December 15, 2013, 8:50 am
I’ve mentioned before that at this point Europe is actually doing worse in the aftermath of the 2007 crisis than it did in the Great Depression. Nick Crafts documents this at greater length, and adds a provocative analysis of debt dynamics.
First, his chart:
He also notes that while many European countries had lower debt ratios in the 30s than they do today, the UK actually had a substantially higher ratio — and even more so after World War II. How did it deal with this debt? Not through the recipe currently being imposed in Europe, of fiscal austerity and internal devaluation. Instead, the UK relied on a cheap-money policy that produced low interest rates and moderate inflation — “financial repression” — with the central bank “subservient” not just to the government, but to government debt-management policies.
In an earlier paper Crafts argued, in effect, that high government debt levels may even have been a sort of advantage, in that they made it possible to credibly commit to inflationary policies. More than a decade ago Gauti Eggertsson made a similar argument for Japan in the 1930s.
So how does the current position of Europe fit into all this? Not well. The central bank isn’t subservient, least of all to debt-management concerns, and the ideology of austerity rules. The result is a continuing slump — despite occasional quarters of growth — and a very bleak outlook.
Se solo fossero gli anni ‘30
Ho ricordato in precedenza che a questo punto l’Europa, all’indomani della crisi del 2007, sta effettivamente andando peggio che durante la Grande Depressione. Nick Crafts lo documenta in modo più ampio, ed aggiunge una analisi provocatoria sulle dinamiche del debito.
Anzitutto, ecco il suo diagramma:
Egli nota anche che mentre i paesi europei hanno tassi di debito più bassi degli anni ’30, il Regno Unito ebbe un tasso sostanzialmente più alto [1] – persino più alto di quello successivo alla seconda Guerra Mondiale. Come si misurò con un debito del genere? Non attraverso la ricetta che attualmente viene imposta in Europa, della austerità della finanza pubblica e della svalutazione interna. Piuttosto, il Regno Unito si basò su una politica del denaro conveniente che produsse bassi tassi di interesse e moderata inflazione – la cosiddetta “repressione finanziaria” – con la banca centrale remissiva non solo al governo, ma anche alle politiche di gestione del debito del governo.
In un precedente studio Crafts, in effetti, aveva sostenuto che alti livelli di debito pubblico possono persino costituire una sorta di vantaggio, in quanto possono rendere possibile impegnarsi credibilmente a politiche inflazionistiche. Più di dieci anni fa Gauti Eggertsson avanzò un argomento simile per il Giappone degli anni ’30.
Come si adatta tutto questo alla attuale posizione dell’Europa? Non bene. La banca centrale non è remissiva, tanto meno alle preoccupazioni di gestione del debito, e domina l’ideologia dell’austerità. Il risultato è una caduta continua – nonostante occasionali trimestri di crescita – ed una prospettiva molta cupa.
[1] Il riferimento mi pare sia all’andamento del debito nei paesi del blocco della sterlina tra il 1929 ed il 1938. Ma il diagramma non è relativo al debito, ma al PIL. Esso misura l’andamento del PIL nelle crisi degli anni trenta (linea grigia per i paesi del blocco della sterlina e linea gialla per i paesi del blocco aureo) e nella crisi dell’area euro dal 2007 in poi (linea rossa).
dicembre 14, 2013
December 14, 2013, 11:19 am
OK, I can’t resist this one — and I think it’s actually important.
Brad DeLong reacts to Binyamin Appelbaum’s piece on Young Stan Fischer by quoting from his own 2000 piece on New Keynesian ideas in macroeconomics, a piece in which he argued that New Keynesian thought was, in important respects, a descendant of old-fashioned monetarism. There’s a lot to that view.
But I’m surprised that Brad stopped there, for two reasons. One is that it’s worth remembering that Fischer staked out that position at a time when freshwater macro was turning sharply to the right, abandoning all that was pragmatic in Milton Friedman’s ideas. The other is that the world of macroeconomics now looks quite different from the world in 2000.
Specifically, when Brad lists five key propositions of New Keynesian macro and declares that prominent Keynesians in the 60s and early 70s by and large didn’t agree with these propositions, he should now note that prominent Keynesians — by which I mean people like Oliver Blanchard, Larry Summers, and Janet Yellen — in late 2013 don’t agree with these propositions either. In important ways our understanding of macro has altered in ways that amount to a counter-counter-counterrevolution (I think I have the right number of counters), giving new legitimacy to what we might call Paleo-Keynesian concerns.
Or to put it another way, James Tobin is looking pretty good right now. (Incidentally, this was the point made by Bloomberg almost five years ago, inducing John Cochrane to demonstrate his ignorance of what had been going on macroeconomics outside his circle.)
Consider Brad’s five points:
1. Price stickiness causes business cycle fluctuations: You clearly need price stickiness to make sense of the data. However, there is now widespread acceptance of the point that making prices more flexible can actually worsen a slump, a favorite point of Tobin’s.
2. Monetary policy > fiscal policy: Not when you face the zero lower bound — and that’s no longer an abstract or remote consideration, it’s the world we’ve been living in for five years. And Tobin, who defended the relevance of fiscal policy, is vindicated.
3. Business cycles are fluctuations around a trend, not declines below some level of potential output: This view comes out of the natural rate hypothesis, and the notion of a vertical long-run Phillips curve. At this point, however, there is wide acceptance of the idea that for a variety of reasons, but especially downward nominal wage rigidity, the Phillips curve is not vertical at low inflation. Again, a very Tobinesque notion, as Daly and Hobijn explain.
4. Policy rules: Not so easy when once in a while you face Great Depression-sized shocks.
5. “Low multipliers associated with fiscal policy”: Ahem. Not when you’re in a liquidity trap.
I do think this is important. Among economists who are actually looking at recent events, not doing a see-no-Keynes, hear-no-Keynes, speak-no-Keynes act, there has been a strong revival of some old ideas in macroeconomics. It’s not just new classical macroeconomics that’s in retreat; we’re also seeing, within the Keynesian camp, a distinct if polite rise of neopaleo-Keynesianism.
La Neo-Paleo-Contro-Contro-Controrivoluzione (per esperti)
Va bene, questa volta non posso resistere – e penso che in verità sia importante.
Brad DeLong reagisce all’articolo di Binyamin Appelbaum sul giovane Stan Fischer citando il suo articolo del 2000 sulle idee neokeynesiane in macroeconomia, nel quale aveva sostenuto che il pensiero neo keynesiano era, sotto importanti aspetti, un discendente del monetarismo un tempo di moda. C’è molta verità in questo punto di vista.
Ma sono sorpreso del fatto che Brad si fermi a quel punto, per due ragioni. Una è che merita ricordare che Fischer tenne quella posizione in un’epoca nella quale la macroeconomia dell’ “acqua dolce” [1] si stava spostando bruscamente a destra, abbandonando tutto quello che era pragmatico nelle idee di Milton Friedman. L’altra è che oggi il mondo della macroeconomia appare notevolmente diverso da quello del 2000.
In modo particolare, quando Brad elenca cinque concetti chiave della macroeconomia neokeynesiana e dichiara che negli anni ’60 e nei primi anni ’70 importanti keynesiani in generale non concordavano con quelle proposizioni, dovrebbe notare che importanti keynesiani – per i quali intendo persone come Oliver Blanchard, Larry Summers e Janet Yellen – non concordano con quei concetti neanche sulla fine del 2013. Per aspetti importanti la nostra comprensione della macroeconomia si è modificata in modi che corrispondono ad una “contro-contro-controrivoluzione” (penso di aver usato il giusto numero di “contro”), dando nuova legittimazione a quelle che potremmo definire le preoccupazioni paleo-keynesiane.
O per dirla in altro modo, James Tobin [2] ha un discreta considerazione in questo momento (tra parentesi, questo era l’argomento che Bloomberg [3] avanzò quasi cinque anni orsono, costringendo John Cochrane a dar prova della sua ignoranza su tutto ciò che era andato avanti nella macroeconomia fuori dalla sua cerchia).
Si considerino i cinque punti di Brad:
1 La rigidità dei prezzi provoca le fluttuazioni del ciclo economico: chiaramente c’è bisogno della rigidità dei prezzi perché i dati abbiano senso. Tuttavia c’è oggi una accettazione generale dell’argomento secondo il quale rendere i prezzi più flessibili può effettivamente peggiorare una depressione, punto di vista favorito di Tobin.
2 La politica monetaria contro la politica della finanza pubblica: ma non quando si è di fronte al limite inferiore dello zero [4] – e quella non è più una considerazione remota o astratta, è il mondo nel quale viviamo da cinque anni. E Tobin, che aveva difeso la rilevanza della politica della spesa pubblica, è risarcito.
3 I cicli economici sono fluttuazioni attorno ad una tendenza, non cadute al di sotto di un qualche livello della produzione potenziale: questo punto di vista deriva dalla ipotesi del tasso naturale, e dal concetto della curva verticale di lungo periodo di Phillips. A questo punto, tuttavia, c’è una accettazione generale della idea che, per una varietà di ragioni, ma specialmente per una rigidità dei salari verso il basso, la curva di Phillips non è verticale in condizioni di bassa inflazione. Ancora un concetto molto ‘tobiniano’, come spiegano Daly e Hobijn.
4 Le regole della politica: non sono così semplici quando d’un tratto ci si trova dinanzi a sconvolgimenti delle dimensioni della Grande Depressione.
5 “I bassi moltiplicatori connessi con la politica della finanza pubblica”. Ebbene, non quando si è in una trappola di liquidità.
Penso che tutto questo sia davvero importante. Tra gli economisti che effettivamente si rivolgono agli eventi recenti, che non professano la posizione del “non vedere-non ascoltare e non-parlare di Keynes”, c’è stata una forte ripresa di alcune vecchie idee della macroeconomia. Non c’è solo un battere in ritirata della macroeconomia neoclassica; stiamo anche assistendo, all’interno del campo keynesiano, ad una distinta anche se garbata ascesa di un neopaleo-keynesismo.
[1] Per “freshwater” e “saltwater” macroeconomia vedi alle note sulla traduzione.
[2] James Tobin (Champaign, 5 marzo 1918 – New Haven, 11 marzo 2002) è stato un economista statunitense, vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 1981. Laureato presso l’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign e alla Harvard University, ove iniziò la sua attività di docente,[1] fu consulente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti e consigliere economico del presidente John F. Kennedy.[1] Insegnò per anni, a partire dal 1955, alla Yale University. Nel 1981 gli fu conferito il Premio Nobel per l’economia per “la sua analisi dei mercati finanziari e le loro relazioni con le decisioni di spesa, con l’occupazione, con la produzione e con i prezzi”
Tobin è noto per la sua proposta di tassazione sulle transazioni internazionali (la “Tobin tax“, diventata il cavallo di battaglia dell’organizzazione Altermondialista Attac) e per la teoria chiamata “q di Tobin“. Tale teoria afferma che il valore di mercato del pacchetto azionario di un’impresa è in grado di misurare la differenza tra il capitale desiderato dall’impresa e il capitale effettivamente posseduto da questa. (Wikipedia)
[3] Il riferimento è ad un articolo sul blog Bloomberg del 27 febbraio 2009, nel quale si dava conto della ‘ispirazione tobiniana’ della politica dello stimulus del Presidente Obama.
[4] Limite nei tassi di interesse, vedi le note sulla traduzione.
dicembre 14, 2013
December 14, 2013, 10:38 am
Some further numerical thoughts on the right of inequality to be considered a “defining challenge.”
Many of the participants in our economic discourse start with the working presumption that inequality is a second-order issue, that the effects of rising inequality — to the extent that these effects are considered worth mentioning at all — are minor compared with the effects of economic growth or the lack thereof. This presumption is so ingrained in the discourse that hardly anyone looks at the numbers. But when you do look at those numbers, you get a shock.
In my previous post I looked at income changes since 2000, and argued that for the bottom 90 percent rising inequality has actually cost more than the economic slump. Obviously that calculation depends on the starting date — and you might also wonder whether the period since 2000 is exceptional.
But look, first, at the long-term trend in inequality. Piketty-Saez have the income share of the bottom 90 percent falling from two-thirds in 1979 to one-half now; that’s roughly 0.9 percent lopped off their income growth per year, for more than three decades. CBO’s numbers aren’t exactly comparable, but they show the income share of the bottom 80 percent declining from 57 to 47 percent over 1979-2007, which means income growth 0.7 percentage point per year slower than in the constant-inequality case.
Those are big numbers. They’re big enough that even if we restrict ourselves to the period 2007-13 — that is, to the Great Recession and the Not-So-Great Recovery — they suggest that the decline in middle-class incomes owes as much to rising inequality as it does to the depressed state of the economy. And this is true even though we’ve suffered the worst economic crisis since the 1930s!
You might be tempted to say that the depressed economy still deserves priority, because recovery is in everyone’s interests, so we should be able to achieve consensus on good short-run macro policies even as we debate inequality. That is, you might be tempted to say this if you’ve been living in a cave these past five years. In practice, debates over macroeconomic policy are just as polarized as debates over inequality — and along pretty much the same lines. That is, the same people who screech “Class warfare!” if you bring up the rising share of the 1 percent also shriek “Greece! Zimbabwe!” if you advocate expansionary fiscal and monetary policies.
So once again, the focus on inequality isn’t a diversion. It’s the right way to move this discussion.
Ineguaglianza e redditi, continuazione
Alcuni ulteriori pensieri statistici sulle ragioni per le quali considerare l’ineguaglianza una “sfida distintiva”.
Molti di coloro che partecipano a questo dibattito economico cominciano con l’ipotesi di lavoro che l’ineguaglianza sia una tema di second’ordine, che gli effetti della crescente ineguaglianza – nella misura in cui questi effetti sono considerati meritevoli di attenzione – siano minori a confronto degli effetti della crescita economica o della assenza di tale crescita. Questa ipotesi è così radicata nel dibattito che a fatica c’è chi guarda i dati. Ma quando si osservano tali dati, si resta sbalorditi.
Nel mio precedente post ho osservato i cambiamenti di reddito dal 2000 ed ho sostenuto che per il 90 per cento della fascia inferiore del reddito, l’ineguaglianza crescente ha effettivamente comportato un costo maggiore della crisi economica. Ovviamente questo calcolo dipende dalla data di partenza – e potreste anche chiedervi se il periodo a partire dall’anno 2000 sia stato eccezionale.
Ma si osservi, in primo luogo, la tendenza di lungo termine dell’ineguaglianza. Piketty-Saez sostengono che la quota del 90 per cento della popolazione con reddito inferiore è caduta dai due terzi del 1979 alla metà di oggi; vale a dire che grosso modo lo 0,9 per cento del loro reddito è stato tagliato anno dopo anno, per più di tre decenni. I dati del Congressional Budget Office non sono esattamente comparabili, ma mostrano che la quota dell’80 per cento della popolazione con reddito inferiore è diminuita dal 57 al 47 per cento nel periodo tra il 1979 ed il 2007, il che significa una crescita del reddito di 0,7 punti percentuali più lenta rispetto alla ipotesi di una ineguaglianza costante.
Sono numeri importanti. Sono talmente importanti che anche se ci restringiamo al periodo 2007-2013 – cioè, alla Grande Recessione ed alla ‘non-così-grande-ripresa’ – essi indicano che il declino dei redditi di classe-media è dipeso dalla crescente ineguaglianza nello stesso modo in cui è dipeso dalle condizioni di depressione dell’economia. E questo è vero pur avendo patito la peggiore crisi economica dagli anni ’30!
Potreste essere propensi a sostenere che l’economia depressa continua a meritare priorità, giacché la ripresa è negli interessi di tutti, dunque dovremmo essere capaci di ottenere consenso su buone politiche economiche a breve termine anche se stiamo discutendo di ineguaglianza. O meglio, potreste essere propensi a sostenere questo se foste vissuti in una grotta nei cinque anni passati. In pratica, i dibattiti sulla politica macroeconomica sono proprio polarizzati nello stesso modo dei dibattiti sull’ineguaglianza – e procedono in gran parte sulle stesse linee. Ovvero, le stesse persone che strillano alla “lotta di classe!” se sollevate il caso della crescita della quota di reddito dello 0,1 per cento della popolazione più ricca, strepitano alla Grecia ed allo Zimbabwe (!!) se sostenete politiche della finanza pubblica e monetarie espansive.
Dunque, ancora una volta concentrarsi sull’ineguaglianza non è un diversivo. E’ il modo giusto per spostare questo dibattito.
dicembre 14, 2013
December 14, 2013, 8:36 am
It has taken an amazingly long time, but inequality is finally surfacing as a significant unifying issue for progressives — including the president. And there is, inevitably, a backlash, or actually a couple of backlashes.
One comes from groups like Third Way; Josh Marshall, I think, characterized that kind of position best:
That captures a lot of what the ‘Third Way’ is about: a sort of fossilized throwback to a period in the late 20th century when there was a market for groups trying to pull the Democrats ‘back to the center and away from the ideological extreme’ in an era when Democrats are the fairly non-ideological party and have a pretty decent record of winning elections in which most people vote.
But there’s also an intellectual backlash, with people like Ezra Klein arguing that inequality, while an issue, doesn’t rate being described as “the defining challenge of our time”. This in turn infuriates others, with Steve Randy Waldman going medieval on Klein.
Well, I’m not infuriated, but I would argue that Ezra has gotten this one wrong. And yes, I’ve expressed skepticism about the simple argument that inequality accounts for our slow recovery; the evidence surveyed in Jared Bernstein’s excellent new paper on the subject eases my skepticism somewhat, but it’s not entirely gone.
The key point, however, is that the case for regarding inequality as a major, indeed defining challenge — and as something that should be at the center of progressive concerns — rests on multiple pillars. Taken together, the reasons to focus on inequality are overwhelmingly convincing, even if you can be skeptical about particular arguments.
Let me make four points.
First, in sheer quantitative terms, rising inequality is what Joe Biden would call a Big Something Deal. Take the Piketty-Saez data on income shares; these show that the share of the bottom 90 percent in income excluding capital gains fell from 54.7 percent in 2000 to 50.4 percent in 2012. This means that the income of the bottom 90 is about 8 percent lower than it would have been if inequality had remained stable. Meanwhile, estimates of the output gap — the extent to which our economy is operating below capacity — are generally less than 6 percent. So in raw numerical terms, rising inequality has done more than the slump to depress middle-class incomes.
You can argue that the damage done by unemployment is greater than the mere income loss, and I’d agree. Still, it’s hard to look at this kind of calculation and dismiss inequality as a secondary issue.
Second, there is a reasonable case for assigning at least partial blame for the economic crisis to rising inequality. The best story involves something like this: high saving by the 1 percent, with demand sustained only by rapidly rising debt further down the scale — and with this borrowing itself partly driven by inequality, which leads to expenditure cascades and so on. Is this a slam-dunk case? No — but it’s serious, and reinforces the rest of the argument.
Third, there’s the political economy aspect, where you can argue that policy failures both before and, perhaps even more crucially, after the crisis were distorted by rising inequality, and the corresponding increase in the political power of the 1 percent. Before the crisis, there was an elite consensus in favor of deregulation and financialization that was never justified by the evidence, but aligned closely with the interests of a small but very wealthy minority. After the crisis, there was the sudden turn away from job creation to deficit obsession; polling suggests that this wasn’t at all what the average voter wanted, but that it did reflect the priorities of the wealthy. And the insistence on the importance of cutting entitlements is overwhelmingly a 1 percent thing.
Finally, very much tying in with this, is the question of what progressive think tanks should research. Klein suggests that “how to fight unemployment” should be a more central topic than “how to reduce inequality.” But here’s the thing: we know how to fight unemployment — not perfectly, but good old basic macroeconomics has worked very well since 2008. There’s no mystery about the economics of our slow recovery — that’s what happens when you tighten fiscal policy in the face of private deleveraging and monetary policy is constrained by the zero lower bound. The question is why our political system ignored everything macroeconomics has learned, and the answer to that question, as I’ve suggested, has a lot to do with inequality.
The causes of soaring inequality, on the other hand, are more mysterious; so are the channels through which we might reverse this trend. We know some things, but there is much more room for new knowledge here than in business cycle macro.
So inequality is definitely a defining challenge; whether it is “the” defining challenge can be argued, but it makes very good sense for progressives to focus much of their energy on the issue. And yes, it’s also true that inequality is easier to explain to the public than demand-side macroeconomics — but since these concerns are complements rather than substitutes, that’s not something that should induce any feelings of guilt.
In short: go populism go.
L’ineguaglianza come una sfida distintiva [1]
C’è voluto un tempo incredibilmente lungo, ma alla fine l’ineguaglianza sta emergendo come un tema significativamente unificante per i progressisti – incluso il Presidente. E c’è, inevitabilmente, un contraccolpo, o per la verità una coppia di contraccolpi.
Uno viene da gruppi come Terza Via; Josh Marshall, penso, abbia descritto quel genere di posizione nel migliore dei modi:
“Questo esprime gran parte di ciò di cui ‘Terza Via’ si occupa: una sorta di fossilizzato ritorno al passato ad un periodo dell’ultima parte del XX Secolo quando c’era spazio per gruppi che cercavano di spingere i democratici ‘verso il centro e fuori dagli estremismi ideologici’, in un’epoca nella quale i democratici sono il partito ragionevolmente non-ideologico ed hanno una prestazione abbastanza dignitosa di vittorie in elezioni nelle quali votano la maggior parte degli elettori.”
Ma c’è anche un contraccolpo intellettuale, con persone come Ezra Klein che sostengono che l’ineguaglianza, sebbene sia un tema, non merita di essere descritta come “la sfida distintiva del nostro tempo”. Questo a sua volta fa infuriare altri, con Steve Randy Waldman che dà del medioevale a Klein.
Ebbene, io non sono infuriato ma vorrei sostenere che questa volta Ezra sbaglia. Ed è vero, io ho espresso scetticismo sul solo argomento che l’ineguaglianza abbia un peso agli effetti della nostra lenta ripresa; in qualche modo i fatti esaminati da Jared Bernstein nel suo nuovo eccellente studio sul tema semplificano il mio scetticismo, ma esso non è del tutto risolto.
L’aspetto fondamentale, tuttavia è che la tesi di considerare l’ineguaglianza come una importante, davvero distintiva sfida – e come qualcosa che dovrebbe stare al centro delle preoccupazioni dei progressisti – si fonda su molteplici punti di forza. Considerate complessivamente, le ragioni per concentrarsi sull’ineguaglianza sono completamente convincenti, anche se si può essere scettici su alcuni particolari argomenti.
Fatemi avanzare quattro punti.
Il primo, in termini meramente quantitativi, la crescente ineguaglianza è quello che Joe Biden chiamerebbe una “faccenda davvero grossa”. Si prendano i dati di Piketty-Saez sulle quote di reddito: essi mostrano che la quota di reddito del 90 per cento della fascia inferiore, esclusi i profitti da capitale, è caduta dal 54,7 per cento del 2000 al 50,4 per cento del 2012. Questo significa che il reddito del 90 per cento della fascia inferiore è di circa l’8 per cento più basso di quello che sarebbe stato se l’ineguaglianza fosse rimasta stabile. Nel frattempo, le stime sul differenziale di prodotto – la misura nella quale la nostra economia sta operando al di sotto delle sue possibilità – sono in generale inferiori del 6 per cento. Dunque, in termini numerici grossolani, la crescente ineguaglianza ha fatto di più della crisi nel deprimere i redditi della classe media.
Si può sostenere che il danno fatto dalla disoccupazione sia più grande della mera perdita di reddito, ed io sono d’accordo. Eppure, è difficile guardare a calcoli di questo genere e liquidare l’ineguaglianza come una questione secondaria.
Il secondo, c’è un motivo ragionevole per assegnare almeno una parziale responsabilità della crisi economica alla crescente ineguaglianza. L’argomento più forte riguarda questa circostanza: elevati risparmi da parte dell’1 per cento (della popolazione più ricca), con una domanda sostenuta soltanto da un debito rapidamente crescente più in basso nella scala – e con questo indebitamento che è esso stesso guidato dall’ineguaglianza, il che porta a spese a cascata e così via. E’ un argomento definitivo [2]? No – ma è serio e rafforza il resto del ragionamento.
Il terzo, c’è un aspetto di politica economica, per il quale si può sostenere che i fallimenti sia prima che, forse ancora più fondamentalmente, dopo la crisi siano stati stravolti dalla crescente ineguaglianza, e dalla crescita corrispondente del potere politico dell’1 per cento (della popolazione più ricca). Prima della crisi ci fu una unanimità delle classi dirigenti a favore della deregolamentazione e della finanziarizzazione che non furono mai giustificate dai fatti, ma si allinearono strettamente agli interessi di una piccola ma ricchissima minoranza. Dopo la crisi ci fu l’improvviso spostamento dal tema della creazione di posti di lavoro alla ossessione del deficit; i sondaggi mostrano che quello non era affatto quello che voleva la maggioranza degli elettori, ma rifletteva le priorità dei più ricchi. E l’insistenza sulla importanza dei tagli ai programmi sociali è qualcosa che riguarda completamente l’1 per cento (della popolazione più ricca).
Infine, strettamente collegata con tutto questo, c’è la questione di che cosa dovrebbe essere oggetto di analisi dei gruppi di ricerca progressisti. Klein suggerisce che “come combattere la disoccupazione” dovrebbe essere una tematica più centrale del “come ridurre l’ineguaglianza”. Ma il punto è proprio lì: noi sappiamo come combattere la disoccupazione – non perfettamente, ma una buona macroeconomia di base ha operato assai bene a partire dal 2008. Non c’è alcun mistero sull’economia della nostra lenta ripresa – è quello che accade quando si restringe la politica della finanza pubblica a fronte di una riduzione del rapporto di indebitamento privato, e la politica monetaria è limitata dal limite inferiore dello zero [3]. La domanda è perché il nostro sistema politico ha ignorato tutto ciò che era stato appreso dalla macroeconomia, e la risposta a tale domanda, come ho mostrato, ha molto a che fare con l’ineguaglianza.
Le cause delle crescente ineguaglianza, d’altro lato, non sono misteriose; così come non lo sono i canali attraverso i quali potremmo invertire questa tendenza. Alcune cose le conosciamo, ma c’è molto più spazio qua per una nuova conoscenza che nella macroeconomia del ciclo economico.
Dunque l’ineguaglianza è sicuramente una sfida distintiva; se essa sia “la” sfida distintiva può essere discusso, ma è assolutamente sensato per i progressisti concentrare molte delle loro energie su quel tema. E sì, è anche vero che l’ineguaglianza è più facile da spiegare alla opinione pubblica della macroeconomia – ma dal momento che queste preoccupazioni sono complementari e non sono in alternativa l’una con l’altra, non sono cose che dovrebbero indurre ad alcun senso di colpa.
In breve: avanti col populismo!
[1] Il termine “defining” – “caratterizzante”, “distintivo” (di un epoca …) – probabilmente era contenuto nel discorso sulla ineguaglianza recentemente pronunciato da Obama.
[2] Penso che “slam-dunk” sia nel senso del termine sportivo “schiacciata” ….
[3] Dei tassi di interesse. Per “zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.
dicembre 13, 2013
December 13, 2013, 10:36 am
Ezra Klein is puzzled (or at least says he is; I suspect he understands it perfectly) by Republican hypocrisy on health care. For many years the GOP has advocated things that are supposed to bring the magic of the marketplace and individual incentives to health care: higher deductibles to give people “skin in the game”, competition among private insurers via exchanges — competition that would include reducing costs by limiting networks — and, of course, for cuts in Medicare. Now the GOP complains bitterly that some Obamacare policies have high deductibles, that it relies on the horror of exchanges, that some networks are limited, and that there are cuts in Medicare.
Klein suggests that Republicans are really upset by other aspects of Obamacare, but are going after the easy targets even though they’re attacking their own ideas. In a sense he’s right, but as I said, I suspect that he knows that the issue is both bigger and simpler than he says.
What underlies what Jonathan Chait calls the Heritage uncertainty principle? He describes it thus:
Conservative health-care-policy ideas reside in an uncertain state of quasi-existence. You can describe the policies in the abstract, sometimes even in detail, but any attempt to reproduce them in physical form will cause such proposals to disappear instantly. It’s not so much an issue of “hypocrisy,” as Klein frames it, as a deeper metaphysical question of whether conservative health-care policies actually exist.
The question should be posed to better-trained philosophical minds than my own. I would posit that conservative health-care policies do not exist in any real form. Call it the “Heritage Uncertainty Principle.”
Well, actually it’s pretty simple. The purpose of most health care reform is to help the unfortunate — people with pre-existing conditions, people who don’t get insurance through their jobs, people who just don’t earn enough to afford insurance. Cost control is also part of the picture, but not the dominant part. And what we’re seeing right now, in any case, seems to confirm a point some of us have been making for a long time: controlling costs and expanding access are complementary targets, because you can’t sell things like cost-saving measures for Medicaid and limits on deductibility of premiums unless they’re part of a larger scheme to make the system fairer and more comprehensive.
And here’s the thing: Republicans don’t want to help the unfortunate. They’ll propound health-care ideas that will, they claim, help those with preexisting conditions and so on — but those aren’t really proposals, they’re diversionary tactics designed to stall real health reform. Chait finds Newt Gingrich more or less explicitly admitting this.
Hence the rage of the right. Here they were, with a whole raft of ideas they could throw out, like chaff thrown out to confuse enemy radar, to divert and confuse any attempt to actually provide insurance to the uninsured. And those dastardly Democrats have gone ahead and actually incorporated those ideas into real reform.
Once you realize this, you also realize that people who warn that by opposing Obamacare Republicans are undermining their own proposals are missing the point. Yes, the Ryan plan to privatize Medicare looks a lot like Obamacare — but Ryan comes to Medicare not to save it, but to bury it, so the question of whether his plan could work is irrelevant.
There’s no mystery here; it’s just top-down class warfare as usual.
Un mistero spiegato della assistenza sanitaria
Ezra Klein è perplesso (o almeno dice di esserlo; io sospetto che capisca perfettamente) sulla ipocrisia repubblicana in materia di assistenza sanitaria. Per molti anni il Partito Repubblicano ha sostenuto cose che si supponeva portassero la magia dei mercati e degli incentivi individuali alla assistenza sanitaria: importi detraibili più alti per dare alla gente una competizione “più spinta” tra gli assicuratori privati attraverso le ‘borse’ [1] – una competizione che avrebbe comportato una riduzione dei costi attraverso una limitazione delle reti – e, ovviamente, per fare tagli a Medicare. Ora il Partito Repubblicano si lamenta che alcune politiche della riforma dell’assistenza di Obama comportino importi detraibili elevati, che essa si basi sull’orrore delle ‘borse’, che alcune reti siano limitate e che ci siano tagli a Medicare.
Klein suggerisce che i repubblicani siano in realtà arrabbiati con altri aspetti della riforma obamiana, ma che stiano perseguendo obbiettivi più semplici anche se stanno andando contro le loro stesse idee. In un certo senso ha ragione ma, come ho detto, penso che egli sappia che il tema è al tempo stesso più ampio e più semplice di quello che dice.
Cosa sta sotto quello che Jonathan Chait chiama il ‘principio dell’incertezza’ di Heritage [2]? Egli lo descrive in questo modo:
“Le idee sulla politica della assistenza sanitaria dei conservatori derivano da una incerta condizione di semi-esistenza. Potete descrivere quelle politiche in astratto, talora persino nei dettagli, ma ogni tentativo di riprodurle in forma fisica farà scomparire all’istante tali propositi. Non si tratta tanto di una questione di “ipocrisia”, come schematizza Klein, quanto di una più profonda domanda metafisica che attiene alla stessa esistenza di politiche di assistenza sanitaria presso i conservatori.
La domanda dovrebbe essere posta a menti più esperte di filosofia di quanto non sia la mia. Io direi che politiche conservatrici di assistenza sanitaria non esistono in forme in qualche modo reali. Chiamiamolo il “Principio di Incertezza di Heritage”.
Ebbene, in effetti è abbastanza semplice. Il proposito di gran parte della riforma della assistenza sanitaria è aiutare le persone meno fortunate – persone con precedenti patologie sanitarie, persone che non hanno l’assicurazione nei loro posti di lavoro, persone che non guadagnano abbastanza da permettersi di pagare una assicurazione. Un parte del quadro è anche il controllo dei costi, ma non una parte dominante. E quello a cui stiamo adesso assistendo, in ogni caso, sembra confermare un punto che alcuni di noi avevano avanzato da lungo tempo: il controllo dei costi e l’ampliamento degli accessi sono obbiettivi complementari, perché non si può fare accettare cose come il risparmio sui costi di Medicaid e i limiti delle deducibilità sulle polizze assicurative, se essi non sono parte di uno schema più ampio che rende in sistema più giusto e più inclusivo.
E qua è il punto: i repubblicani non vogliono aiutare quelli che hanno meno fortuna. Proporranno idee di assistenza sanitaria che, a loro giudizio, aiutano coloro che hanno precedenti patologia sanitarie e così via – ma quelle non sono delle vere proposte, sono dei diversivi, tattiche rivolte a bloccare la vera riforma sanitaria. Chait scopre che Newt Gingrich più o meno lo sta ammettendo.
Di qua la rabbia della destra. Loro erano a quel punto, con un intero mucchio di idee di cui potevano disfarsi, come scarti da buttar fuori per confondere i radar nemici, per sviare e confondere ogni tentativo di fornire effettivamente assicurazione a coloro che non sono assicurati. E quei democratici in modo ignobile sono andati avanti ed hanno incorporato quelle idee in un vera riforma.
Quando capite questo, vi rendete anche conto che alle persone che mettono in guardia i repubblicani perché opponendosi alla riforma di Obama mettono a repentaglio le loro stesse proposte, sta sfuggendo la sostanza. Sì, il piano di Ryan per privatizzare Medicare assomiglia non poco alla riforma di Obama – ma Ryan si occupa di Medicare non per salvarla, bensì per seppellirla, dunque la domanda se il suo piano potrebbe funzionare è irrilevante.
Non c’è alcun mistero; è solo lotta di classe come al solito, dei ricchi contro i poveri.
[1] Vedi alla voce “exchanges” nelle note sulla traduzione. Più in generale, sui temi e termini della riforma della assistenza sanitaria vedi le voci “Medicare” e “Medicaid”.
[2] Famosa e fondamentale Fondazione della destra americana.
dicembre 13, 2013
December 13, 2013, 10:12 am
Over at the Economix blog, Binyamin Appelbaum has a post about Stan Fischer’s role in the early development of New Keynesian macroeconomics. I was a student at MIT at the time, and remember Stan assigning papers on long-term contracts, which he viewed as one possible way to think about the sources of nominal price and wage stickiness – which he obviously considered both a clear fact about the world and important.
What’s interesting, as Appelbaum notes, is that the revival of Keynesian ideas was taking place at a time when Chicago was proclaiming Keynes gone, vanquished, consigned to the dustbin of history, pushing up the daisies, joined the choir invisible (hand invisible?). So why was Stan not willing to go with the seemingly triumphant paradigm?
One answer, I’d suggest, was his friendship and collaboration with Rudi Dornbusch, who was leading international macroeconomics in a direction very different from where Lucas and later Prescott were taking the domestic side of the field.
You can argue that even without Rudi’s leadership, international macro would probably have rejected the perfectly-flexible-prices, it’s-all-equilibrium tendency. For even a cursory look at international data makes a compelling case for short-run price stickiness. Exchange rates behave like asset prices, swinging wildly year to year; goods prices move much less, which means that the real exchange rate – the relative price of two currencies, deflated by the ratio of price levels in the two countries, fluctuates wildly too. But the real exchange rate is the relative price of two bundles of goods; it’s a real variable. It’s very hard to tell a story about why it should move the way it does without invoking some kind of price stickiness.
Look, for example, at the Japan-US real exchange rate, defined as yen per dollar * US CPI / Japan CPI:
The nominal rate and the real rate have swung wildly, and always in tandem, which makes perfect sense if you think of the exchange rate as an asset price and goods prices as sticky, but is very hard to justify in a neoclassical model.
So international macro was probably going to stay relatively Keynesian, simply because the facts had such a well-known Keynesian bias. But Rudi Dornbusch brought something extra: he showed how to bring rational expectations, at least as a hypothesis, into the sticky-price paradigm, and showed that you could do interesting, fun stuff with the combination.
I was Rudi’s student when he was working out the classic “overshooting” model, and got to see a bit of the struggle involved – because like almost all seemingly simple ideas in economics, it was the product of a lot of hard thinking. What emerged, however, was hugely influential, even though I don’t think many people regard it as the main explanation of currency volatility.
Rudi asked what would happen if a central bank for some reason suddenly and permanently increased the money supply. In the long run, just about all economists agreed that this would lead to an equal proportional rise in the price level and depreciation of the currency. In the short run, however, prices are clearly sticky, and expansionary monetary policy reduces interest rates. So what happens to the currency? As Rudi pointed out, the fall in the interest rate would induce investors to move their money abroad unless they expected the currency to rise. And the only way that could happen was for the currency to depreciate past its long-run value – to overshoot – so that it could be expected to appreciate back to that value over time.
As I said, this isn’t the real reason currencies fluctuate so much, but no matter. Rudi showed that you could produce interesting, provocative analyses by recognizing the role of forward-looking financial markets while retaining a realistic view of price behavior in goods markets. This, in turn, meant that the best and brightest students in international macro didn’t throw Keynes out the window. And at MIT, where Rudi’s influence was strong, it meant that even those in domestic macro, like Olivier Blanchard – and Stan Fischer – retained a skeptical attitude toward the neoclassical takeover.
Ken Rogoff had a very good paper on all this, in which he also says something about the state of affairs within the economics profession at the time:
The Chicago-Minnesota School maintained that sticky prices were nonsense and continued to advance this view for at least another fifteen years. It was the dominant view in academic macroeconomics. Certainly, there was a long period in which the assumption of sticky prices was a recipe for instant rejection at many leading journals. Despite the religious conviction among macroeconomic theorists that prices cannot be sticky, the Dornbusch model remained compelling to most practical international macroeconomists. This divergence of views led to a long rift between macroeconomics and much of mainstream international finance …
There are more than a few of us in my generation of international economists who still bear the scars of not being able to publish sticky-price papers during the years of new neoclassical repression.
Notice that this isn’t the evil Krugman talking; it’s the respectable Rogoff. Yet he too is in effect describing neoclassical macro as a sort of cult, actively suppressing alternative approaches. What he gets wrong is in the part I’ve elided with my “…”, in which he asserts that this is all behind us. As we saw when crisis struck, Chicago/Minnesota had in fact learned nothing and was pretty much unaware of the whole New Keynesian enterprise — and from what I hear about macro hiring, the suppression of ideas at odds with the cult remains in full force.
Anyway, the point was that international macro — which was my home within macro — never bought into the nonsense, largely thanks to the Dornbusch influence.Thank you, Rudi.
Rudi Dornbusch e la salvezza della macroeconomia internazionale (per esperti)
Su Economix Blog, Bimyamin Appelbaum ha un post sul ruolo di Stan Fischer nei primi sviluppi della macroeconomia neokeynesiana. Allora ero studente al MIT e ricordo Stan che assegnava temi sui contratti a lungo termine, che egli considerava come un modo possibile per pensare alle origini della rigidità dei prezzi nominali e dei salari – che evidentemente considerava sia un fatto indiscutibile della realtà che una cosa importante.
Quello che è interessante, come nota Applebaum, è che la ripresa di idee keynesiane stava affermandosi in un’epoca nella quale Chicago dichiarava che Keynes era uscito di scena, era stato sbaragliato, consegnato al dimenticatoio della storia, morto e sepolto [1], aveva raggiunto il coro invisibile (la mano invisibile?). Perché dunque Stan non ebbe voglia di seguire il paradigma che in apparenza trionfava?
Una risposta, suggerirei, era la sua amicizia e collaborazione con Rudi Dornbusch [2], che stava indirizzando la macroeconomia internazionale in un verso assai diverso da quello verso il quale Lucas e l’ultimo Prescott stavano portando gli esponenti nazionali della disciplina.
Si può sostenere che anche senza la guida di Dornbusch, la macroeconomia internazionale avrebbe rifiutato la tendenza dei prezzi-perfettamente-flessibili, ovvero dell’equilibrio generale. Perché persino un’occhiata fugace alle statistiche internazionali fornisce un esempio convincente sulla vischiosità dei prezzi nel breve periodo. I tassi di cambio si comportano come i prezzi degli assets, oscillando paurosamente di anno in anno; i prezzi dei beni si muovono molto meno, il che significa che il reale tasso di cambio – il prezzo relativo di due valute, deflazionate dalla componente dei livelli dei prezzi nei due paesi, anch’esso fluttua in modo rilevante. Ma il tasso di cambio reale è il prezzo relativo di due pacchetti di beni; è esso la variabile vera. E’ molto difficile dare una spiegazione sulle ragioni per le quali esso si dovrebbe muovere come in effetti si muove, senza ricorrere ad un qualche tipo di rigidità nei prezzi.
Si osservi per esempio il reale tasso di cambio tra Giappone e Stati Uniti, definito come rapporto tra yen e dollaro sulla base dell’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti e nel Giappone:
Il tasso nominale e il tasso reale hanno oscillato in modo impressionante, e sempre in tandem, il che rende del tutto sensato che si pensi al tasso di cambio come ad un prezzo di un asset ed ai prezzi dei beni come rigidi, ma è molto difficile giustificare tutto ciò in un modello neoclassico.
Dunque, la macroeconomia internazionale era probabilmente destinata a restare relativamente keynesiana, semplicemente perché i fatti avevano un ‘pregiudizio’ keynesiano piuttosto evidente. Ma Rudi Dornbusch ci aggiunse qualcos’altro; mostrò come ricondurre le aspettative razionali, almeno come ipotesi, dentro il paradigma dei prezzi rigidi, e mostrò che attraverso questa combinazione si potevano fare cose interessanti e divertenti.
Io ero uno studente di Rudi quando egli stava trovando una soluzione al modello classico della “eccedenza” [3], è potei rendermi conto in qualche misura della battaglia che ne derivò – perché come quasi tutte le idee apparentemente semplici in economia, esse sono il prodotto di un pensiero assai impegnativo.
Quello che emerse, tuttavia, ebbe una vasta influenza, anche se non penso che molte persone lo considerino come la spiegazione principale della volatilità delle valute.
Rudi si chiese cosa sarebbe successo se per qualche ragione una banca centrale avesse, in modo improvviso e definitivo, accresciuto l’offerta di moneta. Quasi tutti gli economisti concordavano che questo avrebbe portato ad una eguale crescita in proporzione del livello dei prezzi e della svalutazione della valuta. Nel breve periodo, tuttavia, i prezzi sono chiaramente rigidi, ed una politica monetaria espansiva riduce i tassi di interesse. Dunque, cosa accade alla valuta? Come Rudi mise in evidenza, la caduta nel tasso di interesse indurrebbe gli investitori a spostare i loro soldi all’estero, a meno che non si aspettino che la valuta risalga. Ed il solo modo nel quale ciò potrebbe avvenire sarebbe che la moneta svaluti il suo precedente valore di lungo periodo – in questo senso “ecceda”, vada oltre il bersaglio – cosicché ci si potrebbe aspettare che essa si rivaluti nel corso del tempo.
Come ho detto, non è questa la ragione reale per la quale le monete fluttuano così tanto, ma non è questo l’importante. Rudi mostrò che si potevano produrre analisi interessanti e provocatorie riconoscendo il ruolo del ‘guardare in avanti’ dei mercati finanziari, nel mentre si mantiene un punto di vista realistico sul comportamento dei mercati delle merci. Questo, a sua volta, comportava che gli studenti migliori e più acuti della macroeconomia internazionale non buttarono Keynes fuori dalla finestra. E al MIT, dove l’influenza di Rudi era così forte, significò che anche gli studiosi della macroeconomia all’interno di una nazione, come Olivier Blanchard – e Stan Fisher – mantennero un atteggiamento scettico nei confronti del successo neoclassico.
Ken Rogoff scrisse un saggio molto bello su tutto questo, nel quale disse anche qualcosa a proposito dello stato dell’arte all’interno della disciplina economica a quel tempo:
“La Scuola di Chicago e del Minnesota continuò a pensare che la rigidità dei prezzi fosse un non senso e procedette con quel punto di vista per almeno un’altra quindicina d’anni. Era il punto di vista dominante nella macroeconomia accademica. Certamente, ci fu un lungo periodo nel quale l’assunto dei prezzi rigidi era una ricetta per una bocciatura immediata da parte di molte riviste più importanti. Nonostante la convinzione religiosa tra i teorici della macroeconomia che i prezzi non possono essere rigidi, il modello di Dornbusch rimase convincente per i macroeconomisti internazionali con maggior senso pratico. Questa divergenza di punti di vista provocò una prolungata frattura tra la macroeconomia e gran parte della corrente principale della finanza internazionale ….
Ci sono non pochi di noi, nella mia generazione di economisti internazionali, che ancora portano i segni del non essere stati capaci di pubblicare studi sui prezzi rigidi durante gli anni della nuova repressione neo-classica.”
Si noti che chi sta parlando non è il malefico Krugman; è il rispettabile Rogoff. Eppure anche lui in sostanza descrive la macroeconomia neoclassica come un sorta di culto, capace di sopprimere energicamente approcci alternativi. Dove lui sbaglia è nella parte che io ho espunto con i puntini (….) , nella quale sostiene che tutto questo è alle nostre spalle. Come abbiamo constatato quando la crisi è scoppiata, la Scuola di Chicago e del Minnesota di fatto non ha imparato niente ed è rimasta assai inconsapevole della complessiva intraprendenza Neokeynesiana – e da quello che sento dire a proposito di assunzioni di economisti, la soppressione delle idee in contrasto con il culto rimane in pieno esercizio.
In ogni modo, il punto era che la macroeconomia internazionale – che è stata casa mia, all’interno dell’economia – non ha mai preso per buona la moda dell’insensatezza, in gran parte grazie alla influenza di Dornbusch. Grazie Rudi.
[1] “Push up the daises” è un idioma brutale nonostante le “margherite”, letteralmente “far crescere le margherite”.
[2] Rudiger “Rudi” Dornbusch (Krefeld, 8 giugno 1942 – Washington, 25 luglio 2002) è stato un economista tedesco. Ha studiato all’Università di Ginevra ed ha conseguito nel 1971 il Ph.D. presso l’Università di Chicago. Robert Mundell, premio Nobel dell’economia nel 1999, scoprì le sue grandi doti durante una visita all’Università di Ginevra e lo portò con sé all’Università di Chicago. Al Mit è stato per 27 anni. La sua impronta alla moderna economia internazionale l’ha fornita oltre che con i suoi numerosi scritti sulle più importanti riviste scientifiche anche seguendo più di 125 tesi di Ph.D. I suoi contributi pubblicati su riviste ed in capitoli di libri ammontano a più di 300. Il suo testo universitario sulla macroeconomia scritto a quattro mani con Stanley Fischer è un manuale per i corsi di base di economia che negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso è stato il più diffuso a livello mondiale. Una traduzione non autorizzata del libro è stata diffusa clandestinamente anche nell’ex Cecoslovacchia. Dornbusch è famoso tra l’altro per la sua teoria dell’overshooting del tasso di cambio. Possedeva una didattica unica che lo ha portato ad elaborare grafici innovativi per far comprendere meglio il suo pensiero. (Wikipedia)
[3] Il modello della “eccedenza” o l’ipotesi del tasso di cambio eccedente è una spiegazione per la elevata volatilità dei tassi di cambio che fu proposta per primo da Rudi Dornbusch. Le configurazioni principali del modello includono gli assunti che i prezzi dei beni sono rigidi, o lenti a modificarsi, nel breve periodo, mentre I prezzi delle valute sono flessibili, che l’ “arbitraggio” regge i mercati degli assets, tramite l’equazione sulla parità dell’interesse “non coperto”, e che le aspettative sui mutamenti dei tassi di cambio sono ‘coerenti’ – vale a dire razionali. (Wikipedia, dall’inglese)
Cercando di chiarire un po’ più semplicemente, si consideri che per “arbitraggio” si intende quella condizione del trarre un vantaggio istantaneo tra le differenze dei prezzi su due mercati, come acquistare qualcosa ad un prezzo basso e rivenderlo ad un prezzo più elevato. Diciamo che è un termine che rimanda più al sostantivo “arbitrio” che al sostantivo “arbitro”, o meglio ancora che rimanda ad un concetto di vantaggio di chi conosce una provvisoria opportunità. Quanto al concetto di “parità di interessi non-coperti”, il termine “non-coperti” dovrebbe significare che non sono garantiti da soluzioni come quelle di contratti che proteggono dai rischi dei tassi di cambio delle valute. In quel caso la loro parità consiste nel fatto che, nel più lungo periodo, entrano in gioco meccanismi di correzione che eliminano la possibilità di profitti sugli interessi “non coperti”. Gli investitori che operano sul lungo periodo, in quel caso sono protetti dal fatto che ci si attende una correzione degli squilibri.
dicembre 12, 2013
December 12, 2013, 11:48 am
I’ve been getting a fair bit of correspondence wondering why I haven’t written about the negotiations for a Trans Pacific Partnership, which many of my correspondents and commenters regard as something both immense and sinister.
The answer is that I’ve been having a hard time figuring out why this deal is especially important.
The usual rhetoric — from supporters and opponents alike — stresses the size of the economies involved: hundreds of millions of people! 40 percent of global output! But that tells you nothing much. After all, the Iceland-China free trade agreement created a free trade zone with 1.36 billion people!!! But only 300,000 of those people live in Iceland, and nobody considers the agreement a big deal.
The big talk about TPP isn’t that silly. But my starting point for things like this is that most conventional barriers to trade — tariffs, import quotas, and so on — are already quite low, so that it’s hard to get big effects out of lowering them still further.
The deal currently being negotiated involves only 12 countries, several of which already have free trade agreements with each other. It’s roughly, though not exactly, the TPP11 scenario analyzed by Petri et al (pdf). They’re pro-TPP, and in general pro-liberalization, yet even so they can’t get big estimates of gains from that scenario — only around 0.1 percent of GDP. And that’s with a model that includes a lot of non-standard effects.
An aside: one little-known aspect of the literature on trade liberalization is that to get any kind of large effect it’s necessary to drop the assumption that markets are highly competitive and efficient, and assume instead that there are large inefficiences that will be reduced as a result of international competition. This was the case for people claiming large gains from 1992 in Europe, and it’s the case for TPP now. I’m not saying that this is wrong — the Melitz model in which inefficient firms don’t get driven out unless there’s increased external pressure is a beautiful thing. But it’s sort of dissonant with the overall pro-market feel of this stuff.
Oh, and 1992 was kind of a disappointment, wasn’t it?
As I read it, to make TPP something really important you have to (a) bring China inside, which isn’t on the table right now and (b) have major effects on foreign direct investment.To be fair, NAFTA seems to have had effect (b) — but NAFTA changed the political environment in Mexico in a way TPP probably won’t.
OK, I don’t want to be too dismissive. But so far, I haven’t seen anything to justify the hype, positive or negative.
Trans Pacific Partnership [1]
Sto ricevendo un po’ di corrispondenza nella quale ci si meraviglia che non stia scrivendo niente sui negoziati per una Trans Pacific Partnership, che molti dei miei corrispondenti e commentatori considerano o come qualcosa di straordinario o come qualcosa di sinistro.
La risposta è che ho qualche difficoltà ad immaginare le ragioni per le quali questo accordo sarebbe particolarmente importante.
La consueta retorica – tra i sostenitori come tra gli oppositori – insiste sulle dimensioni delle economie coinvolte: centinaia di milioni di persone! Il 40 per cento della produzione globale! Ma questo non ci dice molto. Dopo tutto, l’accordo di libero commercio tra la Cina e l’Islanda ha creato una zona di libero scambio con un miliardo e 360 milioni di persone !! Ma solo 360 mila di questi individui vivono in Islanda, e nessuno considera l’intesa un grande tema.
Il gran discorrere sul TPP non è così sciocco. Ma il mio punto di partenza per cose del genere è che le più convenzionali barriere al commercio – tariffe, quote dell’import, e così via – sono già abbastanza basse, cosicché è difficile ottenere grandi effetti dall’abbassarle ulteriormente.
L’accordo attualmente in corso di negoziazione riguarda soltanto 12 paesi, alcuni dei quali hanno già accordi di libero scambio gli uni con gli altri. Si tratta grosso modo, sebbene non esattamente, dello scenario del TPP 11 [2] analizzato da Petri ed altri (disponibile in pdf). Essi sono favorevoli al TPP, e in generale favorevoli alla liberalizzazione, eppure ciononostante non possono fornire grandi stime dei vantaggi di quello scenario – soltanto qualcosa come lo 0,1 del PIL. E quello scenario si basa su un modello di effetti non convenzionali.
Un inciso: un aspetto poco noto della letteratura sulla liberalizzazione degli scambi è che per ottenere un qualche ampio effetto è necessario lasciar cadere l’assunto che i mercati siano altamente competitivi ed efficienti, e considerare invece che ci sono ampie inefficienze che sono riducibili in conseguenza della competizione internazionale. Questo fu il caso delle persone che sostenevano la possibilità di grandi vantaggi nell’Europa del 1992, ed è oggi il caso del TPP. Non sto dicendo che sia sbagliato – il modello di Melitz secondo il quale le imprese inefficienti non vengono liquidate senza una accresciuta competizione esterna è un’ottima cosa. Ma c’è una certa dissonanza con il sentimento generale favorevole al mercato implicito in questo genere di cose.
Per giunta, il 1992 fu una specie di delusione, non è così?
Per come leggo il problema, per rendere in qualche modo importante il TPP si dovrebbe: a) coinvolgere la Cina, che in questo momento non è al tavolo; b) avere importanti effetti sugli investimenti diretti stranieri. Per essere onesti, il NAFTA sembra avere avuto quegli effetti di cui al punto b) – ma il NAFTA cambiò l’ambiente politico nel Messico in un modo nel quale probabilmente il TPP non farà.
Lo riconosco, non voglio essere troppo liquidatorio. Ma sinora non ho visto niente che giustifichi tutto il battage pubblicitario, positivo o negativo che sia.
[1] Il TPP, nella forma distesa come nel titolo, è un tentativo di accordo commerciale in corso tra le seguenti nazioni: Australia, Brunei, Cile, Canada, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam. Ha suscitato molto dibattito e proteste la segretezza di tali trattative; nel novembre del 2013 una copia del capitolo sulle regole di riservatezza dell’accordo è stato pubblicato di Wikileaks.
[2] Il Trans Pacific Partnership ebbe origine nel 2005, come un accordo tra quattro paesi (TPP4) – Brunei, Cile, Nuova Zelanda e Singapore – e si viene via via ampliando a nuove nazioni interessate. Poiché al momento le nazioni coinvolte sono 12, il TPP 1 dovrebbe essere una versione appena precedente. Non mi è chiaro se nel frattempo cambino gli accordi, o più probabilmente si amplino i negoziati che ancora non hanno prodotto un esito finale.
dicembre 12, 2013
December 12, 2013, 8:36 am
As many people have noted, a strange thing has happened on the fiscal policy front. Intellectually, the case for austerity has pretty much collapsed, having been reduced at this point to the Three Stooges Theory: we’re supposed to consider austerity a success because it feels good when you stop, or at least let up. At the same time, however, austerity policies continue to be imposed, on both sides of the Atlantic.
And amid the punditizing over the latest budget deal, it’s worth considering just how unprecedented US austerity has been. Look at total government spending — federal, state, and local — and correct it for inflation, as measured by the core personal consumption expenditures deflator (the Fed’s preferred measure). (It doesn’t matter much which measure you use, but this one has less noise). Smooth it out by looking at three-year changes. Here’s what you get:
You can see that there was a brief, modest spurt in spending associated with the Obama stimulus — but it has long since been outweighed and swamped by a collapse in spending without precedent in the past half century. Taking it further back is tricky given data non-comparability, but as far as I can tell the recent austerity binge was bigger than the demobilization after the Korean War; you really have to go back to post-World-War-II demobilization to get anything similar.
And to do this when the private sector is still deleveraging and interest rates are at the zero lower bound is just awesomely destructive.
Austerità senza precedenti
Come molte persone hanno notato, è successa una cosa strana sul fronte della politica della finanza pubblica. Intellettualmente, gli argomenti a favore dell’austerità sono in buona parte implosi, riducendosi a questo punto alla “Teoria dei tre marmittoni” [1]: si ritiene di considerare l’austerità un successo perché ci si sente meglio quando la si interrompe, o almeno la si attenua. Nello stesso tempo, tuttavia, si continuano ad imporre le politiche di austerità, su entrambe le sponde dell’Atlantico.
E nel mentre dilagano i commenti sull’ultimo accordo per il bilancio, vale la pena di considerare quanto questa austerità degli Stati Uniti sia stata senza precedenti. Si guardi alla spesa totale dello Stato – federale, degli stati e locale – e la si corregga per l’inflazione, come viene misurata dal deflatore fondamentale delle spese per i consumi personali (il metro di misura preferito dalla Fed [2]). (Non conta molto quale misura si utilizza, ma questa ha molti meno fattori di disturbo). La si spalmi in modo da osservare i mutamenti in un triennio. Ecco quello che si ottiene:
Si può notare che vi fu un breve, modesto impulso alla spesa associato con lo stimulus di Obama – ma esso è stato da molto tempo sovrastato e sommerso da un crollo nella spesa che non ha precedenti negli ultimi cinquanta anni. Andare anche più indietro è complicato dalla non comparabilità dei dati, ma per quello che posso dire la recente ‘scorpacciata’ di austerità è stata maggiore della smobilitazione dopo la guerra di Corea; si deve davvero tornare alla smobilitazione successiva alla Seconda Guerra Mondiale per trovare qualcosa di simile.
E fare questo nel mentre il settore privato sta ancora riducendo il suo rapporto di indebitamento ed i tassi di interesse sono al limite inferiore di zero è solo paurosamente distruttivo.
[1] Vedi il post del 6 dicembre.
[2] Per “core inflation” ed “headline inflation” vedi le note sulla traduzione.
dicembre 11, 2013
December 11, 2013, 2:14 pm
It goes without saying that Obamacare had a disastrous rollout. But it’s not October any more. Enrollment is rising fast, and administration officials — who have every reason not to overpromise after what happened last time — are sounding increasingly confident.
Yet as Greg Sargent notes, right-wing pundits, from Bill Kristol to the WSJ, have clearly decided that the GOP will win big in 2014 by running against the Obamacare debacle. The possibility that it might not be perceived as a debacle by November — that it might even be perceived as a qualified success — doesn’t seem to figure at all in their thinking.
Why the disconnect? Well, it’s feeling to me a lot like the later months of the 2012 campaign, when the polls clearly pointed to an Obama win but Republicans lived in a closed information loop where such information was excluded — the only polls they heard about were “unskewed” to remove the unwelcome information.
So right now I see a lot of analyses that take the October-November average enrollment and present it as the shape of things to come — see, enrollment is far behind the predicted pace, and it’s mainly Medicaid! No acknowledgment of the reality that these numbers are weighed down by a non-functional website that’s pretty functional now, that the pace has accelerated dramatically, and that experience in Massachusetts tells us to expect a surge of enrollment, especially among healthy Americans, as the deadline for avoiding the penalty approaches.
Meanwhile, polling on health reform is already improving, even though a majority of voters don’t yet know how much better the signup process is working.
Obviously a lot of things can happen in the months ahead. But 2014 may be more like 2012 than anyone imagines.
La sensazione non distorta
Non è il caso di ripetere che la riforma sanitaria di Obama ha avuto un avvio disastroso. Ma ora non è più ottobre. Le iscrizioni stanno salendo velocemente, e i dirigenti della Amministrazione – che dopo quello che è successo l’ultima volta hanno tutte le ragioni per non esagerare con le promesse – sembrano sempre più fiduciosi.
Tuttavia, come nota Greg Sargent, i commentatori della destra, da Bill Kristol al Wall Street Journal, hanno evidentemente deciso che il Partito Repubblicano vincerà alla grande nel 2014 cavalcando la débâcle della riforma della assistenza. La possibilità che essa possa non essere percepita come una debacle di qua a novembre – che anzi possa essere percepita come un successo qualificante – non sembra comparire affatto nei loro pensieri.
C’è una ragione per questa mancata percezione? Ebbene, io ho una sensazione molto simile agli ultimi mesi della campagna elettorale del 2012, quando i sondaggi indicavano chiaramente una vittoria di Obama ma i repubblicani vivevano in un circolo vizioso informativo dal quale tale notizia era esclusa – gli unici sondaggi cui davano ascolto erano quelli “non distorti”, allo scopo di rimuovere la indesiderata notizia.
Dunque, in questo momento vedo molte analisi che considerano il dato delle iscrizioni medie in ottobre-novembre e lo considerano come lo stato dell’arte prossimo venturo – vedete, le iscrizioni sono molto al di sotto del ritmo previsto, e dipende principalmente da Medicaid! Nessuna volontà di vedere che questi dati sono alterati da un sito informatico difettoso che ora sta quasi cominciando a funzionare, che il ritmo si è accelerato in modo spettacolare, e che l’esperienza nel Massachusetts ci dice che è probabile una risalita nelle iscrizioni, specialmente tra gli americani più ricchi, nel mentre si avvicina l’ultima scadenza per evitare le penalizzazioni.
Nel frattempo, i sondaggi sulla riforma sanitaria stanno già migliorando, anche se la maggioranza degli elettori ancora non sa quanto il processo delle iscrizioni stia migliorando.
Ovviamente, sono molte le cose che possono succedere nei mesi a venire. Ma il 2014 è più probabile che assomigli al 2012 di quanto tutti si immaginano.
dicembre 11, 2013
December 11, 2013, 7:55 am
Via Mark Thoma, David Cay Johnston has a great piece noting that today’s service economy is in many ways like the Edwardian-era economy in which a small number of wealthy people employed a large number of servants — except that we tend to outsource the service, relying on restaurants and cleaning services instead of cooks and maids. And our outsourced servants are, he notes, arguably paid and treated worse than the in-house servants of the past, even in absolute terms — let alone relative to per capita GDP.
It’s a novel and useful way to think about just how unequal our society has grown.
Al piano superiore, al piano inferiore e fuori casa
Per il tramite di Mark Thoma, apprendo che David Cay Johnston ha scritto un bell’articolo nel quale osserva che l’economia dei servizi ai nostri giorni in molti sensi è come l’economia nell’epoca edoardiana, nella quale un piccolo numero di persone ricche occupava un largo numero di domestici – sennonché noi tendiamo a collocare il servizio all’esterno, contando sui ristoranti e sui servizi di pulizia anziché sui cuochi e sulle donne di servizio. Ed i nostri domestici ‘esternalizzati’ sono, osserva, probabilmente peggio pagati e trattati dei domestici all’interno delle abitazioni del passato, persino in termini assoluti – figuriamoci in termini di PIL pro-capite.
E’ un modo inedito ed utile per pensare a come la nostra società sia cresciuta in modo proprio ineguale.
dicembre 11, 2013
December 11, 2013, 7:48 am
Izabella Kaminska reports on a “strongly worded” riposte to the secular stagnation hypothesis, in which analysts at Independent Strategy declare that we don’t have inadequate demand, we have debt causing the economy to grow above potential. Unfortunately, the paper itself isn’t available, only Kaminska’s description, so I can’t see how strong the wording is. If her description is accurate, however, some other stuff is … not so strong. For it seems that like so many writers in this area, the authors don’t understand the meaning of potential output.
Once again, potential output is a supply-side concept. Just as structural unemployment is defined as the lowest rate of unemployment consistent with stable low inflation, potential output is defined as the highest level of output consistent with stable low inflation.
If you want to claim that an economy has grown unsustainably above potential, you need to show me the accelerating inflation. In particular, if the Great Moderation era of rising debt was a case of growth above potential, it should be an era that ended with inflation well above where it started. It wasn’t:
They seem to conclude that growth has been above potential by noting that there were a lot of bad investments made during the bubble. Indeed there were; what does this have to do with this particular question?
I’d also note that their invocation of Germany as an example of how you can avoid secular stagnation despite low population growth is curious. It’s true that Germany is doing OK in terms of sustaining demand — but only by running enormous trade surpluses. In fact, I would cite Germany as an example of why we should take secular stagnation seriously. Germany is not experiencing large private-sector deleveraging; it has near-zero nominal short-term interest rates, and hence strongly negative real rates; yet it is able to achieve more or less full employment only thanks to that gigantic external surplus. Since we can’t all run huge surpluses, this is a bad omen.
Maybe the paper itself is less confused than it seems to be as described — but Kaminska is usually pretty good about such things. But I do find that people have an amazingly hard time keeping the difference between supply and demand in macroeconomics straight, and this sounds like another example.
Incomprensioni potenziali
Izabella Kaminska riferisce di una risposta “con toni accesi” alla ipotesi della stagnazione secolare, con la quale gli analisti di Indipendent Strategy affermano che non abbiamo una domanda inadeguata, bensì un debito che provoca una crescita dell’economia al di sotto del suo potenziale. Sfortunatamente il saggio originale non è disponibile, solo la sintesi della Kaminska, cosicché non posso rendermi conto di quanto sia forte il linguaggio. Se la sua descrizione è accurata, tuttavia, un qualche altro aspetto … non è così forte. Perché sembra che come molti scrittori in questa area, gli autori non capiscano il significato di produzione potenziale.
Per l’ennesima volta, produzione potenziale è un concetto dal lato dell’offerta. Proprio come per disoccupazione strutturale si intende il più basso tasso di disoccupazione compatibile con una inflazione stabilmente bassa, per produzione potenziale si intende il più elevato livello di produzione compatibile con una inflazione stabilmente bassa.
Se volete sostenere che una economia è cresciuta insostenibilmente al di sotto del suo potenziale, è necessario che mi facciate vedere l’inflazione che accelera. In particolare, se la Grande Moderazione era un esempio di crescita al di sopra delle potenzialità, doveva essere un periodo che terminò con una inflazione ben al di sopra di dove era partita. Non fu così:
Essi sembrano concludere che quella crescita era stata al di sopra del suo potenziale perché vi furono una quantità di pessimi investimenti fatti durante la bolla. In effetti fu così; ma cosa ha a che fare con questo tema specifico?
Vorrei anche notare che il loro appellarsi alla Germania come un esempio di come si può evitare la stagnazione secolare nonostante una bassa crescita della popolazione è singolare. E’ vero che la Germania sta ottenendo buoni risultati quanto a sostegno della domanda – ma solo realizzando enormi surplus commerciali. In realtà, io prenderei il caso della Germania come un esempio delle ragioni per le quali dovremmo considerare sul serio la stagnazione secolare. La Germania non sta sperimentando una ampia riduzione del rapporto di indebitamento nel settore privato; essa ha tassi di interesse nominali a breve termine vicini allo zero e di conseguenza tassi di interesse reali fortemente negativi; tuttavia è capace di ottenere più o meno la piena occupazione solo grazie a quel gigantesco surplus con l’estero. Dal momento che non possiamo tutti realizzare surplus, si tratta di un brutto presagio.
Forse lo studio è in sé meno confuso di come sia stato descritto – anche se la Kaminska di solito è abbastanza brava in cose del genere. Ma mi accorgo che la gente ha per davvero molti problemi nell’afferrare correttamente la differenza tra offerta e domanda in economia, e questo parrebbe un altro esempio.
dicembre 10, 2013
December 10, 2013, 8:46 pm
Sorry about blog silence; real life intruded.
Before all that, I wrote a post about Marty Feldstein, a conservative economist who imagines himself to be a Republican — but who in fact has no place in today’s GOP. Feldstein, you see, is a perfectly ordinary Keynesian who believes — as he should — that expansionary fiscal policy is expansionary. And he’s under the delusion that there are people with actual political influence on the right who might be persuaded to support temporary fiscal stimulus.
Ramesh Ponnuru, it seems, falls into the same general category. He calls on Republicans to abandon their “inflation paranoia”, their continuing insistence that the Fed’s efforts to boost the economy will produce a debased dollar and runaway inflation any day now, even though they have — as even Politico notes — been wrong, year after year, for five years straight.
Like Feldstein, Ponnuru is appealing to the economically sensible wing of the GOP. But that wing doesn’t exist.
Think of it as a matrix:
Clearly, the big ideological divide in America is between people who want to maintain the welfare state and maybe expand it a bit and those who want to shrink it sharply. At the same time, there is a divide between people who buy into more or less sensible economics — as defined by what’s in the textbooks, or if you prefer by what the supposedly representative group of economists regularly surveyed by the Chicago school of business has to say — and those holding views most professional economists consider crankish.
In principle, there could be a significant number of politicians in all four boxes: say, liberals who believe in the superiority of central planning over markets, or conservatives who nonetheless believe that Keynes had a point.
In practice, left-wing cranks have never played a significant role in US politics, while right-wing cranks always have. Still, back in the days of George HW Bush — and even, to some extent, in the days of Bush the lesser — there were politicians in the lower left box.
But no more. The GOP’s top policy wonk — he’s actually innumerate, but don’t tell anyone — gets his ideas on monetary policy from an Ayn Rand character. The GOP went all in for expansionary austerity and looming hyperinflation, and has shown no hint of learning from actual events. The only people actually listening to Feldstein and Ponnuru are, well, liberals. (Bruce Bartlett has figured this out, and I suspect that Josh Barro has too.)
It would take more time and energy than I have right now to try to explain how this happened. But it’s simply a fact about our current debate.
Scatole vuote di economia politica
Spiacente per il silenzio sul blog, si è intromessa la vita reale.
Prima di tutto ciò, avevo scritto un post su Marty Feldstein, un economista conservatore che si immagina di essere un repubblicano – ma per il quale non c’è di fatto alcuno spazio nel Partito Repubblicano odierno. E’ sotto l’influsso dell’illusione che a destra ci siano persone con una reale influenza politica che potrebbero essere persuase a concordare temporaneamente con misure di sostegno all’economia.
Ramesh Ponnuru, a quanto pare, ricade nella medesima categoria. Invita i repubblicani ad abbandonare la “paranoia dell’inflazione”, la loro continua insistenza secondo la quale gli sforzi della Fed per incoraggiare l’economia produrranno ad un certo punto un dollaro svalutato ed una inflazione fuori controllo, anche se hanno avuto torto – come perfino Politico nota – per cinque anni di fila, anno dopo anno.
Come Feldstein, Ponnuru si appella all’ala economicamente ragionevole del Partito Repubblicano. Solo che quell’ala non esiste.
Si ragioni come si trattasse di una matrice [1]:
Chiaramente, il grande fossato ideologico in America è tra le persone che vogliono mantenere lo stato assistenziale e magari espanderlo un po’ e coloro che vogliono restringerlo bruscamente. Contemporaneamente, c’è una divisione tra le persone che accettano una economia più o meno ragionevole – come è definita da ciò che è scritto nei libri di testo, o se si preferisce da ciò che esprime il gruppo che li rappresenta degli economisti regolarmente sotto l’influsso della scuola di economia aziendale di Chicago – e coloro che si attengono a punti di vista che gran parte degli economisti di professione considerano stravaganti.
All’inizio, poteva esserci un numero significativo di uomini politici che rientrava in tutti e quattro i riquadri: diciamo, liberals che credevano nella superiorità della pianificazione centralizzata sui mercati, o conservatori che comunque ritenevano che Keynes avessi argomenti.
In pratica, gli stravaganti di sinistra non hanno mai giuocato una parte importante nella politica statunitense, mentre gli stravaganti di destra l’hanno sempre avuto. Eppure, ancora nei tempi di George HW Bush [2] e persino, in qualche misura, nei tempi di Bush il ‘minore’ – c’erano uomini politici nel riquadro più in basso a sinistra.
Ma non più. Il gotha dei più autorevoli esperti di politica del Partito Repubblicano – in verità inadatti alla matematica, ma non ditelo a nessuno – derivano le loro idee di politica monetaria dalla figura di Ayn Rand [3]. Il Partito Repubblicano aderì pienamente alle teorie della austerità espansiva e della iperinflazione incombente, e non ha mostrato alcun segno di aver imparato qualcosa dagli eventi. Le uniche persone che effettivamente ascoltano Feldstein e Ponnuru sono proprio i liberals (Bruce Bartlett è arrivato a capirli, e sospetto anche Josh Barro).
Vorrei avere più tempo e voglia di quanto non ne abbia adesso per provare a spiegare come è accaduto. Ma, nel dibattito in corso, questo è semplicemente un fatto.
[1] I quattro riquadri della matrice derivano dall’incrocio di due coppie di categorie: sulla linea orizzontale, coloro che sono per il mantenimento dello Stato Assistenziale e coloro che sono per un suo brusco ridimensionamento. Su quella verticale, coloro che sono più o meno ragionevoli in materia economica, e coloro che sono stravaganti o ciarlatani. Non ci sono democratici a favore di un brusco restringimento dello Stato assistenziale, come non ci sono più repubblicani a favore del suo mantenimento (che invece erano addirittura prevalenti, all’epoca di Eisenhower ad anche di Nixon). Al tempo stesso non ci sono democratici tra gli stravaganti (anche perché le stravaganze ‘di sinistra’ non contano niente), e non ci sono più repubblicani tra gli ‘economicamente ragionevoli’ (come invece ce ne era ancora quando ci si basava sull’insegnamento economico di Milton Friedman, sicuramente conservatore ma consapevole di un qualche ruolo dello Stato nell’economia).
[2] Si tratta del Bush padre.
[3] Vedi la note sulla traduzione.
dicembre 9, 2013
December 9, 2013, 3:30 pm
The deficit scolds have not had a good year. They’ve seen their forecasts of fiscal disaster fizzle; they’ve seen their favorite economic analyses crash and burn; they’ve seen the rise of a faction with actual power in the Democratic party that refuses to acknowledge their wisdom. This last bit is crucial: deficit scoldery has always depended on the illusion of consensus, in which all the, well, serious people agreed that debt is the most important enemy.
What the scolds have left, however, is a significant part of the press corps that hasn’t gotten the memo, that still believes, for some reason, that all normal journalistic standards should be set aside when the deficit is concerned, that even news reporters should openly take sides. And so, as Kevin Drum points out, today’s WaPo has a report on the apparent mini-budget deal that simply takes it for granted that the failure to achieve a large-scale deficit reduction plan is a terrible failure.
Actually, it’s even worse than Drum suggests. Leave aside the extent to which this is an editorial posing as a news report. There’s also deeply misleading reporting on the facts. Near the end of the piece, we are told
Where would that leave the nation’s financial outlook? Not in a particularly good place, budget analysts say. The most recent Congressional Budget Office projections show the red ink receding over the next two years. But annual deficits would start growing again in 2016 as the baby-boom generation moves inexorably into retirement. And the debt would again soar.
Ah. So we look at the CBO’s latest projection, and right on the cover we see this:
See that debt soar! Or, actually, be more or less stable for the next decade. In fact, CBO’s projections are distinctly non-alarming even 20 years out.
It’s also curious who the article cites as authorities. Mainly it’s Bill Bixby of the Concord Coalition (part of the Pete Peterson hydra). Now, the last time I mentioned Bixby, I think, was in the context of the fiscal responsibility reward Concord and two other groups gave to Paul Ryan. When challenged on that award, Bixby responded with an outright falsehood:
Paul Ryan .. Bixby announced, had “earned his Fiscy Award really by being the first [congressman] in several years to step forward with a specific scorable budget plan that would actually solve the nation’s long-term structural deficits.”
There were two problems with this. First, Ryan’s plan, the “Roadmap for America’s Future,” wasn’t truly “scorable”—he had instead simply given the CBO estimates for future revenue and spending, prompting the organization to note that its analysis “does not represent a cost estimate…”
Still, is Bixby at least as authoritative as the people the article quotes on the other side of the issue? Well, whaddya know — the article doesn’t quote anyone on the other side of the issue. There are, as it happens, plenty of people at think tanks who don’t consider the deficit a pressing issue; there are also plenty of analysts you could quote who aren’t professional deficit scolds. But none of those people gets mentioned in the article.
The thing is, this kind of “reporting” has actually been normal on matters fiscal. The only surprise is that so little has changed.
Contrattacco dei censori più oltranzisti del deficit [1]
I censori del deficit non hanno passato un buon anno. Hanno visto le loro previsioni di un disastro della finanza pubblica far cilecca; hanno visto le loro analisi economiche preferite crollare e andare in fumo; hanno visto crescere una corrente con un effettivo potere nel Partito Democratico che rifiuta di riconoscere la loro saggezza. L’ultimo aspetto è fondamentale: il gruppo dei censori del deficit si è sempre basato sull’illusione del consenso, secondo la quale tutte, proprio così, le persone serie concordavano che il debito era il nemico più importante.
Quello che i censori hanno mantenuto, tuttavia, è una parte rilevante del corpo dei giornalisti che non ha ricevuto il messaggio, che ancora ritiene, per qualche ragione, che tutte le normali regole giornalistiche dovrebbero essere messe da parte quando si tratta di deficit, che neppure le cronache dovrebbero apertamente prendere posizione. E così, come nota Kevin Drum, il Washington Post di oggi ha un resoconto sull’apparente accordo sul mini-bilancio che semplicemente dà per certo che il non aver trovato l’accordo su una riduzione del deficit su vasta scala sia un terribile fallimento.
In verità, è anche peggio di quello che Drum suggerisce. Lasciamo da parte in quale misura questa sia una posizione editoriale sulla cronaca giornalistica. C’è anche un resoconto profondamente fuorviante dei fatti. Verso la fine dell’articolo, ci viene detto:
“In quali condizioni ciò lascerebbe le prospettive finanziarie del paese? In una situazione niente affatto buona, dicono gli analisti dei bilanci. Le più recenti previsioni del Congressional Budget Office mostrano che i conti in rosso diminuiscono negli ultimi due anni. Ma i deficit annuali ricominceranno a crescere col 2016, quando la generazione dei ‘baby-boomers’ si sposterà inesorabilmente nell’età del pensionamento. Ed il debito salirà in alto nuovamente.”
Ma guarda. Andiamo dunque alle ultime previsioni del CBO e proprio sulla copertina vediamo questo diagramma:
Vedete come schizza il debito! O magari, in verità, sembra più o meno stabile nel prossimo decennio. Di fatto, le previsioni del CBO sono chiaramente non allarmanti anche entro 20 anni.
E’ anche curioso chi nell’articolo viene citato come autorità. Principalmente si tratta di Bill Bixby della Concord Coalition (un tentacolo dell’idra di Pete Peterson). Ora, l’ultima volta che parlai di Bixby, penso, fu nel contesto del premio per la responsabilità in materia di finanza pubblica che Concord ed altri due gruppi assegnarono a Paul Ryan. Quando venne chiamato in causa su quel premio, Bixby rispose con una assoluta bugia:
“Paul Ryan … ha annunciato Bixby, ha ‘guadagnato questo Premio in materia di finanza pubblica essendo realmente il primo (congressista) in vari anni che si fa avanti con un piano di bilancio dettagliatamente articolato che risolverebbe effettivamente i deficit strutturali di lungo periodo della nazione.”
In questo, c’erano due problemi. Il primo, che il piano di Ryan, la “Roadmap per il futuro dell’America”, non era affatto “dettagliato” – egli aveva piuttosto semplicemente fornito le stime del CBO sulle entrate e sulle spese future, suggerendo alla organizzazione di osservare che questa analisi “non rappresenta una stima dei costi …”. [2]
E poi, è Bixby almeno altrettanto autorevole delle persone che l’articolo cita come voci opposte? Ebbene, chi lo sa? – l’articolo non cita nessuna voce dall’altra parte dello schieramento. Ci sono, come è normale, una quantità di individui presso i gruppi di ricerca che non considerano il deficit un tema urgente; ci sono anche una quantità di analisti che si potrebbero citare che non sono censori di professione dei deficit. Ma nessuno di questi individui viene citato nell’articolo.
Il punto è: questo genere di “cronache” è stato effettivamente normale sui temi della finanza pubblica. La sola sorpresa è quanto poco le cose siano cambiate.
[1] Da quanto comprendo – ricorro ad un Dizionario ‘speciale’ come Urban – “deadender” sarebbe un neologismo utilizzato per descrivere il comportamento di coloro che resistono ad oltranza in un comportamento … come i ‘franchi tiratori’ in una guerra ormai persa, o come coloro che si attardano in una sala cinematografica oltre la fine del film per ‘smaltire’ la profusione di lacrime! Ma si usa anche per coloro che non vanno a votare perché sono disgustati dalla mancanza di scelte gradite. Noi diremmo oltranzista forse nel primo caso, sicuramente non nel terzo. Il secondo, poi, è una categoria originale.
[2] Nel testo in inglese questo periodo viene rappresentato come parte della citazione di Bixby. Ma a me sembra che si tratti evidentemente di una ripresa del testo delle considerazioni di Krugman.
dicembre 9, 2013
December 9, 2013, 8:36 am
As we all know, there are three kinds of economists. There are liberal professional economists; there are conservative professional economists; and there are professional conservative economists (aka right-wing hacks). Surely, you say, there must be four kinds? Not really — there just isn’t enough money on the left, an asymmetry that gives rise to the well-known hack gap.
Anyway, among the conservative professional economists there is a sub-class one might call Republicans in their minds only: fairly reasonable economists living in a political fantasy world, who imagine that the modern Republican party is composed of people like themselves, who might be receptive to pragmatic arguments that don’t fully correspond to dogma. These economists are, you might say, like men from Mars, who have no idea how the political culture we actually have on planet earth works these days.
Martin Feldstein would be a prime example. In one sense he is a true Republican: he has been furiously opposed to expansionary monetary policy from the beginning, and remains so even though his original argument — that it would produce runaway inflation — has been wrong for almost five years. But he is sympathetic to the idea of fiscal stimulus — and today he calls for a bipartisan deal that would involve a trillion dollars of stimulus via infrastructure spending in return for long-run deficit reduction.
What can you say? It’s not just that Republican leaders would never consider such a deal — they are in fact still committed to the view that spending cuts are expansionary. It’s also the fact, obvious to anyone who hasn’t spent the past five years on Mars, that Republicans don’t care about the deficit, and never did — it was always just a club to be used in an effort to dismantle Medicare and Social Security.
I wish I lived on Marty’s planet. But I don’t, and neither does he.
Il mio marziano preferito
Come sappiamo tutti, ci sono tre tipi di economisti. Ci sono gli economisti che si professano liberal; gli economisti che si professano conservatori e gli economisti conservatori di professione (anche detti pennivendoli della destra). Va bene, direte, ma non dovrebbero essere quattro? In realtà no – perché non ci sono abbastanza soldi a sinistra, una asimmetria che provoca il ben noto gap dei pennivendoli [1].
In ogni modo, tra gli economisti che si professano conservatori c’è una sottoclasse che si potrebbe definire di coloro che sono repubblicani solo nelle loro teste: economisti abbastanza ragionevoli che vivono in un mondo politico fantastico, che immaginano che il Partito Repubblicano sia composto di persone simili a loro, che potrebbero essere sensibili ad argomenti pragmatici che non corrispondono pienamente ai dogma. Questi economisti, potreste pensare, sono come uomini che vengono da Marte, che non hanno alcuna idea di come effettivamente la cultura politica che abbiamo sulla Terra funzioni di questi tempi.
Martin Feldstein sarebbe un esempio eccellente. In un certo senso egli è un vero repubblicano: si è opposto sin dall’inizio furiosamente ad una politica monetaria espansiva, e non si muove da quel punto anche se il suo argomento originario – secondo il quale essa avrebbe prodotto una inflazione fuori controllo – si è mostrato sbagliato per quasi cinque anni. Ma egli è comprensivo verso l’idea di misure di sostegno della finanza pubblica – ed oggi si pronuncia per un accordo bipartisan di un migliaio di miliardi di dollari di stimulus attraverso la spesa pubblica in infrastrutture in cambio di una riduzione del deficit a lungo termine.
Cosa si può dire? Non si tratta solo del fatto che i dirigenti repubblicani non avrebbero mai preso in considerazione un accordo del genere – di fatto essi professano ancora il punto di vista secondo il quale i tagli alla spesa sono espansivi. Si tratta anche del fatto, evidente a chiunque non abbia passato su Marte i cinque anni passati, che i repubblicani non si curano del deficit, né se ne sono mai curati – è sempre stato solo un randello da usare nel tentativo di smantellare Medicare e la Previdenza Sociale.
Mi piacerebbe aver vissuto sul pianeta Marte. Ma non è così, e nemmeno nel suo caso.
[1] Il termine è ripreso da un vecchio articolo del 22 giugno 2011 di Jonathan Chait su New Repubblic che esaminava questo deficit di “commentatori di professione” tra i sostenitori di Obama, rispetto a quanti ne aveva in precedenza Bush. I primi sempre cauti e oltremodo desiderosi di apparire imparziali, i secondi sempre schierati senza alcun infingimento. Concludeva allora Chait: “Quindi la cultura politica è squilibrata verso la destra per la asimmetria tra i gruppi dirigenti liberal che cercano di agire obiettivamente e gli opposti gruppi dirigenti conservatori che non si sforzano di fare niente del genere”.
dicembre 9, 2013
December 9, 2013, 8:14 am
David Beckworth has a good piece on a point I’ve also tried to make: the irrelevance of “helicopter money”, and in particular the irrelevance of the decision to finance budget deficits by printing money as opposed to selling bonds.
Why is this an issue? Because a fair number of people have in fact argued that we can get extra bang for the stimulus buck if we pay for infrastructure investment and so on through the printing press rather than conventional finance. Now, the truth is that this would do no harm — but it would also do no good.
It doesn’t take fancy analysis to make this point — just an acknowledgement that in financial terms, at least, the central bank is part of the government. The Fed, for example, remits the interest it earns on government debt to the government proper, keeping only that amount it needs for operations. So for the purpose of our analysis right now, we can use the term “the government” to include the central bank.
So, compare two cases. In case 1, the government runs a budget deficit, which it finances by selling bonds to banks (it could be anyone, but let’s assume that banks are the buyers.) At the same time, the central bank — an arm of the government — is engaged in quantitative easing, buying bonds from banks with newly created monetary base.
I think we’re all agreed that the second part of this story isn’t very effective in a liquidity trap; the limitations of QE are why we’re even talking about helicopter money.
But now consider case 2, in which the government pays for deficits simply by “printing money”, that is, adding to the monetary base.
How do these cases differ?
At the end of the day, the government’s financial position is exactly the same: debt held by the private sector is the same, and so is the monetary base. The private sector’s balance sheet is the same too. The only difference is that in case 1 banks briefly hold some government bonds, before selling them back to the government via the central bank. Why should this matter for, well, anything?
You may say that this isn’t what you had in mind; you wanted an increase in government spending financed by the printing press. But why couldn’t you do that same increase in spending financed by bonds that the central bank promptly buys back? The result is the same — and to the extent that anything good happens, it’s the spending increase, not the printing press, that does it. As Voltaire said, you can kill sheep with witchcraft if you also feed them arsenic.
What you need to get monetary traction, as I pointed out long ago (and for the record, I do think I was the first to make this point) is to convince everyone that the monetary base will stay larger — to credibly promise to be irresponsible. The only way I can make sense of the call for helicopter money is to argue that for some reason the institutional setup — having the central bank finance the government directly — makes it less likely that the central bank will snatch away the punchbowl later. But that’s a very different argument from the one the helicopter advocates seem to be making.
Gli elicotteri non aiutano (per esperti)
David Beckworth scrive un bell’articolo su un argomento che anch’io avevo provato ad esprimere: l’irrilevanza dei “soldi dall’elicottero” [1], e in particolare l’irrilevanza di finanziare i deficit di bilancio stampando moneta, anziché vendendo bonds.
Perché questo è un tema? Perché un discreto numero di persone hanno effettivamente sostenuto che potremmo ottenere un vantaggio supplementare dalle misure di sostegno se pagassimo gli investimenti sulle infrastrutture ed altro con lo stampare moneta invece che con la finanza convenzionale. Ora, la verità è che questo non sarebbe un danno – ma non sarebbe neanche positivo.
Non serve una analisi esagerata per spiegare questo punto – solo il riconoscimento che, almeno in termini finanziari, la banca centrale fa parte del governo. La Fed, ad esempio, rimette l’interesse che guadagna sul debito statale esattamente al governo, prendendo solo quello che corrisponde al fabbisogno delle operazioni. Dunque, agli effetti della nostra analisi in questo contesto, possiamo usare il termine “il Governo” per includere la banca centrale.
Confrontiamo, dunque, due casi. Nel caso 1 il Governo gestisce un deficit di bilancio, che finanzia vendendo bonds alle banche (potrebbe venderlo a tutti, ma assumiamo che le banche siano il compratore). Allo stesso tempo, la banca centrale, che è un braccio del Governo, è impegnata nella “facilitazione quantitativa” [2], acquistando bonds dalle banche con una base monetaria creata ex-novo.
Penso che siamo tutti d’accordo che la seconda parte di questa storia non è molto efficace in una trappola di liquidità; i limiti della “facilitazione quantitativa” sono la ragione per la quale nemmeno parliamo di ‘lanciare soldi dall’elicottero’.
Ma consideriamo ora il caso 2, nel quale il Governo paga per i deficit semplicemente ‘stampando moneta’, ovvero, aumentando la base monetaria.
Quanto sono diversi questi due casi?
Alla fine della storia la posizione finanziaria del governo è esattamente la stessa: il debito detenuto dal settore privato è lo stesso, e così la base monetaria. Anche l’equilibrio patrimoniale del settore privato è il medesimo. La solo differenza è che nel caso 1 le banche per un breve periodo sono in possesso di bonds governativi, prima di rivenderli al governo per il tramite della banca centrale. Ebbene, perché questo dovrebbe avere importanza per alcunché?
Si può dire che non è quello che si aveva in mente; si voleva un incremento nella spesa pubblica finanziato attraverso lo stampare moneta. Ma non potremmo realizzare lo stesso incremento nella spesa pubblica finanziata con i bonds che la banca centrale acquista prontamente? Il risultato è il medesimo – e nella misura in cui succede qualcosa di positivo, è l’incremento della spesa, non lo stampare moneta, che lo produce. Come disse Voltaire, potete ammazzare le pecore con il sortilegio anche se date loro dell’arsenico.
Quello di cui avete bisogno è ottenere una spinta dalla politica monetaria, come sottolineai molto tempo fa (e, per la cronaca, fui il primo ad avanzare questo argomento), convincere tutti che la base monetaria resterà più ampia – promettere credibilmente di essere irresponsabili. L’unico modo nel quale posso riconoscere un senso alla posizione a favore del ‘lancio di soldi dall’elicottero’ è sostenere che per qualche motivo l’assetto istituzionale – dovendo la banca centrale finanziare il governo direttamente – rende meno probabile che la banca centrale abbia la volontà di togliere di mezzo la tazza del punch successivamente [3]. Ma è un argomento molto diverso da quello che i sostenitori dell’ “elicottero” sembrano avanzare.
[1] Una espressione coniata da Milton Friedman, sulla paradossale ipotesi di combattere la deflazione ‘lanciando’ moneta dagli elicotteri (non molto diversa dall’altra paradossale ipotesi keynesiana di concentrare soldi in vecchie miniere di carbone). Modi estremi, diciamo così, per valutare quanto potrebbe essere utile una politica finanziaria letteralmente rivolta ad aumentare la base monetaria senza alcuna mediazione da parte di agenti economici, ma semplicemente alimentando ‘fisicamente’ il settore privato.
[2] Vedi le note sulla traduzione a “quantitative easing”.
[3] Ovvero, appena l’economia dà segni di ripresa, operare subito un stretta monetaria. Mi pare sia una sorta di doppia negazione: se la banca centrale non avesse un ruolo diretto nella creazione di nuova base monetaria, sarebbe meno probabile che essa agisca rapidamente in senso restrittivo quando le cose migliorano. Questo è dunque un argomento possibile, ma come si chiarisce con l’ultima frase, questo dipende da altro; dipende dalla volontà politica della banca centrale di essere coerente con le proprie promesse, che è appunto una questione di volontà, non di tecnica di finanziamento.