Blog di Krugman

Una amaca nel Kentucky? (11 gennaio 2014)

 

January 11, 2014, 3:39 am

A Hammock In Kentucky?

National Review has an actually interesting report by Kevin Williamson on the state of Appalachia, providing a valuable portrait of the region’s woes — plus an account of how people turn food stamps fungible by converting them into soda. But the piece also has a moral: the big problem, it argues, is the way government aid creates dependency. It’s the Paul Ryan notion of the safety net as a “hammock” that makes life too easy for the poor.

But do the facts about Appalachia actually support this view? No, they don’t. Indeed, even the facts presented in the article don’t support it.

Williamson dismisses suggestions that economic factors might be driving social collapse:

If you go looking for the catastrophe that laid this area low, you’ll eventually discover a terrifying story: Nothing happened.

But he almost immediately contradicts himself, noting that employment in eastern Kentucky has fallen with the decline of coal and what little manufacturing the area once had. True, there was no sudden moment when the town’s main employer closed up shop; it was a gradual process. But so what? The underlying story of Appalachia is in fact one of declining opportunity. Here’s the unemployment rate for Owsley county:

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Is it any surprise that people have turned to food stamps?

And what would they do if they didn’t have food stamps? Williamson is too good a reporter to argue that people could find jobs in eastern Kentucky if only they really wanted to work. Instead, he implicitly argues that the “dole” fosters dependency by allowing people to stay in their home counties rather than going someplace else. Maybe — but as he also notes, many people are leaving. Indeed, they’ve been leaving in droves:

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So the moral hazard doesn’t look that severe. Mainly this looks like a story of what happens when a region faces a drastic loss of economic opportunity.

Oh, and about the soda: things like that will happen when you try to provide aid in kind to very poor people. Give an only moderately poor person food stamps, and she’ll probably be willing to use all of it on food. Give a very poor person, with hardly any other source of income, food stamps and she’ll try to convert part of it into cash to be spent on other things. This doesn’t say that they’re getting too much help; it just says that they’re pretty desperate across the board, not just in their food budget.

Back to the broader issue: My take on Williamson’s report (like my take on Charles Murray’s recent book) is that it basically says that William Julius Wilson was right. Wilson famously argued that the social troubles of urban blacks emerged, not because there was something inherently wrong with their culture, but because job opportunities in inner cities dried up. Sure enough, when the God-fearing (and definitely white) people of Appalachia face a loss of employment opportunity, their region turns into what Williamson calls the Great White Ghetto.

And this in turn says that the problem isn’t that we’re becoming a nation of takers; it’s the fact that we’re becoming a nation that doesn’t offer enough economic opportunity to the bottom half, or maybe even the bottom 80 percent, of its citizens.

 

Una amaca nel Kentucky?

 

National Review ha un interessante resoconto a cura di Kevin Williamson sullo Stato degli Appalachi [1], che fornisce un ritratto apprezzabile dei guai della regione – oltre ad una stima di quante persone si rivolgono alle tessere alimentari che sono idonee ad essere scambiate con soda [2]. Ma il pezzo ha anche una morale: il grande problema, esso sostiene, è il modo in cui l’aiuto governativo ha creato dipendenza. Si tratta del concetto di Paul Ryan che equipara le reti della sicurezza sociale ad una ‘amaca’ che rende la vita dei poveri troppo facile.

Ma è proprio vero che i  fatti degli Appalachi sono una convalida di questa opinione? No, non è vero. In effetti, neanche i fatti presentati nell’articolo la convalidano.

Williamson liquida con poche parole l’idea che fattori economici possano aver portato al collasso sociale:

“Se andate a vedere la catastrofe che ha condotto quest’area così in basso, alla fine scoprite una storia terribile: non è successo niente.”

Ma quasi subito si contraddice, osservando che l’occupazione nel Kentucky orientale è caduta con il declino del carbone e di quelle piccole manifatture che una volta quell’area aveva. E’ vero, non c’è stato alcun momento improvviso nel quale il principale datore di lavoro del paese ha chiuso i battenti; si è trattato di un processo graduale. Ma allora cosa è successo? La storia profonda degli Appalachi è di fatto una storia di opportunità che scompaiono. Ecco il tasso di disoccupazione per la Contea di Owsley:

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Qualcuno si sorprende che la gente si sia rivolta alle tessere alimentari?

E cosa farebbero, se non avessero le tessere alimentari? Williamson è un giornalista troppo bravo per sostenere che la gente potrebbe trovare lavoro nel Kentucky orientale se soltanto volesse lavorare. Piuttosto, egli implicitamente sostiene che “l’elemosina” incoraggia la dipendenza consentendo alla gente di restare a casa sua anziché andarsene da qualche altra parte. Può darsi – ma egli osserva anche che molte persone se ne stanno andando. In effetti, se ne sta andando un sacco di gente:

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Dunque, non sembra così grave l’approfittare della situazione di assistenza. Questa sembra principalmente una storia di quello che succede quando un’area fa i conti con una drastica perdita di opportunità economiche.

E per quello che riguarda la faccenda della soda: cose del genere succedono quando cercate di fornire aiuti in natura alla povera gente. Date ad una persone anche moderatamente povera tessere alimentari e questa probabilmente le userà tutte per il cibo. Date le tessere alimentari ad una persona poverissima, con quasi nessuna altra fonte di reddito, ed ella cercherà di convertirle in parte in contante da spendere in altre cose. Questo non vi dice che stanno ricevendo troppo aiuto; vi dice soltanto che sono abbastanza disperate a tutti i livelli, non solo nel loro bilancio alimentare.

Tornando al tema più generale: la mia opinione sull’articolo di Williamson (come sul libro recente di Charles Murray) è che esso in generale conferma che William Julius Wilson aveva ragione [3]. Come è noto Wilson sosteneva che i gravi problemi sociali dei neri dei centri urbani emersero non perché ci fosse qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella loro cultura, ma perché le opportunità di lavoro nei quartieri poveri si esaurirono. E’ chiaro che quando le persone timorate di Dio (nonché bianche, senza alcun dubbio) si trovano dinanzi alla perdita della opportunità di una occupazione, la loro ragione si trasforma in quello che Williamson chiama il “Grande Ghetto Bianco”.

E questo a sua volta ci dice che il punto non è che stiamo diventando una nazione di ‘assistiti’; stiamo diventando una nazione che non offre sufficienti opportunità economiche alla metà dei suoi cittadini, forse persino all’80 per cento, che stanno in basso nella scala sociale.



[1] Gli Appalachi (in inglese Appalachian Mountains, in francese Appalaches) sono una catena montuosa situata nella parte orientale degli Stati Uniti d’America. Si sviluppa, quasi parallelamente alla costa, dal golfo del fiume San Lorenzo fino all’Alabama, per almeno 2500 km con picchi non molto elevati (i più alti sono con 2037 m il monte Mitchell e con 1917 m il monte Washington). Gli Appalachi riguardano anche l’isola di Terranova (Canada) e l’isola francese di Miquelon parte della collettività territoriale di Saint-Pierre e Miquelon[1][2]. La porzione sud degli Appalachi viene chiamata monti Unakas. Per via dell’età geologica, gli Appalachi sono la catena montuosa più vecchia delle Americhe. (Wikipedia)

 

Gli Appalachi statunitensi sono una delle zone economicamente più depresse degli Stati Uniti. Storicamente la miseria degli Appalachi – in particolare del cuore di quella grande area che è rappresentato dal Kentucky orientale – riguarda una popolazione di bianchi, che sono gli eredi di una classe operaia di origine scozzese ed irlandese che si insediò nelle attività minerarie dalle quali erano usciti gli schiavi afroamericani.

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[2] Da quello che si capisce dall’articolo di Williamson, la estrema miseria di molti di questi piccoli villaggi degli Appalachi, indurrebbe gli abitanti ad acquisire con le loro tessere alimentari e cassette di soda, che a loro volta sarebbero successivamente utilizzabili come merce di scambio per qualcos’altro. In generale le cassette vengono rivendute a commercianti locali, che le pagano per la metà del loro valore. Alla fine possono servire anche per essere scambiate con farmaci che sono sostituti di oppiacei (i “pillbillies”, a base di oxycontin, anche detta la “eroina dei montanari degli Appalachi”).

[3] Sociologo americano: vedi post dell’8 gennaio “Sull’ultima guerra combattuta (sulla povertà)”.

La cura Medicaid (10 gennaio 2014)

gennaio 10, 2014

 

January 10, 2014, 8:01 am

The Medicaid Cure

Something really interesting is happening on the health-care front: costs are rising much less rapidly than anyone expected. This is good news for the budget; it’s also good news for Obamacare. There was much skepticism about promises that health reform would “bend the curve”, reducing cost growth; well, the curve is bending, and it’s likely that the cost control measures that are part of Obamacare (and have been in effect for several years) are part of the reason.

One thing I haven’t seen mentioned much, however, is that another aspect of recent developments — the rapid rise in Medicaid enrollment, despite Republican efforts to block it — adds to the prospect of continuing good news on health costs.

Medicaid gets a bad rap. It’s a poor people’s program, and it’s widely assumed that this means poor care. In fact, there’s not much evidence that this is true, and claims that Medicaid patients can’t find care are greatly exaggerated. Beyond that, however, Medicaid is the piece of the US health care system (aside from the VA) that does the best job of controlling costs. It does this by being able to say no. For example, it’s able (in a way Medicare so far can’t) to say that it won’t pay for me-too drugs that are far more expensive than equally or almost equally good alternatives. This ability to say no, combined with its size, means that Medicaid covers people far more cheaply than private insurance, and probably than Medicare.

One way to think about this is that Medicaid is actually the piece of the US system that looks most like European health systems, which cost far less than ours while delivering comparable results.

Now, expanded Medicaid is a key part of Obamacare — and so far, despite GOP obstruction, Medicaid enrollments have outpaced insurance through the exchanges. This is often reported as if it were a bad thing — as if Medicaid were somehow a fake solution, as if only purchases of private insurance count. But Medicaid is good, very cost-effective coverage! And rising Medicaid enrollment is, aside from a huge benefit to the previously uninsured, a step toward better cost control in the system as a whole.

So liberals, don’t apologize for Medicaid growth. In economic and human terms, it’s just what the, um, doctor ordered.

 

La cura Medicaid

 

Sta succedendo qualcosa di davvero interessante sul fronte della assistenza sanitaria: i costi stanno crescendo molto meno rapidamente di quanto tutti si aspettassero. Questa è una buona notizia per il bilancio ed è anche una buona notizia per la riforma di Obama. C’era molto scetticismo sulle promesse per le quali la riforma sanitaria avrebbe “piegato la curva”, riducendo la crescita dei costi; ebbene, la curva si sta piegando, ed è probabile che le misure di controllo dei costi che costituiscono una parte della riforma di Obama (e che sono state in funzione da un certo numero di anni), lo spieghino in parte.

Una cosa alla quale non ho visto fare molto riferimento, tuttavia, è che un altro aspetto degli sviluppi recenti – la rapida crescita  delle registrazioni a Medicaid, nonostante gli sforzi del repubblicani per bloccarla – si somma alla prospettiva di una prosecuzione delle buone notizie sui costi sanitari.

Medicaid ha una cattiva fama. E’ il programma per la povera gente, e in generale si considera che questo significhi povera assistenza. Nei fatti non ci sono grandi prove che questo sia vero, e le pretese che i pazienti di Medicaid non possano trovare assistenza sono grandemente esagerate. Oltre a ciò, tuttavia, Medicaid è il pezzo del sistema di assistenza sanitaria statunitense (a parte quello che riguarda i soldati in congedo [1]) che funziona meglio nel controllo dei costi. Riesce a farlo perché è capace di dire dei “no”. Ad esempio, è capace di dire (in un modo che sin qua non è stato possibile per Medicare) che esso non pagherà senza eccezioni medicine che sono più costose delle alternative egualmente o quasi egualmente adatte. Questa capacità di dire dei “no”, combinate con le sue dimensioni, significa che Medicaid protegge le persone molto più economicamente della assicurazione privata, e probabilmente di Medicare.

Un modo di considerare questa questione è che Medicaid è effettivamente il pezzo del sistema sanitario americano che assomiglia maggiormente ai sistemi europei, che costano molto meno del nostro nel mentre ottengono risultati  analoghi.

Ora, l’espansione di Medicaid è una parte cruciale della riforma di Obama – e sinora, nonostante l’ostruzionismo del Partito repubblicano, le registrazioni a Medicaid hanno lasciato indietro le assicurazioni attraverso il meccanismo delle “borse” sanitarie [2]. Questa notizia frequentemente viene diffusa come se fosse una cosa negativa – come se Medicaid fosse in qualche modo una soluzione falsa, come se contassero soltanto gli acquisti delle assicurazioni private. Ma Medicaid è una protezione buona, molto efficace sul lato dei costi. E la crescita delle registrazioni a Medicaid, a parte il grande beneficio per coloro che in precedenza non erano assicurati, costituisce un passo verso un controllo migliore dei costi nel sistema nel suo complesso.

Dunque, i progressisti non si scusino per la crescita di Medicaid. In termini economici ed umani, come dire, è proprio quello che consiglierebbe il dottore.



[1] “VA” dovrebbe stare per “Veteran Affairs”.

[2] Le “borse sanitarie”, meccanismo introdotto dalla riforma di Obama che corrisponde ad una molteplicità di sedi – una per Stato, da quanto ho compreso – alle quali le persone si rivolgono per comprendere le condizioni offerte dalle varie assicurazioni private e per registrarsi ad un sistema di ‘copertura sanitaria’, evidentemente sono anche una sede nella quale alcune persone che sino ad ieri sceglievano costose e precarie assicurazioni private, possono scegliere oggi un sistema interamente pubblico come Medicaid. Inoltre, le “borse” sono l’occasione per tutti coloro che non erano assicurati nel passato, per iscriversi a Medicaid.  Tutto questo, naturalmente, alla condizione che ricorrano le condizioni di reddito per la registrazione, ovvero che si tratti di redditi bassi. Credo che l’entità di questi redditi di ammissione siano il motivo dello scontro di questi mesi tra varie amministrazioni statali governate dai repubblicani e la Amministrazione Obama. La legge, infatti, consentiva – in gran parte a carico del Governo federale – di ‘estendere’ la platea delle persone assistibili da Medicaid, ma alcuni Stati repubblicani sono arrivati al punto di rinunciare agli aiuti federali pur di non consentirlo. Ma sembra che non ci siano riusciti, anche perché la maggioranza degli Stati repubblicani ha minacciato di farlo, ma alla fine non ne ha avuto il coraggio.

La Fata Zombi della Fiducia (10 gennaio 2014)

gennaio 10, 2014

 

January 10, 2014, 7:42 am

The Zombie Confidence Fairy

OK, and I’m more or less back on duty, although next week I’ll be busy in Ireland. But time to weigh in again on a few things.

First up: Brad DeLong is bothered by Robert Rubin’s latest deficit-hawk op-ed, which doesn’t seem to recognize how much the arithmetic of fiscal policy in a liquidity trap favors fiscal stimulus. I agree. But surely the worse thing about Rubin’s piece is that its whole premise is that the confidence fairy is alive and well:

The US recovery remains slow by historical standards – even if recent signs of improvement are borne out. One reason is that our unsound fiscal trajectory undermines business confidence, and thus job creation, by creating uncertainty about future policy and exacerbating concerns about the will of Congress to govern. Business leaders frequently cite our fiscal outlook as a deterrent to hiring and investment.

Do business leaders really express those kinds of concerns? Maybe — if they’re guests at a Peterson-hydra event, where that’s the kind of thing they’re expected to say. But there isn’t a shred of evidence that long-term deficit fears are actually exerting any drag on the economy, let alone that some kind of medium-term austerity plan would be expansionary through the confidence channel.

The truth is that business investment isn’t especially low given the weakness of the overall economy (why expand capacity when you aren’t selling enough to use the capacity you have?) Look at residential investment (blue line) and nonresidential investment (red line) as shares of GDP:

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The US economy has suffered an extraordinary, persistent plunge in residential investment; the fall in business investment was only normal for recessions and aftermaths, and the recovery has been comparable to past experience. There’s just nothing in this picture that would lead you to believe that you need to invoke some special factor like deficit fears to explain business behavior.

So it’s actually amazing that someone like Rubin would invoke this confidence story as if it were sound economics, when it’s actually a highly dubious, mathematically implausible argument that receives no support at all from the data.

Of course, Rubin isn’t alone. I keep hearing the same argument in Europe.

Why, it’s almost as if very serious people are willing to grab any argument that supports their deficit-reduction obsession, never mind the facts.

 

La Fata Zombi della Fiducia

 

Sì, sono più o meno tornato al lavoro, sebbene la prossima settimana sarò occupato in Irlanda. Ma ho ancora il tempo per intervenire su poche cose.

Prima di tutto: Brad DeLong è infastidito dall’ultimo articolo da ‘falco del deficit’ di Robert Rubin, che non sembra rendersi conto di quanto, in una trappola di liquidità, anche solo un po’ di conti sulla politica della finanza pubblica siano a favore del sostegno della spesa pubblica. Sono d’accordo. Ma sicuramente la cosa peggiore nell’articolo di Rubin è che la sua intera premessa consiste nel ritenere la ‘fata della fiducia’ viva e vegeta:

“La ripresa degli Stati Uniti resta lenta per gli standards storici – anche se si manifestano segni recenti di miglioramento. Una ragione è che la nostra insana prospettiva della finanza pubblica mette in crisi la fiducia delle imprese, e di conseguenza la creazione dei posti di lavoro, creando incertezza sulla politica futura ed esacerbando le preoccupazioni sulla volontà del Congresso a governarla. I dirigenti delle imprese citano frequentemente la nostra prospettiva della finanza pubblica come un deterrente alle assunzioni ed agli investimenti.”

Esprimono per davvero preoccupazioni di quella natura i dirigenti delle imprese? Può darsi – se sono invitati ad un qualche evento dell’ “idra di Peterson” [1], dove ci si aspetta di sentir dire cose del genere. Ma non c’è un briciolo di prova che le paure per un deficit a lungo termine stiano effettivamente provocando un qualsiasi effetto di trascinamento sull’economia, per non parlare del fatto che un programma di austerità a medio termine avrebbe effetti espansivi attraverso il canale della fiducia.

La verità è che gli investimenti delle imprese non sono particolarmente bassi, se si considera la debolezza complessiva dell’economia (perché espandere la capacità produttiva quando non si sta vendendo a sufficienza usando la capacità produttiva esistente?) Si guardi agli investimenti nel settore abitativo (linea blu) ed a quelli nel settore non-abitativo (linea rossa) espressi come quote del PIL:

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L’economia americana ha sofferto di una caduta degli investimenti in abitazioni straordinaria e prolungata; la caduta degli investimenti delle imprese era semplicemente normale in situazioni di recessione e nei loro postumi, e la ripresa è confrontabile con le esperienze passate. Non c’è niente in questa rappresentazione che vi possa portare a credere che abbiate bisogno di invocare un qualche speciale fattore come le paure per il deficit per spiegare il comportamento delle imprese.

Così per la verità è sorprendente che uno come Rubin invochi questa storia della fiducia come se fosse buona economia, quando nei fatti è un argomento del tutto dubbio, matematicamente privo di fondamento, che non ha affatto alcun sostegno nelle statistiche.

Naturalmente, Rubin non è solo; continuo a sentire la stessa tesi in Europa.

Perché è quasi come se ogni persona seria abbia voglia di aggrapparsi ad ogni argomento che supporta la loro ossessione della riduzione del deficit, a prescindere dai fatti.



[1] Ovvero, della specie di ‘mostro’ propagandistico generato dai finanziamenti di un importante sostenitore della destra come Peterson.

Sull’ultima guerra combattuta (sulla povertà) (8 gennaio 2014)

gennaio 8, 2014

 

January 8, 2014, 2:10 am

On Fighting the Last War (On Poverty)

Sorry about radio silence — I’ve been on the road, and busy. And I still am.

I wanted, however, to say something about the 50th anniversary of Lyndon Johnson’s War on Poverty.

By 1980 or so, as the linked CBPP piece says, there was widespread consensus that the WoP had failed. As CBPP also says, that conclusion doesn’t stand up once you do the numbers right: poverty measures that take into account government aid — aid of the kind provided by the war on poverty! — do show a significant decline since the 1960s. There’s more sheer misery in America than there should be, but less than there was.

Even so, progress against poverty has obviously been disappointing. But why? Here’s where it’s important to realize that conservatives are stuck with a fossil narrative — a story about persistent poverty that may have had something to it three decades ago, but is all wrong now.

The narrative in the 1970s was that the war on poverty had failed because of social disintegration: government attempts to help the poor were outpaced by the collapse of the family, rising crime, and so on. And on the right, and to some extent in the center, it was often argued that government aid was if anything promoting this social disintegration. Poverty was therefore a problem of values and social cohesion, not money.

That was always much less true than the elite wanted to believe; as William Julius Wilson showed long ago, the decline of urban employment opportunities actually had a lot do with the social disintegration. Still, there was something to it.

But that was a long time ago. These days crime is way down, so is teenage pregnancy, and so on; society did not collapse. What collapsed instead is economic opportunity. If progress against poverty has been disappointing over the past half century, the reason is not the decline of the family but the rise of extreme inequality. We’re a much richer nation than we were in 1964, but little if any of that increased wealth has trickled down to workers in the bottom half of the income distribution.

The trouble is that the American right is still living in the 1970s, or actually a Reaganite fantasy of the 1970s; its notion of an anti-poverty agenda is still all about getting those layabouts to go to work and stop living off welfare. The reality that lower-end jobs, even if you can get one, don’t pay enough to lift you out of poverty just hasn’t sunk in. And the idea of helping the poor by actually helping them remains anathema.

Will it ever be possible to move this debate away from welfare queens and all that? I don’t know. But for now, the key to understanding poverty arguments is that the main cause of persistent poverty now is high inequality of market income — but that the right can’t bring itself to acknowledge that reality.

 

Sull’ultima guerra combattuta (sulla povertà)

 

Mi dispiace per il silenzio sul blog – sono stato in viaggio, e occupato. E lo sono ancora.

Tuttavia voleva dire qualcosa sul 50° anniversario della Guerra alla povertà di Lyndon Johnson [1].

Attorno all’incirca al 1980, come il (precedente) pezzo in connessione del Center of budget and Policy Priorities  afferma, c’era un consenso generale nel ritenere che la ‘guerra alla povertà’ avesse fallito. Come sempre il CBPP dice, quella conclusione non sta in piedi se si guardano con attenzione i dati: i numeri sulla povertà che tengono conto degli aiuti del Governo –  aiuti del genere di quelli forniti dalla guerra sulla povertà! – a partire dagli anni ’60 hanno mostrato un significativo declino. C’è una vera e propria maggiore miseria in America  rispetto a quanta ve ne dovrebbe essere, ma meno grande di quanta non ve ne fosse.

Anche così, i progressi contro la povertà sono stati evidentemente deludenti. Ma perché? E’ qua dove è importante comprendere quanto i conservatori siano bloccati in un racconto fossilizzato – un racconto sulla perdurante povertà che può aver avuto qualche fondamento tre decenni orsono, ma è completamente sbagliato oggi.

La storia degli anni ’70 fu che la guerra sulla povertà mancò i suoi obbiettivi a causa della disintegrazione sociale: i tentativi del Governo nell’aiutare i poveri vennero lasciati indietro dal collasso delle famiglie, dalla crescita del crimine, e da altro ancora. E a destra, in qualche misura anche al centro, si sostenne spesso che l’aiuto del Governo stava semmai promuovendo la disintegrazione sociale. La povertà era di conseguenza un problema di valori e di coesione sociale, non di soldi.

Tutto questo era molto meno vero di quanto non volessero credere le classi dirigenti; come William Julius Wilson [2] sostenne molto tempo fa, il declino delle opportunità di occupazione urbana in verità influì molto nella disintegrazione sociale. Eppure, c’era qualcosa di vero.

Ma questo accadeva molto tempo fa. Di questi tempi il crimine è calato, lo stesso è accaduto con la tendenza a far figli delle adolescenti, e con tutto il resto; la società non ha collassato. Quello che invece ha collassato sono le opportunità economiche. Se i risultati contro la povertà sono stati deludenti nel mezzo secolo passato, la ragione non è il declino della famiglia ma la crescita di una ineguaglianza estrema. Siamo una nazione molto più ricca di quanto non fossimo nel 1964, ma poco o punto di quello che è cresciuto nella ricchezza si è distribuito in basso ai lavoratori della metà della fascia più bassa della distribuzione del reddito.

Il guaio è che la destra americana sta ancora vivendo negli anni ’70, o magari nelle fantasie reaganiane degli anni ’70; la sua idea di una agenda contro la povertà consiste ancora interamente nel mandare al lavoro tutti quegli sfaccendati, smettendo di farli campare di assistenza. La realtà per la quale i lavori ai livelli più bassi, ammesso che se ne possa trovare, non vi danno abbastanza mezzi per risalire dalla povertà, semplicemente non gli è entrata in testa. E l’idea di aiutare i poveri aiutandoli effettivamente resta una bestemmia.

Sarà mai possibile portar fuori questo dibattito dalle storie delle ‘regine dell’assistenza’ [3] e cose del genere?  Non lo so. Ma per adesso, la chiave per comprendere gli argomenti sulla povertà è che di questi tempi la causa principale della persistente povertà è l’elevata ineguaglianza dei redditi sul mercato – mentre la destra non può giungere a riconoscere questo dato di fatto.



[1] L’8 gennaio 1964, in un famoso discorso sullo Stato dell’Unione, Lyndon Johnson lanciò la “Guerra alla povertà”. La legislazione che si intese promuovere era una risposta ad un tasso di povertà che in quegli anni era giunto al 19 per cento. Il discorso spinse il Congresso ad approvare la  Legge sulle Opportunità Economiche, con la quale fu tra l’altro istituito un Ufficio delle opportunità economiche che avrebbe dovuto gestire le iniziative assistenziali ai livelli locali. La popolarità del tema delle azioni contro la povertà cominciò a svanire con la fine degli anni ’60.

[2] William Julius Wilson è un sociologo statunitense nato nel 1935, che ha insegnato all’Università di Chicago, dal 1972 al 1996, e poi a quella di Harvard. I suoi studi sulla povertà, particolarmente sulle condizioni degli afroamericani, hanno contribuito in particolare a mettere in evidenza la complessa interazione di fenomeni politici e culturali – la cultura dei ghetti e l’intera storia dei diritti civili – e di fenomeni socioeconomici, quali quelli della evoluzione di molte metropoli americane, che hanno conosciuto grandi fenomeni di decentramento dell’occupazione. Tra l’altro mostrò come il fenomeno delle donne afroamericane sole e con figli spesso derivasse semplicemente dalla resistenza delle donne di colore a riconoscere i padri dei loro figli attraverso regolari matrimoni, sinché i padri non potevano mantenere una famiglia con redditi almeno paragonabili agli aiuti delle famiglie di origine.

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[3] L’espressione “Regine della assistenza’ venne coniata da Ronald Reagan per giustificare il suo attacco alle leggi assistenziali. A suo dire c’erano appunto signore – prevalentemente afroamericane – che andavano in Cadillac a ritirare i sussidi assistenziali …

Felice anno nuovo? (4 gennaio 2014)

gennaio 4, 2014

 

January 4, 2014, 10:50 am

Happy New Year?

There’s an alarming amount of optimism out there about US economic prospects for 2014. Let me make the situation even more alarming by saying that I basically share that optimism.

Why? Basically because of the Three Stooges effect: if you’ve been banging your head against a wall for no good reason, you’ll feel a lot better when you stop.

One way to look at the US economy in 2013 is that it was, in effect, trying to begin a strong recovery, but was held back by terrible federal fiscal policy. Housing was making a comeback, state and local austerity was, if not going into reverse, at least not getting more intense, household spending was starting to revive as debt levels came down. But the feds were raising the payroll tax, slashing spending via the sequester, and more.

Incidentally, these other factors are why I don’t take seriously the claims of market monetarists that the failure of growth to collapse in 2013 somehow showed that fiscal policy doesn’t matter. US austerity, although a really bad thing, wasn’t nearly as intense as what happened in southern Europe; it was small enough that it could be, and I’d argue was, more or less offset by other stuff over the course of a single year.

The point, in any case, is that the head-banging is about to stop — not in the sense that we’ll reverse our move in the wrong direction, but that we won’t keep on moving in that direction. Here’s Goldman Sachs’s estimate of “fiscal drag” from federal policies (no link):

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Goldman Sachs

What a drag! But it’s coming to an end. Meanwhile, housing is still moving forward, and other stuff is relatively favorable.

None of this vindicates the multiple years of sluggish recovery that should have been vigorous. And let’s be clear: this kind of forecast is much less secure than, say, my predictions that inflation and interest would stay low in a liquidity trap, which were grounded in model fundamentals.

Still, the new year starts with some good omens. Oh, and politics: between the non-disaster of Obamacare (which is producing epic levels of denial) and the prospect of a decent rate of economic growth, the midterm elections may not go the way many on the right currently expect.

 

Felice anno nuovo?

 

Ci sono dosi allarmanti di ottimismo in giro sulle prospettive economiche degli Stati Uniti per il 2014. Consentitemi di rendere la situazione ancora più allarmante dicendo che in ultima analisi condivido quell’ottimismo.

Perché? Fondamentalmente a causa dell’effetto dei ‘Tre Marmittoni’ [1]: se state sbattendo la testa contro un muro per nessuna buona ragione, vi sentirete molto meglio quando vi fermate.

Un modo per osservare l’economia degli Stati Uniti nel 2013 è considerare che essa, in effetti, ha cercato di avviare una forte ripresa ma è stata trattenuta dalla terribile politica federale della finanza pubblica. Il settore delle abitazioni stava tornando in auge, l’austerità ai livelli degli Stati e delle comunità locali stava, se non realizzando una inversione, almeno non diventando più intensa, la spesa delle famiglie cominciava a riprendersi nel mentre i livelli dei debiti scendevano. Ma il governo federale ha elevato le tasse sugli stipendi, abbattuto la spesa pubblica attraverso il “sequestro” [2], ed altro ancora.

Per inciso, questi altri fattori sono il motivo per cui io non prendo sul serio gli argomenti dei monetaristi di mercato secondo i quali il mancato collasso della crescita nel 2013 ha in qualche modo mostrato che la politica della finanza pubblica non è importante. L’austerità degli Stati Uniti, per quanto realmente negativa, non è stata neanche lontanamente grave come quella dell’Europa meridionale; è stata poca cosa rispetto a quello che poteva essere, e direi che è stata più o meno bilanciata da altre cose nel corso dello stesso anno.

Il punto, tuttavia, è che il battere la testa sta per finire – non nel senso che invertiremo il nostro movimento nella direzione sbagliata, ma che non continueremo a procedere su quella direzione. Ecco la stima di Goldman Sachs sul “drenaggio di finanza pubblica” da parte delle politiche federali (non c’è connessione):

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Goldman Sachs

 

Che prelievo! Ma sta arrivando alla fine. Nel frattempo il settore delle abitazioni sta ancora avanzando e le altre cose sono relativamente favorevoli.

Sono tutte cose che non risarciscono i vari anni di ripresa fiacca che avrebbero dovuto essere vigorosi. E siamo chiari: una stima come questa è molto meno sicura, per esempio, delle mie previsioni secondo le quali l’inflazione ed i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi in una trappola di liquidità, che erano fondate sugli aspetti di fondo dei modelli.

Eppure, il nuovo anno comincia con qualche buon presagio. C’è poi la politica: tra il non-disastro della riforma della sanità di Obama (che sta producendo livelli epici di negazionismo) e la prospettiva di un tasso decente di crescita economica, le elezioni di medio termine potrebbero non andare nel modo in cui molti a destra attualmente si aspettano.



[1] Vedi post del 18 dicembre 2013.

[2] Vedi la nota relativa in calce all’articolo del 21 febbraio 2013 “Il sequestro degli sciocchi”.

Guardie del corpo degli zombi, gli scarafaggi contrattaccano (2 gennaio 2014)

gennaio 2, 2014

 

January 2, 2014, 1:39 pm

Bodyguard of Zombies, Counterattack by Cockroaches

The bit about the WSJ’s continuing denialism on rising inequality brings to mind a point I think I’ve made before, but which seems especially appropriate for recent debates. It is this: Today’s right wing never gives up on a politically convenient argument, no matter how thoroughly it may have been refuted by analysis and evidence. It may downplay that argument for a while — though often even that doesn’t happen — but it always comes back.

 

Inequality is a clear though not at all unique example. Consider three arguments one might make against 21st-century populism:

1. Inequality isn’t increasing.
2. OK, inequality is increasing, but it’s not a problem.
3. OK, it would be nice to have lower inequality, but any proposed solutions would do more harm than good.

Which of these arguments does the right choose, when making its stand? The answer is, all three. Argument 1 faded away briefly when the CBO published its landmark study documenting the rise of the one percent, but as we’ve just seen, it’s back (this is an illustration of the concept of cockroach ideas.) Argument 2 doesn’t stand up under scrutiny, but it just keeps being made anyway — it’s a zombie. But meanwhile, argument 3 is made against anyone like, say, the new mayor of New York who proposes even the slightest effort to equalize opportunity.

This kind of thing flummoxes many people, who imagine that we’re having a real debate. It makes perfect sense, however, once you realize that the other side here isn’t engaged in good-faith argument, just looking for anything that comes to hand, with no regard for consistency.

 

Much the same thing takes place in macroeconomics. There are several arguments you could make for austerity in a depressed economy:

1. As a matter of principle, government borrowing must crowd out an equal amount of private spending.
2. OK, maybe that’s not true. But confidence!
3. OK, maybe no confidence fairy. But debt! 90 percent!

In this case, argument 1 is again a cockroach — Heritage angrily denies making any such argument, insisting that it’s dong sophisticated intertemporal somethingorother, then makes the same argument all over again. And the WSJ does it too. Argument 2 is a zombie, thoroughly refuted by evidence, but continually asserted all the same. And 3 is part-zombie, part highly dubious assertion. Again, however, none of these arguments is ever taken off the table.

Incidentally, I love the sneering way the Wall Street Journal talks about the “notorious ‘multiplier’”, implying that this is a ridiculous notion only ignorant fools could take seriously — ignorant fools like the researchers at the International Monetary Fund …

I’d love to be having real debates on these issues. But we aren’t having and can’t have such debates, because the cockroaches and zombies get in the way.

 

Guardie del corpo degli zombi, gli scarafaggi contrattaccano

 

 

Il pezzo [1] sul perdurante negazionismo del Wall Street Journal sulla crescente ineguaglianza mi ricorda un punto che penso di aver avanzato in precedenza, ma che sembra particolarmente appropriato per i dibattiti recenti. Si tratta di questo: le destre odierne non rinunciano mai ad un argomento conveniente, a prescindere da quanto esso possa essere stato confutato in modo esauriente dall’analisi e dai fatti. Possono deporre per un po’ quell’argomento – sebbene di solito non succeda neanche questo – ma esso si ripresenta in continuazione.

L’ineguaglianza è chiaramente un esempio, sebbene niente affatto l’unico. Si considerino i tre argomenti che uno potrebbe avanzare contro il populismo [2] del 21° secolo:

  1. L’ineguaglianza non sta crescendo;
  2. Va bene, l’ineguaglianza sta crescendo ma non è un problema;
  3. Va bene, sarebbe carino avere minori ineguaglianze, ma ogni soluzione proposta fa più danni che altro.

Con quale di questi argomenti si fa la scelta giusta, quando si prende posizione? La risposta è: con tutti e tre. L’argomento numero uno è temporaneamente uscito di scena quando il Congressional Budget Office ha pubblicato il suo decisivo studio che documenta la crescita dei redditi dell’1 per cento dei più ricchi, ma come si è visto è tornato (questa è una illustrazione del concetto delle idee scarafaggio). L’argomento numero 2 non regge ad una seria analisi, ma continua ad essere avanzato in tutti i modi – è uno zombi. Ma nel frattempo l’argomento numero 3 viene avanzato contro chiunque, come ad esempio il nuovo sindaco di New York, proponga anche il più leggero sforzo per rendere eguali le opportunità.

Questo genere di cose sconcerta molta gente, che si immagina che sia in corso una discussione vera. E’ tutto ben comprensibile, tuttavia, una volta che si comprenda che sull’altro fronte in questo caso non si è impegnati in argomenti in buona fede, si cerca soltanto quello che c’è a portata di mano, senza alcun riguardo al suo fondamento.

La stessa cosa in gran parte avviene sulla macroeconomia. Ci sono vari argomenti che potreste avanzare a favore della austerità in una economia depressa:

  1. In via di principio, l’indebitamento pubblico non può che ‘spiazzare’ una uguale quantità di spesa privata;
  2. Va bene, può darsi non sia vero. Ma c’è la faccenda della fiducia!
  3. Va bene, forse non c’è alcuna fata della fiducia. Ma il debito! La soglia del 90 per cento!

In questo caso, l’argomento 1 è ancora una scarafaggio – l’Heritage nega indignata di aver mai usato un simile argomento, sostenendo di essere impegnata a realizzare in un modo o nell’altro sofisticati modelli intertemporali, poi ripresenta lo stesso argomento dappertutto. E il Wall Street Journal fa lo stesso. L’argomento 2 è uno zombi, completamente confutato dai fatti, ma continuamente riformulato nello stesso modo. E il terzo è una asserzione in parte zombi, in parte altamente dubbia. Ancora una volta, tuttavia, nessuno di questi argomenti viene tolto dal tavolo.

Per inciso, sono affascinato dal modo beffardo nel quale il Wall Street Journal parla del “famigerato ‘moltiplicatore’ “, intendendo che questo sia un concetto che solo sciocchi ignoranti possono prendere sul serio – sciocchi ignoranti come i ricercatori del Fondo Monetario Internazionale …

Mi piacerebbe avere discussioni vere si questi temi. Ma non abbiamo dibattiti di questa natura, perché scarafaggi e zombi ci stanno tra i piedi.



[1] Si riferisce al post precedente.

[2] E’ possibile che definire il tema della ineguaglianza come ‘populistico’ contenga in questo caso dell’ironia, ovvero sia una espressione utilizzata dal punto di vista della destra, del suo armamentario polemico. Ciononostante si deve considerare che il termine ‘populistico’ non ha nel linguaggio politico americano quel connotato chiaramente negativo che ha in italiano, al pari di ‘demagogico’. Ho osservato in vari casi che ha un senso più oggettivo: il ‘populismo’ è una politica che cerca di ottenere il favore delle persone, per la sua efficacia e semplicità. In un certo senso anche il New Deal era ‘populista’. La politica in certi casi può essere consapevolmente populista senza essere definitivamente demagogica.

Disinformazione sull’ineguaglianza (2 gennaio 2014)

gennaio 2, 2014

 

January 2, 2014, 9:49 am

Disinformation on Inequality

Miles Kimball catches Bret Stephens pulling a fast one on Wall Street Journal readers – but it’s much worse than Kimball says.

Kimball take Stephens to task for overstating the economic progress of poorer Americans by presenting nominal figures, without any adjustment for inflation. What Kimball doesn’t mention is that the constant-dollar figures are presented by the Census in the same table (Excel file) from which Stephens is taking his numbers – and the constant-dollar figures actually show a small decline in the incomes of the bottom 20 percent.

Wait, it gets worse. In the same piece in which he commits the unforgivable sin of using nominal incomes as a measure of progress, Stephens also accuses President Obama of a “factual error” in claiming that the top 10 percent receive half the income; it’s the top 20 percent, says Stephens, and there has been no significant rise since the mid-1990s.

What’s going on here? Stephens is citing the Census data, which everyone who knows anything about inequality knows has a problem with very high incomes thanks to “top-coding”. The Piketty-Saez data, which use tax returns to estimate income shares, do indeed show the top 10 percent receiving half the income, up from 42 percent in 1995. Maybe you don’t like those estimates, but Obama made no mistake – while Stephens did.

Why doesn’t this sharp rise show in the Census data? Because almost all of it took place among the top 1 percent – the income range that the Census data, which are survey-based, can’t effectively track.

OK, we’re still not done here. Stephens then goes on to suggest not just that there has been no rise in inequality since 1995, but that not much has changed since 1979. So let me pull out the Congressional Budget Office – they’re right behind this sign over here – to comment on that:

 

CBO finds that, between 1979 and 2007, income grew by:
•275 percent for the top 1 percent of households,
•65 percent for the next 19 percent,
•Just under 40 percent for the next 60 percent, and
•18 percent for the bottom 20 percent.

 

The point here, as on so many other economic issues, is that we are not having anything resembling a good-faith debate.

We could have a debate about whether rising inequality is a problem, and whether measures intended to curb it would do more harm than good. But we can’t have that kind of debate if the anti-populist side won’t acknowledge basic facts – and it won’t. In his piece Stephens trashes Obama, accusing him of making a factual error when he did no such thing; then proceeds to commit just about every statistical sin you can imagine in an attempt to minimize the rise in inequality. In the process he leaves his readers more ignorant than they were before. When this is what passes for argument, how can we have any kind of rational discussion?

 

Oh, and just FYI: this is the kind of journalism that the great and the good deem worthy of a Pulitzer Prize.

 

Disinformazione sull’ineguaglianza

 

Miles Kimball sorprende Bret Stephens nel fare uno scherzetto veloce ai lettori del Wall Street Journal – ma è molto peggio di quello che dice Kimball.

Kimball si accorge che Stephens sopravvaluta il progresso economico degli americani più poveri presentando dati nominali, senza alcuna correzione per l’inflazione. Ciò che Kimball non dice è che i dati a valuta costante sono presentati dal Censimento nella stessa tavola (file di Excel) dalla quale Stephens sta prendendo i suoi dati – ed i dati a valuta costante in effetti mostrano un piccolo declino nel 20 per cento più in basso nella scala dei redditi.

Aspettate, fa di peggio. Nello stesso articolo nel quale egli commette il peccato imperdonabile di usare i redditi nominali come misura di progresso, Stephens accusa il Presidente Obama anche di un ‘errore materiale’ nel sostenere che il dieci per cento dei più ricchi riceva la metà dei redditi; si tratta del 20 per cento dei più ricchi, dice Stephens, e non c’è stata alcuna significativa crescita dalla metà degli anni ’90.

Che cosa è accaduto, in questo caso? Stephens sta citando i dati del Censimento, che ognuno che conosce qualcosa sul tema dell’ineguaglianza sa che hanno un problema con i redditi molto elevati a causa della ‘codifica’ dei redditi alti. I dati Picketty-Saez, che utilizzano i rendimenti fiscali per stimare la partecipazione al reddito, mostrano che il dieci per cento dei più ricchi ottiene proprio la metà del reddito, dal 42 per cento che aveva nel 1995. Queste stime possono non piacere, ma Obama non ha fatto alcun sbaglio – mentre l’ha fatto Stephens.

Perché questa brusca crescita non compare nei dati del Censimento? Perché quasi per intero interessa l’1 per cento dei più ricchi – la quota dei redditi che i dati del Censimento, che sono basati su sondaggi, non può efficacemente seguire.

Bene, e non abbiamo ancora finito. Stephens successivamente passa a suggerire non solo che non ci sia stata alcuna crescita dell’ineguaglianza dal 1995, ma che non sia cambiato molto dal 1979. Consentitemi dunque di chiamare in causa il Congressional Budget Office – i dati sono proprio lì, dietro la sigla – per un commento su tutto ciò:

 

Il CBO valuta che tra il 1979 ed il 2007, il reddito sia cresciuto per:

  • il 275 per cento per l’1 per cento delle famiglie più ricche:
  • il 65 per cento per il successivo 19 per cento delle famiglie più abbienti;
  • solo sotto il 40 per cento per il successivo 60 per cento delle famiglie e
  • il 18 per cento per il 20 per cento delle famiglie più povere.

 

Come in molti altri temi economici, in questo caso il punto è che non stiamo avendo niente che assomigli ad un dibattito in buona fede.

Si potrebbe discutere se la crescente ineguaglianza sia un problema, e se le misure con le quali si intende contenerla farebbero più male che bene. Ma non possiamo avere una discussione di quel genere se lo schieramento sedicente anti-populista non riconoscerà i fatti fondamentali – e non lo farà. Nel suo articolo Stephens critica ferocemente Obama, accusandolo di fare errori materiali quando egli non fa niente del genere; poi prosegue affidandosi proprio a quasi tutti gli errori statistici  si possano immaginare nel tentativo di minimizzare la crescita delle ineguaglianze. In questo modo egli lascia i suoi lettori meno consapevoli di quanto non fossero in precedenza. Se questi passano per argomenti, come possiamo avere un dibattito razionale di qualsiasi natura?

E, per vostra informazione: questo è il genere di giornalismo che gli alti papaveri considerano meritevole di un Premio Pulitzer.

Tribalismo, biologia e macroeconomia (2 gennaio 2014)

gennaio 2, 2014

 

January 2, 2014, 8:37 am

Tribalism, Biology, and Macroeconomics

I’m a bit late to this party, but Pew has a new report about changing views on evolution. The big takeaway is that a plurality of self-identified Republicans now believe that no evolution whatsoever has taken place since the day of creation — let alone that evolution is driven by natural selection. The move is big: an 11-point decline since 2009.

Obviously there hasn’t been any new scientific evidence driving this rejection of Darwin. And Democrats are slightly more likely to believe in evolution than they were four years ago.

So what happened after 2009 that might be driving Republican views? The answer is obvious, of course: the election of a Democratic president

Wait — is the theory of evolution somehow related to Obama administration policy? Not that I’m aware of, but that’s not the point. The point, instead, is that Republicans are being driven to identify in all ways with their tribe — and the tribal belief system is dominated by anti-science fundamentalists. For some time now it has been impossible to be a good Republicans while believing in the reality of climate change; now it’s impossible to be a good Republican while believing in evolution.

 

And of course the same thing is happening in economics. As recently as 2004, the Economic Report of the President (pdf) of a Republican administration could espouse a strongly Keynesian view, declaring the virtues of “aggressive monetary policy” to fight recessions, and making the case for discretionary fiscal policy too. (Naturally, the only form of discretionary fiscal policy considered was tax cuts, but the logic was straight Keynesian, and could have been used to justify public works programs equally well.)

 

Oh, and the report — presumably written by Greg Mankiw — used the “s-word”, calling for “short-term stimulus”.

Given that intellectual framework, the reemergence of a 30s-type economic situation, with prolonged shortfalls in aggregate demand, low inflation, and zero interest rates should have made many Republicans more Keynesian than before. Instead, at just the moment that demand-side economics became obviously critical, we saw Republicans — the rank and file, of course, but economists as well — declare their fealty to various forms of supply-side economics, whether Austrian or Lafferian or both. Compare that ERP chapter with the currency-debasement letter and you see a remarkable case of intellectual retrogression.

 

And look, this has to be about tribalism. All the evidence, from the failure of inflation and interest rates to rise despite huge increases in the monetary base and large deficits, to the clear correlation between austerity and economic downturns, has pointed in a Keynesian direction; but Keynes-hatred (and hatred of other economists whose names begin with K) has become a tribal marker, part of what you have to say to be a good Republican.

 

Tribalismo, biologia e macroeconomia

 

Sono un po’ in ritardo su tutta la materia [1], ma Pew [2] ha un nuovo sondaggio sui cambiamenti dei punti di vista sull’evoluzione. La grande scoperta è che una pluralità di sedicenti repubblicani ora credono che nessuna evoluzione di qualsiasi genere sia avvenuta dal momento della creazione – a parte il fatto che l’evoluzione sia guidata dalla selezione naturale. Lo spostamento è grande: un declino di 11 punti dal 2009.

 

Ovviamente non c’è stata alcuna nuova prova scientifica che porta a questo rigetto di Darwin. Ed è verosimile che i democratici credano nell’evoluzione leggermente di più che quattro anni orsono.

Cosa è dunque avvenuto dal 2009 ad oggi che possa aver spinto i punti di vista dei repubblicani? La risposta è ovvia, naturalmente: l’elezione di un Presidente democratico.

Un momento – la teoria dell’evoluzione è in qualche modo collegata con la politica della Amministrazione Obama? No, per quanto  io sappia, ma non è quello il punto. Il punto, invece, è che i repubblicani sono stati spinti in tutti i modi ad identificarsi con la loro tribù – ed il sistema delle convinzioni tribali è dominato dai fondamentalisti ostili alle scienze. Da un po’ di tempo è diventato impossibile essere buoni repubblicani e credere nella realtà dei cambiamenti climatici; ora è impossibile essere buoni repubblicani e credere nell’evoluzione.

E naturalmente la stessa cosa avviene per l’economia. Ancora nel 2004, il Rapporto Economico del Presidente (disponibile in pdf) di una amministrazione repubblicana poteva far proprio un punto di vista fortemente keynesiano, affermando le virtù di “una aggressiva politica monetaria” nel combattere le recessioni, ed anche avanzando la tesi a favore di una politica della finanza pubblica discrezionale (naturalmente la sola politica discrezionale della finanza pubblica considerata erano gli sgravi fiscali, ma la logica era coerentemente keynesiana, ed avrebbe potuto essere altrettanto bene utilizzata per giustificare programmi di lavori pubblici).

E inoltre il rapporto – presumibilmente scritto da Greg Mankiw – utilizzava il termine incriminato [3], pronunciandosi a favore di “azioni di stimolo nel breve termine”.

Data quella impostazione intellettuale, il riemergere di una situazione economica del tipo degli anni ’30, con una caduta prolungata nella domanda aggregata, una bassa inflazione e tassi di interesse a zero, avrebbe dovuto rendere molti repubblicani più keynesiani di prima. Invece, proprio nel momento in cui la teoria economica dal lato della domanda è divenuta evidentemente essenziale, abbiamo visto i repubblicani – i membri ordinari, naturalmente, ma anche gli economisti – dichiarare la loro fedeltà alle varie forme della teoria economica dal lato dell’offerta, che fosse nella forma della “scuola austriaca” o di quella di Laffer [4]. Confrontate quel capitolo del Rapporto con la ‘lettera sulla svalutazione della moneta [5]’ ed avrete un caso notevole di regressione intellettuale.

E badate, questo ha a che fare con il tribalismo. Tutte le prove, dalla mancata inflazione e dalla mancata crescita dei tassi di interesse nonostante grandi incrementi nella base monetaria ed ampi deficit, sino alla chiara correlazione tra l’austerità e le recessioni economiche, sono andate in una direzione keynesiana; ma l’odio verso Keynes (e l’odio verso altri economisti il cui nome comincia con K) è diventato un segno distintivo tribale, una parte di ciò che si deve dire per essere buoni repubblicani.



[1] Letteralmente “a questa festa”.

[2] “Pew Research” è una Fondazione di ricerche sociali e culturali. La ricerca alla quale Krugman si riferisce è del dicembre scorso e mostra i cambiamenti nelle convinzioni dei cittadini americani in materia di “evoluzione”. Oggi il 60% degli americani crede che il genere umano sia cambiato nel corso del tempo, ovvero sia soggetto a mutamenti evolutivi; mentre il 33 % crede che esso sia lo stesso dalla Creazione. Notevole che l’opinione dei repubblicani dal 2009 ad oggi sia passata da un 54% di fautori dall’evoluzione di allora, a solo in 43 % di oggi (e questo spiega il successivo dato del ‘grande spostamento’ dell’11 per cento). Nel frattempo i democratici “evoluzionisti” sono passati dal 63 al 67 per cento.

[3] Penso che l’espressione “la parola che comincia con s” abbia questo significato ironico. Il termine è cioè “Stimulus”.

[4] Arthur Betz Laffer (Youngstown, 14 agosto 1940) è un economista statunitense, sostenitore della teoria dell’offerta, che divenne molto influente negli anni dell’amministrazione Reagan, tanto da esserne uno dei massimi consiglieri economici negli anni della sua presidenza. Laffer è conosciuto principalmente per la sua curva di Laffer. La curva ipotizza che se la pressione fiscale è troppo alta, le entrate fiscali calano, in virtù dei disincentivi a aumentare -in presenza di aliquote elevate- l’attività lavorativa. Sebbene non rivendichi la paternità di questo concetto, rimane popolare un incontro con esponenti repubblicani prima delle elezioni presidenziali del 1980. Leggenda vuole che Laffer incontrò Reagan in un ristorante e, scarabocchiando la curva su un tovagliolo, lo convinse della bontà della propria teoria. (Wikipedia)

[5] Fu una iniziativa con la quale vari economisti, opinionisti ed uomini politici conservatori scrissero al Presidente della Fed una lettera aperta per contrastare la politica di ‘facilitazione quantitativa’ della banca ed ipotizzare lo spettro di una svalutazione del dollaro.

La condizione dell’euro in un grafico (1 gennaio 2014)

gennaio 1, 2014

 

January 1, 2014, 10:17 am

The State of the Euro, In One Graph

Happy New Year! I’m trying to organize my thoughts and data on matters European, and I think I’ve come up with a useful way to summarize what has been happening in the euro area. In the figure below I compare the ratio of government debt to GDP (from the IMF — year-end number) with the 10-year interest rate (from the ECB) for a number of euro nations; I show two dates, the peak of the euro crisis in 2011 and a relatively recent observation:

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What you see here is that borrowing costs for the troubled euro countries have dropped a lot. But it’s not because austerity policies have brought their debt under control — debt ratios are still rising, in large part because of shrinking economies and deflation. Instead, there has been a dramatic flattening of the relationship between debt and interest rates.

Why has this happened? The timing strongly suggests that it’s mainly the Draghi effect — that the ECB’s signal that it will, in a pinch, act as sovereign lender of last resort has removed much of the fear of self-fulfilling liquidity panics. It’s possible that there has also been some reduction in the political risk premium, because European nations are proving amazingly determined to stay on the euro at almost any cost.

 

So is the euro crisis over? No — it’s not over until the debt dynamics sing, or perhaps until the debt dynamics sing a duet with internal devaluation. We have yet to see any of the crisis countries reach a point where falling relative wages are generating a clear export-led recovery, or in which austerity is actually paying off in falling debt burdens.

 

But as a europessimist, I do have to admit that it’s now possible to see how this could work. The cost — economic, human, and political — will be huge. And the whole thing could still break down. But the ECB’s willingness to step up and do its job has given Europe some breathing room.

 

La condizione dell’euro in un grafico

 

Felice Anno Nuovo! Sto cercando di organizzare i miei pensieri e i dati sulle faccende europee, e penso di aver trovato un modo utile per sintetizzare quello che sta succedendo nell’area euro. Nella figura sotto confronto il tasso del debito statale (fonte FMI – dato di fine anno) con il tasso di interesse sulle obbligazioni decennali (fonte BCE)  per un certo numero di nazioni euro; mostro due date, il picco della crisi dell’euro nel 2011 ed una osservazione relativamente recente:

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Quello che vedete è che i costi di indebitamento delle nazioni in difficoltà sono scesi molto. Ma non sono state le politiche di austerità a mettere il loro debito sotto controllo – i tassi del debito sono ancora in crescita, in larga parte per la restrizione delle economie e la deflazione. Piuttosto, c’è stato uno spettacolare appiattimento della relazione tra debito e tassi di interesse.

Perché è successo? La sequenza temporale indica che principalmente si è trattato dell’effetto Draghi – ovvero che il segnale della BCE, per il quale a fronte di un momento critico essa avrebbe agito come prestatore sovrano di ultima istanza ha rimosso gran parte dei timori di situazioni di panico per la liquidità che si autoavverano. E’ possibile che ci sia anche stata una qualche riduzione del premio per il rischio politico, giacché le nazioni europee si stanno mostrando sorprendentemente determinate a restare nell’euro a quasi ogni costo.

Dunque la crisi dell’euro è passata? No – non è passata finché c’è la musica delle dinamiche del debito, o magari finché continua il duetto delle dinamiche del debito e della svalutazione interna. Dobbiamo ancora vedere un qualsiasi paese in crisi raggiungere un punto nel quale la caduta dei salari relativi generi una chiara ripresa guidata dalle esportazioni, o nel quale l’austerità stia effettivamente ripagando con una diminuzione del peso del debito.

Ma come europessimista devo proprio ammettere che è ora possibile vedere come potrebbe avvenire. Il costo – economico, umano e politico – sarà grande. E tutta la faccenda potrebbe crollare. Ma la volontà della BCE di farsi avanti e di fare il suo mestiere ha dato all’Europa un qualche margine di respiro.

Anno 266 e dintorni (31 dicembre 2013)

dicembre 31, 2013

 

December 31, 2013, 12:20 pm

266 And All That

Ah, some of the comments on my post about cynical lack of realism happen to illustrate a favorite observation of mine: the extent to which people who demand that we learn the lessons of history tend to rely on historical episodes in which we have very little idea of what really happened.

Thus, they’ll tell us to ignore the extensive evidence from the past century that fiat currencies needn’t lead to runaway inflation — instead, look at how currency debasement led to the fall of Rome!

Or, maybe, how the fall of Rome led to currency debasement?

The thing is, we have no data and not even that much informal evidence on the economy of ancient Rome. We do have informed speculation: Peter Temin had a lovely paper in the JEP (and a book I haven’t read yet) on the prosperity of the Augustan empire, which he estimates was comparable to late 17th-century Europe. All of that fell apart in the third century:

Around the start of the third century CE, the early Roman Empire came to an end under the pressure of a number of problems: several emperors who were exceptionally autocratic and excessive and a series of revolts by the army which in turn led to Rome being ruled by a series of short-term emperors. The disruption manifested itself in many ways, including increased inflation in the third century CE that is visible to us through debased coinage and occasional price quotations.Inflation was less than 1 percent in the first and second centuries CE, but prices doubled after the Antonine plague of the late second century and doubled again soon thereafter. The denarius began to be progressively debased at this same time.

So currency debasement can ruin your whole day — as long as it’s accompanied by civil war and plague. This is actually the same pattern as modern hyperinflations, which have always followed major political disruptions, like the collapse of the Central Powers at the end of World War II or the breakup of the Soviet Union.

But isn’t it odd that people prefer the largely undocumented distant past to the far better documented recent past? Why? My guess is that it’s precisely the vagueness that attracts them, because it’s so much easier to project your prejudices onto the scattered information available.

 

Anno 266 e dintorni

 

Eccoci, succede che alcuni commenti al mio post sulla cinica mancanza di realismo [1] illustrino una delle mie osservazioni preferite: il modo in cui le persone che chiedono di imparare dalle lezioni della storia tendano a basarsi su episodi storici sui quali abbiamo idee molto modeste di quanto effettivamente accadde.

Così, ci racconteranno di ignorare la prova dettagliata relativa al secolo passato per la quale l’emissione di valuta non porta necessariamente ad una inflazione fuori controllo – ma però, si guardi a come la svalutazione della moneta condusse alla caduta di Roma!

O forse, a come la caduta di Roma portò alla svalutazione della moneta?

Il punto è che non abbiamo dati e neanche grandi prove ufficiose sull’economia della antica Roma. Abbiamo delle riflessioni informate: Peter Temin ha pubblicato un saggio affascinante su Journal of Economic Perspectives (ed un libro che non ho ancora letto) sulla prosperità dell’impero di Augusto, che egli stima fosse paragonabile all’Europa del tardo diciassettesimo secolo. Tutto ciò cadde a pezzi nel terzo Secolo:

“Attorni agli inizi del terzo secolo dell’Era Cristiana, l’antico Impero Romano conobbe la fine sotto la pressione  di un certo numero di problemi: vari imperatori che furono eccezionalmente autocratici e senza misura ed una serie di rivolte da parte dell’esercito che a loro volta portarono Roma ad essere governata da un serie di imperatori di breve durata. Il disordine stesso si manifestò in varie forme, inclusa una crescente inflazione nel terzo Secolo dell’Era Cristiana che noi possiamo constatare in un conio svalutato e in occasionali citazioni di prezzi. L’inflazione fu meno dell’1 per cento nel primo e secondo secolo dell’Era Cristiana, ma i prezzi raddoppiarono dopo la ‘peste antonina’ [2]  della fine del secondo secolo e raddoppiarono ancora subito dopo. Contemporaneamente il ‘denarius’ [3]cominciò a svalutarsi.

Dunque, la svalutazione della moneta vi può mandare in rovina – in particolare se è accompagnata da una guerra civile e da una pestilenza. Questo è effettivamente lo stesso schema delle iperinflazioni moderne, che hanno sempre fatto seguito ad importanti disordini politici, come il collasso degli Imperi Centrali alla fine della prima Guerra Mondiale o il crollo dell’Unione Sovietica.

Ma non è strano che ci siano persone che preferiscono un lontano passato in gran parte non documentato ad un recente passato assai meglio documentato? La mia impressione è che sia proprio la vaghezza che li attrae, perché è molto più facile proiettare i propri pregiudizi su una sporadica informazione disponibile.


 

 

 


[1] Il post “Fantasia ciniche” del 31 dicembre.

[2] La peste antonina (165-180), nota anche come peste di Galeno, da colui che la descrisse, è stata un’antica pandemia di vaiolo o morbillo, riportate in patria dalle truppe di ritorno dalle campagne militari contro i Parti. L’epidemia potrebbe avere anche causato la morte dell’imperatore romano Lucio Vero, morto nel 169 e co-reggente con Marco Aurelio il cui patronimico, Antoninus, diede il nome all’epidemia. Il focolaio scoppiò di nuovo nove anni dopo, secondo lo storico romano Cassio Dione, e causò fino a 2.000 morti al giorno a Roma, un quarto degli infettati. Il totale dei morti è stato stimato in 5 000 000 di persone. La malattia uccise circa un terzo della popolazione in alcune zone, e decimò l’esercito romano. (Wikipedia)

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[3] Il sistema monetario della antica Roma comprendeva il denario, una piccola moneta d’argento, che era anche la moneta più diffusa.

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Jean-Baptiste Say, lo scarafaggio (31 dicembre 2013)

dicembre 31, 2013

 

December 31, 2013, 11:42 am

Jean-Baptiste Say, Cockroach

Regular readers know that I talk quite a lot about zombies, but also occasionally talk about cockroaches. Reading Menzie Chinn today, it occurred to me that it might be helpful to review the distinction between these two technical terms.

A zombie idea is an idea that should have died long ago in the face of evidence or logic, but just keeps shambling forward, eating peoples’ brains. I first saw the term in the context of Canadian health care, where it was used with respect to assertions that hordes of Canadians are crossing the border in search of care, or vast numbers of Canadian doctors emigrating. But it applies to many concepts, like the insistence that cutting tax rates on the wealthy leads to soaring economic growth, which remains dogma on the right in the teeth of all the evidence.

A cockroach idea is a bit different: it’s an idea whose wrongness is so obvious, once pointed out, that the people who stated it claim that they did no such thing — so that at first you think you have a weasel problem, but at least the cockroaches are gone. Next thing you know, however, the roaches have invaded all over again.

Menzie deals with a prime example, the assertion that government spending can’t, as a matter of principle, increase demand, because government borrowing must always crowd out an equal amount of private spending. In his case, he pointed out that the Heritage foundation was promoting this fallacy; Heritage complained that he was misrepresenting their extremely sophisticated intertemporal analysis; the foundation then proceeded to publish new “research” making exactly the same mistake.

But it’s not just Heritage. I was alerted to the fact that we were living in a Dark Age of macroeconomics when the same cockroach put in an appearance at the University of Chicago.

Now, some people get all upset by this terminology. Why can’t I be serious and respectful? Well, the answer is that we’re not having a serious conversation. There are real debates in economics — for example, about how much slack remains in the economy, how effective unconventional monetary policy really is, etc.. For those debates a respectful tone is appropriate. But when people resurrect 80-year-old fallacies, then claim that they never said what they said, then come right back with the same thing, we need colorful language to convey the deep unseriousness of their position.

 

Jean-Baptiste Say, lo scarafaggio [1]

 

Chi mi legge regolarmente sa che io parlo abbastanza degli zombi, ma occasionalmente parlo anche di scarafaggi. Leggendo oggi Menzie Chinn, mi è venuto in mente che sarebbe stato utile rivisitare la distinzione tra questi due termini tecnici.

Un’idea zombi è un’idea che dovrebbe esser morta da tempo di fronte ai fatti o alla logica, ma continua proprio a trascinarsi in avanti, mangiando i cervelli delle persone. Mi accorsi per la prima volta del termine nel contesto della assistenza sanitaria del Canada, dove veniva utilizzata in relazione ad affermazioni secondo le quali orde di canadesi stavano attraversando i confini in cerca di assistenza, ovvero tantissimi medici canadesi stavano emigrando. Ma si applica a tanti concetti, come quello secondo il quale il taglio delle tasse ai ricchi fa schizzare alle stelle la crescita economica, che resta un dogma della destra in barba all’evidenza.

Un’idea scarafaggio è un po’ diversa: è un’idea la cui erroneità è così evidente che, una volta messa in evidenza, le persone che l’hanno sottoscritta pretendono di non averlo mai fatto – cosicché dapprima pensate di dover ricorrere ad una donnola, ma almeno gli scarafaggi scompariranno. Sennonché, successivamente vi rendete conto che le blatte vi hanno invaso un’altra volta dappertutto.

Menzie fa i conti con un esempio di prima qualità, il giudizio per il quale la spesa pubblica non può accrescere la domanda per una ragione di principio, giacché l’indebitamento del governo deve ‘spiazzare’ una eguale quantità di spesa privata. In questo caso, egli sottolineava che a promuovere questo sbaglio era stata Fondazione Heritage [2]; Heritage si era lamentata per la rappresentazione erronea della sua estremamente sofisticata analisi intertemporale; la Fondazione aveva poi proceduto a pubblicare una nuova “ricerca”  replicando esattamente il medesimo errore.

Ma non si tratta solo di Heritage. Io misi in guardia sul fatto che stavamo vivendo in una Età Buia della macroeconomia allorché lo stesso scarafaggio fece la sua apparizione alla Università di Chicago.

Ora, alcuni si arrabbieranno per questa terminologia. Perché non posso essere serio e rispettoso? Ebbene, la risposta è che non stiamo avendo una discussione seria. In economia ci sono dibattiti veri – per esempio, su quanto l’economia resta fiacca, su quanto una politica monetaria non convenzionale sia realmente efficace etc. Per questi dibattiti un tono rispettoso è appropriato. Ma quando la gente risuscita errori vecchi di 80 anni, poi sostiene di non aver mai detto quello che ha detto, poi torna a dire la stessa cosa, abbiamo bisogno di un linguaggio colorito per comunicare la completa mancanza di serietà della loro posizione.



[1] In economia la legge di Say, detta anche legge degli sbocchi, fu enunciata dall’economista francese Jean-Baptiste Say e riguarda il fenomeno delle crisi economiche. Egli sosteneva in tale legge che in regime di libero scambio non sono possibili le crisi prolungate, poiché i prodotti si pagano con i prodotti e non con il denaro, che è solamente merce rappresentativa. L’offerta è sempre in grado di creare la propria domanda: ogni venditore è anche compratore. (Wikipedia)

In sostanza, l’idea di Say era una sorta di precedente logico dell’altra idea con la quale Krugman ironizza nel post, quella secondo la quale una aggiuntiva spesa pubblica toglie spazio (“Crowding out”) ad una equivalente spesa privata. Il che, appunto, sarebbe possibile se ci fosse sempre una corrispondenza obbligata tra offerta e domanda, in quanto la seconda sarebbe sempre determinata dalla prima.

 

[2] Nota fondazione della destra americana.

Fantasie ciniche (31 dicembre 2013)

dicembre 31, 2013

 

December 31, 2013, 9:13 am

Cynical Fantasies

One thing that happens when you try to have a rational discussion of Bitcoin, gold, and/or other libertarian causes is that you get a lot of cynical remarks about government (which is one of the clues that this is, to an important extent, about politics.) You say that there’s nothing putting a floor under Bitcoin’s value? Well, how do you know that the government won’t debase the dollar to nothing? Huh? Huh?

Well, there’s an answer to that: governments care about their reputations, and even, to some extent, about the welfare of their citizens.

I can hear the jeering already. We know better, don’t we? Don’t governments with the power of the printing press universally abuse that power?

Well, no. That sounds like cynical realism, but it’s actually cynical fantasy.

Yes, Weimar. Also Zimbabwe. And, in recent decades, who else? Actually, nobody. The real track record of fiat currencies is that most of them are run responsibly except in the aftermath of political chaos. If you look at the actual facts, you discover that episodes of high inflation have become quite rare, even though nobody is on the gold standard or (except in the euro area) anything like it.

So, again, the notion that governments can’t be trusted with the printing press sounds cynical and realistic, but it’s actually a fantasy, probably brought on by reading Ayn Rand instead of Tolkien.

It’s similar, by the way, to another cynical and supposedly realist notion, which is that fiscal stimulus never goes away, that programs instituted to fight a slump inevitably become permanent. This is also totally untrue — it’s a right-wing fantasy, not a description of anything that has actually happened.

Now, it’s true that governments aren’t run by philosopher-kings; news at 8. But the popularity of the notion that they’re inevitably or even usually run by looters and moochers says more about what some people want to believe than about the lessons of history.

 

Fantasie ciniche

 

Una cosa che accade quando provate ad avere un dibattito razionale su Bitcoin, sull’oro o su altre cause libertariane [1] è che vi procurate un sacco di osservazioni sul Governo (e questo è uno degli indizi per i quali questa faccenda, in notevole misura, ha a che fare con la politica). Dici che non c’è niente che dia un fondamento sotto il valore del Bitcoin? Ebbene, come sai che il Governo non svaluterà il dollaro sino a non farlo valere nulla? Come fai, eh?

Ebbene, a questo una risposta c’è: i governi si curano della loro reputazione, in qualche misura si curano persino del benessere dei loro cittadini.

Posso già sentire commenti beffardi. Lo sappiamo bene, non è così? Forse che i governi con il potere di stampare moneta non abusano dappertutto di quel potere?

Ebbene, no. Questo sembra cinico realismo, ma per la verità è una fantasia cinica.

Si, c’è stata Weimar. C’è stato anche lo Zimbabwe. E negli ultimi decenni, chi altri? Per la verità, nessun altro. La storia vera della emissione di valute è stata che nella maggioranza dei casi hanno proceduto responsabilmente, ad eccezione dei periodi successivi a caos politici. Se guardate ai fatti attuali, scoprite che gli episodi dell’alta inflazione sono diventati abbastanza rari, anche se nessuno si basa sul gold standard o su qualcosa di simile (ad eccezione dell’area euro).

Dunque, una volta ancora, la storia che i governi non possono essere creduti a proposito dello stampare moneta sembra cinica e realistica, ma effettivamente è una fantasia, che probabilmente deriva dal leggere Ayn Rand o, in alternativa, Tolkien.

E’ qualcosa di simile, per inciso, ad un altro concetto cinico ed immaginato come realistico, che lo stimolo della spesa pubblica non si riesce mai a levarlo di mezzo, che i programmi istituiti  per combattere una recessione inevitabilmente diventano permanenti. Anche questo è completamente falso – si tratta di una fantasia della destra, non della descrizione di qualcosa che è realmente accaduto.

Ora, è vero che i governi non sono diretti da Re Filosofi; basta sentire i notiziari delle otto [2]. Ma la popolarità dell’idea secondo la quale essi sono gestiti inevitabilmente o anche comunemente da sciacalli o da parassiti ci dice qualcosa che riguarda più quello che la gente vuole credere, che non le lezioni della storia.



[1] Vedi alle note sulla traduzione, alla voce “Ayn Rand”.

[2] Credo voglia dire questo.

Interviene un superesperto (29 dicembre 2013)

dicembre 29, 2013

 

December 29, 2013, 2:39 pm

An Ubernerd Weighs In

My old college roommate John R. Levine, who was a techie before anyone knew such creatures existed (let alone that they would rule the world), sends me a note about Bitcoin that confirms some of my own suspicions:

It occurs to me that part of the disconnect is that Bitcoin solved a major technical problem, one that people had been thinking about for about 20 years, and we nerds just can’t believe that it doesn’t also solve an economic problem. The technical problem is double spending–if I have some digital money, it’s easy enough to verify cryptographically that it’s real, but if I give it to you, how can you tell that I haven’t also given it to someone else? Until Bitcoin, the answer was to have a bank that knew which coins were valid, so you’d present my coin to the bank, which would check its database and if it’s valid, cancel it and give you a new
one. Bitcoin has its decentralized blockchain which is a very clever recasting of the problem so that the state of the “bank” is whatever the majority of bitcoin miners agree that it is. Getting enough of the miners to agree is known as the Byzantine Generals problem, and has a technical history of its own.

So with this breakthrough, we must have an economic breakthrough? We don’t? Well, then you just don’t understand/are in the pocket of the illuminati/whatever. If you belive that Bitcoin is a lot like paying for stuff with little bags of gold dust where every grain of dust has a publicly recorded serial number, well, then, uh.

My current guess is that the Bitcoin bubble will collapse when there is some bad news, e.g., a regulator demands registration of Bitcoin wallets, people try and cash out, and find that that while it’s easy to buy bitcoins, it’s much harder to find people willing to buy back nontrivial amounts, very hard to collect the sales proceeds, and completely impossible without revealing exactly who you are.

 

Interviene un superesperto

 

Il mio vecchio compagno di stanza all’università John R. Levine, che era un patito della tecnologia prima che nessuno sapesse che creature del genere esistevano (per non dire che avrebbero preso il comando del mondo), mi invia una nota su Bitcoin che conferma i miei stessi sospetti:

“Mi viene in mente che una parte dell’incomprensione deriva dal fatto che Bitcoin ha risolto un importante problema tecnico, un problema sul quale la gente aveva ragionato per circa 20 anni, e noi patiti del ramo non possiamo credere che esso non risolva anche il problema economico. Il problema tecnico è quello del doppio utilizzo – se io ho un po’ di denaro digitale, è abbastanza facile verificare con la crittografia [1]  che esso è reale, ma se lo consegno ad un altro, come posso raccontare che non l’ho anche dato ad altri ancora? Sino a Bitcoin, la risposta era avere una banca che conosceva quali monete fossero valide, cosicché avrei presentato le mie monete alla banca, che le avrebbe controllate nella sua base dati e se erano valide [2] le cancellava e me ne dava di nuove. Bitcoin ha decentralizzato la catena di bloccaggio attraverso una riformulazione molto intelligente del problema, cosicché lo stato di “banca” è qualsiasi cosa i ‘minatori’ di bitcoins decidono che sia. Ottenere un numero sufficiente di ‘minatori’ per mettersi d’accordo è conosciuto come il problema dei Generali Bizantini [3], ed ha una storia tecnica per conto suo.

Dunque, con questa scoperta fondamentale, ne consegue anche una scoperta fondamentale di economia? Oppure no? Ebbene, allora proprio non capite o comunque non fate parte della setta degli “Illuminati” [4]! Se credete che Bitcoin sia più o meno la stessa cosa che pagare con sacchetti di polvero d’oro, laddove ogni grano di polvere ha un numero di serie registrato pubblicamente, in quel caso, beh …

La mia ipotesi attuale è che la bolla di Bitcoin scoppierà quando ci saranno alcune cattive notizie, ad esempio una registrazione da regolamento delle domande dei portafogli di Bitcoin, la gente prova a ritirare e scopre che mentre era facile acquistare bitcoins, è molto più difficile trovare persone che vogliano ricomprare quantità non trascurabili, molto più difficile ritirare i ricavi delle vendite, e completamente impossibile senza rivelare chi siete esattamente.


 

 


[1] La crittografia (dall’unione di due parole greche: κρυπτóς (kryptós) che significa “nascosto”, e γραφία (graphía) che significa “scrittura”) è la branca della crittologia che tratta delle “scritture nascoste”, ovvero dei metodi per rendere un messaggio “offuscato” in modo da non essere comprensibile/intelligibile a persone non autorizzate a leggerlo. Un tale messaggio si chiama comunemente crittogramma e le tecniche usate tecniche di cifratura. (Wikipedia)

[2] Ho l’impressione che manchi la negazione. Dunque. “Se non erano valide, o se erano scadute”.

[3] Il “Problema dei due Generali”, o il “problema dei Generali Bizantini”, è un esperimento di pensiero rivolto ad illustrare i modi nei quali coordinare una azione quando si dispone di una connessione inaffidabile. Appare spesso nelle esercitazioni preliminari di informatica e si fonda sul riconoscimento dell’importanza della ‘conoscenza comune’. I “Generali” entrano nella storia, perché il raccontino su cui si basa è quello di due generali che si trovano su due opposti altipiani e devono concordare il momento dell’attacco al nemico – che si trova nella vallata intermedia e sbaraglierebbe l’attacco di un generale singolo. Potrebbero inviare dei messaggeri l’uno all’altro, ma essi probabilmente verrebbero catturati. Se anche un messaggero arrivasse, sarebbe impossibile saperlo finché anche il secondo messaggero non porta indietro una conferma del messaggio ricevuto. Non ho capito come i generali bizantini risolsero la faccenda (forse non la risolsero e da qua il  crollo di Bisanzio …).

[4] Gli Illuminati, o più precisamente l’Ordine degli Illuminati, è stato il nome di una società segreta bavarese del secolo XVIII. L’Ordine degli Illuminati di Baviera (in tedesco: Illuminatenorden) fu fondato a Ingolstadt (Germania) il 1º maggio del 1776 da Johann Adam Weishaupt (1748–1830), come alternativa alla massoneria, assumendone una struttura analoga. Il nome Illuminati è spesso utilizzato anche in teorie del complotto per presunti gruppi che controllerebbero il mondo.

Il Bitcoin è male (28 dicembre 2013)

dicembre 28, 2013

 

December 28, 2013, 2:35 pm

Bitcoin Is Evil

It’s always important, and always hard, to distinguish positive economics — how things work — from normative economics — how things should be. Indeed, on many of the macro issues I’ve written about it has been obvious that large numbers of economists can’t bring themselves to make that distinction; they dislike activist government on political grounds, and this leads them to make really bad arguments about why fiscal stimulus can’t work and monetary stimulus will be disastrous. I don’t, by the way, think that this effect is symmetric: although people like Robert Lucas were quick to accuse people like Christy Romer of fabricating macro arguments to support a big-government agenda, this didn’t actually happen.

But I come now to talk not about macro but about money — specifically, about Bitcoin and all that.

So far almost all of the Bitcoin discussion has been positive economics — can this actually work? And I have to say that I’m still deeply unconvinced. To be successful, money must be both a medium of exchange and a reasonably stable store of value. And it remains completely unclear why BitCoin should be a stable store of value. Brad DeLong puts it clearly:

Underpinning the value of gold is that if all else fails you can use it to make pretty things. Underpinning the value of the dollar is a combination of (a) the fact that you can use them to pay your taxes to the U.S. government, and (b) that the Federal Reserve is a potential dollar sink and has promised to buy them back and extinguish them if their real value starts to sink at (much) more than 2%/year (yes, I know).

Placing a ceiling on the value of gold is mining technology, and the prospect that if its price gets out of whack for long on the upside a great deal more of it will be created. Placing a ceiling on the value of the dollar is the Federal Reserve’s role as actual dollar source, and its commitment not to allow deflation to happen.

Placing a ceiling on the value of bitcoins is computer technology and the form of the hash function… until the limit of 21 million bitcoins is reached. Placing a floor on the value of bitcoins is… what, exactly?

I have had and am continuing to have a dialogue with smart technologists who are very high on BitCoin — but when I try to get them to explain to me why BitCoin is a reliable store of value, they always seem to come back with explanations about how it’s a terrific medium of exchange. Even if I buy this (which I don’t, entirely), it doesn’t solve my problem. And I haven’t been able to get my correspondents to recognize that these are different questions.

But as I said, this is a positive discussion. What about the normative economics? Well, you should read Charlie Stross:

BitCoin looks like it was designed as a weapon intended to damage central banking and money issuing banks, with a Libertarian political agenda in mind—to damage states ability to collect tax and monitor their citizens financial transactions.

Go read the whole thing.

Stross doesn’t like that agenda, and neither do I; but I am trying not to let that tilt my positive analysis of BitCoin one way or the other. One suspects, however, that many BitCoin enthusiasts are, in fact, enthusiastic because, as Stross says, “it pushes the same buttons as their gold fetish.”

 

Il Bitcoin è male

 

E’ sempre importante – ed è sempre difficile – distinguere l’economia concreta – come le cose funzionano – dall’economia normativa – come dovrebbero essere. Per la verità, per molti dei temi di macroeconomia sui quali ho scritto, è stato evidente che un gran numero di macroeconomisti non si rassegnano a fare questa distinzione; detestano l’attivismo dei governi su basi politiche, e questo li porta a sostenere argomenti davvero negativi sulle ragioni per le quali lo stimolo della spesa pubblica non può funzionare e quello monetario sarebbe disastroso. Non penso, per inciso, che si tratti di manifestazioni simmetriche: per quanto individui come Robert Lucas si siano affrettati ad accusare persone come Christy Romer di fabbricare argomenti macroeconomici per sostenere un programma da governo ‘interventista’, la cosa era in effetti non vera.

Ma qua non ho intenzione di parlare di teoria economica ma di denaro – in particolare del Bitcoin e di tutto il resto.

Sinora quasi tutto il dibattito sul Bitcoin ha riguardato gli aspetti economici concreti – può funzionare davvero? E devo dire che sono ancora profondamente non persuaso. Per avere successo, una moneta deve essere sia un mezzo di scambio che una riserva ragionevolmente stabile di valore. E continua ad essere del tutto non chiaro perché il Bitcoin dovrebbe essere una riserva stabile di valore. Lo dice Brad DeLong chiaramente:

“Ciò che regge il valore del dollaro è che se tutto il resto viene meno, lo potete usare per fare belle cose. Ciò che regge il valore del dollaro è: a) il fatto che lo potete usare per pagare le tasse al Governo degli Stati Uniti; b) il fatto che la Federal Reserve sia un potenziale stabilizzatore [1] del dollaro ed abbia promesso di acquistarne sino all’estinzione se il suo valore reale comincia ad affondare molto di più che al 2% all’anno (si, lo so).

Quello che stabilisce il tetto al valore dell’oro è la tecnologia mineraria, e la prospettiva che se il suo prezzo sfugge in modo anomalo e per lungo tempo, dal lato positivo si determinerà un grande accordo ulteriore su di esso. Quello che stabilisce il tetto del valore del dollaro è il ruolo della Federal Reserve come effettiva fonte dei dollari, ed il suo impegno a non consentire che abbia luogo una deflazione.

Quello che stabilisce un tetto al valore dei ‘bitcoins’ è la tecnologia del computer e la forma della ‘funzione hash’ [2] … sinché non è raggiunto il limite di 21 milioni di bitcoins. Stabilire un livello minimo al valore dei bitcoins è …. che cosa è, esattamente?

Ho avuto e continuo ad avere un dialogo con intelligenti tecnologi che sono molto esaltati dal Bitcoin – ma quando cerco di ottenere che mi venga spiegato perché il Bitcoin sarebbe una riserva affidabile di valore, mi sembrano sempre tornare a spiegazioni su come esso sia un mezzo di scambio formidabile. Anche se lo prendessi per buono (cosa che non faccio, almeno interamente), esso non risolve il mio problema. E non sono stato capace di far comprendere ai miei corrispondenti che si tratta di questioni diverse.

Ma come ho detto, questa è una discussione dal lato della concretezza. Cosa si può dire dal lato dell’economia normativa? Ebbene, dovreste leggere Charlie Stross:

“Il Bitcoin sembra sia stato escogitato come un’arma rivolta a provocare un danno alle banche centrali e a quelle che emettono denaro, avendo in mente un programma politico ‘libertariano’ [3] – per danneggiare la capacità degli Stati di raccogliere le tasse e di monitorare le transazioni finanziarie dei loro cittadini.”

Dovete leggere l’intero articolo.

Stross non ama quel programma, e neppure io; ma io sto cercando di non consentire che, in un modo o nell’altro, ciò influenzi la mia analisi sul Bitcoin. Si ha il sospetto, tuttavia, che molti entusiasti del Bitcoin, come dice Stross, siano di fatto tali perché “esso preme gli stessi tasti del loro feticcio aureo”.



[1] In questo caso mi pare si potrebbe intendere “sink” come qualcosa che provoca un affondamento, nel senso di una liquidazione – come un ‘lavello’ che consente che qualcosa scompaia, oppure come un fattore di stabilizzazione, appunto come gli strumenti che stabilizzano la fornitura di energia. Per quanto assai più specifica, mi pare che la seconda interpretazione sia più verosimile. Il “sink” successivo, invece, mi pare che non possa essere inteso se non come un ‘affondare’, un ‘diminuire di valore’.

[2] Nel linguaggio matematico e informatico, la funzione hash è una funzione non iniettiva (e quindi non invertibile) che mappa una stringa di lunghezza arbitraria in una stringa di lunghezza predefinita. Esistono numerosi algoritmi che realizzano funzioni hash con particolari proprietà che dipendono dall’applicazione. (Wikipedia)

Non che in questo modo almeno io abbia capito niente di più. Se non che il Bitcoin … non esisterebbe senza computers potenti e senza una matematica molto sofisticata.

[3] “Libertariana” era ad esempio l’ideologia di Ayn Rand (vedi le note sulla traduzione). Un misto di ideologia antistatalista, individualista, e persuasa della saggezza del capitalismo sfrenato.

Malinconia danese (27 dicembre 2013)

dicembre 27, 2013

 

December 27, 2013, 5:03 pm

Melancholy Danes

I’m going to be visiting Scandinavia next month, so I’m doing preliminary homework — and for someone who hasn’t been following the region closely, there are surprising developments. Here’s real GDP, with the US to give some sense of comparison:

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A couple of years ago Sweden was widely considered a role model, with the best recovery in the advanced world. Now, not so much, thanks to slowing growth — perhaps because of the central bank’s bubblephobia.

Meanwhile, who knew that Denmark was doing so badly? I don’t think that you want to place too much blame on the peg to the euro; this would be a drag if Denmark had entered the crisis overvalued, but it doesn’t look as if this was the case. Instead, the likely culprit is a very high level of household debt.

Interesting stuff — and very much worth looking at for further evidence on the nature of our problems.

 

Malinconia danese

 

Ho in programma di andare in visita alla Scandinavia il prossimo mese, e così sto facendo i miei compiti preliminari – e per uno che non ha seguito da vicino la regione, ci sono sviluppi sorprendenti. Ecco il PIL reale, con il dato degli Stati Uniti che dà un qualche senso al confronto:

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Un paio di anni fa la Svezia era generalmente considerata un modello guida, con la migliore ripresa nel mondo avanzato. Ora non molto, grazie ad una crescita che rallenta – forse a causa della ‘bollafobia’ della banca centrale.

Nel frattempo, chi sapeva che la Danimarca stesse andando così male? Non penso che si voglia attribuire troppa colpa all’ancoraggio all’euro; ci sarebbe stato un trascinamento se la Danimarca fosse entrata nella crisi sopravvalutata, ma non sembra che questo sia stato il caso. Piuttosto, il vero responsabile sembra un livello molto alto di debito delle famiglie.

Cose interessanti – e merita davvero molto guardare a prove ulteriori della natura dei nostri problemi.

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