December 27, 2013, 12:18 pm
Something I’m thinking about: Recently Antonio Fatas listed four ingredients that he considered missing in macroeconomic models, with the first element being the asymmetry of the business cycle. Basically, the standard models say that output fluctuates around a normal level, with the ups and downs equal in size, and that all policy can do is reduce the variance. Fatas believes, however, that the business cycle is better seen as occasional drops below potential output, then returns to trend — a view that makes good policy much more important. I agree. But why?
There are, I think, two answers we already understand.
One — which doesn’t quite fit Fatas’s framework, but nonetheless goes along with his broader logic — is that we can and should think of economies as being chronically underemployed. Why? Because of market power: the typical producer has at least some market power, hence sets a price above marginal cost, hence is happy to sell more even at the current price. This means that booms, when the economy is operating above normal levels, are happy times — not periods when people are feeling frustrated because they’ve been tricked into producing too much. And slumps hurt a lot — the losses are first-order, not second-order.
The other answer involves downward wage (and maybe price) rigidity. It is downward rigidity, not rigidity in both directions — the number of people receiving precisely zero wage change rises when the economy is depressed, not when it’s booming. That’s an asymmetry right there. And if you think of how fluctuations in the growth of nominal demand play out in something like the Daly-Hobijn model (pdf), they won’t be symmetric: low growth in demand will be reflected mainly in lower output, high growth mainly in inflation.
Much more on all this when I have time. But I think we do have the ingredients in place to make sense of Fatas’s point #1.
Sulla asimmetria dei periodi di espansione e di crisi (per esperti)
Sto pensando a qualcosa su questo tema: di recente Antonio Fatas ha elencato quattro ingredienti che egli considera stiamo perdendo nei modelli macroeconomici, e il primo elemento è l’asimmetria del ciclo economico. Fondamentalmente, i modelli comuni dicono che la produzione fluttua attorno ad un livello normale, con alti e bassi di eguali dimensioni, e tutto quello che la politica può fare è ridurre il divario. Fatas ritiene, tuttavia, che sia meglio considerare il ciclo economico come occasionali cadute al di sotto del potenziale, che poi ritornano alla linea di tendenza – un punto di vista che rende ancora più importante una buona politica. Sono d’accordo. Ma perché?
Io penso che ci siano due risposte che siamo già nelle condizioni di comprendere.
Una – che non si adatta molto allo schema di Fatas, ma nondimeno procede secondo la sua logica generale – è che noi possiamo e dovremmo pensare alle economie come se fossero cronicamente in condizioni di sottoccupazione. Per quale ragione? A causa del potere del mercato: il produttore tipico ha almeno qualche potere di mercato, di conseguenza stabilisce il prezzo sopra il costo marginale, quindi è felice di vendere di più persino al prezzo corrente. Questo significa che i periodi di espansione, quando l’economia sta operando al di sopra dei livelli normali, sono tempi felici – non i periodi nei quali la gente si sente frustrata perché è stata indotta forzatamente a produrre troppo. E le crisi provocano grandi danni – le perdite sono fondamentali, non secondarie.
L’altra risposta riguarda la rigidità verso il basso dei salari (e forse dei prezzi). Si tratta di rigidità verso il basso, non di rigidità in entrambe le direzioni – il numero di persone che non ricevono affatto alcun mutamento nei salari cresce quando le economie sono depresse, non quando sono in espansione. C’è una asimmetria proprio su quel punto. E se pensate a come le fluttuazioni della domanda nominale operano su aspetti come il modello di Daly-Hibijn (disponibile in pdf) [1], esse non saranno simmetriche: una bassa crescita nella domanda si rifletterà principalmente in una produzione più bassa, una alta crescita principalmente nella inflazione.
Scriverò molto di più quando ne avrò il tempo. Ma penso che abbiamo davvero gli ingredienti indispensabili per dare senso alla ipotesi numero 1 di Fatas.
[1] Sono ricercatori presso la Federal Reserve di San Francisco, e lo studio – quello a cui si riferisce Krugman è del giugno del 2013, che si aggiunge mi pare ad un precedente del 2011 – dovrebbe concernere la determinazione del tasso naturale di disoccupazione, ovvero i fattori che ne determinano una mutamento nei periodi successivi a crisi come quella del 2007/8.
dicembre 27, 2013
December 27, 2013, 11:55 am
You know how it went. They made big promises: just go to the website, provide the information, and all will be well. What actually happened was nothing like that. It’s true that many, perhaps most people did in the end manage to get what they sought; but millions found themselves frustrated and angry. Was it a disaster? That depends on which anecdotes you choose to emphasize. Will it have long-run consequences? Too soon to tell.
Yes, the great online-shopping screwup of 2013 was an object lesson. Oh, wait — did you think I was talking about healthcare.gov?
So, in case you didn’t know, online shopping had a number of glitches this holiday season, with Amazon, for example, failing to make good on many supposedly guaranteed delivery dates — and as a result, quite a few Christmas presents weren’t there when the reindeer took off. The biggest bottleneck seems to have been UPS, which just didn’t provide enough capacity, but it wasn’t the only one. Can’t the private sector do anything right?
OK, we all understand that things happen, and that sometimes they go wrong — especially when you’re dealing with something new, like the rapid growth of online shopping. But as Alec MacGillis says, many pundits were quick to declare healthcare.gov’s problems evidence of the fundamental, irretrievable incompetence of government, and as an omen of Obamacare’s inevitable collapse. Strange to say, none of these people are making similar claims about UPS or Amazon.
I wonder why.
Il grande scatafascio
Sapete come è successo. Avevano fatto grandi promesse: bastava andare su un sito, fornire l’informazione e tutto sarebbe andato a posto. Quello che effettivamente è successo non è stato niente di simile. E’ vero che molti, forse la maggior parte delle persone, alla fine sono riusciti ad avere quello che cercavano; ma milioni si sono ritrovati frustrati e indignati. E’ stato un disastro? Dipende a quali racconti volete dare maggior credito. Avrà conseguenze di lungo periodo? E’ troppo presto per dirlo.
Sì, il grande scatafascio degli acquisti on-line del 2013 è stata una lezione dal vero. Ah, scusate …. pensavate che stessi parlando del disastro del sito informatico del Governo sulla riforma sanitaria?
Dunque, nel caso che non lo sappiate, gli acquisti on-line stanno confezionando una quantità di disguidi tecnici in questo periodo di festività. Amazon, per esempio, non riesce a rispettare correttamente molte date di consegna che si pensavano garantite – e di conseguenza un buon numero di regali di Natale non c’erano, al momento in cui le renne hanno preso il volo. Il peggiore collo di bottiglia sembra essere stato UPS [1], che proprio non ha messo a disposizione mezzi sufficienti, ma non è stata l’unica. Il settore privato non riesce proprio a fare niente di giusto?
Va bene, comprendiamo tutti che sono cose che succedono, e che talvolta vanno storte, specialmente quando vi state misurando con qualcosa di nuovo come la rapida crescita degli acquisti on-line. Ma come dice Alec MacGillis, molti commentatori sono stati fulminei nel dichiarare che i problemi del sito governativo sulla riforma sanitaria erano la prova della fondamentale, irrecuperabile incapacità del Governo, ed erano anche un presagio dell’inevitabile collasso della riforma della assistenza sanitaria di Obama. Strano a dirsi, nessuno di loro sta avanzando argomenti simili su UPS o su Amazon.
Mi chiedo perché.
[1] United Parcel Service o UPS è una società americana di trasporto plichi e spedizioni internazionali. La sua sede è ad Atlanta in Georgia (USA). Il 28 agosto del 1907, a 19 anni, Jim Casey fondò la American Messenger Company a Seattle, Washington (USA). Il primo cambiamento di denominazione avvenne nel 1913 in Merchants Parcel Delivery per addivenire alla denominazione tuttora in uso nel 1919. Uno dei soprannomi con cui è conosciuta è quello di The Big Brown Machine (in lingua italiana traducibile come “la grande macchina marrone”) per la caratteristica livrea che da anni rende inconfondibili i suoi mezzi di trasporto in tutto il mondo. L’unica modifica estetica effettuata in anni recenti dall’azienda è stata la modernizzazione del logo originario, disegnato da Paul Rand, in uso dal 1961 e sostituito dopo oltre 40 anni di uso nel 2003.
dicembre 25, 2013
December 25, 2013, 11:38 am
Yes, it’s Christmas — but the family events won’t begin for hours yet, and I want to follow up on a train of thought I started yesterday.
I pointed out, following on a suggestion by Mike Konczal, that the continuing dire state of the labor market enhances the bargaining position of employers, increasing their power. But can this effect actually mean that employers are better off in a somewhat depressed economy than they would be in a boom?
A lot people have the instinctive reaction that it can’t be possible — that businesses would prefer to have stronger demand, even if it means that they have to pay their workers more and treat them better. And maybe that’s true. But it’s by no means an open-and-shut case.
Suppose (as I am, in fact, supposing) that we have in mind some kind of efficiency wage story, in which the effort employers can extract from their employees depends in part on the state of the labor market. So we can think of each individual employer as having a profit function F(N,U, …) where N is the firm’s own number of employees, U is the overall unemployment rate, and there’s a bunch of other stuff that would bulk this out into a full-size model. Other things equal, firms will choose the level of N that maximizes their profits.
But in so doing, they will be ignoring the effect of their collective hiring decisions on the unemployment rate. Indeed, any individual firm has a negligible effect on U. But collectively they in effect determine U — and a high level of U, we’ve been arguing, increases their power over workers and hence their profits. Again, other things equal.
So a slack economy could in effect serve as a coordinating device for firms; one way to think about it is that it keeps firms from competing too hard for workers, enabling them to exert more monopsony power. This effect would have to be weighed against the direct adverse effect of slack demand on profitability, but there’s no rule saying that firms have to do worse in a depressed economy; they could actually do better. (I’m going to try some formal modeling on all this, but if anyone else wants to jump in, be my guest.)
What about actual experience in this depressed economy? Well, that’s the motivating example. You see, from a profits point of view it’s not a depressed economy at all. Look at profits versus compensation of employees (that’s wages and benefits combined) since the slump began at the end of 2007; both are expressed as indexes with 2007Q4=100:
Profits took a hit during the financial crisis, but have soared since then, and are now 60 percent above pre-crisis levels; meanwhile compensation has grown hardly at all, and indeed fallen in real per capita terms.
The point is that we have a depressed economy for workers, but not at all for corporations. How much of this is due to the bargaining-power issue is obviously something we don’t know, but the disconnect between the economy at large and profits is undeniable. A depressed economy may or may not actually be good for corporations, but it evidently doesn’t hurt them much.
Now, about the political economy: I don’t think we have to believe in a cabal of CEOs trying to keep the economy depressed. All that we need is for the big money to find the state of the economy OK from its point of view, so that politicians who listen to that money lose interest in the unemployed. You can round up a who’s who of CEOs for Fix the Debt; you can’t even get started on a power-list drive to Fix the Economy.
And so it remains unfixed.
Perché alle imprese potrebbe non dispiacere una moderata depressione
Sì, è Natale – ma gli eventi familiari non avranno inizio se non tra qualche ora, ed io vorrei proseguire con una serie di riflessioni che ho avviato ieri.
Ho sottolineato, facendo seguito ad una suggestione di Mike Konczal, che la prolungata tremenda condizione del mercato del lavoro rafforza la posizione contrattuale dei datori di lavoro, accrescendo il loro potere. Ma questa conseguenza può effettivamente significare che gli impresari si trovino più a loro agio in una economia depressa piuttosto che in un periodo di espansione?
Molte persone istintivamente reagiscono dicendo che non è possibile – che le imprese preferirebbero avere una domanda più forte, anche se questo significa che dovrebbero pagare di più e trattare meglio i loro lavoratori. E può darsi che sia vero. Ma questo non significa che sia una cosa scontata.
Supponiamo (come io in effetti suppongo) di avere in mente un qualche racconto di salari di rendimento [1], nel quale lo sforzo che gli impresari possono ottenere dai loro occupati dipende in parte dalla condizione del mercato del lavoro. Possiamo dunque ragionare di ogni datore di lavoro come se avesse una funzione di profitto F (N, U, …), laddove N è il numero degli occupati della propria impresa, U è il tasso generale di disoccupazione e ci sono un mucchio di altre cose che darebbero rilevanza a questo in un modello di dimensioni naturali. A parità delle altre condizioni, le imprese sceglieranno il livello di N che massimizza i loro profitti.
Ma così facendo, esse ignorerebbero l’effetto delle loro collettive decisioni di assunzione sul tasso di disoccupazione. In effetti, una qualsiasi impresa individuale ha un effetto trascurabile su U. Ma collettivamente esse determinano U – e un alto livello di U, noi stiamo sostenendo, accresce il loro potere sui lavoratori e di conseguenza i loro profitti. Sempre, a parità delle altre condizioni.
Dunque, una economia fiacca potrebbe in effetti servire come un congegno di coordinamento per le imprese: si può ad esempio pensare che questo le esenti dal competere troppo duramente per i lavoratori, rendendole capaci di esercitare un maggior potere di monopsonio [2]. Questo effetto dovrebbe essere valutato a fronte della diretta conseguenza negativa della debole domanda sulla capacità di fare profitti, ma non c’è nessuna regola che costringe a pensare che le imprese debbano far peggio in una economia depressa; in verità esse potrebbero comportarsi meglio (ho intenzione di cercare qualche formale modello su tutto questo, ma se qualcun altro vuole essere della partita, è il benvenuto).
Che dire della attuale esperienza a fronte di questa economia depressa? Ebbene, è proprio quello l’esempio ispiratore. Vedete, da un punto di vista dei profitti non c’è affatto una economia depressa. Si guardi ai profitti a fronte dei compensi degli occupati (cioè, dei salari e dei sussidi considerati assieme) dal momento in cui è cominciata la crisi alla fine del 2007; sono entrambi espressi come indici con il quarto trimestre del 2007 fatto pari a 100:
I profitti presero un colpo durante la crisi finanziaria, ma sono schizzati in alto a partire da lì, ed ora sono al 60 per cento sopra i livelli precedenti alla crisi; nel frattempo i compensi sono proprio saliti a fatica, in effetti sono caduti in termini reali procapite.
Il punto è che abbiamo una economia depressa per i lavoratori, ma niente affatto depressa per le imprese. Quanto questo sia dovuto alla questione del potere contrattuale è qualcosa che naturalmente non conosciamo, ma la disconnessione tra l’economia in generale ed i profitti è innegabile. In effetti, una economia depressa può essere una cosa più o meno negativa per le imprese, ma evidentemente non le danneggia molto.
Ora, tornando alla politica economica: non credo che dobbiamo credere in un complotto degli amministratori delegati per mantenere l’economia depressa. Tutto quello che ci serve è immaginare che il grande capitale cerchi una condizione dal suo punto di vista favorevole dell’economia, cosicché i politici che ascoltano quel punto di vista perdano interesse sui disoccupati. E’ sufficiente che mettiate insieme una lista degli amministratori delegati favorevoli alla associazione “Riparare il debito” [3]; potete anche fare a meno di pensare di partire con un gruppo di pressione che spinga nella direzione di “riparare l’economia”.
E in tal modo l’economia non viene riparata.
[1] Nell’economia del lavoro, l’ipotesi del ‘salario di rendimento’ sostiene che i salari, almeno in alcuni mercati, si determinano in un modo che non è quello di un mercato in equilibrio. In particolare, essa si riferisce all’incentivo per gli imprenditori a pagare i loro occupati maggiormente rispetto al salario di un mercato in equilibrio, al fine di incrementare la loro produttività o efficienza, o di ridurre i costi connessi con il turn-over, nelle industrie nelle quali i costi per rimpiazzare il lavoro sono elevati. La incrementata produttività del lavoro e/o i minori costi compensano i salari più alti.
[2] Il termine monopsonio designa una particolare forma di mercato caratterizzata dalla presenza di un solo acquirente a fronte di una pluralità di venditori. Il vocabolo trae le proprie origini dal greco μονος monos (“solo”) e ὀψωνία opsonia (“acquisto”). Sebbene la pratica di monopsonista sia raramente riscontrabile nella sua forma pura, non è raro osservarla in talune situazioni localizzate. In alcune aree, una grande azienda industriale può creare un distretto di piccole aziende che la forniscono di componenti, ma che hanno per definizione un unico e solo acquirente. In tale forma si ricreano le condizioni di monopsonio. (Wikipedia)
[3] Appunto, una sorta di ‘generale’ lobby politica – comporta da impresari, economisti, commentatori e politici – che si esprime in quella associazione denominata “Riparare (riformare, correggere, rimediare etc) il debito”.
dicembre 24, 2013
December 24, 2013, 10:23 am
Mike Konczal writes about how Washington has lost interest in the unemployed, and what a scandal that is. He also, however, makes an important point that I suspect plays a significant role in the political economy of this scandal: these are lousy times for the employed, too.
Why? Because they have so little bargaining power. Leave or lose your job, and the chances of getting another comparable job, or any job at all, are definitely not good. And workers know it: quit rates, the percentage of workers voluntarily leaving jobs, remain far below pre-crisis levels, and very very far below what they were in the true boom economy of the late 90s:
Now, you may believe that employment is a market relationship like any other — there’s a buyer and a seller, and it’s just a matter of mutual consent. You may also believe in Santa Claus. The truth is that employment is, in many though not all cases, a power relationship. In good economic times, or where workers’ position is protected by legal restraints and/or strong unions, that relationship may be relatively symmetric. In times like these, it’s hugely asymmetric: employers and employees alike know that workers are easy to replace, lost jobs very hard to replace.
And may I suggest that employers, although they’ll never say so in public, like this situation? That is, there’s a significant upside to them from the still-weak economy. I don’t think I’d go so far as to say that there’s a deliberate effort to keep the economy weak; but corporate America certainly isn’t feeling much pain, and the plight of workers is actually a plus from their point of view.
La difficile condizione degli occupati
Mike Konczal scrive su come Washington abbia perso interesse sui disoccupati, e su quanto sia scandaloso. Avanza anche, però, un importante argomento che io sospetto giochi un ruolo importante nella economia politica di questo scandalo: questi sono tempi grami anche per gli occupati.
Perché? Perché il loro potere di contrattazione è diventato modesto. Lasciate il vostro posto di lavoro e le possibilità di trovarne un altro paragonabile, o un qualsiasi posto di lavoro in assoluto, sono di sicuro cattive. E i lavoratori lo sanno: le percentuali degli abbandoni, i lavoratori che volontariamente lasciano i loro posti di lavoro, restano assai al di sotto dei livelli precedenti alla crisi, e moltissimo al di sotto di quelle che erano nella effettiva espansione economica della fine degli anni ’90:
Ora, potete credere che l’occupazione sia una relazione di mercato al pari di ogni altra – c’è chi compra e chi vende ed è solo una faccenda di mutuo consenso. Potete anche credere a Santa Claus. La verità è che l’occupazione è, in molti se non in tutti i casi, una rapporto di potere. In tempi di buona economia, oppure laddove la posizione dei lavoratori è protetta da limitazioni di legge o da sindacati forti, quel rapporto può essere relativamente equilibrato. In tempi come questi, esso è del tutto asimmetrico: gli impresari come i lavoratori sanno che questi ultimi sono facili da rimpiazzare, mentre sono difficili da rimpiazzare i posti di lavoro che si lasciano.
Posso suggerire che ai datori di lavoro, sebbene non lo diranno mai in pubblico, questa situazione non dispiace? Non penso che si debba arrivare a dire che sia in atto uno sforzo deliberato per mantenere debole l’economia; ma l’America delle imprese di sicuro non sta soffrendo granché, e le difficoltà dei lavoratori sono in verità, dal loro punto di vista, un vantaggio.
dicembre 21, 2013
December 21, 2013, 2:04 pm
Yesterday I offered a brief history of the civil war in macroeconomics, in which I explained that it really began over the question of apparent wage and price stickiness. It was an obvious empirical fact that wages generally don’t fall in recessions, and that as a result changes in nominal spending are reflected in real output. (Just as a reminder — this does NOT mean that wage flexibility would improve our current situation — on the contrary, thanks to the overhang of household debt, it would make things worse).
The Keynesian attitude — both old and New — has been that we should try to understand this empirical observation, but that while we try to get there, it’s OK to simply assume wage stickiness as a modeling strategy. The freshwater view began with an intellectually appealing solution in terms of rational behavior and imperfect information that unfortunately turned out to be all wrong; rather than drop their modeling strategy and the nifty math that went with it, freshwater economists decided to deny the facts instead.
Which brings me to Uber, the smartphone-based car service. Uber, it turns out, doesn’t charge fixed prices; it practices surge pricing, in which prices depend on the state of demand. So when there’s a snowstorm or something that makes everyone want a car at the same time, prices go way up — sometimes sevenfold.
This makes a lot of sense from a rational economic point of view — and it makes people totally furious. It turns out that people are OK with fluctuating prices when it’s really an impersonal market — but they get really angry at any hint that someone with whom they have some sort of ongoing relationship is exploiting their distress. In fact, Uber’s surge pricing is really bad public relations, and I won’t be surprised to see the company modify its strategy if only for marketing purposes.
What does this have to do with the macro wars? Well, back in the 1990s the economist Truman Bewley — an economist heretofore known for high theory in microeconomics — did something novel on the subject of wages, and why they don’t fall in recessions: he went out and asked people. And what he found was that issues of fairness and morale were key. Employers didn’t cut wages, even when unemployment was high and they knew that employees had no place to go, because they believed that morale and workplace cooperation would collapse if their employees felt that the company was exploiting a bad economy for its own gain.
The parallel should be obvious — and of course it’s a lot more important to feel that your employer won’t betray you than it is to feel good about your car service.
Is there a rigorous way to model this kind of behavior? Not yet. Someday, one suppose, we’ll be able to put it all in equations — after all, everything is quantum mechanics in the end. But two things are certain right now. One is that this kind of thing really happens; the other is that it can’t be derived from the narrow notion of maximization that underlies what passes for “microfounded” macroeconomic models in the early 21st century.
Can you live with that reality, and accept the notion that not everything you put in your model has microfoundations? If you can, you’re a saltwater economist, in some sense a Keynesian. If you can’t, you’re part of what has gone wrong with the field.
Uber e le guerre macro
Ieri ho presentato una breve storia della guerra civile in macroeconomia, con la quale ho spiegato che essa ebbe inizio sul tema della apparente rigidità dei salari e dei prezzi. Era un evidente fatto empirico che i salari non calassero durante le recessioni e che di conseguenza i mutamenti nella spesa pubblica nominale si riflettessero nella produzione reale (solo per memoria: questo NON significa che la flessibilità dei salari migliorerebbe la nostra attuale situazione; al contrario, grazie all’eccesso di debito delle famiglie, renderebbe le cose peggiori).
L’approccio keynesiano – sia del vecchio che del nuovo keynesismo – è stato che avremmo dovuto cercar di capire questa osservazione empirica, ma che nel mentre cercavamo di arrivarci, era giusto semplicemente assumere la rigidità dei salari come una strategia di modellazione. Il punto di vista della scuola dell’ “acqua dolce” cominciò con una accattivante soluzione nei termini di comportamento razionale e informazione imperfetta che sfortunatamente risultò essere del tutto sbagliata; piuttosto che lasciar cadere le loro strategie di modellazione e l’ingegnosa matematica che le accompagnava, gli economisti dell’acqua dolce decisero di negare i fatti.
La qualcosa mi porta ad Uber, il servizio automobilistico basato sugli smartphone. Si viene a sapere che Uber non fa pagare prezzi fissi; pratica prezzi crescenti, che dipendono dallo stato della domanda. Dunque, quando c’è una tempesta di neve o qualcosa che spinge tutti a volere una macchina contemporaneamente, i prezzi salgono – talvolta sino a sette volte.
Questo è assai sensato da un razionale punto di vista economico … e fa assolutamente infuriare le persone. Viene fuori che la gente non ha problemi con i prezzi fluttuanti quando si tratta effettivamente di un mercato impersonale – ma si arrabbia molto al minimo cenno che qualcuno con cui hanno un qualche genere di relazione duratura stia sfruttando il loro disagio. Di fatto, i prezzi che salgono di Uber sono una forma di pubbliche relazioni davvero pessima, e non mi sorprenderei a vedere che la compagnia modifichi la sua strategia solo per uno scopo di marketing.
Cosa ha a che fare questo con le guerre della macroeconomia? Ebbene, nei passati anni ’90 l’economista Truman Bewley – un economista sino a quel punto conosciuto come raffinato teorico di microeconomia – fece qualcosa di originale sul tema dei salari e del motivo per il quale essi non scendono durante le recessioni: andò in giro a fare domande alla gente. E quello che scoprì fu che i temi della equità e della reciproca fiducia erano cruciali. I datori di lavoro non tagliavano i salari, anche quando la disoccupazione era elevata e sapevano che i loro dipendenti non avevano altri posti dove andare, perché credevano che la reciproca fiducia e la cooperazione sul luogo di lavoro sarebbero crollate se i loro impiegati avessero sentito che l’impresa stava sfruttando il difficile momento economico per il proprio profitto.
Il parallelo dovrebbe essere evidente – e naturalmente è molto più importante sentire che il vostro datore di lavoro non vi tradisce che essere a proprio agio con il vostro servizio automobilistico.
C’è un modo rigoroso per trasformare in modello questo tipo di comportamento? Non ancora. Un giorno, si può immaginare, qualcuno sarà capace di tradurre il tutto in equazioni – dopo tutto, ogni cosa alla fine si risolve in una meccanica dei quanti. Ma due cose sono certe sin d’ora. Una è che cose di questa natura realmente succedono; l’altra è che tutto questo non può essere dedotto dalla stretta nozione della massimizzazione su cui si basano quelli che vengono considerati come i ‘modelli macroeconomici fondati sulla microeconomia’ degli inizi del 21° secolo [1].
Potete vivere con questa realtà ed accettare l’idea che non tutto quello che infilate nei vostri modelli ha fondamenti ‘micro’? Se potete, siete un economista dell’ “acqua salata”, in un certo senso un keynesiano. Se non potete, fate parte di quello che non ha funzionato nella disciplina economica.
[1] Ovvero, sull’idea che la macroeconomia possa e debba consistere in una semplice estensione alle dimensioni delle società economiche dei fenomeni microeconomici.
dicembre 20, 2013
December 20, 2013, 3:14 pm
The blogospheric debate about microfoundations, saltwater/freshwater and all that has, I think, been illuminating. Among other things it’s serving almost as an oral history of What Really Happened – minus the oral part, but not mediated by the usual slowness and overthinking of formal publication.
And I think the intellectual history is useful, because it gives you some idea of how people came to make the choice of which side to be on. It’s certainly possible to make the case for an eclectic, fairly salty approach on general principles, as Simon Wren-Lewis, Noah Smith, and Nick Rowe do. But the abstract logic gains force when you recall how it actually happened.
Oh, and I was there – not as a participant in the growing macro war, but as a student at the time the great divide was taking place. I felt the seduction of the microfoundations-uber-alles doctrine, but also got to watch as the demand for microfoundations, originally grounded in appeals to empirical power, became free-floating, a dogma to be defended in the teeth of the evidence.
So, if you had to choose a beginning, it would be the famous Phelps volume. The papers in that volume all started with two observations, of which the first was that there was overwhelming evidence for some kind of short-run non-neutrality of money. None of the papers in that volume questioned the proposition that nominal shocks had large real effects. You can see why if you look at annual changes in nominal versus real GDP between 1950 and 1970:
Obviously there was a near one-to-one correspondence. Obviously, too, it was really hard in that era, with its lack of major supply shocks, to tell a story in which real GDP was driving nominal spending rather than vice versa. So the Phelps volume began with the stylized fact that in the short run nominal demand, driven for example by changes in monetary policy, gets reflected largely in quantities rather than prices.
But as the papers also observed, it was hard to explain that fact in terms of standard microeconomics: with everyone acting rationally, money should have been neutral even in the short run. Traditional Keynesian analyses simply said that people aren’t completely rational, that they have money illusion – or maybe that contracts are focal points in which nominal wages or prices matter because of salience, even though they should be arbitrary. But these were ex post rationalizations rather than being derived from some kind of fundamentals.
So the Phelps crowd came up with a lovely story: you see, it was all about information. Individuals and firms couldn’t tell, in the very short run, whether a rise in the price they were being offered represented a shock specific to them – people for some reason wanted more of their widgets — or a general change in demand. It was rational to respond to an idiosyncratic rise in demand by producing more, so confusion could explain why short-run aggregate supply seemed upward-sloping.
As Phelps and others (including Milton Friedman, who was thinking along similar lines) realized, this meant that the apparent tradeoff between unemployment and inflation would be unstable: sustained inflation would get built into expectations, and would no longer produce low unemployment. The stagflation of the 70s seemed to confirm this prediction, and brought the microfoundations project immense prestige. Encouraged by all this, freshwater economists gleefully proclaimed Keynes dead, the subject of nothing but “giggles and whispers”.
But here’s the thing: after that initial success, Phelps-Lucas/type microfoundations quickly collapsed both intellectually and empirically. Intellectually, the problem was that rational individuals simply should not have been confused in the way the models demanded; there’s too much information out there, whether in newspapers or in asset prices. You just couldn’t get a Lucas supply curve out of a model looking even vaguely like the real economy.
Empirically, the problem was that slumps last too long. Even if you wave away the information problem, confusion about aggregate versus idiosyncratic shocks can last for quarters, maybe, but not years.
So the truth was that microfoundations in macroeconomics had its moment, but failed utterly at the one thing it was sold, above all, as being able to do – namely, give a better explanation of why nominal shocks have real effects. Time, you might think, to reconsider the project.
And some did. There was a revival of Keynesian thinking in the late 70s and early 80s, albeit one that tried to cram as many microfoundations into the models as possible without being grossly unrealistic.
But many economists had so committed themselves to the idea that Keynes was dead and rationality roolz that they simply dug in deeper. Rationality-based microfoundations must be right; if their microfoundations couldn’t explain why nominal shocks have real effects, then nominal shocks must not have real effects – it’s all real shocks. And so real business cycle theory was born.
So now we have people debating whether models with microfoundations lead to better predictions, both of the future and of policy impacts, than models with ad hoc elements; as Wren-Lewis and Smith say, this is by no means obvious if the microfoundations are wrong, as they often clearly are. But what you want to realize is that this isn’t going to convince the microfoundations crowd. After all, more than thirty years ago they decided that the joy of microfoundations trumped the utter failure of microfounded models to work in practice, and they have now trained successive cohorts of students in this view.
There are, it’s true, some hints of a guilty conscience – as Matt Yglesias points out, there’s the odd tendency of freshwater types to immediately accuse anyone with saltwater ideas of being dishonest. (I’m not a nice guy, but if look at what I said about, say, Cochrane, it was that he was ignorant, not corrupt.)
Oh, and the notion that there had been a convergence of views by 2007, which was then ruptured by the crisis, was a saltwater delusion. People like Olivier Blanchard convinced themselves that the other side was listening; it wasn’t. The hysterical reaction to the notion that fiscal policy is effective at the zero lower bound demonstrated that the freshwater types had never bothered to learn the least thing about how New Keynesian models worked.
So there’s a lot of history here; but the main driver behind this history was, I believe, the inability of many economists to accept the fact that they took a wrong turn.
Fondamenti microeconomici e la separazione delle acque
Il dibattito nell’universo dei blogs sui fondamenti microeconomici, le scuole dell’ “acqua dolce” e dell’ “acqua salata” [1] e tutto il resto, penso, sia stato illuminante. Tra le altre cose esso ha quasi rappresentato un storia orale di Quello Che Davvero Accadde – con l’inconveniente dell’aspetto parlato, ma con il vantaggio di non essere mediato dalla solita lentezza ed eccessiva riflessività delle pubblicazioni formali.
Ed io penso che la storia intellettuale sia utile, perché fornisce alcune idee su come la gente arriva a fare la scelta di schierarsi da una parte. E’ di sicuro possibile sostenere la tesi a favore di un approccio ai principi generali eclettico, ragionevolmente orientato alla scuola dell’acqua salata, come fanno Simon Wren-Lewis, Noah Smith e Nick Rowe. Ma la logica astratta guadagna forza quando si ricorda quello che accadde davvero.
Ed inoltre, al tempo della grande divisione che avvenne, c’ero anch’io – non come un partecipante alla guerra che si sviluppava, ma come studente. Provai la seduzione della dottrina dei fondamenti microeconomici uber-alles, ma potei anche assistere alla richiesta che i fondamenti micro, all’origine basati sugli appelli al potere dei fatti, vagassero liberamente, un dogma che doveva essere difeso in barba all’evidenza.
Dunque, se si dovesse scegliere un inizio, io lo collocherei nel famoso volume di Phelps. I saggi in quel volume partivano tutti da due osservazioni, la prima delle quali consisteva nella schiacciante evidenza in qualche modo di una non-neutralità, nel breve periodo, della moneta. In nessuno dei saggi di quel volume c’erano dubbi sul concetto secondo il quale gli shocks nominali comportavano ampi effetti reali. Si può comprendere il motivo se si guarda ai mutamenti del PIL nominale a confronto di quello reale tra il 1950 ed il 1970:
C’era evidentemente una corrispondenza pressoché completa. Era anche evidente che era difficile, a quell’epoca, con la relativa assenza di importanti shocks dal lato dell’offerta, raccontare una storia per la quale il PIL reale determinava la spesa nominale, piuttosto che il contrario. Dunque, il volume di Phelps prendeva le mosse dall’assunto convenzionale che nel breve periodo la domanda nominale, determinata ad esempio da mutamenti nella politica monetaria, veniva riflessa in larga parte nelle quantità, piuttosto che nei prezzi.
Ma, come quegli studi osservavano, era difficile spiegare quel fatto nei termini della teoria microeconomica convenzionale: agendo tutti razionalmente, la moneta avrebbe dovuto essere neutrale anche nel breve periodo. Le tradizionali analisi keynesiane dicevano semplicemente che gli individui non erano completamente razionali, che essi subiscono l’illusione della moneta – o forse che i contratti sono il punto cruciale nel quale i salari o i prezzi nominali sono importanti per il loro rilievo, anche se dovessero essere arbitrari. Ma si trattava di razionalizzazioni ex-post, non derivavano da fattori fondamentali di alcun genere.
Dunque, tutti quegli individui che si riferivano a Phelps se ne vennero fuori con una spiegazione rassicurante: vedete, dipende tutto dall’informazione. Gli individui e le imprese non potevano dire, nel brevissimo periodo, se una crescita nel prezzo che stavano offrendo avesse rappresentato per loro uno shock – si trattava di persone che per una qualche ragione volevano di più per gli oggetti a cui erano interessati – oppure se si trattasse di un cambiamento generale nella domanda. Era razionale rispondere ad una crescita stravagante della domanda con una produzione maggiore, cosicché la confusione poteva spiegare il motivo per il quale l’offerta aggregata nel breve periodo sembrava tendere ad una crescita.
Come Phelps ed altri compresero (incluso Milton Friedman, che stava ragionando su schemi analoghi), questo significava che l’apparente scambio tra disoccupazione ed inflazione sarebbe stato instabile: una prolungata inflazione sarebbe stata incorporata nelle aspettative e non avrebbe più prodotto bassa disoccupazione. La stagflazione degli anni ’70 pareva confermare quella previsione, e conferì un immenso prestigio al progetto dei fondamenti microeconomici. Incoraggiati da tutto ciò, gli economisti dell’ “acqua dolce” proclamarono spensieratamente che Keynes era morto, oggetto di niente altro se non di “risatine e sussurri” [2].
Ma, qua è il punto: dopo quell’iniziale successo, la teoria dei fondamenti micro del genere di Phelps e Lucas, ebbe rapidamente un crollo, sia in termini intellettuali che fattuali. Dal punto di vista intellettuale, il problema era che gli individui razionali semplicemente non avrebbero dovuto essere fraintesi nel modo in cui era richiesto da quei modelli; c’era troppa informazione in giro, sia sui giornali che sui prezzi degli assets. Semplicemente non si poteva ottenere una curva dell’offerta alla Lucas se non in un modello che assomigliasse almeno solo vagamente all’economia reale.
Empiricamente, il problema era che le crisi erano troppo lunghe. Se anche si rimuove il problema dell’informazione, la confusione sui fenomeni complessivi nei confronti degli shocks imprevedibili può durare per trimestri, forse, ma non per anni.
Dunque la verità era che i fondamenti micro della teoria macroeconomica avevano avuto il loro momento, ma avevano fallito completamente sull’unica cosa, tra tutte, che si era raccontato fossero capaci di fare – precisamente, dare una migliore spiegazione della ragione per la quale gli shocks nominali hanno effetti reali. Era il momento, si poteva dedurne, di riconsiderare il progetto.
E qualcuno lo fece. Ci fu una ripresa del pensiero keynesiano, negli ultimi anni ’70 e nei primi anni ’80, sia pure di un genere che si sforzava di riempire i modelli di tutti i fondamenti micro possibili, senza essere grossolanamente irrealistico.
Ma molti economisti si erano talmente affidati all’idea che Keynes fosse finito e che governasse [3] la razionalità, che semplicemente scavavano sempre più a fondo. I fondamenti micro basati sulla razionalità dovevano essere giusti; se i loro fondamenti micro non potevano spiegare perché gli shocks nominali avessero effetti reali, allora gli shocks nominali non dovevano avere effetti reali – erano tutti shocks reali. E così nacque la teoria del ciclo economico reale.
Così adesso abbiamo persone che discutono se i modelli con fondamenti micro portino a previsioni migliori, sia riguardo al futuro che riguardo agli effetti delle politiche, rispetto a modelli basati su elementi ad hoc; come dicono Wren-Lewis e Smith, questo non è per nulla evidente se i fondamenti micro sono sbagliati, come spesso chiaramente sono. Ma quello che si deve comprendere è che un simile argomento non è destinato a convincere il popolo dei fondamenti micro. Dopo tutto, più di trent’anni fa avevano stabilito che i fondamenti micro andavano ben oltre la completa incapacità dei modelli basati sulla microeconomia a funzionare praticamente, ed oggi hanno addestrato varie altre generazioni di studenti a quel punto di vista.
Ci sono, è vero, alcuni cenni di coscienza sporca – come nota Matt Yglesias, c’è la strana tendenza dei soggetti della scuola dell’ “acqua dolce” ad accusare su due piedi chiunque abbia idee che derivano dalla scuola dell’ “acqua salata” di disonestà (io non sono un personaggio garbato, ma se guardo a quello che ho detto a proposito, ad esempio, di Cochrane, si è trattato di giudizi che avevano a che fare con l’ignoranza, non con la corruzione).
E infine, l’idea che ci fosse stata una convergenza di punti di vista attorno al 2007, e che poi si fosse infranta sulla crisi, è stata una delusione di quelli dell’ “acqua salata”. Persone come Olivier Blanchard si erano convinte che l’altro schieramento stesse ascoltando, ma non era così. Le reazioni isteriche all’idea che la politica della spesa pubblica sia efficace nelle condizioni del limite inferiore dello zero ha dimostrato che i soggetti dell’ “acqua dolce” non si sono mai preoccupati di apprendere le cose più elementari su come i modelli neokeynesiani funzionino.
In tutto questo c’è dunque un bel po’ di storia; ma l’elemento motore principale di questa storia, credo, è stata l’incapacità di molti economisti di ammettere la circostanza di aver preso la strada sbagliata.
[1] Vedi a “freshwater” e “saltwater” alle note sulle traduzione.
[2] Fu una famosa espressione liquidatoria del keynesismo, pronunciata, da un economista della scuola dell’ “acqua dolce” (mi pare fosse Lucas), ovvero della scuola che aveva a Chicago il centro fondamentale (più in generale nelle Università dell’interno degli Stati Uniti, in prossimità con l’area dei Grandi Laghi; da cui il termine “acqua dolce”. Come è chiaro, la scuola dell’ “acqua salata”, invece, prevaleva nelle Università delle coste oceaniche).
[3] “Roolz” è sinonimo di “rules”, più che altro usato nei messaggini.
dicembre 20, 2013
December 20, 2013, 2:53 pm
Not dead yet, in case you’re wondering — just busy with preparations for family travel, and then with travel itself; this post was written during a layover.
Anyway, a quick note on the old news of the Fed’s mini-taper.
As many have noted, it looks as if the Fed has managed to pull the trick off this time — slowing the rate at which it purchases long-term assets, while simultaneously conveying the message that this did not signal a general hawkish turn, that short rates would remain at zero for a long time.
But why, exactly, is the Fed eager to start exiting the QE business, even as it clearly remains concerned that the economy is too weak? The official statement was uninformative. What one hears is that a fair number of people at the Fed worry that QE is feeding speculative bubbles, as investors search for yield that really isn’t there.
But surely that’s a feature of cheap money in general; the same argument could be used for raising short-term rates despite a weak economy and low inflation. In fact, that’s exactly what has been happening in Sweden, where fear of bubbles has been used to justify monetary tightening that makes no sense at all in terms of either an unemployment or an inflation target.
The point is that the dilemma that supposedly explains the Fed’s attempt to give with one hand what it took away with the other really has nothing to do with the form of monetary policy, and everything to do with the pretty clear evidence that the natural rate of interest is negative, which ties us back to the whole secular stagnation issue.
So why the Fed’s twist? My guess is that it’s ultimately political: that ever-growing balance sheet causes problems with Congress; Republicans hate easy money in general, but a Fed balance sheet of FOUR TRILLION DOLLARS [/Dr. Evil] offers an exceptionally easy target.
And since they do seem to have pulled this one off, I guess this particular act of political self-defense was OK.
Pensieri tardivi sulla stretta [1]
Sono sempre vivo, se è questo che vi state chiedendo – solo occupato con i preparativi per un viaggio familiare, e poi con il viaggio medesimo; questo post è stato scritto durante una pausa.
In ogni caso, una breve nota sulle vecchie notizie sulla mini-stretta della Fed.
Come molti hanno notato, sembra che la Fed in questa occasione abbia cercato di fare il gioco di prestigio – rallentare il ritmo al quale acquista gli assets a lungo termine [2], e contemporaneamente trasmettere il messaggio di non star dando un segnale di svolta verso una politica restrittiva, e che i tassi a breve resteranno prossimi allo zero per lungo termine.
Ma perché, esattamente, la Fed è ansiosa di avviare l’uscita dall’affare della “facilitazione quantitativa”, anche se resta chiaramente preoccupata che l’economia sia troppo debole? Il giudizio ufficiale non è stato chiarificatore. Quello che si sente dire è che un discreto numero di persone alla Fed sono preoccupate che la “facilitazione quantitativa” stia alimentando bolle speculative, dato che gli investitori sono alla ricerca di rendimenti che chiaramente non esistono.
Ma sicuramente è quella la caratteristica in generale del denaro facile: lo stesso argomento potrebbe essere usato per elevare i tassi a breve termine nonostante un’economia debole ed una inflazione bassa. Di fatto, è esattamente quello che accade in Svezia, dove la paura delle bolle è stata usata per giustificare una restrizione monetaria che non ha alcun senso, sia dal punto di vista della disoccupazione che dell’obbiettivo di inflazione.
Il punto è che il dilemma che si suppone spieghi il tentativo della Fed di dare con una mano quello che toglie con l’altra, in realtà, non ha niente a che fare con la forma di una politica monetaria, e con tutto quello che si deve fare dinanzi alle prove abbastanza chiare di un tasso di interesse naturale negativo, che ci riporta all’intero tema della stagnazione secolare.
Perché, dunque, queste contorsioni della Fed? La mia impressione è che in ultima analisi si tratti di una questione politica: che gli equilibri patrimoniali sempre in crescita provochino problemi con il Congresso. I repubblicani odiano in termini generali il denaro facile, ma un bilancio patrimoniale di QUATTRO MILA MILIARDI DI DOLLARI (il Dottor Male) offre un obbiettivo eccezionalmente facile.
E dal momento che sembra che in questo modo ci siano riusciti, suppongo che questa particolare iniziativa di auto difesa sia andata a segno.
[1] Essendo il concetto di “taper” riferito ad una diminuzione di ‘interventismo’ finanziario da parte della Fed, la cosa più semplice è tradurlo con “stretta”. Ma se si fosse voluto dire ‘stretta’, ci sarebbe stato un altro termine. In questo caso si è inteso riferirsi ad una sorta di assottigliamento, di attenuazione nella fase finale, che è la specifica connotazione di un “taper”. In effetti una stretta finanziaria è una politica restrittiva, mentre in questo caso di tratterebbe di una attenuazione graduale di una politica espansiva. Ma è più semplice chiarire questi scrupoli con una nota.
[2] Ovvero la “quantitative easing” – facilitazione quantitativa. Vedi alle note sulla traduzione.
dicembre 18, 2013
December 18, 2013, 11:20 am
The glums of October, when the launch of healthcare.gov turned into a debacle, convinced many — in fact, just about all — conservatives that Obamacare was doomed, doomed, doomed. But the IT side is working much better — not as well as it should, but it’s getting there, and enrollment is rising fast.
So what’s a doomsayer to say? You could reconsider in the light of the evidence, but it’s virtually a defining characteristic of modern conservatism that you don’t do that sort of thing. So now prophecies of doom rest on predictions of a “death spiral” in which young, healthy Americans don’t sign up, leading to high premiums, leading to further dropouts, etc..
It’s not going to happen, even though the people who have signed up so far do tilt older. This was expected, by the way — the same thing happened in Massachusetts.
The point is that while the death spiral story sounds good, especially if you’re rooting for failure, you have to do the numbers. And they don’t work, as Sarah Kliff reports. Even if the young sign up at only half the rate of the rest, rates will go only a few percent higher.
Why? As the study Kliff cites explains, the key point is that while Obamacare does impose community rating — no discrimination based on medical history — it doesn’t eliminate age-based rating; it just limits the range of age-based variation in premiums. So while young enrollees are, to some extent, subsidizing their elders, it’s not nearly as big a deal as people imagine.
In short, the age profile of enrollees is interesting, but not a reason for either glee or nail-biting anxiety.
La non-spirale della non-fatalità
La depressione di ottobre, quando l’avvio del sito informatico governativo sulla riforma sanitaria si era trasformato in una debacle, aveva convinto molti conservatori che la riforma della assistenza sanitaria di Obama era proprio spacciata. Ma l’aspetto informatico sta ora funzionando assai meglio – non bene come dovrebbe, ma ci sta arrivando, e le registrazioni crescono velocemente.
Cosa dicono dunque i profeti di sventura? Si dovrebbe, alla luce dei fatti, ripensare alle cose, ma non fare mai niente del genere è in pratica una caratteristica distintiva del conservatorismo moderno. Dunque, adesso le profezie di sventura si basano sulle previsioni di una “spirale fatale” per la quale gli americani giovani ed in buona salute non si iscriveranno, portando così a premi assicurativi più elevati, e di conseguenza ad abbandoni ulteriori, e così via.
Non è destinato a succedere, anche se le persone che si sono iscritte sino a questo punto tendono in effetti ad essere più anziane. Ovviamente, era previsto – la stessa cosa era accaduta nel Massachusetts.
Il punto è che se il racconto sulla spirale fatale sembra giusto, in particolare se si fa il tifo per un fallimento, si devono fare i conti con i dati. Ed essi non lo confermano, come informa Sarah Kliff. Anche se i giovani si iscrivono ad un ritmo che è la metà di quello di tutti gli altri, le tariffe andranno solo di pochi punti in percentuale più in alto.
Perché? Come lo studio citato [1] dalla Kliff spiega, il punto chiave è che se la riforma di Obama impone effettivamente la ‘valutazione comunitaria’ – nessuna discriminazione sulla base della patologie pregresse [2] – essa non elimina una valutazione basata sulla età; semplicemente limita, nei premi assicurativi, la gamma delle variazioni basate sull’età. Se dunque i giovani che si registrano in qualche misura stanno calando rispetto ai più anziani, questa non è una faccenda rilevante come la gente si immagina.
In poche parole, il profilo dell’età dei registrati è interessante, ma non è una ragione né per gioire, né per mangiarsi le unghie per l’ansia.
[1] Si tratta di un interessante studio a cura della Fondazione Kaiser, condotto dagli analisi Larry Levitt, Gary Claxton e Anthony Damico. Lo studio è nel link sul testo inglese. In conclusione esso mostra che se anche i giovani adulti (ovvero tra i 18 ed i 34 anni) si registrassero con una percentuale del 25% più bassa della loro consistenza effettiva, i costi per le assicurazioni crescerebbero solo dell’1,1% rispetto alle entrate assicurative delle polizze; se fossero, nella ipotesi peggiore, del 50% più bassi, i costi crescerebbero del 2,4% rispetto alle entrate delle polizze. Inoltre, lo studio mette in evidenza che il secondo scenario è piuttosto improbabile. E’ vero che esso assomiglia ai dati attuali di Stati come la California, ma alcuni sondaggi indicano una tendenza della popolazione più giovane ad iscriversi successivamente (le registrazioni sono possibili entro il marzo del 2014); cosicché la percentuale di giovani è destinata a crescere col tempo.
[2] Il “community rating” significa che la valutazione del rischio assicurativo, ovvero il calcolo attuariale sulla base del quale si definiscono i costi prevedibili delle assicurazioni e di conseguenza le polizze assicurative, viene condotto sulla base di una stima delle patologie medie di ampie comunità. Il che comporta che non è più possibile alcuna discriminazione sui singoli assicurati che hanno patologie sanitarie precedenti e dunque rischi assicurativi singolarmente più elevati.
dicembre 18, 2013
December 18, 2013, 11:02 am
A couple of weeks ago I tried to get at what’s wrong with the latest tactic of the austerians in terms of a classic Three Stooges scene. Curly is seen banging his head against the wall; when Moe asks why, he replies, “Because it feels so good when I stop.”
As Simon Wren-Lewis tries to explain, this is exactly the basis of the Cameron government’s triumphalism now that UK GDP is growing again.
The basic fact of UK economic performance since the financial crisis is that it has been terrible — in fact, as the NIESR documents, GDP performance has been substantially worse than during the Great Depression:
The only reason Britain isn’t suffering terrifyingly high unemployment is the fact that, for reasons not clear, productivity has collapsed, so that the shrunken economy is still employing a lot of people.
Now, however, the economy is finally growing. Why?
Well, partly because economies do tend to grow unless you keep banging their heads against a wall. And that’s more or less what has happened in Britain. Wren-Lewis uses the OBR numbers; here, telling more or less the same story, is what you get from the IMF Fiscal Monitor. What I plot below is the change in the cyclically adjusted primary balance — a measure of the extent to which fiscal policy is being tightened.
You don’t want to think of these as precise numbers, since the cyclical adjustment relies on highly uncertain estimates of potential GDP (it depends on why you think productivity collapsed). But the basic picture is surely right: Cameron/Osborne imposed a lot of austerity in their first two years, then let up substantially. In effect, they spent a while banging Britain’s head against the wall, and are now claiming vindication, because it feels good when they stop.
Politically, this may well work. We’ve long known from US evidence that elections depend on the recent growth rate, not longer-term performance; in fact, an “optimal control” strategy if a president wants to win reelection is to push the economy into a pointless slump during his first two years, then engineer a fast recovery going into the next election. Cameron may have lucked into pursuing effectively the same strategy.
But none of this political analysis should distract us from the economic point that claims that recent growth vindicates austerity are deeply stupid.
I Tre Marmittoni hanno in mente Westminster
Un paio di settimane fa ho cercato di esprimere cosa ci fosse di sbagliato nell’ultima tattica dei patiti dell’austerità ricorrendo ad una classica scena dei “tre marmittoni”. Si vede Curly che sbatte la destra contro una parete; quando Moe gli chiede perché, egli risponde “Perché mi sento così bene quando smetto”.
Come cerca di spiegare Simon Wren-Lewis, questa è esattamente la base del trionfalismo del Governo di Cameron ora che il PIL del Regno Unito ha ripreso a crescere.
Il fatto fondamentale sulla performance economica del Regno Unito a partire della crisi finanziaria è che essa è stata terribile – di fatto, come documento il NIESR [1], l’andamento del PIL è stato sostanzialmente peggiore che durante la Grande Depressione [2].
La sola ragione per la quale l’Inghilterra non sta soffrendo per una disoccupazione terribilmente elevata è il fatto che, per ragioni non chiare, la produttività è collassata, cosicché un’economia rinsecchita sta ancora dando lavoro ad una quantità di persone.
Ora, tuttavia, l’economia sta finalmente crescendo. Perché?
Ebbene, in parte proprio perché le economie tendono a crescere quando si smette di far battere le loro teste contro un muro. E quello è più o meno quanto è successo in Inghilterra. Wren-Lewis utilizza i dati dell’OBR [3]: qua, raccontandoci più o meno la stessa storia, è quello che ottengo da Fiscal Monitor del FMI. Quello che rappresento sotto è il cambiamento del bilancio primario [4] corretto in relazione al ciclo economico – un dato che indica la misura nella quale la politica della finanza pubblica ha subito restrizioni:
Non si deve pensare a questo come se si trattasse di dati precisi, dal momento che la correzione sulla base del ciclo si basa su stime incerte del PIL potenziale (che dipendono da quanto si ritiene che la produttività abbia subito un crollo). Ma l’immagine di fondo è certamente corretta: Cameron/Osborne hanno imposto una grande austerità nei loro primi due anni, poi la hanno sostanzialmente attenuata. In sostanza, hanno speso un certo periodo facendo sbattere all’Inghilterra la testa contro un muro, ed ora pretendono di aver avuto ragione, perché c’è una sensazione di benessere dal momento in cui si sono fermati.
In termini politici, questo può funzionare egregiamente. Sappiamo da tempo, dalla esperienza degli Stati Uniti, che i risultati elettorali dipendono dal tasso di crescita più recente, non dall’andamento di lungo periodo; di fatto, se un Presidente vuole essere rieletto, la strategia del “controllo ottimale” consiste nello spingere l’economia in una caduta senza scopo nei primi due anni, per poi organizzare una ripresa rapida quando si è prossimi alle elezioni successive. Cameron potrebbe aver fortuna, avendo perseguito essenzialmente la stessa strategia.
Ma nessuna di queste analisi politiche dovrebbe farci perder di vista che il sostenere che la recente crescita risarcisca la politica di austerità è profondamente stupido.
[1] National Institute Of Economic And Social Research, uno dei più antichi istituti di ricerca britannici, fondato nel 1938. Direttore è Jonathan Portes, del quale abbiamo talora tradotto alcuni articoli anche su questo sito.
[2] Il diagramma rappresenta l’andamento dei principali periodi di recessione e di successiva ripresa nell’economia inglese. L’asse verticale indica l’evoluzione del PIL, quello orizzontale un arco temporale di 66 mesi. La linea nera in basso esprime la prestazione più recente, a partire dal 2008; come si vede il PIL è rimasto per tutto il periodo al di sotto del punto di partenza, dal quale era sceso drasticamente nei primi dodici mesi.
[3] “Office for Budget Responsability”. E’ una agenzia pubblica di analisi economiche e finanziarie istituita nel 2010, probabilmente con qualche analogia con il Congressional Budget Office degli Stati Uniti.
[4] Il “bilancio primario” è il bilancio statale al netto dei crediti e dei prestiti, e dunque in particolare al netto degli interessi pagati sul debito. La “correzione sulla base del ciclo”, in questo caso, significa la ulteriore correzione, per non tener conto degli effetti considerati straordinari che sono determinati dalla situazione di crisi – riduzione del prodotto, minori entrate.
dicembre 17, 2013
December 17, 2013, 2:01 pm
David Brooks has a funny piece today about the new profession of Thought Leaders. I think I know who he’s talking about. But I started thinking about my own neck of the woods — and while the rules of the game in economics are definitely changing, it’s nothing like what David describes.
What is true is that there has been a major erosion of the old norms. It used to be the case that to have a role in the economics discourse you had to have formal credentials and a position of authority; you had to be a tenured professor at a top school publishing in top journals, or a senior government official. Today the ongoing discourse, especially in macroeconomics, is much more free-form.
But you don’t get to play a major role in that discourse by publishing clever Slateish snark; you get there by saying smart things backed by data.
Obviously the web has changed a lot, although the process actually started even before the rise of blogs. Economics journals stopped being a way to communicate ideas at least 25 years ago, replaced by working papers; publication was more about certification for the purposes of tenure than anything else. Partly this was because of the long lags — by the time my most successful (though by no means best) academic paper was actually published, in 1991, there were around 150 derivative papers that I knew of, and the target zone literature was running into diminishing returns. Partly, also, it was because in some fields rigid ideologies blocked new ideas. Don’t take my word for it: It was Ken Rogoff, not me, who wrote about the impossibility of publishing realistic macro in the face of “new neoclassical repression.”
Anyway, at this point the real discussion in macro, and to a lesser extent in other fields, is taking place in the econoblogosphere. This is true even for research done at official institutions like the IMF and the Fed: people read their working papers online, and that’s how their work gets incorporated into the discourse.
How does the econoblogosphere work? It’s a lot like the 17th-century coffee shop culture Tom Standage describes in his lovely book Writing on the Wall. People with shared interests in effect meet in cyberspace (although many of them are, as it happens, also sitting in real coffee shops at the time, as I am now), exchange ideas, write them up, and make those writeups available to others when they think they’re especially interesting.
As Standage explains, this informal system gradually evolved into the modern structure of scientific journals, as the process of circulating research writing became formalized, with refereeing as a form of quality check. But the way it began, as Standage says, was in important ways more like social media than like centralized publication with clear lines of authority.
And now we’re back to something like that world.
So who are the players in this world? Well, look at any of the various rankings of economics blogs — say, the one at Onalytica. I don’t see any of Brooks’s Thought Leaders there. I see a lot of solid professional economists; a number of equally solid economic journalists; and a few people who don’t fall into standard categories, but are by no means the kind of shallow operator Brooks describes. Mike Konczal at Next New Deal, for example, doesn’t fit any of the old categories, but does utterly serious and important work.
Well, and there’s Zero Hedge, but it’s an imperfect world.
Does this new, amorphous system work? Yes! In just the past few years we’ve had what I’d consider three classic economic debates — on the effects of monetary expansion at the zero lower bound, on fiscal multipliers and austerity, on the effects of high debt ratios; the emergence of major new themes involving issues like private-sector leverage and the need for safe assets; and more, all strongly informed by data. Of course most of the people on the losing side of these debates refuse to admit having been wrong, but it was ever thus — science progresses funeral by funeral and all that.
So don’t feel nostalgic for the days of authority figures dominating the discourse. Intellectually, in economics at least, these are the good old days.
Il “Facebook” della teoria economica
David Brooks scrive oggi un buffo articolo sulla nuova professione dei “Leaders del pensiero”. Penso di sapere di chi sta parlando. Ma mi sono messo a pensare su come vanno le cose dalle mie parti – e se le regole del gioco stanno sicuramente cambiando in economia, non c’è niente del genere di quello che descrive David.
Quello che è vero è che c’è stata una importante erosione delle vecchie norme. Era consuetudine che per avere un ruolo nel dibattito economico si dovevano avere credenziali formali ed una posizione autorevole; si doveva essere professori di ruolo in una scuola di primo livello e pubblicare sulle riviste più importanti, o avere un incarico rilevante in un governo. Oggi il dibattito in corso, specialmente in macroeconomia, è molto più libero da condizionamenti.
Ma non ottenete un ruolo importante in quel dibattito pubblicando intelligenti commenti sarcastici più o meno come quelli su “Slate” [1]; lo ottenete dicendo cose intelligenti seguite da dati.
Ovviamente il web ha effettivamente cambiato molte cose, sebbene il processo fosse partito anche prima dell’avvento dei blogs. Le riviste economiche hanno finito di essere un modo per comunicare le idee almeno 25 anni orsono, rimpiazzate dai ‘documenti di lavoro’; la pubblicazione era più un certificato ai fini della cattedra che altro. In parte questo dipese dai lunghi ritardi – all’epoca in cui fu pubblicato il mio lavoro accademico di maggiore successo (sebbene in nessun senso il migliore), nel 1991, c’erano circa 150 saggi di mia conoscenza che avevano preso spunto da esso, e la letteratura sull’area di quel tema faceva i conti con rendimenti calanti. In parte, anche, dipese dal fatto che in alcuni settori ideologie rigide ostacolavano le nuove idee. Se non volete credere a quello che dico, considerate che fu Ken Rogoff, non il sottoscritto, che scrisse della impossibilità di pubblicare una macroeconomia realistica di fronte alla “repressione neoclassica”.
In ogni modo, a questo punto il reale dibattito sulla macroeconomia, e in minor misura in altre discipline, ha luogo nella “econoblogosfera”. Questo è vero anche per la ricerca condotta presso le istituzioni ufficiali come il Fondo Monetario Internazionale e la Fed: la gente legge i propri documenti di lavoro online, e questo è il modo in cui il loro lavoro viene inserito nel dibattito.
Come funziona la “econoblogosfera”? E’ un po’ come nella cultura dei locali da caffè del diciassettesimo secolo che Tom Standage descrive nel suo bel libro “Scrivere sulla parete”. La gente con interessi comuni si incontra in effetti nello cyberspazio (sebbene molti di loro, come accade, possono anche star seduti davvero in un caffè, come io in questo momento), si scambiano le idee, le mettono nero su bianco e poi rendono queste note disponibili agli altri quando pensano che esse siano particolarmente interessanti.
Come spiega Standage, questo sistema informale gradualmente si sviluppò nella struttura moderna delle riviste scientifiche, allorché venne formalizzato il processo dello scrivere le ricerche allo scopo di diffonderle, con i giudizi che diventavano una forma di controllo di qualità. Ma il modo in cui esso ebbe inizio, come dice Standage, fu per aspetti importanti più simile ai ‘social media’ che non alla pubblicazione centralizzata secondo chiari percorsi di autorità.
Ed oro siamo tornati a qualcosa di simile a quel mondo.
Chi sono dunque gli attori, in questo mondo? Ebbene guardate a qualcuna delle varie classifiche dei blogs economici – ad esempio, quella su Onalytica[2] . Non trovo qua nessuno dei ‘leaders del pensiero’ di cui parla Brooks. Vedo un mucchio di solidi economisti di professione; un certo numero di giornalisti economici altrettanto solidi ed un po’ di persone che non ricadono nelle categorie usuali, ma che non sono in nessun senso del genere degli operatori superficiali che Brooks descrive. Mike Konczal col Next New Deal, ad esempio, non corrisponde ad alcuna delle solite categorie, ma fa un lavoro assolutamente serio ed importante.
Ed è vero, c’è anche Zero Hedge [3], ma viviamo in un mondo imperfetto.
Funziona, questo nuovo ed amorfo sistema? Sì! Solo negli ultimi tre anni abbiamo avuto quelli che io considero tre dibattiti economici classici – sugli effetti della espansione monetaria nelle condizioni del limite inferiore di zero dei tassi di interesse, sui moltiplicatori della finanza pubblica e sull’austerità, sugli effetti delle percentuali elevate di debito; l’emergere di importanti nuovi temi che includono problematiche come quelle del rapporto di indebitamento del settore privato e della necessità della sicurezza negli assets, ed altro ancora, il tutto fortemente corredato di dati. Come è naturale, gran parte delle persone, dal lato di coloro che sono stati sconfitti in queste discussioni, rifiutano di ammettere di aver avuto torto, ma così è sempre stato – la scienza progredisce di funerale in funerale, con tutto quanto ne consegue.
Dunque, io non provo nostalgia per i giorni nei quali le persone cosiddette autorevoli dominavano il dibattito. Intellettualmente, almeno in economia, i bei tempi andati sono quelli attuali.
[1] Non ne sono certo. Ma “snark” sicuramente sta per “commento sarcastico” – una combinazione di “snide” (“beffardo”) e “remark” (“Commento, osservazione”). E “Slateish” dovrebbe essere riferito alla rivista liberal “Slate”, con l’aggiunta del suffisso “ish” che può significare “più o meno”, “all’incirca”, “simile a”.
[2] Si tratta di un blog che pubblica le classifiche dei blogs più significativi del mondo. Nell’ultima sono elencati 200 blogs, che ricevono punteggi sotto tre profili: Influenza, Popolarità e un terzo fattore definito “Sovrainfluenza”. L’indice di influenza rappresenta il “fattore di impatto”, che viene riferito al valore del blog più influente in assoluto. La Popolarità viene valutata in termini di conoscenza presso gli altri blogs economici. La Sovrainfluenza corrisponde alla influenza di un blog, rapportata alla influenza che ci si aspetterebbe che esso abbia per effetto della sua popolarità (si noti che in questo terzo caso il punteggio vada inteso in termini relativi, nel senso che la ‘sovrainfluenza’ indica un fattore di interesse verso un sito che è più che proporzionale alla sua notorietà, e dunque essa può avere un punteggio elevato per effetto di una popolarità ‘inferiore’ a quello che si potrebbe precedere data la sua influenza …).
Può essere interessante l’ultima graduatoria con i punteggi relativi (come prevedibile, al primo posto c’è Krugman).
| 1. The Conscience of a Liberal |
100.0 |
100.0 |
1.2 |
|
| New Entry ★ | 2. Economix |
61.7 |
64.9 |
1.1 |
| New Entry ★ | 3. FT Alphaville |
60.8 |
52.0 |
1.4 |
| New Entry ★ | 4. Vox |
57.4 |
56.5 |
1.2 |
| 2 ↓ | 5. Marginal Revolution |
53.1 |
63.4 |
1.0 |
| 2 ↓ | 6. Brad Delong |
50.8 |
61.3 |
1.0 |
| 5 ↓ | 7. Economist’s View |
50.6 |
62.8 |
1.0 |
| 9 ↑ | 8. Zero Hedge |
49.0 |
57.7 |
1.0 |
| 2 ↓ | 9. Naked Capitalism |
40.4 |
48.0 |
1.0 |
| 4 ↓ | 10. Econbrowser |
36.2 |
42.0 |
1.0 |
| – | 11. The Big Picture |
35.9 |
42.6 |
1.0 |
| 2 ↓ | 12. EconLog |
35.9 |
45.3 |
0.9 |
| 4 ↓ | 13. The Money Illusion |
30.2 |
48.0 |
0.7 |
| 9 ↓ | 14. Greg Mankiw’s Blog |
30.1 |
36.6 |
1.0 |
| 5 ↑ | 15. Economic Policy Institute |
28.7 |
35.7 |
0.9 |
| 3 ↓ | 16. Calculated Risk |
28.6 |
25.5 |
1.3 |
[3] “Zero Hedge” è un blog nato nel 2009, abbastanza ‘chiacchierato’ – se ho ben capito – per la supposta presenza tra i fondatori di un tale Ivandjiiski, che si era procurato una condanna per ‘insider trading’. Ma, sempre se ho ben capito, il blog era anche stato protagonista di una serie di posts che avevano messo in evidenza la pratica discutibile se non truffaldina del “flash trading”, a carico di Goldman Sachs.
dicembre 17, 2013
December 17, 2013, 1:30 pm
Dana Milbank has an interesting piece today, on two levels.
He begins:
When will the criticism of Obamacare finally end?
I’ve done some research on the question, and by my calculations, judging from current trends, this will happen approximately . . . never.
He then goes on to compare Obamacare to the auto bailout, which at this point looks like a rousing success — but continues to be lambasted by the right, because it shouldn’t have worked, and therefore can’t have worked.
It’s a clever and apt comparison. But it’s something else, too: Milbank may be funny, but he’s not Shrill (TM). So when you see him asking how conservatives will react to Obamacare’s success, it’s a strong signal that the press is catching up to the reality that December is not October, and that the news — while there are still many troubles — is increasingly positive. Actually, so is Darrel Issa’s angry rebuke to a health care official: “You need to watch more Fox News.”
One thing this says is that GOP expectations that Obamacare’s collapse will lead them to triumph are way off. More generally, current polling — which reflects press coverage over the past couple of months, not the months to comes — is probably a very bad guide to future attitudes.
Il verme della riforma sanitaria di Obama continua a rivoltarsi [1]
Dana Milbank [2] ha oggi un articolo interessante, in un duplice senso.
Inizia così:
“Quando finiranno tutte queste critiche sulla riforma sanitaria di Obama?
Ho fatto alcune ricerche sul tema e secondo i miei calcoli, giudicando dalle tendenze attuali, questo, approssimativamente …. non accadrà mai.
Egli poi passa a confrontare la riforma della assistenza sanitaria di Obama con il salvataggio dell’auto, che a questo punto sembra un esaltante successo – ma continua ad essere fustigato dalla destra, perché non avrebbe dovuto funzionare, e di conseguenza non può aver funzionato [3].
E’ un confronto intelligente ed appropriato. Ma è anche qualcosa d’altro: Milbank può essere buffo, ma non è “Stridulo” [4]. Così, quando lo vedete chiedere come reagiranno i conservatori al successo della riforma sanitaria di Obama, si tratta di un forte segnale che la stampa sta comprendendo che la realtà di dicembre non è quella di ottobre, e che le notizie – per quanto ci siano ancora molti guai – sono sempre più positive. Per la verità, ha lo stesso significato l’irritato rimprovero di Darrel Issa ad un dirigente del settore sanitario: “Lei ha bisogno di guardare di più Fox News” [5].
Quello che questo ci dice è che le aspettative del Partito Repubblicano che un collasso della riforma sanitaria di Obama li porti al trionfo se ne sono andate. Più in generale, i sondaggi odierni – che riflettono le campagne di stampa nei due mesi trascorsi, e non dei mesi a venire – probabilmente sono una pessima guida alla previsione degli atteggiamenti futuri.
[1] Non saprei come tradurre se non letteralmente. E’ un idioma che significa che “anche un verme prima o poi si ribella”, e l’espressione è stata usata in un post precedente appropriatamente. Qua significa che “quel verme” continua a rivoltarsi contro. Ovvero, la riforma di Obama, per quanto attaccata, reagisce con crescente efficacia.
[2] Dana Milbank è un giornalista del Washington Post , dunque di un giornale ‘centrista’ e non pregiudizialmente favorevole ad Obama. Il fatto che il WP paragoni la testardaggine dei repubblicani sugli esiti prossimi della riforma sanitaria alla loro posizione pregiudizialmente ostile all’intervento di Obama sulla industria automobilistica è assai significativo.
[3] Questo, tra parentesi, spiega anche la ragione per la quale questo post è introdotto dal diagramma sul tasso di disoccupazione nel Michigan. Come si vede, il tasso di disoccupazione era salito con la crisi al 14 per cento, ed è ridisceso tra l’8 ed il 9 per cento. Il che significa che, in effetti, l’intervento di salvataggio del settore automobilistico è stato un notevole successo. Ed il post è proprio relativo al confronto tra la vicenda di quel salvataggio e la riforma sanitaria; entrambi manifestazioni della incapacità dei repubblicani a misurarsi con i fatti.
[4] Parrebbe che il termine “shrill” – che significa solo “stridulo”, o magari “petulante” – abbia un significato più preciso nel linguaggio dei Pokemon, e TM starebbe per “Technical Machine” , che è uno strumento di quei videogiochi. Ma questa volta mi arrendo.
[5] Darrel Issa è un congressista repubblicano. Forse il senso è questo: che se i repubblicani non hanno maggiori argomenti che richiamare i servizi di Fox News come fonti di verità, devono essere un po’ agli sgoccioli.
dicembre 16, 2013
December 16, 2013, 5:04 pm
Health Expenditure Is Really Really Big (A Clarifying Note)
OK, for some reason I didn’t see that coming. But when I pointed out that insurers are getting ready to lay out around $500 million to promote policies via the Affordable Care Act — which I see as very good news — a fair number of readers were outraged. Insurers are spending all that money on advertising, when they should be spending it on health care!
Well, yes. And I would, as I said, prefer single-payer — except that if you followed the legislative process at all, you know that Medicare for all wasn’t going to happen in 2010, or probably for decades to come.
But you really do need a sense of the magnitudes here. Outlays by private insurers will be nearly $1 trillion this year. So Obamacare-related advertising, while big news in terms of getting the word out — and a big signal that insurers think it’s a go — amounts to about 0.05 percent of those insurers’ costs. Don’t get bent of shape!
La spesa sanitaria è grande per davvero (una nota di chiarimento)
Va bene, per qualche ragione non mi sono accorto di quello che stava succedendo. Ma quanto ho messo in evidenza che gli assicuratori si stanno apprestando a sborsare circa 500 milioni di dollari di promozione di politiche quali quelle della Legge sulla Assistenza Sostenibile – che ho considerato una notizia assai buona – un discreto numero di lettori si sono sentiti oltraggiati. Gli assicuratori stanno spendendo tutti quei soldi sulla propaganda, quando dovrebbero spenderli sulla assistenza sanitaria!
Ebbene, sì. Ed io preferirei, come ho detto, un sistema con un unico centro di spesa – a parte il fatto che se avete seguito sul serio il percorso legislativo, saprete che nel 2010 non era destino che si avesse una soluzione del tipo “tutto Medicare”, né probabilmente lo sarà per decenni.
Ma in questo caso avete proprio bisogno del senso delle proporzioni. Quest’anno le spese pubblicitarie degli assicuratori privati saranno circa mille miliardi di dollari. Dunque, la pubblicità connessa con la riforma sanitaria di Obama, se è una grande notizia in termini di comunicazione – ed un grande segnale del fatto che gli assicuratori pensano che stia andando – corrisponde a circa lo 0,05 per cento di quei costi assicurativi.
Non è il caso di uscire dai gangheri!
dicembre 16, 2013
December 16, 2013, 4:50 pm
Conservative Wonks, Conservative Politicians, and Recessions
Josh Barro has a good but incomplete post about the conservative inability to deal in any meaningful way with the reality of recessions. As he says, GOP policy prescriptions — deregulate, cut spending (especially on the poor), and cut taxes (on the rich) — are the same when unemployment is above 9 percent as when it is below 5. “How,” he asks, “can a political ideology have nothing to say about how to address recessions?”
But Barro, I’d argue, misrepresents this as a case of doctrinaire, anti-intellectual politicians rejecting the ideas of conservative wonks. No doubt the politicians are indeed anti-intellectual and doctrinaire; and yes, there are some conservative wonks who are voices in the wilderness.
It’s quite wrong, however, to imagine that it’s only dumb politicians who reject the notion that there’s anything special about recessions, and that periods of high unemployment call for different policies than periods of full employment. When I read Barro’s piece, I immediately thought of a diatribe by a *very* prestigious conservative economist, rejecting and ridiculing the idea that “regular economics” — his term — loses any of its validity during times of high unemployment:
Keynesian economics argues that incentives and other forces in regular economics are overwhelmed, at least in recessions, by effects involving “aggregate demand.”
Those scare quotes are significant. If you consider the notion of “aggregate demand” ludicrous, you aren’t just rejecting Keynesian economics; you’re rejecting monetarism, of any form too; you are in effect declaring that Milton Friedman was a fool. In fact, the author of this diatribe ridicules the whole notion that recessions involve some kind of market failure that needs addressing.
So who are we talking about? Um, Robert Barro.
Why would someone really smart — and the elder Barro certainly is, even if he has some problems with history — reject the very notion of a failure of aggregate demand? The answer has to be political — the sense that acknowledging that markets fail, ever, would be the thin edge of the wedge for liberal policies. Whatever the reason, what we have here is the position Barro the younger lambastes as a failure of conservative politicians being taken by one of the most famous, prestigious conservative economists around.
Whatever has gone wrong here, it’s a problem of the conservative intelligentsia as well as the base.
Conservatori specialisti, conservatori politici e recessioni
Josh Barro ha un pezzo interessante ma incompleto sull’incapacità dei conservatori a fare i conti in qualche modo sensato con le recessioni. Come egli dice, le prescrizioni politiche del Partito Repubblicano – deregolamentare, tagliare la spesa (specialmente sui poveri) e tagliare le tasse (sui ricchi) – sono le stesse quando la disoccupazione è attorno al 9 per cento e quando è sotto il 5 per cento. “Come può”, si chiede, “una ideologia politica non aver niente da dire su come affrontare le recessioni?”.
Ma Barro, direi, interpreta questo malamente, come un caso di uomini politici dogmatici ed antintellettuali che respingono le idee degli specialisti conservatori. Nessun dubbio che gli uomini politici siano antintellettuali e dogmatici; ed è vero che ci sono alcuni conservatori specialisti che sono come voci nel deserto.
Tuttavia è piuttosto sbagliato pensare che si tratti soltanto di uomini politici sciocchi che respingono l’idea che ci sia qualcosa di speciale nelle recessioni e che i periodi di alta disoccupazione richiedano politiche diverse dai periodi di piena occupazione. Quando ho letto il pezzo di Barro ho subito pensato alla polemica di un economista conservatore ‘molto’ prestigioso, che rigetta e mette in ridicolo l’idea che una “economia secondo le regole” – questo il termine che usa – perda una parte della sua validità nei periodi di alta disoccupazione:
“L’economia keynesiana sostiene che incentivi ed altri fattori in una economia secondo le regole sono sopraffatti, almeno durante le recessioni, dagli effetti che coinvolgono la ‘domanda aggregata’.”
Queste paurose citazioni sono significative. Se voi considerate la nozione di “domanda aggregata” ridicola, non state solo rigettando l’economia keynesiana; state rigettando anche il monetarismo, in qualsiasi forma; in effetti state dichiarando che Milton Friedman era uno sciocco. Di fatto, l’autore di questa polemica mette in ridicolo l’intero concetto secondo il quale le recessioni riguardano un qualche genere di fallimento del mercato che ha bisogno di essere affrontato.
Dunque, di chi stiamo parlando? Ehm, di Robert Barro [1].
Perché una persona davvero intelligente – e il Barro più anziano certamente lo è, anche se ha qualche problema con la storia – dovrebbe respingere l’intero concetto di un carenza della domanda aggregata? La risposta non può che essere politica – la sensazione che riconoscere che i mercati sbagliano, non di poco, sarebbe la punta sottile di un cuneo per politiche progressiste. Qualsiasi sia la ragione, quello che abbiamo in questo caso è che la posizione che il giovane Barro critica aspramente come un fallimento dei politici conservatori è stata assunta da uno dei più famosi e prestigiosi economisti che ruotano attorno al mondo conservatore.
Qualsiasi cosa non abbia funzionato a questo proposito, si tratta di un problema della intellighenzia conservatrice come della base.
[1] Joshua A. “Josh” Barro è un giornalista americano, attuale direttore di Business Inside. Robert Joseph Barro (born September 28, 1944) è invece un economista americano, docente alla Harvard University. Ed è il padre di Josh.
dicembre 16, 2013
December 16, 2013, 10:55 am
More Paleo-Keynesianism (Slightly Wonkish)
More followup on the state of Keynesian economics. In the Brad DeLong post I cited, he mentions as one of the key planks of New Keynesian (as opposed to old Keynesian) macroeconomics the rejection of the old-fashioned notion of a stable relationship between unemployment and inflation.
Now, you can argue that the notion of a long-term usable unemployment-inflation tradeoff was never really part of Keynesian economics, that it’s a caricature of what 60s Keynesians actually believed. Nonetheless, the stagflation of the 70s was a decisive moment in economic ideology. Stagflation seemed to confirm the Friedman-Phelps notion — based loosely on “microfoundations”, i.e., notions of rational behavior — that sustained inflation would get built into wage and price setting, so that historical correlations between unemployment and inflation would disappear. And this in turn gave a huge push to the anti-Keynesian revolution.
Put it this way: when I was in grad school, I remember lunchtime conversations that went something like this; “I just don’t buy the Lucas stuff — it’s not remotely realistic.” “But these people have been right so far, how can you be sure they aren’t right now?”
But that was then. And here’s a question: How many economists realize that the data since around 1985 — that is, since the Reagan-Volcker disinflation — actually look a lot like an old-fashioned Phillips curve?
Start with the raw data. Here’s unemployment and increases in nonsupervisory wages since 1985:
What you see is that wage growth was low when unemployment was high, and vice versa. Now take annual averages (to avoid overlapping data) and plot the unemployment rate against the wage change over the next year:
There are a couple of possible explanations for the return of the good old-fashioned Phillips curve: anchored inflation expectations, downward sticky nominal wages. I’ll have more thoughts on that later (actually, downward rigidity and anchored expectations I think reinforce each other). But the point is that notions of how inflation works that were formed in the era of stagflation are very much at odds with the way the world has looked, not just since the Great Recession began, but since the mid-1980s. Yet stagflation still shapes both public perceptions and policy.
This matters, a lot. The belief that the economy fluctuates around potential output, that it can’t be persistently below potential, is based ultimately on the natural rate hypothesis, which in turn took over economic thinking during the era of stagflation. This belief, in turn, underlies official estimates of potential output, which as Simon Wren-Lewis notes, causes any sustained slump to get built into official estimates of potential. Hence the official EU view that Spain is near full employment, the notion that Britain in 2007 was a hugely overheated economy with a huge structural budget deficit, and so on. If stagflation-era macro is wrong, so are all of these conclusions.
It is, in short, time to go back to the future.
Ancora sul paleo-keynesismo (leggermente per esperti)
Un qualche seguito sullo stato dell’economia keynesiana. Nel post di Brad DeLong che ho citato, egli ricorda come uno dei punti programmatici principali dell’economia neokeynesiana (all’opposto di quella keynesiana antica) il rigetto del concetto, una volta di moda, di una relazione stabile tra disoccupazione ed inflazione.
Ora, si può sostenere che il concetto di uno scambio durevole nel lungo periodo tra disoccupazione ed inflazione non sia stato mai parte della teoria economica keynesiana, che esso sia una caricatura di quello in cui i keynesiani degli anni ’60 effettivamente credevano. Nondimeno, la stagflazione degli anni ’70 fu un momento decisivo nell’ideologia economica. La stagflazione sembrava confermare l’idea di Friedman-Phelps – genericamente basata su fondamenti microeconomici, ovvero su concetti del cosiddetto comportamento razionale – secondo la quale una prolungata inflazione si sarebbe strutturata in un contesto di salari e di prezzi, in modo tale che la correlazione storica tra disoccupazione ed inflazione sarebbe scomparsa. E questo a sua volta diede un’ampia spinta alla rivoluzione antikeynesiana.
Mettiamola così: quando ero all’università, mi ricordo conversazioni all’ora di pranzo che procedevano all’incirca in questo modo: “Io non abbocco alle idee di Lucas – non sono neanche lontanamente realistiche”. “Ma questa gente sinora ha avuto ragione, come puoi esser certo che non l’abbiano anche adesso?”.
Ma quello accadeva allora. E qua c’è una domanda: come hanno potuto comprendere molti economisti che i dati a partire da circa il 1985 – vale a dire dalla disinflazione di Reagan e Volcker – assomigliavano per davvero alla curva di Phillips un tempo di moda?
Cominciamo con i dati grossolani. Ecco la disoccupazione e gli incrementi dei salari dei lavoratori con funzioni non direttive a partire dal 1985:
Quello che potete vedere è che la crescita dei salari era bassa quando la disoccupazione era elevata, e viceversa. Ora consideriamo le medie annuali (per evitare la sovrapposizione di dati) e rappresentiamo il tasso di disoccupazione a fronte dei mutamenti salariali nel corso dell’anno successivo [1]:
Ci sono un paio di possibili spiegazioni per questo ritorno della curva di Phillips di vecchia concezione: le aspettative di inflazione bloccate ed i salari nominali rigidi verso il basso. Svilupperò a tale proposito ulteriori pensieri successivamente (io penso che in verità la rigidità verso il basso e le aspettative bloccate di inflazione si rafforzino reciprocamente). Ma il punto è che le idee su come si forma l’inflazione che si erano stabilite nell’epoca della stagflazione sono molto diverse dal modo in cui il mondo è apparso, non solo dopo che ebbe inizio la Grande recessione, ma sin dalla metà degli anni ’80. Tuttavia la stagflazione ancora informa sia le percezioni dell’opinione pubblica che la politica.
Questo ha molta importanza. La convinzione che l’economia fluttui attorno alla produzione potenziale, che essa non possa collocarsi in modo persistente al di sotto del potenziale, è basata in ultima analisi sulla ipotesi del tasso naturale [2], che a sua volta prese piede nel pensiero economico durante l’epoca della stagflazione. Questo convincimento, a sua volta, si basa sulle stime ufficiali della produzione potenziale, il che, come nota Simon Wren-Lewis, induce ogni recessione prolungata a venir costruita dentro le stime ufficiali del potenziale. Da qui il punto di vista ufficiale dell’Unione Europea secondo la quale la Spagna sarebbe vicina alla piena occupazione, l’idea che l’Inghilterra nel 2007 sarebbe stata un’economia ampiamente surriscaldata con un largo deficit strutturale di bilancio, e così via. Se la macro della stagflazione era sbagliata, lo sono altrettanto tutte queste conclusioni.
In breve, è il momento di tornare al futuro.
[1] Come si vede, quando la disoccupazione è elevata (asse orizzontale, con i dati più elevati a destra) i mutamenti del salari sono più contenuti (asse verticale, con i dati più elevati in basso); e viceversa.
[2] Di interesse.
dicembre 16, 2013
December 16, 2013, 10:23 am
The Big Money Bets on Obamacare
As Greg Sargent has been pointing out for some time, the startup troubles of Obamacare have divided both the general public and the political class into two different intellectual universes. On one side, Republicans — both the base and the political leadership — have decided that health reform is already a failure; that conviction is actually helping the leadership rein in some of the crazies, by telling them that now is the time to wait and let the political payoff from Obamacare’s collapse fall into their laps.
On the other side, Democrats see a law that got off to a terrible start but is getting rapidly better.
Which is right? There’s data showing a sharp rise in enrollments, but there are continuing problems with the back end, and then there are dueling anecdotes. It would be hard to assess all this objectively even if political passions weren’t running so high.
But one group has a strong incentive to be objective — and also has a much better perspective on what’s really going on than any lay observer. Namely, the insurance industry. So the shoe we’ve all been waiting to see drop — or not — was the surge of advertising urging people buying insurance through the exchanges to buy from me, me, me.
That shoe has just dropped, with $500 million of advertising spending now in the pipeline. Insurers think this is going to work.
Now, some people will see this as bad news. Obamacare is just going to add to insurer profits! And it will indeed make money for the likes of Aetna and Wellpoint. In an ideal world, this wouldn’t be happening: single payer would clearly have been a better system. But it wasn’t going to happen. This was the health reform we could get — and when it works, as the big money now believes it will, it’s going to make a huge, positive difference to millions of lives.
Il grande capitale scommette sulla riforma sanitaria di Obama
Come Greg Sargent viene opportunamente sottolineando da un po’ di tempo, i guai dell’avvio della riforma sanitaria di Obama hanno diviso sia l’opinione pubblica in generale che la classe politica in due diversi universi intellettuali. Da una parte i repubblicani – sia la base che il gruppo dirigente politico – hanno deciso che la riforma sanitaria sia già un fallimento; per la verità, quella convinzione sta aiutando il gruppo dirigente a tenere a freno alcuni di quelli pazzi, dicendo loro che ora è il momento di attendere che il compenso finale derivante dal collasso della riforma sanitaria di Obama caschi nel loro grembo.
Dall’altra i democratici vedono una legge che è partita nel modo peggiore ma sta rapidamente migliorando.
Chi ha ragione? Ci sono i dati che mostrano una forte crescita nelle iscrizioni, ma ci sono problemi che continuano nella parte successiva [1], e poi c’è una contesa di aneddoti. Sarebbe difficile valutare tutto ciò obiettivamente anche se le passioni non fossero così forti.
Ma un gruppo ha un forte incentivo ad essere obbiettivo – ed ha anche una visione molto migliore su quanto sta realmente accadendo di quella di ogni osservatore inesperto. In particolare, il settore delle assicurazioni. Così, il primo fenomeno [2] che ci aspettavamo di veder capitare – oppure no – è stata la crescita delle pubblicità che spinge le persone ad acquistare l’assicurazione attraverso le “borse” [3] dall’uno anziché dall’altro.
Il che è successo, con una spesa di 500 milioni di dollari di propaganda che sono adesso stati messi in programma. Gli assicuratori pensano che la cosa sia destinata a funzionare.
Ora, alcune persone la considereranno come una cattiva notizia. La riforma di Obama sta semplicemente aumentando i profitti degli assicuratori! E in effetti soggetti come Aetna e Wellpoint [4] faranno soldi. In un mondo ideale questo non dovrebbe accadere: un sistema con un unico centro di pagamenti sarebbe chiaramente stato migliore. Ma non era possibile. La riforma sanitaria che ci siamo trovati è stata questa – ed una volta che funzionerà, come il grande capitale ora crede che accadrà, è destinata a produrre una grande e positiva differenza per milioni di vite umane.
[1] Forse si riferisce alle procedure successive a quella del semplice “enrollment”. In effetti io traduco “enrollment” come “iscrizione” ma sarebbe più precisamente una “registrazione”, cioè l’avvio della procedura. Una volta “registrati’ si deve procedere con la scelta di un piano assicurativo e di una assicurazione e con le procedure relative ai sussidi pubblici, se sono dovuti.
[2] L’espressione idiomatica è solitamente usata quando ci si riferisce ad una “first shoe” (“prima scarpa”) che sta per caderci addosso, intendendo implicitamente che la seconda scarpa verrà in seguito e sarà anche peggiore.
[3] Vedi le note sulla traduzione ad “exchanges”.
[4] Naturalmente sono nomi di imprese del settore delle assicurazioni.