inexplicable — what elevates mountain ranges? what explains periods of economic retrogression? — became comprehensible.

And yes, the theory has made successful predictions — surprising predictions that people who didn’t accept the theory regarded as absurd until they came true. I’ve written a lot about what happened (or actually didn’t happen) to inflation and interest rates; go back to 2009 and read what the usual suspects were saying. You claim that the Fed can print vast quantities of money without causing inflation? You claim that the government can run huge deficits without driving up interest rates? Hahahaha.

 

But even better, in a way, is the relationship between government spending and private spending. Demand-side economics says that under depression conditions government spending won’t compete with private spending — in fact, lower government spending will lead to lower private spending too. Hahahaha! After all, common sense says that the government and the private sector are in competition for scarce resources. Except if we look at the euro zone, where some countries were forced into severe austerity while others weren’t, we see this:

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European Commission Percent changes in real government consumption and real private spending, 2009-2013

So let me summarize: we had a scientific revolution in economics, one that dramatically increased our comprehension of the world and also gave us crucial practical guidance about what to do in the face of depressions. The broad outlines of the theory devised during that revolution have held up extremely well in the face of experience, while those rejecting the theory because it doesn’t correspond to their notion of common sense have been wrong every step of the way.

Yet a large part of both the political establishment and the economics establishment rejects the whole thing out of hand, because they don’t like the conclusions.

Galileo wept.

 

La rivoluzione antiscientifica in macroeconomia

 

Bene, ora sono a Dublino a ricevere il Premio James Joice; la vita è interessante, anche se tende a mettersi di mezzo alla attività del blog.

Ma ho pensato che avrei potuto farmi pochi minuti di spazio per parlare di qualcosa a cui sto pensando molto nel periodo recente: il modo considerevole nel quale gruppi potenti, incluso un discreto numero di economisti, hanno messo da parte il progresso intellettuale, in quanto elemento di disturbo per i loro preconcetti ideologici.

La cosa che mi fa pensare a questo è il dibattito sulla proroga dei sussidi di disoccupazione, che costituisce, io penso, un passaggio istruttivo.

C’è una sorta di punto di vista tradizionale su questo tema, più o meno basato sui modelli keynesiani. Secondo questo punto di vista, aumentare l’assicurazione di disoccupazione [1] quando l’economia è depressa crea effettivamente posti di lavoro. Perché? Perché l’economia soffre di un livello generale della domanda inadeguato, ed i sussidi di disoccupazione mettono soldi nelle mani di persone che è probabile li spendano, incrementando la domanda.

Suppongo che si potrebbe mettere assieme vari argomenti contro questa proposizione, o almeno contro la saggezza di aumentare la assicurazione di disoccupazione. Si potrebbe, ad esempio, essere preoccupati per i deficit di bilancio. Potrei a mia volta obiettare a tali preoccupazioni, ma quello sarebbe almeno un dibattito più o meno comprensibile.

Ma se si seguono i discorsi della destra – per i quali non mi riferisco a Rush Limbaugh, ma al Wall Street Journal e ad un economista come Robert Barro – si constata che l’idea che l’aiuto ai disoccupati possa creare posti di lavoro è liquidata come assurda in se stessa. Pensate che si possa ridurre la disoccupazione pagando la gente per non lavorare? Risata fragorosa.

A parte il fatto che questa ironia è un errore fatale, ed ha un effetto malefico sulla politica, si pensi a cosa rappresenta: essa corrisponde a buttar via con noncuranza una delle più importanti scoperte che gli economisti abbiano mai fatto, uno dei principali argomenti della mia disciplina che sono utili all’umanità.

Se leggete il pezzo di Barro, quello che notate è una spensierata liquidazione dell’idea complessiva che le economie possano persino soffrire di un livello inadeguato di “domanda aggregata” – le spaventose virgolette sono sue, non mie, e intendono suggerire che questa sia un’idea sciocca, bizzarra, in conflitto con la “teoria economica regolare”.

Non capireste mai, né dal Wall Street Journal né da persone come Barro, perché qualcuno possa mai pensare che la teoria economica regolare – l’economia dell’offerta e della domanda e tutto il resto – fosse inadeguata.

Ma vedete, ci sono cose che chiamiamo recessioni. E se credete che la regolare teoria economica sia tutta lì, le dovreste trovare molto fastidiose.

Si pensi ad esempio alla Grande recessione ed alle sue conseguenze. Le teorie economiche regolari dicono che le economie dovrebbero normalmente diventare ogni anno più ricche, mentre la forza lavoro e le riserve di capitale crescono, e le tecnologie avanzano. Ma dopo il 2007 gli Stati Uniti e le altre economie avanzate improvvisamente hanno fatto l’opposto, diventando più povere invece che più ricche, ed anche per un periodo di tempo prolungato:

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PIL reale procapite [2]

Dunque, le avversità sterminano una parte della forza lavoro? Le termiti si mangiano una parte delle riserve di capitale? No, no e no. Sull’ultimo punto, ha notato qualcuno che iPhone è stato introdotto nel 2007, e che l’intera rivoluzione degli smartphone e dei tablet ha più o meno coinciso con un periodo di prestazioni terribili dell’economia?

Che cosa è successo, dunque? Keynes fornì una risposta: è, nei fatti, possibile che le economie soffrano di una generale insufficienza della domanda. Altre persone hanno detto cose di questa natura, ma l’economia keynesiana la pone al centro come fondamentale.

Questa fu realmente una rivoluzione intellettuale; in effetti, mentre io sono generalmente contrario alla presunzione delle scienze, essa ebbe lo stesso effetto di una rivoluzione scientifica, qualcosa come la tettonica della placche nella geologia. All’improvviso quello che era apparentemente inspiegabile – che cosa alza i livelli delle montagne? Che cosa spiega le regressioni economiche? – diventa comprensibile.

Ed è vero che la teoria ha prodotto previsioni azzeccate – sorprendenti previsioni che le persone che non accettavano quella teoria consideravano assurde finché non si sono rivelate vere. Ho scritto molto a proposito di quello che è accaduto (o per la verità che non è accaduto) per l’inflazione ed i tassi di interesse; si torni al 2009 e si legga quello che stavano dicendo i soliti noti. Pretendete che la Fed possa stampare grandi quantità di denaro senza provocare inflazione? Pretendete che il Governo possa realizzare grandi deficit senza spingere in alto i tassi di interesse? Risate fragorose.

Ma in un certo senso, è andata persino meglio quanto alla relazione tra spesa pubblica e spesa privata.  L’economia dal lato della domanda dice che in condizioni di depressione la spesa pubblica non sarà in competizione con la spesa privata – di fatto, una spesa pubblica più bassa porterà anche ad una spesa privata più bassa. Ancora risate fragorose. Dopo tutto il senso comune dice che il governo ed il settore privato sono in competizione per risorse scarse. Sennonché, se guardiamo all’eurozona nella quale alcuni paesi sono costretti ad una rigida austerità mentre altri non lo sono, osserviamo questo:

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Commissione Europea. Mutamenti percentuali nei consumi pubblici reali e nella spesa privata reale, 2009- 2013[3]

Consentitemi di riassumere: abbiamo avuto una rivoluzione scientifica nella teoria economica, tale che è cresciuta in modo spettacolare la nostra comprensione del mondo e ci ha anche fornito una guida pratica cruciale su ciò che si deve fare di fronte alle depressioni. I contorni generali della teoria concepiti durante quella rivoluzione hanno retto in modo davvero soddisfacente a fronte della esperienza, mentre coloro che respingevano la teoria in quanto non corrispondente alla loro idea di senso comune hanno avuto torto in tutti i passaggi.

Tuttavia una larga parte sia del mondo politico che di quello economico respingono sommariamente l’intera faccenda, perché non gradiscono le conclusioni.

E a Galileo non resta che piangere.



[1] UI sta per Unemployment Insurance.

[2] Si noti che la tabella si riferisce agli andamenti negli Stati Uniti.

[3] La tabella mette a confronto i cambiamenti nella domanda privata (linea verticale) e quelli nella domanda aggregata (linea orizzontale). Sulla linea verticale i decrementi sono sulla parte bassa, su quella orizzontale sono a sinistra. Come si vede, Francia e Germania hanno avuto andamenti positivi in entrambi i casi, mentre Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo hanno visto peggiorare entrambi i dati.

L’esperimento di Raleigh (11 gennaio 2014, blog Krugman)

gennaio 11, 2014

 

January 11, 2014, 9:33 am

The Raleigh Experiment

North Carolina is an interesting place these days, and I mean that in the worst possible way. It’s a southern state, but one with a major technology complex, growing foreign investment, and what seemed until recently to be a moderating, increasingly sophisticated political culture. But then came the Republican wave of 2010, and NC was taken over by right-wing radicals, who have — among other things — taken the nation’s hardest line in cutting benefits to the unemployed.

So how’s it going? Not well. Others have taken this issue on before me, notably Evan Soltas here and here, but I wanted to put up my own version for future reference.

The idea behind cutting benefits is that we are “paying people to be unemployed”, and that tough love will force them to go out and create jobs. It’s never explained exactly how greater desperation on the part of the unemployed will, in fact, lead to higher overall employment. Still, you could imagine that an individual state might gain some competitive advantage against other states by cutting wages. What you actually see in North Carolina, however, is nothing — employment growth tracked the national average both before and after the benefit cuts:

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The unemployment rate did fall — but this was due to a large drop in the labor force, as the number of people looking for work fell. Why?

 

Well, a likely explanation is that some of the unemployed continued to search for work, and were therefore counted in the labor force, despite low prospects of finding a job in a depressed economy, because such search is a requirement for those collecting benefits. Take away the benefits, and they drop out. Now, labor force participation has fallen nationally as well as in North Carolina, and the state’s labor force began dropping before the benefit cuts, so that the case for claiming that reduced benefits actually reduced job search isn’t ironclad. Still, it’s worth emphasizing just how extraordinary the changes have been. North Carolina’s labor force drop has been much larger than the national change:

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And it has also been unprecedented in historical terms. There’s been nothing like the recent North Carolina decline — taking place at a time of modest recovery, not recession — in the state’s previous history:

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Again, if there were anything to the theory that cutting unemployment benefits encourages job search and somehow translates into higher employment even in a slump, harsh policies should work better at the state than at the national level. But there is no sign at all that North Carolina’s harshness has done anything except make the lives of the unemployed even more miserable.

 

L’esperimento di Raleigh [1]

 

Il North Carolina è un posto interessante, di questi tempi, e intendo nel peggiore dei sensi possibile. E’ uno Stato del Sud, ma con un importante complesso tecnologico, crescenti investimenti stranieri e quella che sin di recente era sembrata essere una sempre più sofisticata cultura politica di moderazione. Ma poi è venuta l’ondata repubblicana del 2010 e il North Carolina è stato conquistato da estremisti di destra che, tra le altre cose, hanno assunto l’orientamento più duro di tutta la nazione in materia di taglio dei sussidi di disoccupazione.

Che cosa sta succedendo, dunque? Non belle cose. Altri si sono occupati di questo tema prima di me, in particolare Evan Soltas in queste due connessioni, ma mi è venuta voglia di dare a futura memoria anche la mia versione.

L’idea che sta dietro i tagli dei sussidi è che “stiamo pagando le persone per fare i disoccupati”, e che un po’ di durezza a fin di bene li costringerebbe ad uscire ed a creare posti di lavoro. Non viene mai spiegato in che senso esattamente una disperazione maggiore da parte dei disoccupati dovrebbe, in pratica, portare ad un maggiore occupazione complessiva. Eppure, si potrebbe immaginare che uno Stato singolo, tagliando i salari, potrebbe ottenere qualche vantaggio competitivo rispetto agli Stati in concorrenza. Tuttavia, nel North Carolina non c’è traccia di un bel niente – la crescita dell’occupazione seguiva la media nazionale prima e dopo i tagli ai sussidi:

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Il tasso di disoccupazione in verità è caduto – ma questo è derivato da una rilevante discesa improvvisa della forza lavoro, dato che un certo numero di persone che cercavano lavoro è venuto meno. Perché?

Ebbene, una spiegazione probabile è che un certo numero di disoccupati continuassero a cercare lavoro, e di conseguenza fossero annoverati tra le forze di lavoro, nonostante poche possibilità di trovare lavoro in un’economia depressa, perché tale ricerca è richiesta per l’ottenimento di quei sussidi. Togliete i sussidi ed essi si ritireranno. Ora, la partecipazione alla forza lavoro è scesa anche al livello nazionale oltre che nel North Carolina, e la forza lavoro nello Stato è cominciata a calare dopo i tagli dei sussidi, cosicché come esempio per giustificare la pretesa che i sussidi ridotti effettivamente abbiano ridotto la ricerca di posti di lavoro, esso non è a prova di bomba. Eppure, è davvero il caso di sottolineare come i cambiamenti siano stati straordinari. La caduta della forza lavoro nel North Carolina è stata assai più ampia del cambiamento nazionale:

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Ed è stata anche senza precedenti in termini storici. Nella storia precedente dello Stato non c’è stato niente che somigliasse al declino recente – che abbia avuto luogo in tempi di modesta ripresa e non di recessione:

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Ripetiamolo, se ci fosse stato qualcosa a favore della teoria per la quale tagliare i sussidi di disoccupazione incoraggia la ricerca dei posti di lavoro e in qualche modo si traduce in una maggiore occupazione anche durante una recessione, la severità delle politiche avrebbe dovuto provocare effetti migliori in quello Stato che non al livello nazionale. Ma non c’è alcun segno che tutta quella severità del North Carolina abbia fatto nient’altro se non rendere la vita dei disoccupati ancora più miserabile.


 

 

 


[1] Raleigh è una città degli Stati Uniti d’America, capitale della Carolina del Nord e capoluogo della Contea di Wake. Il nome è in onore a Sir Walter Raleigh, famoso esploratore.

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