Blog di Krugman

La ‘manomorta’ a confronto della mano invisibile, versione urbana (9 dicembre 2013)

December 9, 2013, 7:49 am

 

The Dead Hand Versus the Invisible Hand, Urban Edition

Sometimes you read an economics paper that just makes you start grinning in pleasure. Michaels and Rauch on path dependence of urban locations is one of those papers.

Their paper tries to address one of the key themes of economic geography: the role of cumulative causation, and its tendency to lock in urban locations. Economic geography models stress the importance of various kinds of agglomeration economies, which give an advantage to firms or people who locate close to other firms or people. Such economies clearly lead to urban persistence: once there’s a clump of activity somewhere, it tends to stay there unless a big enough shock comes along.

But how can we test for that effect? They identify a great natural experiment: the fall of the Roman Empire. As they note, this fall was much worse in Britain than in France; in France urban life became a shadow of its former self, but in Britain it completely disappeared. Did this difference leave its mark on geography?

Their answer is yes: when urban life revived in the medieval period, French towns tended to be near old Roman centers, while British towns didn’t. And the British had the better of this deal, because optimal town locations in the Roman era — with good roads — weren’t the same as in the Middle Ages, when roads remained terrible but the technology of water transport had improved.

Lovely stuff.

 

 

La ‘mano morta’  [1] a confronto della mano invisibile, versione urbana

Qualche volta si leggono saggi di economia che vi fanno cominciare a sorridere dal piacere. Michaels e Rauch sulla dipendenza dalla storia delle localizzazioni urbane è uno di quei saggi.

Il saggio cerca di affrontare uno dei temi cruciali della geografia economica: il ruolo causale dei fattori cumulativi, e la sua tendenza a racchiudere le localizzazioni urbane. I modelli di geografia economica interrogano l’importanza di varie economie di agglomerazione, che offrono un vantaggio alle imprese ed alle persone che si stabiliscono accanto ad altre imprese o persone. Tali economie chiaramente conducono alla persistenza urbana: una volta che si insedia un gruppo di attività, esso tende a restare in quel posto a meno che non arrivi uno shock sufficientemente grande.

Ma come possiamo provare quell’effetto? Gli autori individuano un grande esperimento naturale: la caduta dell’Impero Romano. Come notano, questa caduta fu più rovinosa in Britannia che in Francia; in Francia la vita urbana divenne l’ombra di quella che era in precedenza, ma in Britannia scomparve del tutto. Questa differenza lasciò il suo segno sulla geografia?

La risposta è sì: quando la vita urbana si riavviò nel periodo medioevale, le città francesi tesero a collocarsi vicino ai vecchi centri romani, non fu così per quelle britanniche. E gli inglesi ebbero il maggior vantaggio da questa storia, perché le localizzazioni ottimali dell’epoca romana – con buone strade – non erano le stesse nel Medio Evo, quando le strade restarono in condizioni terribili ma la tecnologia del trasporto fluviale migliorò.

Cose affascinanti.

 



[1] “Manomorta” in italiano viene indicata dal dizionario solo come una categoria del diritto feudale. Esiste in inglese l’espressione “the dead hand of the past”, nel senso dei modi nei quali la storia passata condiziona il presente, come nei concetti economici della “path dependence”, ovvero del ruolo della  “cumulative causation”, che sono oggetto di questo post. Quindi la lascio, per non perdere il gioco di parole.

Gordon contro gli androidi (7 dicembre 2013)

dicembre 7, 2013

 

December 7, 2013, 2:36 pm

Gordon Versus The Androids

We just had a session with Bob Gordon and Joel Mokyr on the outlook for future growth, and I think I have a new way to explain why my gut feeling is that Bob, while making a persuasive case (pdf), is probably wrong.

Bob’s key point, actually deeper than his specific numbers, is that the digital revolution really just doesn’t match up to the major innovations of the Second Industrial Revolution of the late 19th century, which he contends drove growth well into the 20th century. Basically, indoor plumbing beats iPads.

But let’s ask the following question: What would a digital revolution that lived up to the past look like – and is anything like that plausible?

Well, suppose that we learned to build true androids – robots that could do more or less anything humans can do. Surely that would be transformative; it would effectively end diminishing returns to capital accumulation, and raising GDP per capita would simply be a matter of multiplying the androids.

So how are things going on the android front? A decade ago I would have said “very badly”: the field of artificial intelligence had marched from failure to failure.

But something has happened—things that were widely regarded as jokes not long ago, like speech recognition, machine translation, self-driving cars, and so on, have suddenly become more or less working reality. Our suddenly smarter machines aren’t intelligent in the way people are, and the way they do their work is nothing like the way we do it: the translation program doesn’t understand the text, the self-driving car isn’t consciously avoiding collisions. Instead, they’re using big data and correlations and so on to implement algorithms – mindless algorithms, you might say. But if they can take people’s place, does it matter?

The anti-Gordon case, then, would be that something like my android revolution is underway.

If you buy that case, you can become a technological optimist in the sense that you believe that there’s lots of growth in the future. You might also be a pessimist in the sense that you wonder what happens to wages once androids can do most human work. Also, Skynet will kill us all.

But that, anyway, is where I would place the issue.

 

Gordon contro gli androidi

 

Abbiamo appena tenuto una conferenza con Bob Gordon [1] e Joe Mokyr sulle prospettive della crescita futura, e penso di avere un nuovo modo per spiegare perché la mia percezione istintiva sia che Bob, pur avanzando una tesi persuasiva (disponibile in pdf), abbia probabilmente torto.

Il punto cruciale di Bob, per la verità più profondo delle sue specifiche statistiche, è che la rivoluzione digitale semplicemente non eguagli le importanti innovazioni industriali della Seconda Rivoluzione Industriale dell’ultima parte del diciannovesimo secolo, che egli sostiene abbiano spinto la crescita sino dentro il ventesimo secolo. In sostanza, gli impianti idraulici dentro le abitazioni battono gli iPads.

Ma fatemi porre la seguente domanda: a cosa assomiglierebbe una rivoluzione digitale che fosse all’altezza del passato – e sarebbe plausibile una cosa del genere?

Ebbene, supponiamo di aver imparato a costruire dei veri androidi [2] – robots che possano fare più o meno tutto quello che fanno gli esseri umani. Sicuramente sarebbe una grande mutamento: porrebbe fine in modo efficace ai rendimenti decrescenti nella accumulazione di capitale, ed accrescere il PIL procapite coinciderebbe semplicemente col moltiplicare gli androidi.

Dunque, come stanno andando le cose sul fronte degli androidi? Un decennio fa avrei risposto “molto male”: il campo dell’intelligenza artificiale era segnato da un fallimento dietro l’altro.

Ma è successo qualcosa – cose che non molto tempo fa erano considerate generalmente come scherzi, come il riconoscimento del linguaggio, i congegni di traduzione, le macchine che si guidano da sole, e così via, sono improvvisamente diventate più o meno realtà operative. Le nostre macchine, improvvisamente più astute, non sono intelligenti  come delle persone, ed il modo nel quale operano non è simile al nostro; il programma di traduzione non comprende il testo, le macchine che si guidano da sole non sono consapevoli di evitare collisioni. Utilizzano piuttosto la tecnica dei big data e le correlazioni e tutto il resto per implementare algoritmi – algoritmi senza cervello, direte voi. Ma se possono prendere il posto delle persone, è importante?

L’argomento anti-Gordon, dunque, sarebbe che qualcosa di simile alla mia rivoluzione degli androidi sia in gestazione.

Se credete in qualcosa del genere, diventate un ottimista tecnologico, nel senso che credete che ci siano grandi possibilità di crescita nel futuro. Potete anche essere pessimisti, nel senso che pensate a quello che accadrà ai salari al momento in cui gli androidi potranno fare i lavori degli uomini. Potete anche credere che Skynet [3] si libererà del genere umano.

Ma io svilupperei in quel modo la questione.



[1] Robert James “Bob” Gordon è un economista Americano. Docente a Scienze Sociali alla Northwestern University, è conosciuto per i suoi studi sulla produttività, la crescita e le cause della disoccupazione.  E’ l’esponente fondamentale della tesi della stagnazione della crescita in conseguenza di una diversa efficacia ed applicabilità delle innovazioni tecnologiche odierne rispetto a quelle della fine dell’Ottocento. Un altrettanto superbo punto di vista opposto è quello che è espresso da Erik Brynjolfsson. Consiglio di ascoltare e confrontare due conferenze dei suddetti economisti a “TED talks”.

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[2] L’androide è un essere artificiale, un robot, con sembianze umane, presente soprattutto nell’immaginario fantascientifico. In taluni casi l’androide può risultare indistinguibile dall’essere umano. Differisce dal cyborg, il quale è costituito da parti biologiche oltre che artificiali. (Wikipedia)

[3] Skynet è un’immaginaria rete di supercomputer descritta nel ciclo cinematografico di Terminator.

Aritmetica della stagnazione secolare (7 dicembre 2013)

dicembre 7, 2013

 

December 7, 2013, 2:32 pm

Secular Stagnation Arithmetic

Still playing around with the question of secular stagnation. Based on some recent conversations, it seems to me that it’s useful to put some numbers to the issue – to quantify, at least roughly, the hole that seems to have developed in sustainable demand.

In doing all this, the key point is NOT to focus on events since crisis struck; this is not a case of taking a business-cycle slump and imagining that it will last forever. Instead, the argument is that the sources of demand during the good years – the Great Moderation from 1985-2007 – are not going to be available even when the aftereffects of crisis have faded away.

Start with the point I’ve raised several times, and others have raised as well: underneath the apparent stability of the Great Moderation lurked a rapid rise in debt that is now being unwound:

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Ratio of household debt to GDP

Debt was rising by around 2 percent of GDP annually; that’s not going to happen in future, which a naïve calculation suggests means a reduction in demand, other things equal, of around 2 percent of GDP.

That’s not the only factor. We also seem to have a slowdown in the rate of growth of potential output, mainly because of demography – the baby boomers are now exiting the work force, all the women are in, etc. – but also perhaps because of slowing productivity. Just to put a number to it, here’s the CBO projection of the rate of potential growth:

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CBO thinks that we’re looking at potential growth around 1 percentage point slower than it was during the Great Moderation. To think about how this affects demand, consider the simple “accelerator”, in which producers, other things equal, invest enough to keep the ratio of capital to output constant as the economy grows. Here’s the ratio of fixed assets to GDP:

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Ratio of fixed assets to GDP

It’s somewhat above 2. This says that other things equal, a 1 percentage point drop in potential growth would reduce investment spending by 2 percent of GDP.

So between the end of rising leverage and slowing potential growth, we seem to be depressing aggregate demand by 4 percentage points. That’s a lot!

Now, this effect can be offset to some degree by reducing interest rates. But can this be enough? Here’s the real short-term interest rate over the Great Moderation era, calculated as the difference between the 3-month T-bill rate and one-year inflation expectations in the Survey of Professional Forecasters:

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The average real rate during the GM years was 1.9 percent. Given the factors I’ve described, it seems hard to avoid the conclusion that the average real rate looking forward will have to be negative. If inflation stays relatively low, e.g. 2 percent, this would mean an economy that often, perhaps usually, finds itself in a liquidity trap.

What might change this scenario? One key point could be trade. Before the 1980s, the US had more or less balanced trade. During the Great Moderation era, it ran an average current account deficit of 3 percent of GDP. Eliminating that deficit somehow would reverse most of my shortfalls. I would say, however, that the most likely way to reduce the deficit would be via a weaker dollar, achieved through low real interest rates, achieved in turn with a higher inflation target.

 

Aritmetica della stagnazione secolare

 

Ancora giocando attorno alla domanda della stagnazione secolare. Sulla base di qualche recente conversazione, mi sembra che sia utile aggiungere qualche dato a quel tema – per quantificare, almeno grosso modo, il buco che pare si sia sviluppato nella domanda sostenibile.

Nel fare tutto questo, il punto chiave NON è concentrarsi sugli eventi dal momento che è scoppiata la crisi; questo non è un caso nel quale considerare una caduta del ciclo economico ed immaginare quanto potrà durare. Piuttosto, il tema è che le fonti della domanda durante gli anni buoni – la Grande Moderazione dal 1985 al 2007 – non sono destinate ad essere disponibili anche quando le conseguenze della crisi  siano svanite.

Cominciamo col punto che ho avanzato varie volte, assieme ad altri: sotto l’apparente stabilità della Grande Moderazione si nascondeva una rapida crescita del debito che oggi si sta attenuando:

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Rapporto tra il debito delle famiglie ed il PIL

 

Il debito stava crescendo di circa il 2 per cento del PIL all’anno; ciò non è destinato ad avvenire in futuro, la qualcosa un calcolo superficiale indica comporti una riduzione nella domanda, a parità degli altri fattori, di circa un 2 per cento di PIL.

Questo non è l’unico fattore. Quello che anche sembra aver rallentato è il tasso di crescita della produzione potenziale, principalmente a causa della demografia – la generazione dei baby boomers sta ora lasciando le forze di lavoro, tutte le donne sono presenti [1] etc. – ma anche forse a causa di un rallentamento della produttività. Solo per dare a ciò una dimensione statistica, ecco le previsioni del CBO sul tasso della crescita potenziale:

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Il CBO pensa che stiamo assistendo ad una crescita potenziale attorno ad un punto in percentuale inferiore di quella che si ebbe durante la Grande Moderazione. Pe ragionare su quanto questo influenzi la domanda, si consideri il semplice “acceleratore”, per il quale i produttori, a parità della altre condizioni, investono abbastanza da tenere in rapporto tra capitale e prodotto costante mentre l’economia cresce. Ecco il rapporto delle immobilizzazioni sul PIL:

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Rapporto delle immobilizzazioni sul PIL

 

E’ qualcosa sopra 2. Questo dice che, a parità delle altre condizioni, una caduta di un punto in percentuale nella crescita potenziale ridurrebbe la spesa di investimenti per un 2 per cento del PIL.

Dunque, tra la fine della crescita del rapporto di indebitamento e il rallentamento della crescita potenziale, sembra che la domanda aggregata si riduca di circa 4 punti percentuali. E’ molto!

Ora, questi effetti possono in qualche misura essere compensati da una riduzione dei tassi di interesse. Ma può bastare? Ecco il tasso di interesse reale a breve termine nel corso dell’epoca della Grande Moderazione, calcolato come la differenza tra il tasso di interesse dei buoni del Tesoro a tre mesi e le aspettative di inflazione in un anno secondo il Survey of Professional Forecasters [2]:

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Il tasso medio reale durante gli anni della Grande Moderazione fu l’1,9 per cento. Dati i fattori che ho descritto, appare difficile evitare la conclusione che il tasso medio reale guardando avanti sarà negativo. Se l’inflazione starà relativamente bassa, diciamo al 2 per cento, questo significherebbe un’economia che spesso, forse normalmente, si ritroverebbe in una trappola di liquidità.

Cosa potrebbe modificare questo scenario? Un punto chiave potrebbe essere il commercio. Prima degli anni ’80, gli Stati Uniti avevano un commercio più o meno in equilibrio. Durante l’epoca della Grande Moderazione, esso realizzava un deficit di conto corrente del 3 per cento del PIL. Eliminando in qualche modo quel deficit si rovescerebbero in gran parte i miei deficit. Direi, tuttavia, che il modo più probabile per ridurre il deficit sarebbe attraverso un dollaro più debole, ottenuto attraverso tassi di interesse reale bassi, a loro volta ottenuti attraverso un obbiettivo di inflazione più alto.



[1] “To be in” significa anche “essere in casa”; ma in questo caso penso significhi l’opposto, ovvero essere sul lavoro. Quello che infatti ‘gonfiò’ il ciclo economico, e specificamente la crescita potenziale che qua interessa,  fu il pieno accesso delle donne alla attività lavorativa, che oggi non può ripetersi.

[2] Il “Sondaggio dei Previsori professionali” è un rapporto sull’economia degli Stati Uniti diffuso trimestralmente dalla Federal Bank Reserve di Filadelfia.

Centristi patetici (6 dicembre 2013)

dicembre 6, 2013

 

December 6, 2013, 3:02 pm

Pathetic Centrists

So progressive Democrats have seized on an op-ed by the group Third Way — an op-ed attacking Elizabeth Warren and Bill de Blasio for their terrible, horrible economic populism — as a way to start reclaiming the party from the “centrists”. And it’s working: the centrists are very much on the run.

Why? Part of the answer is that the Democratic party has become more progressive. But I would argue that the centrists are also suffering from their own intellectual bankruptcy.

I mean, going after Warren and de Blasio for not being willing to cut Social Security and their “staunch refusal to address the coming Medicare crisis” ??? Even aside from the question of exactly what the mayor of New York has to do with Medicare, this sounds as if they have been living in a cave for years, maybe reading an occasional screed from the Pete Peterson complex.

On Social Security, they’re still in the camp insisting that because the system might possibly have to pay lower benefits in the future, we must move now to cut future benefits. Oh, kay.

But anyway, they declare that Medicare is the bigger issue. So what’s this about “staunch refusal” to address Medicare? The Affordable Care Act contains lots of measures to limit Medicare costs and health care more generally — it’s Republicans, not progressive Democrats, who have been screaming against cost-saving measures (death panels!). And health cost growth has slowed dramatically, feeding into much better Medicare projections. Here’s how the CBO projections have changed since Obama took office:

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So what does Third Way think it would mean to “address the Medicare crisis”? They don’t say. But my strong guess is that they mean raising the Medicare age; living in their cave, they probably haven’t gotten the memo (literally) from CBO concluding that raising that age would hardly save any money.

It’s just so tired and tiring. If being a “centrist” means fact-free denunciations of progressives for not being willing to cut entitlements, who needs these guys?

 

Centristi patetici

 

Dunque i democratici progressisti hanno colto al volo una presa di posizione da parte del gruppo Terza Via – presa di posizione che attacca Elizabeth Warren e Bill DeBlasio [1] per il loro terribile, rivoltante populismo economico – come un modo per bonificare il Partito dai “centristi”. E sta funzionando: i centristi sono proprio in fuga.

Perché? La risposta in parte è che i democratici sono diventati più progressisti. Ma vorrei sostenere anche che i centristi stanno soffrendo per la loro bancarotta intellettuale.

Voglio dire, prendersela con la Warren e DeBlasio per non aver voluto tagliare la Previdenza Sociale e per il loro “fermo rifiuto di affrontare la incombente crisi di Medicare” ???? Anche a prescindere dalla domanda di cosa c’entri il Sindaco di New York con Medicare, quelle parole fanno pensare che si sia vissuti in una caverna per anni, forse ogni tanto sorbendosi una tirata propagandistica prodotta dal gruppo di Pete Peterson [2].

Sulla Previdenza Sociale essi sono ancora in campo, ribadendo che poiché il sistema potrebbe forse dover pagare sussidi minori in futuro, dobbiamo agire per tagliare quei sussidi futuri adesso. Chiarissimo.

Ma, in ogni caso, dichiarano che Medicare è il tema principale. Che dire dunque di questo “fermo rifiuto” ad occuparsi di Medicare? La legge di riforma sanitaria contiene una quantità di misure per limitare i costi di Medicare e più in generale della assistenza sanitaria – sono i repubblicani, non i democratici progressisti, che hanno urlato contro le misure di contenimento dei costi (le giurie della morte! [3]). E la crescita dei costi sanitari è rallentata in modo spettacolare, con una ricaduta molto migliore di quelle che erano le previsioni di Medicare. Ecco come le previsioni del Congressional Budget Office si sono modificate da quando Obama è in carica:

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Cosa dunque Terza Via pensa significhi “occuparsi della crisi di Medicare”? Non lo dicono. Ma la mia forte impressione è che intendano elevare l’età di ottenimento dei benefici sanitari; vivendo nella loro caverna, probabilmente non hanno compreso, letteralmente, la nota del CBO, secondo la quale l’elevamento dell’età di ammissione difficilmente farebbe risparmiare qualche soldo.

E’ tutto così ripetitivo e stancante. Se essere un “centrista” significa denunce sulla base di niente dei progressisti per non aver voluto tagliare i programmi assistenziali, chi ha bisogno di questa gente?

 



[1] Bill DeBlasio, come è noto, è l’attuale sindaco democratico di New York. Ha vinto di recente le elezioni amministrative con un notevole margine (73%), sulla base di una piattaforma ispirata ai temi della assistenza verso le categorie più bisognose e del superamento delle vistose differenze qualitative in vari servizi, anzitutto in quelli educativi. Con lui, i Democratici sono tornati al governo di New York dopo circa 20 anni.

Elizabeth Ann Warren, nata Herring (Oklahoma City, 22 giugno 1949), è un’economista, accademica e politica statunitense, attuale senatrice per lo stato del Massachusetts. Dal novembre 2008 al luglio 2011, nel corso della crisi finanziaria degli Stati Uniti, ha presieduto la commissione di supervisione economica istituita dal Congresso degli Stati Uniti d’America per disporre i programmi di stabilizzazione economica. Dal febbraio al luglio del 2011 ha lavorato come Consigliere Speciale presso il Dipartimento del Tesoro sotto la prima amministrazione Obama.

Warren ha dato via alla creazione di una nuova authority federale che vigili sui prodotti finanziari per tutelare i consumatori dalle speculazioni delle banche. È inoltre autrice di diversi libri di carattere economico-finanziario che hanno riscosso un buon successo in America. Negli ultimi anni Warren è diventata una figura politica di livello nazionale, facendo frequenti apparizioni televisive e nei due documentari Inside Job di Charles Ferguson e Capitalism: A Love Story di Michael Moore. Nel settembre del 2011 Warren annunciò l’intenzione di candidarsi a fianco del Partito Democratico per le elezioni del senatore dello stato del Massachusetts. Nelle elezioni del 6 novembre 2012 sconfisse il senatore in carica, il repubblicano Scott Brown, riportando in campo democratico il seggio che era stato a lungo detenuto da Ted Kennedy. (Wikipedia)

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[2] Altro magnate di varie iniziative conservatrici.

[3] Vedi le note sulla traduzione a “death panels”.

La teoria della politica della finanza pubblica dei Tre Marmittoni (6 dicembre 2013)

dicembre 6, 2013

December 6, 2013, 9:38 am

 

The Three Stooges Theory of Fiscal Policy

There’s a scene in one of the Three Stooges movies — if any readers know which one, please let me know — in which we see Curly banging his head repeatedly against a wall. Moe asks why he’s doing that, and Curly says, “Because it feels so good when I stop.”

Big joke, right? Except that this is now the reigning theory of fiscal policy.

As Antonio Fatas points out, austerians are now claiming vindication because some of the countries that imposed austerity are — after years of economic contraction — finally starting to show a bit of growth. This is, as he says, happening because sooner or later economies do tend to grow, unless bad policy not only continues but gets steadily worse; with austerity still severe but arguably not getting much more severe, some growth isn’t a big surprise. And these countries are still far below where they would have been with less austerity.

But hey, it feels good, at least relatively, when the countries stop banging their heads against the wall. Austerity rules!

So here’s where we are: wishing that policy officials in Europe would rise to the same level of analytical rigor and intellectual clarity exhibited by Moe, Larry, and Curly.

 

La teoria della politica della finanza pubblica dei Tre Marmittoni [1]

 

C’è una scena in uno dei film dei Tre Marmittoni  – se qualche lettore l’ha in mente, per favore me lo faccia sapere – nella quale si vede Curly sbattere ripetutamente la testa contro una parete. Moe chiede che cosa stia facendo, e Curly dice “Perché mi sento così bene quando smetto!”

Che spasso, non è vero? A parte il fatto che questa oggi è la teoria dominante della politica della finanza pubblica.

Come Antonio Fatas mette in evidenza, i patiti dell’austerità stanno oggi rivendicando un qualche risarcimento perché alcuni dei paesi che hanno imposto l’austerità – dopo anni di contrazione economica – alla fine cominciano a mostrate un po’ di crescita. Questo sta accadendo, come egli sostiene, perché presto o tardi le economie tendono a crescere, a meno che le politiche negative non solo proseguano ma diventino costantemente peggiori; con una austerità ancora severa ma che verosimilmente non sta diventando più severa, una qualche crescita non è una gran sorpresa. E questi paesi sono ancora molto indietro rispetto a dove sarebbero con minore austerità.

Ma, badate, fa piacere, almeno relativamente, quando i paesi smettono di sbattere le loro teste contro la parete. Regole dell’austerità!

Ecco, dunque, a che punto siamo: al desiderio che i dirigenti politici in Europa giungano allo stesso livello di rigore analitico e di chiarezza intellettuale esibiti da Moe, Larry e Curly.

 

 

 



[1] I tre marmittoni, nell’originale inglese The Three Stooges, è un trio comico statunitense, composto dai personaggi Larry, Moe e Curly, che girarono il primo film nel 1930,

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Private equity e pensiero monetario (5 dicembre 2013)

dicembre 5, 2013

 

December 5, 2013, 1:31 pm

Private Equity and Monetary Thinking

There has been a kind of fun exchange between the think tank Third Way — which says it offers “fresh thinking”, although it looks pretty stale to me — and Elizabeth Warren. Third Way published a remarkably clumsy attack on economic populism, singling out the senator and Bill DeBlasio for special ire; Warren then raised the question of who, exactly, supports Third Way. The answer, big surprise, is Wall Street.

But Felix Salmon argues that there’s a broader point here: the “2-and-20 crowd” — private equity and hedge funds — is putting a lot of money into sponsoring economic research. Some of it seems fairly detached from self-interest — the money George Soros and Bill Janeway have put into the Institute for New Economic Thinking doesn’t seem designed to make them even richer. But that’s not true across the board.

And I have to say that Salmon gives me the chills when he notes that a lot of this funding seems to be heading into the study of monetary policy. What happens when a bunch of 2-and-20 guys plus economists who benefit from their largesse weigh in on monetary policy? You get something like the infamous Bernanke-is-debasing-the-currency letter of 2010. Strange to say, people who are either big rentiers themselves, market their services to rentiers, or both, are big on finding reasons why yields should go up even in a weak economy. One shudders to imagine the kind of “research” they’re likely to sponsor.

 

Private equity [1] e pensiero monetario

 

C’è stato una specie di divertente scambio di battute tra il gruppo di esperti denominato Terza Via – che afferma di offrire un “pensiero fresco”, sebbene a me sembri piuttosto stantio – ed Elizabeth Warren. Terza Via ha pubblicato un attacco piuttosto rozzo sul populismo economico, prendendo di mira la senatrice e Bill DeBlasio con particolare livore; la Warren allora ha avanzato la questione di chi, esattamente, sostenga Terza Via. La risposta, ma guarda un po’, è Wall Street.

Ma Felix Salmon sostiene che c’è qua un aspetto più generale: la “gente del 2-e-20 [2]“ – private equity ed edge funds – sta mettendo un sacco di soldi nello sponsorizzare la ricerca economica. Alcuni di essi sembrano abbastanza distaccati dai propri interessi – i soldi che George Soros e Bill Janeway hanno messo nell’ Institute for New Economic Thinking non sembrano rivolti a renderli ancora più ricchi. Ma non è così in tutti i casi.

E devo dire che Salmon mi mette i brividi quando nota che un bel po’ di questi finanziamenti sembra essere diretto allo studio della politica monetaria. Cosa accade quando un sacco di individui del “2 e 20”  e in aggiunta gli economisti che beneficiano della loro generosità intervengono sulla politica monetaria? Si può avere qualcosa come la famigerata lettera su Bernanke-che-sta-svalutando il dollaro. Strano a dirsi, le persone che sono grandi redditieri per loro conto o che vendono i loro servizi ai redditieri, sono grandi nel trovare argomenti per i quali i rendimenti dovrebbero salire persino in una economia debole. Si trema al pensiero di quale “ricerca” è probabile che essi sponsorizzino.



[1] Le “private equities” sono quelle società  che operano rilevamenti di imprese in difficoltà, allo scopo di migliorarne la gestione o più frequentemente di condurle alla chiusura.

[2] Il termine si riferisce alla tecnica di pagamento dei managers del settore del private equity, consistente  in un parcella del 2 per cento e in una partecipazione del 20 per cento ai risultati della operazione.

A destra, sarà sempre ottobre (5 dicembre 2013)

dicembre 5, 2013

 

December 5, 2013, 1:14 pm

On the Right, It Will Always Be October

For almost two months, the debacle of healthcare.gov allowed conservatives to live the life they always wanted. Health reform was a dismal failure; Obama would go down in history as a laughingstock; government can’t do anything; viva Ayn Rand!

Meanwhile, the technicians were working on what was always a technical IT problem, not a problem with the fundamental structure of the law. And while things are far from completely fixed, the crisis is clearly over. Obamacare will have millions of beneficiaries by the time open enrollment ends; it will add many more in the 2015 cycle. Health reform is pretty much irreversible at this point. It’s even possible that memories of the initial botch will have faded enough by next November that Obamacare becomes a political plus in the midterms.

That, at least, is how things look from where I sit. Apparently, however, many people on the right are still stuck on the notion that Obamacare is doomed, indeed that it’s collapsing as we speak. The latest version is the supposed “death spiral” of young people not signing up.

As Ryan Cooper says, don’t count on it. There are lots of good reasons for the young to sign up, including the fact that it’s the law. And pay no attention to polls suggesting that the young are now down on the whole thing — those polls are colored by the IT mess of October-November, which is not where we are now.

Still, that’s their line. And when you see a pundit making pronouncements on the state of affairs, you can get a good sense of his true political affiliations by where he comes out on this question. If a supposedly centrist pundit writes and talks as if Obamacare were in a doom loop, as opposed to the reality of ongoing recovery, you know which camp he’s really in.

 

A destra, sarà sempre ottobre

 

Per quasi due mesi, la débâcle del sito governativo della riforma sanitaria ha permesso ai conservatori di vivere come hanno sempre voluto. La riforma sanitaria era stata uno squallido fallimento;  Obama sarebbe passato alla storia come uno zimbello; i governi non possono far nulla; viva Ayn Rand [1]!

Nel frattempo, i tecnici stavano lavorando a quello che è sempre stato un problema di tecnologia informatica, che non aveva a che fare con la struttura di base della legge. E se le cose sono lungi dall’essere completamente riparate, la crisi è chiaramente superata. La riforma di Obama avrà milioni di beneficiari al momento in cui le iscrizioni chiuderanno; se ne aggiungeranno molti di più con il ciclo del 2015. La riforma sanitaria, questo punto, è praticamente irreversibile. E’ persino possibile che la memoria del pasticcio iniziale sia a tal punto svanita nel prossimo novembre che la riforma dell’assistenza diventi una opportunità alle elezioni di medio termine.

Così è come le cose appaiono dalla mia postazione. A quanto pare, tuttavia, molte persone a destra sono ancora ferme all’idea che le riforma sanitaria sia condannata, anzi che nel mentre ne parliamo sia al tracollo. L’ultimissima versione è il presunto “catastrofico avvitamento” dei giovani che non si iscrivono.

Come dice Ryan Cooper, non contateci.  Ci sono una quantità di buone ragioni perché i giovani si iscrivano, incluso il fatto che si tratta di un obbligo di legge. E non prestate attenzione ai sondaggi secondo i quali in questo momenti i giovani avrebbero le scatole piena di tutta la faccenda – quei sondaggi sono influenzati dal disastro informatico di ottobre-novembre, che non è la situazione di oggi.

Eppure, quello è il loro orientamento. E quando ascoltate un commentatore che si pronuncia sullo stato dell’arte, potete avere una buona percezione delle simpatie politiche dalle quali egli trae spunto sulla faccenda. Se un commentatore che si suppone centrista scrive e parla come se la riforma dell’assistenza di Obama fosse in un circolo senza sbocco, diversamente dalla realtà di un continuo miglioramento, sapete a quale schieramento appartiene.


 

 


[1] Scrittrice e filosofa americana di origini russe, icona dei conservatori.

PREs, VSPs e la BCE (4 dicembre 2013)

dicembre 4, 2013

 

December 4, 2013, 9:24 am

PREs, VSPs, and the ECB

Via Mark Thoma, ECB Watchers reports on what it calls a “confusing” speech by Peter Praet, the chief economist of the European Central Bank. But actually there’s nothing at all confusing about it — if there’s any puzzle, it lies in the underlying political economy of the situation. Praet, we learn from the speech, is a PRE; so, probably, are many of his colleagues at the ECB, including, one suspects, Mario Draghi himself. But they have to operate in an environment where Europe’s VSPs, who are both doctrinaire and in important ways anti-intellectual, still hold enormous power.

So, Praet’s speech: the interesting thing here is that he shows himself to be a Perfectly Reasonable Economist, aware of the problems of the two zeroes — the zero lower bound on interest rates and the great difficulty in engineering downward movements in nominal wages. As a result, his underlying framework for thinking about European problems seems essentially indistinguishable from mine; as ECB watchers says, it’s a framework that sees a useful role for moderate inflation, both to avoid the zero lower bound and to ease the path of internal devaluation. And you do have to wonder what calculation leads to the notion that a target of “close to but less than 2%” is appropriate, as opposed to, say, 3 or 4 percent.

But actually you don’t have to wonder. Whatever Praet may privately think, he and his boss have to deal with Europe’s Very Serious People — people who believe in austerity regardless of circumstances, and who also say things like this, from the Bundesbank’s Jens Weidmann, declaring that “the money printer is definitely not the way to solve [Europe’s problems]“. This is stated as if it is a self-evident truth — even though any PRE can easily make the case (as Praet does) that the money printer is, in fact, something that can offer a great deal of help in solving Europe’s problems.

The sad and remarkable thing that we’ve learned over the past year or so is how little intellectual debate matters. On both fiscal austerity and monetary policy, the PREs have completely blow the VSPs out of the water — the inflationistas, the expansionary austerians, the 90-percent threshold of doom people have all seen their claims collapse in the face of evidence. Yet policy barely changes, and the VSPs continue to talk as if they are in possession of The Truth.

Still, I guess it’s good to know that there are PREs at the ECB, even if what they know doesn’t seem to matter very much.

 

PREs, VSPs e la BCE [1]

 

Per il tramite di Mark Thoma, vengo a conoscenza che ECB Watchers dà notizia di quello che definisce un “confuso” discorso da parte di Peter Praet, capo economista della Banca Centrale Europea [2]. Ma per la verità non c’è niente di confuso in esso – se c’è un qualche enigma è nella sottostante politica economica del momento. Praet, apprendiamo dal suo discorso, è un “Economista Perfettamente Ragionevole”; altrettanto, probabilmente, lo sono molti suoi colleghi alla BCE, incluso, si può ritenere, lo stesso Mario Draghi. Ma essi operano in un contesto nel quale le Persone Molto Serie d’Europa, che allo stesso tempo sono sia dottrinarie che, per le cose importanti, anti-intellettuali, ancora detengono un enorme potere.

Dunque, il discorso di Praet: la cosa interessante è che egli si dimostra essere un Economista Perfettamente Ragionevole, consapevole dei problemi dei due zero – il limite inferiore di zero nei tassi di interesse e la grande difficoltà a provocare movimenti verso il basso nei salari nominali. Di conseguenza, il suo implicito schema di pensiero sui problemi europei  sembra fondamentalmente indistinguibile dal mio: come dice ECB Watchers, è uno schema che vede un ruolo utile per una moderata inflazione, sia per evitare il limite inferiore di zero che per facilitare il percorso di una svalutazione interna. E c’è da chiedersi quale calcolo porti all’idea che un obbiettivo “vicino ma inferiore al 2 per cento” sia corretto, al contrario, diciamo di un 3 o di un 4 per cento.

Ma in verità c’è poco da chiedersi. Qualsiasi cosa Praet possa pensare privatamente, egli e il suo capo debbono fare i conti con le Persone Molto Serie d’Europa – persone che credono nell’austerità a prescindere dalle circostanze, e che affermano anche cose come questa, da parte di Jens Weidmann della Bundesbank, che dichiara che “lo stampare moneta non è certamente il modo per risolvere (i problemi europei)”. Questa è stata affermata come una verità manifesta – anche se ogni Economista Perfettamente Ragionevole può avanzare l’argomento (come fa Praet) che stampare moneta sia, di fatto, qualcosa che può offrire una grande dose di aiuto nella soluzione dei problemi europei.

La cosa triste e rilevante è che nei due anni passati  o giù di lì abbiamo appreso quanto poco conti il dibattito intellettuale. Sia sulla austerità della finanza pubblica che sulla politica monetaria, gli Economisti Perfettamente Ragionevoli hanno completamente demolito le Persone Molto Serie – i profeti di inflazione, i teorici della austerità espansiva, gli individui della rovina della soglia del 90 per cento (di debito sul PIL) hanno tutti constatato che le loro pretese crollano dinanzi ai fatti. Tuttavia la politica cambia minimamente, e le Persone Molto Serie continuano a parlare come se possedessero La Verità.

Eppure, suppongo che sia bene sapere che ci sono Economisti Perfettamente Ragionevoli alla BCE, anche se quello che sanno non sembra conti granché.



[1] Il primo sta per “Economisti Perfettamente Ragionevoli”; il secondo per “Persone molto Serie” (il terzo, come è noto, per Banca Centrale Europea). A parte il fatto che si diverte, ho l’impressione che questi neologismi in qualche modo dipendano anche dalla passione di Krugman per la fantascienza, che se non sbaglio fa molto uso di invenzioni linguistiche del genere.

[2] Il titolo del post del blog ECB Watchers per la precisione è “Discorso importante, anche se confuso, di Peter Praet”.

Realtà inaccettabili (3 dicembre 2013)

dicembre 3, 2013

 

December 3, 2013, 11:23 am

Unacceptable Realities

The other day I found myself hanging out with several other semi-public liberal figures (yes, we were drinking white wine), and the conversation turned to hate mail — specifically, what generated the most hysterical outpourings. For the others, it was often issues that are not my department, like reproductive rights. But for me, it’s two things: health care and monetary policy.

The hysteria over Obamacare is being well documented, of course; Sahil Kapur’s piece on “Obamacare McCarthyism” — the instant purging of any Republican who offers any hint of accommodation to the law of the land — is getting a lot of well-deserved attention. One thing Kapur doesn’t emphasize, however, is what I see a lot in my inbox (and in my reading): the furious insistence that nothing resembling a government guarantee of health insurance can possibly work.

That’s a curious belief to hold, given the fact that every other advanced country has such a guarantee, and that we ourselves have a 45-year-old single-payer system for seniors that has worked pretty well all this time. But nothing makes these people as angry as the suggestion that Obamacare might actually prove workable.

And it’s going to get worse. For two months, thanks to the botched rollout, their delusions seemed confirmed by reality. Now that things are getting better, however, you can already see the rage building. It’s not supposed to be this way — therefore it can’t be this way. If, as now seems highly likely, Obamacare has more or less achieved its enrollment goals by 2015, and costs remain reasonable, that won’t be accepted — there will be furious claims that it’s all a lie.

As I said, the other issue where I see this kind of enraged denial is monetary policy. There are a lot of people on the right who know, just know, that the Fed is debasing the dollar and creating runaway inflation. This belief doesn’t seem to have been dented at all by five years of failed predictions of inflation just around the corner.

On both the healthcare and inflation fronts, what you have to conclude is that there are a large number of people who find reality — the reality that governments are actually pretty good at providing health insurance, that fiat money can be a useful tool of economic management rather than the road to socialist disaster — just unacceptable. I think that in both cases it has to do with the underlying desire to see market outcomes as moral imperatives.

And I suppose there have always been such people out there. What’s new is that these days they control one of our two major political parties.

 

Realtà inaccettabili

 

L’altro giorno mi sono ritrovato a passare un po’ di tempo con altre figure di liberals semipubbliche (sì, si beveva vino bianco), e la conversazione si è accentrata sul fenomeno del livore nella corrispondenza informatica – in particolare su quello che determina le più isteriche effusioni. Per gli altri si trattava spesso di temi che non sono del mio settore, come i diritti di riproduzione [1]. Nel mio caso, si tratta di due cose: la assistenza sanitaria e la politica monetaria.

Naturalmente, l’isteria sulla riforma sanitaria di Obama è ben documentata; il pezzo di Sahil Kapur sul “Maccartismo sulla riforma sanitaria di Obama” – l’epurazione istantanea di ogni repubblicano che offra anche solo un cenno di disponibilità verso una legge dello Stato –  sta diventando oggetto di una attenzione ben meritata. Una cosa che Kapur non sottolinea, tuttavia, è quello che io osservo in gran quantità sulle mie mails in arrivo (e tra i commenti dei lettori): l’insistenza furiosa che niente che assomigli ad una garanzia statale della assicurazione sanitaria potrà mai funzionare.

Un convincimento del genere è una cosa curiosa, considerato il fatto che ogni altro paese avanzato ha garanzie del genere, e che noi stessi abbiamo un sistema a pagamenti centralizzati [2] vecchio di 45 anni che ha funzionato abbastanza bene per tutto questo tempo. Ma niente fa arrabbiare questa gente più del suggerimento che la riforma di Obama potrebbe in effetti mostrarsi capace di funzionare.

Ed è destinata ad andare peggio. Per due mesi, grazie all’avvio pasticciato, le loro illusioni sembravano confermate dalla realtà. Ora che le cose stanno andando meglio, tuttavia, si può già vedere la collera in opera. Non si pensava andasse in questo modo – di conseguenza non può andare in questo modo. Se, come adesso sembra altamente probabile, la riforma di Obama avrà più o meno realizzato i suoi obbiettivi di iscrizioni per il 2015, ed i costi resteranno ragionevoli, ciò non sarà accettato – ci saranno furiose rivendicazioni che si sia trattato di una completa falsificazione.

Come ho detto, l’altro tema sul quale ho sperimentato questo genere di negazionismo inferocito è la politica monetaria. Ci sono molte persone a destra che sanno, sanno con certezza, che la Fed sta svalutando il dollaro e creando una inflazione fuori controllo. Questo convincimento non pare sia stato in nessun modo intaccato dalle previsioni fallite di una inflazione proprio dietro l’angolo.

Sui fronti sia della assistenza sanitaria che dell’inflazione, quello che si deve concludere è che c’è un largo numero di persone che trovano la realtà – la realtà secondo la quale i governi in verità forniscono senza grandi difficoltà la assicurazione sanitaria, che stampare moneta può essere uno strumento utile di gestione economica invece che una strada verso il disastro del socialismo – semplicemente inaccettabile. Penso che in entrambi i casi ciò abbia a che fare con il desiderio implicito di considerare i risultati del mercato come imperativi morali.

E suppongo che in giro ci siano sempre state persone del genere. La novità è che di questi tempi essi hanno il controllo di uno dei nostri due maggiori partiti politici.



[1] Nel linguaggio sociopolitico anglosassone i “diritti riproduttivi” sono un complesso di tematiche, attinenti ai diritti delle coppie e dei singoli, che vanno dal diritto al controllo delle nascite, al diritto ad una assistenza sanitaria di buona qualità nella riproduzione, al diritto all’aborto legale e sicuro, al diritto alla educazione sessuale etc. Esiste una definizione di “diritti riproduttivi” dell’Organizzazione Mondiale della sanità: “ … i diritti delle coppie e dei singoli a decidere liberamente e responsabilmente il numero, il momento e la distanza nel tempo dei loro figli ed i diritti ad ottenere le prestazioni più elevate di salute sessuale e riproduttiva ….”

[2] Si riferisce a Medicare, e lo traduco quasi letteralmente in questo modo – e non con il termine “sanità statale” – perché non si tratta, anche nel caso di Medicare, di una sanità erogata da strutture pubbliche, ma pagata centralmente dallo Stato.

L’immacolata stabilità (per esperti) (2 dicembre 2013)

dicembre 2, 2013

 

December 2, 2013, 3:07 pm

Immaculate Stability (Wonkish)

David Andolfatto, understandably, rises to Steve Williamson’s defense against the barbarians. But I’m sorry to say that he still doesn’t get the point.

He says that he’s simply offering an alternative model — and Noah Smith takes him at his word. But what he’s actually doing is using the word “stability” to mean something completely different from the way Brad DeLong and I are using it. I don’t think there’s much point in fighting over who gets property rights over a term, so let me pose my problem in a different way that is, in fact, equivalent to my little arrows problem. If you get what I’m saying, you’ll see the equivalence. If you don’t, well, I can’t help you.

So, here’s how Andolfatto describes Williamson’s point:

Evidently, one of the effects of QE (in the model) is to increase the real stock of currency held by the private sector, and agents require an increase in currency’s rate of return (a fall in the inflation rate) to induce them to hold more currency. (Remember that the results are all contingent on the way monetary and fiscal policy are modeled.)

OK, so “agents require” a fall in the inflation rate to induce them to hold more currency. How does this requirement translate into an incentive for producers of goods and services — remember, we’re talking about stuff going on in the real economy — to raise prices less or cut them? Don’t retreat behind a screen of math — tell me a story.

I don’t think either Andolfatto or Williamson have any such story in mind; they are, in some form, invoking the doctrine of immaculate inflation. And I don’t even think they realize that they have a problem.

Look, economics is about how people (the word “agents” is itself a kind of tribal marker) are motivated to take actions, and how those actions interact. Equilibrium is often a very convenient way to think through all of that, and all of us sometimes use wording about what the economy “needs” or “requires” as shorthand. When I talk about the Dornbusch overshooting model of the exchange rate, for example, I might say something like “the currency has to overshoot its long-run value, so that investors expect appreciation that offsets the interest differential.” But behind that verbal shorthand is a story about people doing stuff: investors selling the currency because yields are down, the currency falling until it’s so low that people figure it has nowhere to go but up.

The trouble is that we have a lot of economists who apparently don’t understand why they’re doing what they’re doing; they solve their equations without even trying to picture what those equations are supposed to be saying about the actual behavior of consumers and firms.

It’s a very sad state of affairs.

 

L’immacolata stabilità (per esperti)

 

David Andolfatto, incomprensibilmente,  si erge a difesa di Steve Williamson contro i barbari. Ma mi dispiace dire che non capisce la questione.

Dice che sta semplicemente offrendo un modello alternativo – e Noah Smith lo prende in parola. Ma quello che effettivamente sta facendo è usare la parola “stabilità” per intendere qualcosa di completamente diverso dal modo in cui Brad DeLong ed io utilizziamo quel termine. Io non credo ci sia molto da contendere su chi detenga i diritti di proprietà su un termine, consentitemi dunque di porre il mio problema in un modo diverso che, nei fatti, è equivalente al mio tema delle ‘freccine’ [1]. Se capite quello che sto dicendo, vedrete l’equivalenza. Altrimenti, bene, vi posso aiutare.

Dunque, ecco come Andolfatto descrive l’argomento di Williamson:

“Evidentemente, uno degli effetti della ‘facilitazione quantitativa’ [2] è accrescere il reale stock di moneta corrente detenuto dal settore privato, e gli agenti richiedono un incremento nel tasso di rendimento del contante (una caduta nel tasso di inflazione) che li induca a detenere maggiore denaro contante (si ricordi che i risultati sono tutti condizionati dal modo in cui la politica monetaria e della finanza pubblica sono modellate).”

D’accordo, dunque gli “agenti richiedono” una caduta nel tasso di inflazione che li induca a detenere maggiore moneta corrente. Come si traduce questa richiesta in un incentivo per i produttori di beni e servizi – si ricordi che stiamo parlando di cose che accadono nell’economia reale – ad alzare meno i prezzi o a tagliarli? Non ci si ripari dietro un paravento di matematica – mi si racconti una storia.

Io non penso che Andolfatto o Williamson abbiano alcuna storia in mente; in qualche forma, essi stanno invocando la dottrina dell’ “immacolata inflazione” [3]. E non penso neppure che capiscano di avere un problema.

Si badi, l’economia riguarda il come la gente (la parola “agenti” è in se stessa una sorta di indicatore tribale) è motivata ad assumere iniziative, ed il come tali iniziative interagiscono. L’equilibrio è spesso un modo molto conveniente per approfondire tutto questo, e tutti noi talvolta utilizziamo parole su ciò di cui l’economia “ha bisogno” o “richiede” come un linguaggio semplificato. Quando io parlo del modello eccedente il tasso di cambio di Dornbusch, io potrei dire qualcosa come “la valuta ha oltrepassato il suo valore di lungo termine, dunque gli investitori si aspettano una rivalutazione che bilanci il differenziale di interesse”. Ma dietro a quella semplificazione verbale c’è una storia di persone che fanno cose reali: investitori che vendono valuta perché i rendimenti scendono, la valuta che perde di valore finché non è così basso che la gente si immagina che non possa far altro che risalire.

Il guaio è che abbiamo una quantità di economisti che in apparenza non comprendono perché fanno quello che fanno; risolvono le loro equazioni senza neppure  provare a descrivere cosa quelle equazioni si suppone stiano dicendo dell’effettivo comportamento dei consumatori e delle imprese.

E’ uno stato dell’arte assai triste.



[1] Vedi il post del 29 novembre 2013

[2] Vedi a “quantitative easing” le note sulla traduzione.

[3] Ovvero, di una inflazione che si produce fuori da ogni processo reale, come se fosse ‘concepita’ in modo immacolato.

Inflazionisti sulla base del criterio di Bayes (1 dicembre 2013)

dicembre 1, 2013

 

December 1, 2013, 10:39 am

Inflationistas at Bayes

I’m putting together a syllabus for one of the courses I’ll be teaching this spring – Econ 348, The Great Recession – and in the course of searching for various views about inflation, ended up looking at a dispute from a while back involving some of the usual suspects. Brad DeLong poked fun at John Cochrane for having declared, back in 2009, that “the danger now is inflation.” Cochrane angrily denied that this was of any significance – he only said that it was a danger, he didn’t necessarily predict that it would happen within any particular time frame. (He thereby provided a demonstration of another key fact about our economic debate: nobody ever admits that they were wrong about anything, and nobody changes views in the light of evidence.) Noah Smith, characteristically, tried to find some extenuating circumstances. Etc., etc.

So anyway, retreading this old ground, I found myself thinking about Bayes’s theorem.

It seems to me that Cochrane’s position – he only said it was a danger, not that it would happen at any particular time, so it signifies nothing if it doesn’t happen even after four years have passed – is just untenable in its strong form. If saying that something is a danger carries no implications for the likelihood that it will actually occur, what is the point of saying it? You might as well stand up there and say “Nice day for weather” or sing “Mary had a little lamb.”

No, clearly talking about the danger of inflation was some kind of statement about probabilities – in particular, a statement that the probability of inflation is, according to the speaker’s model of the world, higher than it is in other peoples’ models of the world. And that means that actual events do or at least should matter – they may not prove that one model is wrong and another is right, but they should certainly affect your assessment of which model is more likely to be right.

In short, it’s a Bayesian thing.

Now, language is often vague here. But let’s do a sort of finger exercise. Imagine John, a finance professor, and Paul, an economist/columnist. (George and Ringo wisely stayed out of the whole thing.) In 2009, John says “the danger now is inflation,” while Paul says “there is little danger of inflation.” So, let’s try to assign probabilities to those statements. I don’t think it’s unfair to imagine that John was giving an 80 percent probability to serious inflation over the next four years, while Paul was giving it only a 20 percent probability.

You, as an outside observer, have no way to judge these guys, so ex ante you give each of them a 50 percent probability of having the right model.

Four years pass, and inflation fails to materialize.

You can think of this as a lottery in which there are two urns – a John urn and a Paul urn – containing black balls representing inflation and white balls representing no inflation, with the John urn containing 80 percent black balls but the Paul urn only 20 percent. (What’s a finance professor urn? A lot, when you take consulting fees into account.) First, a coin is tossed to determine which urn will be used, then a ball is drawn. You know that the ball is white; you now have to estimate the odds that it was drawn from John’s urn.

And the answer is that there’s only a 20 percent chance. Ex ante you considered it equally likely that John and Paul might be right; ex post those odds have shifted to 4 to 1 in Paul’s favor.

The point is that using hedged language doesn’t insulate you from consequences if things don’t turn out the way you were clearly suggesting they would, nor does the true point that sometimes the right model makes a wrong prediction. If your model led you to believe that inflation was a “great danger” in 2009, the fact that this danger never came to pass should substantially reduce your belief in that model – and should substantially reduce your credibility if you refuse to revise your beliefs.

 

Inflazionisti sulla base del criterio di Bayes [1]

 

Sto mettendo insieme un programma per un corso di studio che terrò questa primavera – Econ 348, la Grande Recessione – e nel corso di una ricerca dei vari punti di vista sull’inflazione ho finito col soffermarmi su una disputa di un po’ di tempo fa riguardante alcuni dei soliti noti. Brad DeLong metteva in ridicolo John Cochrane per aver dichiarato, nel passato 2009, che “il pericolo ora è l’inflazione”. Cochrane negava innervosito che questo avesse alcun significato – egli aveva solo detto che era un pericolo, non aveva necessariamente previsto che sarebbe accaduto in un particolare lasso di tempo (in tal modo egli fornisce una dimostrazione di un altro aspetto del nostro dibattito economico: nessuno ammette mai di aver avuto torto su niente, e nessuno cambia i suoi punti di vista alla luce dei fatti). Noah Smith, come è sua caratteristica, cercava di trovare qualche circostanza attenuante. Etc., etc.

Così comunque, ricostruendo queste esperienze trascorse, mi sono ritrovato a riflettere sul “Teorema di Bayes”.

Mi pare che la posizione di Cochrane – egli ha solo detto che era un pericolo, non che sarebbe accaduto in un particolare momento, dunque non significa niente se non è successo neppure dopo quattro anni – sia insostenibile nella sua forma esplicita. Se dire che qualcosa è un pericolo non comporta alcuna implicazione quanto alla probabilità che ciò accada veramente, per quale ragione dirlo? Si potrebbe nello stesso modo alzarsi e dire “Bella giornata, quanto al clima”, oppure canticchiare “Maria aveva un agnellino”.

No, chiaramente parlare del pericolo dell’inflazione era un qualche modo di pronunciarsi sulle probabilità – in particolare, un discorso per il quale la probabilità dell’inflazione è, sulla base di modello di mondo di chi lo pronuncia, più alta che in  modelli di mondo di altre persone. E questo significa che gli eventi effettivi contano o almeno dovrebbero contare  – essi possono non provare che un modello è sbagliato e un altro è giusto,  ma dovrebbero certamente interessare il vostro giudizio su quale modello abbia maggiori probabilità di essere giusto.

In poche parole, una faccenda alla Bayes.

Ora, in questo caso il linguaggio è spesso vago. Ma facciamo una specie di esercizio a spanne. Si immagini John, un docente di finanze, e Paul, un economista giornalista (George e Ringo sono saggiamente rimasti fuori dalla faccenda). Nel 2009, John dice che “ora  il pericolo è l’inflazione”, mentre Paul dice che “c’è un piccolo pericolo di inflazione”. Proviamo dunque ad assegnare delle probabilità a questi pronunciamenti. Penso di non sbagliare immaginando che John stesse assegnando un 80 per cento di probabilità ad una seria inflazione nei successivi quattro anni, mentre Paul le assegnava solo un 20 per cento di probabilità.

Voi, come osservatori esterni, non avete modo di giudicare questi signori, dunque ex-ante date ad ognuno di loro un 50 per cento di probabilità di avere il modello giusto.

Passano quattro anni e non c’è traccia di inflazione.

Potete pensare che questa sia una lotteria nella quale ci sono due urne – l’urna di John e l’urna di Paul – che contengono palle nere che rappresentano l’inflazione e palle bianche che rappresentano la non inflazione, con l’urna di John che contiene l’80 per cento di palle nere ed invece l’urna di Paul che ne contiene soltanto il 20 per cento (cosa rappresenta l’urna di un professore di finanze?  Una quantità di cose, se mettete nel conto le parcelle delle consulenze). In primo luogo si lancia a testa e croce una moneta per stabilire quale urna verrà usata, poi si estrae una palla. Sapete che la palla è bianca; dovete ora stimare le probabilità che essa sia stata estratta dall’urna di John.

E la risposta è che ci sono solo un 20 per cento di possibilità. Ex-ante avete considerato egualmente probabile che John e Paul avessero ragione: ex-post quelle probabilità si sono modificate a 4 ad 1 a favore di Paul.

Il punto è che utilizzare un linguaggio cautelativo non vi esime dalle conseguenze se le cose non risultano nel modo in cui avevate chiaramente indicato sarebbero andate, né costituisce un argomento veritiero il fatto che talvolta il modello giusto comporti la previsione sbagliata. Se il vostro modello vi ha portato a credere che l’inflazione fosse un “grande pericolo” nel 2009, il fatto che questo pericolo non abbia mai avuto luogo dovrebbe sostanzialmente ridurre la vostra fiducia in quel modello – e dovrebbe sostanzialmente ridurre la vostra credibilità se vi rifiutate di riconsiderare i vostri convincimenti.


 

 


[1] Thomas Bayes (Londra, 1702 – Royal Tunbridge Wells, 17 aprile 1761) è stato un matematico e ministro presbiteriano britannico. Deve la sua fama ai suoi studi nel campo della matematica e della filosofia; è noto soprattutto nella statistica per il suo teorema sulla probabilità condizionata, pubblicato postumo nel 1763. Il teorema di Bayes (conosciuto anche come formula di Bayes o teorema della probabilità delle cause), proposto da Thomas Bayes, deriva da due teoremi fondamentali delle probabilità: il teorema della probabilità composta e il teorema della probabilità assoluta. Viene impiegato per calcolare la probabilità di una causa che ha scatenato l’evento verificato. (Wikipedia)

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Nuovi pensieri e vecchi libri riletti (30 novembre 2013)

novembre 30, 2013

 

November 30, 2013, 1:03 pm

New Thinking and Old Books Revisited

I learn from Francesco Saraceno that some people are attacking me for, as they see it, defending an economic orthodoxy that has failed. It’s kind of an odd place to find myself, given how critical I’ve been of the way the economics profession has dealt with the crisis. But it’s not entirely unfair: I am quite skeptical of people whose response to the sorry state of affairs is to declare that what we need is a whole new field.

Why my skepticism? I’m all for new ideas that add to our understanding. But ideas like that aren’t easy to come by! Mark Thoma’s classic crack — “I’ve learned that new economic thinking means reading old books” — has a serious point to it. We’ve had a couple of centuries of economic thought at this point, and quite a few smart people doing the thinking. It’s possible to come up with truly new concepts and approaches, but it takes a lot more than good intentions and casual observation to get there.

So, for example, what do I say when I read something like this from someone who apparently considers himself a bold rebel against orthodoxy?

“Rational thinking is an important aspect of human nature, but we have imagination, we have ambition, we have irrational fear, we are swayed by other people, we get indoctrinated and we get influenced by advertising,” he says. “Even if we are actually rational, leaving it to the market may produce collectively irrational outcomes. So when a bubble develops it is rational for individuals to keep inflating the bubble, thinking that they can pull out at the last minute and make a lot of money. But collectively speaking . . . ”

My answer, to put it in technical terms, is “Well, duh.” Maybe grad students at some departments, who are several generations into the law of diminishing disciples, really don’t know that rational behavior is at best a useful fiction, that markets aren’t perfect, etc, etc. But does this come as news to Robert Shiller? To Ben Bernanke? To Janet Yellen? To Larry Summers? Would it have come as news to Irving Fisher or Walter Bagehot?

The question is what you do with this insight.

There is definitely a faction within economics that considers it taboo to introduce anything into its analysis that isn’t grounded in rational behavior and market equilibrium. But what I do, and what everyone I’ve just named plus many others does, is a more modest, more eclectic form of analysis. You use maximization and equilibrium where it seems reasonably consistent with reality, because of its clarifying power, but you introduce ad hoc deviations where experience seems to demand them — downward rigidity of wages, balance-sheet constraints, bubbles (which are hard to predict, but you can say a lot about their consequences).

You may say that what we need is reconstruction from the ground up — an economics with no vestige of equilibrium analysis. Well, show me some results. As it happens, the hybrid, eclectic approach I’ve just described has done pretty well in this crisis, so you had better show me some really superior results before it gets thrown out the window.

Oh, and if you think you’ve found a fundamental logical flaw in one of our workhorse economic models, the odds are very strong that you’ve just made a mistake.

Does this mean that nothing should change in the way we teach economics? By no means — it’s quite clear that the teaching of macroeconomics has gone seriously astray. As Saraceno says, the simple models that have proved so useful since 2008 are by and large taught only at the undergrad level — they’re treated as too simple, too ad hoc, whatever, to make it into the grad courses even at places that aren’t very ideological.

Furthermore, to temper your modeling with a sense of realism you need to know something about reality — and not just the statistical properties of U.S. time series since 1947. Economic history — global economic history — should be a core part of the curriculum. Nobody should be making pronouncements on macro without knowing a fair bit about the collapse of the gold standard in the 1930s, what actually happened in the stagflation of the 1970s, the Asian financial crisis of the 90s, and, looking forward, the euro crisis.

I’d put my oar in for history of thought, too. Watching highly trained economists reinvent old economic fallacies suggests to me that there would be real payoff to requiring that students have some idea how the current leading doctrines got to where they are.

But must we reconstruct all of economics? No. Most of what we need, at least for now, is in those old books.

 

Nuovi pensieri e  vecchi libri riletti

 

Apprendo da Francesco Saraceno che alcune persone mi stanno attaccando perché, per come la vedono, difenderei una ortodossia economica che ha fatto fallimento. E’ una posizione un po’ strana quella in cui mi ritrovo, considerato come ho criticato il modo in cui la professione economica si è misurata con la crisi. Ma non è interamente infondata: sono abbastanza scettico con le persone che si dispiacciono per lo stato dell’arte sino a dichiarare che abbiamo bisogno di un terreno interamente nuovo.

Perché sono scettico? Io sono favorevolissimo alle idee nuove che aumentano la nostra comprensione.  Ma idee del genere non vengono facilmente! Il classico detto di Mark Thoma – “Ho imparato che il nuovo pensiero economico consiste nel leggere vecchi libri” – ha molta ragione. A questo punto abbiamo avuto un paio di secoli  di pensiero economico, ed abbiamo un buon numero di persone intelligenti che si applicano a quel pensiero. E’ possibile uscirsene con idee veramente nuove e nuovi approcci, ma si richiede molto di più che buone intenzioni e casuali osservazioni per arrivare a quel punto.

Dunque, ad esempio, come reagisco quando leggo qualcosa come quello che segue da parte di qualcuno che in apparenza si considera un audace ribelle contro l’ortodossia [1]?

“Il pensiero razionale è un aspetto importante della natura umana, ma abbiamo l’immaginazione, l’ambizione, la paura irrazionale, subiamo l’ascendente di altre persone, veniamo indottrinati e siamo influenzati dalla pubblicità” egli dice. “Persino se fossimo effettivamente razionali,  lasciar fare al mercato può produrre risultati collettivamente irrazionali. Così quando una bolla cresce è razionale per gli individui continuare a gonfiarla, pensando di potersene venir fuori all’ultimo momento e fare un sacco di soldi. Ma collettivamente parlando …”

La mia risposta, per dirla in termini tecnici, è “Bene, che genio!”. Può darsi che studenti universitari in qualche dipartimento che da anni subisce la legge del progressivo scadimento degli allievi, davvero non sappia che il comportamento razionale è nel migliore dei casi una utile finzione, che i mercati non sono perfetti etc. etc. Ma questa è una novità per Robert Shiller [2]? Per Ben Bernanke? Per Janet Yellen? Per Larry Summers? Sarebbe stata una novità per Irving Fisher o Walter Bagehot?

La domanda è cosa si fa con una intuizione del genere.

C’è certamente un gruppo tra gli economisti che considera un tabù introdurre nelle proprie analisi qualcosa che non sia fondato sul comportamento razionale e sull’equilibrio di mercato. Ma quello che io faccio, e che fanno tutti quelli che ho appena nominato e molti altri, è una forma di analisi più modesta, più eclettica. Si utilizzano la massimizzazione e l’equilibrio quando sembrano ragionevolmente coerenti con la realtà, in virtù del loro effetto di chiarificazione, ma si introducono varianti ad hoc ogni qualvolta l’esperienza sembra richiederle – la rigidità dei salari verso il basso, i condizionamenti degli equilibri patrimoniali, le bolle (che sono difficili da prevedere, ma delle quali si può dir molto a proposito delle loro conseguenze).

Si può sostenere che quello di cui abbiamo bisogno è una ricostruzione dalle fondamenta – una economia con nessuna traccia della analisi dell’equilibrio. Ebbene, fatemi vedere i risultati. Si dà il caso che l’approccio ibrido, eclettico che ho appena descritto abbia funzionato abbastanza bene in questa crisi, dunque meglio sarebbe mostrarmi qualche risultato effettivamente superiore prima di buttarlo dalla finestra.

E poi, se pensate di aver scoperto  un fondamentale difetto logico in uno dei nostri modelli economici da battaglia [3], è molto probabile che stiate soltanto facendo uno sbaglio.

Significa questo che non si dovrebbe cambiare niente nel modo in cui si insegna economia? In nessun modo – è abbastanza chiaro che l’insegnamento della macroeconomia è finito seriamente fuori strada. Come dice Saraceno, i semplici modelli che si sono mostrati così utili dal 2008 sono in linea di massima stati insegnati soltanto ad un livello da corso di laurea triennale – sono stati considerati troppo semplici, troppo ad hoc, avevano difetti di ogni genere per essere inseriti nei corsi di laurea anche in ambienti che non erano particolarmente  ideologici.

Inoltre, per mitigare il vostro uso di modelli con una dose di realismo avete bisogno di conoscere qualcosa della realtà – e non solo le serie temporali delle caratteristiche statistiche degli Stati Uniti a partire dal 1947. La storia economica – la storia economica globale – dovrebbe essere una parte centrale del curriculum. Nessuno dovrebbe prendere posizione sulla macroeconomia senza conoscere almeno un po’ del collasso del gold standard degli anni ’30, di quello che è effettivamente accaduto con la stagflazione negli anni ’70, della crisi finanziaria asiatica degli anni ’90, e, guardando in avanti, della crisi dell’euro.

Vorrei anche spezzare una lancia a favore (dell’insegnamento) della storia del pensiero. Osservare  economisti altamente addestrati riesumare come nuovi vecchi errori economici mi suggerisce che ci dovrebbe essere un effettivo profitto nel chiedere che gli studenti abbiano qualche idea di come le attuali dottrine guida sono diventate quello che sono.

Ma si deve ricostruire l’economia dalle fondamenta? No. La maggior parte di quello che ci serve, almeno al momento, è in quei vecchi libri.



[1] Il riferimento è ad Ha-Joong-Chang, un economista coreano intervistato dal Financial Times.

[2] Robert James Shiller (Detroit, 29 marzo 1946) è un economista statunitense. Considerato uno dei padri della finanza comportamentale ha studiato la volatilità dei mercati finanziari, la dinamica dei prezzi e la formazione delle bolle speculative, è professore all’Università di Yale Il 14 Ottobre 2013, l’Accademia reale svedese delle scienze ha deciso di premiare Shiller, insieme a Eugene Fama e Lars Peter Hansen, con il Premio Nobel per l’Economia, «per le loro analisi empiriche sui prezzi delle attività finanziarie. (Wikipedia)

[3] “Workhorse” significa “cavallo da tiro” ….

Sull’importanza delle freccine (per esperti) (29 novembre 2013)

novembre 29, 2013

 

November 29, 2013, 2:18 pm

On the Importance of Little Arrows (Wonkish)

A new post by Stephen Williamson has both Nick Rowe and Brad DeLong fulminating — and rightly so. But my sense is that they are so shocked at the level of misconception on the part of a guy who imagines himself more sophisticated than crude neoKeynesians that they’re not managing to convey what’s really going on.

So let me take a stab at it.

Williamson has a lot of equations running around — fearful plumbing, as Rudi Dornbusch would have put it — but the essence of this story, whether he realizes it or not, involves movements in the Wicksellian natural rate of interest — the real interest rate that would match savings and investment at full employment.

Now, one way to think about how that natural rate interacts with monetary policy to determine the rate of inflation would be a figure like this:

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Here WNR is a 45-degree line representing all the combinations of inflation and the interest rate at which the real rate equals the Wicksellian natural rate, while MP is a monetary policy reaction function — basically a Taylor rule in which interest rates rise more than one-for-one with inflation, but with the downside constrained by the zero lower bound.

As you can see, I’ve drawn this so that there are two equilibria: one with a relatively high inflation rate and a positive nominal interest rate, the other with low inflation and a zero rate.

What Williamson does is observe that we’re at the zero lower bound, so he concludes that we’re at an equilibrium like B.

He then asks what happens if the liquidity premium on government debt rises — which in this setting amounts to asking what happens if the real natural rate of interest falls. And he gets a result like this:

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The WNR schedule shifts down, so the equilibrium B shifts to the right — and this, says Williamson, means that inflation rises.

This should sound crazy to you: people become less willing to invest, seek the safety of government bonds, and inflation goes up? But why, exactly, is it crazy? Well, as Brad says, you shouldn’t have an economist’s license unless you understand at some level that when you’re writing down equilibria you have to have in mind at least some rudimentary dynamic story about how you get to those equilibria. In this case, you surely should at least implicitly have little arrows on your diagram:

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Right? Inflation rises when the real rate is below the natural rate, falls when it’s above the natural rate.

Is it easy to write down a fully-specified, microfounded model of those little arrows? No. But surely something like this has to be going on — or at any rate, whatever model you do write down had better be robust to some simple dynamic story about how you get to equilibrium. Otherwise you’re going to end up doing what Williamson is doing: comparative statics on an unstable equilibrium. Of course he gets bizarre results, not to mention completely missing the point that the persistence of positive inflation despite high unemployment is a supply-side, not demand-side question.

And the thing is that this sort of thing is showing up a lot — again, typically in the writings of economists who imagine themselves to be deep thinkers. As Rowe says, something has gone deeply wrong in the way macroeconomics is done in some places.

 

Sull’importanza delle freccine (per esperti)

 

Un nuovo post da parte di Stephen Williamson sta facendo perdere la pazienza sia a Nick Rowe che a Brad DeLong, e comprensibilmente. Ma la mia impressione è che essi sono così colpiti dal livello di incapacità di intendere da parte di un individuo che si immagina d’essere più sofisticato dei rozzi neokeynesiani, che non riescono a rappresentare quello che sta davvero succedendo.

Consentitemi dunque di fare un tentativo in quella direzione.

Williamson ha una quantità di equazioni che corrono in tutte le direzioni – come un “idraulico timoroso” [1], avrebbe detto Rudi Dornbusch – ma la sostanza di questo racconto, la si capisca o meno, riguarda i movimenti del tasso naturale di interesse wickselliano – ovvero il tasso reale di interesse che metterebbe in equilibrio risparmi ed investimenti in condizioni di piena occupazione.

Ora, un modo per pensare a come quel tasso naturale di interesse interagisce con la politica monetaria nel determinare il tasso di inflazione sarebbe un diagramma come questo:

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Qua WNR [2] è una linea a 45 gradi che rappresenta le combinazioni della inflazione e del tasso di interesse al quale il tasso reale equivale al tasso wickselliano naturale, mentre MP è la funzione di reazione della politica monetaria – fondamentalmente una regola di Taylor nella quale i tassi di interesse crescono con l’inflazione in un rapporto maggiore che di uno ad uno, ma con la parte in basso limitata dal limite inferiore dello zero.

Come si può vedere, lo ho disegnato in modo tale che si configurano due equilibri: uno con un tasso di inflazione relativamente elevato e con un tasso di interesse nominale positivo, l’altro con una bassa inflazione e un tasso di interesse pari a zero.

Quello che Williamson osserva è che noi siamo al limite inferiore dello zero, dunque egli conclude che siamo ad un punto di equilibrio B.

Si chiede poi cosa accada se il premio di liquidità sul debito statale salga – che in questa impostazione equivale a chiedersi  cosa accada se il tasso di interesse naturale diminuisce. Ed ottiene un risultate simile a questo:

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Il percorso di WNR si sposta in basso, cosicché il punto di equilibrio B si sposta a destra – e questo, dice Williamson, significa che l’inflazione cresce.

Questo dovrebbe sembrarvi stravagante: le persone hanno meno voglia di investire, cercano la sicurezza nei bonds statali, e l’inflazione sale? Ebbene, come dice Brad, non si dovrebbe avere un diploma di economista se in qualche modo non si capisce che quando si prende nota degli equilibri si deve perlomeno avere in mente una qualche rudimentale spiegazione dinamica su come si ottengono tali equilibri. In questo caso, certamente dovreste almeno implicitamente includere delle freccine nel vostro diagramma:

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Giusto? L’inflazione cresce quando il tasso reale è al di sotto del tasso naturale, cala quando è sopra il tasso naturale.

E’ facile tirar giù un modello dettagliato di queste freccine, con un fondamento microeconomico? No. Ma sicuramente deve accadere qualcosa di questo genere – o in ogni modo, di qualsiasi modello prendiate nota, esso avrà dovuto essere più resistente di qualche semplice racconto dinamico su come si perviene all’equilibrio. Altrimenti siete destinati a finire col fare quello che Williamson sta facendo: una statica comparativa su un equilibrio instabile. Naturalmente egli trova bizzarro il risultato, per non dire che gli sfugge completamente il punto per il quale una inflazione positiva che persiste nonostante una elevata disoccupazione è un problema dal lato dell’offerta, non dal lato della domanda.

E il punto è che una cosa di questo genere mette in evidenza molto – ancora una volta, come al solito nel caso di economisti che si immaginano di essere profondi pensatori. Come dice Rowe, qualcosa è andato davvero storto nel modo in cui la teoria economica viene condotta in alcuni ambienti.


 

 


[1] L’espressione dovrebbe voler alludere alla situazione di un idraulico cervellotico, che non sa esattamente dove metter le mani. Se così fosse, sarebbe davvero bellina.

[2] Penso “tasso naturale wickselliano”, ovvero ideato dall’economista svedese Johan Gustaf Knut Wicksell (Stoccolma, 20 dicembre 1851 – Stocksund, 3 maggio 1926).

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Il guaio dell’economia sono gli economisti (27 novembre 2013)

novembre 27, 2013

 

November 27, 2013, 11:19 am

The Trouble With Economics Is Economists

That’s in large part what Simon Wren-Lewis is saying in this post defending mainstream economics. And I largely agree.

It is deeply unfair to blame textbook economics either for the crisis or for the poor response to the crisis. The mania for financial deregulation, for example, didn’t come out of standard economic analysis — in fact, it flew in the face of the canonical model of banking crises, Diamond-Dybvig, which suggested both a crucial role of government guarantees to prevent self-fulfilling panics and the need for regulation to control the moral hazard such guarantees would create. It’s true that few economists tracked the rise of shadow banking that bypassed the traditional safeguards — but that was a problem of vigilance, not bad theory.

Efficient markets theory arguably deserves more blame for the failure of too many economists to recognize the housing bubble, but textbook economics always presented EMT as a baseline, not a revealed truth.

As for the crisis response, the remarkable thing has been the determination of policy makers to do the opposite of what textbook macroeconomics said they should have been doing. Slashing spending when interest rates are zero, jumping at any excuse to raise rates, aren’t about orthodox economics being applied — in fact, the amazing thing has been to watch the proliferation of newly invented models to justify doing the opposite of what Econ 101 says.

The problem, of course, is that this wasn’t just a case of ignorant or bull-headed political appointees ignoring economic wisdom: many prestigious economists were all too eager to turn their backs on standard macro, even when it was working very well, on behalf of their political leanings.

And that, I think, says that there is something wrong with the structure of the economics profession. We don’t seem to need different economics as much as we need different economists.

 

Il guaio dell’economia sono gli economisti

 

E’ in buona parte questo quello che Simon Wren-Lewis dice col suo post a difesa dell’economia convenzionale. Ed in larga parte concordo.

E’ profondamente ingiusto dar la colpa ai libri di testo di economia per la crisi o per le risposte modeste alle crisi. La mania per la deregolamentazione finanziaria, ad esempio, non deriva dalla analisi economica più comune – di fatto, essa è andata contro il modello canonico delle crisi bancarie, il Diamond-Dybvig [1], che aveva indicato sia un ruolo cruciale delle garanzie statali per prevenire crisi di panico autoalimentate sia la necessità di una regolamentazione per controllare  “l’azzardo morale” [2] che sarebbe stato creato da quelle regole di garanzia. E’ vero che pochi economisti seguirono la crescita del sistema bancario ‘ombra’ che aggirava tali salvaguardie – ma quello era un problema di vigilanza, non di cattiva teoria.

La teoria dei mercati efficienti porta probabilmente una maggiore responsabilità per l’incapacità di molti economisti di riconoscere la bolla immobiliare, ma l’economia dei libri di testo ha sempre presentato la teoria dei mercati efficienti come un riferimento, non come una verità rivelata.

Nello stesso modo, a riguardo della risposta alla crisi, la cosa rilevante è stata la determinazione degli operatori politici  nel fare l’opposto di quello che la teoria economica dei libri di testo diceva si dovesse fare. Abbattere la spesa quando i tassi di interesse sono a zero, approfittare di ogni scusa per alzare i tassi, non sono cose che hanno a che fare con l’applicazione della economia ortodossa – di fatto, la cosa straordinaria è stata assistere alla proliferazione di modelli inventati ex-novo per giustificare il fare il contrario di quello che un libro di testo universitario dice.

Il problema, naturalmente, è stato che non si è trattato soltanto di funzionari politici ignoranti o presuntuosi che hanno ignorato la saggezza economica: molti economisti di prestigio erano anche troppo ansiosi di volgere le spalle alla teoria economica comune, anche quando essa funzionava perfettamente, nell’interesse delle loro inclinazioni politiche.

E quello, io penso, ci mostra che c’è qualcosa di sbagliato nella struttura della professione dell’economista.


 

 


[1] Il modello di Diamond-Dybvig (1983) è un modello teorico che si propone di spiegare le modalità attraverso cui si determina un fenomeno di run bancario (corsa agli sportelli), fornendo al contempo una rappresentazione teorica del meccanismo attraverso cui le banche creano liquidità. Il modello rappresenta ad oggi il punto di riferimento teorico per la spiegazione dei fenomeni considerati, e non a caso di esso sono state proposte varie riformulazioni successive. (Wikipedia)

[2] L’azzardo morale (in inglese moral hazard) è, in microeconomia, una forma di opportunismo post-contrattuale, che può portare gli individui a perseguire i propri interessi a spese della controparte, confidando nella impossibilità, per quest’ultima, di verificare la presenza di dolo o negligenza. È stato coniato nel settore delle assicurazioni, dove gli assicurati tendono a modificare il loro comportamento riducendo la prudenza necessaria per evitare o minimizzare le perdite, rendendo così, di fatto, più elevati i rimborsi/pagamenti richiesti. Il moral hazard si presenta anche nella vita di tutti i giorni: se il guidatore è responsabile per tutti i danni, è probabile che guidi una macchina noleggiata più prudentemente che non quando questi siano coperti da assicurazione. (Wikipedia)

L’argomento del tecno-ottimismo (27 novembre 2013)

novembre 27, 2013

 

November 27, 2013, 11:05 am

The Case for Techno-optimism

The debate over secular stagnation has shown some signs of getting confused with the debate over technological stagnation; it’s important to understand that they are not the same thing. What Bob Gordon (pdf) is predicting is disappointment on the supply side; what Larry Summers and I have been suggesting is that we may face a persistent shortfall on the demand side. It’s true that Gordon’s world might suffer from low investment demand, since investment demand depends more on the rate of growth than it does on the level of real GDP. Still, they are distinct concepts.

But what do I think about Gordon’s notion that the good times of progress are behind us? One honest answer would be that I don’t know, and can’t even make a good guess.

What I can say, however, is that my gut feeling remains that while Gordon may be right about the next decade or two, he’s likely to be very wrong beyond that. Or maybe it’s a bit more than my gut. I know it doesn’t show in the productivity numbers yet, but anyone who tracks technology has a strong sense that something big has been happening the past few years, that seemingly intractable problems — like speech recognition, adequate translation, self-driving cars, etc. — are suddenly becoming tractable. Basically, smart machines are getting much better at interacting with the natural environment in all its complexity. And that suggests that Skynet will soon kill us all a real transformative leap is somewhere over the horizon, maybe not this decade, but this generation.

Still, what do I know? But Brynjolfsson and McAfee have a new book — not yet out, but I have a manuscript — making this point with many examples and a lot of analysis.

There remain big questions about how the benefits of this technological surge, if it’s coming, will be distributed. But I think this kind of thing has to be taken into account when we try to imagine the future; I’m a great Gordon admirer, but his techniques necessarily involve extrapolating from the past, and aren’t well suited to picking up what could be a major inflection point.

 

L’argomento del tecno-ottimismo

 

C’è stato qualche segnale di confusione tra il dibattito sulla stagnazione secolare e quello sulla stagnazione tecnologica: è importante capire che non sono la stessa cosa. Quello che Bob Gordon [1] (disponibile in pdf) sta prevedendo è una delusione dal lato dell’offerta; quello che Larry Summers ed io stiamo mettendo in evidenza è che possiamo far fronte ad una persistente insufficienza dal lato della domanda. E’ vero che il mondo di Gordon potrebbe soffrire di una bassa domanda di investimenti, dal momento che la domanda di investimenti dipende più dal tasso di crescita che dal livello reale del PIL. Tuttavia, sono concetti distinti.

Ma cosa penso dell’idea di Gordon secondo la quale i tempi buoni del progresso sono alle nostre spalle? Una risposta onesta sarebbe che non lo so, e non posso neppure fare alcuna affidabile congettura.

Quello che posso dire, tuttavia, è che Gordon potrebbe aver ragione per il prossimo decennio o due, mentre è probabile che abbia torto oltre quel periodo. E forse questo è qualcosa di più che il mio istinto. So che non appare ancora nelle statistiche sulla produttività, ma chiunque segue le cose della tecnologia ha la forte sensazione che qualcosa di importante sia successo negli anni passati, che problemi apparentemente senza soluzione – quali il riconoscimento del linguaggio, una adeguata capacità di traduzione, le automobili che si guidano da sole etc. – stiano improvvisamente diventando trattabili. Fondamentalmente, le macchine intelligenti stanno molto migliorando e interagendo con l’ambiente naturale in tutta la sua complessità. E questo indica che presto Skynet ci ammazzerà tutti [2]un vero e proprio balzo di cambiamenti e da qualche parte all’orizzonte, forse non in questo decennio, ma in questa generazione.

Ciononostante, cosa ne so? Non molto, tranne che c’è un nuovo libro di Brynjolfsson e McAfee – non ancora in circolazione, ma io ho il manoscritto – che avanza questa tesi con molti esempi ed una quantità di analisi.

Restano molte domande su come i benefici di questa crescita tecnologica verranno distribuiti, ammesso che essa arrivi. Ma io penso che cose di questo genere debbano essere messe nel conto  quando si cerca di immaginare il futuro; io sono un grande ammiratore di Gordon, ma le sue tecniche richiedono necessariamente estrapolazioni dal passato, e non sono adatte a percepire quello che potrebbe essere un importante momento di svolta [3].



[1] Robert James “Bob” Gordon, economista americano e docente alla Northwestern University.

[2] Si sarà notato che talora viene utilizzata la tecnica dello scrivere espressioni cancellate per dire in due modi la stessa cosa, il primo di solito un po’ paradossale. Skynet è un’immaginaria rete di supercomputer descritta nel ciclo cinematografico di Terminator.

[3] Il “punto di flesso” è,  per una curva o funzione, un punto in cui si manifesta un cambiamento di curvatura o di convessità.

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